Quando la scuola iniziava il 1° ottobre

Segnalazione del Centro Studi Federici

Fino al 1976 le scuole iniziavano il 1° ottobre, festa di san Remigio, e in onore del santo i bimbi di prima elementare venivano chiamati remigini. In questi tempi cupi, per sdrammatizzare un po’ il clima pesante che si respira, pubblichiamo un racconto di Giovannino Guareschi che descrive il figlio alle prese con un termometro (“il quale segnava effettivamente 42°”), l’attuale incubo di tanti e tante presidi, maestre e genitori (“e se si trattasse di un sintomo infettivo?”). 
La foto scelta per il comunicato è un modello di aula scolastica più simpatico di quello concepito dal Comitato degli esperti e scienziati del governo Conte bis.
 
ACCADDE UNA NOTTE
 
Alle ore ventitré io stavo lavorando alla macchina da scrivere, quando Margherita apparve sulla porta della cucina con aria stravolta.
 
« Quarantadue! », disse con voce d’angoscia.
 
« Non so », risposi. « Bisogna vedere cosa hai sognato ».
 
« Quarantadue la febbre di Albertino! », esclamò Margherita. 
 
Mi porse il termometro, il quale segnava effettivamente 42°. Allora io andai a provare la febbre ad Albertino e il termometro segnò 35 e 8.
 
« È una cosa stranissima », balbettò Margherita.
 
« Non troppo : tutto il segreto sta nello scuotere il termometro prima di usarlo. Cioè di far discendere il mercurio anziché farlo salire. È un accorgimento utile che giova molto alla salute dei figli ».
 
« Questa tua ironia offende i miei sentimenti di madre », affermò Margherita riempiendo unta pentola d’acqua, mettendola sul gas e cominciando a sbucciare una patata. « Tu sei uno spietato materialista, che non sa spingere la sua indagine oltre la crosta più superficiale delle cose. Ora faresti bene a lasciarmi libera la tavola se vuoi fare ‘colazione sono già le undici e venti ».
 
« Di notte però », le feci osservare.

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Rastrellamenti, lager, cavie umane: le vittime italiane di Churchill

Segnalazione del Centro Studi Federici
A partire dall’unità d’Italia, migliaia di famiglie della Penisola dovettero cercare un lavoro (non un soggiorno a carico del paese ospitante) all’estero con la speranza di vivere decorosamente. Molti di coloro che si trovavano nel Regno Unito all’inizio della seconda guerra, furono vittime dei rastrellamenti ordinati da Churchill, destinati ai lager nelle isole britanniche o usati come cavie nei lager in Australia; 450 di questi prigionieri morirono nell’affondamento della nave “Arandora Star”.
A differenza di altri casi simili (rastrellamenti, lager, cavie umane) queste vittime delle atrocità belliche non hanno ottenuto una memoria storica per essere adeguatamente commemorati. Il 60° anniversario dell’affondamento della nave ha permesso di ricordare questa pagina criminale della storia britannica.
 
“Tutti i maschi tra i 17 e i 70 anni, per ordine di Churchill, devono finire dietro al filo spinato dei campi di concentramento. Li rastrellano nelle case, nei negozi, nei ristoranti dive lavorano. Ne prendono a migliaia, a Londra, in Galles, in Scozia, che già allora erano le comunità più numerose. Li conoscevano, sanno dove stanno, sono cresciuti con gli inglesi. Spesso ad arrestarli sono poliziotti amici, che a volte piangono, portandoli via. Sono andati nelle stesse scuole, frequentato le stesse chiese” (La Stampa del 2 luglio 2020)
Gli ottocento italiani deportati da Churchill 
Il premier inglese caricò su una nave centinaia di nostri connazionali innocenti sospettati di essere spie del Duce. I tedeschi silurarono il vascello diretto in Canada e morirono in 450. Gli altri usati come cavie
Fu la prima grande strage di italiani dall’inizio del conflitto e uno dei maggiori eccidi di civili del nostro Paese in tutta la guerra. Eppure è rimasta a lungo relegata nel silenzio, inabissata nei fondali dell’oblio, oltreché in quelli del mare, dove si compié il massacro. Chi oggi sentisse parlare di “tragedia dell’Arandora Star” farebbe una faccia perplessa chiedendosi di cosa si tratti. A rimediare a questa rimozione giunge il docufilm di Pietro Suber «Lili Marlene – La guerra degli italiana». Il giornalista e regista, a 80 anni dall’ingresso dell’Italia nella guerra, racconta il periodo bellico attraverso un quadruplice approccio: raccoglie le voci e i volti di cittadini comuni, testimoni diretti o parenti di quanti hanno sperimentato sulla propria pelle le brutalità del conflitto; fa emergere i ricordi di personaggi della politica e dello spettacolo, da Napolitano a Gianni Letta, da Baudo ad Avati, da Arbore alle gemelle Kessler, che narrano aneddoti in cui sono stati coinvolti in quegli anni. Ancora, documenta, con onestà intellettuale, le ragioni di tutti, vincitori e vinti, illustrando errori e responsabilità individuali sull’uno come sull’altro fronte. Da ultimo, recupera, con un preziosissimo lavoro di scavo, vicende poco note al grande pubblico, volutamente rimosse o colpevolmente trascurate. Tra queste spicca la storia dell’Arandora Star. Il nostro Paese è da poco entrato nel conflitto, quando Churchill inizia a dare la caccia agli italiani trasferitisi in Gran Bretagna, al suon di «Acciuffateli tutti». Per il primo ministro britannico i nostri compatrioti che vivono Oltremanica sono tutti potenziali spie, fascisti occulti. In realtà, a parte le dovute eccezioni, moltissimi di loro sono ebrei e antifascisti. Ma Churchill preferisce fare di tutta l’erba un fascio: gli italiani, in quanto tali, rappresentano minacce per il regno di Sua Maestà. E, come tali, vanno arrestati e internati.
PRIGIONIERI
Già nei primi giorni dopo il 10 giugno 4.000 nostri connazionali vengono privati della libertà. Il 1° luglio è la svolta: oltre 1.500 persone, di cui 815 italiani, vengono caricate a bordo della Arandora Star, un’ex nave da crociera trasformata in vascello per il trasporto prigionieri. L’imbarcazione si muove da Liverpool in direzione decampo di internamento per gli “stranieri nemici”. Il giorno seguente tuttavia, quando è allargo delle coste irlandesi, la nave viene intercettata da un sottomarino tedesco che sferra un siluro in sua direzione. È la tragedia: vengono centrati a pieno i motori e la Arandora cola a picco. Riesce a salvarsi solo la metà delle persone, dato che la nave dispone di appena 14 lance di salvataggio. Moriranno in quasi 800, di cui 446 italiani. I sopravvissuti verranno trasferiti in Scozia e poi di lì, in buona parte, in Australia, dove saranno internati e usati come cavie per testare farmaci contro la malaria.
L’INGIUSTO OBLIO
Quell’orrore a lungo è rimasto sepolto come strage indicibile: non conveniva renderla pubblica alla Gran Bretagna, che avrebbe gettato un’ombra sulla propria fama di Paese della libertà e del rispetto dei diritti civili; né conveniva raccontarla all’Italia fascista, che a meno di un mese dall’entrata nel conflitto avrebbe incrinato il mito di un regime invincibile. Anche nel Dopoguerra la tragedia è stata sottaciuta, evidentemente perché i Vincitori la ritennero storia scomoda, e come tale da rimuovere. Fortuna che, a ridarle vita, nel lavoro di Suber, ci sono le parole dei parenti delle persone coinvolte: ad esempio quelle di Graziella Feraboli, figlia di Ettore, deportato a bordo dell’Arandora dove avrebbe trovato la morte. Colpiscono le frasi secche, di sferzante verità, che lei pronunciò allora, bambina, e ripete oggi che è un’anziana signora. Appena saputo che il papà figura tra i “dispersi presunti annegati”, grida il suo dolore davanti ai funzionari del War Office britannico: «Mi state dicendo che l’avete ammazzato?». E anche adesso riconosce: «Penso che il governo inglese si sia comportato in modo indegno». Così come colpiscono le parole di Giuseppe Conti, nipote di Guido, anche lui vittima, e originario di Bardi, un paesino in provincia di Parma da cui provenivano ben 48 delle persone uccise nella strage dell’Arandora. È proprio lì che ogni anno il 2 luglio si commemorano i martiri dell’eccidio. (…)

La difesa di Roma del 20 settembre: i caduti pontifici

Segnalazione del Centro Studi Federici

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo l’elenco dei soldati pontifici morti nella difesa di Roma del 20 settembre 1870, tratto dal libro di Francesco Maurizio di Giovane, Gli Zuavi Pontifici e i loro nemici, Solfanelli Editore, 2020.
http://www.edizionisolfanelli.it/glizuavipontifici.htm

Con questo comunicato intendiamo ricordare tutti i valorosi soldati della causa papale accorsi da ogni angolo della Cristianità per difendere la sacra persona di Pio IX e la Chiesa Romana dall’assalto empio della setta massonica. Viva il Papa Re!

DECEDUTI

BOS Cornelio, nato in Olanda il 4 agosto 1848. Z. P. matr. 5291, 14 agosto 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

BUREL Andrea, nato a Maussanne (Bouches-du Rhone) il 4 gennaio 1841. Z. P. 18 gennaio 1861; liberato dal servizio 18 gennaio 1862; Reingaggiato, matr. 3390, 1 gennaio 1867: liberato dal servizio 21 luglio 1867; reingaggiato, matr. 4283, 9 ottobre 1867, libera-to dal servizio 12 ottobre 1868; reingaggiato, matr. 10810, 21 luglio 1870. Morto il 28 settembre 1870 in seguito alle ferite ricevute durante la difesa di Roma del 20 settembre 1870.

DEBAST Gérard, nato a Wamel (Olanda), il 25 novembre 1838, Z. P. 17 novembre 1867, matr. 5160. Liberato dal servizio 18 novembre 1869; Reingaggiato matr. 10293 il 16 ugno 1870. Morto nell’assedio del 20 settembre per lo scoppio di un obice.

de L’ESTOUBILLON Luigi, nato a Croisic (Loira Inferiore, Francia). Z. P., matr. 9870, il 10 febbraio 1870. Muore durante l’assedio di Roma, colpito dal nemico da un proiettile in fronte a villa Bonaparte il 20 settembre 1870.

DUCHER Emilio, nato a Felletin (Francia), il 7 dicembre 1845. Z. P., matr. 8065, il 10 ottobre 1868. Fu ferito gravemente all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, per arma da fuoco al ginocchio sinistro con frattura della rotula e penetrazione nella sierosa articolare. Muore in seguito alla gravità delle ferite all’ospedale militare di Roma il 1° ottobre 1870.

HOUBEN Alfonso, nato a Thorn (Olanda) 1 novembre 1845. Z. P. matr. 8998 il 19 agosto 1869; Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

JORG Giovanni, nato a Thorn (Olanda) il 16 agosto 1851. Z. P. matr. 8999, Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, alla gamba destra e alla tibia, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nel settembre del 1870.

LASSERRE Gustavo, nato a Saint-Sardos (Tarn-et-Garonne) il 15 ottobre 1845. Z. P., matr. 8083, il 17 ottobre 1868; caporale il 16 dicembre 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma, a porta Pia fu colpito al ginocchio destra che fu perforato da una pallottola. Morì all’ospedale militare di Roma il 5 ottobre 1870.

SOENENS Arrigo, nato a Moorslède (Belgio) il 2 ottobre 1836; Franco Belga matricola 654, 28 dicembre 1860; Z. P. 1 gennaio 1861; Liberato dal servizio 5 luglio 1863; Reingaggiato, matr. 1431, 10 febbraio 1864; liberato dal servizio 31 marzo 1867; reingaggiato, matr. giugno 1S67; liberato dal servizio, 23 dicembre 1869; reingaggiato matr. 10678, IS za-osto 1S70. Ferito gravemente nella difesa di porta Salaria, il XX settembre 1870, muore all’ospedale di Roma il 2 ottobre 1870 in seguito alle ferite riportate.

WOLFF Enrico, nato a Nymégue (Olanda), il 3 maggio 1840. Z. P., matr. 9510 1′ di-cembre 1869. All’assedio di Roma fu ferito mortalmente. Morì all’ospedale militare di Roma per le sue ferite nell’ottobre del 1870.

http://www.centrostudifederici.org/la-difesa-roma-del-20-settembre-caduti-pontifici/

Atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù

Segnalazione di don Ugo Carandino

Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblìo, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi prostrati dinanzi ai tuoi altari intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo tuo Cuore.

Ricordando però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.
E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata. Continua a leggere

Malgrado le divise e le spie numerose scritte blasfeme a Bologna

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzamadonna san luca
Comunicato n. 38/20 del 16 aprile 2020, Sant’Aniceto
 
Malgrado le divise e le spie numerose scritte blasfeme a Bologna
 
Malgrado l’imponente dispiegamento delle forze dell’ordine e gli informatori dei balconi per far rispettare le ordinanze governative – con interventi anche molto discutibili, che non hanno risparmiato alcune funzioni religiose – il porticato che conduce al santuario della Madonna di San Luca a Bologna è stato imbrattato per lunghi tratti da scritte volgari e blasfeme.
Per riparare l’offesa alla Beata Vergine Maria invitiamo a leggere la preghiera in Suo onore. Pubblichiamo anche il testo di Pio IX in occasione dell’incoronazione della sacra immagine. 
Il vergognoso episodio felsineo ci ricorda che finché le istituzioni non ritorneranno a riconoscere Cristo come Re delle Nazioni, andrà tutto male.
PREGHIERA ALLA BEATA VERGINE DI SAN LUCA 
O Vergine santissima, che nel segno della tua venerata Immagine, dal Monte della Guardia proteggi la nostra Città e tutta l’Arcidiocesi, rivolgi dal Cielo su noi il tuo sguardo di ma-terna bontà. Ai nostri fanciulli conserva l’innocenza del cuore, difendi e ravviva nel popolo bolognese la fede dei nostri padri, suscita anime generose che, ai no-stri giorni, con la preghiera e con le opere, affrettino l’avvento del Regno di Cristo. Veglia sulle nostre case, assisti le nostre famiglie, dona pace a tutte le genti. Benedici noi e i nostri Cari nella vita e nella morte. Fa’ che un giorno felice, come premio di rinnovato impegno cristiano, per i meriti del tuo Figlio Gesù, possiamo godere la gloria dell’eterna vita. Così sia.
 
DISCORSO PER L’INCORONAZIONE DELLA B.V. DI SAN LUCA DEL PAPA RE PIO IX, 1857
La tenera e sublime circostanza che riempie il vostro e il mio cuore di tanta allegrezza in sì bel giorno, m’ispira, o miei cari Bolognesi, íl desiderio di dirigervi alcune poche ma sostanziali parole. Ascoltate dunque con quella pietà e religione che è tutta propria di voi, o figli miei dilettissimi, e siate grati alla vostra amorosa Madre Chiesa santa, che procura sempre delle nuove consolazioni ai figli suoi.
Voi apprenderete subito accennarsi ora da me alla Incoronazione, che abbiamo fatta, io con le mie mani e voi con i vostri desideri e affetti, di questa augusta Immagine di Maria, che vi ricorda la Figlia dell’Eterno Padre, la Madre del Divin Figlio, la Sposa purissima dello Spirito Santo, la nostra Regina, la Madre nostra dolcissima.
Ma eccovi la gravità ed importanza delle parole, che m’interessa d’imprimere nel vostro cuore, ed in quello dei vostri figli e nipoti. Non sono semplici e sterili cerimonie i sacri riti della Chiesa, bensì sono essi fecondi e ripieni di grandi e utili significazioni; e queste tutte dirette al ravvicinamento della fede, ed al miglioramento del cristiano costume. Con un tal rito voglio dirvi, noi abbiamo stipulato con l’Immacolata gran Vergine un contratto! E cioè io, per me e per voi, ho pregato Maria, che siccome noi la incoroniamo qui in terra, così Ella voglia incoronarci poi tutti nell’eterna gloria del cielo.
Io ho una speranza fidente dolcissima, che questa Madre amorosa abbia accettata la mia preghiera; perché se Essa è la prescelta «ab aeterno» a inghirlandarsi delle corone che le tessono, tanto più vorrà Ella gradire una tal corona da voi, che siete di Lei veramente divoti, e riverenti e fedeli alla Chiesa del suo divin Figliuolo.
Sì, o Bolognesi amatissimi, vi è molta fede fra voi, ed io me ne compiaccio grandemente, e ringrazio il Signore. Ma riflettete che, specialmente ai giorni nostri, viene essa insidiata per ogni verso, e che dei nemici vi sono, i quali si adoperano con ogni sforzo, ed anzi raddoppiate ìl coraggio e la virtù per conservarla sempre più viva, e per difenderla ad ogni costo.
La Benedizione nostra apostolica vi conservi nei vostri cristiani propositi, vi difenda e conforti in tutti gli incontri di questa misera vita, e specialmente vi aiuti, difenda, e salvi quando consegnerete l’anima vostra al divin Giudice, cui sia onore e gloria ovunque per sempre ed in eterno.

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Malgrado le divise e le spie numerose scritte blasfeme a Bologna

XVII pellegrinaggio a piedi Osimo – Loreto

Prepariamoci al pellegrinaggio del mese di Maggio, mese mariano. Iscrivetevi direttamente alla mail indicata alla fine delle indicazioni:

XVII pellegrinaggio a piedi Osimo – Loreto

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Sabato 16 maggio e domenica 17 maggio 2020: XVII pellegrinaggio Osimo – Loreto
 
Sabato 16 maggio 2020
ore 14,00 – appuntamento a Osimo,
al parcheggio della chiesa San Carlo, in Via Molino Mensa, 1 (dal centro storico: direzione Macerata); sistemazione dei bagagli e inquadramento dei pellegrini. Si raccomanda la massima puntualità.
ore 15,00 – partenza a piedi;
– a Osimo venerazione del corpo di San Giuseppe da Copertino; sosta al santuario della B. V. Addolorata di Campocavallo;
– arrivo a Castelfidardo, distribuzione dei bagagli, sistemazione nelle camere, cena e pernottamento.
 
Domenica 17 maggio 2020
ore 7,45 – S. Messa.
ore 9,00 – colazione; sistemazione dei bagagli.
ore 9,45 – partenza;
– sosta al sacrario delle Crocette a Castelfidardo;
– arrivo a Loreto e pranzo al sacco.
ore 14,30 – processione alla basilica e preghiera nella Santa Casa di Loreto.
ore 16,00 – partenza del pullman per riportare i pellegrini a Osimo.
ore 16,30  – arrivo a Osimo e fine del pellegrinaggio.
 
Come raggiungere Osimo
– Per chi viaggia sull’autostrada A 14: uscire al casello di Ancona Sud-Osimo.
– Per chi viaggia in treno: scendere alla stazione ferroviaria di Osimo. In questo caso comunicare l’orario d’arrivo all’organizzazione, che provvederà a venire a prendere i pellegrini alla stazione. Per il viaggio di ritorno si invita a prendere il treno alla stazione di Loreto.
 
Modalità del pellegrinaggio
I pellegrini percorrono a piedi l’intero itinerario del pellegrinaggio (22 km), lasciando il sabato pomeriggio le automobili al parcheggio del San Carlo a Osimo.
La domenica pomeriggio da Loreto un pullman ricondurrà i pellegrini alle automobili.
Prima dell’inizio del pellegrinaggio i bagagli personali saranno caricati su un furgone che li trasporterà direttamente a Castelfidardo, nel luogo del pernottamento.
Durante il percorso i pellegrini in difficoltà potranno usufruire del servizio di alcuni pulmini.
Lungo il cammino i sacerdoti assicurano l’assistenza spirituale (recita del S. Rosario, canti, meditazioni, confessioni). Si raccomanda di non usare i telefonini durante la marcia.
 
I pasti
Cena di sabato sera: in una trattoria.
Colazione di domenica mattina: all’Hotel Parco a Castelfidardo.
Pranzo di domenica: pranzo al sacco alle porte di Loreto. Ogni pellegrino deve arrivare al pellegrinaggio con il necessario (cibo, bevande, posate, ecc.), l’organizzazione fornisce del pane fresco e dell’acqua.
Si consigliano inoltre bevande e alimenti energetici per la marcia e per le pause.
 
Attrezzatura e abbigliamento
I pellegrini devono portare:
– un bagaglio con gli effetti personali per pernottamento: si consiglia di mettere un’etichetta col proprio nome sui bagagli per facilitare lo smistamento;
– un bagaglio con il cibo e le bevande per il pranzo al sacco della Domenica.
Si consiglia di portare una borraccia e uno zainetto per la marcia, contenente il necessario in caso di pioggia, gli effetti personali, gli energetici, ecc.
Si consigliano delle scarpe comode e un copricapo per proteggersi dal sole.
Si invitano gli uomini ad evitare l’uso delle bermuda; si suggerisce alle signore e alle signorine l’uso delle gonne sotto le ginocchia e un velo o copricapo per le preghiere nelle chiese e per l’assistenza alla Santa Messa.
 
Pernottamento
I pellegrini pernottano in alcune strutture alberghiere a Castelfidardo. Sono disponibili camere da due o tre posti, divise per le donne e per gli uomini.
I partecipanti devono quindi adattarsi a dormine con altri pellegrini.
Ovviamente i nuclei familiari utilizzano la stessa camera.
I posti-letti sono limitati, quindi “chi primo arriva, bene alloggia”.
Per i ragazzi è possibile una sistemazione più economica.
Per mantenere lo spirito del pellegrinaggio e non disturbare gli altri partecipanti, i pellegrini sono invitati a rientrare nelle camere entro la mezzanotte.
 
Quota di partecipazione
La quota comprende: la camera d’albergo, la cena del sabato sera, la colazione della domenica mattina, l’uso della sala per il pranzo al sacco di domenica, il viaggio in pullman Loreto – Osimo al termine del pellegrinaggio.
Per gli adulti: 70,00 euro.
Per i bambini sino a 14 anni: 50,00 euro.
 
Chi avesse delle difficoltà economiche (studenti, famiglie numerose, ecc.)
non rinunci al pellegrinaggio: l’organizzazione potrà facilitare l’iscrizione.
Chi fosse impossibilitato a partecipare può inviare un’offerta
per contribuire alle spese organizzative e per favorire l’iscrizione delle persone più bisognose.
N.B. Le iscrizioni sono relative alle singole persone e non alle associazioni, si prega pertanto di non partecipare al pellegrinaggio con bandiere o magliette relative a gruppi particolari.
 
Versamento delle quote
– Prima del pellegrinaggio: versamento sul c.c. postale n. 51 17 99 27 intestato a:
Ass. Mater Boni Consilii Onlus – Casa San Pio X specificando: “Pellegrinaggio a Loreto”
(si prega di inviare per posta o per email la copia del versamento);
– oppure direttamente a Osimo mettendo la quota in una busta col nominativo del/i pellegrino/i da consegnare al sacerdote responsabile.
– Agli iscritti impossibilitati a partecipare verrà trattenuta una quota di 30,00.euro.
 
Le iscrizioni si devono effettuare UNICAMENTE alla Casa San Pio X ENTRO venerdì 8 maggio 2019:
Casa San Pio X – Via Sarzana n. 86 – 47822 San Martino dei Mulini (RN)
Tel.: 0541.758961
Posta elettronica: info.casasanpiox@gmail.com

Da http://www.centrostudifederici.org/xvii-pellegrinaggio-piedi-osimo-loreto/

Le stazioni quaresimali romane

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzastazioni quaresima

Le stazioni quaresimali romane

Placido Lugano, osb, “Le sacre stazioni romane nella Quaresima e l’ottava di Pasqua”, Centro Librario Sodalitium, pagg. 118, euro 10,00.
https://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/068

Introduzione: Le stazioni quaresimali in Roma 

Il sacro tempo della Quaresima, nella attuale disciplina della Chiesa e secondo lo spirito della sua liturgia, è un tempo di ritiro che ogni cristiano deve passare nella solitudine in unione col divin Redentore Gesù Cristo, attendendo alla penitenza ed alla mortificazione, segnatamente sotto la forma del digiuno, e a tutti gli esercizi della vita spirituale. Ha principio col mercoledì delle Ceneri, in cui la Chiesa invita i suoi figli a chinare la fronte sotto l’austera sentenza pronunziata nel paradiso da Dio contro l’uomo ribelle : Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai; e termina con la Veglia pasquale, in cui la risurrezione del Redentore viene a rallegrare le anime che hanno sofferto le volontarie privazioni della penitenza. La Quaresima prepara il popolo credente a commemorare la Passione di Gesù e a celebrare con Lui l’Alleluia della vittoria.

Istituita, la Quaresima, in memoria dei quaranta giorni di digiuno del Redentore, è dedicata in modo particolare alla penitenza, all’istruzione e alla predicazione. Le preghiere liturgiche della Quaresima parlano prevalentemente di digiuno e di mortificazione; ma, dopo la quarta settimana entrano a far menzione della Passione : perchè la sola mortificazione, fatta di penitenza e di astinenza, è degna preparazione a celebrare con animo purificato la memoria della Passione dell’Uomo-Dio, che caratterizza l’ultima quindicina della Quaresima. L’Epistola e il Vangelo contengono l’alimento spirituale per l’istruzione e la predicazione; le orazioni, implorando misericordia e perdono, muovono a far penitenza delle colpe commesse. Varie tracce restano tuttora nel Messale romano dell’antica disciplina relativa ai pubblici penitenti per la loro riconciliazione e di quella per i con-vertiti dal paganesimo (catecumeni), che si preparavano a ricevere la grazia del battesimo nella Veglia pasquale.

Il digiuno, una volta molto rigoroso nei giorni feriali della Quaresima, è ora assai mitigato dalla benignità della Chiesa. La legge del digiuno permette un solo pasto al giorno, ma non vieta di prendere un poco di cibo la mattina e la sera, osservando l’approvata consuetudine locale circa la qualità e la quantità dei cibi; come non vieta la promiscuità di carne e pesce nello stesso pasto e la commutazione della refezione della sera con il pranzo (Codice di diritto canonico, can. 1251, §§ 1-2). La legge dell’astinenza vieta l’uso delle carni e del brodo di carne, pur concedendo l’uso delle uova, dei latticini, del burro e di qualsivoglia condimento anche di grasso degli animali (can. 1250). Sono compresi nella legge del digiuno (salvo dispensa o legittimo impedimento) tutti i fedeli che hanno compiuto gli anni ventuno di età e non hanno principiato i sessanta; mentre sono tenuti alla legge dell’astinenza tutti quelli che hanno compiuto il settimo anno di età (can. 1254, §§ 1-2).

La rigida costumanza più antica, riguardo al digiuno, già incostante al tempo di sant’Agostino, trovava ancora frequente applicazione presso il popolo romano. Anzi in Roma, il digiuno quaresimale si accompagnava con le grandi ufficiature divine, che, per conseguenza, rivestivano in questo tempo un carattere austeramente penitenziale. Dall’antico linguaggio militare si prese il termine di stazione (statio), trasportandolo ad indicare l’adunanza dei fedeli in un luogo sacro determinato, dove il Papa, assistito dal suo clero, celebrava i divini misteri. Alla stazione militare andava congiunta la caserma (statio), dove si vigilava anche di notte, con un corpo di guardia per la vigilanza diurna. E alla stazione liturgica, specialmente quaresimale, s’accompagnò fin dall’origine il significato di vigilanza, di penitenza e di preghiera, fatta in comune. Tertulliano trovò giusto il paragone, perchè i cristiani sono la milizia di Dio. E sant’Ambrogio, nel paragonare i nostri digiuni alle mansioni del popolo israelitico, riconosce che anche noi dobbiamo laboriosamente fare il cammino di quaranta giorni, e fortificarci con la devozione dei digiuni quasi in altrettante fortezze: perchè per noi sono fortezze i digiuni che ci difendono dall’oppugnazione diabolica; e conchiude col dire: « Si chiamano stazioni, perchè, rinchiusi in esse, respingiamo le insidie dei nemici ».

La « stazione » faceva di ogni feria quaresimale una grande dimostrazione religiosa. A Roma, la liturgia offre il medesimo carattere di movimento e lo stesso colore locale, che assumevano i divini uffici celebrati a Gerusalemme, d’ordinario, di chiesa in chiesa. Le stazioni erano l’espressione dell’unità della liturgia, raggruppandosi clero e popolo, intorno alla persona del Pontefice, che celebrava i divini misteri e faceva spesso la predica. Col pellegrinare alle diverse chiese si mantennero vive le memorie del culto ai martiri nei singoli luoghi. In questo andare del servizio liturgico da uno in altro luogo, è da ravvisare un’analogia con le usanze di Gerusalemme, donde derivarono, come in germe, molte delle prescrizioni liturgiche romane. Al tempo di san Gregorio Magno la stazione importava la processione con le litanie e la Messa. Tutto il popolo romano vi era convocato, laici e sacerdoti. Lo stesso Pontefice, col suo corteo, vi interveniva. All’ora fissata, si raccoglievano tutti in una chiesa stabilita per l’adunata (colletta). Qui il Pontefice recitava l’orazione ad collectam, cioè l’orazione sul popolo adunato, faceva muovere la processione, preceduta dalla Croce stazionale, al canto delle litanie. Giunta alla chiesa designata per la stazione, il Pontefice celebrava solennemente la Messa, assistito dai suoi diaconi e suddiaconi e dai preti delle varie parrocchie (tituli) della città. D’ordinario, dopo la Messa, s’annunziava il luogo della stazione pel giorno seguente.

Ecco la nota delle Collette e delle Stazioni, ove in carattere neretto sono indicate le stazioni del gruppo più antico della liturgia quaresimale (le basiliche più venerate e di proporzioni più vaste); in carattere corsivo sono indicate le stazioni del secondo gruppo, aggiunte verso il secolo v, tra san Leone (+ 461) e san Gregorio (+ 604) (le chiese parrocchiali); e in carattere romano, le chiese stazionali del terzo gruppo, aggiunte nel secolo VIII da Gregorio II (+ 731) (le sette chiese designate per i giovedì che erano rimasti fino a quel tempo senza liturgia).

Il pio pellegrinaggio processionale percorreva litaniando le vie dell’Urbe facendo risuonare l’aria della voce implorante la misericordia e l’intercessione dei Santi. Nel tempio, le voci supplichevoli si stringevano intorno all’altare, sul quale il divin Redentore, sacerdote e vittima, rinnovava, nella persona del Pontefice, il sacrificio del Calvario, e sotto il quale giacevano venerate le reliquie dei martiri, testimoni invitti della fede e della verità cristiana. Chè, le palme dei martiri rappresentano propria-mente i trionfi del nostro principe Cristo, ed i martiri di Cristo, secondo la bella espressione ambrosiana, sono il vero tesoro della Chiesa.

Uno dei caratteri assunti dalle stazioni fu quello del trionfo della venerazione di chi aveva dato la vita per Cristo: anzi il culto degli eroi della fede, dei santi e dei martiri, ebbe notevole incremento dalle visite stazionali. Onde a ben comprendere la liturgia della Quaresima occorre tener presenti anche le ragioni agiografiche e non dimenticare le ragioni topografiche. E le indicazioni del Messale, che, fuori di Roma, possono sembrare soltanto un vestigio archeologico di usanze di tempi tramontati, furono in Roma, e lo sono tuttora, una realtà vivente. Le basiliche e le chiese, mèta del pellegrinaggio stazionale, sono sempre i trofei dei martiri più venerati. La moderna disciplina non è che la continuazione dell’antica. «E’ cosa buona e utile invocare supplichevolmente i servi di Dio, regnanti insieme con Cristo, e venerarne le reliquie e le immagini: ma prima di ogni altro tutti i fedeli onorino con filiale devozione la beatissima Vergine Maria» (can. 1276). E la visita stazionale reca il tributo dell’onore e l’incenso dell’amore filiale alla Madre di Dio nelle dorate basiliche della sua glorificazione, e il profumo della venerazione alle reliquie dei Martiri e dei Santi che impreziosiscono per l’immortalità le nostre chiese romane.

Il clero e il popolo, anche ai nostri tempi, rivivono le usanze antiche, benché alquanto modificate. Alti dignitari della Chiesa e personalità del laicato, monaci e popolo minuto si confondono insieme in un medesimo spirito di espiazione, di penitenza e di preghiera. E, rinnovando con devozione ogni anno queste sante osservanze, confidano di riuscire graditi a Dio e col corpo e con la mente.

Da

Le stazioni quaresimali romane

Le ruspe degli immigrati

Segnalazione del Centro Studi Federici

Le ruspe degli immigrati

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaruspe
Comunicato n. 5/20 del 15 gennaio 2020, San Mauro
 
Le ruspe degli immigrati 
 
In Terra Santa i discendenti degli immigrati sionisti distruggono le abitazioni della popolazione locale (anche cristiana).
Nel 2019 record di demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme est e nei Territori
 
Per gli attivisti di B’Tselem il governo israeliano ha abbattuto un numero “record” di abitazioni lo scorso anno. Dietro le demolizioni “misure punitive” e questioni legate ai “permessi di costruzione”. Migliaia di palestinesi, compresi i minorenni, sono rimasti senza casa. L’inasprimento delle politiche confermato anche da un rapporto Onu. 
 
Gerusalemme (AsiaNews) – Nel 2019 Israele ha demolito un numero “record” di abitazioni (palestinesi) a Gerusalemme est e anche il numero di case distrutte dagli stessi proprietari ha raggiunto un livello mai toccati prima. È quanto emerge da un rapporto, diffuso in questi giorni, dagli attivisti di B’Tselem, Ong israeliana che si batte contro l’occupazione nei territori palestinesi e protagonista in passato di scontri durissimi con il premier Benjamin Netanyahu. In aumento, afferma il documento, anche le case abbattute in tutta la Cisgiordania, sia per “questioni legate ai permessi di costruzione” che per “misure punitive”. 
Per i palestinesi Israele continua a usare il pretesto della sicurezza per abbattere abitazioni, espropriare terreni e perseguire la politica di espansione degli insediamenti lungo le strade che li collegano, impedendo di fatto la nascita di un futuro Stato unito. Essi sottolineano inoltre che la maggior parte degli edifici sorge in aree destinate al controllo dell’Autorità civile palestinese, in base agli accordi fra i due governi. 
Lo scorso anno Israele ha distrutto 265 strutture a Gerusalemme est. Secondo B’Tselem, le unità abitative andate distrutte sono 169 ed è il dato più alto dal 2004, quando l’ong ha iniziato a tenere il conto. Le demolizioni hanno lasciato senza casa 328 palestinesi, dei quali 182 erano minorenni. In 42 casi sono stati gli stessi proprietari a procede, per evitare di dover pagare i balzelli legati agli abbattimenti alla municipalità cittadina. 
A questi si aggiungono 96 strutture non abitative demolite, 13 delle quali dagli stessi proprietari.
“I palestinesi a Gerusalemme Est – spiano gli attivisti in una nota inviata ad AsiaNews – non hanno possibilità di scelta, se non costruire senza permessi quale diretta conseguenza delle politiche israeliane, che rendono di fatto impossibile il rilascio”. Israele “utilizza questa politica per perpetrare il proprio obiettivo di una maggioranza ebraica” nella città santa. E uno di questi modi, conclude la nota, è “rendere insostenibile la vita per i palestinesi residenti” con il proposito di “spingerli a lasciare le loro case, e almeno in apparenza per loro diretta volontà”. 
Dal 2004 al 2019 il comune di Gerusalemme ha demolito 978 unità abitative nel settore orientale, lasciando 3177 persone senza casa (1704 i minori). 
Per quanto concerne la Cisgiordania, Israele ha abbattuto 256 strutture. Di queste, almeno 106 erano  case. Un dato ben più elevato rispetto a quelli fatti registrare nel 2017 e nel 2018. Le demolizioni hanno lasciato 349 palestinesi senza casa, di cui 160 minori. Altre 150 strutture, non adibite ad abitazioni, sono state abbattute sempre lo scorso anno. 
Dal 2006, anno in cui l’ong ha iniziato l’attività di studio, ad oggi Israele ha raso al suolo circa 1525 unità abitative palestinesi in Cisgiordania, lasciando in mezzo a una strada 6660 persone di cui 3342 minori. A più riprese il governo israeliano ha promosso demolizioni e abbattimenti in comunità che rifiuta di riconoscere e che sono a rischio espulsione. Nello stesso periodo sono state cancellate 779 strutture non residenziali in Cisgiordania, fra le quali recinzioni, cisterne d’acqua, strade, depositi, strutture agricole, aziende ed edifici pubblici. 
L’inasprimento delle politiche repressive, confermato da un rapporto Onu che parla di un aumento del 45% rispetto al 2018, riguarda anche gli abbattimenti compiuti dai militari. Almeno 14 quelle cancellate dai soldati, frutto di “misure punitive” che hanno privato 36 persone (15 i minori) della loro casa. Lo scorso anno le abitazioni abbattute dai militari sono state nove; sette il precedente. 

Da http://www.centrostudifederici.org/le-ruspe-degli-immigrati/

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