Editoriale di Matteo Castagna per Affaritaliani.it del 29/11/25
L’Ucraina ha perso la guerra, di fatto, poco dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. L’ho detto e scritto più volte, ritenendo che l’analisi sulla situazione geopolitica che, da tre anni pone Marco Travaglio, al netto di qualche esagerazione, sia la più realistica, perché confermata dai fatti.
Dire la verità, senza servilismi o padroni, costa sempre un prezzo, in Italia. Il minimo è quello di essere etichettati come filo-russi, se si afferma che l’Ucraina ha perso sul campo di battaglia e che, se Zelensky continua ad appoggiarsi a determinati alleati europei, rischia di passare dalla sconfitta alla disfatta, anche a causa del rigido inverno alle porte. C’è una narrativa che preferisce la propaganda e una la menzogna. Poi c’è quella di Calenda e Severgnini, secondo i quali i cosacchi sarebbero già dovuti arrivare a Lisbona, mentre si sono limitati a riconquistare i territori russofoni dell’Ucraina, fra migliaia di giovani che fuggono per non finire al fronte, pochi militari e male armati, civili allo stremo e scandali clamorosi di corruzione, che lambiscono i piedi del Presidente.
Questa è l’estrema sintesi della situazione, che si vorrebbe tacere, per non ammettere che la UE e la NATO hanno sbagliato politiche sin dal 2014, con piazza Maidan, in un crescendo di errori di presunzione e pressapochismo che l’hanno portata ad esasperare gli animi, a mancare di equilibrio e senso di responsabilità, a co-produrre disperazione e morte in mezzo a una montagna di euro pubblici finiti chissà dove, finché Trump ha sparigliato le carte del “croupier” Joe Biden, ha chiuso i rubinetti, ha sbeffeggiato Zelensky, ha incontrato Putin come un caro amico in Alaska, ha messo Inghilterra, Germania e Francia con le spalle al muro attraverso un piano di pace “su cui poter discutere”, mentre Ursula faceva da spettatrice, dando in realtà, la sensazione di non essere mai stata realmente invitata al tavolo.
L’Agenzia internazionale Reuters ha riferito che lunedì 24 novembre, a Ginevra, una delegazione americana, capeggiata dal segretario di Stato Marco Rubio, dall’inviato speciale Steve Witkoff e dal segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ha incontrato quella ucraina, guidata dal capo di gabinetto del Presidente ucraino, Andry Yermak.
Il tema principale sul tavolo è stato, appunto, il piano di pace in 28 punti presentato la settimana scorsa dall’amministrazione di Donald Trump, a cui se ne è contrapposto un altro, elaborato dai principali Paesi europei, presenti anche loro al tavolo delle trattative. Perché due e non uno solo condiviso dagli alleati occidentali? Perché al Presidente USA non è chiaro fino a che punto i principali leader europei vogliano realmente la pace e quindi ha fatto da sé, costringendoli a prenderlo in esame. Così, ne è nato un altro, molto simile all’originale, che dimostra all’opinione pubblica che l’UE non è la cameriera dello Studio Ovale ma un Istituto serio, che conta nello scacchiere politico internazionale.
Rubio ha definito le riunioni come «le più produttive e significative finora in tutto questo processo, da quando siamo stati coinvolti fin dall’inizio». Per forza, ha bisbigliato qualche usciere, il lavoro l’hanno fatto gli americani e gli altri ci hanno messo le virgole…Ad ogni modo, il piano è stato ridotto a 19 punti. La nuova bozza ha generato «ottimismo» in entrambe le parti secondo le dichiarazioni di Sergiy Kyslytsya, viceministro degli Esteri ucraino che ha preso parte all’incontro, a detta sua «intenso e produttivo».
Secondo la Bcc, il nuovo piano – che non è stato ancora reso pubblico – avrebbe limato i punti giudicati più controversi della bozza Trump: Kiev avrebbe dovuto cedere l’intero Donbass, inserire in costituzione l’impegno a non entrare nella Nato e stabilire un tetto di 600 mila uomini per le Forze armate. Dato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina, ha definito l’accordo «significativamente modificato» in senso positivo, è probabile che siano queste le condizioni a essere state maggiormente riviste.
Sulla questione delle dimensioni delle Forze armate, Abc News ha già fornito una prima conferma. Dunque, la rivista di geopolitica Aliseo si chiede se siamo davanti ad un progresso o a un ritorno al punto di partenza? Ossia, quattro anni di guerra, orrore e miliardi di euro sono finiti nei cessi dorati di qualcuno, oppure sono serviti a qualcosa di buono per l’Ucraina?
Se per il Cremlino il piano di pace originale poteva costituire una base, come detto dal Presidente russo Vladimir Putin, durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, per una soluzione pacifica definitiva alla guerra, la nuova bozza rappresenterà un prevedibile passo indietro, su cui dover riflettere.
Visti i rapporti distesi fra i leader americano e russo, alla stesura del documento iniziale ha, infatti, partecipato uno degli uomini più fidati di Putin, Kirill Dmitriev, netto sulle posizioni di Mosca. A Ginevra la Russia non c’era, ma le condizioni del Cremlino erano ampiamente note agli uomini del Tycoon sin dal bilaterale in Alaska e
Quella bozza, insomma, secondo Putin avrebbe dovuto essere rielaborata insieme agli americani per avvicinarsi ulteriormente alle esigenze del Cremlino, partendo dal presupposto che molti dei punti sarebbero rimasti solamente sulla carta (come la garanzia di sicurezza stile articolo 5 garantita dagli Stati Uniti).
Perciò, la sensazione è che a Ginevra la Russia non fosse stata presente per consentire a Putin di prendere tempo per le valutazioni e la formulazione di un’ eventuale ulteriore controproposta. Nel frattempo, a morire sono i soldati e i civili ucraini, ad avanzare e bombardare sono i russi. Stavolta, il “croupier” delle carte in tavola potrebbe essere Vladimir Putin, perché, se inascoltato, si vedrebbe indotto a concludere nel sangue l’operazione militare speciale, complice il gelo.
Intanto, sempre la Reuters riferisce che il segretario dell’esercito americano, Driscoll, ha avviato ad Abu Dhabi nuovi colloqui con il capo dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, e una delegazione russa, con l’obiettivo di discutere con la controparte l’esito dei lavori di Ginevra e sondare la possibilità di un cessate il fuoco nel più breve tempo possibile. Tuttavia, è difficile scrollarsi di dosso l’impressione che i “progressi” diplomatici di questi giorni abbiano semplicemente riportato le parti al punto di partenza.
Secondo Cbs, l’Ucraina avrebbe accettato in linea di principio il nuovo piano di pace, sostenendo di condividere la maggior parte dei punti e di dover solo definire piccoli dettagli.
Meglio finirla con questo tira e molla, che sembra un teatrino sulle spalle di chi muore, perché «Putin è oggi molto più sicuro di sé dal punto di vista militare», osserva Tatiana Stanovaya del Carnegie Russia Eurasia Center. L’Ucraina è rimasta sostanzialmente sulla difensiva a seguito del fallimento della controffensiva del 2023 e dall’operazione nell’oblast russo di Kursk del 2024, che non ha prodotto risultati duraturi. Nel corso del 2025, le forze russe hanno continuato ad avanzare con un ritmo superiore ai 400 chilometri quadrati al mese e adesso città importanti come Pokrovsk e Kupiansk sono praticamente cadute nelle mani dei russi, che stanno conquistando anche Kostyantynivka.
La carenza di manpower si sta aggravando, i tassi di diserzione sono di 20mila persone al mese e l’attuale postura difensiva non deriva da una scelta strategica, ma da una necessità imposta dalla situazione sul terreno. Mosca continua ad assorbire perdite consistenti e mantiene una capacità di mobilitazione molto superiore a quella ucraina. Addirittura, una fonte dell’intelligence militare di Kiev ha spiegato alla Foundation for Defense of Democracies che la Russia dispone delle risorse necessarie per sostenere il conflitto per tutto il 2026 facendo ricorso al solo reclutamento volontario.
E’ realistico immaginare che la guerra terminerà solo quando la Russia avrà raggiunto, con la forza o attraverso un negoziato, i propri obiettivi strategici perché un eventuale incremento della pressione militare e/o economica da parte di Washington volto a riequilibrare i rapporti di forza sul campo e spingere la Russia a maggiori concessioni al tavolo negoziale rischierebbe di irrigidire ulteriormente il Cremlino, alimentare una pericolosa escalation e rafforzare ancora di più l’asse Pechino-Mosca. Proprio quel rapporto che Trump sta cercando di incrinare, nel tentativo di dividere il fronte delle potenze avversarie.
La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.
Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.
È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.
A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.
Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.
E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.
Si è conclusa giovedì 27 novembre, a Brema, la riunione dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), nella quale i paesi membri hanno definito il percorso di sviluppo dei prossimi programmi spaziali del nostro continente, probabilmente alla luce del fatto che oggi SpaceX di Elon Musk detiene, sostanzialmente, il monopolio dei satelliti in orbita.
I Paesi europei hanno deciso di incrementare del 30% gli investimenti spaziali per il prossimo triennio, portandoli a 22,1 miliardi di euro. Anche l’Europa si è resa conto che “lo spazio è estremamente attrattivo e necessario per la società” oltre che “sempre più importante per la sicurezza e la difesa”. Sono state queste le parole del direttore generale Josef Aschbacher.
L’Italia – riferisce Start Magazine – emerge come uno dei protagonisti e assume ufficialmente la presidenza della prossima conferenza, prevista nel 2028, che si svolgerà nel nostro Paese. E’ previsto anche che sarà italiano uno dei tre astronauti che parteciperanno alle prossime missioni sulla luna del programma Artemis della NASA.
Per il nostro Paese, l’impegno si è attestato a 3,5 miliardi di euro per i prossimi tre anni. L’Italia è, ancora una volta, tra i primi tre Stati più importanti dell’Esa: la Germania è in prima posizione, con 5,1 miliardi di euro, la Francia è seconda, con 3,7 miliardi di euro.
E in questo nuovo corso per lo spazio europeo con una crescita del 30% di investimenti, un tassello fondamentale è il nuovo progetto di osservazione della Terra a duplice uso dell’Esa, denominato “European Resilience from Space” (ERS), che potrebbe avere applicazioni sia civili che militari.
Il Financial Times sottolinea che tale piano, proposto dall’agenzia, ha ottenuto quasi tutti i finanziamenti richiesti. Mira a creare un “sistema di sistemi” di livello militare che metta in comune le risorse spaziali nazionali per fornire capacità di sorveglianza, comunicazione e navigazione sicure, nonché l’osservazione della Terra a fini climatici. Insomma, il rapporto tra spazio, controllo e difesa sta diventando sistemico nel Vecchio Continente, che, quindi, si prepara alla concorrenza, soprattutto cinese.
In questa linea va intesa la necessità complementare di reintrodurre in Italia un nuovo servizio militare su base volontaria, come già fatto in Francia e in Germania. A confermarlo è il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, in conferenza stampa a Parigi.
Le dichiarazioni di Crosetto arrivano parallelamente al progetto di Servizio nazionale universale (Snu) annunciato da Macron, che prevede un servizio militare per i giovani di 18 anni, su base volontaria, 25 anni dopo la fine della leva obbligatoria in Francia.
Come ricordava, sempre giovedì scorso, la BBC, il Belgio e i Paesi Bassi hanno introdotto un modello volontario, mentre la Germania sta preparando una misura analoga.
Secondo il ministro Crosetto “se la visione che noi abbiamo del futuro è una visione nella quale c’è minore sicurezza, va fatta una riflessione sul numero delle forze armate sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi. Noi abbiamo costruito modelli, in Italia, come in Germania, come in Francia, negli anni scorsi, che riducevano il numero dei militari. In questa nuova situazione, tutte le nazioni, non soltanto europee, mettono in discussione quei modelli che avevamo costruito 10-15 anni fa, e tutti stanno pensando di aumentare il numero delle forze armate”.
Con questa riserva militare ausiliare di diecimila volontari si arriverebbe così a recuperare il gap più volte lamentato dalle forze armate sulla scarsa presenza di uomini e donne a servizio della Difesa, che oggi sono poco più di 160mila.
La Difesa sta puntando a una riserva militare ausiliaria, articolata per specifiche competenze, pronta a essere attivata in caso di necessità.
“È uno schema che non è molto diverso da quello tedesco, perché prevede una volontarietà” – ha spiegato il ministro Crosetto ai giornalisti a Parigi. “Quello tedesco ha un automatismo che scatta, quello francese – da ciò che leggo – è totalmente volontario” ha aggiunto.
L’ANSA del 27 novembre ha ricordato che la riserva potrebbe essere composta da non oltre diecimila unità e si tratta di una disposizione già introdotta dalla legge 119 del 2022 dal precedente esecutivo, che forniva una delega al governo.
Nelle scorse settimane, in un suo discorso ai vertici militari, nella sede del Comando operativo di vertice interforze, il titolare di Palazzo Esercito ha detto che la legge 244, che fissa il limite sul personale della Difesa a 170mila unità, va “buttata via”, perché “lo spirito con cui è nata è morto” e i numeri vanno aumentati di almeno 30-40 mila unità.
La riserva potrebbe essere composta da ex militari o personale con determinate specifiche (sempre su base volontaria), impiegabile nei casi di necessità, durante eventuali conflitti e crisi internazionali, non impiegati sul fronte dei teatri operativi, ma per il supporto logistico e la cooperazione, senza escludere interventi, anche in caso di calamità, come già avviene per i militari.
Si tratterebbe di professionisti a disposizione del Paese, sempre aggiornati con addestramenti periodici e da attivare in determinati casi: dunque non un servizio obbligatorio, proprio perché la difesa oggi più che mai ha bisogno di esperti. Però, l’ “automatismo che scatta” alla tedesca prevede che, in caso di conflitto, i volontari possano diventare coscritti e, questo, ai fini pratici, ha molto poco di volontario…
Il ministro della Difesa Crosetto l’ha chiosato in politichese: “ognuno ha un suo approccio diverso, alcuni hanno addirittura ripristinato la leva. Sapete che in alcuni Paesi come la Svizzera la parte della riserva, in qualche modo, comprende tutti i cittadini fino a oltre 50 anni. Lo stesso sistema di Israele, ma la Svizzera è da 500 anni che non ha una guerra. Anche noi in Italia dovremmo porci il tema di una riflessione che, in qualche modo, archivi le scelte fatte di riduzione dello strumento militare e, in qualche modo, porti a un suo aumento: ci sono motivi di sicurezza che secondo me rendono importante farlo”.
A parere di chi scrive, quanto espresso a Parigi dal Ministro italiano non ha ricevuto l’attenzione dovuta. Ci si sta dicendo che spenderemo miliardi per la difesa e che sarà necessario aumentare i soldati per motivi di sicurezza, che non sono stati esplicitati. Si vede una minaccia nella Federazione Russa? Vladimir Putin ha dichiarato, per l’ennesima volta, che non intende muovere guerra all’Europa, aggiungendo, stavolta, che “sarebbe pronto anche a metterlo per iscritto”. Del resto, l’Ucraina ha perso la guerra, Trump vuole starne fuori, che interesse avrebbe lo zar ad un’azione così priva di senso e azzardata, cui potrebbero credere solo Calenda e Severgnini?
Schlein, per la prima volta, non ha chiesto a Meloni di riferire in Parlamento in merito ai termini di questa necessità di sicurezza, ossia chi e cosa temono i nostri servizi di intelligence e su quali basi concrete? Ma si sa che, anche lei, spesso, è persa sulla luna…
Perciò Crosetto l’ha prevenuta, intervistato dal TG1: “penso che l’Italia debba riflettere su un nuovo modello di difesa, che sia proporzionato ai tempi difficili che stiamo vivendo. E questa è una delle cose che vanno fatte in Parlamento, al di là della maggioranza di governo, perché le scelte del modello di difesa del futuro sono scelte che riguardano un paese intero, uno Stato, una nazione, non soltanto la maggioranza”
Se questa fosse una mossa meramente politica, sarebbe una “preparazione light” per sostituire l’inapplicabile riarmo, chiesto da Ursula von der Leyen, senza farle perdere completamente la faccia. Allora, la base volontaria potrebbe essere eterna, l’aumento dei militari potrebbe rimanere sulla carta e l’implementazione spaziale potrebbe risultare una sorta di allineamento alle superpotenze globali.
Dunque, per il ministro della Difesa, l’ultima parola spetta alle Camere: “Io penso di proporre, prima in Consiglio dei ministri e poi in Parlamento, una bozza di disegno di legge, da discutere, che garantisca la difesa del Paese nei prossimi anni e che non parlerà soltanto di numero di militari, ma proprio di organizzazione e di regole”. Augurandoci che vengano spiegati meglio i presupposti e i supposti motivi per cui, in meno di un decennio si sia passati dal disarmo alla necessità di una difesa così ampia, costosa e strutturata.
I dati sono ancora quelli provvisori, ma le percentuali di adesione allo sciopero generale di ieri sono talmente bassi che si può serenamente parlare di flop. Stando alla rilevazione del “Cruscotto scioperi” del Dipartimento Funzione pubblica alla mobilitazione ha partecipato il 2,63% del personale in servizio, «al netto degli assenti per motivi diversi dallo sciopero».
Il flop nel report del “Cruscotto scioperi” della Funzione pubblica
Nell’intestazione del documento si legge che il monitoraggio fa riferimento allo «sciopero generale proclamato da Adl Cobas, Clap, Sial Cobas, Confederazione Cobas, Cub, Fi-Si, Flai Rs, Usb, Usi, Usi 1912 e Usi Cit»; a quello del comparto scuola, università e ricerca proclamato da Unicobas scuola & università; a quello del settore scuola proclamato da Cobas scuola Sardegna e dal sindacato sociale di base.
Il report, elaborato alle 20 sulla base dei dati inseriti in procedura Gepas, ovvero la procedura telematica obbligatoria per le pubbliche amministrazioni per comunicare i dati relativi agli scioperi del pubblico impiego, parlano di un’adesione delle funzioni centrali al 10,48%, ma si tratta dell’unica percentuale a due cifre, a fronte di numeri che per gli altri comparti non raggiungono quasi mai il 2% e spesso restano sotto l’1%.
Per quanto riguarda le funzioni locali l’adesione registrata si attesta all’1,83%, nel comparto istruzione e ricerca arriva all’1,98%, nelle Province autonome si è fermato allo 0,4%, nelle Regioni a statuto speciale è arrivato all’1,28%, nella sanità si parla dello 0,35%, per la Presidenza del consiglio all0 0,6%, nel corpo nazionale dei vigili del fuoco al 3,83%.
Pure i “duri” metalmeccanici danno forfait: adesioni sotto il 3%
Anche fuori dal pubblico impiego le adesioni risultano scarse. La Verità riferisce che, secondo le proprie informazioni, fra i metalmeccanici la partecipazione non ha superato il 3% sebbene le sigle coinvolte siano state Cobas, Usb, Ugl metalmeccanici, Confsal e altri. Prossima allo zero poi la partecipazione nell’edilizia. Percentuali più alte si sono registrate, invece, nel settore dei trasporti, dove l’adesione media riferita da alcuni sindacati sarebbe stata dell’11-12%, ma con differenze fortissime da città a città: a Roma, secondo quanto riferito da “Roma servizi per la Mobilità” l’adesione tra il personale Atac è arrivata al 25,9%; a Milano tra il personale Atm l’adesione è stata pari a zero. Per quanto riguarda i treni, l’Usb ha riferito di un 30% di cancellazioni.
L’effetto annuncio: per i cittadini il danno e la beffa
L’allarme, dunque, è stato certamente superiore alla resa, ma non ai disagi, visto che molti italiani hanno stravolti i piani della giornata per timore di ritrovarsi in un Paese bloccato che, invece, alla prova dei fatti non c’è stata. E, insomma, come sempre a pagare sono stati i cittadini, che oltre al danno hanno anche dovuto fronteggiare la beffa della sua inutilità.
Salvini: «Più preavviso, adesione preventiva e cauzione per i danni»
Un tema sul quale oggi si è soffermato il ministro Matteo Salvini, parlando di un’adesione al 6%, probabilmente riferita al solo settore dei trasporti. «Come penso di regolamentare il diritto allo sciopero? Penso a un maggior preavviso e a un’adesione preventiva per evitare l’effetto annuncio. Spesso e volentieri il caos non deriva dall’adesione effettiva, ieri intorno al 6%, ma dall’effetto annuncio», ha spiegato, sottolineando che sarebbero opportuni «quindi maggior preavviso, adesione preventiva e, per evitare incidenti come ieri quando teppisti hanno assaltato e distrutto la sede del giornale La Stampa a Torino, anche una cauzione di chi organizza cortei e manifestazioni, che si deve far carico anche dell’educato svolgimento, perché in caso di danni non deve essere l’intera cittadinanza a pagare, ma chi non ha esercitato il controllo sui suoi manifestanti». «Questi sono degli esempi», ha concluso Salvini, ricordando poi che «i giorni della settimana sono sette. Se gli scioperi cadono sempre di venerdì, sarà una sfortunata coincidenza».
Il 30 agosto 2025, Andriy Parubiy, ex presidente del parlamento ucraino e figura chiave del Maidan, cammina per le strade di Leopoli. Un corriere della piattaforma di consegne Glovo si avvicina. In pochi secondi, otto colpi di pistola pongono fine alla vita di uno dei più controversi architetti dell’Ucraina post-2014. L’assassino fugge su una bicicletta elettrica, lasciando dietro di sé non solo un cadavere, ma una domanda che scuote le fondamenta del potere ucraino: chi sta eliminando sistematicamente le figure del nazionalismo radicale?
L’omicidio di Parubiy non è un evento isolato. È il terzo anello di una catena di sangue che si dipana da oltre un anno attraverso l’Ucraina occidentale, tradizionalmente considerata la zona più sicura del paese. Prima di lui, il 19 luglio 2024, era toccato a Iryna Farion, ex deputata ultranazionalista e linguista radicale, uccisa con un colpo alla testa davanti alla sua casa di Leopoli. Poi, il 14 marzo 2025, Demyan Hanul, attivista di estrema destra ed ex leader di Settore Destro a Odessa, venne giustiziato in pieno giorno nel centro della città portuale.
Un modus operandi che racconta una storia
L’analisi di questi tre omicidi rivela un pattern inquietante che va oltre la semplice coincidenza. Tutti e tre i bersagli erano figure controverse del nazionalismo ucraino, con un passato legato all’estrema destra. Tutti e tre sono stati eliminati con esecuzioni professionali in luoghi pubblici, quasi a voler mandare un messaggio. E, particolare ancora più significativo, sia Hanul che Parubiy avevano richiesto protezione statale nelle settimane precedenti alla loro morte, protezione che era stata sistematicamente negata.
Il deputato ucraino Artem Dmytruk ha rivelato che Parubiy aveva chiesto protezione solo due mesi prima di essere ucciso. Una richiesta respinta che solleva domande scomode: le autorità sapevano e hanno scelto di non agire? O peggio, c’era un interesse attivo nel lasciare questi individui esposti?
Le ipotesi sul tavolo: un labirinto di possibili mandanti
La pista della pulizia politica interna
L’ipotesi più credibile, secondo diversi analisti, punta verso una sistematica eliminazione della “vecchia guardia” nazionalista orchestrata dall’interno dell’establishment ucraino. L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik, pur rappresentando una fonte di parte, ha offerto un’interpretazione che trova eco anche in ambienti neutrali: i politici ucraini stanno “ripulendo il campo politico dai vecchi banderisti in previsione di ipotetiche elezioni”.
Questa teoria trova sostegno in diversi elementi concreti. Parubiy era membro del partito Solidarietà Europea dell’ex presidente Petro Poroshenko, principale oppositore di Zelensky. Nel febbraio 2025, Zelensky aveva imposto sanzioni proprio contro Poroshenko, includendo il congelamento dei beni e altre restrizioni. La tensione tra il governo attuale e l’opposizione nazionalista ha raggiunto livelli che molti considerano pericolosi per la stabilità del paese.
L’ombra lunga di Odessa 2014
Ma c’è un’altra pista, forse ancora più inquietante, che riporta a uno dei capitoli più oscuri della storia recente ucraina: la tragedia di Odessa del 2 maggio 2014. In quel giorno, 48 persone morirono, di cui 42 nell’incendio della Casa dei Sindacati, durante scontri tra filo-russi e nazionalisti ucraini. Né Parubiy, allora segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, né Hanul, attivo negli scontri come leader nazionalista, furono mai processati per il loro ruolo in quella tragedia.
Nel marzo 2025, pochi giorni dopo l’omicidio di Hanul, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Ucraina per il fallimento delle indagini su Odessa, ordinando compensi alle famiglie delle vittime. Dopo oltre un decennio di impunità, qualcuno potrebbe aver deciso di farsi giustizia da solo. Le famiglie delle vittime, gruppi di vendetta, o anche organizzazioni più strutturate potrebbero aver identificato in questi tre individui dei bersagli simbolici per una vendetta a lungo covata.
La guerra intestina dell’ultradestra
Un’ulteriore dimensione emerge dall’analisi delle dinamiche interne all’estrema destra ucraina. Il gruppo neonazista americano “White Phoenix” ha rivendicato l’assassinio di Parubiy attraverso la sua ala ucraina, accusandolo di aver tradito gli ideali del nazionalismo puro per unirsi “al campo degli oligarchi corrotti”. Questa rivendicazione, seppur non verificata, illumina le profonde fratture all’interno del movimento ultranazionalista ucraino.
L’ecosistema dell’estrema destra ucraina è infatti un mosaico frammentato di gruppi in competizione: Azov, Settore Destro, Svoboda, Corpo Nazionale. Ognuno con i propri sponsor, le proprie ambizioni, i propri territori. In questo contesto, l’eliminazione di figure di spicco potrebbe essere parte di una guerra intestina per il controllo delle risorse e dell’influenza politica.
Gli elementi che potrebbero supportare un coinvolgimento russo
La Russia aveva sicuramente motivi per volere questi tre individui morti. Parubiy era nella lista dei ricercati russi dal 2023, accusato formalmente per il suo ruolo nell’offensiva del Donbass che, secondo Mosca, causò oltre 1.200 vittime civili. La Russia lo aveva anche incriminato in contumacia per crimini di guerra. Similmente, Demyan Hanul era stato arrestato in absentia da un tribunale di Mosca nell’estate del 2024, e fonti russe avevano persino pubblicato informazioni personali sulla sua famiglia, offrendo una taglia di 10.000 dollari per un attacco contro di lui.
C’è un precedente importante che va considerato: nel caso Hanul, le indagini ucraine hanno effettivamente scoperto che i servizi speciali russi avevano pianificato l’eliminazione di diversi attivisti pro-ucraini. Il processo contro Mykola Maiorenko, iniziato nel giugno 2025, ha rivelato che aveva ricevuto l’ordine di uccidere Hanul già nel settembre 2024, suggerendo una pianificazione a lungo termine che potrebbe essere coerente con operazioni di intelligence.
Dal punto di vista della guerra dell’informazione, questi omicidi servirebbero perfettamente la narrativa russa. Eliminare figure dell’ultranazionalismo ucraino mentre si mantiene la plausibile negabilità permetterebbe a Mosca di destabilizzare l’Ucraina dall’interno, creare paranoia e sfiducia tra le fazioni nazionaliste, e potenzialmente indebolire il morale delle unità paramilitari più ideologizzate.
Le significative difficoltà operative che rendono questa ipotesi problematica
Tuttavia, ci sono ostacoli sostanziali che rendono l’ipotesi russa meno probabile di quanto possa sembrare inizialmente. Il primo e più importante è la questione della capacità operativa. Condurre tre assassini di alto profilo nell’Ucraina occidentale, in città come Leopoli e Odessa dove il sentimento anti-russo è al massimo e la presenza dei servizi di sicurezza ucraini è capillare, richiederebbe una rete di intelligence profondamente radicata e risorse umane locali affidabili.
Consideriamo la logistica: l’assassino di Parubiy era travestito da corriere Glovo, il che implica accesso a uniformi, conoscenza dettagliata delle abitudini della vittima, e la capacità di muoversi liberamente in una città in stato di guerra. Questi non sono dettagli che si possono organizzare facilmente dall’esterno. Richiedono presenza sul terreno, informatori locali, safe house, vie di fuga preparate. In un contesto dove anche parlare russo per strada può attirare sospetti, mantenere una tale rete operativa sarebbe estremamente difficile.
L’elemento più rivelatore: la protezione negata
L’aspetto che più di tutti mette in dubbio la pista russa è il fatto che sia Hanul che Parubiy avessero richiesto protezione statale che era stata deliberatamente negata. Se le autorità ucraine avessero anche solo sospettato una minaccia russa credibile contro figure così prominenti del nazionalismo ucraino, la logica suggerirebbe che avrebbero fornito protezione, se non altro per evitare che la Russia potesse vantare successi operativi sul territorio ucraino.
Il fatto che la protezione sia stata negata suggerisce invece che le autorità ucraine o non percepivano la minaccia come proveniente dalla Russia, o avevano ragioni per permettere che questi individui rimanessero vulnerabili. Questa seconda possibilità punta molto più verso dinamiche interne che verso operazioni esterne.
Il paradosso strategico
C’è poi un paradosso strategico nell’ipotesi russa che merita considerazione. Questi tre individui, per quanto odiosi alla Russia, erano anche figure divisive all’interno dell’Ucraina stessa. Farion con le sue posizioni estremiste sulla lingua alienava i russofoni ucraini. Parubiy con il suo passato neonazista era un problema di immagine per l’Ucraina in Occidente. Hanul con le sue azioni violente creava tensioni a Odessa.
In un certo senso, mantenerli in vita serviva meglio la narrativa russa dell’Ucraina come stato “nazista” di quanto non faccia la loro eliminazione. Morti, diventano martiri per la causa nazionalista. Vivi, erano esempi viventi che la Russia poteva citare per giustificare la sua “operazione speciale”.
Il caso Shalaiev: una rivelazione cruciale
L’elemento forse più significativo contro l’ipotesi russa viene dal caso dell’assassinio di Hanul. Il killer, Serhii Shalaiev, era un soldato ucraino che credeva di eseguire ordini del SBU. Questo dettaglio è fondamentale: suggerisce che l’operazione utilizzava canali e metodi che imitavano le procedure dei servizi ucraini, qualcosa di molto più compatibile con un’operazione interna o una false flag ucraina piuttosto che con un’operazione russa.
Se fosse stata un’operazione russa, ci si aspetterebbe che utilizzassero i propri asset dormienti o agenti sotto copertura, non militari ucraini manipolati attraverso false credenziali del SBU. La complessità aggiuntiva di impersonare i servizi di sicurezza ucraini per reclutare un militare ucraino aggiungerebbe livelli di rischio non necessari a un’operazione già di per sé rischiosa.
Il caso Hanul: quando l’assassino credeva di servire lo stato
Il caso dell’omicidio di Demyan Hanul offre uno squarcio particolarmente inquietante su queste dinamiche. L’assassino, Serhii Shalaiev, un militare disertore di 46 anni, si è dichiarato colpevole ma con una rivelazione scioccante: secondo le testimonianze, credeva di eseguire un incarico del SBU, i servizi di sicurezza ucraini. I contatti con gli organizzatori erano avvenuti attraverso metodi di intimidazione e reclutamento che mimavano le procedure dei servizi segreti.
Questa rivelazione apre scenari da guerra psicologica: operazioni false flag interne, manipolazione di individui instabili per eliminare bersagli scomodi, plausibile negabilità per lo stato. Se confermata, questa modalità operativa suggerirebbe un livello di cinismo e calcolo politico che supera anche le più pessimistiche previsioni sulla deriva autoritaria del governo ucraino in tempo di guerra.
I testimoni scomodi di crimini mai processati
C’è poi l’ipotesi, meno immediata ma non meno plausibile, che vede questi tre individui come testimoni scomodi di eventi che qualcuno preferisce rimangano sepolti. Parubiy era stato accusato di coinvolgimento nell’organizzazione dei cecchini che spararono sia sui manifestanti che sulla polizia durante il Maidan, un evento chiave che accelerò la caduta del governo Yanukovich ma le cui responsabilità rimangono oscure.
Tutti e tre potrebbero aver posseduto informazioni compromettenti su finanziamenti occulti ai gruppi paramilitari, collegamenti con servizi segreti occidentali, o crimini di guerra commessi nel Donbass. In un contesto dove si inizia a parlare sottovoce di possibili negoziati di pace, la loro eliminazione potrebbe essere parte di una “pulizia” preventiva per rimuovere elementi che potrebbero complicare future trattative o rivelare verità scomode.
L’Ucraina di fronte allo specchio
Questi omicidi, indipendentemente da chi ne sia il mandante, rivelano una verità inquietante sull’Ucraina contemporanea: la violenza che il paese ha scatenato e legittimato in nome del patriottismo e della difesa nazionale sta ora rivolgendosi contro i suoi stessi creatori. È la nemesi di un sistema che ha elevato la violenza politica a strumento legittimo di azione, che ha armato e glorificato gruppi paramilitari, che ha chiuso gli occhi su crimini in nome della causa nazionale.
Il fatto che le autorità abbiano negato protezione a individui chiaramente minacciati suggerisce, nel migliore dei casi, una colpevole negligenza; nel peggiore, una complicità attiva. In entrambi i casi, emerge l’immagine di uno stato che ha perso il controllo monopolistico della violenza, o che lo esercita in modo selettivo e politicamente motivato.
Il prezzo del silenzio
Mentre l’operazione “Siren” continua la caccia all’assassino di Parubiy, e mentre i tribunali ucraini processano a porte chiuse gli assassini di Farion e Hanul, le domande fondamentali rimangono senza risposta. Chi ha ordinato queste esecuzioni? Quali segreti sono morti con queste tre figure controverse? E soprattutto, chi sarà il prossimo?
Le autorità ucraine mantengono un silenzio assordante sui possibili moventi, limitandosi a dichiarazioni di circostanza sulla necessità di trovare i colpevoli. Ma in un paese dove la giustizia per la tragedia di Odessa non è mai arrivata, dove i crimini del Maidan rimangono impuniti, dove la guerra ha normalizzato la violenza come strumento politico, forse la vera domanda non è chi ha ucciso Farion, Hanul e Parubiy, ma piuttosto: in un sistema costruito sulla violenza e l’impunità, c’è davvero differenza tra carnefici e vittime?
L’Ucraina si trova di fronte a uno specchio che riflette le conseguenze delle scelte fatte dal 2014 in poi. L’eliminazione sistematica di figure del nazionalismo radicale, che siano opera di vendette private, lotte intestine o calcoli di stato, rappresenta il culmine tragico di un processo di radicalizzazione e militarizzazione della politica che ora divora i suoi stessi figli. In questo senso, indipendentemente dall’identità dei mandanti, questi omicidi rappresentano il fallimento di un’intera classe politica che ha scelto la strada della violenza come soluzione ai problemi del paese.
La storia insegna che le rivoluzioni finiscono spesso per divorare i propri figli. L’Ucraina del 2025 sembra confermare questa amara verità, con una variante particolarmente crudele: in questo caso, non è chiaro se sia la rivoluzione a divorare i suoi figli, o se siano i figli della rivoluzione a divorarsi tra loro, mentre il paese sprofonda sempre più nel baratro di una guerra che sembra non avere fine.
La guerra in Ucraina ha ridefinito l’architettura della guerra moderna, dal ritorno alle trincee alla comparsa dei droni il conflitto è divenuto un laboratorio anche per l’impiego massiccio di forze irregolari.
La Russia ha trasformato il suo militare in una macchina da guerra ibrida, con unità irregolari istituzionalizzate sotto controllo statale e schierate su larga scala, rappresentando fino al 40% delle truppe russe comandate ora schierate contro l’Ucraina.
In Ucraina dopo la rivoluzione di Euromaidan del 2013-2014 e l’inizio dell’intervento russo nell’Ucraina orientale, il governo ucraino si trovò di fronte a una situazione critica: le forze armate regolari erano mal preparate, mal equipaggiate e carenti di morale e spirito combattivo. In risposta a questa crisi, dalla primavera del 2014 in poi emersero oltre 79 battaglioni volontari semi-autonomi, finanziati privatamente e operanti inizialmente al di fuori del controllo governativo diretto.
Battaglioni volontari principali (Ucraina)
Nome
Fondazione
Fondatore/Comandante
Personale (Picco)
Affiliazione Politica
Status Attuale
Finanziamento Iniziale
Azov Battalion/Regiment
maggio 2014
Andriy Biletsky
900-2.500
Patriot of Ukraine, SNA (neo-nazista)
12ª Brigata Forze Speciali Guardia Nazionale
Serhiy Taruta (oligarca)
Aidar Battalion
maggio 2014
Serhiy Melnychuk
~400
Misto (primi volontari Euromaidan)
24° Battaglione d’Assalto Forze Armate
Ihor Kolomoisky (oligarca)
Right Sector (DUK)
luglio 2014
Dmytro Yarosh
2.000-5.000
Right Sector (ultranazionalista)
67ª Brigata Meccanizzata (sciolta apr 2024)
Autofinanziamento, donazioni
Dnipro-1
aprile 2014
Yuriy Bereza
~500
Pro-governativo
Polizia/Guardia Nazionale
Ihor Kolomoisky
Dnipro-2
2014
–
~300-400
Right Sector (inizialmente)
Integrato in strutture regolari
Kolomoisky
Donbas Battalion
2014
Semen Semenchenko
800+
Nazionalista-patriottico
Guardia Nazionale
Kolomoisky
Kryvbas Battalion
2014
–
~500
Regionale (Kryvyi Rih)
40° Battaglione Difesa Territoriale
Privato/regionale
Sich Battalion
2014
Oleksandr Pysarenko
~500
Svoboda (nazionalista)
Integrato nelle Forze Armate
Partito Svoboda
OUN (Organizzazione Nazionalisti Ucraini)
2014
Andriy Pastusheno
~300-500
OUN storica
Sottounità 93ª Brigata Meccanizzata
Autofinanziamento
PMC e formazioni irregolari Russe
Nome
Status/Affiliazione
Personale
Aree Operative
Caratteristiche Distintive
Note/Status Attuale
Wagner Group (PMC Wagner)
Ex-PMC privata → Frammentata post-2023
~50.000 (picco 2023)
Ucraina, Siria, Africa, Donbas (2014-2023)
Prima grande PMC russa, veterani spetsnaz e GRU
Frammentata dopo ribellione Prigozhin (giugno 2023)
Redut
Controllata da GRU/Intelligence militare
25.000+ in 27 battaglioni
Ucraina, Africa, Medio Oriente
Successore principale di Wagner, network di 20+ formazioni
Principale PMC russa attiva post-Wagner
Patriot
PMC privata modellata su Blackwater
~500-1.000
Ucraina, Sudan, Gabon, CAR
Solo ex-militari giovani, paga $2.500/mese
Fondata da ex-Colonnello Generale Leonid Ivashov
Rusich (DSHRG)
Gruppo paramilitare neo-nazista autonomo
200-300
Ucraina, ex-Siria
Ideologia fascista, specializzata in sabotaggio
Opera indipendentemente, ex-legata a Wagner
Uran Battalion
PMC di Roscosmos (agenzia spaziale)
~300-500
Non dispiegato in combattimento
Owned da agenzia spaziale russa, bonus $1.200
Creata per attrarre ex-Wagner, non ancora combattuto
Storm-Z
Unità d’assalto penali del MoD
10.000-15.000
Fronte ucraino
Prigionieri e criminali, missioni suicide
Alto tasso mortalità, “carne da cannone”
Orthodox Brotherhood
PMC legata alla Chiesa Ortodossa
~500-1.000
Ucraina
Motivazione religiosa, “proteggere Russia cristiana”
Collegata alla Chiesa Ortodossa Russa
Konvoy
PMC di Crimea/Duplice status
300 combattenti
Crimea, Ucraina
Dual status: PMC + Combat Army Reserve
Led da ex-Wagner “Mazai” Pikalov, terra promessa
Ural PMC
PMC oligarca Igor Altushkin
~1.000
Fronte Kreminna
Volontari degli Urali, blocked da Wagner su reclutamento carceri
Fondata da oligarca russo Igor Altushkin
Arbat Battalion
Formazione DPR con ex-Wagner
~500-800
Avdiivka direction
Contiene distaccamento quasi interamente ex-Wagner
Il sistema Dobrokor: Istituzionalizzazione dell’Irregolarità
Gli sforzi per consolidare questa forza frammentata iniziarono nel 2023 quando Redut e l’Unione dei Volontari del Donbas si riunirono nella Mariupol occupata per creare il cosiddetto “Corpo Volontario Russo”, un quadro lasco collegato all’intelligence militare che unisce dozzine di formazioni irregolari.
Il sistema Dobrokor rappresenta una forma di contratto militare che offre incentivi economici significativi: I bonus di iscrizione per un contratto di un anno vanno da 6.300 a 20.400 dollari a seconda della regione, creando un mercato del lavoro militare parallelo che attinge da prigionieri, veterani, lavoratori migranti e minoranze etniche.
Questa strategia offre a Mosca diversi vantaggi tattici e politici:
Logoramento senza costi politici: L’esternalizzazione delle operazioni belliche alle formazioni irregolari consente a Mosca di condurre una guerra prolungata di logoramento isolandosi dal contraccolpo interno. Assegnate sproporzionatamente a settori di prima linea ad alta casualità e basso supporto, queste unità servono come fanteria sacrificabile.
Negabilità plausibile: Le formazioni irregolari operano in una zona grigia legale che permette operazioni non rivendicate e missioni politicamente sensibili senza coinvolgimento ufficiale delle forze regolari.
Flessibilità operativa: Questa forza eterogenea di paramilitari, mercenari, veterani e criminali è inadatta per guerre di manovra decisive o campagne sostenute senza il supporto delle forze regolari. Tuttavia, fornisce al Cremlino chiari vantaggi strategici e operativi.
L’Ucraina e il dilemma delle PMC
A differenza della Russia, l’Ucraina ha mantenuto un approccio più cauto verso le PMC. La legge ucraina non prevede la costituzione di compagnie militari private e in teoria vieta la creazione di formazioni paramilitari o armate. Tuttavia, diverse organizzazioni all’interno del paese affermano di essere PMC di fatto e hanno operato in una zona grigia legale.
I Tentativi di legalizzazione
Negli ultimi anni, tre progetti di legge sono stati mirati a legalizzare le società di consulenza militare e le aziende di difesa internazionale in Ucraina, con l’ultimo introdotto nell’aprile 2024. Questi sforzi legislativi riflettono la crescente consapevolezza che l’Ucraina potrebbe aver bisogno di strumenti simili per competere efficacemente.
La Presenza Straniera in Ucraina
Mentre l’Ucraina sviluppa le proprie capacità, ha fatto affidamento su contractor stranieri. Le stime suggeriscono che fino a 3.000 mercenari stanno combattendo per conto del governo ucraino. Di questi, almeno 300 sono dipendenti di PMC statunitensi, incluse aziende come Forward Observations Group (FOG) e DynCorp International.
Russia :truppe regolari vs mercenari, differenze tattiche e strategiche
Vantaggi delle forze irregolari
Flessibilità operativa: Se pensi a loro come contractor (anche se con le armi) allora il ragionamento per averli diventa più chiaro. Diciamo che eri un manager di un’attività ciclica. Non terresti il numero massimo di dipendenti sui tuoi libri tutto l’anno. Non avrebbe senso finanziario.
Efficienza dei costi: Secondo uno studio del Congressional Budget Office, il costo di mantenimento, in tempo di guerra, di un battaglione regolare si aggirerebbe ad un costo di quasi 110 milioni di dollari rispetto ad una unità contractor privata che andrebbe a pesare per un totale di 99 milioni.
Negabilità politica: John-Clark Levin, un esperto di sicurezza marittima privata, ha detto dell’uso di contractor privati:
‘I contractor di sicurezza privata permettono ai politici di spostare alcune delle loro attività militari fuori dai libri in termini di supervisione e responsabilità politica’.
Svantaggi critici
Erosione del professionalismo: Questo modello ibrido comporta seri rischi. Accelera l’erosione del professionalismo all’interno delle forze armate regolari russe, poiché la maggior parte dei volontari subisce addestramento abbreviato e bypassa il controllo medico e psicologico richiesto dalle reclute regolari.
Frammentazione del Comando: Inoltre, le formazioni irregolari operano sotto lealtà conflittuali. Alcune rispondono a ufficiali dell’intelligence militare, altre a potentati regionali come Ramzan Kadyrov o a sponsor privati. Le catene di comando sovrapposte alimentano attriti, diluiscono la disciplina e interrompono la logistica.
Limitazioni tattiche: PMC o mercenari degraderanno la strategia complessiva delle operazioni militari se non comunicano con l’esercito nella stessa AO. PMC contrattate da uno stato potrebbero aver bisogno di supporto nelle zone di conflitto, aumentando il peso sulle operazioni di combattimento per supportare i contractor.
PMC in Europa e in Italia
L’Europa presenta un panorama estremamente frammentato nel settore delle PMC, con approcci nazionali che variano drasticamente tra regolamentazione permissiva (Regno Unito), controllo ristretto (Germania), pragmatismo selettivo (Francia) e divieto sostanziale (Italia). Questa frammentazione crea distorsioni competitive e zone grigie legali che favoriscono operatori extra-UE.
L’Europa si trova significativamente indietro nell’ecosistema delle PMC globali. Mentre l’UE non ha una definizione ufficiale singola delle compagnie di sicurezza private o dei loro servizi, due istituzioni chiave dell’UE hanno già pesato nel dibattito definitorio. Nel Concetto UE 2014 per il Supporto dei Contractor alle operazioni militari guidate dall’UE, il Consiglio dell’Unione Europea ha offerto due definizioni separate per PSC e PMC, sottolineando che “l’UE non impiegherà PMC in nessuna circostanza”.
L’Italia si trova in una situazione paradossale: mentre la legislazione nazionale vieta formalmente l’attività mercenaria e non riconosce le PMC, diverse realtà imprenditoriali italiane operano de facto nel settore della sicurezza militare privata, spesso attraverso strutture societarie complesse, partnership internazionali o operando all’estero sotto giurisdizioni più permissive, in un prossimo articolo faremmo un focus su queste realtà.
Esiste in Italia un vuoto legislativo, cosa inconcepibile in un sistema mondiale dove la privatizzazione della sicurezza è ormai qualcosa del tutto regolamentata e assodata. Ad oggi, sia la legge antipirateria in mare, sia quella che riguarda gli Istituti di Vigilanza, sono comunque così complesse che le nostre maggiori aziende multinazionali che operano fuori dai confini nazionali sono, spesso, costrette a ricorrere prevalentemente alle cosiddette PMC straniere.
Per il nostro Paese, il Documento di Montreux del 17 settembre 2008 segna uno spartiacque importante per tutta la componente di diritto internazionale legata alle PMSC. L’Italia l’ha firmato e si deve adeguare a quanto sottoscritto, ma la mancanza di una legislazione specifica continua a penalizzare le aziende italiane.
Ultime considerazioni sul nostro paese, l’Italia dovrebbe sviluppare una legislazione specifica che distingua chiaramente tra:
Attività mercenarie illegali (combattimento diretto per profitto)
Servizi di sicurezza privata legittimi (protezione, consulenza, addestramento)
Support contractor (logistica, intelligence non operativa)
Occorrerebbe mettere mano alle proposte attualmente sul tavolo ed integrarle tenendo conto delle esigenze del sistema paese delle ambizioni geopolitiche, e delle realtà operative e dell’industria della sicurezza privata Italiana, ( ancora regolamentata da Regi Decreti ) … funestata da un alto tasso di abusivismo ed ambiguità normative che consentono a soggetti diversi di operare nei medesimi mercati, vedasi l’impiego di personale “volontario” all’interno della sicurezza disarmata.
Mettere mano alle norme in un paese poco incline a prevedere i futuri scenari ed inchiodato da sempre in una gestione emergenziale delle problematiche legate alla sicurezza, appare un’impresa ardua, quasi impossibile, ma in mancanza di progettualità si allargano sempre più le “aree grige”, si impedisce al mercato di crescere e si continuano a favorire le aziende straniere anche laddove, vedasi aziende di interesse strategico nazionale operanti all’estero, sarebbe più che opportuna la creazione di dispositivi di protezione nazionali capaci di salvaguardare non solo l’incolumità fisica ma anche le informazioni.
Il conflitto ucraino ha dimostrato che anche se la guerra in Ucraina finisse domani, queste strutture persisterebbero. Le formazioni irregolari sono ora integrate nel vasto sistema di servizi militari e di sicurezza della Russia. Questo nuovo paradigma bellico non è un fenomeno temporaneo, ma rappresenta una trasformazione strutturale della guerra moderna.
Per l’Italia e l’Europa, ignorare questa realtà significherebbe rimanere strategicamente vulnerabili in un mondo dove la guerra ibrida è diventata la norma. Non si tratta di “militarizzare” la società civile, ma di riconoscere che la sicurezza moderna richiede strumenti flessibili e capacità diversificate che vadano oltre le forze armate tradizionali.
La sfida non è se adottare strumenti simili alle PMC, ma come farlo mantenendo i valori democratici, la trasparenza e l’accountability che distinguono le democrazie occidentali dai regimi autoritari. La guerra in Ucraina ha mostrato che il futuro appartiene a chi saprà integrare efficacemente capacità statali e private in una strategia di sicurezza coerente e sostenibile.
L’Italia ha l’opportunità di posizionarsi come leader europeo in questo campo, sviluppando un modello che bilanci efficacia operativa e valori democratici. Il tempo per agire è ora, prima che il divario con i competitor strategici diventi incolmabile.
“O Franza o Spagna, purché se magna”. Uno studio del Censis fotografa un Paese
politicamente ancora immaturo, che si è sempre visto imporre le scelte – che dovrebbero
essere proprie – dal vincitore di turno
Ecco che con il suo solito fare Alessandro Orsini rivela che la maggior parte degli italiani sono schierati dalla parte della Russia contro la Nato e dalla parte di Putin contro Zelensky.
Il sondaggio
A conforto di questa affermazione vengono riportate le conclusioni di uno studio del Censis, del dicembre 2024, secondo cui il 66,3 per cento degli italiani sono convinti che la responsabilità della guerra in Ucraina non sia della Russia, ma dell’“Occidente” ed in particolar modo degli Stati Uniti. Lasciamo perdere la legittima domanda su cosa è l’Occidente e non gli “Occidenti”, quantomeno se si legge Toymbee, Spengler e compagnia bella.
Questa “verità”, come la chiama Orsini (Quid est veritas? risponderebbe Ponzio Pilato), non deve stupire. È certamente noto che qualunque sondaggista può influenzare il risultato del sondaggio, a seconda di come sono poste le domande. Non vi è motivo, comunque, per ritenere questo dato falso. Semmai sollevano qualche amara perplessità le motivazioni che l’autore adduce a sostegno di quel dato riportato dal Censis. Egli, mai sobrio e completo nelle sue argomentazioni, si dichiara convinto che “gli italiani hanno occhi per vedere e cervelli per pensare” – nonostante tutta l’informazione “drogata”, “atlantista” – perché “ricordano la storia”.
Magari fosse così! Vi sono non infondati dubbi che in un Paese dove si legge pochissimo e si studia ancora meno si possa formare una coscienza civile e politica matura che sappia andare oltre l’informazione mainstream, alla quale Orsini, indubbiamente, fa parte. In una epoca in cui la divulgazione d’accatto la fa da padrona chi conosce la storia? Basta un Barbero qualunque ed ecco che si pensa di aver capito tutto del fluire delle humans actiones (per dirla con Spinoza).
Sostanzialmente neutralisti
L’informazione fornita da Orsini trova sponda (più che risposta) in una analisi, solida e composta, di Lucio Caracciolo che – sempre su dati Censis – riferisce che, sulle necessità di difendere la propria patria, solo il 16 per cento degli italiani si dichiara disposto a fare la guerra. Dato di per sé netto, che – comunque – stride con la rilevazione che il 38 per cento dei concittadini sarebbero disposti a correre in soccorso dei groenlandesi nel caso in cui gli americani li invadessero.
Bagatelle per un massacro! In fondo, commenta il direttore di Limes: “Noi apparteniamo all’Allenza Atlantica ma siamo sostanzialmente neutralisti”. Sostanzialmente gli italiani preferiscono esporsi il meno possibile, rispetto alla politica del proprio Paese. Quindi ben venga l’analisi di Orsini.
Longanesi, che amava i paradossi, diceva che gli italiani sono “estremisti per prudenza”. La prova provata di questa verità è che la fronda filorussa, tanto rumorosa, quanto priva di proposta, affolla gli oscuri sentieri della rete, molto più del mondo reale. Lo stesso Orsini – all’inizio del 2023, se ricordo bene – disse che sarebbe stato opportuno, nel caso che la Russia avesse attaccato la Nato e/o l’Unione europea, autosospendersi dall’alleanza e dalla Ue, fino a ché fosse perdurato il conflitto, per poi rientrare a giochi fatti. Che alta posizione morale!
“O Franza o Spagna, purché se magna”, è una espressione attribuita al fiorentino Francesco Guicciardini, che fu ambasciatore presso la corte di Spagna, diplomatico e condottiero al servizio del Papato, infine grande storico. Non è dato sapere se abbia veramente pronunciato quelle parole, ma il loro spirito aleggia nella politica dell’uomo prima alleato della Spagna, poi della Francia, allo scopo di salvaguardare le signorie dell’Italia, compresa la sua Firenze.
Ciò non toglie che quella weltanshauung ha sempre contraddistinto gli italiani negli ultimi cinque secoli. “La vocazione a dividerci sempre e su tutto per il nostro ‘particulare’, come lo chiamava Guicciardini, noi italiani – ricorda Montanelli – ce la portiamo nel sangue, e non c’è legge che possa estirparla”.
Senza memoria
La proposta di Orsini, per quanto sarà frutto di una sofisticata analisi inarrivabile per la maggior parte degli accademici italiani, ricorda il conio dell’espressione de “i giri di valzer” con la quale il cancelliere tedesco von Bülow fece riferimento (nel 1902) all’avvicinamento, ritenuto “innocuo”, dell’Italia ai Paesi della Triplice Intesa, quando era ancora all’interno dell’alleanza con la Germania e la Doppia monarchia.
Cifre e stili di politica che si protraggono nel tempo. Siamo poi sicuri che gli italiani “conoscano la storia”? Di parere contrario era l’uomo di Fucecchio per il quale “gli italiani non imparano niente dalla storia, anche perché non la sanno”. D’altronde Ojetti diceva dell’Italia che era “un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri… perché senza memoria”.
Vassalli degli Usa
Nella vulgata proposta viene esposto al ludibrio dell’Homo orsinicus la constatazione che l’Italia è un Paese vassallo degli Stati Uniti. Che novità sconvolgente! Lo è da ottant’anni ed Orsini lo scopre ora? Per quale ragione l’America avrebbe affrontato gli investimenti del Piano Marshall? Per quale motivazione essa si è dissanguata, per decenni, nelle proprie economie e nelle proprie risorse umane per garantire una certa “sicurezza”, consentendo ai vassalli di crearsi un welfare mai raggiunto in secoli di Storia?
L’Italia è un Paese vassallo, ma – al momento – ha avuto più guadagni che perdite ad esserlo. Se un tempo era dalla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico che le menti migliori venivano a studiare in Europa, dagli anni Cinquanta il movimento è stato da Est ad Ovest e questo è un moto irreversibile.
Attrazione per l’uomo forte
Vi è, però, qualcosa di più nell’analisi del sondaggio del Censis. L’attrazione “omoerotica” che molti italiani hanno verso l’uomo “forte”. Mussolini governò per vent’anni, senza una vera opposizione e solo quando la performance del capo ebbe indice negativo – ecco – la sfiducia verso di lui e la caduta, nata da un colpo di Stato all’interno del regime.
Il messaggio subliminale è l’offerta di una fuga dalla libertà, come evidenziò Fromm. Nonostante (e forse proprio per questo) il continuo parlare di antifascismo, altro non è che un mantra che nasconde l’anarchico, ma impotente, desiderio di un governo che rassicuri, anche attraverso una estetica volitiva del messaggio politico.
L’uomo che non fa pensare è uomo vincente, in fondo, sempre. Il dubbio è quanto di più difficile da sostenere. Certo è che l’uomo forte, il Putin della situazione, deve essere sempre fedele a sé stesso, deve essere una maschera, spesso grottesca. La crisi di questa immagine è la crisi del sistema. Commentando la deposizione di Mussolini si dice che Churchill abbia detto: “In Italia c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. Una frase impietosa, ma che fotografa con esattezza il cambio di casacca di una nazione, quella italiana.
Un Paese immaturo
Lo studio del Censis, che non vi è ragione di non ritenerlo veritiero, fotografa un Paese politicamente ancora immaturo, che si è sempre visto imporre le scelte – che dovrebbero essere proprie – dal vincitore di turno. L’unità nazionale? Frutto di un abile gioco tra le cancellerie europee. La liberazione? Altri ce l’hanno donata. La Costituzione? Debitrice delle logiche dei vincitori. L’Alleanza occidentale? Un vassallaggio semi imposto e molto ben pagato.
In fondo l’ultimo prodotto politico autenticamente italiano fu il fascismo. Che Orsini si balocchi pure con le sue teorie. Come diceva ancora Montanelli? “Per fortuna che il ridicolo non uccide perché altrimenti in Italia ci sarebbe una strage”.
Ricordiamo ai nostri lettori che la posizione tenuta dal nostro Circolo Christus Rex-Traditio durante e dopo la Pandemia di Covid-19 è analoga a quella espressa nei comunicati ufficiali dei principali istituti religiosi tradizionali, in particolar modo quello dell'Istituto Mater Boni Consilii (www.sodalitium.biz). Noi siamo per la piena libertà di coscienza a riguardo della vaccinazione, contestualizzata nei metodi utilizzati per imporla come obbligo da parte dello Stato (col placet del Vaticano), che ci sono parsi assurdi perché tali farmaci non solo non immunizzavano (il Covid si prendeva anche con tre dosi di vaccino) ma provocavano effetti avversi, anche gravi e mortiferi, nelle persone il cui organismo ne rigettava le sostanze. Ritenevamo e riteniamo scellerata la gestione della pandemia, anche alla luce degli scandali che stanno emergendo, col senno di poi. La libertà di scelta avrebbe salvato da danni permanenti o dalla tomba molte persone, se avessero potuto fare accertamenti preventivi o, semplicemente, se per mille motivi non desideravano sottoporsi all'iniezione. Per noi questi sono i fatti. Ma non siamo mai stati né siamo "no vax", tanto che molti di noi hanno optato per la vaccinazione e stanno tutti bene.
Il Circolo Christus Rex-Traditio
del dott. Alberto Enrico Maraolo* – articolo ne “Gli Appunti – di Stefano Feltri”
Il ministro della Salute Schillaci ha prima nominato e poi revocato medici no-vax in un organismo che si occupa di vaccinazioni. Ma il problema del rapporto tra scienza e politica è più complesso
Sarà Orazio Schillaci il secondo ministro del governo Meloni a “saltare”, a un anno esatto di distanza da Gennaro Sangiuliano? Se per il giornalista napoletano al comando del dicastero della Cultura fino al 2023 galeotto fu un affaire sentimentale alquanto tragicomico, per l’ex rettore di Tor Vergata potrebbe risultare esiziale il mezzo pasticcio delle nomine relative al nuovo NITAG (National Immunization Technical Advisory Group, ossia il Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni), organismo la cui istituzione è richiesta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per le interlocuzioni del caso.
Il 16 agosto infatti Schillaci ha annullato il decreto da lui stesso firmato dieci giorni prima con cui si definiva la nuova composizione di questo organo consultivo, che non produce documenti vincolanti, ma in linea teorica dovrebbe essere frequentemente consultato dal ministero per informare raccomandazioni solide in tema di politiche vaccinali, che tuttavia risentono anche della grande autonomia delle Regioni con ampie differenze tra l’una e l’altra.
Il problema era la nomina di due medici con idee alquanto controverse sui vaccini: Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle, verosimilmente “spinti” nel NITAG da vicinanza politica ad ambienti nella maggioranza, come desumibile dalla difesa accorata dei due (ormai ex) consulenti da parte di esponenti di Fratelli d’Italia e Lega in nome della “democrazia” e della “libertà d’espressione” in ambito scientifico.
Paolo Bellavite è un ematologo, ex docente universitario di patologia generale in pensione, nemmeno più iscritto da anni all’Ordine dei medici, famoso per affermazioni secondo cui “i vaccini contro il Covid-19 avrebbero causato effetti avversi gravi più di tutti i vaccini della storia umana e un numero di vittime paragonabile a quelle del virus stesso”.
Eugenio Serravalle è un pediatra che risulta tra gli elementi di spicco di note associazioni di forte contrasto all’immunizzazione attiva, come il Coordinamento del Movimento italiano per la libertà di vaccinazione (Comilva) e l’Associazione di studi e di informazione sulla salute (Assis).
Entrambi sono molto vicini al mondo dell’omeopatia. Nessuno dei due ha un curriculum con pubblicazioni scientifiche solide sul tema vaccinale.
Contro di loro si è sollevata la protesta pressoché unanime della comunità scientifica a livello individuale e di società rappresentanti le varie discipline: Schillaci avrebbe chiesto loro un passo indietro, e al loro rifiuto ha sciolto la commissione per la spinta a un certo punto insostenibile del mondo da cui proviene, quello accademico, a quanto pare attirando le ire dei piani alti del governo che sembrava tenere molto a queste nomine.
La strana democrazia applicata alla scienza
In foto il ministro della Salute Orazio Schillaci
E’ noto che la Sanità in Italia sia pesantemente influenzata dalla politica. Dunque, al fianco di illustri esponenti del mondo medico-scientifico in Italia non è infrequente trovare personaggi con un curriculum molto meno solido, la cui selezione risponde a logiche politiche.
In questo caso, si vellica una potenziale fetta d’elettorato (no-vax, esitanti, scettici, complottisti) che può fare comodo mobilitare specialmente in un contesto come quello attuale a bassa affluenza elettorale: una quota di elettori piccola, ma agguerrita e motivata, può fare comodo.
Uno dei ragionamenti richiamati dai stessi diretti interessati è quello della necessità della pluralità d’opinioni in nome della democrazia. C’è chi risponde che è come mettere mafiosi negli enti anti-mafia o terroristi nelle squadre anti-terrorismo e che “la scienza non è democratica”.
Tuttavia, questo tipo di risposta finisce paradossalmente con il rafforzare i bersagli che si vuole colpire. La scienza è democratica per definizione, perché permette a chiunque di poter contribuire all’avanzamento in un determinato campo dello scibile.
La premessa è che ciò deve avvenire in un perimetro di regole ben definito: il quadro epistemologico in cui ci si muove da tempo è quello descritto dal filosofo Karl Popper con il famoso principio di falsificabilità, che in ambito medico si declina da oltre tre decenni secondo i dettami della “medicina basata sulle evidenze” (quest’ultimo termine sarebbe meglio traducibile con “prove d’efficacia”).
La scienza è dunque democratica ma allo stesso tempo elitaria, nella misura in cui occorrono anni di studio e preparazione per padroneggiarne le regole, per cui è implausibile che, per esempio, un dotto studioso di papirologia, per quanto eminente nel suo campo, possa parlare la stessa lingua di un epidemiologo con decenni di lavoro sul campo e con un curriculum ricco di numerosi articoli scientifici su riviste prestigiose.
Rimanendo poi in ambito sanitario, considerando il grado di iper-specializzazione che ormai ogni settore ha raggiunto, appare curioso conferire una patente di esperti di vaccini a personaggi che, al di là delle loro idee, hanno un curriculum che nemmeno ricomprende i temi legati all’immunizzazione.
Dunque il problema non è la “democrazia” ma la competenza. Nel reparto di ingegneria di un’azienda privata che produce microchip nessuno metterebbe un laureato in papirologia. Purtroppo, nella sanità italiana ciò in un certo senso succede.
Anti-vaccinismo: una vecchia storia
Viviamo in tempi di polarizzazione. Alcuni traggono vantaggi dall’alimentare il complottismo e dal ventilare l’esistenza di una realtà “altra”, nell’evocare grandi burattinai e piani perversi di controllo delle masse tramite “l’inoculazione” (dei vaccini).
Tuttavia, la paura dei vaccini non nasce certo oggi ma è connaturata alla nascita stessa della pratica vaccinale, anzi, della sua antesignana: la variolizzazione, consistente nell’inoculare deliberatamente in un individuo sano una piccola quantità di materiale infetto prelevato da un malato di vaiolo in forma lieve..
Lo storico statunitense Stephen Coss nel suo The Fever of 1721, purtroppo non tradotto in italiano, racconta in maniera incisiva e incalzante di come l’epidemia di vaiolo che colpì il New England, all’epoca ancora colonia britannica, nell’anno del titolo cambiò per sempre la storia nordamericana e dunque del mondo.
La società e la politica del New England si infiammarono su come rispondere alla pestilenza, e uno dei primi magazine nordamericani, il New England Courant, fu fondato come settimanale da James Franklin, fratello del più famoso Benjamin.
Il Courant ebbe come prima ragione di vita quello di contrastare con ogni mezzo la variolizzazione, in realtà già effettuata in tempi antichissimi in Cina, India e Africa.
Poiché era una pratica importata dagli schiavi africani, ebbe una violenta opposizione, generando schieramenti che si scontrarono non solo in senso metaforico. In quell’humus si formò l’embrione della futura dirigenza della rivoluzione americana, secondo Coss.
Il figlio di Benjamin Franklin alcuni anni dopo morì di vaiolo: il padre, preso da mille dubbi, non aveva sottoposto il figlio a variolizzazione. Dopo la tragedia, divenne un fervido sostenitore della pratica.
Nel 1900 un influente medico statunitense, James Martin Peebles, molto prolifico come autore di testi sconfinanti nello spiritualismo e nello psichismo, scrisse un libro intitolato Vaccination: A Curse and a Menace to Personal Liberty, with Statistics Showing Its Dangers and Criminality in cui si affermava che “la pratica della vaccinazione… non solo è diventata la minaccia principale e il pericolo più grave per la salute delle nuove generazioni, ma anche l’oltraggio supremo alla libertà personale del cittadino americano”. Nel XIX secolo nel Regno Unito erano fiorite pubblicazioni del tipo “AntiVaccinator” o “The National AntiCompulsory Vaccination Reporter”.
Immagine con licenza Creative Commons – Questa vignetta del 1802, creata dal celebre satirico inglese James Gillray, rappresenta in modo caricaturale la somministrazione del vaccino contro il vaiolo bovino. Ambientata all’Ospedale di St. Pancras, l’illustrazione mostra l’angoscia dei pazienti, raffigurando giovani donne terrorizzate mentre ricevono il vaccino e altre persone dai cui corpi spuntano delle mucche. L’artista in questo modo ridicolizzava ed esasperava le tesi diffuse dagli oppositori della vaccinazione, i quali paventavano il rischio che le persone vaccinate potessero manifestare tratti fisici simili a quelli dei bovini
La paura dei vaccini
Dunque, il problema non è legato alle nomine di Schillaci, né ai vaccini anti-COVID-19 né tanto meno al farlocco legame tra vaccinazione e anti-morbillo e autismo, purtroppo al centro di uno degli scandali scientifici più grandi della storia della medicina, mix gravissimo di dati falsificati e conflitti d’interesse.
Un bell’excursus sulle ragioni profonde della paura nei confronti dei vaccini, che in realtà può assumere varie forme e sfumature (dal rifiuto totale dei no-vax all’esitanza), è fornito da un libro del 2016 dello storico della medicina Andrea Grignolio, intitolato Chi ha paura dei vaccini?.
Grignolio attinge grandemente da neuroscienze e psicologia cognitiva, citando abbondantemente il premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, il quale fu insignito nel 2002 dell’onorificenza “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”, nonché un altro celebre psicologo ed economista quale Herbert Simon, che coniò il concetto di “razionalità limitata”.
In sintesi, a causa di un’evoluzione secolare avvenuta in un ambiente molto diverso da quello odierno, in cui per millenni la sopravvivenza giornaliera era l’orizzonte per tutti i cacciatori-raccoglitori, la mente umana non è strutturata per valutare correttamente le proiezioni future.
Questo retaggio evolutivo spiega perché, di fronte a decisioni complesse che includono elementi di rischio e incertezza, il nostro cervello non segue percorsi puramente razionali. Il cortocircuito tra il sistema intuitivo e quello razionale del nostro cervello provoca le più frequenti distorsioni cognitive alla base dell’anti-vaccinismo.
Infatti, il processo decisionale umano è influenzato da due tendenze psicologiche principali: una forte avversione alle perdite e una stima eccessiva degli eventi poco probabili. In ambito economico, la prima significa che il dolore di perdere una somma di denaro è percepito come più intenso della gioia di guadagnarne una uguale.
Di conseguenza, le persone sono più propense a correre dei rischi per scongiurare una perdita che per realizzare un profitto.
In ambito vaccinale, la nostra mente è predisposta a dare eccessiva importanza alle informazioni su rischi elevati, anche se statisticamente improbabili, mentre tende a sminuire o ignorare i dati sui benefici e sulla sicurezza, persino quando provengono da fonti scientifiche autorevoli.
Chi teme i rarissimi effetti collaterali gravi dei vaccini finisce per accettare un rischio molto maggiore, usando e abusando di farmaci come gli antinfiammatori (FANS) per disturbi di lieve entità, i cui effetti avversi sono centinaia di volte più probabili.
Si ha una più alta accettazione di rischio di effetto avverso per curare un problema, anche se modesto come un attacco di cefalea, piuttosto che di rischio di reazione indesiderata per ottenere un beneficio futuro che può essere percepito come sfuggente, ovvero l’evitare di contrarre malattie della cui pericolosità sovente non c’è più contezza proprio in ragione dell’abbattimento dell’incidenza grazie ai vaccini.
Pesano infine anche i fattori sociali: l’innalzamento dell’età della maternità e il contestuale crollo del tasso di fecondità fanno sì che l’ansia derivante dai rischi di una gravidanza in età avanzata, e dalla consapevolezza di avere meno opportunità future, spingano i genitori a eludere argomenti percepiti come stressanti. Ne consegue che, nel rapporto con i medici, le raccomandazioni sulle vaccinazioni sono tra i consigli più frequentemente disattesi.
La speranza per il NITAG del futuro
I vaccini sono farmaci, dunque con i loro benefici ma anche effetti collaterali. Come ogni intervento medico, implicano un fisiologico rapporto rischio-beneficio. Storicamente sono stati il mezzo di maggiore successo della storia della medicina, tuttavia vi sono ragioni ancestrali, cablate nei nostri cervelli, per cui attecchiranno sempre suggestioni e idee contrarie al loro utilizzo, spesso mascherate da appelli alla prudenza o dal richiamo alla libertà di scelta.
Purtroppo su queste ragioni da decenni alcuni speculano, sia in ambito medico che politico. Serravalle e Bellavite sono solo i protagonisti del momento della scena anti-vaccinista, altri verranno fuori, verosimilmente facilitati anche da ciò che succede oltreoceano: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump tramite il controverso ministro RFK junior ha già profondamente impattato sulla versione locale del NITAG, l’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP), che peraltro ha un potere molto superiore e non meramente consultivo.
Al di là di Serravalle e Bellavite, che hanno monopolizzato il dibattito, hanno lasciato perplessi anche nomine di specialisti lontani dal mondo dei vaccini, afferenti a branche come chirurgia e ortopedia. La speranza per il NITAG del futuro è quella di avere non solo esponenti di spicco, di indiscusso valore scientifico sul piano nazionale e internazionale, delle branche più coinvolte (malattie infettive, immunologia, igiene e medicina preventiva, pediatria, epidemiologia…), possibilmente scevri da conflitti di interesse, ma anche figure quali psicologi cognitivi, economisti (e farmaco-economisti), divulgatori scientifici, il cui know-how sarebbe quanto mai prezioso per vincere la battaglia sul piano culturale e per fornire raccomandazioni che possano avere un’elevata probabilità di essere ben accolte dalla popolazione.
Sarebbe infine utile anche avere a bordo rappresentanti delle associazioni dei pazienti, visto che la stessa “evidence-based medicine” (EBM) enfatizza l’importanza dei “valori e delle preferenze” dei soggetti a cui le linee guida sono indirizzate.
L’EBM è la cornice epistemologica in cui da trent’anni si muove la medicina occidentale, definita come l’integrazione delle migliori prove di efficacia clinica (ricavate da studi rigorosi) con la esperienza e l’abilità del medico nonché appunto i valori del paziente, teorizzato e formalizzato da un gruppo di medici e accademici della McMaster University in Canada, ma il cui padre spirituale è l’epidemiologo scozzese Archibald Cochrane.
Vero è che i vaccini hanno tra i principali target, specialmente per quelli obbligatori, i bambini, ma ve ne sono tanti altri che hanno un potenziale spazio nei cosiddetti “pazienti fragili”, come gli anziani e gli immunodepressi di varia natura (pazienti per esempio ematologici, oncologici, reumatologici).
Per questo sarebbe utile un organo consultivo veramente plurale nel senso che metta insieme esperti di numerose discipline la cui pratica clinica possa implicare la proposta di un programma di vaccinazioni, non quello che mette vaccinisti e anti-vaccinisti sullo stesso piano.
*Alberto Enrico Maraolo è ricercatore in Malattie Infettive presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; consigliere nazionale SIMIT, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali; fellow dell’ESCMID, la Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive.
Disclaimer: l’articolo esprime esclusivamente il parere personale dell’autore e non rappresenta in alcun modo la posizione della Società scientifica (la SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) del cui consiglio direttivo fa parte.
di Paul Craig Roberts (articolo segnalato da F.P.)
Una menzogna palese e palese è stata trasformata in verità in tutto il mondo occidentale. La menzogna è che la Russia abbia invaso l’Ucraina. Vi fornirò la storia fattuale, facilmente verificabile.
Quando Washington rovesciò il governo ucraino nel 2014 e insediò un fantoccio, si affidò ai banderiti per spingere il governo all’ostilità con le aree dell’Ucraina abitate dai russi, come la Crimea e il Donbass, che originariamente facevano parte della Russia. Che i banderiti, seguaci di Stepan Bandera, siano o meno neonazisti, sono certamente ostili ai russi.
Il conflitto in Ucraina è iniziato nel 2014 con aggressioni di strada contro i russi nel Donbass e i tentativi del governo di vietare l’uso della lingua russa e di imporre altri divieti nelle aree russe. Queste aggressioni di strada si sono presto trasformate in attacchi di artiglieria contro le città del Donbass e nell’occupazione del territorio del Donbass da parte di milizie ucraine con insegne naziste. Per proteggersi, il Donbass si è diviso in due repubbliche indipendenti – Luhansk e Donetsk – e ha formato gruppi paramilitari per difendersi.
Nel 2014 Donetsk e Luhansk votarono a stragrande maggioranza per essere riassorbite dalla Russia come la Crimea, ma Putin rifiutò. Putin si affidò invece all’Accordo di Minsk, firmato dall’Ucraina e dalle repubbliche indipendenti e che Germania e Francia avrebbero dovuto far rispettare. L’accordo, sponsorizzato dalla Russia, manteneva il Donbass in Ucraina ma garantiva una certa autonomia, come una polizia e tribunali indipendenti per proteggere i diritti degli abitanti russi. Putin si affidò ingenuamente all’Accordo di Minsk, che il cancelliere tedesco e il presidente francese in seguito dichiararono essere stato utilizzato per ingannare Putin mentre gli Stati Uniti costruivano ed equipaggiavano un grande esercito ucraino.
Entro la fine del 2021, questo esercito era pronto a invadere il Donbass, gran parte del quale era già sotto occupazione ucraina, e a reintegrarlo forzatamente nell’Ucraina senza alcuna autonomia. Di fronte agli abusi e al possibile massacro del popolo russo, Putin e il suo ministro degli Esteri Lavrov hanno tentato, tra dicembre 2021 e febbraio 2022, di ottenere un accordo di sicurezza reciproca con l’Occidente che escludesse l’Ucraina dall’adesione alla NATO e contribuisse alla sicurezza reciproca normalizzando le relazioni tra Russia e Occidente. Il regime di Biden, la NATO e l’UE hanno categoricamente rifiutato. A questo rifiuto è seguito il conflitto .
Vedendo il destino segnato e non potendo evitarlo, la Russia ha riconosciuto ufficialmente le repubbliche del Donbass. Ciò ha permesso a Donetsk e Luhansk di chiedere alla Russia di intervenire in loro aiuto, cosa che Putin ha fatto all’ultimo minuto, con otto anni di ritardo. Nonostante l’invito a entrare nel Donbass, la Russia non ha nemmeno invaso il Donbass, tanto meno l’Ucraina.
Putin ha definito l’intervento russo un'”operazione militare speciale”, limitata allo sgombero delle truppe ucraine dalle aree russe. Dopo sette mesi dall’intervento militare, il 30 settembre 2022, la Russia ha reincorporato alla Russia le aree russe di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. I combattimenti terrestri si sono limitati allo sgombero delle truppe ucraine dal territorio che è tornato a far parte della Russia.
Chiedetevi come e perché la verità è stata sostituita da una menzogna. La risposta è che coloro che traggono profitto dalla guerra forniscono la propaganda bellica.
Ora chiediamoci perché è importante. La risposta è che la propaganda è un ostacolo alla comprensione e a una soluzione diplomatica pacifica a un conflitto che può facilmente degenerare in una guerra più ampia.
La propaganda secondo cui l’invasione dell’Ucraina da parte del malvagio dittatore-criminale di guerra-Putin sarebbe il primo passo per la ricostruzione dell’Impero sovietico limita la capacità di Trump e Putin di mettere le relazioni Est-Ovest su un piano meno rischioso. I media occidentali, puri e corrotti, stanno già urlando che Trump sta svendendo l’Ucraina, che Trump sta svendendo l’Europa, che Trump è creta nelle mani di Putin. Questi e altri slogan ignoranti simili saranno usati dai neoconservatori sionisti e dal complesso militare/di sicurezza statunitense per creare divisioni tra Trump e i suoi sostenitori. Gli americani sono stati indottrinati a considerare la Russia come il nemico per 75 anni. Questa convinzione è istituzionalizzata.
Il progresso verso relazioni pacifiche richiede un’informazione veritiera e la correzione di convinzioni consolidate che sono false. È possibile raggiungere questo obiettivo quando i sostenitori neoconservatori ben piazzati dell’egemonia statunitense difendono i propri interessi e il complesso militare/di sicurezza è determinato a proteggere il proprio potere e i propri profitti? Trump può aspettarsi scarso aiuto dai media. Gli ingenui russi non dovrebbero lasciarsi trasportare dalle loro speranze di un accordo con l’Occidente. Forti barriere si frappongono alle speranze russe e i russi non hanno i mezzi per rimuoverle. È improbabile che Trump ne abbia.
Ora ponetevi un’ultima domanda: perché è il PCR a sostenere il buon senso e la verità? Perché non lo fanno la comunità di politica estera statunitense, il Cremlino, i media cinesi, russi, occidentali, il governo tedesco, il governo britannico, il governo indiano? Perché i sostenitori di Trump non lo sostengono? Io sono solo una voce facilmente taciuta come “agente/fedele di Putin” dal Washington Post, dalla CNN, da Fox News, da NPR, dalla BBC, dalla MSNBC, dal NY Times, dal Wall Street Journal, dal Guardian e dal resto dei media disonesti e da una pletora di siti internet sponsorizzati da guerrafondai. La normalizzazione delle relazioni tra Occidente e Russia richiederà molte voci. Dove sono queste voci?
Nota: le prostitute della BBC e il resto dei media prostituzionali riportano erroneamente che il ripristino della cittadinanza russa da parte della Russia per Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson è illegale. Il ripristino della cittadinanza russa è del tutto legale secondo le norme internazionali di autodeterminazione. Non vi è alcun tentativo da parte di Crimea, Donbass, Zaporizhia e Kherson di tornare all’Ucraina.
di Nicola Arena, vicepresidente dell’associazione “I SENTIERI DI GRIMOALDO”, attiva da anni nella promozione di comunità solidali e modelli economici locali ispirati a giustizia, reciprocità e partecipazione. (e-mail info@isentieridigrimoaldo.it sito web dell’associazione: www.isentieridigrimoaldo.it )
Negli ultimi 10 anni il numero degli artigiani presenti nel Bel Paese ha subìto un crollo verticale: ben 400mila unità in meno. Se nel 2014 se ne contavano circa 1,77 milioni, nel 2024 la platea è scesa a 1,37 milioni.
Significa che, in soli dieci anni, quasi un artigiano su quattro ha chiuso bottega. Le cause? Principalmente il sistema in cui la moneta nasce come debito e non come strumento di proprietà condivisa dei cittadini. Un altro fattore determinante è conseguenziale al sistema del debito è la crescente pressione fiscale, aumento dei costi fissi, burocrazia opprimente, calo del potere d’acquisto dei consumatori e un mercato sempre più spietato dominato da multinazionali e colossi del web.
In un simile scenario, la frammentazione sociale e l’isolamento economico diventano la norma. Per questo serve un’inversione di rotta: un ritorno alla dimensione comunitaria, al legame tra persone, alla fiducia reciproca. È qui che interviene il nostro impegno concreto, radicato nei territori e fondato su valori umani profondi e di giustizia sociale.
L’associazione I SENTIERI DI GRIMOALDO promuove comunità solidali ispirate alla Dottrina Sociale della Chiesa.
Vuol dire dare vita a realtà fondate sulla dignità della persona, la giustizia, la solidarietà e il bene comune. Significa riscoprire il valore della reciprocità, del lavoro onesto e del rispetto per ogni essere umano. Questo progetto è aperto a tutti, credenti e non credenti, perché i suoi principi parlano al cuore della coscienza umana. Chiunque desideri una società più giusta e umana può partecipare. Insieme, possiamo ridare forza alle nostre comunità e dignità al lavoro.
Siamo attivi in tutta Italia con sette realtà territoriali impegnate nel rilancio dell’economia locale.
Agiamo in trasparenza, legalità e spirito volontario, senza fini di lucro.
Promuoviamo un modello basato sulla proprietà diffusa, sull’aiuto reciproco e sul riconoscimento della dignità di ogni persona.
A tal proposito ricordiamo che nel nostro Statuto è citata espressamente la Rerum Novarum, la quale afferma il diritto naturale di ogni persona ad accedere alla proprietà, come strumento di dignità e libertà.
Un principio rafforzato anche dall’articolo 42 della Costituzione italiana, che riconosce la funzione sociale della proprietà e ne promuove la più ampia diffusione.
Da oltre cinque anni, l’associazione I Sentieri di Grimoaldo opera con dedizione e trasparenza in diverse regioni d’Italia. Le sette realtà territoriali attive, da Trento a Brescia, Bologna, Fermo, Aprilia e Piana del Tauro, testimoniano la solidità e l’efficacia del progetto. Non cerchiamo interessi personali né profitti speculativi, ma perseguiamo un autentico impegno per la giustizia sociale e la solidarietà tra famiglie, lavoratori, imprese e istituzioni locali. Vogliamo essere un punto di riferimento per le comunità, promuovendo unità e benessere collettivo in tempi di grande sfida.
Il Progetto Auri si inserisce perfettamente in questa visione, restituendo al popolo la proprietà del valore monetario attraverso un bene patrimoniale: gli Auri.
Si tratta di un’iniziativa concreta per invertire la rotta, aiutando artigiani, commercianti, piccoli produttori e tutta l’economia locale a risollevarsi grazie a strumenti semplici, legittimi e radicati nella comunità.
Inoltre, aderire al Progetto Auri significa ottenere maggiore visibilità, attrarre nuovi clienti e beneficiare di un importante ritorno d’immagine. Quando il tessuto sociale si riduce, aumentano l’isolamento, la sfiducia e la frammentazione, mentre la solidarietà tra le persone si affievolisce.
Testate giornalistiche, TV locali e social media stanno iniziando a raccontare questa umana economia solidale, che non crea competizione sleale, ma ricuce legami e ricostruisce il tessuto sociale.
Il sistema monetario attuale, basato sull’emissione a debito e sul corso forzoso, contribuisce proprio a questo processo di disgregazione.
Il Progetto Auri nasce in risposta a questa deriva: non è uno strumento speculativo, non arricchisce pochi a danno di molti, ma restituisce alla comunità il valore che essa stessa genera. Così rafforza i legami sociali, la fiducia reciproca e la collaborazione, alimentando una crescita condivisa e radicata nel territorio.
La situazione socio-economica in Italia e nel mondo sta rapidamente deteriorandosi: chiusure di attività, abbandono dei borghi, giovani costretti a cercare futuro altrove e famiglie senza certezze.
Se non si agisce con urgenza, il rischio è quello di un declino irreversibile.
Serve un’organizzazione sana, fondata su valori autentici, giustizia sociale e strumenti legittimi, che rimettano al centro le persone e le comunità.
Il Progetto Auri è una risposta concreta: un modello che unisce, rilancia l’economia locale e restituisce speranza. Ripartire non solo è possibile, ma diventa una scelta obbligata.
Gli Auri non sono una moneta alternativa, ma beni patrimoniali di proprietà del portatore, garantiti da un fondo reale in euro di proprietà collettiva di tutti i soci. Ogni Auri speso attiva valore reale, rafforza i legami comunitari, promuove il lavoro locale e sostiene l’identità culturale ed economica del territorio.
Il Progetto Auri è già una realtà concreta: sette associazioni territoriali attive (Trento, Brescia, Bologna 1 e 2, Fermo, Aprilia, Piana del Tauro) operano in Italia, sostenute da cittadini onesti, responsabili e competenti e che credono nella giustizia. Tutto si svolge nel pieno rispetto della legge, con l’obiettivo di costruire reti solidali, circolari e durature.
Tutto il sistema Auri è costruito nel pieno rispetto della normativa vigente: ogni transazione è tracciabile, documentata e fiscalmente regolare. Gli Auri non essendo moneta e non avendone le caratteristiche di generalità, universalità e obbligatorietà di accettazione – non hanno spendibilità generalizzata in quanto la circolazione avviene all’interno di un sistema predeterminato e predefinito. Trattasi, pertanto, di fattispecie negoziale riconducibile al contratto per adesione come tale aperto alla futura accettazione di successivi aderenti. Nessuna evasione, nessun escamotage: solo trasparenza, serietà e piena conformità alla legge.
Le attività economiche che aderiscono restano perfettamente in regola con le normative fiscali, possono emettere regolare scontrino o fattura con sconto applicato e, in caso di necessità, convertire gli Auri in euro in modo chiaro e responsabile. L’associazione supporta ogni passaggio con consulenti competenti, disponibili a chiarire ogni dubbio e fornire assistenza continua.
Uno degli aspetti più concreti e vantaggiosi del Progetto Auri riguarda chi accetta i pagamenti in Auri. Facciamo un esempio semplice: un prodotto che normalmente costa 100 euro viene venduto a 90 Auri. Il cliente risparmia subito il 10%. Il commerciante emette regolare scontrino o fattura da 90 euro, pagando meno tasse in modo del tutto legale, con un risparmio fiscale stimabile attorno al 10%.
Ma il vantaggio non finisce qui: i 90 Auri ricevuti restano un credito d’acquisto nel circuito e permettono al commerciante di ottenere beni o servizi del valore reale di 100 euro. In pratica, il commerciante beneficia sia di un vantaggio fiscale, sia di un incremento del potere d’acquisto. Il risultato? Un guadagno netto del 20%, in piena trasparenza e legalità.
Aderire al Progetto Auri significa molto più che partecipare a un semplice circuito di scambio: vuol dire diventare parte attiva di una rete comunitaria che rimette al centro la persona, il lavoro, la fiducia e la solidarietà. Significa comprendere che l’economia non è solo questione di numeri, ma nasce dalle relazioni, dai volti, dalle famiglie, dalle piccole scelte quotidiane che possono trasformare il presente e gettare le basi per un futuro più giusto, stabile e umano.
Ogni associazione territoriale della comunità I SENTIERI DI GRIMOALDO che adotta il Progetto Auri organizza incontri pubblici, percorsi di formazione, supporto legale e contabile, coinvolgendo cittadini, commercianti, artigiani, liberi professionisti, amministratori locali e giovani. L’obiettivo è costruire comunità vive, solidali e operative, capaci di riconoscere e “monetizzare” il valore umano, sociale e professionale che troppo spesso il mercato tradizionale ignora o svaluta.
Aderire è semplice, gratuito e perfettamente legale. Non si tratta di evadere o di eludere le regole, ma di esercitare consapevolmente il diritto alla proprietà del valore, come affermato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e da studiosi come il professor Giacinto Auriti. È infatti l’accettazione convenzionale da parte della comunità che conferisce valore al simbolo monetario: se viene riconosciuto e utilizzato, quel valore diventa reale, concreto, misurabile e utile alla vita quotidiana.
Il Progetto Auri non fa promesse miracolose né propone facili guadagni o investimenti rischiosi. Offre invece una via concreta, fondata sulla responsabilità reciproca, sulla trasparenza e sul buon senso. È un patto etico tra chi compra e chi vende, tra chi produce e chi consuma, tra chi sceglie di restare e chi vuole costruire, passo dopo passo, una società più giusta, coesa e a misura d’uomo.
In un’Italia sempre più disgregata, dove le piccole attività chiudono e le periferie si svuotano, gli Auri rappresentano una possibilità concreta di rinascita: uno strumento per restituire dignità economica, relazioni autentiche e speranza. Una via alternativa che non si basa su finanziamenti esterni o debiti imposti, ma sulla responsabilità condivisa, sulla fiducia tra le persone e sul valore reale creato dalla comunità stessa.
Non possiamo più attendere che altri decidano per noi. Il Progetto Auri si compone di due strumenti distinti ma complementari: il Progetto Auri Comunale, rivolto alle amministrazioni pubbliche, e il Progetto Associativo Territoriale, attivabile direttamente dai cittadini. Entrambe le vie offrono soluzioni pratiche, legali e trasparenti.
Ora la scelta è nelle mani delle persone e dei loro rappresentanti locali: possiamo restare fermi ad aspettare che la crisi peggiori, oppure possiamo iniziare subito a costruire un’alternativa concreta, fondata su fiducia, collaborazione e responsabilità.
Se la politica non vuole – o non può – intervenire, tocca ai cittadini unirsi per proteggere il proprio futuro e quello delle comunità locali.
«Unendo le nostre forze e radicandoci nei valori cristiani che ci guidano con fermezza, possiamo insieme scrivere una nuova pagina di storia, fatta di solidarietà vera, speranza concreta e un futuro migliore per tutti.»