La Risurrezione di Gesù Cristo

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Pubblichiamo la voce relativa alla resurrezione di N. S. Gesù Cristo tratta dal “Dizionario Biblico” diretto da Francesco Spadafora (Editrice Studium, Roma, 196, pagg. 520-524).
 
RISURREZIONE di Gesù. – È la verità fondamentale del Cristianesimo: Gesù risorge dal sepolcro col suo medesimo corpo, per virtù propria. L’anima, sempre unita alla divinità, alla morte, era discesa agli inferi; al mattino di domenica, si riunisce al corpo, rianimandolo.
 
Gesù aveva ripetutamente preannunziato la sua r. Ai Farisei, quale segno o miracolo dimostrativo della sua autorità messianica, Gesù dice: «Disfate questo tempio e in tre giorni lo riedificherò» (Io. 2, 18 s.); i discepoli compresero il senso esatto della frase dopo la r. (Io. 2, 20 s.). I Farisei se ne servirono come accusa dinanzi al Sinedrio (Mc. 14, 57 ss.) e come scherno ai piedi della Croce (Mc. 15, 29 s.; Mt. 27, 40), intendendo la frase del tempio materiale.
 
Ma Gesù era stato esplicito con loro, quando in seguito, insistendo essi per un prodigio straordinario, a loro piacimento, così rispose: «Una generazione malvagia e adultera chiede un prodigio; nessun prodigio le sarà dato vedere, se non quello del profeta Giona. Poiché come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figliuolo dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt. 12, 39 s.; Lc. 11, 29 ss).
 
I Farisei lo compresero e lo ricordano bene il giorno dopo la crocifissione quanto ottengono da Pilato di porre una guardia armata al sepolcro e appongono i loro sigilli alla pietra che ne chiudeva l’ingresso: «Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre ancora viveva: Dopo tre giorni risusciterò. Ordina dunque che si assicuri il sepolcro» (Mt. 27, 62-66).
 
Ai discepoli nettamente, dopo l’annunzio delle sue sofferenze e della sua morte: «E’ necessario che il Figlio dell’uomo sia messo a morte, e che dopo tre giorni risusciti» (Mt. 16, 21; Mc. 8, 31 s.; Lc. 9, 22).
 
Così ancora ripete loro una seconda volta (Mt. 17, 22 s.; Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 44) e una terza (Mt. 20, 17 ss.; Mc. 10, 32 ss.; Lc. 18, 31·34).
 
I discepoli che non vogliono ammettere le sofferenze e la morte del Messia, si chiedono che cosa possa significare questo «risorgere di tra i morti» (Mc. 9, 10); e gli evangelisti sottolineano tale incomprensione (Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 45).
 
Dopo la trasfigurazione, ai tre prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù intima «di non raccontare a nessuno ciò che han visto, fino a che il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti» (Mc. 9, 9; Mt. 17, 9). Cf. ancora Io. 12, 33 s.; 8, 28.
 
Pertanto Gesù medesimo ha dato la sua r. come la pietra di paragone, il prodigio per eccellenza attestante la divina autorità della sua missione e la sua stessa natura divina.
 
Lo afferma ancora s. Paolo, scrivendo ai Corinti, nel 55 ca. d. C.: «Vi richiamo, o fratelli, il vangelo che vi ho annunciato. Vi ho dunque trasmesso prima di tutto, ciò che io stesso ho ricevuto, cioè che il Cristo è morto per i nostri peccati conformemente alle Scritture, che è stato sepolto, che è risuscitato il terzo giorno conformemente alle Scritture, e che è apparso a Pietro, poi ai Dodici. In seguito è apparso a più di cinquecento fratelli in una sola volta (la maggior parte dei quali è ancor oggi vivente, alcuni sono morti); poi è apparso a Giacomo; quindi a tutti gli Apostoli. E all’ultimo posto è apparso anche a me, come a un aborto.
 
Sì, io sono il minimo degli Apostoli, indegno d’esser chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio… In breve, sia io che essi, ecco quel che predichiamo e che voi avete creduto.
 
Ora se la predicazione evangelica attesta che il Cristo è risuscitato dai morti come mai alcuni tra voi possono pretendere che non ci sia la r. dei morti? Se non si ha la r. dei morti, il Cristo non è risuscitato.
 
E se il Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione diventa senza oggetto, senza oggetto anche la nostra fede… Se il Cristo non è risuscitato la vostra fede è sterile; voi siete ancora nei vostri peccati; quelli che son morti nel Cristo sono periti… Ma no; il Cristo è risuscitato dai morti…» (I Cor. 15, 3-20).
 
Nei testi sacri del Nuovo Testamento, sono attestate ineccepibilmente quattro verità, le quali non permettono in alcun modo di dubitare del grande prodigio: realtà della morte del Cristo (Mt. 27, 45-56; Mc. 15, 33-41.45 s., dove Pilato riceve dal centurione, responsabile dell’esecuzione, la dichiarazione autentica della morte di Gesù; Lc. 23, 44-49; Io. 19, 28 ss. uno dei soldati si assicurò con la lancia che Gesù fosse già morto; Phil. 2, 8 s. ecc.); realtà della sua sepoltura (Mt. 27, 57-66; Mc. 15, 42-47; Lc. 23, 50-56; Io. 19, 38-42; ecc.); scoperta della tomba vuota e apparizioni del Signore (Mt. 28; Mc. 16; Lc. 24; Io. 20).
 
Il corpo del Redentore, deposto dalla Croce, fu lavato e ne fu curato il seppellimento, secondo il modo abituale dei Giudei, come attesta s. Giovanni, precisando i Sinottici. Giuseppe d’Arimatea ne aveva ricevuto da Pilato l’autorizzazione; e con Nicodemo aveva preparato ogni cosa, in modo da far tutto, prima che al tramonto incominciasse il riposo sabatico (Io. 19, 38-42; M. Braun, La sépulture de Jésus, Parigi 1939; cf. RB, 1936).
 
Gli eventi (tomba vuota, apparizioni) del mattino di Pasqua e apparizioni successive vengono così disposti.
 
1. Dopo la Passione, gli Apostoli s’erano nascosti in Gerusalemme; non era facile per essi fuggire in Galilea dato il riposo festivo di quei giorni solenni. Vinti dallo scoramento non pensavano affatto a rianimarsi nella fede.
 
2. Al mattino presto di Domenica, si ebbe un terremoto; la porta del sepolcro fu aperta da un angelo, che si sedé sulla grossa pietra, rotolata via. Le guardie atterrite si disperdono per annunziare ai sacerdoti il fatto che li ha terrorizzati. il Cristo è già risorto; l’angelo apre la tomba per farlo constatare. Seppellito nel venerdì, prima che, al tramonto, cominciasse il nuovo giorno, il sabato era rimasto nel sepolcro per l’intero sabato – da vespro a vespro -, e quindi fino all’alba del giorno seguente (inizio della settimana), che dai cristiani fu chiamato Domenica (giorno del Signore). Le poche ore del venerdì, secondo il costume ebraico, sono computate come un giorno intero; e così per la notte dopo il sabato; di modo che si parla globalmente di tre giorni interi o anche di tre giorni e tre notti.
 
3. Il gruppo delle pie donne, che seguendo un impulso provvidenziale muove verso la sepoltura, con aromi preziosi e senza pensare alle difficoltà pratiche, verso le sei del mattino arriva al sepolcro senza sospettare di nulla; il luogo è deserto e trovano la porta aperta.
 
4. Alla prima occhiata, s’accorgono che il corpo non c’è più; Maria di Magdala, smarrita, corre subito ad annunziare la cosa agli Apostoli (Io. 20, 2). Si vede che, staccatasi dalle altre, dopo un semplice sguardo corse via dagli Apostoli. Le donne, appena entrate nel sepolcro, vedono subito l’angelo (Mt. 28, 5 ss.; Mc. 16, 5). Sia Mc. 16, 8 che Lc. 24, 4 parlano della loro grande commozione, erano «fuor di se stesse» (Lc.). L’angelo le manda a portare ai discepoli l’annunzio della r. del Cristo.
 
5. Pietro (Lc. 24, 12) con Giovanni (Io. 20, 3-10; cf. Lc. 24, 24) accorre al sepolcro; esamina tutto attentamente, c con Giovanni ha, come vedremo, la dimostrazione fisica della r. del Cristo.
 
6. Gesù appare alla Maddalena, ritornata al sepolcro (Io. 20, 11-18; Mc. 16, 9 ss; cf. Mt. 28, 9 s., che usa il plurale, attribuendo alle donne – del cui gruppo era la Maddalena e delle quali egli aveva parlato prima – quanto riguarda solo quest’ultima con un procedimento letterario che gli riscontriamo altrove).
 
7. Appare a Pietro (Lc. 24, 34; I Cor 15, 5); a Giacomo minore (I Cor. 15, 7); verso il tramonto, ai discepoli che si recavano a Emmaus (Lc. 24, 13-35; Mc. 16, 12 s.); nella sera, a Gerusalemme, ai discepoli riuniti (Lc. 24, 36-49: Mc 16, 14-18; poi Io. 20, 19-23; cf. I Cor 15, 7). Otto giorni dopo, ai discepoli presente Tommaso (Io. 20, 24.29).
 
Allora, senza dubbio, gli Apostoli, riconfortati e riadunati dal Pastore risorto (cf. Mt. 26, 32; Mc. 14, 28 il gregge alla Passione si disperde, «ma dopo che sarò risorto, vi ricondurrò in Galilea»; Mt. 28, 7), adesso sono ricondotti in Galilea.
 
Gesù appare sulle rive del lago di Genezaret e, davanti a sei discepoli, dà a Pietro l’investitura di capo della Chiesa (Io. 21).
 
Quindi Gesù si manifesta a tutti Insieme e dà agli Apostoli la missione di convertire il mondo (Mt. 28, 16-20; I Cor 15, 6 l’apparizione a più di 500 fratelli).
 
Più tardi essi, per ordine del Cristo, ritornano a Gerusalemme; dopo un supremo colloquio con i suoi, Gesù entra definitivamente nella sua gloria, con l’Ascensione (v.) sensibile, che chiude il periodo delle sue apparizioni in mezzo ad essi, durato quaranta giorni (Lc. 24, 50 ss.; At. 1, 9 ss.; Mc. 16, 19).
 
Nel racconto della sepoltura, gli evangelisti concordano in ogni dettaglio con i dati archeologici oggi meglio accertati. La concessione del cadavere a chi ne faceva richiesta è secondo la prassi giuridica atte stata fin dal tempo dell’imperatore Augusto. La iniziativa di Giuseppe inoltre è conforme allo spirito della legge giudaica che proibiva di lasciare in abbandono, dopo il crepuscolo, il corpo del giustiziato sospeso al palo o alla croce. La descrizione della tomba – scavata nella roccia e chiusa con una grossa pietra profonda – concorda rigorosamente con un tipo di tomba giudaica usato nella campagna palestinese al tempo di Gesù. Ne fanno fede, fra le tante, la tomba di Elena di Adiabene, a nord della porta di Damasco a Gerusalemme e quella degli Erodi a Nikefurich.
 
Tutto il racconto rievoca istituzioni giudaiche e romane che, ancor oggi, possiamo esattamente controllare (F. M. Braun).
 
S. Paolo (I Cor 15, 3 s.; e già nel discorso ad Antiochia di Pisidia, At. 13, 28 s.) riafferma la constatazione della tomba trovata vuota. Si sa che i Sinedriti divulgarono la menzogna del rapimento del corpo da parte dei discepoli (Mt. 28, 11-14), mentre i soldati della guardia dormivano.
 
«Miserabile astuzia! Tu ci porti dei testimoni che dormivano», esclamava già S. Agostino. La decisa attestazione degli Apostoli smontava questa credulona menzogna giudaica; come ben nota lo stesso O. Culmann (Les premières professions de foi chrétiennes, Parigi, 1943).
 
Al riguardo, riveste notevolissima importanza la visita di Pietro e Giovanni al sepolcro (Io. 20, 3-10).
 
Il punto centrale di questo racconto evangelico, così vivo, accurato e minuzioso, sta nel nesso fra quanto i due apostoli trovarono, videro, osservarono nel sepolcro e la fede nella r. del Cristo, formulata esplicitamente qui per la prima volta, prima di qualsiasi apparizione: «Allora entrò anche l’altro discepolo, che prima era giunto al sepolcro, e vide e credette» (v. 8).
 
Nessuno degli Apostoli pensava alla r.; ancor dopo le prime apparizioni, non ci pensano i due di Emmaus (Lc. 24, 21-24), non ci crederà Tommaso (Io. 10, 24 s.) se non dopo l’invito di Gesù: «Poni qui il tuo dito e guarda le mie mani, ecc.» (Io. 20, 27). L’ipotesi che venne in mente alle pie donne, alla Maddalena, appena notata «la pietra rotolata via dal sepolcro» (Lc. 24, 2) e constatata l’assenza del cadavere, fu questa: han rubato il corpo di Gesù. E in tal senso Maria dette il suo annunzio a Pietro e a Giovanni: «Han levato il corpo del Signore dalla tomba e non sappiamo dove sia stato messo» (Io. 20, 2).
 
Pietro e Giovanni osservano attentamente: il sudario stava avvolto, così come era stato avvolto (participio perfetto = era stato e rimaneva avvolto; il v. ha soltanto questo significato: cf. Mt. 27, 59; Lc. 23, 53), la sera del venerdì, intorno alla testa del Redentore; allo stesso modo, le fasce (fasce e lenzuolo) che erano state legate (Io. 19, 40, così come era costume presso gli Ebrei; cf. r. di Lazzaro, Io. 11, 44; in modo da far aderire il lenzuolo stretto intorno al corpo, dai piedi alle spalle), rimanevano lì, così come le aveva viste avvolgere al corpo, al momento della sepoltura.
 
Solo che non stringevano più nulla; giacevano le fasce e il sudario, come se il corpo di Cristo si fosse volatilizzato.
 
Quando non si tirava parte del lenzuolo per coprire la faccia del defunto, il sudario, adoperato per avvolgete il capo, veniva con una fascia fermato intorno al collo. E s. Giovanni ben mette in chiaro che il sudario stava “a parte”, non con i pannolini e il lenzuolo, cioè si aveva in tutto la disposizione del momento della sepoltura: il sudario al suo posto (nel medesimo posto di prima), e il lenzuolo, stretto al corpo dalle fasce.
 
La descrizione sottolinea con estrema esattezza ogni cosa; e mette in rilievo il fatto meraviglioso, nuovo, importantissimo, constatato dagli apostoli e che fu causa dell’atto di fede nella r.
 
Era umanamente impossibile spiegare altrimenti l’assenza del corpo di Cristo; era fisicamente impossibile che qualcuno lo avesse sottratto e comunque toccato, senza slegare le fasce, smuoverle, senza svolgere il sudario. L’evangelista ha la dimostrazione fisica della r. di Gesù. La fede nella r., in lui, come in Pietro ha come fondamento ed origine non le profezie dei Libri sacri (come espressamente ricorda s. Giovanni, al v. 9), ma questa esperienza, questa constatazione; è il fatto storico da essi constatato e null’altro.
 
Abbiamo pertanto in questo brano, «una testimonianza diretta del fatto stesso della r.». E l’esattezza dello storico arriva al punto di precisare ed esprimere soltanto il proprio sentimento; tacendo affatto di quello che sorse nell’animo di Pietro. S. Luca dice di lui che se ne ritornò «meravigliandosi per quel che era avvenuto» (24, 12); in s. Luca, non esclude la fede, la convinzione; esprime un senso di smarrimento, dinanzi a qualche manifestazione straordinaria del soprannaturale, S. Pietro constatava questo fatto mirabile, che allora si verificava per la prima volta: il corpo del Signore che non è più in quell’insieme di lini, col quale era stato avvolto e legato ; che ne è uscito senza nulla smuovere, lasciando tutto intatto; così come era uscito all’ esterno lasciando intatta, con i sigilli appostivi dal Sinedrio (Mt. 27, 66), la grossa pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro.
 
E bastava che Pietro desse questa testimonianza; si rendesse garante di questa constatazione; pur non potendo dare dell’evento spiegazione alcuna.
 
Quando il Risorto apparirà, entrando talvolta a porte chiuse, spostandosi veloce come il pensiero, allora si comprenderà come allo stesso modo, egli, non soltanto spirito, ma col suo corpo reale, era uscito dall’involucro dei lini senza disfarlo, e dal sepolcro lasciandone suggellata la porta.
 
Sono le doti del corpo glorioso, di cui parlerà s. Paolo (I Cor 15, 42-52). La riservatezza del Principe degli Apostoli, espressa da Lc. 24, 12 è pertanto un particolare così vivo e preciso, degno dello storico più obiettivamente accurato (F. Spadafora, in Rivista Biblica, 1 [1953] 99-123).
 
La r. pertanto sta al centro della catechesi apostolica (At. 2, 22.36; tra l’altro, la r. adempie le profezie del Vecchio Testamento: Ps. 16; 8-11; effetto della divinità di Gesù: Ps. 110, 1; Mt. 22, 44); cf. ancora 3, 14 ss. 18.26 adempimento delle profezie del Vecchio Testamento (vv. 21.26); 4, 10 ss., s. Pietro dinanzi al Sinedrio; ancora 5, 29-32; 10, 37-43. Anzi: apostolo è sinonimo di “teste della r. di Gesù” (At. 1, 22; 3, l5); e S. Luca sintetizza la loro predicazione in tale testimonianza (At. 4, 33: con grande potenza rendevano testimonianza della r. del Signore Gesù).
 
Il diacono Filippo dimostra realizzata nel Cristo la profezia d’Isaia (53, 7 s.: morte e r.; v. Servo di Iahweh). Per ben tre volte gli Atti attestano l’apparizione del Risorto a Saulo Paolo (9, 1-9; 22, 6.10; 26, 19.18; cf. I Cor 15, 8); e il persecutore diviene apostolo, entra cioè tra i testimoni della r. di Gesù (cf. I Cor 9, 1; Gal. 1, 12.16); rispecchiando fedelmente la catechesi primitiva (At. 13, 23, 39; con lo stesso argomento dal Ps. 16, 10); cf. At. 17, 31; 26, 22 s.
 
La r. restituisce Gesù «nella potenza che gli compete quale Figlio di Dio» (Rom. 1, 4; Phil. 2, 9 ss.); con la morte, la r. è causa della nostra giustificazione (Rom. 4, 25; 2Cor. 5, 14); il battesimo, che ci incorpora al Signore, ci fa rivivere la sua morte e la sua r. (Rom. 6, 4; Col. 2, 12; cf. Eph. 1, 20 ss.; 2, 5 s.); la “potenza della r,” è sostegno di tutta la vita cristiana (Phil. 3, 10 s.); la r. di Gesù è causa efficiente ed esemplare della nostra r. corporale (I Ts. 4, 14.17; I Cor. 15; Rom. 8, 12-39). La r. del Cristo è insieme dimostrazione ed effetto della sua natura divina (Io. 1, 1-14; Hebr. 1).
 
«Se morte e r. si potessero separare, si dovrebbe dire che in S. Paolo l’evento centrale è la r. del Cristo, o, in termini più psicologici, la certezza acquisita a Damasco che il Cristo è vivente. Da qui è illuminata la croce; senza il vivente la croce sarebbe uno scandalo, dal fatto che il Cristo è risorto, la croce si drizza nell’aurora luminosa della trasfigurazione» (Deismann, W. T, Hann).
 
La testimonianza di s. Paolo, persecutore accanito, trasformato in apostolo ardente dall’apparizione potente del Cristo Risorto, ha lo stesso valore dei fatti evangelici; è inutile e puerile ogni contorcimento per sminuirla; non le si può resistere (cf. At. 9, 5).
 
«È meglio – scrive lealmente M. Goguel (Introd. N. T. IV, 1925, p. 207) – confessare la nostra ignoranza (volendo negare il soprannaturale) che tentare dissimularla dietro costruzioni arbitrarie. La conversione è stata per Paolo una rivelazione del Figlio di Dio: ha veduto il Cristo vivente e glorioso; questa è la sua esperienza essenziale. Il Cristo gli apparve in condizioni tali che lo resero sicuro che egli era vivo e glorificato».
 
Per le lettere cattoliche, cf. I Pt. 1, 3, 21; 3, 21 s.; 4, 5 s.; 2Pt. 1, 1.16.19; la r. di G. è supposta dappertutto in Iac.; I-II-III Io.; Iud. (cf. De Ambroggi, Le epistole cattoliche, 2a ed., 1949, pp. 21.94 s. 217.297).
 
Tutta l’Apocalisse (v.) descrive la vittoria perenne del Cristo risorto, nella chiesa militante e trionfante.
 
F.S. (Francesco Spadafora)
 

BIBL. – L. DE GRANOMAISON, Jésus-Christ, II, 3a ed., Parigi 1928, pp. 369-446, 464- 532: J. BONSIRVEN, Il Vangelo di Paolo, Roma 1951, pp. 171 ss.; ID., Les enseignements de Jésus-Christ, 8a ed., Parigi 1950, pp. 215-34: ID., Teologia del N. T. (trad. it.), Torino 1952, pp. 136-39. 183 ss. 229.: F. M. BRAUN, Storia e critica (trad. it.), Firenze 1950, pp. 177-299.

Terra Santa – I santuari della Passione di Cristo

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il Santuario della Flagellazione
 
Fra i più venerandi Luoghi che ricordano a Gerusalemme i tratti principali della Passione di Nostro Signore è da annoverarsi il Pretorio dove il divin Maestro per una inesplicabile contraddizione di Pilato, il quale, quantunque poco prima lo avesse dichiarato innocente, tuttavia sperando forse che i Giudei si sarebbero mossi a pietà alla vista di tanto sangue e ferite, assoggettò Gesù alla flagellazione, pena la più crudele e vergognosa, disonorante ed infame che s’infliggeva ai soli schiavi, giacché le verghe dei littori non percuotevano mai un uomo libero.
Nella flagellazione, il paziente, spogliato delle sue vesti veniva legato ad un tronco di colonna e sotto i colpi ripetuti dei carnefici il suo corpo si ricopriva tosto di ammaccature e di piaghe profonde.
Gesù, contro ogni sentimento di giustizia e di pietà fu condannato a questo terribile supplizio da un pagano, che, pur non avendone il minimo sentore, eseguiva a puntino le profezie riguardanti la passione del Messia.
La flagellazione sul Redentore fu eseguita dai suoi nemici più spietati onde non vi sono parole per esprimerne l’atrocità.
Non è scopo di questi brevi cenni ricordare l’antichissimo culto di questo Santuario, che insieme agli altri cadde in mano dei mussulmani e lo profanarono convertendolo in usi profani ed indecorosi.
La Custodia di Terra Santa dopo varie vicende non sempre liete riuscì finalmente a ricuperarlo, restaurandolo come le circostanze lo permettevano, ed i Religiosi per custodirlo si adattarono ad abitare alcune casupole circostanti nella speranza che in tempi più o meno lontani avrebbero potuto richiamarlo all’antico splendore. Con arditezza e tenacia necessarie a grandi opere costruirono di fronte al Santuario della Flagellazione un’elegante Chiesina per ricordare il luogo dove Gesù ricevette la sentenza di morte, erigendovi a fianco un bell’Ospizio che per silenziosa tranquillità si sarebbe potuto prestare ad infermeria per i Religiosi della Custodia o a casa di studi.
Quest’ultima idea man mano prese consistenza, e nel 1927 l’Ordine dei Frati Minori vi stabiliva il corso superiore di Scienze bibliche, che rispondendo ad una sentita necessità aggiunse un nuovo lustro alla prima missione dell’Ordine qual’è la Custodia di Terra Santa.
ll Signore benedisse il nuovo Istituto biblico per cui s’impose l’ingrandimento dell’Ospizio, sia per contenere un maggior numero di studenti sia per corredare la Scuola di una grande bilioteca e di capaci saloni per museo nei quali, con gli oggetti già esistenti, venissero raccolti altri elementi scientifici ed archeologici per la più chiara e profonda conoscenza della Sacra Scrittura del vecchio e del nuovo Testamento.
Nel 1928 s’intraprese l’ingrandimento dell’Istituto le cui linee, nella loro semplicità, danno l’impressione di grandiosità, quasi significando all’esterno la pienezza della vita intellettuale e religiosa che internamente vive la Scuola.
L’ampiamento dell’Ospizio mise in maggiore evidenza la povertà del Santuario, che, sebbene devoto, tuttavia mostrava al vivo il misero suo stato cui l’avevano ridotto il tempo e i vari restauri e decorazioni di uomini non sempre felici nelle loro produzioni artistiche.
 
Com’era il Santuario
La “Terra Santa” nel suo numero d’Aprile del 1930 riepiloga così le miserevoli condizioni del Santuario « I conci sfaldati di una porta ottocentesca sormontata da ovale, tagliavano una miseranda cortina di muro senza contorni che formava tutta la facciata. Sul fianco a settentrione pezze e speroni sovrapposti alla rinfusa non riuscivano a dare un’impressione di solidità, mentre sul lato opposto verso la strada, lesene e cornici pretenziosette attestavano un restauro di cui era traccia anche nelle rovine di un chiostro dietro l’abside.
« Nell’interno era passato l’ottocento ad imbavagliare i ricordi crociati che s’intuivano più che non si vedessero; e più di recente il pennello inesorabile di un pittore imbianchino che aveva mascherato ogni cosa coi suoi finti marmi e con le pallide stelle sopra un cielo incolore. Giova non ripensare alle pitture e cornici di un dozzinale barocco elevato su i quattro altari minori di marmi policromi, e nemmeno all’arco ribassato che schiacciava l’altare maggiore senza nascondere la divergenza dell’asse dell’ambiente in quel punto. Muri e paviménto trasudavano umidità e salnitro ».
 
La restaurazione del Santuario
Se era facile constatare l’assoluta necessità di dare un assetto di assoluta stabilità e decoro al Santuario, soddisfacendo altresì all’esigenza del culto che avrebbe preso maggiore intensità per l’aumentato numero dei Religiosi, non era altrettanto facile trovarne la soluzione, che conservando l’integrità del Santuario lo rendesse degno di tal nome. Quello che accade ovunque si verifica, specialmente nel Paese di Gesù, ove ognuno e persino qualsiasi nuovo arrivato, si erige ad archeologo ed architetto o quanto meno si abbandona a critiche che bene spesso hanno per fondamento la propria incompetenza, o il paragone di un confuso ricordo di qualche costruzione del paese da cui viene (la frase si riferisce alle polemiche dell’epoca tra la Custodia e alcune congregazioni francesi, ndr).
A questa difficoltà si aggiungeva la modestia dei mezzi disponibili giacché col restauro del Santuario era annesso l’altro delle circostanti rovine e specialmente quello della cosidetta Casa d’Erode la quale con notevoli elementi ricordava un’epoca gloriosa di memorie storiche e care.
A sciogliere il non facile problema, la Custodia di Terra Santa diede l’incarico all’Architetto Ing. Antonio Barluzzi, che nella costruzione delle due mirabili Basiliche del Getsemani e del Tabor aveva trasfusa tutta la sua anima di profondo credente e di artista geniale e fecondo. E come dimostrò il restauro compiuto, ben si appose la Custodia, sicura che l’Architetto avrebbe portato ancora in questa nuova opera l’entusiasmo del suo spirito e della sua abnegazione, innestando ai pochi ricordi antichi una decorosa modernità artistico-religiosa che in pieno secolo XX sapesse disposarsi all’epoca crociata. L’impresa dei lavori venne affidata alla nuova Ditta costruttrice E. di A. De Farro, che lasciata da parte ogni idea di guadagno ancora onesto, si propose di cooperare per la riuscita di una restaurazione degna del celebre Santuario e ne affidò l’esecuzione all’Ing. Ruggero Bucciasuti che, coadiuvato dall’Assistente Filippi, penetrò il pensiero dell’Architetto, e fra mille difficoltà d’ogni genere, sciolte con rare abilità, assolse il mandato con rara intelligenza, con severa onestà condita da squisitezza di maniere.
 
I lavori e le decorazioni
Qui cediamo la parola al valoroso articolista de “La Terra Santa”. I restauri furono radicali tranne nei muri di fianco che per leggi edilizie non potevano spostarsi a favore delle umili dimensioni del Santuario, e che in certo modo ne attestavano la storia centenaria. Raschiando pitture e intonaci comparve nei pilastri e in alcuni archi e cornici l’apparecchio crociato, mentre sotto l’altare maggiore si rinvenivano le fondazioni dell’abside semicircolare. Spontanea fu l’idea di ricostruire secondo lo stile del XII secolo; ma, avendo le crociere in rovina dato luogo a volte lunettate, essendo necessario avere un presbiterio più ampio e un coro pei Religiosi, e adattarsi alle sensibili irregolarità di ogni elemento decorativo, quello stile fu seguito con una certa libertà.
La nuova facciata ci presenta quindi, entro il portale dai caratteristici conci crociati a cuscinetto e un fregio a motivo di spine, una bella porta del Gerardi, un pò delicata pur nella sua inquadratura di ferro battuto che racchiude lacunari di rame elegantemente sbalzato e graffitto coi simboli della Passione, con quelli degli Evangelisti e coi versetti che si riferiscono al Santuario. In alto, sotto un timpano a lieve pendenza, si svolge una serie di archetti poggiati su mensole di quel tipo medievale che fonde elementi crociati e saraceni, e che nel centro si apre ad arco più ampio a cingere un devoto angelo di bronzo, invitante a preghiera, dell’artista Mastroianni. Dal cortile d’ingresso può vedersi anche il fastigio del campanile lieto e sereno nella sua semplicità.
All’interno il rustico apparecchio murario fu rivestito di marmi fino all’imposta degli archi: questi lasciati in vista e in parte rifatti: le volte scarnite per ridurle a crociere, lasciate, schiette d’intonaco dal color giallo ocra dovuto alla sabbia di Ramleh: sostituiti con veri i falsi colonnini avanti ai pilastri che sorreggono gli archi, e i capitelli posticci e inadatti per dimensione e per stile rinnovati secondo un campione dell’epoca. Quattro altari laterali nobilmente modesti col cippo di pietra bianco-avorio ornato di medaglione a colore, con gradino sostenuto da mensole, sono completati da tele ogivali con figure a fóndo oro, a imitazione delle tavole trecentesche, opera del Barberis, che rappresentano la Madonna e il Discepolo prediletto, presenti di persona o di spirito ai tormenti del loro Gesù: S. Paolo che nel medesimo Pretorio si voleva fustigare: e S. Francesco che fu onorato dalle stimmate della Passione, e per mezzo dei suoi Figli conservò alla cristianità i santuari che la ricordano.
Al termine delle tre crociere, là ove s’incurvava l’arco ribassato sopra l’altare maggiore, demolite completamente le strutture del secolo, si eleva al presente su quattro arcate, simili a quelle della nave, una volta a vela, a guisa di ricco baldacchino steso sopra l’altare, ricamato in mosaico con serto spinoso che germoglia in alto ramoscelli fioriti, e in basso sparge petali misti a goccie di sangue; e intanto tralucono quiete fra le spine sedici stelle dalle tenui tinte dell’alba, e un’ultima più grande, scintilla nel mezzo riassumendo luci e colori. Così, le spine della sofferenza accettate in ispirito di amore e purificazione, si trasformano in corona di gemme preziose agli occhi di Dio, pei meriti delle sofferenze di Gesù. L’altare, elevato sopra tre gradini, ha proporzioni adatte a far dimenticare la piccolezza dell’ambiente; il paliotto di pietra bianco-avorio porta pannelli di un delicatissimo viola antico arabescato, fornito dalle cave fra Betlemme e il Mar Morto, e ha nel centro un medaglione rotondo ove su lastra di rame è dipinto Cristo alla colonna. Quest’opera di artista napoletano del secolo scorso fu tolta come ricordo dall’altra preesistente, dono di Napoli devota. Anche il tabernacolo è in pietra del paese che fonde in armonia inimitabile il viola al marrone, al verde, al bianco, al giallo, e si apre a sesto ogivale sopra un minuscolo vestibolo che mostra sul fondo il ciborio in pietra rosso-granato, su cui spicca l’aurea portina che sarà sormontata dalla corona di Cristo, Re dei Popoli e Re dei cuori. Infine un tronetto ogivale di sapore arcaico lancia la sua cuspide in alto fra candelieri di bronzo oscuro che accennano agli albori dello stil nuovo mentre si libera dalla crudezza delle sagome forgiate nel ferro: questi candelieri sono dono della Ditta Laganà di Napoli.
Intorno all’altare pietre squadrate e liste di nero del Mar Morto incorniciano un elegante e severo tappeto di mosaico a sottili disegni bianchi su fondo nero con tocchi di rosso-corallo e viola e verdi forniti anch’essi dalle cave locali; e questo tappeto continua poi come guida nel centro della nave fino alla porta d’ingresso. Si direbbe che la balaustra dell’altare è quasi trasparente nell’intreccio lieve di archi e quadrilobi, sicché non spezza l’unità del piccolo ambiente e lascia libera la vista sul presbiterio; fu eseguita insieme alle griglie dorate del coretto nelle officine di S. Salvatore su disegni dell’architetto.
Ma chi entra nel Santuario non vede da principio le cose fin qui descritte. Attraverso la penombra della nave tre quadri luminosi, fatti come di gemme variamente scintillanti e colorate, l’affàscinano e ne trasportano lo spirito al di là del reale, nell’oblìo delle brevi pareti che lo circondano. Una sorpresa ed una meraviglia. Tre delle arcate a sostegno della volta del presbiterio sono chiuse da preziose vetrate.
Nel centro Cristo alla colonna: « Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum ut testimonium perhibeam veritati: Omnis qui est ex veritate audit vocem meam ». (Ioa., XVIII). Il mondo invece ama la menzogna che giustifica o esalta il peccato, e tura la bocca della Verità con ceffoni e con sputi, cioè con la sudicia calunnia; la temuta Verità vuol flagellata a sangue. Il Maligno ride nel riso beffardo e saettante odio dei suoi umani satelliti, e Cristo-Verità, legato alla colonna, folgora di luce e leva i grandi occhi al Cielo, testimone della sua missione e del suo strazio ineffabile. Anime pie vedrebbero forse volentieri un lampo di dolce bontà su quel Volto virile che il taglio secco delle sagome vetrose rende un po’ duro; ma quale potenza divina è in quell’atteggiamento di supremo dolore ! E i toni cupi del colore commentano le basse passioni degli implacabili carnefici.
A sinistra di chi guarda, la scena di Pilato: « Quid est veritas? » E poi l’uomo di mondo non si cura di avere risposta: curiosità superficiale, direi accademica, che non indaga il fondo delle cose. La Verità è insieme giustizia, pretende da chi la vuol possedere, un amore capace di sacrificare per lei ogni cosa; e il ricco, il potente, può sacrificare ad essa i benefici e i comodi della sua alta posizione sociale? Tentenna, si contradice, e infine vince la codardia; e pur proclamando Giusto il Cristo, (nel nome di Roma, e cioè a tenore di legge), lo abbandona alla sua morte; per un ultimo briciolo di rimorso, a far intendere il suo pensiero, si lava le mani con vana ipocrisia al cospetto della folla: « Innocens ego sum a sanguine justi hujus » (Matt., XXVII). La scena ha toni armoniosi, fosforescenze delicate; Pilato in tunica gialla e bellissimo paludamento lilla ha la caratteristica sagoma romana, e l’obesità del grave personaggio. È attorniato da littori e soldati, alteri e composti nell’assistere il magistrato in giudizio.
A destra la vetrata di Barabba, portato in trionfo dai suoi satelliti e liberatori, personificazione del Male e antitesi del Cristo. La Verità è odiata e maledetta dalla passione cattiva, dalla malvagità, dall’incoscienza, dall’abbiezione, come la luce delle tenebre; nella lotta senza quartiere la Verità è straziata e crocifissa. Qui la rappresentazione del Male raggiunge effetti di così profonda efficacia da toccare i fastigi del capolavoro: e tanto ripugnanti e macabre nelle varie espressioni sono le faccie luride e schiumose di quei manigoldi, ebbri di schiamazzo e di mala gioia, che pare assistere ad una scena d’inferno. La pelle arsiccia e gli stracci che li rivestono hanno toni cupi e violenti, animati qua e là da luminosità ardite e vibranti. La linea e il colore concorrono mirabilmente a dare un’emozione viva nel disgusto del male. Artefici di queste originali e mirabili visioni sono due artisti romani, Duilio Cambellotti e Cesare Picchiarini. « Fanno onore a Dio, all’arte, all’Italia » disse S. E. il ministro Fedele nel vedere le vetrate prima che partissero per Gerusalemme. Il primo fu l’ideatore e il disegnatore potente, l’altro il realizzatore, dotato di prodigiosa sensibilità pittorica per la quale si è reso in lunghi anni di studio e di prove, padrone di una tecnica difficilissima, vincendo una nobile battaglia contro l’industrialismo che aveva fatto decadere miserabilmente l’arte della vetrata. È giustizia riconoscere che ambedue nel dare il frutto della loro maturità artistica hanno offerto insieme al Santuario di Gesù tutto l’ardore dell’anima infiammata dalla bellezza vera, e la generosità dell’artista autentico che non misura la sua fatica sul modesto compenso materiale pattuito. Altri compensi essi avranno nel loro intimo da Chi fornì loro l’ispirazione e la lena, perchè la pietà pel Cristo flagellato, lo sdegno pel calcolo vile dell’interesse mondano e la ripugnanza per il peccato che destano le tre vetrate non potrebbero sussistere nè commuovere se prima gli artisti non avessero intensamente vissuti quei sentimenti: ed anche perchè questo effetto sul popolo fedele, corrisponde alle più pure idealità di un arte del bello, che è insieme missione santa di bene.
 
La Custodia di Terra Santa col restauro completo e definitivo di questo Santuario, la cui importanza religiosa è in ragione inversa delle sue dimensioni, offre al mondo cattolico una novella prova della serietà di propositi con cui attende alla conservazione e al decoro dei Luoghi Santi. E la felice trovata architettonica, prova da parte sua come si possano, quando amore guida, risolvere degnamente interessanti problemi artistici e religiosi con spese relativamente modeste e fabbriche di piccole proporzioni, così come era già avvenuto nell’epoca crociata. Perchè è da notare che la pietà dei fedeli trova in modo precipuo il suo alimento essenziale in ambiente predisposto con illuminato equilibrio a mettere in valore i ricordi della Passione e soddisfare alle esigenze del culto, senza cadere in esagerazioni ed eccessi che moltiplicherebbero le dimensioni e il numero dei Santuari col risultato di sviare e danneggiare la pietà stessa (ancora polemiche con chi voleva edificare nei Luoghi Santi delle chiese non sempre legate a fatti evangelici, basandosi su ipotesi archeologiche inconsistenti, ndr). Nel nostro caso l’architettura è riuscita a dare una certa impressione di ampiezza ad un minuscolo ambiente che misura appena cinque metri e mezzo di larghezza fra le faccie dei pilastri, meno del doppio in lunghezza, e si apre sopra un presbiterio quadrato che non raggiunge i sette metri di lato; ha mantenuto i quattro altari laterali richiesti dalla numerosa Comunità senza ingombro della nave e con effetto sobrio e dignitoso come conveniva a elementi di secondaria importanza; ha realizzato infine, e specialmente ad opera delle vetrate, una decorazione altamente significativa, che è buon commento al mistero doloroso, atto a facilitare agli umili lo slancio spontaneo della pietà, e a suggerire alle persone più colte la meditazione profonda del dramma divino-umano del Pretorio, che si perpetua nei secoli per le umane passioni mai domate, e per l’attualità perenne — perchè divina — della Passione del Cristo.
Il Santuario fu benedetto il Lunedì Santo 14 Aprile 1930 fra l’ammirazione devota degl’intelligenti, e un valoroso archeologo palestinese, che alla scienza congiunge una pietà profonda, nell’accomiatarsi, disse di ritornarvi spesso per pregarvi avendo intesa forte suggestione dal Santuario.
 
Tratto da: Almanacco di Terra Santa, Tipografia dei Padri Francescani, Gerusalemme, 1931, pagg. 27-34.
 

Mons. Versiglia e don Caravario, martiri salesiani

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

“Siamo Missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?”
 
Nei primi giorni del febbraio 1930 giunse al centro missionario salesiano di Shiuchow il giovanissimo missionario don Callisto Caravario (26 anni). Veniva dalla piccola comunità cristiana di Lin-chow, la più lontana dal centro della Missione. Doveva accompagnare il vescovo monsignor Versiglia (57 anni) a visitare le sue due scuolette e i suoi duecento cristiani, piccolo seme nella città di 40 mila abitanti, turbata e devastata dall’interminabile guerra civile.
Gli corsero incontro festosi diversi bambini che don Caravario aveva salvato dal caos e dalla miseria portandoli nell’Orfanotrofio e nell’Istituto Don Bosco di Shiu-chow.
23 febbraio. I bagagli per la partenza sono pronti: una ventina di colli con merce di ogni genere: abiti, paramenti sacri e materiale inviati dalla carità dei benefattori d’Italia, e il cibo occorrente per il viaggio di sette persone, che dovrà durare otto giorni (per superare una distanza di 90 chilometri!).
I confratelli salesiani hanno visto don Caravario darsi da fare attorno a tutto quel bagaglio e gli fanno allegre congratulazioni: «Quanta grazia di Dio!». E lui, con il solito sorriso buono: «Purché non vada tutto in bocca al lupo!». Poi, stringendosi nelle spalle: «Ad ogni modo, sia fatta la volontà del Signore!». Tutti sanno che questa ultima è l’espressione abituale di don Caravario «il santino». In quei giorni don Caravario ha scritto una lunga lettera a sua madre, a Torino, datandola «13 febbraio».
Partenza all’alba del 24 febbraio. Sveglia alle quattro, santa Messa, raduno dei partenti. Sono il vescovo Versiglia, don Caravario, due giovani maestri diplomati all’Istituto Don Bosco (Thong Chong Wai, pagano; M Pan Ching, cristiano), le loro due sorelle (Thong Su Lien Maria, 21 anni, maestra; M Yu Tee Paola, 16 anni, che lascia gli studi e torna in famiglia). C’è anche Tzen Tz Yung Clara (22 anni, si reca a Lin-chow come catechista). Michele Arduino, vescovo successore di monsignor Versiglia, depose: «I giovani e le giovani che venivano in collegio o tornavano in famiglia, erano sempre accompagnati dai Missionari. I genitori imponevano questa condizione ai Missionari, per lasciar partire le loro figlie. In questo caso i due giovani maestri, le loro sorelle e la catechista avevano atteso appositamente per fare il viaggio con il Vescovo e don Caravario ed esserne protetti da possibili aggressioni di pirati».
 
Sulla barca verso Nord
La comitiva, capeggiata dal vescovo Versiglia, si mosse in treno dalla stazione ferroviaria di Shiu-chow alle 8,30 del 24 febbraio. Alle 17 giunse a Lin-kong-how, sede di una Missione salesiana. Li attendeva il sacerdote don Cavada, che li accompagnò alla Missione dove pernottarono.
Il giorno dopo, 25 febbraio, monsignor Versiglia e don Caravario dissero la Messa. Poi tutti salirono sulla barca che doveva risalire verso Nord il fiume Lin-chow, e portarli alla Missione di Lin-chow dove li aspettava la piccola comunità cristiana di don Caravario. Erano le 7 del mattino. Se il viaggio in treno era durato otto ore e mezza, quello in barca (per superare una distanza quasi uguale) era previsto di sette giorni. Alla comitiva si erano aggiunti il ragazzo cristiano Luk Apiao Pietro, di 10 anni, che si recava alla scuola di don Caravario per iniziare gli studi, e un’anziana catechista che doveva affiancare il lavoro della giovane Clara. I barcaioli erano quattro: l’anziana padrona della barca, suo figlio ventenne, due robusti lavoratori (che stando a riva avrebbero trascinato la barca controcorrente nei punti più difficili).
La barca cinese è come una piccola casa: la prua è scoperta, ma la poppa è avvolta da una specie di baracca che la trasforma nella casa di chi viaggia. Sulla prua venne posto un drappo bianco con la scritta Tin Tchu Tong (Missione Cattolica). Doveva essere una specie di salvacondotto: tutti sapevano che i missionari non erano ricchi e lavoravano per la povera gente. Ma poteva essere anche un’esca che attira i malvagi…
 
25 febbraio: agguato sul fiume
Mezzogiorno. Sulla barca si prega. D’un tratto si sente un grido imperioso: «Fermate la barca!». Quella decina di uomini è vicina. Puntano fucili e pistole. Gridano: «Chi portate?». Il barcaiolo risponde: «II Vescovo e un padre della Missione». Gridano: «Non potete portare nessuno senza la nostra protezione. I Missionari devono pagarci 500 dollari in carta europea, o vi fucileremo tutti!». Le donne, udito il dialogo, capiscono subito di che si tratta. Presa la corona del Rosario, pongono la faccia sulle ginocchia, si coprono il capo con le mani e pregano.
Il Vescovo dice a don Caravario: «Di’ loro che siamo missionari, e perciò non abbiamo con noi tanto denaro».
Sentita la risposta, alcuni pirati saltano sulla barca e la esplorano. Il bambino Apiao si dichiara lestamente figlio del barcaiolo. La vecchia catechista non è degnata di uno sguardo. Ma quando i banditi scorgono le ragazze, gridano: «Portiamo via le loro mogli!». Don Caravario spiega: «Non sono nostre mogli, ma nostre alunne che accompagniamo a casa». Con bei modi (com’è d’obbligo!) i Missionari trattengono i banditi fuori della baracca. Con i loro corpi chiudono l’entrata. I pirati allora gridano: «Diamo fuoco alla barca!». Pochi metri più in là è ferma una barca carica di legna. Trasportano fascine sulla prua e appiccano il fuoco. Ma la legna è grossa e verde, stenta ad accendersi, e il Vescovo riesce a soffocare le prime fiamme. Furiosi, i pirati tirano fuori dalle fascine i rami più grossi e iniziano una terribile bastonatura sui corpi dei Missionari. Dopo molti minuti, sanguinante e sfinito, il Vescovo cade. Don Caravario resiste ancora qualche minuto, poi cade anche lui mormorando: «Gesù, Giuseppe e Maria…».
A terra, i pirati legarono i due Missionari dopo averli frugati e depredati di ogni cosa. Sul triangolo erboso della congiunzione dei due fiumi, furono gettati i Missionari e le donne, tutti in preda al dolore e allo smarrimento. «Noi dobbiamo ammazzarvi – gridò uno verso i Missionari –. Non avete paura di morire?». Il Vescovo rispose: «Siamo Missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?».
 
Cinque colpi di fucile
I pirati ordinarono a quelli della barca di tornare a Lin-kong-how. Su di essa erano rimasti, con i barcaioli, il piccolo Apiao, l’anziana catechista, i fratelli di Maria e Paola. Quello stesso pomeriggio del 25 febbraio, alle 17, giunsero alla missione di don Cavada e diedero la triste notizia. Più rapidamente possibile furono avvertite le autorità, che fecero appello a reparti dell’esercito regolare stanziati non molto lontano.
Intanto sul fiume si consumava la tragedia. Maria testimoniò: «Distavamo dai missionari non più di tre metri. Vidi che don Caravario, chinato il capo, parlava sottovoce al Vescovo». Si stavano confessando a vicenda. La catechista Clara testimoniò a sua volta: «II Vescovo e don Caravario ci guardavano, c’indicavano con gli occhi il cielo e pregavano. L’aspetto loro era gentile e sorridente, e pregavano ad alta voce».
A un ordine dei pirati, i Missionari s’incamminarono per la stradetta che segue il corso del Shiu-pin. Li guardavano alcuni curiosi dei vicini casolari. Uno di loro sentì il Vescovo dire ai briganti: «Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane. Risparmiatelo!».
Le donne, mentre erano spinte verso una piccola pagoda bianca, sentirono cinque fucilate. Maria testimonia: «Circa dieci minuti dopo gli esecutori tornarono e dissero ai compagni di aver loro sparato cinque colpi di fucile». «Sono cose inspiegabili – dissero –. Ne abbiamo visti tanti… Tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti, e queste ragazze non desiderano altro che morire…». Era il primo pomeriggio del 25 febbraio.
 
I Martiri
Frattanto don Cavada e don Lareno (segretario del vescovo Versiglia), accompagnati dal capo della polizia di Shiu-pin, avevano ritrovato i resti dei martiri. Entrambi avevano la testa sfracellata.
La sera di domenica 2 marzo, le tre ragazze liberate dalla prigionia s’inginocchiarono a pregare davanti alle spoglie mortali dei due Missionari che avevano dato la vita per difenderle.
Monsignor Luigi Versiglia, nato a Oliva Gessi (Pavia), era entrato da ragazzino nell’Oratorio di don Bosco, nel lontano 1873. Affascinato da una spedizione di Missionari a cui assistette nella Basilica di Maria Ausiliatrice, aveva deciso di essere missionario anche lui. Nel 1906 aveva guidato la prima spedizione missionaria salesiana in Cina.
Don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè, si era trasferito a Torino che aveva solo quattro anni. Il papà, il fratello, la sorella, e specialmente la sua dolcissima mamma Rosa, gli avevano permesso di partire appena ventunenne per le Missioni della Cina.
La lettera che don Callisto aveva scritto alla mamma il 13 febbraio (dodici giorni prima di essere ucciso), mamma Rosa la ricevette dopo che i Salesiani, con la massima delicatezza possibile, le avevano comunicato il martirio di suo figlio. Quella lettera, che conserviamo con venerazione, ha le parole leggermente confuse dalle lacrime di mamma Rosa. Don Callisto le diceva: «Fatti coraggio, mia buona mamma! Passerà la vita e finiranno i dolori: in paradiso saremo felici. Nulla ti turbi, mia buona mamma; se porti la tua croce in compagnia di Gesù, sarà molto più leggera e piacevole…».
 
 

Il culto a San Simonino

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Obiezioni mosse alla storia del beato Simone da Wagenseil e altri
 
In occasione della festa di san Simonino 2022 (24 marzo) pubblichiamo il Cap. 23 del libro del Sac. Giuseppe Divina, parroco di san Pietro in Trento: Storia del Beato Simone da Trento. Compilata sui processi autentici istituiti contro gli ebrei sopra altri documenti contemporanei (Trento 1902, tipografia Artigianelli).
 
 

San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri per la festa di san Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Padre putativo di Gesù e Patrono della Chiesa universale. Lo festeggiamo con questo articolo relativo al ruolo che ebbe san Pio X nella costruzione della parrocchia di San Giuseppe al Trionfale a Roma.
 
San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale
 
Proseguiamo il viaggio nella storia del quartiere romano de Il Trionfale nato e sviluppato intorno alla parrocchia di San Giuseppe.
A sostenere Don Luigi Guanella che si adoperava per i poveri non solo con le opere sociali ma soprattutto con la costruzione di chiese in ogni luogo dove voleva far nascere una comunità fu un “parrocchiano” speciale: il Papa Pio X.
Il Pontefice si definì da subito un “parrocchiano di San Giuseppe”, anche perché dai giardini vaticani agli inizi del ‘900 il cantiere della basilica si vedeva vicina. 
Alejandro Maria Dieguez nel libro pubblicato per i cento anni della parrocchia scrive: “Fin dall’inizio del suo pontificato, Pio X, un Papa pastore vissuto sempre a contatto diretto con la realtà dei fedeli, aveva constatato gli effetti dell’incremento della popolazione di Roma per l’espansione edilizia e quindi la necessità di indirizzare risorse umane e materiali verso la periferia, diventata quasi ‘terra di missione’.
Il Papa inizia rivedendo l’assetto delle parrocchie, le toglie dal centro meno abitato e ne fa nascere nuove in periferia, molte ne fa costruire con quasi 12 milioni da lui faticosamente stanziati. 
Quando don Guanella nel 1908 va in udienza dal Papa per proporre la costruzione di una chiesa per una nuova parrocchia il Papa è entusiasta: “Sento che avete un pensierino lontano di fare una chiesa oltre porta Trionfale. Vi auguro che quel pensiero si faccia vicino e concreto” dice a Don Guanella. Ma non si ferma agli auguri. “Voi – dice – avete sperimentato gli effetti della divina Provvidenza. Non tentate Iddio, ma confidate, confidate ne sarei tanto tanto contento. Dicono che sono ricco e ricevo milioni. Non credetelo perché non è vero! Dalle fonti alle quali vorrebbero alludere non ricevo neppure un centesimo. Tuttavia in quanti posso io vi aiuterò, perché una chiesa in quella località è proprio necessaria”.
Pio X in varie occasioni e momenti arrivò a contribuire con 440 mila lire. Una somma davvero alta a quel tempo. Sarebbe stato un prestito in attesa della vendita dei terreni delle colonìe di Monte Mario, come scritto in una ricevuta firmata da Don Guanella. Ma il Papa sapeva che lo “straccione” come lo chiamava affettuosamente, non gli avrebbe ridato nulla: “pagheranno, non pagheranno, intanto mi hanno fatto una chiesa necessaria”. Il debito alla fine fu del tutto condonato. Ma la chiesa veniva su bene, e al Trionfale tra le baracche, lavoravano le suore che al loro arrivano avevano solo una cappellina proprio in una di quelle baracche. 
Il Papa volle che la nuova chiesa fosse utile e anche bella. Così toglie il ciborio dorato dalla Capella di Santa Matilde e la regala alla chiesa di San Giuseppe. 
Le donazione riguardano poi l’asilo e la mensa, ma soprattutto la cura pastorale. Il Papa sa che la gente deve avere facilità di trovare confessori e sacerdoti disponibili all’ascolto.  I sussidi si moltiplicano in varie forme, una lunga serie di aiuti che arrivano anche tramite i suoi segretari che spesso si univano ai preti della parrocchia per fare apostolato.  San Giuseppe non era solo una parrocchia ma un vero centro di carità e di ascolto. E questo grazie al Papa.
Il Trionfale si trasformava così da zona degradata a luogo di riferimento. 
Don Bacciarini scrive: “Qui il bene bisogna farlo più fuori di chiesa che in chiesa. Qui si indice una prima Comunione? L’avviso in chiesa e sul bollettino è lettera morta: bisogna andare a domicilio e non una ma due e tre volte. Tale è l’indifferenza romana”. 
E aggiunge: “Senza questo metodo noi possiamo star qui a confessare donne e poche anche di quelle e lasciare che la massa del popolo dorma i sonni della sua indifferenza che fa spavento”. 
Parole drammaticamente attuali anche oggi proprio nella città del Papa come in tante altre parti del mondo. 
Quando a marzo del 1912 Don Guanella andò in udienza due volte dal Papa con gruppi di fedeli e sacerdoti la nuova chiesa era stata appena inaugurata, il 19 marzo appunto. Di questo Guanella parla con il Papa. Le sorelle del pontefice avevano partecipato alla messa pontificale.
Sulla facciata della chiesa si legge: “ O Giuseppe- patrono della Chiesa cattolica- in questo tempio- che ricorda il giubileo sacerdotale ed episcopale – di Pio X- benedici al suo zelo – inteso  a restaurare ogni cosa in Cristo”. 
 
 

Mazzini e Manasse

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il 10 marzo 1872 a Pisa moriva Giuseppe Mazzini, nella casa della famiglia israelita Rosselli, tra le braccia di Sara Nathan, sempre israelita. Il triste Mazzini fu uno dei responsabili del tristissimo “risorgimento”. Pace all’anima sua.
 
 (…) Fosse per loro, i repubblicani avrebbero ambientato il trapasso del capo in una diversa scenografia; l’adesione ideologica alla causa dell’emancipazione ebraica non li salvaguardava infatti dall’adesione emotiva agli stereotipi dell’antisemitismo. Asproni (Giorgio, ndr) stesso poteva ridere della battuta messa in giro dal pavese Benedetto Cairoli, secondo cui il cadavere di Mazzini era stato accaparrato dalla semitica tribù di Manasse (motto graziosissimo, perché nel dialetto lombardo manasse significa rapace, avido, desto a carpire la roba altrui). Ed è nel diario di Asproni che si legge l’ingenerosa conclusione “Anco sul cadavere di Mazzini il ghetto ha messo le mani”. (Sergio Luzzatto, “La mummia della repubblica”, Einaudi, 2011, pag. 5). (Segnaliamo il testo dissociandoci del riprovevole antisemitismo dei repubblicani mazziniani, ndr).
 
Sulla figura di Giuseppe Mazzini si può leggere anche:
 
Il funereo Mazzini
 
Cattivi maestri: il pensiero religioso di Mazzini
 

Preghiera di Pio XII per la pace

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

O Padre nostro che state nei cieli, o Dio, protettore nostro, volgete lo sguardo a Cristo vostro Figlio; mirate i segni vermigli delle sue ferite, a cui lo condusse l’amore per noi e l’obbedienza a Voi, con le quali volle farsi in ogni tribolazione nostro Avvocato e Propiziatore. O Gesù, Salvatore nostro, parlate al Padre vostro e Padre nostro per noi, supplicatelo per noi, per la vostra Chiesa, per tutti gli uomini, conquista del vostro sangue. O Re pacifico, Principe di pace! Voi, che avete le chiavi della vita e della morte, donate la pace della requie sempiterna alle anime di tutti i fedeli, dal turbine di guerra travolti nella morte, e, noti e ignoti, lacrimati o illacrimati, sepolti sotto le rovine delle città e dei villaggi distrutti, per le pianure insanguinate, su per i colli squarciati, negli abissi delle valli o nei gorghi marini. Scenda sulle loro pene il vostro sangue purificatore a imbiancare i loro manti e a renderli degni e fulgidi al vostro cospetto beatificante. Voi, amoroso confortatore degli infelici, che lacrimaste alle lacrime di Marta e Maria sconsolate per il morto fratello, concedete la pace del conforto, della rassegnazione e dell’aiuto ai miseri, dalle calamità della guerra prostrati nella tribolazione e nel dolore, agli esuli, ai profughi dalla patria, ai raminghi sconosciuti, ai prigionieri, ai feriti fiduciosi in Voi. Rasciugate le lacrime di tante spose, di tante madri, di tanti orfani, di tante famiglie, di tanti derelitti; lacrime nascoste, cadenti sopra il pane del dolore, dopo durati digiuni, in freddi tuguri, pane diviso fra i fanciulli più volte condotti ai vostri altari nell’umile chiesetta a pregare per il babbo o per il fratello maggiore, forse morto, forse languente, forse sperduto. Consolate tutti coi doni celesti e con quei sollievi e soccorsi della feconda carità, che Voi sapete ispirare agli animi gentili, i quali negli affannati e sfortunati riconoscono i loro fratelli e amano le immagini vostre. Concedete ai combattenti, coll’eroismo nell’adempimento del loro dovere, anche fino al supremo sacrificio, per la difesa della Patria, quel nobile senso di umanità, che in ogni evento non fa ad altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a sé o al proprio popolo.
O Signore, regni e trionfi la carità del vostro divino Spirito sul mondo, e torni fra i popoli e le nazioni la pace della concordia e della giustizia. Siano accetti e graditi al mite e umile vostro Cuore i nostri voti, e Vi renda a noi propizio il numero e la devozione dei santi sacrifici che, prona, tutta la Chiesa, vostra Sposa, per Voi stesso, Sacerdote e Vittima in eterno, offre al divino vostro Padre. Parlate Voi ai cuori degli uomini. Voi avete parole, che penetrano e scuotono il cuore, che illuminano la mente, che calmano le ire, spengono gli odi e le vendette. Dite quella parola che seda le tempeste, che risana gl’infermi, che è luce ai ciechi e udito ai sordi, che è vita ai morti. La pace fra gli uomini, che voi volete, è morta: risuscitatela, o divino Vincitore della morte; e per Voi si tranquillino alfine la terra e il mare; cessino nei cieli i turbini, che, sfidando i raggi del sole od occulti fra le tenebre della notte, gettano su inermi popolazioni il terrore, gl’incendi, le distruzioni, le stragi; la giustizia con cristiana carità pareggi dall’uno e dall’altro lato i sussulti delle bilance; sicché riparata ogni ingiustizia, restaurato l’impero del diritto, estinta ogni discordia e rancore degli animi, risorga e si ravvivi in serena visione di nuova e unanime prosperità una vera e ordinata e duratura pace che affratelli, nel cammino dei secoli e nel consenso del bene più alto, tutte le genti dell’umana famiglia sotto lo sguardo vostro. Così sia.
 
Foto: il 13 agosto 1943 Pio XII prega a San Giovanni dopo il bombardamento aereo anglo-americano sui quartieri popolari Prenestino, Casilino, Appio, San Lorenzo, Porta Maggiore e San Giovanni. Le bombe degli Alleati causarono 1500 morti, seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, 40 mila romani senza tetto. Tra le vittime vi fu don Raffaele Melis, colpito mentre soccorreva i feriti. Pio XII definì la morte del sacerdote “lutto e gloria del benemerito istituto degli Oblati” (gli Oblati di Maria Vergine, fondati da padre Pio Bruno Lanteri).
 

Monte degli Ulivi: arriva (per il momento) il “contrordine compagni”

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Seguito del comunicato del 20/2/2022: La presenza cristiana sul Monte degli Ulivi nel mirino degli ebrei https://www.centrostudifederici.org/terra-santa-la-presenza-cristiana-sul-monte-degli-ulivi-nel-mirino-degli-ebrei/
Le proteste ufficiali delle “chiese cristiane” per il progetto di giudaizzare il Monte degli Ulivi hanno provocato l’annuncio, da parte del governo israeliano, della sua (momentanea) sospensione. 
Il documento di protesta era stato inoltrato anche ai Consolati di Gerusalemme (la sede delle Ambasciate è a Tel Aviv, tranne quelle degli Usa, del Guatemala e del Cossovo che sono a Gerusalemme), che evidentemente hanno fatto pressione sul governo (si tratta di diplomatici di carriera e non bibitari imprestati alla politica). 
La situazione rimane precaria e il progetto in questione è congelato e non cancellato. Tuttavia ancora una volta il governo ha dovuto fare i conti con chi “de facto” rappresenta gli interessi materiali dei cristiani in Terra Santa. Nel 2018, ad esempio, il tentativo di un’elevata tassazione da parte della municipalità di Gerusalemme dei beni cristiani fu bloccato dalle vibranti proteste degli interessati, che portarono alla chiusura per qualche giorno della basilica del Santo Sepolcro. Il governo intervenne allora presso il sindaco di Gerusalemme.
 
Un parco sul Monte degli Ulivi, dietro front israeliano
L’Autorità israeliana per i Parchi e la Natura rinuncia ad espandere il Parco nazionale delle mura di Gerusalemme dopo la ferma protesta dei capi delle Chiese che denunciano ben altri interessi in gioco.
 
L’Autorità israeliana per la Natura e i Parchi quest’oggi (21 febbraio 2022) ha annunciato di non volere dare attuazione al progetto di ampliare il Parco delle Mura di Gerusalemme, espandendone i confini fino alle pendici del Monte degli Ulivi. Si tratta di un ripiegamento (temporaneo?) dovuto alla ferma protesta indirizzata alla ministra per l’Ambiente israeliana Tamar Zandberg il 18 febbraio scorso dal patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III, dal custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, e dal patriarca armeno di Gerusalemme, Nourhan Manougian (tutte cariche da mettere tra virgolette, ndr).
Del progetto di ampliamento si parla da tempo, ma nei giorni scorsi era filtrata l’intenzione di presentarlo il prossimo 2 marzo alla Commissione di pianificazione urbanistica della municipalità di Gerusalemme per un via libera preliminare.
Il Parco si estenderebbe anche su terreni, immobili e santuari di proprietà delle varie Chiese, in un’area molto cara ai pellegrini cristiani di tutto il mondo e ciò ha indotto le tre autorità ecclesiastiche a reagire.
«Si tratta – hanno scritto senza mezzi termini i firmatari della lettera – di un provvedimento brutale che costituisce un attacco diretto e premeditato contro i cristiani di Terra Santa e contro le Chiese e i loro antichi diritti, internazionalmente garantiti, nella Città Santa». La lettera alla ministra è rimbalzata sui media israeliani e il quotidiano digitale The Times of Israel l’ha riprodotta integralmente il 20 febbraio (clicca qui per leggere la lettera in formato pdf).
Per dare maggior peso al loro intervento, il custode francescano di Terra Santa e i due patriarchi hanno inoltrato una copia per conoscenza della missiva anche ai consoli generali a Gerusalemme di Francia, Turchia, Italia, Grecia, Spagna, Regno Unito, Belgio e Svezia, nonché al rappresentante pontificio, il nunzio Adolfo Tito Yllana.
Il Monte degli Ulivi parco nazionale israeliano?
È vero che sulle pendici occidentali del monte c’è un cimitero ebraico in uso da oltre tremila anni, ma il rilievo è anche uno dei luoghi più sacri della cristianità. Quello che fu scenario di eventi importanti della vita di Gesù ospita una dozzina di santuari e luoghi di culto cristiani che, in assenza di restrizioni imposte dalla pandemia, «sono visitati ogni anno da milioni di pellegrini», ricordano i capi delle Chiese. Altre porzioni della montagna interessate dal progettato ampliamento – che includerebbe anche parti della valle del Cedron e della valle di Ben Hinnom (Geenna) – appartengono a proprietari privati palestinesi.
L’Autorità per la Natura e i Parchi afferma che il suo progetto mira a preservare il paesaggio naturale e culturale di quelle aree e non comprometterebbe le proprietà ecclesiastiche eventualmente incorporate nel parco nazionale. I media israeliani osservano però che le autorità israeliane si garantirebbero così la possibilità di un’ampia gamma di azioni, tra cui la realizzazione di sopralluoghi, il rilascio di autorizzazioni per lavori e progetti di valorizzazione, restauro e conservazione.
«Obiezione inequivocabile» delle Chiese
I tre firmatari della lettera congiunta hanno espresso la «più profonda preoccupazione», insieme ad un’«inequivocabile obiezione» al piano di ampliamento del Parco delle mura.
E si rammaricano che l’Autorità per i Parchi «giochi un ruolo ostile nei confronti delle Chiese e della presenza cristiana in Terra Santa», prestandosi ad interessi altrui. «Con il pretesto di proteggere gli spazi verdi, il piano sembra servire a un’agenda ideologica che nega lo status e i diritti dei cristiani a Gerusalemme», hanno osservato gli ecclesiastici nella loro lettera, nella quale aggiungono: «Benché il progetto sia presentato ufficialmente dall’INPA [l’acronimo che indica l’Autorità – ndr], sembra che sia stato proposto e orchestrato, avanzato e promosso da entità il cui unico scopo apparente è confiscare e nazionalizzare uno dei luoghi più sacri per la cristianità e alterarne la natura».
Un’agenda ideologica
Il riferimento diretto è a quei gruppi nazionalisti che stanno lavorando per aumentare la presenza di residenti ebrei nei quartieri di Gerusalemme Est e soprattutto nelle aree cristiane della città vecchia di Gerusalemme. Manovre che i capi delle Chiese di Terra Santa hanno già denunciato anche in una dichiarazione comune dello scorso dicembre.
Più in generale, questi gruppi mirano a ridurre la presenza di non ebrei a Gerusalemme Est, come sta accadendo nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan a nord e a sud della città vecchia. In una dichiarazione congiunta rilasciata a The Times of Israel, le organizzazioni per i diritti umani Bimkom, Emek Shaveh, Ir Amim e Peace Now si sono affrettate a sottolineare che «c’è un collegamento diretto tra ciò che è in corso a Sheikh Jarrah e questo piano di ampliamento dell’INPA».
Il Parco nazionale in questione è stato inaugurato negli anni Settanta. Attornia le mura di Gerusalemme vecchia – senza includerle – e la città di David (nel quartiere a maggioranza araba di Silwan). Quando se ne tracciarono i confini, «si evitò accuratamente di includere gran parte del Monte degli Ulivi», riporta The Times of Israel. Le autorità contemplarono una «fase due» per espandere il parco nazionale, ma poi decisero di soprassedere in considerazione del carattere sensibile dei terreni che si andava ad incorporare. A distanza di mezzo secolo la «fase due» torna all’ordine del giorno.
Oggi riferisce, il quotidiano Haaretz, il parco si estende per poco meno di 110 ettari. Il progettato ampiamento dei confini ne aggiungerebbe altri 27.
 
 

Libri su Giordano Bruno scritti da due cattolici intransigenti

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Mons. Pietro Balan, Il vero volto di Giordano Bruno, ristampa del Centro Librario Sodalitium, 2009.
 
Antonmaria Bonetti, Il campo maledetto: il fiasco delle feste bruniane e il trionfo di Roma cattolica ossia cronistoria veridica dei fatti del giugno 1889, Tip. Editrice Industriale, Roma, 1889.
 

Preghiera per le vittime delle Foibe

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce. “De profùndis clamàvi ad te, Dòmine; Dòmine, exàudi vocem meam”.
 
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
 
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
 
In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio.
 
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
 
Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
 
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà.
 
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
 
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire della splendore del Tuo volto.
 
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
 
O Signore, a questi nostri Morti senza nome, ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la luce perpetua e brilli la Tua luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori. E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
 
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet. Amen
 
Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste-Capodistria, 1959.
 
1 2 3 4 24