L’atomica israeliana, questa sconosciuta

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di Raffaele Amato

Da anni la propaganda occidentale prende di mira l’Iran, sia per la sua natura teocratica, con le limitazioni ai diritti delle donne e degli omosessuali, sia perché avrebbe in cantiere la costruzione della bomba nucleare.

Come se non ci fossero altri Stati che hanno l’atomica da decenni e che non sono esattamente dei promotori di pace.

Ma l’Iran deve essere considerato l’incarnazione del male e viene accusato di sviluppare un programma nucleare per scopi bellici, oltre che civili. La ricerca nucleare persiana iniziò nel 1957, ai tempi dello scià Reza Pahlavi, con il supporto degli Stati Uniti e l’adesione al Trattato di Non proliferazione nel 1970. Il contributo statunitense cessò con la rivoluzione Komheinista, ma il programma proseguì.

Nel 2002 alcuni oppositori del regime rivelarono l’esistenza in Iran di due impianti nucleari segreti, mai denunciati alla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e questo procurò pesantissime sanzioni internazionali al paese degli ayatollah, con gravi ripercussioni sulla sua economia.

Nel frattempo, molto più astutamente, un’altra potenza della regione, Israele, portava avanti il suo programma nucleare, ma segretamente. Il progetto ebraico nacque nel 1948, quasi contestualmente alla fondazione di Israele, con scopi principalmente militari, su ispirazione del padre della nazione Ben Gurion. A metà degli anni ’50 Tel Aviv riuscì ad ottenere il supporto tecnico della Francia e sembra che la prima bomba atomica israeliana sia stata ultimata già nel 1967.

Le guerre arabo-israeliane furono vinte rapidamente dallo Stato ebraico, con il semplice ricorso alle armi convenzionali. Il programma degli armamenti atomici proseguì, quindi, in gran segreto finché, nel 1986, Mordechai Vanunu, israeliano, ex tecnico del programma nucleare, ne rivelò al Sunday Times lo stato dell’arte, pubblicando una ricca documentazione fotografica delle 200 testate atomiche già realizzate.

Immediatamente il Mossad, a cui tutto è sempre concesso, lo rapì a Roma, dove si trovava – d’altra parte perché perdere tempo prezioso con le inutili procedure che discendono dal diritto internazionale? – e, dopo averlo drogato, lo portò, all’interno di una grossa valigia, a Tel Aviv, dove fu processato e condannato a 18 anni di carcere. Attualmente vive in Israele, con pesantissime limitazioni alle libertà personali, tra cui quella dell’uso del telefono cellulare, di contatti con cittadini non israeliani, del rilascio di interviste, dell’accesso a Internet, etc.

Dai tempi dell’arresto di Vanunu il programma nucleare di Israele, che si è sempre ben guardata dal sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione e che quindi non è sottoposta ad alcun genere di controllo, è andato avanti spedito e attualmente si stima che siano circa 400 gli ordigni ultimati.

Ad oggi, non ne è stato accertato nemmeno uno per il terribile Iran, e tanto accanimento nei suoi confronti non può non richiamare alla memoria il pretesto delle “armi di distruzione di massa” che sarebbero state nelle mani di Saddam, la famosa “pistola fumante” di Colin Powell, una menzogna che consentì agli Stati Uniti di giustificare la guerra all’Iraq.

Il metodo è sempre lo stesso, consolidato e ancora in grado di abbindolare gran parte dell’opinione pubblica occidentale e della comunità internazionale.

Si crea il mostro, gli si attribuiscono i progetti più apocalittici verso l’Umanità, si mettono insieme prove che, quasi sempre, tali si riveleranno non essere, lo si colpisce fino a ridurre il suo paese ad un cumulo di macerie con a capo un governo fantoccio.

Insomma, contrariamente a quanto ci ripete la propaganda mainstream, non è che gli israeliani siano più “buoni”, più civili, più evoluti degli iraniani.

Sono, semplicemente, più furbi.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/latomica-israeliana-questa-sconosciuta/

Non è Tempo, per ora, di Terze Guerre Mondiali.

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di Matteo Castagna

Nel commentare la rassegna stampa su Canale italia, inerente la possibilità di una reale preoccupazione per una terza guerra mondiale, che si potrebbe scatenare dal conflitto fra Israele e Iran, ho risposto no, perché non ne vedo, almeno per ora, i presupposti.

So di aver colpito più di qualcuno, che ritiene, invece, essere imminente e che si aspettava da me una narrazione apocalittica. Accadde lo stesso nel biennio 2020-2022, quando in piena pandemia, alcuni si attendevano la stessa cosa. Ebbene, pur avendo ampiamente criticato la folle gestione “Conte-Speranza” e, riconoscendo l’evidenza di una grave collusione fra politica UE e multinazionali farmaceutiche, poi suffragata anche dall’indagine scandalosa sui rapporti opachi tra Ursula Von der Leyen e Pfizer, non ho mai creduto alla narrazione complottista

Non ho mai ritenuto che i vaccini servissero a governanti psicopatici per ucciderci tutti, né altre amenità simili. La gente si ammala al cuore o di neoplasie per le più svariate cause, ma i dati non confermano picchi esponenziali nell’aumento di queste malattie, smentendo un certo pensiero, che ha ingrassato alcuni portafogli e preoccupato, oltre misura, diverse persone.

La popolazione mondiale è ancora qui e le vittime di effetti avversi sembrerebbero essere sulla via dei risarcimenti.

Non ho mai creduto che il “green pass” sarebbe diventato uno strumento di controllo perpetuo di ogni nostra azione e, infatti, è morto con la pandemia.

Ho sempre ritenuto più plausibile l’analisi del Prof. Giulio Tremonti, che, sia della pandemia che della guerra ha parlato, utilizzando un nuovo termine: la “policrisi”, ossia “più crisi”, derivanti dal declino della globalizzazione. Scrive acutamente l’attuale Presidente della Commissione Esteri della Camera, noto docente di economia e già Ministro dei governi Berlusconi:

“le piaghe d’Egitto sono state dieci e la salvezza e la salvezza è stata l’Esodo. Finora sette sono state le piaghe della globalizzazione: il disastro ambientale; lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro; le società in decomposizione nel vuoto della vita; la spinta verso il transumano; l’apparizione dei giganti della Rete; la pandemia; la guerra. Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti sconnessi anelli di una stessa catena, perché non è la fine dell’inizio e non è neppure l’inizio della fine” (Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile, edizioni Solferino, Milano, 2022).

Sono realisticamente d’accordo col Prof. Tremonti, quando aggiunge che “se il futuro che verrà non è ancora scritto, non è necessario e non è fatale che questo sia tutto negativo: dipende da noi” (Guerra o Pace, ed. Solferino, Milano, 2025). Infatti, dobbiamo avere sempre molto chiaro che gli errori non possono essere visti come soluzioni e le soluzioni non possono replicare gli errori.

Dunque, tornando alla guerra in corso, iniziata venerdì scorso dal governo Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell’ Iran, ritengo che l’accordo sul nucleare possa evitare l’escalation. “In qualche modo, la diplomazia internazionale riprenderà il filo del conflitto Israele-Iran – sostiene Luigi Toninelli, giovane ricercatore di ISPI, specializzato nella politica internazionale di Iran e Libano. Anche le ultime sollecitazioni degli Stati Uniti vanno in questa direzione”.

Mentre la CNN racconta che “Trump teme una crescente ingerenza degli Stati Uniti nell’escalation del conflitto tra Israele e Iran. Gli Stati Uniti hanno privato l’Ucraina dei mezzi per combattere i droni, che sono stati inviati in Medio Oriente. Il Pentagono ha notificato al Congresso degli Stati Uniti il trasferimento di tecnologia anti-UAV, precedentemente destinata alle esigenze delle Forze Armate ucraine, alle forze statunitensi in Medio Oriente.

Questa mossa riflette un cambiamento nelle priorità di difesa degli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump. La decisione è stata presa dopo che l’Ucraina ha condotto un attacco terroristico con l’impiego di droni in Russia e dopo che altri Paesi hanno espresso preoccupazione per l’impiego di tattiche simili in successivi conflitti in tutto il mondo”.

Forse non è un caso che l’attenzione mondiale sia stata dirottata sul Regime degli ayatollah, il giorno successivo al fallimento delle trattative sul nucleare con gli Stati Uniti e, neppure, che due giorni dopo, il più grande alleato degli americani in Medio Oriente abbia sferrato un attacco contro un Paese che, al momento non ha la bomba nucleare e, stando alle fonti AIEA, ossia dell’organismo di controllo, sarebbe ancora lontano da questo obiettivo.

Infatti, il Presidente dell’Iran Pezeshkian ha cercato, subito, di gettare acqua sul fuoco, rassicurando che “l’Iran non intende sviluppare armi nucleari”, anche se, probabilmente, non vede perché Israele, Russia, Cina e USA ce l’hanno, mentre loro, al contrario, non possono averla. Il Presidente iraniano ha proseguito dicendo che il suo Paese “perseguirà il suo diritto all’energia nucleare e alla ricerca”.

Di fronte alla domanda del Quotidiano Nazionale online del 16.06.25, secondo cui l’offensiva israeliana potrà far cadere il regime degli ayatollah, il dott. Toninelli ha risposto: “se la situazione sul campo precipitasse, nulla può essere escluso. Ma non è l’esito su quale scommetterei. L’Iran ha 90 milioni di abitanti e un tessuto sociale complesso. Una transizione al buio sarebbe molto complicata. Nessuno ha interesse a promuoverla, tanto meno adesso, in un momento di grande instabilità internazionale”.

Inoltre, aggiunge, a ragione, come ho avuto modo di dire anche io a Canale Italia di domenica 15 giugno: “è interesse di tutti che l’Iran torni al tavolo dopo i precedenti cinque round negoziali. Anche perché di notizie certe sui danni reali provocati dai bombardamenti israeliani alle centrifughe di arricchimento dell’uranio ancora non ce ne sono”. Siccome non sembrerebbe intenzione di Trump quella di bombardare le centrifughe dell’Iran, che si trovano 80 metri sotto terra, protette da cemento armato, la permanenza dell’Iran dentro al Trattato di non proliferazione nucleare potrebbe rivelarsi la soluzione più pratica.

…”Tutti i principali attori geopolitici hanno interesse a contenere il disordine mediorientale – sostiene oggettivamente Toninelli. Si va da Trump, che pensa a grandi business per gli Stati Uniti in tutta l’area, all’Arabia Saudita, alla Turchia e all’Egitto, Paesi musulmani sunniti che almeno formalmente devono condannare l’unilateralismo israeliano. Allo stesso modo, l’Iran è partner privilegiato di Russia e Cina, con rapporti di reciproca convenienza. E anche l’Unione europea ha un’ambizione esplicita alla chiusura dell’attuale conflitto per poter restare concentrata sul fronte ucraino e sulla nuova Nato”.

Eric Voegelin ha scritto: “se dietro la politica ci sono sempre realtà religiose (legami concettuali, storicità), allora la verità della politica sta nella teologia, non importa quanto brutale sia stata la secolarizzazione” e questo concetto potrebbe essere associato all’Islam di Kahmenei, rendendo l’escaletion una possibilità concreta, che vada oltre i proclami e le minacce. Ma il leader iraniano è anche una persona intelligente, che conosce bene i rapporti di forza e la complessa situazione di quei martoriati territori, per cui una certa dose di pragmatismo potrebbe mitigare e, non poco, la voglia di Sharia.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/17/non-e-tempo-per-ora-di-terze-guerre-mondiali-matteo-castagna/

La soluzione dei due stati è un’illusione

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di Matteo Castagna

Rabea Eghbariah è un avvocato per i diritti umani, dottoranda presso la Harvard Law School.

In un interessante editoriale pubblicato il 12 giugno su The Guardian, il più prestigioso giornale britannico, annuncia che “le Nazioni Unite stanno convocando una conferenza di alto livello per discutere la soluzione pacifica della questione palestinese”, pur nel contesto infuocato della guerra in atto tra Israele e Iran.

Si potrebbe supporre che, di fronte alla carestia e carneficina a Gaza, gli Stati si stiano riunendo per organizzare una risposta decisiva e coordinata, per costringere Israele a cessare il fuoco e consentire l’ingresso di aiuti nella Striscia.

Invece, la comunità internazionale si sta riunendo per rilanciare il quadro stanco della soluzione dei due Stati.

Co-presiedute da Francia e Arabia Saudita, le parti convocate riaffermano l’idea che la soluzione dei due Stati è “l’unica strada percorribile per una pace giusta, duratura e globale”.

Ma la Francia stessa si è ritirata dal suo piano di riconoscere uno Stato palestinese ancor prima dell’inizio della conferenza. La soluzione dei due Stati è diventata poco più di un teatro diplomatico, un incantesimo ripetuto senza intenzione, anche secondo i suoi sostenitori più appassionati” – scrive l’avv. Eghbariah.

Mentre i palestinesi stanno subendo un genocidio, la rinascita del linguaggio dei due stati si legge come una cortina fumogena.

L’anno scorso, nel mezzo di un crescendo di richieste per la soluzione dei due Stati, Israele ha approvato il più grande furto di terra degli ultimi trent’anni in Cisgiordania, frammentando ulteriormente i territori occupati e cancellando qualsiasi prospettiva significativa per uno Stato palestinese sovrano in esso.

La soluzione dei due Stati non solo si è distaccata dalla realtà, ma per troppo tempo ha allontanato la discussione dalla realtà stessa.

Dall’avvio del cosiddetto processo di pace a metà degli anni ’90, gli insediamenti israeliani, in continua espansione e sempre con la violenza dei coloni, si sono moltiplicati a una velocità vertiginosa. Proprio il mese scorso, Israele ha approvato un piano per 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania.

“La verità è che la soluzione dei due Stati è diventata un’illusione, un mantra ripetuto per mascherare una realtà radicata di uno Stato unico. Dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, Israele controlla la vita di tutti i palestinesi, senza uguali diritti, senza uguale rappresentanza e con un sistema costruito per preservare la supremazia ebraica” – scrive The Guardian.

Questo sistema ha costituito, a lungo, l’apartheid, ora affermato come tale dalla corte internazionale di giustizia per aver violato i divieti di segregazione razziale.

Eppure, l’illusione dei due stati persiste. Questo mantra continua a sostenere l’illusione che l’occupazione israeliana sia sull’orlo della fine – se solo più stati riconoscessero lo stato palestinese e se solo palestinesi e israeliani si parlassero. Ma tre decenni di cosiddetti negoziati di pace non hanno prodotto altro che un più profondo radicamento dell’occupazione israeliana, il furto sistematico di terre e la crescente sottomissione dei palestinesi.

“Nonostante ciò, la maggior parte degli Stati – compresa l’Autorità Palestinese non eletta – si aggrappa all’illusione dei due Stati come se fosse dietro l’angolo, e come se potesse finalmente garantire giustizia e pace. Non lo farà”, dichiara l’articolo.

È tempo che la comunità internazionale affronti la semplice verità: la soluzione dei due Stati non è solo una fantasia, è sempre stata una diagnosi errata. Se i leader mondiali sono seriamente intenzionati a risolvere la questione della Palestina, devono affrontare le cause profonde della crisi.

Secondo l’avvocato, “queste cause iniziano con la Nakba”.

In arabo, “catastrofe”, la Nakba si riferisce al processo culminato nel 1948, quando le milizie sioniste sfollarono più di 750.000 palestinesi dalle loro case e distrussero più di 530 villaggi per insediare lo Stato di Israele.

“Ma 77 anni dopo, è chiaro che la Nakba è stata l’istanza di una nuova struttura” – dichiara l’editoriale inglese.

In parole povere, la Nakba non è mai finita. La Nakba del 1948 ha inaugurato un regime che continua a distruggere, frammentare e riconfigurare la vita palestinese. Si tratta di un processo basato sullo sfollamento e l’espropriazione in corso.

“Oggi, quello che può essere definito “il regime della Nakba” non solo sostiene la più lunga crisi di rifugiati al mondo dalla Seconda guerra mondiale, ma stratifica anche i palestinesi in un sistema legale di caste: cittadini di Israele, residenti di Gerusalemme, abitanti della Cisgiordania, abitanti di Gaza e rifugiati, ognuno soggetto a un diverso tipo di violenza, tutti progettati per ostacolare l’autodeterminazione palestinese”.

Essa porta in superficie questioni legali, morali e storiche vitali e irrisolte: lo status delle terre conquistate nel 1948, il diritto al ritorno per i rifugiati, lo status inferiore dei cittadini palestinesi di Israele e il diritto universale dei palestinesi all’autodeterminazione, indipendentemente da dove vivono o dalla categoria giuridica in cui rientrano.

Per decenni, i governi mondiali hanno schivato queste domande a favore delle illusioni dei due stati. “Ma il progresso richiede chiarezza, non solo comodi mantra”.

Durante le manifestazioni di protesta, le persone spesso cantano “No justice, no peace”, per ricordare che questi concetti non sono sinonimi. In Palestina, questo slogan parla di una verità più profonda: con o senza statualità, la causa palestinese continuerà ad essere irrisolvibile, se non si affrontano le sue origini.

Ecco perché l’avv.  Rabea Eghbariah conclude: “fare i conti con la Nakba è un prerequisito per la giustizia, per non parlare della pace. Fino a quando gli Stati non affronteranno questa premessa di base – e non agiranno di conseguenza – la realtà sul terreno continuerà a sfidare qualsiasi riunione diplomatica di alto livello. La soluzione dei due Stati rimarrà quella che è sempre stata: un’illusione”.

 

Fonte: https://www.2dipicche.news/la-soluzione-dei-due-stati-e-unillusione/

Il predicatore di benignità

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di Marcello Veneziani

Vi ricordate Roberto Benigni? Nello scorso millennio fu un comico, attore e regista veramente divertente, spiritoso, e pure commovente. Lo ricordo esilarante in coppia con Massimo Troisi, lo ricordo irresistibile nei panni di Jonny Stecchino, del Piccolo Diavolo e del Mostro, lo ricordo irruente e irriverente in alcune gag televisive in cui metteva in croce Baudo e la Carrà; lo trovai tenero, allegro e struggente ne La vita è bella, dove riuscì a raccontare l’orrore dei campi di sterminio con l’umanità di un buon cristiano e di un buon italiano che vuol proteggere la sua famiglia. Lo fece con delicatezza e amor paterno, da padre che vede il mondo con gli occhi di un bambino. Lo avevo amato da ragazzo perfino nel pur dissacrante Pap’occhio di Renzo Arbore e poi da grande nella magica Voce della Luna di Federico Fellini, con Paolo Villaggio.

Poi non so cosa gli successe col nuovo millennio. Smise di essere uomo e diventò burattino, il contrario di Pinocchio a cui dedicò un film un po’ infelice. Smise di essere clown e si fece clone. Volle diventare Vate e Profeta, Prefica Istituzionale e Padre Costituente, infine Precettore d’Europa e Predicatore di Benignità. Cominciò imitando Dante poi è finito a imitare Prodi. Non è una bella carriera.

Vedevo il suo ologramma da Bruno Vespa quando la sera gli prendono i cinque minuti: sembrava quasi vero, Benigni, almeno nel tono e nella risata, imitava alla perfezione il suo antico euforico repertorio, simulava allegria, esultanza e buoni sentimenti. Vespa godeva come un pazzo a ogni suo pistolotto, sbavava come fa davanti a papi e presidenti, anche se alla fine del duetto sbaciucchioso si aspettava di essere preso in braccio come l’austero Berlinguer per restare nella mitologia pop.

Ma dov’è finito Benigni impertinente, irriverente, divertente? C’è un piccolo santo che sparge melassa, lancia messaggi che sembrano commissionati da pubblicità-progresso.

Ancora più imbarazzante è stato l’altra sera a Propaganda live; Zoro stesso, Diego Bianchi, non sapeva che pesci pigliare, non sapeva che dire, come stare, se chiudere o trascinare ancora la benigna apparizione. Era troppo finto il suo ardore, inattendibile il suo progressismo da scuola materna, ridicolo il suo ottimismo cosmico, la sua visione così falsamente puerile e così smaccatamente manichea, da mettere in difficoltà anche i compagni di sacrestia.

Da qui tutto è buono è bello è felice è allegro; di là tutto è cattivo è male è brutto è triste. Nel futuro vincerà per forza il bene, la pace, la felicità: Benigni recita la poesia del progressismo ad uso dei bambini, dall’asilo alla seconda elementare; poi anche un bambino in terza elementare si accorge che la fiaba di Benigni è farlocca, perché ormai ha smesso di credere alle tre b: Befana, Babbo Natale e Benigni. Per Benigni non c’è niente da capire, tutto è così evidente, anche se lo vede solo lui: i buoni sono lui e loro, mischiati all’umanità; i cattivi sono Trump, i nazionalisti e i sovranisti. I buoni sono con i bambini, i cattivi sono contro. I buoni vogliono la pace, i cattivi fanno la guerra. I buoni guidano le istituzioni europee, i cattivi guidano i governi europei: come dire che Ursula van der Lewen è una santa benefattrice, mentre Macron, Merz & Melòn, cominciano con la emme di Male.

Sa Benigni che persino Stalin prese il premio internazionale per la Pace e Obama ebbe il Nobel per la pace prima di guidare gli Stati Uniti: fecero bene a darglielo prima, perché dopo le migliaia di bombardamenti sotto la sua presidenza pacifista sarebbe stato più difficile. Sa Benigni quanti milioni sono morti nei gulag e nelle persecuzioni nel nome della pace, del bene dell’umanità e di un mondo migliore? Quante bombe umanitarie e progressiste sono state sganciate negli ultimi decenni, dall’Atomica in poi? E continuano… L’inferno è lastricato di pie intenzioni.

Ma tu lo senti col suo fervorino, che finge di agitarsi, si passa il fazzoletto sulla fronte, concitato ed eccitato per il suo predicozzo. Che gli vuoi dire di fronte a tanta banalità finto-naïve? E quando dice che il suo libro è bellissimo, anche se pare di capire che i veri autori siano altri due, lui si è limitato a mettere incenso, miele e acqua santa. Ma lui non promuove il libro, macché, il libro è solo un mezzo per promuovere l’Europa…

E quando dice che l’Unione Europea è la più bella cosa che sia successa in duemila anni, ha presente che in questi due millenni in Europa c’è stata la civiltà romana e la cristianità, c’è stato il Sacro Romano Impero e il Monachesimo, l’Umanesimo, il Rinascimento e mille altre cose, oltre le guerre e i massacri? Ma davvero Ursula vale più di Carlo Magno e Federico II di Svevia messi insieme? E quanto alla circolazione europea, lo sa che prima dell’Erasmus le università medievali furono già – pur nelle difficoltà di mezzi di quel tempo – molto più europee di oggi e parlavano una lingua internazionale che era il latino?

Mi ricorda un’altra sciocchezza che disse anni fa: la nostra Costituzione è la più bella del mondo. Premesso che una Costituzione dev’essere giusta ed efficace e non deve partecipare a un concorso di bellezza; e premesso che se vogliamo parlare di bellezza a proposito di Costituzioni nostrane, beh, la Carta del Carnaro, la Costituzione di Fiume, riveduta e chiosata da Gabriele d’Annunzio, è decisamente più bella, io chiedo a Benigni: ma per fare questa affermazione quante costituzioni del mondo ha letto, cento, cinquanta, almeno dieci? Se non ne ha letta nessuna, anche perché reputo difficile che abbia passato così tanto tempo a gustarsi gli articoli della costituzione di mezzo mondo, come fa a dire che è “la più bella”? Ma no, è la solita iperbole, la solita gag da clown che ormai spande virtuosi sermoni.

Quando divulgò la Divina Commedia, nonostante non fosse un dantista, un poeta o un critico letterario, io lo benedissi, anche se ne dava una lettura tendenziosa troppo piegata ai giorni nostri. Ma era un’operazione benemerita. Poi da Dante volle passare a Mosé e ci spiegò le Tavole dei Comandamenti, e lì accentuò il suo manicheismo e alla fine lanciò una bibbia per i dem. In mezzo venne la Costituzione, per cui divenne Menestrello Ufficiale della Repubblica Italiana; ma le sue prediche in Rai non erano gratuite, erano fatte, si, col core ma col core-business, con lautissimo rimborso a pie’ di lista. Ora, invece abbiamo Euro-Benigni (euro, guarda caso, è pure la Moneta), che ci dice che con l’Europa unita non avremmo avuto più guerre nel mondo, anche quelle di ora non ci sarebbero state. Benigni forse è rimasto al suo film ambientato nel 1492, Non ci resta che piangere; perché nel frattempo deve sapere che l’Europa è solo una piccola parte dello scacchiere mondiale, ci sono paesi come l’America, di sopra e di sotto e tutto il nuovo mondo, oltre che la Cina, l’India, la Russia, l’Africa e il Medio Oriente. L’Europa è solo la sedicesima parte del pianeta. 500 milioni su 8 miliardi di abitanti. Lui dice che bisogna stare attenti a tutti quelli che vogliono fare più grande la propria nazione, ma quell’ambizione si giudica dai frutti: se porta guerre e massacri è un male, ma quante civiltà, quante età dell’oro, quanto “progresso” sono nati da quell’idea di grandezza? A questo punto sono io a dire a lui che bisogna stare attenti a chi dice di volere un mondo migliore: quanti annunci di paradisi hanno portato gli inferni? Accontentati di dire che la vita è bella, perché chi sogna il mondo migliore, genera incubi (o più spesso vende fuffa).

Infine ripensi al Benigni divertente di una volta, e dici: ma perché un comico così brillante deve ridursi a fare la macchietta di un Messia? Non gli bastava l’Oscar del cinema, vuole l’aureola del santone?

 

Fonte:  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-predicatore-di-benignita/

La guerriglia urbana è un pianificato metodo di lotta politica in USA e in Europa?

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di Matteo Castagna

Dietro le proteste radicali negli USA si nasconderebbero strategie organizzate della sinistra estrema e il supporto di potenti gruppi progressisti, con lo scopo di destabilizzare il paese e sfruttare il caos a fini politici

Proteste o strategia sovversiva? Il caos come strumento politico negli USA e in Europa

Il Deep State sta dietro alle rivolte di Los Angeles. I Democratici hanno mutilato la nazione americana, promuovendo peccati, perversioni e abusi fisici su bambini innocenti e ancora immaturi. Hanno scatenato guerre e colpi di Stato ovunque. I Democratici hanno inondato gli Stati Uniti di immigrati clandestini e ora stanno iniziando una ribellione. I Democratici sono una banda criminale”. Così scrive Alexandr Dugin, il filosofo russo considerato molto vicino a Vladimir Putin.

Fox News, in un editoriale di Jason Rantz del 13 giugno, appare sulla stessa lunghezza d’onda. Preparatevi per l’estate dell’amore 2.0. I raduni “No Kings” del 14 giugno potrebbero diventare l’ultimo caso di studio su come la sinistra radicale arma le proteste, manipola le narrazioni dei media e consente il caos organizzato con il pretesto della resistenza pacifica.

Se avete vissuto la “Summer of Love” come l’ho vissuta io a Seattle, guardando la mia città crollare nell’illegalità nel 2020, dovreste già conoscere il progetto. Inizia sempre con una manifestazione di base apparentemente non violenta, ma finisce con Antifà e anarchici mascherati, che brandiscono martelli, lanciano assalti e incendiano proprietà. E i media? Faranno finta che siano solo “per lo più pacifici”.

Le proteste del fine settimana “No Kings” sono state organizzate da “Indivisible” e dalle sue organizzazioni partner, tra cui l’American Federation of TeachersACLUGreenpeace e la Human Rights Campaign.

Indivisible” è un finto gruppo spontaneo, che dal 2016 si presenta come un’organizzazione no-profit amante della democrazia, creato esplicitamente per resistere alla presidenza di Donald Trump. Come molti di questi gruppi di estrema sinistra, è sostenuto da grandi somme di denaro da mega donatori progressisti, tra cui George Soros e la sua Open Society Foundations” – scrive Rantz su Fox.

Indivisible” vuole farvi pensare che i suoi raduni siano solo un gruppo di americani appassionati che si presentano per la giustizia. In realtà, stanno gestendo una rete tentacolare di gruppi di attivisti interconnessi, molti dei quali sono solo bracci rinominati della stessa macchina. Noterete gli stessi messaggi, le stesse insegne, le stesse facce – e sì, le stesse tattiche – che si presentino alle proteste, che la causa sia l’aborto senza restrizioni, il taglio dei finanziamenti da parte della polizia, gli interventi chirurgici di genere per i bambini o l’apertura delle frontiere.

È un tappeto erboso travestito da drag. Ma i gruppi “Indivisible” e che la pensano allo stesso modo non si sporcano le mani. Ecco a cosa servono i loro alleati militanti.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia. Attivisti professionisti – e intendo letteralmente professionisti, alcuni sul libro paga di attivisti no-profit o comitati di azione politica – organizzano questi eventi sapendo benissimo che gli agitatori radicali sfrutteranno la folla.

“È lo stesso copione che abbiamo visto nel 2020 durante le rivolte di Black Lives Matter e Antifà, qualcosa che ho trattato in dettaglio nel mio libro “What’s Killing America: Inside the Radical Left’s Tragic Destruction of Our Cities“. Sono andato sotto copertura, infiltrandomi tra gli Antifa per esporre ciò che stavano realmente facendo, e ho visto le stesse tattiche dispiegate a Los Angeles e in tutto il paese.

A quel tempo, gli attivisti organizzavano una protesta apparentemente pacifica e riempivano le strade di persone emotive, per lo più ben intenzionate, che credevano alla falsa narrativa dei media sulla brutalità della polizia e l’ingiustizia razziale. Poi gli Antifà e le cellule anarchiche piombavano in picchiata, mascherati, armati e pronti al combattimento. Usavano la folla come scudo umano, aggredivano gli agenti, distruggevano le proprietà e scomparivano di nuovo nella massa. Non si tratta di speculazioni. Questo è quello che fanno” – dice Fox News.

Infatti, proprio lo scorso fine settimana a Los Angeles, la polizia ha arrestato diverse persone che portavano armi in un centro di “protesta”: martelli, torce elettriche e soffiatori di foglie, questi ultimi utilizzati per disperdere gas lacrimogeni durante gli scontri con la polizia. Chi porta questo alle proteste? Rivoltosi. Questi sono gli strumenti dei rivoltosi.

E i media? Non hanno del tutto torto quando riferiscono che la maggior parte delle persone a queste manifestazioni non sono violente. Ma non stanno nemmeno riportando in buona fede. Sanno benissimo cosa sta succedendo e si rifiutano di dirlo. Perché? Perché simpatizzano con gli obiettivi, anche se possono disapprovare le tattiche.

È una relazione simbiotica. La sinistra radicale dà ai media le immagini che desiderano: filmati emotivi di “resistenza”. I media danno alla sinistra radicale la copertura di cui ha bisogno: “la protesta pacifica diventa violenta dopo che Trump ha inviato inutilmente la Guardia Nazionale“. È sempre lo stesso copione.

Il conduttore di KABC-TV Los Angeles Jory Rand ha minimizzato la rivolta, dicendo che la scena “potrebbe diventare molto esplosiva se si spostano le forze dell’ordine nel modo sbagliato e si trasforma quello che è solo un gruppo di persone che si divertono a guardare le auto bruciare in un enorme scontro e alterco tra agenti e manifestanti”.

Nel frattempo, KREM-TV Spokane, Washington ha affermato che la polizia “ha distribuito gas su un gruppo di manifestanti pacifici fuori dall’ufficio ICE di Spokane“, senza notare che quei “manifestanti pacifici” stavano disobbedendo agli ordini di dispersione e bloccando illegalmente il traffico.

I media sembrano incapaci di denunciare direttamente la violenza e l’illegalità. E non fatevi ingannare, la violenza non riguarda nemmeno direttamente Trump. Non si tratta nemmeno dell’ICE o dell’applicazione dell’immigrazione. A questi anarchici e teppisti Antifa non interessa il vero problema. Si preoccupano del caos e hanno obiettivi molto più grandi.

Anche se la maggior parte dei manifestanti questo fine settimana potrebbe non presentarsi con l’intenzione di appiccare incendi o lanciare proiettili contro i poliziotti, forniranno assolutamente copertura a coloro che lo faranno, se scoppierà la violenza. Questa è la strategia, che, peraltro, somiglia molto a quanto avviene in Italia.

Sono rivoluzionari anticapitalisti, anti frontalieri, anti polizieschi e antiamericani che cercano di destabilizzare il paese. Odiano questa nazione, la sua fondazione e i suoi principi. Desiderano ardentemente la distruzione e il collasso – e si nascondono dietro i corpi di ingenui liberali bianchi istruiti all’università e di mamme annoiate di periferia che portano cartelli con la scritta “equità“.

Fa tutto parte del gasdotto dell’azione diretta”: organizzare, radicalizzare e agitare. Ma a breve termine, i legislatori democratici vedono questo come politicamente vantaggioso.

Hanno detto il minimo indispensabile per condannare la violenza, prima passando giorni a fingere che non stesse accadendo prima di cambiare marcia e incolpare l’amministrazione Trump per aver ispirato la violenza. E il loro messaggio? Il modo migliore per fermare la violenza è che l’amministrazione Trump fermi le incursioni della Immigration and Customs Enforcement.

“Questo deve finire. Il presidente deve richiamare questi agenti dell’ICE. Devono ritirarsi in modo che la gente del posto abbia l’opportunità di ristabilire l’ordine, perché questo è ciò che stiamo chiedendo in questo momento”, ha spiegato la rappresentante democratica della California Norma Torres su MSNBC, rivelando la strategia dei democratici di usare la violenza per realizzare la propria agenda politica anti-ICE.

Abbiamo visto cosa succede quando ignoriamo questi segnali di avvertimento. Le aziende sono bruciate. Agenti feriti. Città dirottate da criminali mascherati che svaniscono nella notte, mentre MSNBC la definisce una “protesta per lo più pacifica”. Preparatevi. Perché “No Kings” è solo l’ultima scusa. L’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere, distruggere e smantellare tutto ciò che questo paese rappresenta.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/la-guerriglia-urbana-e-un-pianificato-metodo-di-lotta-politica-in-usa-e-in-europa-973921.html

Papà arrestato per aver detto NO alla transizione della figlia. Succederà anche qui?

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di Antonio Brandi

Ciao Circolo,
se dicessi in pubblico che:

  • un bambino nasce solo da un padre e da una madre;
  • l’utero in affitto è una pratica disumana;
  • un uomo non può essere una donna, anche se si cambia i suoi connotati;
  • i bambini non vanno spinti a “cambiare sesso”;
  • la famiglia è una realtà naturale (uomo e donna), non un’opinione, e che sono contrario al matrimonio e alle adozioni gay;
  • la dottrina cattolica condanna l’atto dell’omosessualità ma non la persona che lo compie e considera l’ideologia gender “uno sbaglio della mente umana”…

… potrei essere accusato di “incitamento all’odio”?

Sembra folle, lo so, ma è la domanda che mi sono posto dopo aver letto l’ultima preoccupante proposta della Commissione Europea: la Strategia LGBTQ 2026-2030, voluta dalla presidente Ursula von der Leyen.

Una strategia che rischia di trasformarsi in un progetto ideologico di rieducazione socialein cui chi non si adegua rischia di essere emarginato, censurato, persino punito.

Per questo ti scrivo con urgenza oggi, per chiederti di unirti a me e alzare la voce insieme.

Se anche tu pensi che la libertà di opinione, di espressione e di religione non possa dipendere dall’agenda ideologica del momento, allora non puoi restare in silenzio. Firma ora per dire NO all’imposizione ideologica di Bruxelles e della von der Leyen.

Ecco cosa vorrebbero approvare tramite questa strategia nei prossimi quattro anni: 

  • L’inserimento dell’ideologia gender e dell’agenda LGBTQ (tra cui matrimonio e adozioni gay) in tutte le politiche pubbliche europee – dalla scuola alla sanità, dai media alla cultura.
  • Il divieto di quelle che loro chiamano “terapia di conversione”, ovvero qualunque forma di aiuto per chi soffre di una disforia di genere, cioè un disagio psicologico causato dal non riconoscersi nel proprio sesso biologico.
  • L’uso di fondi europei per finanziare solo chi promuove l’agenda LGBTQ, mentre chi difende la famiglia, la vita o la fede non riceverà nulla e verrà escluso da ogni confronto.
  • E – ancora più grave – l’estensione del concetto di “crimine d’odio”, con il serio rischio che chi difende la famiglia o afferma semplici verità biologiche venga perseguito.

Non è la prima volta che ci provano, Circolo.

In Italia lo abbiamo già visto con il DDL Zan.

Quel disegno di legge voleva punire penalmente chi diceva che un bambino ha diritto a una mamma e un papà, o che l’identità sessuale non è un’opinione.

Grazie alla mobilitazione di migliaia di cittadini, è stato fermato.

Ma ora lo stesso progetto arriva da Bruxelles, con più potere, più soldi e meno limiti.

Aiutami a fermarlo!

Chiediamo con forza alle istituzioni europee – alla Commissione, ai Commissari, al Parlamento e al Consiglio – di bloccare questa pericolosa strategia e difendere la libertà di espressione, di opinione e di religione dei cittadini europei.

La cosa che deve preoccuparci fortemente è l’ambiguo concetto di “crimine d’odio”, appositamente non definito.

E senza confini certi, tutto può diventare odiouna predica, un versetto della Bibbia, l’obiezione di un padre o di una madre.

E questo è già accaduto:

  • In Finlandia, la parlamentare cristiana Päivi Räsänen è sotto processo per aver citato le lettere di San Paolo.
  • In Irlanda, un sacerdote è stato arrestato mentre leggeva la Bibbia in strada.
  • Robert Hoogland, un papà del Canada, è finito in carcere per essersi opposto alla transizione della figlia.
  • Negli Stati Uniti, i coniugi Cox hanno perso la custodia della loro figlia per aver rifiutato – per motivi religiosi – il “cambio di sesso”.

Se non fermiamo questa strategia ora, casi di questo genere si moltiplicheranno in tutta Europa, e nelle peggiori delle ipotesi, anche in Italia…

Firma ora contro la Strategia LGBTIQ 2030.

Spero che anche tu, Circolo, come me, non voglia vivere in un’Europa che minaccia la nostra libertà.

Un’Europa in cui dire che un bambino ha diritto a una mamma e a un papà può portarti a essere accusato di “crimini d’odio”.

Un’Europa in cui chi afferma che un uomo non potrà mai essere una donna viene bollato come omofobo.

Un’Europa in cui i nostri figli e nipoti vengono trattati da cavie per esperimenti ideologici nelle scuole.

Un’Europa in cui chi professa una verità scientifica, una fede religiosa, o semplicemente il buon senso… viene guardato come un pericoloso estremista.

Per un’Europa libera, vera, umana… agisci ora, firma adesso la petizione e alza con me la tua voce per dire NO a tutto questo!

Avanti tutta, per la libertà!

Antonio Brandi
Presidente Pro Vita & Famiglia

P.S. La Strategia LGBTIQ 2030 è in fase di approvazione… Ora cercano solo conferme. Facciamo sentire il nostro dissenso: firma ora e condividi la petizione con almeno 10 dei tuoi contatti Whatsapp.




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La lezione del referendum

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di Marcello Veneziani

Qui Quo Qua senza Quorum. Così Landini, Conte e la Schlein, più frattaglie e fratoianni, restarono largamente sotto il quorum e persero alla grande il referendum. Non ci voleva molto per capirlo che sarebbe finita così. In un paese che a malapena va a votare solo per metà alle elezioni, figuratevi in un referendum, per giunta presentato come divisivo. Se fai un referendum con l’idea di mandare a casa il governo, la gente non è d’accordo che si voti fischi per fiaschi e su leggi che non sono di questo governo. Se fai un referendum che rilancia il padronato e il padrinato asfissiante della Cgil nel mondo del lavoro, vai incontro a una disfatta perché quel sindacato è mal sopportato da molta gente. Se poi cerchi attraverso un referendum di rilanciare l’immagine di una sinistra dalla parte dei lavoratori sei poco credibile agli occhi della maggioranza degli italiani, tanto più che quelle norme furono varate, se non ricordo male, dallo stesso centro-sinistra. E se ai quesiti sui lavoratori aggiungi un quesito che lancia il messaggio di aprire ancor più le porte agli immigrati, è inevitabile che vai incontro alla bocciatura da parte del popolo sovrano. Insomma, il referendum è stato boicottato non dall’informazione pubblica, che obiettivamente ha un’incidenza relativa, ma dal meta-referendum che avete creato voi stessi sui referendum, caricandolo di messaggi e significati impropri e inaccettabili per la maggioranza degli italiani. Prendetevela con voi stessi. Se aveste l’umiltà, prima che l’intelligenza, di capirlo, trarreste lezione dai referendum. Così come la “destra” dovrebbe trarre lezione dalle sconfitte che colleziona nelle tornate amministrative per via dei candidati inadeguati, che sono il frutto di una cosa che non vogliono vedere: l’incapacità di selezionare gente adeguata alla guida delle istituzioni.

Ma il problema per la sinistra è ancora più grave e cerco di spiegarmi meglio. Quando facevano campagna in favore del referendum, accusavano chi annunciava di non andare a votare di essere vile e codardo, asservito al governo. A loro non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che ci possa essere gente che più semplicemente ha un’idea diversa dell’Italia e delle cose che servono davvero. Ed esercita il diritto di non andare a votare per dei quesiti voluti da una minoranza. Per loro chi non è d’accordo con le loro tesi del momento (che poi variano secondo i loro interessi contingenti) non è uno che ha idee diverse dalle loro, rispettabili come le loro; no, per loro è solo un vigliacco, un camorrista, un eversore, un nemico della democrazia e del lavoro, un servo della Meloni e dei suoi alleati. Ve lo dico anche per il vostro bene: non potete continuare a pensare che ciò che voi stabilite essere la cosa giusta da fare sia una Verità suprema, un Bene assoluto e indiscutibile. Avete tutto il diritto a esprimere le vostre opinioni e la vostra opposizione, ma non potete pretendere che gli altri abbiano il dovere di pensarla come voi e di adeguarsi ai vostri precetti. Finché non accetterete la differenza di opinioni e continuerete a considerarla un segno della svolta autoritaria, fascista o fascistoide, non riuscirete mai ad essere credibili. Il problema è serio. A differenza vostra, io non pretendo affatto che voi vi adeguiate all’opinione avversaria, che rivediate le vostre idee e i vostri propositi; dico solo che se continuate con la vostra presunzione di rappresentare il Bene e con la vostra idiota arroganza di considerare venduti, asserviti o imbecilli coloro che non condividono le vostre idee, non riuscirete mai a essere davvero democratici, rispettosi della libertà e della diversità, e come preferite dire, inclusivi.

Lo dico non solo ai dirigenti e militanti della sinistra, lo dico pure ai tanti esponenti dello spettacolo e della cultura. Ma è possibile che attori, registi, cantanti, giornalisti e intellettuali esprimano all’unisono sempre la stessa unica e prevedibile opinione, di solito in contrasto col sentire comune popolare? Quando sento, in verità non solo da noi, ma anche altrove – negli Stati Uniti per esempio – che voi esprimete sempre la stessa Opinione, uniforme, conforme, ossessiva e ripetitiva, mi sovvengono due pensieri. Il primo è che non pensate con la vostra testa ma ripetete l’Opinione Unica, Indignata e Prefabbricata, sempre rivolta contro il Nemico Assoluto (che può essere Meloni, Salvini o Trump). Il secondo è che se tra voi non si sente mai un’opinione divergente dal mainstream, vuol dire che chi dissente viene fatto fuori, viene escluso, emarginato. E dunque tace o lo silenziate, comunque gli impedite di dire quel che pensa. Non posso pensare che la gente comune esprima opinioni assai diverse dalle vostre e invece nel vostro mondo, nei vostri circoletti, nella vostra setta, non ci sia mai un’opinione divergente. Tutti sempre allineati a ripetere a pappagallo la stessa pappetta.

Ma torno alla politica e vi dico, dopo questa ennesima dimostrazione, che non siete gli interpreti unici e autorizzati dello Spirito del Tempo; dovete fare uno sforzo di capire che altri pongono altre priorità rispetto alle vostre, hanno altre sensibilità, giudicano diversamente certe scelte per il Paese. E, lo ripeto ancora, questo non vuol dire che dovete adeguarvi; vuol dire solo che dovete accettare di esprimere un’idea come le altre, un’opinione che vale quanto le opinioni opposte, non è una tavola di Mosè, ma solo una vostra opinione come quelle altrui. Siete un Partito, non la Pravda, siete cioè espressione di una visione di parte e non siete i titolari del Giusto Totale.

È così difficile capire questa elementare verità che è poi il sale della libertà e della democrazia? È possibile che non riuscite a liberarvi della vostra superiorità etnica, del vostro razzismo etico, e giudicate razze inferiori quelli che non la pensano come voi?

Mi capita alle volte sui social di leggere commenti in cui se esprimi queste idee diverse vuol dire che sei in malafede, sei al soldo del governo e della Meloni, che non sei un vero intellettuale, e dici solo stronzate. No, idioti, abbiamo solo idee diverse e io continuo a definire idee le vostre, per un elementare rispetto della diversità di opinioni. Poi le critico, le combatto, ma non mi sogno di accusarvi di essere in malafede. E vi considero idioti non per le tesi che esprimete ma per la pretesa di avere il monopolio della verità e di giudicare gli altri come servi in malafede e ignoranti. Non dico che i cretini stiano solo a sinistra, per carità, ne conosco tanti anche dalle altre parti; ma solo voi avete la pretesa di sentirvi i ventriloqui della Verità e i Migliori per diritto divino. Quanto poi a chi dice: “e questo sarebbe un intellettuale, un filosofo, uno scrittore” io rispondo: cretino, se vuoi giudicarmi in quel senso leggi e critica i miei libri. Quelle che esprimo qui sono opinioni di un cittadino, pensieri comuni, non sono pensieri profondi di un filosofo. E poi, non ho nessuna posizione per partito preso. Sono fuori dalla politica e dai suoi ambiti collaterali, non poche volte dissento dalle posizioni del governo e reputo molti provvedimenti strombazzati come risolutivi come dei placebo, acqua fresca, spot. Ma dovendo scegliere tra opposte propagande, preferisco alla fine chi fa propaganda a favore della sicurezza, poniamo, piuttosto che chi fa propaganda contro la sicurezza, a garanzia di chi delinque.

Ma torno alla questione politica generale e vi supplico: se vogliamo rendere accettabile la nostra democrazia e il confronto, e se volete cercare di conquistare la fiducia della gente comune, scendete dal vostro piedistallo e rimettetevi in gioco e in discussione. Siete sullo stesso piano dei vostri avversari, non siete su un piano superiore. Avete bisogno di lezioni di piano, cioè di umiltà.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-lezione-del-referendum/

Destra, quella cultura che legge il tempo in profondità

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di Fabrizio Fratus

In un’epoca in cui l’informazione si consuma in tempo reale e il pensiero si misura in caratteri, esiste una corrente culturale che va in controtendenza. Non urla, non rincorre la novità, non cerca like: è la cultura di destra, intesa non come semplice posizione politica, ma come visione del mondo capace di guardare oltre l’apparenza e cogliere le radici profonde della crisi del nostro tempo. È una cultura che, da sempre, diffida dei facili entusiasmi del progresso a ogni costo. Non perché sia nostalgica, ma perché conosce il prezzo della disumanizzazione. Antimoderna? Sì, ma non passatista. La destra autentica non sogna un ritorno al passato, ma difende ciò che di umano rischia di andare perduto: il senso del limite, il rispetto dell’ordine naturale, l’appartenenza a una storia, a una terra, a una civiltà.

Da decenni – con un certo isolamento intellettuale – questa visione ha messo in guardia contro i pericoli dell’omologazione culturale, della dissoluzione dell’identità, del dominio della tecnica sulla politica. E oggi, di fronte al delirio del “postumano” – che promette l’uomo potenziato, l’intelligenza artificiale sovrana, la scomparsa del corpo e del confine – proprio questa cultura si mostra tra le poche ad avere gli strumenti per una vera resistenza antropologica. La destra pensa l’uomo non come un pezzo da aggiornare, ma come essere incarnato, finito, spirituale. In un mondo che confonde la libertà con l’abolizione dei limiti, ricorda che la dignità umana nasce anche dall’imperfezione, dall’eredità, dal radicamento.

Certo, non si tratta della destra dei talk show o delle ricette prêt-à-porter per l’emergenza del giorno. Ma di una destra profonda, profetica, non sempre comoda, che non si accontenta di gestire l’esistente, ma si interroga sulle sue fondamenta. Una cultura che parla di ordine, comunità, identità, sacro, parole oggi spesso fraintese o derise, ma forse proprio per questo urgenti. Per questa visione, il futuro non è una corsa cieca verso il nuovo, ma un ritorno consapevole a ciò che conta. È l’idea che senza radici non ci sia libertà, senza forma non ci sia bellezza, senza verità non ci sia politica. Una voce scomoda, sì. Ma, in tempi di pensiero debole, forse proprio per questo necessaria.

Fonte: https://iltalebano.com/2025/06/09/destra-quella-cultura-che-legge-il-tempo-in-profondita/

La guerra dei leoni

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di Marcello Veneziani

Da quando è stato eletto un Papa che ha deciso di chiamarsi Leone, altri leoni più bellicosi sono scesi in campo per sbranarsi tra di loro. C’è una storia grande che riguarda un Paese grande, Great America. E c’è una storia piccola che riguarda un Paese piccolo, ma solo di statura, l’Italia. Sto parlando del leone Donald Trump e del leone Elon Musk, e da noi, nel nostro piccolo, del conflitto pubblico tra Leoni padre, di nome di Silvio, e Leoni figlio di nome Simone, seguace di un altro più famoso Silvio, defunto. Storie diverse, imparagonabili, le due, sia per le dimensioni che per le motivazioni, ma che in vario modo ci toccano, e ci riguardano.
Dunque, la storia grande, quella stars and stripes, riguarda l’uomo più potente del mondo contro l’uomo più ricco del mondo. Scontro tra Titani. Entrambi leonini, abituati a esercitare il ruolo di re della foresta, esuberanti, un po’ pazzi, e uso la modica quantità nel definirli, per pura cortesia. Prima sodali, e grandi alleati, poi i rapporti sono precipitati, degenerati, fino alla rottura, qualche insulto, poi la probabile tregua. Li vedevi, il Lion President che parlava, seduto o al microfono, e il Lion Magnate che restava in piedi come un passante o un imbucato nella Sala Ovale o sul palcoscenico, spesso con un figlio a cavacece sul collo, cercando di attirare su di sé l’attenzione. Un’immagine spiazzante, che non aveva precedenti, curiosa e assai informale. Però quando li vedevi in faccia, li sentivi parlare, ma soprattutto conoscevi i loro curriculum e i loro temperamenti, la previsione sorgeva spontanea, anche senza bisogno di chetamina: ma quanto potranno durare insieme i due? Da una parte l’uomo che guida il mondo nel nome della Grande America e curiosamente annuncia di volersi dedicare al suo Paese e non al ruolo di arbitro mondiale ma tra paci che non si fanno, guerre che continuano, dazi che si annunciano, oggi più che mai è lui a dare la carte al mondo, e tutti anche magari per litigare devono vedersela con lui. Altro che ritorno a casa, in versione domestic, casereccia.
Dall’altra c’è un uomo che sta cambiando il mondo coi suoi satelliti, che vuole conquistare i pianeti, modificare il cervello umano, l’imprenditore più geniale e inquietante che ci sia sulla faccia della terra e forse nello spazio. Come pensate che potessero sopravvivere a lungo insieme? C’è poi da considerare un altro fattore, sicuramente decisivo. Da quando Musk è sceso in campo politico ha avuto solo guai, odio universale, linciaggi e boicottaggi, mal di Tesla paurosi (dai giganti della concorrenza fino ai Fratoianni). insomma ha capito che la politica non fa per lui, gli procura solo guai, soprattutto nella posizione di parafulmini di Trump. Fosse almeno lui il Presidente della Repubblica… Il mondo tifa perfino contro i suoi razzi, oltre che contro le sue auto e i suoi satelliti, tanto è l’odio planetario che ha accumulato. Poi c’è chi gli morde le caviglie anche nel suo stesso campo, pensate a Steve Bannon che vorrebbe cacciarlo perché extracomunitario, sudafricano e imbucato negli States. Insomma, era inevitabile. Certo, queste alleanze che si rovesciano, fanno molto male, e Trump non solo ha mezzo mondo e tre quarti d’occidente contro, ma persino i suoi presunti amici, Putin, Netanyahu e Musk, gli stanno creando guai a non finire. E magari dovrà rivalutare gli europei, i sudamericani e persino i cinesi e gli iraniani.
Non so come finirà, ma la previsione di molti è che il dissenso clamoroso rientrerà ma poi la freddezza subentrerà e non farà bene a entrambi per risalire la china. Alcuni prevedono o meglio sperano che la vicenda possa persino compromettere Trump e c’è chi invoca il terzo incomodo, il più silenzioso e felpato gattone, che sta lì acquattato nel suo ruolo di vice, J.D.Vance. Però non era possibile pensare che due Titani potessero durare a lungo in amicizia, uno seduto e l’altro in piedi, prima o poi sarebbe avvenuta una collisione.
Ora dopo aver parlato dei Gulliver, trasferiamoci a Liliput, e rientriamo nel piccolo di casa nostra. Dunque, un giovane Leoni fa il suo discorsetto alla kermesse di Forza Italia; un discorsetto che non rispecchia certamente la posizione politica del governo e dei partiti che lo sostengono, e soprattutto dei loro elettori, inclusi quelli di Forza Italia. Ma che magari non dispiace a Marina e Piersilvio Berlusconi, oltre che al nuovo alleato, Fedez. Attacca Vannacci ma in realtà sta attaccando suo padre, che la pensa come il Generale, è paracadutista e si riconosce in Dio, patria e famiglia. Antichi dissapori, conflitti trascinati nel tempo, il ragazzo dice dall’infanzia, si concretizzano in un parricidio appena dissimulato: si parla a nuora per parlare a suocera.
Suo padre decide di esplicitare il conflitto latente e di rispondergli pubblicamente, dalle colonne de Il Tempo; forse fa male, o forse no, non sono in grado di dire. Ma il risultato è che il Leoni padre difende Vannacci e attacca il Leoni figlio a mezzo stampa. Insomma i leoni si sbranano in pubblico senza pietà, il cucciolo attacca il vecchio leone, poi il padre Leone attacca il cucciolo. Parricidio rituale contro sacrificio rituale del figlio, entrambe figure contemplate nella storia sacra e nella mitologia, oltre che nella psicanalisi e in altri ambiti più vicini a noi. Sono conflitti assai frequenti e molti di noi padri ne sanno qualcosa, dolorosamente. Ruotano intorno a famiglie sfasciate, o maltenute insieme, genitori separati, figli coccolati ma sbandati, a volte viziati e soprattutto fragili e perciò aggressivi. Stiamo allevando una generazione di vetro, più trasparente e più frangibile delle precedenti, ma quando i figli vanno in pezzi le loro schegge poi feriscono. Non stabiliamo la regola che i figli progressisti, liberal e radical attaccano i padri conservatori, tradizionalisti e nazionalisti; a volte i conflitti sono a ruoli invertiti, i padri sono vecchi sinistrorsi, i figli sono giovani destrorsi. Ognuno ha diritto alle sue opinioni, anche se quelle del giovane Leoni andrebbero meglio coltivate nel versante opposto a quello in cui milita; mi sembra più vicino alla Schlein che al mite monarchico Taiani o al vecchio missino Gasparri. Berlusconi probabilmente non sarebbe stato con nessuno dei due, né col padre né col figlio ma avrebbe cercato di sedurli, di fare gag e avrebbe invitato il ragazzo a guardare più le ragazze che i Vannacci.
Comunque la partita doppia dei leoni, quella americana e quella nostrana, è una partita interna all’emisfero destro della politica italo-occidentale, e per questo tocca ancor più chi si riconosce in questo versante. Indica che ci sono molti problemi da affrontare, esuberanze di temperamento da smussare con realismo e umiltà, e anche senso autocritico, ci sono molti atteggiamenti da portare a coerenza. Ma se vogliamo trovare un peccato comune e un minimo comun denominatore in questa partita doppia, trovo una chiave di lettura: troppo individualismo, troppe creste alzate, troppo gallettismo (da non confondere col gallismo). Che è una malattia globale, soprattutto occidentale, assai frequente a destra ma in fondo trasversale. Giù la cresta, mettetevi talvolta nella criniera dell’altro prima di attaccare e giudicare. E poi non porta bene il detto Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora, giustamente Massimo Troisi diceva che preferiva vivere cinquant’anni da Orsacchiotto (ma nemmeno a quell’età poi giunse). Insomma non è detto che si debba vivere da leoni o da pecore, si può vivere da gazzelle, da fenicotteri, da zebre e da giraffe, senza mettere limiti al tempo. Siate più inclusivi, almeno da un punto di vista zoologico.

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-guerra-dei-leoni/

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