AGCOM: garante della censura

L’Autorità Garante delle Comunicazioni non è un tribunale politico dell’informazione al quale spetta il compito di dire cosa è politicamente corretto e cosa non lo è, su cosa si può ironizzare e su cosa, invece, bisogna tacere.

Eppure, in questi giorni ha interpretato questo ruolo comminando una multa di 1,5 milioni di euro alla Rai con delle motivazioni che hanno lasciato attoniti gli osservatori perché vengono contestati alcuni episodi, in termini puramente politici e non a tutela del pluralismo.

Vale la pena di leggere le frasi introduttive «il mancato rispetto da parte della Concessionaria della funzione di garante dell’informazione» genera una conseguenza «di ordine erariale stante il contributo pubblico percepito dalla Rai» e una «di ordine sociale, con possibili effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica».

Tradotto: se la Rai dovesse prendere una “deriva” a destra si perderebbero soldi… mentre invece sappiamo che il contributo pubblico di 108 euro annui è pagato obbligatoriamente da tutti (di destra o di sinistra) attraverso le bollette dell’energia elettrica. Quanto agli effetti negativi sull’istruzione, sulla crescita civile, sulla facoltà di critica… forse l’AgCom pensa alla massa di insegnati di sinistra che potrebbero avere uno choc se a parlare in Rai ci fosse più Salvini che Zingaretti.

Questa volta l’AgCom ha talmente esagerato da far arrabbiare persino Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano che hanno denunciato con tanto di titolo in prima pagina le manovre del Pd e di Italia Viva sulla Rai. Manovre per prendersi in toto l’azienda e fare il bello e il cattivo tempo come erano sempre stati abituati a fare.

Per screditare la Rai diretta da Foa, il Pd ha quindi pensato bene di utilizzare anche l’Autorità Garante delle Comunicazioni, spogliata del ruolo di garanzia per essere schierata in campo con il ruolo di Inquisitore del politicamente corretto.

Così, l’Agcom cita diversi episodi riguardanti il Tg2, a partire dal servizio circa «l’asserito fallimento del modello svedese di accoglienza degli immigrati» (vietatissimo dal pensiero unico);  un’intervista a Steve Bannon (il demone del sovranismo) oppure l’ironia nei confronti di Fabio Fazio per la sua intervista “a zerbino” al presidente francese Macron; per arrivare fino al servizio relativo all’omicidio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega che aveva inizialmente addebito la morte a due nordafricani, come peraltro riportavano le agenzie di stampa.

Il provvedimento inquisitorio dell’AgCom cita anche altri episodi riguardanti programmi come #Cartabianca, L’approdo, Realiti, La vita in diretta e Unomattina. Però i primi sono quelli su cui ha preso posizione anche il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, con un articolo pubblicato proprio sul sito di Orwell.live.

La situazione in Svezia è molto delicata, a volte persino drammatica, e il Tg2 non ha fatto altro che documentare quanto affermato anche in molti reportage giornalistici. Così anche gli altri servizi contestati denotano un attacco censorio di carattere puramente ideologico contro un direttore non allineato, per un Telegiornale che dovrebbe essere “fuori dal coro” proprio per rispettare il pluralismo. Una voce fuori dal coro che, tuttavia, Pd e Italia Viva non possono tollerare, a conferma che, per loro, il “pluralismo” significa ripetere più volte la stessa cosa, non dire cose diverse.

Chiudiamo riportando le parole espresse dal Comitato di redazione del Tg2, in genere mai tenero nei confronti dei direttori. Il documento, approvato a maggioranza, afferma: «Siamo rimasti profondamente sorpresi nel leggere le motivazioni del provvedimento dell’Agenzia Garante per le Comunicazioni nei confronti della Rai. Ci sembra che costituisca un precedente di estrema pericolosità dal momento che dimostra una volontà di entrare nel merito delle singole scelte editoriali delle redazioni, limitandone la libertà di espressione garantita dalla Costituzione».
«Ci preoccupa molto – prosegue la nota – vedere il tentativo di costituire una giurisdizione superiore che si arroghi il diritto di sovrintendere sulla libertà di informazione, da usare a seconda delle circostanze, oggi in una direzione, domani in un’altra».

Da

AGCOM: garante della censura

Calcio sempre a porte chiuse?

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando
L’incontro di calcio valevole per i sedicesimi di finale (gara di ritorno) di Europa League, tra l’Internazionale di Milano e i bulgari del Ludogorets, giocato a porte chiuse a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus e, per la cronaca, vinto dai padroni di casa per due reti ad una, ci dà la possibilità di riflettere su alcuni particolari niente affatto secondari.
L’apparente atmosfera spettrale dello Stadio Giuseppe Meazza (o San Siro che dir si voglia), insomma la Scala del calcio milanese in funzione dal 1926, che adispetto dei suoi quasi 76 mila posti a sedere ha registrato un “pubblico” di qualche decina di persone, tra calciatori delle due squadre, panchine, tecnici, giornalisti e radiotelecronisti, ci ha fatto riflettere moltissimo sulla aggressività negli stadi, sia in campo che sugli spalti e, spesso, anche fuori dagli stadi.
L’impianto calcistico che ospita le gare interne dell’Inter e del Milan, giudicato nel 2009 dal quotidiano britannico The Times come il secondo stadio più bello del mondo, senza pubblico ci ha fatto notare la triste realtà che sono davvero le folle, radunate in un luogo ristretto come può essere uno stadio, ad esacerbare gli animi sportivi.
Sono un appassionato di calcio, sono stato anche arbitro di calcio (per un biennio) e nella mia vita avrò visto migliaia di partite (anche dei campionati stranieri, specialmente la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la English Premier League) ed ho sempre pensato che il calcio senza tifosi sia improponibile.
Tuttavia, seguendo su TV8 il match, mi sono ricreduto.
Senza tifosi sugli spalti è mancata qualsiasi forma di agitazione e, per quelle poche volte che accade a Milano, violenza.
È vero che ci sono stati ritmi molto bassi, poche occasioni, il tutto in un ambiente dove rimbombavano le indicazioni dei protagonisti in campo e degli allenatori.
Tuttavia ho notato che nessun contrasto tra calciatori è stato inasprito dalle urla di migliaia di persone. Nessuna giocata è sembrata particolarmente violenta, come a volte sembrano con il pubblico sugli spalti, nessun carattere focoso, di calciatori o tecnici, è emerso senza pubblico allo stadio. Anche i telecronisti mi sono sembrati più tranquilli, mentre solitamente anche loro si lasciano “guidare” dai tifosi e dalle loro urla.
Sul terreno di gioco non ho riscontrato nessun episodio veramente cattivo.
Non ho visto calciatori agitati, alcun fare minaccioso.
Anche la terna arbitrale, guidata dal tedesco Siebert, che non è stata esente da errori, ha tuttavia visto rispettare da tutti il suo ruolo.
Gli allenatori Conte e Vrba, rispetto al solito, si sono dimostrati compassati.
Movimenti e gesti sono sembrati tutti scrupolosamente ponderati.
Se quello che ho scritto vi sembra un tantino edulcorato, cioè presentato in maniera meno grave di quanto non sia effettivamente stato in campo, vi invito a leggere il tabellino della partita.
Due soli ammoniti, D’Ambrosio (Inter) per un’entrata scomposta su Marcelinho e Wanderson (Ludogorets). E, soprattutto, in novantasette minuti di gioco (compresi i due recuperi), solo 14 falli, sei fatti dai giocatori dell’Inter, otto dagli avversari. Insomma una partita correttissima.
Proviamo a fare un ipotesi di fantacalcio. Cerchiamo di immaginare un intero campionato di calcio senza spettatori, se non quelli davanti ai televisori e con le squadre che si accontentano dei milioni di euro dei diritti televisivi e rinunciano alle “briciole” degli incassi ai botteghini.
Provate ad immaginare decine di migliaia di persone che rimangono nelle loro case, con le loro famiglie, e dedicano solo 90 minuti della loro domenica al calcio, invece di ore e ore, come spesso accade, per seguire le loro squadre del cuore in trasferta.
Provate a immaginare quanto personale delle forze dell’ordine, impegnato domenicalmente in tutta la penisola, potrebbe dedicarsi ad altro.
Provate ad immaginare quante violenze scomparirebbero.
Provate ad immaginare quanto sarebbe veramente educativo il calcio senza violenze per i nostri giovani.
Last, but not least, provate a immaginare quanto tempo si potrebbe sottrarre a cose inutili per dedicarle a Dio, specialmente la domenica, giorno del Signore!

Adesso tocca a Mattarella. Non se può più di panico e liti

Sia Sergio Mattarella a prendere in mano la situazione. Sul coronavirus c’è un bordello mai visto. Il governo che non ne imbrocca una. Le regioni che (non a torto) si arrabbiano. Gli scienziati che litigano in diretta televisiva. La psicosi dilaga. E i morti salgono a dieci…

È uno dei momenti drammatici che può vivere una Nazione colpita da una malattia che non ha ancora un vaccino. Ma c’è una serie di personaggi in cerca d’autore che sono diventati inaffidabili agli occhi dei più.

Parli Mattarella

In momenti come questi, è il capo dello Stato che deve parlare. Raccolga gli elementi veri che sono a disposizione dello Stato e si rivolga direttamente al popolo italiano. Non per raccontare che tutto va bene, perché non crederemmo neppure a lui. Ma c’è bisogno di sapere se almeno al Quirinale sono in grado di offrirci garanzie. Non per le cure, perché non siamo tuttologi. Ma per spiegare come ci si attrezza in maniera seria.

Se l’Italia diventa terra off limits persino a Tenerife e non solo, la questione è maledettamente seria. Presidente Mattarella, serve anche dire a Conte di smetterla a giocare a fare lo scienziato che non è. E poi potrà chiedere a tutti di fare la propria parte, perché così davvero non si vive più. È arrivata anche in Sicilia, Emilia Romagna e Toscana la contaminazione da coronavirus e noi ci permettiamo di accogliere altre centinaia di clandestini. Non è giusto quello che sta accadendo e c’è bisogno dell’intervento della più alta carica istituzionale.

Convocare Conte e i leader al Quirinale

In casi come quello che stiamo vivendo, siamo certi che se parlasse il Presidente della Repubblica in molti accetterebbero davvero l’invito a stare uniti. E forse la cosa migliore – anche se fuori da protocolli che non hanno molto senso ora – è convocare i leader politici (non le mezze figure) e il presidente del Consiglio direttamente al Quirinale. Anche se non c’è il presidenzialismo, sia Mattarella a fissare le priorità del momento. Per la salute e per l’economia.

Fateci sentire lo Stato vicino agli italiani. La rete è piena. La paura che monta va combattuta con immagini simbolo. Ma solo Mattarella può dare un senso alla speranza resa vana da comportamenti incomprensibili messi in campo da chi dovrebbe avere il massimo della responsabilità. Atteggiamenti da asilo Maruccia al vertice delle istituzioni sono inammissibili. “Non è facile la situazione, ma vi assicuro che ci stiamo provando”, questo vogliamo sentirci dire e spiegare come, chi se ne frega se Salvini non risponde ai messaggini di Giuseppe Conte.

Oggi c’è chi rimprovera al Capo dello Stato quella visita ad una scuola con studenti cinesi a Roma. Erano i giorni in cui si inventavano sassaiole a Frosinone contro ragazzi provenienti dall’Asia – e Zingaretti non si è ancora scusato da allora – per parlare di razzismo. Presidente, quella roba va resettata. Fu un bel gesto, ma da archivio per i nipotini.

Oggi sono ben altri i doveri che la e vi attendono. Forse, il popolo italiano può avere ancora fiducia nel Quirinale, non più in chi sta facendo solo casino. Sì, l’iniziativa tocca a Sergio Mattarella. Per credibilità personale. Per sobrietà nei comportamenti. Virtù che mancano in queste ore.

 

Da

Coronavirus, ora basta! Mattarella convochi tutti al Colle e decidano assieme

Coronavirus, in Spagna tre colpiti. Vox accusa: “Niente controlli”


Un medico lombardo è stato ricoverato presso l’ospedale universitario “Nuestra Señora de La Candelaria” a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario

In merito al Coronavirus “la Spagna è pronta per ogni possibile scenario”, ha dichiarato Fernando Simón, direttore del “Centro de Coordinación de Alertas y Emergencias” del ministero della salute iberico.

Sono quattro, attualmente, i casi di Coronavirus registrati in Spagna. I primi due casi sono stati rilevati in due episodi separati a La Gomera(Isole Canarie) e Maiorca (Isole Baleari). Il terzo caso riguarda un italiano. Secondo il quotidiano El Pais, come riportato dal Dipartimento della Salute della “Generalitat” di Barcellona, una quarta persona colpita sarebbe una donna italiana di 36 anni, residente a Barcellona, che negli ultimi giorni ha viaggiato nel nord Italia.

In particolare, il primo caso di Coronavirus, rilevato sull’isola di La Gomera, è stato confermato il primo febbraio. Si tratta di un cittadino tedesco che era stato in contatto, in Baviera, con un collega che a sua volta era stato infettato da un dipendente che aveva contratto il virus a Wuhan. Il tedesco è stato isolato presso l’Ospedale Nuestra Señora de Guadalupe di La Gomera mentre diverse persone sono state messe sotto osservazione, anche se non manifestavano i sintomi del virus.

A Palma di Maiorca, invece, il secondo caso è stato confermato il 10 febbraio. L’infettato è stata un cittadino britannico, residente a Maiorca con la sua famiglia, che è tornato il 29 gennaio da una gita sulle Alpi francesi dove probabilmente è stato infettato. Arrivato in Spagna è stato messo in isolamento presso l’ospedale di Son Espases, con una lieve diagnosi.

Il terzo colpito dal Coronavirus è stato un turista italiano, di professione medico, nativo della Lombardia, che è stato ricoverato presso l’ospedale universitario Nuestra Señora de La Candelaria, a Santa Cruz de Tenerife, isolato dal resto dei pazienti e sotto stretto controllo sanitario. Secondo il Diario de Avisos, circa mille persone dell’albergo (l’H10 Costa Adeje Palace) dove ha soggiornato l’italiano sono stati messi in quarantena. o, per meglio dire, sotto sorveglianza delle autorità.

L’italiano infettato dal Coronavirus, secondol’agenzia Efe, ha chiesto di sottoporsi ai test lunedì 24 febbraio, presso la Clinica Quirón nel sud di Tenerife, per accertarsi della positività al virus dopo aver sviluppato sintomi come la febbre alta. Dopo aver confermato che il cittadino italiano era positivo al primo test, il Ministero della Salute del governo delle Isole Canarie ha attivato il protocollo stabilito dal Coronavirus.

In particolare, l’attuale protocollo spagnolo stabilisce l’obbligo di eseguire i secondi test presso il “Centro Nacional de Microbiología”dell’“Instituto de Salud Carlos III” a Madrid. Il governo delle Isole Canarie fornirà maggiori dettagli sul caso dell’italiano durante una conferenza stampa prevista per domani, mercoledì 26 febbraio, a mezzogiorno.

Il governo ha annunciato che oggi, martedì 25 febbraio, costituirà la “Comisión Interministerial sobre el coronavirus”, presieduta dal premier Pedro Sánchez. L’incontro avrà luogo a La Moncloa dopo il Consiglio dei Ministri. Il ministro della Salute, Salvador Illa, ha convocato per oggi pomeriggio il “Consejo Interterritorial del Sistema Nacional de Salud” (il Consiglio interterritoriale del sistema sanitario nazionale) in cui sono rappresentate tutte le comunità autonome.

Secondo la stampa locale, al momento la Spagna non proporrà altre misure straordinarie, come le restrizioni sui voli o la cancellazione di eventi. Il direttore del Centro di coordinamento per le allerte e le emergenze del ministero Simón ha dichiarato che il governo spagnolo ha già preparato delle misure ma che questo “non significa che debbano essere applicate”. Tuttavia la Spagna informerà i viaggiatori che vanno o ritornano dalle aree a rischio per prendere precauzioni e, se sarà il caso, impedirà i viaggi o i rientri.

La Spagna è preoccupata

La Spagna è particolarmente preoccupata per l’Italia, a causa della sua vicinanza e dell’importante scambio di popolazione. Simon ha sottolineato che il Ministero della Salute, oltre che per l’Italia, è molto preoccupato per lo scoppio del Covid-19 in Corea del Sud.

L’emergere del coronavirus nel nord Italia, secondo un epidemiologo, avrà un forte impatto sulla salute spagnola. “È qualcosa che cambia molte cose, l’inizio di una nuova fase”, ha affermato a El Pais il dottor Pere Godoy, presidente della Società Spagnola di Epidemiologia. “Fino ad ora i criteri di sospetto di un paziente erano semplici: avere sintomi ed essere stato nell’Hubei. Adesso è urgente riformularli con precisione e sarà un po’ complicato, perché la situazione in Italia cambia rapidamente e i legami tra i due paesi sono enormi”, ha aggiunto Godoy.

“La prima cosa da fare ora è cambiare i protocolli e avere piani di emergenza pronti per quello che potrebbe accadere”, ha detto allo stesso giornale spagnolo Jesús Rodríguez Baño, capo del Dipartimento di malattie infettive dell’ospedale “Virgen Macarena” di Siviglia. “Non è qualcosa di così diverso da quello che facciamo ogni anno con l’influenza, ma oggi abbiamo dovuto mettere tutto per iscritto e rivederlo”, ha spiegato Rodríguez Baño, che è anche presidente della Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive.

Più complicata è la riformulazione dei protocolli, perché il Consiglio consultivo del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che si è tenuto a Stoccolma nel pomeriggio di lunedì 24 febbraio pomeriggio, non è riuscito a concordare una definizione dei criteri clinici che dovrebbero essere utilizzati per identificare i casi sospetti. Per il dottor Antoni Trilla, capo del Servizio di medicina preventiva ed epidemiologica dell’Ospedale “Clínic de Barcelona”, ​​”è urgente” risolvere questo punto per spostare adeguatamente l’attenzione ai casi sospetti nei prossimi giorni. “La definizione di ciascun caso è lo strumento chiave. Ci dice quali sintomi e storia personale (viaggi, contatti…) dobbiamo prendere in considerazione per decidere se un paziente è sospettato o meno di essere infetto dal virus e adottare tutte le misure appropriate”, ha ricordato a El Pais il dottor Trilla.

Nel frattempo gli ospedali spagnoli hanno “adattato caso per caso e prudentemente” il protocollo già in vigore relativo agli arrivati dalla Cina. Il dottor Santiago Moreno, responsabile delle malattie infettive dell’ospedale “Ramón y Cajal” di Madrid, ritiene che “è tempo di prendere decisioni ferme e consensuali, perché il virus è molto vicino e abbiamo poche opportunità per contenerlo”.

Sulla stessa linea di quest’ultimo medico si è espresso il leader del partito di destra Vox, Santiago Abascal, molto critico con il governo delle sinistre al potere nel paese iberico.

“La temperatura non viene ancora rilevata per i viaggiatori provenienti dalla Cina o dall’Italia. Sono così determinati ad abbattere i confini che neanche le misure minime suggerite dal buon senso vengono messe in atto. Devono essere prese misure urgenti per controllare i viaggiatori dalle aree a rischio”, ha affermato su Twitter il leader di Vox che ritiene che il governo social-comunista debba prendere misure urgenti in Spagna per evitare il contagio.

Da

https://m.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-spagna-3-colpiti-1000-sorvegliati-e-accuse-vox-1831980.html

Giuseppi e il coronavirus

Il pessimo Giuseppi, perfetto per l’italiano medio
“Sono sorpreso da questa esplosione dei casi”.
In un Paese normale basterebbe una dichiarazione di questo genere per obbligare un presidente del Consiglio alle dimissioni. Ma servirebbe dignità. Invece siamo in Italia e le dichiarazioni sono quelle dell’incapace Giuseppi, incollato alla poltrona. Un capo del governo non può essere “sorpreso” di fronte all’esplosione di casi che ripete quanto si è verificato altrove. E se si sorprende dovrebbe capire che è inadeguato al ruolo. O forse no, forse è perfetto per questi stramaledetti italiani.
Perché, anche in questo caso, il malcostume italico è emerso nel suo splendore. Evitiamo di occuparci dei magistrati che obbligano ad accettare migranti senza controllo: rappresentano una casta anti italiana, intenta a distruggere l’identità nazionale e sono, dunque, un corpo estraneo.
Ma è l’italiano medio quello che si merita Giuseppi. Quell’italiano furbetto che fugge dalle aree sotto controllo, fregandosene di provocare eventuali contagi. Quell’italiano furbetto che si intruppa in supermercati sovraffollati per accaparrarsi tutte le confezioni possibili di disinfettanti, fregandosene se agli altri non resta più nulla. Quell’italiano furbetto che, di fronte all’incetta di disinfettanti, scatta veloce come la Brignone e raddoppia o triplica i prezzi.
Quell’italiano maleducato che non ha trovato l’inutile mascherina ed allora, quando sale su un autobus affollato si sente in diritto di starnutire o tossire in faccia agli altri: ma la mano davanti al naso e alla bocca fa parte del retaggio di quell’educazione borghese che non è più di moda nell’era della globalizzazione. Quell’italiano maleducato che si merita Giuseppi e pure l’inutile Speranza perché ha bisogno degli spot in tv per imparare a lavarsi le mani. L’educazione borghese insegnava a farlo ai bambini piccolissimi, l’Italia del permissivismo non vuole che una simile imposizione turbi i pargoli.
E lo squallore dilaga, non solo tra la gente comune. Si meritano Giuseppi quegli amministratori locali del Sud che vogliono impedire l’ingresso a turisti e viaggiatori in arrivo dalle regioni del Nord. Scelta legittima per tutelare la salute dei propri concittadini, ma solo se accompagnata dalla dignità di rinunciare a tutti i trasferimenti economici dal Nord al Sud. Troppo comodo respingere le persone e tenersi i soldi.
Ma si meritano Giuseppi anche quegli amministratori del Nord che dimostrano di non sapere cosa fare, oscillando tra rigore e permissivismo. Si chiudono le scuole ma non gli uffici postali, perché i sudditi devono pagare le bollette anche se malati. Si vietano le attività sportive negli stadi ma non sulle piste da sci dove, alla partenza degli impianti, le code obbligano alla vicinanza con chiunque. E sugli autobus affollati si respira a pochi centimetri dal vicino. Tutti a piedi, allora? Una follia.
E si meritano Giuseppi i media di servizio che invitano a non drammatizzare e poi sono i primi a provocare il panico con servizi che paiono bollettini di una guerra persa.
Ci sono anche i sostenitori espliciti di Giuseppi. Quelli che spiegano che i migranti, essendo migranti, non possono portare malattie e tantomeno contagi. Quelli che spiegano che il coronavirus ha un tasso di mortalità inferiore rispetto alla normale influenza, ma sono troppo faziosi per capire che il virus cinese non è alternativo a quello influenzale e, dunque, chi crepa o si ammala per il coronavirus non sarebbe necessariamente morto per un raffreddore. Ma sono gli stessi che non hanno capito che chi viene assassinato dalla mafia nigeriana non sarebbe comunque morto a causa della mafia italiana.
Ed allora è giusto che l’Italia si tenga Giuseppi. D’altronde non si potrà mica andare a votare con il rischio di contagio. Un assembramento eccessivo ai seggi sconsiglia ogni elezione. Oppure si possono collocare i seggi nelle fabbriche e negli uffici, gli unici luoghi dove il virus non può entrare nonostante l’affollamento. Nel dubbio, però, meglio tenersi Giuseppi, italiano medio.
https://www.electoradio.com/mag/commentarii/30660

Leggi anche —> Coronavirus, Walter Ricciardi dell’Oms: “Grave errore non mettere in quarantena le persone arrivate in Italia dalla Cina”
Come mai in Italia i contagiati sono aumentati di colpo?
«E’ un caso da manuale, in cui una o più persone vengono contagiate da chi arriva da un luogo di epidemia, e poi ci sono dei contagiati secondari con lo stesso tempo di incubazione. Paghiamo il fatto di non aver messo in quarantena da subito gli sbarcati dalla Cina. Abbiamo chiuso i voli, una decisione che non ha base scientifica, e questo non ci ha permesso di tracciare gli arrivi, perché a quel punto si è potuto fare scalo e arrivare da altre località. Inoltre, quando vengono contagiati i medici significa che non si sono messe in campo le pratiche adatte, oltre al fatto che il virus è molto contagioso. Francia, Germania e Regno Unito seguendo l’Oms non hanno bloccato i voli diretti e hanno messo in quarantena i soggetti a rischio, inoltre hanno una catena di comando diretta, mentre da noi le realtà locali vanno in ordine sparso».
https://www.lastampa.it/cronaca/2020/02/23/news/coronavirus-walter-ricciardi-dell-oms-grave-errore-non-mettere-in-quarantena-le-persone-arrivate-in-italia-dalla-cina-1.38504030

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Da

http://www.centrostudifederici.org/giuseppi-e-il-coronavirus/

Il Presidente impertinente


Il 24 febbraio di trent’anni fa moriva Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, dice l’agiografia istituzionale. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il furetto-partigiano che esce dal protocollo. L’Impertinente. Il Puro. Il Coraggioso. Integriamo quel santino raccontando l’altro Pertini, a cui già dedicammo un controritratto e anche una controrievocazione a Genova aspramente avversata dall’Anpi.

Dunque, alla morte di Stalin nel ’53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell’Avanti! e all’epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa scrisse su l’Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell’elogio non fu mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin.

Da Presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato condannato all’ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati “premiati” dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.

Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre, per esempio, nella tragedia della coppia di attori Valenti-Ferida. Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano colpe tali da giustificarne la fucilazione. Marozin in sede processuale disse che Pertini aveva dato l’ordine di ucciderli: “Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”).  Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in “Pertini si, Pertini no” Settimo Sigillo, 1990.Quando Pertini incrociò nel ‘45 sulle scale dell’Arcivescovado di Milano, Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, “altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella”. Poi aggiunse: “come un cane tignoso”. Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento.

Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso. Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: “Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del CorrierePierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille!, chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…”. Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista:”Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano”.

Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del “brichettu” (il cerino). E vennero i famigerati “ganci di Genova”, coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo.

Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: “Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione”. E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo… I giudizi su Pertini nei diari del suo compagno di partito Pietro Nenni furono perfino più aspri; un ritratto feroce di lui scrisse Marco Ramperti. Francesco Damato ricordò: “Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita”. Poi fu proprio l’onda emotiva dell’assassinio Moro e l’asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale.

Da poco Presidente della Repubblica, nel pieno infuriare del terrorismo rosso e con tante vittime, Pertini disse agli operai di Marghera: “Sono stato un brigatista rosso anch’io” per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo “briganti”, così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso “un brigatista rosso”. Anche questo fu Sandro Pertini, oltre il suo coraggio e la sua coerenza, al di là del fumo della pipa e dell’incenso…

MV, La Verità 24 febbraio 2020

Da

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-presidente-impertinente-2/

Ponti a rischio: ancora 3.500 quelli senza controlli e manutenzione in Italia


di Milena Gabanelli

L’allarme era stato lanciato un anno fa: 992 ponti che attraversano le strade e autostrade italiane gestite da Anas, costruiti in buona parte negli anni Sessanta, risultavano senza padrone. Non avevano cioè un proprietario certo che provvedesse alla manutenzione. La mappa era stata realizzata dopo che ci scappò il morto: anno 2016, cavalcavia di Annone, dietro il crollo si scoprì l’assenza di manutenzione dovuta al fatto che nessuno sapeva di doversene occupare, mentre il traffico pesante continuava a passarci sopra. In attesa di capire se queste strutture sono in carico a Province, Comuni o Consorzi, Il Ministero delle Infrastrutture tranquillizzava dunque tutti chiedendo ad Anas di sorvegliarli «al fine di assicurare l’incolumità della vita umana», scriveva preoccupato il direttore generale del Trasporto stradale, Antonio Parente. Un anno dopo a che punto siamo? I ponti in questione sono stati controllati? L’incolumità è stata garantita? Risposta: ci sono ancora 763 cavalcavia senza proprietà e su questi non sono state fatte le ispezioni approfondite, previste per legge con cadenza annuale, ma soltanto quelle «a vista» dei cantonieri. Anas ci scrive che comunque non sono emerse criticità tali da richiedere interventi di manutenzione.

Il caso Campania

La lista degli «anonimi» non è mai stata resa nota, ma nel gennaio 2019 Dataroom ne aveva individuato alcuni sulla trafficatissima Statale 7 bis in Campania. A Orta di Atella (Caserta) l’allora sindaco Andrea Villano, professione ingegnere, ne aveva chiusi due al traffico perché nel manto stradale si erano aperte delle grosse fessure e sulla Statale cadevano pezzi di impalcato. Siamo tornati sul posto pochi giorni fa: nessun intervento è stato fatto, i due ponti sono sempre più malandati, i calcinacci continuano a cadere sulla strada, e i buchi sono sempre lì. Eppure per Anas «non sono emerse forti criticità». «Ma se cade il calcestruzzo sulla Statale, com’è possibile che non sia necessario un intervento?», si stupisce l’ingegner Villano, mostrando i pezzi di cemento che si staccano a mano. Mentre sugli stessi cavalcavia, sempre ufficialmente chiusi al traffico, passano auto, camion, trattori. E, sotto, il serpentone delle auto corre incessante.

L’allarme sugli altri 3.572 ponti

Come va invece sui 14.500 ponti e viadotti che hanno una proprietà certa e Anas deve gestire? Un mese fa sul tavolo della ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, è arrivato un documento. Era accompagnato da una lettera firmata da Gianni Armani, l’ex amministratore delegato di Anas, il quale, venuto in possesso dei dati sorprendenti sull’attività di sorveglianza, ha voluto informare il governo «per ragioni di sicurezza del Paese», dice. Il documento riporta i dati riguardanti le ispezioni registrate fino a dicembre 2019: quelle sui ponti principali e critici si sono fermate a neppure un terzo del dovuto, le verifiche sulla pavimentazione azzerate e i nuovi camion dotati di laser scanner fermi in magazzino per l’intero anno. Veniamo al dettaglio delle ispezioni. Secondo l’ultimo aggiornamento i ponti da sorvegliare nel 2019 erano 4991. Si tratta delle ispezioni obbligatorie per legge da effettuare da parte di ingegneri qualificati sui viadotti principali (quelli con campata di luce superiore ai 30 metri di lunghezza), e critici (segnalati dai cantonieri per lo stato di salute non ottimale). Nell’anno appena concluso ne sono state fatte 1419, il 28%. Nel 2018 erano state il 56%. Un’attività di fatto dimezzata rispetto all’anno precedente. Significa che oggi Anas potrebbe non conoscere le condizioni in cui si trova il 72% delle sue strutture più delicate.

Stesso discorso, seppure in misura meno importante, vale per le ispezioni trimestrali, quelle «a vista» , a carico dei cantonieri: validate il 69%. Nel 2018 erano state l’88%. Questi sono i numeri registrati dal sistema Bms, che monitora lo stato di sicurezza delle opere e programma gli interventi di manutenzione straordinaria. È stato varato nell’ottobre del 2017 dopo il crollo del cavalcavia di Annone. Fino ad allora, Anas non aveva infatti alcun sistema di monitoraggio.

Dal Piemonte alla Sicilia: dove mancano i controlli

In questo quadro generale devono essere fatti dei distinguo. Ci sono regioni, come Piemonte e Friuli Venezia Giulia, in cui la verifica obbligatoria annuale segna «zero», quando ne erano invece previste rispettivamente 205 e 64. Le Marche ne hanno registrata una su 271, Autostrade Siciliane, zero ispezioni su 348 da fare. L’Autostrada del Mediterraneo, cioè la Salerno-Reggio Calabria, che ha dentro il viadotto Stupino e il viadotto Italia, fra i più alti d’Europa: 7 strutture ispezionate su 574. Sul fronte opposto, invece, la Liguria, dove l’Anas ha passato al setaccio 201 ponti quando avrebbe dovuto ispezionarne solo 18, andando così ben oltre il dovuto, caso unico in Italia. Uno zelo dovuto forse ai disastri che hanno colpito la Regione.

Azzeramento ispezioni sulla pavimentazione

Nel corso dell’anno i chilometri di carreggiata da tenere sotto controllo, sono aumentati da 26.373 a oltre 29 mila, a causa del passaggio di diverse strade provinciali nell’alveo di Anas. Per le «ispezioni sulla pavimentazione» che registrano le condizioni dell’asfalto, lo scorso dicembre il sistema sfornava uno zero tondo. Allo scopo di programmare e realizzare gli interventi, nei primi mesi del 2018, era entrato inoltre in funzione il sistema Pms, finalizzato a una manutenzione tempestiva e puntuale delle nostre strade. Prevede l’utilizzo di mezzi mobili attrezzati con laser scanner che verificano l’asfalto, tenuta, rugosità, buche… Nel 2018 ne erano stati acquistati 4 (su un totale di 8 previsti a regime) che avrebbero dovuto battere in lungo e in largo la Penisola. Eppure nel 2019 questa attività sembra essersi fermata.

Risorse disponibili: 30 miliardi

Mancano forse i fondi? No. L’Anas dispone infatti di risorse importanti. Il contratto di programma stipulato con il Ministero delle Infrastrutture aveva stanziato per il quinquennio 2016-2020 23,4 miliardi,aumentati lo scorso anno a 29,9, più della metà per la manutenzione programmata, l’adeguamento e la messa in sicurezza di ponti, gallerie e pavimentazione, al punto da far scrivere alla stessa Anas che «questo ci consentirà di disporre di fondi rilevanti per la manutenzione e la messa in sicurezza della rete autostradale esistente». In più, per il biennio 2019-2020, ben 2,7 miliardi sono stati destinati alla manutenzione straordinaria. Sono stati spesi meno di 200 milioni. Cosa non funziona?

Corruzione in Sicilia, Toscana e Friuli Venezia Giulia

La mancanza di un controllo sistematico e trasparente delle strade non può che favorire fenomeni corruttivi. Se non carichi a sistema i risultati delle ispezioni, puoi gestire come ti pare i rapporti con le aziende. È il caso dei funzionari Anas di Catania e degli imprenditori recentemente arrestati in Sicilia per tangenti. Dalle indagini della Guardia di Finanza è emersofatturavano lavori di manutenzione che venivano eseguiti solo parzialmente, in modo da spartirsi il residuo. Oppure registravano in contabilità la sostituzione di barriere di sicurezza mai avvenuta. A Trieste sono in corso indagini su un sistema di spese gonfiate nella manutenzione delle strade e di mazzette a un paio di dipendenti Anas. A Firenze sono state rinviati a giudizio in 18 per corruzione e abuso d’ufficio, fra cui 4 funzionari Anas. Fra le accuse quella di aver affidato lavori in urgenza senza che ci fosse l’urgenza e affidamenti diretti quando invece necessitava una gara d’appalto. Si trattava di asfaltature, manutenzioni straordinarie di ponti e viadotti.

Chi controlla Anas?

E il Ministero delle Infrastrutture, al quale spetta il controllo dell’attività di Anas, cosa dice? Risponde che, in merito ai propri ponti «si è in attesa da Anas della relazione 2019»; quanto ai cavalcavia anonimi «Anas ha assicurato di aver messo in essere processi di sorveglianza e controllo analoghi a quelli per ponti e cavalcavia di proprietà». Come dire, l’oste ha detto che il suo vino è buono. È il caso di precisare che sui ponti non di proprietà che richiedono manutenzioni urgenti (come il caso della Campania), basta chiedere al Ministero l’autorizzazione ad utilizzare le risorse esistenti. Insomma, chi dovrebbe controllare Anas, il Mit, dice che si fida del controllato. E il controllato, Anas, dice che va tutto bene. A guidare Anas è l’amministratore delegato Massimo Simonini, un manager interno senza esperienza di programmazione e controllo, voluto un anno fa dal ministro Danilo Toninelli. A dicembre era stato sfiduciato dal cda, e poi miracolosamente salvato. Anche Toninelli, che aveva scarse competenze di Infrastrutture, è stato sostituto e al suo posto ora c’è Paola De Micheli. Laurea in scienze politiche, De Micheli è una manager del settore agroalimentare, già sottosegretario all’economia e alla Presidenza del Consiglio e non memorabile commissario straordinario alla ricostruzione del terremoto del Centro Italia. Pure lei si cimenta per la prima volta con le Infrastrutture, e magari ritiene Anas adatta a prendersi la concessione dei 3.000 km di Autostrade.

 

 

 

 

Da

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ponti-viadotti-pericolosi-anas-3500-ponti-fuori-controllo-763-senza-proprieta/b79e6a4c-3ac7-11ea-9d89-0cf44350b722-va.shtml

“Euro? Dobbiamo ammettere che è stato un errore” dice Matolcsy


«È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è in giro un pericoloso dogma, secondo il quale l’euro sarebbe stato un “normale” passo avanti verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma creare una valuta comune europea non è stato affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta. Due decenni dopo il lancio dell’euro, mancano ancora la maggior parte dei pilastri necessari per una moneta globale di successo – uno Stato comune, un bilancio che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle Finanze della zona euro e un ministero per esercitare questo ruolo». Lo dichiara Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca Centrale ungherese, in un editoriale sul Financial Times, tradotto da Voci dall’Estero.

“L’Euro, una trappola della Francia”

Raramente, osserva Matolcsy, «ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare una valuta comune: è stata una trappola della Francia. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora Presidente francese, temeva il crescente potere tedesco e credeva che convincere il Paese a rinunciare al marco tedesco sarebbe bastato a evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’ euro il prezzo da pagare per una Germania unificata».

«Erano entrambi in errore» sottolinea. «Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di un’altra forte potenza tedesca. Ma anche i tedeschi sono caduti nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più potente macchina di esportazione globale dell’Unione europea».

Pochi vincitori e molti perdenti grazie alla moneta unica

Questa opportunità inaspettata, afferma il governatore della banca centrale ungherese, «li ha riempiti di soddisfazione. Hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture o di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti».

La maggior parte dei paesi della zona euro, sostiene, «ha avuto un andamento migliore prima dell’euro che dopo la sua entrata in vigore. Secondo l’analisi del Center for European Policy nei primi due decenni di euro ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti. Non era certo stata necessaria una valuta comune per le storie di successo europee di prima del 1999, e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito. Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica dell’Eurozona del 2011-12 la maggior parte dei paesi membri è stata colpita in modo pesante, avendo accumulato enormi debiti pubblici. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto in seguito».

Da

https://oltrelalinea.news/2019/11/04/euro-dobbiamo-ammettere-che-e-stato-un-errore-dice-matolcsy/amp/

 


 

Carola Rackete ora riceve pure “l’applauso” della Cassazione: “Da parte sua adempimento del dovere”

La Cassazione scrive un’altra pagina nel processo di beatificazione di Carola Rackete. I supremi giudici infatti hanno ritenuto “corretta” la decisione del Gip di Agrigento di non convalidare l’arresto della comandante della Sea Watch 3 perché – si evince leggendo le motivazioni della sentenza del 17 gennaio, pubblicate oggi – lei ha fatto solo il suo dovere. Anche speronando la nave della Guardia di Finanza.

Le “prodezze” di Carola Rackete

Com’è noto, la comandante della Sea Watch 3, dopo aver forzato il blocco che le impediva di portare la nave con 42 migranti all’interno delle acque territoriali italiani, decise anche sarebbe approdata a Lampedusa a ogni costo. Così, nell’eseguire quella manovra proibita, finì anche per speronare la nave della Guardia di Finanza che le impediva il passaggio. Per questo fu posta agli arresti, salvo poi essere scarcerata per decisione del Gip.

Per la Cassazione ha fatto solo il suo dovere

Ora i giudici di piazza Cavour, che con la loro decisione di gennaio hanno respinto il ricorso della Procura contro la scarcerazione, ci fanno sapere attraverso le motivazioni che agì “in adempimento del dovere di soccorso in mare”. “L’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma – scrivono – comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro“. Dunque, anche per loro, come per la gip di Agrigento Alessandra Vella, Rackete, non ha commesso il reato di resistenza e violenza a nave da guerra. Anche perché, scrivono gli ermellini, “le navi della Guardia di finanza sono certamente navi militari, ma non possono essere automaticamente ritenute anche navi da guerra”.

Un “invito” a fare dell’Italia il campo profughi d’Europa

«La Corte Suprema italiana ha confermato oggi che non avrei dovuto essere arrestata per aver salvato delle vite», twittò dopo la sentenza Rackete. «Questo – aggiunse – è un verdetto importante per tutti gli attivisti di salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito per aiutare le persone bisognose». L’indirizzo, dunque, è chiarissimo: chiunque può decidere di fare del nostro Paese il “campo profughi d’Europa”, speronando anche una nave militare in servizio, e farla franca. Anzi, ricevendone anche un plauso per il proprio senso del dovere. Non a caso la stessa Rackete si è già detta disponibile a reiterare.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/02/carola-rackete-ora-riceve-pure-lapplauso-della-cassazione-da-parte-sua-adempimento-del-dovere/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Germania, i reati sessuali dei ‘migranti’ raddoppiano dopo un anno


La settimana scorsa, ad Amburgo, il tribunale ha decretato che unimmigrato 29enne iracheno, Ali D., non può essere ritenuto colpevole dell’accusa di violenza sessuale su minore (l’uomo ha abusato di una ragazzina di tredici anni) perché non poteva sapere che avesse meno di 14 anni (in Germania gli under 14 vengono considerati dei bambini). La corte gli ha allora mostrato clemenza non solo perché l’uomo ha confessato il reato, ma perché, avendo commesso la violenza da ubriaco, aveva una “responsabilità ridotta” (verminderte Schuldfähigkeit). A Berlino un tribunale ha invece assolto un 23enne turco accusato di stupro perché la sua vittima non ha potuto dimostrare di non essere consenziente. La corte, nell’ascoltare la deposizione in cui la donna raccontava di essere stata spinta tra le sbarre d’acciaio della testata del letto, ripetutamente violentata per oltre quattro ore, di aver gridato e pregato l’uomo di fermarsi, finché, esanime, non ha ceduto, la corte, dicevamo, le ha chiesto: “E’ probabile, allora, che in quel momento l’uomo abbia pensato che lei fosse d’accordo?”. E’ così che i giudici hanno stabilito che risultava loro impossibile determinare se si trattasse di uno stupro o semplicemente di “sesso selvaggio”, secondo la cultura turca.

In Austria la Corte Suprema ha ridotto la pena da sette a quattro anni ad un certo Amir A., 21enne iracheno accusato di aver violentato un ragazzino di 10 anni in una piscina pubblica a Vienna. Durante il processo, lo stupratore ha confessato di aver violentato il ragazzo, ma solo perché si trovava in “emergenza sessuale“, era, infatti, in “astinenza” da quattro mesi. E ancora, due agenti di polizia sono stati licenziati quando, dopo mesi, è stata decretata l’assoluta incapacità di intervenire, per non parlare di vera e propria inerzia (secondo quanto riportato dai media locali), alle richieste di aiuto di un ragazzo che non sapeva come reagire mentre la sua fidanzata veniva violentata da un branco di immigrati nella riserva naturale di Siegaue (in provincia di Bonn).

Potremmo continuare con questa cronaca dell’orrore dalla Germania e dintorni ma sono due gli elementi che ricorrono con un’inerzia disarmante: la solita corona di locuzioni per descrivere i criminali in ossequio al politicamente corretto (“dalla pelle scura”; “individuo dall’aspetto straniero”; “una persona del sud”, “un uomo che parla male il tedesco”), e i tremendi alibi presi per buoni, “ero ubriaco” o “non sapevo che la violenza sessuale qui fosse un crimine” con cui si fanno scudo i colpevoli. Purtroppo la deliberata e incessante mancanza di attenzione da parte delle autorità per l’emergenza stupri in Germania risalta ancora maggiormente se guardiamo ai numeri drammatici dei rapporti pubblicati dalla polizia. Il 27 aprile la BKA, la polizia federale criminale, ha infatti mandato in stampa un rapporto sulla “Criminalità nel contesto della migrazione” (Kriminalität im Kontext von Zuwanderung), in cui si registra un incremento di quasi il 500% di crimini sessuali commessi da immigrati (aggressioni sessuali, stupri e abusi sessuali sui minori) nel corso degli ultimi quattro anni.

Dal rapporto viene fuori che gli Zuwanderer (categoria che in tedesco indica i richiedenti asilo, i rifugiati e gli immigrati illegali) sono risultati i colpevoli di 3.404 reati sessuali nel 2016, circa nove al giorno. Il 102% in più rispetto al 2015 quando di simili reati imputabili agli immigrati ne erano stati contati 1,683 – circa cinque al giorno. Nel 2014, invece, erano circa tre al giorno – 949 crimini sessuali all’anno. Nel 2013 circa due al giorno – 599 crimini sessuali all’anno. Numeri che a quanto pare di anno in anno peggiorano. Il rapporto disegna anche una chiara cartina geografica del flusso di immigrati in Germania: la maggior parte dei colpevoli dei reati commessi nel 2016 venivano dalla Siria (aumentati del 318,7% dal 2015), dall’Afghanistan (aumentati del 259,3%), dall’Iraq (aumentati del 222,7%), dal Pakistan (aumentati del 70,3%), dall’Iran (aumentati del 329,7%), dall’Algeria (aumentati del 100%), e dal Marocco (aumentati del 115,7%).

Qualcuno obietterà che i reati di tipo sessuale in Europa non sono una novità, ma è semplicemente un modo per coprire non solo la gravità di questi dati, bensì il silenzio omertoso che circonda questa emergenza. Qualcuno sostiene invece che è razzista sottolineare e valutare in maniera differente un reato solo perché a compierlo è un immigrato clandestino (parola, guarda caso, scomparsa dai dizionari occidentali). Può darsi che giuridicamente abbiano ragione, ma davvero tutto può svolgersi nel perimetro del diritto? Davvero non possiamo porci domande di natura sociale, culturale, e soprattutto etica, davanti alla realtà che stiamo raccontando? Senza scomodare, per questo, puritani e sanculotti.

Qualcun altro, poi, vuole che la nostra sia una perversa “ossessione”. Da tempo, ormai, si è smesso di parlare di “integrazione“, ma solo di “accoglienza” protetta dalla mano lunga del multiculturalismo. Un comodo sofisma, elaborato perché ribaltare la prospettiva vorrebbe dire imporre rispetto “al padrone di casa”: integrazione richiede prima di tutto di essere accettati dalla società. Invece nell’ideologia multikulti accoglienza è sinonimo di lasciare pieno diritto a occupare un territorio senza il “futile” intralcio di adattare il proprio comportamento.

E’ così che l’Europa ha smesso di essere la culla della civiltà per trovarsi a rappresentare il primo prototipo di assembramento di individui atomizzati in una comunità ri-tribalizzata. A tenere insieme gli occidentali non è più un comune sentire, né una cultura che ha partorito quel che il mondo ci invidia e copia, né quella bussola attraverso cui si è orientato (e ancora lo fa) il mondo orientale, né, tantomeno, un vincolo di sangue, ma la mera forza di uno Stato da cui sempre in meno si sentono rappresentati. Il risultato sono tutti gli stati fragili che hanno già perso il controllo delle varie Molenbeek d’Europa e che sono destinati a sgretolarsi.

Da https://loccidentale.it/germania-i-reati-sessuali-dei-migranti-raddoppiano-dopo-un-anno/

IL CASINO DELLE DONNE


Evidentemente il Pd è un partito di comici. Il capo compagnia è naturalmente Nicola Zingaretti che purtroppo non fa solo il politico (in quel mondo non mancano i clown), ma anche l’amministratore essendo part time anche governatore della Regione Lazio. Ieri vi abbiamo raccontato l’ultima idea tragicomica del capo della sinistra italiana: dare un contributo pubblico annuo di 700 mila euro alla Casa delle donne, occupata abusivamente da anni e gestita dalla associazione Lucha y Siesta presieduta dall’ex parlamentare comunista Maura Cossutta. Non ce lo eravamo sognati noi quel discutibilissimo contributo pubblico: l’aveva annunciato in un tweet alle 11 e 27 del mattino proprio Zingaretti, sia pure in un italiano stentato (o se vogliamo in romanesco). Eccolo qui: «Non potevamo permette che la Casa delle donne chiudesse (…) La Regione Lazio interviene con 700 mila euro l’anno per salvarla: crediamo in città fatte di comunità, non di soli palazzi e strade».
L’annuncio di quell’uso di soldi pubblici ha naturalmente scatenato mille polemiche, a cui però il segretario del Pd non ha ritenuto di replicare. Poi ieri mattina la Cossutta visto Il Tempo ha fatto un comunicato per dire che erano state pubblicate «fake news» e che quel contributo da 700 mila euro della Regione Lazio era «una cosa che non esiste e che non è mai esistita».
Ohibò, mi sono detto, avrò avuto le traveggole il giorno prima? Sono andato a ricercare il tweet di Zingaretti. C’era, ma non c’era più il riferimento ai 700 mila euro l’anno. Solo una solidarietà gratuita. Il segretario del partito dei comici si deve essere spaventato nottetempo, innestando una robusta retromarcia. Anche perché la Regione ha pochi soldi avendo vissuto da anni in commissariamento, e più che distribuire mance ad associazioni amiche del Pd dovrebbe fare il proprio dovere che spesso non fa. Come nel caso dei pazienti psichiatrici cui dovrebbe pagare cure che invece ha fatto pesare ingiustamente sulle loro tasche in modo illegale come ha stabilito in ultima istanza il Consiglio di Stato. Pensava però di cavarsela sbianchettando la sciocchezza annunciata: chissà, forse non se ne sarebbe accorto nessuno.
L’operazione maldestra è però saltata all’occhio e ieri pomeriggio per la comica finale il suo ufficio stampa ha dovuto fare un comunicato così: «Le notizie che circolano in queste ore sul finanziamento da parte della Regione Lazio di 700mila euro a favore della Casa Internazionale delle Donne di Trastevere sono frutto di un errore della nostra comunicazione». Insomma Zingaretti aveva annunciato di regalare soldi alla associazione amica a sua insaputa. In realtà la gaffe nasconde un piano svelato troppo presto: la Regione Lazio sta infatti preparando un provvedimento quadro per dare linfa in abbondanza con risorse pubbliche non solo alla associazione della Cossutta, ma anche ad altre di amichetti e amichette del partito delle comiche. E lì per i contribuenti ci sarà davvero da piangere.
La notizia dei 700 mila euro l’anno è semplicemente uscita troppo in anticipo rischiando di compromettere un piano assai più generoso con cui fare ridere tutta la compagnia.
E a proposito di comiche, ieri proprio a fianco di Zingaretti, ci ha fatto divertire molto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che dovendo fare un comizio in un piccolissimo teatro del centro per la sua campagna elettorale (lo hanno candidato nel primo collegio di Roma nella speranza di dargli lo scranno che fu di Paolo Gentiloni), se ne è uscito con un’altra barzelletta: «L’Italia», ha detto, «come paese europeo non è in grado di esercitare il proprio ruolo se non ha una Capitale all’altezza. E Roma oggi è sotto finanziata». Vero, Gualtieri: diamo un po’ una strigliata al governo in carica guidato da Giuseppe Conte che non la finanzia e soprattutto al suo ministro dell’Economia che non apre i cordoni della borsa. Come si chiama già? Gualtieri? Proprio simpaticoni questi del Pd.
Da https://www.iltempo.it/roma-capitale/2020/02/20/news/nicola-zingaretti-pd-da-soldi-alla-casa-delle-donne-roma-poi-marcia-indietro-scandalo-regione-lazio-1283145/

LA VERITA’ SCOMODA SU COVID-19 di Adriano Màdaro


SOLLEVAZIONE, malgrado il distinguo della redazione, è stato probabilmente il primo media on-line a smascherare il Corona-Virus come atto di guerra ibrida dell’anglosassone MI6.

A differenza dei complottisti, io ho parlato e continuo a parlare di Guerra Politica non ortodossa attivata dall’elite globale anglosassone-sionista. Di contro a certi teorici complottisti, non sparo a vanvera nel mucchio, citando alla rinfusa Mossad e Cia; ho indicato nel reparto politico e geopolitico di elite operativa dell’MI6 l’avanguardia operativa di una simile azione.

La storia di intelligence rimanda quasi sempre a russi e inglesi, israeliani e americani sono scolari e seconde linee. Se i reparti patriottici cinesi avessero ad esempio condiviso con controparti russe news strategiche non sarebbero andate incontro a tale debacle, in cui quasi sicuramente un ruolo è stato giocato da una fazione,  del Partito comunista cinese, filoccidentale e filobritannica.

Per l’azione di guerra ibrida Corona-Virus ho rimandato all’utilizzo di nanodroni e alla tentata riprogrammazione del DNA virus, dal punto di vista politico abbiamo presunto di indicare, come ipotesi di lavoro, il fine in una nuova Yalta mondiale con Xi Jinping che faccia lo Stalin della situazione. Ove Xi Jinping cedesse su tale linea, il Sionismo mondiale e MI6 interromperebbero azioni di propaganda e di guerra anticinesi e si andrebbe verso una nuova era mondiale storica anglocinese con il popolo russo e il grande territorio della Russia quale legna da ardere.

Sul fuoco della spartizione planetaria se Xi Jinping non cede e resiste, sono sempre più probabili le possibilità che gli anglosassoni saranno finalmente estromessi dal dominio globale e si andrà verso un multipolarismo globale. Qualsiasi altra interpretazione, economicistica, complottistica, neo-malthusiana, non basata insomma sul principio della Guerra Politica non ortodossa non coglie a nostro avviso nel segno e rischia di essere anzi portatrice di ulteriore confusione.

Infine, a differenza di sovranisti, complottisti e patrioti vari, per noi non esistono angloamericani buoni (Brexit, Trump, liberatori del ’45 o dell’Afghanistan ecc).  Il saggio di Adriano Màdaro sul Corona-Virus è quanto di più equilibrato ed anticomplottista sia stato pubblicato negli ultimi giorni. Merita di essere letto. Unica precisazione: i brevetti di cui parla sono probabilmente inglesi, non statunitensi.  Chiunque voglia comprendere taluni meccanismi operativi dell’elite globale occidentale dovrebbe prima leggere con grande modestia e attenzione i testi della scienziata Rosalie Bertell. Poi giudicare i fatti contemporanei.

Dopo il mio ritorno dalla Cina giusto un mese fa, ho sostenuto nei miei post che l’eccessivo clamore dei media copre la verità sul coronavirus. Per me che sono un giornalista è inammissibile che giornali, telegiornali e programmi di approfondimento non abbiano indagato su alcuni dati oggettivi che se non svelano tutto ciò che vi è sotto questa storia, quantomeno ne autorizzano i dubbi.

Il coronavirus incubato ed esploso a Wuhan ha una sua storia precisa e impressionante, ma non divulgata. Non voglio fare commenti, ma soltanto esporre alcuni fatti documentati e documentabili, per i quali però è necessario avere la mente libera da condizionamenti ideologici o da partigianerie politiche. La Cina è sotto attacco, forse l’obiettivo finale potrebbe essere una guerra, guerra vera, con le armi. Vediamo perché.

Il problema non è solo sanitario né solo cinese. Le implicazioni geopolitiche sono molto chiare per chi le vuol capire. Il quadro che ne esce è molto diverso da quello rappresentato in coro dai media nazionali e internazionali. La sequenza di fatti che sto per elencare è a dir poco shoccante, e questo è il mio unico giudizio.

2014. La prestigiosa rivista scientifica inglese “Nature” annuncia la costruzione eccezionale a Wuhan di un bio-laboratorio comune sino-francese per lo studio dei virus infettivi letali sull’uomo. Al suo interno viene creato un laboratorio di “livello 4” nel quale opera attivamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità, istituzione strettamente collegata con il mondo esterno, Il che significa che il controllo non è tutto cinese, e il sito diventa di forte interesse per i servizi segreti.

2015. Negli Stati Uniti viene registrato un brevetto per una specie di “coronavirus attenuato”, cioè a bassa percentuale di mortalità rispetto ai numero di infettati, sull’ordine del 2-3 per cento, proprio come il virus di Wuhan. Questo brevetto sarebbe stato disponibile a partire dal 2018. A registrarlo è  una “Agenzia” inglese, “The Pirbright Institute” di Londra, con capitale maggioritario del Governo britannico, tra i maggiori sponsor l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Commissione Europea, e l’americana Bill & Melinda Gates Foundation.

2019. A marzo, da un Laboratorio di Microbiologia canadese pare “esca”, in circostanze abbastanza misteriose, un pacchetto di virus letali con destinazione, per quanto fu sospettato, il  laboratorio di Wuhan. Si tratterebbe di un’operazione che fu coperta dal massimo segreto, effettuata da una virologa di origini cinesi che da molti anni  vive e lavora in Canada. Episodio questo assai misterioso e sul quale sono in corso indagini sia da parte delle autorità accademiche e giudiziarie  canadesi che cinesi. Alle proteste  per aver tenuto la notizia segreta venne risposto che l’operazione faceva parte di uno speciale progetto di ricerca nell’ambito della salute pubblica mondiale.

18 ottobre 2019. Come ho già pubblicato qualche settimana fa il Johns Hopkins Center for Health Security, in collaborazione con il World Economic Forum e con la Bill & Melinda Gates Foundation, organizza a New York un incontro durato una intera mattinata con 15 leaders di “affari di governo e sanità pubblica” per simulare uno scenario di pandemia da coronavirus planetario (denominato “Event 201”) con 60 milioni di morti. La fiction ipotizzava l’esplosione del virus in Brasile. Da sottolineare che la Fondazione Bill & Melinda Gates da tempo finanzia generosamente la ricerca sui vaccini pandemici.

19 ottobre 2019 (14 giorni prima che si manifesti il primo caso di coronavirus a Wuhan il 2 novembre, giusto il periodo di incubazione) iniziano proprio a Wuhan i “Military World Games Wuhan-19”, i Giochi sportivi militari ai quali partecipano oltre diecimila atleti selezionati negli eserciti del mondo intero. La folta squadra americana, arrivata il 15 ottobre, consta di 182 elementi e si classificherà al 35° posto, con solo otto medaglie, 3 d’argento e 5 di bronzo. Davvero tutti atleti quei militari a stelle e strisce dal risultato sportivo così umiliante, che vede in testa Cina, Russia, Brasile e perfino l’Italia venticinquesima? Questa serie di eventi sorprende soprattutto per la straordinaria coincidenza con l’esplosione del “coronavirus” a Wuhan, in un periodo di gravi tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti

Wuhan è al centro della Cina, nodo ferroviario strategico per tutte le direzioni, porto fluviale per navi passeggeri dirette a Chongqing e Shanghai con scalo a Nanchino, aeroporto internazionale tra i più frequentati. E poi il periodo, così a ridosso del Capodanno lunare, la grande festa che muove centinaia e centinaia di milioni di Cinesi per un totale di oltre tre miliardi di biglietti ferroviari. Wuhan e il Capodanno, proprio il luogo giusto e il momento giusto per un virus “intelligente” che avesse progettato di assestare un duro colpo alla Cina, seminando il terrorismo batteriologico e attentando in maniera criminale all’avanzata economica di un Paese che ha appena portato fuori dalla povertà 700 milioni  di persone, con dieci anni  di anticipo sull’Agenda delle Nazioni Unite.

Coronavirus in Italia

di Matteo Orlando

 

Il Coronavirus è esploso in Italia, tanto che nel momento in cui scriviamo ci sono già 4 morti (i primi nativi europei uccisi dal virus) e più di 150 infettati.

Adesso l’epidemia minaccia l’Europa. In molti pensano che è questione di giorni e si registreranno focolai, più o meno estesi, anche in tutta l’Europa occidentale.

Le autorità italiane (nazionali, regionali e locali), per contenere i focolai più grande scoppiati fuori dall’Asia, hanno chiuso diverse città e paesi dopo che sono stati confermati i casi del micidiale virus e si attendono misure sempre più drastiche (o “draconiane” come le definiscono i sofisticati…).

Le città, tutte nel nord del nostro paese, sono tagliate fuori dal resto dell’Italia. In alcune regioni del nord Italia (scelta giusta) sono state chiuse le scuole fino al primo marzo e il primo ministro Giuseppe Conte ha annunciato che tutti i viaggi scolastici in Italia e fuori dall’Italia saranno sospesi (finalmente, dovrebbero essere vietati sempre…).

In quasi tutto il Nord Italia sono saltate diverse gare sportive di tutti gli sport, comprese alcune partite di calcio di Serie A (e chi se ne frega, verrebbe da dire!).

Giorgio Armani ha tenuto a porte chiuse la presentazione della sua collezione a Milano e gli studi televisivi di alcune tv, nazionali e regionali, sono rimasti senza pubblico (e chi se ne frega bis…).

Il Carnevale di Venezia è stato sospeso (e chi se ne frega ter… ogni Carnevale è un oltraggio alla decenza e una festa dei vizi, perché mai dovrebbe svolgersi?).

Con una scelta molto discutibile, invece, accettata supinamente dalle autorità ecclesiastiche, anche le varie liturgie sono state bloccate, molte chiese sono state chiuse (mentre le “cattedrali” del dio quattrino, i centri commerciali, rimangono aperte!) e chiunque sfidi le restrizioni rischia tre mesi di prigione e una multa di 250 euro.

Il primo ministro Conte ha affermato che la situazione è “fluida” e verrà valutata in base alla situazione. Un linguaggio politico, post moderno e post cristiano, che tradotto in soldoni vuol dire “non sappiamo che pesci pigliare”, un modo di fare che ha ulteriormente diffuso il panico, con una paranoia che si sta diffondendo più velocemente del virus.

Mentre c’è ancora chi pensa al disastro logistico ed economico (perché la loro vita è regolata solo sui soldi) nessuno ancora è riuscito a dire una parole chiara, “scientifica”, sulla rapida diffusione della malattia e sul come è arrivata in Italia…

La situazione è particolarmente preoccupante ma noi non vogliamo alimentare il panico. Questo perché confidiamo pienamente in Dio.

Per questo motivo vi invitiamo a pregare.

San Pio X, al secolo Giuseppe Melchiorre Sarto, 257º Papa della Chiesa cattolica (e proclamato santo nel 1954), attraverso uno degli ultimi Rescritti del suo Pontificato, emesso il 12 agosto 1914, volle concedere 300 giorni di Indulgenza, in perpetuo, applicabile anche alle anime purganti, a tutti coloro che, con devozione, recitassero le “Orazioni giaculatorie per allontanare i divini flagelli”, scritte da un altro grande santo, San Francesco Saverio Bianchi (1743-1815).

Ecco il testo per la nostra preghiera:

– Misericordia del mio Dio abbracciateci e liberateci da qualunque flagello. Gloria Patri…

– Eterno Padre, segnateci col sangue dell’Agnello Immacolato come segnate le case del Vostro Popolo. Gloria Patri…

– Sangue Preziosissimo di Gesù, nostro amore, gridate al Divin Padre misericordia per noi e liberateci. Gloria Patri…

– Piaghe del mio Gesù, bocche di amore e di Misericordia, parlate propizie per noi al Celeste Padre, nascondeteci in Voi e liberateci. Gloria Patri…

– Eterno Padre, Gesù è nostro e pur nostro è il Sangue ed i suoi meriti infiniti; noi a Voi offriamo tutto e poiché Vi è carissima questa offerta, liberateci, come sicuramente speriamo. Gloria Patri…

– Eterno Padre, Voi non amate la morte del peccatore, ma che si converta e viva; fate per Misericordia che noi viviamo e siamo vostri. Gloria Patri…

– Salva nos, Christe Salvator, per virtute sanctae Crucis; qui salvasti Petrum in mari, miserere nobis.

– Maria, Madre di Misericordia, pregate per noi e saremo liberi.

– Maria, nostra Avvocata, parlate per noi e saremo salvi.

– Il Signore giustamente ci flagella per i nostri peccati; ma Voi, o Maria, scusateci perché nostra Madre pietosissima.

– Maria, nel Vostro Gesù ed in Voi abbiamo poste le nostre speranze; non fate che restiamo confusi.

Salve Regina…

Matteo Orlando

“Spin Parental” in Spagna


di Matteo Orlando

 

In Spagna da qualche mese si parla del “pin parental”, una modalità che dovrebbe dare la possibilità ai genitori di ritirare i loro figli da corsi scolastici che vanno contro i loro principi morali, per esempio quelli improntati all’ideologia gender. Si vorrebbe dare la possibilità ai genitori, attraverso l’uso di un documento, di dare il consenso esplicito alla partecipazione dei propri figli e delle proprie figlie alle attività complementari delle scuole, nel caso in cui il loro contenuto riguardi questioni morali socialmente controverse o la sessualità, o comunque vada contro i principi morali che i genitori desiderano trasmettere ai figli, perché invasive per la coscienza e l’intimità.

La proposta, nata anche a seguito dell’opposizione di alcuni gruppi come il Forum della famiglia alle attività organizzate in alcune scuole con il sostegno delle associazioni Lgbtqi+, è stata avanzata dal partito di destra Vox, guidato da Santiago Abascal, ed ha trovato l’appoggio anche del Partito Popolare di Pablo Casado.

Il pin parental, invece, è aspramente criticato dal governo delle sinistre, guidato da Pedro Sanchez, che sta orientando il paese iberico verso posizioni sempre più iper-progressiste. In particolare hanno preso posizione contro la ragionevole iniziativa le ministre della Pubblica Istruzione e dell’Uguaglianza.

Il pin parental era stato inserito nel programma di Vox e il partito ha cominciato a mettere in pratica questa promessa nella comunità autonoma di Murcia. Lo scorso agosto, il Ministero regionale della Pubblica Istruzione aveva inviato ad ogni scuola, dall’asilo al liceo, l’indicazione di richiedere il consenso della famiglia per le attività complementari. Inutile sottolineare che varie lobby si sono mosse per contrastare l’iniziativa. Così sindacati, opposizione e vari movimenti hanno fatto ricorsi anche perché in Spagna le attività complementari si svolgono durante l’orario scolastico e sono obbligatorie.

Vox ha poi ottenuto l’inserimento del pin parental nella legge di bilancio per il 2020, aprendo la strada a una modifica dei decreti che rendono obbligatorie le attività complementari.

Il dibattito, però, è subito uscito dalla comunità di Murcia, perché Vox sta cercando di ottenere l’approvazione dello stesso tipo di provvedimento anche nei comuni e nelle regioni dove è riuscito ad ottenere una buona porzione di voti.

Nelle ultime settimane ha preso posizione anche il nuovo governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez, leader del Partito Socialista (PSOE): ha promesso di fermare il pin parental.

La ministra della Pubblica Istruzione, Isabel Celáa ha chiesto ufficialmente al parlamento della Murcia di eliminare il pin parental e la ministra per l’Uguaglianza, Irene Montero, ha parlato di censura educativa.

Il 20 febbraio 2020 l’Associazione spagnola degli avvocati cristiani ha presentato una denuncia alla Camera penale della Corte suprema contro María Isabel Celaá, ministro dell’istruzione e della formazione professionale e portavoce del governo, per la violazione dei diritti individuali dei genitori in base all’articolo 542 del codice penale spagnolo.

L’organizzazione dei giuristi cristiani ritiene che la posizione della Celaá in merito al Pin parentale violi l’articolo 27.3 della Costituzione in cui si afferma che “le autorità pubbliche devono garantire il diritto dei genitori a far ricevere ai loro figli una formazione religiosa e morale che concorda con le proprie convinzioni”, l’articolo 16.1 che stabilisce “il diritto alla libertà ideologica, religiosa e religiosa”, l’articolo 39.3  che stabilisce “il dovere dei genitori di fornire assistenza ai propri figli in tutto”.

Gli avvocati cristiani hanno affermato anche che il capo della Pubblica Istruzione, con la sua posizione contro il Pin parentale, sta agendo contro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che stabilisce che “lo Stato, nell’esercizio delle funzioni assunte nel campo della educazione all’educazione, deve rispettare il diritto dei genitori a garantire questa educazione e questo insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”.

Il presidente degli avvocati cristiani, Polonia Castellanos, ha spiegato che non è ammissibile che un ministro vieti una misura, come il Pin parentale, che vuole rispettare i diritti di tutti i genitori.

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