Ritratto di Conte

Due anni fa scrivemmo questo ritratto di Conte, che deve ora la sua durata alla paura del voto e alla paura del covid. Fummo facili profeti: tutto quel che dicemmo allora si è dimostrato nella realtà; oggi di più. Fino alle ultime evoluzioni: il mercatino del voto, Mastella come faro, il tradimento di Trump per Biden, la vergogna di restare inchiodato a ogni prezzo. Ecco il ritratto.

Giuseppe Conte non è. Non è un leader, non è un eletto, non è un politico, non è un tecnico, non è nulla. È il Nulla fatto premier. E lo conferma ogni giorno adattandosi come acqua corrente alle superfici che incontra. È la plastica rappresentazione che la Politica, dopo lo Scarso, lo Storto, il Pessimo, ha raggiunto lo Zero, la rappresentazione compiuta del Vuoto.

Luogotenente del Niente, Conte è oggi il fenomeno più avanzato della politica dopo i partiti, i movimenti, le ideologie, la politica e l’antipolitica, i tecnici e i populisti, le élite e le plebi. È la svolta avvocatizia della politica che pure è da sempre popolata di avvocati: ma Conte non scende in politica, non entra in un partito, assume solo da avvocato l’incarico di difendere una causa per ragioni professionali; ma i clienti cambiano e così le cause. Andrebbe studiato nelle università del mondo perché segna un nuovo stadio, anonimo e postumo della politica. Non si può esprimere consenso né dissenso nei suoi confronti perché non c’è un argomento su cui dividersi; lui segna la fine del discorso politico, la fine della decisione, la fine di ogni idea, di ogni fatto. È la somma di tante parole usate nel gergo istituzionale, captate e assemblate in un costrutto artificiale. È lo stadio frattale del moroteismo, il suo dissolversi. Ogni suo discorso è un preambolo a ciò che non accadrà, il suo eloquio è uno starnuto mancato, di cui si avverte lo sforzo fonico e il birignao istituzionale ma non il significato reale. Altri semmai decideranno, lui si limita al preannuncio.

Ogni volta che un tg apre su di lui, non c’è la notizia, è solo una presenza che denota un’assenza; si spalanca una finestra nel vuoto. I fatti separati dalle opinioni, si diceva; lui è nello spazio intermedio dove non ci sono i fatti e non ci sono le opinioni. Dopo che Conte avrà parlato lascerà solo una scia di silenzi e di buchi nell’acqua. Non darà risposte, sceneggerà un ruolo e dirà lo Zero virgola zero. Nelle sue citazioni saccenti vanifica l’autore citato, lo rende vuoto e banale come lui. Conte non rientra in nessuna categoria conosciuta, eppure abbiamo avuto una variegata fauna di politici al potere. Lui non è di parte, eccetto la sua, è piovuto dal cielo in una sera senza pioggia.

Conte è portatore sano di politica e di governo, perché lui ne è esente. È contenitore sterile di ogni contenuto. Non ha una sua idea; quel che dice è frutto del luogo, dell’ora e delle persone che ha di fronte. Parla la Circostanza al suo posto, la Circumstancia, per dirla con Ortega y Gasset; Conte è la somma dell’habitat in cui è immesso, traduce il fruscio ambientale in discorso.

Figurante ma senza neanche figurare in un ruolo, è l’ologramma di una figura inesistente, disegnato in piattaforma come un gagà meridionale degli anni 50. Un po’ come Mark Caltagirone, il fidanzato irreale di Pamela Prati; è solo una supposizione. Trasformista, a questo punto, sarebbe già un elogio, comunque un passo avanti, perché indicherebbe un passaggio da uno stadio a un altro. Conte, invece, è solo la membrana liquida che di volta in volta riveste la situazione, producendo un molesto acufema in forma di eloquio. Conte cambia voltura a ogni utente e rispetto a ogni gestore (non fu un caso nascere a Volturara).

Conte è fuoco fatuo, rappresentazione allegorica del niente assoluto in politica, ma a norma di legge. Quando apparve per la prima volta dissero che aveva alterato il curriculum e in alcune università da lui citate non era mai stato, non lo conoscevano; ma Conte è un personaggio virtuale, il curriculum può allungarsi, allargarsi, restringersi secondo i desiderata occasionali.

Conte non ha una storia, non ha eredità e provenienze, non ha fatto nessuna scalata. È stato direttamente chiamato al Massimo Grado col Minimo Sforzo, anzi senza aver fatto assolutamente nulla. Una specie di gratta e vinci senza comprare nemmeno il biglietto, anzi senza aver nemmeno grattato. Da zero a Palazzo Chigi. Come Gregor Samsa una mattina si svegliò scarafaggio, lui una mattina si svegliò premier. Kafka allo stato puro.

Conte è di momento in momento di centro di destra di sinistra cattolico laico progressista, medieval-reazionario con Padre Pio, democratico-global con Bergoglio, fido del sovranista Trump e al servizio degli antisovranisti eurolocali; è genere neutro, trasparente, assume i colori di chi sta dietro. Un passe-partout. Il Conte Zelig, come lo battezzammo agli esordi, ha assunto di volta in volta le fattezze gradite a tutti i suoi interlocutori: merkeliano con la Merkel, junckeriano con Juncker, trumpiano con Trump, macroniano con Macron, chiunque incontra lui diventa quello; è lo specchio di chi incontra. In questa sua capacità s’insinua e manovra.

Conte non dice niente ma con una faticosa tonalità che sembra nascere da uno sforzo titanico, la sua parlata cavernosa e adenoidea è una modalità atonica, priva di pensieri o emozioni, pura espressione vanesia di un dire senza dire, il gergo della premieralità. Il suo vaniloquio è simulazione di governo, promessa continua di intenti, rinvio sistematico di azioni; è un riporto asintomatico di pensieri, la somma di più uno e meno uno. Indica con fermezza che si adatta a tutto e non comunica niente.

Dopo Conte non c’è più la politica; c’è la segreteria telefonica, il navigatore di bordo, la cellula fotoelettrica. Il drone. Conte però ha una funzione, e non è solo quella di cerniera lampo tra sinistra e M5S, punto di sutura tra establishment e grillini. È la spia che la politica non c’è più, nemmeno nella versione degradata più recente. Lui è oltre, è senza, è il sordo rumore del nulla versato nel niente.

MV, Panorama (2019)

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Ritratto di Conte

Usa servizi segreti e Finanza per reclutare responsabili. Massimo Giannini sgancia la bomba su Conte

La caccia dei Costruttori da parte del premier Giuseppe Conte? A colpi di telefonate da parte di “noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio”. La ricostruzione del direttore della Stampa Massimo Giannini fa infuriare Palazzo Chigi che ha replicato con durezza.

“In merito all’editoriale di quest’oggi del Direttore del quotidiano la Stampa sono completamente destituite di ogni fondamento le gravissime insinuazioni in cui, facendo genericamente riferimento a quanto narrato dalle ‘cronache’ di questi giorni, si evoca un presunto ‘network’ che farebbe capo al Presidente del Consiglio al fine di ampliare la maggioranza e reclutare nuovi senatori”, si apprende da fonti di palazzo Chigi. “Tra le altre cose appare particolarmente grave il riferimento a un presunto coinvolgimento in queste attività anche dei vertici dell’intelligence – proseguono le stesse fonti riportate dalle agenzie – Il Presidente Conte, dopo aver consultato i vertici dell’Intelligence, smentisce qualsiasi loro coinvolgimento e contatto, anche solo indiretto, con membri del Parlamento e per attività che risulterebbero in palese contrasto con la legge e con le finalità istituzionali proprie del comparto”.

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https://www.iltempo.it/politica/2021/01/17/news/crisi-di-governo-conte-servizi-segreti-finanza-avvocati-parlamentari-costruttori-massimo-giannini-smentita-palazzo-chigi-25899193/

Il razzismo di Biden contro gli imprenditori bianchi

Ecco qualcosa che i vari Severgnini e gli altri cantori italiani che ogni giorno si esaltano per la cacciata di Trump e il ritorno di Biden non vi diranno. Speravate che il moderato Biden, una volta fatto fuori Trump, avrebbe rimesso in riga anche i talebani del politicamente corretto? Bene, sentite ha appena proclamato il futuro presidente in questo video.

“Il nostro obiettivo sarà aiutare le piccole imprese – e subito dopo aggiunge – verrà data priorità alle imprese di proprietà di neri, latinos, asiatici e nativi americani e le imprese a conduzione femminile che finalmente avranno equo accesso alle risorse necessarie alla loro ripresa”. Mi sembra necessario riportare il testo originale che suona ancora più forte: “Our priority will be Black, Latino, Asian, and Native American owned small businesses, women-owned businesses”.

E meno male che Twitter censura il cattivissimo Trump mentre il futuro presidente ci presenta il radioso avvenire di una società divisa per differenze razziali. Severgnini sarà entusiasta. Faccio notare solo alcune cose: il video è presentato su Twitter dal team di transizione presidenziale di Biden e nel loro post proprio la frase di cui sopra è messa in evidenza come se l’highlight di tutto il discorso.

Già oggi, in questa America trumpiana e sistematicamente razzista, gli “asian”, cioè gli americani di origine asiatica, guadagnano mediamente più dei bianchi. Quindi mi sembra veramente fantastico che, per l’amministrazione Biden, la priorità degli aiuti non si baserà sul grado di difficoltà in cui versa un determinato business ma sul colore della pelle del suo proprietario. Con la possibilità implicita che sia avvantaggiato il ricco, ma etnicamente corretto, a scapito del povero ma nato del colore e del genere sbagliato, il solito maschio bianco.

Si dirà che si tratta semplicemente di “affirmative action”, una distorsione necessaria per compensare le minoranze etniche delle discriminazioni che subiscono dal resto della società. Ma non vi viene il dubbio che ciò che poteva essere vero negli anni ‘70, oggi sia diventato piuttosto una scusa; che un qualcosa nato con le migliori intenzioni, si tramuti, decennio dopo decennio, in una marchetta elettorale.

Oggi neri, asian, latinos e le donne sono constituency indispensabili alla vittoria del partito democratico. E i bianchi che votano democratico? Oh, ben pochi di loro sono piccoli negozianti. Io penso che l’antirazzismo di oggi sia diventata lo strumento politico con cui i ceti più avvantaggiati della società, gli have, tengono in scacco gli strati più svantaggiati, gli have not. Liberi di dissentire.

Ma mi piacerebbe che i vari Severgnini e Saviano d’Italia discutessero anche di questa deriva della sinistra americana che presto arriverà anche da noi invece di parlare solo del tentato di “colpo di stato” del tipo con le corna.

Stefano Varanelli, 13 gennaio 2021

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Il razzismo di Biden contro gli imprenditori bianchi

Come reagire a censure ed esclusioni?

Mezza Italia, mezza Europa o mezza America si sente oppressa, esclusa, censurata, offesa. Si sente oppressa per le restrizioni che subisce a causa della pandemia, anche se in gran parte ne comprende la necessità, ma non intravede sbocchi, vede precipitare la situazione sociale e reputa folle il modo in cui si abbattono le misure, inefficaci alla prova dei dati e schizofreniche nello psicodramma a colori che stiamo vivendo.

Poi metà dell’opinione pubblica si sente censurata ed esclusa perché vede chiudersi ogni giorno spazi di libertà e di libero pensiero, vede sempre più allineati e conformi gli organi di informazione – che diventano sempre più organi di riproduzione del pensiero unico e organi adatti solo alla minzione; vede che persino strumenti privati e considerati neutrali, come i social media, adottano censure, espulsioni, sospensioni, oscuramenti (l’ultimo, Parler). Sempre e solo da un versante, il nostro.

Infine, metà opinione pubblica si sente offesa perché assimilata alle frange più estreme ed esagitate: chi ha opinioni diverse o difformi viene schiacciato sulle posizioni dei negazionisti, dei no vax, dei fanatici i che hanno invaso il Senato per un quarto d’ora di sovranità e per scattarsi le foto-ricordo. È come se riducessimo le opinioni dem o progressiste alle posizioni estreme degli antifa, dei black lives matter, di chi abbatte statue, degli anarco-insurrezionalisti o dei fanatici eversivi, terroristi o residui del comunismo.

Potremmo chiamarla reductio ad sciamanum, la riduzione di chi non la pensa come il Potere comanda alla figura caricaturale del cosiddetto sciamano (il caso Meloni è esemplare). Sarebbe interessante approfondire e chiedersi: se davvero come dicono i media lo “sciamano” guidava gli insorti di Washington perché ha agito indisturbato e in favore di telecamere, perché non è stato arrestato subito anziché consentirgli di fare quel lungo e assurdo show? Hanno perfino ucciso donne disarmate… Serviva un testimonial così per ridicolizzare chi sostiene Trump? Ma non perdiamoci nella dietrologia, guardiamo avanti.

Questa metà dell’opinione pubblica italo-occidentale (alla quale sentiamo di appartenere) si sente oppressa, censurata, esclusa e offesa e avverte l’impossibilità di cambiare le cose perché il suo voto è sottoposto a una serie di pressioni, ricatti, deviazioni, modificazioni che annullano i verdetti delle urne. E quando riesce a prevalere col voto avverte che è quasi impossibile governare senza subire sanzioni, conventio ad excludendum, empeachment, campagne di allarme e mobilitazione. Ha riguardato Trump, ha riguardato di striscio Salvini al governo, riguardò Berlusconi, riguarda Orban ma anche Johnson e altri leader eletti e rieletti con voto libero e democratico, che mai hanno aperto scenari di guerra o disastri sociali, dittature o persecuzioni, pur continuamente annunciati dal sistema globale. Dall’altra parte il mondo occidentale si inginocchia all’unica gigantesca dittatura che c’è sul pianeta, la Cina comunista…

Ora, bando al vittimismo e alle giaculatorie, cosa resta da fare? Innanzitutto l’autocritica è necessaria, per capire e non ripetere gli errori, per isolare i fanatici che sono ai margini estremi di ogni posizione; e per giudicare le cose con senso critico. Abbiamo sempre detto che Trump alla fine era preferibile ai suoi nemici, e lo confermiamo; ma senza risparmiarci di criticare i suoi errori, le sue colpe, il suo egotismo, le sue esagerazioni e la sua pacchianeria. Lo dicevamo ieri quando era al potere, lo diciamo oggi. Superate il trumpismo.

C’è chi propone di ritirarsi nei propri accampamenti: se i social censurano passiamo a quelli alternativi, dicono i passaparola, adottiamo social alternativi (Telegram, Signal, Rumble o piattaforme come MeWe.com, Parler). Ma sarebbe un’autoghettizzazione magari funzionale allo stesso potere dominante; può valere se si tratta di ristrette aristocrazie ma ha esiti inibitori se si rivolge a tutti e vuol incidere sulle masse. Sarebbe giusto aprire posizioni alternative ma senza escludersi da quelle dominanti (Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, YouTube); finché è possibile.

C’è chi viceversa ritiene necessaria l’azione diretta, il conflitto aperto: ma l’abisso che si è scavato tra i due schieramenti, e l’assenza o il tradimento di chi dovrebbe essere superpartes o almeno extra partes, porta a una forma di guerra civile fredda, o tiepida. L’odio reciproco ha raggiunto livelli che solo una “guerra” o una rivoluzione può risolvere, in un modo o nell’altro. Ma la violenza è un male in sé, non è un rimedio e produce alla fine danni peggiori di quelli che vuole evitare. E non vince chi ha ragione, ma solo chi è più forte o ha più mezzi.

Le soluzioni che restano a questo punto sono di due tipi: una è quella di caldeggiare una risposta politica e culturale, realistica e strutturata e incalzare le opposizioni e chiamarle alle loro responsabilità; e dove il dissenso vada in piazza, preferire una forma di resistenza civile di tipo gandhiano, non violenta ma tenace; l’unica possibile quando ti opponi all’Apparato di un Impero.

L’altra, comprensibile soprattutto per i più anziani, è ritirarsi dalla vita pubblica, ripiegare nella propria vita, nei propri affetti, ideali e interessi, mantenere magari un giudizio e un atteggiamento di distanza e di critica, ma occupandosi d’altro e frequentando cenacoli ristretti in cui sentirsi a proprio agio. Altre soluzioni sono gradazioni intermedie tra queste due risposte, ma non fuori di esse. Ho provato a fare un discorso per adulti; se invece volete fiabe per bambini, tra mostri e war games, rivolgetevi ad altri.

MV, La Verità 12 gennaio 2021

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Come reagire a censure ed esclusioni?

Trump condanna la violenza di Capitol Hill e apre all’era Biden

Il presidente uscente ha annunciato l’insediamento della nuova amministrazione il 20 gennaio

 

Annuncia la fine del suo mandato e condanna gli atti violenti di Capitol Hill portati avanti da alcuni dei suoi sostenitori. Così, Donald Trump, in un video pubblicato su Twitter, dichiara che dopo i lavori del Congresso la nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio.

“È la fine del più grande mandato presidenziale della storia, ma è solo l’inizio della nostra lotta per fare l’America di nuovo grande. Ho sempre detto che continueremo la nostra lotta per assicurare che solo i voti legali contino”, ha dichiarato il presidente uscente, mostrando di non essersi arreso nella lotta ai presunti brogli  da tempo denunciati in merito alle elezioni.

Trump: “A Capitol Hill un attacco atroce”

“L’obiettivo adesso si rivolge a garantire una transizione ordinata e senza soluzione di continuità del potere“, continua Donald Trump. L’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill è indicato come un “attacco atroce”.  Il presidente uscente ne prende le distanze definendosi “indignato per la violenza, l’illegalità e il caos generato”.

“È l’ora di raffreddare gli animi e di ripristinare la calma. Bisogna tornare alla normalità dell’America”, ha dichiarato su Twitter. E agli assalitori: “Voi non rappresentate il nostro Paese e chi ha infranto la legge pagherà”.

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Capitol Hill, Donald Trump: “Un attacco atroce. Non rappresentate il nostro Paese”

Nordio asfalta il governo Conte: “Dilettanti”

L’ex procuratore aggiunto di Venezia non esclude l’ipotesi elezioni, anzi: “Proprio nell’emergenza se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato”

La maggioranza giallorossa affossata dall’ex magistrato italiano Carlo Nordio, che nel corso di un’intervista concessa ad ItaliaOggi giudica duramente l’operato dell’attuale esecutivo, definendolo un“governo di dilettanti”.

L’ex procuratore aggiunto di Venezia, noto per essersi occupato di casi storici, quali Tangentopoli e brigate rosse, si esprime negativamente anche per quanto riguarda la bozza sulla riforma della giustizia. Per Nordio manca un progetto.

L’avvento del Coronavirus, del resto, ha causato dei rallentamenti anche per quanto riguarda i processi. “Le cause urgenti si celebrano ancora, detenuti e arrestati hanno sempre la precedenza. I dirigenti degli uffici sono in genere molto bravi, anche se da magistrati devono trasformarsi in manager, perché la gestione della sicurezza è una loro responsabilità”, spiega l’ex magistrato. Per quanto riguarda la giustizia civile, in questi ultimi mesi si è molto ricorso alla tecnologia, che ha permesso alle parti in causa di comunicare con gli organi preposti mantenendo la distanza. La situazione, però, era già fiaccata da prima che arrivasse il virus. “Purtroppo la giustizia civile era già così fragile e malaticcia, che questa epidemia rischia di affossarla definitivamente. Abbiamo un organico vecchio, sottodimensionato rispetto al nuovo contenzioso e nemmeno del tutto coperto”, conferma Nordio. Mancano le risorse, e la burocrazia allunga in modo sfiancante le procedure, anche per quanto riguarda i concorsi per i nuovi magistrati. La stessa magistratura, afferma l’ex procuratore, è “restìa ad aumentare il numero dei togati“. Uno dei motivi starebbe nella “ragion pura di non ridurre l’alta professionalità dei suoi componenti, che in effetti devono superare una durissima selezione“. Inoltre “un’immissione cospicua di avvocati diluirebbe il corporativo potere correntizio, che lo scandalo Palamara ha messo in luce“.

Dopo aver riconosciuto l’importanza ed il ruolo fondamentale dei “got” (giudice onorario di tribunale), indispensabili perché la giustizia non collassi definitivamente, Nordio torna a parlare delle riforme promesse dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si tratta, come ammette l’ex magistrato, di un discorso amaro. “La funesta mini riforma della prescrizione doveva essere accompagnata da una più globale, volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla”, afferma. Inoltre“non è certo la completa revisione della procedura e neppure la radicale depenalizzazione, che costituirebbero le uniche medicine per rendere la giustizia penale più efficiente”.

Considerati i costi causati dalla malagiustizia (“i danni maggiori derivano dalla crisi della giustizia civile“), Nordio spiega la necessità di intervenire sul processo penale, reso ormai una “arlecchinata” dalle continue modifiche. Bisogna studiarne uno nuovo, più coerente. Per quanto riguarda il processo civile, un buon modello da prendere come esempio potrebbe essere il sistema tedesco.

La riforma della giustizia che il governo dovrà presentare per il Recovery plan? Un disegno tragico, secondo l’ex magistrato, che commenta: “La giustizia ancora una volta è stata trattata da Cenerentola. Ma anche la sanità è stata trascurata”. Per quanto riguarda la possibilità di un rimpasto di governo, con il Giuseppi nazionale ancora premier, Nordio non ha dubbi:“Sarebbe il colmo dell’assurdo”. Il governo attuale, continua l’ex procuratore aggiunto, è già un’anomalia, “perché il suo Presidente si vanta di smentire e disfare quello che aveva fatto quando guidava quello precedente”. Un rimpasto, in ogni caso, non aggiusterebbe le cose. La colpa di questo esecutivo è il dilettantismo. E la scusa di non poter andare alle urne a causa della dichiarata emergenza sanitaria non regge perché, come afferma Nordio, “è proprio nell’emergenza che se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato”.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/nordio-asfalta-governo-dilettanti-rimpasto-e-conte-ter-1915136.html

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

Conte fa a pezzi la forma di governo. E Mattarella tace

La Costituzione italiana, diversamente da quella di altri ordinamenti, non contiene una disposizione sullo stato di emergenza ad eccezione della dichiarazione di guerra ex art. 78. Volutamente i costituenti decisero di non disciplinare questa situazione per il pericolo di derive autoritarie. Pertanto, l’unico strumento è il decreto-legge, un atto avente forza di legge del Governo della Repubblica adottato, «sotto la propria responsabilità», in presenza di tre presupposti giustificativi: straordinarietà, urgenza e necessità. La particolarità della natura della fonte richiede, dunque, che le norme in esso contenute siano specifiche, omogenee, ma soprattutto immediatamente applicabili.

La Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 22/2012, ha precisato come questi requisiti, pur non essendo espressamente previsti dal Testo fondamentale del 1948, siano inclusi nelle ragioni che legittimano il ricorso alla decretazione legislativa d’urgenza. Che senso ha, infatti, servirsi di «provvedimenti provvisori con forza di legge» (i decreti-leggi, se non sono convertiti in legge entro 60 giorni, decadono con effetto retroattivo), se poi la loro attuazione avviene a distanza (più o meno breve) di tempo rispetto alla data di entrata in vigore? Pertanto, non è convincente, per almeno due ragioni, la tesi secondo la quale i decreti-legge hanno lo scopo di definire un quadro generale contenente le diverse misure di contenimento modulabili, a secondo dell’andamento della curva epidemiologica, con decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore (i noti DPCM). In primo luogo, perché sarebbero atti formalmente amministrativi, privi peraltro di qualunque controllo preventivo di legittimità, ad incidere direttamente su diritti costituzionalmente tutelati; in secondo luogo, perché, anche ammesso che non tutte le disposizioni del decreto-legge possiedano il requisito della immediata applicabilità, la loro «efficacia differita» può avvenire, come ha precisato il giudice costituzionale, solo per qualche aspetto e non certamente per gran parte di esse (così le sentenze n. 17/2017 e n. 171/2017).

In una forma di governo parlamentare, quale quella delineata dalla Parte II della Costituzione, ove il Parlamento assume un ruolo centrale specialmente nel rapporto con il Governo avendo il compito di accordarne la fiducia, la marginalizzazione delle due Camere, che vengono semplicemente informate dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un Ministro da lui delegato sul contenuto dei DPCM, limitandosi ad esprimere, con apposite risoluzioni, meri atti di indirizzo, non può che suscitare forti perplessità che inducono a ipotizzare una lenta, ma inesorabile modifica «carsica» del rapporto governati/governati in assenza di formali revisioni costituzionali.

A tutto questo si aggiunga il grande assente della partita: il Presidente della Repubblica. Egli ha il compito di emanare i decreti-leggi e di esercitare, in questa occasione, un controllo di «intensità almeno pari» (sentenza n. 406/1989 Corte cost.) a quello che avviene per la promulgazione di una legge. Tuttavia, quale indipendenza può avere dal Parlamento, dalle coalizioni di partiti e dalla «rappresentanza d’interessi» un Presidente che di quel «teatro» è l’espressione o la conseguenza?

Come scriveva acutamente il grande giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985): «è di notevole importanza che tanto l’indipendenza dell’impiegato professionale quanto l’indipendenza del deputato parlamentare ed infine anche la posizione del Capo dello Stato, protetta con speciali privilegi e con una destituzione aggravata, sia strettamente legata con la rappresentazione della totalità dell’unità politica». Un’ occasione, una volta cessata la pandemia, per rivedere seriamente e con coraggio la forma di governo in senso presidenziale al fine di riformare tutti quegli organi «anfibologici» e fintamente «neutri» come la attuale Presidenza della Repubblica.

Prof. Avv. Augusto Sinagra
(Università «La Sapienza» di Roma)

Prof. Daniele Trabucco
(Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/
Centro Studi Superiore INDEF).

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Conte fa a pezzi la forma di governo. E Mattarella tace

IL GEN. SOLEIMANI E LE MILIZIE CRISTIANE IN SIRIA

The U.S. killed Iranian Maj. Gen. Qassem Soleimani in a targeted drone strike in Baghdad. A U.N. investigator says the action violated Iraq’s sovereignty. Here, protesters in Tehran, Iran, hold up an image of Soleimani during a demonstration on Jan. 3.

In una recente intervista apparsa sulle colonne del sito di informazione russo Sputnik, Monsignor George Abu Khazen, Vescovo latino di Aleppo, ha lanciato un accorato appello in cui, oltre a sottolineare l’essenza criminale del regime sanzionatorio imposto alla Siria dal Caesar Act statunitense, ha espressamente richiesto agli Europei di non seguire più Washington sulla strada dell’aggressione economico-militare al Paese levantino.

Infatti, secondo Abu Khazen, il regime sanzionatorio, colpendo in primo luogo le fasce più povere della popolazione e le minoranze, ha creato un disastro peggiore dell’occupazione della città da parte dei gruppi terroristici a loro volta foraggiati dall’“Occidente”[1]. Il prelato, inoltre, nella medesima intervista afferma con grande franchezza come la Siria non necessiti di aiuti particolari. In Siria c’è grano e petrolio a sufficienza per tutti. Tuttavia, l’occupazione nordamericana della parte nordorientale del Paese (l’area più ricca di risorse) impedisce ogni reale ricostruzione[2].

All’accorato appello contro il regime sanzionatorio, il Vescovo di Aleppo ha aggiunto una denuncia delle condizioni delle popolazioni cristiane che rimangono ancora ostaggio dei gruppi terroristici (sotto protezione turca) nell’area di Idlib: una comunità che vive ormai da quasi due millenni nelle prossimità del fiume Oronte ormai ridotta a qualche centinaio di persone a cui viene impedito sistematicamente non solo di praticare la propria fede ma anche di lavorare nei campi.

L’appello di Monsignor Abu Khazen impone in primo luogo due tipi di riflessione. La prima è legata al fatto che, nonostante la stucchevole retorica propagandistica dell’“amministrazione pacifista” e “non interventista”, la presidenza Trump, in termini geopolitici (senza entrare nel merito della lotta tra apparati di potere che ancora oggi divampa a Washington), si è mossa su diversi teatri in sostanziale continuità con quella del predecessore Barack Obama. E questo perché i processi geopolitici si muovono spesso e volentieri in modo autonomo rispetto allo stesso inquilino della Casa Bianca, che, nel caso di Trump, ha fatto ben poco per ostacolare il circolo vizioso generato dal complesso militare-industriale e da quella “sindrome di privazione del nemico” che ha afflitto la NATO dopo il crollo dell’URSS.

È addirittura superfluo dover ricordare, ancora una volta, come le aggressioni economiche, da Tucidide fino a Carl Schmitt, vengano ritenute a tutti gli effetti come “atti di guerra”. Una pratica alla quale negli ultimi quattro anni si è dovuto assistere in innumerevoli occasioni (oltre alla Siria, si possono citare i casi dell’Iran, della Cina, ed il prolungamento e rafforzamento del regime sanzionatorio alla Russia ed al Venezuela) e che era stata ampiamente preventivata nel celebre discorso di Barack Obama di fronte ai cadetti di West Point del 2014. In quella occasione, l’ex Presidente nordamericano affermò la necessità della riduzione dell’intervento militare diretto da parte statunitense (troppo costoso) ed il ricorso in caso di una minaccia non diretta ad azioni multilaterali, all’isolamento ed alle sanzioni nei confronti del “nemico”[3].

È altresì superfluo dover ricordare come il tanto ostentato ritiro dalla Siria non sia in realtà mai avvenuto. Oggi è noto che il Pentagono, nel corso dell’amministrazione Trump, ha scientemente nascosto il numero reale della presenza militare USA tanto in Siria quanto in Iraq ed Afghanistan, sia per portare avanti la retorica della “fine delle guerre infinite”, sia per evitare al contempo che tale evenienza si realizzasse concretamente. Se è vero (forse) che il numero reale delle unità militari probabilmente è stato nascosto allo stesso Presidente (cosa di per sé non particolarmente sconvolgente per chi conosce i meccanismi che muovono gli apparati di potere nordamericani)[4]: è altrettanto vero che è stato Donald J. Trump ad autorizzare le incursioni nei Paesi in questione (compresa quella che ha assassinato Qassem Soleimani) ed i suddetti atti di guerra economica[5]. Senza considerare che, dati alla mano, nei casi di Afghanistan e Yemen l’amministrazione Trump ha sganciato addirittura più bombe di quelle che l’hanno preceduta, con il picco di 7.423 ordigni nordamericani sganciati sul Paese centroasiatico nel solo 2019[6].

Va da sé che, al momento, non sembra affatto ci siano margini entro cui la nuova amministrazione possa muoversi in una direzione diversa dalle precedenti. Se l’amministrazione Trump ha estremizzato delle posizioni che si sono configurate sotto Barack Obama (ad esempio, il contenimento della Cina), appare evidente che l’amministrazione Biden-Harris si muoverà sulla falsariga di quelle precedenti.

La seconda riflessione che ispira l’appello del Vescovo di Aleppo, oltre al richiamo ad un’Europa succube del volere nordamericano[7], è legata ad aspetti più prettamente storico-ideologici e religiosi. Ed effettivamente qui entra in gioco la figura del Generale Martire Qasem Soleimani.

Il Presidente Bashar al-Asad ha spesso fatto riferimento all’importanza della comunità cristiana per l’essenza ed il carattere sovrano della Siria. Di fatto, il territorio che oggi corrisponde al Paese levantino, oltre ad aver costituito sin dall’antichità un centro di irradiamento culturale e religioso di primo piano come nel caso della diffusione del culto solare (“provvidenziale intervento dall’Oriente” per René Guénon) nell’Impero romano, ha influito, con i suoi teologi, in modo determinante sull’evoluzione della stessa dottrina cristiana; basti pensare all’opera di San Giovanni Damasceno, espressione perfetta di un cristianesimo propriamente orientale e ricco di influenze eurasiatiche.

Nel corso dei secoli il paese ha conosciuto in particolar modo uno sviluppo esteso del culto mariano. Un culto dimostrato dalla presenza di innumerevoli santuari dedicati alla Madre di Gesù e sopravvissuti negli anni del conflitto a saccheggi e distruzioni. Uno dei più importanti senza ombra di dubbio è il monastero di Saidnaya (Signora della Caccia in siriaco), appartenente al Patriarcato ortodosso di Antiochia e meta di pellegrinaggio anche per i musulmani. La storia di questo monastero è emblematica riguardo al carattere sacro e tradizionale della presenza cristiana in Siria. La leggenda narra che l’imperatore bizantino Giustiniano I, impegnato in una battuta di caccia nell’area, smarrì la via nei dintorni di Damasco rischiando di morire a causa della disidratazione. La sete venne placata grazie all’aiuto di una gazzella, successivamente identificata da Giustiniano come un messo angelico mariano, che lo condusse ad una fonte d’acqua su quella stessa roccia su cui l’Imperatore volle in seguito far costruire il santuario. Ed all’ingresso del santuario vennero iscritte le parole tratte dal Libro dell’Esodo: “togli le scarpe dai piedi, poiché il luogo in cui ti trovi è terra santa”[8].

Ora, riprendendo il concetto secondo il quale geografia sacra e geopolitica spesso si sovrappongono, è bene sottolineare che la regione nella quale si trovano i principali centri di culto cristiani in Siria (da Saidnaya a Maaloula) possiede anche un valore geostrategico di notevole importanza. Osservando una mappa del Levante, si noterà facilmente che quest’area corrisponde a quelle montagne di Qalamoun, lungo il confine tra Siria e Libano, al di là delle quali si trova la Valle della Bek’a che costituisce (storicamente) uno dei principali centri di irradiamento dell’attività di Hezbollah. Tale regione, punto di collegamento tra Libano e Siria (e dunque anche di rifornimento tra Beirut e Damasco) è stata a lungo oggetto di contesa tra i gruppi terroristici che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e le forze lealiste (l’Esercito Arabo Siriano con le milizie ad esso collegate) ed i loro alleati (Hezbollah e le Forze Quds comandate proprio da Qassem Soleimani). Damasco ed i suoi alleati hanno lanciato nel corso del conflitto almeno tre diverse operazioni militari per liberare questa fondamentale regione, infliggendo gravi sconfitte tanto al sedicente “Stato Islamico” quanto alle forze legate ad al-Qaeda. In particolare, l’offensiva dell’agosto 2017 portò alla prima grande sconfitta dello “Stato Islamico” sul suolo siriano, alla resa di un cospicuo numero di miliziani dell’entità terroristica, ed alla liberazione di una larga fetta di territorio lungo il confine siro-libanese.

Molte delle milizie cristiane che hanno partecipato alle operazioni militari nella regione a sostegno del legittimo governo di Damasco (ad esempio, i “Guardiani dell’Alba” che riuniscono diverse sigle di matrice cristiana come i “Leoni dei Cherubini” – in riferimento al nome di un importante monastero di Saidnaya – o i “Soldati di Cristo”) sono state costituite sul modello di Hezbollah e delle milizie sciite irachene, con l’ausilio sia delle Forze Quds di Soleimani sia dello stesso Hezbollah. Sempre Soleimani ha avuto un ruolo di rilievo anche nella formazione di un’altra milizia cristiana, le “Forze della Rabbia”, nella città a maggioranza greco-ortodossa di Suqaylabiyah tra Hama e Latakia[9].

É importante sottolineare che i militanti di questi gruppi si considerano alla stregua di “mujahidin della croce”[10]. Uno dei motti dei “Leoni dei Cherubini” afferma: “Non siamo stati creati per morire ma per la vita eterna. Noi siamo i discendenti di San Giorgio![11]. La loro azione si è rivolta in primo luogo alla difesa dei luoghi di culto cristiani contro le devastazioni dei miliziani takfiri. Tuttavia, molti di questi gruppi hanno partecipato ad operazioni militari anche all’infuori delle aree in cui vive la maggior parte della comunità cristiana siriana. Essi, di fatto, hanno combattuto e combattono da cristiani contro l’“Occidente” ed una visione del mondo a loro totalmente estranea.

Si potrebbe affermare in una certa misura che l’aggressione alla Siria abbia contribuito (utilizzando le parole di Michel ‘Aflaq, padre fondatore cristiano-ortodosso del Ba’ath siriano) a “risvegliare il nazionalismo degli Arabi cristiani”[12]: ovvero, quel sentimento che “porta a sacrificare il proprio orgoglio personale ed i propri privilegi, nessuno dei quali capace di eguagliare l’orgoglio arabo e l’onore di esserne parte[13].

Di fronte a questo scenario, appare abbastanza evidente il motivo per il quale il Segretario di Stato USA Mike Pompeo dichiarò già nel 2018, con il caratteristico stile da gangster che contraddistingue la politica estera nordamericana, che il Generale Soleimani stava creando problemi sia in Siria sia in Iraq e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare il possibile per alzare il prezzo per lui personalmente e per le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione[14].

Oltre all’aspetto prettamente geopolitico (legato al fatto che il lavoro di Soleimani ha contribuito allo sviluppo di forze militari non convenzionali capaci di mettere in crisi la strategia nordamericana e sionista in Siria ed Iraq ed ha creato delle fasce di sicurezza ai confini dell’Iran espandendone, inoltre, la sua influenza nella regione)[15], i “problemi” di cui parla Pompeo sono interconnessi anche ad un aspetto più prettamente “ideologico”. È noto infatti che la sovrastruttura ideologica dell’“Occidente”, nel corso degli ultimi vent’anni, è stata costruita intorno al cosiddetto “scontro tra civiltà”, teorizzato da Samuel P. Huntington e Bernard Lewis, tra giudeo-cristianesimo ed Islam (o tra “Occidente liberale” ed asse islamico-confuciano) al mero scopo di fornire un “nemico” contro il quale opporsi. Allo stesso tempo, oltre alla frammentazione lungo linee etnico-settarie dei principali avversari regionali (strategia che si sta cercando di applicare anche all’Iran)[16], il sionismo ha sempre avuto a cuore l’eliminazione delle comunità cristiane nel Levante[17] per poter riaffermare uno dei miti fondanti dello “Stato ebraico”: il suo ruolo di “vallo contro la barbarie orientale”.

In questo senso, il Generale Soleimani e le milizie a lui collegate, operando anche nel rispetto di precetti teologici prima ancora che militari e difendendo le comunità religiose oppresse dai gruppi terroristici sostenuti dall’“Occidente” (sia in Siria che in Iraq) anche attraverso una cooperazione interconfessionale che si pone agli antipodi rispetto al tradizionale principio imperialistico del divide et impera, hanno smascherato la menzogna di fondo insita nel modello ideologico dello “scontro tra civiltà” ed hanno mostrato che l’entità sionista, lungi dall’essere un vallo contro la barbarie, è essa stessa la barbarie.

Superando il modello ideologico dello scontro tra civiltà attraverso un agire che (in termini prettamente tradizionali) si pone come incontro tra la Via dell’Azione e la Via della Contemplazione (non c’è gihad minore senza gihad maggiore e l’Azione è inscindibile dalla meditazione), la figura del Gen. Soleimani assume il ruolo di “eroe civilizzatore”. In un mondo in rovina, in cui domina l’individualismo e la contraffazione ideologica su più livelli ha distrutto ogni tipo di principio ed attitudine sacrale, la vita di Soleimani è un esempio rivoluzionario. L’Azione, in questo membro della casta guerriera, diviene sacrificio di sé verso un fine superiore. E, con lui, il conflitto torna ad assumere quella dimensione teologica (indagata da Heidegger e Schmitt nella prima metà del XX sulla base dei frammenti eraclitei) che nel mondo “occidentale” è stata annegata nel moralismo di matrice protestante anglo-americana.

Soleimani è stato ucciso per il semplice fatto di aver rappresentato un modello umano che si pone agli antipodi rispetto all’uomo occidentale moderno ignaro del Sacro e la cui conoscenza è ridotta alla mera accumulazione ed assimilazione di dati empirici. Parafrasando l’Iman Khomeini, Soleimani è stato un vero essere umano nel senso tradizionale e spirituale di tale idea. E per questo è stato ucciso[18]. “Degli esseri umani – scriveva il padre della Rivoluzione Islamica – hanno paura; se ne trovano uno di uomo, lo temono […] Per questo ogni volta che hanno trovato di fronte a loro un uomo vero lo hanno ucciso, imprigionato, esiliato o ne hanno infamato la reputazione[19].

DA

https://www.eurasia-rivista.com/il-gen-soleimani-e-le-milizie-cristiane-in-siria/

“La catastrofe dell’Europa”

RECENSIONE DEL LIBRO DI FRANCESCO BOCO “LA CATASTROFE DELL’EUROPA. SAGGIO SUL DESTINO STORICO DEL VECCHIO CONTINENTE”
a cura di Daniele Trabucco (*)
Francesco Boco non solo é un giovane e promettente filosofo bellunese, ma é anche “profeta” nel senso etimologico del termine: parla con coraggio e forza al posto di coloro che dovrebbero farlo, ma non proferiscono parola poiché caduti nel “peccato originale” di quella concezione positivistica e habermasiana della “democrazia” che favorisce il relativismo e l’universalismo/cosmopolitismo di matrice illuministica. L’origine ed il destino dell’Occidente presuppongo per la loro comprensione una rocciosa filosofia della storia che si sviluppa nel rapporto, di splengeriana memoria, tra civiltá e civilizzazione (pagina 19). Mentre la prima indica lo stadio vitale e creativo, la seconda, viceversa, la fase conclusiva e decadente di un ciclo storico. La modernità, sottolinea molto bene il dott. Boco, è l’epoca della civilizzazione, o meglio della deturpazione crescente dell’essenza umana, smarrita nelle catene del calcolo esatto e al contempo imbevuta di quel faustiano spirito di illimitata tensione. In essa, un ego accresciuto a dismisura produce un umanesimo che è mero autocompiacimento di un uomo che considera l’essenza umana solo ed esclusivamente come suo merito. L’uomo moderno, infatti, è colui che più di ogni altro abita lontano dalla sua origine e non semplicemente in termini storici.
Egli è un vagabondo errante nella sua stessa terra natia che non riconosce ed è incapace di custodirla adeguatamente a causa di quella industrializzazione scientifica e di quella tecnica che estinguono ogni possibilità del dimorare autentico, divenendo gli “immutabili” (secondo il pensiero severiniano) cui l’uomo occidentale non rinuncia in quanto illusoria forma di sicurezza di fronte all’apparente (per Severino) divenire dell’Essere. É evidente, nel pensiero dell’autore, l’influsso heideggeriano sia sul piano della presa di coscienza del destino dell’Occidente, sia su quello della risposta alla sua decadenza. Sotto il primo profilo é noto come Heidegger (1889-1976) individui nel nichilismo il tratto peculiare dell’Occidente che domina la sua storia non già dai sussulti rivoluzionari ottocenteschi, ma fin dalle origini greche. Un’interpretazione che sconvolge le “carte” del pensiero e si condensa in un corso del 1940, che Heidegger stesso volle estrapolare dal “Nietzsche” del 1961 e pubblicare come testo a sé stante nel 1967. Il filosofo tedesco ritiene che, se prima di Platone la Veritá era intesa come “alètheia”, ossia come un dis-velamento che l’Essere “donava” all’esserci umano, con Platone, invece, vi è la nascita della veduta antropocentrica che comporta l’oblio dell’Essere, in quanto l’ente-uomo si sostituisce all’Essere. Per Platone, attraverso l’intuizione intellettuale e lo strumento logico della dialettica discorsiva, era possibile conoscere perfettamente il mondo delle idee (si veda, a tal proposito, “La lettera sull’umanesimo” di Heidegger). La verità assoluta era, quindi, accessibile all’uomo-filosofo. Da qui, allora, la necessitá, espressa nel testo della conferenza tenuta l’08 aprile 1936 presso il Kaiser-Whilem-Institut di Roma dal titolo “L’Europa e la filosofia tedesca”, di ritornare alla vera origine del pensiero occidentale (pagina 15). É questo l’unico modo sia per svelare la tragicitá dell’universalismo della civilizzazione proprio della visione illuministico-kantiana, che cancella popoli e identitá, sia per rifondare la civiltá. Questo é possibile, secondo il filosofo bellunese, solo se si coglie (pagina 226) “la gravitá del presentarsi dell’essere”, ossia la sua presenza anche quando non é compreso. Infatti, é unicamente nel suo concedersi all’uomo da parte dell’Essere che ogni popolo sará in grado di “declinare il mondo che abita secondo il proprio esserci” (pagina 254). Non siamo in presenza del “pietrificato” (per Giovanni Reale) Essere parmenideo, ma di un “fatto storico (diveniente) che non si esaurisce nella storia”.
Ora, poiché l’Essere heidegerriano non é una sostanza stabile e non è caratterizzato da un’essenza statica che stabilisca, una volta per tutte, che cosa esso sia, dal momento che è quello che è solamente nel fatto di esistere, nella sua concreta esistenza nel mondo per come si dà di volta in volta, solo se un popolo lo coglie eroicamente nel suo darsi, é in grado di realizzarsi appieno. In questo modo, per Boco, l’Occidente potrá trovare quella forza unificante idonea a salvarlo dalla civilizzazione imperante. A Francesco il grande merito, con la sua opera, di spronare ad una riflessione filosofica seria, capace di volare sopra la nientitá della attuale cultura europea.
(*) Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.
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