Il “Buscetta” della ‘ndrangheta ora collabora

di Redazione

Avevamo iniziato a studiare questi fenomeni, riferiti soprattutto alle ramificazioni in Veneto ed a Verona, sin dal lontano 2014. Ora sembrano giungere notizie confortanti che, probabilmente, nei prossimi mesi potrebbero rivelarsi degli tzunami per alcuni ambienti legati alla politica, al mondo imprenditoriale, ai colletti bianchi, alla massoneria deviata e, addirittura a uomini di Chiesa. Ce lo rivela un altro collaboratore di giustizia… (n.d.r.)

Nicola Grande Aracri decide di parlare col procuratore anti mafia Gratteri

di Felice Manti

«Nicolino Grande Aracri si è pentito? Che bella notizia. Ora spero lo proteggano mandandolo all’estero con una nuova identità, a lui e alla sua famiglia. Perché presto le Regioni rosse esploderanno». Al telefono con il Giornale c’è Luigi Bonaventura, pentito di ‘ndrangheta dell’omonima cosca, colui che fece scattare la prima condanna all’ergastolo per il capo del clan che dettava legge a Cutro, nell’intera Calabria centro-settentrionale e soprattutto tra Toscana, Umbria ed Emilia Romagna. L’annuncio della collaborazione della giustizia del potente boss da oltre un mese – notizia che ha colto di sorpresa il suo legale Gregorio Aversa («Decisione personale, ne ero all’oscuro») è decisiva nella lotta alla ‘ndrangheta soprattutto nelle sue ramificazioni nel Centro Italia, come confermano le sentenze del processo AEmilia per cui Grande Aracri è all’ergastolo al 41bis e i guai giudiziari del braccio destro del governatore toscano del Pd Eugenio Giani, sfiorato da un’indagine per ‘ndrangheta.

Nella potente organizzazione calabrese, ramificata ormai in tutto il mondo, il boss crotonese Nicolino ha (anzi, aveva) un ruolo fondamentale. Ha deciso di consegnarsi al suo peggior nemico, Nicola Gratteri, l’unico forse in grado di soppesare e valutare gli indicibili segreti che Nicolino detto manu i gumma custodisce da più di 40 anni. «Era il capo delle ‘ndrine di Catanzaro, Cosenza, Crotone e di una parte di Vibo – dice Bonaventura al telefono – il suo pentimento rischia di distruggere buona parte del potere dei clan. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con massoneria, colletti bianchi, Chiesa e politica». Continua a leggere

Lorenzo Fontana: “Il Mediterraneo è casa nostra. Questione di potenza nazionale”

 

L’ex ministro e responsabile Esteri della Lega spiega quali saranno le mosse del Carroccio sul piano internazionale

Tra le personalità più influenti nella Lega, Lorenzo Fontana ha un lungo percorso di militanza alle sue spalle che lo ha portato a scalare i ranghi del partito senza mai perdere di vista i valori identitari e cristiani. Dagli inizi nella Lega Veneta con i Giovani Padani fino alla nomina nel 2016 a vicesegretario federale (carica che ricopre ancora oggi), passando per l’incarico di Ministro per la famiglia e la disabilità, poi di Ministro per gli affari europei, si è fatto strada con spirito di abnegazione e dando battaglia sui temi a lui più cari. Nel mezzo l’elezione ad eurodeputato e a deputato al parlamento italiano. È di pochi giorni fa l’annuncio del nuovo importante ruolo affidatogli da Matteo Salvini come responsabile esteri della Lega e Fontana non ha perso tempo svolgendo un ruolo di primo piano nell’incontro a Budapest tra Salvini, Orban e il premier polacco Morawiecki.

Onorevole Fontana, da poco è stato nominato responsabile esteri della Lega, su quali temi si muoverà la sua attività nei prossimi mesi? Quale saranno le priorità per la Lega in Europa?

“L’obiettivo è creare massa critica per avere il più possibile un’unità di intenti a livello europeo ed extra Ue: difesa dell’identità, delle tradizioni, della famiglia, una base comune dei valori cristiani per fare da contraltare all’agenda globalista e politicamente corretta sempre più aggressiva. Dietro alle buone intenzioni c’è il rischio di una nuova forma di totalitarismo che può diventare alla lunga pericolosa. Bisogna muovere le forze identitarie per creare una visione diversa di civiltà e un’alternativa al globalismo”.

Di recente ha partecipato a Budapest all’incontro tra il leader della Lega Salvini, il primo ministro ungherese Orbàn e il primo ministro polacco Morawiecki, nei prossimi mesi è prevista la nascita di un nuovo gruppo al parlamento europeo?

“Si potrà avere qualche sviluppo in tal senso ma non è questo il punto centrale. Inizialmente la battaglia è culturale e politica, occorre creare organismi internazionali che non si limitino al gruppo al parlamento ma serve un’alternativa in senso identitario fondamentale nell’Ue in particolare in un momento in cui il Ppe si è spostato a sinistra dando il via libera ad un’agenda socialista”.

L’Ecr si è detto disponibile a ragionare un ingresso della Lega nel suo gruppo, è un’ipotesi plausibile?

“Non appena sarà possibile, occorre creare un gruppo il più grande possibile che ci ponga come alternativa all’attuale maggioranza nel parlamento europeo. Bisogna coinvolgere ciò che rimane di destra nel Ppe verso una grande alleanza. L’obiettivo deve essere più ampio di una semplice entrata nell’Ecr, servono ambizioni importanti. O onor del vero, già da prima delle elezioni europee auspicavo la nascita di una grande alleanza in Ue ma ora i tempi sono maturi”.

Il percorso avviato a Budapest coinvolgerà anche think tank, fondazioni e mondo culturale, in quali forme e modalità? Ritiene sia importante il contributo della cultura identitaria per il “Rinascimento europeo”?

“In ogni Paese è raccontata una visione dei partiti identitari in modo negativo con un’idea folle e lontana da realtà, il mondo culturale è importante per spiegare cosa succede nei vari paesi europei. In tal senso i think tank hanno un ruolo fondamentale, dovranno essere la nostra arma per scardinare questa propoganda mediatica. Da una parte c’è la politica e in parallelo l’attività delle fondazioni e dei think tank”.

Alla luce del dibattito di questi giorni, quale dovrebbe essere secondo lei l’approccio dell’Italia e dell’Unione europea nei confronti della Turchia?

“Da sempre la Lega sostiene che la Turchia non c’entri nulla con l’Ue. I tentativi di pre adesione (che ci sono costati miliardi di euro) erano basati su un approccio ideologico. La Turchia porta avanti una politica aggressiva nel Mediterraneo fastidiosa non solo per l’Italia ma anche per altre nazioni europee come la Francia. L’Italia deve ritrovare centralità nel Mediterraneo che è un fulcro di sviluppo sopratutto per il mezzogiorno. Occorre avere la volontà di impegnarsi per considerare i nostri confini come una cosa che ci interessa direttamente, sia nell’area dei Balcani sia in Libia e nord Africa. Il Mediterraneo è casa nostra e non possiamo permetterci una politica aggressiva della Turchia, è una questione di potenza nazionale”.

È da sempre molto attivo nella difesa dei cristiani perseguitati, a suo giudizio cosa dovrebbe fare l’Italia per aiutare i cristiani perseguitati nel mondo?

Basterebbe che l’Italia e l’Unione europea, ogni volta che siglano un trattato internazionale, inseriscano il rispetto delle minoranze cristiane. Non ci dobbiamo dimenticare che quella cristiana è la minoranza più perseguitata al mondo con migliaia di morti ogni anno e anche in Europa assistiamo a un crescente numero di atti contro il cristianesimo e contro i fedeli. Avvengono episodi di cristianofobia in tutta Europa, è una problematica che esiste e dobbiamo farci sentire. In futuro ci sarà una contrapposizione non solo in termini economici ma anche su valori e questioni religiose, è notizia di pochi giorni fa un attentato sventato in Francia. Una parte del mondo è in guerra contro il cristianesimo, ci hanno dichiarato guerra ma noi chiudiamo gli occhi”.

Venendo alla politica interna, come giudica questi primi mesi di governo Draghi?

“È ancora presto per giudicare l’operato del governo e per fare bilanci, mi auguro ci possa essere sempre di più discontinuità con Conte ma sembra che Draghi voglia farlo a piccoli passi”.

La Lega sta molto insistendo sul tema delle riaperture, qual è la sua posizione a riguardo? È possibile coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute?

“Bisogna cambiare passo sulle riaperture. Vengo da una regione, il Veneto, in cui il turismo ha una massima importanza, così come l’artigianato, ed oggi ci sono aziende e persone in gravi difficoltà. È sbagliato l’approccio per cui lo stato ti chiude e non ti sostiene in modo adeguato. Non ci possono impedire di lavorare, capisco l’emergenza iniziale ma dopo un anno è incomprensibile perché si continua a impedire alle persone di lavorare. Per molti il lavoro è una ragione di vita, bisogna riaprire in sicurezza perché stanno subentrando gravi patologie anche di carattere psicologico. Lo stato non può impedirti di lavorare senza garantirti una sopravvivenza. Mi auguro davvero ci sia un netto cambiamento di passo”.

Uno degli argomenti principali dell’attuale governo è l’ambiente, con il Recovery fund verranno destinati numerosi miliardi al tema ambientale, pensa sia possibile un ecologismo identitario? Se sì, basato su quali aspetti?

“L’ecologismo ha un lato identitario positivo e uno globalista negativo. Il vero ecologismo è di stampo identitaria, se riusciamo a usare i fondi del recovery nel giusto modo, possiamo vivere in un ambiente migliore e privo di tendenze ideologiche tipiche di una visione antiumana”.

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/lorenzo-fontana-mediterraneo-casa-nostra-cosa-faremo-turchia-1938156.html

Migranti, cosa nasconde l’indegno processo a Salvini

Il processo che vede imputato a Catania il leader della Lega Matteo Salvini per “sequestro di persona” per il caso della nave Gregoretti dovrebbe, salvo sorprese (che in un Paese come l’Italia sono sempre da mettere in conto), chiudersi il 14 maggio (data della prossima udienza) nell’unico modo che sin dall’inizio suggerivano sia il buon senso sia, quel che più conta, le regole della democrazia e dello Stato di diritto. E cioè con il “non luogo a procedere” per l’ex ministro dell’Interno che aveva dato ordine di trattenere a bordo e non far sbarcare i migranti soccorsi in mare dalla nave della guardia costiera.

“Nessuno sequestro, decise tutto il governo”

L’esito sembra scontato perché, nonostante il parere contrario delle “parti civili” (quasi tutte organizzazioni della sinistra militante), è stato lo stesso pubblico ministero Andrea Bonomo a chiedere l’archiviazione. Egli ha sottolineato che era nelle prerogative del ministro, infatti, sospendere lo sbarco fino a quando il problema non si fosse risolto politicamente, nella fattispecie con la distribuzione a livello europeo dei nuovi arrivati; e che comunque Salvini non faceva che seguire la linea che era di tutto il governo. Elementi importanti per scagionare il leader della Lega, ma dal nostro punto di vista meno ancora di un altro che Bonomo ha sottolineato in uno “storico” passaggio della sua requisitoria: non spetta ai magistrati dire se una determinata scelta sia moralmente o politicamente giusta perché essi devono solo verificare se la legge sia stata rispettata (pur potendo avere ovviamente proprie opinioni ed anche esprimerle fuori dal tribunale).

Ora, è proprio questo sottile discrimine che separa uno Stato di diritto da uno che non lo è ed è illiberale. Ed è quello che in Italia, negli ultimi trent’anni, è spesso saltato. È evidente che esista un obbligo umanitario a soccorrere i deboli, cioè chi è in precarie condizioni di salute, o semplicemente un bambino; e di tenere nelle migliori condizioni possibili, nell’attesa della soluzione politica, coloro che sono momentaneamente trattenuti a bordo di una nave. E ciò, nel caso della Gregoretti e negli altri simili, è stato ovviamente sempre fatto. Ma per il resto è la politica a decidere, ed essa è insindacabile. Tanto più se la sua azione, come nel caso di Salvini, non è il capriccio di un despota, o di un aspirante tale, ma il portato (fosse pure aggressivo nella comunicazione) di un’opinione diffusa che si appella ai principi dell’etica della responsabilità (oltre che a quello etico-giuridico della difesa dei confini nazionali, fra l’altro attuato da tutti gli altri Stati, compreso quelli europei).

Caso Gregoretti, episodio indegno della nostra democrazia

Non dubito che, accanto a chi (in verità tanti) sul traffico dei migranti lucra, sia economicamente sia politicamente, ci siano fra gli “aperturisti senza se e senza ma” tante “anime belle” che vogliono che lo Stato agisca in un determinato modo per umanitarismo e buonismo. Ma esse non si rendono conto delle conseguenze, anche sulla vita degli stessi migranti, di una politica dell’“apertura” totale. L’etica della responsabilità, come ben sapeva Max Weber, non potrà mai eliminare il suo contraltare: l’etica della convinzione. Tuttavia, se si uscisse dalle proprie convinzioni non solo ci si renderebbe conto di ciò, ma anche di come Salvini non avesse voluto chiudere i porti per “cattivismo amorale”, come, d’altronde, la maggioranza degli italiani ha ben capito approvando le sue scelte e votandolo. Ma tant’è!

Quel che si vuole qui dire è che, per una volta tanto, bisogna dare un voto positivo alla magistratura che ha saputo fare autocritica, pur dando l’impressione con questo assurdo processo di essersela ancora una volta suonata e contata. Non solo. Essa ha anche dato uno schiaffo non indifferente e una lezione alla politica. Perché è stata essa stessa a riconoscerne la dignità e le prerogative di cui la politica si è più volte sbarazzata. Nella fattispecie, sono stati i politici di maggioranza del secondo governo Conte, e lo stesso ex premier, che, per motivi di bassa bottega politica, hanno risposto positivamente all’autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri di Catania e hanno mandato a processo il solo Salvini.

Credo che sia stato uno dei momenti più indignitosi e immorali della storia della nostra democrazia, di cui i protagonisti dovrebbero vergognarsi per sempre. E da solo già basterebbe a qualificare quello uscente come il peggiore governo dell’Italia repubblicana. La speranza è che anche la politica si riscatti e non cada più in futuro ad un livello così basso.

Corrado Ocone, 10 aprile 2021

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Migranti, cosa nasconde l’indegno processo a Salvini

Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

Il disegno di legge Zan contro l’omofobia, già approvato dalla Camera, non entra ancora nel calendario del Senato. L’ufficio di presidenza della commissione Giustizia ha deciso, “all’unanimità di chiedere” al presidente del Senato la “riassegnazione del provvedimento” per accorparlo ad altri 4 testi già presentati a palazzo Madama.

Lo ha spiegato il presidente Andrea Ostellari (Lega) al termine della riunione. “Non mi pare ci siano più scuse dopo questo passaggio” ha osservato il vicepresidente del gruppo Pd, Franco Mirabelli che auspica si possa realizzare “già fra oggi e domani, per arrivare di nuovo in ufficio di presidenza la prossima settimana”.

E ancora: “ci siamo impegnati per discutere nel merito evitando ogni scivolata ideologica”, ha aggiunto. “Siamo sicuri che il presidente della commissione sarà garante dei lavori”, ha sottolineato la vicepresidente Dem di palazzo Madama, Anna Rossomando.

Il Movimento 5 stelle fa “molto affidamento sulla sensibilità del presidente del Senato che ha sempre dimostrato il suo impegno nel contrastare la violenza contro le donne e il ddl Zan prevede il contrasto alla misoginia”, ha detto Alessandra Maiorino. Il centrodestra “ha anticipato che rimarrà fermo sulla sua posizione”, ha spiegato la vicepresidente della commissione, Elvira Evangelista, e dunque per la non calendarizzazione.

Il senatore della Lega, Simone Pillon, ha notato che il disegno di legge Zan “è un testo ideologico e come tale va considerato”. Ci sono, ha esemplificato, “i nostri bambini che rischiano su Tik Tok di essere vittime di giochi che portano al suicido o a lesioni e questo sì rappresenta un vuoto normativo da colmare”, non altre questioni che sono già coperte dalla legge.

Ddl Zan, Salvini: “Violenza e discriminazione sono già reato”

“Ognuno è libero di amare chi vuole, di condividere la sua vita, la sua casa, le sue emozioni con chi vuole, di fare l’amore e di svegliarsi al fianco di chi desidera. Chi discrimina una persona per il suo orientamento sessuale o affettivo e’ un ignorante. Ogni tipo di discriminazione o di violenza, nei confronti di chiunque, va sempre punita e combattuta, come già la legge giustamente prevede. Ad esempio, nel 2009 a Napoli un ragazzo gay e una sua amica furono barbaramente picchiati e i colpevoli sono stati condannati a 10 anni di carcere ciascuno, ricevendo il plauso di molte associazioni, fra cui l’Arcigay”. Lo afferma, in una nota, il leader della Lega Matteo Salvini.

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Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

Ddl Zan, Borghi (Lega): “Siamo in emergenza, non rompano le scatole con omofobia o cannabis”

“Se si fa un governo di unità nazionale, lo si fa per i punti e per gli scopi per cui questo governo era stato immaginato, ossia il Recovery Plan, sviluppare il piano vaccinale e per garantire i sostegni. Si tratta di obiettivi su cui tutti erano d’accordo e che, guarda caso, coincidevano anche con i motivi per cui non si poteva tornare al voto”.

Lo ha dichiarato in un’intervista a iNew24.it il deputato della Lega, Claudio Borghi, che ha poi proseguito: “Qualsiasi altra cosa voglia fare il governo, necessita di una maggioranza politica, per cui non rompano le scatole con la cannabis o con legge Zan, perché queste sono questioni che vanno ben al di là dell’emergenza che ci ha spinto a formare questo governo”.

Sulle tensioni interne alla Lega dopo gli attacchi a Speranza, Borghi ha risposto: “Noi siamo un partito dove alla fine decide sempre il segretario. Si discute a lungo, come è giusto che sia, ma una volta che tutti hanno espresso la loro opinione, la sintesi spetta al capo”.

Sempre in riferimento al ministro della Salute, il deputato del Carroccio ha successivamente dichiarato: “Parliamo di una scelta, quella della riconferma di Speranza, che è stata imposta da Mattarella con una motivazione assurda: non si può cambiare perché siamo in emergenza… come a dire di non poter esonerare un allenatore, perché siamo ultimi in classifica e la situazione è già traballante. Non ha senso, proprio per questo andrebbe cambiato! Non ho condiviso la scelta allora e non la condivido oggi”.

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Ddl Zan, Borghi (Lega): “Siamo in emergenza, non rompano le scatole con omofobia o cannabis”

Ecco i magistrati che liberano i criminali immigrati

Truci coi miti, tolleranti coi delinquenti. La morale elastica italica si esalta in tempo di pandemia. Da una parte le divise, nazionali o municipali, che non sempre, comunque troppo spesso, si sentono investite oltre la logica del ruolo di gendarmi, diventano sceriffi, se esci per avventurarti in farmacia ti fermano, ti identificano anche se ti conoscono benissimo perché nei quartieri e nei borghi tutti sanno tutto di tutti e infatti te lo dicono, tra il preoccupato e il minaccioso: ah, ma noi sappiamo chi sei. E allora, siccome sanno chi sei, gli spieghi, con pazienza incazzata, che questo e quel tribunale, che la Cassazione, che la giurisprudenza, che la Corte europea dei diritti dell’uomo, che il buon senso, che la dottrina politica escludono certi obblighi da stato di polizia.

Altro sconto di pena per Kabobo

Ma non tutti hanno la fortuna o il peso di restare informati, come nel notiziario del traffico, molti sbigottiscono e basta: sono cittadini qualsiasi, sfibrati dal terrorismo sanitario, dagli sbirri sceriffi che però negli assembramenti di ragazzotti non mettono becco, nei centri sociali balordi non osano entrare, la legge come sempre per qualcuno più uguale, la dura lex che si arresta sulla soglia di un’osteria cospirazionista o semplicemente un locale che ha le amicizie giuste, di paese o di quartiere. Dall’altra parte, la strana ma dilagante indulgenza per i mattoidi, i violenti, i farabutti, meglio se esotici. Citofonare Kabobo, il ghanese che sentiva le voci e ne ammazzò tre a picconate a Milano, scelti a caso, nel 2013: allora furono in tanti a dire, tanto lo liberano presto, e infatti i 42 anni di galera originari per 3 omicidi e altri 4 tentati, già limati a 28 per i meccanismi processuali, vanno ulteriormente evaporando: in arrivo altri sconti di pena, e l’avvocato di una delle vittime ha calcolato, realisticamente, che alla fine la condanna scemerà a undici, dodici anni, otto dei quali già scontati. Il che significa che fra qualche semestre la risorsa, unica vera vittima secondo la vulgata progressista, potrà girare di nuovo con un piccone nuovo di zecca. Troia lex sed lex.

Lunga lista di reati delle “risorse”

Simile è il caso del somalo trentatreenne che a Roma ha accoltellato un povero cristo, lo prendono, lo condanno per direttissima e subito lo rimandano libero ad onta dei precedenti penali. La magistratura moralista, che pretende di uscire dal codice e riscrivere le regole sociali, come succedeva negli anni Settanta, dei pretori d’assalto, dei giudici militanti, e come succede ancora oggi a leggere certe incredibili intercettazioni nel pasticciaccio brutto di Palamara. Sempre a Roma, un nordafricano con machete d’ordinanza distrugge 33 auto parcheggiate: nessuna conseguenza per lui. A Treviso un marocchino trentenne, sbandato, senza fissa dimora, strafatto, ovviamente con precedenti, naturalmente armato di temperino, prima aggredisce i passanti, poi, per non sbagliare, i carabinieri: il giudice di turno neanche lo spedisce in carcere, dopo una notte in camera di sicurezza lo rimanda fuori, libero e bello, con una carezza. A Trieste uno slovacco di 37 anni molesta gente a caso, poi si scaglia contro gli agenti, chiamati da cittadini impauriti: denunciato a piede libero per resistenza, oltraggio, minacce, molestie e la pena non la sconterà mai. Pochi mesi fa ancora a Roma un transessuale ubriaco, ma erculeo, si scaglia su malcapitati brandendo una sbarra di ferro: solito buffetto, denuncia a piede libero per inezie quali aggressione e porto di oggetti atti a offendere.

AllHotel House di Porto Recanati, uno di quegli inferni in terra che nessuno riuscirà mai a sradicare, fatti di sangue quotidiani e ossa di morti seppellite fra gli sterpi, hanno appena scoperto 236 false partite Iva: servivano ad ottenere i permessi di soggiorno, oltre che per lo spaccio ed altri traffici criminali. Trenta chilometri più su, ai Tre Archi di Lido di Fermo, che è più o meno la stessa cosa, si agitano una ventina di etnie con l’80% di pregiudicati. Omicidi e violenze non si contano, durano da trent’anni e si parla di alcune crack house sorvegliate da guardie armate con cani feroci.

Occupazioni, magistratura e Vaticano

Capitolo collegato, quello delle occupazioni abusive, mostrate a più riprese dai talk show d’inchiesta. Immigrati risorsisti che penetrano, cambiano la serratura e se il proprietario osa farsi vedere lo pestano, nella comprensione del cosiddetto Stato di diritto.

A Licata, in Sicilia, in 5 del Gambia hanno sequestrato una abitazione, ci si sono accomodati e, per non farsi mancare niente, si sono attaccati alla rete elettrica pubblica. Contestualmente alla convalida degli arresti sono stati rimessi in libertà, sono rimasti a Licata e adesso si temono ritorsioni violente. Forse dovrebbero chiamare il cardinale elettricista, mandato da Bergoglio a ripristinare l’illegalità. Konrad Krajewski, Elemosiniere, alla lettera, di Sua Santità, aveva promesso di pagare lui l’ammanco provocato dai fannulloni del centro sociale abusivo che fregava l’energia elettrica: non ha mantenuto e quelli hanno continuato.

Non dire falsa testimonianza, non rubare, non desiderare la roba d’altri: ma di questi tempi in Vaticano i comandamenti sembrano roba obsoleta, perfino patetica. Secondo Luigi Bisignani, l’elettricista Krajewski ha ottime chance di diventare papa, lo sponsorizza Bergoglio in persona.

Max Del Papa, 30 marzo 2021

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Ecco i magistrati che liberano i criminali immigrati

Covid, dai governi gestione sbagliata: Oms vittima della rivalità Usa-Cina?

Le 2 riviste medico scientifiche più importanti al mondo, JAMA e NEJM, fanno a pezzi i governi. Ecco chi ha amplificato il disastro pandemico, come e cosa fare

“Cosa è andato storto” di chiede il professore americano che mette all’indice soprattutto la gestione degli Stati Uniti: nell’affrontare la pandemia gli Usa hanno avuto una delle performance “più povere” dello scenario, con risultati, visti i deceduti, tra i peggiori.

Ma oltre gli Stati Uniti ciò che emerge a livello mondiale è un “fallimento precoce del sistema sanitario globale”. A macchiare il quadro prima di tutto ci sono stati “notevoli ritardi nella segnalazione della Cina e sulla veridicità delle informazioni fornite all’Oms”. Lo stesso “Ipppr”, scrive la rivista, cioè il gruppo indipendente per la preparazione e la risposta alla pandemia istituito dallo stesso direttore generale dell’Oms, ha concluso che il sistema di allarme globale e il potere dell’Oms, di verificare i fatti chiave, non sono stati “adatti allo scopo”. Un’inadeguatezza di fondo che inficia la risposta generale sotto ogni profilo.

Nella realtà dei fatti l’Oms è stata allertata tramite notizie e social media e non dalla Cina che ha mancato di confermare informazioni. Ad esempio “a causa della mancanza di rapporti accurati e completi”, scrive il Journal of the American Medical Association“l’Oms ha continuato a pubblicare informazioni inesatte sulla trasmissione da uomo a uomo”.

Di conseguenza “i fallimenti collettivi sono stati ancora maggiori”, spiega la rivista. Tradotto: se in alto fanno disastri in basso si segue l’esempio. E fa l’elenco dei comportamenti insensati come il crescere della sottovalutazione della scienza in generale, la debolezza delle infrastrutture sanitarie pubbliche nazionali e la resistenza del pubblico ad adottare misure di mitigazione del rischio, come ad esempio indossare le mascherine quando è opportuno.

Fondamentalmente l’Oms è stata vittima del conflitto geopolitico tra Stati Uniti e Cina. Questa fragilità dell’Organizzazione si è ulteriormente amplificata con il corto circuito delle istituzioni che hanno accentuato i comportamenti insensati delle popolazioni.

“L’Oms ha concluso il 9 febbraio”, spiega Gostin, “che l’epidemia iniziale a Wuhan era molto probabilmente avvenuta naturalmente, piuttosto che per una perdita accidentale dal Wuhan Institute of Technology, ma ha dato credito all’idea che Sars-CoV-2 provenisse da una spedizione di animali dall’estero. Anche ora, c’è poca trasparenza riguardo alla portata dell’accesso dell’Oms a posizioni geografiche chiave, dati completi e discussioni aperte con operatori sanitari e scienziati cinesi”.

Nella maggioranza dei Paesi del mondo si è stati “lenti ad agire”, nella “sorveglianza, nei test e nel tracciamento dei contatti”.

Una discrasia con si ripete nell’approvvigionamento dei vaccini e nella disparità di opportunità tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Questa gestione ha devastato le economie e “continuerà ad affliggere la salute delle società negli anni a venire”. Per questo gli appelli a reinventare e ricreare sistemi per la sicurezza sanitaria non devono rimanere inascoltati ma uno strumento per alzare l’attenzione “sugli avvertimenti per future pandemie”.

Una lezione che dovrebbe insegnarci come mettere in piedi sistemi in grado di rilevare le infezioni e verificarne la portata. In questo senso l’Oms dovrebbe essere meglio finanziata dagli Stati nazionali. “Il budget semestrale dell’agenzia”, scrive Gostin, “varia in genere tra 4 miliardi – 5 miliardi di dollari (circa quello di un grande ospedale statunitense), con circa tre quarti destinati a specifiche iniziative di donatori”. Una Oms così è troppo fragile, e si barcamena tra inerzie e incertezze. All’inizio del Covid, avrebbe almeno dovuto agire in un’ottica “di allarme intermedio”, invece di temere una propria reazione eccessiva che avrebbe mandato nel panico le popolazioni.

L’articolo de il Journal of the American Medical Association va in sintonia con un altro clamoroso pezzo pubblicato ad ottobre da The New England Journal of medicine, dal titolo “Dying in a Leadership Vacuum” (Morire in un vuoto di leadership) a firma degli editori, che imputava all’inadeguatezza della politica l’amplificazione della crisi pandemica.

“L’entità di questo fallimento è sorprendente”, scrivevano gli editori e le dinamiche sviluppatesi negli Stati Uniti davano il polso della situazione: “Il tasso di mortalità in questo Paese (gli Usa, ndr) è più del doppio di quello del Canada, supera quello del Giappone, un Paese con una popolazione vulnerabile e anziana, di quasi 50 volte, e addirittura fa impallidire i tassi nei Paesi a reddito medio-basso, come Vietnam, di quasi 2000 volte. Il Covid-19 è una sfida schiacciante e molti fattori contribuiscono alla sua gravità. Ma quello che possiamo controllare è come ci comportiamo. E negli Stati Uniti ci siamo comportati costantemente male”.

Il Paese guida occidentale, gli Stati Uniti hanno fallito in quasi ogni fase della gestione eppure gli Usa hanno tutti i mezzi e le strutture dal punto di vista produttivo, industriale e sociale per contrastare la pandemia.

Un quadro disarmante, quello immortalato da The New England Journal of medicine, che come negli Usa si è messo in mostra in ogni Paese. Gruppi dirigenti scadenti si sono visti in quasi ogni situazione. Anche per questo motivo “il duro lavoro degli operatori sanitari, che hanno messo a repentaglio la propria vita, non è stato utilizzato con saggezza”, scrive la rivista americana. Sono stati lasciati soli, come viene sostenuto da più parti, a combattere a mani nude contro la pandemia con i risultati e le conseguenze che ancora oggi stiamo vivendo.

DA

https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-che-cosa-e-andato-storto-colpa-dei-governi-l-accusa-di-2-riviste-top-731403.html?refresh_cens

IL GRANDE DANTE ALIGHIERI E LA MALAFEDE DI CHI LO VORREBBE CENSURARE

di Matteo Castagna

Fanno riflettere le proposte di vietare lo studio di Dante nelle scuole, con il pretesto che il pensiero dantesco sarebbe omofobo, antisemita e persino islamofobo. È evidente che l’avversione per le opere dantesche celi qualcos’altro. Forse le parole di Dante danno fastidio perché scuotono ancora le coscienze, perché sollevano il velo dell’ipocrisia e dell’ignoranza, e perché si scagliano contro i falsi messaggi che attirano gli uomini con l’ingannevole prospettiva di farli essere pienamente liberi, ma dietro ai quali è in realtà occultato l’obiettivo di instillare nella società modelli di vita egoici e talora contrari alla natura umana.

Di fronte ai discorsi fatti da coloro che vorrebbero eliminare lo studio di Dante dai programmi scolastici (e questo vale in generale anche per tutte le valide espressioni della cultura) non è possibile reagire dicendo “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, perché quelle istanze ‒ che hanno il sapore di un moderno tentativo di censura ‒ vanno respinte con forza e al contempo devono sollecitare una profonda riflessione sull’omologazione di pensiero che da più parti si vorrebbe imporre. Gli attacchi alla cultura e soprattutto alle opere di alto valore morale, come insegna la storia, celano sempre obiettivi contrari alla legge divina e, per conseguenza, alla dignità umana. E, dunque, quale miglior conclusione lasciare a Dante, nel VII centenario dalla morte, come monito alla nostra gente: Avete il novo e l’l vecchio Testamento e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte… (V canto del Paradiso (74-81) )

Daniela Bianchini, del Centro Studi Livatino, analizza in maniera estremamente semplice e chiara la figura di Dante Alighieri, quale militante politico cattolico:

Egli puntò il dito con coraggio contro i mali della società, contro la degenerazione dei costumi e di una politica non orientata al bene comune, bensì al perseguimento di interessi personali. Attingendo alla morale naturale prima ancora che a quella cristiana, egli ebbe il merito di denunciare la corruzione dilagante, mostrandone le conseguenze infauste, in una visione comunitaria – di evidente ispirazione cristiana ‒ per cui la salvezza non può essere raggiunta attraverso un percorso solitario di redenzione, necessitando piuttosto dell’ impegno di tutti, nella consapevolezza della comune appartenenza a Dio, quali figli.

Nelle opere dantesche vi è l’esortazione a uscire dall’angusta prigione dell’egoismo per riscoprire la pienezza di una vita vissuta in pace e in armonia col prossimo, nell’interiorizzazione di quella che per i cristiani prende il nome di carità e che, per usare una categoria “laica”, è oggi più comunemente conosciuta come solidarietà. Dalle opere dell’Alighieri si coglie un aspetto rilevante della laicità: il suo stretto rapporto con l’impegno politico, a cui tutti i cristiani sono da Dio chiamati. Esso discende dall’essenza stessa del concetto di laicità, e nel corso dei secoli si è caricato di molti significati ed accezioni, non sempre correttamente riconducibili alle sue radici storiche. Nella visione dell’Alighieri, questo concetto viene sviluppato a partire dall’originario significato del termine, partendo dall’evangelico dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, ossia, da una parte, dalla necessaria distinzione fra la sfera temporale e quella spirituale e, dall’altra ‒ conseguentemente ‒ dalla limitazione dell’agire umano che, in quanto legato all’ambito temporale, non può superare certi confini. Esistono principi intoccabili del diritto naturale e divino che non possono essere oggetto di voto senza correre il rischio di sovvertire l’identità del popolo, che, in sè, è un atto inaccettabile. 

In Dante si trova la giusta consapevolezza che ogni uomo è peccatore e come tale è limitato e imperfetto: su queste basi si sviluppa il suo pensiero sul rapporto fra il potere temporale ed il potere spirituale, e sull’ importanza di non mostrarsi passivi – con un evidente richiamo al monito presente negli Atti degli Apostoli ‒ innanzi ai mali della società, come dimostra anche la condanna degli ignavi, di cui al canto III dell’Inferno (vv. 22-69).

L’Alighieri all’età di trent’anni iniziò la sua attività politica, caratterizzata dalla convinta difesa dell’autonomia comunale contro ogni tipo di ingerenza esterna. Egli ricoprì incarichi importanti, fu membro del Consiglio Speciale del Popolo, del Consiglio dei Savi per l’ elezione dei Priori e del Consiglio dei Cento (il più importante organo amministrativo del Comune), fino ad essere eletto Priore, la massima carica di governo della città. Tuttavia i suoi avversari politici, i Neri, per riprendere il potere in città lo accusarono ingiustamente di baratteria (per usare categorie attuali, di corruzione, truffa e peculato), e per questo egli subì due processi e fu condannato in contumacia.

Dante ha mostrato gli effetti disastrosi cui conduce una politica non incentrata sulla giustizia, destinata a decadere in demagogia. La mente corre a quella «nave sanza nocchiere in gran tempesta» del canto VI del Purgatorio (v. 76), che fa tuttora riflettere, dopo sette secoli, sui pericoli cui va incontro una società priva di una guida capace di governare nel rispetto di Dio, della libertà e dell’equità sociale. Egoismo, avidità, idolatria del potere e della ricchezza, sovvertimento dell’ordine naturale: sono questi i mali che finiscono con l’affliggere una società smarrita.

Laicità e partecipazione politica sono temi strettamente legati, come si ricava dall’episodio del tributo, dalla Lettera ai Romani o dalla Prima Lettera di Pietro, e interessanti spunti si ritrovano nella Divina Commedia.

Si pensi al canto III dell’Inferno, noto per il riferimento a colui che fece per viltade il gran rifiuto, espressione su cui molto è stato scritto, ma che in questa sede cede il passo agli altri protagonisti del canto: le anime degli ignavi, costrette, nell’applicazione di un rigoroso contrappasso, a inseguire un’insegna bianca priva di significato. Per queste anime, di cui nel mondo non è rimasto ricordo, Dante mostra un atteggiamento che va oltre il rimprovero e il disappunto morale, tanto che li colloca nell’Antinferno, non senza offrire al lettore un’esplicita motivazione. Gli ignavi, infatti, essendo vissuti sanza ‘nfamia e sanza lodo, insensibili a ogni forma di interesse politico o religioso, sono stati addirittura respinti dall’inferno, per timore che potessero diventare motivo di vanto e di compiacimento per gli altri dannati, così che, nel luogo loro assegnato dopo la morte, ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte (Inf.,III,v.48). Vien da chiedersi, oggi, quanti si siano definiti e definiscano “moderati” proprio perché, in realtà, ignavi?

Severo è dunque il giudizio dell’Alighieri per coloro che in vita si sono sottratti agli impegni e alle responsabilità naturalmente legate all’esistenza umana e al vivere sociale, disprezzando il grande dono del libero arbitrio fatto da Dio all’uomo quale più alta testimonianza del suo amore e della sua fedeltà.

Dante vede in una vita priva di slanci e di partecipazione, in una vita passiva incentrata sulla mera coltivazione dei propri interessi e del proprio comodo, il rifiuto e il disprezzo non solo di quel prezioso dono – fonte di tutte le libertà ‒ ma anche della stessa natura umana:fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”, dirà poi Dante per bocca di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno (vv. 119-120); a insistere sul fatto che l’uomo, dotato da Dio di libertà e di ragione, è tenuto a vivere pienamente e a mettere a frutto quanto ricevuto.

Come Dante ha più volte ribadito, non bisogna abituarsi alla corruzione, alle ingiustizie, ai soprusi come se fossero accessori naturali del vivere sociale: l’uomo ha il diritto di essere felice e per fare questo deve combattere contro la cupidigia, ossia contro tutti quei vizi e quei mali che affliggono la società ed ostacolano il cammino verso la felicità terrena e, cosa più importante, verso la beatitudine celeste. Una società fondata sull’egoismo e sull’individualismo non può portare buoni frutti, non può garantire un sano sviluppo di tutti e di ciascuno, ma può soltanto contribuire ad accrescere separazione ed indifferenza, ossia i germi dell’odio e dei conflitti.

Dante ha avuto il coraggio di dire a voce alta che esistono dei confini invalicabili che l’uomo non deve superare e che ogni sua azione determina una conseguenza, nel bene o nel male.

La sua attualità è legata soprattutto alla trasmissione dell’universale messaggio di fede, onestà e di giustizia che zampilla dalle sue opere e in particolare dalla Divina Commedia. In un mondo, quale quello attuale, con particolare riferimento al panorama europeo, dove vi è la tendenza sempre più forte alla superficialità, al consumismo, all’individualismo, dove le quotidiane relazioni umane sono sempre più spesso sostituite dalle relazioni “virtuali” – a testimonianza, non di rado, dell’incapacità di entrare veramente in relazione con l’altro ‒ è importante, soprattutto per i più giovani, tornare a leggere pagine cariche di valori, di umanità, di esortazione a non perdersi dietro false felicità e di non rinchiudersi nella gabbia dell’egoismo, ma di coltivare il rispetto per l’altro, nel perseguimento della pace e della giustizia nella verità, per essere sempre inclusivi in essa, ma divisivi nei confronti degli errori e dei peccati. 

 

Rimosso Maometto dalla Divina Commedia, Dante censurato

 

di Adele Sirocchi – Via Maometto dalla Commedia di Dante. Nella traduzione in fiammingo dell’opera, a cura di Lies Lavrijsen, il personaggio viene rimosso per per non essere “inutilmenti offensivi”, ha detto l’editore Blossom Books. Ne dà notizia il quotidiano belga di lingua olandese De Standaard. E il caso viene ripreso dal giornalista Giulio Meotti nella sua newsletter. Il traduttore di Anversa Lies Lavrijsen ha rimosso le parole su Maometto. “In Dante, Maometto subisce un destino crudo e umiliante, solo perché è il precursore dell’Islam”, dice l’editore Myrthe Spiteri.

Come Dante raffigura Maometto – I versi che Dante dedica a Maometto tendono a ridicolizzare il Profeta. E naturalmente vanno contestualizzati. Il che è certo meglio di una censura. Dante lo paragona a una botte sfondata, quel dannato gli appare aperto e spaccato dal mento fino all’ano, “da dove si scoreggia”. Gli si vedevano le interiora e anche il “sacco che trasforma quel che si mangia in feci”. I due si parlano e Maometto dice a Dante: “Osserva come è malmesso Maometto, tutto storpiato! Davanti a me se ne va in lacrime mio genero Alì, con il volto squarciato dal mento alla fronte”.(Ovviamente citiamo i versi in parafrasi). Maometto si trova nella nona bolgia, dove sono puniti i seminatori di discordie.

L’accusa a Dante islamofobo – Le accuse di islamofobia a Dante non sono una novità. Già anni fa c’erano state associazioni, come Gherush92, organizzazione di ricercatori consulente dell’Onu, che aveva proposto di non farlo studiare nelle scuole proprio per il modo irrispettoso in cui trattava il fondatore dell’Islam.

Maometto e il Duomo di Bologna

Dopo l’attentato alla sede di Charlie Hebdo nel gennaio del 2015 ripresero vigore anche le polemiche relative al Duomo di Bologna dove Maometto è raffigurato tra le fiamme, percosso da demoni feroci. Anche quello un affresco politicamente scorretto. Che entra afar parte anche della letteratura. In un romanzo di Valerio Varesi il protagonista, il commissario Soneri, segue le tracce di un maghrebino che a Parma va in biblioteca a studiare libri su Giovanni da Modena. E cioè il pittore responsabile dell’affresco di San Petronio dove Maometto sta all’inferno. Sempre in quell’anno tra gli obiettivi sensibili e da tutelare per salvaguardarli dal fanatismo islamista rientravano sia la tomba di Dante a Ravenna sia il Duomo di Bologna.

Erano già allora segnali di un confronto tra civiltà occidentale e Islam foriero di tempesta. Ora la censura all’opera di Dante, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo sembra risolvere quel confronto a tutto sfavore di Dante e proprio nell’anno che ne celebra la grandezza.

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Rimosso Maometto dalla Divina Commedia, Dante censurato

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