Come sarà il 2024 dei mercati e dell’economia

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Come sarà il 2024 sul fronte economico e geopolitico? Una risposta arriva da Visual Capitalist che, per il quinto anno di fila ha rappresentato in una infografica gli eventi attesi, le previsioni e i pronostici di analisti ed economisti, passando al setaccio oltre 700 analisi condotte da banche d’affari, società di consulenza, ma anche siti finanziari. Vediamo di seguito le principali previsioni per economia e mercati per il 2024.

Inflazione sempre in calo

Dopo il raffreddamento dei prezzi, che si è verificato in tutte le economie mondiali nel corso 2023, la maggior parte degli analisti si aspetta per quest’anno un proseguimento del trend verso i livelli target. Sebbene alcuni osservatori mettono in conto che l’ultimo tratto di questi obiettivi potrebbe essere il più difficile, pochi prevedono la possibilità che l‘inflazione torni a salire come nel 2022.

Tassi di interesse: iniziano i tagli

Con un’inflazione che dovrebbe essere in gran parte domata nel 2024, tutte le principali banche e istituzioni prevedono, entro la metà dell’anno, tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra.  Le previsioni degli analisti sull’entità del taglio dei tassi variano da tre a sei.

Mercati positivi, ma occhio alla diversificazione

In vista di un anno caratterizzato da politiche monetarie espansive, la maggior parte degli analisti ha formulato previsioni provvisoriamente positive sia per le azioni che per le obbligazioni. Il calo dei tassi dovrebbe far scendere anche i rendimenti obbligazionari, mentre le azioni dovrebbero continuare a beneficiare  della crescita dell’Intelligenza Artificiale.

La parola d’ordine per chi vuole investire è diversificazione del portafoglio. Quest’ultimo è un approccio chiave condiviso dalla maggior parte degli analisti per gli investimenti nel 2024, soprattutto in presenza di un clima geopolitico preoccupante.

Pil mondiale: si rallenta

Le prospettive di crescita in tutto il mondo non sono particolarmente brillanti. Per quanto riguarda il PIL mondiale, le stime oscillano tra il 2,5 e il 3%, leggermente inferiori alla media decennale (2013-2022) del 3,1%.

Anche per gli Stati Uniti si prevede un rallentamento della crescita: l’FMI stima un aumento del Pil dell’1,5% dal 2,4% del 2023. Peggio andrà in Europa: nel Vecchio Continente il consensus stima una crescita dello 0,9%.

Spostando lo sguardo all’Asia, molti esperti prevedono il sorpasso dell’India sulla Cina in termini di crescita del PIL reale, soprattutto se continuerà il trend di riduzione degli investimenti esteri visto a Pechino.

Geopolitica sempre più centrale per i mercati

Dopo che negli ultimi due anni la geopolitica è tornata in primo piano con l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di Israele contro Hamas, gli esperti non si aspettano un miglioramento del quadro a livello mondiale.

Non a caso, molti analisti citano, quello geopolitico, come il rischio principale a cui prestare attenzione nel 2024. Motivo per il quale, come già anticipato, è richiesto, negli investimenti, un posizionamento agile e diversificato.

Le prospettive per le guerre tra Russia e Ucraina e tra Israele e Hamas sono altrettanto incerte: pochi o nessun esperto prevede una vera soluzione per entrambi i conflitti nel 2024, mentre la maggior parte cita come scenari più probabili un’ulteriore escalation e il coinvolgimento di altri Paesi.

Sul fronte politico, il 2024 si prospetta come un anno chiave per via delle elezioni. Oltre che negli Stati Uniti, il 2024 sarà un anno di consultazioni politiche in Russia, l’Ucraina, l’India, il Messico e molti altri Paesi.

Intelligenza artificiale: dopo boom, norme più stringenti

Uno sguardo infine all‘Intelligenza Artificiale. Dopo il boom del 2023, l’intelligenza artificiale dovrà affrontare un altro anno cruciale. Se da un lato, anticipano gli esperti, i progressi sul fronte tecnologico saranno inevitabili, dall’altro normative più rigide e controversie legali saranno sempre più centrali, come dimostra la causa intentata dal New York Times contro OpenAI.

Inoltre, il crescente potenziale di uso malevolo dell’IA in occasione delle numerose elezioni mondiali di quest’anno potrebbe stimolare le richieste di una maggiore e più stringente regolamentazione.

Lo sviluppo su larga scala delle infrastrutture russe

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La Russia continua a trarre le giuste conclusioni sia dalla propria storia che da un’esperienza globale di successo. Lo sviluppo fondamentale e il rinnovamento delle infrastrutture (fondamenta industriale e logistica, – un insieme di imprese, istituzioni, sistemi di gestione, comunicazioni e così via, che forniscono e servono l’attività economica della società) è diventato molte volte l’inizio delle più grandi trasformazioni economiche positive di tutti i tempi in tutto il mondo e in ogni momento. Se vuoi fare un grande salto economico, sviluppa uno dei principali ed enormi moltiplicatori economici: le infrastrutture.

Ecco alcuni esempi dei più grandi progetti infrastrutturali di tutto il mondo che hanno dato origine alla successiva crescita economica:

 Il Piano statale per lo sviluppo dell’elettrificazione dell’industria dell’energia elettrica nella Russia sovietica (GOERLO) creò le basi per il successivo “miracolo economico stalinista”;

 Dal 1933 al 1939, i lavori pubblici per costruire svincoli autostradali, superstrade e superstrade negli Stati Uniti permisero agli stati di evitare le peggiori conseguenze della “Grande Depressione” – fame diffusa e rivoluzione tra i disoccupati, che, grazie alla pre-depressione ” un’abile politica economica” è apparsa in abbondanza;

 La rete di autostrade ad alta velocità, un gran numero di centrali idroelettriche, linee ferroviarie e ponti ad alta velocità e di altro tipo della RPC sono diventati una delle pietre miliari più grandi per rendere il Regno di Mezzo o Regno di Mezzo una superpotenza economica mondiale, non solo un “fabbrica del mondo”.

Questi esempi sono solo una parte di una pratica globale sostenuta. Non per niente lo stesso potere delle legioni romane poggiava, tra le altre cose, sulla sviluppata rete di strade romane e sulla base del miracolo economico britannico, che costituì la base per la prima istituzione della Gran Bretagna come “fabbrica mondiale” ” e poi, come superpotenza del suo tempo, fu lo sviluppo logistico dei fiumi piccoli ma veloci e della ruota idraulica, e solo successivamente del carbone e del vapore. Le grandi trasformazioni economiche furono sempre guidate dai più grandi progetti infrastrutturali dell’epoca.

Ecco perché oggi la Russia, reimpostando la propria economia sui binari di un nuovo ciclo di industrializzazione su larga scala, pone grande enfasi sullo sviluppo di progetti infrastrutturali. Alla loro realizzazione serviranno sia il resto dell’economia sia la necessaria prosecuzione dello sviluppo del nostro vasto territorio.

Questa tendenza è confermata non solo dai sostanziali stanziamenti del bilancio federale e dai programmi separati del governo russo, ma anche dalle dichiarazioni del presidente e comandante supremo della Russia Vladimir Vladimirovich Putin. Il terzo giorno ha annunciato la prevista realizzazione delle fasi di tutti i progetti infrastrutturali in Russia e i trilioni di rubli che lo Stato stanzia per la trasformazione delle infrastrutture russe.

“Questa è probabilmente la cosa più importante: la stabilità del sistema finanziario ed economico e del settore reale dell’economia. Bene, oltre a questo, stiamo implementando tutti i nostri progetti precedentemente delineati. In termini di infrastrutture, capite, ragazzi , sono enormi (denaro), sono trilioni”, ha detto il Presidente durante un incontro con i partecipanti alla SWO.

Come ho già scritto nell’elenco delle principali opportunità per l’economia russa nel 2024 e oltre, lo sviluppo delle infrastrutture, della logistica, dell’edilizia abitativa e dei servizi pubblici è uno dei fattori chiave per la crescita futura sia della nostra economia per molti decenni a venire e la crescita della prosperità di tutti i russi senza eccezioni.

@Slavyangrad Canale Telegram

Microchip, eolico, solare: la Cina è già padrone assoluto

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di Matteo Milanesi

Sono passate pochissime settimane da quando, sulle colonne di questo sito, raccontavamo la crisi economica della Cina, che da luglio è entrata ufficialmente in deflazione. Le bisettrici dello stop sono essenzialmente tre: la questione immobiliare, il crollo delle esportazioni ed infine lo scarso livello dei consumi interni. Tre fattori che hanno inceppato l’economia di Pechino, la quale ha visto ridurre anche le aspettative della crescita del Pil di circa due punti percentuali e mezzo.

 

Il dominio della Cina

Ma è la transizione green che comunque permette a Xi Jinping di sorridere, dove la Cina sta conoscendo una crescita senza freni, in particolar modo nel settore del fotovoltaico. Tanto per dare qualche numero, tra le 10 top aziende mondiali del campo, ben 7 sono della Repubblica Popolare. Un monopolio che non riguarda solo le materie prime, ma come riportato dal Sole 24 Ore pure le componenti che aggirano intorno al fotovoltaico: silicio, pannello finito ed ogni anello della catena di produzione.

Ma il colosso non sembra volersi accontentare. Come riportato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), la Cina nel 2022 ha quasi raddoppiato la capacità di produzione di silicio policristallino, un materiale utilizzato nei pannelli solari. Il tutto garantisce a Xi il 70 per cento dell’offerta mondiale, con stime di crescita che si aggirano fino al dominio del 90 per cento della produzione globale. Il dato si affianca al settore dei wafer, dove Pechino ha letteralmente monopolizzato l’intero ambito, arrivando a raggiungere punto del 97 per cento in termini di wafer utilizzati per i pannelli fotovoltaici.

Numeri che ricadono a cascata contro l’Europa e gli Stati Uniti, che nel percorso della transizione green si trovano ben più indietro rispetto al colosso cinese, reso ben più competitivo grazie ai suoi prezzi low cost, i quali agiscono come fossero una vera e propria spada di Damocle posta contro Ue e Usa.

 

Eolico e microchip

Eppure, le brutte notizie per l’Occidente non finiscono qui. Pure nel settore dell’eolico, trainato dai vertici di Bruxelles in un’ottica di sostenibilità ambientale, è sempre la Cina a minacciarci. Come riportato dall’inchiesta di Sissi Bellomo, sempre sulle colonne de Il Sole 24 Ore: “Il gigante asiatico si è mosso con decisione anche a valle della filiera, arrivando a produrre 1160 per cento delle turbine eoliche nel mondo”. Una politica che mette a rischio l’autosufficienza europea entro il 2030. Ed è da qui che il regime di Xi Jinping può contare sul monopolio dell’offerta di terre rare, seguita dall’esportazione di turbine low cost pure nel continente europeo, dove gli ordini sono crollati quasi del 50 per cento nel 2022. Male anche negli Stati Uniti dove, unitamente al Vecchio Continente, solo quest’estate sono saltati investimenti nell’eolico offshore per circa 33 miliardi di dollari, come calcolato dal Wall Street Journal.

Per approfondire:

A destare ulteriori preoccupazioni è poi il settore dei microchip, da cui si ricollega la questione di Taiwan. L’isola di Formosa, infatti, monopolizza il settore con la produzione del 65 per cento dei semiconduttori, percentuale che si alza oltre l’80 per cento se parliamo di quelli più avanzati. L’obiettivo di Xi Jinping, con l’invasione militare di Taiwan, sarebbe quello di mettere mano sulla tecnologia taiwanese, creando un connubio coi risultati record che Pechino sta ottenendo nel settore. L’aumento vertiginoso dei microchip cinese ha raggiunto il valore di 5 miliardi di dollari a giugno e luglio, il 70 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021.

Uno sviluppo che alimenta tentazioni di protezionismo economico in Ue, non solo nel campo dei semiconduttori, ma pure nell’ambito dell’eolico e del fotovoltaico. Gli Stati Uniti già da tempo (prima con Trump alla Casa Bianca ed oggi con Biden) hanno optato per una politica di restrizioni e dazi verso Pechino. Sarà arrivato il momento anche per l’Europa?

 

Articolo completo: Microchip, eolico, solare: la Cina è già padrone assoluto (nicolaporro.it)

Batterie zinco aria: una nuova ricerca le indica come il futuro rispetto al litio

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di Giuseppina Perlasca

 

Il recente studio della Edith Cowan University sul progresso dei sistemi di batterie sostenibili suggerisce che le batterie zinco-aria siano un’alternativa migliore alle sostanze chimiche al litio. Il documento di ricerca che riporta la ricerca e i risultati è stato pubblicato sulla rivista EcoMat.

Il dottor Muhammad Rizwan Azhar della Edith Cowan University (ECU) ha guidato il progetto nel qaule si afferma che le batterie agli ioni di litio, le più diffuse attualmente, presentino troppi limiti legati al costo e alla disponibilità dei materiali rispetto alle alternative già disponibili

Spiega il ricercatore “Le batterie ricaricabili zinco-aria (ZAB) stanno diventando sempre più attraenti a causa del loro basso costo, rispetto dell’ambiente, elevata densità di energia teorica e sicurezza intrinseca. Con l’emergere sul mercato di veicoli a lungo raggio e aerei elettrici di prossima generazione, c’è una crescente necessità di sistemi di batterie più sicuri, più economici e ad alte prestazioni che possano superare le capacità delle batterie agli ioni di litio”.

Zinco-aria: come funziona questa batteria

Una batteria zinco-aria è composta da un elettrodo negativo di zinco e un elettrodo positivo di aria.

Finora il principale svantaggio di questi elettrodi è stata la potenza limitata, dovuta alle scarse prestazioni degli elettrodi ad aria e alla loro breve durata.

La svolta dell’ECU ha consentito agli ingegneri di utilizzare una combinazione di nuovi materiali, come carbonio, ferro  e minerali a base di cobalto, per riprogettare le batterie zinco-aria.

Il recente studio della Edith Cowan University sul progresso dei sistemi di batterie sostenibili suggerisce che le batterie zinco-aria siano un’alternativa migliore alle sostanze chimiche al litio. Il documento di ricerca che riporta la ricerca e i risultati è stato pubblicato sulla rivista EcoMat.

Il dottor Muhammad Rizwan Azhar della Edith Cowan University (ECU) ha guidato il progetto nel qaule si afferma che le batterie agli ioni di litio, le più diffuse attualmente, presentino troppi limiti legati al costo e alla disponibilità dei materiali rispetto alle alternative già disponibili

Spiega il ricercatore “Le batterie ricaricabili zinco-aria (ZAB) stanno diventando sempre più attraenti a causa del loro basso costo, rispetto dell’ambiente, elevata densità di energia teorica e sicurezza intrinseca. Con l’emergere sul mercato di veicoli a lungo raggio e aerei elettrici di prossima generazione, c’è una crescente necessità di sistemi di batterie più sicuri, più economici e ad alte prestazioni che possano superare le capacità delle batterie agli ioni di litio”.

Il dottor Azhar ha osservato: “Il nuovo design è stato così efficiente da sopprimere la resistenza interna delle batterie e la loro tensione era vicina alla tensione teorica, il che si è tradotto in un’elevata densità di potenza di picco e una stabilità di lunghissima durata. Oltre a rivoluzionare il settore dello stoccaggio dell’energia, questa svolta contribuisce in modo significativo alla costruzione di una società sostenibile, riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili e mitigando gli impatti ambientali”.
«L’utilizzo di risorse naturali, come lo zinco proveniente dall’Australia e l’aria, migliora ulteriormente il rapporto costo-efficacia e la fattibilità di queste innovative batterie zinco-aria per il futuro», ha aggiunto il dott. Azhar.

Un accumulatore valido e affidabile

Il dottor Azhar ha affermato che, sebbene le risorse rinnovabili come l’energia solare, eolica e idroelettrica svolgano un ruolo fondamentale nel futuro dell’energia verde, non sono soluzioni completamente affidabili in quanto sono fonti di energia intermittenti.

“Grazie all’abbondanza di zinco disponibile in paesi come l’Australia e all’ubiquità dell’aria, questa diventa una soluzione di stoccaggio dell’energia altamente praticabile e affidabile”, ha spiegato il dott. Azhar. Nell’immagine: produttori mondiali di zinco

La riprogettazione delle batterie zinco-aria da parte dell’ECU avvicina l’Australia al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e dei traguardi stabiliti dall’Accordo di Parigi, stabilito alla fine del 2015 per sottolineare la necessità di risorse energetiche sostenibili per limitare il cambiamento climatico.

Ovviamente la produzione di batterie zinco-aria, dai costi frazionali rispetto a quelle al litio, spiazzerebbe queste ultime commercialmente. Una vera e propria rivoluzione nella mobilità elettrica che la potrebbe rendere conveniente. 

 

Articolo completo:

Dei veri disastri ambientali quasi nessuno parla

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EDITORIALE

di Gianpiero Bonfanti per https://www.informazionecattolica.it/2023/08/29/dei-veri-disastri-ambientali-quasi-nessuno-parla/

IL GOVERNO GIAPPONESE HA DATO IL VIA AL RILASCIO NELL’OCEANO GIAPPONESE DELL’ACQUA REFLUA RADIOATTIVA DELL’IMPIANTO NUCLEARE DI FUKUSHIMA SOTTOPOSTA A TRATTAMENTO

Giornalmente veniamo bombardati da messaggi assillanti che ci vogliono persuadere che siamo cattivi con la natura perché andiamo al lavoro con una vettura a benzina o a gasolio, oppure perché consumiamo troppa energia per riscaldarci o per cucinare.

Mentre ci raccontano che con la riduzione delle emissioni di CO2 risolveremmo ogni problema ambientale, dall’altra parte del mondo si combatte la vera lotta contro chi effettivamente sta causando disastri ecologici inimmaginabili.

È dei giorni scorsi infatti la notizia secondo la quale il governo giapponese ha dato il via al rilascio nell’Oceano Pacifico dell’acqua reflua radioattiva dell’impianto nucleare di Fukushima sottoposta a trattamento.

Ricordiamo che il disastro nucleare di Fukushima, avvenuto nel marzo del 2011 in seguito ad un terremoto con conseguente maremoto e tsunami, è ritenuto l’unico incidente, unitamente al disastro di Černobyl’ del 26 aprile 1986, ad essere stato classificato di livello 7 della scala INES (il livello di gravità massima degli incidenti nucleari).

Ancora oggi, a distanza di anni, il disastro mostra il suo aspetto distruttivo.

I test svolti sulle acque che verranno rilasciate nel tempo hanno mostrato concentrazioni di trizio – elemento radioattivo rimasto dopo il trattamento – inferiori allo standard di 1.500 becquerel per litro, che rappresenta il limite stabilito dalla società per il rilascio delle acque, e questo sversamento dovrebbe proseguire per i prossimi 30 anni fino ad esaurimento dell’acqua contaminata.

A tutto questo però i paesi dell’area non hanno reagito positivamente e molte proteste si sono accese.

Secondo AsiaNews “Pechino ha già bloccato l’importazione “totale” dei prodotti ittici provenienti dal Giappone. Una mossa che rischia di affossare le numerose attività legate alla ristorazione ispirata alla cucina nipponica da Hong Kong a Macao, fino alla Cina continentale. Tuttavia, vale qui ricordare che le stesse centrali nucleari cinesi rilasciano già da tempo acqua radioattiva e contaminata nei mari, senza – in questo caso – alcuna supervisione o controllo da parte delle agenzie internazionali e del settore, come sta avvenendo ora.”

Le operazioni del Giappone appaiono quindi ai più esperti come più “sicure” rispetto a quelle della Cina che dal 2020 hanno permesso di scaricare circa 143 trilioni di becquerel di trizio dalla centrale nucleare Qinshan III, nella provincia dello Zhejiang, secondo il quotidiano più diffuso al mondo Yomiuri Shimbun.

Anche a Seul in Corea del Sud le proteste si sono accese e la polizia ha arrestato alcuni manifestanti che cercavano di fare irruzione nella locale ambasciata nipponica mentre altre decine si erano riuniti davanti alla sede della TEPCO a Tokyo con cartelloni con scritte di protesta.

Ricordiamo che la Tokyo Electric Power Company (TEPCO) è l’impresa che operava sull’impianto di Fukushima al momento del disastro e che non avrebbe disposto misure di sicurezza adeguate al rischio sismico, non dotandosi di piani di contenimento danni né di adeguati piani di evacuazione. Di tutto ciò la TEPCO si assunse pubblicamente alcune responsabilità.

Anche la Corea del Nord ha preso una posizione perentoria contro questa azione del Giappone, ma il tutto sembra che non sia sufficiente per fermare la risolutezza nipponica.

Una questione da risolvere non proprio di poco conto, considerando anche che molto del cibo in scatola che troviamo nei nostri supermercati deriva proprio dalla pesca nell’Oceano Pacifico.

Ma di fronte allo scenario apocalittico di sversamenti di acque radioattive a mezzo di paesi poco inclini al rispetto ambientale, la propaganda diffusa nei nostri paesi continua ad essere quella delle case green, delle auto elettriche, dei pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche.

Da notare che l’implementazione dei sistemi di cui sopra non farebbe altro che aumentare la produzione dei prodotti green fabbricati nei paesi asiatici e di conseguenza l’inquinamento in queste nazioni.

Le catastrofi ambientali causate da questi paesi sono di diversa natura, questa è una delle tante.

Invece di introdurre norme assurde e limitazioni paradossali, è necessario tentare di fermare queste condotte che sono da considerarsi dei veri e propri crimini contro l’umanità.

Soros si è arreso: addio all’Europa

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Il magnate cambia linea: “Stop ai finanziamenti per l’Ue”. Ecco quali saranno le mosse della sua fondazione internazionale

Ciao ciao Europa. È questo il messaggio lanciato dalla Open Society Foundations del magnate George Soros, che già a partire dal prossimo anno trasmetterà i finanziamenti fino ad oggi destinati al Vecchio Continente alla volta di altri Stati fuori dall’Ue. La ragione starebbe nel fatto che Bruxelles spende ormai da molto tempo denari a favore della tutela dei diritti umani, e che quindi l’azione della fondazione internazionale dovrebbe essere direzionata da altre parti.

Una motivazione, però, che ha sollevato più che dubbi anche tra le stesse Ong collaboratrici. Venerdì scorso, infatti, Soros ha inviato una lettera spiegando le motivazioni del proprio disimpegno, ma da qui si è scatenato un vero e proprio braccio di ferro con alcune associazioni. Tra queste, per esempio, incidono fortemente quelle ungheresi, secondo le quali la giustificazione addotta dal magnate sarebbe “un po’ contraddittoria”. E questo perché “il governo ungherese, ad esempio, non fa molto per le persone LGBTQ, anzi, in realtà è contro di loro. E per quanto riguarda la democrazia stessa, non solo in Ungheria, ma anche in altri Stati membri dell’Ue, non gode di ottima salute”.

Ma la vera svolta si è avuta qualche mese fa, quando al trono della OSF è arrivato il figlio Alex Soros, 37 anni, ora pronto a gestire il patrimonio da 25 miliardi di dollari del padre George. Fino a quel momento, come riportato sulle colonne del Domani, “i bilanci mostrano che nel 2016 erano indirizzati 143 milioni di dollari, nel 2017 oltre 154; nel 2019 ben 178, e 209 nel 2021”. Da giugno, invece, è arrivato il cambio di rotta.

Per approfondire:

La trasformazione è proprio legata all’erede nascente e studiante negli Usa, sempre più intenzionato a dirottare fondi ingenti verso le presidenziali 2024. Insomma, prima dell’Ue, conta più che mai la politica americana. Una scelta che per il cronista ungherese, Pál Dániel Rényi, comporterà licenziamenti massicci nel Paese governato da Orban. Tagli anche del 40 per cento della forza lavoro, che però alla famiglia Soros non sembrano più interessare.

Germania, allarme rosso

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Il governo tedesco conferma: “I dati non indicano ancora una ripresa”. Il caso dell’auto e i rischi per l’Italia

di Franco Lodige

La chiamavano la “locomotiva d’Europa”. La crescita era costante, le finanze dello Stato solide, la potenza politica inattaccabile. Era l’era di Angela Merkel, ormai finita da tempo. La guerra in Ucraina, i tentennamenti di Olaf Scholz e la chiusura del rapporto privilegiato col gas di Putin hanno trasformato la Germania. In peggio. Oggi l’economia tedesca affanna, la produzione industriale si è fermata, le vendite calano. A maggio è stata dichiarata la “recessione tecnica“. E anche il clima imprenditoriale generale è negativo. Segno che oggi Berlino non è più quella solida roccia che è stata nell’ultimo ventennio.

Allarme rosso in Germania

L’ultima notizia negativa è stata diffusa oggi dal ministero dell’Economia secondo cui non si intravede alcun miglioramento per l’economia tedesca. “Gli indicatori attuali non indicano ancora una ripresa economica sostenuta nei prossimi mesi”. Certo: i consumi privati hanno retto il colpo. Ma le “deboli condizioni esterne” rallentano la produzione e soprattutto le esportazioni, ormai al palo. I dati parlano chiaro: a giugno la produzione industriale è calata dell’1,3%, trainata verso il basso dal settore automobilistico e dalle costruzioni.

Il settore immobiliare fatica

I segnali sono sconfortanti. La società Project, che ha sede a Norimberga e investimenti per miliardi di euro in tutta la Germania, ha presentato istanza di insolvenza. Parliamo di qualcosa come 120 progetti di costruzione edile (pianificati o in costruzione) per 3,2 miliardi di euro, ma l’aumento dei costi di costruzione a seguito della guerra in Ucraina hanno dato il colpo finale. “Non è stato possibile trasferire questi aumenti di costo ai clienti”, ha fatto sapere la società, non l’unica in difficoltà in tutta la Germania: l’aumento dei tassi di interesse immobiliari e dei costi dei materiali hanno prodotto una raffica di insolvenze.

Germania, clima imprenditoriale negativo

Non che i professionisti se la passino meglio. Un sondaggio realizzato dall’Ifo tra i lavoratori autonomi registra un peggioramento drastico del clima imprenditoriale per i lavoratori autonomi tedeschi. L’indice elaborato dall’istituto è sceso a -16,4 punti a luglio dai -12,6 di giugno. “L’economia tedesca sta attraversando una fase di debolezza”, afferma Katrin Demmelhuber, ricercatrice dell’ifo. E anche “i lavoratori autonomi sono colpiti da questa situazione”. Senza contare che nei primi sei mesi del 2023 hanno cessato l’attività qualcosa come 50.600 medie imprese, con un aumento del 12,4% rispetto all’anno precedente. Il numero di insolvenze aziendali registrate è aumentato del 3,5% a maggio rispetto ad aprile e del 19% rispetto a maggio 2022.

La crisi tedesca

I motivi dietro la crisi tedesca sono numerosi. Negli ultimi anni la Germania aveva sviluppato un’economia decisamente rivolta verso Oriente: usava il gas della Russia e rivendeva beni a Mosca così come a Pechino. Nel primo caso i rapporti sono ai minimi termini a causa delle sanzioni. Nel secondo si sta realizzando un calo della fame cinese per il made in Germany. Soprattutto sul settore dell’auto, dove l’avanzata dell’elettrico sta dando un vantaggio competitivo alle aziende locali cinesi. Da gennaio a maggio del 2023, Volkswagen, Audi, Bmw e Mercedes hanno prodotto in Ue mezzo milione di vetture in meno rispetto al 2019. Un crollo del 20%. E se l’automotive tedesco tentenna, a rimetterci sono anche le aziende italiane.

Vero: se il Fmi alza le stime della crescita italiana e la pone al di sopra di quella tedesca un po’ di orgoglio nazionale è giustificato. Ma senza fuochi d’artificio. Come spiega Matteo Zoppas, direttore dell’Ice, la Germania è il nostro primo mercato e “rappresenta il riferimento per alcuni comparti primari come food, fashion e componentistica”. Se Berlino piange, insomma, Roma non può certo ridere.

Franco Lodige, 14 agosto 2023

Fonte: https://www.nicolaporro.it/germania-allarme-rosso/

La Cina e la globalizzazione, la leadership statunitense e l’Europa vassalla

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l’EDITORIALE DEL LUNEDI (articolo pubblicato anche su www.2dipicche.news www.info.hispania.it e www.vocesdelperiodista.it (in Spagna e America Latina)

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/07/31/la-cina-e-la-globalizzazione-la-leadership-statunitense-e-leuropa-vassalla/

QUALCHE RIFLESSIONE SULLA VIA DELLA SETA

Uno degli argomenti principali più attuali del momento, è il dibattito sulla cosiddetta Via della Seta. Come sostiene il Prof. Fabio Massimo Parenti (docente all’Istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze) sulla rivista Eurasia (3/2023), essa è, “in estrema sintesi, una proposta cinese di cooperazione internazionale, incentrata sull’aumento della della connettività terrestre, marittima ed aerea a livello intercontinentale”.

E’ più che legittimo interpretare questo enorme piano di investimenti come una nuova opportunità per affrontare i problemi globali, potenziando il multilateralismo e migliorando la cooperazione mondiale sul piano della governance, delle modalità per affrontare la povertà, lo sviluppo ineguale, le guerre, il degrado ambientale.

Il progetto cinese parla di trilioni di dollari ed è aperto a tutti i paesi del mondo. Continua il Prof. Parenti: “[…] Così come definito nel XIX Congresso nazionale del 2017, il Partito Comunista Cinese si è posto due macro-obiettivi: primo, costruire nuove forme di relazioni internazionali, incentrate sulla cooperazione vantaggiosa per tutti ed il rispetto reciproco, e, secondo, creare una comunità dal futuro condiviso per tutta l’umanità”.

Questo modello andrebbe, a tutti gli effetti, a sostituire la globalizzazione con leadership statunitense ed Europa vassalla. Per questo, negli ultimi anni, l’Occidente ha demonizzato il progetto cinese, accusandolo di tutto e di più, soprattutto delle nefandezze predatorie compiute nei confronti del “Sud del mondo”, che, in realtà, sono state perpetuate per gli interessi degli USA e dei suoi alleati. In particolare, la Cina viene accusata di voler intrappolare i paesi in via di sviluppo in una rete di debiti, che costoro hanno contratto, però, nel predominio finanziario del blocco occidentale, tanto che “secondo Zhao Lijan, portavoce del Ministero degli Affari Esteri, sarebbe un ennesimo esempio “della diplomazia delle menzogne in stile americano” “.

Nel recentissimo viaggio a Washington, il premier italiano Giorgia Meloni ha incontrato il Presidente Joe Biden e parlato anche della Via della Seta. Già in Senato Meloni ha detto che “la questione va maneggiata con delicatezza, cura e rispetto, coinvolgendo anche il Parlamento”. Nonostante i mugugni di Pechino che hanno preceduto la visita negli States del Presidente del Consiglio italiano, in ballo c’è stata la discussione con gli USA sul rinnovo del memorandum d’intesa sulla Via della Seta, che Roma aveva siglato con la Cina nel 2019, durante il governo gialloverde. Seppur non ufficialmente, il governo Meloni pare aver preso la decisione fortemente voluta da Biden, ovvero non rinnovare l’accordo. Ma Meloni ha annunciato anche un prossimo viaggio a Pechino per incontrare Xi Jinping, e, probabilmente comunicargli la decisione, pur mantenendo un ottimo rapporto commerciale, sulla scia di Germania, Francia e Regno Unito, che hanno rapporti economici ingenti con Pechino, senza rientrare nel memorandum della Via della Seta.

Il Presidente dell’Aspen Institute Italia Prof. Giulio Tremonti, di cui è socia anche Giorgia Meloni, scrive, nel suo libro “Globalizzazione, le piaghe e la cura possibile” (Ed. Solferino, 2022): “appena trent’anni fa gli “illuminati” ci hanno graziosamente comunicato il passaggio dalla vecchia triade Liberté, Egalité, Fraternité, alla loro nuova triade: Globalité, Marché, Monnaie (Globalità, Mercato, Moneta). Saremmo entrati nell’ “età dell’oro” attraverso l’utopia della globalizzazione. E, guarda caso, utopia vuol dire assenza di luogo – ou-topos, in greco “non luogo” – e dunque è proprio questa l’essenza della globalizzazione!” Sempre Tremonti dedica un capitolo molto interessante alla Cina (pp. 82-89) ricordando che “la “modernizzazione” della Cina è iniziata solo negli anni Ottanta del secolo scorso, ma si è in effetti concretizzata con la globalizzazione, prima sfruttando di fatto le prime aperture del WTO (1994) e poi con il suo formale ingresso nell’organizzazione (2001).Quando esplode la grande crisi del 2008 la Cina è già una grande potenza, ma solo a livello mercantile e perciò con una politica ancora totalmente allineata al comune sentire dell’Occidente”. Poi, tutto è cambiato. Le vie della Seta sono state introdotte nello Statuto del Partito e nella Costituzione a indicare una proiezione geopolitica diretta a dimensioni globali, verso Occidente e verso l’Artico.

“L’ 11 marzo 2021 la Cina ha aperto all’ipotesi di sviluppo, a fianco del mercato esterno, del suo mercato interno. Ed è così che si è formato il progetto della cosiddetta “doppia circolazione”, inserita nel XV Piano quinquennale (2021-2025). Il problema più grande della Cina è dovuto alla mancanza di risorse naturali, quindi diviene esistenziale il bisogno di nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, con la quale può acquisire i dati degli altri. All’orizzonte, molti osservatori ed esperti vedono, dunque, la possibilità di una guerra tra l’Occidente e la Cina. Si chiede il Prof. Tremonti: “chi vince?” […]”la forza di attrazione e non tanto e non solo la forza militare. La Cina fa paura all’Occidente, è considerata lontana e pericolosa, dagli usi e costumi troppo diversi perché come nel secolo americano tutti avrebbero voluto essere americani per mille motivi, soprattutto la ricchezza ed il potere, nessuno oggi desidererebbe essere cinese.
E’ vero che la Cina dispone della bomba atomica dal 1964, il suo primo satellite lanciato nello spazio è stato nel 1970 e il primo astronauta in orbita nel 2003, ma non è certo priva di problemi: dalla questione Taiwan alla moneta alternativa che sta preparando con la Russia e che sconvolgerebbe certamente l’asse mondiale dei commerci e dei mercati. Inoltre vanno contate le sue fragilità interne dovute alle rivolte popolari, alla scarsità sanitaria e alle crisi finanziarie, come ad esempio il fallimento del colosso immobiliare Evergrande.

Lo stallo e la transizione con incertezze enormi sui cambiamenti globali regnano in questo momento storico nella decadenza di ogni cosa, dall’arte alla morale, dalle idee alla comune mentalità. Nella multipolarità economica e geopolitica vi potrebbe essere uno spiraglio di luce, che crei un minimo di entusiasmo in questa società sciatta, grigia e nichilista. Il prezzo da pagare per un cambiamento sistemico globale di simile portata sarà altissimo, nonostante il popolo anestetizzato pensi solo ai social network, attendendo con ansia la prossima edizione del Grande Fratello.

Scacco al Re da parte dei BRICS+: valuta sostenuta dall’oro al posto del dollaro

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Una delle mosse più intelligenti che Putin e alleati potessero fare…il multipolarismo economico de facto, che ammazza il dollaro con una valuta sostenuta dall’oro…(n.d.r.)

La Russia conferma che le nazioni BRICS+ lanceranno una nuova valuta congiunta sostenuta dall’oro per contrastare il dominio del dollaro USA (VIDEO)
Con una mossa senza precedenti che minaccia di ridefinire le dinamiche del commercio internazionale e della stabilità economica, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri russo, le nazioni BRICS hanno in programma di lanciare una nuova valuta commerciale, sostenuta dall’oro, al loro prossimo vertice di agosto a Johannesburg, in Sudafrica. .
La decisione, riportata da RT News, segna un audace allontanamento dal dollaro USA , l’attuale valuta di riserva globale del mondo.
Il gruppo BRICS, un’associazione di cinque grandi economie nazionali emergenti comprendente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ha catturato l’attenzione del mondo con questo piano. Oltre quarantuno paesi hanno espresso interesse ad aderire all’iniziativa BRICS e ad adottare la nuova valuta, evidenziando il crescente malcontento per il dominio globale del dollaro USA, grazie a Joe Biden.
Secondo il ministero degli Esteri russo, se anche le nazioni africane mostreranno entusiasmo per questa valuta sostenuta dall’oro, l’espansione dell’adesione ai BRICS potrebbe essere un punto chiave di discussione al prossimo vertice Russia-Africa di quest’anno.
L’ambasciata russa in Kenya ha pubblicato su Twitter la seguente dichiarazione:
“I paesi BRICS stanno pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale, che sarà sostenuta dall’oro. Sempre più contee hanno recentemente espresso il desiderio di aderire ai BRICS”, ha scritto l’ambasciata.
Questa mossa verso la de-dollarizzazione simboleggia una potenziale fine del regno del dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli impatti di questo cambiamento si svilupperanno senza dubbio nei prossimi mesi, suggerendo la fine di un’era di dominio statunitense e l’inizio di una nuova era di stabilità economica e prosperità per le nazioni BRICS.
(Fonte The Gateway Pundit)

Bce verso la fine dei rialzi ai tassi? Previsioni e scenari

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Segnalazione Wall Street Italia

di Luca Losito
9 Giugno 2023 

Francoforte tirerà dritto ancora un po’ sugli aumenti dei tassi nel contrasto all’inflazione, anche se pare che l’era restrittiva possa avere vita breve. Vediamo nell’analisi quali possono essere le prossime mosse della BCE e gli scenari che potrebbero prospettarsi nell’Eurozona.

Le mosse della BCE

Secondo numerosi esperti, non siamo ancora giunti al picco ma il rialzo dei tassi ufficiali da parte della Banca centrale europea si avvia verso la fine. La maggior parte degli analisti nella riunione del 15 giugno prevede un altro rialzo di 25 punti base, mentre nel meeting del 27 luglio si attende uno stop.

Ma non è detto che si tratti della fine del ciclo rialzista. Considerato che le decisioni sui tassi producono effetti sul mercato dopo sei-nove mesi, l’istituto di Francoforte potrebbe prendersi una pausa – probabilmente tutta l’estate – per saggiare l’impatto delle misure fin qui adottate. Anche perché, se è vero che per statuto la Bce ha come obiettivo quello di portare l’inflazione in prossimità del 2%, quindi meno di un terzo rispetto a oggi, è pur vero che nuove strette rischiano di aggravare il ciclo economico, avvicinando il Vecchio Continente verso la recessione.

Al momento in cui scriviamo l’Eurozona è appena scivolata in recessione tecnica (ovvero due trimestri di fila a crescita sottozero). Secondo le stime Eurostat, infatti, il pil europeo si è contratto nel passaggio tra il 2022 e il 2023: -0,1% nel quarto trimestre dell’anno scorso, -0,1% nel primo di quest’anno. Siamo ancora ben distanti dalla recessione, che scatta nel momento in cui c’è una variazione tendenziale superiore al -1% su base annua, ma è un primo campanello d’allarme a cui prestare attenzione per non sprofondare in una vera e propria crisi economica.

Gli scenari futuri

Il primo banco di prova è per fine mese, quando verrà pubblicato il dato sull’inflazione nell’Eurozona.

Allora si capirà se il rimbalzo registrato dai prezzi ad aprile rispetto a marzo è stato un episodio limitato o se, invece, davvero il trend discendente che aveva caratterizzato il semestre precedente si è fermato. Le ultime stime della Bce sono per un’inflazione intorno al 3% a fine anno (5,3% nell’intero 2023), con un ritorno all’obiettivo del 2% intorno a metà 2025.

Quanto ai dati italiani l’inflazione, salita quasi al 9% nel 2022, scenderà al 6,5 nel 2023 e si porterà al 2% nel 2025, secondo quanto previsto dalla Banca d’Italia. Tutto questo nella consapevolezza che siamo calati in uno scenario in continua evoluzione, all’interno del quale ogni previsione rischia di avere un corto respiro. Secondo gli analisti di Berenberg, l’inflazione “potrà scendere sotto il 3% nel quarto trimestre (di quest’anno, ndr), con volatilità sui dati mensili”, ma sempre che non vi siano nuove tensioni particolari in campo geopolitico.

Gli impatti sui mutui e sui risparmiatori

Dunque, l’estate potrebbe portare con sé la fine dei rialzi ai tassi d’interesse in Europa.

Un fatto positivo sia per i mutuatari attuali (a tasso variabile) e quelli futuri (senza distinzioni), sia per chiunque acceda a un mutuo o finanziamento.

Una frenata che potrebbe far riaccelerare gli investimenti della aziende e che potrebbe aiutare l’economia dell’Eurozona, dando un nuovo impulso a una crescita che al momento è di fatto bloccata (secondo la stima flash preliminare di Eurostat il PIL è cresciuto dello 0,1% nella zona euro nel primo trimestre del 2023).

La view di Lagarde

Interessante a supporto dell’analisi sono le ultime dichiarazioni di Christine Lagarde.

“Le pressioni inflazionistiche nell’area euro rimangono alte, e non ci sono prove chiare che l’inflazione di fondo abbia raggiunto il picco. L’inflazione al netto di energia e alimentari è scesa al 5,3% a maggio dal 5,6% di aprile. Gli ultimi dati disponibili suggeriscono che gli indicatori delle pressioni inflazionistiche di fondo rimangono elevati e, sebbene alcuni mostrino segni di moderazione, non vi è alcuna chiara evidenza che l’inflazione di fondo abbia raggiunto il picco. Siamo pienamente impegnati a combattere l’inflazione e siamo determinati a raggiungere il suo tempestivo ritorno al nostro obiettivo a medio termine del 2%. I nostri aumenti dei tassi si stanno trasmettendo con forza alle condizioni di finanziamento delle imprese e delle famiglie, come si può vedere dall’aumento dei tassi sui prestiti e dal calo dei volumi dei prestiti. Allo stesso tempo, iniziano a concretizzarsi tutti gli effetti delle nostre misure di politica monetaria”.

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