Samantha Leshnak Murphy non si inginocchia e non si adegua al gregge…

 

E’ rimasta in piedi, in un mondo ipocritamente in ginocchio, per ribellarsi alla deriva del politicamente corretto.

E’ rimasta in piedi perché “All lives matter” (“Tutte le vite contano”) e non solo quelle promosse dalle manifestazioni più o meno violente in giro per il mondo.

La risposta giusta a chi distrugge statue e negozi, a chi vorrebbe riportare il mondo allo scontro fra colori, razze ed etnie, è arrivata da Samantha “Sam” Leshnak (che ha preso il cognome Murphy dallo scorso giugno 2019, quando ha sposato Kyle Murphy), calciatrice professionista americana che gioca come portiere di riserva per la North Carolina Courage della National Women’s Soccer League.

La Murphy, classe 1997, durante l’inno nazionale (il famoso “Star Spangled Banner”) che ha preceduto l’incontro di calcio a porte chiuse tra North Carolina Courage e Portland Thorns, non si è inginocchiata – come hanno invece fatto tutte le compagne di squadra – per mostrare solidarietà al movimento Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”).

La ventitreenne, invece,  è rimasta ritta davanti alla panchina, con la mano sul cuore, come da tradizione.

La foto, scattata da un fotografo presente sugli spalti, adesso sta facendo il giro del mondo.

“Una gesto simbolico forte per questi tempi”, ha scritto sul Il Giornale.it Paolo Mauri. “Un gesto che sta costando caro alla giocatrice che viene attaccata sui social pesantemente da colleghe e da semplici utenti del web, sempre pronti a schierarsi dalla parte del gregge soprattutto quando c’è da puntare il dito verso chi non si adegua al ‘gregge’”.

“Perché se è giusto schierarsi contro la violenza della polizia, soprattutto negli Stati Uniti, è altrettanto giusto dividersi dalla massa informe che, sfruttando le proteste, strumentalizzandole, sta attaccando non solo un sistema ma un’intera cultura, quella occidentale”, ha ricordato Mauri.

ANGELICA LA ROSA

DA

Samantha Leshnak Murphy non si inginocchia e non si adegua al gregge…

I vescovi venezuelani chiedono ai giornalisti di non smettere di denunciare le ingiustizie praticate dai comunisti al potere

 

In occasione della Giornata dei giornalisti in Venezuela, che è stata celebrata sabato 27 giugno, la Commissione episcopale per la comunicazione della Conferenza episcopale venezuelana si è congratulata con coloro che esercitano questa professione e li ha classificati come “profeti di oggi”.

I vescovi hanno salutato con gioia la missione che i giornalisti “svolgono con dedizione, impegno e passione”, soprattutto nel bel mezzo della situazione attuale nel paese. “Più che una celebrazione è un omaggio a coloro che, con duro lavoro e dedizione, svolgono ciò che questa lodevole professione cerca in mezzo a così tante difficoltà: diffondere la verità”, hanno detto i vescovi.

Il Cev ha sottolineato che “la libertà di informazione è la risposta al desiderio e al diritto di essere informati” e che per questa ragione “il giornalista venezuelano è una persona coraggiosa che, guidata da quel desiderio, e guidato dallo Spirito Santo che lo incoraggia, va avanti nella ricerca della verità, diventando un profeta di oggi”.

I vescovi hanno riconosciuto che i giornalisti venezuelani, “come i primi cristiani perseguitati per aver annunciato Gesù risorto” sono oggi “perseguitati, censurati, limitati”. “Ogni giorno affrontano difficoltà di ogni tipo, che vanno da chiusure indiscriminate dei media, a censura e licenziamenti ingiustificati, molestie, furti, distruzione di attrezzature, arresti arbitrari e attacchi fisici e verbali”.

Ma i vescovi non demordono. “Gesù ha detto: ‘Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia, perché loro è il Regno dei Cieli”. 

Per i vescovi, ogni atto contrario alla libertà di espressione non fa altro che incoraggiare uno spirito che brucia per la giustizia, la solidarietà, la verità e la pace. “Con le loro voci, ogni giornalista venezuelano incoraggia la costruzione di una società più fraterna e umana, in cui prevalgono i valori che ci rendono più fratelli, seguendo l’esempio delle prime comunità cristiane”.

I vescovi credono anche che i giornalisti venezuelani si sforzano di “portare in ogni storia, la bilancia della giustizia, il testimone della morale” e che “sono mossi dall’amore per il prossimo, per la società, per coloro che soffrono e per quelli di cui son violati i diritti” dalle autorità comuniste del paese.

Questo era il mio ultimo articolo per AgereContra. Ringrazio la redazione per l’ospitalità di quest’ultimo anno e la stima dimostratami. 

 

Matteo Orlando

Spagna: totalitarismo antinazionale

di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

 

In Spagna totalitarismo in azione da parte del governo social-comunista.
La delegazione del governo a Madrid ha proibito al CTC (Carlist Traditionalist Communion, cioè la Comunione tradizionalista carlista) di manifestare per l’Ispanità cattolica.
L’obiettivo di questa concentrazione era di mettere in guardia la popolazione dall’ingiusta persecuzione subita, sia negli Stati Uniti che in Spagna, da tutto ciò che rappresenta il glorioso passato cattolico e ispanico, contro il Nuovo Ordine Mondiale e non per il “Black Lives Matter”, per ricordare la presenza ispanica che ha liberato milioni di indiani nordamericani da vizi come i sacrifici umani, cannibalismo, schiavitù e servitù.
La stessa delegazione del governo che ha consentito manifestazioni il 7 giugno, in pieno allarme, quando quasi 3.000 persone si sono radunate davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, presumibilmente per esprimere il loro rifiuto del razzismo, adesso ha proibito la manifestazione tradizionale che vuole rivendicare l’ispanità cattolica, attaccata negli Stati Uniti e nella stessa Spagna.
Secondo la delegazione del governo di Madrid, l’iniziativa del CTC contro il vandalismo che si sta abbattendo sulle statue dei grandi personaggi della storia spagnola (come come Junípero Serra e Miguel de Cervantes, ma anche l’italiano Cristofori Colombo), non si basa “su una causa straordinaria e grave che giustifica la convocazione”.
Inutile ricordare che la stessa delegazione del governo ha permesso le concentrazioni femministe dell’8 marzo, che ha avuto conseguenze gravi per il contagio da COVID-19 e, come detto, le concentrazioni dei gruppi dell’estrema sinistra davanti l’ambasciata degli Stati Uniti.
“Il popolo spagnolo non può rimanere in silenzio di fronte a queste manifestazioni totalitarie chiare dal governo attuale”, hanno denunciato dalla Comunione tradizionalista carlista, che intende fare ricorso dinanzi alla Corte Superiore di giustizia di Madrid.

MATTEO ORLANDO

 

 

Limitazioni delle libertà ai tradizionalisti spagnoli

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

 

In Spagna totalitarismo in azione da parte del governo social-comunista.
La delegazione del governo a Madrid ha proibito al CTC (Carlist Traditionalist Communion, cioè la Comunione tradizionalista carlista) di manifestare per l’Ispanità cattolica.
L’obiettivo di questa concentrazione era di mettere in guardia la popolazione dall’ingiusta persecuzione subita, sia negli Stati Uniti che in Spagna, da tutto ciò che rappresenta il glorioso passato cattolico e ispanico, contro il Nuovo Ordine Mondiale e non per il “Black Lives Matter”, per ricordare la presenza ispanica che ha liberato milioni di indiani nordamericani da vizi come i sacrifici umani, cannibalismo, schiavitù e servitù.
La stessa delegazione del governo che ha consentito manifestazioni il 7 giugno, in pieno allarme, quando quasi 3.000 persone si sono radunate davanti all’ambasciata degli Stati Uniti, presumibilmente per esprimere il loro rifiuto del razzismo, adesso ha proibito la manifestazione tradizionale che vuole rivendicare l’ispanità cattolica, attaccata negli Stati Uniti e nella stessa Spagna.
Secondo la delegazione del governo di Madrid, l’iniziativa del CTC contro il vandalismo che si sta abbattendo sulle statue dei grandi personaggi della storia spagnola (come come Junípero Serra e Miguel de Cervantes, ma anche l’italiano Cristofori Colombo), non si basa “su una causa straordinaria e grave che giustifica la convocazione”.
Inutile ricordare che la stessa delegazione del governo ha permesso le concentrazioni femministe dell’8 marzo, che ha avuto conseguenze gravi per il contagio da COVID-19 e, come detto, le concentrazioni dei gruppi dell’estrema sinistra davanti l’ambasciata degli Stati Uniti.
“Il popolo spagnolo non può rimanere in silenzio di fronte a queste manifestazioni totalitarie chiare dal governo attuale”, hanno denunciato dalla Comunione tradizionalista carlista, che intende fare ricorso dinanzi alla Corte Superiore di giustizia di Madrid.

MATTEO ORLANDO

“Rimuovere San Michele che schiaccia Satana perché ricorda l’uccisione di George Floyd”

È la petizione lanciata dagli attivisti su Change.org che ha raggiunto 2000 firme in poche ore, come riportato dal Guardian

 

Rimuovere l’immagine di San Michele che schiaccia il demonio perché ricorda l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. È la petizione lanciata dagli attivisti su Change.org che ha raggiunto 2000 firme in poche ore, come riportato dal Guardian.

Gli attivisti hanno coinvolto la corona britannica perché l’Ordine di San Michele e di San Giorgio è una delle massime onorificenze diplomatiche che la regina concede ad ambasciatori e diplomatici e alti funzionari del Ministero degli Esteri che hanno prestato servizio all’estero.

La petizione, avviata da Tracy Reeve, afferma: “Questa è un’immagine altamente offensiva, ricorda anche il recente omicidio di George Floyd da parte del poliziotto bianco allo stesso modo presentato qui in questa medaglia. Noi sottoscritti chiediamo che questa medaglia venga completamente ridisegnata in un modo più appropriato e che vengano fornite scuse ufficiali”.

 

DA

https://www.huffingtonpost.it/entry/rimuovere-san-michele-che-schiaccia-satana-perche-ricorda-luccisione-di-george-floyd_it_5ef32514c5b663ecc8556765

Inter natos mulierum non surrexit maior

SEGNALAZIONE DEL CENTRO STUDI FEDERICI
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 64/20 del 24 giugno 2020, San Giovanni Battista
Inter natos mulierum non surrexit maior

Oggi è la festa di san Giovanni Battista: in suo onore pubblichiamo la voce curata da padre Giovanni Rinaldi tratta dal Dizionario Biblico diretto da mons. Francesco Spadafora (Editrice Studium, 1963, pagg. 295-296).

 
GIOVANNI Battista. — Precursore di Gesù, per mezzo della pubblica predicazione del prossimo avvento del regno messianico, accompagnata dall’amministrazione di un simbolico battesimo, donde il nome “il battezzatore” (Mt. 3, 1). 
I Vangeli riferiscono la sua nascita tra circostanze miracolose (Lc. 1, 5-24.41-44.57-79), la vita nel deserto (Lc. 1, 80), la predicazione, intimamente connessa con l’inizio del ministero di Gesù (Lc. 3 e parall.; lo 1, 3; L. 7, 18-35) e la sua morte (Mc, 6, 14-29 e parall.). 
Figlio di Zaccaria ed Elisabetta, ambedue di stirpe sacerdotale, è concesso da Dio, come annuncia l’angelo Gabriele, ai coniugi già in età avanzata: si chiamerà G., Iehohanan, ossia « Iahweh è propizio »; la sua missione rassomiglierà « nello spirito e nella potenza » (cf. I Reg. 17-20) a quella di Elia, come era predetto in Mal. 3, 23 s. (cf. Lc. 1, 17), per preparare un « popolo perfetto » all’apparizione del Messia. In occasione della “visitazione” di Maria, madre di Gesù, alla parente Elisabetta, a tre mesi dalla nascita di G. B., avvenuta « in una città di Giuda » (variamente identificata: forse ‘Ain Karim, poco a ovest di Gerusalemme), il nascituro manifesta la sua presenza “sobbalzando” di gioia nel seno materno. Secondo una tradizione, ignota ai Vangeli « teneris sub annis » (Inno Ut queant) cominciò ad abitare « nei deserti » (Lc. 1,80) — in realtà la cronologia di questo fatto è ignota —, conducendo la vita austera di nazireo nel vestito e nell’alimentazione (cavallette; miele selvatico, tuttora utilizzato dai beduini). Nell’anno 15° dell’imperatore Tiberio (27-28 d. C.) iniziò la sua missione (Lc. 3), in cui invitava a preparare le vie del Signore (da Is. 40, 3 ss.), alla “conversione” (cambiamento delle disposizioni dell’anima) e all’attesa di uno più forte di lui. 
Si rivolse alle diverse classi sociali, attaccando l’ipocrisia dei Farisei, negando che fosse sufficiente alla salvezza essere figli di Abramo, senza « frutti corrispondenti alla conversione », destando entusiasmo nel popolo, che accorreva sempre più numeroso a sentirlo in un clima di crescente ansia per l’attesa messianica. 
In una inchiesta fatta dalle autorità religiose per mezzo di un’ambasciata di sacerdoti, leviti e Farisei, G. B. negò di essere il Messia (Io. 1, 19.28), affermò invece la superiorità di Gesù, « agnello di Dio » , che toglie il peccato del mondo. Il suo battesimo non era che « di acqua », puro segno simbolico; quello di Gesù era « nello Spirito Santo », un segno operativo di santificazione per grazia divina. 
Al battesimo di G. volle partecipare anche Gesù: la grandiosa manifestazione trinitaria di quella circostanza fu come una solenne investitura di Gesù per la sua prossima missione messianica, che difatti G. B. conobbe ufficialmente in quell’occasione. Da quel momento sempre più G. si ritira (cf. Io. 3,22) di fronte all’affermarsi del « più forte », al cui seguito anzi si mettono alcuni già stati “discepoli” del Precursore: Andrea, Simone, Giovanni, Filippo, Natanaele. 
Però lo spirito di Elia non cessò di animare l’infuocata parola del Battista, il quale rimproverò pubblicamente l’incestuosa e adultera unione di Erode Antipa con la nipote e cognata Erodiade. Arrestato per questo, fu tradotto in carcere a Macheronte sulla sponda orientale del Mar Morto. Di qui ancora sollecitò da Gesù, a conferma dei suoi discepoli, una pubblica dichiarazione del suo vero essere: e Gesù lo fece, soggiungendo un grandioso elogio del suo Precursore (Lc. 7, 18-23). 
Il grande Precursore di Cristo diede la vita per la sua missione: in occasione di un banchetto della corte a Macheronte, la figlia di Erodiade, che con le sue danze aveva destato gli entusiasmi di Erode, istigata dalla madre ne chiese e ottenne in premio la testa. 
Nel piano dello sviluppo storico del Messianismo la personalità di G.B. è tra le più singolari: è l’ultimo profeta e il primo apostolo. Precede il Messia e gli rende testimonianza (cf. l’importanza di questo concetto nel prologo del IV Vangelo), disponendo il popolo ad accoglierlo; quando questi è giunto, entra nell’ombra e si dilegua con l’aureola di martire, illuminata dalla parola d’elogio che poco tempo prima Gesù aveva proferito: « Il più grande tra i nati di donna » (Mt. 11,12). 
 

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Inter natos mulierum non surrexit maior

Dopo le sculture, in Inghilterra anche i dipinti ora sono presi di mira, con proposte di smantellamento

Non solo sculture: adesso l’ondata di riesame delle opere d’arte controverse nei paesi anglosassoniha preso di mira anche i dipinti. La scorsa settimana, nel Regno Unito, la politica laburista Lisa Nandy, ministro degli esteri ombra, ha scritto una lettera al ministro degli esteri britannico Dominic Raab per chiedere a quest’ultimo quale sia la sua posizione su alcuni grandi teleri che decorano la sede del Foreign Office, il ministero degli esteri del Regno Unito. I dipinti in questione risalgono al periodo 1914-1921, sono opera del pittore inglese Sigismund Goetze (Londra, 1866 – 1939) e raffigurano l’origine, l’istruzione, lo sviluppo, l’espansione e il trionfo dell’Impero Britannico: sono opere fortemente didascaliche che risentono dell’influenza della pittura sviluppatasi in Inghilterra in epoca vittoriana.

Sono cinque grandi dipinti (ognuno dedicato ai cinque temi sopra menzionati: Britannia Sponsa, l’origine dell’impero; Britannia Bellatrix, lo sviluppo; Britannia Colonorum Mater, l’espansione; Britannia Nutrix, l’educazione; Britannia Pacificatrix, il trionfo), dal chiaro intento celebrativo, ma il contenuto viene ora considerato come scomodo, dato il forte accento imperialista delle raffigurazioni: in particolare, a dare fastidio è l’ultima delle tele, quella con il trionfo dell’Impero Britannico, dove la Britannia Pacificatrix, personificazione dell’impero, è raffigurata nell’atto di stringere la mano alla personificazione degli Stati Uniti. Quest’ultima è fiancheggiata dalle altre nazioni del mondo: c’è anche l’Italia, raffigurata come una donna vestita di bianco e che regge il fascio littorio, che non ha niente a che vedere col fascismo che di lì a poco avrebbe preso il potere, ma è il simbolo del diritto romano. Si notano poi il Giappone (una donna dagli occhi a mandorla in abiti tradizionali), la Francia (il soldato che porta il vessillo della nazione e punta la spada verso il basso, dove ci sono armi rotte, simbolo della Germania vinta: lo notiamo dal tipico copricapo dell’esercito tedesco nella prima guerra mondiale), la Grecia (la donna con in mano la statua della fama), la Romania (che porta un orcio sulla testa).

L’Impero Britannico, che col suo mantello protegge i paesi vittime della prima guerra mondiale (come il Belgio, rappresentato da una donna nuda che stringe le ginocchia dell’Impero tenendo in mano la bandiera del paese), avanza assieme ad altri stati che allora non erano ancora indipendenti e facevano parte dell’Impero (il Canada, l’Australia, il Sudafrica, la Nuova Zelanda), raffigurati come uomini nudi che portano stendardi e seguono la Britannia Pacificatrix. Ci sono poi le personificazioni dei domini in India e nei paesi arabi (sulla destra) e un bambino nero, nudo, con in testa una cesta di frutta esotica, che compare nell’angolo in basso a destra, che in un documento dell’epoca di Goetze è chiamato “a little Swahili boy” (“un piccolo bambino Swahili”), e che ricorda il ruolo dell’Impero Britannico in Africa.

A dare fastidio è il tono dell’opera, considerato razzista: “il dipinto”, ha dichiarato al Guardian lo storico Alexander Mirkovic, “mostra come era ordinata la visione razziale del mondo della Gran Bretagna. Gli anglo-sassoni, razza superiore, mostrano i loro corpi nudi ma coprono le pudenda; le razze inferiori, come gli indiani e gli arabi, sono vestite di tutto punto, e l’ultima delle razze, quella degli africani, è raffigurata come un infante nudo. Qui abbiamo una meta-narrativa razziale chiaramente incentrata sul corpo”.

C’è dunque chi vorrebbe veder smantellati questi dipinti: tra gli altri l’esperto di relazioni internazionali David Wearing, autore di un articolo pubblicato oggi sul Guardian, in cui auspica la rimozione dei quadroni. “Il problema”, ha argomentato Wearing, “non sta nelle parole e nelle immagini ‘offensive’, ma nelle implicazioni ideologiche della violenza di Stato contro gli ‘altri’ razializzati. Questa ideologia, esemplificata nei murali del Foreign Office, ha le sue radici nei secoli dell’impero che ha formato la moderna Gran Bretagna e le sue relazioni con il resto del mondo, soprattutto con il sud del pianeta. Adesso è dunque urgente mostrare questa eredità e confrontarsi con essa, per poi smantellarla”.

Di diversa opinione la storica della cultura Caroline Dakers, che insegna Cultural History alla University of the Arts di Londra ed è peraltro specialista dell’arte di Goetze: “posso capire”, ha detto, “perché le persone ritengono che questi dipinti debbano essere rimossi da una sede governativa, ma penso che allora dovrebbero essere conservati altrove, per esempio in un museo. Possiamo discuterne su più livelli e raggiungere una più ampia comprensione sul perché la Gran Bretagna avesse queste visioni sul tema dell’impero”. Dakers ha fatto anche notare che al momento nel Regno Unito non esiste un museo dedicato alla storia del paese.

Al momento, il ministero degli esteri britannico ha preso nota delle rimostranze, facendo sapere che verranno esaminate le opere (dipinti, statue e altro) che si trovano all’interno della sede, in modo da garantire che possano essere più rappresentativi del Regno Unito di oggi, senza però riscriverne la storia, ma conservandola.

Nell’immagine, il dipinto Britannia Pacificatrix di Sigismund Goetze.

DA

https://www.finestresullarte.info/flash-news/6934n_regno-unito-proposta-smantellamento-dipinti-ministero-esteri.php

La follia dei Black lives matter: “Abbattere le statue di Gesù”

 

Secondo uno dei leader delle proteste anti-razziste divampate dopo l’omicidio di George Floyd le statue che raffigurano Gesù come “un europeo bianco” andrebbero abbattute: “Sono un simbolo suprematista, aveva la carnagione scura”

“Sì, penso che le statue che raffigurano Gesù come un europeo bianco debbano essere abbattute, sono una forma di suprematismo e lo sono sempre stato, nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi indovinate dove è andata? In Egitto, non in Danimarca, buttatele giù”.

Fa discutere il tweet pubblicato ieri da Shaun King, scrittore americano ed attivista per i diritti civili, in prima linea nelle proteste anti-razziste che in queste settimane hanno scosso gli Stati Uniti.

Nei giorni in cui a New York divampa la polemica per la rimozione della statua del presidente americano Theodor Roosevelt dall’ingresso dell’American Museum of Natural History perché colpevole di essere raffigurato a cavallo con a fianco un afroamericano e un nativo americano a piedi, King ha deciso di rilanciare proponendo l’eliminazione di tutte le statue di Gesù e Maria, come siamo stati abituati a vederle da centinaia di anni.

Il motivo, spiega in un altro tweet, è che le ricostruzioni storiche più accurate descrivono Gesù con la carnagione scura. Il problema, attacca, è che “gli americani bianchi che per centinaia di anni hanno comprato, venduto, scambiato, violentato e schiavizzato a morte gli africani in questo Paese, semplicemente non possono avere quest’uomo al centro della loro religione”. Per l’attivista, quindi, è giunto il momento di cambiare finalmente volto a Gesù, ripristinando la sua “vera” immagine.

Se la vostra religione richiede che Gesù abbia i capelli biondi e gli occhi azzurri, allora la vostra religione non è il cristianesimo ma il suprematismo bianco”, incalza l’intellettuale afro-americano. “La fede cristiana – aggiunge – e non il cristianesimo bianco è stata la prima religione di questo Paese per centinaia di anni”. Una provocazione, la sua, che rischia di infiammare ulteriormente il clima dopo settimane di tensioni seguite all’uccisione, durante un arresto a Minneapolis, dell’afroamericano George Floyd.

Il rischio che si passi dalle parole ai fatti, visti gli atti vandalici che si sono susseguiti in questi giorni contro i simboli “colonialisti”, è concreto. Come racconta Marco Gervasoni sul Giornale venerdì scorso a San Francisco un gruppo di persone ha tirato giù il monumento dedicato al francescano spagnolo San Junípero Serra, accusato di “genocidio nei confronti dei nativi”. Papa Francesco, invece, l’ha fatto santo proprio per il merito di aver difeso la “dignità della comunità indigena”, proteggendola “da coloro che l’hanno maltrattata e abusata”.

Con la statua del frate è venuta giù anche la croce. L’assalto ai simboli cristiani è già iniziato anche in Europa, sull’onda delle proteste americane: durante le manifestazioni antirazziste a Firenze una teca contenente un affresco dedicato alla Vergine è stato sfregiato con lo slogan Black Lives Matter impresso con la bomboletta.​

A replicare a King in un tweet è la consulente legale del presidente Trump, Jenna Ellis. “Se provassero a cancellare il cristianesimo, se mi costringessero a scusarmi o abiurare la mia religione, io non mi piegherò, non esiterò”, scrive l’avvocato in un tweet. “Sta solo difendendo il suo essere bianca”, replica King. “Il cristianesimo bianco ha bisogno di un Gesù bianco – attacca ancora l’intellettuale – non si tratta di generosità o gentilezza, né di proteggere i deboli, ma del suprematismo bianco, attaccate ‘Gesù bianco’ e attaccherete la sua religione”.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/black-lives-matter-ora-rilancia-abbattiamo-statue-ges-bianco-1872373.html

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