L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

Condividi su:

di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

Come il Pentagono usa un programma segreto di guerre per procura

Condividi su:

di Nick Turse e Alice Speri

Piccole Squadre delle forze delle operazioni speciali statunitensi sono impegnate in un programma di guerra per procura di basso profilo su scala molto più ampia di quanto precedentemente noto, secondo documenti esclusivi e interviste con più di una dozzina di funzionari governativi attuali e precedenti.

Mentre The Intercept e altri organi di stampa hanno precedentemente riferito dell’uso da parte del Pentagono dell’istruzione segreta 127e in diversi paesi africani , un nuovo documento ottenuto attraverso il “Freedom of Information Act” offre la prima conferma ufficiale che almeno 14 programmi 127e erano attivi anche nel Medio Oriente e regione Asia-Pacifico nel 2020. In totale, tra il 2017 e il 2020, i comandi statunitensi hanno condotto almeno 23 programmi 127e separati in tutto il mondo.

Un altro ex alto funzionario della difesa, che ha chiesto l’anonimato per discutere di un programma riservato, ha confermato che una versione precedente del programma 127e era stata schierata anche in Iraq. Un programma 127e in Tunisia , nome in codice Obsidian Tower, che non è mai stata riconosciuta dal Pentagono o precedentemente identificata come un uso dell’autorità 127e, è risultata in un combattimento da parte delle forze statunitensi insieme a delegati locali nel 2017, secondo un’altra serie di documenti ottenuti da The Intercept. Un terzo documento, una nota segreta che è stata redatta e declassificata per la pubblicazione su The Intercept, fa luce sulle caratteristiche del programma, compreso l’uso dell’autorità per fornire accesso ad aree del mondo altrimenti inaccessibili anche alle truppe statunitensi più elitarie.

Guerra per procura globale

Le origini del programma 127e possono essere fatte risalire ai primi giorni della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, quando i commando e il personale della CIA cercarono di sostenere l’Alleanza del Nord afghana (il Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, conosciuto in Occidente anche come Alleanza del Nord) nella sua lotta contro i Talebani. Il Comando per le Operazioni Speciali dell’esercito si rese presto conto di non avere l’autorità per fornire pagamenti diretti ai suoi nuovi alleati e fu costretto a fare affidamento sui finanziamenti della CIA.

Questo ha spinti il Socom  a garantire la capacità di sostenere le forze straniere nelle cosiddette missioni, come corollario militare dell’uso da parte della CIA dei gruppi di miliziani. Conosciuta inizialmente come Sezione 1208, l’autorità è stata utilizzata anche nei primi anni dell’invasione dell’Iraq, secondo un ex alto funzionario della Difesa. Alla fine è stata inserita nella legge degli Stati Uniti sotto il titolo 10 § 127e del Codice degli Stati Uniti.

Il 127e è una delle numerose autorità praticamente sconosciute concesse al Dipartimento della Difesa dal Congresso negli ultimi due decenni, che consentono ai commando statunitensi di condurre operazioni ai margini della guerra e con una minima supervisione esterna. Mentre il 127e si concentra sull’”antiterrorismo”, altre autorità consentono alle forze d’élite – tra cui i Navy SEAL, i Berretti Verdi dell’Esercito e i Marine Raider – di condurre operazioni clandestine di intelligence e controspionaggio o di assistere forze straniere in guerre irregolari, principalmente nel contesto della cosiddetta competizione tra grandi potenze. In aprile, i vertici delle Operazioni Speciali hanno presentato un nuovo progetto di “Visione e Strategia” che sembra sostenere la continuazione del concetto di 127e, facendo leva su “partenariati per la condivisione degli oneri per raggiungere gli obiettivi con un livello di rischio accettabile”.

Il generale Richard D. Clarke, attuale comandante delle Operazioni Speciali, ha testimoniato al Congresso nel 2019 che i programmi 127e “hanno portato direttamente alla cattura o all’uccisione di migliaia di terroristi, hanno interrotto le reti e le attività terroristiche e hanno negato ai terroristi lo spazio operativo in un’ampia gamma di ambienti operativi, a una frazione del costo di altri programmi”.

Le affermazioni di Clarke non possono essere verificate. Un portavoce del SOCOM ha dichiarato a The Intercept che il comando non dispone di dati sulle persone catturate o uccise durante le missioni 127e. Non si sa nemmeno quante forze straniere e quanti civili siano stati uccisi in queste operazioni, ma un ex funzionario della difesa ha confermato a The Intercept che ci sono state vittime statunitensi, anche se tradizionalmente le truppe americane dovrebbero rimanere dietro “le ultime protezioni e coperture” durante le operazioni di un partner straniero.

I documenti ottenuti da The Intercept sottolineano l’importanza che tale autorità riveste, in particolare nel fornire agli operatori speciali statunitensi una via d’accesso a zone di difficile penetrazione. Secondo un memorandum, un programma 127e forniva “l’unico accesso fisico umano alle aree”, con i partner locali che “si concentravano sulla ricerca, gli attacchi e l’eliminazione” delle forze nemiche. Un altro programma 127e, rivolto ad Al Qaeda e ai suoi affiliati, ha permesso ai commando di allargare “il raggio d’azione ai rifugi precedentemente inaccessibili delle organizzazioni estremiste violente (VEO)”.

Alcuni documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act – FOIA sono così corposamente oscurati che è difficile identificare i Paesi in cui si sono svolti i programmi e le forze con cui gli Stati Uniti hanno collaborato. The Intercept ha precedentemente identificato il BIR, o Battaglione di Intervento Rapido, la famigerata unità militare camerunense con cui gli Stati Uniti hanno gestito un programma 127e. The Intercept ha ora identificato un’altra partnership precedentemente sconosciuta, la G2 Strike Force, o G2SF, un’unità speciale d’élite dell’esercito libanese con cui gli Stati Uniti hanno collaborato per colpire gli affiliati dell’ISIS e di Al Qaeda in Libano.

Votel ha confermato che il 127e in Libano aveva il nome in codice Lion Hunter. Ha anche confermato la presenza di programmi 127e precedentemente sconosciuti in Siria, Yemen, noto come Yukon Hunter, ed Egitto, nome in codice Enigma Hunter, dove le forze per le Operazioni Speciali statunitensi hanno collaborato con l’esercito egiziano per colpire i militanti dell’ISIS nella penisola del Sinai. Ha dichiarato che il capo dei servizi segreti militari egiziani ha fornito “un forte sostegno” a Enigma Hunter e che le truppe americane non hanno accompagnato i loro partner locali nei combattimenti, come è invece accaduto in altri Paesi africani.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di assistenza alle forze armate egiziane e libanesi, ma l’uso delle forze egiziane e libanesi come proxy per le missioni antiterrorismo statunitensi ha segnato uno sviluppo significativo in queste relazioni, hanno osservato diversi esperti.

Due esperti di sicurezza libanese hanno osservato che la G2SF è un’unità d’élite e segreta, incaricata per lo più di svolgere attività di intelligence, e che non sorprende che sia stata scelta per il programma 127e dalle Operazioni Speciali statunitensi, con le quali intratteneva già una forte relazione. Uno ha osservato che, a differenza di altri elementi delle forze di sicurezza del Paese, l’unità è “molto meno politicizzata”.

La situazione è più complessa in Egitto, dove l’esercito ha fatto per decenni affidamento su miliardi di dollari di assistenza alla sicurezza statunitense, ma resiste agli sforzi degli Stati Uniti di monitorare il modo in cui tale assistenza viene utilizzata.

Mentre il Sinai è soggetto a un blackout mediatico quasi totale, i gruppi per i diritti umani hanno documentato abusi diffusi da parte dell’esercito egiziano, tra cui “arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali e attacchi aerei e terrestri probabilmente illegali contro i civili”.

“Ci sono problemi legittimi nel fatto che gli Stati Uniti collaborino con alcune unità dell’esercito egiziano”, ha dichiarato Seth Binder, direttore dell’advocacy del Project on Middle East Democracy. “Amnesty e Human Rights Watch hanno documentato numerose violazioni dei diritti umani nel Sinai da parte dell’esercito egiziano. Sono le stesse unità con cui collaboriamo per portare avanti le operazioni? È una vera preoccupazione”.

L’ambasciata egiziana negli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta di commento, ma in una dichiarazione congiunta dello scorso autunno, funzionari statunitensi ed egiziani si sono impegnati a “discutere le migliori pratiche per ridurre i danni ai civili nelle operazioni militari” – una tacita ammissione che i danni ai civili rimangono un problema. Le richieste di interviste con le ambasciate di Iraq, Tunisia e Yemen, nonché con il Ministero della Difesa libanese, sono rimaste senza risposta.

Nessun controllo, nessuna supervisione

Sebbene i documenti ottenuti da The Intercept offrano indizi sulla portata e sui contorni del programma 127e, molto rimane sconosciuto sia al pubblico che ai membri del Congresso. I rapporti rilevanti richiesti dalla legge sono classificati a un livello tale da impedire alla maggior parte del personale del Congresso di accedervi. Un funzionario governativo che ha familiarità con il programma, e che ha richiesto l’anonimato per discuterne, ha stimato che solo una manciata di persone nei comitati dei servizi armati e dell’intelligence del Congresso leggono tali rapporti. Le commissioni affari esteri e relazioni del Congresso – anche se hanno la responsabilità primaria di decidere dove gli Stati Uniti sono in guerra e possono usare la forza – non li ricevono. E la maggior parte dei rappresentanti e del personale del Congresso che hanno l’autorizzazione ad accedere ai rapporti non sanno nemmeno come richiederli. “È vero che ogni membro del Congresso potrebbe leggere uno qualsiasi di questi rapporti, ma non sanno nemmeno che esistono”, ha aggiunto il funzionario governativo. “È stato progettato per impedire la supervisione”.

Ma non è solo il Congresso ad essere tenuto all’oscuro del programma: anche i funzionari del Dipartimento di Stato con le competenze necessarie sono spesso all’oscuro. Sebbene il 127e richieda l’approvazione del capo missione nel Paese in cui il programma viene attuato, raramente i diplomatici condividono informazioni dettagliate con i funzionari di Washington.

La mancanza di controllo a tutti i livelli del governo americano è in parte il risultato dell’estrema segretezza con cui i funzionari della Difesa hanno protetto la loro autorità sul programma – e delle scarse pressioni subite. “È lo Stato che non conosce quello che non sa, quindi non sa nemmeno cosa chiedere. Gli ambasciatori sono come impressionati da questi generali a quattro stelle che arrivano e dicono: ‘Se non ci lasciate fare questo, moriranno tutti’”, ha detto il funzionario governativo. Il Dipartimento della Difesa lo considera un programma piccolo, minuscolo, che non ha implicazioni di politica estera, e quindi: “Facciamolo e basta. Meno persone ci ostacolano, più è facile”.

Sarah Harrison, analista senior dell’International Crisis Group e in precedenza consigliere generale associato presso l’Office of General Counsel, International Affairs del Dipartimento della Difesa, ha fatto eco a questa valutazione. “L’HASC e il SASC sembrano contrari ad aumentare la supervisione della 127-echo. Non sono propensi a modificare lo statuto per rafforzare la supervisione dello Stato, né condividono adeguatamente i documenti relativi al programma con il personale [del Congresso]”, ha detto, usando gli acronimi della House Armed Services Committee e della Senate Armed Services Committee. “Può sembrare una questione arcinota e burocratica, ma è davvero importante per la supervisione del programma 127-echo e di tutti gli altri programmi gestiti in segreto”.

Questi programmi includono un’autorità, nota come Sezione 1202, che è apparsa per la prima volta nel National Defense Authorization Act del 2018 e fornisce “supporto a forze straniere, forze irregolari, gruppi o individui” che partecipano a guerre irregolari e sono esplicitamente focalizzate sui cosiddetti near-peer competitors. Il Congresso ha inoltre autorizzato il Segretario della Difesa a “spendere fino a 15.000.000 di dollari in qualsiasi anno fiscale per attività clandestine per qualsiasi scopo che il Segretario ritenga opportuno per preparare l’ambiente a operazioni di natura riservata” ai sensi del 10 USC § 127f, o “127 foxtrot”. L’autorità della sezione 1057 consente analogamente attività di intelligence e controspionaggio in risposta a minacce di “natura riservata, straordinaria o di emergenza”.

“Questa è stata la storia di molti programmi gestiti dal Dipartimento della Difesa”, ha dichiarato Stephen Semler, cofondatore del Security Policy Reform Institute, un think tank di politica estera statunitense sovvenzionato da associazioni civili. “La comunità delle Operazioni Speciali ama molto l’autonomia. Non amano la burocrazia, quindi inventano sempre delle autorità, cercando di trovare un modo per evitare che le loro operazioni vengano ritardate per qualsiasi motivo”.

“Il problema è che queste cose sono così normalizzate”, ha aggiunto. “Dovrebbe essere prestata maggiore attenzione a queste autorità di addestramento ed equipaggiamento, sia che si tratti di forze speciali che di forze regolari del Dipartimento della Difesa, perché è davvero una sorta di modo di vendere una guerra senza fine, senza troppe cerimonie”.

Traduzione a cura di Luciano Lago

Foto: Idee&Azione

7 agosto 2022 https://www.ideeazione.com/come-il-pentagono-usa-un-programma-segreto-di-guerre-per-procura/

La Cina oltrepassa il confine. Così ora circonda Taiwan

Condividi su:

Le tensioni tra Cina e Taiwan

Nella notte, la Cina ha superato la linea mediana dello Stretto di Taiwan. E arriva la risposta di Nancy Pelosi dal Giappone

 

Proseguono le tensioni del Pacifico tra Taiwan e Cina. In queste ultime ore, anche il Giappone è stato interessato dal lancio di cinque missili balistici del Dragone, nella sua Zona Economica Esclusiva. Immediata è stata la risposta delle istituzioni: il primo ministro parla di “grave problema che influisce sulla sicurezza nazionale“, schierandosi a sostegno della causa di Taipei, e confermando ancora una volta l’alleanza con gli Stati Uniti. Il lancio è avvenuto dopo che l’ambasciatore cinese in Giappone ha esortato Tokyo a dissociarsi dal sostegno a Taiwan ed alla visita di Nancy Pelosi a Taipei.

In queste ore, il primo ministro del Sol Levante, Fumio Kishida, ha ricevuto la presidente del Congresso americana, proprio per discutere delle tensioni tra Pechino e l’isola di Formosa. Pelosi cerca di smarcarsi, affermando come “la modifica dello status quo non fosse nelle sue intenzioni”. Allo stesso tempo, però, ricorda come gli Usa “non permetteranno l’isolamento di Taiwan”.

Insomma, in caso di invasione cinese, il messaggio implicito sembra chiaro: gli Stati Uniti saranno pronti ad agire direttamente a fianco di Taipei. E questa è anche la posizione del presidente Biden e del segretario di Stato, Anthony Blinken. Quest’ultimo, infatti, direttamente dall’East Asia Summit in Cambogia, ha parlato di “azione palesemente provocatoria” di Pechino, rimarcando il ruolo degli Stati Uniti “a fianco dei loro alleati e partner”.

La Cina continua a far paura

Il rischio di escalation rimane tremendamente alto. Nelle prime ore di questa mattina, esattamente alle 5 italiane, la Cina ha superato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, con “aerei e navi da guerra”, così come riferito dal ministro della Difesa taiwanese. L’azione provocatoria si instaura all’interno di un’isolamento totale dell’isola, da parte delle forze navali del Dragone, in sette punti differenti. E questo status, insieme alle quotidiane violazioni dello spazio aereo di Taipei, durerà almeno fino al 7 agosto, data in cui Pechino ha dichiarato la cessazione delle esercitazioni militari. Di sotto, ecco il posizionamento delle forze militari del Dragone, intorno alla “provincia cinese ribelle”.

Nel frattempo, sempre in queste ore notturne, Singapore ha disposto la cancellazione di tutti i voli da e per Taiwan, proprio a causa “della crescente restrizione dello spazio aereo”. E ancora: “La sicurezza del nostro staff e dei passeggeri sono la nostra priorità”, ha dichiarato il portavoce della compagnia aerea Airlines.

Matteo Milanesi, 5 agosto 2022

Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo

Condividi su:

di Gian Micalessin

Prima era un uomo solo al comando, ora è un uomo solo e basta. Più la guerra si prolunga e più Volodymyr Zelensky fa i conti con le divisioni di un’Ucraina che ha rinnegato Mosca, ma resta prigioniera della reciproca rete di connessioni, legami e infiltrazioni su cui si snoda sia il lavoro delle spie, sia la guerra per il controllo degli apparati di sicurezza interni. Da questo punto di vista la cacciata del capo dei Servizi di sicurezza interna (Sbu) Ivan Bakanov, incapace di prevenire le infiltrazioni russe, e del procuratore generale Iryna Venediktova, inadeguata a finalizzare le accuse di alto tradimento all’ex presidente Petro Poroshenko, rappresentano l’epilogo di una guerra intestina che ha eroso la credibilità di Zelensky. Anche perché Bakanov e la Venediktova rappresentavano il cerchio magico dell’attore-presidente.

Bakanov, amico d’infanzia e socio nelle produzioni televisive è stato, secondo i Pandora Papers, anche l’ideatore della rete di conti bancari con sede nei paradisi fiscali utilizzata da Zelensky per mettere al sicuro i finanziamenti degli oligarchi. Lo scontro in corso dietro le quinte di inchieste giudiziarie e azioni d’intelligence viene allo scoperto il 5 marzo quando un unità del Dipartimento di Controspionaggio dell’Sbu elimina il «banchiere» ucraino Denys Kireev. Dietro l’assassinio si celano le attività di un Kireev che oltre a lavorare per il Gur, l’intelligence militare di Kiev, mantiene ambigui rapporti con i russi e partecipa ai negoziati con Mosca del 28 febbraio in Bielorussia. Alle ambiguità di Kireev, considerato troppo vicino a Mosca, si aggiungono i retroscena dell’Operazione Speciale. Che, come suggerisce il nome, punta a prendere Kiev sfruttando non la forza militare ma le complicità di centinaia di agenti dell’Sbu. Un intreccio sventato non dall’inesperto Bakanov, ma dagli agenti dell’MI6 inglese.

Le «sviste» di Bakanov rappresentano il primo duro colpo alla credibilità del presidente. Non a caso Londra dopo aver scoperto i piani russi, taglia fuori Bakanov e inizia a coordinarsi con Oleksandr Poklad, capo del Controspionaggio dell’Sbu. Ed è proprio Poklad, detto lo «strangolatore» per i metodi poco ortodossi impiegati per reprimere i movimenti filo russi a Dniepro, a ordinare l’eliminazione di Kireev passando sopra la testa di Bakanov. Da quel momento l’autorità dell’ex socio di Zelensky diventa puramente formale. Anche perché all’eliminazione del banchiere-spia sospettato di lavorare per Mosca fanno seguito le indagini e le purghe interne all’Sbu che mostrano altre gravi sviste. Evidenziate dallo stesso Zelensky costretto domenica ad ammettere l’avvio di 651 inchieste sulle complicità con Mosca e l’individuazione di almeno 60 complici russi tra le fila dell’Sbu. Tra questi il Capo della Sicurezza Interna Anriy Maumov, fuggito all’estero prima dell’invasione e Serhiy Kryvoruchko, il generale a Capo del Direttorato Sbu di Kherson che il 24 febbraio ordina ai propri ufficiali di smobilitare la città. Mentre ieri il presidente ha annunciato il licenziamento di 28 funzionari del servizio di sicurezza.

Il tutto mentre il suo sottoposto Igohr Sadokhin segnala al nemico i campi minati e altri ufficiali dell’Sbu impediscono la distruzione del ponte Antonovskiv facilitando l’entrata delle truppe di Mosca e la conquista della città. Ma dietro la decisione di sacrificare Bakanov e Venediktova divampa uno scontro ancor più imbarazzante con i vertici delle forze armate, scoppiato ai primi di luglio quando il capo di Stato Maggiore generale Valery Zaluzhny ha puntato il dito contro il presidente colpevole di aver preteso la difesa ad oltranza di Severodonetsk e Lysychansk. Costata l’inutile sacrificio di migliaia di soldati.

Fonte: Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo | Destra.it

Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi: “Gazprom aumenta forniture in Italia del 71%“

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

Da 21 a 36 milioni di metri cubi

(ANSA) – ROMA, 21 LUG – Tornano ad aumentare le forniture del gas dalla Russia verso l’Italia, con una crescita rispetto al giorno precedente del 71,4%.

A comunicare il cambiamento del flusso è l’Eni sul proprio sito.

“Gazprom ha comunicato per la giornata di oggi la consegna di volumi di gas pari a circa 36 milioni di metri cubi, a fronte di consegne giornaliere pari a circa 21 milioni di metri cubi effettuate nei giorni scorsi – afferma la società energetica italiana –

E’  evidentemente il modo in cui Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi:  si unisce alla  notizia  di poche ore precedente: il Nord Stream 1 riapre dopo la manutenzione e torna con flusso regolare a fornire la Germania esattamente   come  prima.

“L’uso politico del gas da  parte di Putin”  di cui delirava Von der Leyen non si attua esercitando il ricatto della interruzione  “totale”   come ha ventilato lei,  ma  al contrario: attraverso l’abbondanza.

Ad attuare un taglio dei consumi – enorme, -15 per cento – è stata solo ieri  proprio la signora la Von der Leyen: razionamento “obbligatorio”, per la quale Ursula esige i pieni poteri dittatoriali: sarà la Commissione a decidere senza nemmeno consultare,  non si dice di far votare,- l’euro-parlamento.

Gas, piano d’emergenza Ue: verso taglio 15% consumi/ Von der Leyen vuole…

https://www.ilsussidiario.net/autori/silvana-palazzo/

Piano emergenza Ue gas: taglio 15% consumi per preservare forniture famiglie e settori essenziali. Von der Leyen…

La proposta di Putin significa   industrie  che restano aperte, posti di lavoro salvati,  riscaldamento invernale,  refrigerazione non interrotta e elettricità garantita.

La proposta della Kommissaria significa:  razionamento, interruzione della catena del freddo con spreco  di tonnellate di cibo andato a male,  industrie “energivore”  chiuse a comando e ad arbitrio del despota (questa sì quella no..),  disoccupazione, morti di freddo fame e miseria.

Putin   non ha di mira né gli italiani né i tedeschi ,  ma la UE: che  Gazprom, dando  con abbondanza,  rivela il vero  nemico e genocida dei suoi popoli.  Mi aspetto da parte del nemico UE reazioni …. che non riesco per il momento a immaginare: Bruxelles  ordinerà a  Eni   di stracciare il contratto che ha con Gazprom, e che – notiamo – come quello tedesco non è  mai cessato e è rimasto in vigore? Come giustificherà questa imposizione? Con la guerra in Ucraina  che “ci obbliga” ad  essere belligeranti?

Aspettiamo le mosse di Bruxelles e del governo Draghi, che resta   in carica “per gli affari correnti”

Allego Il discorso di Putin  alla sessione plenaria del forum “Le idee forti per i tempi nuovi”.

🔸 Il modello del dominio totale del cosiddetto miliardo d’oro è ingiusto. Ebbene, perché questo “miliardo d’oro” dell’intera popolazione del pianeta dovrebbe dominare tutti, imporre le proprie regole di condotta basate sull’illusione dell’esclusività?

🔸 Si ha l’impressione che l’Occidente semplicemente non possa offrire al mondo un proprio modello di futuro. Sì, certo, questo “miliardo d’oro” non è diventato “d’oro” per caso, ha ottenuto molto, ma ha preso posizione non solo grazie ad alcune idee implementate – in larga misura, ha preso posizione a causa della rapina di altri popoli sia in Asia che in Africa.

🔸 La sovranità è la libertà di sviluppo nazionale, e, quindi, di ogni persona individualmente: la fattibilità tecnologica, culturale, intellettuale, educativa dello Stato – ecco di cosa si tratta.

Fonte: МИД России ��

МИД России ��

� Владимир Путин принял участие в пленарном заседании форума «Сильные идеи для нового времени». Читать полност…

Testo del discorso completo: ASI forum Strong Ideas for a New Time

ASI forum Strong Ideas for a New Time

Vladimir Putin attended the plenary session of the forum Strong Ideas for a New Time organised by the autonomous…

Russia, Orban sferza l’Ue: “Con le sanzioni si è sparata nei polmoni”

Condividi su:

Chi paga le sanzioni?

 

“Le sanzioni non aiutano l’Ucraina né contribuiscono ad avvicinarsi alla fine della guerra, semmai la prolungano”. Così afferma Orban, premier ungherese, che è sempre stato critico sulle misure restrittive che l’Unione europea ha inflitto al Cremlino dopo l’invasione in Ucraina. 
“Inizialmente pensavo che ci fossimo solo sparati a un piede – afferma il primo ministro all’emittente Kossut Radio – ma ora è chiaro che l’economia europea si è sparata nei polmoni e ora fatica a respirare”. Parole dure quelle di Orban che vanno a inserirsi in un clima di emergenza economica che riguarda, ormai, tutto l’Occidente: “Le sanzioni sono dannose per l’economia europea e se continuano così, la uccideranno – insiste – Il momento della verità deve arrivare a Bruxelles, quando i leader ammetteranno di aver fatto un errore di calcolo, che la politica delle sanzioni era basata su presupposti sbagliati e non ha soddisfatto le aspettative riposte in essa”.

Non è l’unico a paventare questa ipotesi, già Biden nei giorni scorsi aveva affermato, in modo meno brutale e diretto, che probabilmente le aspettative riposte sull’Ucraina erano state troppo alte e che la continuazione della guerra era la prova che l’Occidente aveva sottovalutato la situazione.

Gli unici a tenere la barra dritta e a non indietreggiare di un millimetro sono proprio i rappresentati della Commissione Europea, che fanno sapere oggi di un nuovo pacchetto di sanzioni destinate alla Russia: “Il pacchetto ribadisce la determinazione della Commissione a proteggere la sicurezza alimentare in tutto il mondo”, si legge in una nota dell’Esecutivo Ue.
 Al contrario di quanto pensa Orban, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen afferma: “La brutale guerra della Russia contro l’Ucraina continua senza sosta. Pertanto, proponiamo oggi di rafforzare le nostre pesanti sanzioni dell’Ue contro il Cremlino, applicarle in modo più efficace ed estenderle fino a gennaio 2023. Mosca deve continuare a pagare un prezzo alto per la sua aggressione”.

Stando ai fatti, la domanda è questa: è davvero Mosca a pagare un caro prezzo o sono le economie europee a combattere una crisi economica senza precedenti? 
A rimarcare la decisione di sanzioni più dure nei confronti del Cremlino anche Joseph Borrel, Alto Rappresentante per gli affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Ue, che dichiara: “Le sanzioni dell’Ue sono due e pesanti e continuiamo a prendere di ira le persone che sono vicine a Putin e al Cremlino. Il pacchetto di oggi riflette il nostro approccio coordinato con i partner internazionali, in particolare il G7. Oltre a queste misure – fa sapere Borrell – presenterò altre proposte al Consiglio Ue, per inserire nuovi nomi nella lista delle persone ed entità a cui verranno congelati i beni e ridotta la possibilità di viaggiare”.

Bianca Leonardi, 15 luglio 2022

Gazprom non assicura la riapertura del gasdotto Nord Stream. A rischio le forniture europee!

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

Il colosso russo Gazprom afferma di non poter garantire il buon funzionamento del gasdotto Nord Stream. “Gazprom non è in possesso di alcun documento che indichi che Siemens è in grado di portare la turbina a gas per la stazione di compressione di Portovaya fuori dal Canada, dove è in riparazione. In queste circostanze non è possibile garantire il funzionamento sicuro della stazione di compressione di Portovaya, che è una struttura fondamentale per il gasdotto Nord Stream”, afferma la nota del gruppo controllato dal Cremlino. Il gasdotto è fermo per la manutenzione annuale dallo scorso 11 luglio e dovrebbe riaprire il prossimo 21 luglio ma Berlino teme che il ritorno alla normalità possa essere procrastinato da Mosca come arma di ricatto. In teoria la Russia potrebbe anche aumentare la quantità di gas inviata in Germania attraverso altri gasdotti ma sinora non lo ha fatto.
La condotta che collega le coste russe con quelle tedesche attraversando il mare del Nord ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno, è insomma una delle arterie vitali dell’infrastruttura energetica europea. A causa dello stop di questi giorni la Russia ha ridotto le forniture anche a Italia (del 30%) e all’Austria (- 70%). Per scongiurare l’incubo di una completa interruzione del gas russo la Germania è riuscita a ottenere lo “sblocco” delle turbine in riparazione in Canada che avrebbero potuto restare oltre oceano a causa delle sanzioni. Le turbine arriverebbero in Germania e dovrebbero poi essere traferite in Russia. Ora però Mosca afferma che i componenti potrebbero rimanere bloccate in territorio tedesco rendendo impossibile il ripristino del funzionamento della condotta. Uno stop al gas russo rischia di spingere l’Ue verso la recessione e di mettere in seria difficoltà operatori del settore. La settimana scorsa il gruppo tedesco Uniper (che compra gas russo e lo rivende ai suoi clienti tedeschi) ha chiesto un intervento di salvataggio al governo da 9 miliardi di euro.

La Turchia (paese della NATO) bombarda i cristiani in Siria

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Chiesa assira distrutta dalle bombe turche nel nord-est della Siria
 
Colpito il villaggio di Tel Tamr, gravi danni alla chiesa di Mar Sawa, già nel mirino dell’Isis nel 2015. Danni anche alle abitazioni e alle infrastrutture dell’area. Vescovo accusa: violenze frutto delle “ambizioni espansionistiche” di Ankara che vuole “svuotare la regione dei cristiani”. 
 
Damasco (AsiaNews) – L’esercito turco ha colpito il villaggio cristiano assiro di Tel Tamr, nel governatorato siriano di Hassaké, nel nord-est in un’area a maggioranza curda, distruggendo una chiesa (nella foto). Già in passato le operazioni militari oltre-confine sferrate da Ankara contro i curdi – almeno questa la motivazione ufficiale – avevano causato vittime e danni anche fra i cristiani in Siria e Iraq. Uno degli ultimi episodi risale ad aprile, quanto un raid lanciato nell’ambito dell’operazione di primavera “Claw Lock” ha causato una vittima fra i cristiani [un assiro di 26 anni di nome Zaya] e la distruzione di case e chiese. Ed è forte il timore che le politiche del presidente turco Recep Tayyip Erdogan possano provocare ulteriori danni e devastazioni. 
 
Attivisti e pagine social hanno rilanciato immagini e video dell’ultimo attacco contro i cristiani in Siria da parte dell’esercito turco, avvenuto il 30 maggio scorso nel silenzio dei media e della comunità internazionale. Secondo alcune testimonianze, le forze turche e fazioni siriane vicine ad Ankara del Syrian National Army (Sna) hanno colpito il villaggio di Tel Tamr, causando danni materiale alla chiesa di Mar Sawa, già nel 2015 colpita dai miliziani dello Stato islamico (SI, ex Isis) durante il sequestro di 250 cristiani dai villaggi di Khabur. 
 
Alcune fonti locali parlano di pesanti danni alle abitazioni, investite dal “bombardamento indiscriminato”. Colpita anche la rete elettrica della zona, oltre alla vegetazione e alle strade, alcune delle quali impraticabili. Mar Maurice Amseeh, arcivescovo siro-ortodosso di Jazira e dell’Eufrate, definisce le operazioni turche frutto di un “ambizioni espansioniste” oltre il confine, con lo “scopo” di “svuotare la regione dei cristiani”. Egli ha lanciato un appello perché le chiese – e i luoghi di culto in generale – siano risparmiami dal conflitto. 
 
Nel nord-est della Siria, nell’area che confina con Turchia e Iraq, si è registrato negli ultimi anni un progressivo svuotamento della componente cristiana, causato dalle violenze dei jihadisti dell’Isis prima e dall’esercito turco oggi. Le campagne di Tel Tamr, meglio noto come il bacino di Khabur, un tempo accoglievano più di 12mila persone distribuite su 32 villaggi. Secondo le stime attuali il numero è calato a circa un migliaio di persone. In queste settimane l’area è oggetto di pesanti e quotidiani bombardamenti dei turchi, che hanno alimentato ancor più il panico fra i residenti.
 
L’escalation militare giunge in un periodo di crescente malcontento tra i turchi per l’impennata del tasso di inflazione e l’aumento dei prezzi, in particolare per vitto e alloggio. Una operazione di primavera, come avvenuto in passato, era ampiamente preventivata anche dagli stessi membri del Pkk (il Partito curdo dei lavoratori), ma la sua portata è vista da molti come un tentativo di Erdogan – unito all’attivismo sul piano internazionale – di distrarre l’opinione pubblica dalle crescenti difficoltà economiche interne. Altri ancora pensano sia un modo per alimentare malanimo verso i curdi e il partito democratico filo-curdo Hdp, che lotta in questa fase contro una possibile chiusura per l’accusa di (presunti) legami col Pkk. In una nota un portavoce definisce “ipocrita” lanciare una offensiva contro civili nel Kurdistan mentre Ankara vuole mediare da protagonista la pace fra Mosca e Kiev, per guadagnare consenso interno e internazionale. 
 
 

Sanzioni Russia: l’UE stila il pacchetto più punitivo di sempre. Accordo UE-GB, veto sulle polizze delle navi russe

Condividi su:

di Aleksandra Georgieva

L’Unione Europea ha finalmente stillato i dettagli del sesto e più duro pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia. Dopo una partenza in salita i 27 Paesi Ue hanno trovato il compromesso “giusto” per mettere in difficoltà il motore dell’economia russa ovvero il comparto energetico.

Sanzioni Russia, i nuovi divieti

L’accordo firmato ieri dai 27 paesi europei include l’embargo al petrolio russo importato soltanto via mare ma non quello che scorre attraverso l’oleodotto “Druzhba”, venendo così incontro alle richieste di Ungheria e Repubblica Ceca.

In sostanza entro sei mesi, a partire da gennaio 2023, verranno bloccati circa due terzi dell’”oro nero” di Putin facendo crescere progressivamente la percentuale fino al 90%.

“Ora le sanzioni mordono forte l’economia russa”, ha commentato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen concludendo il Consiglio straordinario.

Nel sesto pacchetto di sanzioni inevitabilmente vengono accolte molte delle esigenze dell’ungherese Victor Orbán, a causa della forte dipendenza di Budapest dal greggio russo, pari a circa due terzi delle importazioni del paese.

Se l’embargo del greggio è stato il punto principale sul tavolo del sesto pacchetto di sanzioni UE contro la Russia, sono poi state inserite anche alcune novità per colpire la cerchia ristretta di Vladimir Putin e la sua propaganda di regime. Sberbank, il principale istituto bancario russo è stato escluso dal sistema Swift (che veicola le transizioni tra le banche).

L’ultimo pacchetto colpisce anche tre emittenti principali della Russia: Rossiya RTR/RTR Planeta, Rossiya 24 e TV Centre International.

È stato un Consiglio europeo un po’ lungo ma dei cui risultati possiamo essere soddisfatti”, ha detto il premier Mario Draghi in conferenza stampa. “L’accordo sulle sanzioni è stato un successo completo.”

Accordo UE-GB, stop alle polizze delle navi russe che trasportano greggio

Secondo quanto riporta il WSJ, l’UE e la Gran Bretagna hanno raggiunto anche un accordo per vietare le coperture assicurative delle navi russe che trasportano greggio. Il bando assicurativo rientra nell’ultimo pacchetto di sanzioni della UE contro Mosca nel tentativo di scombussolare ulteriormente l’economia russa. Il bando sulle polizze dovrebbe essere implementato nei prossimi sei mesi dando il tempo necessario agli stati specializzati nei noli come la Grecia e Cipro di adattarsi ai cambiamenti.

L’ultima mossa dei leader Europei di vietare le importazioni di petrolio via mare insieme al coinvolgimento del Regno Unito ed il bando sulle polizze rappresenta indubbiamente il colpo più duro nei confronti della Russia. Poche società sono disposte a noleggiare petroliere non assicurate. Ricordiamo che proprio questo tipo di blocco delle polizze ha frenato le esportazioni di greggio di Tehran, cercando di convincere il paese di rivedere i propri programmi nucleari.

L’ultima misura renderà difficile anche la rilocazione di Mosca anche verso il mercato Asiatico.

Secondo le previsioni degli organi di governo russo la produzione di petrolio diminuirà del 17% quest’anno a causa delle sanzioni dell’Occidente. Ciò rappresenta un problema di lungo termine per Mosca in quanto le infrastrutture del paese non sono adattate per rapidi e profondi tagli alla produzione.

Dietro la lavagna

Condividi su:

FUORI DAL CORO

di Toni Capuozzo

Ieri sera, nel collegamento con Quarta Repubblica, avevo alle spalle una vecchia lavagna, perché stavo in un’aula scolastica. Guardandola, mi tornava alla mente quella della mia classe elementare, e le volte che finivo per punizione nello stretto spazio tra il muro e la lavagna, cancellato al resto della classe. Castighi che non mi hanno indebolito, anzi. Ci finisco quasi sempre, ancora oggi e di nuovo ieri sera, dietro a una lavagna. Come da bambino, non funziona: avrei bisogno di essere convinto, non aggredito. E avrei bisogno di quella lealtà, perfino nella punizione, che alla maestra mancava.

1) Capezzone – fortuna che mi stima, figurarsi se fosse il contrario – mi accusa di aver parlato di “messinscena” sui massacri di Bucha. Sa che non è vero. Io ho posto domande e sollevato perplessità sui morti ripresi per strada, non sulle 300 e più vittime ritrovate nelle fosse comuni. Sa che ho posto delle domande:  forse irriguardose, forse più scomode di quelle che lui pone alla viceministro ucraina. Come mai quei morti, che addirittura sarebbero rimasti sull’asfalto per tre settimane, non erano stati sepolti ? Come mai il Corriere della Sera non aveva rivolto questa domanda al becchino di Bucha ? Come mai nessuno ci aveva detto dell’operazione di bonifica della squadra speciale ucraina chiamata Safari ? Come mai accanto ai poveri corpi mai sangue, né bossoli ? Come mai alcuni corpi avevano accanto razioni alimentari russe, e qualche volta dei bracciali bianchi ?  A queste e molte altre domande non è mai stata data risposta.

2) Matteo Renzi, con più gentilezza di Capezzone, mi attribuisce “neutralità”. Non l’ho mai detto. Ho detto che mi sarebbe piaciuto che  l’Italia si ricavasse un ruolo di mediatore, pur ovviamente condannando l’invasione, ma lasciando che a dare le armi fossero altri, come fanno senza lesinare americani e inglesi. Armi e mediazioni insieme,  è difficile.

3) La viceministra ucraina non ha risposto alle due domande due che le avevo posto, sulla legge di confisca beni e sul monito ai giornalisti che intendessero raccontare l’altra faccia della medaglia.
Detto questo, sto meglio dietro la lavagna che sui banchi di un’informazione che ha impiegato giorni a chiamare “resa” quella dell’Azovstal, perché “evacuazione” suonava meglio agli occhi della propaganda.  Per essere convinto senza insulti, slealtà, castighi, avrei bisogno di risposta ad altre domande, sulla corsa agli armamenti, sulla giustizia di guerra di entrambe le parti, sulle pachidermiche lentezze dell’Unione europea e sulla sveltezza della Nato.

Per essere chiaro amo l’Occidente, e ho sofferto la sconfitta afghana, pagata dalle donne. Ma non riesco a vedere dove ci porta questa nuova avventura, dopo quel disastro e i disastri libici e iracheni, somali e balcanici. Salvata l’Ucraina dalla resa (grazie agli ucraini e alle armi e alla intelligence americane), libera Kiev e libero Zelenskj e i suoi, non sarebbe ora di negoziare? O pensate sia troppo presto, che  Putin non sia abbastanza umiliato e punito ?  Il libro dei sogni prevede che Putin si ravveda, ritiri le truppe alla casella di partenza e l’Ucraina possa liberamente dedicarsi alla guerra civile del Donbass, iniziata nel 2014. Siccome non succede,  quanta guerra ancora ?  Avanti Crimea,  direbbero Capezzone e la viceministra, imbarazzata  dalle feroci domande dell’onorevole.

1 2 3 4 16