Una drammatica testimonianza dall’inferno di Gaza

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Nella Striscia di Gaza, malgrado le difficili condizioni di vita causate dal completo isolamento a partire dal 2007, la piccola comunità cristiana ha sempre cercato di conservare una vita dignitosa. In questo senso, le scuole hanno avuto un ruolo importante: l’articolo che segnaliamo è la testimonianza della professoressa di francese nella scuola delle Suore del Rosario, precipitata con tutta la famiglia nell’incubo dei bombardamenti, che hanno già causato 23.000 morti e 60mila feriti che non possono essere assistiti a causa della distruzione degli ospedali. E ora la fame e le malattie stanno accelerando la decimazione della popolazione civile.
 
«A Gaza cerchiamo ogni giorno un modo per sopravvivere»
 
Amal Abuhajar è una insegnante palestinese di francese nella scuola cattolica delle suore del Rosario di Gaza. Dopo due evacuazioni, ora è rifugiata in una scuola dell’Unrwa a Rafah con suo marito e i sei figli. Racconta l’inferno di una quotidianità fatta di carenze, code, paura e condizioni insalubri.
 
«Il 7 ottobre è stata una giornata nera. Non siamo stati noi a decidere questa guerra e da allora viviamo i giorni più terribili della nostra vita». Con questo messaggio datato 22 dicembre e scritto in francese, come tutti i seguenti, Amal Abuhajar, insegnante di francese alla scuola del Rosario di Gaza, inizia il racconto di questi ultimi tre mesi, che hanno stravolto la sua vita.
«Avevo una grande casa a est di Khan Younis, con un grande giardino verde e ben tenuto. Con rose di tutti i colori, alberi che producono olive, datteri, guaiave, arance, limoni, uva e clementine.
Tutti i vicini se ne sono andati il 7 ottobre. Io non volevo lasciare la mia casa. Ma ho vissuto la notte peggiore della mia vita a causa dei bombardamenti. I bambini non facevano che piangere. Alla fine, siamo partiti alle 7 del mattino dell’8 ottobre per andare nel mio vecchio appartamento a Khan Younis. È stato straziante lasciare la casa.
Cercavo la calma, ma lì tutto era più drammatico, più tragico. Mio figlio di sette anni mi ha detto: «Qui ascoltiamo e vediamo la morte, mentre a casa la ascoltavamo soltanto». E questo è vero. Nel pomeriggio dell’8 ottobre, l’occupazione israeliana ha ucciso decine di bambini e donne davanti ai nostri occhi. Un’abitazione di sette piani è andata in pezzi.
 
Sono sicura di aver perso le mie rose…
Le urla, le ambulanze, i rumori di morte e di paura, gente che correva… Tutto questo davanti ai nostri occhi, davanti ai nostri figli. Mi sentivo impotente. Che cosa potevo fare? Avevo paura, piangevo sempre. Avevo la sensazione che ogni notte sarebbe stata l’ultima.
Dal 7 ottobre non c’è più alcun significato nella vita. Ho perso tutto: la mia casa, il mio lavoro, i miei studenti… sono sicura di aver perso le mie rose… Che aspetto ha la mia casa? Come stanno i miei uccelli? Questa guerra è come un’orribile pièce teatrale sezna fine. Questa è la nostra vita quotidiana qui a Gaza. Il mattino è nero come la notte. La notte è un incubo.
Non c’è elettricità, niente acqua, niente internet… Cerchiamo ogni giorno un modo per sopravvivere, per salvare i nostri figli. Mio marito va dal fornaio alle tre del mattino a prendere il pane… Fa la fila per 10 o 15 ore e riesce a malapena a sfamare i bambini. Poi prende la bicicletta per andare a comprare l’acqua. Anche lì deve fare la fila per ore prima di portarne un po’».
Tre giorni dopo la fine della tregua, il 4 dicembre, Amal e la sua famiglia hanno ricevuto l’ordine di evacuare il quartiere in cui si trovavano a Khan Younis.
«Siamo andati a Rafah. Abbiamo dormito in macchina, per mancanza di un posto altrove. Dopo due giorni di ricerche, abbiamo trovato posto presso la scuola elementare “B” dell’Unrwa, quella per le bambine. Da allora, abbiamo condiviso la nostra sofferenza con duemila sconosciuti. Condividiamo le code della vita quotidiana: quella per caricare il cellulare in biblioteca, per lavarsi, quella per ritirare le scatolette…».
 
Tre lattine e tre bottiglie d’acqua a settimana
«A Rafah non c’è abbastanza cibo rispetto al numero di persone. Tutti quelli che abitavano al nord e a Khan Younis sono rifugiati lì. Dato che ho sei figli, ci sono concessi tre prodotti in scatola e tre bottiglie d’acqua ogni settimana. Ci bastano appena per un giorno. Quindi devi integrare altrove, ma tutto è troppo costoso. Non riceviamo lo stipendio dal 7 ottobre. La gente vende la legna degli alberi lungo la strada per alimentare i forni dove viene cotto un po’ di pane».
«Il più piccolo dettaglio della nostra vita quotidiana, anche i bisogni più semplici, tutto è complicato», scrive Amal, che non ha avuto accesso a una doccia adeguata da quando è arrivata alla scuola.
«Ho bisogno di piangere, di urlare. A volte vado al mare da sola e piango fino al mattino. Sono stanca, triste, odio il sole del mattino, perché è sinonimo di nuove sofferenze. Di notte non c’è luce, tranne quella dei bombardamenti. Il suono delle donne e dei bambini che piangono, dei feriti che soffrono per il freddo e le malattie.
Onestamente prendo dei farmaci, così posso dormire due o tre ore a notte. Sai come abbiamo paura del rumore degli aerei? Sai che cosa si prova a sentire i bombardamenti? Le minacce quotidiane che viviamo? Qui a Gaza aspettiamo la morte. Aspettiamo la fine e preghiamo di morire insieme».
Il 26 dicembre Amal riprende la tastiera: «Ieri gli israeliani hanno minacciato di bombardare la libreria accanto alla nostra scuola. La gente ha cominciato ad andarsene, molti dormivano per strada… Ho portato i miei figli a casa di un’amica, ma non abbiamo potuto portare le nostre cose per dormire. Fa freddo, molto freddo di notte».
La libreria non è bombardata. Amal deve lasciare la casa della sua amica. «Camminiamo continuamente a sud-ovest di Rafah», ha scritto il 27 dicembre. Il giorno seguente, lei e i suoi figli sono tornati alla scuola dove c’è un problema di risalita delle acque reflue, a causa della mancanza di elettricità che attiva le pompe per la bonifica delle acque. «È terribile e disgustoso – confida Amal –. Comincio a cercare un altro posto… Siamo tutti malati. Le scuole non sono adatte alla vita delle persone».
 
 

C’era una volta il saluto romano

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di Marcello Veneziani

Non prendete questa cicalata sul saluto romano per un pezzo di nostalgismo politico e nemmeno per una chiosa alla cerimonia di Acca Larenzia, di cui abbiamo già scritto, e un commento alle previste condanne per apologia di fascismo. Sarebbe surreale e insensato, fuori luogo, fuori tempo. Questo è puro vintage, racconto di colore, dove la nostalgia assume tratti sentimentali, emotivi ed estetici, non politici, storici e ideologici; temperati dall’ironia.

Novantanove anni fa entrava in vigore un decreto governativo che rendeva obbligatorio il saluto romano nei luoghi pubblici e nelle sedi amministrative. Non fu una trovata di qualche oscuro gerarca; l’idea originaria veniva da D’Annunzio ed evocava il romano Ave Caesar.

Ci restano nelle memorie degli anni passati, distese di saluti romani ai funerali di Almirante e Romualdi, di Rauti e di Buontempo, ma anche di Giano Accame e di altri meno famosi personaggi. Il camerata officiante gridava il nome del defunto e la comunità ripeteva in coro “Presente!”, facendo tutti il saluto romano.  Anche a chi era estraneo al piccolo mondo antico del cameratismo, quel rito d’addio pareva avere una forza liturgica e rituale così intensa e corale che nemmeno la funzione religiosa riusciva a esprimere. Raccontava una vita e una morte, una storia e una comunità. Nulla di retorico o di minaccioso. Mi colpirono da ragazzo i saluti romani indirizzati alla bara del Principe Junio Valerio Borghese. Erano allora un atto di epica strafottenza verso il mondo e il potere, la viltà dei benpensanti e l’arroganza dei pugni chiusi accompagnati da spranghe e catene. Li vedevo con gli occhi di un ragazzo colpito dai gesti simbolici in luoghi sacri. Erano gli anni settanta, duemila anni fa.

“Selva di braccia tese”, cantava Lucio Battisti e i ragazzi con la testa “fasciata” pensarono orgogliosi che si riferisse a loro. Vero o falso, come poi mi disse il suo paroliere, Mogol, quella frase entrò nel mito, nei cuori e nelle mani di molti ragazzi. Lucio è nostro, Lucio è nostro…

I più teatranti allungavano il braccio al cielo, i più ispirati ne rivolgevano pure lo sguardo, i più timidi accennavano una manina atrofizzata, i più fanatici salutavano alla tedesca, i più coreografici accompagnavano il saluto romano con un batter di tacchi e il mento in alto. Comodi, riposo, dicevano i più ironici e chi sapeva distinguere tra la storia e la parodia. Al saluto romano i più scettici con licenza ginnasiale rispondevano: Ave Caesar morituri te salutant. E il camerata dopo il saluto romano usava la stessa mano per una più prosaica grattata ai genitali. “A noi!” gridavamo in sezione al vecchio camerata sordastro. “Tutto a noi e niente a loro”, rispondeva sempre lui. Un altro lo chiamavano Mani di fata, l’unico gay capitato tra i virili camerati, che salutava romanamente con la manina delicata; poco fascio ma tanta grazia. Se a un democristiano stringere le mani in campagna elettorale portava voti, a un candidato missino li toglieva. Ogni mano stretta era un saluto romano in meno. Sarà un traditore, un badogliano, non avrà le mani pulite. I camerati duri e puri, invece, non si accontentavano del Saluto Romano, preferivano il saluto personale con l’avambraccio, uno avvinto all’altro. L’intensità del saluto misurava il camerata in purezza. Ammazza che forza, sarà un camerata de core e de fegato, un centurione.

Il saluto romano cominciò a declinare quando cominciarono le vie di mezzo, i saluti a mezz’asta, le manine ambigue con leggera motilità, per dissimulare l’atto impuro, come quelle che si usavano nelle auto kitsch di un tempo appiccicate ai lunotti.

Sono grotteschi i saluti romani a babbo morto in epoca democratica e antifascista. Ma ancora più ridicolo era far scattare la denuncia d’apologia di fascismo per un saluto innocuo e antico, come se il folclore fosse criminalità; per giunta in una cerimonia funebre. Il fatto che le cerimonie fasciste coi saluti romani siano avvenute tutte ai funerali dimostra ancora di più che il fascismo è terra dei morti e in articulo mortis non c’è articolo di legge che regga. La nostalgia è un sentimento, a volte un risentimento, ma non un delitto, e nemmeno un reato. Si può esser giudicati fessi per un saluto romano, non delinquenti. Anacronisti, non terroristi. Tanto per fare archeologia comparata, non mi dispiace neanche il pugno chiuso, ha una forza simbolica raccolta e concentrata, una promessa che coincide con una minaccia, ma indica la fierezza di un movimento in lotta. Il saluto romano è un segno più estroverso, meno cattivo, più classico, più latino, più naturale, più socievole e più teatrale, perfino autoironico…

Il saluto romano evitava con un gesto unico e collettivo giri prolissi con fastidiose strette di mano, scambi di cortesi e sudate ipocrisie del tipo “piacere, onorato, molto lieto”, e via coglionando il prossimo con ricevuta di ritorno. 

Mi sovvenne il saluto romano dopo una conferenza in un Lions o in un Rotary club, quando alcune persone stringendomi la mano, mi tastarono con un dito il polso; pensai che fossero medici ma poi mi dissero che era un saluto massonico. Se era ridicolo il primo, non vi pare ridicolo pure il secondo? Erano un po’ comici i camerati che a fascismo sepolto andavano in camicia nera, ma non trovate un po’ comici pure i fratelli col cappuccio e il grembiulino nelle loro sedute segrete?

Rimpiansi, invece, il saluto romano affacciandomi a Bologna da osservatore a un’assemblea nazionale di An. Dovevo urinare con una certa urgenza (fui precursore della Meloni incontinente) ma entrando in bagno fui bloccato da una fiumana di postfascisti reduci dai gabinetti – si vede che dopo Fiuggi la parola d’ordine, categorica e impegnativa per tutti, era: Mingere e Mingeremo – e mi strinsero tutti calorosamente la mano. Considerando che, secondo statistica, uno su due uscendo dal bagno non si lava le mani, e la statistica non mi pare limitata all’arco costituzionale, fu una catastrofe sanitaria. Rimpiansi allora i tempi d’oro del saluto romano, più rapido, più igienico, come diceva Trilussa e poi Almirante. Memorie prostatiche alla ricerca del tempo perduto.

La Verità – 13 gennaio 2024

Pubblica un video contro Israele: il calciatore del Nizza Youcef Atal condannato a 8 mesi di carcere

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Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/03/pubblica-un-video-contro-israele-il-calciatore-del-nizza-youcef-atal-condannato-a-8-mesi-di-carcere/7399904/

di F.Q.

Una multa di 45mila euro e 8 mesi di carcere (con sospensione della pena): questa la condanna del Tribunale di Nizza per Youcef Atal, calciatore della squadra locale e della Nazionale dell’Algeria. Atal è stato condannato per “provocazione all’odio a causa della religione” per aver condiviso un video sui social che invocava “una giornata nera per gli ebrei“. Il giocatore era già stato sospeso dal Nizza, che milita in Ligue 1, mentre la Federcalcio francese ha deciso di sospenderlo per 7 partite a partire dallo scorso 31 ottobre.

Atal, nell’ambito del conflitto tra Israele e Hamas, aveva rilanciato il video del predicatore palestinese Mahmoud al-Hasanat che chiedeva appunto a Dio una punizione contro Tel Aviv. Il Tribunale, oltre a condannarlo, ha stabilito che il calciatore algerino dovrà pubblicare a proprie spese la sentenza sul quotidiano Nice-Matin e su Le Monde. Non solo, la stessa sentenza dovrà essere pubblicata anche sul suo account Instagram – doveva aveva condiviso il video al centro del processo – e rimanerci per almeno un mese.

Atal gioca per il Nizza dal 2018 (è stato anche compagno di squadra di Mario Balotelli). Di ruolo terzino, conta quasi 100 presenze con la maglia dei rossoneri di Francia, ma in questa stagione l’ultima volta che è sceso in campo risale al primo ottobre. Con la Nazionale algerina invece ha vinto la Coppa d’Africa nel 2019 in Egitto.

ENNESIMO BARBARO ATTACCO DEL REGIME DI KIEV ALLA POPOLAZIONE CIVILE RUSSA

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DICHIARAZIONE DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA FEDERAZIONE RUSSA IN RELAZIONE ALL’ENNESIMO BARBARO ATTACCO DEL REGIME DI KIEV ALLA POPOLAZIONE CIVILE RUSSA

Il regime di Kiev HA MOSTRATO ANCORA UNA VOLTA LA SUA INIQUA NATURA NAZISTA. Ha commesso un altro crimine cinico e sanguinoso attaccando con lanciarazzi multipli i quartieri residenziali della città di Belgorod.

I consiglieri britannici e americani, che OSTINATAMENTE E IRRESPONSABILMENTE regolarmente incitano le autorità dell’attuale UCRAINA a commettere crimini sanguinosi, sono stati direttamente coinvolti nell’organizzazione di questo attacco terroristico. Anche i Paesi dell’Unione Europea ne sono responsabili, poiché continuano a rifornire di armi le autorità ucraine.

Va sottolineato che l’attacco è stato deliberatamente mirato a luoghi in cui erano ammassati i civili, famiglie con bambini.
I criminali ucraini hanno utilizzato munizioni a grappolo per aumentare il numero delle vittime dell’attacco terroristico.

Il bombardamento di aree popolate nel Donbass, nelle regioni di Kherson e Zaporozhye, in Crimea e in altre regioni russe, l’uccisione spietata e cieca di civili testimoniano l’agonia del regime neonazista di Zelensky, impantanato nel terrorismo, nell’illegalità, nella corruzione e nel cinismo, che nella sua rabbia impotente cerca di uccidere il maggior numero possibile di russi per compiacere i suoi padroni occidentali.

Tutti gli organizzatori e gli autori di questo e di altri crimini della giunta di Kiev saranno inevitabilmente puniti secondo la legge.

Chiediamo a tutti i governi responsabili e alle strutture internazionali competenti di emettere una forte condanna di questo brutale attacco terroristico e di prendere pubblicamente le distanze dal regime di Kiev e dai suoi collaboratori occidentali che commettono tali crimini.

IL SILENZIO IN RISPOSTA ALLA BARBARIE DEGLI UKRONACISTI E DEI LORO COMPLICI PROVENIENTI DALLE “DEMOCRAZIE CIVILIZZATE” EQUIVARRÀ A FAVORIRE LE LORO AZIONI SANGUINARIE.

Fonte

Bibbia Queer: “Blasfemie contro la Madonna nel commentario al Vangelo di Luca”

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Segnalazione di L.C.

Indizio n.162 Commentario Bibbia Queer: “Blasfemie contro la Madonna nel commentario al Vangelo di Luca: qualche alto prelato ha letto i contenuti pubblicati dalla ‘cattolica’ EDB?”
di INVESTIGATORE BIBLICO

Il Pd si ribella a Elly Schlein

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di Lorenzo Cianti

 

Non si arresta il malcontento verso la segretaria dem: con lei una mutazione genetica del partito

Nuovo terremoto all’interno del Partito democratico. Trenta esponenti dem in Liguria, tra cui la recordwoman di preferenze alle scorse comunali di Genova Cristina Lodi e il consigliere regionale Pippo Rossetti, hanno abbandonato il Pd per approdare ad Azione, manifestando il loro dissenso sulla svolta massimalista della segreteria Schlein. Non sono né i primi, né saranno gli ultimi ad andarsene. Inutile dirlo, i malumori sono cominciati da tempi non sospetti al Nazareno. E hanno spinto numerosi membri di Base Riformista – ma non solo – a cercare altri lidi.

I dem fuoriusciti

Il primo a sventolare il fazzoletto bianco è stato Beppe Fioroni, volto dei teodem, già ministro con Prodi e storico dirigente de La Margherita. “Prendo atto della marginalizzazione dell’esperienza popolare. Questo non è più il mio partito”, aveva affermato a malincuore lo scorso 27 febbraio, all’indomani della vittoria di Elly Schlein alle primarie. Ad aprile l’addio di Andrea Marcucci, intenzionato a far parte di una non meglio precisata federazione centrista. Stessa sorte per Enrico Borghi, che di lì a poco avrebbe aderito ad Italia Viva. È una new entry di Forza Italia l’eurodeputata Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, giudice istruttore ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983. Perentorio il suo giudizio: “Schlein è troppo a sinistra, mi sono sentita sola sui miei temi”.

Non dimentichiamo il bonacciniano doc Carlo Cottarelli. L’economista, doppiato da Daniela Santanché nel collegio di Cremona, ha lasciato il suo seggio senatoriale per tornare tra i banchi dell’Università Cattolica di Milano. Alessio D’Amato, candidato per il centrosinistra alle elezioni regionali nel Lazio sconfitto da Francesco Rocca, si è trasferito chez Calenda criticando la subalternità del Pd alle politiche grilline. Peccato che D’Amato fosse vicepresidente della giunta Zingaretti, la stessa che aveva accolto i consiglieri pentastellati in maggioranza.

Certo, il clima non è dei migliori neanche tra i fedelissimi di Schlein, presunti o tali. Basti pensare al poco incoraggiante: “Con questa non prendiamo nemmeno il 17 per cento” di Nicola Zingaretti. Che cosa ha voluto dire? Il messaggio è chiaro: se Schlein performerà peggio di Letta alle prossime europee, c’è il rischio che la sua segreteria venga troncata dai probiviri dem.

Mutazione genetica del Pd

L’ecatombe piddina testimonia la mutazione genetica in atto nel Pd. Espunto l’aggettivo “riformista” dal patrimonio lessicale dem; liquidato qualsiasi riferimento alla vocazione maggioritaria di Veltroni; incentivate le tendenze liberticide d’oltreoceano, come il wokismo e la cancel culture. È così che l’erede della stagione ulivista, nato dall’unione tra post-comunisti e democristiani di sinistra, si sta trasformando in quello che Augusto Del Noce avrebbe definito “partito radicale di massa”: un soggetto politico che incarna istanze ultra minoritarie. Come spiegava il politologo Domenico Fisichella in un’intervista su Atlantico Quotidiano, il Pd sta subendo un’erosione dovuta alla “spinta centrifuga” nella società civile. Potremmo parlare di Democrazia proletaria 2.0, perché no.

Il piano di Renzi

Le defezioni dal Pd fanno gola a molti: c’è chi vorrebbe rimpinguare le fila del fu Terzo polo. Matteo Renzi punta a sottrarre nomi e consensi ai dem in modo da lanciare a Bruxelles la sua nuova creatura, Il Centro. Da giorni il leader di Italia Viva sta facendo tappa in Lombardia, terra di tradizione storicamente moderata. Il suo è un opa ostile: Schlein ignora i centristi? Ci penso io a fare man bassa. Non solo negli ex feudi della Balena bianca, ma anche nelle aree metropolitane. Il Partito democratico, schiacciato tra la demagogia grillina alla sua sinistra e le velleità neo-dorotee alla sua destra, deve chiarire quale sia la sua missione. Altrimenti la fuga dei riformisti sarà inarrestabile.

 

Articolo completo: Il Pd si ribella a Elly Schlein (nicolaporro.it)

Guerra Ucraina Russia, le news. Allarme Usa: «Armi inviate in Ucraina a rischio furto»

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di Il Gazzettino

 

Si combatte a Bakmhut

In queste ore le battaglie più cruente si registrano sulla linea del fronte intorno a Bakhmut, nel Donetsk: le Forze di difesa ucraine hanno ottenuto un successo nei pressi di Klishchiivka.

Lo ha scritto su Telegram la vice ministra della Difesa Hanna Malyar. «I punti caldi degli scontri tra russi e ucraini sono ora Klishchiivka e Kurdiumivka», ha dichiarato. Secondo Malyar, al momento sono in corso azioni offensive a sud di Bakhmut, mentre nei pressi di Yahidne e Bogdanivka, sempre in Donetsk, le truppe russe hanno tentato di sfondare la difesa ucraina ma senza riuscirci: «Il nemico cerca di spingere le truppe fuori dalle posizioni catturate, ma non ottiene risultati», ha sottolineato.

18 giorni fa

Podolyak: non fatevi illusioni su offerte negoziato Putin

«Non vivete nell’illusione che l’attuale Russia sia capace di fare accordi, non fatevi deludere ancora una volta», «per favore non reagite» quando il presidente russo Vladimir Putin «ricomincia con false conversazioni sui negoziati». A ribadirlo sul social X è il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak, secondo il quale Putin ha in mente solo tre scenari quando parla di negoziati. Il primo, spiega, «è fare pressione sull’ Ucraina perché capitoli e il conflitto venga congelato fino alla prossima tappa». «Se la resa non funziona, allora si passa al secondo scenario: dateci una pausa operativa così ci possiamo riarmare». «Se anche questo non funziona – continua Podolyak – si passa al terzo scenario: non fateci perdere perché altrimenti ci sarà una trasformazione rivoluzionaria, non fateci perdere la faccia».

Allarme Usa: “Armi inviate in Ucraina a rischio furto”

Le armi e le munizioni che i soldati Usa stanno muovendo attraverso l’Europa per trasferirle in Ucraina rischiano di essere rubate o di andare perdute perché le misure di sicurezza non vengono osservate in modo efficace. È l’allarme contenuto in un rapporto del Pentagono che punta il dito in particolare contro un sito logistico in Polonia. La valutazione degli ispettori del dipartimento della difesa americano è avvenuta tra gennaio e giugno.

Kiev: “Missili russi a lungo raggio su Kharkiv”

Le forze russe hanno lanciato «5 missili S-300 (a lungo raggio ndr) contro il quartiere Kholodnohirsky di Kharkiv» ferendo cinque persone. Lo riporta su Telegram Oleg Sinegubov, capo dell’Amministrazione militare regionale di Kharkiv. «Secondo le prime informazioni mediche, 5 civili sono stati feriti, le loro condizioni sono da leggere a moderate e non sono in pericolo di vita» ha dichiarato Sinegubov.

Mosca: abbattuti due droni su regioni di Kaluga e Tver

I sistemi di difesa aerea russi hanno distrutto due droni che sorvolavano le regioni di Kaluga e Tver. A dichiararlo è stato il ministero della Difesa di Mosca, denunciando «il tentativo fallito del regime di Kiev di compiere attacchi terroristici con droni contro bersagli nella Federazione russa. I droni ucraini sono stati distrutti dai sistemi di difesa aerea operativi sulle regioni di Kaluga e Tver». Successivamente il servizio informazioni della regione di Tver ha precisato che un drone è stato abbattuto sul distretto di Konakovsky.

Shoigu mostra a Kim i missili ipersonici Kinzhal

Il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu ha mostrato il sistema missilistico Kinzhal sul vettore missilistico MiG-31I al leader nordcoreano Kim Jong-Un presso l’aeroporto di Knevichi, a Vladivostok, nella regione di Primorye. Lo riferisce la Tass. Kim ha anche esaminato i bombardieri strategici russi a capacità nucleare Tu-160, Tu-95 e Tu-22M3. Secondo un video mostrato dal ministero della Difesa russo, i bombardieri Tu-160 sono stati dotati di nuovi missili da crociera Kh-BD con una gittata superiore ai 6.500 km. Al leader nordcoreano è stata anche mostrata la fregata Marshal Shaposhnikov con i suoi sistemi missilistici e di artiglieria, ormeggiata nella Baia di Ulisse. L’ammiraglio Nikolay Yevmenov, comandante in capo della Marina russa, ha illustrato a Kim e Shoigu le proprietà delle moderne armi russe basate su razzi e artiglieria marittima.

 

Autorità Crimea: all’asta un centinaio di proprietà, una anche di Zelensky

Le autorità della Crimea hanno annunciato l’intenzione di vendere una proprietà appartenente al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Verrà messa all’asta insieme ad un centinaio circa di altre proprietà appartenenti ad esponenti dell’imprenditoria ucraina. A dichiararlo è stato il presidente del parlamento della Crimea, Vladimir Konstantinov. Nel complesso queste proprietà hanno un valore di oltre 815 milioni di rubli, ha aggiunto. A febbraio, le autorità locali avevano annunciato di aver nazionalizzato circa 500 proprietà nella Crimea occupata.

Kiev: russi respinti 3-4 chilometri a sud del Paese

Le forze ucraine avrebbero respinto quelle russe a una distanza di 3-4 chilometri in diverse sezioni del fronte meridionale. Lo ha dichiarato alla tv pubblica la portavoce delle Forze di difesa dell’Ucraina meridionale Natalia Gumenyuk, citata da Unian. Gumenyuk spiega, però, che la situazione nel sud del Paese rimane piuttosto tesa, l’esercito ucraino continua a condurre una guerra di contro-batteria, «ma oggettivamente dobbiamo liberare una striscia di almeno 30 chilometri perché sia davvero efficace» l’offensiva che stanno portando avanti.

Intelligente Gb: la strategia per l’inverno

Mosca potrebbe riprendere a concentrarsi sugli attacchi con missili da crociera aviolanciati contro le infrastrutture ucraine nel prossimo inverno. A scriverne è l’intelligence britannica, nel suo ultimo rapporto sulla situazione sul fronte, divulgato su X dal ministero della Difesa di Londra. «Tra il mese di ottobre 2022 e il marzo scorso, la Russia si è concentrata sugli attacchi a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche nazionali ucraine», vi si legge. «I missili da crociera aviolanciati (Alcm), in particolare i moderni AS-23a KODIAK, sono stati il fulcro di questi attacchi. La Russia utilizza bombardieri strategici per lanciare queste munizioni dall’interno del proprio territorio». «Rapporti open source – prosegue – suggeriscono che dall’aprile 2023 il “dispendio” di Aclm si sia ridotto, mentre la leadership russa ha rafforzato la produzione dei missili da crociera. La Russia è quindi probabilmente in grado di contare su una scorta significativa di Alcm ed esiste una possibilità realistica che Mosca concentri nuovamente queste armi contro obiettivi infrastrutturali ucraini durante l’inverno», conclude.

Zelensky conferma: ripresa Andriivka

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato la riconquista da parte delle truppe di Kiev della località di Andriivka, vicino Bakhmut, nell’ Ucraina orientale. Lo stato maggiore aveva già dato notizia della liberazione di Andriivka nella mattinata di ieri, dopo che le notizie analoghe del giorno precedente si erano rivelate inesatte. «Per l’Ucraina si tratta di un risultato significativo e importante», ha sottolineato il capo dello stato ucraino nel suo messaggio video. Sono invece ancora in corso i combattimenti intorno alle vicine località di Klishchiivka e Kurdyumivka. Le truppe ucraine operative intorno a Klishchiivka avevano annunciato la sua liberazione, per poi ritrattare la notizia, precisando che gli scontri proseguono. Stando allo stato maggiore ucraino, le forze russe che combattevano ad Andriivka hanno subito pesanti perdite.

 

Articolo completo: Guerra Ucraina Russia, le news. Allarme Usa: «Armi inviate in Ucraina a rischio furto» (ilgazzettino.it)

Migranti Lampedusa, Elon Musk attacca George Soros

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di Androkons

 

Elon Musk attacca George Soros, accusando la fondazione del filantropo americano di “volere niente di meno della distruzione della civiltà occidentale”. Il commento del magnate, numero 1 di X, appare in un post del suo social in risposta al post di un utente sui massicci arrivi di migranti a Lampedusa, in cui si parla di “invasione guidata da George Soros”.

Soros viene spesso preso di mira nell’ambito di teorie complottiste antisemite per il suo sostegno ad organizzazioni della società civile di vari paesi. Musk è stato accusato da più parti di permettere la diffusione dell’antisemitismo su X, accuse che il miliardario ha sempre respinto, arrivando a minacciare di querela l’Antidemation League, storica associazione ebraica contro le discriminazioni. L’attacco di Musk a Soros, fa notare il Guardian, è partito alla vigilia dell’incontro che il patron della Tesla avrà oggi con il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Secondo quanto scriveva nei giorni scorsi il Washington Post, l’incontro è stato organizzato anche per smentire le accuse di antisemitismo.

Articolo completo: Migranti Lampedusa, Elon Musk attacca George Soros (adnkronos.com)

Perché sui media africani non si parla mai dell’emergenza migranti

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di Mauro Indelicato

 

In pochi dall’altra parte del Mediterraneo sembrano dare rilevanza all’emergenza sbarchi nel nostro Paese e non solo perché la regione è stata interessata di recente da importanti eventi calamitosi

L’emergenza Lampedusa sta avendo, in Italia così come in molte parti d’Europa, un’importante eco mediatica. Del resto, l’arrivo di migliaia di migranti nel giro di poche settimane preoccupa l’intero Vecchio continente e suscita non poche reazioni di rango politico. In Francia si sta procedendo a una sostanziale blindatura del confine, con tanto di elicotteri che sorvolano le aree poco distanti dalla frontiera di Ventimiglia. In Austria sono stati potenziati i controlli al Brennero.

Ma l’emergenza è percepita come tale anche nei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori? Per la verità, dall’altra parte del Mediterraneo di Lampedusa se n’è parlato ben poco. Complice il ciclone Daniel e la sua profonda scia di morte e distruzione lasciata in Libia. Ma non solo: l’impressione, spulciando i media nordafricani e sub-sahariani, è che l’argomento non venga considerato di primo piano. Sono stati altri i temi trattati: dal golpe in Niger agli scontri di Tripoli, passando per notizie di rango economico che sembrano interessare molto soprattutto in Africa occidentale. L’esodo verso Lampedusa, in poche parole, viene percepito come un affare lontano e non di propria pertinenza.

Come viene raccontata l’emergenza Lampedusa in Tunisia

Aprendo un quotidiano tunisino negli ultimi giorni è possibile imbattersi in diverse notizie relative al meteo. Il disastro nella vicina Libia ha lasciato tracce e preoccupazioni in tutto il nord Africa e la gente segue da vicino le evoluzioni meteorologiche. Per scovare notizie sull’immigrazione bisogna cercare parecchio e spesso, tra i vari giorni e siti locali, non si trova nulla. Poche tracce dell’emergenza in corso a Lampedusa, così come sono scarne le ultime novità sulle attività di contrasto ai trafficanti.

“I telegiornali – conferma ai microfoni de IlGiornale.it Giorgia, una ragazza italiana che lavora a Tunisi – hanno fatto vedere qualche immagine da Lampedusa e poco più. La notizia non ha aperto di recente alcuna edizione e questo anche prima del passaggio del ciclone Daniel dalla Libia”. Nei servizi, ha ribadito ancora la giovane, è stato specificato che i numeri degli sbarchi a Lampedusa sono in notevole aumento e che questo rischia di creare problemi politici tra l’Italia e l’Europa.

“Senza dubbio di quanto sta accadendo a pochi chilometri da qui si è parlato – conclude Giorgia – ma ovviamente non si è dato lo stesso risalto visto in Italia”. E questo non sembra sorprendere più di tanto. Di immigrazione in Tunisia si parla soprattutto quando la questione tocca da vicino il Paese nordafricano. Quando cioè i migranti arrivano in territorio tunisino dall’Africa subsahariana. Il presidente Kais Saied a febbraio ha dichiarato che la presenza di irregolari è una minaccia per la Tunisia, anche da un punto di vista identitario. “Vogliono cancellare – ha detto in più occasioni – la nostra identità araba”.

Sfax a luglio forti tensioni sono esplose per strada, con vere e proprie risse tra tunisini e migranti subsahariani in pieno centro. C’è anche scappato il morto e da allora il governo ha promesso un giro di vite per facilitare le espulsioni. Ogni tanto viene data notizia di operazioni volte a fermare i barconi in partenza oppure a trattenere migranti visti girovagare per strada. Quando però i barconi partono, la notizia diventa di secondo piano.

 

Poco interesse verso gli sbarchi

“Il discorso è che in Africa il problema degli sbarchi in Italia non è percepito allo stesso modo che da voi”, confida un giornalista di un quotidiano egiziano. La tematica interessa, ma solo fino a un certo punto. Se l’Italia o l’Europa subiscono continui approdi di barconi, il problema non è visto come prioritario.

Anzi, molti commentatori temono di dover vedere diventare i propri Paesi dei campi profughi per migranti non voluti dall’Europa. Oppure ancora di dover agire come guardiani delle frontiere europee. Lo si è letto, ha rimarcato il collega egiziano, in molti editoriali di diversi quotidiani nordafricani. Non solo in Egitto, Paese comunque solo marginalmente coinvolto dal fenomeno delle partenze dei barconi, ma anche in Libia, in Tunisia e in Algeria.

Un’opinione sempre più diffusa negli ultimi anni, in virtù del fatto che buona parte di coloro che raggiungono l’Europa non ha origine magrebina bensì subsahariana. E dunque, in poche parole, per i Paesi della sponda africana del Mediterraneo il vero problema non è quando i migranti vanno verso nord e verso l’Italia, ma trovare un modo per riportarli nei propri Paesi di origine. Anche questo è un elemento che spiega il perché del poco interesse verso gli sbarchi. Il problema di Lampedusa rimane italiano ed europeo. I problemi in nord Africa legati all’immigrazione sono percepiti tali solo in caso di disordini a Sfax, a Tripoli, nelle aree attorno Ceuta e Melilla e in altre zone di transito e partenza dei migranti.

Le preoccupazioni politiche nel Sahel

A questo punto sorge spontaneo chiedersi se a sud del Sahara quanto sta avvenendo in Italia sia o meno preso in considerazione. LeFaso.net, quotidiano del Burkina Faso, apre da giorni con la notizia del via libera del locale parlamento all’alleanza con Mali e Niger. La questioni legate proprio al golpe nigerino hanno preso il sopravvento. In diversi articoli, è stato messo in risalto il nuovo corso politico nel Sahel, così come il timore di un intervento esterno tanto in Burkina Faso quanto a Bamako e Niamey volto a destabilizzare la situazione.

I recenti scontri nel Mali tra forze regolari e tuareg ha fatto ulteriormente focalizzare l’attenzione sul possibile braccio di ferro con l’Ecowas, con la Francia e con altri Paesi occidentali. Di Lampedusa non c’è traccia. Vale per il Burkina Faso, così come per la stampa degli altri Paesi dell’area del Sahel.

 

Articolo completo: Perché sui media africani non si parla mai dell’emergenza migranti – ilGiornale.it

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