Apriamo il Messale romano: la Settimana Santa

Segnalazione del Centro Studi Federici

Pillole di liturgia a cura di don Ugolino Giugni, IMBC.
Episodio 1: Il tempo di Passione.
 
Episodio 2: Le Cerimonie del Giovedì Santo.
 
Episodio 3: Le Cerimonie del Venerdì Santo.
 
Episodio 4: Le Cerimonie del Sabato Santo.
 
Episodio 5: Il Canto dell’Exultet.
 
Episodio 6: Il Tempo Pasquale.
 

La Passione di Cristo e della Chiesa

Segnalazione del Centro Studi Federici

Quando il Salvatore, «inclinato capite, emisit spírítum», ben pochi se ne accorsero, e tra questi pochi, la grandissima maggioranza gli era nemica. Certamente a Gerusalemme non si parlava d’altro; ma che, fuorchè forse una decina di persone in tutto, chi troviamo presso alla sua croce a soffrire con Lui, e per Lui, mentre Egli soffriva per noi e a causa nostra ? Il resto o lo malediceva; o diceva : ben gli sta; o se ne disinteressava ; o, infine, si limitava a una compassione sterile, di vago umanitarismo. Non dovremmo mai dimenticare, noi che del nome di Cristo abbiamo fatto il nostro nome e ci chiamiamo perciò cristiani; noi che viviamo la nostra vita eterna, e cioè cristiana, con più intensità che non la nostra vita terrena, e in questo mondo cerchiamo un altro mondo; noi non dovremmo — dicevamo — mai dimenticare la tremenda solitudine nella quale moriva Gesù.
 
Moriva per gli uomini, ucciso dagli uomini; moriva per amore degli uomini, odiato dagli uomini: e nessuno, o quasi nessuno, gli era accanto, almeno con un cenno, un grazie, a prender atto della sua carità, ad accorgersi del suo amore. Amare e non essere amato è già molto grave, ma Gesù amava ed era odiato. Sulla sua croce l’aveva innalzato il suo amore per gli uomini e l’odio degli uomini per Lui. Se dunque qualcosa rompeva la solitudine non era l’amore ma l’odio. Una siepe di odio circondava la sua croce.
 
Il nostro dovere, in questo giorno anniversario, consisterà nel non lasciar solo Cristo, ma accorrere vicino a Lui, nell’ora in cui Egli morì, e accorrere con l’amore. Un amore per Lui, che sia simile’ al suo amore per noi, o per lo meno si proponga d’imitare quel suo amore. Accade, molto spesso, che molti cristiani non si rendono conto in nessun modo d’essere stati oggetto di tanto amore da parte di Cristo, e si contentano di avere, di Gesù, una cognizione così vaga, così scarsa, così per aria, che si vergognerebbero d’averne una simile di un loro conoscente.

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La Via Dolorosa

Segnalazione del Centro Studi Federici
Tra le strade della vecchia Gerusalemme, una soprattutto attira l’attenzione e commuove il cuore del pio pellegrino; è la Via Dolorosa. Essa segna il cammino percorso dal Redentore, carico della Croce, dal Pretorio di Pilato al Calvario. Dalle 14 stazioni che lo compongono, nove sono scaglionate lungo le vie della città e ricordano gli episodi più salienti del dramma della Croce ; alcuni registrati nel Vangelo, altri tolti da antichissime tradizioni. Se questo pio Pellegrinaggio fatto in una chiesa desta sempre profonda commozione, il lettore può facilmente comprendere quali sentimenti agitano il cuore rifacendo realmente il cammino percorso da Gesù in quel triste pomeriggio oppresso dalla Croce; seguendo i passi della sua SS.ma Madre, delle pie donne, del discepolo che Egli amava. 
A Gerusalemme, ogni venerdì alle tre del pomeriggio, la comunità Francescana di S. Salvatore, con alla testa il Rev.mo Padre Custode, compie il pio pellegrinaggio per le vie della città; seguendo le orme di Gesù, pregando e meditando. I pellegrini che visitano il Paese di Gesù non rinunciano mai al conforto spirituale di seguirne il mesto tragitto; non è raro il caso di romei, che vi prendono parte a piedi scalzi, in segno di estremo rispetto verso l’aspro sentiero battuto un giorno dal maestro Divino, sotto il legno del suo supplizio. Allora lo spettacolo assume una forma più solenne e commovente. Ad ognuna delle 14 stazioni, che ricordano i singoli episodi della passione di Cristo, un Francescano legge una pia riflessione e recita una breve preghiera. 
Una tradizione antica e assai radicata dice che la beata Vergine, che dimorò in Gerusalemme e vi chiuse i suoi giorni all’ombra del S. Cenacolo, visitava giornalmente i luoghi che furono testimoni della passione del suo Divin Figliolo. 
Senza dubbio, i discepoli di Gesù e i primi Cristiani visitarono frequentemente quei Santi Luoghi, e ne tramandarono la memoria ai loro discendenti. È noto infatti quanto gli orientali siano attaccati alle tradizioni. Ne fa fede anche il Vangelo. 
La prima stazione ha luogo nell’area del Pretorio di Pilato. Questa località si trova all’angolo nord-ovest della spianata del Tempio, dov’era la famosa Torre Antonia. Gli ultimi scavi hanno riconfermato in modo irrefragabile l’antica tradizione Francescana riguardante il luogo del tribunale di Pilato. 
Qui si radunò, in quel lontano mattino del primo venerdì Santo, la plebaglia giudaica, istigata dai sacerdoti, dagli scribi e dai farisei, mentre gli sgherri del Sinedrio presentavano il Nazzareno al rappresentante di Roma perchè confermasse la sentenza di morte già pronunciata. Qui si svolse il drammatico dialogo fra il Procuratore Romano e la folla tumultuante. Qui risuonò il grido diabolico — Barabba! ! ! 
L’area oggi è occupata in parte da una scuola mussulmana; nel cortile di questa scuola ha principio la Via Crucis. I fedeli hanno quindi la soddisfazione d’inginocchiarsi e pregare nel luogo stesso dove il Figlio di Dio fu interrogato dal suo giudice, che, dopo averlo riconosciuto e proclamato innocente, lo diede in mano ai giudei. 
In questo stesso luogo Gesù fu ricondotto dai soldati dopo la flagellazione e la coronazione di spine. La scala che Gesù salì e scese parecchie volte durante il processo fu trasportata a Roma e si venera presso la Basilica di S. Giovanni. È conosciuta sotto il nome di Scala Santa. I pii visitatori l’ascendono in ginocchio. 
Il luogo della flagellazione e quello dell’imposizione della Croce è segnato da due graziose cappelle, funzionate dai Padri Francescani. In quella dell’imposizione della Croce vi si vedono parti dell’antico pavimento di pietra del cortile (lithostrotos del Vangelo), dove sostava il popolo e i sacerdoti, quando alla vista di Gesù flagellato gridarono: « crocifiggilo, crocifiggilo: Il suo sangue cada su di noi e su i nostri figli! » È la seconda stazione. Vicino al convento Francescano della Flagellazione vi è l’arco detto dell’Ecce Homo. Esso conserva alla venerazione dei fedeli le due pietre del cortile sulle quali, secondo la tradizione, si trovavano Gesù e Pilato, quando questi lo mostrò al popolo tumultuante con le parole: « Ecce Homo ». 
La terza stazione, che ricorda la prima caduta di Gesù, ha luogo dopo un corto tragitto, all’incrocio della Via Dolorosa con quella che scende da Porta Damasco. Una colonna di marmo abbattuta indica da tempo immemorabile il luogo della prima caduta del Divin Salvatore. A pochi passi più innanzi vien mostrato il luogo tradizionale del commovente incontro di Gesù con la sua SS.ma Madre. 
Gli Armeni Cattolici hanno costruita una bella chiesa dedicata a « Nostra Signora dello Spasimo » in onore dello strazio che la Vergine Santa provò nel vedere il suo Figliolo che s’incamminava verso la morte. 
Nella cripta di questa chiesa esiste un grande mosaico che porta nel centro l’immagine di due piedi, che si vuole indichino il posto dove si trovava la Madre di Gesù quando le passò davanti il suo Divin Figlio carico della Croce…. 
Questo mosaico è anteriore al secolo VII, ed è una prova della tradizione che localizza l’ incontro di Maria col suo Divin Figlio. Con quanta emozione si ripetono i versi di fra Iacopone: 
 
Qui est homo qui non fleret, 
Matrem Christi si videret 
In tanto supplicio? 
Quis non posset contristari 
Christi Matrem contemplari
Dolentem cum Filio? 
 
Durante l’angoscioso incontro di Gesù con Maria, giungeva dalla campagna entrando in città per la porta dei pesci uno straniero di nome Simone, nativo di Cirene in Libia. Forse era un proselita ebreo; probabilmente un ammiratore di Cristo. I soldati, vedendo Gesù sfinito, obbligarono a viva forza il Cireneo a portare la Croce lungo il ripido pendio che sale al Calvario. Una piccola cappella Francescana ricorda questa quinta stazione. In essa ogni venerdì vien celebrata la S. Messa e nel Venerdì Santo è meta di continue visite. A questo piccolo Santuario che ricorda l’incontro di Gesù col Cireneo, è legata la più antica memoria di uno dei primi conventi Francescani in Gerusalemme, che risale al 1294. Mirabile e provvidenziale coincidenza per chi riflette che i Francescani portarono pazientemente ed eroicamente, attraverso i secoli della più triste barbaria mussulmana, la croce del loro Divin Maestro. 
A circa ottanta passi più avanti un frammento di colonna incastrata nel muro indica la sesta stazione. È il luogo tradizionale della Casa di S. Veronica. Questa nobil donna, vedendo passare Gesù, si infiltrò arditamente tra i soldati e la folla minacciosa, e con un lino asciugò il volto del Divino paziente coperto di polvere e di sangue. 
Gesù, volendo ricompensare l’atto gentile, vi lasciò impressi i lineamenti del suo volto augusto. Su rovine antiche, che, secondo gli archeologi, sono anteriori all’epoca romana, i Greci Cattolici nel 1875 innalzarono una bella Chiesa, dedicandola a S. Veronica. Il Velo della Veronica, portato a Roma da S. Elena, madre di Costantino, è conservato nella Basilica di S. Pietro e viene esposto nel Venerdì Santo. 
Dalla sesta stazione la Via Crucis si fa assai ripida. Dovette quindi riuscire particolarmente faticosa a Gesù, che cadde una seconda volta. 
In questo luogo si apriva una parte della città, che metteva nella campagna. Ad una delle colonne del portico interno venne affissa, secondo il costume degli antichi, una copia della sentenza di morte pronunciata contro il Re dei Giudei. 
Per questo i Cristiani la chiamarono Porta Giudiziaria. Varcandone la soglia Gesù, spinto dalla folla, cadde. Una doppia cappella, edificata e funzionata dai Francescani, racchiude una delle colonne dell’antica porta, testimone silente della caduta di Gesù. Settimanalmente viene celebrata la Santa Messa e nel primo venerdì di Quaresima è meta di una solenne peregrinazione. 
Narra il Vangelo che dietro il Redentore veniva una gran folla di popolo e un gruppo di donne che lo piangevano e lo compassionavano. Rivolto ad esse, Gesù disse loro: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me; ma su voi stesse e sui vostri figlioli! — È l’ottava stazione segnata da una croce latina incastrata nel muro a pochi metri della Porta Giudiziaria. Qui attualmente la via è intercettata da un monastero greco scismatico di S. Caralambos. Bisogna fare un lungo giro attraverso il bazar per raggiungere la nona stazione ; indicata da un fusto di colonna incastrata presso la porta di una chiesa Copta, dietro l’abside della Basilica del S. Sepolcro. Qui è il luogo della terza caduta di Gesù. L’animosità dei Copti contro i latini tese in questo luogo parecchi agguati. L’ultimo, più clamoroso e sanguinoso, fu nel 1926 e vi rimasero feriti Francescani e Suore. 
Altre quattro stazioni della Via Crucis sono fatte al Calvario. Sul piccolo promontorio roccioso, dalla forma di un cranio, Gesù venne spogliato dalle sue vesti (X stazione) e confitto in croce (XI stazione). Questa è segnata da un altare appartenente ai Francescani, il quadro del quale rappresenta la scena della crocifissione. Lì dopo tre ore di spasimi, morì alla presenza della Sua Madre; quando venne deposto dalla croce da Giuseppe e da Nicodemo, lo accolse tra le sue braccia. Sotto l’altare greco si vede ancora il foro dove fu piantata la croce (XII stazione); a destra e a sinistra, due dischi di marmo nero, indicano il luogo della croce dei due condannati con Gesù. Presso il medesimo altare si vede la spaccatura della roccia che si prolunga nella cappella inferiore. Fra l’altare della crocifissione e quella dove fu piantata la Croce, vi è un terzo altare che ricorda il posto in cui stava la SS. Vergine e dove ricevette tra le braccia il corpo di Gesù (XIII stazione). L’ultima stazione è al sepolcro, distante dal Calvario una ventina di metri. Quando S. Elena costruì la Basilica fece isolare la roccia nella quale era scavata la Tomba. Ora questa rivestita di marmo è chiusa in un tempietto che sorge nella rotonda della grande Basilica. In quella tomba fu posto da mani riverenti il corpo martoriato di Gesù la sera del Venerdì Santo; da quella tomba uscì glorioso e trionfante la mattina di Pasqua. 
 
Tratto da: L’Almanacco di Terra Santa pel 1936, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 38-41.
 

 

Il Tempo di Quaresima

 

Segnalazione del Centro Studi Federici

“L’osservanza della Quaresima è il vincolo della nostra milizia; con quella ci distinguiamo dai nemici della Croce di Gesù Cristo; con quella allontaniamo i flagelli dell’ira divina; con quella, protetti dal soccorso celeste durante il giorno, ci fortifichiamo contro i prìncipi delle tenebre. Se ci abbandoniamo a tale rilassamento, è tutto a detrimento della gloria di Dio, a disonore della religione cattolica, a pericolo per le anime cristiane; né si deve dubitare che tale negligenza non possa divenire sorgente di sventure per i popoli, di rovine nei pubblici affari e di disgrazie nelle cose private” (Costituzione “Non ambigimus” di Benedetto XIV, 30 maggio 1741).

I martiri dell’Armenia cattolica

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 11/21 del 29 gennaio 2021, San Francesco di Sales

I martiri dell’Armenia cattolica

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 vi furono numerose conversioni di eterodossi armeni alla fede cattolica, grazie alle missioni dei padri francescani. Il ritorno alla Chiesa Romana di una parte della popolazione armena fu bruscamente interrotto dal genocidio perpetrato dalle autorità turche. 
Segnaliamo un articolo del 1932 sul martirio di padre Salvatore Lilli e di alcuni suoi fedeli avvenuto nel 1895. Il racconto è impressionante e ancora di più impressionante il silenzio che la cultura ufficiale riserva a queste vicende. 
Il martirio dei cattolici armeni e dei loro pastori meriterebbero libri, programmi televisivi e produzioni cinematografiche. Invece un silenzio omertoso avvolge questi fulgidi esempi della fede cattolica: dei martiri cristiani non si può e non si deve parlare. 

Un episodio delle stragi armene nel 1895. Il martire padre Salvatore Lilli da Cappadocia Missionario di Terra Santa 

Molti popoli sventurati per infausti governi furono sulla terra, come ce ne fa fede la storia, ma più sventurati degli Armeni nessuno.

Gli Armeni! Questo popolo attivo, industrioso, economico: questo popolo religioso, profondamente religioso, che ha il vanto d’essere stato tra i primi popoli ad abbracciare il Cristianesimo, annunziatogli dall’Apostolo S. Bartolomeo; questo popolo reo non di altro che di aspirare alla sua libertà ed indipendenza nazionale, sì, questo popolo è il più sventurato della terra a cagione del nefasto governo ottomano che impera su di esso!

Agli Armeni infatti non giova neppure essere buoni cittadini! In Armenia essere buoni o cattivi sudditi è assolutamente lo stesso. Poichè il turco odia l’Armeno anche se buono, anche se mite: l’odia perchè lo sente superiore, l’odia perchè lo vede avanzato nel progresso, l’odia perchè, fedele alle sue tradizioni, professa fede incrollabile al Cristianesimo. E spesso sfoga il suo odio implacabile su di esso con delle orrende carneficine, come quella del 1895. Narriamola in rapida sintesi.

L’immane carneficina degli Armeni « oltre duecentomila vittime » e la distruzione delle loro proprietà nel 1895 furono pensate, meditate, e decretate dal Sovrano Abd-ul-Hamid. Sì, il Sultano volle i massacri, il Sultano li ordinò, il Sultano li diresse, e mostrò nella perpetrazione di essi la ferocia del sanguinario, la violenza e il furore spasmodico del maniaco.

Difatti, i carnefici scelti all’uopo erano della peggiore canaglia, era un’ibrida accozzaglia di musulmani, curdi, circassi e redif (reclute) che armati di fucili, pugnali, coltelli, accette, roncole e bastoni si precipitavano sulle case cristiane degli Armeni, ne abbattevano le porte a colpi di scure, e gridavano agli abitanti : « Arrendetevi, arrendetevi ». Tutti quelli che si arrendevano, o venivano trovati in qualche angolo della casa furono barbaramente trucidati. A nulla valevano le preghiere di quegli infelici: dai dieci anni in su, anche vecchi di cento anni, furono ammazzati. Persino le donne che s’interponevano per salvare i figli, i mariti, i genitori, i fratelli furono uccise o ferite. Ogni casa cristiana fu convertita in una orrenda carneficina… il pavimento delle case, le strade, le piazze erano ricoperte di cadaveri che, orribile a dirsi, venivano trascinati con forche ed uncini di ferro, e gettati nelle cloache e nei letamai. E quei barbari gridavano: « sono cadaveri di cani ».

Ai Preti Armeni poi, invece di ucciderli tutto in un tratto, tagliavano prima le braccia; poi riempivano di materie fecali i loro berretti ecclesiastici, e così li rimettevano sulla testa di quegli sventurati.

Laonde abbracciati nuovamente i suoi parenti ed amici, dato un ultimo addio al bel cielo d’Italia, volava sulle ali della fede e della carità a quelle suggestive contrade dove lo attendevano i più grandi sacrifici che avrebbero fatto germogliare un giorno le belle palme dei martiri.

Come abbiamo accennato quando cominciarono i massacri il P. Salvatore trovavasi a Mugiukderesi, luogo sopra ogni altro pericoloso.

I religiosi Francescani di Maraasc, temendo che il loro confratello P. Salvatore poteva correre gravi pericoli nel luogo ove si trovava, gli fecero vive pressioni affinché andasse a stare con loro. E i religiosi di Jenigekalé mandarono per ben tre volte nello stesso giorno un messaggero a pregarlo di scappare con loro. E il P. Salvatore rispose: « dove sono le pecore ivi deve restare il pastore ». Anche i suoi parrocchiani quando si accorsero che le truppe erano per arrivare a Mugiakderesi supplicarono a mani giunte il Missionario affinchè montasse il suo cavallo e abbandonasse il villaggio per mettersi in salvo.

Fu irremovibile. Gli pareva cosa indecorosa, indegna di un soldato di Cristo e di un figlio della grande Famiglia Francescana, l’allontanarsi in quei momenti di pericolo. Certo in quei giorni, mentre pressioni e minacce lo premevano da ogni parte, la schiera numerosa dei suoi confratelli Martiri, passò giubilante innanzi al suo sguardo incitandolo al compimento del dovere. Egli certo ripensò alle lotte, al sangue che costò sempre ai Francescani la conservazione di quella Terra fatta sacra dalla vita dell’Uomo-Dio. E perciò non si mosse: e « uomo intrepido e battagliero» volle affrontare il pericolo onde dividere la sorte dei suoi parrocchiani e assisterli e soccorrerli fino all’ultimo.

L’arrivo dei soldati.

Il 16 Novembre dell’anno 1895 verso sera un distaccamento di soldati partiti da Maraasc arrivava a Mugiukderesi.

I soldati si diedero subito a trucidare gli abitanti e ad incendiare le loro case. Nella sera stessa con un colpo di baionetta alla gamba ferirono anche il P. Salvatore che all’avvicinarsi dei soldati era uscito dall’ospizio per dare il ben venuto alla truppa. Quei soldati rimasero accampati a Mugiukderesi cinque giorni, e cioè il 17, 18, 19, 20, 21 Novembre.

La Cattura.

Nella mattina del venerdì 22 Novembre fu ordinato al P. Salvatore ed ai dieci contadini cristiani (i soli rimasti a Mugiukderesi) di seguire i soldati a Maraasc. Il coraggioso Missionario comprese che la sua fine era decisa. Forte di se stesso, non aveva a temere che per i suoi parrocchiani: li chiamò in chiesa, gli esortò a morire per la Fede, e diè a tutti l’assoluzione in « articulo mortis ».

soldati legarono il P. Salvatore e i dieci cristiani, e s’incamminarono verso Maraasc. Arrivati ad una certa distanza del paese, il P. Salvatore « sentendo nella gamba gli effetti sempre più dolorosi della ferita ricevuta » domandò che gli si permettesse di montare sopra un mulo. L’ufficiale gli rispose: « Fra poco vi faremo montare ». Mentre i dieci cristiani, legati unitamente al P. Salvatore, camminavano lungo la via che corre tra Mugiukderesi e Maraasc il P. Salvatore non cessava di esortarli a star fermi nella fede e d’incoraggiarli e prepararli all’ultima sorte che li attendeva.

Le donne venivano violate a viva forza: a molte ragazze che opposero resistenza fu reciso il braccio destro.

Dodici donne furono inchiodate sopra tavole, e i soldati dicevano : « un Cristo facendosi crocifiggere liberò tutti i popoli cristiani : lasciatevi voi pure crocifiggere per liberare il popolo armeno ».

Dieci madri con i loro bimbi alle mammelle furono strangolate, e poste intorno ad un’immagine della Santissima Vergine, e i soldati dicevano: « Voi sarete le custodi della Madre del vostro Dio ».

Trenta, fra uomini e donne, furono impalati e disposti attorno ai muri di un convento, e i soldati dicevano: « siate i guardiani del vostro convento affinchè il nemico non possa penetrarvi ». Cinque Preti furono impiccati agli alberi ed i soldati gridavano: « fate pascolare il vo-stro gregge ».

Le case poi erano saccheggiate, spogliate di tutto e incendiate con i feriti e i cadaveri che vi si trovavano. Le donne e i fanciulli delle case saccheggiate giacevano sul lastrico delle vie senza pane e senza altra veste indosso che la camicia.

Le autorità assistevano a queste orrende barbarie, spettatori impassibili, anzi colla stessa curiosità e compiacenza con cui si assiste ad una geniale rappresentazione teatrale.

Martirio del P. Salvatore Lilli da Cappadocia.

Il P. Salvatore erasi recato in Terra Santa subito dopo il noviziato nel 1871, e proseguì il corso degli studi a Betlemme e a Gerusalemme. Nel 1878 fu ordinato Sacerdote, e nel 1880 era già a Maraasc nell’Ospizio di Terra Santa ove rimase quattordici anni, e per cinque anni fu anche parroco e Superiore dell’Ospizio. Poscia fu eletto Parroco e Superiore dell’Ospizio di Mugiukderesi, piccola borgata ad ovest di Maraasc distante sette ore di cavallo, ove lo sorpresero i dolorosi avvenimenti del 1895.

Il P. Salvatore era tornato in Italia per rivedere i suoi cari soltanto una volta, dopo 16 anni, nel 1886: e a nulla valsero le preghiere dei parenti, dei confratelli e degli amici i quali tentarono tutti i mezzi per farlo rimanere in Italia : volle tornare in Oriente. L’Oriente per lui aveva un’attrattiva segreta, misteriosa ! Pareva che a lui, come a giusto erede, il Serafico Padre avesse trasmesso quell’ardente brama del martirio ch’egli non aveva potuto appagare per aver trovato la gente troppo « acerba » alla conversione:

« E poi che per la sete del martirio,
Nella presenza del Soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che il seguiro,
E per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno
Reddissi al frutto dell’italica erba ». (Paradiso, C. II).

Oh! se le parole non fossero fugaci, se qualche eco di esse potesse rimanere là dove non v’ha chi possa ascoltarle e riferirle, noi potremmo sapere quale forza e quale tenerezza di linguaggio dovè certamente usare il P. Salvatore con i suoi parrocchiani. E senza dubbio grande ed irresistibile facondia in quei momenti dovette largirgli il Signore perchè Egli riuscisse a serbare forti ed eroiche nel pericolo le anime affidate alla sua cura.

L’estrema prova. Il Martirio.

Giunti a circa due ore di distanza da Mugiukderesi nel luogo detto « Gheudjek » vicino al torrente omonimo, l’ufficiale fece fermare la carovana, e, con lusinghe e promesse, cominciò ad invitare il P. Salvatore e i suoi compagni a lasciare il cristianesimo e ad abbracciare l’islamismo.

ll P. Salvatore e i suoi parrocchiani opposero reciso rifiuto. L’Ufficiale allora passò dalle lusinghe alle minacce: tutto fu vano, perchè i Confessori resistettero con parole ed atti pieni di fermezza e di fede, ripetendo la loro incrollabile professione di fede e di amore a Cristo e di odio all’errore maomettano.

Pieno di rabbia l’ufficiale, perchè non riusciva nel suo intento, diè ordine ai soldati di ucciderli tutti. I soldati si scagliarono sull’eroico P. Salvatore e su dei suoi invitti compagni e a colpi di baionetta crivellarono orrendamente i loro corpi. E perchè non rimanesse traccia alcuna del misfatto appiccarono il fuoco a quei corpi ancora cadaveri !

La Terra Santa contava un Martire di più.

Bella, immarcescibile la corona del martirio che l’eroico P. Salvatore Lilli da Cappadocia guadagnò a sè e alle sue pecorelle!

Non altrimenti morirono nel nome di Cristo i Martiri dei primi secoli del cristianesimo !

E quando un pittore cristiano che ben comprenda qual’è la grande missione dell’arte, e che desideri evocare nobili esempi, penserà al nostro P. Salvatore, penserà al suo eroismo e al suo valore, che grande soggetto avrà egli per animarne una tela!

Che sprazzo di luce e d’ideale sublime nel piccolo gruppo cristiano attendente la morte fra le barbare orde turche folleggianti e frenetiche!

Del Padre Salvatore e dei suoi Compagni si è già iniziata la « Causa di Beatificazione ». E noi facciamo voti perchè dall’Oracolo Infallibile della Santa Chiesa, siano presto innalzati agli Onori dell’Altare.

Tratto dall’Almanacco di Terra Santa per 1932, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 26-29.

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I martiri dell’Armenia cattolica

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 9/21 del 25 gennaio 2021, San Policarpo

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Segnaliamo la pubblicazione sul sito del Centro Studi “Paolo de Töth” della prefazione al libro “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”.

Il Centro Studi don Paolo de Töth https://www.paolodetoth.it nella festa della Conversione di San Paolo, ricorda questa importante opera di don Paolo, nell’attesa di  pubblicare periodicamente sul nostro sito dei contributi che facciano ancora oggi conoscere ed apprezzare il suo fondamentale contributo nella battaglia contro il Modernismo, soprattutto attraverso la sua gloriosa rivista, eminente espressione del Cattolicesimo Integrale, Fede e Ragione.

Prefazione di don De Töth al libro: “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”
https://www.paolodetoth.it/prefazione-di-don-de-toth-al-libro-il-soldato-di-cristo-stanislao-medolago-albani/

DA

La prefazione di don De Töth al libro su Medolago Albani

Siris, l’Isis cerca la rivincita

Segnalazione del Centro Studi Federici

Attacchi condotti nel 2020? 593. Uccisi in queste azioni 901 uomini delle Forze Democratiche Siriane (Sdf, le milizie di curdi, arabi e siri riunitesi nel 2015 sotto l’egida degli Usa), 407 soldati dell’esercito siriano e 19 miliziani di altri gruppi.. La geografia di questi attacchi? Per la maggior parte intorno a Deir-ez-Zor (389), poi Raqqa (59), Hasakah (39), Homs (38), Aleppo (36) e Dar’a (29). Questi, almeno, i dati diffusi da Amaq, l’agenzia di notizie comparsa per la prima volta nel 2014, ai tempi dell’assedio di Kobane, e che fa da portavoce ufficioso del gruppo Stato islamico (Isis).
 
È certo possibile che i numeri siano un po’ gonfiati a scopo di propaganda. Forse l’Isis non ha lanciato tutti quegli attacchi e non ha ucciso tutte quelle persone. Ma un fatto è certo: i terroristi dello Stato islamico stanno cercando la rivincita in quelli che un tempo erano i loro caposaldi. Ultima propaganda a parte, certi segnali erano inequivocabili. 
L’aumento degli attentati, soprattutto di quelli che rivelano la mano dell’Isis come le auto-bomba tra i civili e i kamikaze. Non a caso il 2020 si è concluso, il 31 dicembre, con un attacco a un autobus che viaggiava tra Palmira e Deir ez-Zor, che ha fatto 25 morti. Vi sono poi gli omicidi mirati, soprattutto ai danni della stampa indipendente e degli attivisti dei movimenti filo-curdi, e l’inesorabile crescita di atti di violenza compiuti in pieno giorno da uomini mascherati svelti poi a sparire confusi nella folla.

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Fratellanza massonica, fratellanza modernista

Segnalazione del Centro Studi Federici

Sulla scia della dichiarazione “Nostra ætate” e delle giornate interreligiose di Assisi, promosse da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, Jorge M. Bergoglio è protagonista di due video inneggianti agli stessi errori del relativismo e dell’indifferentismo religioso. Il primo video è del gennaio 2016, il secondo è recente, del gennaio 2021: li segnaliamo entrambi col testo del comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii relativo al video bergogliano del 2016.

Il dialogo interreligioso – Gennaio 2016

Al servizio della fraternità – Gennaio 2021

Tante opinioni, una certezza. Un video e i suoi commenti

Il 6 gennaio scorso è stato diffuso nel mondo intero, in lingua spagnola con sottotitoli in varie lingue, tra le quali l’italiano, un video, detto “Video del Papa”, come “iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità”.

Il protagonista del video – ormai a tutti noto – è lo stesso occupante della Sede Apostolica, Jorge Mario Bergoglio; oltre a lui, quattro esponenti di varie religioni: una ‘monaca’ buddista, un rabbino, un sacerdote cattolico, un musulmano, ognuno rappresentato alla fine del video da un simbolo della propria religione: un idolo di Budda, una menorah, un Bambinello e un “rosario” musulmano. Al di là delle diverse religioni e credenze, li accomuna una medesima professione di fede: “Credo nell’amore”.

Non si contano i commenti a queste immagini che diffondono, nel modo più efficace per l’uomo moderno, l’indifferentismo religioso. Il messaggio parla da sé, e per chi ancora non lo conoscesse lo accludiamo al presente comunicato. Ci interessano di più i commenti, anche critici, alle parole e alle immagini diffuse da J. M. Bergoglio. Continua a leggere

Il padre del divorzio in Italia, massone e socialista

Segnalazione del Centro Studi Federici

I grembiulini del Grande Oriente d’Italia hanno ricordato Loris Fortuna, rivendicando la sua militanza massonica, nel 50° anniversario della legge sul divorzio. Anche dopo l’unità d’Italia i massoni cercarono di introdurre il divorzio, ma in quell’epoca i cattolici in politica erano intransigenti e non democristiani e l’assalto mortale alla famiglia non passò. L’articolo che segue, scritto in senso elogiativo, alla luce della fede è un terribile atto di accusa nei confronti di Loris Fortuna e dei politici di tutti gli schieramenti che condividono i medesimi errori.

Il ricordo di Loris Fortuna a 50 anni dalla legge sul divorzio e a 35 dalla morte

Marco Rocchi dedica un articolo, pubblicato sul giornale “Avanti!” a Loris Fortuna, massone e socialista, padre della legge che 50 anni fa portò all’introduzione del divorzio in Italia

Esattamente cinquanta anni fa, il primo dicembre 1970, il Parlamento Italiano promulgava la legge, a firma Fortuna e Baslini, che introduceva per la prima volta il divorzio nel nostro Paese. Quasi un secolo era passato dai primi, reiterati tentativi dell’onorevole Salvatore Morelli, prima nel 1878 e poi nel 1880, ai quali erano seguiti quelli di Tommaso Villa nel 1892 e quelli di Giuseppe Zanardelli nel 1902. Tutte le proposte provenivano dalla mente e dalla penna di parlamentari affiliati alla massoneria, e rientravano in un progetto generale di laicizzazione dello Stato (insieme ad altra battaglie come quelle per la cremazione e, su tutte, quella di una scuola pubblica, gratuita e laica) che si era bruscamente interrotto durante il fascismo. E anche Loris Fortuna e Antonio Baslini non facevano eccezione. Fortuna, in particolare, era stato iniziato in una Loggia all’obbedienza della Gran Loggia del Territorio Libero di Trieste, costituitasi in pieno accordo con il Grande Oriente d’Italia, immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Loris Fortuna era nato nel 1924 a Breno, in provincia di Brescia, Ma la famiglia si era presto trasferita ad Udine per seguire il lavoro del padre, cancelliere di tribunale. Durante la guerra, Loris fu partigiano nelle Brigate Osoppo e Friuli. Nel 1944 fu catturato dai nazisti e inviato nel penitenziario di Bernau in Germania, ove scontò una condanna ai lavori forzati.
Tornato in Italia al termine del conflitto, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e nel 1949 si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bologna con una tesi sul diritto di sciopero. I primi anni di attività professionale lo videro impegnato come legale della Federazione dei Lavoratori della Terra e delle Camere del Lavoro a Udine e a Pordenone. Intanto dirigeva il settimanale Lotte e lavoro, al quale collaborò anche Pier Paolo Pasolini, col quale condivise diverse battaglie.
Nel 1956, alla repressione sovietica della rivolta d’Ungheria, Loris Fortuna, allora consigliere comunale, abbandonò per protesta il Partito Comunista per iscriversi, di lì a poco, al Partito Socialista, nelle liste del quale venne eletto deputato, a partire dal 1963, per sei legislature consecutive. Nella sua lunga carriera politica fu anche Ministro della protezione civile tra il 1982 e il 1983 e Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie nel 1985.
Sebbene il suo nome sia rimasto indissolubilmente legato alla legge sul divorzio, Loris Fortuna si distinse, nei lunghi anni di attività parlamentare, in numerosissime battaglie nella difesa e nell’ampliamento dei diritti civili.
Sin dalla sua prima legislatura, si adoperò per i diritti dei lavoratori, e in particolare per la protezione della manodopera minorile e femminile. Risale a questo periodo anche la prima proposta di legge sul divorzio, il cui iter parlamentare venne però rallentato per non compromettere i rapporti politici che si stavano instaurando tra il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana. Fu solo al terzo tentativo – forte di un successo elettorale personale di straordinaria portata nelle elezioni del maggio 1968 e del successo popolare che la Lega per l’Istituzione del Divorzio stava ottenendo – che Fortuna potè forzare la mano e condurre al traguardo la legge dopo un tormentato percorso parlamentare (che incluse un’accusa di incostituzionalità per violazione del Concordato con la Santa Sede), iniziato nello stesso anno e terminato, come si diceva, dopo un biennio, nel 1970.
Il legame coi Radicali si fece più stretto durante la battaglia divorzista e Fortuna fu il primo ad avvalersi della possibilità di un doppio tesseramento (in seguito, poco prima di morire, Fortuna fece un appello a Bettino Craxi per la realizzazione di un’intesa elettorale tra Partito Socialista e Partito Radicale). Il sodalizio coi radicali portò anche alla fondazione della Lega Italiana per l’Abrogazione del Concordato.
Ancora, spesso in stretta collaborazione con i compagni radicali, fu promotore di numerosissime proposte di legge, che coprivano uno spettro così variegato di questioni da rendere persino difficoltosa una completa elencazione, eppure tutte caratterizzate dal minimo comune denominatore dei diritti e delle libertà.
Fu firmatario di proposte di legge per la modifica del codice di procedura penale in materia di carcerazione preventiva (1963), per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (1964), per la riparazione dei danni derivanti da errore giudiziario (1966), per la istituzione di una commissione di inchiesta sugli orfanotrofi (1968), per la riforma del diritto di famiglia (1971 e 1972), per la disciplina e la depenalizzazione dell’aborto (1973), sulla libertà di espressione e di comunicazione (1976), per la parità e contro ogni discriminazione di genere (1977), per la liberalizzazione della cannabis (1979), per la riforma dell’insegnamento della religione in base ai principi della costituzione repubblicana (1980), per i diritti degli animali (1983), per la trasparenza dei lavori parlamentari (1984), per i diritti dei detenuti (1984), per il voto dei cittadini italiani all’estero (1984) e per la cooperazione dell’Italia a favore dei paesi in via di sviluppo (1984).
È impressionante riconoscere, all’interno della sua attività parlamentare, la capacità di Fortuna di precorrere i tempi e di riconoscere con grande anticipo le tematiche che il “naturale ampliamento dei diritti” avrebbe reso evidenti a tutti.
Vale la pena però di soffermarsi un momento sull’ultima delle proposte di legge che propose come primo firmatario, quella del 19 dicembre 1984, un anno prima della sua morte (anno durante il quale fu impegnato come Ministro della protezione civile).
La proposta di legge, recante il titolo “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia passiva”, venne presentata in Parlamento, dallo stesso Fortuna, con un intervento di portata memorabile. Dopo la citazione del racconto La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj e alcune lucide e profonde analisi di Max Weber sulla controversa tematica, Fortuna fece riferimento al fatto che «l’ordinamento giuridico non è indifferente (o quantomeno non può esserlo) al concetto di morte come fatto liberatorio da un’esistenza che si ritenga troppo dolorosa per poterla naturalmente concludere o far concludere o per doverla artificialmente prolungare». E, dopo aver citato il Manifesto sull’eutanasia del 1975, firmato da quaranta intellettuali, tra cui tre premi Nobel (Pauling, Monod e Thompson), conclude sottolinenando, con i toni di un appello all’umanitarismo, l’utilità della sua proposta di legge, che «mentre da una parte sorregge la coscienza dei medici e dei parenti in un momento di gravi decisioni, colloca dall’altra (in base ad una autonoma scelta di campo dell’ordinamento statale) il rapporto uomo-vita-morte in una dimensione più umana».
Non solo si tratta del primo tentativo di una legge (seppure limitato al caso di eutanasia passiva) su una materia che ancora oggi presenta, come sottolineato più volte dalla Corte Costituzionale, un vuoto legislativo non ancora colmato; ma, in maniera ancora più evidente, rende palese l’incapacità del nostro Parlamento di dare risposte a un problema così sentito nella pubblica opinione, un Parlamento nel quale da oltre sette anni giace una legge di iniziativa popolare che, in base alla nostra Costituzione (quella che gli stessi parlamentari che la ignorano bellamente, si ostinano a definire la Costituzione più bella del mondo) lo stesso Parlamento non può esimersi dal discutere. Mancano forse, in questo Parlamento, dei Loris Fortuna, pronti a battersi per dei diritti anche quando l’opportunismo parlamentare sembra rappresentare un ostacolo insormontabile.
Fortuna morì a Roma nel 1985, quando non aveva ancora compiuto i 62 anni. Riposa nel famedio del cimitero di San Vito a Udine. (di Marco Rocchi Avanti!)

https://www.grandeoriente.it/cinquantanni-di-divorzio-avanti/

Nella foto: Loris Fortuna e Marco Pannella festeggiano la vittoria del referendum contro l’abrogazione della legge sul divorzio.

Fonte: http://www.centrostudifederici.org/il-padre-del-divorzio-in-italia-massone-e-socialista/ 

La travagliata storia della basilica di Betlemme

Segnalazione del Centro Studi Federici

Notizie storiche – Per un curioso fenomeno psicologico le orde di Cosroe nel 614 raffrenarono il loro furore al vedere, nel prospetto del tempio, raffigurati i Magi nel costume nazionale persiano e si astennero così dal distruggere la Basilica. Nel 638 il califfo Omar venne a pregare nell’abside meridionale e permise che i suoi seguaci vi entrassero a piccoli gruppi, ma nel sec. IX e X quest’ordine non fu più rispettato. 
 
Al tempo del califfo Hakem (1010) la basilica sfuggì alla comune rovina per un fatto così straordinario che nelle cronache contemporanee è ascritto a miracolo. E il 7 giugno 1099 i Betlemiti invocarono dal Buglione, accampato in Emmaus, la difesa del santuario. Venne subito Tancredi con cento prodi, e al mattino vi inalberava la sua bandiera fra le acclamazioni del popolo. 
 
Sotto il dominio degli occidentali la basilica fu abbellita con mosaici e pitture in stile bizantino. Questa grande opera greco-latina, sostenuta a spese dell’imperatore di Costantinopoli Manuele Porfirogeneto Comneno (1145-1180) e del re di Gerusalemme Amauri ! (1163-1173) in un momento di reciproca amicizia che pareva preludere all’unione delle due chiese, fu terminata nell’anno 1169 come attestano i frammenti d’una iscrizione greco-latina posta nell’emiciclo del coro. Soggetto delle rappresentazioni furono scene dell’Antico Testamento, la vita di Gesù e la vita della Chiesa nei suoi concili. La grotta fu rivestita di marmo e furono rifatte le entrate che restano, insieme ad alcuni capitelli del chiostro, i soli esempi dell’architettura latina. 
 
Nel 1187 Saladino s’impossessò di Betlemme, ma risparmiò il santuario ove nel 1192 su domanda del vescovo di Salisbury, Uberto Walter, fu ristabilito il culto latino, salvo il pagamento del tributo da parte dei fedeli. 
 
Dopo la caduta del regno latino (1291) ai canonici regolari di s. Agostino succedono soltanto ne! 1347, nell’ufficiatura della basilica, i PP. Francescani. I più noti itinerari dell’epoca e vari firmani turchi attestano il loro possesso della grotta della Natività nonché il diritto all’uso e alla manutenzione della basilica nei sec. XIV e XV. Infatti, sulla fine del sec. XIV P. Gerardo Calveti, Guardiano del Monte Sion, percorreva l’Europa per indurre i principi cristiani a provvedere al restauro del venerando santuario. 

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