HONG KONG RINVIA LE ELEZIONI e cancella certi candidati. La scuola “Cinese” di Giuseppi Conte

Il leader di Hong Kong, Carrie Lam, che non è democraticamente eletta, ma è nominata dal Partito Comunista Cinese, ha scatenato proteste annunciando ieri che le elezioni dell’assemblea legislativa, che dovevano tenersi il 6 settembre prossimo, sono rinviate ad almeno al 5 settembre 2021. Tutto questo il giorno dopo che 12 leader dell’opposizione sono stati esclusi dalla partecipazione alla contesa elettorale, per motivi ovviamente di carattere politico.

“La situazione epidemica di Hong Kong è entrata nella fase più grave da gennaio, poiché si prevede che  l’epidemia continuerà a diffondersi”, ha detto Lam, mentre la città ha riportato un decimo giorno consecutivo di oltre 100 nuove infezioni. “Il voto, che coinvolge raduni di massa e contatti sociali, potrebbe comportare un rischio molto grave per la salute pubblica”.

Naturalmente, dato che l’assemblea legislativa è scaduta, vi è un vuoto di potere, per cui il potere esecutivo della LAM si consulter tutte le volte in profondità con il Comitato per gli affari di Hong Kong del Parlamento Nazionale, quello di Pechino, fino all’elezione del nuovo parlamento. Quindi tutta la vicenda si conclude con l’appoggio reciproco ed il sostegno di tutte le parti: Il Comitato del Popolo del Partito Comunista fa i complimenti alla Lam e le assicura il  proprio appoggio, e questa afferma che quindi continuerà a governare in modo legittimo. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente, gli abitanti di Hong Kong.

Giuseppi ha imparato bene dalla Cina: si procura la prosecuzione o l’intensificazione dell’allarme Covid, poi si chiede alla Commissione degli esperti, quella le cui deliberazioni sono tenute sotto segreto, di pronunciarsi, quindi , per il pericolo di un’epidemia di Covid-19, si fa quello che si vuole, praticamente esautorando il parlamento. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente gli italiani. Però Conte ha l’appoggio degli Esperti, sempre più simili al “Gran Consiglio dei dieci assenti” di fantozziana memoria, ha l’appoggio della Merkel e quindi di Mattarella. Alla fine se la Lam se ne può fregare degli abitanti di Hong Kong, lui può fare esattamente lo stesso con gli italiani.

Fonte: www.scenarieconomici.it  Continua a leggere

Arrivano i soldi ma lo Stato non c’è

di Marcello Veneziani

Tutta la commedia intorno ai soldi europei, tutta la pantomima dei premier e degli eurocrati, tutte le promesse di rilancio ruotano intorno a un asse che non c’è: lo Stato. Dov’è lo Stato che dovrebbe pompare sangue al paese, ai paesi, ai popoli, all’economia stremata dopo la pandemia? Dov’è lo Stato-Cuore che dovrebbe rimettere in moto la società, dare ossigeno ai settori boccheggianti, colpiti dall’emergenza, incentivare l’iniziativa e la ripresa, aiutare i bisognosi e coloro che possono poi far fruttare gli aiuti, renderli produttivi? Lo avete visto voi, in questi anni, in questi mesi, lo identificate in qualcosa, in qualcuno, in un ceto? Non dico statisti, ma almeno apparati, procedure funzionanti, sistema consolidato.

Manca lo Stato con la sua gerarchia e la sua solida intelaiatura e vengono fuori le task force, ovvero le task-farse, fabbricate direttamente a Forcella. Solo fumo per poi gestire il potere indisturbati. Manca lo Stato e a occuparsi della redistribuzione sociale ed economica dovrebbe essere il ceto politico meno attrezzato e meno formato al senso dello Stato di sempre, quel circo equestre di grillini più fondi di magazzino della sinistra. Avete presente?

Non solo in Italia, ma in Europa, lo Stato è diventato da anni un participio passato. Lo Stato ci manca ormai da tempo come idea, come cultura, come struttura, come motore, come classe dirigente, come scuola di pubblica amministrazione, come statisti. Il paradosso europeo è che da decenni pensiamo la società con lo Stato ridotto ai minimi termini, un modesto agente che lavora per un’impresa di pulizie e vigilanza al servizio di una società chiamata Capitale o Mercato Globale. Lo Stato fu smantellato nella mente e nei cuori, oltre che nelle prerogative e nelle strutture, perché i paesi e i popoli non hanno confini, perché il mercato non ha confini, perché viviamo nella società globale, perché il turboliberismo è stato per anni l’ideologia travestita da non-ideologia che ha dominato e ha trovato negli statalisti di ieri, la sinistra marxista e socialista di un tempo, i suoi nuovi guardiani. Continua a leggere

Cattedrale di Nantes a fuoco, attacco al cuore della Chiesa

 

Come Notre Dame a Parigi 15 mesi fa. Ma ormai l’elenco delle chiese storiche incendiate o vandalizzate in Francia si fa sempre più lungo. Incendiare una cattedrale è un attacco chiaro al Cristianesimo e ai suoi simboli, dal forte impatto psicologico. Ed è anche il tentativo di radere al suolo lo stesso principio ideale del Cristianesimo, appunto il guardare verso il Cielo.

 

La cattedrale di Nantes, in fiamme. È l’ennesima chiesa, e potrebbe – purtroppo – non essere l’ultima, vista la tragica statistica che da tempo sta interessando i luoghi di culto cattolico, in Francia soprattutto. L’incendio che ha colpito la storica cattedrale gotica di Nantes, è stato circoscritto, ma i danni hanno rovinato profondamente il grande organo che sembra completamente distrutto.

Quindici mesi fa Notre-Dame, altra cattedrale, simbolo della Francia cattolica, ha vissuto quello che Nantes sta vivendo ora. Notre-Dame con tutto il suo passato – da Hugo a oggi – aspetta di risorgere dalle macerie. Nel nostro immaginario sono ben presenti le immagini di quel rogo di 15 mesi fa: fiamme che salivano al cielo, al posto dei campanili, delle guglie, delle volte. Fiamme che sono state – anche in quel caso – dolose.

È un attacco, questo di Nantes, a un altro simbolo del Cristianesimo. Nel 2015, sempre nella cittadina della Loira, un altro incendio aveva distrutto i tre quarti della basilica di Saint-Donatien-et-Saint-Rogatien. L’origine? Sempre dolosa.

Non è possibile dimenticare in questa triste cronistoria –  di chiese bruciate, vandalizzate, rovinate, imbrattate – il tragico anno passato, il 2019: statue e crocefissi distrutti, chiese incendiate, ostie rovesciate, tabernacoli profanati. Atti avvenuti in tempi davvero troppo ravvicinati.
È il 4 febbraio 2019 quando a Houilles (nel nord di Parigi), la chiesa parrocchiale di San Nicola viene saccheggiata per ben tre volte, in dieci giorni. Inoltre la statua della Madonna distrutta, e l’altare ribaltato.  Il giorno dopo, il 5 febbraio dello stesso anno, la chiesa di Saint Alain a Lavaur, vicino a Tolosa, viene data alle fiamme: il tabernacolo è distrutto. La stessa chiesa aveva subito  – pochi giorni prima – una orribile profanazione del crocifisso. Ma la sequela, non finisce qui. Il 6 febbraio 2019, a Nimes, una chiesa venne vandalizzata e le ostie consacrate, disperse a terra. I vandali, in quell’occasione, disegnarono delle croci con feci umane. Sconvolgente anche il rogo della chiesa di Saint-Sulpice a Parigi del 17 marzo 2019. Il portone dell’antica chiesa, bruciato: nuovamente, rogo doloso.

Le cattedrali, questi tesori inestimabili non solo del Cristianesimo, ma dell’intera storia dell’umanità, della storia dell’Arte. La famosa serie di trentuno dipinti di Monet – dal titolo “Le cattedrali di Rouen” – forse, potrebbe ben esprimere quanto sia radicato nel nostro immaginario storico e umano l’importanza di tale tipologia di edificio. Un edificio che non è solo architettura, ma è un “qualcosa”, una “res” (direbbero i latini) più profonda. Vive nella parola “cattedrale” un insieme di sentimenti, confusi a profumi (gli incensi delle cerimonie, l’odore delle candele speranzose); vivono, in quel luogo denso di storia, le preghiere recitate davanti a qualche statua dallo stile semplice, sempre accogliente. Proprio nelle cattedrali sono nate importanti conversioni: solo per nominarne alcune vicine al nostro secolo, quella del filosofo francese Jacques Maritain, del futuro poeta Paul Claudel, del noto giornalista André Frossard.

L’importanza della “cattedrale”, in fondo, è racchiusa in tutti quei nomi che la delineano, che la definiscono. “Ecclesia mater”, viene anche chiamata: “madre”, questo termine che ci riconduce a Maria, madre nel Cenacolo. Per istituzione ecclesiastica, “madre” perché la chiesa più grande  – la principale – della diocesi. Altro titolo per indicare la “cattedrale”, “Domus Dei” addirittura: “Chiesa del Signore”.

E l’attacco alla cattedrale di Nantes è un attacco proprio alla “Chiesa del Signore”, a un cuore già da troppo tempo sanguinante, non solo in Francia, ma – ad esempio – nelle regioni del mondo dove il Cristianesimo è messo al bando: basterebbe citare la Corea del Nord o – ad esempio – il Sudan, lo Yemen. Si dovrebbe continuare l’elenco con circa cinquanta paesi.

Incendiare una cattedrale è un’immagine forte, una dichiarata guerra contro il Cristianesimo e i suoi simboli. Lo è per ben due motivi: il primo, di carattere “psicologico” potremmo dire,  per l’aspetto stesso “scenografico”: guardare le meravigliose vetrate, le guglie avvolte dalle fiamme è un “fotogramma” dal forte impatto psicologico; il secondo, di carattere “storicamente” cristiano: la cattedrale, per la sua imponenza esprime bene il concetto di un mondo che si vuole ergere verso l’Alto, verso Dio, e cercare di infrangere questa visione, è cercare di radere al suolo lo stesso principio ideale del Cristianesimo, appunto il guardare verso il Cielo.

Inoltre, indagando sul perché nacquero questi imponenti edifici, dobbiamo ricordare come per circa tre secoli (a partire dall’XI secolo) si assistette in Europa ad un fervore artistico straordinario, nato grazie al Cristianesimo. Fu proprio in questo periodo che nacquero le cosiddette “chiese romaniche”, caratterizzate dallo sviluppo delle navate (sempre più ampie)  per accogliere un numero maggiore di fedeli. Chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee essenziali, metafora stessa della Chiesa.

Per poi non dimenticare un elemento di non poco conto: l’introduzione di imponenti sculture marmoree. Gli scultori, tralasciando – alcune volte – la perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa: suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a praticare la virtù. Non a caso, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale. E sono, di solito, proprio i portali a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la “Porta che conduce al Cielo”.

E, nella cronistoria di prima, abbiamo compreso bene quanto – guarda caso – proprio le porte delle cattedrali siano state oggetto di vandalismo: chiara, evidente e brutale metafora del minare la porta del Cielo, minare l’uomo che si vuole ergere verso Dio. Sembra quasi che la parola d’ordine, ultimamente (in Europa soprattutto) sia: abbattere tutto ciò che possa elevare, che possa edificare l’Uomo alla ricerca di Dio.

La Cathédrale de Nantes – l’ultima oltraggiata dalle fiamme –  è celebre, in tutto il mondo, per il suo stile gotico. Costruita in oltre 450 anni, dal 1434 al 1891. Ci sono state persone che hanno lavorato per costruirla. Ci sono state persone che hanno pregato in quella chiesa. E, ancora una volta, il tutto vuole essere spazzato via dal vento, un vento fatto di fiamme, di barbarie, e di vandalismo. Ma anche questa volta, il verbo “risorgere” non sarà certo disatteso. Le canne dell’organo di Saint-Pierre-et-Saint-Paul risuoneranno, nuovamente. E sarà allora che potremo ricordare quella poesia di Maria Luisa Spaziani che inizia all’incirca così: “Entro in questo amore come in una cattedrale (…) Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte scende un corale antico che è fuso alla mia voce”. Il corale antico non lo fermerà, certamente, un incendio.

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Vertice UE, si mette male. Conte accusa: l’Europa sotto il ricatto dei «frugali»

Sul Recovery Fund l’Italia sbatte contro i Frugali: «Stallo più complicato del previsto». Confronto duro fra il Premier italiano e Rutte, ma anche la partita di Orban complica l’intesa a 27

BRUXELLES – “La partita è ancora aperta… Domani proseguiremo il negoziato perché dobbiamo chiuderlo, dobbiamo fare di tutto per chiuderlo. E’ nell’interesse di tutti: rimandare questa partita non giova a nessuno». Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha descritto così, davanti ai giornalisti che lo attendevano al suo rientro in hotel ieri notte, il nulla di fatto della seconda giornata del vertice Ue di Bruxelles dedicato ai negoziati fra i capi di Stato e di governo sul bilancio pluriennale comunitario e sul Recovery plan europeo. «L’Europa è sotto il ricatto dei ‘paesi frugali’», ha aggiunto più tardi il premier con una nota inviata dal suo ufficio stampa.

«Ci sono dei punti specifici – ha riferito Conte – sui quali stiamo negoziando e discutendo anche animatamente. Ad esempio sulla ripartizione tra sussidi e prestiti, su alcuni profili che riguardano l’attuazione dei programmi, su alcune ‘condizionalità’ come il rispetto dello stato di diritto; e anche sugli sconti che vengono concessi, i famosi ‘rebate’ riguardanti il bilancio pluriennale», che riguardano proprio i quattro «frugali», Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, oltre alla Germania. «Insomma – ha osservato – ci sono ancora dei punti su cui il negoziato è molto duro».

A una domanda sulle «linee rosse» dell’Italia, il presidente del Consiglio ha risposto che «l’Italia innanzitutto non può accettare che questo programma sia compromesso nella sua efficacia, nella sua consistenza, e che diventi inutile Per quanto riguarda la ripartenza del nostro paese, ma anche dell’Europa intera. Questo – ha sottolineato – non lo possiamo accettare».

«Stiamo cercando – ha continuato – di costruire un percorso che porti anche questi paesi più restii, i famosi ‘paesi frugali’ a sottoscrivere questo accordo, che si possa trovare una soluzione per convincerli». Perché in Consiglio europeo «purtroppo occorre l’unanimità, un solo Stato può bloccare» le decisioni; «questo significa che dobbiamo coinvolgere tutti in questo progetto, nella consapevolezza che siamo in una casa comune e che dove da una parte si perde, dall’altra si prende. Bisogna entrare in questa dimensione: che al di là delle partite contabili specifiche, qui o siamo tutti vincitori o saremo tutti sconfitti».

«Io non la metto sul piano della vittoria o della sconfitta dell’Italia: qui siamo tutti Sulla stessa barca», ha insistito Conte rispondendo a un’altra domanda sulle conseguenze che un mancato successo del negoziato potrebbe avere per lui in politica interna. «Su questo Sono sempre stato chiaro nei miei interventi, e come molti altri miei colleghi sono sensibile su questo. Non è che stiamo aiutando l’Italia, che stiamo dando dei sussidi, dei prestiti all’Italia: stiamo consentendo di riparare i danni della pandemia, danni diretti e indiretti; e nello stesso tempo stiamo consentendo una rapida ripresa dei paesi più colpiti e meno resilienti. E qui la convenienza di tutti. E siccome sono economia integrate, se il tessuto produttivo di un paese va giù, ovviamente tutti i paesi che sono collegati in questa economia integrata ne soffrono, assolutamente».

Il negoziato è quanto mai complesso, e non riguarda solo lo scontro fra i «frugali» e gli altri. Ieri sera, ad esempio, ha riferito Conte, «c’è stata una discussione sullo stato di diritto: tutto la serata, la cena è stata dedicata a questo. C’è stata un’ampia discussione: alcuni Stati (Ungheria e Polonia, ndr) non accettano che sia introdotta una ‘condizionalita» per cui alcune poste di bilancio siano collegate al rispetto del principio dello stato di diritto, e hanno varie perplessità anche sulle modalità applicative di questa condizionalità».

Con il premier olandese Mark Rutte, il più duro dei «frugali», e l’unico dei quattro che pretende che i piani nazionali di spesa siano sottoposti all’approvazione all’unanimità da parte degli altri Stati membri prima dell’esborso dei fondi Ue «io ho un buon rapporto personale», ha osservato Conte, ma con lui in questo negoziato «lo scontro è durissimo. Ci stiamo scontrando in questi giorni in modo molto duro, molto serrato, perché ritengo che la sua richiesta dell’unanimità, e quindi di poter porre il veto, coinvolgendo il Consiglio europeo addirittura anche nella fase attuativa dell’attuazione di questo programma di rilancio, sia una richiesta indebita dal punto di vista politico, dal punto di vista giuridico, e poco praticabile in concreto».

Detto questo, Rutte «non si permette, non si è mai permesso di chiedere a me di fare questa o quest’altra riforma. Le riforme, tra l’altro, per come sono strutturati questi programmi – ha spiegato Conte -, saranno proposte dal singolo paese. Quindi non c’è un’Europa che chiede questa o quella riforma. Ci sarà, una volta approvato questo piano, il singolo paese che presenterà delle proposte, un piano per gli investimenti e per le riforme strutturali, che ovviamente verrà approvato, e poi partiranno le elargizioni».

«È ovvio che se viene approvato un piano, e dei fondi straordinari vengono erogati, in vista della realizzazione di un programma di investimenti e riforme, è giusto che ci siano delle verifiche», ha riconosciuto il presidente del Consiglio. D’altra parte, «gli stessi piani sono concepiti in modo che tutte le erogazioni avvengano sulla base dello stato di avanzamento dei progetti».

«Detto questo, il problema è che quando poi andiamo a operare il sistema di verifiche e di controlli, deve essere un sistema innanzitutto compatibile con le previsioni del trattato. Non dobbiamo alterare l’equilibrio istituzionale. Su questo – ha sottolineato Conte – sono intransigente. E, se mi permettere, lo sono anche più della Commissione. Perché sto assolutamente rivendicando questo aspetto anche nell’interesse della Commissione, del Parlamento europeo e dell’equilibrio di tutti i poteri». Un passaggio, questo, che sembra indicare una certa delusione per il modo forse ancora troppo timido con cui l’Esecutivo comunitario, e in particolare presidente Ursula von der Leyene, sta difendendo le sue stesse prerogative.

A un giornalista che chiedeva se non manchi una «visione comunitaria» dell’Europa, il presidente del Consiglio ha poi replicato: «La valutazione me la faccia fare alla fine. È ovvio che quando c’è un negoziato così duro, nel corso di tantissime ore, qualche momento in cui il dubbio rispetto a delle posizioni che si arroccano su partite contabili specifiche, il dubbio che non ci sia la consapevolezza del momento che stiamo affrontando, dei valori che sono in gioco e che dobbiamo tutelare, dell’obiettivo di preservare anche il mercato unico, di preservare la competitività dell’Europa rispetto al mondo, il dubbio che qualcuno perda di vista questo obiettivo assolutamente c’è, lo confesso».

Quanto alla proposta di compromesso che era stata avanzata da ieri dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e che comprendeva molte, forse troppe concessioni ai «frugali», Conte ha osservato: «Non voglio adesso entrare nei singoli dettagli, nelle singole proposte. Chiaramente per rimuovere e far convergere tutti, per avere l’unanimità, stiamo formulando dei riposizionamenti delle varie poste contabili. Adesso non ha senso secondo me – ha ripetuto – entrare nei dettagli. E’ chiaro che quando si tocca qualche posta contabile c’è qualche paese che se ne avvantaggia e qualche altro che ne è svantaggiato. Quindi si rimuove e si riposiziona tutto. Domani (cioè oggi, ndr) riprendiamo e appena termineremo – ha concluso – avremo un quadro definitivo».

(con fonte Askanews)

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https://www.diariodelweb.it/politica/articolo/?nid=20200719-547071

Francia, altra chiesa in fiamme: a fuoco cattedrale gotica di Nantes

Un misterioso incendio è scoppiato presso la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di Nantes. Sgomento in Francia

Altra chiesa cattolica a fuoco in Francia. Un terribile incendio ha gravemente danneggiato la cattedrale di Saint-Pierre e Saint Paul di Nantes.

Le fiamme sono state avvistate nelle prime ore della mattinata di sabato 18 luglio e qualche ora dopo i Vigili del fuoco della Sdis-44 (cioè del Servizio dipartimentale antincendio e di salvataggio della Loira Atlantica) sono riusciti a delimitare una parte del fuoco ma un denso fumo nero continua ad uscire da varie zone della splendida cattedrale gotica della città francese.

Sul posto sono accorsi diversi Vigili del Fuoco mentre la Polizia ha isolato la zona circostante la cattedrale. Poco dopo le ore 10 del mattino, il direttore dipartimentale dei Pompieri, il generale Laurent Ferlay, ha specificato che il danno principale riguarda il grande organo, che sembra essere completamente distrutto. “La piattaforma su cui si trova è molto instabile e minaccia di crollare“, ha dichiarato l’alto ufficiale.

Molti abitanti della città hanno assistito attoniti all’incendio. Nella memoria di tutti gli abitanti della Francia, e non solo, sono ancora nitide le immagini che hanno portato, diversi mesi fa, ai gravissimi danni presso la Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

Secondo diversi testimoni almeno gli organi della Cattedrale sarebbero gravemente danneggiati ma è troppo presto per fare una conta dei danni. Anche la magistraturafrancese avrà da indagare molto per chiarire quest’ennesimo incendio che vede come vittima un luogo di culto cattolico.

Secondo il Procuratore Distrettuale di Nantes, Pierre Sennès, sono stati osservati “tre incendi” nella cattedrale di Nantes. “Uno a livello del grande organo, uno a destra e un altro a sinistra della navata“, scrive L’Express.

Questo vuol dire che l’incendio della cattedrale è partito da tre punti diversi e potrebbe essere un incendio doloso e non accidentale. “È un posto importante per la comunità cattolica di Nantes e parte della nostra storia, della nostra grande eredità“, ha detto ai giornalisti presenti, intervenendo sul posto, il sindaco della città Johanna Rolland.

Mentre il neo Primo Ministro Jean Castex ha annunciato che si recherà sul posto nel pomeriggio del 18 luglio, assieme ai ministri Gérald Darmanin (Interni) e Roselyne Bachelot (Cultura), il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, ha espresso il suo pensiero su Twitter.

Dopo Notre-Dame, la cattedrale di Saint-Pierre-et-Saint-Paul, nel cuore di Nantes, è in fiamme. Sostegno ai nostri vigili del fuoco che corrono tutti i rischi per salvare questo gioiello gotico della città dei duchi“, ha scritto l’inquilino dell’Eliseo.

Non è la prima volta che questa splendida cattedrale, nel cuore di Nantes, viene colpita da un incendio. Durante dei lavori di restauro, il 28 gennaio del 1972 imponenti fiamme distrussero buona parte del tetto. Sempre a Nantes, anche un altro edificio cattolico ha subito pochi anni fa danni ingenti. Infatti, nel 2015 le fiamme divorarono i tre quarti del tetto della basilica di Saint-Donatien-et-Saint-Rogatien, un edificio religioso del XIX secolo.

Molto più antica, invece, è la storia della Cattedrale colpita oggi, classificata come monumento storico dal 1862. La sua costruzione è durata ben 457 anni, dal 1434 al 1891, ma questi ritardi non hanno alterato in alcun modo la qualità o la coerenza del suo meraviglioso stile gotico.

La cattedrale, che nei secoli è stata sede del locale vescovo, attualmente è “sede episcopale vacante“, in conformità con il canone 416 del Codice di Diritto Canonico. Questo da quando non esiste un vescovo titolare nella diocesi perchè il precedente, monsignor Jean-Paul James, è stato nominato arcivescovo di Bordeaux.

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Esclusivo. Matteo Castagna: “la legge sull’omofobia è una ciliegina ideologica, una legge speciale da regime comunista”

Sabato 18 luglio, a Verona si terrà una contro-manifestazione lgbt dal titolo “Pride 2020”. Per capirne qualcosa di più abbiamo intervistato Matteo Castagna, Presidente del Circolo Cattolico Christus Rex della città scaligera.
Da anni vi battete per la famiglia tradizionale, contrastando le rivendicazioni LGBT. Siete stati forse i primi in Italia a organizzare Messe e rosari di riparazione pubblici… Che accadrà nella città veneta?
Ho letto sui giornali locali che sabato ci sarà questa contromanifestazione. Come altri, non ho capito esattamente contro chi o cosa manifestino queste persone. Teoricamente c’è la loro gente al Governo. Hanno ottenuto la legge sulle “unioni civili”. E’ stata un autentico flop perché tali unioni, in vigore dal giugno 2016, secondo l’Istat riguardano hanno riguardato lo 0,02% della popolazione al 1° gennaio del 2018 ed il dato pare stabilizzarsi. Quindi, già quella che veniva spacciata come una legge indispensabile, nei fatti è stata “propaganda gender”, tanto che neppure gran parte degli omosessuali dimostrano di voler fruire dei cosiddetti “diritti” garantiti dalla Cirinnà. Ora attaccano perché il Comune di Verona non solo non ha mai abrogato le mozioni del 1995 a favore della Famiglia naturale (ricordo, perché non lo dice mai nessuno, che neppure quando ci fu la parentesi di centrosinistra ad amministrare la città dal 2002 al 2007 vennero abrogate!) ma ora la maggioranza a trazione Lega, di fatto le ha recentemente rilanciate, a fronte della proposta di legge Zanscalfarottoboldrini che vorrebbe mettere il bavaglio al Catechismo e magari la galera fino a 6 anni per chi crede che un bimbo debba avere una mamma ed un papà e che l’utero in affitto sia una pratica immorale. Ma, poi, di che parliamo? Persino Platinette si è schierato contro questo ddl liberticida e noi abbiamo questi che protestano? Suvvia, siamo seri…
Certo, noi cattolici fedeli alla Tradizione siamo stati i primi a denunciare il pericolo di una deriva ideologica per ottenere sempre di più da parte di una lobby assolutamente minoritaria, che non è neanche rappresentativa di tutto l’ambiente LGBT. Ricordo bene la prima Messa riparatrice nel piazzale di Castel San Pietro nel 2000, così come la Via Crucis all’Arsenale del 2005 e il “Verona Family Day” del 2015 in cui vennero coinvolte tutte le realtà politiche conservatrici e identitarie cittadine. Poi il Rosario al Camploy per uno spettacolo blasfemo e molto altro, anche in provincia…sì, ci sentiamo un po’ i pionieri di queste iniziative.
 
E per questo Pride, di sabato, cosa avete in programma?
Abbiamo l’abitudine di recitare ogni giorno le tre Corone del S. Rosario con una delle intenzioni rivolta alla redenzione dei peccatori (compresi noi, che non siamo dei Santi!) ed alla conversione dei miscredenti. Lo faremo anche sabato, coinvolgendo tutto il gruppo, in riparazione delle offese a Dio ed ai suoi Comandamenti. Quanto, invece, alla questione del ddl sull’omotrasfobia, l’Avvocato Gianfranco Amato sta già svolgendo un’azione egregia coi gruppi parlamentari sensibili all’argomento, non solo con l’audizione del 26 maggio in Commissione Giustizia della Camera, ma anche con la sensibilizzazione sui canali mediatici quali La Verità e Radio Padania. Io utilizzo di più i canali internet.
Ma non manca l’apporto molto importante del costituzionalista Prof. Daniele Trabucco, che con conferenze e pubblicazioni ha smontato letteralmente questa proposta di legge. Siamo tre amici ben organizzati. Preannuncio, che presto uscirà il mio secondo libro, scritto proprio con Amato e Trabucco, che avrà un titolo simpatico ed una prestigiosa casa editrice e si prepara già a far discutere, magari anche chi ci vorrebbe dietro le sbarre perché diciamo che i bambini vanno adottati da una mamma e da un papà…
Come si smonta una proposta di legge come il DDL Zan?
Innanzitutto la gente deve sapere che questo Governo, proprio in questo momento in cui le Famiglie non arrivano a fine mese, le imprese chiudono e molti lavoratori non hanno ricevuto la cassa integrazione e la crisi economica è alle porte anche per una gestione assai discutibile dell’emergenza sanitaria, ha stanziato ben 4 milioni di euro all’associazionismo LGBT, tramite un emendamento al decreto Rilancio approvato in commissione Bilancio alla Camera. Essi andranno all’istituzione di “case rifugio” e sportelli di ascolto per le vittime di atti omotransfobici. Sapete quanti aiuti alle giovani coppie o agli italiani in difficoltà si sarebbero potuti dare con 4 milioni di euro? Evidentemente le priorità di M5S e Pd sono le presunte discriminazioni per l’orientamento sessuale. Per qualcuno c’è un’emergenza di questo tipo parallela a quella sanitaria ed economica. Poi è chiaro che esiste una Costituzione col suo art. 21 e il fatto incontrovertibile che esistono già delle leggi che puniscono tali reati. Questa potrebbe diventare la ciliegina ideologica, che somiglia troppo ad una legge speciale da regime comunista.
 
Si è parlato molto in questi anni di discriminazioni su questioni legate all’orientamento sessuale. Lei non le vede?
 
Se io vedessi picchiare un omosessuale, in piazza Brà, per il suo orientamento sessuale, andrei a difenderlo. Premesso questo, non sono io a non vedere la totale mancanza di emergenza in questo ambito. Secondo l’OSCAD, ovvero l’osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che opera presso il Ministero degli Interni guidato dalla piddina Lamorgese, le aggressioni in Italia contro persone omosex nel 2019 sono state 29, tutte punibili con le attuali leggi. Ecco che, allora, di fronte a questi numeri, credo che chi ha un po’ di buon senso veda priorità per il Paese, altrove. Le aggressioni contro i disabili sono risultate assai più numerose (69). Ma niente 4 milioni di euro… Secondo un altro studio, le persone più dileggiate sarebbero quelle sovrappeso, come me…e allora? Non mi sogno certo di chiedere una legge ad hoc. Ci rido sopra…
 
C’è qualcosa che giudica strano su quanto sta accadendo a proposito del ddl Zan e altri…
Il tracollo mentale profetizzato da Chesterton, che diceva: “Le cose vengono decise tramite associazioni di idee invece di ricorrere ad argomentazioni basate sulla realtà”. Lo ha ricordato molto bene Giuseppe Zola, che scrive: “l’ho pensato rileggendo un passo del grande Chesterton, laddove scrive che «il mondo moderno ha subito un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale. Le cose vengono decise tramite associazioni di idee invece di ricorrere ad argomentazioni basate sulla realtà». Il nostro G.K.C. sosteneva circa novanta anni fa ciò che sta avvenendo ai nostri giorni, nei quali pare che si sia perso proprio il ben dell’intelletto: oggi non si ragiona più sulla base di dati di fatto, ma solo con slogan che allontanano dalla verità della realtà”. Un caso esemplare è dato dall’uso assolutamente irrazionale che si sta facendo della parola “diritti”. Il “diritto” dovrebbe riguardare aspetti attinenti alle dimensioni essenziali della vita di ogni uomo e di ogni donna, come la vita, l’educazione, il lavoro, l’abitare, la salute. Per «associazioni di idee», invece, oggi ogni desiderio o, peggio ancora, ogni capriccio viene fatto assurgere a diritto e pertanto la nostra vita sociale si è riempita di “diritti”, con i quali, senza più pudore, si pretende di sconvolgere l’ordine naturale delle cose”.
E quindi?

E quindi, ricorda sempre Zola: “Ancora Chesterton ha scritto che «la fede cattolica, che preserva sempre le virtù fuori moda, in questo momento è sola nel difendere l’intelligenza indipendente della persona». C’è, allora, una strada: quella di porre resistenza a questa invasione di sedicenti diritti, ponendosi, credenti e non credenti, alla sequela di quella esperienza bimillenaria che, pur tra molti errori e molti peccati, preserva comunque sempre la verità e la realtà della persona. Il cristianesimo non bara. Non illude la gente e, soprattutto, non la prende in giro. Dice pane al pane e vino al vino. Non scambia i capricci dell’istinto dell’uomo con i diritti civili”. E, soprattutto, aggiungo io, noi non utilizziamo mai armi di distrazione di massa dalle vere emergenze e dalle autentiche priorità, perché il nostro parlare è “Sì, sì, No, No” e forse per questo dà così fastidio da indurre a chiedere di metterci la museruola. Non ce la faranno mai.

MATTEO ORLANDO

DA

Esclusivo. Matteo Castagna: “la legge sull’omofobia è una ciliegina ideologica, una legge speciale da regime comunista”

Multirazzismo

di Marco Tarchi 
Fonte: Diorama letterario
«Può il battito d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?». Se non fosse stato citato fino all’abuso nei quasi cinquant’anni che ci separano dalla sua formulazione, l’interrogativo posto dal matematico e meteorologo Edward Lorenz si presterebbe a meraviglia per prospettare lo scenario aperto dalla morte di George Floyd. Dal movimentato arresto dell’afroamericano finito in tragedia, uno dei tanti esempi della brutalità della polizia statunitense — a sua volta riflesso di un’abitudine alla violenza che scorre nelle vene della società nordamericana ed esplode periodicamente in una sequela ininterrotta di omicidi e massacri, a volte di proporzioni clamorose —sono infatti scaturiti un gran numero di episodi che lasciano intravedere lo scoppio di un’epidemia potenzialmente non meno pericolosa di quella con cui abbiamo tuttora a che fare.
Le reazioni alla vicenda di Minneapolis, con manifestazioni spesso culminate in attacchi teppistici e sommosse, con lo sbullonamento delle statue di reali o presunti razzisti di varia epoca, da Cristoforo Colombo a Winston Churchill a… Indro Montanelli, con la propagazione al di là degli oceani della moda dell’inginocchiamento commemorativo, con i cortei moltitudinari in dispregio delle disposizioni anti-covid per rivendicare “l’onore” di delinquenti pluricondannati deceduti nel corso di azioni di polizia (come nel caso di Adama Traorè in Francia, non l’unico della serie), benché le si faccia passare nei media mainstream come un’insorgenza di spirito antidiscriminatorio ed egualitario e una rivendicazione di comportamenti civili da parte delle forze dell’ordine — obiettivi di cui pochi (e non certo noi) negherebbero la legittimità —esprimono contenuti ben più inquietanti.
In coincidenza con l’uscita su piattaforme e schermi italiani di un film di impressionante realismo qual è I miserabili del franco-maliano Ladj Ly, ambientato in una delle tante banlieues della regione parigina abitate in massiccia prevalenza da africani, sono altrettanti segni di un futuro (che si sta facendo presente) dominato dalla disgregazione delle identità nazionali che hanno forgiato l’età moderna. Sono sintomi della volontà di disconoscimento della storia comune che la formazione di quelle identità aveva tenuto a battesimo ed accompagnato nei suoi processi di sviluppo e della sua sostituzione con una memoria fittizia, disegnata ad hoc per cancellare ogni traccia di quel percorso e sovrapporle frammenti scelti, selezionati e mistificati allo scopo di costruire una giustificazione degli odierni agglomerati multi-etnici e multiculturali.
Sotto il paravento dell’aspirazione ad un mondo di eguali, traspare la realtà di città popolate da tribù, ognuna delle quali rivendica il diritto ad un’esistenza separata, ostenta i propri codici di riconoscimento per coagulare i simili e contrapporli agli altri, esige dalla popolazione autoctona dei luoghi di accoglienza l’obliterazione di qualunque simbolo che possa ricordarle l’originaria estraneità e punta all’indebolimento degli strumenti dell’autorità statale — la polizia in primo luogo, ma anche altre istituzioni amministrative, le cui sedi sono spesso oggetto di devastazioni — per garantirsi, al di fuori della legalità, spazi sempre più vasti di autogestione secondo le proprie regole. La nascita di sempre più numerose «zone di non diritto» dove la popolazione immigrata è prevalente, sparse in tutta l’Europa, era già un indicatore significativo di questa tendenza. I recenti fatti di Digione — tre giorni di scontri di estrema violenza, con uso di armi da guerra, tra bande di ceceni e di maghrebini, nati per questioni di controllo del mercato della droga ma poi estesi a faida tra gruppi etnici che non si sopportano — forniscono una prova ancor più evidente. E il fatto che la battaglia si sia conclusa con un armistizio fra le due «comunità» (che così sì sono volute definire) sancito all’interno della locale moschea ha impresso un sigillo definitivo alla extraterritorialità di questi gruppi autogestiti. Tanto più se si considera la sostanziale autoesclusione dalla vicenda delle autorità francesi, ridotte al ruolo di spettatrici del conflitto.
Quella a cui stiamo assistendo è di fatto l’espropriazione del potere dei popoli di decidere dei propri modi di vita, di ricollegarsi alla propria storia e alle tradizioni che ne sono scaturite, di vivere entro le mura psicologiche protettive di un’identità condivisa ed esclusiva. Il ricatto della compassione e della commozione verso i “derelitti”, i “dannati della terra”, la denigrazione dell’orgoglio di un’ identità a profitto di una visione che nel cosmopolitismo vede il trionfo del Bene e della Pace universale, la ideologia dell’accoglienza incondizionata, l’odio per le frontiere e l’aspirazione all’omologazione planetaria stanno partorendo, tramite l’ennesima eterogenesi dei fini, un mondo in cui gli egoismi e gli odi etnici, a lungo compressi, affiorano sempre più vigorosamente in superficie. E in cui, dietro le invocazioni alla giustizia, si fa strada il desiderio di vendetta.
Vendicare la schiavitù, il colonialismo, la subordinazione economica è la parola d’ordine che apre la strada a una catena di reazioni il cui unico veicolo è l’attivazione della guerra civile. I tumulti che hanno terrorizzato Stoccarda per un’intera notte il 21 giugno, con una simbiosi tra immigrati, militanti dell’ultrasinistra no border e delinquenti comuni, così come gli attacchi di “lupi solitari” jihadisti o suprematisti, ne sono ‘semplici abbozzi. Molti segnali lasciano presupporre che molto di più, e di peggio, seguirà. Le società multirazziali sono sempre state, in potenza, società multirazziste. Ora iniziano ad esserlo anche in atto.

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Samantha Leshnak Murphy non si inginocchia e non si adegua al gregge…

 

E’ rimasta in piedi, in un mondo ipocritamente in ginocchio, per ribellarsi alla deriva del politicamente corretto.

E’ rimasta in piedi perché “All lives matter” (“Tutte le vite contano”) e non solo quelle promosse dalle manifestazioni più o meno violente in giro per il mondo.

La risposta giusta a chi distrugge statue e negozi, a chi vorrebbe riportare il mondo allo scontro fra colori, razze ed etnie, è arrivata da Samantha “Sam” Leshnak (che ha preso il cognome Murphy dallo scorso giugno 2019, quando ha sposato Kyle Murphy), calciatrice professionista americana che gioca come portiere di riserva per la North Carolina Courage della National Women’s Soccer League.

La Murphy, classe 1997, durante l’inno nazionale (il famoso “Star Spangled Banner”) che ha preceduto l’incontro di calcio a porte chiuse tra North Carolina Courage e Portland Thorns, non si è inginocchiata – come hanno invece fatto tutte le compagne di squadra – per mostrare solidarietà al movimento Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”).

La ventitreenne, invece,  è rimasta ritta davanti alla panchina, con la mano sul cuore, come da tradizione.

La foto, scattata da un fotografo presente sugli spalti, adesso sta facendo il giro del mondo.

“Una gesto simbolico forte per questi tempi”, ha scritto sul Il Giornale.it Paolo Mauri. “Un gesto che sta costando caro alla giocatrice che viene attaccata sui social pesantemente da colleghe e da semplici utenti del web, sempre pronti a schierarsi dalla parte del gregge soprattutto quando c’è da puntare il dito verso chi non si adegua al ‘gregge’”.

“Perché se è giusto schierarsi contro la violenza della polizia, soprattutto negli Stati Uniti, è altrettanto giusto dividersi dalla massa informe che, sfruttando le proteste, strumentalizzandole, sta attaccando non solo un sistema ma un’intera cultura, quella occidentale”, ha ricordato Mauri.

ANGELICA LA ROSA

DA

Samantha Leshnak Murphy non si inginocchia e non si adegua al gregge…

Dopo le sculture, in Inghilterra anche i dipinti ora sono presi di mira, con proposte di smantellamento

Non solo sculture: adesso l’ondata di riesame delle opere d’arte controverse nei paesi anglosassoniha preso di mira anche i dipinti. La scorsa settimana, nel Regno Unito, la politica laburista Lisa Nandy, ministro degli esteri ombra, ha scritto una lettera al ministro degli esteri britannico Dominic Raab per chiedere a quest’ultimo quale sia la sua posizione su alcuni grandi teleri che decorano la sede del Foreign Office, il ministero degli esteri del Regno Unito. I dipinti in questione risalgono al periodo 1914-1921, sono opera del pittore inglese Sigismund Goetze (Londra, 1866 – 1939) e raffigurano l’origine, l’istruzione, lo sviluppo, l’espansione e il trionfo dell’Impero Britannico: sono opere fortemente didascaliche che risentono dell’influenza della pittura sviluppatasi in Inghilterra in epoca vittoriana.

Sono cinque grandi dipinti (ognuno dedicato ai cinque temi sopra menzionati: Britannia Sponsa, l’origine dell’impero; Britannia Bellatrix, lo sviluppo; Britannia Colonorum Mater, l’espansione; Britannia Nutrix, l’educazione; Britannia Pacificatrix, il trionfo), dal chiaro intento celebrativo, ma il contenuto viene ora considerato come scomodo, dato il forte accento imperialista delle raffigurazioni: in particolare, a dare fastidio è l’ultima delle tele, quella con il trionfo dell’Impero Britannico, dove la Britannia Pacificatrix, personificazione dell’impero, è raffigurata nell’atto di stringere la mano alla personificazione degli Stati Uniti. Quest’ultima è fiancheggiata dalle altre nazioni del mondo: c’è anche l’Italia, raffigurata come una donna vestita di bianco e che regge il fascio littorio, che non ha niente a che vedere col fascismo che di lì a poco avrebbe preso il potere, ma è il simbolo del diritto romano. Si notano poi il Giappone (una donna dagli occhi a mandorla in abiti tradizionali), la Francia (il soldato che porta il vessillo della nazione e punta la spada verso il basso, dove ci sono armi rotte, simbolo della Germania vinta: lo notiamo dal tipico copricapo dell’esercito tedesco nella prima guerra mondiale), la Grecia (la donna con in mano la statua della fama), la Romania (che porta un orcio sulla testa).

L’Impero Britannico, che col suo mantello protegge i paesi vittime della prima guerra mondiale (come il Belgio, rappresentato da una donna nuda che stringe le ginocchia dell’Impero tenendo in mano la bandiera del paese), avanza assieme ad altri stati che allora non erano ancora indipendenti e facevano parte dell’Impero (il Canada, l’Australia, il Sudafrica, la Nuova Zelanda), raffigurati come uomini nudi che portano stendardi e seguono la Britannia Pacificatrix. Ci sono poi le personificazioni dei domini in India e nei paesi arabi (sulla destra) e un bambino nero, nudo, con in testa una cesta di frutta esotica, che compare nell’angolo in basso a destra, che in un documento dell’epoca di Goetze è chiamato “a little Swahili boy” (“un piccolo bambino Swahili”), e che ricorda il ruolo dell’Impero Britannico in Africa.

A dare fastidio è il tono dell’opera, considerato razzista: “il dipinto”, ha dichiarato al Guardian lo storico Alexander Mirkovic, “mostra come era ordinata la visione razziale del mondo della Gran Bretagna. Gli anglo-sassoni, razza superiore, mostrano i loro corpi nudi ma coprono le pudenda; le razze inferiori, come gli indiani e gli arabi, sono vestite di tutto punto, e l’ultima delle razze, quella degli africani, è raffigurata come un infante nudo. Qui abbiamo una meta-narrativa razziale chiaramente incentrata sul corpo”.

C’è dunque chi vorrebbe veder smantellati questi dipinti: tra gli altri l’esperto di relazioni internazionali David Wearing, autore di un articolo pubblicato oggi sul Guardian, in cui auspica la rimozione dei quadroni. “Il problema”, ha argomentato Wearing, “non sta nelle parole e nelle immagini ‘offensive’, ma nelle implicazioni ideologiche della violenza di Stato contro gli ‘altri’ razializzati. Questa ideologia, esemplificata nei murali del Foreign Office, ha le sue radici nei secoli dell’impero che ha formato la moderna Gran Bretagna e le sue relazioni con il resto del mondo, soprattutto con il sud del pianeta. Adesso è dunque urgente mostrare questa eredità e confrontarsi con essa, per poi smantellarla”.

Di diversa opinione la storica della cultura Caroline Dakers, che insegna Cultural History alla University of the Arts di Londra ed è peraltro specialista dell’arte di Goetze: “posso capire”, ha detto, “perché le persone ritengono che questi dipinti debbano essere rimossi da una sede governativa, ma penso che allora dovrebbero essere conservati altrove, per esempio in un museo. Possiamo discuterne su più livelli e raggiungere una più ampia comprensione sul perché la Gran Bretagna avesse queste visioni sul tema dell’impero”. Dakers ha fatto anche notare che al momento nel Regno Unito non esiste un museo dedicato alla storia del paese.

Al momento, il ministero degli esteri britannico ha preso nota delle rimostranze, facendo sapere che verranno esaminate le opere (dipinti, statue e altro) che si trovano all’interno della sede, in modo da garantire che possano essere più rappresentativi del Regno Unito di oggi, senza però riscriverne la storia, ma conservandola.

Nell’immagine, il dipinto Britannia Pacificatrix di Sigismund Goetze.

DA

https://www.finestresullarte.info/flash-news/6934n_regno-unito-proposta-smantellamento-dipinti-ministero-esteri.php

La follia dei Black lives matter: “Abbattere le statue di Gesù”

 

Secondo uno dei leader delle proteste anti-razziste divampate dopo l’omicidio di George Floyd le statue che raffigurano Gesù come “un europeo bianco” andrebbero abbattute: “Sono un simbolo suprematista, aveva la carnagione scura”

“Sì, penso che le statue che raffigurano Gesù come un europeo bianco debbano essere abbattute, sono una forma di suprematismo e lo sono sempre stato, nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi indovinate dove è andata? In Egitto, non in Danimarca, buttatele giù”.

Fa discutere il tweet pubblicato ieri da Shaun King, scrittore americano ed attivista per i diritti civili, in prima linea nelle proteste anti-razziste che in queste settimane hanno scosso gli Stati Uniti.

Nei giorni in cui a New York divampa la polemica per la rimozione della statua del presidente americano Theodor Roosevelt dall’ingresso dell’American Museum of Natural History perché colpevole di essere raffigurato a cavallo con a fianco un afroamericano e un nativo americano a piedi, King ha deciso di rilanciare proponendo l’eliminazione di tutte le statue di Gesù e Maria, come siamo stati abituati a vederle da centinaia di anni.

Il motivo, spiega in un altro tweet, è che le ricostruzioni storiche più accurate descrivono Gesù con la carnagione scura. Il problema, attacca, è che “gli americani bianchi che per centinaia di anni hanno comprato, venduto, scambiato, violentato e schiavizzato a morte gli africani in questo Paese, semplicemente non possono avere quest’uomo al centro della loro religione”. Per l’attivista, quindi, è giunto il momento di cambiare finalmente volto a Gesù, ripristinando la sua “vera” immagine.

Se la vostra religione richiede che Gesù abbia i capelli biondi e gli occhi azzurri, allora la vostra religione non è il cristianesimo ma il suprematismo bianco”, incalza l’intellettuale afro-americano. “La fede cristiana – aggiunge – e non il cristianesimo bianco è stata la prima religione di questo Paese per centinaia di anni”. Una provocazione, la sua, che rischia di infiammare ulteriormente il clima dopo settimane di tensioni seguite all’uccisione, durante un arresto a Minneapolis, dell’afroamericano George Floyd.

Il rischio che si passi dalle parole ai fatti, visti gli atti vandalici che si sono susseguiti in questi giorni contro i simboli “colonialisti”, è concreto. Come racconta Marco Gervasoni sul Giornale venerdì scorso a San Francisco un gruppo di persone ha tirato giù il monumento dedicato al francescano spagnolo San Junípero Serra, accusato di “genocidio nei confronti dei nativi”. Papa Francesco, invece, l’ha fatto santo proprio per il merito di aver difeso la “dignità della comunità indigena”, proteggendola “da coloro che l’hanno maltrattata e abusata”.

Con la statua del frate è venuta giù anche la croce. L’assalto ai simboli cristiani è già iniziato anche in Europa, sull’onda delle proteste americane: durante le manifestazioni antirazziste a Firenze una teca contenente un affresco dedicato alla Vergine è stato sfregiato con lo slogan Black Lives Matter impresso con la bomboletta.​

A replicare a King in un tweet è la consulente legale del presidente Trump, Jenna Ellis. “Se provassero a cancellare il cristianesimo, se mi costringessero a scusarmi o abiurare la mia religione, io non mi piegherò, non esiterò”, scrive l’avvocato in un tweet. “Sta solo difendendo il suo essere bianca”, replica King. “Il cristianesimo bianco ha bisogno di un Gesù bianco – attacca ancora l’intellettuale – non si tratta di generosità o gentilezza, né di proteggere i deboli, ma del suprematismo bianco, attaccate ‘Gesù bianco’ e attaccherete la sua religione”.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/black-lives-matter-ora-rilancia-abbattiamo-statue-ges-bianco-1872373.html

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