La pratica omosessuale è sbarcata in Vaticano?

 

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

Poco più di un anno fa aveva fatto molto rumore – sulla stampa laicista mondiale e purtroppo anche su una parte di quella che si dichiara cattolica – il libro di Frédéric Martel dal titolo Sodoma:
Enquête au coeur du Vatican, testo tradotto in circa 20 lingue.
Il cinquantunenne storico e sociologo omosessuale francese nella sua discutibile opera, scritta in quattro anni con l’aiuto di decine assistenti, appoggiandosi sulle testimonianze di 41 cardinali (Martel ha ottenuto l'accesso ad alcuni di loro sotto false pretese, come hanno spiegato concordemente i cardinali Gerhard Müller e Walter Kasper, che certo non sono vicini dal punto di vista spirituale e teologico, www.lifesitenews.com/news/cardinals-from-left-and-right-homosexual-author-of-vatican-book-met-with-us-under-false-pretenses), 52 vescovi e monsignori, 45 Nunzi Apostolici e Ambasciatori stranieri, 11 guardie svizzere e oltre 200 tra sacerdoti e seminaristi (e,complessivamente, intervistando quasi 1.500 persone in Vaticano e in 30 Paesi diversi), ha sostenuto nelle 570 pagine del libro (supportato da quattrocento ore di registrazioni, ottanta quaderni di appunti di colloqui e diverse centinaia di foto e di selfie di cardinali) che una grande maggioranza dei sacerdoti e dei vescovi in Vaticano, compresi quelli che Martel accusa d’essere tradizionalisti (e che avrebbero espresso considerazioni pubbliche legate alla morale sessuale, a detta dell’autore), sarebbero omosessuali, praticanti o meno, e avrebbero instaurato convivenze con segretari, assistenti o inventati.

Scommettiamo che le voci sulla omosessualità dei cardinali non progressisti sono state diffuse dai loro oppositori, dai sostenitori della gnosi omosessualista nella Chiesa. Così, nell’elenco dei
cardinali, conservatori, e per questo monsignori omofobi, Frédéric Martel ha inserito i nomi di Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner, Gerhard Ludwig Müller, Walter Brandmüller, Mauro Piacenza, Velasio De Paolis, Tarcisio Bertone, George Pell, Angelo Bagnasco, Antonio Cañizares, Kurt Koch, Paul Josef Cordes, Willem Eijk, Joseph Levada, Marc Ouellet, Antonio Rouco Varela, Juan Luis Cipriani, Juan Sandoval Iñiguez, Norberto Rivera, Javier Errazuriz, Angelo Scola, Camillo Ruini, Robert Sarah e altri. Guarda caso si tratta di alti prelati che nel mondo cattolico sono considerati conservatori e non progressisti… La tecnica Lgbt è sempre la stessa: cercare di silenziare le voci di dissenso, in particolare le voci non progressiste. E come si fa questo? Con l’ intimidazione, o ridicolizzando, o tramite azioni legali, utilizzando tutti i metodi per evitare il vero dialogo. Coloro che si oppongono alla gnosi omosessualista devono essere demonizzati, stigmatizzati, emarginati e messi a tacere, anche attraverso l’utilizzo dei mass media, evitando per esempio che tali persone propongano sui media le loro idee basate sulla Bibbia o utilizzando i media per stravolgere la verità come è accaduto in Italia durante il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie che si era tenuto nella città veneta di Verona. Solo le idee Lgbt sono degne di diffusione e i dissidenti devono essere bloccati in tutti i modi, a volte anche violenti. Quegli stessi concetti di “tolleranza”; “accettazione” e “diversità”, che sono diventati i termini chiave della propaganda Lgbt sono invece esclusi per coloro che non accettano l’agenda Lgbt. Ma i cristiani sanno che più saranno odiati e calunniati, più dovranno rispondere con amore e verità perché l’oscurità non riuscirà mai a spegnere la Luce.
Inoltre Martel ha scritto che nella Chiesa la lobby gay è così pervasiva che l’omosessualità è oramai tollerata, almeno finché non conduca alla pedofilia, cercando di non cadere nelle malattie veneree.
Martel, infatti, sostiene che la sieropositività e l’Aids avrebbero imperversato nella Santa Sede e nell’episcopato italiano negli anni Ottanta e Novanta e che molti tra sacerdoti, monsignori e
cardinali, ne sono morti. Secondo Martel alcuni sacerdoti avrebbero ricevuto la diagnosi durante l’annuale esame del sangue, obbligatorio per il personale del Vaticano. In realtà questo obbligo dell’esame annuale del sangue non si applica ai monsignori, ai nunzi, ai vescovi e ai cardinali. Inutile sottolineare che Martel ha trovato alcune porte aperte nei palazzi vaticani, tanto che lo stesso omosessuale francese non ha nascosto i suoi incontri ripetuti con padre Antonio Spadaro, direttore della rivista mondiale dei gesuiti “Civiltà Cattolica”, considerato una delle eminenze grigie dell’attuale pontificato, un siciliano che si mostra sui social abile comunicatore. Continua a leggere

Dieci esempi concreti di gnosi omosessualista tra i “modernisti cattolici”

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

Il “Gesù pro Lgbt” propagandato nei giorni scorsi dalla Chiesa Nazionale Islandese (di matrice Luterana) ci porta a non stupirci più di tanto perché i casi di gnosi omosessualista all’interno della Chiesa Cattolica di matrice modernista sono numerosi. Non ci credete? Vi ricordo dieci esempi che fanno comprendere come una certa gnosi omosessualista si è introdotta ai vertici delle gerarchia ecclesiastica e, ancor di più, nel clero.

Incontrando dei religiosi latinoamericani, il 6 giugno 2013, Jorge Bergoglio aveva affermato che nella Chiesa c’è una “lobby gay”, ed aveva aggiunto: “dobbiamo vedere cosa possiamo fare”.

Questa lobby, purtroppo, negli ultimi anni ha alzato notevolmente la cresta e sta tentando di cambiare anche la dottrina della Chiesa. Il che non significa che chi sposa queste posizioni abbia necessariamente tendenze omosessuali. Molto semplicemente diversi sostenitori di questa pericolosissima gnosi sono diventati semplicemente dei sudditi del pensiero oggi dominante e, da sudditi del mondo e non di Cristo, cercano di trovare un compromesso tra la gnosi omosessualista e l’insostituibile dottrina della Chiesa.

Facciamo solo qualche esempio recente.

Il “cardinale” americano Joseph Tobin (che dovrebbe guidare a Cristo 1,5 milioni di cattolici di Newark, New Jersey) il 17 aprile 2019, durante un’intervista con Anne Thompson della NBC sul “Today Show” (https://www.today.com/video/how-cardinal-joseph-tobin-found-his-calling-in-the-catholic-church-1496688707952), ha sostenuto che il Catechismo della Chiesa cattolica avrebbe usato “un linguaggio molto sfortunato” sugli omosessuali. Purtroppo il cardinale ha “confuso” ciò che dice il Catechismo sull’inclinazione omosessuale (gli atti omosessuali sono, infatti, definiti “intrinsecamente disordinati”) con quello che realmente dice sulle persone omosessuali. Tobin è lo stesso personaggio che nel 2017 ha promosso il libro “Building a Bridge” del discusso gesuita padre James Martin, un gesuita che pontifica sull’omosessualità attraverso il suo profilo Twitter (https://mobile.twitter.com/JamesMartinSJ). In quel libro si sostiene che la Chiesa deve modificare il linguaggio con cui parla di omosessualità. Tobin aveva detto del libro che “in troppe parti della nostra Chiesa ufficiale le persone LGBT sono state fatte sentire sgradite, escluse e persino piene di vergogna. Il nuovo libro di Padre Martin, coraggioso, profetico e ispiratore, segna un passo essenziale per invitare i dirigenti della Chiesa a svolgere il ministero con più compassione, e per ricordare ai cattolici Lgbt che essi sono parte della nostra Chiesa ufficiale come qualsiasi altro cattolico” (https://www.catholicnewsagency.com/news/cardinal-tobin-catechism-language-very-unfortunate-on-homosexuality-45966). Continua a leggere

La gnosi omosessualista all’assalto del Cattolicesimo

L’EDITORIALE

di Leonardo Motta

Gli scandali che hanno causato migliaia di chierici, operanti diabolicamente in diverse parti del pianeta, relativamente agli atti sessuali che hanno compiuto con minorenni e maggiorenni, consenzienti e non, hanno fatto e continuano, purtroppo, a fare apparire la Chiesa Cattolica, agli occhi di un certo mondo che condanna i peccatori e non i peccati, come totalmente macchiata di vizi e da colpire (e, qualcuno spera, affondare!) attraverso il pubblico disprezzo mass-mediatico.

Come hanno fatto con il suo Divino Fondatore, Gesù Cristo, considerato un peccatore dalle potenze umane del suo tempo, anche l’unica Chiesa che può vantare duemila anni d’età e la diretta discendenza dal suo Signore, quella Cattolica, è oggi sotto il fuoco di cecchini esterni e soprattutto interni, abili nel mirare al cuore del suo messaggio: l’invito alla santità, alla conversione dei cuori, alla civiltà dell’amore Trinitario, attraverso la purezza e la castità prevista per i singoli stati di vita.

“La Chiesa è il Regno di Dio già presente in mistero”, insegnava un professore di Ecclesiologia. Tuttavia la Santa Chiesa è composta di peccatori. È per questo che le parole di Gesù Cristo, contenute in Matteo 13,24-30, non perderanno mai il loro valore.

La zizzania e il grano continueranno a crescere insieme fino a quando la zizzania, “legata in fasci” sarà bruciata nel fuoco eterno dell’Inferno (che esiste e non è un’invenzione della Chiesa!), mentre il grano sarà riposto nel “granaio” di Cristo, il Paradiso.

Una gravissima zizzania presente nella Chiesa ufficiale, che ha favorito lo scandalo della pratica sessuale dei suoi chierici, è la gnosi omosessualista. Continua a leggere

Viganò sconfessa il Concilio e i falsi Pastori

 

 

Cari amici di Duc in altum, vi propongo questo contributo che monsignor Carlo Maria Viganò mi ha fatto pervenire. Si tratta di una risposta al giornalista Stephen Kokx e non esito a definirla determinante, decisiva.

A.M.V.

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Caro dottor Kokx, ho letto con vivo interesse un suo articolo dal titolo Domande per Viganò: sua eccellenza ha ragione sul Vaticano II, ma cosa pensa che dovrebbero fare i cattolici ora?, apparso su Catholic Family News lo scorso 22 agosto (qui). Trattandosi di questioni molto importanti per i fedeli, rispondo volentieri alle sue domande.

Ella mi chiede: «Cosa significa “separarsi” dalla chiesa conciliare secondo l’Arcivescovo Viganò?». Le rispondo a mia volta con una domanda: «Cosa significa separarsi dalla Chiesa cattolica secondo i fautori del Concilio?» Pur essendo evidente che non è possibile alcuna commistione con coloro che propongono dottrine adulterate del manifesto ideologico conciliare, occorre precisare che il semplice fatto di essere battezzati e membra vive della Chiesa di Cristo non implica l’adesione alla compagine conciliare; questo vale anzitutto per i semplici fedeli e per i chierici secolari e regolari che, per varie ragioni, si considerano sinceramente cattolici e che riconoscono la Gerarchia.

Andrebbe invece chiarita la posizione di quanti, dichiarandosi cattolici, abbracciano le dottrine eterodosse che si sono diffuse in questi decenni, con la consapevolezza che esse rappresentano una rottura con il Magistero precedente. In questo caso è lecito mettere in dubbio la loro reale appartenenza alla Chiesa cattolica, nella quale tuttavia essi ricoprono ruoli ufficiali che conferiscono loro autorità. Un’autorità esercitata illecitamente, se lo scopo che si prefigge è di obbligare i fedeli ad accettare la rivoluzione imposta da dopo il Concilio.

Una volta chiarito questo punto, risulta evidente che non sono i fedeli tradizionalisti – ossia i cattolici veri, secondo le parole di san Pio X – che devono abbandonare la Chiesa nella quale hanno pieno diritto di rimanere e dalla quale sarebbe sciagurato separarsi; ma i modernisti, i quali usurpano il nome cattolico proprio perché esso è l’unico burocratico elemento che consente loro di non essere considerati al pari di qualsiasi setta eretica. Questa loro pretesa serve infatti ad evitare di finire tra le centinaia di movimenti ereticali che nel corso dei secoli hanno creduto di poter riformare la Chiesa a proprio piacimento, anteponendo il proprio orgoglio all’umile custodia dell’insegnamento di Nostro Signore. Ma come non è possibile rivendicare la cittadinanza di una Patria di cui non si condivide la lingua, il diritto, la fede e la tradizione; così è impossibile che chi non condivide la fede, la morale, la liturgia e la disciplina della Chiesa cattolica possa arrogarsi il diritto di rimanere al suo interno e addirittura di ascendere i gradi della Gerarchia.

Non cediamo quindi alla tentazione di abbandonare – pur con giustificato sdegno – la Chiesa cattolica, col pretesto che essa è invasa da eretici e fornicatori: sono costoro che vanno cacciati dal sacro recinto, in un’opera di purificazione e di penitenza che deve partire da ciascuno di noi.

È altresì evidente che vi sono casi molto diffusi in cui il fedele incontra gravi problemi nel frequentare la parrocchia, così come sono ancora poco numerose le chiese in cui si celebra la Santa Messa nel rito cattolico. Gli orrori che dilagano da decenni in molte nostre parrocchie e santuari rendono impossibile anche solo assistere ad una «eucarestia» senza essere turbati e mettere a rischio la propria fede. Così come è molto difficile assicurare a sé e ai propri figli un’istruzione cattolica, sacramenti celebrati degnamente e una guida spirituale solida. In questi casi i fedeli laici hanno il diritto e il dovere di cercare sacerdoti, comunità e istituti che siano fedeli al Magistero di sempre. E che alla lodevole celebrazione della liturgia in rito antico sappiano accompagnare la fedele adesione alla dottrina e alla morale, senza alcun cedimento sul fronte del Concilio.

La situazione è certamente più complessa per i chierici, che dipendono gerarchicamente dal proprio vescovo o dal superiore religioso, ma che allo stesso tempo hanno il diritto sacrosanto di rimanere cattolici e di poter celebrare secondo il rito cattolico. Se da un lato i laici hanno più libertà di movimento nello scegliere la comunità alla quale rivolgersi per la Messa, i sacramenti e l’istruzione religiosa, ma meno autonomia per il fatto di dover comunque dipendere da un sacerdote; dall’altro lato i chierici hanno meno libertà di movimento, essendo incardinati nella diocesi o nell’ordine e sottoposti all’autorità ecclesiastica, ma più autonomia per il fatto di poter legittimamente decidere di celebrare la Messa e amministrare i sacramenti nel Rito Tridentino e di predicare conformemente alla sana dottrina. Il motu proprio Summorum Pontificum ha ribadito che fedeli e sacerdoti hanno il diritto inalienabile – che non può essere loro negato – di avvalersi della liturgia che più perfettamente esprime la nostra fede. Ma questo diritto va oggi usato non solo e non tanto per conservare la forma straordinaria del rito, ma per testimoniare l’adesione a quel depositum fidei che solo nel rito antico trova perfetta corrispondenza.

Ricevo quotidianamente lettere accorate di sacerdoti e di religiosi che vengono emarginati o trasferiti o ostracizzati a causa della loro fedeltà alla Chiesa: la tentazione di trovare un ubi consistam lontano dallo strepito dei novatori è forte, ma dobbiamo trarre esempio dalle persecuzioni che subirono molti santi, tra i quali sant’Atanasio, che ci offrono un modello di come comportarci dinanzi all’eresia dilagante e alla furia persecutoria. Come ha ricordato più volte il mio venerato confratello, monsignor  Athanasius Schneider, l’arianesimo che afflisse la Chiesa all’epoca del Santo Dottore di Alessandria d’Egitto era talmente diffuso tra i vescovi, da lasciar quasi credere che l’ortodossia cattolica fosse completamente scomparsa. Ma fu grazie alla fedeltà e all’eroica testimonianza dei pochi vescovi rimasti fedeli, che la Chiesa seppe risollevarsi. Senza quella testimonianza, l’arianesimo non sarebbe stato sconfitto: senza la nostra testimonianza odierna, non verrà sconfitto il modernismo e l’apostasia globalista di questo pontificato.

Non è quindi questione di lavorare dall’interno o dall’esterno: i vignaioli sono chiamati a lavorare nella Vigna del Signore, ed è che devono rimanere anche a costo della vita; i pastori sono chiamati a pascere il Gregge del Signore, a tenere lontani i lupi rapaci e a scacciare i mercenari che non si preoccupano per la salvezza delle pecore e degli agnelli.

Quest’opera spesso silenziosa e nascosta è stata compiuta dalla Fraternità San Pio X, alla quale va riconosciuto il merito di non aver lasciato spegnere la fiamma della Tradizione, in un momento in cui celebrare la Messa antica era considerato sovversivo e motivo di scomunica. I suoi sacerdoti sono stati una salutare spina nel fianco nel corpo ecclesiale, considerati come un insopportabile termine di paragone per i fedeli, un rimprovero costante al tradimento compiuto ai danni del popolo di Dio, un’alternativa inammissibile al nuovo corso conciliare. E se la loro fedeltà ha reso inevitabile la disobbedienza al Papa con le consacrazioni episcopali, grazie a esse la Fraternità ha potuto proteggersi dall’attacco furioso dei novatori e ha permesso, con la sua stessa esistenza, di rendere possibile la liberalizzazione del Rito Antico, fino ad allora proibito. Così come ha consentito di far emergere le contraddizioni e gli errori della setta conciliare, sempre ammiccante nei confronti degli eretici e degli idolatri, ma implacabilmente rigida e intollerante nei confronti della Verità cattolica.

Considero monsignor Lefebvre un esemplare Confessore della Fede e penso sia ormai evidente quanto la sua denuncia del Concilio e dell’apostasia modernista sia fondata e quanto mai attuale. Non va dimenticato che la persecuzione di cui monsignor Lefebvre è stato oggetto da parte della Santa Sede e dell’episcopato mondiale è servita anzitutto come deterrente per i cattolici refrattari alla rivoluzione conciliare.

Concordo parimenti con quanto osservato da sua eccellenza monsignor Bernard Tissier de Mallerais, circa la compresenza di due entità in Roma: la Chiesa di Cristo è occupata ed eclissata dalla compagine modernista conciliare, la quale si è imposta nella stessa gerarchia ed usa l’autorità dei suoi ministri per prevalere sulla Sposa di Cristo e Madre nostra.

La Chiesa di Cristo – che non solo sussiste nella Chiesa cattolica, ma è a titolo esclusivo la Chiesa cattolica – è solo oscurata, eclissata da una strana chiesa, stravagante insediatasi in Roma, secondo la visione della beata Anna Katharina Emmerick. Essa convive, come il grano con la zizzania, nella curia romana, nelle diocesi, nelle parrocchie. Non possiamo giudicare i nostri pastori per le loro intenzioni, né supporre che tutti siano corrotti nella fede e nella morale; al contrario, possiamo sperare che molti di loro, finora rimasti intimiditi e silenti, comprendano, col dilagare della confusione e dell’apostasia, l’inganno di cui sono stati oggetto e si scuotano finalmente dal loro torpore. Numerosi sono i laici che stanno alzando la loro voce; altri seguiranno necessariamente, assieme a buoni sacerdoti, certamente presenti in ogni diocesi. Questo risveglio della Chiesa militante – oserei chiamarla quasi una resurrezione – è necessario, improrogabile e inevitabile: nessun figlio tollera che la propria madre sia oltraggiata dai servitori, né che il padre sia tiranneggiato dagli amministratori dei suoi beni. Il Signore ci offre, in questi dolorosi frangenti, la possibilità di essere suoi alleati e di combattere questa santa battaglia sotto il suo vessillo: il Re vincitore dell’errore e della morte ci permette di condividere l’onore della vittoria trionfale e il premio eterno che ne deriva, dopo avere con Lui sopportato e sofferto.

Ma per meritare la gloria immortale del Cielo siamo chiamati a riscoprire – in un’epoca svirilizzata e priva di valori quali l’onore, la fedeltà alla parola data, l’eroismo – un aspetto fondamentale per ogni battezzato: la vita cristiana è una militia, e con il sacramento della Confermazione siamo chiamati ad essere soldati di Cristo, sotto le cui insegne dobbiamo combattere. Certo, nella maggior parte dei casi si tratta di un combattimento essenzialmente spirituale; ma nel corso della Storia abbiamo visto quanto spesso, dinanzi alla violazione dei diritti sovrani di Dio e delle libertà della Chiesa, sia stato necessario anche prendere le armi: ce lo insegna la strenua resistenza per respingere le invasioni islamiche a Lepanto e alle porte di Vienna, la persecuzione dei Cristeros in Messico, dei cattolici in Spagna, ed ancor oggi la guerra crudele ai cristiani di tutto il mondo. Mai come oggi possiamo comprendere l’odio teologico dei nemici di Dio, ispirati da Satana: l’attacco a tutto ciò che ricorda la Croce di Cristo – la Virtù, il Bene e il Bello, la purezza – ci deve spronare ad alzarci, in un sussulto di fierezza, per rivendicare il nostro diritto non solo a non esser perseguitati dai nemici esterni, ma anche e soprattutto ad avere dei pastori forti e coraggiosi, santi e timorati di Dio, che facciano esattamente quello che i loro predecessori hanno fatto per secoli: predicare il Vangelo di Cristo, convertire i singoli e le nazioni, espandere in tutto il mondo il Regno del Dio Vivo e Vero.

Siamo tutti chiamati a compiere un gesto di Fortezza – virtù cardinale dimenticata, che non a caso in greco richiama la forza virile, ἀνδρεία – nel saper resistere ai Modernisti: una resistenza che si radica nella Carità e nella Verità, attributi di Dio.

Se celebrate solo la Messa tridentina e predicate la sana dottrina senza menzionare il Concilio, cosa potranno mai farvi? Cacciarvi dalle vostre chiese, forse, e poi? Nessuno potrà mai impedirvi di rinnovare il Santo Sacrificio anche su un altare di fortuna in una cantina o in una soffitta, come i preti refrattari durante la Rivoluzione francese, o come ancor oggi avviene in Cina. E se proveranno ad allontanarvi, resistete: la legge canonica serve per garantire il governo della Chiesa nel perseguimento delle sue finalità principali, non per demolirla. Smettiamola di temere che la colpa dello scisma sia di chi lo denuncia, e non di chi lo compie: sono scismatici ed eretici coloro che feriscono e crocifiggono il Corpo Mistico di Cristo, non coloro che lo difendono denunciando i carnefici!

I laici possono pretendere dai loro ministri di comportarsi come tali, preferendo quanti danno prova di non esser contaminati dagli errori presenti. Se una Messa diventa un’occasione di tortura per il fedele, se egli è costretto ad assistere a sacrilegi o a sopportare eresie e farneticamente indegni della Casa del Signore, è mille volte preferibile recarsi in una chiesa in cui il sacerdote celebri degnamente il Santo Sacrificio, nel rito che la Tradizione ci ha consegnato, e predichi conformemente alla sana dottrina. Quando i parroci e i vescovi si accorgeranno, che il popolo cristiano pretende il pane della fede e non le pietre o gli scorpioni della neo-chiesa, metteranno da parte le proprie paure e asseconderanno le legittime richieste dei fedeli; gli altri, veri mercenari, si mostreranno per quello che sono e sapranno raccogliere intorno a sé solo quanti condividono i loro errori e perversioni. Si estingueranno da soli: il Signore secca la palude e rende arida la terra su cui crescono i rovi; spegne le vocazioni nei seminari corrotti e nei conventi ribelli alla Regola.

I fedeli laici hanno oggi un compito sacro: confortare i buoni sacerdoti e i buoni vescovi, stringendosi attorno a loro come le pecore al loro pastore. Ospitarli, aiutarli, consolarli nelle tribolazioni. Creare comunità in cui non domini la mormorazione e la divisione, ma la Carità fraterna nel vincolo della fede. E poiché nell’ordine stabilito da Dio – κόσμος – i sudditi devono obbedienza all’autorità e non possono far altro che resisterle quando abusa del proprio potere, nessuna colpa sarà ad essi imputata per l’infedeltà dei suoi capi, sui quali invece pesa la responsabilità gravissima del modo in cui esercitano il potere vicario che è stato loro dato. Non dobbiamo ribellarci, ma opporci; non dobbiamo compiacerci degli errori dei nostri pastori, ma pregare per loro e ammonirli con rispetto; non dobbiamo mettere in discussione la loro autorità, ma il modo in cui essi la usano.

Sono certo, di una certezza che mi viene dalla Fede, che il Signore non mancherà di ricompensare la nostra fedeltà, dopo averci punito per le colpe degli uomini di Chiesa, concedendoci santi sacerdoti, santi vescovi, santi cardinali e soprattutto un santo Papa. Ma questi santi sorgeranno dalle nostre famiglie, dalle nostre comunità, dalle nostre chiese: famiglie, comunità e chiese in cui la Grazia di Dio dev’esser coltivata con la preghiera costante, con la frequenza della Santa Messa e dei sacramenti, con l’offerta di sacrifici e penitenze che la comunione dei santi ci permette di offrire alla divina maestà per espiare i nostri peccati e quelli dei nostri fratelli, anche di quelli costituiti in autorità. I laici hanno in questo un ruolo fondamentale: custodire la Fede all’interno della famiglia, in modo che i giovani che sono educati nell’amore e nel timore di Dio possano un giorno esser padri e madri responsabili, ma anche degni ministri del Signore, suoi araldi negli ordini religiosi maschili e femminili, suoi apostoli nella società civile.

La cura contro la ribellione è l’obbedienza. La cura contro l’eresia è la fedeltà all’insegnamento della Tradizione. La cura contro lo scisma è la filiale devozione per i sacri pastori. La cura contro l’apostasia è l’amore di Dio e della sua Santissima Madre. La cura contro il vizio è la pratica umile della virtù. La cura contro la corruttela dei costumi è vivere costantemente alla presenza di Dio. Ma l’obbedienza non può pervertirsi in servilismo stolido; il rispetto dell’autorità non può pervertirsi in cortigianeria. E non dimentichiamo che se è dovere dei laici obbedire ai loro pastori, è ancor più grave dovere dei Pastori obbedire a Dio, usque ad effusionem sanguinis.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

DA

https://www.aldomariavalli.it/2020/09/02/non-cediamo-alla-tentazione-di-abbandonare-la-chiesa-perche-invasa-da-eretici-e-fornicatori-sono-loro-che-vanno-cacciati/amp/

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII DOPO IL RITO DI CANONIZZAZIONE DI SAN PIO X

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII DOPO IL RITO DI CANONIZZAZIONE DI SAN PIO X Sabato, 29 maggio 1954

 

Quest’ora di fulgente trionfo, che Iddio, suscitatore degli umili, ha disposto e quasi affrettato, per sigillare la mirabile ascesa del suo servo fedele Pio X alla suprema gloria degli altari, ricolma l’animo Nostro di gaudio, al quale voi, Venerabili Fratelli e diletti figli, con la vostra presenza così largamente partecipate. Eleviamo pertanto fervide grazie alla divina bontà per averCi concesso di vivere questo straordinario evento, tanto più che forse per la prima volta nella storia della Chiesa la formale santificazione di un Papa è proclamata da chi ebbe già il privilegio di essere al servigio di lui nella Curia Romana. Fausto e memorando questo dì, non soltanto per Noi, che lo annoveriamo tra i giorni felici del Nostro Pontificato, cui la Provvidenza aveva pur riservato così numerosi dolori e sollecitudini; ma altresì per la intiera Chiesa, che, spiritualmente stretta intorno a Noi, esulta all’unisono in veemente palpito di religiosa commozione. Il caro nome di Pio X in questo vespro radioso attraversa da un capo all’altro la terra, scandito con gli accenti più diversi; e destando da per tutto pensieri di celestiale bontà, forti impulsi di fede, di purezza, di pietà eucaristica, risuona a perenne testimonianza della feconda presenza di Cristo nella sua Chiesa. Con generoso ricambio, esaltando il suo servo, Dio attesta la eccelsa santità di lui, per la quale, anche più che per il suo supremo Ufficio, Pio X fu in vita inclito campione della Chiesa, e come tale è oggi il Santo dato dalla Provvidenza ai nostri tempi. Ora Noi desideriamo che precisamente in questa luce voi contempliate la gigantesca e mite figura del Santo Pontefice, affinchè, calate le ombre su questa memoranda giornata e spente le voci dell’immenso osanna, il solenne rito della sua santificazione permanga in benedizione nelle anime vostre ed in salvezza per il mondo. 1. — Il programma del suo Pontificato fu da lui solennemente annunziato fin dalla prima Enciclica (E supremi del 4 Ottobre 1903), in cui dichiarava essere suo unico proposito di instaurare omnia in Christo (Eph. 1, 10), ossia di ricapitolare, ricondurre tutto ad unità in Cristo. Ma quale è la via che ci apre l’adito a Gesù Cristo? egli si chiedeva, guardando amorevolmente le anime smarrite ed esitanti del suo tempo. La risposta, valida ieri, come oggi e nei secoli, è: la Chiesa! Fu pertanto sua prima sollecitudine, incessantemente perseguita fino alla morte, di rendere la Chiesa sempre più in concreto atta ed aperta al cammino degli uomini verso Gesù Cristo. Per questo intento egli concepì l’ardita intrapresa di rinnovare il corpo delle leggi ecclesiastiche, in guisa da dare all’intiero organismo della Chiesa più regolare respiro, maggior sicurezza e snellezza di movimento, come era richiesto da un mondo esterno improntato a crescente dinamismo e complessità. È ben vero che questa opera, da lui stesso definita « arduum sane munus », si adeguava all’eminente senso pratico ed al vigore del suo carattere; tuttavia la sola aderenza al temperamento dell’Uomo non sembra che spieghi l’ultimo motivo della difficile impresa. La scaturigine profonda dell’opera legislativa di Pio X è da ricercarsi soprattutto nella sua personale santità, nella sua intima persuasione che la realtà di Dio, da lui sentita in comunione incessante di vita, è la origine e il fondamento di ogni ordine, di ogni giustizia, di ogni diritto nel mondo. Dov’è Dio, là è ordine, giustizia e diritto; e, viceversa, ogni ordine giusto tutelato dal diritto manifesta la presenza di Dio. Ma quale istituzione sulla terra doveva più eminentemente palesare questa feconda relazione fra Dio e il diritto, se non la Chiesa, corpo mistico di Cristo stesso? Iddio benedisse largamente l’opera del beato Pontefice, cosicchè il Codice di diritto canonico resterà nei secoli il grande monumento del suo Pontificato, ed egli stesso potrà considerarsi come il Santo provvidenziale del tempo presente. Possa questo spirito di giustizia e di diritto, del quale Pio X fu al mondo contemporaneo testimone e modello, penetrare nelle aule delle Conferenze degli Stati, ove si discutono gravissimi problemi della umana famiglia, in particolare il modo di bandire per sempre il timore di spaventosi cataclismi e di assicurare ai popoli una lunga era felice di tranquillità e di pace. 2. – Invitto campione della Chiesa e Santo provvidenziale dei nostri tempi si rivelò altresì Pio X nella seconda impresa che contraddistinse l’opera sua, e che in vicende talora drammatiche ebbe l’aspetto di una lotta impegnata da un gigante in difesa di un inestimabile tesoro: l’unità interiore della Chiesa nel suo intimo fondamento: la fede. Già dalla fanciullezza la Provvidenza divina aveva preparato il suo eletto nell’umile sua famiglia, edificata sull’autorità, sui sani costumi e sulla fede stessa scrupolosamente vissuta. Senza dubbio ogni altro Pontefice, in virtù della grazia di stato, avrebbe combattuto e respinto gli assalti miranti a colpire la Chiesa nel suo fondamento. Bisogna tuttavia riconoscere che la lucidità e la fermezza, con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo, attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo. Unicamente sollecito che l’eredità di Dio fosse serbata intatta al gregge affidatogli, il grande Pontefice non conobbe debolezze dinanzi a qualsiasi alta dignità o autorità di persone, non tentennamenti di fronte ad adescanti ma false dottrine entro la Chiesa e fuori, nè alcun timore di attirarsi offese personali e ingiusti disconoscimenti delle sue pure intenzioni. Egli ebbe la chiara coscienza di lottare per la più santa causa di Dio e delle anime. Alla lettera si verificarono in lui le parole del Signore all’Apostolo Pietro: « Io ho pregato per te, affinchè la tua fede non venga meno, e tu . . . conferma i tuoi fratelli » (Luc. 22, 32). La promessa e il comando di Cristo suscitarono ancora una volta nella roccia indefettibile di un suo Vicario la tempra indomita dell’atleta. È giusto che la Chiesa, decretandogli in quest’ora la gloria suprema nel medesimo luogo ove rifulge da secoli non mai offuscata quella di Pietro, confondendo anzi l’uno e l’altro in una sola apoteosi, canti a Pio X la sua riconoscenza ed invochi in pari tempo la intercessione di lui, affinchè le siano risparmiate nuove lotte di tal genere. Ma ciò di cui allora propriamente si trattò, vale a dire la conservazione della intima unione della fede e del sapere, è un così alto bene per tutta la umanità, che anche questa seconda grande opera del santo Pontefice è di una importanza che va molto al di là dello stesso mondo cattolico. Chi, come il modernismo, separa, opponendole, fede e scienza nella loro fonte e nel loro oggetto, opera in questi due campi vitali una scissione così deleteria, « che poco è più morte ». Si è veduto praticamente: l’uomo, che al volger del secolo era già nell’intimo di sè diviso, e tuttavia ancora illuso di possedere la sua unità nella sottile apparenza di armonia e di felicità, basate in un progresso puramente terreno, è stato poi visto come spezzarsi sotto il peso di una ben differente realtà. Pio X vide con vigile sguardo approssimarsi questa spirituale catastrofe del mondo moderno, questa amara delusione specialmente dei ceti colti. Egli intuì come una tale fede apparente, la quale cioè non si fonda in Dio rivelatore, ma si radica in un terreno puramente umano, si diluirebbe per molti nell’ateismo; ravvisò parimenti il fatale destino di una scienza, che, contrariamente alla natura e in volontaria limitazione, s’interdiceva il cammino verso l’assoluto Vero e Buono, lasciando così all’uomo senza Dio, di fronte alla invincibile oscurità in cui giaceva per lui tutto l’essere, soltanto l’atteggiamento dell’angoscia o della arroganza. Il Santo contrappose a tanto male l’unica possibile e reale salvezza: la verità cattolica, biblica, della fede, accettata come « rationabile obsequium » (Rom. 12, 1) verso Dio e la sua rivelazione. Coordinando in tal modo fede e scienza, quella come estensione soprannaturale e talora conferma dell’altra, e questa come via introduttiva alla prima, restituì all’uomo cristiano l’unità e la pace dello spirito, che sono imprescrittibili premesse di vita. Se oggi molti, volgendosi di nuovo verso questa verità, quasi sospintivi dal vuoto e dall’angoscia del suo abbandono, hanno la sorte di poterla scorgere in saldo possesso della Chiesa, di ciò debbono essere riconoscenti alla lungimirante opera di Pio X. Egli è infatti benemerito della preservazione della verità dall’errore, sia presso coloro che di quella godono la piena luce, cioè i credenti, sia presso quelli che sinceramene la cercano. Per gli altri la fermezza di lui verso l’errore può forse rimanere ancora quasi una pietra di scandalo; in realtà essa è l’estremo caritatevole servigio reso da un Santo, come Capo della Chiesa, a tutta l’umanità. 3. — La santità, che nelle ricordate imprese di Pio X si rivela come ispiratrice e guida di queste, sfavilla anche più direttamente negli atti quotidiani della sua persona. In sè stesso, prima che negli altri, egli attuò l’enunciato programma: ricapitolare, ricondurre tutto ad unità in Cristo. Da umile parroco, da Vescovo, da Sommo Pontefice, egli stimò per certo che la santità, cui Dio lo destinava, era la santità sacerdotale. Quale altra santità può infatti Iddio maggiormente gradire da un sacerdote della Nuova Legge, se non quella che si addice ad un rappresentante del Sommo ed Eterno Sacerdote, Gesù Cristo, il quale lasciò alla Chiesa la perenne memoria, la perpetua rinnovazione del sacrificio della Croce nella santa Messa, fino a tanto che Egli verrà per il giudizio finale (1 Cor. 11, 24-26); che con questo Sacramento della Eucaristia diede sè stesso a nutrimento delle anime: « Chi mangia di questo pane vivrà in eterno » (Io. 6, 58)? Sacerdote innanzi tutto nel ministero eucaristico, ecco il ritratto più fedele del santo Pio X. Servire come sacerdote il mistero della Eucaristia e adempiere il comando del Signore « Fate questo per mio ricordo » (Luc. 22, 19), fu la sua via. Dal giorno della sacra ordinazione fino alla morte da Pontefice, egli non conobbe altro possibile sentiero per giungere all’eroico amore di Dio e al generoso contraccambio verso il Redentore del mondo, il quale per mezzo della Eucaristia « quasi effuse le ricchezze del divino suo amore verso gli uomini » (Conc. Trid. sess. XIII, cap. 2). Uno dei documenti più espressivi della sua coscienza sacerdotale fu l’ardente cura di rinnovare la dignità del culto, e specialmente di vincere i pregiudizi di una prassi traviata, promovendo con risolutezza la frequenza, anche quotidiana, dei fedeli alla mensa del Signore, e là conducendo senza esitare i fanciulli, quasi sollevandoli sulle sue braccia per offrirli all’amplesso del Dio nascosto sugli altari, donde una nuova primavera di vita eucaristica sbocciò per la Sposa di Cristo. Nella profonda visione che aveva della Chiesa come società, Pio X all’Eucaristia riconobbe il potere di alimentare sostanzialmente la sua intima vita e di elevarla altamente sopra tutte le altre umane associazioni. Solo l’Eucaristia, in cui Dio si dona all’uomo, può fondare una vita associata degna dei suoi membri, cementata dall’amore prima che dall’autorità, ricca di opere e tendente al perfezionamento dei singoli, una vita cioè « nascosta con Cristo in Dio ». Provvidenziale esempio per il mondo odierno, in cui la società terrena, divenuta sempre più quasi un enigma a sè stessa, cerca con ansia una soluzione per ridonarsi un’anima! Guardi esso dunque, come a modello, alla Chiesa raccolta intorno ai suoi altari. Ivi, nel mistero eucaristico l’uomo scopre e riconosce realmente il suo passato, il presente e l’avvenire come unità in Cristo (cfr. Conc. Trid. 1. c.). Consapevole e forte di questa solidarietà con Cristo e coi propri fratelli, ciascun membro dell’una e dell’altra società, la terrena e la soprannaturale, sarà in grado di attingere dall’altare la vita interiore di personale dignità e di personale valore, vita che al presente è sul punto di esser travolta dalla tecnicizzazione e dalla eccessiva organizzazione della intera esistenza, del lavoro e perfino dello svago. Solo nella Chiesa, par che ripeta il santo Pontefice, e per essa nella Eucaristia, che è « vita nascosta con Cristo in Dio », sta il segreto e la sorgente di rinnovata vita sociale. Di qui consegue la grave responsabilità di coloro ai quali, come a ministri dell’altare, spetta il dovere di schiudere alle anime la vena salvifica della Eucaristia. Multiforme è invero l’azione che un sacerdote può svolgere per la salvezza del mondo moderno; ma una è senza dubbio la più degna, la più efficace, la più duratura negli effetti: farsi dispensatore della Eucaristia, dopo essersene egli stesso abbondantemente nutrito. L’opera sua non sarebbe più sacerdotale, se egli, sia pure per lo zelo delle anime, mettesse in secondo luogo la vocazione eucaristica. Conformino i sacerdoti le loro menti alla ispirata sapienza di Pio X, e fiduciosamente orientino sotto il sole eucaristico ogni loro attività di vita e di apostolato. Parimente i religiosi e le religiose, viventi con Gesù sotto il medesimo tetto, e dalle sue carni quotidianamente nutriti, riguardino come norma sicura quanto il santo Pontefice dichiarò in una importante occasione, che cioè i vincoli con Dio mediante i voti e in comunità religiosa non debbono essere posposti a nessun altro, per quanto legittimo, servigio a vantaggio del prossimo (cfr. Ep. ad Gabrielem M. Antist. Gen. Fr. a Scholis Christ. 23 Apr. 1905 – Pii X P. M. Act. v. II pag. 87-88). Nell’Eucaristia l’anima deve affondare le radici per trarne la soprannaturale linfa della vita interiore, la quale non è soltanto un bene fondamentale dei cuori consacrati al Signore, ma necessità di ogni cristiano, cui Dio ha assegnato una vocazione di salute. Senza la vita interiore qualsiasi attività, per quanto preziosa, si svilisce in azione quasi meccanica, nè può avere l’efficacia propria di una operazione vitale. Eucaristia e vita interiore; ecco la suprema e più generale predicazione, che Pio X rivolge in quest’ora, dal fastigio della gloria, a tutte le anime. Quale apostolo della vita interiore egli si colloca nell’età della macchina, della tecnica, dell’organizzazione, come il Santo e la guida degli uomini di oggi. Sì, o Santo Pio X, gloria del sacerdozio, splendore e decoro del popolo cristiano; – Tu in cui l’umiltà parve affratellarsi con la grandezza, l’austerità con la mansuetudine, la semplice pietà con la profonda dottrina; Tu, Pontefice della. Eucaristia e del catechismo, della fede integra e della fermezza impavida; volgi il tuo sguardo verso la Chiesa santa, che Tu tanto amasti e alla quale dedicasti il meglio dei tesori, che con mano prodiga la divina Bontà aveva deposto nell’animo Tuo; ottienile la incolumità e la costanza, in mezzo alle difficoltà e alle persecuzioni dei nostri tempi; sorreggi questa povera umanità, i cui dolori così profondamente Ti afflissero, che arrestarono alla fine i palpiti del tuo gran cuore; fa che in questo mondo agitato trionfi quella pace, che deve essere armonia fra le nazioni, accordo fraterno e sincera collaborazione fra le classi sociali, amore e carità. fra gli uomini, affinchè in tal guisa quelle ansie, che consumarono la Tua vita apostolica, divengano, grazie alla Tua intercessione, una felice realtà, a gloria del Signor Nostro Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia!

Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XVI,
Sedicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1954 – 1° marzo 1955, pp. 31 – 37
Tipografia Poliglotta Vaticana

Devozione a Maria Bambina

Novena PER LA NATIVITÀ della Beata Vergine Maria (Festa 8 settembre)

 

“La cui festa fu ordinata da Sergio I nel 688 per ottenere, come ottenne, coll’intercessione di Maria: 1. Di essere liberato dalle inique vessazioni dell’imperatore Giustiniano II, il quale voleva sostenere come ecumenico il Concilio Trullano o Quinisesto, tenuto dai Greci in Costantinopoli, malgrado la disapprovazione del Papa, il quale perciò nè vi spedì i proprj legati, né volle mai approvarne i canoni;  2. Di riconciliare colla Chiesa romana il Patriarcato di Aquileja in Istria, che si ostinava a non riconoscere come legittimo il V Concilio Ecumenico, in cui si erano condannati i tre eretici libri di Teodoreto, Teodoro di Mopsuesta ed Iba, denominati i Tre Capitoli.”

 

  1. Vergine singolarissima, che, nascendo a questa vita, la pace annunciaste agli afflitti mortali, ottenete la vera pace ai nostri cuori, alla Chiesa e a tutto il mondo.

Ave…

 

  1. Vergine invitta, che sin dal vostro nascimento cominciaste ad abbattere il regno del demonio, impetrate anche a noi tutti di distruggere in noi le opere sue e di resistergli sempre con viva fede, affinché possa in noi e con noi regnare Gesù Cristo.

Ave…

 

III. Vergine intatta, che nasceste e viveste sempre più pura de’ cieli e degli Angeli, fate che anche noi da qui in avanti conduciamo sempre una vita tutta illibata e propria del cristiano.

Ave…

 

  1. Vergine celestiale, che veniste al mondo, non per essere del mondo, ma per trionfarne compitamente: impetrate anche a noi di viverne affatto staccati, conformandoci sempre alle massime del sacrosanto Vangelo.

Ave…

 

  1. Vergine gloriosa, che nasceste per essere trionfatrice di tutte le eresie che fossero insorte nel mondo, dissipate col vostro potere tutti gli errori contrarj alla nostra SS. Religione, e conservate viva in noi quella fede che opera per mezzo della carità.

Ave.

 

  1. Vergine Santissima, che non per altro appariste al mondo che per essere specchio tersissimo d’ogni virtù, fate che a Voi teniamo sempre rivolti gli occhi nostri per poter imitare le virtuose vostre operazioni, e divenire santi ancora noi.

Ave…

 

VII. Vergine felicissima, cui Dio fece nascere al solo fine di diventare la nostra corredentrice, dando alla luce il comune Riparatore, fate che per esso siamo salvati da ogni male, e conseguiamo con sicurezza la nostra eterna salute.

Ave…

 

Gloria…

 

ORAZIONE. Adjuvet nos quaesumus, Domine, sanctae Mariae intercessio veneranda; cujus etiam diem quo mundo exorta est annua festivitate celebramus. Per Dominum nostrum, etc.

[Ci soccorra, Te ne preghiamo Signore, la venerabile intercessione di santa Maria; Il cui giorno della nascita in terra pure celebriamo con annuale festività. Per il N.S.G.C., etc.]

FONTE: Sac. G. Riva “La Filotea” – imprimatur 1901

 

Catechismo Maggiore di San Pio X

DELLA NATIVITÀ DI MARIA VERGINE

 

129. Quando celebra la Chiesa la festa della Natività di Maria Vergine?

La Chiesa celebra la festa della Natività di Maria Vergine nel giorno otto di settembre.

 

130. Perché si celebra la festa della Natività di Maria Vergine?

La Chiesa celebra la festa della Natività di Maria Vergine, perché ella fino dalla sua nascita fu la più santa di tutte le creature, e perché era destinata ad essere la madre del Salvatore.

 

131. Si celebra la festa della Natività solamente per la beata Vergine?

Si celebra la festa della Natività per la beata Vergine e per S. Giovanni Battista. Conviene osservare però che la beata Vergine non solo nacque in grazia, ma fu in essa grazia concepita; mentre di S. Giovanni Battista può dirsi soltanto che egli fu santificato prima di nascere.

 

132. Qual vita condusse la beata Vergine?

La beata Vergine, benché discendente dalla stirpe reale di David condusse vita povera, umile e nascosta, ma preziosa avanti Dio, non peccando mai neppur venialmente e crescendo continuamente nella grazia.

 

133. Che cosa vi è da ammirare in ispecial guisa nelle virtù della beata Vergine?

Nelle virtù di Maria Vergine vi é da ammirare in ispecial guisa il voto di verginità ch’ella fece fin da’ suoi più teneri anni; cosa di cui non si aveva ancora esempio.

 

134. Che cosa dobbiamo noi fare nella festa della Natività di Maria Vergine?

Nella festa della Natività di Maria Vergine dobbiamo fare quattro cose: 1. ringraziar Dio de’ doni e delle prerogative singolari con cui l’ha privilegiata sopra tutte le creature; 2. pregarlo per l’intercessione di lei, che distrugga in noi il regno del peccato, e ci renda fedeli e costanti nel suo divino servigio; 3. venerare la santità di Maria, e congratularci con essa delle sue grandezze; 4. procurare d’imitarla nel conservare gelosamente la grazia, e nell’esercizio delle virtù, principalmente dell’umiltà e della purità, per le quali ella meritò di concepire Gesù Cristo nel suo purissimo seno.

 

FONTE: “Catechismo Maggiore di San Pio X”

 

Natività dell’Immacolata Vergine Madre di Dio

O Maria Santissima, eletta e destinata ab aeterno dalla Triade augustissima a Madre dell’unigenito Figlio del Padre, preannunziata dai Profeti, aspettata dai Patriarchi, e desiderata da tutte le genti; sacrario e vivo tempio dello Spirito Santo; sole senza macchia, perché concepita senza peccato; Signora del cielo e della terra; Regina degli Angeli; noi umilmente prostrati vi veneriamo, e ci rallegriamo dell’annua rimembranza solenne della vostra felicissima Natività: e dal più intimo del nostro cuore, vi supplichiamo a volervi benignamente degnare di venire spiritualmente a nascere nelle nostre anime, acciocché queste, prese dalla vostra amabilità e dolcezza, vivano sempre unite al vostro dolcissimo e amabilissimo Cuore. Così sia.

 

FONTE: “Il mio libro di preghiere” C.L.S.

 

ORAZINE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SS.

Gloriosissima Vergine e clementissima Madre di Dio, Maria, eccomi prostrato ai Vostri santissimi piedi, come servo umile e Vostro indegno devoto. Vi prego dal più profondo del mio cuore di degnarVi di ricevere queste mie piccole lodi e fredde benedizioni che Vi offro con questa santa orazione; sono preghiere che cercano di unirsi a quelle numerose e fervorose che gli Angeli ed i Santi innalzano a Voi ogni giorno. In cambio Vi supplico di concedermi che, come Voi siete nata al mondo per essere Madre di Dio, rinasca anch’io alla Grazia per essere Vostro figlio, in modo che amando Voi dopo Dio sopra ogni altra cosa creata e servendoVi fedelmente sulla terra, possa un giorno venire a lodarVi e benedirVi per sempre in Cielo. Così sia.

 

PREGHIERA PER LA NATIVITÀ DI MARIA SS.

Gloriosissima Vergine e clementissima Madre di Dio, Maria, eccomi prostrato ai tuoi santissimi piedi, come servo umile e tuo indegno devoto. Ti prego dal più profondo del mio cuore di degnarti di ricevere queste mie piccole lodi e fredde benedizioni che ti offro con questa santa novena; sono preghiere che cercano di unirsi a quelle numerose e fervorose che gli Angeli ed i Santi innalzano a te ogni giorno. In cambio ti supplico di concedermi che, come tu sei nata al mondo per essere Madre di Dio, rinasca anch’io alla Grazia per essere tuo figlio, in modo che amando te dopo Dio sopra ogni altra cosa creata e servendoti fedelmente sulla terra, possa un giorno venire a lodarti e benedirti per sempre in Cielo. Così sia.

 

PREGHIERA ALLA B. VERGINE GRAZIOSA BAMBINA

O graziosa Bambina, nella felice tua nascita hai rallegrato il Cielo, consolato il mondo, atterrito l’Inferno; hai recato sollievo ai caduti, conforto ai mesti, salute ai malati, la gioia a tutti, Ti supplichiamo: rinasci spiritualmente in noi, rinnova il nostro spirito a servirti; riaccendi il nostro cuore ad amarti, fai fiorire in noi quelle virtù con le quali possiamo sempre più piacerti. O grande piccina Maria, sii per noi «Madre», conforto negli affanni, speranza nei pericoli, difesa nelle tentazioni, salvezza nella morte. Così sia.

 

TRIDUO IN ONORE DI MARIA SS.MA BAMBINA

Dolce Bambina Maria, che destinata ad essere madre di Dio siete pur divenuta augusta Sovrana e amatissima Madre nostra, per i prodigi di grazie che compiste fra noi, ascoltate pietosa le mie umili suppliche. Nei bisogni che mi premono da ogni parte, e specialmente nell’affanno che ora mi tribola, tutta la mia speranza è in Voi riposta. O santa Bambina, in virtù dei privilegi che a Voi sola furono concessi e dei meriti che avete acquistati, mostratevi ancora oggi verso di me pietosa. Mostrate che la sorgente dei tesori spirituali e dei beni continui che dispensate è inesauribile, perché illimitata è la Vostra potenza sul Cuore paterno di Dio. Per quell’immensa profusione di grazie di cui l’Altissimo Vi arricchì fin dai primi istanti del Vostro immacolato concepimento, esaudite, o celeste Bambina, la mia supplica, e loderò in eterno la bontà del Vostro cuore. Così sia. Pater…, Ave…, Gloria…

FONTE: SursumCorda

L’insegnamento di Agostino d’Ippona

 

Oggi 28 agosto la Chiesa festeggia Sant’Agostino d’Ippona.

Io mi sono imbattuto in questo gigante del cristianesimo a sedici anni, quando nella calda estate del 1977 mi regalarono un libro su di lui. Da allora non me ne sono più staccato.

Le opere di Agostino, in realtà, continuano ad essere un’inesauribile miniera di saggezza e dottrina, cui oggi, peraltro, si può accedere anche attraverso un prezioso strumento: il sito web Augustinus.it.

Del grande vescovo africano quello che continua a stupire è l’incredibile attualità. La visione profetica e geniale del suo pensiero riesce ad illuminare anche la complessa realtà che oggi tocca vivere a noi contemporanei. Le opere di Agostino hanno qualcosa da dirci su tutto, dalla vita alla morte, dall’ambiente alla giustizia, dall’economia all’arte, dalla politica all’educazione, dalla cultura all’amicizia. Dopo millesettecento anni le sue parole mantengono una freschezza, una lucidità, una chiarezza e un’intelligenza difficilmente rinvenibili in altri pensatori lungo tutta la storia dell’umanità. Oggi davvero ci manca la luce di una simile mente.

Se fosse vivo a nostri giorni, Sant’Agostino potrebbe ricordarci evidenze oggettive che l’attuale società del pensiero debole non riesce più a cogliere, proprio perché – come lui stesso aveva profeticamente ammonito nelle Confessioni (III, 8, 16) – una società che abbandona l’«unus et verus creator et rector universitatis», ossia Dio fonte della vita, è destinata a smarrirsi completamente nell’illusione di una «falsa libertas», in cui, alla fine, non può che prevalere l’interesse particolare («amplius bonum proprium») sull’interesse universale («bonum omnium»).

Oggi il Santo Vescovo d’Ippona potrebbe ricordarci cose un tempo ovvie ed ora messe incredibilmente in discussione, come, ad esempio, il fatto che la famiglia sia una «particula civitatis», ovvero «la cellula della società e il suo principio» (De Civitate Dei, XIX 16). Potrebbe ricordarci che «prima itaque naturalis humanae societatis copula vir et uxor est», ovvero che «il primo naturale legame della società è quello tra uomo e donna (De bono coniugali, I, 1), e che «il matrimonio si chiamò così dalla radice etimologica mater»(Contra Faustum manichaeum, XIX 26). In tempi di grande confusione e ambiguità, Agostino oggi potrebbe ricordarci che «qui bene eruditi sunt in fide catholica», ossia quelli che sono bene eruditi nella fede cattolica sanno che «il matrimonio è da Dio, mentre il divorzio è dal diavolo» (In Evangelium Ioannis tractatus, IX, 2). Sempre e comunque.

Oggi Agostino, dall’alto della sua autorevole e indiscussa intelligenza, non avrebbe certo timore a proclamare la Verità per paura del giudizio umano. Sarebbe un esempio per tutti quei timidi chierici che balbettano o peggio tacciono per paura delle ritorsioni minacciate dai censori della dittatura del Pensiero Unico e dai sacerdoti pagani del Politically Correct.

No, oggi, tanto per fare un esempio, Sant’Agostino non avrebbe alcun timore a ripetere che «flagitia sodomitorum, quae sunt contra naturam, ubique ac semper detestanda atque punienda sunt», ovvero che «i vizi dei sodomiti, che sono contro natura, si devono detestare e punire dappertutto e sempre», e che «se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché Dio non ha creato gli uomini per un tale uso di se stessi» (Confessiones III, 8, 15). E, in ogni caso, non si può mai mettere a rischio la società naturale attraverso la legge, «per la brama capricciosa del singolo, cittadino o straniero che sia». Anche in questo caso, non può prevalere l’interesse particolare (amplius bonum proprium) sull’interesse universale («bonum omnium»).

Oggi Sant’Agostino ci spronerebbe a lottare per la Verità contro la Menzogna, a non arrenderci di fronte al Male, a non cadere nella trappola degli angeli delle tenebre, a non scendere a compromessi col demonio, a non fare armistizi con Satana, a non cedere all’inganno di un “dialogo costruttivo” con Lucifero, e ci esorterebbe a fare tutto questo attraverso le riflessioni contenute in quel suo capolavoro intitolato Il combattimento cristiano. Ci ricorderebbe, infatti, che «corona victoriae non promittitur nisi certantibus», «la corona della vittoria non si promette se non a coloro che combattono», e alle anime belle che intendono “costruire ponti” con chicchessia, Agostino spiegherebbe che dobbiamo innanzitutto «conoscere quale sia questo avversario, vinto il quale, saremo incoronati» (De Agone Christiano, 1, 1). E ci metterebbe in guardia dal non abboccare all’amo del nemico, ammonendoci che «piscis gaudet quando hamum non videns, escam devorat», anche «il pesce è contento, quando, non vedendo l’amo, divora l’esca» (De Agone Christiano, 7, 8). Cominciamo, quindi, a chiamare le cose con il loro nome e a distinguere il bene dal male, la luce dalle tenebre, il dolce dall’amaro.

Solo riconoscendo il Nemico possiamo combatterlo.

Gianfranco Amato

Da

L’insegnamento di Agostino d’Ippona

15 AGOSTO, ASSUNZIONE DI MARIA VERGINE IN CIELO

Munificentissimus Deus

“…Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica. Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata. A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.”

Dato a Roma, presso S. Pietro, nell’anno del massimo giubileo 1950, 1° novembre, festa di tutti i santi, nell’anno dodicesimo del Nostro pontificato

dalla Const. apost. Munificentissimus Deus di PIUS PP. XII, 1 novembris 1950

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Dell’Assunzione di Maria Vergine

  1. Che cosa celebra la Chiesa nella festa dell’Assunzione della santissima Vergine?

Nella festa dell’Assunzione della santissima Vergine, la Chiesa celebra la morte preziosa e la gloriosa Assunzione al Cielo di Maria Vergine.

  1. Coll’anima di Maria Vergine fu assunto in cielo anche il corpo?

È pia e comune credenza dei fedeli, che coll’anima di Maria Vergine sia stato assunto in cielo anche il corpo, benché ciò non sia definito, come di fede, dalla santa Chiesa. [La “Munificentissimus Deus” -Bolla dogmatica per la definizione dell’Assunzione in corpo ed anima di Maria SS.ma in cielo, di Papa Pio XII – è del 1° novembre 1950]

  1. Qual è la gloria alla quale è stata esaltata Maria Vergine nel cielo?

Maria Vergine è stata esaltata sopra tutti i cori degli Angeli, e sopra tutti i Santi del paradiso, come regina del cielo e della terra.

  1. Perché la Vergine è stata esaltata in cielo sopra tutte le creature?

La Vergine è stata esaltata in cielo sopra tutte le creature, perché è Madre di Dio, ed è di tutte le creature la più umile e la più santa.

  1. Che cosa dobbiamo noi fare nella solennità dell’Assunzione di Maria Vergine?

Nella solennità dell’Assunzione di Maria Vergine dobbiamo:

  1. rallegrarci della sua gloriosa assunzione ed esaltazione;
  2. venerarla come nostra signora e nostra avvocata presso il suo divin Figliuolo;
  3. pregarla ad ottenerci da Dio la grazia di condurre una vita santa, e di prepararci in tal maniera alla morte, che meritiamo di essere da lei assistiti e protetti, e di aver parte nella sua gloria.

165. Come possiamo noi meritare la protezione di Maria santissima?

Noi possiamo meritare la protezione di Maria santissima con imitare le sue virtù, e specialmente la purità e l’umiltà.

  1. Debbono anche i peccatori confidare nel patrocinio di Maria Vergine?

Anche i peccatori debbono confidare moltissimo nel patrocinio di Maria Vergine, perché ella è madre di misericordia e il rifugio dei peccatori per ottenere loro da Dio la grazia della conversione.

dal CATECHISMO MAGGIORE: ISTRUZIONE SOPRA LE FESTE DEL SIGNORE, DELLA BEATA VERGINE E DEI SANTI, DELLE FESTE SOLENNI DELLA BEATA VERGINE E DELLE FESTE DEI SANTI

Cavalieri senza cavallo…e forchette più che spade…

di Matteo Castagna

“Il Circolo Cattolico Christus Rex – Traditio, di cui sono fondatore e responsabile nazionale, ritiene che le argomentazioni di don Francesco Ricossa contenute nell’articolo della rivista Sodalitium 70-71/2020 in merito ai giudizi espressi su “Radio Spada” siano condivisibili e molto argomentati. Nel “piccolo” mondo tradizionalista ci sono sempre stati motivi di acceso dibattito. Ma a tutto c’è un limite. Questo viene superato quando l’oggettività di fatti e comportamenti, di scritti e atteggiamenti escono dai binari del pur legittimo dibattito su tematiche aperte o questioni non ancora definite dalla Chiesa, per avvicinarsi a derive pericolose per l’integrità della Fede. Credo che sia per un eccesso di carità che don Ricossa abbia ritenuto opportuno soffermarsi così tanto su una realtà, che ai miei occhi, non meriterebbe sì tanto spazio. Ma, si sa, io ragiono da “politico” e alle volte mi sfugge che anche una sola anima va messa in guardia da una forma di proselitismo intrisa di opacità e contraddizioni. Perciò rilancio la segnalazione del Centro Studi Federici (che si occupa anche di molti altri argomenti interessanti, di un libro utilissimo per i nostri tempi sul matrimonio cristiano e di altri articoli). Ringrazio per quanto ho letto sulla Magione di Poggibonsi, ove fui ospite, un anno fa, per presentare il mio libro, perché non ero a conoscenza di nulla dei particolari descritti. Avessi saputo, non sarei andato.” 

E’ disponibile il numero doppio (70-71) della rivista Sodalitium 
 
Novità libraria: P. Noël Barbara, Catechesi cattolica del matrimonio 
 
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