QANON raccoglie tutte le follie complottiste americane

L’autore di questo articolo è un cattolico conservatore italiano, che conosciamo.
Il mix di follie che racconta è, probabilmente, il contenitore da cui pescano i più strani o beceri complottardi, fanatici del cospirazionismo sempre, comunque e dovunque. Appare evidente che nessuna persona seria possa credere a determinate panzane. Ma, come scrive Carnieletto, va fatta attenzione perché qui si uniscono attentamente cose vere con altre false.

Follia, ne conveniamo, ma il “fenomeno Q” si sta ritagliando nuovi ed ampi spazi, anche all’interno delle istituzioni americane. Alcuni dati: quando, il 2 ottobre scorso, la Camera dei rappresentanti americana ha votato per condannare questa teoria del complotto, 18 esponenti repubblicani si sono opposti; il 56% dell’elettorato Gop, secondo i dati riportati da Forbes, crede in Q e sono diversi i candidati repubblicani che appoggiano, più o meno indirettamente, Q. Anche il presidente americano Donald Trump, che pure non ha mai sostenuto tale teoria, ha più volte ritwittato stati di profili legati a Q. Ma com’è possibile che un utente anonimo sia riuscito a influenzare così tanto il popolo americano? Com’è possibile che una teoria così strampalata sia riuscita ad ottenere un successo simile?

Sono tre i motivi principali dietro il successo di Q:

Q è una specie di oracolo. Non parla mai chiaramente, lancia il sasso e poi nasconde la mano. Anzi, sarebbe meglio dire che, quelle lasciate dall’anonimo, sono breadcrums, briciole di pane, che dovranno poi essere messe insieme dai bakers, i “panettieri”, ovvero i suoi seguaci, che dovranno interpretare i messaggi. Ora, però, è arrivato il momento di entrare nella tana del coniglio bianco – altra immagine cara a questo mondo – e vivisezionare il fenomeno Qanon.

Partiamo dall’inizio, dal 28 ottobre di tre anni fa. Su 4Chan, un utente scrive: “Hillary Clinton sarà arrestata lunedì dalle 7:45 alle 8:30, la mattina del 30 ottobre 2017”. Nulla di più. La persona che lancia questa rivelazione, che ovviamente non si realizzerà, si firma con una sola lettera: Q. Un riferimento a Q clearance, il livello massimo di autorizzazione all’accesso di fonti top secret.

Questo messaggio viene visto e rilanciato da migliaia di persone. Ci si chiede chi sia l’autore di un simile annuncio. Certamente deve essere ben inserito nel sistema politico americano, deve conoscere quello che gli altri possono solamente intuire. Nulla di più falso, ovviamente. Il 30 ottobre passerà come un giorno qualunque e la Clinton non verrà arrestata. Il seme del dubbio, però, era stato piantato e cominciava già a dare i suoi frutti.

Il 3 novembre, a soli cinque giorni dall’esordio di Q, la giornalista Tracy Beanz, come fa notare Der Spiegel, legittima questa teoria. La rilancia e le dà spazio. Il pubblico della reporter non è ancora enorme (ad oggi conta 120mila iscritti) ma tanto basta. Poca favilla gran fiamma seconda, dice Dante. Basta una piccola scintilla per creare un vasto incendio. E così fu. Del resto, Tracy era riuscita a crearsi un suo pubblico di riferimento parlando, pochi mesi prima, dello scandalo che diverrà noto con il nome di “Pizzagate“, un presunto giro di pedofili attivo nella pizzeria Comet Ping Pong di Washington, che vedeva coinvolta, tra gli altri, la candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton. Era, quella, la punta dell’iceberg della cabala: la setta satanista e pedofila che, secondo i sostenitore di Qanon, governerebbe gli Stati Uniti. L’obiettivo di Trump, e il vero motivo per cui è stato eletto, è di porre fine a questa dittatura satanica. La teoria di Q era dunque perfetta per Beanz.

Dice e non dice, l’anonimo. Lascia solamente intuire e questo è il suo punto forte. Walter Kirn, che si è occupato a lungo di questa teoria, ha affermato che Q riesce ad affascinare i suoi lettori perché offre loro indizi e non teorie: “Il pubblico delle narrazioni su Internet non vuole leggere, vuole scrivere. Non vuole risposte fornite, vuole cercarle”. Ed è quello che, quotidianamente, accade sui social. Chiunque si sente legittimato a leggere e ad approfondire il pensiero di Q. Anzi, a volte ci si spinge anche più in là, vedendo false flag ovunque.

Il 2 ottobre scorso, per esempio, il presidente americano annuncia di esser positivo al Covid. Per gli utenti che si rifanno a Qanon, però, ci troviamo di fronte a una finzione: “In primo luogo, preghiere per il presidente Trump e Flotus (Melania Trump, Ndr). Ti vogliamo bene. Stai bene e stai al sicuro. In secondo luogo, ci sono tutte le possibilità che non abbiano COVI_D e questo fa parte del Piano dell’Alleanza. Ci si aspettava che il presidente Trump ‘scomparisse’ una volta iniziati i grandi arresti. Saranno entrambi al sicuro in ‘quarantena’. Oh, e il loro COVI-D sarà magicamente curato da HCQ (Idrossiclorochina, Ndr), aprendo la strada all’apertura dei paesi in tutto il mondo. Non più la malattia ‘mortale’. Potremmo assistere all’inizio dei tanto attesi ‘Dieci giorni di buio’”.

I grandi arresti riguarderebbero i rappresentanti dem e gli attori di Hollywood che abuserebbero migliaia di bambini con un duplice obiettivo: ottenere da loro l’adenocromo, una sostanza prodotta dall’ossidazione dell’adrenalina, dalla quale si ricaverebbero droghe e sieri per ritardare l’invecchiamento. Secondo diversi sostenitori di Qanon, sotto alcune importanti città americane, sarebbero presenti enormi tunnel in cui sarebbero stati nascosti i minori da offrire alla cabala. Q rappresenta la distopia perfetta perché fornisce la possibilità di costruirsi la propria visione (distorta) del mondo. Ognuno può vedere ciò che preferisce nei grandi stravolgimenti che stanno accadendo in America. È la nuova teoria del complotto. Questa volta, fai da te.

 

DA

https://it.insideover.com/societa/q-anon-i-mille-volti-di-un-complotto.html?_ga=2.128513292.1479041213.1610118715-1415894472.1603719582

“Omero razzista”. In America una scuola elimina l’Odissea

Il delirio dell’assurdo domina il politicamente corretto. Ci vien da ridere, ma ci sarebbe da piangere…(N.d.r.)

 

di Giulio Meotti per il Foglio

Intervista a Victor Davis Hanson, autore di “Who killed Homer”: “Il creatore dei valori occidentali oggi è solo un altro maschio bianco”

“Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, dichiara Heather Levine, che insegna alla Lawrence High School di Lawrence, nel Massachusetts. E’ il Wall Street Journal a raccontare la più grottesca follia della cancel culture americana. Sotto lo slogan #DisruptTexts, ideologi della teoria critica, insegnanti, burocrati scolastici e agitatori via Twitter stanno purgando i classici, da Omero a Francis Scott Fitzgerald. Si invoca la proibizione di ogni capolavoro letterario non conforme su genere e razza. “Le sottili complessità della letteratura vengono ridotte al rozzo clangore di lotte di potere ‘intersezionali’”, commenta Meghan Cox Gurdon, che si occupa di libri al Wsj. Così l’insegnante di inglese di Seattle, Evin Shinn, scrive che “preferirebbe morire” piuttosto che portare in classe “La lettera scarlatta”, a meno che il romanzo di Nathaniel Hawthorne non sia usato per “combattere la misoginia”. Quando l’“insegnante antirazzista” Lorena Germán si è lamentata del fatto che molti classici risentono del proprio tempo, la scrittrice Jessica Cluess ha ribattuto: “Se pensi che Hawthorne fosse dalla parte dei puritani, allora sei un’idiota e non dovresti fregiarti del titolo di educatrice”. Un’orda online ha accusato Cluess, l’autrice della popolare serie “Kingdom of Fire”, di “razzismo” e “violenza” e ha chiesto alla Penguin Random House di rescinderne il contratto. L’editore non ha obbedito, forse perché Cluess si è autodenunciata in tempo: “Mi assumo la piena responsabilità della mia rabbia non provocata verso Lorena Germán”. Ma non ha impedito all’agente letterario di Cluess, Brooks Sherman, di porre fine alla loro relazione professionale. Secondo questa logica, Omero sarebbe solo il capostipite della “mascolinità tossica”, la manliness di Harvey Mansfield (che Liberilibri riporterà in Italia a primavera). “E’ una tragedia che questo movimento anti intellettuale stia guadagnando terreno tra gli educatori e l’industria editoriale”, afferma lo scrittore di fantascienza Jon Del Arroz. E non è certo la prima volta.

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Crisi di governo: Renzi stacca la spina (domani…)

di Max Del Papa

Scintille nella maggioranza, ma sono petardi di carta. Vuoi perché la maggioranza non c’è, c’è una faida interna che manco ai tempi della vecchia Balena Bianca; vuoi perché nessuno si sogna di staccare la spina, come ammette Renzi, il Signore dei garbugli: il Parlamento pieno di verginelle incinte ma appena appena, come l’ineffabile senatore Faraone che, a parole, striglia il governo, che come parlamentare Italovivo sostiene, con accenti che manco un Salvini in astinenza da Nutella.

E si capisce: tutti sono terrorizzati all’idea che la legislatura naufraghi prima di maturare la pensione a vita. Vanno capiti, è gente che ha sbancato al Jackpot della vita, non sanno fare niente e niente torneranno a fare, il loro slogan è: “È tanto che aspettavo un’occasione così”. Quindi farciscono i media di interviste stentoree in cui, in particolare i renziboys & girls, minacciano di ritirarsi come non ci fosse un domani: però domani, sempre domani. Domani è un altro giorno, si medierà. Tanto c’è il lockdown a ore, a fasi, a strisce che provvidenzialmente blocca tutto, in politica perdere tempo è guadagnare tempo, poi se il paese affoga nella morta gora, peggio per il paese: un modo per scaricare il barile della colpa si trova, si trova, sui governi di prima, sul riscaldamento globale, su Trump, sui sovranisti, sulle scie chimiche, sulle macchie solari, sul destino cinico e baro.

Indietro, Savoia! Tra i più angosciati, quelli di Leu, formazione che aveva annunciato la propria autodissoluzione, ma sono i misteri del Palazzo, nella persona massiccia di questo Fornaro che un giorno sì e l’altro pure, con l’orrore negli occhi, scandisce vista telecamere: “Una crisi oggi sarebbe un atto di irresponsabilità verso il popolo”. Sempre loro, questi compagni: si preoccupano per il popolo, cioè il popolo sono loro.

Responsabili alla buona, anch’essi tengono famiglia, prole, sono proletari non per niente, del resto il vecchio Carlo Marx l’aveva detto: “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Capacità in senso spaziale, come stoccaggio, ma questo si son sempre dimenticati di precisarlo. Se son primule fioriranno, se son Draghi soffieranno, se son vaccini immunizzeranno ma scordatevi il futuro, sarà come il passato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/crisi-di-governo-renzi-stacca-la-spina-domani/

Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington

di Antonio Pilati

La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.

Fattore Biden

Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.

Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.

Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.

Renzi mosso da Joe

Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.

Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.

Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/

Non era razzismo. Agitu è stata violentata e uccisa da un suo dipendente ghanese

La “sinistra globalista” del Pensiero Unico ci è rimasta male un’altra volta…(n.d.r.)

 

Agitu sarebbe stata massacrata per uno stipendio pagato in ritardo. Non per il colore della sua pelle, non per le sue battaglie di integrazione (qui nella foto con Emma Bonino, nel riquadro il presunto omicida, Adams Suleimani). I carabinieri hanno arrestato un pastore ghanese, che avrebbe confessato. Una storia semplice, nella sua tragicità, che lascia atterriti.

Era un simbolo dell’integrazione in Italia

L’efferrata morte dell’imprenditrice etiope, simbolo dell’integrazione in Italia, a caldo era rimbalzato sui Social come un delitto di matrice razzista e xenofoba. Invece, niente di tutto questo. La cronaca di queste ore è raccapricciante. Il killer prima ha infierito su Agitu Ideo Gudeta colpendola alla testa con diverse martellate. Poi, quando la 42enne etiope sua datrice di lavoro, era ormai agonizzante sul pavimento della camera da letto, ha compiuto atti di libidine senza penetrarla, come ha specificato lui stesso nel corso dell’interrogatorio questa notte. Sono i particolari agghiaccianti che emergono dalla confessione resa agli inquirenti da Adams Suleimani, il ghanese di 32 anni arrestato dai carabinieri di Trento con l’accusa di aver ucciso la 42enne pastore che in Valle dei Mocheni aveva creato l’azienda agricola La capra felice.

Il dipendente ghanese l’ha violentata mentre era agonizzante

La vittima conosceva bene l’uomo che ieri mattina, al culmine di una violenta lite, l’ha massacrata. Già in passato aveva lavorato nell’azienda e due mesi fa era stato richiamato. A scatenare la discussione, secondo il 32enne, uno stipendio non pagato. Impugnato un martello trovato in casa, avrebbe con quello colpito la donna per poi spogliarla parzialmente e compiere su di lei atti sessuali mentre era ormai agonizzante. Lo stesso uomo avrebbe raccontato di aver capito che Agitu fosse morta solo mentre usciva dalla stanza. A quel punto ha portato con sé il martello, lasciandolo in cantina dove è stato trovato dai carabinieri, e si è cambiato la giacca indossata al momento dell’omicidio. Arrestato per omicidio, ora al 32enne potrebbe essere contestata anche la violenza sessuale.

Per la morte di Agitu cade subito la pista razzista

Ieri sera, subito dopo la notizia della morte di Agitu si erano scatenati i giallisti da salotto. La pista seguita da molti. A cominciare da alcuni intellettuali di sinistra, quella del razzismo. C’era già chi aveva commentato il delitto ricollegandolo a una denuncia di un vicino di casa. L’omicidio xenofobo era considerato pressoché scontato. Gli elementi c’erano tutti. La rifugiata africana che si era fatta strada nel profondo Nord. Una vendetta locale, una pista ideologica, che nei fatti, è stata frantumata dalla banalità del male. Quel male che non conosce colore.

Fonte: https://www.secoloditalia.it/2020/12/non-era-razzismo-agitu-e-stata-violentata-e-uccisa-da-un-suo-dipendente-ghanese/

Esclusivo, “ecco perché Verona ha tolto a Saviano la cittadinanza onoraria”

 

“SAVIANO? È UN PROVOCATORE, SEMPRE PRONTO A SCAGLIARSI CONTRO CHI NON LA PENSA COME LUI, UN SEMINATORE DI ODIO, DEL TUTTO INCOMPATIBILE CON IL TITOLO ONORIFICO CONFERITOGLI”

Di Matteo Orlando

Nel 2008 il consiglio comunale di Verona prese l’iniziativa di conferire la cittadinanza onoraria allo scrittore Roberto Saviano per i suoi meriti nel denunciare i crimini della Camorra.

Fu una scelta trasversale, che scavalcava ogni appartenenza politica in nome della lotta alla criminalità organizzata, che sembrava prender piede anche a Verona.

Nei giorni scorsi i rappresentanti comunali della città veneta hanno ritirato la cittadinanza onoraria.

Informazione Cattolica ha chiesto il perché al Consigliere Comunale che ha portato avanti questa iniziativa socio-culturale, il leghista Alberto Zelger.

Lei è stato il consigliere comunale che ha proposto la revoca della cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Può spiegarci i motivi a fondamento di questa iniziativa?

“Nel 2008 il consiglio comunale di Verona prese l’iniziativa di conferire la cittadinanza onoraria allo scrittore Roberto Saviano. Anch’io votai a favore, sebbene col senno di poi penso che la cittadinanza onoraria di Verona dovrebbe essere conferita soltanto a personalità che hanno fatto qualcosa di speciale per la nostra città. Successivamente Roberto Saviano rivelò il suo stile di provocatore, sempre pronto a scagliarsi pesantemente contro chi non la pensava come lui: un seminatore di odio, del tutto incompatibile con il titolo onorifico conferitogli, cui non seguì nemmeno un cenno di ringraziamento. Forse perché stavamo su opposti schieramenti politici? E’ l’accusa che ci viene mossa dai suoi fan, ora che gliel’abbiamo revocato; ma non è così. A parte la sua condanna in Cassazione per plagio (aveva copiato alcuni articoli nel suo libro ‘Gomorra’), ricordo il suo attacco alla magistratura, quando aprì un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina contro il sindaco di Riace; anche se poi fu assolto, ciò non giustifica il comportamento di Saviano a favore della disobbedienza civile e contro la magistratura. Ricordo i suoi elogi nei confronti di Carola Rackete che aveva speronato una motovedetta della Guardia di Finanza; le sue insinuazioni sui presunti legami tra Lega e ‘Ndrangheta, le sue pesanti dichiarazioni sui suoi avversari politici: ‘Salvini e Toninelli si stanno comportando da banditi’, ‘Matteo Salvini … sei ministro della malavita…. a capo di un partito di ladri’. Nel settembre 2019, presentando un suo romanzo al Festival del Cinema di Venezia, propose anche la legalizzazione della cocaina, suscitando le proteste della Federazione italiana delle Comunità terapeutiche. Gli episodi sono numerosi, tutti sconcertanti per la supponenza, il livore e l’acredine con la quale si accompagnano, come durante la trasmissione Piazza Pulita del 3 dicembre scorso su La7, quando disse che Salvini e Meloni ‘sono dei bastardi’, perché si oppongono alla politica dei porti aperti”.

Politici di sinistra e sindacati hanno reagito furiosamente. Saviano ha commentato: “A Verona mi revocano la cittadinanza per zittire chi non la pensa come loro”. Per Cacciari si tratta di “idiozia pura” e di “consiglieri che non hanno altro da fare”. Anche certi sindacati hanno parlato di “scelta che ferisce i cittadini”. Cosa risponde?

“La cittadinanza onoraria concessagli nel 2008 da un consiglio comunale di centrodestra dimostra il contrario; gliel’avevamo concessa senza considerare le diverse appartenenze politiche. Sono i suoi successivi comportamenti, che lo hanno screditato, a prescindere dalle sue simpatie politiche. Si è dimostrato un seminatore di odio, che non rispetta le istituzioni e gli avversari politici. La sinistra lo considera un suo idolo? Intoccabile come un mostro sacro? A mio avviso si sta solo facendo del male, perché il personaggio in questione è antipatico anche a tanti dei loro elettori. Solo i media lo venerano come un dio, seguendo un mainstream che sta perdendo sempre più il consenso; le informazioni ormai si cercano altrove”.

Saviano sembra diventato un tuttologo. Dalla Camorra, che è stato il tema che lo ha portato alla ribalta nazionale, adesso pontifica su tutto. Molti rilevano che quasi sempre si esprime in contrapposizione ai valori etici del Cattolicesimo. Che ne pensa?

“Anche il suo dileggio del sacro indica la pochezza culturale di Saviano. Come si fa a disprezzare chi crede in Gesù Cristo, quando tutta la nostra cultura bimillenaria deriva dal Cristianesimo. Saviano vuole fare il guru, ma oltre che supponente è anche ignorante”.

DA

Esclusivo, “ecco perché Verona ha tolto a Saviano la cittadinanza onoraria”

Sante Messe tradizionali “non una cum” del giorno di Natale e Auguri a tutti i nostri lettori

 

Segnalazioni del Centro Studi Federici

Auguri a tutti i lettori per la festa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo.
 
Adeste fideles in neo-aramaico assiro (Hayyo Ya Mhuyumne)
 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Del santo Natale
 
Sante Messe natalizie dell’Istituto Mater Boni Consilii 
 

Berlusconi smaschera Conte e Di Maio: Putin ha fatto liberare i pescatori rapiti

Silvio Berlusconi smaschera il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sulla sceneggiata libica. Altro che “successo del governo”, a giocare un ruolo decisivo per la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo sequestrati è stato il leader russo Vladimir Putin. È stato lui “con le sue telefonate ad Haftar a farli liberare, questa è la verità di quello che è successo”, ha rivelato il fondatore di Forza Italia nel corso di una telefonata in vivavoce con Marco Marrone, l’armatore del Medinea, uno dei due pescherecci rientrati stamattina a Mazara del Vallo con i 18 pescatori bloccati in Libia per 108 giorni giorni. “Non bisogna dirlo però; poi si dice che lui è un sostenitore di Haftar, ma non vuole che si dica”, ha aggiunto Berlusconi.

L’ex premier Silvio Berlusconi ha chiamato al telefono l’armatore  per esprimergli vicinanza dopo la liberazione dei 18 pescatori. A fare da tramite il Presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè, commissario regionale di Forza Italia in Sicilia, venuto a Mazara per l’arrivo dei due pescherecci. “Berlusconi è stato molto gentile – dice Marco Marrone – mi ha detto di avere seguito la vicenda fin dall’inizio e ci ha fatto gli auguri”.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/12/20/news/pescatori-liberati-libia-silvio-berlusconi-vladimir-putin-giuseppe-conte-luigi-di-maio-telefonate-haftar-25615464/

Se un cuboide fa da altare

La chiesa di San Lorenzo a Oberföhring, Monaco di Baviera, è un bell’esempio di barocco della fine del XVII secolo, tanto da essere tutelata come monumento protetto. Costruita tra il 1677 e il 1680, la chiesa, con i suoi elaborati stucchi e le sculture, è considerata una delle meglio conservate sotto il profilo architettonico.

Ebbene, qui, a completamento di una approfondita ristrutturazione, il cardinale Reinhard Marx domenica 25 ottobre ha consacrato una “cosa” che a stento possiamo definire altare.

Nella foto, sopra il titolo, potete vedere il cardinale ultra-progressista nell’esercizio delle sue funzioni.

Ma ecco come la “cosa”, del tutto avulsa dal contesto, viene descritta dai progettisti: “Il nuovo altare è concepito come un blocco cuboide, diviso orizzontalmente da due linee di frattura irregolari. La linea superiore si allarga al centro in una piccola croce che penetra tutto l’altare, con un incavo, il cosiddetto sepolcro. Diverse forme di trattamento – dalle superfici di frattura ruvide alle superfici tagliate e lucidate – hanno lo scopo di dare all’altare luminoso un’ulteriore visibilità nel coro relativamente buio”.

Che l’altare abbia visibilità è fuori discussione. Diciamo pure che è un pugno nell’occhio. Ovviamente, come sempre in questi casi, c’è stato un concorso tra diversi progetti, e ovviamente, come avviene quasi sempre in questi casi, ha vinto un progetto orrendo.

Il problema non riguarda solo la Germania. Torna alla mente il nuovo altare della basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate (Varese), con quelle teste mozzate e impilate, che inducono a macabri pensieri.

La costante è una sola: la bruttezza che svilisce e crea inquietudine.

Il discorso potrebbe allargarsi facilmente a tante chiese dall’architettura orripilante, come per esempio questa qui sotto, sulla quale hanno pensato bene di scrivere a enormi caratteri la parola “chiesa”, caso mai qualcuno la potesse scambiare, e con ragione, per un magazzino o un deposito della nettezza urbana.

Inutile mostrare altre immagini, tanto ognuno di noi potrebbe fornire un lungo campionario di chiese brutte e di arredi liturgici che gridano vendetta al Cielo.

Resta la solita domanda: perché?

Tante le risposte, che riguardano la teologia, la filosofia, l’estetica. In passato me ne sono occupato più volte. Ma la spiegazione delle spiegazioni può essere una sola: c’è lo zampino del diavolo. Che evidentemente, quando vede certe chiese e certe “attrezzature liturgiche”, se la ride alla grande.

“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori, e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me e io non ero con te”. Parole di sant’Agostino.

Ah, dimenticavo. I costi per il restauro di San Lorenzo a Monaco di Baviera ammontano a circa quattro milioni di euro, di cui 245 mila per le “attrezzature liturgiche”. Compreso il cuboide. Che forse, azzarda qualcuno, è diventato così, tutto fratturato, dopo che il cardinale Marx vi si è appoggiato.

Sento arrivare, dal basso, altre risate.

A.M.V.

DA

Se un cuboide fa da altare

Terra Santa – Storie d’ordinaria sopraffazione

Segnalazione del Centro Studi Federici
Nel disinteresse dell’opinione pubblica, turlupinata dai media, e dei politici di sinistra e di destra, tutti asserviti al potere di Tel Aviv, prosegue l’annientamento fisico e morale della popolazione palestinese (tra cui la minoranza cristiana, ridotta ai minimi termini dopo settant’anni di sionismo).
Il sentiero della Valle del sale, una via per resistere
In Cisgiordania, un’associazione palestinese crea, in Area C, un nuovo percorso escursionistico per attirare visitatori nel Wadi al Maleh. I militari israeliani si mettono di traverso.
Wadi al Maleh, «la Valle del sale», ha una storia antica. Nel nord della Valle del Giordano, a pochi chilometri dalla città di Tubas, fin dall’Impero ottomano era luogo di vacanza e ristoro: una sorta di resort naturale, grazie alle sue sorgenti d’acqua calda. Un hotel accoglieva gli ospiti.
Oggi di quella ricchezza rimane poco: gli otto villaggi che la compongono (Maleh, ‘Ein el-Hilweh, Hamsa, Himma, Farasiyeh, al-Hadidiya, Samra e Khelet Makhul) rientrano in Area C che, in base agli Accordi di Oslo di inizio anni Novanta, è sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. I 3.500 abitanti palestinesi, quelli rimasti dopo decenni di lento sfollamento, vivono per lo più di pastorizia e agricoltura, ma non sono autorizzati a costruire strutture permanenti né a scavare pozzi.
A dividere gli otto villaggi da Tubas e dal resto della Cisgiordania è il posto di blocco militare israeliano di Tayasir, eretto in forma stabile alla fine del 2000, poco dopo l’inizio della Seconda intifada. Un isolamento che i volontari di Jordan Valley Solidarity provano oggi a scalfire con un progetto che risvegli le antiche bellezze: un percorso escursionistico tra la flora e la fauna di Wadi al Maleh.
L’associazione palestinese, da anni impegnata al fianco delle comunità della Valle del Giordano, è nota da queste parti: costruisce case, scuole, centri d’incontro, strutture per gli animali con i mattoni di fango e combatte legalmente gli ordini di demolizione. Lavora per portare l’acqua nelle comunità (altrimenti costrette ad acquistarla dalla compagnia semi-statale israeliana Mekorot nelle cisterne, carissime e scomode) e per portare i bambini in classe con scuolabus improvvisati.
Un nuovo percorso escursionistico
Ora Jvs vuole condurre qui dei visitatori, che siano studenti in gita scolastica oppure turisti palestinesi e stranieri, ai quali proporre un percorso escursionistico: «Il progetto è nato due anni fa – ci spiega Rashid Khudiri, coordinatore dell’associazione –. Abbiamo unito vari gruppi, scuole, università e comunità locali, per riscoprire la zona e la sua storia. Tre settimane fa siamo partiti con la preparazione del sentiero coinvolgendo associazioni, studenti, insegnanti, artisti. Dopo le ricerche sulle risorse naturali, la flora e la fauna del luogo, abbiamo ripulito il percorso e posizionato una trentina di cartelli di legno per segnalare il tracciato, i nomi dei luoghi, delle sorgenti d’acqua e delle piante tipiche. Infine, la scorsa settimana, abbiamo iniziato a costruire una piccola struttura in legno e bambù, una sorta di punto d’accoglienza dove i visitatori potranno incontrare la comunità e gli artisti locali».
L’intervento dei militari israeliani
L’inaugurazione ufficiale era prevista per sabato 21 novembre, erano attese 200 persone da tutta la Cisgiordania. Ma è saltato tutto: «Il 16 novembre è arrivato l’esercito israeliano mentre stavamo costruendo il centro visitatori – continua Rashid –. I soldati ci hanno chiesto il permesso di costruzione, ma non serve perché non è una struttura permanente, non è in cemento. Hanno arrestato quattro di noi e confiscato la mia auto. Ci hanno rilasciato qualche ora dopo, ma l’automobile è ancora nella base militare».
Qualche giorno dopo la struttura è stata demolita. Ma il Jvs e Wadi al Maleh non si scoraggiano: «Ci hanno solo rallentato di pochi giorni. Apriremo il percorso il prossimo fine settimana. Arriveranno 200 palestinesi, soprattutto studenti. Useremo il centro anche per le donne del posto, per vendere i loro ricami».
Resistere o partire
Si cercano sempre modi nuovi per vivere, non solo sopravvivere. Wadi al Maleh ha subito dopo il 1967 un significativo svuotamento, in linea con il resto della Valle del Giordano. La popolazione è calata di due terzi rispetto ai primi anni di occupazione militare. Ben prima degli Accordi di Oslo, Israele ha dichiarato la zona area militare, confiscando di fatto il 70 per cento delle terre palestinesi e costruendo intorno alla valle tre basi: ogni anno si tengono esercitazioni su larga scala negli appezzamenti agricoli dei contadini. Generalmente, spiegava nel suo sito la campagna Stop The Wall qualche anno fa, le esercitazioni si tengono d’estate, quando gli agricoltori dovrebbero procedere con il raccolto, che spesso va perduto a causa del passaggio dei veicoli militari e dell’uso di armi da fuoco.
Politiche identiche a quelle esercitate nel resto della Valle del Giordano, un tempo casa per 300mila palestinesi e oggi per appena 60mila. La zona, considerata la più fertile della Palestina storica e suo confine naturale con il mondo arabo, è oggi per il 90 per cento in Area C, 2.400 chilometri quadrati in cui l’autorità civile e militare è in capo a Israele. Al posto di molte comunità palestinesi oggi sorgono una trentina di colonie agricole, abitate da appena 11mila israeliani in violazione del diritto internazionale, ma abbastanza grandi da permettere una produzione agricola incomparabilmente più ampia e remunerativa di quella delle piccole fattorie palestinesi, costrette ad acquistare l’acqua che sgorga nelle tante sorgenti naturali, inaccessibili.
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