Green pass, in Svizzera decidono i cittadini: domenica il referendum

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di Alessandro Della Guglia

Roma, 24 nov – Mentre in Italia il governo sta per varare il super green pass, con luoghi ricreativi di conseguenza off limits per i non vaccinati, in Svizzera domenica saranno i cittadini a votare sul certificato verde. Un referendum apposito dunque, con il popolo elvetico chiamato alle urne per pronunciarsi sulle diverse modifiche proposte dall’esecutivo ai provvedimenti anti Covid, tra cui appunto il lasciapassare.

Svizzera, nuovo referendum contro il green pass

La Svizzera è primo Paese al mondo in cui tramite referendum i cittadini potranno pronunciarsi sul green pass, ma non è la prima volta che gli elvetici votano sulle misure restrittive adottate dal governo durante la pandemia. Già il 13 giugno scorso il green pass venne sottoposto a voto popolare e accettato da oltre il 60% dei cittadini. Il primo referendum si è insomma rivelato un boomerang per i promotori, anche se in questo caso i comitati del No contestano la base legale del certificato verde e auspicano in un risultato diverso. Sostengono cioè che il green pass non sia contemplabile in base alla legge svizzera, in quanto palese discriminazione nei confronti di ha scelto di non vaccinarsi. Oltre a presentare un preoccupante tracciamento dei contatti che garantisce alle autorità “una sorveglianza di massa”.

“Preferibili i test”

In prima linea sul fronte del No al green pass, c’è ad esempio Piero Marchesi, deputato ticinese dell’Udc: “Diciamo no a chi vuole imporre la disciplina sanitaria al Paese. Il Covid è la scusa per non affrontare i problemi reali”, ha dichiarato Marchesi in un’intervista rilasciata a La Verità. “Il Covid pass non è una misura sanitaria ma disciplinare, che categorizza i vaccinati e i non vaccinati. Si opti piuttosto per i test, che garantisco davvero che la persona non è infetta e non contagia, quello che invece non può fare il Covid pass”, sostiene il deputato ticinese.

In Svizzera al momento il green pass è obbligatorio per accedere a bar, ristoranti, strutture culturali e manifestazioni al chiuso. Il governo, comunque vada il referendum, non sembra puntare a un “super pass” sulla falsa riga di quanto sta accadendo in Italia. Il tasso di vaccinazione è inoltre nettamente inferiore a quello italiano: 65% della popolazione.

Alessandro Della Guglia

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/green-pass-svizzera-decidono-cittadini-domenica-referendum-215776/

Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

La vita perde, se si perde la fede

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Merita una riflessione la dura condanna espressa lo scorso 11 novembre dall’Europarlamento contro la sentenza con cui la Corte Costituzionale polacca un anno fa vietò l’aborto in caso di malformazioni fetali, limitandolo ai casi di stupro, incesto e grave rischio per la salute della madre.

Innanzi tutto, val la pena partire dai dati. Ed i dati parlano di 300 bambini salvati in un anno in Polonia, grazie a questo verdetto, dalla morte certa loro altrimenti inflitta dall’aborto. All’Europarlamento dispiace forse che questi piccoli, futuri cittadini europei, siano vivi? Altra valutazione: la sentenza a morte per questi bimbi sarebbe stata pronunciata solo in quanto malformati. Ma la Corte Costituzionale polacca ha stabilito ch’essi hanno i medesimi diritti di tutti gli altri, compreso quindi il diritto di nascere, il diritto alla vita. All’Europarlamento dispiace forse che non si applichino discriminazioni eugenetiche?

Secondo quanto riportato dall’agenzia InfoCatólica,la condanna dell’Europarlamento ancora una volta ha avuto il voto in massa anche degli esponenti del Partito Popolare europeo. Si può sapere cos’abbia ormai a che fare questo Ppe col proprio programma, con la propria carta dei valori, pubblicata online? Leggiamola. In essa si dice di voler puntare sulla «dignità umana». Stroncare la vita di creature indifese nel grembo materno corrisponde davvero alla tutela della loro «dignità umana»? In essa si dice di voler puntare sull’«uguaglianza». Votare un testo, in cui si chiede che vengano abortiti i bimbi malformati, corrisponde davvero a volerli considerare «uguali» agli altri? In essa si dice di voler riconoscere «i valori giudaico-cristiani come fondamento». Promuovere l’aborto corrisponde davvero a tali valori ed alla Dottrina della Chiesa? Ovviamente a tutte queste domande la risposta è «no». Ed allora v’è da chiedersi se sia onesto mentire con sé stessi e con gli elettori, mistificare la realtà, illudere chi vota di sostenere un gruppo in linea con la morale cristiana, ma, in realtà, di essa nemico. Una condotta imbarazzante, mortificante, vergognosa.

L’attacco alla vita è stato sferrato anche nello Stato del Vermont, negli Usa, dove una nuova legge, appena entrata in vigore, ha imposto che in tutte le scuole medie e superiori pubbliche vengano distribuiti i preservativi, forniti gratuitamente dalla multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, a tutti gli studenti dai 12 anni in su, che ne facciano richiesta, anche contro il parere dei loro genitori. La normativa, firmata dal governatore Phil Scott, repubblicano pro-choice, definisce questo un «diritto» degli studenti, benché implichi, come tragico costo sociale, un inevitabile aumento del tasso abortivo presso la popolazione scolastica.

La persecuzione contro la vita si è ormai scatenata però anche in Spagna, dove il governo socialcomunista intende introdurre una riforma nel codice penale con l’art. 172 quater, che prevede il carcere da tre mesi ad un anno per quanti si riuniscano pacificamente davanti alle cliniche abortiste, organizzando veglie o momenti di preghiera. Le accuse nei loro confronti sono quelle di «atti persecutori», «molestie», nonché quella di ostacolare i «diritti sessuali e riproduttivi» delle donne. L’iter parlamentare del disegno di legge, che ha già affossato alla Camera due emendamenti presentati dai Popolari e da Vox, prosegue ora senza più ostacoli: «Questa iniziativa andrà avanti, chiunque si pari dinanzi ad essa», ha sentenziato perentoria la deputata socialista Laura Verja, dimostrando uno strano concetto di “democrazia”.

Ora, anche qui val la pena condurre una riflessione. La china anticristiana intrapresa dalla Spagna è iniziata al convergere di tre fattori. Il primo fattore riguarda la presa di potere da parte dei socialcomunisti, atei e secolarizzati, accelerata dalla contemporanea ignavia morale e politica dei Popolari. Il secondo fattore riguarda una presenza cattolica ridotta sempre più al lumicino in Spagna, tanto da aver toccato il proprio minimo storico assoluto, secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto del Cis, il Centro di Indagini Sociologiche iberico. Ora i fedeli sono il 57,4% della popolazione ovvero ben l’1,8% in meno dell’anno scorso. I praticanti sarebbero però solo il 13,8%, quindi meno di quanti si proclamano atei, pari al 14,6%.

Quando mancano la fede e la fiducia nel futuro, le conseguenze sono pesanti. Non a caso, secondo l’Istituto nazionale di Statistica, sempre in Spagna si registra il più alto tasso di suicidi della storia – ed è questo il terzo fattore -: + 7,4% dall’inizio della pandemia (lo scorso agosto addirittura + 34% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente), in valore assoluto ben 3.941 casi, in media 11 al giorno. Tra questi, 2.930 sono gli uomini e 1.011 le donne. Ciò ha reso il suicidio negli uomini la prima causa di morte non dovuta a cause naturali, nelle donne e nei giovani la seconda. Su questi dati certamente ha inciso, dal punto di vista sanitario, la pandemia. Ma, trattandosi di un trend da tempo in crescita, questa non può essere l’unica risposta. La realtà è che in una società, in cui manchino fede, fiducia nel futuro, speranza e libertà, ai più fragili il suicidio può sembrare l’unica via di fuga possibile. È questo l’avvenire, che vogliamo per la nostra società, per noi e per i nostri figli?

“Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma”: Signorini finisce nel tritacarne progressista

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Augurandoci che le pressioni di un determinato ambiente non lo costringano a una clamorosa retromarcia, come Circolo Christus Rex ci complimentiamo per la frase pronunciata da Alfonso Signorini davanti a milioni di telespettatori. Quando una persona dice cose giuste va applaudita, al di là del fatto che siamo e restiamo divisi su moltissime cose.

di Cristina Gauri

Roma, 16 nov — «Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma»: ieri sera un temerario (o suicida?) Alfonso Signorini si è così pronunciato contro la pratica dell’interruzione della gravidanza durante la diretta di lunedì sera del Grande Fratello Vip. La frase ha scatenato un polverone social infernale: il conduttore ha toccato uno degli argomenti più spinosi e difesi — spesso con la bava alla bocca — da tutto l’establishment politicamente corretto di tv e spettacolo.

Signorini temerario contro l’aborto

Il contesto nasce da uno scherzo architettato ai danni di Giucas Casella, a cui gli autori del programma stanno facendo credere che la sua cagnolina potrebbe essere rimasta incinta. Eventualità rifiutata dal mago e mentalista, che è contrario a una eventuale gravidanza del suo animale da compagnia. Da qui la presa di posizione del conduttore («Siamo contrari all’aborto, in ogni sua forma tra l’altro. Anche quello dei cani»), che ha fatto rizzare i capelli a tutto il mondo progressista.

La pasionaria Lucarelli alla riscossa

Alla Lucarelli, ad esempio, non è parso vero di poter risfoderare le vesti della pasionaria dei diritti femminili. «Caro Alfonso Signorini, non so a nome di chi credi di parlare, ma NOI abbiamo votato a favore dell’aborto con un referendum che ha la mia età, quindi fammi questo favore: parla per te e per il tuo corpo, visto che non rappresenti né il Paese né il corpo delle donne».

Così ha scritto su Instagram invitando Signorini a ripetere la frase incriminata «a chi è costretto all’aborto terapeutico, alle vittime di stupri etnici, alle donne che scelgono in piena libertà e a chiunque abbia una storia un po’ più complessa da raccontarti che “Bettarini ha bestemmiato al Grande Fratello, espulso!”». Poi chissà per quale motivo, la correttissima Lucarelli sente il bisogno di sottolineare l’omosessualità di Signorini, come se questo avesse qualcosa a che fare con l’argomento dibattuto. «Il moralismo ortodosso urlato al megafono del reality dal conduttore omosessuale pro life, ci mancava solo questo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/siamo-contrari-allaborto-in-ogni-sua-forma-signorini-finisce-nel-tritacarne-progressista-214662/

La libertà religiosa in Pakistan

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

La questione delle conversioni religiose forzate è fonte di grande preoccupazione per le minoranze religiose in Pakistan, soprattutto cristiani e indù, e manca la volontà politica di risolvere un tale problema, a causa anche dell’instabilità politica e alle pressioni dei gruppi religiosi estremisti.
Il governo pakistano non presta alle minoranze religiose la dovuta attenzione, sia che si tratti di discriminazione nei programmi scolastici e universitari, lavoro, matrimonio e divorzio, sia che riguardi l’abuso della legge sulla blasfemia o le conversioni forzate.
Secondo i musulmani non dovrebbero esserci limiti di età per la conversione all’Islam, rapitori e abusatori di ragazze usano questo tipo di leggi per compiere rapimenti e matrimoni forzati con ragazze adolescenti di altre religioni.
Anche certe sentenze dei tribunali incoraggiano gli autori del rapimento di ragazze minorenni non musulmane, soprattutto quando i giudici dei tribunali superiori dettano sentenze influenzate dalla sharia piuttosto che difendere la legislazione in vigore nel paese, come la legge sulla restrizione del matrimonio infantile (del 1929), che criminalizza i matrimoni delle ragazze di età inferiore ai 16 anni.
Inutile dire che i tribunali pakistani continuano a ignorare anche gli standard internazionali.
Purtroppo la maggior parte dei musulmani pakistani è contraria a stabilire un’età minima per la conversione all’Islam perché credono che una legge contro la conversione forzata andrebbe contro il Corano e la Sunnah e potrebbe creare disordini pubblici.
“In una situazione così difficile, è necessario utilizzare tutte le piattaforme e le alleanze a livello nazionale e internazionale per fare pressione e ricordare al Pakistan i suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani, in particolare per quanto riguarda i bambini, le donne e le minoranze”, ha detto Nasir Saeed, Direttore della ONG CLAAS, organizzazione no-profit che opera per il raggiungimento della libertà religiosa in Pakistan.

 

Per la sanità inglese si ammalano pure i vaccinati, per la nostra solo i no vax

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Come risaputo, il nostro Circolo Christus Rex non appartiene alla galassia “no vax”, ma ha un motivato pensiero “free vax”, tanto che molti di noi sono vaccinati ed altri no. Nella confusione che regna sovrana nella comunità scientifica, manteniamo la consueta mentalità critica basata sulla realtà, che ci permette di dire cose “fuori dal coro”, laddove vi siano fondamenti religiosi di Magistero Perenne ed immutabile, oppure logici o di qualsiasi altra motivazione circostanziata ed argomentata. Questo articolo ci sembra venire incontro alla scelta di libertà di coscienza e, quindi, di tranquilla convivenza tra vaccinati e non.

VACCINI E DECESSI: QUALCOSA, NEL CONFRONTO TRA ITALIA E UK, NON TORNA…

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

In base ai dati che forniscono l’Istituto superiore di Sanità e Istat in Italia i contagiati, i malati Covid in ospedale e i morti sono non vaccinati. In base ai dati inglesi, invece, si contagiano di più i vaccinati e ci sono migliaia di ricoverati e morti vaccinati (leggere per credere il bollettino settimanale inglese, “Covid-19 Surveillance report”)

Il motivo per cui il premier inglese Boris Johnson ha dichiarato, all’opposto del Presidente Draghi, che “il vaccino non protegge dal contagio” è che qualcuno gli riferisce i dati inglesi che mostrano centinaia di migliaia di vaccinati “positivi”. In particolare, in tutte le fasce di età superiori ai 50 anni, cioè nella fascia di età a rischio di morte Covid.

Vaccinati e non vaccinati

Per chi fosse curioso delle percentuali rispetto a chi è vaccinato e non vaccinato, cioè volesse controllare l’incidenza anche in base al numero di persone vaccinate e non, anticipiamo che avrebbe una sorpresa. Dai 40 anni in su, questi numeri si traducono in percentuale di “casi positivi” maggiori tra i vaccinati (solo per i giovani è il contrario).

Ci siamo permessi di raggruppare visivamente i due gruppi, di vaccinati e non vaccinati, per evidenziare come stanno le cose. In UK i vaccinati si contagiano a centinaia di migliaia, si ammalano e muoiono a migliaia. Nessuna ulteriore elaborazione è necessaria perché questi sono non delle percentuali ricavate come fa sempre da noi l’Istituto di Sanità, ma i semplici numeri dei casi positivi, dei ricoverati in ospedale e dei morti Covid.

È impossibile per chiunque negare che in UK i vaccinati si contagiano quanto i non vaccinati. Per essere precisi, nella fascia di età giovane si contagiano di più i non vaccinati, ma dopo i 40 anni è il contrario, l’incidenza è maggiore tra i vaccinati. Dato però che la mortalità Covid è rilevante solo sopra i 60 anni questo vuol dire che la situazione di rischio complessiva è peggiore per i vaccinati.

È altrettanto impossibile negare che gli ospedali inglesi abbiano migliaia di malati Covid vaccinati. I nostri giornali ripetono ogni giorno che gli ospedali italiani sopportano il costo di curare solo i “novax”, gli ospedali inglesi sono oberati invece dal costo di curare i “sì vax”. Questi sono gli inglesi contagiati, malati e morti, divisi per classi di età e status di vaccinazione.

Infine è impossibile negare che tra gli inglesi i vaccinati muoiano di più dei non vaccinati.

Questo fenomeno del vaccinato inglese che muore di Covid stando a Corriere, Messaggero, Stampa, Repubblica, Carlino e il resto di quasi tutti i media è sconosciuto in Italia. Da noi solo i “novax” muoiono o rischiano di morire. Evidentemente la Covid19 è un virus diverso fuori d’Italia, dove evita i vaccinati. In UK il virus si sbaglia e contagia, fa ammalare e fa anche morire centinaia di non vaccinati.

È evidente da questi dati inglesi perché da loro il governo non abbia imposto il green pass. La sanità inglese documenta ogni settimana tramite il bollettino che stiamo citando come i vaccinati si contagiano quanto i “novax” e quindi il governo ne prende atto e si rende conto che il green pass non ha alcun senso.

Di fronte a questi dati che mostrano come in UK i vaccinati si contagiano, ammalano e muoiono, mentre in Italia il fenomeno non sembra esistere, ci viene un grosso sospetto. Essendo il virus lo stesso e pure i vaccini utilizzati sono gli stessi non è che i dati italiani   siano abilmente alterati per giustificare provvedimenti politici come il GreenPass che altrimenti sarebbe stato difficile imporre?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/per-la-sanita-inglese-si-ammalano-pure-i-vaccinati-per-la-nostra-solo-i-no-vax/

Zan e compagnia te la stanno facendo pagare…Reagisci!

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Segnalazione di Antonio Brandi Pro Vita & Famiglia

hai appena dato un sacco di soldi agli stessi che vogliono tapparti la bocca e rieducare i tuoi figli. Non è fantasia. Dopo la grande vittoria contro il DDL Zan, sembrerebbe che Zan e compagnia vogliano fartela pagare…

– Il Dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio, tramite l’Unar, ha inondato di soldi dei contribuenti (cioè anche tuoi) le associazioni LGBTQIA: ha infatti assegnato 4 milioni di finanziamenti per la costituzione di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere. Tra i 37 centri LGBTQIA finanziati, troviamo anche centomila euro destinati al Circolo Mieli (sì, quello dedicato a Mario Mieli, un personaggio che nei suoi scritti promuove persino la pedofilia).

– Hanno inserito quasi di nascosto un emendamento nel Decreto legge Infrastrutture e trasporti n. 121/2021, ora approvato definitivamente, vietando qualsiasi forma di pubblicità sulle strade interpretabile come “discriminatoria con riferimento all’orientamento sessuale o all’identità di genere”. Sappiamo bene cosa significa: in pratica non si potrà affiggere un manifesto che dice che i bambini sono maschi e le bambine femmine, o che due uomini non fanno una madre…

– L’assalto LGBTQIA è continuato anche a livello regionale: è stata presentata lo scorso 3 novembre, in seno al consiglio regionale della Puglia, una nuova proposta di legge contro l’omotransfobia che si basa su quella “identità di genere” tanto cara al DDL Zan.

– Pure la scuola è sempre di più terreno di scontro: lo stesso Onorevole Zan già nel mese di ottobre è intervenuto personalmente al liceo Cannizzaro di Palermo, dove senza alcun contraddittorio ha tenuto un incontro sul gender. Il medesimo Alessandro Zan si è recato qualche giorno fa a Oristano, dove ha indottrinato più di 250 studenti del liceo classico “De Castro”. Anche altrove l’infiltrazione gender è continuata: ad esempio, l’ennesimo istituto scolastico, questa volta al liceo Scacchi di Bari, ha adottato la “carriera Alias” (cioè “trans*”), col fine di facilitare la “transizione di genere” degli studenti…

Non possiamo stare a guardare… dobbiamo reagire!

A proposito della norma liberticida nel Decreto Infrastrutture che vieta la pubblicità contro il gender e l’ideologia LGBTQIA, abbiamo lanciato una petizione che invieremo al Ministro per le Pari Opportunità, al Ministro delle Infrastrutture e al Ministro della Giustizia: dobbiamo evitare che emanino il decreto attuativo che imbavaglierebbe le affissioni anti-gender. Stiamo pure studiano le diverse azioni legali possibili contro l’imminente censura.

Contro le leggi anti omotransfobia a livello regionale, stiamo monitorando tutto il territorio e interverremo a livello istituzionale conrichieste di audizione e azioni di sostegno ai consiglieri regionali pro famiglia. Per quanto riguarda l’ambito della scuola, potenzieremo la reazione ad ogni segnalazione di progetti gender nelle scuole (risponderemo con comunicati stampa, petizioni, azioni contro i dirigenti scolastici che permettono l’indottrinamento LGBTQIA, segnalazioni al Miur, diffide e azioni di sostegno ai genitori coinvolti) e organizzeremo un grande evento online dedicato ai genitori, per dare loro le armi necessarie a opporsi ad ogni progetto o iniziativa gender introdotta nelle scuole dei loro figli.

Aiutaci a difendere il territorio conquistato dopo il blocco del DDL Zan! Dona 50 euro, 35 euro o qualsiasi altra somma

Grazie ai suoi sostenitori, Pro Vita & Famiglia ha ottenuto risultati incredibili: è stata la prima voce contro un disegno di legge ideologico e liberticida, che intendeva indottrinare i bambini delle scuole di ogni ordine e grado all’ideologia gender…

Dopo aver realizzato oltre cento manifestazioni di popolo, affissioni, petizioni, convegni, un documentario, campagne social, interventi in televisione e interviste sui giornali, azioni di informazione destinate ai parlamentari, interventi presso la Commissione Giustizia, dopo aver ottenuto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede una chiara condanna del DDL Zan e aver promosso un sit-in e una conferenza stampa davanti al Senato durante le votazioni, Pro Vita & Famiglia è stata riconosciuta come la forza extra-parlamentare principale che ha contribuito alla vittoria contro il DDL Zan…

Pro Vita & Famiglia è riconosciuta come una delle principali forze a difesa della famiglia contro l’ideologia di genere anche a livello internazionale: persino una delle “madri” dell’ideologia del gender, Judith Butler, in un articolo recente su The Guardian, ci menzionava tra le forze anti-gender (che onore!).

Ma tutto questo non è merito nostro… è merito di persone come te che sostengono le iniziative di Pro Vita & Famiglia!

Zona Rossa, Report fa chiarezza sul famoso rapporto dell’Oms: guai per Roberto Speranza

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Report è un noto programma di inchieste su temi di carattere economico e sociale. Lo show è condotto da Sigfrido Ranucci e va in onda ogni lunedì sera su Rai 3. Nella puntata andata in onda ieri, 8 Novembre 2021, Report ha smentito Roberto Speranza e Silvio Brusaferro sul rapporto Oms ritirato sulla gestione in Italia dei primi mesi della pandemia. La vicenda risale al maggio del 2020 ed ancora oggi un tema caldo, che Report ha affrontato nel servizio “La resa dei conti”.

Zona Rossa, Report fa chiarezza sul rapporto dell’Oms: guai per Roberto Speranza

Nella puntata di ieri, 8 Novembre 2021, il programma di Rai 3 Report, attraverso il servizio “La resa dei conti”, è tornata sul caso che del rapporto Oms pubblicato, rimosso e mai più pubblicato sulla gestione dei primi mesi della pandemia in Italia. La vicenda del maggio 2020 ha indotto il ricercatore Oms Francesco Zambon a dimettersi. Ora la nota trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci ha svelato nuovi documenti e intercettazioni da cui emergono azioni e parole del ministro della Salute, Roberto Speranza.

Lo scorso 28 aprile in Senato, come riportato da Start Magazine, il ministro Speranza sul ritiro del rapporto dell’Oms ha dichiarato: «È esclusivamente una decisione interna all’Organizzazione mondiale della Sanità. È stato ritirato per inesattezze fattuali. Tra gli errori, quello relativo alla timeline dell’epidemia in Cina. La stessa Oms Europa ha dichiarato che in nessun momento il Governo italiano ha chiesto all’Oms di rimuovere il documento». Ora i messaggi tra il ministro e Silvio Brusaferro riportati da Report andrebbero a smentire Speranza sul suo ruolo che ha sempre negato nella vicenda.

“Scagionata” in parte Regione Lombardia

Una puntata decisamente scoppiettante quella di ieri sera di Report su Rai 3. Il programma ha cercato di scagionare in parte la Regione Lombardia per la mancata chiusura di Alzano e Nembro, che secondo i pm di Bergamo che indagano per epidemia colposa è costata migliaia di morti. Come riportato da Il Giornale.it, fu il direttore della sanità lombarda Luigi Cajazzo a scrivere all’Oms chiedendo la zona rossa il 7 marzo 2020.

Una parziale riabilitazione per la Regione guidata da Attilio Fontana e per lo stesso Cajazzo, indagato per aver riaperto il Pronto Soccorso dell’ospedale di Alzano dopo i primi contagi, ordine che Cajazzo però dice di non aver mai dato. Inoltre, ricadrebbe sotto la piena responsabilità del ministro della Salute Roberto Speranza la mancata attuazione del piano pandemico. A confermarlo ci sarebbe un parere legale firmato dal magistrato Nicola Ruggiero, richiesto dal ministero e inviato a Goffredo Zaccardi, da qualche settimana ex capo di gabinetto del ministro Leu.

Quando riprende Report 2021-2022: tutte le novità del programma di Rai 3

Fonte: https://tvzap.it/news/report-chiarezza-famoso-rapporto-oms-roberto-speranza/

Cortocircuito rosso: immigrati cacciano il centro sociale

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Segnalazione di Andrea Sartori

LO STORICO STABILE OKKUPATO DI MILANO TORNA LIBERO: IN ZONA IMPERVERSANO PUSHER STRANIERI

Quando si dice il karma. A quanto pare il celebre centro sociale Macao di Milano è stato sgomberato. Il problema è che gli occupanti della palazzina di Viale Molise 68 non sono stati cacciati dalle forze dell’ordine su input del comune di Milano, figuriamoci, bensì dalla delinquenza che impazza nella zona e in particolar modo da pusher e teppisti magrebini che reclamano il comando di quella porzione di città. Una sorta di legge del contrappasso che costringe alla resa chi da ben 9 anni occupava indisturbato quello stabile e anzi lo faceva a suo dire “con il sostegno della città, degli spazi sociali e di varie associazioni che ci hanno aiutato, in dialogo con il quartiere con cui abbiamo condiviso rabbia e preoccupazione”.

E suona proprio come una resa il post di Facebook con cui il collettivo annuncia l’uscita di scena: “Negli ultimi sei mesi – scrive il gruppo – Macao si è trovata a gestire giorno e notte una situazione complessa e delicata; a organizzare la resistenza, spesso fisica, tra discussioni, incendi, violenze e nuove difficoltà create dalla pandemia; a sostenere persone in difficoltà nella ricerca di una casa e condizioni di vita migliori; a difendere la comunità che attraversa lo spazio di viale Molise 68”. E ancora: “Eppure, c’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non vogliamo usare le nostre energie e il nostro tempo per fare diversamente da ciò che siamo”.

In altre parole, non hanno intenzione di fare la guerra contro chi, con tutta probabilità, è più forte di loro. A fine settembre, infatti, un gruppo di magrebini aveva fatto addirittura irruzione con spranghe e coltelli durante una mostra promossa dal collettivo. E solo qualche giorno fa un ragazzo ventenne è finito in coma con una ferita alla testa proprio davanti all’ex macello. “Non siamo bravi a fare paura – continua il comunicato -. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”.

Eppure, se il Macao e le zone circostanti sono diventate un covo di delinquenza e criminalità, la responsabilità è anche di chi ha contribuito a vario titolo a renderle tali negli anni mentre le autorità hanno fatto finta di non vedere. Inutile dunque fare del vittimismo ora che qualcuno ha occupato ciò che loro avevano occupato. La legge della giungla parla chiaro: vince il più forte. E il fatto che i più forti siano dei pusher magrebini rende il quadro ancor più tragicomico.

Bene, ora che in Viale Molise non ci sono più gli amici degli amici è possibile sperare in delle azioni efficaci da parte del Comune che riportino la legalità nella zona oppure dobbiamo attendere che dei terroristi islamici caccino gli spacciatori nordafricani che hanno cacciato gli antagonisti che al Macao mio padre comprò?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cortocircuito-rosso-immigrati-cacciano-il-centro-sociale/

Piazze del Popolo

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dell’ Avv. Gianfranco Amato

Sono diversi gli indicatori dello stato di salute di una democrazia. Tra questi vi sono, senza dubbio, gli atti di sindacato ispettivo parlamentare. Sono quegli atti che la gente comune conosce come interrogazioni e interpellanze presentate da deputati e senatori. Rappresentano la voce critica dei rappresentanti del popolo rispetto all’azione di governo, e testano il livello di libertà e democrazia del Paese, come il termometro misura la febbre nel corpo umano. Per comprendere che in Italia si sia già superata da un pezzo la soglia minima dei 37° centigradi, basta leggere gli atti di sindacato ispettivo che sono stati presentati sull’ormai nota  vicenda del portuale triestino Stefano Puzzer.

Prendiamo, ad esempio, l’atto n. 3-02916 pubblicato il 3 novembre 2021, nella seduta n. 374 del Senato, a firma Granato, Angrisani, Crucioli, Giannuzzi, Lanutti, rivolto al ministro Luciana Lamorgese. Questo il testo:

«Al Ministro dell’interno,

premesso che:

– come riportato in numerose notizie di cronaca, nei confronti di Stefano Puzzer, leader triestino dei manifestanti portuali di Trieste “no green pass”, sono state emesse le misure restrittive della circolazione del foglio di via obbligatorio e del divieto di soggiorno a Roma, per la durata di un anno;

– secondo quanto riportato dalla stampa, il leader triestino, come atto di protesta contro le limitazioni governative, si era recato a piazza del Popolo, nell’attesa di un incontro per dialogare con le autorità: grazie alla sua notorietà, in seguito, era stato raggiunto da moltissime persone, contrarie alle misure a parere degli interroganti draconiane e liberticide imposte con l’obbligo della certificazione verde;

– come riporta una nota della Questura capitolina emessa nella tarda serata del 2 novembre 2021, nei riguardi di Puzzer, è stato emesso un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per 12 mesi da Roma, con provvedimento motivato, e gli è stato contestualmente intimato di fare rientro a Trieste entro le ore 21 di mercoledì 3 novembre 2021;

– inoltre, sempre secondo fonti di stampa, sarebbe intenzione della Questura capitolina denunciare alla Procura della Repubblica Puzzer e chi abbia preso la parola durante il sit-in di protesta ai sensi dell’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto n. 773 del 1931, per il reato di manifestazione non autorizzata, con l’aggravante, per Puzzer, di “esserne stato promotore”;

valutato che, a giudizio degli interroganti, le misure di prevenzione (foglia di via e divieto di soggiorno a Roma) comminate dalla Questura appaiono palesemente eccessive e irragionevoli, come anche la volontà di denunciare Puzzer e tutti coloro che abbiano preso la parola in piazza per manifestazione non preavvisata. Puzzer, difatti, non ha promosso in alcun modo l’adesione alla sua protesta pacifica, alla quale hanno partecipato moltissime persone spontaneamente richiamate solamente dal “tam tam” social, senza che vi sia stata alcuna forma, anche embrionale, di organizzazione pregressa;

considerato che, nonostante il progressivo clima di terrore e le crescenti restrizioni alla libertà di circolazione e manifestazione del pensiero, Puzzer ha dimostrato l’immane “forza” di una forma di protesta genuina e pacifica, rispetto alla quale l’unica risposta scelta dalle autorità e dal Governo, in luogo del dialogo e del confronto, è stata una risoluzione “autoritaria”,

si chiede di sapere:

– quale sia la valutazione del Ministro in indirizzo in merito alle misure comminate dalla Questura di Roma nei confronti di Stefano Puzzer;

– se nei confronti del leader triestino sia stata comminata la misura del divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, di cui all’articolo 6, comma 2, del codice antimafia (decreto legislativo n. 150 del 2011) (la quale, tuttavia, può essere solamente aggiunta, salvo eccezioni, alla sorveglianza speciale), oppure quella di cui all’articolo comma 2 del decreto-legge n. 17 del 2017, il “Daspo urbano”, secondo la cui disciplina, tuttavia, l’emissione del provvedimento restrittivo può avvenire nei casi di “reiterazione delle condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2” del medesimo decreto (in violazione, quindi, dei divieti di stazionamento o di occupazione di “spazi afferenti aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”), ipotesi che non appare plausibile nel caso riferito».

Se si omettessero nomi e luoghi, chiunque leggesse questa storia sarebbe naturalmente indotto ad ambientarla in uno stato di polizia. O, come usa dire oggi in modo più elegante e moderno, in un Security State. Più che alla Piazza del Popolo di Roma, si penserebbe all’altrettanto famosa Piazza del Popolo di Shangai.

Fonte: https://gianfrancoamato.it/piazze-del-popolo/

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