BAGNAI: ALMENO MODIFICHIAMO IL MES IN BUONAFEDE. Presentazione dei lavori parlamentari

 

 

Intervento quotidiano di Alberto Bagnai in un lungo video nel quale presenta:

  • i lavori parlamentari, con la presentazione di come questi avvengono nella commissione che  fino a giugno presiede;
  • le proposte della Lega per la modifica del decreto di Marzo sul coronavirus,  proposte che prevedevano la prosecuzione del saldo e stralcio, ad esempio, o la sospensione dei versamenti per le società sportive, o un fondo per i comuni per far fronte alle spese. Molte di queste proposte sono state respinte;
  • il MES , verso il cui utilizzo ormai si sta muovendo l’Europa. Si tratta di una vera  e propria trappola, anche se si parla di “Condizionalità leggere”, queste possono comunque sempre essere cambiate a maggioranza. Allora se l’Europa è in buonafede tolga completamente la possibilità di porre condizioni, come pure interrompa definitivamente il “Two pact”, cioè la parte più dura delle norme sul bilancio. Altrimenti siamo in malafede, come sempre, e si applica il classico schema di sopraffazione.

 

 

  • PER IL VIDEO SI RIMANDA A:

 

BAGNAI: ALMENO MODIFICHIAMO IL MES IN BUONAFEDE. Presentazione dei lavori parlamentari

Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

 

Ce l’ha a morte con la Germania, la considera arrogante, ritiene che l’Italia potrebbe tranquillamente uscire dall’euro senza avere grossi contraccolpi e invita l’Europa a cambiare tutto del suo sistema monetario. No, non è Paolo Savona, il ministro anti-euro ricusato in un primo momento dal Quirinale, e non è neanche Matteo Salvini, tantomeno Giorgia Meloni. L’euro-arrabbiato è un premio Nobel per l’economia, conseguito nel 2001, Joseph Stiglitz, che già lo scorso anno, quando l’alleanza grillo-leghista non era neanche prevedibile, aveva detto, in un convegno a Bologna: “Io credo che sia veramente difficile per l’Italia sopravvivere nell’Eurozona senza che la Germania cambi radicalmente la sua politica. Perché l’austerity è la strada sbagliata, questo è chiaro».

Oggi l’economista rilancia, sugli stessi temi, con un articolo pubblicato su Project Syndicatedal titolo «Can the euro be saved?» («Si può salvare l’ euro?»), durissimo atto d’accusa contro la moneta unica.

«L’ Italia fatica dall’ introduzione dell’ euro. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l’euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni – spesso basate su teorie economico politiche screditate – su deficit, debito, e anche riforme strutturali». Morale della favola? “La risposta della Germania è di caricare il fardello sui Paesi deboli, già provati da alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta una scelta simile: più dolore, più sofferenza, più disoccupazione, e ancora minor crescita. L’Italia è sufficientemente grande, e ha economisti sufficientemente bravi e creativi, da studiare un’ uscita de facto, introducendo in sostanza una doppia moneta flessibile che potrebbe aiutare a recuperare ricchezza. Questo violerebbe le regole dell’ eurozona, ma la responsabilità di un’ uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, sarebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte, con l’ Italia che conterebbe sulla paralisi dell’ Unione europea per scongiurare la rottura finale…”.

DA

Il premio Nobel per l’economia: “L’Italia può uscire dall’euro, la Germania vi rovina”

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

Negli anni del “boom economico”, il prestigioso giornale di economia inglese “Finacial Times” assegnava un premio chiamato “oscar delle monete“, la lira lo vinse due volte nel 1959 e nel 1964.

Vediamo i dettagli in alcuni articoli dell’epoca, che riprendo dall’archivio de “La Stampa”. Riporto gli articoli per intero visto che non sono troppo lunghi. Cominciamo!

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

L’ «Oscar» 1959 della moneta assegnato alla lira italiana

Pubblicati dal “Financial Times” di Londra i giudizi del comitato – La nostra valuta “si è affermata una delle più torti del mondo a coronamento di una ripresa durata parecchi anni”

Londra, 11 gennaio 1960

Un comitato di esperti, inglesi e stranieri, ha oggi assegnato alla lira italiana il « premio Oscar finanziario » per il 1959. La decisione — pur non avendo valore pratico — riflette la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta e il loro compiacimento per la destrezza con cui tale obbiettivo è stato conseguito.

In Italia nello scorso anno

L’espansione economica calcolata del 10% circa

Roma, 11 gennaio. Secondo le rilevazioni dell’Istituto Nazionale per la congiuntura, il 1959, anno di ripresa per l’economia mondiale, trova al suo termine le economie occidentali in espansione, più o meno pronunciata a seconda delle caratteristiche dei singoli sistemi economici. In Italia l’espansione economica si è concretizzata nel 1959, In un saggio di incremento complessivo tra il 9 e il 10 per cento rispetto all’anno precedente. (…)

Andiamo avanti

A Menichella l’Oscar del più abile governatore di banca nazionale

Londra, 23 gennaio 1961

Il Financial Times ha oggi assegnato il suo « Oscar » per il 1960 al dottor Donato Menichella come il più abile governatore di banca nazionale dell’anno. Il comitato incaricato di assegnare questo riconoscimento rileva che il dottor Menichella non è più, da qualche tempo, governatore della Banca d’Italia ma osserva: «Grazie in larga misura al modo abile e realistico con cui egli ha organizzato l’opera di sviluppo e di attuazione della politica monetaria italiana nel decennio successivo al 1950, è stato possibile all’Italia fare della propria moneta una delle più solide monete al mondo e, nello stesso tempo, realizzare un sensazionale progresso economico ».

L’« Oscar» per quello che riguarda la moneta nazionale è andato per il 1960, al peso argentino; quello per la politica deflazionistica alla Svizzera.

Altri « Oscar » sono stati: assegnati: al Giappone, per; avere ottenuto un considerevole aumento della produzione per il secondo anno consecutivo, pur controllando l’inflazione; alla Germania, per il suo atteggiamento di sfida, essendosi rifiutata di attenuare l’imbarazzo altrui derivante dall’attivo della sua bilancia dei pagamenti, elevando il valore del marco ad un livello più realistico; all’amministrazione Eisenhower, « per il provvedimento più impopolare », quello del mancato aumento del prezzo dell’oro.

Infine un « Oscar » è andato anche alle autorità finanziarie britanniche « per la più grande delusione ». Delusione, spiega il giornale, causata dall’incapacità di attuare una riforma monetaria basata sul sistema decimale.

Le stesse motivazioni le troviamo nel rapporto annuale sul 1959della Banca d’Italia, anno in cui Menichella ha concluso il suo mandato di governatore. A pagina 432-433 leggiamo:

« Il dott. Donato Menichella, dopo di aver ricoperto la ca­rica di Governatore con incomparabile dignità, competenza e solerzia durante un decennio, in uno dei periodi più difficili della storia economica nazionale, è stato costretto a rinunciarvi per motivi di salute.

A nome di tutti i Partecipanti esprimo il più profondo rammarico per questa decisione e per le cause che l’hanno determinata, rinnovando al dott. Menichella il nostro cordiale e affettuoso saluto e un caloroso ringraziamento per l’opera alta­mente meritoria che egli ha svolto a difesa della nostra moneta.

Egli è stato un esemplare servitore dello Stato e soprattutto i risparmiatori italiani nutriranno sempre per lui la più schietta gratitudine, nella certezza che le future generazioni non dimen­ticheranno la sua tenace difesa della stabilità della lira, che è stata una condizione essenziale della ripresa economica del Paese, che abbiamo la gioia di constatare. »

Inoltre, ricordiamo che Menichella fu direttore generale dell’IRI dalla fondazione dal 1933 fino al 1946, e l’autore del testo della legge bancaria del 1936 che separava le banche ordinarie da quelle che giocano in borsa.

Andiamo avanti

Da una commissione di esperti del “Financial Times”

Alla lira l’«Oscar» delle monete per la sua rapida ripresa nel ’64

La motivazione: «In pochi mesi, da quando sembrava sull’orlo della svalutazione, la lira ha riacquistato considerevole vigore» – Un altro premio all’Italia «per la condotta economica più coraggiosa»

(Dal nostro corrispondente)

Londra, 1 febbraio 1965

La lira è stata nominata « moneta vedetta » del 1964 e, per questa sua brillante prova, ha ricevuto l’Oscar del quotidiano londinese Financial Times. Lo stesso simbolico premio fu assegnato alla nostra moneta nel 1959. Allora le fu dato « come una delle valute più forti del mondo », questa volta per la sua spettacolosa ripresa, dopo la crisi dei primi mesi dell’anno.

La scelta è stata fatta da una commissione di esperti, presieduta da «Lombard», pseudonimo di uno dei più autorevoli redattori del giornale. Un grande titolo annuncia questo ed altri riconoscimenti al nostro paese: « L’Italia in testa ai vincitori degli Oscar 1964».

« Moneta vedetta dell’anno testé trascorso — leggiamo fu la lira italiana. Il miglioramento nella sorte di questa moneta ebbe drammatica rapidità. In pochi mesi soltanto, da quando pareva essere sull’orlo della svalutazione, la lira riacquistava considerevole vigore. Ne è una prova il fatto che, nonostante una pessima partenza, la bilancia dei pagamenti italiana finiva l’anno con un attivo di seicento milioni di dollari, mentre, nel dicembre ’63, mostrava un deficit di oltre un miliardo di dollari ».

Il Financial Times prosegue: « La commissione aggiudicatrìce è rimasta inoltre impressionata dall’abilità con cui le autorità italiane si sono messe all’opera per sanare le conseguenze della loro precedente trascuratezza durante il deterioramento nella situazione economica. E soprattutto è rimasta impressionata dalla sagacia con cui tali autorità sono riuscite a ridurre drasticamente le importazioni senza accendere il solito antagonismo nei paesi stranieri ».

Non è questo il solo Oscar raccolto oggi dall’Italia. Il nostro paese riceve anche quello « per la condotta economica più coraggiosa ». Le breve motivazione spiega: « Questo premio è assegnato all’Italia per essersi rifiutata di accettare le condizioni che i suoi partners del Mec intendevano esigere allorché s’offrirono di districare la lira dalla crisi all’inizio del ’64: e per aver messo simultaneamente gli Stati Uniti sotto pressione affinché accorressero con slancio in suo aiuto ».

Ed ecco gli altri Oscar. «Per la migliore prova complessiva»: vince la Grecia.

« Per la miglior politica deflazionistica »: vince l’Australia.

« Per la più intrepida direzione economica ». Il premio va per il terzo anno di seguito al Giappone.

Ma vi sono anche premi negativi: e sono aggiudicati tutti alla Gran Bretagna. L’Oscar per il « più grosso fiasco » va alla Banca d’Inghilterra per la sua « controproducente » decisione di aumentare del 2 per cento (dal 5 al 7) il tasso di sconto alla fine di novembre.

Quello per la « più grossa delusione » va al programma di emergenza governativo, assai simile alle «notorie misure del ’61 ». E quello per l’« iniziativa più impopolare » alla decisione laburista di imporre una soprattassa del 15 per cento sulle importazioni dall’estero.


Come avete visto, gli accordi di Bretton Wood non erano poi così rigidi, mentre per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti la Banca d’Italia – sul rapporto annuale 1964 – dava questi dati:

« La bilancia dei pagamenti economica dell’Italia ha presentato nel 1964 un saldo attivo di 774 milioni di dollari, il più elevato dell’ultimo quin­quennio (fig. 21). Nel 1963 la bilancia dei pagamenti si era chiusa con un disavanzo di 1.252 milioni di dollari. »

Un dato quindi, quello del 64, ancora migliore di quello riportato dall’articolo de La Stampa.

Gli oscar finanziari ’65

La lira al secondo posto tra le valute più forti

Primo il dollaro canadese

(Nostro servizio particolare)

Londra, 24 gennaio 1966

La lista dei premi « Oscar 1965 » per l’economia che vengono assegnati ogni anno da Lombard, redattore del « Financial Times » vede la lira italiana al secondo posto tra le valute più stabili. Il primo posto è detenuto dal dollaro canadese, che ha avuto questo riconoscimento non soltanto per la forza mostrata durante tutto l’anno e per il considerevole ammontare di riserve che tale forza è riuscita ad assicurare alle casse canadesi, ma anche per il fatto che, nello stesso tempo, l’economia dello Stato nord-americano si è sviluppata con ritmo soddisfacente.

« Il secondo posto — prosegue Lombard nella sua presentazione — va all’Italia, per aver mostrato nella sua bilancia dei pagamenti una solidità tale da assicurarle un ammontare di riserve pari a quattro miliardi di dollari ». Ma il Comitato fa rilevare che « questa ammirevole dimostrazione è dovuta in parte al ritmo eccessivamente lento della riespansione economica italiana, l’Italia non si è potuta qualificare per un premio maggiore

Il premio per la migliore prova mostrata da una singola economia nazionale nel suo complesso è andato alla Norvegia mentre quello per la migliore politica disinflazionistica è stato assegnato all’Australia per il secondo anno consecutivo. (Ansa)

Il successore di Menichella fu Guido Carli, lo stesso Guido Carli che nel 1992 andrà a negoziare e firmare il trattato di Maastricht e la conseguente perdita di sovranità monetaria, ma questa è un’altra storia.

da

Quando la lira vinceva gli “oscar delle monete” assegnati dal Financial Times

Partite IVA e precari: lo sfogo

Da partita iva, sopravvissuta non so come, a decenni di sterminio fiscale e crollo delle vendite, voglio ringraziare, in maniera commossa, questo impareggiabile governo, per il fantastico supporto della mirabile somma di 600 € una tantum e per il rinvio del versamento F24 al 31 maggio.
Questo si che è proteggere le PMI e aiutare con forza gli autonomi! Ora si che possiamo programmare un età dell’oro, ho già prenotato barca e vacanza ai tropici, con tanto di bandiera tricolore, s’intende e chitarra per suonare l’inno.

Il fatturato è completamente a zero, ma, per pagare affitto, spesa e tutto il resto, hanno tirato fuori dei meravigliosi certificati di credito d’imposta che saranno immessi in grande quantità: si chiameranno “sta minchia”.
Devi pagare le rate della macchina o dei beni strumentali? C’è “sta minchia”
Devi pagare dipendenti e fornitori? Tranquillo, ricorri a “sta minchia”
L’attività è chiusa o ferma e non sai come vivere? Nessun problema, paghi con “sta minchia”.
Sono dei buoni tricolore, al centro c’è la faccia (il culo) di Conte, ai lati quella di Di Maio e di Gualtieri.
Dall’altro lato del buono ci sono invece le fattezze di Salvini, Meloni e Berlusconi, che ci ha tenuto ad esserci, prima di fuggire in esilio con la sua nuova mignot………fiamma.

Li ringraziamo tutti sentitamente, i primi soprattutto per l’ardire di parlare di “modello Italia”, che il mondo segue con ammirazione, mentre ci elargiscono questa miseria che sa di estrema unzione, quando invece la Germania ha messo sul piatto liquidità illimitata per le proprie imprese e una immediata pioggia di 550 miliardi (venti volte più di sti scienziati).
I secondi per continuare a sparare fragnacce h 24, senza minimamente accennare alle uniche cose che ci salverebbero nell’immediato, cioè banca di Stato pubblica e il lancio definitivo nel cesso dei parametri di Maastricht.

Se il virus ha un solo lato buono, è proprio quello di rappresentare un occasione unica e irripetibile, per mandare a fare in culo austerità, parametri, euro e troika, di fronte alla catastrofe altrimenti certa.
Ma nessuno dei nostri “Prodi” la prende minimamente in considerazione.
Voi però state tranquilli, continuate a suonare, a cantare, a dire che saremo più forti di prima, proprio mentre ci stanno prendendo le misure per la bara.
Un ultimo consiglio: alle finestre non attaccate le bandiere o gli arcobaleni, attaccate le mutande.
Così quelle, forse, ve li ritroverete. Almeno eviteremo il raccapricciante spettacolo delle mani avanti e dietro.

Marco Palladino 17/3/2020

Da

Partite IVA e precari: lo sfogo

MES: il vero virus che distruggerà l’Italia

Approfittando dell’epidemia, i burocrati di Bruxelles guidati dal ministro Gualtieri, con la complicità di Conte, hanno anticipato l’approvazione sulle norme che distruggeranno quel che resta dell’economia nazionale

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Se Conte e Gualtieri fossero uomini politici seri e responsabili chiederebbero per prima cosa all’UE il rinvio della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) il discusso fondo “salvastati”.
Pensate che quei signori inqualificabili che sono i burocrati di Bruxelles lo hanno inserito addirittura come primo punto all’ordine del giorno della riunione dell’Eurogruppo di lunedì prossimo 16 marzo… Talmente importante che la discussione di provvedimenti contro il Covid-19 slitta addirittura al terzo posto.

La discussione era originariamente prevista per aprile, ma è stata anticipato, probabilmente proprio per approfittare del coronavirus utilizzato come “arma di distrazione di massa”.

Invece il premier Conte e, naturalmente, il ministro Gualtieri (che peraltro prende ordini solo dalla BCE) non hanno neppure risposto alla esplicita richiesta in tal senso formulata da Salvini e dalla Meloni nel corso dell’incontro avuto ieri a Palazzo Chigi.

Può sembrare assurdo ma il MES è una minaccia ancora peggiore del coronavirus. L’epidemia ci colpisce e falcidia per qualche settimana o mese: il MES ci porterà tutti definitivamente alla fame per anni (l’esempio della Grecia è sotto gli occhi di tutti).

Non può stupire, dunque, che oltre all’emergenza coronavirus, Matteo Salvini abbia ricordato che: “Sullo sfondo di tutto c’è il silenzio dell’Ue che pensa più al MES che al virus e che dimostra ancora una volta la sua lontananza dagli italiani». «L’Europa è totalmente assente, deve svegliarsi» ha aggiunto Giorgia Meloni.

Purtroppo, l’introduzione del MES, così come previsto dall’UE, è proprio il motivo principale della presenza di Gualtieri nel governo che, ancor prima di diventare ministro spinse lo scellerato Conte a firmare l’impegno a nome di un’Italia che non ne sapeva nulla. Non ci meraviglieremmo quindi se lunedì Conte darà ancora una volta l’ok.

Come sappiamo l’esecutivo Conte-Gualtieri è nato proprio da un esperimento genetico costruito nei laboratori di Bruxelles.

Gualtieri, collaboratore di Cristine Lagarde, rappresentante della Open society di Soros, può essere considerato il garante dei poteri forti UE per i ruoli ricoperti nelle istituzioni europee, prima di venire a fare il ministro per rovinarci del tutto.

L’ok alla riforma del MES, nel testo attuale, darà il colpo di grazia all’economia italiana, in quanto il nostro Paese dovrebbe versare centinaia di miliardi al fondo, al quale però non potrebbe mai attingere, perché per ottenerne l’aiuto finanziario occorrerebbe non essere sottoposti a procedura per disavanzi eccessivi. Sappiamo bene che, invece, l’Italia – soprattutto ora – non ha certo un deficit inferiore al 3% del Pil né un rapporto fra debito e Pil inferiore al 60%. Anzi, sia con la manovra economica di dicembre sia, ora, con la richiesta di “sforamento” per l’emergenza coronavirus, Gualtieri ha fatto di tutto per portarci fuori da questi parametri.

da “Italia Oggi”

Perché? Perché in queste condizioni l’Italia dovrebbe sottostare a una serie di condizioni capestro per qualsiasi contributo. Di fatto verrebbe commissariata dalla UE o meglio dalla famigerata Troika: UE-BCE-FMI che spolperebbe il nostro Paese di ogni residuo tesoro (Ferrovie, Poste, Leonardo, Fincantieri…).

Oggi l’Italia è economicamente, politicamente e moralmente molto più debole di qualche mese fa e la cattiva gestione dell’emergenza coronavirus ci ha dato il colpo di grazia.
Siamo il Paese con più contagi e morti dopo la Cina e questo grazie solo e soltanto a una politica dissennata, come ormai unariamente riconosciuto a libello mondiale. Un governo inetto che prima ha sottovalutato il pericolo, poi perso tempo, non ha avuto (e non ha) coraggio, ha preso decisioni sbagliate e contraddittorie, sordo agli appelli che giungevano dalle regioni, dagli ospedali e dai virologi.

Dopo Caporetto il governo si dimise e venne sostituito anche il Capo di Stato Maggiore. Qui invece il presidente della Repubblica tace mentre quello del Consiglio dichiara con incredibile faccia di tolla  «Avverto l’opportunità di un coordinamento per l’approvvigionamento di macchinari e attrezzature sanitarie». Capito? Solo il 9 marzo il presidente del Consiglio si è accorto che servono attrezzature: un mese dopo l’inizio dei contagi in Italia, due mesi dopo l’allarme internazionale.

Eppure. sarà proprio questo primo ministro, nominato a Bruxelles e solo ratificato dal Colle ad andare lunedì 16 a dare il benestare al MES e alle nuove norme che affosseranno definitivamente il nostro Paese. Se non riusciremo a fermarlo prima.

 

 

 

Da

MES: il vero virus che distruggerà l’Italia

“Euro? Dobbiamo ammettere che è stato un errore” dice Matolcsy


«È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è in giro un pericoloso dogma, secondo il quale l’euro sarebbe stato un “normale” passo avanti verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma creare una valuta comune europea non è stato affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta. Due decenni dopo il lancio dell’euro, mancano ancora la maggior parte dei pilastri necessari per una moneta globale di successo – uno Stato comune, un bilancio che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle Finanze della zona euro e un ministero per esercitare questo ruolo». Lo dichiara Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca Centrale ungherese, in un editoriale sul Financial Times, tradotto da Voci dall’Estero.

“L’Euro, una trappola della Francia”

Raramente, osserva Matolcsy, «ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare una valuta comune: è stata una trappola della Francia. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora Presidente francese, temeva il crescente potere tedesco e credeva che convincere il Paese a rinunciare al marco tedesco sarebbe bastato a evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’ euro il prezzo da pagare per una Germania unificata».

«Erano entrambi in errore» sottolinea. «Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di un’altra forte potenza tedesca. Ma anche i tedeschi sono caduti nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più potente macchina di esportazione globale dell’Unione europea».

Pochi vincitori e molti perdenti grazie alla moneta unica

Questa opportunità inaspettata, afferma il governatore della banca centrale ungherese, «li ha riempiti di soddisfazione. Hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture o di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti».

La maggior parte dei paesi della zona euro, sostiene, «ha avuto un andamento migliore prima dell’euro che dopo la sua entrata in vigore. Secondo l’analisi del Center for European Policy nei primi due decenni di euro ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti. Non era certo stata necessaria una valuta comune per le storie di successo europee di prima del 1999, e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito. Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica dell’Eurozona del 2011-12 la maggior parte dei paesi membri è stata colpita in modo pesante, avendo accumulato enormi debiti pubblici. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto in seguito».

Da

https://oltrelalinea.news/2019/11/04/euro-dobbiamo-ammettere-che-e-stato-un-errore-dice-matolcsy/amp/

 


 

Nomura: Italia in recessione. E l’Europa ci isola di nuovo

Per la banca d’affari il Pil del 2020 cala a -0,1% Gualtieri a Bruxelles ignorato su conti, bilancio e Mes

Si allarga il fronte degli osservatori che prevedono il peggio. Secondo Nomura, l’Italia entrerà in recessione nel 2020.

Alla frenata di fine 2019 e alle incertezze del quadro internazionale si è aggiunta la crisi da coronavirus. Il risultato, alla fine dell’anno dovrebbe essere un Pil a -0,1%, contro un’indicazione ufficiale del governo italiana per ora ferma a più 0,6% e a quella più recente della Commissione europea dello 0,3%.

Meno tre punti base rispetto alla previsione della stessa banca d’affari giapponese, che aveva precedentemente previsto una crescita dello 0,2% per l’Italia. In un report diffuso ieri Nomura ha anche analizzato le ragioni della probabile recessione. La Penisola sarà colpita sul turismo: è infatti il Paese dell’Eurozona più esposto ai visitatori provenienti dalla Cina (il 5% del totale), ma peserà anche il calo delle importazioni.

Per il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è ancora presto per valutare l’impatto sull’economia. «Attendiamo di monitorare gli sviluppi dell’economia cinese, stiamo monitorando gli effetti economici sui vari settori per individuare eventualmente misure specifiche di sostegno a singoli ambiti».

Comunque le nuove stime sono una notizia pessima visto che il calendario impone al governo di avviare la definizione del Def e quindi della prossima legge di Bilancio. A ricordarlo ieri all’esecutivo sono stati i sindacati. Il governo ha avviato i tavoli, ma «non abbiamo avuto nessuna risposta. Intanto la situazione del Paese si va incancrenendo a causa delle crisi aziendali», ha protestato il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo al termine delle segreterie unitarie con Cgil e Cisl.

Nella migliore delle ipotesi, spiegavano a mezza voce ieri esponenti del mondo delle imprese, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è in standby per via delle elezioni supplettive di Roma. Tesi condivisa da Renato Brunetta di Forza Italia. Nella peggiore, gli spazi di manovra sono ridotti a zero proprio a causa della bassa crescita.

Ieri al vertice di maggioranza sulle pensioni è rispuntata l’idea di Italia viva di chiudere in anticipo Quota 100, interrompendo la sperimentazione alla fine dell’anno.

Il governo è al lavoro per rilanciare gli investimenti, ma serve un sostegno dall’Europa che stenta ad arrivare. Ieri si è tenuto l’Eurogruppo, oggi l’Ecofin in vista del Consiglio europeo di giovedì.

In agenda la riforma della governance economica. L’Italia vorrebbe scorporare le spese per investimenti pro ambiente dal computo del deficit. Ma ha già incassato un no corale dagli altri Paesi dell’area euro e dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Altro tema caldo dei vertici di questi due giorni, la riforma del bilancio europeo per gli anni 2021 e 2027. Lo scontro in Europa è tra chi vorrebbe riservare a Bruxelles l’1% del Pil e chi vorrebbe di più. Il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha prestato una proposta di sintesi (1,074%) che l’Italia ritiene insufficiente. Il rischio denunciato dal ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola è che vengano tagliati fondi importanti per l’Italia.

Poi c’è la riforma del Mes, il meccanismo di stabilità. I documenti dei vertici confermano che la frenata chiesta dall’Italia non è passata. A marzo, insomma, potremmo essere costretti ad accettare una riforma contro i nostri interessi.

Da https://www.ilgiornale.it/news/politica/nomura-italia-recessione-e-leuropa-ci-isola-nuovo-1828171.html

Da Platone e Aristotele a Pound: la filosofia contro l’usura

Roma, 16 feb – Nei testi dei filosofi della Grecia antica, in particolare in quelli di Platone e Aristotele (i due “maestri” immortalati da Raffaello al centro del suo affresco sulla Scuola di Atene) non mancano riflessioni sull’economia, un termine che, derivando dalla combinazione di oikos(“dimora”) e nomos (“legge”), indicava anticamente le regole pratiche per la saggia amministrazione della proprietà domestica o, in senso estensivo, della terra dove si è nati e si vive (la patria ovvero, per i greci, la polis, la città-stato).

Tali considerazioni, però, non costituivano ancora una scienza economica propriamente detta, autonoma rispetto alle altre forme del sapere, che emergerà solo in epoca moderna con le pubblicazioni del Tableau économiquedi F. Quesnay (1758) e della Ricchezza delle nazioni di A. Smith (1776). Per i pensatori greci, infatti, l’economia, lungi dall’essere oggetto di una riflessione indipendente, rientrava nel dominio dell’etica, dell’indagine morale(oltre che della politica), rispetto a cui svolgeva un ruolo ancillare analogo a quello che, nella Scolastica medievale, la filosofia rivestì nei confronti della teologia. I filosofi dell’Ellade, infatti, discettavano «della vita buona, dello stato giusto, dell’uomo felice e, poiché erano convinti che il denaro non dava né saggezza né felicità, essi si preoccupavano di suggerire non il modo per aumentare la ricchezza, ma il modo per subordinare l’attività economica alle finalità morali»[1].

Posta tale premessa, nella corposa produzione platonica e aristotelica si trovano comunque disseminate anticipazioni di temi e di concetti dell’economia politica moderna, quali per esempio, in Aristotele la distinzione embrionale tra valore d’uso e valore di scambio di un bene. Tra questi spunti non poteva, ovviamente, mancare una riflessione teorica sulla moneta (in greco nomisma), la cui comparsa è fatta risalire dagli storici alla metà del VII secolo a.C. presso i greci della Ionia, e su finalità e modi del suo utilizzo; una riflessione, questa, al cui interno compare una critica del prestito a interesse sostanzialmente identificato con la pratica dell’usura.

Platone e il divieto della moneta

Già nei dialoghi politici di Platone (428-347 a.C.), la Repubblica e le Leggi, il cui tema è la descrizione di una polis “ideale” dotata di una costituzione (politeia) conforme a equità e giustizia, traspare la diffidenza per la smania di guadagno e la tendenza all’accumulazione di denaro che capovolgono la naturale gerarchia dei valori, ponendo al primo posto quel desiderio di ricchezze materiali che, invece, dovrebbe correttamente occupare la terza posizione, dopo la cura dell’anima e quella del corpo.

Secondo l’autore della Repubblica, nell’economia della polis perfetta si deve ricercare infatti una via di mezzo tra l’eccesso di povertà e quello di ricchezza, non solo perché la divisone tra abbienti e indigenti spaccherebbe la polis in due città contrapposte minandone l’unità, ma anche perché la disparità di condizioni economiche tra i cittadini sarebbe foriera di instabilità politica e sociale. Come osserva infatti Socrate, l’alter ego di Platone nel dialogo, rispondendo nel libro IV ad Adimanto: «l’una [la ricchezza] produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari, l’altra [la povertà] grettezza e scadente lavorazione, oltre ai moti rivoluzionari». Un tema, questo, che è ripreso dall’Ateniese (anch’egli alter ego di Platone) nel libro V delle Leggi, dove si afferma che, se i fini della legislazione della colonia immaginaria di Magnesia (la cui edificazione è oggetto del dialogo) sono la felicità e la concordia dei cittadini, allora nella nuova polis, per garantire il conseguimento di tali scopi, non dovranno esserci «né la gravosa povertà né la ricchezza». Ne consegue che il legislatore deve fissare d’autorità un limite (calcolato non in denaro, ma in lotti di terreno) per la ricchezza e per la povertà degli abitanti della colonia.

Tornando alla Repubblica, nel libro III, discutendo con Glaucone dello stile di vita dei “guardiani” (i phylakes ovvero l’élite di reggitori-filosofi a cui è affidato il governo della città ideale), Socrate, richiamandosi al mito delle tre stirpi (quella d’oro, quella d’argento e quella di ferro o bronzo), affronta il tema della moneta affermando che «non è pio [per i guardiani] contaminare il possesso dell’oro divino [la virtù che essi portano nell’anima] mescolandolo a quello dell’oro volgare», la detenzione del quale sotto forma di moneta è causa di comportamenti “empi” ovvero non conformi a giustizia. Se dunque il denaro è indegno del reggitore-filosofo, che avendo una “anima d’oro” disprezza l’oro materiale, e se l’amore per il denaro è tipico di quella forma politica degenere che è la “timocrazia”, si capisce perché nella Repubblica ai guardiani (ma non alla massa dei produttori) «non è concesso di maneggiare e di toccare oro e argento» (ovvero sono loro preclusi il possesso e l’utilizzo di moneta). Un divieto analogo è pronunciato, per la costituzione di Magnesia, dall’Ateniese (sempre nel libro V delle Leggi), dove si afferma che, fatta salva la quantità di moneta necessaria agli scambi quotidiani, «non è possibile a nessun cittadino privato possedere assolutamente né oro né argento». È all’incirca in questo punto del dialogo che Platone, ancora per bocca dell’Ateniese, oltre a introdurre una forma di autarchia monetaria (la colonia avrà una sua moneta “di servizio”, funzionale agli scambi tra cittadini, ma priva di corso legale al di fuori di essa), introduce il divieto del prestito a interesse, sancendo che «è lecito a chi ha ricevuto il prestito non restituire affatto né l’interesse né il capitale». Il prestito a interesse è così inserito tra i mezzi di illecito arricchimento ed equiparato, in contrapposizione all’agricoltura, a “turpi” mezzi di guadagno quali, per esempio, quelli «legati alla vendita del bestiame».

Aristotele e la “sterilità” del denaro

Pur nella diversità, rispetto a Platone, dell’impianto teoretico generale, anche in Aristotele (384-322 a.C.), che concentra la sua attenzione sulla tecnica di produzione/appropriazione delle ricchezze o crematistica (da ta chrémata: “beni”, “sostanze”), si ritrovano spunti polemici verso un’idea dell’economia che pone l’accento sulla mera accumulazione/moltiplicazione di beni materiali come fine in sé e non come mezzo di soddisfacimento dei bisogni naturali dell’uomo.

In questa ottica rientra, non a caso, il biasimo riservato a coloro che, vivendo con l’ossessione di accrescere le proprie sostanze, «si preoccupano di vivere, ma non di vivere bene, e siccome i loro desideri si estendono all’infinito, pure all’infinito bramano i mezzi per appagarli [cosicché] tutta la loro energia si spende nel procurarsi ricchezze» (Politica, libro I).

Di notevole importanza sono, inoltre, le considerazioni di Aristotele sulla moneta, della quale il filosofo mette in luce la natura convenzionale e la cui introduzione, in sostituzione al baratto, egli fa risalire all’estensione dei commerci oltre l’ambito delle comunità locali (di villaggio o cittadine). In particolare, Aristotele vede chiaramente il rischio di un utilizzo improprio della moneta nella misura in cui essa si mette al servizio di quella attività “innaturale” (cioè non correlata al soddisfacimento di bisogni naturali come sono, invece, la pastorizia, la pesca e la caccia) che è l’“arte di guadagnare” e diventa, come interesse sul prestito, una fonte impropria di accumulazione di ricchezza. Secondo il filosofo, che nella Costituzione degli Ateniesi attesta, tra le cause discusse nei tribunali attici del V-IV secolo a.C., «il mancato pagamento degli interessi sul prestito di denaro», la parola “interesse” (tokos) viene da tiktein, “generare”, nel senso che «l’interesse è moneta [generata] da moneta» (Politica, libro I). Questa etimologia non deve trarre in inganno, in quanto la “nascita” di denaro dal denaro non corrisponde all’utilizzo naturale del medesimo. Aristotele, piuttosto, condanna il prestito a interesse proprio in virtù della sua innaturalità, poiché contrario al principio della “sterilità” della moneta (secondo cui è opposto a natura l’uso del denaro “per fare altro denaro”). Il brano della Politica in cui si tratta il tema dell’usura, infatti, non lascia spazio a equivoci interpretativi: «si ha pienamente ragione a detestare l’usura, per il fatto che i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò [lo scambio] per cui il denaro è stato inventato […] sicché questa [l’usura] è tra le forme di guadagno la più contraria a natura» (Politica, libro I).

Contro l’usura: da Aristotele a Ezra Pound, attraverso Dante

La polemica di Aristotele contro il prestito a interesse attraversò i secoli medievali, durante i quali la Scolastica non solo teorizzò la peccaminosità dell’usura in quanto «furto del tempo che non appartiene che a Dio, perché fa pagare il tempo trascorso tra prestito e rimborso», ma riprese anche l’idea della sua contrarietà al principio della “sterilità del denaro”, motivo per cui Tommaso d’Aquino, «citando Aristotele […] dice: nummus non parit nummos, “il denaro non partorisce denari”»[2].

La condanna dell’usura, risalente ad Aristotele e passata ai medievali, riecheggia anche in Dante («ch’usura offende/la divina bontade»; Inf. XI, 95/96) e, tramite l’Alighieri, in Ezra Pound, che «colse soprattutto da Dante il modello che l’ha confortato a tentare [nei “Cantos”] la moderna versione della Divina Commedia, includendovi come lui il problema della moneta, dei falsari, dell’usura riconsiderata aristotelicamente come delitto contro natura e contro l’arte» (G. Accame. Ezra Pound economista, Firenze, 2017). Fu proprio Pound, che nel Canto XLV aveva riproposto la convinzione antica dell’usura come “peccato” («peggio della peste è l’usura»), a tributare un omaggio ad Aristotele nel Canto LXXIV (il primo dei Cantos Pisani), alludendo alla Politica del filosofo in una delle sue invettive contro «i due imbrogli più grandi» che sono le speculazioni sui tassi di cambio della moneta e, ovviamente, il prestito di denaro a interesse usurario.

Corrado Soldato

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/platone-aristotele-pound-filosofia-contro-usura-146106/

Pressione fiscale totale, Italia prima col 64%

Nell’analisi Ambrosetti, che ha messo insieme tasse sui profitti e tasse sul lavoro, Roma stacca Francia (62%) e Germania (48%)

Nel momento in cui il governo sta provando a tagliare l’Irpef, c’è una tabella che pesa come un macigno sull’Italia che il governo Conte farebbe bene a consultare: è quella messa della pressione fiscale complessiva (tassazione sui profitti delle imprese, tassazione sul lavoro e altre tasse) messa a punto da Ambrosetti. L’Italia è la prima in classifica in tutta Europa (64,8%), seguita da vicino dalla Francia (62,7%) e da più lontano dalla Germania (48,8% e dalla Gran Bretagna (32%). Insomma, rispetto ai suoi primi concorrenti sui mercati parte qualche metro indietro.

1°) Italia 64,8%

2°) Francia 62,7%

3°) Belgio 58,4%

4°) Spagna 50%

5°) Grecia 49,6%

6°) Svezia 49,1%

7°) Germania 48,8%
8°) Portogallo 41%

9°) Paesi Bassi 41%

10°) Norvegia 39,5%

11°) Finlandia 37,9%

12°) Gran Bretagna 32%

13°) Svizzera 28,8%

14°) Danimarca 24,5%.

La media Europea è al 40,6%.

Purtroppo c’è poco altro da aggiungere, se non che classifiche come questa dimostrano il livello esagerato di imposizione cui sono sottoposte tutte le imprese italiane. E indicano la strada che l’esecutivo deve intraprendere al più presto: abbassare le tasse alle aziende. (riproduzione riservata)

 

Da https://www.milanofinanza.it/news/pressione-fiscale-totale-italia-prima-col-64-202002100927486946

“L’assalto alla lira? Fu un successo”. E ora Soros sostiene le sardine

Soros rivendica l’attacco all’Italia e sostiene Santori & Co. Ora è pronto a tornare in campo con un progetto a favore della “società aperta” e delle migrazioni

“Nessun rimpianto, ho semplicemente anticipato gli eventi”. Oltre a rilanciare il progetto da un miliardo di euro per mettere “in rete” le università progressiste, nel suo nuovo libro Democrazia! Elogio della società aperta, che da martedì arriverà anche nelle librerie italiane, George Soros rivendica con sfrontatezza tutto quello per cui in molti ambienti viene preso di mira e duramente critica.

Se da una parte difende, infatti, il perseguimento di un mondo privo di frontiere dove i migranti siano liberi di muoversi ovunque vogliano, dall’altra si vanta delle sue incursioni finanziarie contro il nostro Paese. “Lo considero un mio successo”, dice. Il suo attacco alla lira, in quel “mercoledì nero” del 1992, fu un durissimo colpo per l’Italia. Obbligò i vertici della Banca d’Italia a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per sostenere il cambio e portò la nostra moneta ad una svalutazione del 30%.

“Ho sempre agito nel rispetto delle regole”, dice oggi Soros in una intervista rilasciata al Corriere della Sera per promuovere il libro pubblicato con Einaudi. A distanza di quasi trent’anni da quell’attacco, il finanziere non solo difende ancora quell’operazione (“Ho sempre separato la mia attività sui mercati dalle mie critiche ai mercati”) ma vuole addirittura spacciarsi per “un intellettuale”. “Oggi mi considero così”, dice rivendicando di averv sempre criticato “gli eccessi e i mercati senza controllo”. Peccato che, anche grazie a quegli eccessi, ha ottenuto la fama dello speculatore e il bollino dello squalo della finanza. A suo dire le critiche, che oggi gli piovono ancora addosso, sono mosse da “persone ricche e potenti”, che lo vogliono “distruggere perché colpisco i loro interessi”, e “in misura sempre maggiore” dai politici. In realtà proprio dalla politica, in particolar modo quella progressista e radical chic, ha sempre ottenuto appoggi e applausi. Nel 1995, per esempio, come raccontò Bettino Craxi in una intervista (guarda qui), la colossale speculazione sulla lira gli valse, “a riconoscimento”, una laurea ad honoris causa dell’Università di Bologna. L’indicazione arrivò, guarda caso, dal suo amico Romano Prodi.

Oggi Soros vanta un patrimonio da 8,3 miliardi di dollari e non molla di un millimetro il suo impegno per cercare di plasmare il mondo come lui vorrebbe. Dal sostegno alle rivoluzioni colorate, che hanno destabilizzato i Paesi del Nord Africa, i Balcani e il vicino Oriente, ai progetti a favore dell’accoglienza dei migranti, passando inevitabilmente per il contrasto a qualsiasi forma di nazionalismo, continua a essere in prima linea e a muovere le fila da dietro le quinta. Anche nei giorni scorsi si trovava al World Economic Forum di Davos per annunciare il nuovo progetto da un miliardo di dollari che servirà a mettere in rete una serie di università progressiste. Sarà una sorta di estensione della sua Central European University, l’ateneo che in Ungheria ha a lungo operato contro il premier Viktor Orbanfinché quest’ultimo non lo ha cacciato dal Paese obbligandolo a trasferirsi a Vienna. Il suo nuovo libro è stato pubblicato proprio per promuovere questa sua idea della società aperta dove, come spiega al Corriere della Sera, “i rappresentanti democraticamente eletti dovrebbero mettere gli interessi degli elettori davanti ai loro”.

A Soros i “rappresentanti democraticamente eletti” vanno a genio solo quando i loro interessi collimano con i suoi. Nella sua black list ci sono ovviamente capi di Stato come Donald Trump, Vladimir Putin, Boris Johnson e ovviamente Viktor Orban. E poi, dice lui stesso, “come si chiama? Ah sì, Salvini”. Dice di preferire i movimenti che partono dal basso, come “il fenomeno delle sardine e i sindaci che si stanno impegnando contro il cambiamento climatico e a favore delle migrazioni interne. Al loro fianco ci sarà sempre lo squalo della finanza, pronto ad aprire il portafogli per plasmare l’Occidente e correggere quelle democrazie che non gli piacciono.

Da https://www.ilgiornale.it/news/politica/soros-lattacco-lira-ho-semplicemente-anticipato-i-tempi-1820096.html

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