Dove porta la guerra global ai classici

Fonte: Marcello Veneziani

di Marcello Veneziani

Come spiegare la guerra ai “classics” che si allarga negli Stati Uniti e pure sull’altra sponda dell’Atlantico e trova oggi conforto e rinforzo con l’arrivo alla casa Bianca dei progressisti e antirazzisti Joe Biden e di Kamala Harris? È stata proprio la “sua università”, quella da cui proviene la vice nera di Biden, la Howard University di Washington, a fare da capofila nell’opera di demolizione e di epurazione dei classici dagli studi. Trattandosi di un’università simbolo degli afro-americani, assume un significato speciale. La cacciata dei classici dalle università, non solo dunque del “conquistatore” Cristoforo Colombo ma dei grandi poeti, pensatori e letterati della tradizione antica, greco-romana ed europea, è diventata ora il simbolo della lotta dei neri contro la “supremazia” dei bianchi. La cultura è vista come un segno di violenza, schiavismo e sottomissione coloniale che l’occidente avrebbe esercitato sulle popolazioni indigene di tutto il mondo. Anche i capolavori della letteratura vengono sottoposti alla censura postuma e vengono giudicati dai tribunali e dalle piazze, dai MeToo e dagli Antifa, e non più nelle sedi letterarie in ragione del loro valore. Il significato umanistico viene sottomesso al valore umanitario e sottoposto al Tribunale Permanente dei Diritti Umani Violati.

Sono lontani i tempi in cui un presidente negro e illuminato, come Leopold Senghor, poeta e alfiere della “negritudine”, esibiva il suo amore per i classici e per la lingua latina e spingeva gli studenti più bravi del suo paese, il Senegal, e di tutta l’Africa nerissima a integrarsi anche tramite la cultura e l’assimilazione dei classici e della lingua latina.

Ora il problema non è integrare i neri, i latinos e gli indiani nella civiltà euro-occidentale ma dis-integrare la nostra cultura sin dalle sue radici e contrapporre i temi dei diritti umani a ogni discorso culturale, storico e spirituale. L’appello si estende a tutti gli occidentali che devono ricusare il loro passato, vergognarsi delle loro origini e sostenere la battaglia contro i classici, che a esaminarli furono tutti, più o meno, “razzisti”, “schiavisti”, “omofobi”, “maschilisti”, e via dicendo. Via la vita spirituale, al più cantiamo gli spiritual.

Perfino gli schemi del pensiero rivoluzionario vengono capovolti: le classi subalterne, i proletari, non devono impossessarsi delle idee dominanti e della cultura egemone per rovesciare i rapporti di potere e sostituirsi al comando della società; ma devono disprezzare la loro cultura e cancellare le sue tracce. Verso dove si va in questo modo? Verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri e i sempre. Continua a leggere

Senza volto

di Gianfranco Amato

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizioni anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso. Si tratta di un modello culturale da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento. Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è stata un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come πρσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto. Il volto è anche ciò che contraddistingue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona). Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristo è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto. Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinito. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto». Mai come in questi tempi in cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, senza dignità, senza identità, senza libertà. Ancora una volta Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

Alla scuola San Benedetto il quaderno ordinato è garanzia di un’ottima preparazione

Curare il proprio lavoro fin dal primo giorno di scuola elementare, ottenendone immediata soddisfazione personale, determina l’acquisizione di categorie atte ad interpretare ogni realtà, e di un metodo applicabile ai diversi contesti quotidiani.
Il quaderno in formato A5 favorisce la spazialità, l’organizzazione degli spazi e quindi una più facile collocazione di immagini e testo da parte del bambino.
Nelle fotografie dei quaderni di classe prima infatti si può subito osservare come l’impaginazione risulti regolare, ordinata ed esteticamente equilibrata.
Queste qualità che sono spesso trascurate sono invece fondamentali e strettamente funzionali alla piena comprensione dei contenuti.
La grafia curata e la precisione della coloritura dei disegni, conferisce armonia e bellezza all’opera del bambino.

Un lavoro siffatto soddisfa enormemente il fanciullo e lo gratifica della fatica nei risultati raggiunti.

Quest’ordine grafico genera e facilita la formazione dell’ordine mentale mentre la generalizzazione del metodo si estende a tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Anche nella matematica la spazialità è favorita dall’ordine grafico e dal disegno geometrico.
La stessa comprensione ed esecuzione delle operazioni sono agevolate dal rispetto rigoroso degli spazi.
Il disegno geometrico e le cornicette aiutano a perfezionare il tratto ed il movimento; allenano la coordinazione oculo manuale sviluppando la motricità fine.
Inoltre allenano la concentrazione, la pazienza e la cura, insegnando ai bambini la proporzione e la simmetria, rinforzando, in caso di greche, il concetto di sequenza.
Infine, il legame con le proprie radici è garantito dalla scelta pedagogica, in classe prima, di tradurre poesie e filastrocche dall’italiano alla propria lingua madre (dialetto o lingua riconosciuta) con l’aiuto dei nonni.
La regola e la disciplina che sottostanno a questa pedagogia, mirano alla formazione di persone capaci di scegliere, decidere, condurre, osare, battersi per la giusta causa, giudicare con equilibrio, agire ed amare, …tutto con cura.

DA

http://www.scuolanordio.org/2021/02/alla-scuola-san-benedetto-il-quaderno.html?m=1

Quando la scuola iniziava il 1° ottobre

Segnalazione del Centro Studi Federici

Fino al 1976 le scuole iniziavano il 1° ottobre, festa di san Remigio, e in onore del santo i bimbi di prima elementare venivano chiamati remigini. In questi tempi cupi, per sdrammatizzare un po’ il clima pesante che si respira, pubblichiamo un racconto di Giovannino Guareschi che descrive il figlio alle prese con un termometro (“il quale segnava effettivamente 42°”), l’attuale incubo di tanti e tante presidi, maestre e genitori (“e se si trattasse di un sintomo infettivo?”). 
La foto scelta per il comunicato è un modello di aula scolastica più simpatico di quello concepito dal Comitato degli esperti e scienziati del governo Conte bis.
 
ACCADDE UNA NOTTE
 
Alle ore ventitré io stavo lavorando alla macchina da scrivere, quando Margherita apparve sulla porta della cucina con aria stravolta.
 
« Quarantadue! », disse con voce d’angoscia.
 
« Non so », risposi. « Bisogna vedere cosa hai sognato ».
 
« Quarantadue la febbre di Albertino! », esclamò Margherita. 
 
Mi porse il termometro, il quale segnava effettivamente 42°. Allora io andai a provare la febbre ad Albertino e il termometro segnò 35 e 8.
 
« È una cosa stranissima », balbettò Margherita.
 
« Non troppo : tutto il segreto sta nello scuotere il termometro prima di usarlo. Cioè di far discendere il mercurio anziché farlo salire. È un accorgimento utile che giova molto alla salute dei figli ».
 
« Questa tua ironia offende i miei sentimenti di madre », affermò Margherita riempiendo unta pentola d’acqua, mettendola sul gas e cominciando a sbucciare una patata. « Tu sei uno spietato materialista, che non sa spingere la sua indagine oltre la crosta più superficiale delle cose. Ora faresti bene a lasciarmi libera la tavola se vuoi fare ‘colazione sono già le undici e venti ».
 
« Di notte però », le feci osservare.

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La Russia all’epoca di Vladimir Putin, descritta nel libro di Mara Morini.

 

L’Associazione Culturale Pensiero e Tradizione ha organizzato, nella sala Consiliare del Comune di Collecchio, l’incontro di presentazione del libro di Mara Morini “La Russia di Putin” edito da Il Mulino.

Di Redazione Collecchio 31 agosto 2020 – Una sala gremita in ordine e grado, compatibilmente con le rigide misure anti covid-19, nella quale erano presenti i consiglieri comunali Francesco Fedele e Walter Civetta, la presidente dell’Associazione “Pensiero e Tradizione” Barbara Spadini, l’ex sindaco di Collecchio Paolo Bianchi, il segretario regionale della Fiamma Tricolore Germano Petroni e la prof.ssa dell’Università di Trieste, Marina Rossi.   A Matteo Impagnatiello il compito di moderare l’incontro, imperniato sugli approfondimenti raccolti nel libro di Mara Morini, probabilmente la più autorevole esperta sull’argomento, dal titolo “La Russia di Putin”, al quale hanno portato il loro contributo anche la Consigliera Patrizia caselli, il professor Daniele Trabucco e, per la componente imprenditoriale, Massimo Navatta.

Come si accennava in precedenza Mara Morini, docente di Politics of Eastern Europe e Scienza politica all’Università di Genova, è probabilmente una delle più accreditate studiose della Russia, avvantaggiate anche, come ha ella stesso sottolineato, dalla perfetta conoscenza della lingua che le consente di accedere direttamente ai testi e ai giornali in originale. Inoltre, almeno una volta all’anno, si trasferisce in Russia dove svolge, oltre alla attività di ricerca, anche attività didattica.

“La Russia di Putin” (edito da Il Mulino) non è un testo biografico su Vladimir Putin, bensì una analisi sui cambiamenti indotti dalla politica del leader russo nel corso dei vent’anni di governo. Un testo composto da quattro parti: la prima riguarda le istituzioni, i partiti e le elezioni, una seconda che esamina l’economia e la società, una terza che prende in esame la cultura russa, “legata anche all’immagine dell’aquila a due teste, quella di un paese rivolto sia a occidente che a oriente”. Da sottolineare che la parte culturale della Russia, come di qualsiasi altro Paese, è fondamentale per comprenderne appieno l’anima e interpretarne i fatti. Infine l’ultima parte dedicata alla politica estera di Vladimir Putin.

Mara Morini, descrivendo le dinamiche interne di un grande Paese, forse ancora poco conosciuto ai più, dalle grandi risorse naturali e oggi un importante attore nella geopolitica contemporanea, ha ribadito l’importanza della conoscenza diretta, della possibilità di accedere alle informazioni in lingua originale, fattori utili alla produzione di un libro così articolato. Un anno è stato il tempo impiegato per la redazione del testo, ma di fatto il risultato di 20 anni di studi sul campo. Durante il suo lungo excursus, con cui ha tenuto alta la attenzione del pubblico, l’autrice del libro ha fatto vari riferimenti ai molteplici temi caldi che coinvolgono la Russia, come la questione della Crimea, la guerra al terrorismo in Cecenia e la cyber war con gli Stati Uniti.

E’ stata quindi la volta del prof. Daniele Trabucco, Professore a contratto di Diritto Internazionale presso Società Umanitaria il quale ha svolto il tema: “Sistema delle fonti, forma di Stato e di Governo dopo le modifiche costituzionali del marzo 2020: verso un rafforzamento della “democrazia sovrana”? Trabucco ha esposto il sistema delle fonti di produzione del diritto previste dalla Costituzione della Federazione Russa del 1993 e in particolare ha illustrato le diverse procedure di modifica della stessa che risultano differenti a seconda dei contenuti toccati. Si é quindi soffermato sulle recenti modifiche costituzionali del marzo 2020, confermate dal corpo elettorale con una percentuale plebiscitaria (76,92%) attraverso una consultazione svoltasi dal 25 al 01 luglio 2020, non prevista dal Testo fondamentale, ma fortemente voluta dal Presidente Putin e utili a dare legittimazione democratica alla revisione. L’intervento si è concluso con un breve inquadramento sull’effetto delle suddette modifiche sia sulla forma di Stato, sia sulla forma di Governo della Federazione.

Patrizia Caselli, consigliera comunale, ha rivolto innanzitutto un ringraziamento all’Associazione Pensiero e Tradizione per l’interessante iniziativa e a tutti i presenti che hanno concesso il loro prezioso contributo, rammaricandosi del fatto che molti altri cittadini avrebbero voluto assistere al dibattito ma che le disposizioni sanitarie hanno escluso. Nel complimentarsi con l’autrice alla quale ha riconosciuto le eccellenti competenze e ” il grandioso lavoro svolto nella formulazione del saggio, dal quale trapela un’approfondita conoscenza della lingua russa, che le ha permesso di attingere direttamente alle fonti senza ulteriori filtri, consentendole di realizzare un’opera, a mio sommesso avviso, straordinaria, mai vista prima, in quanto non un’autobiografia, ma la descrizione minuziosa e dettagliata di un grande paese come la Russia, per innumerevoli aspetti ancora sconosciuto”. Infine la consigliera ha riconosciuto il grande ruolo di protagonista indiscusso di Vladimir Putin nello scenario geopolitico internazionale, decisivo nei rapporti con la Siria e della sua instancabile lotta al terrorismo.

L’ultimo intervento è stata la testimonianza diretta dell’imprenditore Massimo Navatta (Vice Executive President of NAVATTA GROUP S.R.L, impresa operante nel settore delle tecnologie agroalimentari) che ha posto l’accento sulle sanzioni alla Russia che si sono riflesse pesantemente sull’economia italiana.

DA

https://www.gazzettadellemilia.it/cultura/item/28998-la-russia-all-epoca-di-vladimir-putin,-descritta-nel-libro-di-mara-morini.html

Esclusivo. Scuola, Nordio: “il bimbo al centro è Nuovo Umanesimo, cancella Dio e la Verità”

 

“Mettere al centro il bambino soddisfa pienamente i criteri del Nuovo Umanesimo cancellando Dio e la Verità”. Ne è convinta Maria Chiara Nordio, trevigiana, insegnante di scuola primaria e certificata presso la Krasnoyarsk University in percezione sensoriale nello Spettro Autistico, l’istituto diretto dalla dottoressa Olga Bogdashina, presidente della Autism Society dell’Ucraina.

La Nordio, sposata con il giornalista Nicola Pasqualato e madre di due figli (di cui uno nato con Disordine della Spettro Autistico) si è laureata in Scienze dell’Educazione all’Università degli Studi di Padova ed è autrice del saggio Benedetta Scuola, sulla povertà educativa dell’offerta formativa pubblica della scuola di oggi. Ha scritto anche le favole “Mamma e papà, il segreto della felicità” e “Bentornato piccolo mio” e il romanzo “Il Papa Muto”.

La Nordio, attraverso l’aiuto dell’avvocato Gianfranco Amato, uno degli organizzatori del Family Day, del giornalista Matteo Castagna e di altri supporter, ha lanciato la Scuola San Benedetto, una scuola fisica a tutti gli effetti (solo ora in situazione di emergenza si configura come homeschooling), con un insegnante e con un massimo di 10 bambini. Al suo interno trovano posto tutti i bambini, unico discrimine: essere cattolici.

Informazione Cattolica l’ha intervistata.

Dottoressa Nordio lei ha fondato una scuola parentale molto particolare. C’è ne può parlare?

“Anzitutto il motivo per cui nasce è dovuto alla povertà educativa della scuola di oggi e per rispondere ai genitori che chiedono un ricco programma cattolico, legato alla storia ed alle radici della nostra terra. La tipologia di scuola parentale che propongo non è una scuola a distanza, ove la maestra si collega on line con gli alunni, bensì consiste nella trasmissione della didattica quotidiana ai genitori/maestri. Sono loro che, avvalendosi dell’istituto giuridico della Scuola Parentale, le impartiscono direttamente ai propri figli. La scuola fisica, invece, nascerà non appena dei genitori determinati ad applicare la mia didattica si aggregheranno e la adotteranno. Le classi prevedono un massimo di dieci alunni, considerata l’eventuale presenza di un bambino disabile, e sono dirette da un insegnante debitamente formato. La scuola inizia ad ottobre e termina a maggio. La frequenza è di cinque giorni la settimana. Non sono previsti compiti per casa. Le lezioni iniziano sempre con il catechismo. L’insegnamento della seconda lingua (dialetto o lingua locale) è introdotto dalla classe prima. L’insegnamento della lingua latina in classe quinta”.

Perché così pochi alunni?

“L’esiguo numero di alunni per classe favorisce, da parte dell’insegnante, un miglior monitoraggio della docenza ma soprattutto una miglior cura che sostanzia l’intera opera scolastica. Da parte dei fanciulli una minore concentrazione numerica in classe favorisce un apprendimento più efficace mentre nelle relazioni sociali aiuta a creare ed a mantenere relazioni amicali vere e profonde. Un altro vantaggio di questa scuola, è che rispetta il bambino in tutte le fasi cognitive e fisiche. Il maestro spiega ciò che è realmente comprensibile ed adatto all’età, e per farlo appoggia e basa la sua didattica sugli unici testi che difendevano questa impostazione, mi riferisco ai libri scolastici degli anni ‘50. Lo scolaro, dal canto suo, avrà il minimo necessario come materiale scolastico: libro di lettura, sussidiario e… cari vecchi ‘quadernetti’”.

Immagino l’avranno accusata di desiderare una scuola vecchia?

“Non è una scuola vecchia, e non è nemmeno una scuola che guarda al passato. E’ piuttosto una scuola che recepisce la didattica dalle radici e poi la attualizza, laddove necessario, senza modificarne però la bontà pedagogica. Essa si inserisce altresì nel progetto dell’ormai famosa ‘Opzione Benedetto’. Proporre dunque fin dai primi cicli scolastici la ‘Regola’ benedettina,  ci può già far immaginare una società diversa che riconosce Dio al centro della vita umana e Gesù come unico maestro. Perché scegliere questa scuola. Ci sono motivi religiosi primariamente, ma anche educativi, sociali, identitari”.

Quali sono, in sintesi, i capisaldi della sua offerta formativa?

“Sostanzialmente tre. Innanzitutto ripristinare la Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo: primo Maestro. Infatti, ora come allora, il maestro, con il proprio comportamento, il linguaggio, lo stile di vita e la fede nel Padre, è esempio per i suoi alunni. In secondo luogo la necessità di non sopprimere la trasmissione storica, culturale, linguistica, valoriale e patriottica. L’insegnamento della seconda lingua, che nella scuola San Benedetto, è il dialetto o lingua locale ne conferma l’intenzione. Infine il ripristino del patrimonio cristiano cattolico attraverso l’insegnamento della lingua latina nella classe quinta”.

Come giudica l’offerta formativa delle scuole pubbliche?

“L’offerta formativa delle scuola pubblica di oggi, e qui mi riferisco alle Indicazioni Nazionali ed ai libri di testo in circolazione, non già ai singoli docenti, è, a mio avviso, davvero povera. Essa trae origine dall’ideologia del ‘bambino competente’, concetto elaborato da Maria Montessori e sviluppato nell’altro concetto di ‘Il cento c’è’ da Loris Malaguzzi. Questo approccio ha riportato la scuola ad una “concezione tolemaica” rifiutando la rivoluzione copernicana che poneva correttamente al centro il sole, cioè Dio nel nostro caso. In concreto, mettere al centro il bambino soddisfa pienamente i criteri del Nuovo Umanesimo cancellando Dio e la Verità”.

In che senso?

“La presunta competenza di cui sarebbe portatore il bambino si pone in contrasto con il ruolo del maestro, favorendo quindi didattiche non più trasmissive della conoscenza bensì variabili, instabili, autocefale ed in continuo divenire. Aggiungo che oggi il bambino è esclusivamente oggetto di diritti e non più soggetto a doveri, al punto tale che la promozione è sempre garantita mentre la bocciatura non viene più contemplata. Per tentare di sanare questa evidente contraddizione, il sistema ha persino introdotto la completa autodeterminazione dell’alunno attraverso l’autoeducazione (flipped classroom o cooperative learning) e dell’autovalutazione, già a partire dalle prime classi della scuola dell’Infanzia. Mi chiedo quale sia la funzione della scuola e del maestro. Di conseguenza anche i libri di testo sono perfettamente allineati a questa nuova ideologia: letture diseducative, assenza di stimoli al pensiero critico, esercizi sotto forma di test o quiz, promozione alla trasgressione delle regole, demolizione degli archetipi necessari alla stabilità psicologica dei fanciulli, alterazioni ed omissioni storiche, propaganda della moda dei tempi, scientismo e sincretismo religioso. Per instillare nelle menti dei bambini la confusione al posto della verità, il vecchio libro di lettura ed il sussidiario sono stati rimpiazzati da testi superficiali e dannosi. In nessun caso si scende sotto i 7  libri per classe, arrivando fino anche a 10. Ma questo numero risulta ancora insufficiente se l’insegnante deve ricorrere quotidianamente alla distribuzione di fotocopie da colorare, ritagliare ed incollare in sostituzione della spiegazione del maestro alla lavagna, ricopiata sul quaderno dall’alunno. Mi chiedo come possa raggiungere l’autonomia, la competenza e la conoscenza un bambino privato della spiegazione del maestro e la trascrizione di quanto appreso sul quaderno”. 

Come si può fare scuola ai tempi del coronavirus?

“La chiusura degli edifici scolastici e l’avvio della scuola a distanza ha coinvolto nelle didattiche inevitabilmente l’intera famiglia. Questa situazione ha stimolato alcuni genitori a ridiscutere il ruolo del maestro e decidere di impegnarsi in prima persona come maestri, consapevoli tuttavia di non possederne le conoscenze. E qui entro in gioco io, preparando settimanalmente le lezioni quotidiane che i genitori devono svolgere ogni giorno con i loro figli. Il tutto è supportato da materiale da stampare, video tutorial esplicativi ed un webinar in diretta per rispondere a tutte le domande”.

Dottoressa come valuta i giovani di oggi dal punto di vista valoriale?

“I frutti si valutano da come sono gli alberi. I giovani adottano i valori impartiti dai genitori, pertanto se dilagano violenza minorile, bullismo, divertimenti diseducativi, disinteresse alla partecipazione della vita politica, possiamo azzardare delle ipotesi: – i principi trasmessi dalla famiglia non erano propriamente educativi; – nonostante il grande impegno e la grande fatica spesa dai genitori, i giovani hanno poi proseguito imboccando strade sbagliate; – la diffusa devianza giovanile è riuscita in modo subdolo a traviare anche le anime più pure. Ritengo che attualmente la nostra popolazione giovanile rientri in ognuna delle tre sfortunate categorie. Noi, mi permetto di dire, dovremmo innanzitutto lavorare sulla prima ipotesi, ristabilendo nelle famiglie, i veri valori cristiano-cattolici, perché solo così avverrà una trasmissione sana degli stessi. Immediatamente dopo che i genitori hanno dimostrato la bontà dei valori impartiti alla loro prole, solo allora potremo avere fiducia anche sui ragazzi e potremo essere al loro fianco. In tal modo inizierà a formarsi una comunità di giovani sempre più salda e forte, come baluardo, da possibili insidie”.

Chi supporterà i genitori in questo delicato lavoro? 

“Cento anni fa, avremmo detto la Chiesa e la scuola, oggi vacillano entrambe, e la famiglia si ritrova sola, con figli allevati da mamma tv, zio Youtube ed i cugini social. Il pericolo insidioso in cui quotidianamente incorrono i nostri giovani è inimmaginabile ed incommensurabile e noi, intrappolati nel conformismo, non troviamo la forza di allontanarli”.

Dov’è finita l’autorità degli adulti? E’ questione di ignavia o di incapacità?

“Messi di fronte ai pericoli che derivano dalle nuove tecnologie, spesso i genitori sembrano non accorgersi dei messaggi gravemente diseducativi che assorbono i giovani, e volgono lo sguardo salvo poi rimanere sconcertati di fronte all’ultimo video-bullo dove i protagonisti sono proprio i loro figli. Sappiano, questi genitori che in ognuno di questi casi essi contribuiscono dolosamente alla diseducazione dei loro ragazzi. Ed ora, a costo di sembrare anacronistica o nostalgica, le dirò che a cappello di tutto quanto suddetto, è indispensabile il rigore. E quando dico rigore lo estendo ad ogni ambito. Se lo intendiamo come “forma mentis” che progressivamente orienta anche il comportamento, il rigore sarà parte di noi, come modo di pensare e di agire. Dunque nessuna limitazione di libertà, se qualcuno si fosse già allarmato”.

Qualche spiraglio di ottimismo?

“Sì, certamente, ritrovare la centralità di nostro Signore Gesù Cristo ed operare secondo la Sua volontà con la fede dei figli. Pensare di essere al centro dell’universo, assecondando l’ideologia del Nuovo Umanesimo, ci distanzierà dalla Verità, conducendoci ad una situazione di continua incertezza, insoddisfazione, depressione, infelicità, paura, superficialità, ….che poi, a ben guardare, non sono altro che lo specchio dell’odierna situazione giovanile”.

Parlando della pratica religiosa di bimbi e giovani, che idea si è fatta?

“Se la pratica religiosa avesse seguito pedissequamente il catechismo di San Pio X, sicuramente non saremmo arrivati a questo punto. Si tratta di precetti semplici, comprensibili e facilmente attuabili, anche in un mondo che ha perduto il contatto con la realtà. L’obiettivo è sempre quello di iniziare quando i bambini sono piccoli perché con la loro semplicità e gioia sappiano contagiare chi non ha né fede né valori e vive al centro di un relativismo senza uscita”.

Come vive quotidianamente la sua fede?

“Con serenità e pratica. La fede in Dio indirizza le azioni della mia giornata, e l’amore incondizionato per la Sua volontà orienta il mio pensiero che rimane gioioso e spensierato dal mattino alla sera. Tutto ciò ha ovviamente delle ricadute positive su tutta la famiglia che a sua volta impara la bontà del catechismo e lo applica alla sua vita, nonostante la nostra sia una famiglia con autismo, cioè con un bambino autistico grave. I buoni precetti della religione cattolica costituiscono per lui un fattore di coesione e relazione abilitante, dunque si crea una sorta di circolo pedagogico familiare che si autoalimenta nella Grazia e nell’amore di Dio. La preghiera cadenzata durante la giornata e la settimana con tutta la famiglia, corrobora a saldare fermamente i principi cattolici. Ancora, riconosco il grande supporto che ci viene offerto di poter assistere ad approfondimenti di catechesi via Skype in questo periodo, ma in presenza in condizioni di normalità. Non ultimo cerco, con umiltà, di praticare le virtù che i precetti ci insegnano”.

MATTEO ORLANDO

DA

Esclusivo. Scuola, Nordio: “il bimbo al centro è Nuovo Umanesimo, cancella Dio e la Verità”

Opzione Benedetto LIVE 1 settembre 2019 con M. Castagna e G. Amato

Ieri dalle 14.30 alle 16.30 circa il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna ha partecipato alla trasmissione di Nicola Pasqualato “Opzione Benedetto”, che riprende dopo la pausa estiva.

Ospiti con lui l’Avv. Gianfranco Amato, Presidente di Nova Civilitas e dei Giuristi per la Vita, il Prof. Enrico Popolo, esperto di Comunicazione, il filosofo Prof. Francesco Lamendola.

Tre i temi principali trattati: il caso Bibbiano, la Comunicazione e i suoi metodi, il fenomeno Salvini.

Buona visione:

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