La fabbrica del consenso economico

di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

Per capire come la teoria economica mainstream, costruita e riprodotta nei circoli intellettuali e accademici, viene veicolata, mediaticamente, nella cultura di massa, dobbiamo prima fare una breve premessa su come funziona la propaganda nei moderni regimi occidentali cosiddetti liberal-democratici (cioè nei regimi in cui, per intenderci, vigono elezioni a suffragio universale, libertà di associazione e libertà di stampa).
In questi paesi la propaganda assume forme ben diverse da quelle che solitamente assume nei regimi non democratici – cioè in cui non vigono le condizioni di cui sopra –, dove tendenzialmente esiste un controllo top-down diretto e pressoché assoluto del flusso di informazioni che arriva ai cittadini, tanto tramite i media ufficiali (che perlopiù sono direttamente sotto il controllo del governo) quanto, oggi sempre di più, tramite i social network e persino i sistemi di chat. Pensiamo per esempio alla Cina.
Ora, un tale livello di controllo – ma soprattutto un controllo così esplicito dell’informazione – sarebbe ovviamente considerato inaccettabile nei paesi occidentali (almeno per ora). Dunque in Occidente, in particolare in seguito all’ascesa della comunicazione di massa nel secondo dopoguerra – e quindi al progressivo proliferare delle fonti di informazione “indipendenti” (cioè non soggette a controllo  governativo, diversamente dalla televisione pubblica, per esempio), che oggi con internet tendono praticamente all’infinito –, le élite politico-economiche occidentali sono dovute ricorrere a strategie alternative per assicurarsi un controllo sulla narrazione pubblica (controllo che – attenzione – è ancora più fondamentale nei regimi democratici, proprio perché in essi esiste effettivamente il rischio che possa essere eletto un governo ostile agli interessi delle élite).
Ora, ovviamente il modo più semplice per fare ciò è assicurarsi la proprietà, da parte dei principali gruppi di potere economici, dei principali mezzi di informazione – formalmente “liberi” e “indipendenti”. L’Italia da questo punto di vista è una caso da manuale. Non c’è solo l’esempio di Berlusconi-Mediaset, che conosciamo tutti. Se guardiamo alla carta stampata, vediamo che tutti i principali giornali sono essenzialmente controllati da un manipolo di potentati economici:
– (1) la famiglia Agnelli, che tramite una holding finanziaria olandese (Exor) possiede la Repubblica, L’Espresso, HuffPost, La Stampa, Il Secolo XIX, Limes, MicroMega ecc.;
– (2) il Gruppo Rizzoli (controllato per la maggior parte da Urbano Cairo), che possiede il Corriere della Sera);
– (3) i Caltagirone, la famiglia di costruttori romani, che possiedono Il Messaggero, Il Mattino, Leggo e il Gazzettino;
– e (4) Confindustria, che possiede il Sole 24 Ore.
In breve, un mezza dozzina di famiglie – una parte importante di quella che potremmo a tutti gli effetti definire l’oligarchia italiana – controlla quasi tutta l’informazione “ufficiale” – e, lo ribadiamo, formalmente “libera” e “indipendente” – del nostro paese. Ora, che la proprietà di questi organi di informazione non abbia una finalità prettamente economica (anzi, sappiamo che l’informazione cartacea rende sempre meno), ma piuttosto una finalità politica mi pare lapalissiano. Continua a leggere

BELT AND ROAD E DOMINIO CINESE DOPO IL COVID-19. La scelta fra scontro e perdite finanziarie

 

La Belt and Road Initiative, (BRI); l’iniziativa di espansione economica e politica della Cina verso i paesi in via di sviluppo che si è sviluppato attraverso un insieme di investimenti finanziati  o cofinanziati da governo cinese viene a richiamare una serie di grossi problemi legati sia ai rapporti internazionali, sia allo sviluppo delle industrie interne.

La Cina a partire dal 2015, come indicato in un discorso ufficiale dallo stesso Xi Jinping, si è trovata nella necessità di affrontare una “Supply Side Structural Reform” (SSSR), cioè la necessità di riformare il proprio sistema produttivo per renderlo più efficiente ed orientato al mercato, perchè non era possibile supportare una crescita a colpi di aumento del debito interno del 10% all’anno. Le finalità  principali dell’SSSR sarebbero  migliorare la qualità e l’efficienza dell’approvvigionamento; promuovere adeguamenti strutturali; correggere la distorsione dell’allocazione dei fattori di produzione; migliorare l’adattabilità e la flessibilità della struttura dell’offerta ai cambiamenti della domanda; e migliorare la produttività totale dei fattori (People’s Daily, 4 gennaio 2016). Praticamente un programma che appare scritto da Mario Monti.  Più concretamente, l’SSSR comprende cinque obiettivi strategici fondamentali:

1) ridurre la capacità industriale in eccesso;

2) ridurre la leva finanziaria nel settore aziendale;

3) riduzione delle proprietà immobiliari inutilizzate;

4) riduzione dei costi per le imprese e

5) affrontare gli “anelli deboli” dell’economia (un eufemismo per la riduzione della povertà). Continua a leggere

BAGNAI vs GENTILONI IN COMMISSIONE PARLAMENTARE. A domanda l’imputato non rispose…

 

Vi presentiamo un estratto dell’Audizione del ̶s̶o̶t̶t̶o̶s̶e̶g̶r̶e̶t̶a̶r̶i̶o̶ ̶d̶i̶ ̶D̶o̶m̶b̶r̶o̶v̶s̶k̶i̶s̶  Commissario Europeo al Bilancio Gentiloni davanti alla V Commissione Bilancio presieduta da Marattin (che riprende Bagnai per essersi temporaneamente tolto la maschera…). Bagnai fa cinque domande precise:

  • Esistono delle stime dell’impatto macro del recovery fund. Commentatori parlano di un impatto dell’1% del PIL a fronte di un calo a livello europeo del 8%;
  • “Ora abbiamo le risorse” ha detto Gentiloni, che poi sono prestiti. La Commissione ha valutato l’impatto sui mercati dei bond nazionali diq euste emissioni, perchè oggi  anche il Sole 24 Ore ha parlato di un possibile penalizzazione dei tassi dei mercati nazionali;
  • Ci sono studi sul pricing di titoli italiani di seniority, cioè privilegio, pari a quello dei titoli europei, e sulla base di quale norma la seniority dei titoli europei è superiore a quella dei titoli nazionali;
  • Se uno stato non restituisce i fondi, chi paga? Chi tappa il buco;
  • Il SURE è stato chiesto da 17 paesi, ma non da Francia e Germania. Il MES è stato chiesto solo da Cipro, che è molto diverso dal nostro?

Gentiloni parla di domande “Molto numerose”… sono cinque.

Risposte:

  • L’impatto dovrebbe essere del 1,8% nel 2021-22 e del 2,2 nel 2014.. (no , nel 2024… gaffe di Gentiloni) . Gentiloni, bontà sua, afferma che l’impatto sui paesi più indebitati dovrebbero essere maggiori… Però le risorse sono “Strategiche” perchè è “Debito comune per obiettivi comuni”. Il che è bello, ma potrebbe anche non interessare;
  • La Commissioni avrà condizioni favorevoli… ed dovrebbe diventare n”Un asset sicuro molto ricercato”, ma, così dicendo, viene a confermare il fatto che i debiti di stato saranno colpiti, anche se Gentiloni auspica che questo effetto non vi sia;
  • il tema della Seniority è astratto e, secondo Gentiloni, è discutibile che il debito della Commissione sia Senior. Per Gentiloni non esiste la possibilità di ristrutturazione dei debiti nazionali. Si diceva lo stesso delle obbligazioni bancarie. Comunque la base di seniority del Recovery è tutta da capire;
  • perchè funziona il SURE e il MES no? Perchè chi ha usato il MES non lo vuole più !!!!! resta il report sull’uso (ed in realtà, come ha chiarito la Corte dei conti, anche sulla capacità di Rimborso dei prestiti e sulla coerenza dei comportamenti verso le indicazioni della Commissione, ma Gentiloni se l’è dimenticato)…

le risposte non sono complete: l’effetto sui tassi dei debiti, che è molto generico, e cosa succede se qualcuno non paga. Anche lo studio macroeconomico è poco chiaro, dato che, ad esempio, non si è calcolato un  effetto specifico per l’Italia, ma un effetto medio, molto basso, con l’auspicio che qualcuno ne dovrebbe risentire di più. A furia di auspici però si muore…

DA

BAGNAI vs GENTILONI IN COMMISSIONE PARLAMENTARE. A domanda l’imputato non rispose…

La raccolta firme contro Soros: ecco come vogliono cacciarlo

Il Conservative Brazil Movement (Mbc) ha già raccolto più di 25mila firme che saranno consegnate al Congresso. L’obiettivo è quello di istituire una giornata mondiale contro l’influenza del magnate e della sua rete. Manifesti affissi a Brasilia

di Roberto Vivaldelli

In Brasile, un movimento conservatore ha da poco promosso una petizione contro l’influenza nel Paese del finanziere George Soros e della sua rete “filantropica”.

La campagna promossa dal Conservative Brazil Movement (Mbc) conta già il supporto di oltre 25mila firme, che verranno ufficialmente consegnate al Congresso Nazionale, il 13 agosto. Come spiegano i promotori, l’iniziativa mira a frenare l’attività e l’influenza di George Soros, fondatore della Open Society Foundations (Osf), uno dei “principali finanziatori di cliniche abortive nel mondo“.

La mobilitazione, sottolineano i referenti del Conservative Brazil Movement, ha l’obiettivo di diventare una campagna globale al fine di istituire il 12 agosto come la Giornata internazionale contro l’influenza ingombrante del magnate liberal, uno dei più importanti sponsor del Partito democratico Usa e di molte Ong progressiste in tutto il mondo. Per il movimento conservatore brasiliano, “Soros è il piú grande finanziatore della sinistra nel mondo, risponsabile di far cadere governi e rendere le nazioni instabili, con proposte che vanno dalla distruzione della cultura giudaico-cristiana, la legalizzazione dell’aborto, la teoria del gender, fino alla censura di Internet. É arrivato il momento di lottare uniti contro la personificazione del globalismo” sottolineano i promotori. Il titolo della campagna è “Non lasciare che George Soros pensi al posto tuo“. Secondo il movimento conservatore brasiliano, Soros finanzia movimenti come Black Lives Matter, alimentando le divisioni razziali. “Secondo un’analisi del Washington Times, l’Open Society Foundations ha stanziato al movimento almeno 33 milioni di dollari in un anno“. Recentemente, un gruppo di giovani del Conservative Brazil Movement si è incontrato a Brasilia per pubblicizzare la campagna con una serie di manifesti affissi in alcuni punti strategici della capitale. Continua a leggere

Vertice Ue: firmato accordo sul Recovery Fund a 750 miliardi, 390 di sussidi. All’Italia oltre 200 miliardi

I piani di spesa nazionali saranno approvati dalla Commissione e dal Consiglio Ecofin a maggioranza qualificata, e non ci sarà diritto di veto per nessuno

BRUXELLES – Sono le 5.31 del mattino di oggi, 21 luglio 2020 quando il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel scrive finalmente una sola parola sul suo account Twitter: «Deal!», «Accordo!». E il vertice Ue che ha prodotto questo risultato entra nella storia.

La nuova proposta di compromesso su «Next Generation EU», il Recovery Plan post Covid-19 da 750 miliardi di euro (390 di sovvenzioni e 360 di prestiti diretti agli Stati), e sul bilancio pluriennale 2021-2027 da 1.074,3 miliardi di euro (in impegni), è stata accettata da tutti i leader dei Ventisette, dopo quattro giorni di difficilissimi negoziati a Bruxelles. La stessa durata record del Consiglio europeo di Nizza del dicembre 2000, ma con ben altri risultati.

Per la prima volta, l’Unione europea emetterà titoli di debito comuni sul mercato (degli eurobond, anche se non si chiameranno così) per ben 750 miliardi di euro, per finanziare dei programmi comunitari, i cui interessi saranno pagati dal bilancio comunitario e che saranno rimborsati alla scadenza dallo stesso bilancio comunitario. E’ una svolta senza precedenti, anche se si tratta di una iniziativa eccezionale, «una tantum» e limitata nel tempo, per rispondere a una crisi senza precedenti.

L’Olanda e gli altri paesi «frugali» (Danimarca, Svezia e Austria, con l’appoggio parziale della Finlandia), inizialmente contrari al principio stesso di emettere debito per finanziare delle sovvenzioni a fondo perduto, e non solo dei prestiti, a favore degli Stati membri, sono riusciti a modificare in modo rilevante ma non sostanziale l’accordo, che mantiene tutta la sua ambizione e la sua portata.

Rispetto alle precedenti proposte, della Commissione europea (27 maggio) e dello stesso Michel (10 luglio), l’accordo cambia notevolmente la proporzione fra sovvenzioni a fondo perduto (“grants”), che ammonteranno ora a 390 miliardi di euro, e prestiti diretti agli Stati (“loans”), pari a 360 miliardi. Il rapporto diventa quasi paritario (52 a 48).

Nella proposte della Commissione e nella precedente bozza negoziale di Michel, invece, il rapporto era 2 a 1 a favore dei «grants» (500 mld) rispetto ai «loans» (250 mld)

L’accordo lascia invariato l’ammontare totale del Piano di rilancio (750 miliardi), ma soprattutto viene rafforzato il suo fondo più importante, la «Recovery and Resilience Facility», che aumenta il suo «volume di fuoco», con il totale che passa da 560 miliardi (310 di sovvenzioni e 250 di prestiti) della proposta iniziale, a 672,5 miliardi (di cui 312,5 di «grants» e 360 di «loans”).

Secondo le prime stime di fonti del governo l’accordo non dovrebbe penalizzare l’Italia. Dovrebbero diminuire di poco le sovvenzioni a fondo perduto, ma vi sarebbe anche un aumento sostanziale dei prestiti agevolati disponibili. La valutazione stima a circa 81,4 miliardi di euro le sovvenzioni che potrebbero essere assegnate all’Italia, rispetto agli 85,242 miliardi della prima proposta negoziale, con una riduzione di 3,842 miliardi.Per quanto riguarda i prestiti, si passerebbe dagli 88,584 miliardi della prima proposta a 127,4 miliardi, con un aumento di ben 38,816 miliardi di euro.

In generale, la riduzione totale di 110 miliardi nelle sovvenzioni di «Next Generation EU» comporta tagli di peso diverso nei vari programmi che compongono il Piano di rilancio, ma proprio il fatto che non venga ridotto (anzi, viene aumentato leggermente) l’ammontare dei «grants» nella «Recovery and Resilience Facility» (Rrf), spiega in gran parte perché l’Italia, che è il paese maggior beneficiario di questo fondo, non viene penalizzata.

Sul nodo della «governance», si è concluso come doveva concludersi il durissimo braccio di ferro fra il premier olandese Mark Rutte, che pretendeva un diritto di veto sulle decisioni riguardanti l’esborso dei fondi Ue a favore degli Stati membri, e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, intransigente fino alla fine nell’opporsi a questa pretesa e nel difendere gli equilibri fra istituzioni Ue e le prerogative della Commissione, che ha la competenza nell’esecuzione de bilancio.

Hanno vinto Conte, la Commissione e il diritto comunitario, mentre Rutte ha ottenuto solo dei bizantinismi ambigui dietro cui nascondere il suo nulla di fatto. I piani di spesa nazionali saranno approvati dalla Commissione e dal Consiglio Ecofin a maggioranza qualificata, e non ci sarà diritto di veto per nessuno, ma solo la possibilità di discuterli più a lungo, sospendendone l’approvazione per non più di tre mesi.

(con fonte Askanews)

 

DA

https://www.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20200721-547082

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

 

Come può sopravvivere l’Europa? Un tempo si sarebbe detto che  solo proseguendo in avanti, con più integrazione, poteva sopravvivere. Ora si inizia a pensare il contrario.

A dirlo non è un sovranista estremista, ma un compassato contributore del Financial Times, Gideon Rachmna. Il ragionamento parte dalla sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, massimo potere giurisdizionale tedesco, che è andato in opposizione su quando deciso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla legittimità dell’operato della BCE, alla quale si chiede di provare la “Proporzionalità” del proprio operato. A questo punto si tratta di evitare un pericoloso e potenzialmente devastante scontro fra poteri, che metterebbe la Germania in conflitto diretto con la BCE da un  lato e con la Corte di Giustizia dall’altro.

I  sostenitori più fanatici e meno lucidi della UE hanno reagito con orrore alle azioni della corte tedesca. Secondo loro la  sentenza di Karlsruhe ha “Messo a repentaglio l’intero ordinamento giuridico dell’UE” per cui la Commissione dovrebbe reagire portando la Germania in tribunale,cioè iniziando una procedura di infrazione. Bisogna dire che l’Autore si rende conto della insensatezza dell’operazione, che sarebbe distruttiva per diversi motivi:

  • la Germania è il più grande paese dell’Unione edil suo massimo contributore e non sopravviverebbe alla sua uscita;
  • la Corte Costituzionale è ancora una istituzione molto rispettata e soprattutto è l’espressione di una costruzione democratica, veramente democratica;
  • anche la Bundesbank gode di una grande stima.

Colpire queste due istituzioni tedesche significherebbe mettere la Germania contro l’Europa, e soprattutto il popolo tedesco contro le istituzioni europee. Quanto questo può essere utile all’Europa stessa? L’autore però non si rende conto che questa scelta viene a creare un forte, enorme squilibrio all’interno della struttura e, soprattutto, dell’uguaglianza dei cittadini della UE: infatti se viene tollerata l’intromissione a livello europeo della Corte Costituzionale di Karlsruhe, perchè non deve essere lo stesso per i massimi organi di applicazione delle leggi degli altri paesi?

Se la Commissione applicasse una procedura di infrazione alla Germania si creerebbe un corto circuito giuridico: la controversia è sulla superiorità come fonte del diritto fra Corte Tedesca e  Corte Europea, ma  se viene iniziata una procedura di infrazione questa ricade sotto la Corte Europea e questo però ne minerebbe la forza morale. La Germania potrebbe obiettare che la decisione giuridica non viene presa da una corte terza, ma dalla stessa Corte Europea che è messa sotto accusa . Un bel pasticcio.

L’autore purtroppo, evidentemente un frequentatore troppo assiduo di Bruxelles, si lancia in una ardita e quanto mai eccentrica differenziazione fra quanto sta accendendo nei rapporti fra Germania ed Unione e fra Polonia ed Ungheria ed Unione: queste ultime sarebbero “Cattive” perchè in mano a “Governi che stanno distruggendo la democrazia”, peccato che questi governi siano, democraticamente, molto più legittimati della Corte Costituzionale tedesca. Per fortuna che alla fine anche lui comprende che non si può forzare la mano con il cambiamento democratico, che  Bruxelles non può pensare di esportare la democrazia come se Budapest o Varsavia fossero la Baghdad di Saddam, ma bisogna lasciare che siano i rispettivi popoli a cambiare idea, se mai lo faranno.
Le conclusioni sono semplici: non può essere una procedura d’infrazione a far cambiare idea ai tedeschi, o a qualsiasi altro, Utilizzare questo sistema repressivo porterebbe solo all’esplosione del conflitto fra stati nazionali ed Unione. L’unico modo per risolvere il problema è quello di lasciare che , eventualmente lo risolvano gli stessi tedeschi , o polacchi, o ungheresi, e se questo significasse che la Germania vuole lasciare l’euro, beh, non ci sarebbe che da accettarlo. 

DA

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

La strada senza ritorno imboccata dalla Fed

La Federal Reserve è intervenuta ancora a sostegno dei mercati. Ma questa crisi non è dovuta al coronavirus, ma a un sistema che non regge

Finché certe denunce le fa uno come me, tutto rientra nella norma di quello che viene definito allarmismo. Qualche simpaticone azzarda addirittura il termine catastrofismo, salvo poi sparire dalla circolazione, come avvenuto da tre settimane a questa parte. O ritagliarsi ulteriore spazio di ridicolo, dando vita a battaglie di retroguardia contro l’utilizzo dei fondi del Mes, come se questo Paese non fosse già oggi in default conclamato, dati prospettici del Pil alla mano. Diverso è quando una delle testate più autorevoli del settore finanziario come Bloomberg è costretta ad alzare bandiera bianca e ammettere la realtà per quella che è: ovvero, il primo intervento emergenziale della Fed è stato reso necessario per evitare una catena di default fra gli hedge funds in stile Ltcm. Ma al cubo. Insomma, la Banca centrale Usa ha utilizzato il panico da coronavirus sui mercati per dare vita a quello che è stato un palese salvataggio pubblico di fondi speculativi. Nero su bianco.

Nella fattispecie, la denuncia dell’agenzia finanziaria si riferisce al 12 marzo, quando la Fed diede vita al suo bazooka emergenziale sul mercato repo, arrivando a operare aste da 500 miliardi di disponibilità, poi addirittura replicate nell’arco dello stesso giorno. Perché lo ha fatto? Ecco Bloomberg: “Gli hedge funds sono soliti prendere in prestito denaro dal mercato repo per operare sul popolare basis trade, di fatto lo sfruttamento del differenziale di prezzo fra Treasuries e futures. Visto che il livello di indebitamento dei vari fondi rappresenta una metrica seguita con attenzione, si è scoperto che in alcuni casi l’utilizzo di leva da parte di alcune istituzioni finanziarie era arrivato fino a 50x. L’esposizione di alcuni leveraged funds aveva toccato anche quota 650 miliardi di dollari, stando ad alcuni strategist di JP Morgan”.

E come si è arrivati a quell’apocalisse sfiorata? Il catalizzatore sarebbe stato proprio il crollo dei rendimenti dei Treasuries, arrivati allo 0,31% sul decennale e sotto l’1% per quanto riguarda il trentennale. Una situazione che ha colto i fondi speculativi esposti totalmente con la guardia abbassata, a tal punto che – conferma il report di Bloomberg – si era in palese difficoltà anche a completare i trades. Morale? “Questa situazione si è rivelata un fattore di contributo fondamentale rispetto alla decisione della Fed di mettere in campo 5 triliardi di dollari per mantenere operativi i mercati”. Ma guarda un po’. Ora che lo ha certificato un’agenzia autorevole e certamente non anti-mercatista come quella statunitense, ci credete? Oppure davvero dobbiamo andare avanti ancora per molto a prenderci per i fondelli con la storia del coronavirus che ha innescato una crisi senza precedenti dal nulla, impattando in maniera devastante su economie e sistemi finanziari che fino a gennaio erano invece sanissimi, solvibili e funzionali?

Lo ripeto per la millesima volta: il virus è stato solo il detonatore. Non si può dare la colpa solo al cerino acceso, se prima si è scientemente inondato di benzina tutto il circondario. Volete un’altra riprova? Guardate questi grafici: il primo ci mostra come la scorsa settimana, la Fed abbia immesso nel mercato solo in seno al programma di Qe – quindi non calcolando le alluvionali operazioni repo – liquidità per un controvalore quasi doppio rispetto all’intero mese di marzo del 2009, ovvero in pieno fall-out da crollo di Lehman! Il secondo grafico, invece, riassume per punti e per giorni gli interventi già messi in atto dalla stessa Federal Reserve a partire dal 28 febbraio per cercare di sostenere il mercato – e non l’economia, come dice qualche genio – e fallendo miseramente: scusate, trattasi o meno di un clamoroso salvataggio pubblico di Wall Street? Trattasi o meno del denaro degli statunitensi che, per la seconda volta in un decennio, viene stampato con il ciclostile per tamponare i danni miliardari di chi abusa dell’azzardo morale per fare soldi sui soldi? Trattasi o meno della “ricompensa” che il sistema sta offrendo ai soggetti che per almeno due anni e mezzo hanno sostenuto la panzana dell’economia più forte dal 1969, operando buybacks sistematici grazie ai soldi ottenuti a pioggia dall’emissione di debito a tasso zero?

È un clamoroso, vergognoso e criminale schema Ponzi a livello globale, altro che libero mercato o liberismo selvaggio. Qui siamo all’antitesi del liberismo, visto che fino a prova contrario il libero mercato presuppone il concetto di rischio, mentre qui si opera tranquillamente con il paracadute della Fed sempre a portata di mano e pronto a essere aperto: questo è socialismo di mercato della peggior specie, siamo all’Unione Sovietica del capitalismo. La Cina, in tal senso, ha fatto scuola. E la base di tutto sta proprio nell’abuso strutturale del Qe a livello mondiale: dal 2009 in poi, il concetto stesso di responsabilità di mercato non esiste più. Sono stati azzerati i rating, le valutazioni, i criteri di valutazione macro, le metriche di sostenibilità, la sostenibilità dei multipli sugli utili, il fair value e la price discovery. Siamo al capitalismo del “ti piace vincere facile”, esattamente come con i subprime nel 2007-2008: ancora una volta, come se nulla fosse accaduto.

E adesso? Adesso si andrà anche oltre, preparatevi. Perché con la scusa di sostenere l’economia, la Fed sta preparando il varco del Rubicone: dopo commercial papers e muni-bonds, sta per accettare anche debito corporate come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento o espansione monetaria, chiamatela come volete. A mio avviso, è solo una latente e travisata monetizzazione del debito. Tanto per cominciare, ieri – due ore prima che Wall Street aprisse le contrattazioni e con i futures in profondo rosso – ha annunciato una nuova ondata di programmi ad hoc, fra cui un Qe illimitato negli ammontare e nella durata e 300 miliardi di schema di sostegno alla cosiddetta Main Street, tanto per non scordarsi che siano in anno di elezioni. Voilà, nell’arco di dieci minuti i futures avevano dimezzato le perdite e un’ora prima della campanella erano in orbita.

Quanto durerà, stavolta? Difficile dirlo. In compenso, segnatevi la data di ieri sul calendario delle sciagure. Con la mossa di ieri, ovvero aver sdoganato il concetto di espansione monetaria open-ended, senza fine né limiti, la Federal Reserve ha cambiato le regole del gioco globale per sempre. Nulla, veramente, sarà più come prima. Nel bene e nel male, perché se ancora non dovesse bastare, nell’arsenale a disposizione di Jerome Powell sarebbe rimasto davvero poco. In caso il mercato andasse di nuovo in stallo, stante una margin call a livello mondiale che va ben oltre anche i 12 triliardi ipotizzati da JP Morgan, sarà il turno dell’intervento diretto sulle equities, probabilmente con l’acquisto di Etf sull’esempio della Bank of Japan. La quale, la scorsa settimana ha dovuto ammettere una perdita netta di 27 miliardi di dollari sulle proprie detenzioni in sole due settimane.

Speriamo tutti che funzioni, quantomeno avremo piastrellato il nostro cammino verso il disastro, ma avremo guadagnato qualche anno: se dovesse fallire, qualche Stato – e non azienda o banca o fondo – salterà come un tappo di bottiglia. Signori, parliamo di Banche centrali che operano come hedge funds, non so se vi rendete conto a che punto siamo arrivati. Tutto per colpa di un virus che fino all’altra settimana gli Usa minimizzavano a banale influenza? E attenzione, perché nei mercati del Nord Europa cominciano a circolare voci di blocchi dei riscatti da parte di hedge funds, decisamente propensi ad alzare i gates per bloccare i fondi di chi vorrebbe scendere dalla giostra prima di ritrovarsi in mutande. La stessa Goldman Sachs la scorsa settimana ha iniettato 1 miliardo di dollari in alcuni suoi portfolio money-market per tamponare la fuoriuscita di clienti, visto che gli outflows avevano registrato la cifra record di 8,1 miliardi di dollari in quattro giorni di trading. La banca d’affari ha acquistato 722,4 milioni di dollari in assets dal suo stesso Financial Square Money Market Fund e altri 301,2 dal Goldman Sachs Find Square Prime Obligations.

Lo chiamano “supporto al mercato”, è solo disperazione da palla di neve che rotola a valle sempre più velocemente, diventando valanga. E Goldman non ha agito in solitaria, visto che contemporaneamente è dovuta intervenire anche Bank of New York Mellon, la quale ha “sostenuto” il suo Dreyfus Cash Management due volte solo la scorsa settimana con circa 2,1 miliardi di cash. Signori, chiamatela pure come volete, continuate pure a negare comodamente la realtà, ma, per favore, in coscienza prendete atto che questa è tutto tranne che una crisi dovuta al coronavirus. Questo è un altro 2008, puro e semplice. Ma con molte più criticità e molte meno risposte. Il Leviatano monetarista è tra noi, dalle banconote Usa toglieranno la scritta In God we trust e metteranno In debt we trust.

Auguri, ne abbiamo bisogno. Perché la strada imboccata può avere solo un epilogo: in caso contrario, non c’è via d’uscita.

 

Da

https://www.ilsussidiario.net/news/spy-finanza-la-strada-senza-ritorno-imboccata-dalla-fed/2000425/

La Corte costituzionale tedesca deciderà il futuro di euro e UE il 5 maggio

di Antonio Di Siena

La notizia sta passando sotto silenzio praticamente in tutta Europa (specialmente in Italia) per questo parlarne è di fondamentale importanza.

Il 5 maggio la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà definitivamente sulla compatibilità del quantitative easing dell’era Mario Draghi con i principi fondamentali dello stato tedesco.

Una sentenza già prevista per il 24 marzo e rinviata (con molte resistenze) solo a causa dell’emergenza coronavirus a cui i tedeschi tengono molto e che potrebbe decidere una volta per tutte le sorti dell’UE e quindi dell’Italia.

La Corte di Karlsruhe non è nuova a gudizi di questo tipo, già nel 2013 infatti aveva sottoposto a vaglio il programma OMT (Outright monetary transactions), il famoso “scudo antispread” ipotizzato (e mai utilizzato) dalla BCE, che prevedeva acquisto illimitato di titoli di Paesi membri con spread fuori controllo.

Un giudizio che fu promosso dai falchi della CDU e doveva sostanzialmente occuparsi di accertare se: 1) la BCE stesse travalicando le sue funzioni (garanzia della stabilità dei prezzi); 2) se il meccanismo OMT fosse un modo fraudolento di aggirare il divieto di finanziamento degli Stati membri.

Dopo un lungo conflitto di competenze, nel 2016, la Corte dichiarò legittimo lo scudo antispread a patto che la BCE si attenesse scrupolosamente al rispetto di limiti di utilizzo molto stringenti. Fra questi il principale era che il loro volume dovesse essere estremamente limitato e preordinato.

Ora il problema è che alla luce di questo un QE da 750 mld rischia di far saltare il banco.

Sia per l’importo complessivo dell’operazione, sia perché un piano di acquisti forzati e cadenzati nel tempo determinerà per forza di cose un ulteriore scostamento dalle quote imposte dal capital key, in un contesto già fortemente sbilanciato in favore dei Paesi meno “virtuosi”.

Detto in altre parole si rischia che in pochissimo tempo non ci siano più bund tedeschi da comprare. Quindi per poter efficacemente attuare questo nuovo gigantesco QE la BCE dovrebbe necessarimente cambiare le regole, in modo da poter procedere ad acquisti massicci di titoli degli Stati con debiti più alti (Spagna e Italia in primis).

Ma questo inevitabilmente non solo violerebbe quei paletti posti dalla giurisprudenza di Karlsruhe in tema di OMT, ma farebbe al contempo aumentare la percezione di un QE esclusivo strumento di sostegno ai PIIGS.

Come è evidente quindi la questione è tutt’altro che una bazzecola.

Perché in uno scenario in cui per salvare l’Europa l’unica strada realmente percorribile è quella di una Germania che accetta politicamente (e pacificamente) di modificare ancora una volta le capital key (o magari di rinunciarvi definitivamente), i tedeschi stanno facendo l’esatto contrario.

Con la scusa che la questione dei limiti del mandato della Bce è orma diventata troppo centrale nella giurisprudenza costituzionale infatti, i tedeschi stanno di fatto demandando la decisone su QE e capital key al loro potere giurisdizionale. E il ricambio di organico in seno alla Corte di Karlsruhe lascia ipotizzare che insieme ad esso stia avvenendo un contestuale cambio di orientamento rispetto al passato.

Se così fosse o il piano Lagarde finirebbe vincolato agli stessi limiti posti a suo tempo per il piano OMT diversamente Berlino si chiamerebbe fuori.

Per questo affermare che il nuovo QE rischia di saltare per davvero non è un’assurdità.

In questo quadro quindi assume tutta un’altra logica e coerenza la notizia trapelata stanotte (e non ancora smentita) di Conte che avrebbe chiesto l’attivazione del MES.

Detto in parole più semplici.

Non ha nessun senso chiedere il MES se la BCE ha realmente cambiato orientamento di politica monetaria ed è pronta a creare dal nulla 750 mld di €. Se lo si fa evidentemente questo cambio di paradigma non è avvenuto.

Con tutta evidenza quindi, e consci dell’imminente decisione della giurisprudenza tedesca, alla BCE non hanno fatto altro che orchestrare un grande bluff (resta solo da capire se con o senza la complicità del Governo italiano).

In ogni caso fra un mese in mezzo il piano salva Europa potrebbe saltare per aria. E qualcuno rischia di restare col cerino in mano e la Troika in casa. Indovinate chi è.

FONTE: lantidiplomatico.it
LINK: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_corte_costituzionale_tedesca_decider_il_futuro_di_euro_e_ue_il_5_maggio/29278_33706/

Da https://comedonchisciotte.org/la-corte-costituzionale-tedesca-decidera-il-futuro-di-euro-e-ue-il-5-maggio/

Johnson, prima mossa post Brexit: nazionalizza le ferrovie

Boris Johnson, il trionfatore della Brexit, va oltre: il premier britannico ha infatti appena annunciato la nazionalizzazionedi una parte delle ferrovie settentrionali nel Paese.

Johnson e la nazionalizzazione delle Ferrovie: il programma

La notizia è del Guardian, che ha riportato con una certa perizia il programma di nazionalizzazione previsto da Johnson. La linea interessata è la Northern Rail, con l’obiettivo di migliorare i collegamenti con una parte di elettorato dell’area che si è dimostrata vicina ai conservatori. Come riporta Inside Over:

“La manovra di nazionalizzazione, operativa dal primo marzo, coinvolgerà un gruppo operante dal 2004 nelle regioni storicamente industriali del Nord dell’Inghilterra, come lo Yorkshire, in cui recentemente i Tory hanno sfondato elettoralmente nell’ultima chiamata alle urne, conquistando le roccaforti rosse del Partito Laburista.”

Costo dell’operazione, mezzo miliardo di sterline, almeno stando ai numeri pubblicati dal Financial Times. La Northern Rail accusa da anni problemi di rinnovamento delle infrastrutture e di potenzialmento delle linee, nonostante gli oltre 101 milioni di passeggeri gestiti su oltre 2.500 tratte.

Il Johnson liberista è meglio del liberista europeista

Evidentemente sì. E non ci vuole molto a comprendere il perché. Stante il fattore “visionario” delle libertà economiche, il liberista “autonomo” Boris Johnson sarà comunque un soggetto politico in grado di gestire in modo maggiormente autonomo le proprie risorse.

Certamente, la Gran Bretagna ha sempre avuto, tra i Paesi membri UE, maggiore spazio di manovra, non avendo aderito all’Euro, ma in ogni caso la sua potenza di fuoco era limitata comunque dai parametri di Maastricht, il che stava a significare comunque dover limitare le proprie possibilità di spesa pubblica e di investimento statale, così come di programmazione economica.

Va detto che il programma di Johnson è meno ingente economicamente rispetto a ciò che aveva proposto il leader laburista Jeremy Corbyn durante la campagna elettorale, ma che si stia dalla parte dei conservatori o dei laburisti, la cosa certa è la necessità per lo Stato di poter spendere – soprattutto nei settori strategici – senza che nessuno ponga vincoli.

La nazionalizzazione di una parte delle ferrovie britanniche era probabilmente una mossa già prevista. Ma la sua cadenza temporale mostra già da subito, in tempi perfino fin troppo veloci, quante potenzialità inaspettate potrebbe sprigionare essere liberi da vincoli.

Con tutti i distinguo del caso, per carità. A differenza della appena liberata Gran Bretagna con Johnson in testa, l’Italia è infatti ancora più ingabbiata dalla moneta unica.

(di Stelio Fergola)

Da https://oltrelalinea.news/2020/02/02/johnson-prima-mossa-post-brexit-nazionalizza-le-ferrovie/amp/

L’Euro sprofonda nel cambio con la sterlina dopo la vittoria di BoJo

Il trionfo per i conservatori di Boris Johnson e la dichiariazione che il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Ue “senza se e senza ma”, l’euro ha segnato un nuovo minimo dal luglio del 2016 nel cambio con la sterlina inglese toccando quota 0,8277.

Certo, il cross l’Eur/Gbp è ora in territorio di ipervenduto tecnico sul grafico daily. Tuttavia, osservandolo sul grafico su base weekly è evidente che nelle prossime sedute potremmo assistere a nuovi minimi  dei corsi, previo un possibile movimento laterale di consolidamento di breve periodo.

I prossimi obiettivi tecnici dell’Eur/Gbp

Dal punto di vista operativo, al ribasso i prossimi target tecnici sono individuabili in prima battuta a quota 0,819 e poi, eventualmente in area 0,800. E solo la conferma del ritorno al di sopra di quota 0,840 potrebbe ridare al cross qualche canche credibile di recupero.      G.R.

 

Da https://www.finanzaoperativa.com/leuro-sprofonda-nel-cambio-con-la-sterlina-dopo-la-vittoria-di-boris-johnson/

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