La Quaresima non è l’attesa di un’altra grande abbuffata…

EDUCAZIONE CATTOLICA

di Matteo Castagna

Mentre un tempo il periodo della Quaresima veniva vissuto dai cristiani come autentico momento di penitenza in preparazione all’evento più importante della storia, che è la Passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per la nostra redenzione, oggi appare un periodo, per molti noioso, in cui si attende solo la seconda grande abbuffata dell’anno liturgico, dopo il Natale.

Questo atteggiamento è sicuramente figlio della secolarizzazione, che però non ci giustificherà al momento del giudizio, perché la Chiesa, Corpo mistico del Figlio di Dio, ha stabilito che tutta la vita su questa Terra debba essere vissuta come preparazione all’altra, nella visione beatifica della Santissima Trinità. Ecco che, allora, le prescrizioni e le leggi stabilite non possono e non devono essere delle forme estetiche o delle vuote e ripetitive consuetudini, quanto delle devote e convinte pratiche della Fede.

Mentre la dieta è di moda, il digiuno è considerato come una pratica oscurantista. E’ possibile che ormai il digiuno non abbia più valore per noi? Dire ciò sembrerebbe negare una cosa affermata e praticata per tanti secoli, sarebbe negare l’esempio di Gesù Cristo stesso nel deserto! Sarebbe bene, quindi, in questo tempo di Quaresima, riprendere in considerazione questa pratica, ancora considerata un pilastro di questo tempo forte, seguendo l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino.

La prima cosa sorprendente dell’ insegnamento di San Tommaso sul digiuno è che esso viene considerato un precetto della legge naturale. Quando, quindi, il venerdì santo cominciamo a sognare una bella tagliata, questo non avviene solo perché la Santa Madre Chiesa ci obbliga a digiunare, ma per un motivo insito nella nostra natura. Ciò che la Chiesa fa, nel legiferare sul digiuno, è semplicemente precisare un precetto della legge naturale, per il bene dei fedeli. Questo spiegherebbe anche perché troviamo la pratica del digiuno in quasi tutte le religioni e culture del mondo. In più, ciò significa che il digiuno non è qualcosa riservata a monaci, ma è per tutti.

Per quale motivo uno deve digiunare? Se appartiene alla legge naturale, ci deve essere un buon motivo, un motivo ragionevole. San Tommaso ci indica 3 ragioni per del digiuno: Per reprimere le concupiscenza della carne; perché l’anima si elevi a contemplare le cose più sublimi; per riparare i peccati.

Guardiamo questi motivi più da vicino.

Reprimere la concupiscenza della carne. Cioè, i nostri appetiti naturali per le cose sensibili. La prima cosa da notare è che il nostro desiderio naturale di mangiare è un desiderio in sé buono: senza questo desiderio, moriremo di fame! San Tommaso in nessun modo si identifica con una filosofia che ritiene la natura o le cose corporali come cattivi in sé. Continua a leggere

Mese di marzo: il Sacro Manto a san Giuseppe

 

Segnalazione del Circolo Studi Federici

Il mese di marzo è tradizionalmente dedicato a san Giuseppe: segnaliamo un opuscolo che può favorire la devozione al Patrono della Chiesa Universale.
Il Sacro Manto in onore del Patriarca San Giuseppe, Centro Libraio Sodalitium (14 pagine, 3,00 euro).
 
Il Sacro Manto è un particolare omaggio reso a San Giuseppe, per onorare la Sua persona e per meritare il Suo patrocinio. Si consiglia di recitare queste orazioni per 30 giorni consecutivi, in memoria dei trent’anni di vita vissuti da San Giuseppe in compagnia di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Sono senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe. Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) ha lasciato scritte queste parole illuminanti: “Chi vuol credere, faccia la prova, affinché si persuada.” 
 

La Via Dolorosa

Segnalazione del Centro Studi Federici
Tra le strade della vecchia Gerusalemme, una soprattutto attira l’attenzione e commuove il cuore del pio pellegrino; è la Via Dolorosa. Essa segna il cammino percorso dal Redentore, carico della Croce, dal Pretorio di Pilato al Calvario. Dalle 14 stazioni che lo compongono, nove sono scaglionate lungo le vie della città e ricordano gli episodi più salienti del dramma della Croce ; alcuni registrati nel Vangelo, altri tolti da antichissime tradizioni. Se questo pio Pellegrinaggio fatto in una chiesa desta sempre profonda commozione, il lettore può facilmente comprendere quali sentimenti agitano il cuore rifacendo realmente il cammino percorso da Gesù in quel triste pomeriggio oppresso dalla Croce; seguendo i passi della sua SS.ma Madre, delle pie donne, del discepolo che Egli amava. 
A Gerusalemme, ogni venerdì alle tre del pomeriggio, la comunità Francescana di S. Salvatore, con alla testa il Rev.mo Padre Custode, compie il pio pellegrinaggio per le vie della città; seguendo le orme di Gesù, pregando e meditando. I pellegrini che visitano il Paese di Gesù non rinunciano mai al conforto spirituale di seguirne il mesto tragitto; non è raro il caso di romei, che vi prendono parte a piedi scalzi, in segno di estremo rispetto verso l’aspro sentiero battuto un giorno dal maestro Divino, sotto il legno del suo supplizio. Allora lo spettacolo assume una forma più solenne e commovente. Ad ognuna delle 14 stazioni, che ricordano i singoli episodi della passione di Cristo, un Francescano legge una pia riflessione e recita una breve preghiera. 
Una tradizione antica e assai radicata dice che la beata Vergine, che dimorò in Gerusalemme e vi chiuse i suoi giorni all’ombra del S. Cenacolo, visitava giornalmente i luoghi che furono testimoni della passione del suo Divin Figliolo. 
Senza dubbio, i discepoli di Gesù e i primi Cristiani visitarono frequentemente quei Santi Luoghi, e ne tramandarono la memoria ai loro discendenti. È noto infatti quanto gli orientali siano attaccati alle tradizioni. Ne fa fede anche il Vangelo. 
La prima stazione ha luogo nell’area del Pretorio di Pilato. Questa località si trova all’angolo nord-ovest della spianata del Tempio, dov’era la famosa Torre Antonia. Gli ultimi scavi hanno riconfermato in modo irrefragabile l’antica tradizione Francescana riguardante il luogo del tribunale di Pilato. 
Qui si radunò, in quel lontano mattino del primo venerdì Santo, la plebaglia giudaica, istigata dai sacerdoti, dagli scribi e dai farisei, mentre gli sgherri del Sinedrio presentavano il Nazzareno al rappresentante di Roma perchè confermasse la sentenza di morte già pronunciata. Qui si svolse il drammatico dialogo fra il Procuratore Romano e la folla tumultuante. Qui risuonò il grido diabolico — Barabba! ! ! 
L’area oggi è occupata in parte da una scuola mussulmana; nel cortile di questa scuola ha principio la Via Crucis. I fedeli hanno quindi la soddisfazione d’inginocchiarsi e pregare nel luogo stesso dove il Figlio di Dio fu interrogato dal suo giudice, che, dopo averlo riconosciuto e proclamato innocente, lo diede in mano ai giudei. 
In questo stesso luogo Gesù fu ricondotto dai soldati dopo la flagellazione e la coronazione di spine. La scala che Gesù salì e scese parecchie volte durante il processo fu trasportata a Roma e si venera presso la Basilica di S. Giovanni. È conosciuta sotto il nome di Scala Santa. I pii visitatori l’ascendono in ginocchio. 
Il luogo della flagellazione e quello dell’imposizione della Croce è segnato da due graziose cappelle, funzionate dai Padri Francescani. In quella dell’imposizione della Croce vi si vedono parti dell’antico pavimento di pietra del cortile (lithostrotos del Vangelo), dove sostava il popolo e i sacerdoti, quando alla vista di Gesù flagellato gridarono: « crocifiggilo, crocifiggilo: Il suo sangue cada su di noi e su i nostri figli! » È la seconda stazione. Vicino al convento Francescano della Flagellazione vi è l’arco detto dell’Ecce Homo. Esso conserva alla venerazione dei fedeli le due pietre del cortile sulle quali, secondo la tradizione, si trovavano Gesù e Pilato, quando questi lo mostrò al popolo tumultuante con le parole: « Ecce Homo ». 
La terza stazione, che ricorda la prima caduta di Gesù, ha luogo dopo un corto tragitto, all’incrocio della Via Dolorosa con quella che scende da Porta Damasco. Una colonna di marmo abbattuta indica da tempo immemorabile il luogo della prima caduta del Divin Salvatore. A pochi passi più innanzi vien mostrato il luogo tradizionale del commovente incontro di Gesù con la sua SS.ma Madre. 
Gli Armeni Cattolici hanno costruita una bella chiesa dedicata a « Nostra Signora dello Spasimo » in onore dello strazio che la Vergine Santa provò nel vedere il suo Figliolo che s’incamminava verso la morte. 
Nella cripta di questa chiesa esiste un grande mosaico che porta nel centro l’immagine di due piedi, che si vuole indichino il posto dove si trovava la Madre di Gesù quando le passò davanti il suo Divin Figlio carico della Croce…. 
Questo mosaico è anteriore al secolo VII, ed è una prova della tradizione che localizza l’ incontro di Maria col suo Divin Figlio. Con quanta emozione si ripetono i versi di fra Iacopone: 
 
Qui est homo qui non fleret, 
Matrem Christi si videret 
In tanto supplicio? 
Quis non posset contristari 
Christi Matrem contemplari
Dolentem cum Filio? 
 
Durante l’angoscioso incontro di Gesù con Maria, giungeva dalla campagna entrando in città per la porta dei pesci uno straniero di nome Simone, nativo di Cirene in Libia. Forse era un proselita ebreo; probabilmente un ammiratore di Cristo. I soldati, vedendo Gesù sfinito, obbligarono a viva forza il Cireneo a portare la Croce lungo il ripido pendio che sale al Calvario. Una piccola cappella Francescana ricorda questa quinta stazione. In essa ogni venerdì vien celebrata la S. Messa e nel Venerdì Santo è meta di continue visite. A questo piccolo Santuario che ricorda l’incontro di Gesù col Cireneo, è legata la più antica memoria di uno dei primi conventi Francescani in Gerusalemme, che risale al 1294. Mirabile e provvidenziale coincidenza per chi riflette che i Francescani portarono pazientemente ed eroicamente, attraverso i secoli della più triste barbaria mussulmana, la croce del loro Divin Maestro. 
A circa ottanta passi più avanti un frammento di colonna incastrata nel muro indica la sesta stazione. È il luogo tradizionale della Casa di S. Veronica. Questa nobil donna, vedendo passare Gesù, si infiltrò arditamente tra i soldati e la folla minacciosa, e con un lino asciugò il volto del Divino paziente coperto di polvere e di sangue. 
Gesù, volendo ricompensare l’atto gentile, vi lasciò impressi i lineamenti del suo volto augusto. Su rovine antiche, che, secondo gli archeologi, sono anteriori all’epoca romana, i Greci Cattolici nel 1875 innalzarono una bella Chiesa, dedicandola a S. Veronica. Il Velo della Veronica, portato a Roma da S. Elena, madre di Costantino, è conservato nella Basilica di S. Pietro e viene esposto nel Venerdì Santo. 
Dalla sesta stazione la Via Crucis si fa assai ripida. Dovette quindi riuscire particolarmente faticosa a Gesù, che cadde una seconda volta. 
In questo luogo si apriva una parte della città, che metteva nella campagna. Ad una delle colonne del portico interno venne affissa, secondo il costume degli antichi, una copia della sentenza di morte pronunciata contro il Re dei Giudei. 
Per questo i Cristiani la chiamarono Porta Giudiziaria. Varcandone la soglia Gesù, spinto dalla folla, cadde. Una doppia cappella, edificata e funzionata dai Francescani, racchiude una delle colonne dell’antica porta, testimone silente della caduta di Gesù. Settimanalmente viene celebrata la Santa Messa e nel primo venerdì di Quaresima è meta di una solenne peregrinazione. 
Narra il Vangelo che dietro il Redentore veniva una gran folla di popolo e un gruppo di donne che lo piangevano e lo compassionavano. Rivolto ad esse, Gesù disse loro: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me; ma su voi stesse e sui vostri figlioli! — È l’ottava stazione segnata da una croce latina incastrata nel muro a pochi metri della Porta Giudiziaria. Qui attualmente la via è intercettata da un monastero greco scismatico di S. Caralambos. Bisogna fare un lungo giro attraverso il bazar per raggiungere la nona stazione ; indicata da un fusto di colonna incastrata presso la porta di una chiesa Copta, dietro l’abside della Basilica del S. Sepolcro. Qui è il luogo della terza caduta di Gesù. L’animosità dei Copti contro i latini tese in questo luogo parecchi agguati. L’ultimo, più clamoroso e sanguinoso, fu nel 1926 e vi rimasero feriti Francescani e Suore. 
Altre quattro stazioni della Via Crucis sono fatte al Calvario. Sul piccolo promontorio roccioso, dalla forma di un cranio, Gesù venne spogliato dalle sue vesti (X stazione) e confitto in croce (XI stazione). Questa è segnata da un altare appartenente ai Francescani, il quadro del quale rappresenta la scena della crocifissione. Lì dopo tre ore di spasimi, morì alla presenza della Sua Madre; quando venne deposto dalla croce da Giuseppe e da Nicodemo, lo accolse tra le sue braccia. Sotto l’altare greco si vede ancora il foro dove fu piantata la croce (XII stazione); a destra e a sinistra, due dischi di marmo nero, indicano il luogo della croce dei due condannati con Gesù. Presso il medesimo altare si vede la spaccatura della roccia che si prolunga nella cappella inferiore. Fra l’altare della crocifissione e quella dove fu piantata la Croce, vi è un terzo altare che ricorda il posto in cui stava la SS. Vergine e dove ricevette tra le braccia il corpo di Gesù (XIII stazione). L’ultima stazione è al sepolcro, distante dal Calvario una ventina di metri. Quando S. Elena costruì la Basilica fece isolare la roccia nella quale era scavata la Tomba. Ora questa rivestita di marmo è chiusa in un tempietto che sorge nella rotonda della grande Basilica. In quella tomba fu posto da mani riverenti il corpo martoriato di Gesù la sera del Venerdì Santo; da quella tomba uscì glorioso e trionfante la mattina di Pasqua. 
 
Tratto da: L’Almanacco di Terra Santa pel 1936, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 38-41.
 

 

Le stazioni quaresimali romane

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Le stazioni quaresimali romane

Placido Lugano, osb, “Le sacre stazioni romane nella Quaresima e l’ottava di Pasqua”, Centro Librario Sodalitium, pagg. 118, euro 10,00.

https://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/068

Introduzione: Le stazioni quaresimali in Roma 

 Il sacro tempo della Quaresima, nella attuale disciplina della Chiesa e secondo lo spirito della sua liturgia, è un tempo di ritiro che ogni cristiano deve passare nella solitudine in unione col divin Redentore Gesù Cristo, attendendo alla penitenza ed alla mortificazione, segnatamente sotto la forma del digiuno, e a tutti gli esercizi della vita spirituale. Ha principio col mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa invita i suoi figli a chinare la fronte sotto l’austera sentenza pronunziata nel paradiso da Dio contro l’uomo ribelle : Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai; e termina con la Veglia pasquale, in cui la risurrezione del Redentore viene a rallegrare le anime che hanno sofferto le volontarie privazioni della penitenza. La Quaresima prepara il popolo credente a commemorare la Passione di Gesù e a celebrare con Lui l’Alleluia della vittoria.

Istituita, la Quaresima, in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Redentore, è dedicata in modo particolare alla penitenza, all’istruzione e alla predicazione. Le preghiere liturgiche della Quaresima parlano prevalentemente di digiuno e di mortificazione; ma, dopo la quarta settimana entrano a far menzione della Passione : perchè la sola mortificazione, fatta di penitenza e di astinenza, è degna preparazione a celebrare con animo purificato la memoria della Passione dell’Uomo-Dio, che caratterizza l’ultima quindicina della Quaresima. L’Epistola e il Vangelo contengono l’alimento spirituale per l’istruzione e la predicazione; le orazioni, implorando misericordia e perdono, muovono a far penitenza delle colpe commesse. Varie tracce restano tuttora nel Messale romano dell’antica disciplina relativa ai pubblici penitenti per la loro riconciliazione e di quella per i con-vertiti dal paganesimo (catecumeni), che si preparavano a ricevere la grazia del battesimo nella Veglia pasquale.

Il digiuno, una volta molto rigoroso nei giorni feriali della Quaresima, è ora assai mitigato dalla benignità della Chiesa. La legge del digiuno permette un solo pasto al giorno, ma non vieta di prendere un poco di cibo la mattina e la sera, osservando l’approvata consuetudine locale circa la qualità e la quantità dei cibi; come non vieta la promiscuità di carne e pesce nello stesso pasto e la commutazione della refezione della sera con il pranzo (Codice di diritto canonico, can. 1251, §§ 1-2). La legge dell’astinenza vieta l’uso delle carni e del brodo di carne, pur concedendo l’uso delle uova, dei latticini, del burro e di qualsivoglia condimento anche di grasso degli animali (can. 1250). Sono compresi nella legge del digiuno (salvo dispensa o legittimo impedimento) tutti i fedeli che hanno compiuto gli anni ventuno di età e non hanno principiato i sessanta; mentre sono tenuti alla legge dell’astinenza tutti quelli che hanno compiuto il settimo anno di età (can. 1254, §§ 1-2).

La rigida costumanza più antica, riguardo al digiuno, già incostante al tempo di sant’Agostino, trovava ancora frequente applicazione presso il popolo romano. Anzi in Roma, il digiuno quaresimale si accompagnava con le grandi ufficiature divine, che, per conseguenza, rivestivano in questo tempo un carattere austeramente penitenziale. Dall’antico linguaggio militare si prese il termine di stazione (statio), trasportandolo ad indicare l’adunanza dei fedeli in un luogo sacro determinato, dove il Papa, assistito dal suo clero, celebrava i divini misteri. Alla stazione militare andava congiunta la caserma (statio), dove si vigilava anche di notte, con un corpo di guardia per la vigilanza diurna. E alla stazione liturgica, specialmente quaresimale, s’accompagnò fin dall’origine il significato di vigilanza, di penitenza e di preghiera, fatta in comune. Tertulliano trovò giusto il paragone, perchè i cristiani sono la milizia di Dio. E sant’Ambrogio, nel paragonare i nostri digiuni alle mansioni del popolo israelitico, riconosce che anche noi dobbiamo laboriosamente fare il cammino di quaranta giorni, e fortificarci con la devozione dei digiuni quasi in altrettante fortezze: perchè per noi sono fortezze i digiuni che ci difendono dall’oppugnazione diabolica; e conchiude col dire: « Si chiamano stazioni, perchè, rinchiusi in esse, respingiamo le insidie dei nemici ».

La « stazione » faceva di ogni feria quaresimale una grande dimostrazione religiosa. A Roma, la liturgia offre il medesimo carattere di movimento e lo stesso colore locale, che assumevano i divini uffici celebrati a Gerusalemme, d’ordinario, di chiesa in chiesa. Le stazioni erano l’espressione dell’unità della liturgia, raggruppandosi clero e popolo, intorno alla persona del Pontefice, che celebrava i divini misteri e faceva spesso la predica. Col pellegrinare alle diverse chiese si mantennero vive le memorie del culto ai martiri nei singoli luoghi. In questo andare del servizio liturgico da uno in altro luogo, è da ravvisare un’analogia con le usanze di Gerusalemme, donde derivarono, come in germe, molte delle prescrizioni liturgiche romane. Al tempo di san Gregorio Magno la stazione importava la processione con le litanie e la Messa. Tutto il popolo romano vi era convocato, laici e sacerdoti. Lo stesso Pontefice, col suo corteo, vi interveniva. All’ora fissata, si raccoglievano tutti in una chiesa stabilita per l’adunata (colletta). Qui il Pontefice recitava l’orazione ad collectam, cioè l’orazione sul popolo adunato, faceva muovere la processione, preceduta dalla Croce stazionale, al canto delle litanie. Giunta alla chiesa designata per la stazione, il Pontefice celebrava solennemente la Messa, assistito dai suoi diaconi e suddiaconi e dai preti delle varie parrocchie (tituli) della città. D’ordinario, dopo la Messa, s’annunziava il luogo della stazione pel giorno seguente.

Ecco la nota delle Collette e delle Stazioni, ove in carattere neretto sono indicate le stazioni del gruppo più antico della liturgia quaresimale (le basiliche più venerate e di proporzioni più vaste); in carattere corsivo sono indicate le stazioni del secondo gruppo, aggiunte verso il secolo v, tra san Leone (+ 461) e san Gregorio (+ 604) (le chiese parrocchiali); e in carattere romano, le chiese stazionali del terzo gruppo, aggiunte nel secolo VIII da Gregorio II (+ 731) (le sette chiese designate per i giovedì che erano rimasti fino a quel tempo senza liturgia).

Il pio pellegrinaggio processionale percorreva litaniando le vie dell’Urbe facendo risuonare l’aria della voce implorante la misericordia e l’intercessione dei Santi. Nel tempio, le voci supplichevoli si stringevano intorno all’altare, sul quale il divin Redentore, sacerdote e vittima, rinnovava, nella persona del Pontefice, il sacrificio del Calvario, e sotto il quale giacevano venerate le reliquie dei martiri, testimoni invitti della fede e della verità cristiana. Chè, le palme dei martiri rappresentano propria-mente i trionfi del nostro principe Cristo, ed i martiri di Cristo, secondo la bella espressione ambrosiana, sono il vero tesoro della Chiesa.

Uno dei caratteri assunti dalle stazioni fu quello del trionfo della venerazione di chi aveva dato la vita per Cristo: anzi il culto degli eroi della fede, dei santi e dei martiri, ebbe notevole incremento dalle visite stazionali. Onde a ben comprendere la liturgia della Quaresima occorre tener presenti anche le ragioni agiografiche e non dimenticare le ragioni topografiche. E le indicazioni del Messale, che, fuori di Roma, possono sembrare soltanto un vestigio archeologico di usanze di tempi tramontati, furono in Roma, e lo sono tuttora, una realtà vivente. Le basiliche e le chiese, mèta del pellegrinaggio stazionale, sono sempre i trofei dei martiri più venerati. La moderna disciplina non è che la continuazione dell’antica. «E’ cosa buona e utile invocare supplichevolmente i servi di Dio, regnanti insieme con Cristo, e venerarne le reliquie e le immagini: ma prima di ogni altro tutti i fedeli onorino con filiale devozione la beatissima Vergine Maria» (can. 1276). E la visita stazionale reca il tributo dell’onore e l’incenso dell’amore filiale alla Madre di Dio nelle dorate basiliche della sua glorificazione, e il profumo della venerazione alle reliquie dei Martiri e dei Santi che impreziosiscono per l’immortalità le nostre chiese romane.

Il clero e il popolo, anche ai nostri tempi, rivivono le usanze antiche, benché alquanto modificate. Alti dignitari della Chiesa e personalità del laicato, monaci e popolo minuto si confondono insieme in un medesimo spirito di espiazione, di penitenza e di preghiera. E, rinnovando con devozione ogni anno queste sante osservanze, confidano di riuscire graditi a Dio e col corpo e con la mente.

DA

Le stazioni quaresimali romane

Il Tempo di Quaresima

 

Segnalazione del Centro Studi Federici

“L’osservanza della Quaresima è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell’ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private” (Costituzione “Non ambigimus” di Benedetto XIV, 30 maggio 1741).

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 9/21 del 25 gennaio 2021, San Policarpo

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Segnaliamo la pubblicazione sul sito del Centro Studi “Paolo de Töth” della prefazione al libro “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”.

Il Centro Studi don Paolo de Töth https://www.paolodetoth.it nella festa della Conversione di San Paolo, ricorda questa importante opera di don Paolo, nell’attesa di  pubblicare periodicamente sul nostro sito dei contributi che facciano ancora oggi conoscere ed apprezzare il suo fondamentale contributo nella battaglia contro il Modernismo, soprattutto attraverso la sua gloriosa rivista, eminente espressione del Cattolicesimo Integrale, Fede e Ragione.

Prefazione di don De Töth al libro: “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”
https://www.paolodetoth.it/prefazione-di-don-de-toth-al-libro-il-soldato-di-cristo-stanislao-medolago-albani/

DA

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Fratellanza massonica, fratellanza modernista

Segnalazione del Centro Studi Federici

Sulla scia della dichiarazione “Nostra ætate” e delle giornate interreligiose di Assisi, promosse da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, Jorge M. Bergoglio è protagonista di due video inneggianti agli stessi errori del relativismo e dell’indifferentismo religioso. Il primo video è del gennaio 2016, il secondo è recente, del gennaio 2021: li segnaliamo entrambi col testo del comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii relativo al video bergogliano del 2016.

Il dialogo interreligioso – Gennaio 2016

Al servizio della fraternità – Gennaio 2021

Tante opinioni, una certezza. Un video e i suoi commenti

Il 6 gennaio scorso è stato diffuso nel mondo intero, in lingua spagnola con sottotitoli in varie lingue, tra le quali l’italiano, un video, detto “Video del Papa”, come “iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità”.

Il protagonista del video – ormai a tutti noto – è lo stesso occupante della Sede Apostolica, Jorge Mario Bergoglio; oltre a lui, quattro esponenti di varie religioni: una ‘monaca’ buddista, un rabbino, un sacerdote cattolico, un musulmano, ognuno rappresentato alla fine del video da un simbolo della propria religione: un idolo di Budda, una menorah, un Bambinello e un “rosario” musulmano. Al di là delle diverse religioni e credenze, li accomuna una medesima professione di fede: “Credo nell’amore”.

Non si contano i commenti a queste immagini che diffondono, nel modo più efficace per l’uomo moderno, l’indifferentismo religioso. Il messaggio parla da sé, e per chi ancora non lo conoscesse lo accludiamo al presente comunicato. Ci interessano di più i commenti, anche critici, alle parole e alle immagini diffuse da J. M. Bergoglio. Continua a leggere

Catechismo Maggiore di San Pio X – Dell’Epifania

20 D. Che festa è l’Epifania del Signore?
R. L’Epifania è la festa istituita per celebrare la memoria di tre grandi misteri, de’ quali il primo e principale è l’adorazione de’ Magi; il secondo è il Battesimo di Gesù Cristo; il terzo, è il suo primo miracolo nelle nozze di Cana in Galilea.

21 D. Perché la festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo, e del suo miracolo si chiama Epifania?
R. La festa dell’adorazione dei Magi, del Battesimo di Gesù Cristo e del suo primo miracolo si chiama Epifania, che vuol dire apparizione, o manifestazione, perché in questi misteri chiaramente si manifestò agli uomini la gloria di Gesù Cristo.

22 D. Chi erano i Magi?
R. I Magi erano personaggi ragguardevoli dell’Oriente che attendevano allo studio della sapienza.

23 D. Perché vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo, perché, essendo comparsa una nuova stella, conobbero per ispirazione divina essere quella indizio della nascita del re de’ Giudei, salvatore degli uomini.

24 D. In qual luogo vennero i Magi ad adorare Gesù Cristo?
R. I Magi vennero ad adorare Gesù Cristo in Betlemme.

25 D. Come seppero i Magi che Gesù cristo era nato in Betlemme?
R. I Magi andarono in Gerusalemme, città capitale della Giudea, dove era il tempio santo di Dio, ed ivi seppero dai sacerdoti, che il Messia doveva nascere in Betlemme secondo le profezie.

26 D. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, chi li condusse a Betlemme?
R. Dopo che i Magi uscirono da Gerusalemme, li condusse a Betlemme la stella già da loro veduta in Oriente, che camminò avanti di loro, e non si fermò finché essi non giunsero al luogo, dove era il divin Pargoletto.

27 D. Che cosa fecero i Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo?
R. I Magi, ritrovato che ebbero Gesù Cristo, lo adorarono, e gli presentarono oro, incenso, e mirra, riconoscendolo in questa maniera come vero re, vero Dio e vero uomo.

28 D. Che cosa dobbiamo noi fare per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa?
R. Per celebrare degnamente la solennità dell’Epifania secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose:
1 riconoscere nella vocazione de’ Magi, che furono i primi gentili chiamati alla cognizione di Gesù Cristo, le primizie della nostra vocazione alla Fede, e ringraziare il Signore d’averci fatti cristiani;
2 pregar Dio ad estendere il gran dono della Fede a quelli che ne sono privi;
3 eccitarci all’amore di Gesù e risolvere di seguire prontamente le divine ispirazioni;
4 offerirgli ad esempio de’ Magi qualche tributo della nostra divozione colla pratica della limosina, della orazione e della mortificazione cristiana.

DA

Catechismo Maggiore di San Pio X – Dell’Epifania

Pio XII e la teologia della Partecipazione

del Prof. Carlo Vivaldi-Forti

La dottrina sociale della Chiesa si fonda su pochi  ma precisi concetti: l’armonia generale della polis, la giustizia distributiva, il sacro rispetto per la persona umana e per i suoi diritti, la preminenza dell’essere sull’avere, la collaborazione fra le classi, la partecipazione di tutti i cittadini e i lavoratori alle decisioni che li riguardano. E’ proprio quest’ultimo aspetto che vorremmo approfondire. La lettura delle grandi Encicliche sociali, dalla Rerum novarum di Leone XIII, rappresenta di sicuro il principale strumento di riflessione. Meno nota, invece, è la base teologica su cui si fonda l’intera visione cattolica della convivenza: a tal proposito può essere davvero rivelatrice l’Enciclica Mystici corporis promulgata da Pio XII il 29 giugno 1943.

Talvolta è stato rimproverato a Papa Pacelli di non aver redatto, a differenza di altri Pontefici, un documento solenne dedicato alla dottrina sociale , ma tale appunto è del tutto fuori luogo . A parte, infatti, i numerosi interventi radiofonici e le molte omelie in cui affronta il tema,  la Mystici corporis , pur non trattandolo direttamente, getta in realtà le basi teologiche dei concetti di partecipazione e collaborazione fra le classi. Già il compianto professore Pier Luigi Zampettti, uno dei più illustri politologi italiani, scriveva ne La società partecipativa (ed. Dino, Roma 2002):

“ La partecipazione dell’uomo, che consiste nel proiettare nella storia le sue libere scelte, è la prosecuzione della partecipazione dell’essere, elargita da Dio all’uomo con la Creazione e con la Redenzione. La partecipazione quindi, nella sua origine e nella sua esplicazione, coglie il momento più profondo dell’uomo. Con la partecipazione, che si allarga in tal modo verso l’infinito, l’uomo trova la sua posizione nel mondo e nella vita , ritrova finalmente se stesso come persona. Partecipazione e persona sono interdipendenti. L’uomo si autodetermina solo se è persona”.

A conclusioni analoghe si perviene leggendo l’Enciclica di Pio XII. L’intero ragionamento  del Pontefice si basa sulla visione della Chiesa, ad un tempo come corpo mistico ma anche corpo sociale di Cristo ( sua prosecuzione visibile nella storia) di cui Egli  è il Capo, anche se fisicamente rappresentato da Pietro e dai suoi successori. L’idea di fondo è perciò la seguente: il Capo e le membra , quest’ultime rappresentate dall’intera organizzazione  ecclesiastica  composta dal clero e dai fedeli, sono chiamati a collaborare  al medesimo scopo, che è la realizzazione  del Regno di Dio, ciascuno però con una posizione originale e diversa rispetto a tutti gli altri, secondo la propria vocazione. Scrive il Papa : Continua a leggere

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