Di fronte alla catastrofe?

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di Luciano Lago

L’impressione lasciata dagli avvenimenti relativi alla caduta del missile in territorio polacco è ancora alta, si è sfiorata la guerra tra la NATO e la Russia ma la paura di una guerra nucleare è divenuta concreta. Dai commenti dei media mainstream non si capisce se fosse la paura di fronte alla realtà di una guerra nucleare davanti ai propri occhi o per il contrario se questi commentatori erano entusiasmati per il fatto che la NATO adesso avrebbe avuto le mani libere per distruggere la Russia, visto che affermavano convinti che la NATO sarebbe invincibile.

Intanto ieri Putin ha legalizzato formalmente il fatto che i volontari internazionali possano integrarsi all’Esercito russo e si deduce per sicuro che volontari provenienti dall’Iran o dalla Repubblica della Corea del nord arriveranno ad integrarsi alla battaglia contro i seguaci di Stephan Bandera e i loro patron occidentali. Dei volontari della Corea del Nord si era già molto parlato per i treni avvistati in transito da quel paese verso la Russia. Nessuno sa quale fosse il carico.

Così risulta che il presidente Vladimir Putin ha firmato il decreto che modifica il procedimento per reclutare cittadini stranieri che potranno servire nell’Esercito russo. Il documento modifica il regolamento approvato nel 1999 sul servizio militare e, in accordo con questo, da adesso in poi i cittadini stranieri potranno servire nell’esercito russo,media mainstream sotto contratto, al pari dei cittadini della Federazione Russa.

Inoltre nell’attacco russo dell’altro ieri, attuato con più di cento missili, si è saputo che lo stato Maggiore delle forze ucraine è stato distrutto a Kiev. Questo indica che la guerra è entrata in una nuova fase.

Secondo i rapporti, come risultato dell’attacco uno dei missili ha colpito l’obiettivo a Kiev, lo Stato Maggiore delle forze armate dell’Ucraina è stato distrutto, nonostante i missili antiaerei lanciati, quando nessuno dei missili antiaerei ucraini ha intercettato l’obiettivo e questo a dimostrazione della bassa efficienza del sistema di difesa antiaereo ucraino. Al momento si sa che, come risultato dell’attacco, l’edificio è stato parzialmente distrutto e sembra che questo sia avvenuto mentre era in corso una riunione a cui partecipavano ufficiali di alto rango delle forze straniere che sono coinvolte nelle operazioni in Ucraina.

Il comando della Forze Armate ucraine ancora non si è pronunciato ma questo è uno dei pochi attacchi diretti alla sede centrale del comando. I residenti locali parlano di un fumo nero che si è levato dall’edificio e dall’area dove si è verificata l’esplosione ma nulla si sa sul numero delle vittime.

Tutto è molto confuso in questo momento nei paesi alleati della UE e nelle reazioni scomposte degli USA e della NATO. Sopratutto si nota che c’è una grande preoccupazione che gli USA se ne vengano fuori con una uscita precipitosa e le dichiarazioni rilasciate in proposito sono molto sconcertanti.

In occasione della caduta del missile in Polonia si è visto che Biden non ha risparmiato tempo per smentire che il missile fosse russo e che tutto indicava che la Russia non era la responsabile. Cosa questa che ha rappresentato un secchio di acqua fredda sulle aspettative ucraine di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto con il sostenere che il missile fosse russo. Gli USA conoscono perfettamente la traiettoria del missile e questo mette in dubbio che possa essere stato un errore della contraerea ucraina, visto che gli obiettivi dell’attacco russo erano tutti a oltre 30/40 Km. dal confine polacco.

Potrebbe essere stata questa una provocazione ucraina per ottenere il coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto? Il dubbio rimane dalle frettolose accuse lanciate subito da Zelensky e compagnia cantante.

Le notizie che arrivano sono indicative di un qualche cosa che sta avvenendo in questo momento. Il capo del Dipartimento di Sicurezza interna USA, Alejandro Mayorkas, ha dichiarato che se si verifica una esplosione nucleare in Europa questa non avrà conseguenza negativa per la salute degli americani e le minacce radiologiche sono basse; che voleva dire? Inoltre lo stesso ha detto che, mentre gli USA hanno espresso la loro preoccupazione per il fatto che la Russia sta facendo tintinnare le sciabole …non ci sono indizi che una esplosione nucleare in Europa possa avere conseguenze dirette sulla salute negli Stati Uniti, come dichiarato nella sua udienza davanti al comitato del Congresso.

Il presidente Putin ha detto in precedenza che l’Occidente ha lanciato un ricatto nucleare e i rappresentanti della NATO stanno parlando della possibilità di usare armi di distruzione massiva contro la Russia.

Anche l’ammiraglio ritirato Mike Mullen si è pronunciato su questo dicendo che il momento è molto pericoloso e tutto indica che potrebbe verificarsi uno scontro diretto fra Russia e USA. Il conflitto in Ucriana potrebbe produrre una escalation verso una conflagrazione nucleare.

Bisogna far terminare il conflitto senza l’uso di armi nucleari e, se appariranno tali armi, saremo molti vicini ad una guerra nucleare, ha detto l’ammiraglio con molta saggezza. Bisogna riprendere quindi un processo di negoziato per evitare questo rischio.Putin, NATO,

Da notare che Zelensky a minacciato ripetutamente la Russia di un bombardamento nucleare preventivo, anche se più tardi il suo segretario ha voluto rettificare le dichiarazioni (censurate dai media occidentali) per diminuire il significato di queste affermazioni. La natura psicopatica del personaggio sta diventando sempre più evidente e viene nascosta all’opinione pubblica dei paesi occidentali che lo stanno finanziando.

Tutto darebbe l’impressione in apparenza che gli USA non vogliano far precipitare la situazione in un conflitto nucleare.

Il rappresentante russo Dimitry Peskov ha rimarcato che Zelensky con la sua retorica ha chiesto l’inizio di una guerra mondiale. Lo stesso ha raccomandato ai paesi occidentali di prestare attenzione alle dichiarazioni improvvide di questo personaggio e ha ricordato che, in caso di tale conflitto, le conseguenze sarebbero mostruose per tutti.

Anche il ministro Lavrov ha ricordato che i rischi crescenti dell’uso di armi di distruzione di massa sono sempre più forti per effetto delle dichiarazioni del presidente ucraino. Tutti dovrebbero essere messi di fronte alle proprie responsabilità prima di fare dichiarazioni affrettate e prive di riscontro, come accaduto in occasione della notizia del missile in Polonia.

Prevarrà la prudenza fra i leader occidentali? Questo si vedrà a breve scadenza ma le dichiarazioni dei leader occidentali sono molto contraddittorie.

Foto: Idee&Azione https://www.ideeazione.com/di-fronte-alla-catastrofe/

19 novembre 2022

La morte di Siena, il Primo dei miei maestri. In memoriam

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Nei mesi scorsi Giovanni Perez tenne un’istruzione per il nostro gruppo, proprio su Primo Siena, molto interessante e partecipata (n.d.r.)

di Giovanni Perez

Questo ricordo “In memoriam”  è un assai modesto segno di riconoscenza verso il “Primo” – di nome e di fatto – dei miei maestri, ora che si è concluso il suo viaggio terreno. Risalendo agli anni della mia formazione culturale, assieme a tanti altri di un’intera generazione,  che fu sollecitata soprattutto dall’impegno dedicato all’azione politica, tra coloro che furono capaci di offrire i necessari “Orientamenti”, Primo Siena è il primo nome che pongo in cima ai miei ricordi. Da allora, nonostante appartenessimo a generazioni diverse, si è cementata nel corso degli anni un’amicizia profonda, frutto di colloqui che, talvolta, sono sconfinati nelle rispettive sfere private. E poi, i tanti approfondimenti, gli aneddoti, i ricordi di una vita attraverso i quali si cercava di trovare il senso della nostra comune appartenenza al medesimo mondo umano, e perciò ideale e politico. Tutto questo fino al suo crollo fisico, dal quale, purtroppo, non si è più ripreso.

Parlerò allora di lui come si conviene nelle tristi occasioni come questa, lasciando emergere anche le parole del sentimento. Primo Siena nasce il 20 novembre 1927 a San Prospero, in provincia di Modena, da una famiglia della piccola borghesia rurale. Gli fu dato quel nome, a ricordo di uno zio morto in seguito alle percosse subite da parte di un gruppo di “bolscevichi”, date le sue ben note simpatie fasciste. Il 20 settembre del 1943, aderisce al fascio repubblicano di Modena, arruolandosi il 2 novembre nel 1° Btg. Battaglione Bersaglieri “Mussolini”, della R.S.I., costituitosi a Verona il 9 settembre. Aveva allora sedici anni.

Raggiunge la zona di guerra a nord di Gorizia il 1° dicembre e partecipa agli eventi bellici fino al 30 aprile del 1945, combattendo contro il IX Corpus partigiano jugoslavo, che minacciava il fronte orientale italiano. Dal 30 aprile fu prigioniero di guerra nel famigerato campo di concentramento di Borovnica, oggi in Slovenia, fino al 30 ottobre del 1945. Raggiunse la famiglia a Verona, dove si era trasferita anche per sottrarsi alle rappresaglie da parte dei partigiani dopo la “liberazione” nei famigerati triangoli della morte.

Il 17 marzo del 1947 aderisce al Movimento Sociale Italiano, svolgendo vari incarichi politici e mettendosi subito in luce per il suo impegno nel campo della cultura, affermandosi in sede nazionale soprattutto nel settore pedagogico e didattico, partecipando da protagonista alla sezione veronese del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori guidata in sede nazionale da Roberto Mieville, diventando dirigente provinciale e nazionale della Cisnal-Scuola e consigliere comunale a Verona negli anni del famigerato “Arco costituzionale antifascista” e della repressione del “Sistema”, guadagnandosi la stima di molti suoi avversari politici.

Collaboratore del “Risveglio Nazionale” (1949-1953) fondato da Gaetano Rasi e Cesare Pozzo, diresse con Carlo Amedeo Gamba e Carlo Casalena la rivista “Cantiere. Rassegna di critica e cultura politica” (1950-1953), per poi fondare e dirigere con Gaetano Rasi, “Carattere. Rivista di fatti e di idee” (1955-1963). Si tratta di riviste in cui Siena apportò il proprio orientamento cattolico-tradizionale, ma che erano comunque aperte anche ad altri contributi ideali e dottrinari. Proprio quest’ultima rivista rimane sicuramente la sua migliore iniziativa editoriale, in cui i temi etici e pedagogici diventarono per certi versi ancor più importanti di quelli politici e storici.

Dopo aver combattuto il comunismo nella sua manifestazione storica e militare, difendendo il fronte italiano orientale dagli assalti dei partigiani di Tito, una volta tornato ai suoi studi, Siena si pose la domanda se quella giovanile scelta di combattere dalla parte di chi era sicuramente destinato alla sconfitta, fosse davvero stata quella giusta. La risposta a questa domanda cruciale, quanto drammatica, si trova ora consegnata nelle pagine del libro Le alienazioni del secolo, in cui vengono sottoposte a critica le ideologie precedentemente combattute in una guerra vissuta, soprattutto, come guerra ideologica: la democrazia contrattualistica, il liberalismo laicistico, il social-comunismo. Questo libro venne pubblicato nel 1959 e fu premiato come manoscritto due anni prima, al concorso del “Premio Angelicum” dall’allora Mons. Montini, il futuro Paolo VI.

Sotto la guida di due autentici maestri, Umberto A. Padovani e Marino Gentile,  Siena si laureò in pedagogia nel 1964. Università di Padova, orientandosi verso un Cristianesimo in quegli anni testimoniato dalla rivista “L’Ultima”, fondata da Giovanni Papini e diretta da Adolfo Oxilia, per poi intraprendere un percorso di realizzazione interiore che lo porterà ad aderire al progetto cui diede vita la Rivista di Studi Tradizionali “Metapolitica”, animata da Silvano Panunzio, che divenne il suo definitivo punto di riferimento.

Lungo gli anni Sessanta, gli anni del Concilio Vaticano II, lo scontro tra le due anime della cultura cattolica, quella tradizionalista e antimodernista da una parte, quella progressista o modernista dall’altra, divenne particolarmente acuto, imponendo una radicale scelta di campo, che preludeva ad una adesione o meno alla Democrazia Cristiana, in nome del principio dell’unità politica dei cattolici in Italia. La scelta operata da Siena per il primo dei due campi, era in linea non solo con l’impronta esercitata dalla figura materna, ma con il magistero dei suoi maestri di sempre: Guido Manacorda, Attilio Mordini, Romano Guardini, Armando Carlini, Silvano Panunzio; scelta condivisa anche da altri illustri intellettuali della sua generazione, con i quali condivise un entusiasmante quanto difficile impegno politico: Fausto Belfiori, Fausto Gianfranceschi, Gianfranco Legitimo, Tazio Poltronieri, Giuseppe Spadaro, Piero Vassallo, Massimo Anderson, Pietro Cerullo.

Tra gli altri maestri incontrati da Siena nella metaforica “Terra di Mezzo”, Giovanni Gentile, Alexis Carrel, Michele Federico Sciacca, Russell Kirk, Giovanni Papini, Ferdinando Tirinnanzi, Vintila Horia e, nonostante la ben diversa declinazione dell’idea di Tradizione, Julius Evola, nei cui confronti c’è un debito di riconoscenza che risale agli anni in cui Siena appartenne al movimento giovanile del MSI, noto con l’appellativo di “Figli del Sole”, che lo distingue da altri pensatori cattolici tradizionalisti ai quali quel nome risultava invece del tutto inviso.

Ma la figura di pensatore e insieme di uomo d’azione, al quale a noi pare dover associare Primo Siena è quella di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange Española, splendida figura di militante politico e intellettuale, incarnazione pura del motto paolino: Vita militia est!. Il capo della Falange, che, peraltro, accettava alcune delle critiche rivolte del marxismo al capitalismo, andando però al di là di esse, in nome di una più ampia e integrale concezione dell’uomo, fu fucilato dai social-comunisti durante la guerra civile nel 1936.

Una volta messo da parte l’impegno partitico, Siena ha approfondito una già intensa attività pubblicistica, collaborando alle principali riviste che formarono quella cultura di destra, alla quale egli contribuì soprattutto seguendo la sua vocazione di pedagogista, perciò rivolgendosi ai giovani, nei quali vedeva perpetuarsi il futuro di idee e ideali dal sapore antico e perciò perennemente attuale.

In qualità di direttore delle Scuole Italiane all’estero, Siena fu dapprima in Somalia, per poi passare nel 1978 all’area dell’America latina, in Perù e in Cile. In quella nuova realtà, ancora muovendosi sul doppio binario dell’impegno politico e culturale, Siena si è distinto nell’ambito dell’Associazione degli Italiani all’estero, guardando con interesse e curiosità ogni metamorfosi del mondo della Destra, ai cui principi egli richiamò costantemente l’attenzione dei nuovi protagonisti venuti via via alla ribalta.

Nel 1996, Siena acconsentì allo scrivente di dar vita ad una nuova serie di “Carattere”, con sottotitolo “Rassegna di cultura politica e scienze dell’uomo”, stabilendo così non solo una sorta di continuità ideale, ma un mio debito di riconoscenza nei suo confronti da parte mia, non tanto a titolo individuale, ma a nome di una generazione alla quale la sua opera aveva dato moltissimo. Il mio articolo di apertura si intitolava Per non disperdere un’eredità, quello di Siena, Per una cultura militante nel segno della continuità. Nei due numeri successivi, stampati nel 1997 e nel 2000, i suoi contributi si intitolarono: Romano Guardini. Il tramonto dell’epoca moderna e Dalla società individualista alla “Respubblica” partecipativa.

Nei suoi ultimi anni di attività, Siena si è dedicato alla Scuola italiana di Santiago, ricoprendo altresì il ruolo di rappresentante della comunità italiana del Cile, senza mai perdere i legami con la madre patria, dove un nucleo di estimatori, non solo a Verona, si dedica alla diffusione delle sue opera e all’approfondimento delle idee, ma anche delle provocazioni in esse contenute.

PRIMO SIENA. BIBLIOGRAFIA

Uomini tra la vita e la storia, (in collaborazione), C.E.N., Roma 1955.

Le alienazioni del secolo, Cantiere, Padova 1959

Il profeta della Chiesa proletaria (Emmanuel Mounier), Edizioni dell’Albero, Torino 1965.

Donoso Cortés, Edizioni Volpe, Roma 1966.

Giovanni Gentile, Edizioni Volpe, Roma 1966.

Da Cesare a Mussolini. Storia dell’itala gente, 2 voll., C.E.N., Roma 1967.

José Antonio Primo de Rivera. Scritti e discorsi di battaglia, (a cura di), Edizioni Volpe, Roma 1967 (nuova edizione Settimo Sigillo, Roma 1993).

Arriba España, (in collaborazione), C.E.N., Roma 1969.

Corporativismo e libertà. Verso un nuovo tipo di rappresentanza,Istituto di Studi Corporativi, Roma 1972.

Riforma della Scuola Italiana nel tempo europeo, Gnomes, Roma 1972.

Modello ispiratore del nuovo stato giuridico della Scuola italiana, in Almirante-Siena-Ruggiero, Salvare la scuola dal comunismo, Edizioni d.n., Roma 1974.

Alexis Carrel. Patologia della civiltà moderna, (a cura di), Edizioni Volpe, Roma 1974 (nuova edizione Il Segno, Verona 1995).

La concezione organica, in Il corporativismo è libertà, Istituto di Studi Corporativi, Roma (s.d. ma 1976), pp. 9-12.

I feticci dell’educazione contemporanea, Edizioni Thule, Palermo 1979.

Scuola del malessere, Società Editrice Il Falco, Milano 1983.

Per una «Carta della Gioventù», ora in Julius Evola, Idee per una Destra, Europa Libreria Editrice, Roma 1997, pp.61-64.

Para entender el Señor de los Anillos, (In collaborazione), UGM, Santiago de Chile 2004.

SEMPRE ANTICOMUNISTI

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il cattolico deve seguire la dottrina sociale della Chiesa e rifiutare sia il sistema liberale e laicista sia i sistemi che si rifanno al socialismo e al comunismo. 
Sull’argomento segnaliamo l’enciclica “Divini Redemptoris” di Pio XI e un seminario di studi organizzato dalla rivista “Sodalitium” e dal nostro centro studi “Giuseppe Federici”.
 
Enciclica “Divini Redemptoris” 
 
Seminario di studi: “INTRINSECAMENTE PERVERSO. I cento anni del comunismo in Italia (1921 – 2021). Perché il comunismo e il socialismo sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa”. Docente: don Francesco Ricossa (Vignola, MO, 9/10/2021, XV giornata per la regalità sociale di Cristo). 
 
Prima lezione: A cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia. “Il Socialismo come fenomeno storico mondiale”.
 
Seconda lezione: Omicida e menzognero fin dall’inizio. Socialismo e Comunismo nel magistero della Chiesa.
 
Terza lezione: Infiltrazioni social-comuniste nel mondo cattolico. L’ateismo in Gaudium et Spes. 
 

Covid, addio restrizioni. E le viro-star frignano

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di Matteo Milanesi

Eliminato il bollettino Covid e reintegrati i medici no vax. Ecco i primi segnali del nuovo governo di Giorgia Meloni

Il governo cambia, la pandemia è tramontata, gli italiani vaccinati sono oltre il 90 per cento del totale, ma le viro-star non sembrano voler mollare. Il monito rimane sempre lo stesso: avvertimento spargi-panico sull’arrivo di nuove ondate (puntualmente senza portare alcun incremento della pressione ospedaliera), che andrebbero a legittimare ulteriori chiusure, restrizioni e limitazioni.

Il grande preso di mira di queste ultime ore è, senza alcun dubbio, il governo Meloni. Il neoministro della Salute, Orazio Schillaci, ha disposto l’abolizione del bollettino Covid giornaliero ed il reintegro del personale sanitario non vaccinato, sospeso precedentemente da Mario Draghi e Roberto Speranza. Inutile dire la reazione delle viro-star: attacchi isterici, previsioni apocalittiche, rispolvero della formula che associa il negazionismo pandemico alla destra.

“Bollettino ogni mezza giornata”

Primo su tutti, come sempre, è stato il virologo Massimo Galli, secondo cui l’eliminazione del bollettino sarebbe una “misura immotivata”, applicata da chi vuole “calcare la mano per motivi che non sono scientifici e che di questo fanno un po’ una bandiera” (ed eccolo qui il rispolvero negazionista di cui abbiamo appena parlato). Da neoeletto ed esponente del Partito Democratico, non può mancare lo zanzarologo Andrea Crisanti, il quale si supera, affermando come la sua idea (e quella dei dem) sarebbe quella dell’istituzione di un bollettino ogni mezza giornata. Un memento mori ogni poche ore, tanto per terrorizzare la fascia popolare più anziana, sicuramente più fragile, ma che si avvia alla somministrazione della quinta (quinta!) dose di vaccino anti-Covid.

“Gestione ordinaria”

Nonostante le posizioni di qualche mese fa, rigorosamente pro-green pass, pro-restrizioni, pro-lockdown, è l’Ordine dei Medici che sembra aver invertito la rotta: “Mi pare che il ministro abbia un’idea caratterizzata dal senso di responsabilità e da un ragionamento che tiene conto dell’andamento della pandemia. Si va verso una gestione ordinaria, di normalizzazione, e in questo senso rendere il bollettino settimanale mi pare coerente”, ha affermato il medico Anelli. Eppure, qualche rimasuglio ideologico della politica dirigista di Roberto Speranza è ancora presente: “Se succede come in Germania, dove i casi e i decessi sono aumentati, potremmo tornare ad avere una percezione più frequente di quello che sta succedendo”. Insomma, è il classico “fine emergenza mai”: a seconda dell’andamento del trend pandemico, indipendentemente dalle dosi di vaccino somministrate, gli italiani dovranno essere sempre pronti a vedersi limitate le proprie libertà personali.

Accoglie con estremo favore, invece, il virologo Matteo Bassetti parlando di “decisione giustissima”; mentre è un’altra viro-star a rimanere scettica sull’intervento di Schillaci: l’ex consigliere di Speranza, Walter Ricciardi, il quale ha confessato di essere “perplesso” sulle nuove misure adottate dalla coalizione di centrodestra.

Addio viro-star

Ma la vera bomba è arrivata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nella giornata di ieri ha lanciato un monito al governo Meloni, quasi a voler indicare un proprio dissenso rispetto al cambia di rotta adottato dopo l’addio di Roberto Speranza: “Mantenere alta la sicurezza soprattutto dei più fragili, dei più anziani, di coloro che soffrono per patologie pregresse”, ha specificato ieri il titolare del Quirinale.

In questa fase, almeno sul lato della lotta al Covid, Giorgia Meloni pare essere un fiume in piena, contro tutto e tutti, abbattendo la frangia viro-star che vorrebbe tenerci serrati in casa, chiusi in nome del tanto sbandierato “modello cinese” di questi due anni emergenziali. La musica sembra essere definitivamente cambiata. Finalmente, si è arrivati alla consapevolizzazione di una malattia trasformata a semplice influenza, imparagonabile rispetto a quella che era la sua rilevanza pochi mesi fa. Ed anche i chiusuristi, prima o poi, se ne dovranno fare una ragione.

Matteo Milanesi, 29 ottobre 2022 https://www.nicolaporro.it/covid-addio-restrizioni-e-le-viro-star-frignano/

La marcia su Roma vista da Verona, il “terzofascio” fondato appena due giorni dopo San Sepolcro

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di Giovanni Perez

Il ritorno dei reduci della Grande guerra, in ogni città dell’Italia vittoriosa, fu seguito dalla medesima situazione di scontro politico e sociale, che, soprattutto, si svolse nelle città del Nord. Quei reduci avevano vissuto Caporetto, il Grappa, il Piave e Vittorio Veneto, avevano messo in gioco la propria vita per il bene superiore della Patria, avevano condiviso nelle trincee un cameratismo che tutti li accomunava, oltre le loro differenze e le regioni di provenienza; avevano acquisito per il resto dei loro giorni lo spirito cameratesco del fronte, in cui risuonava l’eco delle urla, delle bombe, dei reticolati, delle tempeste di fuoco. Era una generazione divenuta adulta guardando in faccia la morte, e ora doveva troppo in fretta affrontare una nuova vita.

Finita quella guerra, presero corpo non pochi miti: quello della vittoria mutilata, primo di ogni altro. Gabriele d’Annunzio, una leggenda vivente, diffondeva anche in politica uno stile, fatto di canti, divise, gagliardetti e formule dal sapore antico, come il celebre “Eia, eia, alalà!”, conquistando l’italianissima Fiume, in un’impresa partita da Ronchi il 12 settembre 1919 e coronata con la visionaria Carta del Carnaro, prima del tragico epilogo.

I socialisti aizzarono le masse contadine e operaie, contrapponendo italiani contro italiani, cercando quella rivoluzione che doveva portare anche in Italia le soluzioni imposte in Russia dai bolscevichi guidati da Lenin. Ma a fronteggiare i sovversivi vi furono proprio molti di quei reduci, che, smessa la divisa da alpino o da granatiere, avevano indossato la camicia nera. Mussolini colse nella sua drammaticità l’impotenza della classe politica liberale, la sua inadeguatezza e incapacità di fronte alla drammaticità del momento. Incapacità di fronteggiare il «pericolo rosso» che, arrivato alla sua fase estrema nel “biennio rosso”, con l’occupazione delle fabbriche e gli scioperi generali, si scontrò con le squadre fasciste, formate dai reduci e dagli arditi, da nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi. Il tentativo di realizzare anche in Italia la rivoluzione socialista e comunista, con il suo progetto collettivista, la sua negazione della proprietà, della patria, dello Stato, della religione, fu sconfitto.

Furono anni in cui la lotta politica si combatté anche con la violenza, che oggi viene identificata solo con quella dello squadrismo, sebbene la realtà storica sia molto diversa, e si potrebbe cominciare con il ricordare il cruento episodio occorso ad Empoli, dove i socialisti uccisero e seviziarono diversi carabinieri e marinai, gettandone i corpi nell’Arno. Si potrebbe così continuare ricordando l’attentato al Teatro Diana e il tragico episodio dell’eccidio di Sarzana, che costò la vita a ben diciotto fascisti, cui era stato teso un agguato in un clima assurdamente festoso, da Rivoluzione francese. Questo era il clima e alla violenza dei social-comunisti, tra i quali si distinsero per ferocia gli “arditi del popolo”, si rispondeva con la violenza.

Nel medesimo crogiuolo, come si disse, finirono, in attesa di una sintesi, le varie reazioni spiritualistiche che si contrapposero al positivismo e al materialismo, una dottrina dello Stato espressione della nazione, i principi di una riforma della pedagogia e della Scuola, molte idee artistiche e letterarie oscillanti fra tradizione e modernità. In altri campi, s’imposero dottrine ispirate dal nazionalismo, dal sindacalismo rivoluzionario e dalla dottrina sociale della Chiesa, che invocavano il superamento delle concezioni economiche del liberismo e del socialismo. Da tutto questo retroterra fatto di dottrine, miti e simboli, attinse Mussolini per il suo tentativo rivoluzionario di edificare lo Stato nuovo, mentre altri elementi del primo programma fascista vennero invece messi da parte, come l’opzione repubblicana, in nome di un Fascismo come prosecuzione del Risorgimento nazionale.

Aderirono al fascismo filosofi provenienti dall’idealismo, come Giovanni Gentile, letterati e artisti, come Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Mario Sironi ed anche scienziati, come Guglielmo Marconi e Orso Mario Corbino. Qualcuno ipotizzò che la nuova Italia fascista potesse creare un nuovo tipo umano, forgiato da una specifica etica; altri videro nella dottrina del corporativismo il superamento dell’egoismo capitalistico, così come della lotta di classe; altri ancora videro nel mito della “Giovinezza” l’occasione per realizzare una nuova idea di città, sperimentando inedite concezioni architettoniche e urbanistiche. Per quegli uomini nel simbolo del fascio non si intravedevano gli aspetti liberticidi del totalitarismo, ma quelli della ritrovata concordia nazionale, dell’appartenenza ad un comune destino, il prevalere del bene comune su quello degli egoismi di parte. Vennero perciò, nonostante le leggi del 1925 e la dittatura, come riconobbe il grande storico Renzo De Felice, gli “anni del consenso” al Regime, con tanto di riconciliazione con la Chiesa, al punto che in Mussolini si vide l’uomo della Provvidenza e il crocifisso, che era stato bandito dalle scuole, vi ritornò.

Quel consenso fu diffuso e sincero, almeno fino all’avvicinamento con la Germania e la promulgazione nel 1938 delle Leggi sulla difesa della razza italiana. Molti fascisti di origine ebraica, la cui storia non è stata ancora adeguatamente considerata, videro crollare la propria fede nel Regime, che loro stessi avevano contribuito a edificare; un nome per tutti loro, quello di Gino Arias, che fu tra i maggiori teorici del corporativismo.

Il primo Fascio di combattimento fu creato a Milano, in Piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919. A Verona, dove fu fondato il Fascio Terzogenito soltanto due giorni dopo, su iniziativa di Italo Bresciani, Mussolini aveva vissuto alcune pagine molto significative della sua vita, come raccontò Carlo Manzini in un suo celebre libro Il Duce a Verona. Dal 1905 al 1938.

Anche da Verona i giovani fascisti partirono alla volta di Roma, e fu il 28 ottobre, quando, sotto la reggia sfilarono cinquantamila camicie nere, inneggianti alla grandezza della patria italiana. Il Re non volle spargimento di sangue e l’esercito li aveva perciò lasciati sfilare, semmai solidarizzando con loro, in nome proprio di quel comune “spirito del fronte” mai tramontato, così come del resto era accaduto a Napoli, il 23 precedente, quando vi fu una sorta di prova generale con un’adunata cui partecipò lo stesso Mussolini.

In terra scaligera aderiranno al fascismo eminenti protagonisti della cultura, non solo locale: Alberto de’ Stefani, Luigi Messedaglia, Guido Valeriano Callegari, Umberto Grancelli, Siro Contri, Paolo Bonatelli, Egidio Curi, Michele Lecce. A questi nomi aggiungerei Guido Fracastoro, discendente del ben più celebre e celebrato Girolamo e Bruno Aschieri, tra i fondatori agli inizi degli anni Trenta del Gruppo futurista veronese, poi intitolato a Umberto Boccioni.

Fracastoro fu autore di una rievocazione autobiografica che prende le mosse negli anni “della lotta anticomunista del dopoguerra”, in nome di una rivolta ideale poi sfociata nella rivoluzione del 28 ottobre, intitolata Noi squadristi, pubblicata nel 1939 e dedicata alla figura del padre, un fascista della prima ora, che conobbe appena, giusto in tempo per riceverne le consegne. Aschieri ci ha lasciato una gustosa rievocazione intitolata Squadrismo veronese in miniatura nel 1921, pubblicata nel 1934, in cui ricostruisce la genesi dell’Avanguardia studentesca fascista a Verona nel 1920.

Un po’ futurista si definì peraltro il settimanale “Audacia”. Organo di battaglia dei Fasci di Combattimento di Verona e Provincia”, diretto da Edoardo Malusardi, che uscì il 15 gennaio 1921, la cui consultazione per comprendere e ricostruire gli esordi del Fascismo veronese è ancora oggi essenziale.

Edoardo Pantano fu tra i giovani sostenitori di “Audacia” e oggi suo figlio Antonio, ha scritto un libro in cui si ricostruisce l’amicizia tra suo padre e Angelo Dall’Oca Bianca, il celebre artista che aderì convintamente al Fascismo e che aveva conosciuto Mussolini ancor prima della Grande guerra. Dall’Oca morì nel maggio del 1942, prima del crollo di quel mondo in cui aveva creduto, ma fece in tempo a progettare e costruire un “Villaggio” per i veronesi meno abbienti, che portava il suo nome ed è ancora oggi parzialmente abitato, quasi a testimoniare la metafora di una eredità incancellabile.

Pubblicato anche sul quotidiano L’Adige: https://www.giornaleadige.it/la-marcia-su-roma-vista-da-verona-il-terzofascio-fondato-appena-due-giorni-dopo-san-sepolcro/

1956: l’Ungheria si ribella ai sovietici

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LA RICORRENZA

di Redazione

Il PCI e i suoi eredi politici non si sono mai pronunciati con parole di ritrattazione o di scuse per aver sostenuto i carri armati sovietici contro il popolo ungherese.

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La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Inizialmente contrastata dall’ÁVH(1), venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici(2). I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.

CONTINUA SU: https://www.ungheria.it/rivoluzione-1956/

 

 

Cina: Xi si prepara al conto alla rovescia finale

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di Pepe Escobar

19.10.2022

Ciò che spinge la Cina e la Russia è che prima o poi saranno loro a governare l’Heartland.

Il discorso del Presidente Xi Jinping, durato 1h45min, all’apertura del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese (CPC) presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, è stato un coinvolgente esercizio di informazione del passato recente sul futuro prossimo. Tutta l’Asia e tutto il Sud globale dovrebbero esaminarlo attentamente.

La Sala Grande era sontuosamente addobbata con striscioni rosso vivo. Uno slogan gigante appeso in fondo alla sala recitava: “Lunga vita al nostro grande, glorioso e corretto partito”.

Un altro, in basso, fungeva da riassunto dell’intera relazione:

“Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, attuare pienamente il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, portare avanti il grande spirito fondatore del partito, unirsi e lottare per costruire pienamente un Paese socialista moderno e promuovere pienamente il grande ringiovanimento della nazione cinese”.

Fedele alla tradizione, il rapporto ha delineato i risultati ottenuti dal PCC negli ultimi 5 anni e la strategia della Cina per i prossimi 5 – e oltre. Xi prevede “feroci tempeste” in arrivo, interne ed estere. Il rapporto è stato altrettanto significativo per ciò che non è stato detto o lasciato sottilmente intendere.

Tutti i membri del Comitato centrale del PCC erano già stati informati del rapporto – e lo avevano approvato. Trascorreranno questa settimana a Pechino per studiare i dettagli e sabato voteranno per l’adozione. A quel punto verrà annunciato un nuovo Comitato Centrale del PCC e verrà formalmente approvato un nuovo Comitato Permanente del Politburo, i sette che governano davvero.

Questo nuovo schieramento di leadership chiarirà i volti della nuova generazione che lavoreranno a stretto contatto con Xi, oltre a chi succederà a Li Keqiang come nuovo Primo Ministro: quest’ultimo ha terminato i suoi due mandati e, secondo la Costituzione, deve dimettersi.

Nella Sala Grande sono presenti anche 2.296 delegati che rappresentano gli oltre 96 milioni di membri del PCC. Non sono semplici spettatori: durante la sessione plenaria che si è conclusa la scorsa settimana, hanno analizzato in profondità ogni questione importante e si sono preparati per il Congresso nazionale. Votano le risoluzioni del partito, anche se queste vengono decise dai vertici del partito a porte chiuse.

I punti chiave

Xi sostiene che negli ultimi 5 anni il PCC ha fatto progredire strategicamente la Cina, rispondendo “correttamente” (terminologia del Partito) a tutte le sfide estere. In particolare, i risultati chiave includono la riduzione della povertà, la normalizzazione di Hong Kong e i progressi nella diplomazia e nella difesa nazionale.

È significativo che il ministro degli Esteri Wang Yi, seduto in seconda fila, dietro ai membri del Comitato permanente in carica, non abbia mai staccato gli occhi da Xi, mentre gli altri leggevano una copia del rapporto sulla loro scrivania.

Rispetto ai risultati ottenuti, il successo della politica “Zero-Covid” ordinata da Xi rimane molto discutibile. Xi ha sottolineato che ha protetto la vita delle persone. Ciò che non ha potuto dire è che la premessa della sua politica è trattare il Covid e le sue varianti come un’arma biologica statunitense diretta contro la Cina. Ovvero, una seria questione di sicurezza nazionale che ha la meglio su qualsiasi altra considerazione, persino sull’economia cinese.

Il Covid zero ha colpito duramente la produzione e il mercato del lavoro e ha praticamente isolato la Cina dal mondo esterno. Un esempio lampante: I governi distrettuali di Shanghai stanno ancora pianificando l’azzeramento del Covid in un arco di tempo di due anni. Lo zero-Covid non sparirà presto.

Una grave conseguenza è che l’economia cinese crescerà sicuramente quest’anno meno del 3% – ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale di “circa il 5,5%”.

Vediamo ora alcuni dei punti salienti del rapporto Xi.

Taiwan: Pechino ha iniziato “una grande lotta contro il separatismo e le interferenze straniere” a Taiwan.

Hong Kong: è ora “amministrata da patrioti, che la rendono un posto migliore”. A Hong Kong c’è stata “una grande transizione dal caos all’ordine”. Corretto: la rivoluzione dei colori del 2019 ha quasi distrutto un importante centro commerciale/finanziario globale.

Riduzione della povertà: Xi l’ha salutata come uno dei tre “grandi eventi” dell’ultimo decennio insieme al centenario del PCC e al socialismo con caratteristiche cinesi che entra in una “nuova era”. La riduzione della povertà è al centro di uno dei “due obiettivi del centenario” del PCC.

Apertura: La Cina è diventata “un importante partner commerciale e una destinazione importante per gli investimenti stranieri”. Xi confuta l’idea che la Cina sia diventata più autarchica. La Cina non si impegnerà in alcun tipo di “espansionismo” durante l’apertura al mondo esterno. La politica statale di base rimane: la globalizzazione economica. Ma – non l’ha detto – “con caratteristiche cinesi”.

“Auto-rivoluzione”: Xi ha introdotto un nuovo concetto. L’”auto-rivoluzione” permetterà alla Cina di sfuggire a un ciclo storico che porta a una recessione. E “questo assicura che il partito non cambierà mai”. Quindi, o il PCC o il fallimento.

Il marxismo: rimane sicuramente uno dei principi guida fondamentali. Xi ha sottolineato: “Dobbiamo il successo del nostro partito e del socialismo con caratteristiche cinesi al marxismo e a come la Cina è riuscita ad adattarlo”.

Rischi: questo è stato il tema ricorrente del discorso. I rischi continueranno a interferire con i “due obiettivi centenari”. L’obiettivo numero uno è stato raggiunto l’anno scorso, in occasione del centenario del PCC, quando la Cina ha raggiunto lo status di “società moderatamente prospera” sotto tutti i punti di vista (xiaokang, in cinese). L’obiettivo numero due dovrebbe essere raggiunto al centenario della Repubblica Popolare Cinese, nel 2049: “costruire un Paese socialista moderno che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso”.

Sviluppo: l’attenzione si concentrerà sullo “sviluppo di alta qualità”, compresa la resilienza delle catene di approvvigionamento e la strategia economica della “doppia circolazione”: l’espansione della domanda interna in parallelo agli investimenti esteri (per lo più incentrati sui progetti BRI). Questa sarà la priorità assoluta della Cina. Quindi, in teoria, qualsiasi riforma privilegerà una combinazione di “economia socialista di mercato” e apertura di alto livello, mescolando la creazione di una maggiore domanda interna con una riforma strutturale dal lato dell’offerta. Traduzione: “Doppia circolazione” con gli steroidi.

“Democrazia a processo completo”: è l’altro nuovo concetto introdotto da Xi. Si traduce come “democrazia che funziona”, come il ringiovanimento della nazione cinese sotto – che altro – la guida assoluta del PCC: “Dobbiamo garantire che il popolo possa esercitare i propri poteri attraverso il sistema del Congresso del popolo”.

Cultura socialista: Xi ha detto che è assolutamente necessario “influenzare i giovani”. Il PCC deve esercitare un controllo ideologico e assicurarsi che i media favoriscano una generazione di giovani “che siano influenzati dalla cultura tradizionale, dal patriottismo e dal socialismo”, a vantaggio della “stabilità sociale”. La “storia della Cina” deve arrivare ovunque, presentando una Cina “credibile e rispettabile”. Questo vale certamente per la diplomazia cinese, anche per i “Guerrieri del Lupo”.

“Sinicizzare la religione”: Pechino continuerà la sua azione di “sinicizzazione della religione”, ovvero di adattamento “proattivo” della “religione e della società socialista”. Questa campagna è stata introdotta nel 2015, e significa ad esempio che l’Islam e il Cristianesimo devono essere sotto il controllo del PCC e in linea con la cultura cinese.

La promessa di Taiwan

Arriviamo ora ai temi che ossessionano completamente l’egemone in declino: il legame tra gli interessi nazionali della Cina e il modo in cui questi influenzano il ruolo dello Stato-civiltà nelle relazioni internazionali.

Sicurezza nazionale: “La sicurezza nazionale è il fondamento del ringiovanimento nazionale e la stabilità sociale è un prerequisito della forza nazionale”.

Le forze armate: l’equipaggiamento, la tecnologia e la capacità strategica del PLA saranno rafforzati. Va da sé che ciò significa un controllo totale del PCC sulle forze armate.

“Un Paese, due sistemi”: Si è dimostrato “il miglior meccanismo istituzionale per Hong Kong e Macao e deve essere rispettato a lungo termine”. Entrambi “godono di un’elevata autonomia” e sono “amministrati da patrioti”. Xi ha promesso di integrare meglio entrambi nelle strategie nazionali.

Riunificazione di Taiwan: Xi si è impegnato a completare la riunificazione della Cina. Traduzione: restituire Taiwan alla madrepatria. Il discorso è stato accolto da un fiume di applausi, che hanno portato al messaggio chiave, rivolto contemporaneamente alla nazione cinese e alle forze di “interferenza straniera”: “Non rinunceremo all’uso della forza e prenderemo tutte le misure necessarie per fermare tutti i movimenti separatisti”. Il punto cruciale: “La risoluzione della questione di Taiwan è una questione che riguarda il popolo cinese stesso, che deve essere decisa dal popolo cinese”.

È anche significativo che Xi non abbia nemmeno menzionato lo Xinjiang per nome: solo implicitamente, quando ha sottolineato che la Cina deve rafforzare l’unità di tutti i gruppi etnici. Lo Xinjiang per Xi e la leadership significa industrializzazione dell’Estremo Occidente e nodo cruciale della BRI: non l’oggetto di una campagna di demonizzazione imperiale. Sanno che le tattiche di destabilizzazione della CIA utilizzate in Tibet per decenni non hanno funzionato nello Xinjiang.

Al riparo dalla tempesta

Vediamo ora di analizzare alcune variabili che incidono sugli anni molto difficili che attendono il PCC.

Quando Xi ha parlato di “tempeste feroci in arrivo”, è quello che pensa 24 ore su 24: Xi è convinto che l’URSS sia crollata perché l’egemone ha fatto di tutto per indebolirla. Non permetterà che un processo simile faccia deragliare la Cina.

A breve termine, la “tempesta” potrebbe riferirsi all’ultimo round della guerra americana senza esclusione di colpi alla tecnologia cinese – per non parlare del libero scambio: tagliare alla Cina l’acquisto o la produzione di chip e componenti per supercomputer.

È lecito pensare che Pechino mantenga l’attenzione a lungo termine, scommettendo sul fatto che la maggior parte del mondo, soprattutto il Sud globale, si allontanerà dalla catena di approvvigionamento high tech degli Stati Uniti e preferirà il mercato cinese. Man mano che i cinesi diventeranno sempre più autosufficienti, le aziende tecnologiche statunitensi finiranno per perdere mercati mondiali, economie di scala e competitività.

Xi non ha nemmeno menzionato gli Stati Uniti per nome. Tutti i membri della leadership – soprattutto il nuovo Politburo – sono consapevoli di come Washington voglia “sganciarsi” dalla Cina in tutti i modi possibili e continuerà a dispiegare provocatoriamente ogni possibile filone di guerra ibrida.

Xi non è entrato nei dettagli durante il suo discorso, ma è chiaro che la forza trainante in futuro sarà l’innovazione tecnologica legata a una visione globale. Ed è qui che entra in gioco la BRI, ancora una volta, come campo di applicazione privilegiato per queste scoperte tecnologiche.

Solo così possiamo capire come Zhu Guangyao, ex vice ministro delle Finanze, possa essere sicuro che il PIL pro capite in Cina nel 2035 sarebbe almeno raddoppiato rispetto a quello del 2019 e avrebbe raggiunto i 20.000 dollari.

La sfida per Xi e il nuovo Politburo è quella di risolvere subito lo squilibrio economico strutturale della Cina. E pompare di nuovo gli “investimenti” finanziati dal debito non funzionerà.

Si può quindi scommettere che il terzo mandato di Xi – che sarà confermato alla fine di questa settimana – dovrà concentrarsi su una pianificazione rigorosa e sul monitoraggio dell’attuazione, molto più di quanto non sia avvenuto durante i suoi precedenti anni audaci, ambiziosi, abrasivi ma talvolta scollegati. Il Politburo dovrà prestare molta più attenzione alle considerazioni tecniche. Xi dovrà delegare una maggiore autonomia politica a un gruppo di tecnocrati competenti.

Altrimenti, torneremo alla sorprendente osservazione dell’allora premier Wen Jiabao nel 2007: L’economia cinese è “instabile, squilibrata, scoordinata e in definitiva insostenibile”. Questo è esattamente il punto in cui l’egemone vuole che sia.

Allo stato attuale, la situazione è tutt’altro che cupa. La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma afferma che, rispetto al resto del mondo, l’inflazione al consumo in Cina è solo “marginale”, il mercato del lavoro è stabile e i pagamenti internazionali sono stabili.BRI,

Il rapporto di lavoro e gli impegni di Xi possono anche essere visti come un capovolgimento dei soliti sospetti geopolitici anglo-americani – Mackinder, Mahan, Spykman, Brzezinski -.

Il partenariato strategico Cina-Russia non ha tempo da perdere con i giochi egemonici globali; ciò che li spinge è che prima o poi governeranno l’Heartland – l’isola del mondo – e oltre, con alleati dal Rimland, dall’Africa all’America Latina, tutti partecipanti a una nuova forma di globalizzazione. Certamente con caratteristiche cinesi, ma soprattutto con caratteristiche pan-eurasiatiche. Il conto alla rovescia finale è già iniziato.

Pubblicato su Strategic Culture

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/cina-xi-si-prepara-al-conto-alla-rovescia-finale

Lorenzo Fontana, dal calcio in parrocchia a Christus Rex: «Porterà la fede in politica»

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CORRIERE DEL VENETO inserto del CORRIERE DELLA SERA del 15.10.2022

La formazione religiosa ultraconservatrice, nella Verona «di destra», si è saldata alla militanza leghista
Sopra, Fontana con la maglietta contro le sanzioni alla Russia, accanto, a una manifestazione di Forza Nuova. Sotto lo striscione esposto alla camera dai deputati Zan e Scarpa
Sopra, Fontana con la maglietta contro le sanzioni alla Russia, accanto, a una manifestazione di Forza Nuova. Sotto lo striscione esposto alla camera dai deputati Zan e Scarpa

«È un veteroconciliare»

«Ma non è così facile come dite voi – corregge Matteo Castagna, veronese, responsabile nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio – l’amico Lorenzo Fontana lo conosco bene e non è lefebvriano, né sedevacantista come lo siamo noi del Christus Rex-Traditio che consideriamo eretici tutti i papi da Wojtyla in poi [in realtà, sarebbe da Roncalli in poi…n.d.r.]. Lorenzo lo frequento [in realtà sarebbe lo conosco, n.d.r.] dal 1996, insieme abbiamo fatto gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, durante il Conte 1 abbiamo collaborato nelle iniziative per la difesa della famiglia tradizionale. Lo sento regolarmente [in realtà, sarebbe stato raramente, n.d.r.] . Lui è un cattolico coraggioso, non secolarizzato, vicino alla tradizione, lo si può definire un veteroconciliare. È pro-life. Dopo le Boldrini e i Fico che abbiamo avuto ai vertici delle istituzioni, benvenuto il segnale di un cambiamento di rotta radicale nella tradizione democratica italiana».

«Oggi è un giorno nero»

L’amico fondamentalista [in realtà sarebbe: tradizionalista o sedevacantista, n.d.r.] Matteo Castagna precisa: «Lorenzo è partito dalla religione per scendere in politica come fosse il velo della sposa e portarvi intatti i valori cristiani in cui crede. Io mi sono iscritto alla Lega di Verona Ovest nel 1993, lui nel 1996. Lo stimo, lui ha simpatia per noi preconciliari. Lorenzo ha tenuto [in realtà sarebbe ha portato a casa, n.d.r.] il velo a mia moglie quando mi sono sposato». «Certo che lo conosco, liceo Galileo Galilei insieme – dice la ragazza sotto il casco da parrucchiera che a sua volta sta sotto l’appartamento di mamma Fontana – ma oggi, per me, è un giorno nero. Non so di che colore fosse il velo».

Per leggere tutto l’articolo: https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/politica/22_ottobre_15/lorenzo-fontana-calcio-parrocchia-christus-rex-portera-fede-politica-62af89ce-4bf6-11ed-b1b7-e093d9351754.shtml

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La pagina de L’Espresso: https://espresso.repubblica.it/politica/2022/10/14/news/lorenzo_fontana_presidente_camera_estrema_destra-370022201/
La pagina di Repubblica: https://www.repubblica.it/politica/2022/10/15/news/vaticano_posizioni_lorenzo_fontana_cattolico-370065394/
https://www.ultimavoce.it/lorenzo-fontana-un-antiabortista-filorusso-alla-guida-della-camera/

La7: interviste a Matteo Castagna sulla Tradizione Cattolica

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di Redazione

17.10.2022 L’Aria che tira – La7

Una giornalista de “L’Aria che tira”, in onda ogni giorno su La7 dalle 11.00 alle 13.30 del mattino, ha intervistato il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna presso la sua abitazione, in merito all’elezione del veronese Lorenzo Fontana a Presidente della Camera:

Ecco la registrazione della puntata: https://www.la7.it/laria-che-tira/rivedila7/laria-che-tira-17102022-17-10-2022-456050

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GIOVEDI 20 OTTOBRE in PRIMA SERATA andrà in onda uno stralcio della lunga intervista che il giornalista Salvatore Gulisano ha fatto al nostro Matteo Castagna, nel suo studio di casa, per la trasmissione PIAZZAPULITA condotta da Corrado Formigli. Si è parlato di dottrina cattolica tradizionale, Messa tridentina, bioetica. La registrazione della puntata sarà disponibile sul sito di piazzapulita.

Ecco la registrazione: https://www.la7.it/piazzapulita/video/dentro-il-mondo-ultracattolico-di-lorenzo-fontana-20-10-2022-456662

 

L’ombra sinistra che lega il Covid e la crisi energetica

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di Claudio Romiti

Se ne parla assai poco o non se ne parla affatto. Tuttavia, a mio modesto parere, c’è una sinistra linea di continuità tra l’emergenza Covid, enfatizzata oltre ogni misura in Italia, e l’emergenza energetica, colossale problema che non potrà certamente essere affrontato con la nostra tipica improvvisazione. E per comprendere in estrema sintesi l’assunto, è sufficiente un rapido raffronto basato sui numeri, che come è noto hanno la testa sempre maledettamente dura. Nel maggio nel 2021 per comprare un euro ci voleva circa 1 dollaro e 22, mentre ora bastano appena 96/97 centesimi. Una perdita assai rilevante in appena 18 mesi, che i keynesioti fanatici della svalutazione competitiva tenderanno a considerare assai vantaggiosa.

Tuttavia, a beneficio di chi invoca scorciatoie di tipo monetario, ricordo che una tale svalutazione impatta in modo diretto sui prezzi delle materie prime, petrolio e gas in primis, e sui cosiddetti semilavorati, i quali vengono acquistati in molte parti del mondo e pagati essenzialmente in dollari. Tant’è che l’Italia, basata su una economia di trasformazione, importa una quantità enorme degli stessi semilavorati e in buona parte da Paesi extracomunitari.

Ed ecco che comincia a intravedersi l’ombra sinistra di una manipolazione monetaria, in sostanza una inondazione di liquidità operata dalla Bce e resasi necessaria dalla catastrofe economica determinata dalle restrizioni sanitarie. In soldoni, è accaduto che vuoi attraverso la via indiretta di un forsennato riacquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario e vuoi con il trasferimento diretto di ingenti risorse monetarie create dal nulla ai membri della zona euro, con grande prodigalità nei riguardi proprio dell’Italia, il valore della moneta unica è sceso ad un livello che non si vedeva da molti anni.

E dal momento che la moneta non è altro che un titolo di debito, questa colossale operazione di rifinanziamento realizzata attraverso i computer della Banca centrale europea, tra le altre cose, ha determinato almeno due evidenti contraccolpi:

1. ha implicitamente distrutto ogni barriera di salvaguardia sul piano della disciplina di bilancio, consentendo al Belpaese di raggiungere un livello di indebitamento prima d’ora impensabile e, per questo, esponendoci al rischio di non riuscire più a sostenere un tale, mostruoso indebitamento;

2. al netto delle conseguenze scaturite dalla guerra in Ucraina e dal deciso rialzo, precedente all’attacco Russo, nei prezzi di molte materie prima, di fatto la debolezza dell’euro sta importando una forte dose addizionale di inflazione, causando una spirale di rincari a cascata che stanno scuotendo dalle fondamenta l’intera economia europea.

Da qui la decisione, non più rinviabile, presa dalla Bce di interrompere gli acquisti di nuovi titoli di debito dei Paesi membri lanciati con la pandemia, limitandosi a sottoscrivere quelli in scadenza. Ciò significa che l’Italia, se vorrà sostenere le bollette di imprese e famiglie, evitando una catastrofe economica senza precedenti, dovrà far ricorso agli odiati mercati finanziari, a meno di improbabili tagli draconiani alla spesa pubblica.

Solo che questa volta, con un debito sovrano che sfiora il 155% del Pil e nel bel mezzo di una drammatica stagflazione, la tanto bistrattata disciplina di bilancio sarà assolutamente necessaria per garantire a chi ci presta i quattrini che saremmo sempre in grado di pagargli quanto meno gli interessi.

Pertanto, il nuovo governo, che si sta per insediare nella peggiore situazione possibile, non potrà in alcun modo prendere in considerazione le ben note sirene del nostro ben noto teatrino politico-sindacale, su cui spicca sempre sul piano della facile demagogia la Cgil di Maurizio Landini. Non è questo proprio il tempo di ascoltare le irresponsabili pretese di chi vorrebbe far aumentare i salari a prescindere dalla condizione drammatica che stiamo vivendo, all’interno di una cornice con più welfare e meno tasse.

Claudio Romiti, 10 ottobre 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/lombra-sinistra-che-lega-il-covid-e-la-crisi-energetica/

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