L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

 

Come può sopravvivere l’Europa? Un tempo si sarebbe detto che  solo proseguendo in avanti, con più integrazione, poteva sopravvivere. Ora si inizia a pensare il contrario.

A dirlo non è un sovranista estremista, ma un compassato contributore del Financial Times, Gideon Rachmna. Il ragionamento parte dalla sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe, massimo potere giurisdizionale tedesco, che è andato in opposizione su quando deciso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla legittimità dell’operato della BCE, alla quale si chiede di provare la “Proporzionalità” del proprio operato. A questo punto si tratta di evitare un pericoloso e potenzialmente devastante scontro fra poteri, che metterebbe la Germania in conflitto diretto con la BCE da un  lato e con la Corte di Giustizia dall’altro.

I  sostenitori più fanatici e meno lucidi della UE hanno reagito con orrore alle azioni della corte tedesca. Secondo loro la  sentenza di Karlsruhe ha “Messo a repentaglio l’intero ordinamento giuridico dell’UE” per cui la Commissione dovrebbe reagire portando la Germania in tribunale,cioè iniziando una procedura di infrazione. Bisogna dire che l’Autore si rende conto della insensatezza dell’operazione, che sarebbe distruttiva per diversi motivi:

  • la Germania è il più grande paese dell’Unione edil suo massimo contributore e non sopravviverebbe alla sua uscita;
  • la Corte Costituzionale è ancora una istituzione molto rispettata e soprattutto è l’espressione di una costruzione democratica, veramente democratica;
  • anche la Bundesbank gode di una grande stima.

Colpire queste due istituzioni tedesche significherebbe mettere la Germania contro l’Europa, e soprattutto il popolo tedesco contro le istituzioni europee. Quanto questo può essere utile all’Europa stessa? L’autore però non si rende conto che questa scelta viene a creare un forte, enorme squilibrio all’interno della struttura e, soprattutto, dell’uguaglianza dei cittadini della UE: infatti se viene tollerata l’intromissione a livello europeo della Corte Costituzionale di Karlsruhe, perchè non deve essere lo stesso per i massimi organi di applicazione delle leggi degli altri paesi?

Se la Commissione applicasse una procedura di infrazione alla Germania si creerebbe un corto circuito giuridico: la controversia è sulla superiorità come fonte del diritto fra Corte Tedesca e  Corte Europea, ma  se viene iniziata una procedura di infrazione questa ricade sotto la Corte Europea e questo però ne minerebbe la forza morale. La Germania potrebbe obiettare che la decisione giuridica non viene presa da una corte terza, ma dalla stessa Corte Europea che è messa sotto accusa . Un bel pasticcio.

L’autore purtroppo, evidentemente un frequentatore troppo assiduo di Bruxelles, si lancia in una ardita e quanto mai eccentrica differenziazione fra quanto sta accendendo nei rapporti fra Germania ed Unione e fra Polonia ed Ungheria ed Unione: queste ultime sarebbero “Cattive” perchè in mano a “Governi che stanno distruggendo la democrazia”, peccato che questi governi siano, democraticamente, molto più legittimati della Corte Costituzionale tedesca. Per fortuna che alla fine anche lui comprende che non si può forzare la mano con il cambiamento democratico, che  Bruxelles non può pensare di esportare la democrazia come se Budapest o Varsavia fossero la Baghdad di Saddam, ma bisogna lasciare che siano i rispettivi popoli a cambiare idea, se mai lo faranno.
Le conclusioni sono semplici: non può essere una procedura d’infrazione a far cambiare idea ai tedeschi, o a qualsiasi altro, Utilizzare questo sistema repressivo porterebbe solo all’esplosione del conflitto fra stati nazionali ed Unione. L’unico modo per risolvere il problema è quello di lasciare che , eventualmente lo risolvano gli stessi tedeschi , o polacchi, o ungheresi, e se questo significasse che la Germania vuole lasciare l’euro, beh, non ci sarebbe che da accettarlo. 

DA

L’UNICO MODO PER SALVARE L’EUROPA? MENO EUROPA, parola di Financial Times

La strada senza ritorno imboccata dalla Fed

La Federal Reserve è intervenuta ancora a sostegno dei mercati. Ma questa crisi non è dovuta al coronavirus, ma a un sistema che non regge

Finché certe denunce le fa uno come me, tutto rientra nella norma di quello che viene definito allarmismo. Qualche simpaticone azzarda addirittura il termine catastrofismo, salvo poi sparire dalla circolazione, come avvenuto da tre settimane a questa parte. O ritagliarsi ulteriore spazio di ridicolo, dando vita a battaglie di retroguardia contro l’utilizzo dei fondi del Mes, come se questo Paese non fosse già oggi in default conclamato, dati prospettici del Pil alla mano. Diverso è quando una delle testate più autorevoli del settore finanziario come Bloomberg è costretta ad alzare bandiera bianca e ammettere la realtà per quella che è: ovvero, il primo intervento emergenziale della Fed è stato reso necessario per evitare una catena di default fra gli hedge funds in stile Ltcm. Ma al cubo. Insomma, la Banca centrale Usa ha utilizzato il panico da coronavirus sui mercati per dare vita a quello che è stato un palese salvataggio pubblico di fondi speculativi. Nero su bianco.

Nella fattispecie, la denuncia dell’agenzia finanziaria si riferisce al 12 marzo, quando la Fed diede vita al suo bazooka emergenziale sul mercato repo, arrivando a operare aste da 500 miliardi di disponibilità, poi addirittura replicate nell’arco dello stesso giorno. Perché lo ha fatto? Ecco Bloomberg: “Gli hedge funds sono soliti prendere in prestito denaro dal mercato repo per operare sul popolare basis trade, di fatto lo sfruttamento del differenziale di prezzo fra Treasuries e futures. Visto che il livello di indebitamento dei vari fondi rappresenta una metrica seguita con attenzione, si è scoperto che in alcuni casi l’utilizzo di leva da parte di alcune istituzioni finanziarie era arrivato fino a 50x. L’esposizione di alcuni leveraged funds aveva toccato anche quota 650 miliardi di dollari, stando ad alcuni strategist di JP Morgan”.

E come si è arrivati a quell’apocalisse sfiorata? Il catalizzatore sarebbe stato proprio il crollo dei rendimenti dei Treasuries, arrivati allo 0,31% sul decennale e sotto l’1% per quanto riguarda il trentennale. Una situazione che ha colto i fondi speculativi esposti totalmente con la guardia abbassata, a tal punto che – conferma il report di Bloomberg – si era in palese difficoltà anche a completare i trades. Morale? “Questa situazione si è rivelata un fattore di contributo fondamentale rispetto alla decisione della Fed di mettere in campo 5 triliardi di dollari per mantenere operativi i mercati”. Ma guarda un po’. Ora che lo ha certificato un’agenzia autorevole e certamente non anti-mercatista come quella statunitense, ci credete? Oppure davvero dobbiamo andare avanti ancora per molto a prenderci per i fondelli con la storia del coronavirus che ha innescato una crisi senza precedenti dal nulla, impattando in maniera devastante su economie e sistemi finanziari che fino a gennaio erano invece sanissimi, solvibili e funzionali?

Lo ripeto per la millesima volta: il virus è stato solo il detonatore. Non si può dare la colpa solo al cerino acceso, se prima si è scientemente inondato di benzina tutto il circondario. Volete un’altra riprova? Guardate questi grafici: il primo ci mostra come la scorsa settimana, la Fed abbia immesso nel mercato solo in seno al programma di Qe – quindi non calcolando le alluvionali operazioni repo – liquidità per un controvalore quasi doppio rispetto all’intero mese di marzo del 2009, ovvero in pieno fall-out da crollo di Lehman! Il secondo grafico, invece, riassume per punti e per giorni gli interventi già messi in atto dalla stessa Federal Reserve a partire dal 28 febbraio per cercare di sostenere il mercato – e non l’economia, come dice qualche genio – e fallendo miseramente: scusate, trattasi o meno di un clamoroso salvataggio pubblico di Wall Street? Trattasi o meno del denaro degli statunitensi che, per la seconda volta in un decennio, viene stampato con il ciclostile per tamponare i danni miliardari di chi abusa dell’azzardo morale per fare soldi sui soldi? Trattasi o meno della “ricompensa” che il sistema sta offrendo ai soggetti che per almeno due anni e mezzo hanno sostenuto la panzana dell’economia più forte dal 1969, operando buybacks sistematici grazie ai soldi ottenuti a pioggia dall’emissione di debito a tasso zero?

È un clamoroso, vergognoso e criminale schema Ponzi a livello globale, altro che libero mercato o liberismo selvaggio. Qui siamo all’antitesi del liberismo, visto che fino a prova contrario il libero mercato presuppone il concetto di rischio, mentre qui si opera tranquillamente con il paracadute della Fed sempre a portata di mano e pronto a essere aperto: questo è socialismo di mercato della peggior specie, siamo all’Unione Sovietica del capitalismo. La Cina, in tal senso, ha fatto scuola. E la base di tutto sta proprio nell’abuso strutturale del Qe a livello mondiale: dal 2009 in poi, il concetto stesso di responsabilità di mercato non esiste più. Sono stati azzerati i rating, le valutazioni, i criteri di valutazione macro, le metriche di sostenibilità, la sostenibilità dei multipli sugli utili, il fair value e la price discovery. Siamo al capitalismo del “ti piace vincere facile”, esattamente come con i subprime nel 2007-2008: ancora una volta, come se nulla fosse accaduto.

E adesso? Adesso si andrà anche oltre, preparatevi. Perché con la scusa di sostenere l’economia, la Fed sta preparando il varco del Rubicone: dopo commercial papers e muni-bonds, sta per accettare anche debito corporate come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento o espansione monetaria, chiamatela come volete. A mio avviso, è solo una latente e travisata monetizzazione del debito. Tanto per cominciare, ieri – due ore prima che Wall Street aprisse le contrattazioni e con i futures in profondo rosso – ha annunciato una nuova ondata di programmi ad hoc, fra cui un Qe illimitato negli ammontare e nella durata e 300 miliardi di schema di sostegno alla cosiddetta Main Street, tanto per non scordarsi che siano in anno di elezioni. Voilà, nell’arco di dieci minuti i futures avevano dimezzato le perdite e un’ora prima della campanella erano in orbita.

Quanto durerà, stavolta? Difficile dirlo. In compenso, segnatevi la data di ieri sul calendario delle sciagure. Con la mossa di ieri, ovvero aver sdoganato il concetto di espansione monetaria open-ended, senza fine né limiti, la Federal Reserve ha cambiato le regole del gioco globale per sempre. Nulla, veramente, sarà più come prima. Nel bene e nel male, perché se ancora non dovesse bastare, nell’arsenale a disposizione di Jerome Powell sarebbe rimasto davvero poco. In caso il mercato andasse di nuovo in stallo, stante una margin call a livello mondiale che va ben oltre anche i 12 triliardi ipotizzati da JP Morgan, sarà il turno dell’intervento diretto sulle equities, probabilmente con l’acquisto di Etf sull’esempio della Bank of Japan. La quale, la scorsa settimana ha dovuto ammettere una perdita netta di 27 miliardi di dollari sulle proprie detenzioni in sole due settimane.

Speriamo tutti che funzioni, quantomeno avremo piastrellato il nostro cammino verso il disastro, ma avremo guadagnato qualche anno: se dovesse fallire, qualche Stato – e non azienda o banca o fondo – salterà come un tappo di bottiglia. Signori, parliamo di Banche centrali che operano come hedge funds, non so se vi rendete conto a che punto siamo arrivati. Tutto per colpa di un virus che fino all’altra settimana gli Usa minimizzavano a banale influenza? E attenzione, perché nei mercati del Nord Europa cominciano a circolare voci di blocchi dei riscatti da parte di hedge funds, decisamente propensi ad alzare i gates per bloccare i fondi di chi vorrebbe scendere dalla giostra prima di ritrovarsi in mutande. La stessa Goldman Sachs la scorsa settimana ha iniettato 1 miliardo di dollari in alcuni suoi portfolio money-market per tamponare la fuoriuscita di clienti, visto che gli outflows avevano registrato la cifra record di 8,1 miliardi di dollari in quattro giorni di trading. La banca d’affari ha acquistato 722,4 milioni di dollari in assets dal suo stesso Financial Square Money Market Fund e altri 301,2 dal Goldman Sachs Find Square Prime Obligations.

Lo chiamano “supporto al mercato”, è solo disperazione da palla di neve che rotola a valle sempre più velocemente, diventando valanga. E Goldman non ha agito in solitaria, visto che contemporaneamente è dovuta intervenire anche Bank of New York Mellon, la quale ha “sostenuto” il suo Dreyfus Cash Management due volte solo la scorsa settimana con circa 2,1 miliardi di cash. Signori, chiamatela pure come volete, continuate pure a negare comodamente la realtà, ma, per favore, in coscienza prendete atto che questa è tutto tranne che una crisi dovuta al coronavirus. Questo è un altro 2008, puro e semplice. Ma con molte più criticità e molte meno risposte. Il Leviatano monetarista è tra noi, dalle banconote Usa toglieranno la scritta In God we trust e metteranno In debt we trust.

Auguri, ne abbiamo bisogno. Perché la strada imboccata può avere solo un epilogo: in caso contrario, non c’è via d’uscita.

 

Da

https://www.ilsussidiario.net/news/spy-finanza-la-strada-senza-ritorno-imboccata-dalla-fed/2000425/

La Corte costituzionale tedesca deciderà il futuro di euro e UE il 5 maggio

di Antonio Di Siena

La notizia sta passando sotto silenzio praticamente in tutta Europa (specialmente in Italia) per questo parlarne è di fondamentale importanza.

Il 5 maggio la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà definitivamente sulla compatibilità del quantitative easing dell’era Mario Draghi con i principi fondamentali dello stato tedesco.

Una sentenza già prevista per il 24 marzo e rinviata (con molte resistenze) solo a causa dell’emergenza coronavirus a cui i tedeschi tengono molto e che potrebbe decidere una volta per tutte le sorti dell’UE e quindi dell’Italia.

La Corte di Karlsruhe non è nuova a gudizi di questo tipo, già nel 2013 infatti aveva sottoposto a vaglio il programma OMT (Outright monetary transactions), il famoso “scudo antispread” ipotizzato (e mai utilizzato) dalla BCE, che prevedeva acquisto illimitato di titoli di Paesi membri con spread fuori controllo.

Un giudizio che fu promosso dai falchi della CDU e doveva sostanzialmente occuparsi di accertare se: 1) la BCE stesse travalicando le sue funzioni (garanzia della stabilità dei prezzi); 2) se il meccanismo OMT fosse un modo fraudolento di aggirare il divieto di finanziamento degli Stati membri.

Dopo un lungo conflitto di competenze, nel 2016, la Corte dichiarò legittimo lo scudo antispread a patto che la BCE si attenesse scrupolosamente al rispetto di limiti di utilizzo molto stringenti. Fra questi il principale era che il loro volume dovesse essere estremamente limitato e preordinato.

Ora il problema è che alla luce di questo un QE da 750 mld rischia di far saltare il banco.

Sia per l’importo complessivo dell’operazione, sia perché un piano di acquisti forzati e cadenzati nel tempo determinerà per forza di cose un ulteriore scostamento dalle quote imposte dal capital key, in un contesto già fortemente sbilanciato in favore dei Paesi meno “virtuosi”.

Detto in altre parole si rischia che in pochissimo tempo non ci siano più bund tedeschi da comprare. Quindi per poter efficacemente attuare questo nuovo gigantesco QE la BCE dovrebbe necessarimente cambiare le regole, in modo da poter procedere ad acquisti massicci di titoli degli Stati con debiti più alti (Spagna e Italia in primis).

Ma questo inevitabilmente non solo violerebbe quei paletti posti dalla giurisprudenza di Karlsruhe in tema di OMT, ma farebbe al contempo aumentare la percezione di un QE esclusivo strumento di sostegno ai PIIGS.

Come è evidente quindi la questione è tutt’altro che una bazzecola.

Perché in uno scenario in cui per salvare l’Europa l’unica strada realmente percorribile è quella di una Germania che accetta politicamente (e pacificamente) di modificare ancora una volta le capital key (o magari di rinunciarvi definitivamente), i tedeschi stanno facendo l’esatto contrario.

Con la scusa che la questione dei limiti del mandato della Bce è orma diventata troppo centrale nella giurisprudenza costituzionale infatti, i tedeschi stanno di fatto demandando la decisone su QE e capital key al loro potere giurisdizionale. E il ricambio di organico in seno alla Corte di Karlsruhe lascia ipotizzare che insieme ad esso stia avvenendo un contestuale cambio di orientamento rispetto al passato.

Se così fosse o il piano Lagarde finirebbe vincolato agli stessi limiti posti a suo tempo per il piano OMT diversamente Berlino si chiamerebbe fuori.

Per questo affermare che il nuovo QE rischia di saltare per davvero non è un’assurdità.

In questo quadro quindi assume tutta un’altra logica e coerenza la notizia trapelata stanotte (e non ancora smentita) di Conte che avrebbe chiesto l’attivazione del MES.

Detto in parole più semplici.

Non ha nessun senso chiedere il MES se la BCE ha realmente cambiato orientamento di politica monetaria ed è pronta a creare dal nulla 750 mld di €. Se lo si fa evidentemente questo cambio di paradigma non è avvenuto.

Con tutta evidenza quindi, e consci dell’imminente decisione della giurisprudenza tedesca, alla BCE non hanno fatto altro che orchestrare un grande bluff (resta solo da capire se con o senza la complicità del Governo italiano).

In ogni caso fra un mese in mezzo il piano salva Europa potrebbe saltare per aria. E qualcuno rischia di restare col cerino in mano e la Troika in casa. Indovinate chi è.

FONTE: lantidiplomatico.it
LINK: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_corte_costituzionale_tedesca_decider_il_futuro_di_euro_e_ue_il_5_maggio/29278_33706/

Da https://comedonchisciotte.org/la-corte-costituzionale-tedesca-decidera-il-futuro-di-euro-e-ue-il-5-maggio/

Johnson, prima mossa post Brexit: nazionalizza le ferrovie

Boris Johnson, il trionfatore della Brexit, va oltre: il premier britannico ha infatti appena annunciato la nazionalizzazionedi una parte delle ferrovie settentrionali nel Paese.

Johnson e la nazionalizzazione delle Ferrovie: il programma

La notizia è del Guardian, che ha riportato con una certa perizia il programma di nazionalizzazione previsto da Johnson. La linea interessata è la Northern Rail, con l’obiettivo di migliorare i collegamenti con una parte di elettorato dell’area che si è dimostrata vicina ai conservatori. Come riporta Inside Over:

“La manovra di nazionalizzazione, operativa dal primo marzo, coinvolgerà un gruppo operante dal 2004 nelle regioni storicamente industriali del Nord dell’Inghilterra, come lo Yorkshire, in cui recentemente i Tory hanno sfondato elettoralmente nell’ultima chiamata alle urne, conquistando le roccaforti rosse del Partito Laburista.”

Costo dell’operazione, mezzo miliardo di sterline, almeno stando ai numeri pubblicati dal Financial Times. La Northern Rail accusa da anni problemi di rinnovamento delle infrastrutture e di potenzialmento delle linee, nonostante gli oltre 101 milioni di passeggeri gestiti su oltre 2.500 tratte.

Il Johnson liberista è meglio del liberista europeista

Evidentemente sì. E non ci vuole molto a comprendere il perché. Stante il fattore “visionario” delle libertà economiche, il liberista “autonomo” Boris Johnson sarà comunque un soggetto politico in grado di gestire in modo maggiormente autonomo le proprie risorse.

Certamente, la Gran Bretagna ha sempre avuto, tra i Paesi membri UE, maggiore spazio di manovra, non avendo aderito all’Euro, ma in ogni caso la sua potenza di fuoco era limitata comunque dai parametri di Maastricht, il che stava a significare comunque dover limitare le proprie possibilità di spesa pubblica e di investimento statale, così come di programmazione economica.

Va detto che il programma di Johnson è meno ingente economicamente rispetto a ciò che aveva proposto il leader laburista Jeremy Corbyn durante la campagna elettorale, ma che si stia dalla parte dei conservatori o dei laburisti, la cosa certa è la necessità per lo Stato di poter spendere – soprattutto nei settori strategici – senza che nessuno ponga vincoli.

La nazionalizzazione di una parte delle ferrovie britanniche era probabilmente una mossa già prevista. Ma la sua cadenza temporale mostra già da subito, in tempi perfino fin troppo veloci, quante potenzialità inaspettate potrebbe sprigionare essere liberi da vincoli.

Con tutti i distinguo del caso, per carità. A differenza della appena liberata Gran Bretagna con Johnson in testa, l’Italia è infatti ancora più ingabbiata dalla moneta unica.

(di Stelio Fergola)

Da https://oltrelalinea.news/2020/02/02/johnson-prima-mossa-post-brexit-nazionalizza-le-ferrovie/amp/

L’Euro sprofonda nel cambio con la sterlina dopo la vittoria di BoJo

Il trionfo per i conservatori di Boris Johnson e la dichiariazione che il 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Ue “senza se e senza ma”, l’euro ha segnato un nuovo minimo dal luglio del 2016 nel cambio con la sterlina inglese toccando quota 0,8277.

Certo, il cross l’Eur/Gbp è ora in territorio di ipervenduto tecnico sul grafico daily. Tuttavia, osservandolo sul grafico su base weekly è evidente che nelle prossime sedute potremmo assistere a nuovi minimi  dei corsi, previo un possibile movimento laterale di consolidamento di breve periodo.

I prossimi obiettivi tecnici dell’Eur/Gbp

Dal punto di vista operativo, al ribasso i prossimi target tecnici sono individuabili in prima battuta a quota 0,819 e poi, eventualmente in area 0,800. E solo la conferma del ritorno al di sopra di quota 0,840 potrebbe ridare al cross qualche canche credibile di recupero.      G.R.

 

Da https://www.finanzaoperativa.com/leuro-sprofonda-nel-cambio-con-la-sterlina-dopo-la-vittoria-di-boris-johnson/

Flat Tax, aiuti alle famiglie: così l’Ungheria cresce 4 volte la zona Euro

di Stelio Fergola

Flat Tax al centro di un lavoro impostato alla crescita: un dato a cui l’Ungheria di Viktor Orban, in senso buono, non è sfuggito negli ultimi anni. Che mostrano tendenze sempre confortanti: il Paese è cresciuto del 4% nel 2017 e prevedeva chiudere il 2019 al + 3,2%. Il tempo è al passato non a caso: al 2 ottobre, i numeri sono ancora più alti. E i salari seguono lo stesso andazzo. Il tutto mentre la zona Euro, come sempre, arranca.

Flat Tax e crescita

La Flat Tax ungherese, in vigore dal 2011, è pari al 15% per le persone fisiche. Dal 2017 c’è anche il 9% per le società. Le previsioni di crescita sopracitate si sono rivelate sbagliate. I magiari stanno chiudendo il 2019 a livelli ancora più alti, ben + 5,2, come riporta il quotidiano La Verità. Un dato di 4 volte superiore alla media Ue, che oscilla tra l’1,5 e l’1,6%.

Flat Tax, stipendi, Pil

Tasse abbattute, stipendi che svettano, Pil idem. Pare un processo naturale: il salario minimo ungherese nel 2019 è di circa 464 euro mensili, nel 1999 era inferiore a 100 euro. Quello medio nel 2015 era di 333 euro, nel 2018 supera i 600. Il Pil sale già del 4% considerevole sopracitato nel 2017, per un valore di 139 miliardi di euro, e le previsioni per il 2019 sono sempre state smentite da rialzi. Continua a leggere

“Libra”, la moneta di Facebook: i privati scavalcano gli Stati

L'immagine può contenere: 1 persona, concerto, folla e testoLibra: la moneta di Facebook

All’interno del sistema capitalista, il cui aggettivo stesso è parlante ed in sé pienamente esplicativo, il privato va alla ricerca del profitto. Nel modello neoliberista che ha assurto a propria divinità panteista la libera circolazione dei capitali (e tutte le nefaste conseguenze sociali che questa liberalizzazione senza freni ha portato in seno), questa ricerca è stata esacerbata, ed ha prodotto povertà molto più diffusa, allargamento della forbice sociale, finanziarizzazione dell’economia e concentrazione oligopolistica della ricchezza.

Il che significa: omologazione dei prodotti, augumento senza limitazioni del profitto (facilitato da un capitale, il cui flusso è stato deregolamentato), schiavizzazione progressiva e silente ad un modello consumistico, capace di travolgere ogni resistenza e di “glebalizzare” i popoli. Del resto: «Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto».

Tutti questi fattori – storici, economici, culturali – stanno dietro all’iniziativa di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, di creare la Libra, ovverosia una criptovaluta con funzionamento blockchain (struttura dati condivisa, immutabile e protetta da un sistema crittografico efficiente) attraverso la quale raggiungere oltre due miliardi di utenti nel mondo. Il suo White Paper ne enuclea il funzionamento, anche se in maniera piuttosto “grigia“.

 

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Salvini – USA, perché può essere una svolta

Salvini a Washington usa parole chiare e dure: “Le risorse per la flat tax ci devono essere. Non è una scelta: al massimo si possono rimodulare i tempi. L’Unione Europea ha ammazzato un popolo e spalancato le porte alla Cina. L’Italia non è la Grecia e Bruxelles se ne farà una ragione. Faccio parte di un governo che in Europa non si accontenta più delle briciole”.

Al netto della condivisione o meno del provvedimento lanciato da Salvini e dalla Lega, ridurre le tasse sul serio in Italia (non con insignificanti percentili, ma con tagli decisi e consistenti) sarebbe una svolta. Se per tutto ciò si chiede l’alleanza americana, ufficialmente estranea all’Unione Europea ma in pratica un valido oppositore alle politiche suicide di Bruxelles, beh, ben venga.

Da sinistra continuano a ossessionarsi con “le coperture”, da destra si prova a far capire, gradualmente, che l’obiettivo è tornare al debito sovrano: impresa non facile, impossibile in tempi brevi, ma fondamentale per cancellare gli effetti nefasti di una politica di strozzinaggio internazionale come quella europeista, fatta di debito carico di interessi, impossibile da ridurre pur essendo uno Stato in attivo da oltre 25 anni (l’Italia, appunto) e i cui discorsi sul recupero dell’evasione fiscale valgono poco o nulla (non tutti evadono per furbizia, molti lo fanno per necessità: il carico è mostruoso e non è un’opinione).

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L’impero di Trump

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 40/19 del 21 maggio 2019, San Valente

L’impero di Trump

Idiota e vincente: Trump in Medio Oriente è più pericoloso che mai (ma finora non ne ha sbagliata una)
Rafforzare i legami coi Sauditi (che stanno massacrando gli yemeniti). Far morire di fame l’Iran, impedendo anche agli europei di avere accesso ai loro mercati. The Donald sarà un idiota, ma ora in Medio Oriente comandano gli Usa. Il problema è quel che succederà dopo

Non mi piaci. Sono più grosso di te e di chiunque altro. Quindi, anche se tutti dicono che sbaglio, ti accuso di qualcosa e ti riduco alla fame. Qualche negazionista in giro lo trovi sempre, di quelli che agitano il drappo della democrazia per confonderti la vista e le idee. Ma quanto sta avvenendo tra Usa ed Iran è solo il capitolo più recente della lunga e ingloriosa storia del colonialismo e dell’imperialismo, che in Medio Oriente mettono mano da un bel pò.

Come ai primi del Novecento, quando Francia e Regno Unito si divertirono a far nascere a capocchia Stati come Giordania, Arabia Saudita, Siria e Iraq. O nel 1979, quando l’impero sovietico disse agli afghani: tranquilli vi portiamo noi il socialismo. Non ve ne frega niente? Non importa, lo portiamo lo stesso. O nel 2003, quando gli Usa e il Regno Unito decisero di liberare il mondo dalle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e devastarono l’Iraq. Come nel 2011, quando Francia e Regno Unito, insieme con gli Usa, pensarono che fosse conveniente disintegrare la Libia. Come nel 2011 ancora, quando i soliti noti pensarono di sfruttare la protesta anti-Assad per cancellare la Siria come Paese unitario e furono a loro volta giocati dalla Russia di Vladimir Putin.

Anche chi non si lascia ricattare da chi davanti parla di valori e dietro spaccia bombe, però, stenta a realizzare due fatti ormai evidenti. Il primo è che il Grande e il Piccolo Gioco si sono sempre giocati almeno a due: Russia e Regno Unito, Francia e Regno Unito, Usa e Regno Unito… Adesso, invece, lo giocano gli Usa da soli ed è un Grandissimo Gioco. Il secondo fatto è questo: gli Usa, quelli di Donald Trump, stanno vincendo.

Nel prendere coscienza degli eventi noi europei siamo molto in ritardo perché ci siamo fregati da soli dando retta alla miriade di salami in barca che hanno trattato Trump da idiota. Nella migliore delle ipotesi, un idiota pagato dai russi. Ora, Trump può anche essere un idiota (ipotesi di scuola, non diventi presidente degli americani se lo sei) ma da qualche parte, accanto a lui, ci dev’essere qualcuno che non lo è per niente. Anzi.

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Usurocrazia: le strategie oligarchiche per distruggere Popoli e civiltà

di Elena Quidello

Fonte: Controinformazione

IL 10 maggio 2019 l’autore del libro ‘Usurocrazia Svelata’ Cosimo Massaro, sarà a Roma ospite di un importante convegno su ‘Spiritualità e Finanza’ che si terrà nella sede del Movimento Sdebitalia con la partecipazione di eminenti personaggi tra i quali il moderatore prof Nino Galloni, Presidente del Centro Studi Monetari, (associazione per lo studio dei mercati finanziari e di forme monetarie che non creano debito pubblico), e l’emerito prof. Alessandro Meluzzi, noto psichiatra e criminologo ha arricchito con la sua pregevole prefazione lo sforzo creativo dello scrittore Cosimo Massaro.
Il Meluzzi, già rilevante esponente della Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala, è un profondo conoscitore della psiche umana ed ha avuto la capacità di individuare quello Spirito universale che muove la vita e la storia dei popoli nel mondo.
Il libro del Massaro, ‘Usurocrazia Svelata’ , si avvale di una panoramica e insieme analitica visione dell’attuale e martoriato secolo che, tramite guerra e finanza sta ancora sconvolgendo il mondo, la nostra Europa, la nostra Italia, le nostre vite.
Chi siano i signori della guerra e della moneta che tanto orrore e miseria hanno generato e continuano a generare in ogni angolo del pianeta non è più materia occulta grazie anche all’opera di Cosimo Massaro , scrittore nato a Torino ma residente nell’antica città messapica di Manduria, con al suo attivo 5 libri di facile lettura pubblicati, fra cui ha finalmente visto la nascita editoriale questo suo nuovo libro dal titolo ‘Usurocrazia Svelata’; una opera questa che potrebbe divenire un best seller per le tematiche insolite che Massaro coraggiosamente affronta con l’intento di svelare appunto le cause nascoste del declino economico europeo e di quella lenta e quasi inevitabile morte della nostra civiltà cristiana. Continua a leggere

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