Gratteri: “Il virus è ossigeno per le mafie”

 

Epidemia, crisi economica e riemersione del fenomeno mafioso. Sembra questo l’assunto da cui partirà il dibattito (rigorosamente sul web) che il sindaco di Rubiera Emanuele Cavallaro ha organizzato assieme a Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, autori del saggio ‘Ossigeno Illegale’. Il giornalista Pierluigi Senatore dialogherà con i due autori, ma poi ci sarà anche spazio per eventuali domande dei partecipanti. L’evento rientra tra le azioni di Legalità & Cittadinanza responsabile, Progetto di pedagogia civica, promosso dall’amministrazione comunale di Rubiera. L’evento sarà in streaming su piattaforma web www.educativvu.it 

Per partecipare occorre registrarsi gratuitamente sul sito. Eventuali domande dei partecipanti dovranno essere inviate invece all’indirizzo mail info@caraco.it

Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, e Antonio Nicaso, docente universitario e storico delle organizzazioni criminali, raccontano come le mafie coglieranno l’occasione di questa crisi per fare attività di riciclaggio, crearsi nuovi spazi nell’economia e radicarsi nel settore agricolo, della logistica, della grande distribuzione, della finanza o in altri settori strategici per l’Italia.

Fonte: https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/il-virus-%C3%A8-ossigeno-per-le-mafie-1.5726013

Coronavirus, più morti in Italia che negli Usa. Stanno già scegliendo chi salvare

 

La gestione della pandemia è già fra le peggiori al mondo

Nell’ultimo mese i morti per coronavirus in Italia in rapporto al numero degli abitanti sono stati il doppio esatto di quelli registrati nei vituperati Stati Uniti di Donald Trump e superiori del 50% a quelli registrati nel Brasile di Bolsonaro. Peggio di Gran Bretagna, di Germania e di Francia e il solo caso così grave è stato quello della Spagna. Per capirci un mese fa l’Italia aveva registrato da inizio pandemia un morto ogni 1.654 abitanti e gli Stati Uniti a quella data un morto ogni 1.491 abitanti. A ieri il conteggio è questo: in Italia un morto ogni 1.422 abitanti e negli Stati Uniti un morto ogni 1.377 abitanti. Come si può vedere la propaganda la può fare chiunque, ma visto che il primo compito di ogni paese è cercare di salvare dalla pandemia quante più vite possibili la gestione della crisi da parte del governo di Giuseppe Conte è assai simile nei numeri negativi a quella americana: una delle più disastrose del mondo. Davanti ai 580 morti di ieri non si possono tacere più per amore di patria gli errori clamorosi di un governo che invece di chiedere scusa scarica le sue responsabilità sul popolo italiano che a suo dire avrebbe messo le ali al virus per i suoi comportamenti non virtuosi. Non è più tollerabile sentirlo: si guardino allo specchio Conte, i suoi ministri e l’esercito delle loro truppe di parlamentari e consulenti.

Siamo tornati allo stesso dramma delle prime settimane di marzo: negli ospedali di gran parte di Italia si decide preventivamente chi salvare e chi no, perché non c’è posto per tutti nelle terapie intensive né in quelle subintensive. Ogni giorno ci sono decine di morti che sarebbero stati evitabili e che sono dovuti alle balle raccontate sul rafforzamento della rete ospedaliera e dei posti di terapia intensiva. Non è vero che ci siano, e lo sapeva bene il comitato tecnico scientifico quando a fin e settembre nelle sue riunioni si è posto il problema chiedendo i dati- che non aveva- alla società italiana degli anestesisti e dei rianimatori. Furono loro a fare scandalo il 6 marzo scorso quando in documento fatto circolare fra i propri membri avevano fornito dei criteri per escludere dalle terapie salva-vita chi aveva poche possibilità di farcela. Non ci giriamo intorno: significava scegliere per un posto in terapia intensiva fra un numero di casi gravi solo quelli che avevano meno anni e meno acciacchi pregressi. Siamo di nuovo in quella stessa identica situazione: non arrivano in terapia intensiva molti ultraottantenni, e l’età sembra davvero lo sparti-acque più decisivo, perché se poi si vedono le cosiddette co-morbilità che riguardano gli indici di morbilità, la principale individuata nei rapporti del ministero della Salute è l’ipertensione, cioé la pressione alta che è comune a tantissimi anziani e che senza coronavirus avrebbe consentito loro di vivere ancora molti anni prendendo una pasticca. Non è un caso se quella stessa società degli anestesisti e rianimatori (la Siaarti) ha vergato a fin e ottobre un nuovo documento questa volta coinvolgendo i medici del Fnomceo con le istruzioni “etiche” da fornire a chi opera sul fronte del coronavirus in caso di drammatica scelta su chi salvare e chi no. “Coloro”, vi è scritto, “che non sono trattabili in modo intensivo, ovvero non sono eleggibili ad un trattamento intensivo a causa dell’improbabilità d’ottenere concreti, accettabili e duraturi benefici clinici, sono comunque presi in carico prestando loro le cure appropriate e proporzionate di cui vi sia disponibilità”. E ancora: “All’impossibilità di erogare un determinato trattamento sanitario in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, non può seguire l’abbandono terapeutico, dovendo il medico sempre provvedere, in considerazione della sua posizione di garanzia, a porre in atto le valutazioni e l’assistenza necessaria affinché l’eventuale progressione della patologia risulti il meno dolorosa possibile e soprattutto sia salvaguardata la dignità della persona, mediante un sostegno idoneo ad alleviarne le sofferenze fisiche, psichiche e spirituali”. Traduco nella realtà che purtroppo si sta sperimentando in molti ospedali italiani: entra un paziente ammalato di coronavirus molto anziano, non ci sono posti né ventilatori per tutti, e si sceglie. I ventilatori sono riservati a quelli che hanno più chance di farcela. Gli altri si provano a curare e in caso di crisi respiratoria si lasciano morire alleviando solo le sofferenze con uso abbondante della morfina.

E’ l’orrore in cui speravamo di non precipitare più. E invece ci siamo per esclusiva responsabilità di chi non ha governato lo stato di emergenza che aveva chiesto e si è nascosto dietro un paravento ripetuto fino alla nausea (“facciamo quello che dicono gli scienziati”), che è anche questo falso. Consiglierei a tutti la lettura dei verbali del Cts delle tre ultime sedute di settembre appena pubblicate. Perché smontano tonnellate di bugie dette da membri del governo, ad esempio sulla sicurezza delle scuole. “L’avvio dell’anno scolastico, seppure con attente misure di contenimento messe in atto”, scrive il Cts, “ha riportato in presenza più di 11 milioni di cittadini, fra alunni e lavoratori del mondo della scuola”, che diventavano 14 milioni con riapertura di asili e Università, e si aggiungevano al 50% di lavoratori della Pa in presenza e alla capienza del trasporto pubblico locale all’80%. “Come prevede l’OMS dopo ogni misura di rilascio è necessario attendere 14 giorni più il periodo di monitoraggio dei dati, per ottenere una valutazione esaustiva degli effetti sull’andamento della curva epidemica. Alla luce di queste considerazioni quindi è plausibile che non si riesca ad ottenere un quadro complessivo dell’impatto delle riaperture di settembre prima della fine del mese di ottobre. Il Cts rileva che ancora oggi la circolazione del virus Sars Cov 2 rimane elevata con situazioni locali che in alcuni casi destano particolare preoccupazione”. A fine ottobre dunque avremmo dovuto vedere gli effetti della riapertura delle scuole, e non quando Lucia Azzolina diceva sciocchezze a vanvera per tranquillizzare. E a fine ottobre quei numeri abbiamo visto.

 

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/11/11/news/coronavirus-morti-oggi-italia-lockdown-ospedali-pieni-medici-scelgono-chi-salvare-25194424/

Covid-19: gli errori da non ripetere, le lezioni da imparare

Intervista al dottor Stefano Manera, anestesista e rianimatore che ha lavorato come volontario nella terapia intensiva dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, uno dei più affollati da inizio emergenza.

di Valentina Bennati

È arrivata finalmente l’opportunità di intervistare il dottor Stefano Manera, è un bel po’ di tempo che lo inseguo ma, quando ne vale la pena, si aspetta con pazienza il momento giusto.

Medico specializzato in Anestesia e Rianimazione, Manera nei mesi di marzo e aprile di quest’anno ha prestato servizio in modo del tutto volontario come anestesista e rianimatore presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha lavorato nel reparto di rianimazione e ha contribuito ad allestire, avviare e condurre un reparto intensivo di 15 posti letto istituito per l’occasione dell’emergenza epidemica.

Dunque ha avuto modo di osservare con i suoi occhi e toccare con le sue mani la drammaticità di ciò che stava succedendo intorno a tutti noi.

Questa intervista è l’occasione per rivolgergli varie domande, parlare di ciò che è stato, ma anche della situazione che stiamo vivendo adesso, di ciò che sarebbe opportuno fare o evitare per tutelare davvero la nostra salute e quella dei nostri figli.

Dottor Manera, lo scorso 18 marzo, nella fase più critica dell’emergenza, Lei ha lasciato a Milano la Sua famiglia e si è trasferito a Bergamo, per offrire il suo aiuto come medico volontario all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Cosa l’ha spinta? In che situazione operavate voi medici? Ci sono state difficoltà legate a carenze logistiche o a carenze di approvvigionamento di farmaci e presidi?

“Sono partito per Bergamo come medico volontario rispondendo al bando di Regione Lombardia per l’arruolamento di medici da destinare agli ospedali e ai reparti di terapia intensiva, sono partito con la voglia di essere di aiuto e fare ciò che in realtà so fare: il mio lavoro di medico e rianimatore.

In quei giorni, nelle prime settimane, noi medici abbiamo lavorato con una grande tensione, i ricoveri erano tantissimi, continuavano ad arrivare pazienti e i nostri posti, anche se ampliati, erano limitati.

Era una situazione di tensione, di difficoltà e, all’inizio, anche di paura perché non sapevamo cosa fosse il Covid di cui tanto sentivamo parlare. Ricordo bene l’impatto emotivo del primo giorno, tuttavia poi, si sono creati dei bei rapporti tra medici, con gli infermieri e anche vere e proprie amicizie.

Ci sono stati, certo, anche momenti di grande difficoltà legati a carenze logistiche e di approvvigionamento.

Era molto complicato quando finivano i farmaci e i presidi perché a volte si doveva fare il giro delle sette chiese per recuperare un catetere o qualcos’altro che ci serviva, ma devo dire che le abbiamo superate tutte, noi rianimatori siamo resilienti, flessibili, siamo abituati a lavorare sempre al limite e ci sappiamo adattare molto bene alle situazioni, trovando sempre delle buone risorse.”

 

Qualcuno ha scritto che in rianimazione a Bergamo non tutti fossero positivi al tampone ma ci fossero anche casi negativi. Ho aspettato a lungo di intervistarla anche per chiarire questo punto non da poco, a mio avviso, visto che i numeri hanno avuto ed hanno un peso determinante in tutta questa storia. Dunque è vero che non tutti i ricoverati in terapia intensiva erano positivi al tampone? E, se sì, come è possibile? Il test non è affidabile o c’è un’altra spiegazione?

“Nelle rianimazioni Covid i pazienti non risultavano tutti positivi al tampone, sebbene la maggior parte lo fossero, poi abbiamo testato ovviamente anche gli antigeni che confermavano la positività.

Parliamo di marzo e aprile, periodo in cui i tamponi erano meno attendibili di quelli in uso oggi e c’era, effettivamente, la possibilità di avere diversi falsi negativi, ma la clinica che ci trovavamo davanti era sempre comunque molto netta e le immagini radiologiche erano inequivocabili: non poteva che essere Covid.

Poi avevamo la dimostrazione che le nostre cure funzionavano.

Quindi direi che la presenza dei tamponi falsi negativi all’interno dei reparti di rianimazione non ha rappresentato assolutamente un problema nei confronti della gestione clinica della malattia”.

 

Si è sentito dire che le autopsie sulle persone decedute siano state condotte quasi in segreto perché il Ministero della Salute aveva scoraggiato tale pratica, fu così che si è scoperta la vera causa di morte da Covid: non polmonite ma CID, coagulazione intravasale disseminata. Questa informazione che è circolata è corretta? Se le autopsie fossero state fatte fin da subito per ogni decesso (come indicato dalla Società italiana di Anatomia patologica in un documento diramato il 22 marzo) e le informazioni a riguardo fossero circolate prima, si sarebbe potuto evitare un numero così alto di decessi?

“La circolare 08/04/2020 del Ministero della Salute sconsigliava che le autopsie fossero condotte in ambienti non adeguati, cioè in sale autoptiche che non avessero requisiti di sicurezza specifici. Bergamo, Niguarda e l’Ospedale Sacco hanno questi requisiti di sicurezza, pertanto in questi ospedali venivano condotte, all’inizio in misura limitata per una difficoltà oggettiva.

La verità è che le autopsie sono state fatte fin dall’inizio ed è proprio così che è stata scoperta la causa principale di morte che è appunto la CID (la coagulazione intravasale disseminata).

I pazienti in realtà avevano sia la polmonite interstiziale, sia la CID, ma anche altre patologie perché presentavano insufficienza renale, endocarditi, miocarditi, danni neurologici, quindi la presentazione clinica era estremamente variegata.

Le autopsie sono state fatte fin da subito, la CID noi l’abbiamo capita molto presto e di conseguenza l’informazione che è circolata non è proprio corretta, è una narrazione un po’ mitologica del Covid di quei primi mesi: aver fatto le autopsie due settimane prima non avrebbe cambiato l’esito e i numeri in maniera sostanziale”.

 

Si è parlato di ‘terreno fertile’ per lo sviluppo delle conseguenze più gravi dell’infezione da Covid. Cosa avevano in comune i pazienti che sono andati incontro alle complicazioni più serie? Quanto ha influito sul numero dei malati e dei deceduti uno stato pregresso di infiammazione ?

“Oggi è cosa nota che il 95% dei pazienti positivi siano completamente asintomatici, il 5% invece si ammala; parte di questo 5% si ammala in modo grave e una parte ancora più piccola muore.

La mortalità è molto bassa, come è molto basso il numero della morbilità grave.

Generalmente i pazienti che si complicano sono quasi per la maggior parte persone con delle patologie pregresse su base infiammatoria come la sindrome metabolica, l’ipertensione arteriosa e le patologie autoimmuni.

Successivamente questo è cambiato e sono iniziate ad arrivare persone più giovani e poi anche persone con un’anamnesi completamente negativa, poche, ma ci sono anche loro.

Quindi è veramente un virus che può, in certi casi, cogliere alla sprovvista perché, in realtà, nessuno di noi sa quale sia effettivamente il proprio livello di salute, dato che viviamo in un mondo molto inquinato, respiriamo aria, beviamo acqua e mangiamo cibi spesso “avvelenati” quindi, sostanzialmente, nessuno di noi sa quale sia realmente il proprio livello di salute.

Questa purtroppo è la realtà dei fatti”.

 

Al di là del terreno individuale come mai, secondo lei, il nord Italia è stato così colpito? Eventuali altri fattori predisponenti o modalità errate nell’affrontare l’epidemia?

“Non ho idea. È ancora tutto da capire. Possono esserci tante concause: l’inquinamento, la densità demografica della regione, gli spostamenti intensi all’interno del territorio, la presenza di aeroporti internazionali come Malpensa e Orio al Serio. Questo aspetto però purtroppo è ancora qualcosa di poco noto.

Ci sono tante ipotesi da prendere in considerazione, ma nessuna certezza.

Il problema è anche stato quello di aver lasciato totalmente sguarnita e impreparata la medicina di territorio, aver lasciato i medici di base totalmente a loro stessi: si ammalavano, lasciavano i posti vacanti e i pazienti non potevano andare da nessuno, quindi si riversavano negli ospedali saturandoli.

Ma vanno considerati anche i tagli impressionanti alla sanità effettuati nel corso degli ultimi dieci anni, con favoritismi enormi e ingiustificati verso la sanità privata.

Questo impoverimento drammatico della sanità pubblica, purtroppo, ha portato a tutto questo. La scellerata condotta neoliberista applicata alla medicina ha portato a questo dramma”.

 

Il 24 aprile Lei e 32 colleghi, primo firmatario il prof Sestili, ordinario di farmacologia dell’Università di Urbino, scriveste un appello al ministro Speranza perché fosse incentivato l’utilizzo del desametasone in ambito extraospedaliero per frenare la famosa cascata infiammatoria riducendo l’aggravamento della malattia e di conseguenza il numero dei morti. Quell’appello è rimasto senza risposta ma, due mesi dopo, il Regno Unito annunciava al mondo intero che l’utilizzo di questo farmaco poteva avere un ruolo chiave nel salvare vite umane. Il 27 aprile Lei ha anche scritto una mail al Suo ordine di appartenenza rendendosi disponibile a contribuire ad un eventuale tavolo di lavoro per aiutare i colleghi impegnati sul fronte della cura a domicilio. Non solo questa mail è rimasta senza risposta, ma l’Ordine dei medici ha anche avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Come è andata a finire?

“Quello che lei dice è tutto vero, abbiamo scritto questa lettera indirizzata al ministro Speranza, ma è assolutamente caduta nel vuoto.

Successivamente un ampio studio dell’Università di Oxford, studio noto col nome di RECOVERY (Randomized Evaluation of COVid-19 ThERapY), ha dichiarato che l’utilizzo del desametasone in fase precoce può salvare molte vite: noi l’avevamo già detto, ma il nostro appello è stato totalmente inascoltato, gli inglesi sono arrivati due mesi dopo.

Come è andata a finire? Nessuno ci ha mai interpellato, ma ad un certo punto, in uno dei protocolli terapeutici dell’Istituto Superiore della Sanità, che sono assolutamente consultabili e alla portata di tutti, compare come indicazione verde il desametasone.

Questo è successo dopo quel famoso studio inglese.

Penso che almeno il Prof Piero Sestili, primo firmatario dell’appello, avrebbe dovuto ricevere una telefonata con delle scuse da parte di un ministro o del Presidente della Repubblica in un momento di così grave avversità per la Nazione.

Però nessuno l’ha fatto e questo riteniamo che dia veramente il polso della situazione. Non ci sono commenti da fare, se non fare i conti con tanta amarezza”.

 

Oggi cosa dice la clinica? Il Covid è cambiato? L’emergenza è mutata? Le persone possono vivere con più serenità o no?

“A fine settembre le avrei potuto rispondere di sì. Oggi, nel momento in cui le sto rilasciando l’intervista, non ne sono più così sicuro, si è attivata una seconda ondata, anche se per ora con toni decisamente minori rispetto a marzo e aprile.

Il Covid non è cambiato, la clinica ci dice che è esattamente lo stesso.

L’emergenza però è mutata perché lo sappiamo curare meglio, siamo più pronti, tanti medici adesso hanno capito, a differenza di marzo e aprile, che cosa devono fare, stanno agendo bene, c’è stata una gestione condivisa da tanti di noi.

Noi medici ci siamo attivati per fare “comunità” e redigere protocolli terapeutici per le fasi iniziali, cioè quelle più subdole e critiche.

Anche l’utilizzo nei luoghi affollati delle mascherine, sebbene possano avere un ruolo molto limitato, e il lavaggio delle mani, che è stato finalmente riscoperto, sono misure che hanno garantito che il virus si propagasse con più lentezza, ma gli ultimi giorni ci stanno dicendo che il virus è ripartito.

Sostanzialmente, le caratteristiche epidemiche in questo momento sono diverse rispetto a marzo e aprile, ma non sappiamo assolutamente cosa succederà nelle prossime settimane.

Io ragiono da medico e il mio lavoro è quello di curare le persone.

Ho già dei casi di Covid tra i miei pazienti e conoscenti che sto seguendo, quindi quello che dico a tutti in questo momento è: non facciamoci prendere dal panico, ma osserviamo realmente che cosa sta accadendo.

A noi medici clinici è richiesto questo: dire esattamente le cose come sono, senza pregiudizi, presunzione e preconcetti. In base alla nostra osservazione dobbiamo poter raccontare alle persone la verità, attraverso la fotografia del momento e, chiaramente, la nostra esperienza clinica ci deve portare ad una interpretazione ed eventualmente anche ad una previsione.

Lei mi ha chiesto se le persone possono vivere con maggiore serenità.

Rispondo affermativamente perché ci sono le cure, sappiamo curare meglio i pazienti e poi, lo ripeto, la mortalità da Covid è effettivamente molto bassa, così come bassa è la morbilità, quindi se le persone in questo momento adottano uno stile di vita congruo alla situazione attuale, cioè prestano attenzione, possono realmente vivere la situazione con una maggiore serenità, senza farsi prendere dal panico.

In questa fase l’attenzione è fondamentale: il 95% dei contagiati è asintomatico, ma chi può dire con certezza che non sarà incluso nel restante 5%?”

 

La comunicazione è importante e in questi mesi ha indubbiamente contribuito ad alimentare il panico tra le persone stimolando soprattutto ansia. Quali saranno, per quanto riguarda la salute, le conseguenze a medio e lungo termine? 

“Questa grande epidemia parallela di paura e di terrore avrà purtroppo delle conseguenze a lungo temine gravi e impegnative e che avranno effetti maggiori rispetto al virus stesso sia sugli adulti, che sui bambini.

Vediamo già adesso persone che non sono più centrate, ma sono completamente coinvolte nella dinamica della paura.

L’altra epidemia, purtroppo drammatica e anch’essa con conseguenze molto severe e di lunga durata, sarà quella economica”.

 

Alcuni suoi colleghi sostengono che con la mascherina si respira male e si può andare in ipercapnia con rischi di svenimento connessi e che intorno a bocca e naso si può creare una cappa di aria viziata e piena di microbi. Si è parlato, in particolare, anche di rischi dovuti all’utilizzo delle mascherine in età pediatrica. Lei è anche padre, oltre che medico, qual è il suo pensiero a riguardo? 

“Per quanto riguarda i bambini ritengo che l’utilizzo delle mascherine sia assolutamente sbagliato. Questo l’ho sempre detto. Un conto sono i ragazzini, ma i bambini proprio no.

I bambini si esprimono con la mimica facciale, con il pianto, con il sorriso, con il viso e con il contatto: togliere ai bambini questi aspetti significa limitare la loro espressione, il loro essere bambini, è qualcosa di profondo e grave.

I bambini hanno inoltre una fisiologia respiratoria caratteristica e l’utilizzo delle mascherine la influenza moltissimo, quindi i bambini non dovrebbero assolutamente indossare la mascherina, anche perché la sporcano mentre parlano, perdendo muco e la mascherina diventa quindi qualcosa di sudicio, un ricettacolo, un terreno di coltura per batteri opportunisti.

Come dice il prof. Donzelli, c’è il gravissimo rischio di inalare nuovamente i propri virus, quindi di aumentare e amplificare tantissimo la propria carica, questo succede anche per gli adulti.

Allora il mio pensiero in questo momento, e mi riallaccio a quello che dice il prof. Donzelli, è: sì alla mascherina nei luoghi chiusi e affollati, con persone a stretto contatto le une con le altre, no all’uso della mascherina all’aria aperta o per le vie della città, a meno che non ci si trovi in ambienti affollati.

Diversamente, indossare mascherine all’aperto, quando è possibile mantenere delle distanze adeguate, è assurdo e contrario a ogni conoscenza medica”.

 

Attualmente c’è un gran caos sul certificato medico per la riammissione a scuola degli studenti dopo un’assenza per malattia. Secondo il Presidente della  Federazione Italiana Medici Pediatri Paolo Biasci “Non c’è modo di distinguere un’influenza stagionale dal Covid, di conseguenza va eseguito sempre il tampone”. Dal Prof Zuccotti, direttore della Cinica pediatrica dell’ospedale Buzzi di Milano, invece, è arrivato l’avvertimento che l’abuso di tamponi sta facendo danni ai bambini. Davvero per un pediatra non è possibile distinguere tra i sintomi di una normale influenza e Covid? I test salivari potrebbero rappresentare una soluzione efficace e indolore?

“I sintomi iniziali dell’influenza e del Covid sono totalmente indistinguibili, soprattutto nei bambini, e pertanto è molto difficile poter fare una diagnosi differenziale, bisogna affinare molto l’osservazione.

Per evitare un numero esagerato di tamponi ai bambini, già molto tempo fa avevamo proposto di praticare un periodo di quarantena di 10 giorni. Se il bambino, alla fine di questo periodo, non ha febbre né sintomi di alcun tipo, si può considerare che non ha più una carica virale elevata, e quindi non è più infettante ed è guarito, di conseguenza, è possibile evitare di eseguire il tampone.

Questo oggi è stato messo in pratica ed io concordo in pieno con questa condotta.

Sono assolutamente d’accordo anche con il prof. Zuccotti quando ha dichiarato che siamo in presenza di un vero e proprio abuso di tamponi, ma qui purtroppo, da un lato ci troviamo di fronte alla medicina difensiva e dall’altro, ci sono tanti colleghi che sono molto impauriti e hanno perso, in questo momento, la capacità di ragionamento. Molti, ma non tutti.

I test salivari potrebbero essere certamente una soluzione efficace e indolore”.

 

L’utilizzo dei gel disinfettanti può essere pericoloso alla lunga per il microbiota cutaneo? Al di là di un buon lavaggio delle mani con acqua e sapone, ci sono alternative ugualmente efficaci e migliori? 

“Sì, l’utilizzo dei gel disinfettanti può alla lunga essere pericoloso per il microbiota cutaneo.

Sono assolutamente contrario che i bambini usino gel idroalcolici.

La pelle giovane dei bambini si può danneggiare, possono comparire eczemi, ragadi, dermatiti e questo è sicuramente un problema.

Un buon lavaggio con acqua e sapone è la cosa migliore. Inoltre usare gel idroalcolici è totalmente inutile perché i bambini si toccano continuamente gli occhi, la bocca e la mascherina, così che le mani sono come prima di aver messo il gel.

Il gel può essere usato dagli adulti che hanno un’accortezza maggiore, ma soprattutto va usato in ambiente ospedaliero dove poi comunque si indossano i guanti, ma lì è un altro discorso”.

 

Parliamo di prevenzione. I dati presentati in una delle sessioni di apertura del Congresso europeo e internazionale sull’obesità di quest’anno (ECOICO 2020), hanno mostrato la chiara relazione tra l’obesità e la gravità della malattia COVID-19. Dunque è sempre più evidente che, alla base, c’è un precario stato di salute (pregresso al virus) e che, forse, sarebbe opportuno fare informazione per cambiare lo stile di vita e di alimentazione, piuttosto che far credere che distanziamento, mascherine, test, tamponi, vaccini e quarantene possano salvarci. Invece il martellamento dei media è stato, e continua ad essere, su questi argomenti piuttosto che su un approccio più salutogenico.  Almeno questa è la mia opinione. Qual è la Sua dottore?

“Cambiare stile di vita e alimentazione è fondamentale, sono coautore di un libro che parla proprio di prevenzione e ne sto scrivendo uno da solo sempre su questa tematica.

Dobbiamo tornare a fare una medicina realmente preventiva. Se vogliamo innalzare il livello di salute, l’unica possibilità che abbiamo è quella di garantire un terreno che non sia inquinato e che sia il meno possibile suscettibile alle infezioni.

Lavorare sulla prevenzione non è qualcosa in più, ma qualcosa che deve essere considerato primario”.

 

Inevitabilmente in questi prossimi mesi anche una sintomatologia banale creerà un grosso allarme. Quali sono i suoi consigli per fare una buona prevenzione e migliorare l’immunocompetenza di adulti e bambini? 

“Innanzitutto rivolgersi a dei medici che parlino questo linguaggio, che conoscano il problema e ci lavorino quotidianamente.

Ogni persona ha bisogno della propria prevenzione, come della propria medicina.

La prevenzione deve essere individualizzata sulla persona, non si possono dare protocolli generalizzati, il grosso del lavoro deve essere fatto sempre con il paziente di fronte per capire quali sono le sue esigenze e se deve apportare correzioni al proprio stile di vita perché, molto spesso, si deve fare proprio questo.

Pertanto ogni paziente avrà una sorta di piano terapeutico differente.

Ovviamente l’alimentazione è fondamentale per tutti, è necessario avere un’alimentazione disinfiammante che significa: non consumare cibo industriale e raffinato, eliminare le farine raffinate, ridurre il consumo di glutine, ridurre, se non azzerare, il consumo di latte vaccino e  derivati, quindi ridurre anche l’introito di caseina. Dovremo azzerare il consumo di zuccheri. Mangiare molta frutta e verdura biologica, viva e vitale, a chilometro zero vero e certificato. Dovremo lavorare sul nostro intestino per renderlo sano, perché è lì che si generano la maggior parte delle  malattie.

Dovremo lavorare con una terapia probiotica individualizzata, specifica per le singole esigenze.

Dovremo disinfiammare anche con prodotti specifici, come ad esempio la lattoferrina che funziona molto bene o altri prodotti che vanno ad integrare la dieta, ma che hanno anche un ruolo molto importante da questo punto di vista.

Anche lo stimolo attraverso le citochine come insegna la cosiddetta Medicina di Segnale può essere estremamente funzionale per far trovare il nostro sistema immunitario più pronto a fronteggiare un’eventuale infezione e, soprattutto,  meno incline a sviluppare le famigerate cascate citochiniche che generano malattia”.

 

RingraziandoLa per la Sua disponibilità, un’ultima domanda per chiudere questa intervista, Dottor Manera. In questa vicenda durissima che ci sta coinvolgendo tutti ormai da tanto (troppo) tempo, quali sono, secondo lei, le lezioni da imparare e quali gli errori da non rifare? 

“Gli errori da non rifare sono prevalentemente quelli soprattutto legati alla distruzione della medicina del territorio, ma purtroppo questi mesi sembrano non aver insegnato nulla perché ci ritroviamo di fronte ad una medicina del territorio che è ancora molto impaurita e sguarnita.

Gli errori da non rifare sono anche quelli di non considerare la medicina preventiva che, invece, è fondamentale.

Errori sono anche quelli che hanno portato a non considerare anche le voci non ufficiali, le voci non sempre istituzionali che però, magari, hanno anche loro qualcosa di importante da dire e non necessariamente sciocchezze come erroneamente si presume.

La lezione da imparare è che bisogna tornare a una medicina della persona, questa epidemia ce lo sta chiedendo.

Bisogna tornare a una Medicina illuminata che accetti il dialogo, la critica, il confronto, che accetti anche pareri diversi, mettendoli insieme.

Si deve tornare a vedere l’uomo nella sua centralità e non il profitto, non i numeri, non il budget.

La Medicina deve tornare a curare la persona, il medico deve tornare a praticare l’Arte Medica che è l’arte lunga, come la definì lo stesso Ippocrate, Medicina come arte che ascolta.

La Medicina non è una scienza, è un insieme di scienze, è una procedura scientifica, la Medicina è prevalentemente ascolto.

O torniamo a questo tipo di Medicina o altrimenti non saremo più in grado di curare le persone, i medici saranno solo dei professionisti tecnici, molto preparati, ma allontanati definitivamente dal piano umano.

E questa sarebbe sostanzialmente una condanna a morte per la Medicina”.

FONTE: https://valentinabennati.it/covid-19-gli-errori-da-non-ripetere-le-lezioni-da-imparare-2/

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Studio Usa: come trasformare gli asintomatici in malati? Con le mascherine

 

di Antonio Amorosi – – Le mascherine, oltre al chiuso, dove è più difficile rispettare il distanziamento fisico, sono obbligatorie anche all’aperto, almeno in Italia. Ma sono davvero fake news le notizie che sostengano che alla lunga facciano male? Che molte volte sono delle false protezioni? Che vadano usate lo stretto necessario? Che all’aperto siano deleterie? E che la vera protezione sia il distanziamento fisico? Tutti problemi apparentemente distinti ma che potrebbero avere più di un nesso.

Se è vero che le mascherine per il viso hanno salvato tante vite durante la pandemia di Coronavirus (le fp2 e le fp3, principalmente, che non a caso sono quelle utilizzare nei presidi ospedalieri) poca attenzione viene prestata sugli effetti collaterali che procurano. Anche le mascherine andrebbero usate con parsimonia, non sono caramelle.

Un recente lavoro della rivista Nature spiega che le mascherine N95 (compatibili con le le nostre fp2-fp3) bloccano un ingresso di agenti per 90-95% e che un team di ricerca internazionale stima che le maschere in tessuto chirurgiche e comparabili siano efficaci nel proteggere chi le indossa per il 67%.

Nella discussione si è inserito il dottor Alberto Donzelli, specialista in igiene e medicina preventiva, ex direttore SC Educazione alla Appropriatezza ed Evidence Based Medicine ASL Milano, per 3 anni è stato al Consiglio superiore di Sanità (organo di consulenza tecnica e scientifica del Ministero della salute italiano), oggi nel CdA e Comitato Scientifico della Fondazione Allineare Sanità e Salute.

Donzelli è un esperto di valutazioni comparative di efficacia, di sicurezza e sul rapporto costo-efficacia delle tecnologie sanitarie in uso nelle cure primarie. Ha scritto anche uno studio pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione, rivista dell’associazione italiana di epidemiologia dove spiega come siano “molto sottovalutati”…”gli effetti collaterali”…“sull’uso di mascherine in comunità” e poco si discuta sui “possibili pericoli per chi le indossi a lungo”.

Per il dottore bisogna agire “evitando anche per quanto possibile usi prolungati/continuativi di mascherine all’aperto”.

“Con l’uso della mascherina cosa succede nei polmoni di una persona?”, si chiede Donzelli in un video (che potete vedere alla fine dell’articolo). “Il 95% di quello che emette un soggetto potenzialmente infettivo viene schermato. La domanda cruciale è: dove va a finire quel 95% che viene schermato? Viene in parte reinalato. C’è il rischio che la persona si faccia da sé i cicli di amplificazione, se continua a tenere a lungo questa mascherina. Continuando e reinalare i propri virus (tra cui l’attuale Sars CoV-2, ndr) li può spingere in profondità nei polmoni e negli alveoli dove non dovrebbero arrivare perché nelle vie respiratorie superiori ci sono le difese innate adattative che ‘stendono’ la maggior parte dei germi che noi andiamo a impattare con la respirazione”.

Un pericolo non da poco per chi viene a contatto con il virus e che l’esperto spiega così: “Se arrivano troppi virus negli alveoli polmonari e si moltiplicano senza resistenza, quando arrivano dopo 10-14 giorni gli anticorpi delle difese adattativa invece di trovare poco virus ne trovano una quantità (intendendo grande, ndr) e scatenano una battaglia ma anche creando un’infiammazione altissima. Si nota questo in molti casi di soggetti che dopo un inizio blando hanno un’esplosione infiammazione e un aggravamento”.

Le misure di contenimento della malattia dovrebbero evitare di aggravare “la situazione di un asintomatico ‘imponendogli una barriera’ come la mascherina che rischia di farlo diventare sintomatico avendo spinto in profondità i virus visto che non può respirare liberamente”, dice Donzelli.

A sopporto di questa tesi a settembre è stato pubblicato uno studio di Cdc, l’importante organismo di controllo federale sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America.

Lo studio del Cdc, anche se non testato su numeri estesi di casi, spiega che il 70.6% dei soggetti che si sono ammalati di Sars-CoV-2 indossava sempre la mascherina, il 14.4% la indossava spesso, per un totale dell’85%, mentre solo il 3,9% non indossava mai la mascherina.

Il distanziamento sociale è difficile da mantenere ma andrebbe almeno usato il buon senso nell’uso dei mezzi di difesa dal Coronavirus e non impedire alle persone, dove ci sono le condizioni e non gli assembramenti, di respirare senza mascherine all’aperto.

DA

Studio USA: Come trasformare gli asintomatici in malati? Con le mascherine

Coronavirus e i cibi proibiti alla dogana. Sequestrate scimmie cotte e iene affumicate: i rischi per l’uomo

Il più tragico esempio di malattie trasmesse da animali infetti all’uomo (zoonosi) lo stiamo scontando sulla nostra pelle con il Covid-19, e sarebbe ora come suggerisce il professor Wang Linfa, uno dei maggiori esperti mondiali di virus zoonotici – «l’uomo lasciasse stare i pipistrelli». È la terza volta che un virus animale del ceppo dei Coronavirus fa un salto di specie infettando l’uomo. La prima risale al 2002 e il 2003, con la Sars nel Sud della Cina, poi di nuovo nel 2013 con la Mers in Giordania e Arabia Saudita. Fra i pipistrelli e l’uomo, un ospite intermedio: nel caso di Sars un mammifero chiamato zibetto («civet»), che vive nel Sud-Est asiatico, e nel caso della Mers (virus che continua a circolare in Arabia Saudita), il cammello. Ma il problema dei comportamenti umani è più ampio.
Scimmie cotte e iene affumicate in valigia

È domenica 30 agosto, primo volo post lockdown. C’è la necessità di rifornire market etnici e dispense di parenti e amici. Alle 4,30 di mattina 25 passeggeri – provenienti da Lagos (Nigeria), arrivati a Cotonou (Benin), dove poi si sono imbarcati per Addis Abeba (Etiopia), e da lì hanno preso il volo per Roma – atterrano all’aeroporto di Fiumicino con più di dieci bagagli ciascuno. Con i controlli doganali vengono scoperti più di 1.000 chili di alimenti di origine animale: scimmie cotte, iene affumicate, sacchi di bruchi secchi, roditori alla brace, polli arrostiti da giorni, pesce non eviscerato, pesci gatto, lumache giganti e cibi in avanzato stato di decomposizione. Batteri, virus e parassiti contenuti in questi alimenti possono causare seri danni alla salute dell’uomo o diventare vettori di trasmissione di malattie ad altri animali.

Le regole Ue

Proprio per tenere le malattie degli animali fuori dall’Unione europea, la Ue disciplina l’introduzione di scorte personali di prodotti di origine animale e fissa il divieto di import per carne, latte e derivati e altri prodotti di origine animale (reg. Ue 206/2009). Mentre le importazioni commerciali devono essere sottoposte a certificazioni specifiche medico-veterinarie, qui viene regolamentato “cosa” un passeggero può o meno mettere in valigia. L’ingresso di pesce è consentito solo in modiche quantità e se eviscerato.

I rischi per gli animali e per l’uomo

I prodotti Ue rispondono a standard comunitari di sicurezza alimentare e igienico-sanitaria, perché le condizioni di allevamento e di benessere animale sono controllate dai servizi veterinari delle Asl, devono seguire tecniche precise di lavorazioni delle carni e macellazione, tracciabilità e distruzione di eventuali partite con agenti patogeni. Quando vengono scoperte violazioni di questi standard (e avvengono in molti Paesi europei), scattano pesanti sanzioni e sequestri. Combattere dunque il rischio di introduzione di pericolosi agenti patogeni negli allevamenti e nei nostri cibi è uno dei compiti più importanti di tutti gli Stati Ue. Una delle malattie più pericolose per gli animali è il virus dell’afta epizootica: in Gran Bretagna nel 2001 ha causato 12 miliardi di dollari di danni, e abbattuti 6 milioni di capi di bestiame. All’origine un’infezione di suini causata dall’utilizzo di residui di carni importate illegalmente. Oltre ai casi più eclatanti di malattie animali note trasmesse all’uomo (fra cui l’influenza suina e aviaria), occorre ricordare che prodotti crudi, poco cotti o conservati male possono essere la causa di oltre 200 malattie. Fra le più comuni troviamo la Salmonella (presente nell’intestino degli animali, e si può contrarre mangiando cibi crudi o contaminati, in particolare uova, pollame, manzo e maiale); l’Escherichia coli (legata al latte non pastorizzato e alla carne non cotta bene); il parassita della Toxoplasmosi o il virus Norovirus (legato prevalentemente ai frutti di mare).

Le rotte degli alimenti proibiti

Sono 7 le rotte attraverso le quali arrivano in Italia alimenti proibiti nelle valige di singoli viaggiatori. Oltre alla Nigeria, l’Etiopia, con al seguito: spezzatino di manzo e burro speziato in bottiglie di plastica. Il Ghana, con volo in transito via Istanbul, Addis Abeba o Bruxelles: pesce non eviscerato, farine e carni. Il Senegal, con volo in transito via Istanbul o Bruxelles: pesce, semi e farine. Sono tutti cibi importati presumibilmente per essere distribuiti alle comunità locali. Tra i ristoranti etnici, come tutti i ristoranti, c’è chi rispetta rigidamente le norme sanitarie e chi meno. La rotta cinese, da Pechino, Shangai, Wenzhou, in transito da Francoforte, Parigi e Monaco, porta gamberetti, granchi giganti, tartarughe vive, pesce non eviscerato, genitali di cervo, insetti secchi, vongole di fiume, e pollo blu (Silkie chicken), destinati a ristoranti cinesi o giapponesi, oppure rivenduti in market tipici. Anche dal Sudamerica si registrano notevoli arrivi (ora diminuiti per via dell’emergenza sanitaria in corso) di generi alimentari in particolar modo da Perù, Argentina e Brasile (soprattutto per carni, frutta e vegetali), così come dalle Filippine, Thailandia, Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan (carni, pesce, frutta, vegetali e insetti).

I sequestri alla dogana

Risultato: nel corso del 2019 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) ha sequestrato 56,8 milioni di chili di carni (4.297 pezzi); 305,6 milioni di pesci e crostacei, molluschi e altri invertebrati acquatici (51.396 pezzi), 19,9 milioni di prodotti derivati dal latte (3.280 pezzi), e la lista è lunga. Gli alimenti trovati nei bagagli dei passeggeri vengono sequestrati, gettati in sacchi di plastica rigida, sigillati, e poi portati poi in celle frigo che si trovano a bordo pista in attesa dello smaltimento/distruzione.

I farmaci contraffatti

Nelle valigie di passeggeri provenienti dalle stesse rotte viaggiano anche i farmaci. Dalla Nigeria arrivano antibiotici, antinfiammatori, antimalarici, farmaci per la disfunzione erettile (citrato di sildenafil), creme alla lidocaina, creme all’idrochinone (con effetto sbiancante). Dal Ghana: antibiotici, antinfiammatori, antimalarici e ancora creme all’idrochinone che arrivano anche dal Senegal. Dalla Cina: analgesici, farmaci antidiabetici (ipoglicemizzanti), gastroprotettori per lo stomaco, epatoprotettori, antibiotici, antinfiammatori, farmaci per la disfunzione erettile, strumenti per agopuntura, acido ialuronico e relative siringhe. Anche in questo caso sono destinati ai market tipici delle comunità locali.

Si tratta di medicinali privi delle autorizzazioni Aifa e Ministero della Salute necessarie ai fini della commercializzazione sul territorio nazionale (reg. Ue 219/2006). Le diverse tipologie hanno tutte un comune denominatore nella scarsa qualità e sicurezza, poiché sia la produzione che la distribuzione non avvengono in conformità agli standard previsti dalle norme e possono provocare gravi danni alla salute del consumatore fai da te. Nel 2019 ne sono stati sequestrati 511 chili per 1,1 milioni di pezzi.
dataroom@rcs.it

DA

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/coronavirus-cibi-proibiti-dogana-sequestrate-scimmie-cotte-iene-affumicate-rischi-malattie-uomo/6cb8beae-0d7d-11eb-ab2b-0d1500572ae8-va.shtml

L’ipocondria di Stato

QUINTA COLONNA (grassetti nostri. Articolo che il “Circolo Christus Rex- Traditio” condivide in pieno)

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il virus c’è e nessuno ce lo può togliere di mezzo, né i medici né i politici né i negazionisti.

Il contagio sale, come era del resto previsto, e nessun può negarlo. Però accanto alla realtà c’è la sua interpretazione, c’è la politica fondata sul virus, la politica che campa sul virus e spera nel virus. Potremmo chiamarla politicovid, ed è adottata da governi, media, campagne elettorali. Oltre la realtà della pandemia c’è l’iperrealtà del suo uso politico.
Di che si tratta? Di una partita doppia, anzi cornuta: da una parte siamo alla somministrazione controllata dell’Ipocondria di Stato e dall’altra siamo all’uso iettatorio della malattia, come anatema politico-sanitario, giustizialismo del malaugurio, malocchio, ordalia o giudizio divino del nemico odiato.
Spieghiamoci meglio. I contagi sono in crescita, non solo da noi, e già si sapeva che sarebbe successo in autunno. Non sono nostradamus ma le prime pagine di questi giorni me le aspettavo da mesi. L’uso politico del contagio precede e amplifica il contagio stesso.
I numeri servono per giustificare un lockdown strisciante, una psico-quarantena permanente e per imbavagliarci in tutti i i luoghi a tutte le ore, per farci vivere sotto schiaffo della calamità permanente e dunque con la paura e il bisogno dello Stato salvatore. I numeri e i casi servono a giustificare il protrarsi di uno stato d’emergenza che altri paesi anche più inguaiati del nostro non sentono la necessità di proclamare. Se c’è da prendere le misure si prendono, basta essere pronti e preparati; non c’è bisogno di stabilire per legge i pieni poteri speciali al governo per uno stato d’emergenza che così protratto e accompagnato da campagne terroristiche, va ben oltre i limiti temporali e sostanziali dello stato d’eccezione.
È grottesco che si diffonda il panico gridando ai megafoni di mantenere la calma. Pericolo pericolo!, i letti negli ospedali si esauriranno, il morbo dilaga, focolai dappertutto, attenzione, timore e terrore, isolamento. Però, vi raccomando, mantenete la calma. Ormai abbiamo capito come tradurre quel mantenete la calma: tutti col guinzaglio e la museruola, mantenete lo status quo, non pensate a destabilizzare, tenetevi stretti il governo in carica, ubbidite al potere politico-sanitario, senza obiezioni; anche voi medici, guai se con seri argomenti osate dubitare per esempio degli obblighi vaccinali: sarete rimossi, denigrati, cancellati.
Il risultato complessivo è quel che dicevo: l’ipocondria di Stato, una specie di patofobia di cittadinanza, somministrata agli italiani da istituzioni e media. Intendiamoci, nessun uomo di senno può sognarsi di negare la realtà dei contagi; si può perfino pensare che non sia frutto del caso e della scalogna ma vi sia qualche responsabilità perfino qualche volontà. Qui come in Cina. Si può arrivare a pensare – ma non a sostenere se non hai prove fondate – che questi guai vengono per metà dalla (s)fortuna e per metà da fattori umani, parafrasando Machiavelli. Ma negare l’esistenza del covid e rifiutare ogni misura precauzionale è andare contro la realtà e l’evidenza.
Però l’amplificazione ossessiva, il pestaggio mentale che subiamo da più di sette mesi sta avvelenando la nostra vita, mettendola sotto scorta e in naftalina, negandoci a ogni socialità, ogni evento, ogni viaggio. La realtà c’è ma la sua interpretazione ingigantita ci sta rendendo ipocondriaci.

Qui scatta l’uso etico-politico della malattia: vedete Johnson, Bolsonaro, Trump o Briatore e Berlusconi? Erano quelli che sottovalutavano il morbo e la profilassi, o peggio, accusati di negazionismo, erano quelli dell’immunità di gregge, ecco gli sciagurati, se la sono cercata. Non capisco perché a questo proposito si cita Johnson e non si cita il governo progressista della Svezia sulla stessa linea dei britannici, anzi hanno proseguito ad oltranza, con risultati non tragici ma nella media europea. Ma Boris è conservatore, dunque è irresponsabile…
Si usa politicamente la malattia per biasimare Trump e i sovranisti, ma si accusano gli stessi di uso politico quando osano accennare alle responsabilità cinesi nei ritardi, le omissioni, la propagazione e poi lo sfruttamento del virus. Si può associare il covid ai sovranisti ma guai ad associarlo al regime comunista cinese, dal cui paese pure è partito.
Ogni notizia di sovranisti “positivi” è accompagnata da una ola di euforia e un commento implicito o a volte esplicito: se la sono cercata, l’hanno meritata, “ben li sta”. Ai negazionisti si oppongono i punizionisti: è il Signore, è l’Angelo sterminatore, è la provvidenza che punisce i colpevoli. Ecco i riti wodoo degli intellettuali e delle megere nigeriane o il sorrisino compiaciuto di chi gode per la punizione degli atei o scettici di dio covid. Ben gli sta. Ma ecco soprattutto la speranza: ciò che non fanno i popoli, ciò che non è riuscita a fare la magistratura, ora lo può fare il virus. Togliere di mezzo i sovranisti. Benedetta malattia, il covid sia lodato. Sarebbe facile dimostrare che gli atteggiamenti spavaldi di Trump risalgono a prima che l’onda investisse gli Stati Uniti; dunque nonostante usi da tempo le precauzioni, si è beccato solo ora il covid, non allora. Ed è azzoppato in campagna elettorale. Biden è una mezza sega, non regge il confronto; ci vuole qualcosa di più strong, magari un bel virus, visto che non bastano le inchieste giudiziarie, sessuali, finanziarie.
Ai tempi del comunismo l’avversario veniva eliminato fisicamente. Ai tempi del postcomunismo l’avversario veniva eliminato per via giudiziaria. Oggi l’eliminazione del nemico avviene per via sanitaria, per una malattia di cui è accusato lo stesso malato. Ecco l’uso politico del covid: da una parte per tenere i popoli sotto ipocondria e dall’altro per tenere i nemici sotto malattia.
È falso negare i rischi del contagio ma è altrettanto falso negarne l’uso politico.

Covid, De Luca continua lo show. Ma gli ospedali campani sono quasi al collasso

Segnalazione di Antonio Amorosi

Coronavirus. I nodi del sistema sanitario campano. Medici, dirigenti e infermieri ci spiegano perché sono sempre in emergenza. Un problema strutturale…

di Antonio Amorosi

Il nodo segreto del sistema sanitario campano, la regione attualmente con maggiori contagi da Coronavirus. Ne abbiamo parlato con alcuni dirigenti sanitari: medici, dirigenti e infermieri locali. Ci hanno raccontato perché accade quanto stiamo vedendo nelle tv nazionali. Perché le ore di fila per poter fare un test o i tamponi a Napoli, i cittadini in attesa per giorni (molte volte ammalati), strutture intasate e al collasso.

Il Coronavirus ha messo alla prova il sistema sanitario nazionale, le strutture ospedaliere di molte regioni, la classe dirigente sanitaria, figuriamoci quelle più fragili, come la Campania dove tutti i nodi vengono al pettine.

In queste ore la reazione del governatore “sceriffo” Vincenzo De Luca è stata vietare ai medici pubblici di parlare con i giornalisti, per raccontare l’andamento della pandemia. Un argine fragile ad una sanitaria debole che sembra avere regole particolari.

I cittadini chiedono allo Stato e ai governatori di agire razionalmente, anticipando quanto si sa possa accadere con l’avanzare dell’inverno. Ma è difficile succeda in Campania dove si vive in continua emergenza. Ecco perché.    Continua a leggere

Vaccino russo Sputnik V: primi lotti saranno distribuiti nelle regioni entro lunedì

epa08600542 A handout photo made available by the Russian Direct Investment Fund (RDIF) shows containers with a new two-vector COVID-19 vaccine at Nikolai Gamaleya National Center of Epidemiology and Microbiology in Moscow, Russia, 06 August 2020 (issued 13 August 2020). Russia registered the new called Sputnik V vaccine against coronavirus Sars-Cov-2 and opens the stage of its massive testing. EPA/RDIF HANDOUT NO RESTRICTIONS, ALLOW TO USE IN SOCIAL NETWORK HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

 

Non è nostra intenzione addentrarci nella dialettica “vaccino sì – vaccino no” in questo momento, ma sottolineare un dato politico, o meglio geopolitico: la Russia di Putin, come già anticipato circa un paio di mesi fa, è davvero arrivata prima degli altri. Trump tace. E chi tace, spesso acconsente. L’Europa intesa come UE non pare affatto contenta ed esprime riserve o imbarazzi. La Via della Seta sembra in difficoltà…(N.d.R.)

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Il vaccino russo Sputnik V, il primo al mondo efficace contro il coronavirus SARS CoV-2, è stato registrato dal Ministero della salute.

Le prime partite del nuovo vaccino russo Sputnik V saranno distribuite nelle varie regioni della Federazione Russa entro il prossimo lunedì, 14 settembre.

A darne l’annuncio in mattinata è stato il ministro della Salute del governo russo Mikhail Murashko:

“I primi lotti del vaccino sono già stati scaricati per il testing e per la preparazione della catena logistica in tutte le regioni […] Entro lunedì saranno consegnati i primi campioni di vaccino”, sono state le sue parole ai giornalisti nel corso di una visita nella Regione di Leningrado.

In questo momento il vaccino russo Sputnik V si trova nella terza ed ultima fase delle sperimentazioni cliniche, alla quale prenderanno parte oltre 30.000 volontari.

Il vaccino Sputnik V

Lo scorso 11 agosto il governo russo aveva registrato ufficialmente Sputnik V come il primo vaccino al mondo contro COVID-19.

Sputnik V è stato sviluppato da specialisti del Centro Gamaleya con il sostegno del Fondo Russo per gli Investimenti Diretti (RDIF). Gli esperti hanno sottolineato che durante gli studi clinici, tutti i volontari hanno sviluppato livelli di anticorpi elevati, nessuno ha avuto gravi complicazioni.

Il capo dell’RDIF, Kirill Dmitriev, ha riferito che il fondo ha ricevuto richieste da più di 20 Paesi per l’acquisto di un miliardo di dosi del vaccino. Allo stesso tempo, ha osservato che la Russia ha acconsentito alla produzione di vaccini in cinque di essi. Secondo lui, le attuali capacità disponibili consentono di produrre 500 milioni di dosi all’anno.

Fonte: https://it.sputniknews.com/mondo/202009129522691-vaccino-russo-sputnik-v-primi-lotti-saranno-distribuiti-nelle-regioni-entro-lunedi/?utm_source=push&utm_medium=browser_notification&utm_campaign=sputnik_it

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Il vaccino SputnikV per la collaborazione globale contro la pandemia

Questo articolo di opinione racconta la storia dietro la creazione del vaccino russo contro il COVID-19 e sottolinea la volontà della Russia di cooperare con la comunità internazionale

tratto da Sputnik News

Il «momento Sputnik» è arrivato. Il vaccino russo «Sputnik V» è stato lanciato diventando il primo vaccino COVID-19 registrato al mondo e rievocando i ricordi del lancio shock nel 1957 del satellite sovietico, che aprì lo Spazio all’esplorazione umana. Quella nuova portò non solo alla competizione ma anche a molti sforzi di collaborazione, inclusa la missione congiunta Apollo-Soyuz degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica.

Un vaccino COVID-19 è la priorità numero uno al mondo in questo momento e molti paesi, organizzazioni e aziende, affermano di essere vicine a svilupparne uno. Entro la fine di quest’anno alcuni altri paesi potrebbero avere i propri vaccini. È importante che le barriere politiche non impediscano che le migliori tecnologie disponibili vengano utilizzate a beneficio di tutte le persone di fronte alla sfida più grave cui l’umanità si trova a dover affrontare da decenni.

Sfortunatamente, invece di esaminare la scienza dietro la collaudata piattaforma di vaccini basata sui vettori adenovirali (virus a DNA) che la Russia ha sviluppato, alcuni politici e media internazionali hanno scelto di concentrarsi sulla politica e sui tentativi di minare la credibilità del vaccino russo. Crediamo che un tale approccio sia controproducente e chiediamo un ‘cessate il fuoco’ politico sui vaccini di fronte alla pandemia COVID-19. CONTINUA SU:  https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20200811-547136

Conte ha mentito pure al Parlamento, altro che Cts: il premier ha segregato in casa gli italiani

di Riccardo Mazzoni

La situazione era già grave anche prima della desecretazione parziale dei documenti del Comitato tecnico scientifico, visto che il governo aveva limitato molte libertà costituzionali sulla base di atti amministrativi del presidente del consiglio sanati solo ex post da decreti legge passati dal Parlamento. La riforma dei servizi segreti inserita di soppiatto nel decreto di proroga dello stato d’emergenza sembrava poi aver raggiunto il culmine della spregiudicatezza di un governo che può contare su una maggioranza parlamentare ma che è, fin dalla sua costituzione, minoranza nel Paese.

Al peggio però non c’è mai fine, e lo si è scoperto ieri, quando Conte – dopo una strenua resistenza – ha deciso di desecretare i documenti del Cts non di propria volontà, ma per l’intervento del Copasir e per la certezza che il Consiglio di Stato gli avrebbe dato torto. Quei documenti hanno dimostrato che il lockdown totale non era stato deciso dai tecnici, che avevano dato indicazione del tutto diversa, limitandosi a suggerire le zone rosse solo nelle regioni del nord più a rischio, ma esclusivamente dal governo. Una decisione tutta politica, dunque, dopo che per settimane si era fatto credere agli italiani che il potere esecutivo fosse stato eterodiretto da un’oligarchia di esperti, e che non avesse toccato foglia che il Comitato non volesse. Tutto falso, o quasi: la responsabilità di aver condannato alla chiusura milioni di imprese, molte delle quali non riapriranno mai più i battenti anche e soprattutto nel centro-sud, con un principio di precauzione applicato quindi molto oltre le indicazioni della scienza, va attribuita solo e soltanto alla sindrome da onnipotenza che ha colto il premier, i suoi più stretti collaboratori e alcuni ministri di fronte alla pandemia. Continua a leggere

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