Dubbio a Sion: e se la Cina scende a fianco di Assad?

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di Maurizio Blondet

Il dubbio, anzi, è ancora più inquietante per Israele: “Stiamo assistendo alla nascita di un blocco militare eurasiatico per battere l’Armata di Conquista in Siria?”.   Tale è il titolo che fregia un’analisi di Christina Lin, metà taiwanese metà neocon, ricercatrice alla John Hopkins per le relazioni transatlantiche,   apparso sul Times of Israel, versione online.   La Lin è una studiosa già nota, autrice di un saggio su La Nuova via della Seta: la strategia della Cina nel Medio Oriente. Che la indica come una osservatrice, per conto dei sionisti, della politica cinese nel Mediterraneo. L’apparizione di navi da guerra di Pechino insieme a quelle russe davanti alle coste della Siria – un evento senza precedenti nella storia – deve aver fatto suonare parecchi campanelli d’allarme.

http://blogs.timesofisrael.com/is-a-eurasian-military-bloc-arising-to-combat-the-army-of-conquest-in-syria/

Già in un precedente saggio, il 15 maggio, la Lin aveva illustrato l’interesse diretto che Pechino ha a difendere il regime di Assad contro i jihadisti e wahabiti pagati dai sauditi e addestrati da turchi e americani, che lei chiama con affetto “l’Armata di Conquista” della Siria.

Per i cinesi la Turchia è un vecchio nemico: ne ebbe contro le feroci truppe durante la guerra di Corea, che i turchi combatterono per conto degli americani (1950-53) .

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Oggi, in quanto istigatrice e massima complice dell’aggressione takfira contro il regime di Assad, e che non nasconde le sue ambizioni espansioniste neo-ottomane, è un nemico pericoloso per un motivo ben fondato: può istigare una simile rivolta, e peggio, fra gli Uiguri, che abitano lo Xinjang, parlano turco e sono una minoranza musulmana (per modo di dire: di 150 milioni) che Pechino tiene sotto il tallone. Attraverso il “partito islamico del Turkestan” che è clandestino, ma che Ankara controlla. “Nel 1995 Erdogan, allora sindaco di Istanbul, ha dedicato una parte del parco della Moschea Blu a Isa Yusuf Alptekin, storico capo del movimento indipendentista dei musulmani in Cina. Poi, dopo la morte di Alpetkin in esilio in Turchia, sempre Erdogan, ha eretto un memoriale ai Sehitlerinin del Turkestan orientale, ossia ai martiri caduti nella “lotta per l’indipendenza”. Nel 2009, Erdogan ha chiamato “genocidio” la repressione della rivolta in Xinjang.

Adesso Pechino ha ragione di temere che – caduto Assad – torme di combattenti wahabiti si liberino, pronte per la nuova missione: una primavera araba nel cortile di casa. Tanto èiù che combattenti uighuri sono già operativi in Siria a farsi le ossa come guerriglieri: il 25 aprile scorso, la forza che ha sconfitto il piccolo esercito di Assad a Jisr al-Shughur era composta da affiliati di Al Nusra, da gente del Partito Islamico del Turkestan,   oltre che del gruppo uzbeko Imam Bujhari Jamaat. Continua a leggere

Analista capo dell’intelligence russa esce allo scoperto

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Risultati immagini per Analista capo dell’intelligence russa esce allo scopertoSegnalazione di Federico Prati

di Alexander Mercouris

L’anno scorso è stato l’anno in cui i capi dello spionaggio russo sono usciti dall’ombra. A novembre pubblicammo estratti di un’intervista concessa da Nikolai Patrushev, capo supremo dell’intero apparto di intelligence.

(Vedi http: russia-insider.com en military politics ukraine opinion )

Qualche settimana fa il colonnello generale Igor Sergun, capo del Direttorato Principale d’Intelligence Militare (GRU) dello Stato Maggiore delle forze armate russe ha dato una breve intervista nella quale ha pubblicamente collegato gli USA al terrorismo jihadista. (Vedi:  thesaker.is.the head of the GRU. accuses).

Ora è la volta del tenente generale Leonid Reshetnikov, direttore dell’Istituto Russo di Ricerca Strategica, il principale centro del governo russo per l’analisi della politica estera.
Che la Russia possegga un centro che si occupa di analisi di politica estera per il governo, e che questo sia connesso alla principale agenzia di intelligence per l’estero del paese, la SVR, non sorprenderà nessuno. Sia gli USA che la Gran Bretagna possiedono centri analoghi; negli USA è la Rand Corporation, in Gran Bretagna il Royal Institute of International Affairs (detto “Chatham House”). L’istituto russo sembra svolgere funzioni analoghe. Tuttavia, fino a tempi recenti la sua esistenza era stata mantenuta segreta. Di conseguenza ne sappiamo molto poco, sebbene pare che esso sia stato istituito nel 1992 e impieghi 200 analisti. Continua a leggere

USA = guerra permanente

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Segnalazione M.D.

Giorno della Memoria: Pregare per la pace mentre si guida una guerra globale. Come definite gli Usa?

“Ma è possibile pregare onestamente per la pace mentre il nostro paese, gli Stati Uniti, sono di gran lunga il numero uno al mondo nel dichiarare guerra, per la presenza militare, per spese militari e vendita di armi in tutto il mondo?”

Il Giorno della Memoria, in base a una legge federale, è un giorno di preghiera per la pace permanente, scive sull’edizione americana dell’Huffington Post Bill Quigley, professore di Legge all’Università Loyola di New Orleans . “Ma è possibile pregare onestamente per la pace mentre il nostro paese, gli Stati Uniti, sono di gran lunga il numero uno al mondo nel dichiarare guerra, per la presenza militare, per  spese militari e  vendita di armi in tutto il mondo?”
Guerra permanente
Iran (1980, 1987-1988), Libia (1981, 1986, 1989, 2011), Libano (1983), Kuwait (1991), Iraq (1991-2011, 2014-oggi), Somalia (1992-1993, 2007-oggi), Bosnia (1995), Saudi Arabia (1991, 1996), Afghanistan (1998, 2001- oggi), Sudan (1998), Kosovo (1999), Yemen (2000, 2002-oggi), Pakistan (2004-oggi) e ora la  Syria. In questo  emisfero, le forze armate statunitensi  hanno invaso  Grenada (1983) e Panama (1989) e hanno fatto sbarcare  20,000  soldati  ad  Haiti (1994).
La macchina da Guerra globale degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno 1,3 milioni di persone nelle forze armate e un altro milione  è di servizio nelle riserve militari. Gli Stati Uniti hanno oltre 700 basi militari in 63 paesi in tutto il mondo e vi impiegano oltre 255.000  dipendenti  militari. Il Dipartimento della Difesa  gestisce ufficialmente  555.000 edifici situati sulle 4.400 proprietà negli Stati Uniti e oltre 700 proprietà in tutto il mondo. Gli Stati Uniti hanno oltre 1.550 testate nucleari strategiche; oltre 13.000 velivoli militari; tantissimi sottomarini, molti dei quali trasportano armi nucleari: e 88 cacciatorpediniere.
Danni globali
Quasi 7.000 militari statunitensi sono morti come conseguenza delle guerre intraprese dagli Stati Uniti fin dal 2011. Fatto ugualmente importante, in Iraq oltre 216.000 combattenti, la maggior parte di loro, civili, sono morti fin dall’invasione del 2003. Nessuno ha neanche contato le morti dei civili in Afghanistan per i primi cinque anni della nostra guerra in quel paese. I nostri attacchi con i droni hanno ucciso centinaia di bambini e civili adulti in Pakistan e molti di più in Yemen.
Leader mondiale per le spese militari
Le spese militari degli Stati Uniti sono circa uguali al totale delle spese militari delle otto più grandi nazioni messe insieme, cioè, più di Cina, Russia, Arabia Saudita, Francia, Regno Unito, India and Germania messe insieme.
Fin dal’11 settembre le spese degli Stati Uniti per le forze armate sono ammontano ben  oltre 3 trilioni di dollari. I costi dei combattimenti diretti e della ricostruzione per le guerre in Afghanistan e in Iraq fin dall’11 settembre, sono costate ufficialmente ai contribuenti statunitensi, 1,6 trilioni di dollari, secondo il Servizio di Ricerca del Congresso. Altri miliardi  sono stati spesi per aumentare il bilancio del Pentagono, e per gli aumentati attuali e futuri benefici per la salute e la disabilità per i reduci.
Le forze armate statunitensi si prendono il 55% delle nostre spese nazionali discrezionali e le spese per i benefici per i reduci sono un altro 6%. Fin dall’11 settembre le spese militari sono aumentate del 50%, mentre altre spese discrezionali interne sono aumentate del 13%, secondo il Progetto Nazionale per le Priorità.
Grosse aziende che traggono profitti dalle guerre 
Con questi trilioni di dollari spesi per le guerre, ci sono anche legioni di grosse aziende che ne traggono profitto.
L’azienda che è al primo posto tra quelle che profittano delle guerre è laLockeed Martin, secondo il giornale USA Today, con vendite di armi annuali di 36 miliardi di dollari. Non c’è da meravigliarsi che la Lockheed Martin spenda oltre 14 milioni di dollari all’anno per fare pressioni sulle persone che prendono decisioni  suquanto denaro sarà speso per le armi e su quali armi saranno acquistate. Il loro amministratore delegato è pagato oltre 15 milioni di dollari, in base al loro rapporto sugli azionisti  del 2015; nel loro consiglio di amministrazione c’è James Ellis, un ex ammiraglio e comandante in capo del Comando aereo strategico degli Stati Uniti, che viene pagato oltre 277.000 dollari per suo lavoro part-time, e James Loy, ex Vice Segretario per la Difesa Nazionale che prende oltre 260.000 dollari per il suo lavoro part-time. La Lockheed riceve fondamentali contratti governativi che, in base a un calcolo ammontano a oltre 260 dollari che ogni famiglia paga per le tasse negli Stati Uniti. Hanno tali diritti, che un’indagine speciale condotta nel 2014 dal Dipartimento statunitense per l’Energia, ha scoperto che la Lockheed ha usato i fondi dei contribuenti per fare pressione per avere altri fondi di quel tipo.
Il numero due dei profittatori della guerra è la Boeing, con vendite annuali di armi di 31 miliardi. La Boeing spende oltre 16 milioni di dollari all’anno per fare pressioni a proprio favore. Il resto delle prime 10 grosse aziende che traggono profitto dalla guerra, comprendono i sistemi BAE, la General Dynamics, la Raytheon, l’EADS, Finmeccanica, la L-3 Communications e la United Technologies. Si possono far risalire i loro contributi a membri del Congresso.
Mentre la maggior parte del denaro ottenuto con il lobbismo è andato ai Repubblicani, tutti i mercanti di armi assumono i lobbisti che possono influenzare i  Democratici e i Repubblicani.
E questi profittatori della guerra non vendono armi soltanto al governo degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno venduto più di 26 milioni di dollari di armi a nazioni straniere e sono stati il numero uno per lungo tempo, sebbene di recente quel titolo abbia fatto avanti e indietro con la Russia.
Che cosa fare
Il 4 aprile 1967, nel suo famoso discorso nella chiesa di Riverside, Martin Luther King Jr. ha detto che il governo degli Stati Uniti è stato il principale responsabile della violenza nel mondo. Come reazione a questo, chiedevauna vera rivoluzione di valori. Questa rivoluzione ci invita a mettere in dubbio la correttezza e la giustizia di molte nostre politiche passate e presenti, compresa la guerra e il contrasto tra ricchezza e povertà nel nostro paese e in tutto il mondo.
Quando ha lasciato l’incarico, l’ex presidente e generale Dwight Eisenhower, ha avvertito i cittadini del crescente complesso militare-industriale. Ha visto l’influenza della macchina di guerra e ha esortato tutti i cittadini di stare all’erta e di costringere “l’enorme complesso industriale-militare” a rispondere alla democrazia e al desiderio di pace delle persone.
Che cosa dobbiamo fare? Per prima cosa dobbiamo apprendere i fatti e affrontare la verità che gli Stati Uniti sono i maggiori autori di guerra nel mondo. Secondo, dobbiamo impegnarci e organizzare gli altri per una vera rivoluzione di valori e affrontare le grosse aziende e i politici che continuano a spingere la nostra nazione in guerra e a gonfiare il bilancio militare con l’aria calda della perpetua  creazione della paura. Terzo, dobbiamo ammettere che il nostro paese ha fatto cose sbagliate e che dobbiamo fare ammenda della violenza che gli Stati Uniti hanno portato in tutti  i paesi di tutto il mondo. Quarto, dobbiamo ritirare le nostre forze armate da tutti gli altri paesi, ridurre  enormemente le nostre forze armate, e impegnarci  realmente a difendere il nostro paese. Quinto, dobbiamo lavorare per soluzioni pacifiche e giuste del conflitto, qui in patria e in tutto il mondo. Soltanto quando lavoriamo in vista del giorno in cui gli Stati Uniti non saranno più il paese leader mondiale delle guerre, avremo il diritto di pregare per la pace nel Giorno della Memoria.

Traduzione a cura di Maria Chiara Starace per Z Net Italy

Notizia del:

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DOSSIER: L’uccisione di Osama Bin Laden

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Segnalazione di www.nocensura.com

di SEYMOUR M. HERSH
lrb.co.uk

Sono passati quattro anni da quando un gruppo di Navy Seals statunitensi uccise Osama bin Laden in un raid notturno in un edificio di Abbottabad, in Pakistan. L’uccisione fu il momento più importante del primo mandato di Obama e un fattore importante per la sua rielezione. La Casa Bianca oggi continua a sostenere che la missione fu una questione tutta americana e che gli alti generali dell’esercito pachistano e l’agenzia Inter-Services Intelligence (ISI), non furono informati in anticipo del raid. Questo è falso, come lo sono molti altri elementi dell’amministrazione Obama. La storia della Casa Bianca potrebbe essere stata scritta da Lewis Carroll: bin Laden, obiettivo di una massiccia caccia all’uomo internazionale, davvero aveva deciso che una località turistica a 40 miglia da Islamabad sarebbe stata il posto più sicuro dove vivere e da cui coordinare le operazioni di al-Qaeda? Si nascondeva in campagna, ha detto l’America.

La bugia più eclatante è stata che due tra i più importanti leader militari pachistani – il Generale Ashfaq Parvez Kayani, capo del personale dell’esercito, e il generale Ahmed Shuja Pasha, direttore generale dell’ISI – non sono mai stati informati della missione statunitense. Questa rimane la posizione della Casa Bianca, nonostante una serie di rapporti che hanno sollevato diversi dubbi, tra cui uno di Carlotta Gall nel New York Times Magazine del 19 marzo del 2014. Gall, che è stata per dodici anni corrispondente del Times in Afghanistan, scrisse che le era stato detto da un ‘funzionario pachistano’ che Pasha era già a conoscenza del raid prima che bin Laden andasse ad Abbottabad. La cosa fu negata dai funzionari USA e pachistani, e si andò avanti. Nel suo libro Pakistan: Prima e dopo Osama (2012), Imtiaz Gul, direttore esecutivo del Centro per le ricerche e gli studi sulla sicurezza, un think tank di Islamabad, scrisse che aveva parlato con quattro agenti dei servizi segreti sotto copertura che – confermando un’opinione piuttosto condivisa – sostenevano che l’esercito pachistano era già a conoscenza dell’operazione. La questione fu nuovamente sollevata nel mese di febbraio, quando un generale in pensione, Asad Durrani, che era a capo dell’ISI nei primi anni ’90, disse a un intervistatore di al-Jazeera che era ‘molto probabile‘ che gli alti ufficiali dell’ ISI non sapessero dove era nascosto bin Laden, ‘ma era ancora più probabile invece che lo sapessero’. E l’idea è che, al momento opportuno, la sua posizione sarebbe stata rivelata. E il momento giusto sarebbe stato quando fosse stato possibile avere un’adeguata contropartita – se hai per le mani uno come Osama bin Laden, non lo consegni così su due piedi agli Stati Uniti.
Questa primavera ho contattato Durrani e l’ho informato in dettaglio di quello che avevo saputo sul raid di bin Laden da fonti statunitensi: che bin Laden era stato prigioniero dell’ ISI nel complesso di Abbottabad fin dal 2006; che Kayani e Pasha sapevano in anticipo del raid e avevano fatto in modo che i due elicotteri che trasportavano i Seals ad Abbottabad potessero attraversare lo spazio aereo pachistano senza far scattare alcun allarme; che la CIA non era a conoscenza di dove fosse bin Laden spiando i suoi corrieri, come ha dichiarato la Casa Bianca nel maggio 2011, ma lo seppe da un ex alto funzionario dell’intelligence pachistana che tradì il segreto in cambio di una ricompensa di una grossa parte dei 25 milioni dollari offerti dagli Stati Uniti, e che, mentre fu Obama a ordinare l’attacco e i Seals ad effettuarlo, molti altri dettagli della vicenda sono risultati falsi.Quando verrà alla luce questa nuova versione dei fatti – quando accadrà – la gente in Pakistan ve ne sarà tremendamente grata,‘ mi ha detto Durrani.  Continua a leggere

La Germania continua ad armare Israele

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

Il ministero della Difesa israeliano ha annunciato un accordo con la Thyssen Krupp del valore di 430 Ml di euro per la fornitura di 4 corvette leggere; l’acquisto sarà sovvenzionato per 115 ml dal Governo tedesco; la consegna è prevista entro i prossimi cinque anni.

Dan Harel, un alto funzionario israeliano, ha affermato che le navi miglioreranno sensibilmente la capacità della Marina di Israele, impegnata nel blocco di Gaza e nel controllo abusivo di una vasta area del Mediterraneo, nei cui fondali sono presenti notevoli giacimenti di gas, sfruttati illegalmente da Tel Aviv.

Berlino non è nuova a questi aiuti: dei 5 sommergibili classe Dolphin in servizio nella Marina israeliana, costruiti anch’essi dalla Thyssen Krupp e modificati per ospitare i missili da crociera Popeye Turbo Slcm con testata nucleare, i primi due sono stati finanziati per intero, il terzo e il quarto per la metà e il quinto per un terzo.

La Germania motiva le sue donazioni a Tel Aviv come espiazione dell’Olocausto nazista, ma non si cura dei crimini perpetrati da Israele con quegli aiuti, soprattutto nei confronti dei palestinesi sistematicamente massacrati e oppressi, avallando di fatto la teoria che esistano vittime di serie A, per cui si debba continuare a pagare in eterno, e vittime di serie B, prive d’importanza.

Fonte: http://www.ilfarosulmondo.it/la-germania-continua-ad-armare-israele/

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Che succede in Macedonia?

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Segnalazione FB di Alfio Krancic

di Giulietto Chiesa – 12/05/2015

Fonte: Megachip

Macedonia: una “guerra” per la creazione della “Repubblica d’Iliria”? Il commento di Giulietto Chiesa in coda all’articolo.

E’ di almeno 22 morti, tra cui otto poliziotti macedoni e 14 componenti di un gruppo armato di probabile origine albanese, guidato da 5 cittadini kosovari,e di 37 feriti, il bilancio degli scontri che si sono svolti a Kumanovo, cittadina, a maggioranza musulmana, situata nel nord della Macedonia, alla frontiera con Serbia e Kosovo, nel fine settimana appena trascorso. Ad oggi non sono confermate le voci che circolavano ieri sulla presenza di vittime civili. Le forze dell’ordine hanno rinvenuto un consistente arsenale negli stessi luoghi in cui sono avvenuti gli scontri a fuoco.

Il governo macedone ha proclamato due giorni di lutto nazionale per gli agenti uccisi mentre il presidente Gjorge Ivanov ha convocato un consiglio di sicurezza nazionale e invitato i capi dell’opposizione e il principale partito di etnia albanese a unirsi alle autorità contro la sfida terrorista. Al termine del consiglio, Ivanov ha dichiarato che “le forze di sicurezza macedoni hanno sventato una serie di attacchi terroristici coordinati in diverse località del paese che miravano a causare destabilizzazione, caos e paura”. Per il primo ministro Nikola Gruevski si tratta di uno dei “gruppi terroristi più pericolosi nei Balcani”.

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Il premio Nobel Pissarides: l’Europa affronterà uno squallido futuro

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Pissarides foto

Il premio Nobel e docente alla alla London School of Economics, Christopher Pissidares, è intervenuto a febbraio sul tema dello sviluppo nell’area euro in un convegno a Cipro. Il professore ha esordito affermando che la crisi non è un problema di mercato del lavoro , come ritengono i pezzi grossi dell’area euro come la Germania : “Non è una crisi di competitività o di flessibilità, ma di capacità di gestire una valuta quando vengono a cadere i fattori di ottimali”.

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Guerra in Yemen: preludio di un conflitto più ampio?

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Segnalazione Quelsi

myemenIn merito alla nave mercantile sequestrata i giorni scorsi dalla Marina Militare iraniana, il Governo di Teheran ha, tramite l’agenzia di stampa IRNA, comunicato che:”Secondo l’Organizzazione delle pubbliche relazioni dell’ufficio di navigazione e dei porti, il sequestro del natante è stato ordinato in base ad una denuncia presentata da una società privata denominata “Pars-Talaeeyeh Oil Products Company” contro Maersk Shipping Line che è stata condannata al risarcimento dei danni finanziari.
Nel quadro della legge e dei regolamenti nazionali e internazionali la sentenza del tribunale è stata notificata all’ufficio della navigazione e dei porti, in quanto organo nazionale di governo per gli affari marittimi che ha incaricato la guardia costiera ad operare il sequestro.

L’organizzazione governativa ha sottolineato che la questione è solo una causa legale e non ha nulla a che fare con questioni politiche”.
Questa la versione ufficiale di Teheran ma facendo un salto indietro, secondo fonti israeliane il mercantile imbarcava 34 marinai americani e persino il natante era americano. Inoltre sondando gli avvenimenti “bellici” accaduti pochi giorni prima del sequestro, si scopre quanto segue.

Tra le marine militari degli Stati Uniti e dell’Iran, lunedì notte, vi è stato un vero “faccia a faccia”, più precisamente, tra le navi di Teheran e la USS Theodore Roosevelt mentre, quest’ultima, era in navigazione verso il Golfo di Aden per unirsi alla forza navale americana composta da nove navi da guerra con la missione di intercettare eventuali navi iraniane che trasportano armi per i ribelli Houthi dello Yemen. La USS Roosevelt è stato spedita dal Golfo Persico per intercettare una flotta iraniana composta da 8-9 navi dirette verso il Golfo di Aden con forniture militari per i ribelli.

La Roosevelt è accompagnato da un cacciatorpediniere della marina militare e altre navi da guerra americane, tra cui l’incrociatore lanciamissili USS Normandy. Le navi da guerra degli Stati Uniti stanno portando delle squadre delle forze speciali in accordo con le risoluzioni delle Nazioni Unite.
L’arrivo della portaerei segna un l’alleanza attiva degli Stati Uniti con l’ Arabia Saudita e l’Egitto che è stato approntato intorno alle coste yemenite, sottolineando la volontà di Washington di prevenire qualsiasi tentativo da parte di navi da guerra iraniane di rompere il blocco navale, e svela il coinvolgimento degli Stati Uniti nel contrastare le forze ribelli sciiti in Yemen.
Il 10 aprile, fonti bene informate, hanno sollevato la possibilità di scontri tra la marina dell’ Arabia Saudita e dell’Iran, dopo che il portavoce dell’esercito saudita, Brigadiere Generale Ahmad Al-Assiri, ha avvertito: “navi iraniane hanno il diritto di essere presenti in acque internazionali, ma non sarà loro permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite”.
Lo stesso giorno, Washington ha annunciato che la US Air Force aveva cominciato le missioni di rifornimento aereo per le forze della coalizione che conducono attacchi aerei per arginare i progressi dei ribelli Houthi.

Lunedì 20 aprile l’ambasciatore saudita a Teheran è stato convocato al ministero degli Esteri iraniano al quale è stata presentata una formale protesta contro il governo di Riyadh a causa dei suoi bombardamenti aerei nel quartiere della capitale Sanaa vicino all’ambasciata iraniana. Non ci sono state vittime, ma l’edificio è stato danneggiato. L’Arabia Saudita ha dichiarato che il suo obiettivo era il più grande arsenale di armi Houthi nella città, che si trovava molto vicino all’ambasciata iraniana.
Questa protesta è stata indirettamente rivolta a Washington, in quanto anche gli Stati Uniti non hanno fatto mistero di fornire alla Saudi Air Force le informazioni di intelligence utili per i suoi attacchi contro gli sciiti yemeniti.

Intanto, poche ore fa, il vice comandante della Marina Militare iraniana, l’ ammiraglio Mahmoud Mousavi ha dichiarato che la 34a flotta sta pattugliando le acque dello Stretto di Bab Al-Mandab, sottolineando che la 34ma flotta, che comprende la nave logistica Bushehr e la fregata Alborz, per una missione di 90 giorni tra il Golfo di Aden e lo Stretto di Bab al-Mandab
Mousavi inoltre dichiarato che la missione è garantire la sicurezza delle navi iraniane che navigano in alto mare nel quadro delle azioni di prevenzione e sicurezza contro la pirateria.
Negli ultimi anni, Marina iraniana ha aumentato la sua presenza in acque internazionali per proteggere le rotte navali e garantire la sicurezza per le navi mercantili e petroliere.
In linea con gli sforzi internazionali contro la pirateria, la Marina iraniana sta anche conducendo pattugliamenti nel Golfo di Aden dal novembre 2008 al fine di salvaguardare le navi mercantili e le petroliere di proprietà, o in leasing, dell’Iran o di altri paesi.
Marina iraniana è riuscita a sventare diversi attacchi contro navi petroliere iraniane e di altre nazionalità durante le sue missioni in acque internazionali.

Nel frattempo il Pentagono, dopo aver fatto distruggere dall’aeronautica saudita il consolato russo a Sanaa, presso il quale operava l’intelligence iraniana di concerto con gli uomini dell’FSB che da sempre controllano lo Stretto di Bab Al-Mandab, stanno ammassando altre navi, e unità militari, nei pressi dell’isola di Masirah a largo delle coste dell’Oman e nei pressi dell’isola yemenita di Socotra, giusto all’imbocco del Golfo di Aden. Pare che Obama si stia preparando ad n vero e proprio “braccio di ferro” con Russia e Iran ma dagli esiti assai incerti.

Gian Giacomo William Faillace | aprile 30, 2015 alle 2:12 pm | Etichette: iran, usa, Yemen | Categorie: Israele, Medio Oriente e Islam | URL: http://wp.me/p3RTK9-9bs

Golpe in vista, gli Usa si preparano a rovesciare l’Ungheria

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Segnalazione di Federico Prati

Pubblicato da FRONTE DI LIBERAZIONE DAI BANCHIERI – CM in EUROPA

28 Gennaio 2015

Il clima è teso, a Budapest. Non è la prima volta che avvengono proteste contro il governo per le strade della capitale in cui tutti urlano in coro “Più democrazia!” e “Orban, vai via!”. L’ultima dimostrazione ha avuto luogo il 2 gennaio. La prossima è in programma per il 1° febbraio – il giorno della visita di Angela Merkel. Gli oppositori di Viktor Orban dicono di voler mostrare al cancelliere tedesco che gli ungheresi scelgono l’Europa e non l’Asia (intendendo la Russia). Continua a leggere

Tornano a rullare i tamburi di guerra nel Mediterraneo

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

 

 

PORTAAEREI

di Salvo Ardizzone

Le carte sono ormai tutte sul tavolo per un intervento militare in Libia; gli schieramenti sono già più che chiari e compattati: con il parlamento di Tripoli, sostenuto dalla coalizione “Alba”, stanno Turchia e Qatar; con quello di Tobruk (uscito dalle elezioni farsa e riconosciuto a livello internazionale), sostenuto dalla coalizione “Dignità”, stanno Egitto, Arabia Saudita e i suoi alleati, con dietro le lobby americane vicine al Golfo.

 

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