Fra angoscia e paura

Condividi su:

di Flores Tovo

Fonte: Flores Tovo

Quasi sempre si confonde l’angoscia con la paura. Trattasi invece di due stati d’animo completamente diversi. Come comprese per primo il filosofo S. Kierkegaard, la paura, o timore, è un istinto determinato da una minaccia reale più o meno incombente: un istinto strettamente legato alla propria sopravvivenza (principium conservationis). Successivamente Heidegger individuò nella sua opera “Essere e tempo” tre tipi di paura, che sono lo spavento (una paura inaspettata ed improvvisa),  l’orrore (una paura dovuta ad una minaccia che si sente essere presente) e il terrore (che è la sintesi delle prime due, e cioè inaspettata e permanente). L’angoscia è invece un sentimento, che però non è determinato da un alcunché di individuabile. Essa non scaturisce da una minaccia determinata,  ma è piuttosto un’ansia indefinita che ci spinge a decidere su una possibilità che la vita ci presenta: possibilità che sì, possibilità che no. Una possibilità che implica una libertà di scelta su fatti reali che ci condizionano.

Si può allora cercare di analizzare, nei limiti di un breve scritto, cos’è l’angoscia, distinguendola, come s’è detto, dalla paura. Essa è appunto un sentimento che genera un’ansia scaturente da un senso di inquietudine o spaesamento che può provocare uno stato di sofferenza sia individuale che collettivo. Addirittura, affermano molti psichiatri, un’ansia normale può diventare in taluni casi anche patologica, che può degenerare in forme esistenziali paralizzanti, come, tanto per fare un esempio, l’asino di Buridano. Kierkegaard, in suo capolavoro, “Il concetto di angoscia”, la esaminò come una oppressione spirituale dettata dal senso di precarietà nei confronti col mondo.  Egli scrisse a riguardo:

“L’angoscia è una determinazione dello spirito sognante e come tale appartiene alla psicologia. Nella veglia la differenza tra l’io e l’altro da me è posta; nel sogno è sospesa… La realtà dello spirito si mostra come una figura che tenta la sua possibilità, ma appena egli cerca di afferrarla, essa si dilegua… Il concetto di angoscia è completamente diverso da quello del timore e  da simili concetti che si riferiscono a qualcosa di determinato, mentre invece l’angoscia è la realtà della libertà come possibilità per la possibilità” (1).

Va da sé che Kierkegaard, essendo un teologo cristiano, ritenne che la comparsa nell’animo umano di questo sentimento nacque col divieto divino  di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.  Tale divieto fece sorgere in Adamo (l’Uomo) la situazione emotiva del possibile e del poter scegliere. Da qui l’inquietudine angosciante che poi lo spingerà a scegliere il peccato, che altro non è, come ben comprese S. Paolo, il massimo atto di superbia da parte dell’uomo di volersi sostituire a Dio. L’angoscia non è perciò né una necessità, né una libertà astratta priva di condizionamenti, ossia non è libero arbitrio: essa è apertura verso una libertà finita, una libertà limitata e impastoiata che rivela tuttavia la possibilità prometeica da parte dell’uomo. In effetti Adamo e Prometeo costituiscono i miti basilari della storia umana.

Dal pensiero di Kierkegaard si svilupparono più tardi le opere di grandi teologi del ‘900, quali K. Barth (il commentario all’epistola di S. Paolo “Lettera ai Romani” è un’opera notevolissima), R. Bultmann, D. Bonhoeffer ed altri.  Ma fu M. Heidegger che più di ogni altro analizzò la situazione emotiva dell’angoscia, non più solo da una posizione teologico-cristiana, ma anche spiccatamente esistenziale, che riguarda il singolo uomo (l’esserci), nel suo rapporto con la morte. L’uomo è un poter-essere aperto al mondo e agli altri, epperò questa apertura si chiude con la morte, di fronte alla quale l’esserci umano individuale viene interamente isolato con se stesso: la morte è una possibilità insormontabile, scrive Heidegger, in quanto stabilisce la rinuncia ad una qualsiasi possibilità. Per cui di fronte a questo limite invalicabile gli uomini possono provare o paura o angoscia: se si è dominati dalla paura si fugge dalla morte perdendo se stessi nella dimensione del Si passivante e nello stordimento di sè, mentre se si accetta l’angoscia si vive per la morte, ossia  si aderisce con  convinzione al proprio destino sia individuale che storico attraverso, come lui la definisce, “una decisione anticipatrice”.

Questi sintetici chiarimenti filosofici ci sono serviti almeno parzialmente ad indicare  il che cosa sono  angoscia e paura, i cui significati vengono comunemente, si diceva, usati senza tener conto delle loro differenze specifiche, pur essendo entrambe le due principali situazioni emotive umane.

Di solito gli uomini sanno trarre fuori il meglio di se stessi quando il pericolo è estremo. Ebbene la soglia su cui si corre prima di cadere in un precipizio senza fondo, pare sia stata raggiunta: ma il pertugio da cui uscirne non si scorge. Anzi gli umani presenti  barcollano, come non mai, nel fitto della nebbia dirigendosi verso l’abisso. Essi sono come l’alcolizzato, che prima di essere travolto da un delirium tremens fatale, si aggrappa al collo della bottiglia per bere l’ultimo sorso. Eppure ci si trova davvero sull’orlo di un vulcano che invece di eruttare lapilli, gas e lava incandescente, probabilmente sputerà fuori bombe a fusione nucleare che possono raggiungere, una volta esplose, circa i 10 milioni di gradi. Si osserva però con un certo stupore che quasi nessuno sembra preoccuparsene. Gli unici intimoriti che si possono notare in giro sono coloro che ancora indossano la mascherina ovunque, dopo più di due anni di una presunta pandemia convidiana terrificante. La quale, invece, come ben ora si constata, si è palesata come una epidemia influenzale di diversa tipologia, che ha causato poco più o poco meno lo stesso numero di morti di quella del 2017,  ma che ancora genera ancora un senso di paura maggiore a quella di un possibile, ahimè, molto possibile, olocausto atomico: e questo perché i più degli umani sono quasi del tutto indifferenti rispetto al pericolo di una guerra nucleare, poiché esso non è sentito come una minaccia reale. Nessuno si mobilita, nessuno si organizza per contrapporsi a tale terribile rischio. L’unica preoccupazione consiste e consisterà sempre più nel dover pagare le bollette troppo care, o,  in prospettiva, di perdere il posto di lavoro (che comunque sono aspetti assai rilevanti per la vita quotidiana).  Sul pericolo mortale che si manifesta sempre più, nessun segnale di risposta attiva, nessuna contestazione, nessuna battaglia culturale, tranne quella portata avanti dai soliti quattro gatti.  La bomba non è avvertita come un pericolo mortale. Come è possibile tutto questo?

Ecco che allora i distinti significati di paura e angoscia ci tornano necessari per rispondere, almeno parzialmente, a questa domanda. La paura, alimentata ad arte dai media posseduti dai grandi gruppi finanziari proprietari pure delle grandi industrie farmaceutiche, veniva e  viene diffusa con sadica perizia dai mass-media, con la cui complicità  facevano vedere per mesi  carovane di morti, oppure ospedali e case di riposo piene di malati gravi. La paura è in effetti, più che un sentimento, un istinto primordiale di conservazione, che, fra l’altro è comune a tutti gli esseri viventi, virus compresi. Se poi viene propagandata in modo universalmente pervasivo, con celati fini politico-economici, essa diventa terrore. Per questo tutta la vicenda “pandemica” è stata un enorme atto terroristico. Cosicchè  quasi tutta l’umanità  è stata  penetrata da una paura profonda,  tramite la quale ogni forma di pensiero razionale  sparisce. Si è giunti al punto che era inutile spiegare anche a professori universitari o a persone  qualificate in senso intellettuale, come per esempio è la stragrande maggioranza dei medici, che le statistiche riguardanti la mortalità causata dal virus era nella norma degli ultimi decenni. Il terrore obnubila totalmente il pensiero. Sette milioni circa di morti in due anni su otto miliardi di umani è un dato incontrovertibile:  il tasso di letalità è stato bassissimo.  Questo, a rigore, dimostra come la paura abbia ben poco da spartire con ogni forma di razionalità, se non quella  atta alla salvaguardia di se stessi. Essa è stata vissuta come il si salvi chi può. La paura non fa pensare.

Ben più complessa è l’analisi sull’angoscia.

Se si rilegge il brano di Kierkegaard sopra riportato, troviamo scritto che l’angoscia è “la realtà della libertà intesa come possibilità per la possibilità”. Questo significa che nell’uomo Adamo si “sostantifica”, sia come dono che come dannazione, la libertà di scelta, che, sebbene realizzabile solo empiricamente, è pur sempre la nostra libertà fondamentale. Essa comporta necessariamente in sé una riflessione interna sul che cosa decidere: l’angoscia ci obbliga a pensare. Non si può scegliere alcunchè senza una riflessione. Per questo siamo dei poter-essere, cioè degli esserci che hanno, ripetiamo, nella libertà di scelta il loro fondamento sia pure nell’ambito della finitudine, e che Heidegger chiamava invero con la sua propria terminologia un nullo-fondamento, poiché caratterizzato dalla morte come possibilità invalicabile. Ma, a parte queste disquisizioni, possiamo trarre la conclusione che l’angoscia implica un legame indissolubile con un’autocoscienza che sa di pensare e che essa è del tutto differente dalla paura, che invece annienta ogni possibilità di pensiero, in quanto essa è rifiuto di ogni possibilità, il  che genera, come conseguenza, una  fuga inane dalla morte, che diventa sempre la morte degli altri. D’altra parte si potrebbe affermare che l’angoscia, essendo un sentimento, si esprime con  giudizi riflettenti sentimental-esistenziali concernenti la possibilità, simili a quelli di cui parlava Kant riguardo l’estetica, cioè riguardo il bello ed il sublime.

Gli uomini attuali, in grande maggioranza, sono caduti nella dimensione della paura terrifica. G. Anders scrisse, nel suo più importante libro “L’uomo è antiquato” (2), che l’uomo attuale è  “un analfabeta dell’angoscia”, in particolare rispetto al pericolo atomico. Una definizione apparentemente difficile da commentare, poiché se si accoglie la definizione così com’è alla lettera, si prende atto che l’uomo storico vivente non prova più angoscia, o che perlomeno l’ha tolta da sé come situazione emotiva. In realtà Anders aveva capito che la stragrande maggioranza degli esserci umani non sceglie più, e che quindi non riflette più. Essa vive totalmente dentro la propria alienazione dovuta ad una esistenza inautentica, ripetitiva e senza futuro.

Oggi soprattutto la popolazione occidentale è soggiogata dalla paura e non comprende più il senso dell’angoscia riflettente. A causa di ciò essa non sa riconoscere i veri pericoli, in quanto nessuno pensa più in modo profondo. Il dio denaro del capitalismo  ha corrotto integralmente ogni nobile aspetto umano: non c’è più il vero, il giusto, il bello, il sacro, l’etica, il senso di comunità. Alla fine ci ha privato persino del senso dell’angoscia, e con ciò ogni possibilità di essere liberi.

Ormai l’Essere, inteso come pensiero o come coappartenenza con esso da parte dell’esserci, ci ha abbandonato, per cui siamo diventati naufraghi senza nessuna isola su cui  poter approdare (3).

_______________________________________

Note:

1)     S. KIERKEGAARD, Il concetto di angoscia, sta in “Opere” p.130, a cura di Cornelio Fabro, Sansoni editore, Milano 1993.

2)     G. ANDERS, L’uomo è antiquato, parte quarta “L’uomo è inferiore a se stesso, pp.248-253, ed. Bollati Beringhieri, Torino 2014.

3)      Si veda  F. TOVO , L’abbandono dell’essere, ivi pubblicato in aprile 2018.

————————————————————————

Rovigo, 5-10-2022.

Flores Tovo

La Germania esporta la sua crisi in una Europa in via di dissoluzione atlantica

Condividi su:

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La retorica dell’Europa unita, delle risposte comuni e della solidarietà europea indispensabile per affrontare le emergenze, si infrange dinanzi al piano di 200 miliardi stanziati dalla Germania per far fronte al caro energia e proteggere quindi famiglie ed imprese tedesche dagli effetti dei rincari energetici. I 200 miliardi di finanziamenti erogati dalla Germania contro il caro energia e l’inflazione (che si aggira attualmente intorno al 10%), costituiscono un programma di aiuti pubblici unilaterali. L’importo di 200 miliardi equivale al totale dei fondi del Pnrr concessi all’Italia in 6 anni e supera del 40% i 140 miliardi di entrate previsti per la tassa sugli extra profitti delle imprese energetiche. Tale manovra sarà finanziata dal Fondo di stabilizzazione dell’economia, ma sarà esclusa dal bilancio ordinario, così come gli investimenti di 100 miliardi stanziati dalla Germania per il riarmo. Pertanto, secondo la prassi tedesca ormai consolidata del ricorso agli artifici contabili, tali finanziamenti non costituiranno nuovo debito pubblico.

Chi sanzionerà la Germania?
Non si comprende tuttavia lo scalpore destato in sede europea dall’unilateralismo prevaricatore tedesco, da sempre praticato nella UE, in aperta violazione delle normative europee e a danno degli altri partner. Il ventennale primato tedesco in Europa si è potuto realizzare infatti solo mediante la sistematica violazione delle norme europee. La UE si è di fatto un’area unitaria di espansione economica tedesca.
L’export tedesco ha invaso l’Europa e destrutturato le economie degli altri paesi membri ignorando i limiti imposti ai surplus commerciali dai trattati europei. Le norme sulla concorrenza e sul divieto di aiuti di stato sono state da sempre eluse dalla Germania che, con il ricorso ai finanziamenti pubblici ha realizzato il salvataggio di un sistema bancario già inondato da titoli spazzatura e prossimo al default a seguito della crisi dei subprime del 2008. La Germania, con larghi sforamenti dei parametri di bilancio della UE, nel 2003 ha erogato sussidi a pioggia per sostenere la sua industria. La stessa Germania, con massicce concessioni di “credito facile” ai paesi del sud europeo ha provocato crisi del debito devastanti, salvo poi imporre alla Grecia politiche di austerity e rigore finanziario con annessa macelleria sociale, al fine di rientrare dei crediti insoluti.
La crescita esponenziale dell’export tedesco è inoltre dovuta alla adozione della moneta unica europea. Dato che la quotazione dell’euro sui mercati dei cambi dipende dall’andamento complessivo delle economie dell’intera Eurozona, l’export tedesco ha potuto giovarsi di un tasso di cambio assai favorevole, dal momento che il valore dell’euro è assai inferiore a quello che avrebbe avuto il marco. Al contrario la moneta unica penalizzato l’export dell’Italia, che con l’euro non ha più potuto giovarsi della flessibilità dei cambi.
La UE non ha prodotto crescita e stabilità in Europa, ma ha generato un trasferimento di ricchezza dal sud al nord dell’Europa e pertanto, alla crescita tedesca ha fatto riscontro il declassamento dei paesi più deboli.
Il primato tedesco è dunque frutto di una politica economica fraudolenta messa in atto dalla Germania. Ma chi, ieri come oggi, è in grado di sanzionare la Germania?

Il rapace nazionalismo tedesco e la dissoluzione prossima della UE
Lo stesso paradigma si ripropone nell’emergenza energetica. Il piano di finanziamenti tedesco di 200 miliardi è palesemente una erogazione di fondi pubblici a sostegno dell’economia tedesca in crisi, falcidiata dal caro energia e dall’inflazione. Si deve considerare che tutti i paesi della UE nelle fasi di crisi (sia pandemica che energetica), hanno fatto ricorso a programmi di sostegni pubblici. Emerge però una scandalosa sproporzione circa l’entità dei finanziamenti pubblici effettuati dai singoli paesi dal settembre 2021 al settembre 2022: la Germania ha stanziato 384,2 miliardi, la Gran Bretagna 238,4, la Francia 81,3, l’Italia 73,2, la Spagna 35,5.
Si rileva quindi che si è instaurata una vera e propria competizione tra gli aiuti di stato erogati dai singoli paesi, in cui gli effetti distorsivi della concorrenza hanno favorito le posizioni economiche dominanti della Germania e dei suoi alleati, a danno comunque dei paesi più deboli. L’Italia infatti ha ristretti spazi di manovra di bilancio a causa dell’elevato debito pubblico. L’economia italiana, inserita nella catena di valore dell’industria tedesca, si rivela particolarmente vulnerabile, dato che sarà penalizzata nella sua competitività, a causa dei più elevati costi energetici a carico delle imprese italiane. La Germania ha giustificato tale misura unilaterale di sostegno all’economia sulla base dei grandi spazi di manovra di bilancio, resi possibili dalla sua proverbiale virtuosità finanziaria rigorista. Ma certo è che la sua potenza finanziaria si è potuta realizzare mediante l’espansione dell’export e quindi in virtù di surplus commerciali prodottisi a discapito dell’Italia e di altri paesi.
La UE è dunque succube degli egoismi prevaricatori dei paesi economicamente più forti. La sua disunione è apparsa evidente nel rifiuto della Germania di aderire alla iniziativa dell’Italia, della Francia e di altri paesi per la fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas. La Germania infatti, oltre a sostenere la sua economia con un gigantesco piano di aiuti pubblici, può giovarsi dei contratti a termine tuttora in vigore (ma in scadenza a fine anno), con la Russia per forniture di gas a basso prezzo.
L’Olanda ha espresso il suo rifiuto sia al price cup che alla proposta di disallineamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. L’Olanda è ovviamente intransigente, dati gli enormi profitti speculativi realizzati con il rialzo delle quotazioni dei titoli energetici alla borsa di Amsterdam. E la crisi energetica, come si sa, non è dovuta alla guerra ma alla speculazione finanziaria sul prezzo del gas.
La Norvegia, che non è membro della UE ma della Nato, ha innalzato il prezzo dell’esportazione di gas fino al 70% e il suo fondo sovrano ha ricavato profitti per circa 80 miliardi. Nella guerra e nella crisi esiste quindi una parte dell’Europa che si arricchisce a spese dell’altra.
E’ stata spesso esaltata la compattezza unitaria dimostrata dall’Europa dinanzi alla crisi pandemica, con la creazione di un debito comune europeo, con il varo cioè del Recovery fund. Ma sulla politica vaccinale della UE incombono ombre assai oscure. Si è rilevata la scarsa trasparenza delle trattative intercorse tra la Von der Leyen e il presidente della Pfizer Albert Bourla in merito all’acquisto dei vaccini, svoltesi attraverso una corrispondenza avvenuta tramite sms il cui contenuto è stato inspiegabilmente cancellato. Bourla non si è poi presentato per testimoniare dinanzi alla commissione sul Covid del parlamento europeo, che sta svolgendo indagini su tali trattative. E’ emerso altresì un palese conflitto di interessi che investe la Von der Leyen, il cui marito è dirigente della Orgenesis, società del settore biotech controllata dai fondi di investimento Vanguard e Black Rock, che a loro volta controllano anche la Pfizer. Il Recovery fund fu inoltre ostacolato dalla opposizione dell’Olanda e dei paesi frugali, che diedero il loro assenso in cambio della concessione nei loro confronti di sgravi fiscali da parte della UE.
Analoga politica non è stata invece replicata in occasione della crisi energetica. A causa della opposizione tedesca non verrà creato alcun fondo europeo a sostegno dei paesi in difficoltà per il caro energia. Dato che non verrà alla luce alcun fondo comune europeo per l’energia, ogni paese europeo dovrà far fronte alla crisi con le proprie risorse. I paesi della UE non sono produttori di materie prime né potenze finanziarie di rango mondiale. L’Europa ha costruito la sua potenza economica sull’industria manifatturiera. Quindi dovrà affrontare la crisi energetica mediante scostamenti di bilancio e manovre in deficit. Ma è evidente lo squilibrio di risorse finanziarie disponibili da parte della Germania rispetto agli altri paesi per implementare politiche fiscali atte a contrastare efficacemente l’impatto di questa crisi.
E’ dunque lecito definire la politica economica di Scholz come una forma di rapace nazionalismo fiscale che condurrà fatalmente alla dissoluzione di fatto della UE.

La Germania esporta la sua crisi
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha comportato un drastico ridimensionamento sia geopolitico e economico della Germania. La potenza economica tedesca ha potuto svilupparsi mediante la crescita del suo export, le forniture di gas russo a basso prezzo e le delocalizzazioni industriali nell’Europa orientale. La guerra e le successive sanzioni imposte alla Russia stanno determinando progressivamente la fine dei legami economici ed energetici tra la Germania e la Russia stessa. La guerra in Ucraina ha provocato parallelamente l’interruzione della via della seta su rotaia che collega la Cina con l’Europa (traversando l’Ucraina), e pertanto, sia l’export tedesco che le catene di approvvigionamento di semiconduttori, di materiali tecnologici e infrastrutturali per l’industria hanno subito un drastico tracollo. Il modello economico tedesco basato sull’export è in via di dissoluzione.
Questa guerra ha quindi indotto la Germania ad effettuare un suo riposizionamento sia economico che geopolitico nell’ambito della Nato. Scholz, in considerazione della scelta di campo atlantica e del ridimensionamento del ruolo economico e geopolitico della Germania, vuole tuttavia riaffermare il primato tedesco in Europa.
Con la crisi energetica la Germania ha imboccato la via della recessione. A causa dell’aumento dei prezzi del gas, l’inflazione si attesterà all’8,4% nel 2022 e all’8,8% nel 2023. Il Pil tedesco è in calo, la crescita si ridurrà nel 2022 all’1,4%, mentre nel 2023 è previsto un calo dello 0,4%. L’indice della fiducia dei consumatori (Esi), registra un calo di 3,5 punti ed ha raggiunto i minimi storici.
Scholz pertanto, dinanzi alla recessione incombente, al dissenso dilagante nell’opinione pubblica e alle scadenze elettorali prossime in alcuni laender tedeschi, ha varato questo piano di aiuti per 200 miliardi di fondi pubblici destinati alle imprese e ai cittadini onde far fronte al caro energia. Data la sperequazione dei costi energetici che si verificherà tra le imprese tedesche e quelle degli altri paesi della UE, la Germania ha messo in atto una manovra shock che si configura come una gigantesca operazione di dumping industriale e finanziario ai danni del resto dell’Europa. L’intento di Scholz è quello di arginare il declassamento economico della Germania scaturito dalla chiusura dei principali mercati dell’export tedesco e al rilevante calo di competitività subito dall’industria tedesca nei confronti del mercato americano. Il rafforzamento dell’export tedesco in Europa, realizzato manovre atte a produrre rilevanti distorsioni della concorrenza, sarà sufficiente a far fronte alla recessione interna e a colmare le perdite subite dall’export verso la Russia e i mercati asiatici? Certamente no. Il dumping tedesco infatti avrà solo l’effetto di esportare nella UE la sua stessa crisi. La recessione europea produrre solo decrementi della domanda che si ripercuoteranno negativamente anche sull’economia tedesca.
L’Italia è particolarmente esposta alla concorrenza sleale della Germania. In una Italia, già depauperata nella sua struttura industriale da decenni dalle manovre aggressive franco – tedesche, potranno verificarsi con la recessione incombente nuove crisi del debito, a cui faranno seguito rinnovate politiche di austerity. In tale contesto, si riproporranno nuove iniziative aggressive della Germania, da sempre ansiosa di appropriarsi del patrimonio immobiliare e del risparmio italiano, che è tra i più elevati d’Europa.

La strategia americana di aggressione all’Europa
L’Europa non sarà certo smembrata dalla politica di ricatto energetico di Putin, ma da un processo di decomposizione interna già in stato avanzato.
Occorre inoltre rilevare il silenzio doloso della Von der Leyen riguardo alle iniziative di nazionalismo predatorio della Germania. Si è solo limitata a retorici appelli all’unità della UE. Quella stessa Von der Leyen che ha sanzionato il sovranismo dell’Ungheria di Orban e si è resa responsabile di gravi ed indebite ingerenze nelle elezioni italiane affermando che “se le cose andranno in direzione difficoltosa, abbiamo gli strumenti per agire”, ora tace nei confronti del nazionalismo predatorio di Scholz.
In realtà, con la fine della Guerra fredda e l’espansione della Nato nell’est europeo, è venuta meno la rilevanza del ruolo strategico della Germania nel contenimento della Russia. Tale ruolo è oggi ricoperto dalla Polonia e dai paesi baltici che confinano direttamente con la Russia.
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha determinato il riposizionamento geopolitico dell’Europa nell’ambito della Nato in funzione russofobica. Ma, in perfetta coerenza con la strategia geopolitica americana, si sta verificando anche la decomposizione interna della UE. L’Europa, priva di una soggettività geopolitica autonoma nel contesto mondiale, ridimensionata nella sua potenza economica e resa dipendente dagli USA nel campo energetico, non potrà che frantumarsi progressivamente, dilaniata dalle conflittualità interne. Il declino dell’euro ne è una prova evidente. L’euro si sta svalutando nei confronti del dollaro a causa della politica antinflazionistica messa in atto dalla FED che comporta rialzi progressivi dei tassi di interesse. E i rialzi dei tassi deliberati dalla BCE avranno effetti devastanti su una economia europea in fase di recessione. Questa rincorsa della BCE ai rialzi dei tassi americani finirà col dissanguare l’Europa.
La strategia imperialista americana di aggressione all’Eurasia implica la destrutturazione dalla UE. La crisi economica incombente si tramuterà presto in crisi politico – istituzionale che coinvolgerà tutti i paesi europei. Esploderà anche una conflittualità sociale alimentata dall’accentuarsi delle diseguaglianze che si rivelerà insanabile. Emergeranno ben presto le responsabilità delle classi politiche riguardo alle suicide scelte atlantiste dell’Europa. Solo dalla dissoluzione interna della UE e dalla implosione del modello neoliberista potrà emergere la nuova Europa dei popoli e delle patrie europee. E’ questa una utopia? Ebbene, solo questa utopia può salvarci.

La Guerra è appena iniziata

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

di Big Serge
bigserge.substack.com

Per diversi giorni ho cercato di raccogliere le idee sulla guerra russo-ucraina e di condensarle in un altro pezzo di analisi, ma i miei sforzi sono stati costantemente frustrati dall’ostinato rifiuto della guerra di stare ferma. Dopo un lento e progressivo rallentamento per gran parte dell’estate, gli eventi hanno cominciato ad accelerare, richiamando alla mente una famosa battuta di Vladimir Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui succedono decenni.”

Questa è stata una di quelle settimane. È iniziata con l’inizio dei referendum in quattro ex oblast ucraini per decidere se aderire o meno alla Federazione Russa, accompagnati dall’annuncio di Putin che i riservisti sarebbero stati richiamati per aumentare il dispiegamento di forze in Ucraina. Un’ulteriore agitazione è scaturita dai fondali del Baltico con la misteriosa distruzione degli oleodotti Nordstream. Circolano voci sul nucleare, mentre la guerra sul campo continua.

Nel complesso, è chiaro che ci troviamo attualmente nel periodo di transizione verso una nuova fase della guerra, con un maggiore dispiegamento di forze russe, regole di ingaggio ampliate e un’intensità maggiore. La seconda stagione dell’Operazione militare speciale incombe, e con essa l’inverno di Yuri:

The Big Serge Pledge

Special Military Operation, Season 2: The Winter of Yuri pic.twitter.com/iKHrmTppV6

— Big Serge ☦️🇺🇸🇷🇺 (@witte_sergei) September 27, 2022

Cerchiamo di elaborare gli sviluppi delle ultime settimane e di fare il punto sulla possibile evoluzione della situazione in Ucraina.

Annessioni

L’evento chiave al centro della recente escalation è stato l’annuncio di indire referendum in quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson) per decidere sulla questione del loro ingresso nella Federazione Russa. L’implicazione era ovviamente che se i referendum fossero andati a buon fine (una questione che non è mai stata in dubbio), queste regioni sarebbero state annesse alla Russia. Sebbene siano circolate alcune voci secondo cui la Russia avrebbe ritardato l’annessione, ciò non è mai stato realmente plausibile. Consentire a queste regioni di votare a favore dell’adesione alla Russia per poi lasciarle fuori al freddo sarebbe enormemente impopolare e solleverebbe seri dubbi sull’impegno della Russia nei confronti della popolazione ucraina.

L’annessione formale è una certezza, magari non il 30 settembre come si dice, ma entro la prossima settimana.

Tutto questo è piuttosto prevedibile e completa il primo livello di annessioni di cui avevo discusso nelle analisi precedenti. Il ragionamento non è particolarmente complesso: liberare il Donbass e mettere in sicurezza la Crimea erano gli obiettivi minimi assoluti della Russia per la guerra, e mettere in sicurezza la Crimea richiede sia un ponte terrestre con collegamenti stradali e ferroviari (oblast di Zaporizhia) sia il controllo delle fonti d’acqua della Crimea (Kherson). Questi obiettivi minimi sono stati ora formalmente designati, anche se, naturalmente, l’Ucraina mantiene alcune attività militari su questi territori e dovrà essere sloggiata.

La mappa di annessione di Big Serge: Fase 1 completata

Penso, tuttavia, che la gente abbia perso di vista il significato dei referendum e delle conseguenti annessioni. I discorsi occidentali si sono concentrati sull’illegittimità del voto e sull’illegalità di qualsiasi annessione, ma questo non è molto interessante o importante. La legittimità dell’annessione deriva dal fatto che l’amministrazione russa possa o meno avere successo in queste regioni. La legittimità, in quanto tale, è solo una questione di efficacia del potere statale. Lo Stato è in grado di proteggere, estrarre e giudicare?

In ogni caso, ciò che è molto più interessante dei tecnicismi dei referendum è ciò che la decisione di annettere queste regioni dice sulle intenzioni russe. Una volta annesse formalmente, queste regioni saranno considerate dallo Stato russo come territorio russo sovrano, soggetto a protezione tramite l’intera gamma delle capacità russe, comprese (nello scenario più terribile e improbabile) le armi nucleari. Quando Medvedev lo aveva sottolineato, la cosa era stata bizzarramente interpretata come una “minaccia nucleare,” ma ciò che in realtà stava cercando di comunicare è che questi quattro oblast diventeranno parte della definizione minima di integrità dello Stato russo – in altre parole, non saranno negoziabili.

Credo che il modo migliore per formulare la questione sia il seguente:

L’annessione conferisce una designazione formale del fatto che un territorio è stato ritenuto esistenzialmente importante per lo Stato russo e [ogni minaccia nei suoi confronti] sarà interpretata come se l’integrità della nazione e dello Stato fosse a rischio.

Chi si fissa sulla “legalità” dei referendum (come se esistesse una cosa del genere) e sul presunto ricatto nucleare di Medvedev non coglie questo punto. La Russia ci sta dicendo dove si trova attualmente il limite delle sue condizioni minime di pace. Non se ne andrà senza almeno questi quattro oblast e considera la possibilità di utilizzare l’intera gamma di capacità dello Stato per raggiungere questo obiettivo.

Generazione di forze

La mossa di indire i referendum ed eventualmente annettere il territorio di sud-est è stata accompagnata dall’atteso annuncio di Putin di una “mobilitazione parziale.” In apparenza, l’ordine iniziale richiama solo 300.000 uomini con precedenti esperienze militari, ma la porta è stata lasciata aperta per ulteriori incrementi a discrezione dell’ufficio del presidente. Implicitamente, Putin può ora aumentare la mobilitazione come meglio crede senza dover fare ulteriori annunci o firmare ulteriori documenti. Questo è simile al Lend-Lease americano o all’”Autorizzazione all’uso della forza militare” in America, dove la porta viene aperta una volta sola e il presidente è poi libero di muoversi a piacimento, senza nemmeno informare il pubblico.

Era sempre più chiaro che la Russia doveva aumentare il proprio dispiegamento di forze. Il successo dell’Ucraina verso il fiume Oskil è stato reso possibile dalla scarsità di truppe russe. L’esercito russo aveva completamente svuotato l’oblast di Kharkiv, lasciando solo una sottile forza di controllo composta da guardie nazionali e milizie dell’LNR. Nei luoghi in cui l’esercito russo aveva scelto di schierare consistenti formazioni regolari, i risultati sono stati disastrosi per l’Ucraina: la famigerata controffensiva di Kherson si è trasformata in un poligono di tiro per l’artiglieria russa, mentre l’esercito ucraino ha continuato inutilmente a far affluire uomini in una testa di ponte senza speranza ad Andriivka.

Un tiro al bersaglio

Finora, in questa guerra, l’Ucraina ha ottenuto due grandi successi nella riconquista del territorio: il primo in primavera, intorno a Kiev, e ora la riconquista a fine estate dell’oblast di Kharkov. In entrambi i casi, i Russi avevano preventivamente svuotato i settori. Non abbiamo ancora visto un’offensiva ucraina di successo contro l’esercito russo in posizione difensiva. La soluzione più ovvia, quindi, è quella di aumentare il dispiegamento di forze in modo che non sia più necessario sottopotenziare sezioni del fronte.

L’aumento iniziale di 300.000 uomini inganna un po’. Non tutti i richiamati saranno inviati in Ucraina. Molti resteranno in Russia in servizio di presidio, in modo da poter far ruotare in Ucraina le formazioni già pronte. Pertanto, è probabile che vedremo più unità russe arrivare nel teatro bellico molto prima del previsto. Inoltre, molte delle unità originariamente impegnate in Ucraina sono state allontanate dal fronte per essere reintegrate e fatte riposare. L’entità e il ritmo della nuova generazione di forze russe sarà probabilmente sconvolgente. Nel complesso, la tempistica dell’aumento degli effettivi russi coincide con l’esaurimento delle capacità ucraine.

L’Ucraina ha trascorso l’estate inviando i suoi coscritti di secondo livello sul fronte del Donbass, mentre raccoglieva amorevolmente le armi donate dalla NATO e addestrava le unità [di primo livello] nelle retrovie. Con il generoso aiuto della NATO, l’Ucraina è stata in grado di accumulare forze per due offensive su larga scala: una a Kherson (che è fallita in modo spettacolare) e una a Kharkov (che è riuscita a superare la forza di protezione russa e a raggiungere l’Oskil). Gran parte della potenza di combattimento accuratamente accumulata è ora scomparsa o degradata. Sono circolate voci di una terza offensiva verso Melitipol, ma l’Ucraina non sembra avere la potenza di combattimento per realizzarla e forti forze russe sono nella regione dietro linee difensive già pronte.

Nel complesso, quindi, la finestra per le operazioni offensive dell’Ucraina si è chiusa e quel poco che rimane si sta chiudendo rapidamente. L’ultima zona di intense operazioni ucraine è quella intorno a Lyman, dove gli aggressivi attacchi ucraini non sono finora riusciti né a prendere d’assalto né a circondare la città. È ancora possibile che l’Ucraina prenda Lyman e consolidi il controllo di Kupyansk, ma questo rappresenterebbe probabilmente il culmine della capacità offensiva ucraina. Per ora, l’area intorno a Lyman è una zona mortale che espone le truppe ucraine attaccanti al fuoco aereo e terrestre russo.

La visione su larga scala dei rapporti di forza è la seguente:

L’Ucraina ha esaurito gran parte della potenza di combattimento accumulata con l’aiuto della NATO durante l’estate e avrà urgente bisogno di ridurre l’intensità dei combattimenti per rifornirsi e riarmarsi, proprio nel momento in cui la potenza di combattimento russa nel teatro bellico inizierà ad aumentare.

Contemporaneamente, la capacità della NATO di armare l’Ucraina sta per esaurirsi. Analizziamo questo aspetto più da vicino.

L’esaurimento della NATO

Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è la misura in cui la Russia è riuscita a distruggere l’hardware militare della NATO senza combattere una guerra diretta contro le forze della NATO. In una precedente analisi avevo descritto l’Ucraina come una forza vampiresca che ha invertito la logica della guerra per procura; è un buco nero che risucchia l’equipaggiamento della NATO per farlo distruggere.

Le scorte a cui attingere per continuare ad armare l’Ucraina sono ormai molto limitate. La rivista Military Watch ha notato che la NATO ha svuotato il vecchio parco carri armati del Patto di Varsavia, rimanendo priva di mezzi corazzati sovietici da donare all’Ucraina. Una volta che queste scorte saranno completamente esaurite, l’unica opzione sarà quella di fornire all’Ucraina carri armati occidentali. Questo, tuttavia, è molto più difficile di quanto sembri, perché richiederebbe non solo riaddestrare completamente le squadre dei carristi, ma anche una selezione completamente diversa di munizioni, pezzi di ricambio e strutture di riparazione.

I carri armati non sono però l’unico problema. L’Ucraina sta ora affrontando una grave carenza di artiglieria convenzionale a tubo. All’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano regalato un certo numero di obici da 155 mm, ma con le scorte di cannoni e proiettili in diminuzione, di recente [gli Ucraini] sono stati costretti a ricorrere a pezzi trainati di calibro e qualità inferiore. Dopo l’annuncio di un’altra tranche di aiuti il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno ora messo insieme cinque pacchetti consecutivi che non contengono proiettili convenzionali da 155 mm. I proiettili per l’artiglieria sovietica ucraina si stavano esaurendo già a giugno.

In effetti, lo sforzo per mantenere in funzione l’artiglieria ucraina ha attraversato diverse fasi. Nella prima, le scorte di proiettili sovietici del Patto di Varsavia sono state svuotate per rifornire i cannoni in possesso dell’Ucraina. Nella seconda fase, all’Ucraina sono state fornite capacità occidentali di medio livello, in particolare gli obici da 155 mm. Ora che i proiettili da 155 mm si stanno esaurendo, l’Ucraina deve accontentarsi dei cannoni da 105 mm, che sono nettamente surclassati dagli obici russi e saranno, in una parola, condannati alla distruzione in qualsiasi tipo di azione di controbatteria.

In sostituzione di un’adeguata artiglieria a tubo, l’ultimo pacchetto di aiuti include altri 18 esemplari dell’arma preferita dai meme di internet: il sistema di razzi a lancio multiplo HIMARS. Ciò che non viene esplicitamente menzionato nel comunicato stampa è che i sistemi HIMARS non sono presenti negli attuali inventari statunitensi e dovranno essere costruiti ex-novo, quindi è improbabile che arrivino in Ucraina prima di diversi anni.

Le crescenti difficoltà nell’armare l’Ucraina coincidono con la rapida chiusura della finestra di opportunità operativa dell’Ucraina. Le forze accumulate durante l’estate sono ormai degradate e logorate e ogni successiva ricostruzione delle forze ucraine di primo livello diventerà più difficile a causa della distruzione degli effettivi e dell’esaurimento degli arsenali della NATO. Questo esaurimento arriva proprio quando la generazione di forze russe sta aumentando, preannunciando l’inverno di Yuri.

La guerra d’inverno

Chiunque si aspetti che la guerra rallenti durante l’inverno avrà una sorpresa. La Russia lancerà un’offensiva nel tardo autunno/inverno e otterrà guadagni significativi. L’arco di generazione delle forze (sia l’accumulo crescente di forze da parte della Russia che il degrado dell’Ucraina) coincide con l’avvicinarsi del freddo.

Facciamo una breve nota sul combattimento invernale. La Russia è perfettamente in grado di condurre operazioni efficaci nella neve. Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa era stata più che in grado di ottenere successi offensivi durante l’inverno, a partire dal 1941 con la controffensiva generale a Mosca, di nuovo nel 1942 con la distruzione della Sesta Armata tedesca a Stalingrado e, nel 1943-44, con due offensive di successo su larga scala iniziate in pieno inverno. Naturalmente la Seconda Guerra Mondiale non è direttamente applicabile in tutti i sensi, ma possiamo stabilire che, da un punto di vista tecnico, esiste una capacità chiaramente consolidata di condurre operazioni in condizioni invernali.

Abbiamo anche esempi più recenti. Nel 2015, durante la prima guerra del Donbass, le forze della LNR e della DNR avevano lanciato un’operazione a tenaglia che aveva accerchiato un battaglione ucraino [distruggendolo poi] nella battaglia di Debaltseve. E, naturalmente, la guerra russo-ucraina è iniziata a febbraio, quando gran parte dell’Ucraina settentrionale era sotto zero.

Bella mossa

Il clima invernale favorisce un’offensiva russa per molteplici ragioni. Uno dei paradossi delle operazioni militari è che il gelo, in realtà, migliora la mobilità: i veicoli possono rimanere bloccati nel fango, ma non sul terreno ghiacciato. Nel periodo 1941-43, le truppe tedesche festeggiavano l’arrivo della primavera, perché il disgelo avrebbe impantanato l’Armata Rossa nel fango e rallentato il suo slancio. La caduta invernale del fogliame riduce anche la copertura disponibile per le truppe in posizione difensiva. E, naturalmente, il freddo favorisce chi ha un accesso più affidabile all’energia.

Per quanto riguarda la scelta della Russia di impegnare le sue nuove forze, ci sono quattro possibilità realistiche, che elencherò in ordine sparso:

1. Riaprire il Fronte settentrionale con un’operazione intorno a Kharkov. L’attrattiva di questa opzione è evidente. Un attacco russo in forze verso Kharkov vanificherebbe immediatamente tutti i guadagni dell’Ucraina verso l’Oskil, compromettendo le loro retrovie.

2. Un’offensiva su Nikolayev dalla regione di Kherson. Questo si avvicinerebbe ulteriormente all’obiettivo di un’Ucraina senza sbocchi sul mare e sfrutterebbe il fatto che le forze ucraine in questa regione sono malridotte dopo il fallimento della loro offensiva.

3. Un impegno massiccio nel Donbass per completare la liberazione del territorio della DNR catturando Slovyansk e Kramatorsk. Questo è meno probabile, poiché la Russia ha dimostrato di essere a suo agio con il ritmo lento delle operazioni su questo fronte.

4. Una spinta a nord dall’area di Melitopol verso Zaparozhia. Questo salvaguarderebbe la centrale nucleare e porrebbe fine a qualsiasi minaccia credibile per il ponte terrestre verso la Crimea.

Altre possibilità le considero improbabili. Una seconda avanzata su Kiev avrebbe poco senso dal punto di vista operativo, poiché non sosterrebbe nessuno dei fronti esistenti. Mi aspetterei un’azione intorno a Kiev solo se la nuova generazione di forze fosse significativamente maggiore di 300.000 unità. Altrimenti, è probabile che le offensive invernali della Russia si concentrino su fronti che si sostengono a vicenda. Ritengo probabile qualche movimento per riaprire il fronte nord, in quanto vanificherebbe i guadagni dell’Ucraina in direzione di Izyum-Kupyansk. Si dice che si stiano spostando forze in Bielorussia, ma in realtà penso che l’asse Chernigov-Sumy sia più probabile di una nuova operazione a Kiev, in quanto potrebbe essere di supporto ad un’offensiva su Kharkov.

Potenziali assi dell’avanzata invernale (Base Map Credit: @War_Mapper)

A livello generale, è chiaro che la finestra di manovra dell’Ucraina per le operazioni offensive si sta rapidamente chiudendo e che i rapporti di forza sul terreno si sposteranno decisamente a favore della Russia durante l’inverno.

Nordstream ed escalation

Mentre stavamo riflettendo su questi sviluppi sul terreno, è emersa un’altra trama sottomarina. Il primo indizio che qualcosa non andava era stata la notizia che la pressione nel gasdotto Nordstream 1 stava misteriosamente calando. Si è poi saputo che il gasdotto, insieme al Nordstream 2 non operativo, aveva subito gravi danni. I sismologi svedesi avevano registrato esplosioni sul fondo del Mar Baltico e si è scoperto che le condutture sono state fortemente danneggiate.

Siamo franchi su questo punto. La Russia non ha fatto esplodere i propri gasdotti ed è ridicolo insinuare che lo abbia fatto. L’importanza del gasdotto per la Russia risiedeva nel fatto che poteva essere attivato o chiuso, fornendo un meccanismo di leva e di negoziazione nei confronti della Germania. Nella classica formulazione del bastone e della carota, non si può muovere l’asino se la carota viene fatta saltare in aria. L’unico scenario possibile in cui la Russia potrebbe essere responsabile del sabotaggio sarebbe se qualche fazione integralista all’interno del governo russo avesse ritenuto che Putin si stava muovendo troppo lentamente e avesse voluto forzare un’escalation. Una cosa del genere, tuttavia, implicherebbe che Putin stia perdendo il controllo interno e non ci sono prove a sostegno di questa teoria.

Quindi, torniamo all’analisi elementare e chiediamoci: Cui bono? Chi ci guadagna? Beh, considerando che la Polonia ha festeggiato l’apertura di un nuovo gasdotto dalla Norvegia solo pochi giorni fa e che un certo ex parlamentare polacco ha ringraziato cripticamente gli Stati Uniti su Twitter, è lecito fare qualche ipotesi.

La prima regola del delitto perfetto è non vantarsene su Twitter

Meditiamo brevemente sulle reali implicazioni della scomparsa del Nordstream.

1. La Germania perde quel poco di autonomia e flessibilità che aveva, diventando ancora più dipendente dagli Stati Uniti.

2. La Russia perde un punto di influenza sull’Europa, riducendo gli incentivi al negoziato.

3. La Polonia e l’Ucraina diventano nodi di transito ancora più critici per il gas.

La Russia percepisce chiaramente questa iniziativa come una mossa di sabotaggio da parte della NATO, volta a metterla all’angolo. Il governo russo ha dichiarato che si tratta di un atto di “terrorismo internazionale” e ha affermato che le esplosioni sono avvenute in aree “controllate dalla NATO” – la concatenazione di queste dichiarazioni è che incolpano la NATO di un atto di terrorismo, senza dirlo esplicitamente. Ciò ha provocato un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale russo.

Molte nazioni occidentali hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare immediatamente la Russia, facendo capire di essere preoccupate per un’escalation (questo coincide con la folle affermazione dell’Ucraina secondo cui la Russia potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari). Per il momento, mi aspetto che l’escalation russa rimanga confinata alla sola Ucraina, probabilmente in coincidenza con il dispiegamento di ulteriori forze di terra russe. Se la Russia si sentirà costretta ad intraprendere un’escalation fuori da questo teatro, l’opzione più probabile resta quella di colpire i satelliti americani, le infrastrutture digitali [cavi sottomarini] o le forze in Siria.

Sull’orlo del precipizio

Sono pienamente consapevole del fatto che, dopo i guadagni dell’Ucraina nell’oblast di Kharkov, le mie opinioni saranno interpretate come un “farsene una ragione,” ma sarà il tempo a dirlo. L’Ucraina è allo stremo – ha prosciugato tutto ciò che era utilizzabile dalle scorte della NATO per costruire una forza di primo livello durante l’estate e quella forza è stata distrutta e degradata in modo irreparabile, proprio quando la generazione di forze della Russia è destinata ad aumentare in modo massiccio. L’inverno porterà non solo l’eclissi dell’esercito ucraino, la distruzione di infrastrutture vitali e la perdita di nuovi territori e centri abitati, ma anche una grave crisi economica in Europa. Alla fine, tutto ciò che rimarrà agli Stati Uniti sarà dover governare su un’Europa deindustrializzata e degradata e su un residuo di Ucraina, una sorta di bidone della spazzatura senza sbocchi al mare ad ovest del Dnieper.

Per ora, però, siamo nell’interregno, mentre si spengono le ultime fiamme della potenza combattiva dell’Ucraina. Ci sarà una pausa operativa e poi un’offensiva invernale russa. Ci saranno diverse settimane in cui non succederà nulla, e poi succederà tutto.

Durante questa pausa operativa, potreste essere tentati di chiedere: “È finita, Yuri?

No, compagno Premiere. È solo l’inizio.”

Big Serge

Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-war-has-just-begun
29.09.2022

La Russia è di fronte ad un passaggio determinante

Condividi su:

di Gennaro Scala

Fonte: Gennaro Scala

La strategia della Russia è entrata in crisi ed ha dovuto proclamare la mobilitazione parziale dei riservisti dell’esercito. A causa dell’impossibilità di controllare i territori conquistati con l'”operazione speciale”, ovvero con l’utilizzo dei soli professionisti dell’esercito di fronte agli Ucraini che fin dall’inizio hanno decretato la coscrizione obbligatoria e che godono del sostegno dell’intero occidente. Questo è un passaggio molto importante, che ha causato una crisi. Da come verrà risolta dipende l’esito futuro del conflitto.
In un articolo su Ria Novosti si affrontava senza reticenze il fenomeno “massiccio” di coloro che sono fuggiti dalla Russia per evitare la chiamata alle armi. Tra le varie cause il commentatore (se il traduttore automatico ci restituisce bene il senso delle sue parole) individuava la cultura occidentale che ha fatto preso sulla Russia, ma anche le ingiustizie del sistema liberal-nazionale su cui si è attestata la Russia, merito alle quali il commentatore stesso ammette che c’è del vero. “Perché dobbiamo andare a combattere per lo Yacht di Abramovic?” La Russia ha affrontato difficoltà indicibili con le truppe naziste sul proprio territorio, tuttavia anche questa volta si trova ad affrontare un nemico molto insidioso. Il contatto e il rapporto con l’Occidente di questi anni, soprattutto con l’Europa, hanno avuto come contropartita la penetrazione del veleno ideologico occidentale soprattutto quello sviluppatosi quando gli Usa seppero diabolicamente trasformare la “controcultura” sviluppatasi durante la contestazione alla guerra in Vietnam in un veleno ideologico con cui infettare le nazioni, diffondendo un individualismo anti-comunitario, in cui vince la superiore capacità di corruzione.
La Russia è di fronte ad un passaggio, ogni passaggio comporta una crisi. Questo passaggio comporta anche la necessità di abbandonare il sistema liberal-nazionale. Il gruppo dirigente con Putin ha deciso di superare la crisi in avanti, rilanciando la lotta contro l’Occidente. Bisogna vedere se la società russa nel suo complesso seguirà il suo gruppo dirigente. Da ciò dipende la vittoria o la sconfitta della civiltà russa e della civiltà in generale.

Antifascismo idiota

Condividi su:

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

IL PAESE DEI VOLTAGABBANA – CAMERATA DOVE SEI?

Le elezioni del 25 Settembre 2022 hanno sancito la vittoria schiacciante della destra. La volontà popolare, di cui la sinistra ha sempre fatto una bandiera ideologica, si è espressa liberamente, in modo inequivocabile. Nei giorni successivi al successo di Giorgia Meloni, tutti i soloni del Pensiero unico progressista si sono scatenati, chi più, chi meno, nel dimostrare rabbia, odio e livore antitaliano. Per Oliviero Toscani, chi ha votato Fratelli d’Italia sarebbe un “deficiente”. Saviano schiuma dalla bocca. Formigli e Mentana sembrano trasecolati. Alcuni Vip, anziché fare il loro discutibile mestiere, si spendono in giudizi politici offensivi. Per non parlare degli “influencer”, ossia i nullafacenti che guadagnano milioni sui “like” di Instagram. Il quotidiano La Repubblica, che da tempo, ha sostituito L’Unità, non ha risparmiato a Meloni neppure vigli attacchi personali. Il mantra dei radical chic arcobaleno è allarmare di un fantasioso quanto sciocco ritorno al Fascismo. Fiano, abbattuto democraticamente da Isabella Rauti, figlia di Pino, già segretario del MSI, si è giustificato dando la colpa agli italiani: “l’antifascismo non è una priorità in questo Paese”. Effettivamente, essendo trascorsi 80 anni dalla fine del Fascismo e con le enormi sfide che l’Italia (e non solo) deve affrontare, tra crisi economica ed energetica e guerra alle porte, appare almeno anacronistico, se non peggio, porre la “questione antifascista”, che risulta solo un totem di chi non ha argomenti, da usare come clava cavernicola, quando gli eredi di Marx o Stalin in salsa Mario Mieli perdono clamorosamente. Anche il buon Paolo Berizzi si sta rotolando in una delle più grottesche rosicate, sempre sbandierando sto’ antifascismo, di cui le nuove generazioni manco capiscono il significato.

La Gingko Edizioni di Verona, ha pubblicato nel 2021 un libro molto interessante, che si intitola “Camerata dove sei? Il Paese dei voltagabbana”. E’ un testo che rivela verità nascoste sui politici e giornalisti italiani nei riguardi del Fascismo, a dimostrazione di quanto siano assurde certe condanne preventive a persone che hanno un loro passato politico ed umano ben preciso e, poi, per mero opportunismo, hanno fatto il salto della quaglia. Come diceva Ennio Flaiano: “i fascisti si dividono in due categorie: fascisti e antifascisti. Gli italiani corrono sempre in soccorso dei vincitori”. I personaggi che seguono sgomitarono per salire e non seppero poi farsi da parte, cambiarono cappello e, rinnegando il proprio passato ma mai scusandosi per la gente comune che avevano ingannato o mandato a morire. Mussolini li definì “canguri giganti” perché provvisti di un largo marsupio da riempire e capaci di saltare di là dello schieramento. Invece che alla Storia, hanno preferito passare alla cassa.

Essi sono proprio i punti di riferimento degli inquisitori sinistri e democristiani di sinistra contemporanei. Sarà un caso? Vediamoli. Cesare Pavese (1908-1950) di cui parlò il quotidiano La Stampa l’8 agosto 1990, a seguito del ritrovamento del “Taccuino Fascista” del 1962, scoperto da Lorenzo Mondo fra le carte di Pavese, tenute da sua sorella. Italo Calvino rimase stupito dal contenuto, nutrito si simpatia e lodi per il Regime e consigliò di non pubblicarlo. L’originale, poi, sparì, ma ne fecero una fotocopia ( cfr. “Il Sorriso degli Dei” di Marco Borsacchi, Jouvance, Roma, 2005). Giorgio Bocca (1920-2011) si distinse per i suoi articoli apologetici del Duce, così come Indro Montanelli (1909-2001). Per non parlare di Gaetano Azzariti (1881-1961), ex presidente della Corte costituzionale, che fu anche capo del Tribunale della Razza e divenne comunista con la caduta del Fascismo. Palmiro Togliatti lo scelse come capo di gabinetto, subito dopo la caduta di Mussolini, ben sapendo chi era stato durante il periodo fascista e che sotto la sua direzione erano state create molte leggi fasciste. Dopo il 25 luglio 1943 fu nominato ministro della Giustizia nel primo governo Badoglio. La RSI gli diede una mano, condannandolo a morte in contumacia, come traditore, conferendogli così una patente da antifascista.

Antifascistissimo fu, a suo tempo, un esaltatore del regime fascista, Giulio Andreotti, che nell’ottobre del 1942 redasse per la Rivista del Lavoro (anno XI, n.7/8 ottobre-novembre 1942 – XXI) un articolo apologetico in coincidenza col ventennale del Regime. L’Italia era in guerra e questo fatto, sommato al ricordo della marcia su Roma suscitò in Giulio Andreotti uno stato di esaltazione. Michelangelo Antonioni, che rappresentò con visconti e Fellini il meglio del cinema italiano, per anni “compagno” di Monica Vitti, campione di progressismo era un camerata fedele e disciplinato, seguace di Italo Balbo, esordì nel 1935 sul “Corriere padano” esaltando la cinematografia “programmata e rivoluzionaria” “che agirà in profondità sull’anima del popolo e sarà per il Fascismo (la F maiuscola è di Antonioni!) un mezzo efficacissimo per affermarsi in tutto il mondo…”.Tra i voltagabbana annoveriamo anche Domenico Bartoli, autorevole e apprezzato giudice della democraticità altrui, estimatore stimatissimo di Ugo La Malfa e di Giovanni Malagodi; Arrigo Benedetti, che collaborò alle più note e fasciste riviste dell’epoca come il Saggiatore, Critica Fascista, Primato, Ottobre, Legioni e Falangi. Il personaggio in divisa di appartenente ai Gruppi Universitari Fascisti, ritratto sotto l’immagine gigantesca di Mussolini, è il comunista Rosario Bentivegna, medaglia d’oro della Resistenza, autore dell’attentato di via Rasella, a Roma, del 23/3/1944, che provocò la rappresaglia tedesca che uccise 335 persone alle Fosse Ardeatine. Ciò non impedì al Nostro di ricevere la medaglia e a sua moglie, Carla Capponi, compagna nell’ “eroica” impresa, di arrivare a Montecitorio e poi a Palazzo Madama nelle liste del PCI.

Alberto Mondadori, direttore di Tempo, era fascistissimo e i suoi giornalisti di punta erano i camerati di provata fede Ezio Maria Gray, Cesare Zavattini, Gian Gaspare Napolitano, Indro Montanelli nonché Carlo Bernari, che prima di diventare comunista era il corrispondente di guerra specializzato nelle esaltazioni dell’esercito e delle imprese belliche del Terzo Reich. Per il salto dall’altra parte ricordiamo altri beneficiati del regime fascista quali il Prof. Giacinto Bosco, poi Vicepresidente del CSM, Paolo Bufalini, Felice Chilanti, l’onnipresente onorevole democristiano Danilo De’ Cocci, avvocato e docente universitario. Convertito al comunismo nel 1945 ci fu Galvano della Volpe, docente dal 1938 all’Università di Messina, che giurò fedeltà al fascismo e scrisse articoli inequivocabili su Critica Fascista, L’Italiano, Primato, Prospettive e Vita Nova. Come dimenticare Amintore Fanfani, che pubblicò per l’Istituto Coloniale fascista di Milano un saggio dal titolo Cinquant’anni di preparazione all’Impero col quale proclamò spettare a Mussolini “la preveggente preparazione di forze nuove per superare la politica del piede di casa”. Poi Pietro Ingrao, ardente di fede in Mussolini espressa nel 1934 su Conquiste. Proseguiamo con Carlo Lizzani e Carlo Mazzarella, Milena Milani, Elsa Morante in ambito letterario e culturale.

Forse qualcuno resterà stupito del fatto che anche Aldo Moro fu fascista. Il 14 Aprile 1938 troviamo la prima citazione ufficiale della sua attività fascista in una cronaca dei “Littoriali della Cultura e dell’Arte”. Interventista, fascista fu Pietro Nenni. Quando i fascisti milanesi incendiarono la redazione de L’Avanti! Il Giornale del Mattino di bologna, diretto da Pietro Nenni, li difese con grande energia. Tra i beneficiati di Mussolini vale la pena citare Ferruccio Parri, presidente del Consiglio poi senatore a vita, impiegato alla Edison e “padre dei partigiani”. Nell’agosto del 1942 Pier Paolo Pasolini su Architrave, giornale dei Gruppi universitari fascisti di Bologna, dedicò un articolo entusiasta all’incontro culturale delle Giovane Europa Fascista. In altre parole, un “gemellaggio” fra le teorie fasciste e quelle naziste; una manifestazione alla quale furono ammessi i più fidati, i più sicuri fra i nuovi elementi dl regime. Pasolini parlava di “neoumanesimo” scaturito dalla “civiltà culturale veramente notevole” dell’Italia di quegli anni. Poi, le cose cambiarono, la guerra andò male e anche P.P.P. scoprì il neo-antifascismo.

Evidentemente, non poteva mancare Eugenio Scalfari, il trasformista, fondatore di Repubblica ove scrivono le penne più rosse d’Italia. Il 24 settembre 1942 in un articolo intitolato: “Volontà di potenza”, Scalfari sosteneva addirittura che non era più sufficiente limitarsi all'”Impero”, ma bisognava andare oltre, facendo leva su due elementi ben definiti: “il popolo” e “la razza”. Lo sapevi, Paolo Berizzi? Nel 1942, l’icona dell’antifascismo radical chic era fascista, imperialista e razzista e perché fosse ben chiaro il suo atteggiamento, egli scriveva articoli intitolati: “Necessità di credere” (11 giugno 1942) o ribadiva le sue tesi di fascista tutto d’un pezzo in un altro articolo, apparso il 1 ottobre 1942. Questo era Eugenio Scalfari prima che il Gran Consiglio rovesciasse Mussolini. Come redattore di Roma Fascista venne mandato a spasso con tutta la redazione direttamente dal Duce, che non apprezzò un articolo commemorativo del ventennale dalla Marcia su Roma. Il solo che, comunque, decise di continuare fu Eugenio Scalfari. Non fosse stato per il 25 luglio 1943, probabilmente sarebbe rimasto lì, a Roma fascista.

Giovanni Spadolini difese Mussolini e il fascismo anche dopo il 1943, con una serie di articoli apparsi nel 1944 sulla rivista fiorentina Italia e Civiltà. Spadolini difese la RSI e la guerra con fede fascista contro ogni avversità.

Fra le colpe del Fascismo, caro Saviano, indubbiamente non vi fu soltanto quella di aver allevato almeno tre quarti della classe dirigente politica di tutta la Prima Repubblica, ma anche quella di aver fatto da balia a coloro che, con una suggestiva quanto menzognera e “moderna” affermazione, potremmo definire i “tecnocrati” dell’attuale regime. Il nome di Gaetano Stammati, che fu una delle persone più influenti nella veste di Presidente della Banca Commerciale, durante il periodo universitario volle abbracciare il “credo corporativo”, plaudendo, in maniera eccessiva, alle conquiste sociali dell’Italia fascista. Fascista fu Paolo Emilio Taviani, così come Arturo Toffanelli.

Nell’agosto 1936 Palmiro Togliatti firmò assieme ad altri un “curioso” manifesto dal titolo: “Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano”. In tutto il lunghissimo manifesto, il nome di Mussolini viene citato solo con la massima deferenza possibile. Sostanzialmente si trattava di un appello ai fascisti a lottare uniti ai comunisti per “fare l’Italia forte, libera, felice”, nell’ambito del regime fascista.

Anche il Segretario della Democrazia Cristiana eletto il 15 giugno 1975, Benigno Zaccagnini fu fascista. Il camerata Zaccagnini scrisse “Santa Milizia” sul periodico del Gruppo Universitario Fascista di Ravenna. Si trattava di un autentico articolo di denuncia dal titolo: “Problemi razziali: il meticciato”. E moltissimi altri politici, giornalisti, banchieri, economisti, insegnanti, medici vanno ad aggiungersi a questi nomi illustri.

Chi evoca lo spauracchio di un ritorno al fascismo, che è impossibile sul piano storico, economico, militare e sociale delle attuali circostanze geopolitiche, dovrebbe smetterla con la retorica perché un popolo di beneficiati voltagabbana ha costruito l’Italia nata dalla vittoria degli Alleati nel 1945, di cui i partigiani si sono appropriati, scrivendo pagine di racconti apologetici entusiasmanti, ma coprendo i crimini del dopoguerra e tacendo che molti dei “nuovi” potenti, troppi, erano camice nere che avevano tradito per interesse personale, trasformismo, sete di potere. Quindi, basta con la vostra bolsa retorica e basta con la vostra supponenza da professorini col ditino puntato. Il vostro pulpito, come quello dei vostri maestri e predecessori, non è credibile.

Anche se siete riusciti a tenerlo nascosto nelle foibe della memoria di chi non vuole e non può dimenticare.

 

 

 

 

Le donne quaquaraquà contro la Meloni

Condividi su:

“Ci sono uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà, oltre che rottinculo”, scriveva Leonardo Sciascia. Già, ma con la classificazione delle donne come la mettiamo?

Quando nel 1961 Sciascia fa dire al protagonista del romanzo Il giorno della civetta la famosa frase, era chiaro che si riferisse agli uomini in quanto uomini. Quelli in pantaloni per intenderci. Del resto, in quell’anno in quella Sicilia era impensabile che le donne potessero avere ruoli diversi da quello di cittadini di serie B. Ovviamente non ho mai conosciuto Sciascia, ma credo che oggi l’illustre pensatore avrebbe esteso lo stesso giudizio anche alle donne.

Già, vogliamo dirlo: ci sono donne, mezze donne, donnicchie e quaquaraquà…

Continua ascoltando il podcast di Alessandro Sallusti del 29 settembre 2022

https://www.nicolaporro.it/le-donne-quaquaraqua-contro-la-meloni/

Siamo sicuri che il Centrodestra abbia la vittoria in tasca?

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/09/12/siamo-sicuri-che-il-centrodestra-abbia-la-vittoria-in-tasca/

IL “DIVIDE ET IMPERA” DELLE SINISTRE APPARE, SEMPRE PIÙ, UNA TATTICA VOLTA A RIBALTARE IN PARLAMENTO LA VITTORIA EVENTUALMENTE CONFERITA DAGLI ITALIANI AL CENTRODESTRA

Il Governo Draghi è caduto in un momento particolarmente difficile per il Paese. Le conseguenze dirette sono state, in primis, un centrodestra che si è ritrovato unito e un centrosinistra che Letta, Calenda, Conte, di Maio, Renzi e Frantoianni avrebbero potuto trovare la quadra per competere alla pari, ma la sintesi non si è fatta, così gli euroinomani si sono spaccati. Carlo De Benedetti ha, pubblicamente, rimproverato Enrico Letta per queste mancate alleanze, ricordando che la legge elettorale premia soprattutto le coalizioni.

Ma il “divide et impera” delle sinistre appare, sempre più, una tattica volta a ribaltare in Parlamento la vittoria eventualmente conferita dagli italiani al centrodestra. Ha ragione Pasquale Napolitano, che su Il Giornale del 10/9/22 scrive: ” I «migliori» tifano per lo sfascio. Decreto Aiuti? Se ne riparla dopo le elezioni. Misure contro il caro energia? Rinviate. Pnrr? Guai a toccarlo. Stanno apparecchiando lo scherzetto al centrodestra (dato in vantaggio nei sondaggi). L’Italia deve precipitare nel caos dal 26 settembre: è la strategia adottata da Palazzo Chigi e appoggiata da sinistra e M5s”.

Piazze in fiamme e famiglie stremate. È questo lo scenario sognato dal fronte dei progressisti. I ministri del governo dei migliori si godono lo spettacolo senza muovere un dito: «Credo che il dl Aiuti sia a rischio. C’è il serio rischio di perdere 17 miliardi di aiuti per gli italiani. Quei soldi dovevano intervenire sulle accise della benzina e sulle bollette. La responsabilità ha un nome e cognome, Giuseppe Conte.

Parrebbe evidente che, essendo in Italia, ove i governi si cambiano molto facilmente, a prescindere dalla volontà popolare, da un lato non sia già scontata la vittoria del Centrodestra, che potrebbe ripetere lo scenario del 2018, ove a fare la parte della Lega, potrebbe essere Fratelli d’Italia. I numeri, a collegi ridotti, conteranno moltissimo. Gli equilibri europei e le alleanze con USA e NATO non permettono al nostro Paese, ampiamente indebitato e debole sul piano economico, militare ed in crisi sul piano antropologico-culturale per la costante sudditanza che le destre di governo dimostrano nei confronti della galassia progressista arcobaleno, di portare a compimento una seria politica di cambiamento sul piano internazionale e, per conseguenza, su quello nazionale.

Esemplificando, potremmo dire che, da un lato, abbiamo le sinistre gretine e gay friendly, saldamente ancorate al globalismo e dall’altra le destre, timidamente identitarie per non fare arrabbiare gli euroinomani dell’alta finanza di Bruxelles e le loro lobby.

Pochi, soprattutto tra i dirigenti regionali, ricordano che la Lega prendeva i suoi massimi storici alle politiche del 2018 con una linea marcatamente sovranista, autonomista, euroscettica, conservatrice e, a tratti, tradizionalista. Salvini, premendo sull’acceleratore di quella Lega, portò il partito al 34% delle Europee 2019. Poi, lentamente, iniziò il calo dei consensi, aumentarono le tante faide interne, e poi ricordiamo la mancanza di coraggio, che fu della Lega di Bossi del 1994, che fece cadere Berlusconi sulle pensioni.

Salvini sta pagando una linea opaca e ondivaga degli ultimi due anni, che ha concesso troppo all’ala liberal del partito, soprattutto perché non ha staccato la spina a Draghi almeno un anno fa, di fronte alla scellerata gestione della pandemia, che ha messo in ginocchio milioni di persone. Così, molti elettori, famiglie, il cosiddetto ceto medio e le imprese del Nord si sono sentiti abbandonati, e ora guardano con simpatia a Giorgia Meloni. Ma i voti, in ottica di coalizione, con il Rosatellum privo della possibilità di esprimere le preferenze, sono sempre quelli, che passano da un partito all’altro.

Servirebbe riuscire a convincere una parte di quella massa che il 25 Settembre è pronta ad andare al mare, della necessità di fermare i figliocci del male assoluto, intrinsecamente perverso, rappresentato dal progressismo globalista, erede del comunismo e, oggi, del “draghismo” più spinto. Il Centrodestra parli con una parola sola quanto alla situazione invernale del Paese. E, sulla guerra, ricordi che la Russia sa benissimo che tutti i leader europei devono essere liberali e atlantisti. Alexander Dugin lo scrive apertamente e aggiunge: “Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico”. E conclude: “…quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà”.

Soprattutto per un popolo divenuto famoso anche per l’8 Settembre…

Il laboratorio di Wuhan ha scoperto un nuovo virus

Condividi su:

Nell’imminenza di un autunno che si prospetta particolarmente caldo sul piano della bolletta energetica, il famigerato laboratorio di Wuhan si porta avanti col lavoro, se così vogliamo dire.  Sembra infatti che gli studiosi di questo più che controverso centro di ricerca abbiano scoperto un virus nuovo di zecca, così da allietare i prossimi mesi freddi di quella numerosa componente della popolazione affetta da paranoia virale, tanto da sentirsi ancora protetta dalle sempre più inutili mascherine.

L’agente patogeno in oggetto – nome in codice LsPyV KY187 – è stato rilevato in un topo. Esso, da quanto pubblicato dalla rivista cinese Virologica Sinica, appartiene a una famiglia di poliomavirus che infettano milioni di bambini ogni anno ma con conseguenze usualmente estremamente lievi. Gli stessi scienziati hanno fatto la scoperta dopo aver testato centinaia di roditori in Kenya nel 2016 e nel 2019. I campioni sono stati quindi inviati per l’analisi presso la struttura di ricerca biochimica di Wuhan, la città epicentro della pandemia di Covid.

Quindi, non si tratta di una ricerca molto recente, visto che l’ultimo test è stato realizzato prima della pandemia di Sars-Cov-2. Ma, come recita un vecchio detto del nostro Paese, impara l’arte e mettila da parte, c’è sempre tempo per usarla nel migliore dei modi. Hai visto mai che si riesca a duplicare il colpaccio di un panico diffuso in Occidente, con tutti i danni che ben conosciamo, per un virus banale, presentato come la peste del terzo millennio? Tanto è vero che nello studio si legge che, non essendo questo virus strettamente correlato a nessun patogeno noto, “il suo effetto sulle persone non è chiaro e deve essere ulteriormente valutato.”

Esattamente ciò che ci hanno ripetuto fino alle sfinimento i virologi del terrore a proposito del coronavirus, raccontando la favola nera di un agente patogeno dai poteri devastanti quasi illimitati. D’altro canto, sebbene il modello cinese è stato adottato come punto di riferimento dal nostro imbarazzante ministro della Salute, appoggiato a mo’ di falange dalle principali autorità sanitarie del Paese, dopo il caos che abbiamo vissuto, e di cui ancora non è stata fatta sufficiente chiarezza, tutto ciò che proviene dai laboratori scientifici del colosso asiatico direi che sia assolutamente da prendere con le pinze. Errare è umano, ma perseverare sarebbe veramente diabolico.

Claudio Romiti, 1° settembre 2022

https://www.nicolaporro.it/il-laboratorio-di-wuhan-ha-scoperto-un-nuovo-virus/

Verso le elezioni: agenda gender o agenda identità?

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI 

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/08/29/verso-le-elezioni-agenda-zan-o-agenda-identita/

I PRIMI PUNTI DEL PROGRAMMA ELETTORALE DEL PD RIGUARDANO L’AGENDA GENDER ANCOR PRIMA DI QUELLA DI DRAGHI…

I primi punti del programma elettorale del Pd riguardano l’”agenda gender” ancor prima di quella di Draghi. Per la moderna sinistra la priorità è costituita dal ddl Zan e dal matrimonio egualitario, con utero in affitto, eutanasia e indottrinamento dei bambini attraverso la teoria secondo cui ogni fanciullo possa scegliere la sua sessualità, al di là del proprio sesso biologico.

Il diritto al lavoro in tempi di crisi giunge secondariamente, nello stupore di molti operai, che, per questo, smetteranno di votare Letta e compagni. Le persone che, nel corso della vita, si sono sentite attratte sessualmente da una persona del loro stesso sesso sono il 5,9% (uomini) e il 6,6% (donne) (Fonte: Neodemos, 2019).

L’ISTAT dice che il numero dei lavoratori dipendenti è pari a 18.063.000. La sinistra italiana cambia, allora, il suo elettorato principale e, di fatto, non ne rappresenta più le istanze, in favore della politica dei desideri di una minoranza, facendosene paladina ed assurgendoli, addirittura a “diritti”.

La spiegazione plausibile, riferita a questa radicale trasformazione è nell’essenza delle sinistre globaliste. La loro missione è quella di creare un mondo nuovo, quindi una nuova antropologia fluida che, attraverso la moda, i media, e a partire dagli insegnanti, condizioni la maggioranza, fin dalla tenera età. I fini sono due: confondere i minori per aumentare il numero degli allineati alla scelta di genere e far accettare al popolo la “nuova normalità”, pena il reato della post-modernità, che è la cosiddetta omofobia.

La sovversione dell’ordine naturale si muove sempre per gradi e nel tempo, con una macchina propagandistica totalitaria, che inizia all’asilo e non finisce più. Quando negli anni ’50 Claude Lévy Strauss (1908-2009) e Michel Foucault (1926-984) iniziarono a differenziare il “sesso” dal “genere”, essi riprendevano teorie già note da almeno un secolo, espresse da studiosi che, sempre a livello accademico, individuavano una nuova antropologia sociale del vestito e del genere, che si identifica nel cosiddetto unisex. “Gli abiti non rispecchiano più la propria identità biologica, di classe sociale, età, mestiere“. Tutti allineati allo stesso livello, con pantaloncini corti e jeans.

Negli anni ’70, i Gender Studies americani mettono al centro del loro approccio concettuale la negazione di una reale differenza fra uomo e donna. Il “genere” non è più un dato biologico e reale, ma una costruzione sociale fluttuante e soggettiva. Con lo stile unisex la donna si mascolinizza mentre l’uomo tende all’effeminatezza. In Italia, Giorgio Armani inizia la sua carriera con l’inversione dei codici maschili e femminili, effeminando l’uomo e mascolinizzando la donna.

Oggi si giunge all’interscambiabilità “uomo-donna”, tramite la medicina e la chirurgia. La corruzione della gioventù deve iniziare subito dai bambini, per avere dei servi del potere globale e della sua nuova antropologia, convinti lungo gli anni della “bellezza” del transumanesimo che è più bello chiamare “amore”, così da ingannare i più semplici con l’utilizzo di un vocabolario positivo.

Le Sinistre seguono primariamente quest’ agenda perché alle forze che fin dalla Rivoluzione francese furono baluardo della Sovversione, è stato assegnato il compito di procedere con l’agenda “gender-fluid”. Solo una destra con una classe dirigente all’altezza di fronteggiare attraverso l’Ordine naturale e divino, si potrà condurre una battaglia per la salvezza dell’umanità, per il suo bene, per vero Amore di essa.

Nel discorso ai partecipanti al I Congresso Internazionale di Alta Moda dell’8 novembre 1957, Papa Pio XII richiama il cristiano a fare molta attenzione ai pericoli e alle rovine spirituali “seminate dalle mode immodeste, specialmente pubbliche, per quella coerenza che deve esistere tra la dottrina professata e la condotta anche esterna” (cit. in “La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa“, Edizioni Fiducia, Roma 2022, p. 98).

Chi sono gli 007 che “spiano” la Meloni

Condividi su:

Chi sa leggere tra le righe, capirà cosa il prossimo premier dovrà fare, perché le fonti di intelligence dell’autore sono reali. Sottolineiamo il “dovrà” perché almeno dalla crisi economica del 2008 ogni Presidente del Consiglio dell’Unione Europea deve obbedire all’agenda sovranazionale. Non esiste movimento che si presenti alle elezioni ed ottenga risultati, che possa fermarla, se non “la mano di Dio”. Tutto il resto è propaganda. (.n.d.r.)

 

Missione: “ritorno al futuro”. All’estero, Giorgia premier non lascia indifferenti: entusiasma, inquieta, incuriosisce. Per questo le più influenti intelligence – dalla Cia americana all’inglese MI6 fino alla Siaz, la struttura dei servizi russi che risponde direttamente al presidente Putin e perfino i cinesi del Guojia – sono in Italia in “visita turistica”, in attesa delle elezioni politiche che in prospettiva potrebbero anche terremotare il placido Quirinale di Sergio Mattarella.

L’obiettivo è monitorare innanzitutto Fratelli d’Italia e quei partiti e quei candidati che gravitano nelle zone sensibili dove sono presenti le basi Nato, da Aviano a Sigonella, o nelle piattaforme di trasmissione dati di Tim Sparkle di Catania e di Crotone.

Ma ad analizzare gli orientamenti per capire lo scenario in Italia dopo il 25 settembre ci sono anche i cosiddetti “Centri per le strategie preliminari”, la cui esistenza è nota solo a pochi, e che Cossiga non esisterebbe a definirli la versione “millennial” della nostra Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina aderente a ‘Stay behind’, messa su negli anni ‘50 per prevenire eventuali attacchi sovietici. Si tratta di strutture ascose, sovranazionali e presenti in città strategiche del mondo, tra cui Washington, Mosca, Pechino, Gerusalemme, Teheran, Edimburgo, Berlino. I nostri Servizi, dal Dis all’Aise, da anni cercano di saperne di più.

Creare stati d’emergenza

All’interno di queste unità, personale altamente qualificato (militari, scienziati, economisti, politologi, religiosi, imprenditori, informatici, ecc.) raccoglie informazioni, le analizza e stila strategie per i governi, in stretto coordinamento con vari deep state, grazie anche all’utilizzo di tecnologia avanzata, con potenti server forse già in parte beneficiati dai traguardi della ricerca quantistica. Le loro analisi certificano un sistema di gestione globale (finanziario, politico, sociale, tecnologico) al collasso, non più capace di produrre risultati, quindi da sostituire con un vero e proprio cambio totale di paradigma. Ma come e a quale prezzo? Gli ingredienti sembrano quelli delle teorie definite complottiste: nelle visioni finora trapelate, ancora molto teoriche, si dice infatti che bisogna rompere le regole del “contratto”, creando degli “stati di emergenza”. Ed ecco che, in uno scenario distopico, pandemie, carestie e guerre possono diventare le cause migliori per orchestrare manovre “speciali”.

Il “Great reset”

Già Karl Schwab, patron del forum economico di Davos, come anche il principe Carlo d’Inghilterra, tra gli altri, hanno parlato del “Great reset” e di come realizzarlo attraverso una nuova infrastruttura globale politica, economica, sociale, tecnologica, persino religiosa. Le analisi descrivono la creazione di una piattaforma unica di Stati democratici occidentali (Usa, Europa, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e di tutti quelli che vi vorranno aderire) con una sola governance compatta a dettare la linea. Senza farneticare, già Papa Bergoglio, nell’enciclica Laudato sí, evidenzia che “è arrivato il momento di costituire un organismo globale che abbia potere economico e politico sui singoli Stati”. Sempre Francesco ha parlato della proprietà privata come di un bene non più indispensabile e ha auspicato un reddito universale per tutti gli abitanti della terra. E ancora: togliere il cash per combattere l’evasione fiscale, il terrorismo e la criminalità e rendere tutto digitale; sì a una valuta digitale unica con cui controllare tutto e tutti e contribuire al progetto di globalizzazione e interconnessione. Le criptovalute private saranno bandite come già stanno facendo alcuni Stati, Cina in testa, dove si ritiene più funzionale controllare e contribuire al processo di globalizzazione, rendendo tutto e tutti interconnessi, manipolabili e orientati dagli algoritmi. Del resto, come si è visto su Raiuno, nel servizio dalla Cina di Marco Clementi per l’innovativa trasmissione “Codice”, le prove generali sono già in corso nella città di Chongqing. D’altro canto, Microsoft ha già preparato la sua valuta digitale così come Amazon, che tra l’altro, con il recente acquisto del robot per le pulizie domestiche Rumba, acquisirà anche le mappe delle nostre case e accelererà i pagamenti biometrici con la semplice scansione del palmo della mano. Con buona pace della nostra privacy.

Esecutori in Italia

Mario Draghi è ancora considerato il diligente esecutore di questa agenda ed il Pd il partito prescelto per eseguire il programma in Italia ma, a parte il Governatore Bonaccini in Emilia-Romagna con il suo Tecnopolo che ospita il Supercomputer europeo, il Nazareno di Enrico Letta naviga nell’inconsapevolezza più totale. Ormai i singoli Paesi contano sempre di meno, non hanno futuro, così come la politica parlamentare: si segue solo un’agenda sovranazionale, cioè globale, come quella Onu 2030.

Ma se in Italia dovesse vincere la destra, come riuscirà questo nuovo sistema orwelliano a rimanere a galla? Una cosa è certa: questa volta, per dirla con Sorrentino, ci vorrà davvero la ‘mano di Dio’ per sistemare le cose. Ed il piccolo mondo antico italiano, con le sue camarille, appare sempre più anacronistico e, nonostante Super Mario Draghi, ancora non si riesce neppure a fare una rete unica. Se il possibile non lo stiamo facendo, almeno per i miracoli di solito sappiamo attrezzarci.

Luigi Bisignani, Il Tempo 14 agosto 2022

1 2 3 4 566