Perché il Politicamente Corretto è un “peccato mortale”

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/23/perche-il-politicamente-corretto-e-un-peccato-mortale/

IL “PENSIERO” DEVE ESSERE UNICO (IL LORO) FINO ALL’ASSURDO, OVVERO FINO AL PUNTO CHE DIRE LA VERITÀ È DIVENTATO UN ATTO RIVOLUZIONARIO, COME SOSTENERE CHE LE FOGLIE SONO VERDI D’ESTATE

Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (II-II, qq. 72-75) tratta delle ingiustizie che si compiono con le parole. Troppo spesso si tratta di peccati mortali che, a torto, non vengono presi particolarmente sul serio, ma possono rivelarsi molto gravi. “Ne uccide più la lingua che la spada” – afferma il detto popolare. E, si sa: vox populi, vox Dei. L’ingiuria verbale lede l’onore, la diffamazione o detrazione lede la buona fama, la mormorazione distrugge l’amicizia, e la derisione toglie il rispetto.

San Tommaso spiega che nei peccati di parola bisogna considerare soprattutto con quali disposizioni d’animo ci si esprime, ossia il fine della contumelia, che è disonorare il prossimo nella sua moralità. Se non vi è l’intenzione di disonorare la persona insultata, perché i fatti si danno per veri ed acclarati, rimane peccato l’insulto, ma non vi è contumelia.

La detrazione (q. 73, a. 1) è una maldicenza o denigrazione della fama altrui, fatta di nascosto. Essa consiste nel «mordere di nascosto la fama (ossia la “stima pubblica o notorietà”, N. Zingarelli) di una persona” come si legge nell’Ecclesiaste (X, 11): “Se il serpente morde in silenzio, non è da meno di esso chi sparla in segreto». Poi l’Angelico spiega che come ci sono due modi di danneggiare il prossimo in azioni: apertamente (p. es. la rapina o le percosse in faccia) o di nascosto (p. es. il furto o una percossa “a tradimento” ossia alle spalle); così vi sono due modi di nuocere con le parole: apertamente (la contumelia in faccia, q. 72) o di nascosto (la maldicenza o detrazione, q. 73). San Paolo: “è degno di morte [spirituale o dell’anima] non solo chi commette il peccato di [detrazione], ma anche chi approva coloro che lo commettono” (Rom., I, 32).

Dall’insegnamento di S. Tommaso si evince: 1) il dovere morale di non insultare, denigrare, calunniare o mormorare e deridere il prossimo, soprattutto se costituito in autorità. 2) di riparare il torto fatto alla sua reputazione 3) di difendere chi è denigrato, senza far finta di non vedere. Certamente davanti agli uomini è più comodo “far finta che va tuto ben”, ma davanti a Dio non ci si trova in regola, anzi si sta in peccato grave, quod est incohatio damnationis.

E’, pertanto, nostro dovere denunciare pubblicamente il politicamente corretto, innanzitutto come difesa della nostra dignità e intelligenza dalla sua volontà dolosa di costringerci ad accettare l’errore, fingendo che sia un bene comune. Scrive Mario Giordano nel suo ultimo libro, appena uscito, dal significativo titolo Tromboni (Edizioni Rizzoli): “Bisogna stare attenti alla lingua” al pari di quelli che predicano contro l’odio e insegnano a odiare. L’ipocrisia di costoro, che si annoverano in larga parte nella categoria dei cosiddetti intellettuali o giornalisti, in ultima analisi coloro che si occupano della diffusione dei messaggi su larga scala, aggrava il peccato di lingua della detrazione di coloro che la pensano diversamente, col falso doloso consapevole e remunerato. L’effetto che molti credano alle loro dicerie è conseguenza ancor peggiore, che ci fa trovare nella situazione di crisi morale, ideale, sociale in cui ci troviamo, andando sempre peggio.

“Tromboni” ricorda come odiano quelli della Commissione anti-odio, creata per fermare l’”intolleranza”, “contrastare il razzismo” e “combattere l’istigazione all’odio”. L’idea è stata partorita dal Ministro dell’Istruzione del “governo dei migliori” Patrizio Bianchi, scopiazzando dal suo illustre predecessor* [metto l’asterisco perché secondo la scrittrice Michela Murgia (da L’Espresso del giugno 2021) potrebbe essere offensivo usare la vocale maschile o femminile per indicare il titolo di una persona, che forse potrebbe non sapere se è uomo o donna] Lucia Azzolina. Nella commissione speciale entra il professore associato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Simon Levis Sullam che, fresco di nomina, aveva diffuso sui social una foto a testa in giù dell’ultimo libro di Giorgia Meloni. Chiaro riferimento alla macelleria di Piazzale Loreto. «Quasi un invito a impiccare il testo, se non proprio l’autrice, al palo più alto dell’antifascismo militante». Ma, domanda Giordano: «si può combattere l’istigazione all’odio inneggiando a piazzale Loreto? E alludendo all’impiccagione più o meno simbolica, ma sempre a testa in giù, di un leader politico?».

L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini, campionessa di buonismo e inginocchiatoi a senso unico, paladina di tolleranza e rispetto, ultras femminista ad oltranza, genderista e vestale di tutti i presunti diritti richiesti dai desideri di chiunque, «è finita sotto inchiesta perché avrebbe licenziato la sua colf, dopo otto anni di fedele servizio, tirando in lungo per non darle la liquidazione (3.000 euro)». Altro maestro di propaganda tollerante è Roberto Saviano, «che in diretta tv ha sentenziato candidamente: “Sì, la mia contro la Meloni è una campagna d’odio“» (M. Giordano, “Tromboni”, 2022).

Potremmo continuare all’infinito perché esempi simili ne esistono quotidianamente. Ultimi, in ordine cronologico sono coloro che hanno imbrattato le mura di un istituto tecnico di Milano con la scritta: «Tutti i fasci come Ramelli, con una chiave inglese fra i capelli». Nessun solone (o trombone) del politicamente corretto ha detto una parola. Muto Paolo Berizzi, il “Simon Wiesenthal” de La Repubblica, per la quale scrive una rubrica contro Verona e i fantasmi di un fascismo che non esiste. Muto Vauro. Muto Travaglio. Muti tutti. Perché il “pensiero” deve essere unico (il loro) fino all’assurdo, ovvero fino al punto che dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come sostenere che le foglie sono verdi d’estate. Noi continueremo in questa “rivoluzione Green” dell’ovvietà e dell’ordine naturale perché non vogliamo peccare di lingua contro il bene comune.

Esercizi spirituali di Sant’Ignazio 2022

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5 giorni da soli con Dio, per conoscere il Cattolicesimo, amarlo e praticarlo consigliamo a tutti i nostri lettori di frequentare gli esercizi Spirituali di Sant’Ignazio. Utilissimi per una vera riforma di vita e, per chi non ha ancora scelto cosa fare da grande, un grande aiuto per comprendere cosa Dio desidera per ciascuno.

Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola secondo il metodo di Padre Vallet a Verrua Savoia (TO) predicati dai sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii.

Turni estivi

Per le donne: da lunedì 22 agosto alle ore 12 a sabato 27 agosto 2022.

Per gli uomini: da lunedì 29 agosto alle ore 12 a sabato 3 settembre 2022.

Per informazioni e iscrizioni: http://www.sodalitium.biz/esercizi-spirituali/

I Patriarchi Latini di Gerusalemme: Mons. Barlassina

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme ha iniziato la pubblicazione di una serie di schede sui patriarchi che si sono succeduti alla guida dell’istituzione a partire dal 1847, quando con la Lettera Apostolica “Nulla Celebrior” il Papa Pio IX decise il ristabilimento del Patriarcato. La serie inizia con mons. Luigi Barlassina, che fu patriarca dal 1920 al 1947. Nella parte finale, evidenziata in rosso, si accenna a uno dei tanti rovinosi cambiamenti seguiti al Vaticano II.
 
Mons. Luigi Barlassina – Patriarca dal 1920 al 1947
 
Note biografiche
 
30 aprile 1872: nascita a Torino
22 dicembre 1894: ordinazione sacerdotale a Torino dal cardinale Ricardi
4 agosto 1918: viene eletto vescovo titolare di Cafarnao e ausiliare del patriarca di Gerusalemme
8 settembre 1918: è consacrato vescovo dal cardinale Pompili
28 ottobre 1918: arriva a Gerusalemme
29 ottobre 1918: nominato vicario generale
16 dicembre 1919: nominato Amministratore Apostolico dopo la partenza del  Patriarca S. B. Mons. Camassei
1919: fonda la missione di Tulkarem
8 marzo 1920: eletto patriarca all’età di 48 anni
17 aprile 1921: riapre il seminario di Beit Jala
Ottobre 1921: affida il seminario a P. Dehon. Benedettini
Maggio 1927: il seminario di Beit Jala viene riportato a Gerusalemme
2 ottobre 1932: affida il seminario ai Padri di Betharram
7 luglio 1936: trasferimento del seminario a Beit Jala
8 settembre 1943: celebrazione del suo giubileo episcopale (giubileo d’argento)
23 dicembre 1944: celebrazione del suo giubileo sacerdotale (giubileo d’oro)
13 marzo 1945: ha subito un grave infarto a Rafat
 27 settembre 1947: muore di angina all’età di 75 anni.
 
Fatti
 
Rimasto orfano di padre, ereditò da sua madre una profonda ammirazione per la Santa Vergine.
Luigi Barlassina è nato il 30 aprile 1872 a Torino, nella regione italiana del Piemonte. Perse il padre in tenera età, quando era ancora un bambino; così sua madre lo educò in un’atmosfera di grande pietà e soprattutto di grande devozione alla Ss.ma Vergine. Come vedremo in diverse occasioni in seguito, questa devozione lo caratterizzerà per tutta la vita: reciterà l’Atto di Consacrazione a Maria nella sua prima Messa e, quando fu nominato Patriarca, non mancò di onorare la Madre di Cristo in modo speciale, erigendo il famoso santuario mariano di Deir Rafat.
 
Ha promesso di non affidare mai la celebrazione delle sue messe in onore della Madonna a nessun altro.
Appena ordinato sacerdote, il patriarca Barlassina promise di celebrare tutte le messe della sua vita con le intenzioni in onore della Beata Vergine in modo assolutamente gratuito ed ha mantenuto la sua parola (v. Monitor diocesano, settembre-ottobre 1957).
 
Era un eccellente predicatore
Mentre studiava Liturgia e Cerimonie dai Padri Oratoriani nella parrocchia di Saint-Philippe (fu proprio lì che sviluppò la sua grande passione per la Santa Liturgia), il futuro Patriarca si interrogò sul futuro della sua vocazione. Ben presto gli fu affidata la direzione della scuola Alfieri-Carrù delle Figlie della Carità tuttavia questo nuovo incarico non fu sufficiente per soddisfare la tutte le sue energie. Nel 1900, su richiesta del Prof. Carlo Olivero, in occasione dell’apertura della chiesa di Nostra Signora del Cuore Immacolato di Maria, cominciò a predicarvi sotto forma di “prediche dialogate”. Il successo fu immediato, e quando fu nominato rettore di Santa Pelagia nel 1901, la chiesa divenne una delle più frequentate di Torino.
 
Ha proclamato la Vergine Maria “Regina della Palestina”
Negli anni ’20, il vescovo Barlassina decise di onorare la Vergine Maria proclamandola “Regina della Palestina” (titolo riconosciuto ufficialmente nel 1933 dalla Congregazione dei Riti). Scrisse una preghiera da recitare dopo il saluto al Santissimo Sacramento, ed eresse un santuario in suo onore a Deir Rafat. Oggi, c’è una statua della Vergine Maria con l’iscrizione Reginæ Palestinæ e il saluto angelico “Ave Maria” in 280 lingue dipinte sulla volta della chiesa. Un dipinto della Vergine che veglia sulla Palestina è esposto nella navata sinistra del santuario.
 
Ha riabilitato il seminario di Beit Jala
Il seminario del Patriarcato latino di Beit Jala fu particolarmente colpito durante la prima guerra mondiale e nel 1921 era in uno stato deplorevole. Il vescovo Barlassina, che era patriarca da un anno, si impegnò a farlo risorgere dalle sue ceneri. Cominciò a rinnovare completamente i locali, che erano stati gravemente danneggiati dalla presenza turca; ricostituì il corpo insegnante affidando ai Benedettini della Dormizione la direzione del seminario (il suo stesso clero, ridotto dalla guerra, non poteva assumersi questo compito) e fece venire giovani seminaristi da Torino, sua città natale. Le sue iniziative non si fermarono qui: continuò a prendersi cura del suo seminario anche dopo la sua rinascita. Nel 1932, per esempio, chiamò i sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù di Betharram a sostituire i benedettini alla guida del seminario, e poi, sempre nel periodo tra le due guerre, creò un libro di cortesia ecclesiastica e un manuale di liturgia per i suoi seminaristi. Inoltre si è sempre preoccupato di visitarli regolarmente e ha dato molte lezioni in seminario.
 
Ha ripristinato la processione della Domenica delle Palme
In occasione del diciannovesimo centenario della Redenzione, Papa Pio XI proclamò un Anno Santo speciale nel 1934. Questa fu l’occasione per il vescovo Barlassina di organizzare grandi cerimonie religiose, compresa la rievocazione della processione della Domenica delle Palme da Bethpage a Gerusalemme. Portando rami di palme sopra le loro teste, i partecipanti sono saliti sul Monte degli Ulivi, hanno camminato fino alla Valle del Cedron per concludere la processione nel cortile del Seminario di Sant’Anna.
 
È stato l’ideatore di molte iniziative giovanili
Fin dai suoi primi anni di sacerdozio, Mons. Barlassina ha mostrato un genuino interesse per la formazione e la guida dei giovani. Nel 1904, fondò la “Fides et Robur”, una associazione per giovani che univa ginnastica e corsi religiosi. Ha anche creato una scuola di lingue e un coro. Più tardi, particolarmente preoccupato per la mancanza di istruzione superiore nella sua diocesi, il Patriarca ebbe l’idea di fondare un gruppo di scuole cattoliche per fornire agli studenti un’istruzione adeguata e di qualità ma questa iniziativa non ebbe felice esito: fu gradualmente abbandonata.
 
Ha passato molto tempo a scrivere
Nessuno conosce veramente i dettagli delle sue numerose lettere, alle quali il vescovo Barlassina ha dedicato molte ore. Inviava costantemente numerosi documenti, spesso in diverse lingue (perché parlava italiano, francese, inglese e tedesco), ai quattro angoli del mondo. La sua macchina da scrivere, che era spesso necessaria fin dall’all’alba ma l’accompagnava ovunque, anche nei suoi viaggi in macchina, che spesso faceva molto velocemente; il suo autista aveva sempre l’ordine di “andare più veloce”.
 
Ha fondato un’istituzione dedicata alla conversione dei non cristiani
Fondata nel 1927, la congregazione si chiamava “Les Ancelles de Notre-Dame de Palestine” fondendosi poi, nel 1936, con la Congregazione di Nostra Signora di Sion. Composta da suore di diversa provenienza, lo scopo di questa istituzione religiosa era quello di porre le basi per la conversione dei non cristiani, soprattutto per gli ebrei della Palestina quando era sotto mandato britannico. Gradualmente, la missione delle suore perse di vista il suo obiettivo primario, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), e divenne un’istituzione dedicata al dialogo e alle relazioni ebraico-cristiane.
 
 

San Giuseppe nella liturgia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Feste e riconoscimenti liturgici, di padre Tarcisio Stramare (1928-2020), degli Oblati di San Giuseppe d’Asti.

In Oriente

Dobbiamo ancora incominciare dall’Oriente. Il tenore liturgico dell’apocrifa “Storia di Giuseppe il Falegname” e la sua diffusione, dimostrata dalle varie traduzioni, ci inducono ad ammettere un culto molto antico, che risale alla Chiesa giudeo-cristiana, dalla quale si è diffuso nelle zone di influenza di detta “Storia”, con la istituzione di una festa presso i Copti monofisiti egiziani, che di fatto commemorano la morte (Transito) del Santo precisamente al 26 Abîb (= 20 luglio, equivalente oggi, nel calendario gregoriano iniziato nel 1582, al 2 agosto). La “Storia” contiene tratti che indicano la sincera stima dei suoi propagatori verso il Santo.

Nel Sinassario Mediceo della Chiesa copta di Alessandria, scritto verso il 1425, al giorno 26 del mese di Abîb si legge: “Requies (= morte) sancti senis iusti Josephi fabri lignarii, Deiparae Virginis Mariae sponsi, qui pater Christi vocari promeruit”. I calendari che menzionano la festa di san Giuseppe in Oriente sono del secolo X, compilati nel monastero palestinese di San Saba. Di tale epoca è appunto il Menologio di Basilio II, considerato come il primo testimonio certo del culto di san Giuseppe in Oriente. Esso fissa la commemorazione di san Giuseppe nello stesso giorno di Natale (i re Magi e San Giuseppe, sposo e protettore della Santa Vergine) e il ricordo della fuga in Egitto il giorno seguente. Altri Sinassari collocano al 26 dicembre una festa di Maria e di Giuseppe suo sposo; essi celebrano, inoltre, nella domenica precedente il Natale, la festa degli antenati di Gesù, “da Abramo a Giuseppe, sposo della Beatissima Madre di Dio” e nella domenica posta nell’ottava di Natale la festa di san Giuseppe assieme al re Davide e a Giacomo il Minore.

Nella poesia religiosa bizantina è illustre il siciliano san Giuseppe l’Innografo († 883), il cui nome è legato al Canone delle lodi di quest’ultima festa (PG 105, 1273-4).

I libri  liturgici dei Siri alludono a san Giuseppe a partire dal secolo XIII (Add. mss.14698, conservato al British Museum).

Come appare dall’insieme, non si tratta sempre di feste esclusive di san Giuseppe; esse, tuttavia, si collocano tutte nella prossimità del Natale con l’intento di includerlo nel mistero al quale egli intimamente appartiene.

Anche gli Ucraini cattolici, volendo introdurre una nuova festa di san Giuseppe in ossequio all’enciclica “Quamquam pluries” di Leone XIII, scelsero il giorno dopo Natale, onorando così san Giuseppe in “Sinassi” con la S.ma Theotócos. (…)

In Occidente

I documenti occidentali sono anteriori di almeno un secolo a quelli orientali. Il culto di san Giuseppe è attestato per la prima volta nel manoscritto Rh 30, 3 (sec. VIII), conservato nella Biblioteca cantonale di Zurigo: “XIII kal. Aprilis Joseph sponsus Mariae”. La commemorazione di san Giuseppe al 20 marzo, che incontriamo nel Calendario-martirologio di questo codice, è la più antica menzione esplicita del Santo vicina al 19 marzo; esso proviene (1862) dalla abbazia benedettina di Rheinau, antica cittadina del Canton Zurigo, ma se ne ignora il luogo primitivo di origine, da ricercarsi nella Francia settentrionale o nel Belgio, e il posto esatto nella tradizione martirologica.

Nei martirologi e calendari che vanno dal secolo IX (Fulda [Vat. Lat. 3809], Oengus, Reichenau) in poi (sec. X ovvero IX: (Irlanda) Tallaght, Reichenau, San Gallo, Fulda, Ratisbona – oggi a Verona, Biblioteca Capitolare, cod. 87 -, Messale di Robert de Jumièges; sec. XI: Winchester, Sherborne, Evesham, Wescester, Stavelot; sec. XII: Werden, Abbadia di Sta Maria e San Werburgh, martirologio metrico di O. Gorman, ecc.), la menzione di san Giuseppe compare al 19 marzo: “In Bethleem, sancti Ioseph” con la seguente apposizione: “nutritoris Domini”; permane, tuttavia, una certa confusione di date tra il 19 e il 20 marzo (per esempio, nei martirologi di San Remigio di Reims e di San Massimino di Treviri, dove si legge: Antiochia S. Ioseph Sponsi S. Mariae). (…).

G. Lefebvre riferisce che nella liturgia gallicana la festa di san Giuseppe si celebrava il 3 gennaio (Liturgia, a cura di R. Aigrain, Paris 1947, p. 637); l’Ordine di Cluny la celebrava il giovedì della terza settimana di Avvento (Breviarum Cluniacense, 1686 e 1779). A questo punto, poiché la missione eccezionale di san Giuseppe si trova meglio inquadrata nel periodo natalizio, come nelle liturgie più antiche, piuttosto che nella Quaresima, dove incontra ostacoli e subisce spostamenti, si affaccia la domanda circa l’opportunità o no di conservare ancora la data attuale, probabilmente solo casuale.

La prima menzione del nome di san Giuseppe si trova in un Messale del sec. XII (Biblioteca Vaticana, n. 4770); è collocato in uno schema di Litanie, da cantare durante la funzione del Sabato Santo, tra il nome di Simeone e quello dei SS. Innocenti.

Il primo Ufficio canonico completo, con note musicali, in onore di san Giuseppe, è del secolo XIII e proviene ancora da una abbazia benedettina, San Lorenzo, di Liegi; si ricorre, per la prima volta, al suo “patrocinium”. Nel monastero austriaco di San Floriano un messale della fine del secolo XIV elenca una messa votiva al padre nutrizio del Signore.

Nel secolo XIII il culto privato del Santo è attestato dal mistico Hermann di Steinfeld (+1241), monaco premonstratense, che ricevette il nome di Giuseppe in una visione della Madonna; è stato attestato, inoltre, da Margherita da Cortona († 1297) e da santa Gertrude († 1302).

Alla presenza dei Francescani, Domenicani e Carmelitani ad Agrigento è dovuta l’accettazione colà di un ufficio in onore di san Giuseppe, del secolo XIV, conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo: “Officium Sanctissimi Joseph nutricii et patris adoptivi Domini nostri Jesu Christi”; esso dipende dalla Legenda aurea di Giacomo da Varazze († 1298). Si tratta, fino al presente per l’Italia, della più antica testimonianza liturgica sul culto di san Giuseppe. Questo ufficio contiene una chiara allusione alla santificazione di san Giuseppe, chiamato sanctorum sanctus; nell’antifona del Magnificat si legge: “O proles almifica / de Bethleem electa, / gemma nimis ardua / ab omni labe erepta”.

Il culto di san Giuseppe nell’Ordine Carmelitano era già introdotto nella seconda metà del secolo XV, come è comprovato da due breviari (Bruxelles 1480; Venezia 1490), che contengono un ufficio proprio di san Giuseppe. Appartiene al loro Ordine un ufficio del 1434 circa.

All’inizio del 1400 il nome di san Giuseppe viene elencato tra i santi del 19 marzo al primo posto.

La festa di San Giuseppe

L’abbazia benedettina di Winchester rivendica l’onore di essere stata la prima a celebrare la festa di san Giuseppe verso il 1030.

I Servi di Maria, come risulta dagli Atti del Capitolo tenuto a Orvieto nel 1324, furono i primi a celebrare solennemente la festa di san Giuseppe.

I francescani adottarono la festa nel Capitolo generale di Assisi nel 1399, usando come testo liturgico della Messa il “Commune Confessorum”. Tuttavia, Franc. Florentinus testimonierebbe una festa di san Giuseppe in vigore nell’Ordine fin dal secolo XIII (Vetustius occidentalis Ecclesiae Martyrologium D. Hieronymo tributum, Lucca 1668).

Gregorio XI (1371-78), avendo eretto la cappella in onore di san Giuseppe nella chiesa di Sant’Agricola ad Avignone, vi avrebbe stabilito anche la festa del 19 marzo.

A Milano la festa di san Giuseppe fu stabilita nel 1467 e si celebrava il 20 marzo, giorno dell’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza; dal 1509 fu fissata al 19 marzo; san Carlo Borromeo (card. e arciv. dal 1560 al 1584) la trasferì al 12 dicembre, giorno adottato anche dalla diocesi di Sens (Missale Senon., 1715); nel 1897 ritornò al 19 marzo.

Il francescano Sisto IV concesse nel 1480 ai Frati Minori di celebrare con rito doppio maggiore la festa del 19 marzo, già presente nel calendario dei messali (1472) e dei breviari (1476) romani da loro usati.

Diffusasi la festa nelle diocesi e negli Ordini religiosi, Pio V la inserì con rito doppio nella riforma del breviario (1568) e el messale (1570).

La festa fu istituita dai Domenicani nel Capitolo generale del 1508; fu elevata a più alto grado e fissata al 19 marzo nel 1513.

L’8 maggio 1621 Gregorio XV rese obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe; tale decreto, tuttavia, non trovò esecuzione ovunque e Urbano VIII il 13 settembre 1642 rinnovò l’ordine con la bolla “Universa per orbem”.

Su richiesta di Luigi XIV, l’assemblea del clero di Francia, nel 1661, istituisce la festa di san Giuseppe come festa di precetto.

Clemente X (6 dicembre 1670) elevò la festa al rito doppio di seconda classe, introducendo nel breviario (1671) i tre inni in onore di san Giuseppe (Te, Ioseph, celebrent – Caelitum, Ioseph, decus – Iste, quem laeti); autore di questi inni sarebbe il cistercense fogliante card. Giovanni Bona († 1674); altri indicano Johannes von der Empfängnis (+1700). Clemente XI il 4 febbraio 1714 concesse a san Giuseppe per il 19 marzo messa e ufficio propri. Pio IX l’8 dicembre 1870 eleva la festa del 19 marzo a rito doppio di prima classe.

Pio X (24 luglio 1911) conferma, designando la festa col titolo: Commemoratio Sollemnis S Joseph, Sponsi B.M.V., Confessoris, ma il 28 ottobre 1913 essa ritorna al rito doppio di seconda classe.

Benedetto XV il 12 dicembre 1917 la eleva nuovamente al rito doppio di prima classe.

Il Codice di Diritto Canonico (1917) la include tra le feste di precetto per tutta la Chiesa (can. 1247; cf. CJC 1983, can. 1246).

La festa del Patrocinio

Il Diario Romano di Gaspare Pontani segnala una festa di san Giuseppe il 13 maggio 1478, che allora corrispondeva alla quarta domenica dopo Pasqua, nella piazza di San Celso, al centro del rione Ponte Sant’Angelo.

Ad Avignone, dal 1500 la Confraternita degli agonizzanti celebrava, la terza domenica dopo Pasqua, la festa del Patrocinio si san Giuseppe, presto diffusa in tutta la città con solenne processione.

Pio IX il 10 settembre 1847 estese alla Chiesa intera l’ufficio proprio e la messa del Patrocinio di San Giuseppe, fissando la festa alla terza domenica dopo Pasqua con il rito doppio di seconda classe.

Tale festa era già stata ottenuta da molti Ordini: i Carmelitani nel 1680, gli Agostiniani nel 1700, i Mercedari Scalzi nel 1702, i Caracciolini nel 1723, i Domenicani, i Barnabiti e i Servi di Maria nel 1725, i Frati Minori Conventuali nel 1727, i Camilliani nel 1728, i Minimi nel 1729, gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona nel 1730, tutto l’Ordine dei Frati Minori e i Teatini nel 1733, tutto il Terz’Ordine di San Francesco e tutto l’Ordine dei Canonici Regolari del SS. Salvatore Lateranense nel 1735, gli Scolopi nel 1736.

Tra le diocesi che ottennero la concessione ricordiamo, in ordine di tempo, quella di Messico (1703), di Puebla de los Angeles (1704), la prelatura nullius di Altamura (Bari, 1713), Palermo (1719), La Plata (Argentina), Lipari, Messina e Catania (1721), Siracusa (1723), Monreale e Malaga (1725), Cartagena (1726), Cadice, Pavia e Siviglia (1727),  Badajoz, Santiago di Cuba, Bari, Orihuela e Brescia (1728), Michoacan e Mazara del Vallo (1729), Lima e Malta (1731), Avellino e Frigento (1732), Vittorio Veneto (1733), Piacenza, San Severino, Freising, Ratisbona, Ascoli Satriano, Colonia, Münster, Paderborn, Hildesheim, Telese e Salerno (1734), Napoli, Orvieto e Narni (1735), Asti (1741), Acqui (1785); il clero secolare e i religiosi di Roma l’ottennero nel 1809.

Se consideriamo i territori, l’Etruria l’ottenne nel 1723; le Puglie, il regno di Valenza, gli stati e i domíni del re di Spagna nel 1729; la repubblica di Venezia nel 1730; il ducato di Modena nel 1733; il regno di Polonia e province nel 1735; lo stato del principe dell’Umbria nel 1736; lo stato di Urbino nel 1743; il regno e domíni del Portogallo nel 1744; i domíni del Palatinato nel 1753; il principato di Colonia nel 1783.

Il 28 ottobre 1913 Pio X stabilì che la festa del Patrocinio, divenuta dal 24 luglio la “Solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale”, con rito doppio di prima classe o ottava, fosse celebrata nel terzo mercoledì dopo Pasqua. (…)

https://movimentogiuseppino.wordpress.com/vi-san-giuseppe-nella-liturgia/

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/san-giuseppe-nella-liturgia/

S. Pietro Martire da Verona, l’inquisitore santo ucciso dagli eretici

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Oggi, 29 Aprile, la Chiesa festeggia San Pietro Martire, co-patrono della città di Verona. E’ per noi di Christus Rex motivo speciale per la Sua devozione, soprattutto perché i cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel “Comitato perché la chiesa di San Pietro Martire resti cattolica e contro il relativismo religioso” riuscirono a far cacciare i luterani ivi insediatisi con l’assenso della diocesi alla guida dell’allora “mons.” Flavio Roberto Carraro, il cappuccino ultra-progressista che gliela mise a disposizione. La prima azione riparatrice fu un S. Rosario guidato da don Francesco Ricossa dell’I.M.B.C.

Dopo circa 5 anni di militanza pubblica, tra migliaia di volantini distribuiti in ogni luogo visitato da Carraro, Messe e Rosari riparatori, azioni eclatanti davanti alla Curia, una Processione, lettere di protesta, il Comitato di cui faceva parte attiva il nostro gruppo, riuscì a convincere il nuovo “ordinario diocesano” Giuseppe Zenti a non rinnovare la convenzione coi protestanti, che vennero sfrattati tra le proteste dei fedeli, dei loro pastori, ma soprattutto del “clero” diocesano, allora considerato più autorevole a Verona. Correva l’anno 2010…

Foto di una delle tante manifestazioni di protesta del Comitato davanti alla chiesa e casa natale del Santo martire a Verona, con lo striscione realizzato dal nostro Circolo Christus Rex

 

Segnalazione del Centro Studi Federici

San Pietro Martire è il patrono del Seminario dell’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (TO): http://www.sodalitium.biz/seminario/
 
29 APRILE SAN PIETRO, MARTIRE
 
L’eroe che la Santa Chiesa presenta oggi quale intercessore a Gesù risorto, ha combattuto così valorosamente da ricevere la corona del martirio. Il popolo cristiano lo chiama san Pietro Martire, di modo che il suo nome e la sua vittoria non si separano mai. Immolato da mano eretica, è stato il tributo che la cristianità del secolo XIII offrì al Redentore. Mai nessun trionfo ebbe acclamazioni così solenni. Nel secolo precedente, la palma raccolta da Tommaso di Cantorbery fu salutata con trasporto da quei popoli che allora amavano soprattutto la libertà della Chiesa: quella di Pietro fu oggetto di un’ovazione simile all’altra. La sua festa veniva celebrata con la sospensione del lavoro, come si faceva nelle antiche solennità, ed i fedeli accorrevano nelle chiese dei Frati Predicatori, portando rami, che presentavano per essere benedetti, in ricordo del trionfo di Pietro Martire. Quest’uso si è mantenuto anche ai nostri giorni nell’Europa meridionale, ed i rami, benedetti in quel giorno dai Domenicani, sono considerati una protezione per le case, nelle quali vengono conservati con rispetto.
 
San Pietro e l’Inquisizione.
Qual era il motivo che aveva potuto infiammare lo zelo del popolo cristiano per la memoria di questa vittima di un odioso attentato?
Pietro soccombette mentre lavorava in difesa della fede, ed i popoli a quei tempi non avevano niente di più caro. Egli aveva avuto l’incarico di cercare gli eretici manichei, che da un pezzo infestavano il Milanese con dottrine perverse e costumi altrettanto deprecabili. La sua fermezza, la sua integrità nel compimento di questa missione, lo esposero all’odio dei Patarini; e quando cadde vittima del suo coraggio, un grido di ammirazione e di riconoscenza si levò dalla cristianità. Niente dunque di più lontano dalla verità, che le invettive dei nemici della Chiesa e dei loro imprudenti fautori, contro le persecuzioni che il diritto pubblico delle nazioni cattoliche aveva decretato per sventare e colpire i nemici della fede. In quei secoli, nessun tribunale fu mai più popolare di quello che era incaricato di proteggere la santa fede, e di reprimere coloro che avevano osato attaccarla.
Che l’Ordine dei Frati Predicatori, incaricati principalmente di questa alta magistratura, gioisca dunque senza orgoglio, come senza timore, dell’onore che ebbe di esercitarla così a lungo per la salvezza del popolo cristiano. Quante volte i suoi membri hanno trovato gloriosa morte nell’adempimento del loro austero dovere! San Pietro Martire fu il primo tra quelli dati dall’Ordine per questa causa; ma i fasti domenicani ne produssero un gran numero: eredi della sua dedizione ed emuli della sua corona. La persecuzione degli eretici non è più che un fatto storico; ma a noi cattolici non è permesso considerarla altrimenti di come la considera la Chiesa. Oggi ella ci ordina di onorare come martire uno dei suoi santi che ha incontrato la morte andando incontro ai lupi che minacciavano le pecorelle del Signore; non saremmo noi colpevoli verso la madre nostra, se osassimo giudicare, altrimenti di quanto lo meritano, quelle lotte che hanno valso a Pietro la corona immortale? Lungi dunque dai nostri cuori di cattolici la vigliaccheria che non osa accettare gli sforzi fatti dai nostri padri per conservarci la più preziosa delle eredità! Lungi da noi quella facilità puerile nel credere alle calunnie degli eretici e dei pretesi filosofi, contro una istituzione ch’essi non possono, naturalmente, che detestare!
Lungi da noi quella deplorevole confusione di idee che mette sullo stesso piede la verità e l’errore, e che, visto che questo non può avere diritti, ha osato concludere che la verità non deve reclamarne!
 
VITA. – San Pietro nacque a Verona nel 1206, da genitori eretici. Prevenuto dalla grazia ed istruito da un sacerdote cattolico, aderì, fin dalla sua giovinezza, alla verità della fede. Studente a Bologna, ben lungi dal lasciarla indebolire, entrò tra i Frati Predicatori, ove si distinse nella pratica delle virtù religiose. Ordinato sacerdote, esercitò il suo ministero nelle province circostanti, vi operò miracoli e numerose conversioni. Nel 1232, Gregorio IX lo nominò Inquisitore generale della Fede. Il suo lavoro per estirpare l’eresia gli procurò l’odio dei manichei. Il 6 aprile 1252, uno di essi lo assassinò mentre si recava a Milano. Il corpo del Martire fu trasportato nella Chiesa dei Domenicani di Milano, e l’anno seguente, Innocenzo IV poteva iscrivere Pietro nell’albo dei santi.
 
Protezione contro l’errore.
Protettore del popolo cristiano, quale altro motivo di quello della carità poteva guidare il tuo lavoro? Sia che la tua parola viva e luminosa riconducesse a verità le anime che erano state ingannate, sia che, affrontando direttamente il nemico, la tua severità lo costringesse a fuggir lontano da quei pascoli che esso veniva ad avvelenare, non avesti che uno scopo: quello di preservare i deboli dalla seduzione. Quante anime semplici avrebbero goduto le delizie della verità divina, che la Santa Chiesa faceva giungere fino ad esse, e che, invece, miseramente ingannate dai propagatori dell’errore, senza difesa contro il sofismo e la menzogna, perdevano il dono della fede e si spegnevano nell’angoscia e nella depravazione!
La società cattolica aveva prevenuto tali pericoli e non sopportava che quell’eredità, conquistata al prezzo del sangue dei martiri, fosse in preda a nemici gelosi, che avevano risolto d’impossessarsene. Ella sapeva che nel fondo del cuore dell’uomo, decaduto per la colpa, spesso si trova un’attrattiva verso l’errore, e che la verità, immutabile in se stessa, ha la sicurezza di rimanere in possesso della nostra intelligenza solo quando è difesa dalla scienza e dalla fede: la scienza, che è retaggio di pochi, e la fede, contro la quale l’errore cospira senza tregua, sotto le apparenze della verità. Nelle epoche cristiane si sarebbe ritenuto tanto colpevole quanto assurdo garantire all’errore la stessa libertà che è dovuta alla verità, ed i pubblici poteri si consideravano investiti del diritto di vegliare sulla salvezza dei deboli, allontanando da essi le occasioni di cadere, come fa un padre di famiglia quando si prende cura di salvaguardare i suoi bambini da quei pericoli che sarebbero tanto più funesti, quanto più la loro inesperienza non glieli farebbe avvertire.
 
Amore della fede.
Ottienici, o Martire santo, una stima sempre più grande di questo dono prezioso della fede, che ci mantiene nella via del cielo. Veglia con sollecitudine, affinché essa venga conservata in noi ed in tutti quelli che sono affidati alle nostre cure. L’amore di questa fede santa è andata in molti affievolendosi; il contatto con chi non crede li ha abituati a compiacenze di pensiero e di parola che li hanno snervati. Richiamali, Pietro, a quello zelo per la verità divina che deve essere la caratteristica principale del cristiano. Se nella società in cui vivono tutto cospira per eguagliare i diritti dell’errore a quelli della verità, che essi si sentano maggiormente obbligati a professare la verità ed a detestare l’errore. Ravviva dunque in tutti noi, o martire santo, l’ardore della fede: “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr 11,6). Rendici delicati su questo punto d’importanza capitale per la nostra salvezza, affinché, accrescendosi sempre più la nostra fede, meritiamo di vedere in cielo, per l’eternità, ciò che fermamente avremo creduto sulla terra.
 
Da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 582-584
 
 

Un 25 Aprile di liberazione dalle bugie e dalla retorica

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI – BUON 25 APRILE,  FESTA DI SAN MARCO EVANGELISTA A TUTTI I LETTORI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/25/un-25-aprile-di-liberazione-dalle-menzogne-e-dalla-retorica/

L’AGGRESSIVITÀ BELLICA ANDREBBE FERMATA INVIANDO ARMI TENUTE SOTTO SEGRETEZZA? ARMANDO SEMPRE DI PIÙ I CIVILI, I MERCENARI, I COSIDDETTI NEONAZISTI? RINUNCIANDO AL GAS RUSSO, FACENDO SCHIZZARE ALLE STELLE IL COSTO DELLE BOLLETTE E CHIUDENDO TUTTE LE NOSTRE AZIENDE, PERALTRO DA DUE ANNI IN CRISI A CAUSA DELLA PANDEMIA?

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha annunciato che le armi richieste all’Occidente sono arrivate. Ciascun Paese ha fatto la sua parte: Joe Biden ha rifornito di droni, obici, veicoli corazzati, munizioni per un ammontare di 800 milioni di dollari.

La Germania aveva annunciato l’invio di 1.000 armi anticarro, 500 missili terra-aria Stinger, circa 2.700 missili antiaerei Strela e munizioni. Secondo i media, avrebbe inviato anche circa 100 mitragliatrici, 100.000 granate, 2.000 mine, 15 bombe demolitrici, detonatori e cariche esplosive. Spagna, Francia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia hanno mandato in Ucraina missili antiaerei Mistral di fabbricazione francese, armi anticarro M72, equipaggiamento militare e pezzi di artiglieria pesante. Il Regno Unito afferma di aver distribuito più di 200.000 pezzi, inclusi 4.800 missili anticarro NLAW, 120 veicoli corazzati Mastiff, Wolfhound e Husky nonché un nuovo sistema missilistico antinave.

Il Canada, che finanzia l’Ucraina dal 2015 per un ammontare di 141 milioni di dollari canadesi (112,6 milioni di dollari) ha annunciato l’invio di aiuti militari difensivi, armi e munizioni, bombe a mano, lanciarazzi, apparecchiature di sorveglianza e rilevamento, nonché obici M777 e munizioni. Il Giappone ha annunciato che invierà generatori elettrici e droni, mentre hanno contribuito anche la Grecia con 400 kalashnikov, i Paesi Bassi con 200 missili Stinger. il Belgio, la Slovenia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Estonia, la Lituania, la Lituania e la Romania hanno provveduto agli approvvigionamenti militari per milioni di euro.L’Italia, al contrario degli altri Paesi, mantiene le sue consegne di armi all’Ucraina sotto segretezza. Però, il Presidente della Repubblica nata dalla Resistenza, all’incontro con i rappresentanti delle associazioni combattentistiche d’arma, in vista del 25 Aprile, ha detto che “forse serviranno sacrifici per l’Ucraina, ma saranno comunque inferiori ai rischi di subire questa aggressività bellica”. Quindi, rischiamo l’invasione da parte della Russia? Continua Mattarella: «Ci si dimentica dei valori del 25 aprile e della Resistenza. L’attacco violento della Federazione Russa al popolo ucraino non ha giustificazione alcuna» ha detto Mattarella. “Il 25 aprile ci ricorda anche «un popolo in armi per affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista». Fu «un’esperienza terribile; che sembra dimenticata, in queste settimane, da chi manifesta disinteresse per le sorti e la libertà delle persone, accantonando valori comuni su cui si era faticosamente costruita, negli ultimi decenni, la convivenza pacifica tra i popoli». Dunque, l’aggressività bellica andrebbe fermata inviando armi tenute sotto segretezza? Armando sempre di più i civili, i mercenari, i cosiddetti neonazisti? Rinunciando al gas russo, facendo schizzare alle stelle il costo delle bollette e chiudendo tutte le nostre aziende, peraltro da due anni in crisi a causa della pandemia?

Da Mariupol le persone, intanto, iniziano a raccontare delle atrocità e dei crimini compiuti dal battaglione Azov, che dovranno essere oggetto di una commissione speciale d’inchiesta, il più possibile imparziale, assieme a tutte le azioni di guerra compiute in Ucraina, fin dal 2014 in Donbass. Ma, di questo, Mattarella non ha parlato. Nessuno ne parla. Si continua nella narrazione tra opposte tifoserie, ove l’occidentale è obbligato a prendere la parte atlantica da un’arroganza sistemica simil totalitaria, che mai avrei pensato di vivere nel nostro Paese. Si cerca di silenziare la ricerca della verità dei fatti, che vede enormi responsabilità da parte degli USA e della NATO, si impone la propaganda, si cancella incredibilmente la diplomazia, al punto che ci si può legittimamente chiedere chi sia a volere che la guerra continui?

Chiunque voglia approfondire, porre dubbi, viene etichettato come un collaborazionista del nemico russo, un po’ come chi si chiedeva se la gestione del green pass fosse davvero efficace e non riceveva risposte, ma il marchio a fuoco di “no vax”, da esporre al pubblico ludibrio. C’è qualcosa di enorme che non va, quindi, nelle democrazie (o plutocrazie?) occidentali che turba la maggior parte delle persone che credono di poter avere un’opinione circostanziata, non conforme alla narrativa corrente, senza aver mai visto un rublo né conoscere agenti del Cremlino. Gli Stati hanno già inviato un arsenale bellico in Ucraina, la cui portata avrebbe dovuto far ritirare i russi, ma questo non accade. Semmai è Putin che sta prendendo l’Ucraina.

C’è, dunque, un chiaro cortocircuito nel mainstream, che pare un disco rotto nel raccontare verità parziali o evidenti bugie. Che sia un 25 Aprile di liberazione dalle menzogne e dalla retorica, in onore di san Marco Evangelista. L’uomo ricordi che può ingannare gli uomini, e fino ad un certo punto. Ma non potrà mai prendersi gioco di Dio. Quando si troverà davanti al Suo giudizio, tenga presente che “Egli è misericordioso, ma anche giusto, e perciò è obbligato a castigare chi l’offende . Egli usa misericordia, ma a chi? A chi lo teme” (S. Alfonso Maria de’ Liguori, Apparecchio alla morte, Cons. XXIII, p. 2).

Nuovo studio sulla Sacra Sindone: “Non è l’immagine di un defunto”

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“La Sindone di Torino mostra l’immagine di una persona nel momento in cui era viva”

Il dottor Bernardo Hontanilla Calatayud, dell’Università di Navarra, in Spagna, ha pubblicato sulla rivista Scientia et Fides un articolo inedito sulla misteriosa figura che in modo mai spiegato dalla scienza è rimasta impressa sulla Sindone di Torino. La tesi dell’esperto è che la figura non corrisponda a una persona inerte, come si pensava tradizionalmente, ma a una persona viva che si sta alzando.

“In questo articolo sono esposti vari segni di vita indicati dalla Sindone di Torino. Basandosi sullo sviluppo della rigidità cadaverica, si analizza la postura del corpo impressa sulla Sindone. La presenza di solchi facciali indica che la persona è viva. La Sindone di Torino mostra segni di morte e di vita di una persona che ha lasciato la sua immagine impressa in un momento in cui era viva”.

Questa affermazione si inserisce in modo notevole nella dottrina sulla Resurrezione di Cristo e nelle proposizioni di altri esperti sul momento in cui l’immagine sarebbe rimasta impressa sul telo, come se corrispondesse a una radiazione sconosciuta, emessa dal corpo fino ad allora coperto.

“Nel corso di questo articolo, analizzeremo una serie di segni impressi sulla Sindone di Torino che potrebbero giustificare il fatto che la persona avvolta nel sudario fosse viva al momento dell’impressione della sua immagine”.

Rigidità e postura della figura

La prima caratteristica studiata nell’analisi è la presenza o meno di “rigidità cadaverica o rigor mortis”. Questa rigidità viene constatata nei defunti “inizialmente nella mandibola e nella muscolatura oculare, poi interesserà il volto e passerà al collo. In seguito si estenderà al torace, alle braccia, al tronco e infine alle gambe”, ha affermato l’esperto. Questo effetto arriva all’espressione massima dopo 24 ore dalla morte, e inizia a scomparire a poco a poco, in ordine inverso, circa 36 ore dopo il decesso, richiedendo 12 ore per smettere di essere notevole. La gravità dei traumi subiti dall’uomo della Sindone e le perdite di sangue avrebbero provocato una rigidità precoce, da 25 minuti dopo la morte, che sarebbe arrivata alla massima espressione tra le tre e le sei ore dopo. “I segni apparenti di rigidità che appaiono nell’immagine potrebbero non corrispondere ai segni di rigidità post mortem classicamente attribuiti”.

L’esperto ha registrato una “semiflessione del collo e una semiflessone asimmetrica delle articolazioni dell’anca, delle ginocchia e delle caviglie”. Le caratteristiche della posizione registrata nella Sindone non corrispondono alla rigidità che il corpo dovrebbe avere dopo essere stato tirato giù dalla croce”.


SINDONE 3D

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Posizione come per alzarsi

Le analisi hanno coinvolto test con “uomini tra i 30 e i 40 anni con fenotipo atletico, alti tra 1,70 m e 1,80 m”. Quando è stato chiesto loro di alzarsi in una posizione simile a quella dell’uomo della Sindone, hanno mostrato “un dislocamento delle mani verso gli organi genitali nel flettere il tronco, una semiflessione della testa e l’appoggio di una pianta del piede con minore flessione della gamba e un grado di rotazione interna, come quella osservata nella Sindone”.

Un’analisi più dettagliata della posizione evidenzia che nell’immagine non c’era rigidità cadaverica nelle membra superiori, il che è contraddittorio, visto che i muscoli delle braccia hanno sopportato una pressione maggiore durante la crocifissione.

“La postura rigida di un crocifisso implicherebbe avambracci e articolazioni del carpo in semiflessione tipica, come osservato in molti cadaveri”, ha ricordato Hontanilla, indicando che la posizione delle dita non corrisponde a quella che ci si aspetta da un cadavere. “È ragionevole che anche l’assenza dei pollici nella Sindone possa essere attribuita a segni di vita e non solo alla paralisi di un cadavere rigido”.

Volto vivo

Una prova di vitalità nell’immagine potrebbe essere percepita nel volto, con la “presenza di solchi nasogeniani e nasolabiali”, linee d’espressione provocate dall’azione dei muscoli e che scompaiono nei pazienti con paralisi facciale o dopo la morte. “In un cadavere recente, la muscolatura facciale si rilassa, i solchi scompaiono e la bocca si apre. È il momento iniziale della flaccidità post mortem”, ha dichiarato l’esperto, concludendo:

“La postura asimmetrica della semiflessione osservata nelle gambe, la semiflessione della testa e soprattutto la presenza dei solchi nasogeniani e la collocazione delle mani nella zona genitale potrebbero indicare che siamo davanti a una persona che sta iniziando il movimento di alzarsi”.

Un’analisi dei testi evangelici coerente con le prove della Sindone collocherebbe il momento in cui l’immagine è rimasta registrata “tra la prima veglia della domenica (dalle 19.00 alle 21.00 del sabato) e la seconda veglia (dalle 21.00 a mezzanotte), o al massimo all’inizio della terza veglia della domenica (da mezzanotte alle tre del mattino) del terzo giorno della morte”.

Autenticità della Sindone

Se la Sindone fosse falsa, le macchie di sangue e le altre caratteristiche verificabili avrebbero richiesto “una vera opera d’arte realizzata da una persona con minuziose conoscenze mediche, forensi e di processamento delle immagini su tessuti antichi”, e che fosse inoltre in grado di realizzare una falsificazione perfetta con le tecniche disponibili nel XIV secolo.

“Una seconda opzione, tenendo conto del racconto evangelico, è che si tratti di un panno appartenuto a un rabbino che venne sepolto in base alla tradizione ebraica dopo essere stato crocifisso e flagellato secondo la pratica romana. E possiamo aggiungere che l’immagine è stata impressa quando era vivo, visto che contiene segni statici propri di una persona morta ma anche segni dinamici di vita in contraddizione con la sequenza naturale dell’apparizione dei segni di rigidità cadaverica”.

L’esperto vede in questi segni l’apparente volontà di Cristo di registrare il miracolo.

“Se la Sindone ha coperto il corpo di Gesù, è ragionevole pensare che sarebbe stato interessato a mostrarci i segni non solo della morte, ma anche della resurrezione, nello stesso oggetto. Analizzando i tempi trascorsi dalla morte alla resurrezione e seguendo il racconto evangelico, sembra che Gesù Cristo volesse morire in quel momento, coincidendo con il sacrificio degli agnelli nel popolo ebraico, calcolando un tempo sufficiente perché il suo cadavere sopportasse la corruzione. Insistiamo sul verbo ‘volesse’, perché Pilato stesso si sorprese per il fatto che non fosse morto molto presto”.

A partire dal materiale pubblicato dall’agenzia Gaudium Press

Fonte: https://it.aleteia.org/2020/02/28/nuovo-studio-sulla-sacra-sindone-non-e-limmagine-di-un-defunto-ma-di-un-vivo-che-si-alza/

La Risurrezione di Gesù Cristo

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Pubblichiamo la voce relativa alla resurrezione di N. S. Gesù Cristo tratta dal “Dizionario Biblico” diretto da Francesco Spadafora (Editrice Studium, Roma, 196, pagg. 520-524).
 
RISURREZIONE di Gesù. – È la verità fondamentale del Cristianesimo: Gesù risorge dal sepolcro col suo medesimo corpo, per virtù propria. L’anima, sempre unita alla divinità, alla morte, era discesa agli inferi; al mattino di domenica, si riunisce al corpo, rianimandolo.
 
Gesù aveva ripetutamente preannunziato la sua r. Ai Farisei, quale segno o miracolo dimostrativo della sua autorità messianica, Gesù dice: «Disfate questo tempio e in tre giorni lo riedificherò» (Io. 2, 18 s.); i discepoli compresero il senso esatto della frase dopo la r. (Io. 2, 20 s.). I Farisei se ne servirono come accusa dinanzi al Sinedrio (Mc. 14, 57 ss.) e come scherno ai piedi della Croce (Mc. 15, 29 s.; Mt. 27, 40), intendendo la frase del tempio materiale.
 
Ma Gesù era stato esplicito con loro, quando in seguito, insistendo essi per un prodigio straordinario, a loro piacimento, così rispose: «Una generazione malvagia e adultera chiede un prodigio; nessun prodigio le sarà dato vedere, se non quello del profeta Giona. Poiché come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figliuolo dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt. 12, 39 s.; Lc. 11, 29 ss).
 
I Farisei lo compresero e lo ricordano bene il giorno dopo la crocifissione quanto ottengono da Pilato di porre una guardia armata al sepolcro e appongono i loro sigilli alla pietra che ne chiudeva l’ingresso: «Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre ancora viveva: Dopo tre giorni risusciterò. Ordina dunque che si assicuri il sepolcro» (Mt. 27, 62-66).
 
Ai discepoli nettamente, dopo l’annunzio delle sue sofferenze e della sua morte: «E’ necessario che il Figlio dell’uomo sia messo a morte, e che dopo tre giorni risusciti» (Mt. 16, 21; Mc. 8, 31 s.; Lc. 9, 22).
 
Così ancora ripete loro una seconda volta (Mt. 17, 22 s.; Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 44) e una terza (Mt. 20, 17 ss.; Mc. 10, 32 ss.; Lc. 18, 31·34).
 
I discepoli che non vogliono ammettere le sofferenze e la morte del Messia, si chiedono che cosa possa significare questo «risorgere di tra i morti» (Mc. 9, 10); e gli evangelisti sottolineano tale incomprensione (Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 45).
 
Dopo la trasfigurazione, ai tre prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù intima «di non raccontare a nessuno ciò che han visto, fino a che il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti» (Mc. 9, 9; Mt. 17, 9). Cf. ancora Io. 12, 33 s.; 8, 28.
 
Pertanto Gesù medesimo ha dato la sua r. come la pietra di paragone, il prodigio per eccellenza attestante la divina autorità della sua missione e la sua stessa natura divina.
 
Lo afferma ancora s. Paolo, scrivendo ai Corinti, nel 55 ca. d. C.: «Vi richiamo, o fratelli, il vangelo che vi ho annunciato. Vi ho dunque trasmesso prima di tutto, ciò che io stesso ho ricevuto, cioè che il Cristo è morto per i nostri peccati conformemente alle Scritture, che è stato sepolto, che è risuscitato il terzo giorno conformemente alle Scritture, e che è apparso a Pietro, poi ai Dodici. In seguito è apparso a più di cinquecento fratelli in una sola volta (la maggior parte dei quali è ancor oggi vivente, alcuni sono morti); poi è apparso a Giacomo; quindi a tutti gli Apostoli. E all’ultimo posto è apparso anche a me, come a un aborto.
 
Sì, io sono il minimo degli Apostoli, indegno d’esser chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio… In breve, sia io che essi, ecco quel che predichiamo e che voi avete creduto.
 
Ora se la predicazione evangelica attesta che il Cristo è risuscitato dai morti come mai alcuni tra voi possono pretendere che non ci sia la r. dei morti? Se non si ha la r. dei morti, il Cristo non è risuscitato.
 
E se il Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione diventa senza oggetto, senza oggetto anche la nostra fede… Se il Cristo non è risuscitato la vostra fede è sterile; voi siete ancora nei vostri peccati; quelli che son morti nel Cristo sono periti… Ma no; il Cristo è risuscitato dai morti…» (I Cor. 15, 3-20).
 
Nei testi sacri del Nuovo Testamento, sono attestate ineccepibilmente quattro verità, le quali non permettono in alcun modo di dubitare del grande prodigio: realtà della morte del Cristo (Mt. 27, 45-56; Mc. 15, 33-41.45 s., dove Pilato riceve dal centurione, responsabile dell’esecuzione, la dichiarazione autentica della morte di Gesù; Lc. 23, 44-49; Io. 19, 28 ss. uno dei soldati si assicurò con la lancia che Gesù fosse già morto; Phil. 2, 8 s. ecc.); realtà della sua sepoltura (Mt. 27, 57-66; Mc. 15, 42-47; Lc. 23, 50-56; Io. 19, 38-42; ecc.); scoperta della tomba vuota e apparizioni del Signore (Mt. 28; Mc. 16; Lc. 24; Io. 20).
 
Il corpo del Redentore, deposto dalla Croce, fu lavato e ne fu curato il seppellimento, secondo il modo abituale dei Giudei, come attesta s. Giovanni, precisando i Sinottici. Giuseppe d’Arimatea ne aveva ricevuto da Pilato l’autorizzazione; e con Nicodemo aveva preparato ogni cosa, in modo da far tutto, prima che al tramonto incominciasse il riposo sabatico (Io. 19, 38-42; M. Braun, La sépulture de Jésus, Parigi 1939; cf. RB, 1936).
 
Gli eventi (tomba vuota, apparizioni) del mattino di Pasqua e apparizioni successive vengono così disposti.
 
1. Dopo la Passione, gli Apostoli s’erano nascosti in Gerusalemme; non era facile per essi fuggire in Galilea dato il riposo festivo di quei giorni solenni. Vinti dallo scoramento non pensavano affatto a rianimarsi nella fede.
 
2. Al mattino presto di Domenica, si ebbe un terremoto; la porta del sepolcro fu aperta da un angelo, che si sedé sulla grossa pietra, rotolata via. Le guardie atterrite si disperdono per annunziare ai sacerdoti il fatto che li ha terrorizzati. il Cristo è già risorto; l’angelo apre la tomba per farlo constatare. Seppellito nel venerdì, prima che, al tramonto, cominciasse il nuovo giorno, il sabato era rimasto nel sepolcro per l’intero sabato – da vespro a vespro -, e quindi fino all’alba del giorno seguente (inizio della settimana), che dai cristiani fu chiamato Domenica (giorno del Signore). Le poche ore del venerdì, secondo il costume ebraico, sono computate come un giorno intero; e così per la notte dopo il sabato; di modo che si parla globalmente di tre giorni interi o anche di tre giorni e tre notti.
 
3. Il gruppo delle pie donne, che seguendo un impulso provvidenziale muove verso la sepoltura, con aromi preziosi e senza pensare alle difficoltà pratiche, verso le sei del mattino arriva al sepolcro senza sospettare di nulla; il luogo è deserto e trovano la porta aperta.
 
4. Alla prima occhiata, s’accorgono che il corpo non c’è più; Maria di Magdala, smarrita, corre subito ad annunziare la cosa agli Apostoli (Io. 20, 2). Si vede che, staccatasi dalle altre, dopo un semplice sguardo corse via dagli Apostoli. Le donne, appena entrate nel sepolcro, vedono subito l’angelo (Mt. 28, 5 ss.; Mc. 16, 5). Sia Mc. 16, 8 che Lc. 24, 4 parlano della loro grande commozione, erano «fuor di se stesse» (Lc.). L’angelo le manda a portare ai discepoli l’annunzio della r. del Cristo.
 
5. Pietro (Lc. 24, 12) con Giovanni (Io. 20, 3-10; cf. Lc. 24, 24) accorre al sepolcro; esamina tutto attentamente, c con Giovanni ha, come vedremo, la dimostrazione fisica della r. del Cristo.
 
6. Gesù appare alla Maddalena, ritornata al sepolcro (Io. 20, 11-18; Mc. 16, 9 ss; cf. Mt. 28, 9 s., che usa il plurale, attribuendo alle donne – del cui gruppo era la Maddalena e delle quali egli aveva parlato prima – quanto riguarda solo quest’ultima con un procedimento letterario che gli riscontriamo altrove).
 
7. Appare a Pietro (Lc. 24, 34; I Cor 15, 5); a Giacomo minore (I Cor. 15, 7); verso il tramonto, ai discepoli che si recavano a Emmaus (Lc. 24, 13-35; Mc. 16, 12 s.); nella sera, a Gerusalemme, ai discepoli riuniti (Lc. 24, 36-49: Mc 16, 14-18; poi Io. 20, 19-23; cf. I Cor 15, 7). Otto giorni dopo, ai discepoli presente Tommaso (Io. 20, 24.29).
 
Allora, senza dubbio, gli Apostoli, riconfortati e riadunati dal Pastore risorto (cf. Mt. 26, 32; Mc. 14, 28 il gregge alla Passione si disperde, «ma dopo che sarò risorto, vi ricondurrò in Galilea»; Mt. 28, 7), adesso sono ricondotti in Galilea.
 
Gesù appare sulle rive del lago di Genezaret e, davanti a sei discepoli, dà a Pietro l’investitura di capo della Chiesa (Io. 21).
 
Quindi Gesù si manifesta a tutti Insieme e dà agli Apostoli la missione di convertire il mondo (Mt. 28, 16-20; I Cor 15, 6 l’apparizione a più di 500 fratelli).
 
Più tardi essi, per ordine del Cristo, ritornano a Gerusalemme; dopo un supremo colloquio con i suoi, Gesù entra definitivamente nella sua gloria, con l’Ascensione (v.) sensibile, che chiude il periodo delle sue apparizioni in mezzo ad essi, durato quaranta giorni (Lc. 24, 50 ss.; At. 1, 9 ss.; Mc. 16, 19).
 
Nel racconto della sepoltura, gli evangelisti concordano in ogni dettaglio con i dati archeologici oggi meglio accertati. La concessione del cadavere a chi ne faceva richiesta è secondo la prassi giuridica atte stata fin dal tempo dell’imperatore Augusto. La iniziativa di Giuseppe inoltre è conforme allo spirito della legge giudaica che proibiva di lasciare in abbandono, dopo il crepuscolo, il corpo del giustiziato sospeso al palo o alla croce. La descrizione della tomba – scavata nella roccia e chiusa con una grossa pietra profonda – concorda rigorosamente con un tipo di tomba giudaica usato nella campagna palestinese al tempo di Gesù. Ne fanno fede, fra le tante, la tomba di Elena di Adiabene, a nord della porta di Damasco a Gerusalemme e quella degli Erodi a Nikefurich.
 
Tutto il racconto rievoca istituzioni giudaiche e romane che, ancor oggi, possiamo esattamente controllare (F. M. Braun).
 
S. Paolo (I Cor 15, 3 s.; e già nel discorso ad Antiochia di Pisidia, At. 13, 28 s.) riafferma la constatazione della tomba trovata vuota. Si sa che i Sinedriti divulgarono la menzogna del rapimento del corpo da parte dei discepoli (Mt. 28, 11-14), mentre i soldati della guardia dormivano.
 
«Miserabile astuzia! Tu ci porti dei testimoni che dormivano», esclamava già S. Agostino. La decisa attestazione degli Apostoli smontava questa credulona menzogna giudaica; come ben nota lo stesso O. Culmann (Les premières professions de foi chrétiennes, Parigi, 1943).
 
Al riguardo, riveste notevolissima importanza la visita di Pietro e Giovanni al sepolcro (Io. 20, 3-10).
 
Il punto centrale di questo racconto evangelico, così vivo, accurato e minuzioso, sta nel nesso fra quanto i due apostoli trovarono, videro, osservarono nel sepolcro e la fede nella r. del Cristo, formulata esplicitamente qui per la prima volta, prima di qualsiasi apparizione: «Allora entrò anche l’altro discepolo, che prima era giunto al sepolcro, e vide e credette» (v. 8).
 
Nessuno degli Apostoli pensava alla r.; ancor dopo le prime apparizioni, non ci pensano i due di Emmaus (Lc. 24, 21-24), non ci crederà Tommaso (Io. 10, 24 s.) se non dopo l’invito di Gesù: «Poni qui il tuo dito e guarda le mie mani, ecc.» (Io. 20, 27). L’ipotesi che venne in mente alle pie donne, alla Maddalena, appena notata «la pietra rotolata via dal sepolcro» (Lc. 24, 2) e constatata l’assenza del cadavere, fu questa: han rubato il corpo di Gesù. E in tal senso Maria dette il suo annunzio a Pietro e a Giovanni: «Han levato il corpo del Signore dalla tomba e non sappiamo dove sia stato messo» (Io. 20, 2).
 
Pietro e Giovanni osservano attentamente: il sudario stava avvolto, così come era stato avvolto (participio perfetto = era stato e rimaneva avvolto; il v. ha soltanto questo significato: cf. Mt. 27, 59; Lc. 23, 53), la sera del venerdì, intorno alla testa del Redentore; allo stesso modo, le fasce (fasce e lenzuolo) che erano state legate (Io. 19, 40, così come era costume presso gli Ebrei; cf. r. di Lazzaro, Io. 11, 44; in modo da far aderire il lenzuolo stretto intorno al corpo, dai piedi alle spalle), rimanevano lì, così come le aveva viste avvolgere al corpo, al momento della sepoltura.
 
Solo che non stringevano più nulla; giacevano le fasce e il sudario, come se il corpo di Cristo si fosse volatilizzato.
 
Quando non si tirava parte del lenzuolo per coprire la faccia del defunto, il sudario, adoperato per avvolgete il capo, veniva con una fascia fermato intorno al collo. E s. Giovanni ben mette in chiaro che il sudario stava “a parte”, non con i pannolini e il lenzuolo, cioè si aveva in tutto la disposizione del momento della sepoltura: il sudario al suo posto (nel medesimo posto di prima), e il lenzuolo, stretto al corpo dalle fasce.
 
La descrizione sottolinea con estrema esattezza ogni cosa; e mette in rilievo il fatto meraviglioso, nuovo, importantissimo, constatato dagli apostoli e che fu causa dell’atto di fede nella r.
 
Era umanamente impossibile spiegare altrimenti l’assenza del corpo di Cristo; era fisicamente impossibile che qualcuno lo avesse sottratto e comunque toccato, senza slegare le fasce, smuoverle, senza svolgere il sudario. L’evangelista ha la dimostrazione fisica della r. di Gesù. La fede nella r., in lui, come in Pietro ha come fondamento ed origine non le profezie dei Libri sacri (come espressamente ricorda s. Giovanni, al v. 9), ma questa esperienza, questa constatazione; è il fatto storico da essi constatato e null’altro.
 
Abbiamo pertanto in questo brano, «una testimonianza diretta del fatto stesso della r.». E l’esattezza dello storico arriva al punto di precisare ed esprimere soltanto il proprio sentimento; tacendo affatto di quello che sorse nell’animo di Pietro. S. Luca dice di lui che se ne ritornò «meravigliandosi per quel che era avvenuto» (24, 12); in s. Luca, non esclude la fede, la convinzione; esprime un senso di smarrimento, dinanzi a qualche manifestazione straordinaria del soprannaturale, S. Pietro constatava questo fatto mirabile, che allora si verificava per la prima volta: il corpo del Signore che non è più in quell’insieme di lini, col quale era stato avvolto e legato ; che ne è uscito senza nulla smuovere, lasciando tutto intatto; così come era uscito all’ esterno lasciando intatta, con i sigilli appostivi dal Sinedrio (Mt. 27, 66), la grossa pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro.
 
E bastava che Pietro desse questa testimonianza; si rendesse garante di questa constatazione; pur non potendo dare dell’evento spiegazione alcuna.
 
Quando il Risorto apparirà, entrando talvolta a porte chiuse, spostandosi veloce come il pensiero, allora si comprenderà come allo stesso modo, egli, non soltanto spirito, ma col suo corpo reale, era uscito dall’involucro dei lini senza disfarlo, e dal sepolcro lasciandone suggellata la porta.
 
Sono le doti del corpo glorioso, di cui parlerà s. Paolo (I Cor 15, 42-52). La riservatezza del Principe degli Apostoli, espressa da Lc. 24, 12 è pertanto un particolare così vivo e preciso, degno dello storico più obiettivamente accurato (F. Spadafora, in Rivista Biblica, 1 [1953] 99-123).
 
La r. pertanto sta al centro della catechesi apostolica (At. 2, 22.36; tra l’altro, la r. adempie le profezie del Vecchio Testamento: Ps. 16; 8-11; effetto della divinità di Gesù: Ps. 110, 1; Mt. 22, 44); cf. ancora 3, 14 ss. 18.26 adempimento delle profezie del Vecchio Testamento (vv. 21.26); 4, 10 ss., s. Pietro dinanzi al Sinedrio; ancora 5, 29-32; 10, 37-43. Anzi: apostolo è sinonimo di “teste della r. di Gesù” (At. 1, 22; 3, l5); e S. Luca sintetizza la loro predicazione in tale testimonianza (At. 4, 33: con grande potenza rendevano testimonianza della r. del Signore Gesù).
 
Il diacono Filippo dimostra realizzata nel Cristo la profezia d’Isaia (53, 7 s.: morte e r.; v. Servo di Iahweh). Per ben tre volte gli Atti attestano l’apparizione del Risorto a Saulo Paolo (9, 1-9; 22, 6.10; 26, 19.18; cf. I Cor 15, 8); e il persecutore diviene apostolo, entra cioè tra i testimoni della r. di Gesù (cf. I Cor 9, 1; Gal. 1, 12.16); rispecchiando fedelmente la catechesi primitiva (At. 13, 23, 39; con lo stesso argomento dal Ps. 16, 10); cf. At. 17, 31; 26, 22 s.
 
La r. restituisce Gesù «nella potenza che gli compete quale Figlio di Dio» (Rom. 1, 4; Phil. 2, 9 ss.); con la morte, la r. è causa della nostra giustificazione (Rom. 4, 25; 2Cor. 5, 14); il battesimo, che ci incorpora al Signore, ci fa rivivere la sua morte e la sua r. (Rom. 6, 4; Col. 2, 12; cf. Eph. 1, 20 ss.; 2, 5 s.); la “potenza della r,” è sostegno di tutta la vita cristiana (Phil. 3, 10 s.); la r. di Gesù è causa efficiente ed esemplare della nostra r. corporale (I Ts. 4, 14.17; I Cor. 15; Rom. 8, 12-39). La r. del Cristo è insieme dimostrazione ed effetto della sua natura divina (Io. 1, 1-14; Hebr. 1).
 
«Se morte e r. si potessero separare, si dovrebbe dire che in S. Paolo l’evento centrale è la r. del Cristo, o, in termini più psicologici, la certezza acquisita a Damasco che il Cristo è vivente. Da qui è illuminata la croce; senza il vivente la croce sarebbe uno scandalo, dal fatto che il Cristo è risorto, la croce si drizza nell’aurora luminosa della trasfigurazione» (Deismann, W. T, Hann).
 
La testimonianza di s. Paolo, persecutore accanito, trasformato in apostolo ardente dall’apparizione potente del Cristo Risorto, ha lo stesso valore dei fatti evangelici; è inutile e puerile ogni contorcimento per sminuirla; non le si può resistere (cf. At. 9, 5).
 
«È meglio – scrive lealmente M. Goguel (Introd. N. T. IV, 1925, p. 207) – confessare la nostra ignoranza (volendo negare il soprannaturale) che tentare dissimularla dietro costruzioni arbitrarie. La conversione è stata per Paolo una rivelazione del Figlio di Dio: ha veduto il Cristo vivente e glorioso; questa è la sua esperienza essenziale. Il Cristo gli apparve in condizioni tali che lo resero sicuro che egli era vivo e glorificato».
 
Per le lettere cattoliche, cf. I Pt. 1, 3, 21; 3, 21 s.; 4, 5 s.; 2Pt. 1, 1.16.19; la r. di G. è supposta dappertutto in Iac.; I-II-III Io.; Iud. (cf. De Ambroggi, Le epistole cattoliche, 2a ed., 1949, pp. 21.94 s. 217.297).
 
Tutta l’Apocalisse (v.) descrive la vittoria perenne del Cristo risorto, nella chiesa militante e trionfante.
 
F.S. (Francesco Spadafora)
 

BIBL. – L. DE GRANOMAISON, Jésus-Christ, II, 3a ed., Parigi 1928, pp. 369-446, 464- 532: J. BONSIRVEN, Il Vangelo di Paolo, Roma 1951, pp. 171 ss.; ID., Les enseignements de Jésus-Christ, 8a ed., Parigi 1950, pp. 215-34: ID., Teologia del N. T. (trad. it.), Torino 1952, pp. 136-39. 183 ss. 229.: F. M. BRAUN, Storia e critica (trad. it.), Firenze 1950, pp. 177-299.

La Sovversione anticristiana e contro-identitaria è sempre più palese

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/17/la-sovversione-anticristiana-e-contro-identitaria-e-sempre-piu-palese/

IL CATTOLICESIMO PUÒ FERMARE LE LOBBY SOVRANAZIONALI

Negli ultimi mesi si è sentito parlare su tutti gli organi di informazione del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale (N.O.M.), che determinate lobby sovranazionali occidentali vorrebbero edificare tramite la “società aperta”, teorizzata e finanziata, ovunque, dall’oligarca George Soros. Prima della guerra, l’argomento era un tabù. Se ne occupavano, come la geopolitica, solo alcuni appassionati, oltre agli addetti ai lavori e, con esasperazioni grottesche, alcune conventicole complottiste.

Attraverso un’analisi equilibrata dell’attuale situazione potremmo definire il N.O.M. come l’Anti-Tradizione. Non si offenderebbe alcuno, soprattutto oggi che la Sovversione anticristiana e contro-identitaria è sempre più palese, alla luce del sole. Non ha più bisogno di tramare nell’ombra perché ha raggiunto o condizionato tutti i vertici, in tutti i poteri.

Se esemplifichiamo, possiamo definire l’Illuminismo, che spianò la strada alla Rivoluzione francese e alle rivoluzioni del XIX secolo, come il principale movimento che, gradualmente e, inizialmente, con la violenza delle guerre e della repressione, attuò la sostituzione della Civitas Christiana con l’Europa liberale. Certamente trovò degli ostacoli, lungo il percorso, posti soprattutto dalla Chiesa Cattolica e dai grandi Pontefici della Dottrina Sociale, da Pio IX a Leone XIII, da San Pio X a Pio XI e Pio XII.

Anche in ambiente politico, la contro-rivoluzione ebbe esponenti di prim’ordine, che, spesso, sacrificarono la loro vita per la difesa dell’Ordine naturale e divino. Oggi possiamo dire, senza timor di smentita, che il Nuovo Ordine Mondiale basato sull’ateismo, sulla fluidità di ogni manifestazione della vita, sull’internazionalismo, sul mondialismo e sul primato dell’economia in mano a poche famiglie stia, apparentemente, vincendo, demolendo tutto ciò che profuma di virtù, di Patria, di cattolicesimo, di Tradizione e di identità.

La reazione all’Occidente liberale perviene da ambienti sani che rifiutano fin da principio, il compromesso con la “società aperta”, prima e a prescindere dalla Russia, da Putin e da Kirill. Purtroppo questa eroica difesa lotta materialmente con armi impari ed è numericamente esigua.

Sul piano spirituale, il più piccolo dei contro-rivoluzionari vale almeno cento dei perversi teorici della Sovversione. Le porte degli Inferi non prevarranno perché ce l’ha detto Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, morto e risorto per la nostra salvezza. Perciò, anche se non possiamo sapere né quando né come, qualcosa dovrà per forza accadere, perché la Luce trionfi sulle tenebre e la Verità schiacci la testa al serpente.

Abbiamo visto cadere ufficialmente, ma non del tutto, il comunismo come forma di sovversione anti-tradizionale. Sembra, invece, aver ripreso una certa vitalità e diffusione l’ateismo illuminista, scientista, che già nel XIX secolo adottò strutture religiose come il Deismo, “il Culto della Natura” ovvero il panteismo alla Greta, la prassi New Age.

Il noto storico americano dell’ateismo Conrad Goeringer spiega come la Massoneria abbia un ruolo fondamentale nel portare la Sovversione all’instaurazione della “società aperta” dell’Anti-tradizione. Egli scrive sul suo “The Enlightenment, Freemasonry” che l’Illuminismo “è stato un fenomeno che ha travolto il mondo occidentale, affogando nella sua scia molte delle istituzioni sclerotiche e dispotiche dell’antico regime e del vecchio ordine, contribuendo a cristallizzare una nuova visione dell’uomo e dei ruoli della ragione, della natura, del progresso e della religione”. Goeringer spiega che gran parte dell’agitazione era motivata dall’odio per il cattolicesimo, come fondamento dei residui sociali tradizionali. Goeringer sottolinea che queste dottrine dell’umanesimo e del razionalismo hanno costituito la base di quello che oggi viene considerato il pensiero democratico normativo, di provenienza anglosassone, fondamentali per la rivoluzione Americana.

Scrive Goeringer che “Benjamin Franklin (1706-1790) fu un deista, firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza, …membro della “Loggia delle Nove Muse” di Parigi, uno dei gruppi massonici continentali dove la “rivoluzione stava per uscire dall’uovo” “.

Lo storico massonico Mackey ha scritto: La storia della Loggia delle nove Sorelle è stata scritta da Louis Amiable, avvocato e un tempo Sindaco del Quinto Distretto di Parigi, Consigliere della Corte d’Appello, Grande Oratore del Grande Collegio e già membro del Consiglio del Grande Oriente di Francia”. Mackey cita frat. Amiable: “La massoneria è stata, incontestabilmente, uno dei fattori dei grandi cambiamenti che sono stati prodotti in Nord America e in Francia” (confronta Kerry Bolton, “Movimenti occulti e sovversivi”, Gingko Edizioni, 2020).

Restare ancorati alla Tradizione ed all’identità, valorizzare il patriottismo, la religiosità, la famiglia naturale significa nella post-modernità compiere un atto rivoluzionario, nel senso di anti-sovversivo e anti-massonico e costituisce il lavoro quotidiano che ogni uomo libero europeo dovrebbe compiere quotidianamente per non soccombere negli abissi della società aperta di Soros.

“E’ la massoneria che comanda. E’ oramai documentato attraverso numerose indagini che Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta sono cresciute proprio grazie alla massoneria” – sostiene il Procuratore Nazionale antimafia Federico Cafiero De Rao. Saldi nella Fede, con la consapevolezza della Speranza e pieni di autentica Carità affrontiamo il potente Leviatano globalista, le cui fila sono mosse dal male assoluto.

 

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