Pensioni, nel 2024 quota 103 con alcune variabili

Condividi su:

Segnalazione di Wall Street Italia

di Giulia Schiro

A partire da oggi, mercoledì 3 gennaio, i pensionati stanno ricevendo l’assegno di gennaio, che sarà più sostanzioso grazie alla rivalutazione legata a quella che viene comunemente definita inflazione prevista. In base ai calcoli dell’Istat, la percentuale di rivalutazione delle pensioni per il 2024 è stata fissata al 5,4%. Gli assegni conterranno anche l’adeguamento alle nuove aliquote Irpef in vigore appunto da questo mese.

Nel dettaglio, le pensioni pari o inferiori a 4 volte il minimo, cioè fino a 2.272,76 euro, saranno rivalutate del 100%, come stabilito nel decreto firmato dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e dalla ministra del lavoro Maria Elvira Calderone: l’aumento effettivo nel caso della rivalutazione piena sarà dunque pari al 5,4% dell’assegno. Se, ad esempio, la pensione è di 1.500 euro lordi mensili, moltiplicandoli per 5,4% si riceveranno 1.581 euro lordi al mese, quindi un aumento di 81 euro.

Per le pensioni più alte, invece, la percentuale scende man mano che aumenta l’importo.
Nello specifico, le pensioni da 4 a 5 volte il minimo, il cui assegno va da 2.271,76 a 2.839,70 euro, saranno rivalutate dell’85%. L’aumento effettivo in questo caso è di 4,59%. Ad esempio, una pensione di 2.500 euro, moltiplicata per 4,59%, diventerà di 2.614 euro, sempre lordi mensili, con un aumento di 114 euro.
Le pensioni da 5 a 6 volte il minimo, da 2.839,70 a 3.407,64 euro, avranno una rivalutazione del 53%, con un aumento pari al 2,862%. Esempio: pensione da 3.000 euro x 2,862% = 3.085,86, con un aumento di +85 euro.
Le pensioni da 6 a 8 volte il minimo, che variano da 3.407,64 a 4.543,52 euro, saranno rivalutate del 47%, con un aumento del 2,538%. Esempio pratico: pensione da 4.000 euro x 2,538% = 4.101,52 euro, con un aumento di 101 euro.
Le pensioni da 8 a 10 volte il minimo, da 4.543,52 a 5.679,40 euro, avranno una rivalutazione del 37%, con un aumento pari al 1.998%. Esempio: una pensione da 5000 euro x 1,998% = 5.099,9 euro, quindi un assegno più ricco di quasi 100 euro.
E infine, le pensioni oltre 10 volte il minimo, con un assegno che supera i 5.679,40 euro, avranno una rivalutazione del 22%, con un aumento effettivo del 1,188%. Esempio: pensione da 6000 euro x 1,188% = 6.071, quindi 71 euro in più.
L’aliquota di quest’ultimo scaglione rappresenta la novità più rilevante riguardante la rivalutazione delle pensioni contenuta nella legge di bilancio 2024: per le pensioni di importo elevato, quindi esclusivamente per la classe di importo superiore a 10 volte il trattamento minimo Inps, viene fissata l’aliquota di rivalutazione del 22% invece che del 32% come nel 2023.

Come ogni anno, anche a fine 2024, l’inflazione attesa sarà confrontata con quella effettiva. Se, come avvenuto nel 2023, l’aumento del costo della vita reale dovesse essere diversa da quella prevista sarà versato un conguaglio (una tantum) nella pensione di gennaio 2025 pari alla differenza fra i due valori: se positiva ci saranno soldi in più, se negativa, purtroppo, soldi in meno.

La rivalutazione delle pensioni post rimodulazione aliquote Irpef

Un altro piccolo aumento nel 2024 arriverà grazie alla rimodulazione delle aliquote Irpef (passate da 4 a 3). La riforma Irpef avvantaggerà ovviamente anche i pensionati (al pari dei lavoratori), visto che l’imposta sul reddito delle persone fisiche viene corrisposta da chiunque abbia un reddito. In questo caso il calcolo è meno semplice, così come l’aumento relativo, perché si tratta sostanzialmente di un accorpamento dei primi due scaglioni. Non esisterà più la fascia 15.000-28.000 euro di reddito, che viene unita a quella fino ai 15.000 euro. Il nuovo schema è il seguente: prima fascia fino a 28.000 euro di reddito lordo annuale, che verserà il 23% di Irpef; seconda fascia da 28.000 a 50.000 euro di reddito lordo annuale, che verserà il 35% di Irpef; terza fascia al di sopra dei 50.000 euro di reddito lordo annuale, che verserà il 43% di Irpef.

Per chi ha un reddito annuo lordo di 25.000 euro, il vantaggio fiscale sarà di 200 euro annui e salirà a 260 per i redditi superiori a 28.000 euro. Per chi ha un reddito complessivo superiore a 50.000 euro dovrebbe essere previsto un taglio lineare alle detrazioni da 260 euro che dunque vanificherà (sopra questa soglia) gli effetti della riforma, mentre i lavoratori con un reddito sotto i 15.000 euro potrebbero beneficiare di un incremento delle detrazioni dei redditi da lavoro (da 1.880 euro a 1.955 euro).

Vie di uscita anticipata più strette nel 2024

Ma la nuova legge di Bilancio non incide solo sulla rivalutazione degli importi delle pensioni, ma anche sulle possibilità d’uscita anticipata, per cui il Governo Meloni ha stabilito una vera e propria stretta, tanto che, in base alle stime, si prevede un dimezzamento delle uscite con anticipi e scivoli.

Nel dettaglio, è stata confermata Quota 103 (composta da 62 anni di età e 41 di contributi) e, nel corso dell’anno appena cominciato, potranno lasciare il lavoro anche i nati nel ’62 che raggiungeranno i 62 anni, a condizione anche di conquistare i 41 anni di attività.
Ma i lavoratori di questa classe rischiano in larga maggioranza di dover attendere di fatto il 2025 per poter lasciare effettivamente il lavoro, perché le finestre mobili fanno slittare in avanti di 7 o 9 mesi (rispettivamente per i dipendenti privati e pubblici), rispetto ai 3 e 6 mesi previsti nel 2023, la conquista del primo assegno dal momento della maturazione dei requisiti.
Solo i lavoratori privati che raggiungono le condizioni richieste nei primi 5 mesi, o nei primi 3 mesi se pubblici, potranno uscire nell’anno. Non basta. Chi andrà via con questa formula dovrà accettare anche il calcolo interamente contributivo del trattamento e non più il sistema misto (retributivo per gli anni sino al 31 dicembre 1995 o al 31 dicembre 2011 se si avevano almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995), con penalizzazione dell’importo anche fino al 20 per cento. I nati nel ’61, invece, sono potuti andare via fin dall’anno appena chiuso, perché i 62 anni richiesti li hanno già conquistati nei mesi scorsi. Ma se non dovessero aver raggiunto i 41 anni di contributi, anche per loro la prospettiva è quella dei nati nel ’62. E questo vale anche per le classi di età precedenti.
Inoltre, la misura del trattamento non potrà superare i 2.272 euro lordi mensili (quattro volte il trattamento minimo Inps) sino al compimento dell’età di 67 anni.

Con il 2024 entrano nell’area di accesso all’Ape sociale i nati del 1961 (oltre che quelli degli anni precedenti che si dovessero trovare in una delle situazioni previste dalla formula nel corso dell’anno appena cominciato), ma non tutti potranno utilizzare lo strumento. L’aumento del requisito dell’età da 63 a 63 anni e 5 mesi fa sì che potranno effettivamente chiedere l’Ape sociale i nati nel ’61 che compiono gli anni fino a luglio. I nati nei mesi successivi potranno conquistare l’assegno solo dal 2025. Riguarda, come nel passato, coloro che si trovano in condizioni di disagio: disoccupati, coloro che assistono familiari disabili, persone con invalidità pari almeno al 74% e chi, con 36 anni (o con 30) di contributi, svolge lavori gravosi (come, per esempio, operai edili, autisti di mezzi pesanti, badanti, infermieri ospedalieri, maestre d’asilo, macchinisti, addetti alle pulizie). Sono stati esclusi però gli appartenenti alle 23 ulteriori categorie di lavoratori che svolgono attività gravose inserite nel biennio 2022-2023, come i professori di scuola primaria, i tecnici della salute, le estetiste e via di seguito. E sono state cancellate le riduzioni contributive per edili e ceramisti.
Non basta: è stata introdotta l’incumulabilità totale della prestazione con i redditi di lavoro dipendente o autonomo a eccezione del lavoro occasionale entro un massimo di 5.000 euro annui. Resta fermo che l’assegno non potrà superare l’importo massimo fino a 1.500 euro lorde mensili, senza tredicesima e senza gli adeguamenti dovuti all’inflazione, fino alla pensione di vecchiaia a 67 anni.

Anche Opzione Donna subisce una nuova stretta: l’età minima sale da 60 a 61 anni, con uno sconto di un anno per figlio fino a un massimo di due. Dunque, potranno utilizzare la via di uscita (uscita anticipata ma pensione ricalcolata con il metodo contributivo, con una penalizzazione tra il 20 e il 25 per cento) le donne dipendenti e autonome con almeno 59 anni (se con due figli), 60 (se con un figlio) e 61 (senza figli) al 31 dicembre 2023, purché abbiano anche almeno 35 anni di contributi e rientrino in una delle seguenti categorie: invalide per almeno il 74%, disoccupate (licenziate o dipendenti di aziende in stato di crisi) o caregiver. Quest’ultime poi al momento della richiesta e da almeno sei mesi, devono dimostrare di assistere il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità. Per le lavoratrici dipendenti il posticipo dalla data di maturazione dei requisiti è di almeno 12 mesi.
Il risultato è che potranno utilizzare questa via d’uscita le lavoratrici che potevano utilizzarla anche nel 2023: le nate dal 1962 al 1964, con 59-61 anni a fine 2023. Dunque, la platea delle candidate sarà anche più ristretta di quella comunque limitata dell’anno passato.

Alla fine, il solo canale che è stato confermato in tutte le sue caratteristiche è il canale precoci che permette di andare in pensione anticipatamente con 41 anni di contributi ai lavoratori dipendenti e autonomi, che abbiano lavorato prima dei 19 anni per almeno 12 mesi. Potranno lasciare il lavoro coloro che, a prescindere dall’età anagrafica, abbiano cominciato a lavorare entro il 1983. Sempre che rientrino nelle categorie dell’Ape sociale.

Come riporta la relazione tecnica della legge di Bilancio 2024, l’anno prossimo dovrebbero accedere a Quota 103 circa 17 mila persone, a Opzione donna 2.200 e all’Ape sociale 12.500 per un totale di circa 31.200 uscite anticipate. Circa la metà rispetto alle 60 mila prospettate nel 2023.

LE PROSPETTIVE PER L’ECONOMIA ITALIANA – ANNI 2023-2024

Condividi su:

COMUNICATO STAMPA ISTAT

Il Pil italiano è atteso in crescita dello 0,7% sia nel 2023 sia nel 2024, in rallentamento rispetto al 2022.

Nel biennio di previsione, l’aumento del Pil verrebbe sostenuto principalmente dal contributo della domanda interna al netto delle scorte (+0,8 punti percentuali nel 2023 e +0,7 p.p. nel 2024) a fronte di un contributo della domanda estera netta marginalmente negativo nel 2023 (-0,1 p.p.) e nullo nel 2024. Il contributo delle scorte è, invece, previsto nullo in entrambi gli anni.

La domanda interna sarà trainata principalmente dai consumi privati (+1,4% nel 2023 e +1,0% nel 2024) sostenuti dalla decelerazione dell’inflazione, da un graduale (anche se parziale) recupero delle retribuzioni e dalla crescita dell’occupazione. Gli investimenti sono attesi in netto rallentamento rispetto al biennio precedente (+0,6% in entrambi gli anni).

L’occupazione, misurata in termini di unità di lavoro (ULA), segnerà un aumento in linea con quello del Pil (+0,6% nel 2023 e +0,8% nel 2024), a cui si accompagnerà un calo del tasso di disoccupazione (7,6% quest’anno e 7,5% l’anno prossimo).

L’inflazione si ridurrà per effetto della discesa dei prezzi dei beni energetici e delle conseguenze delle politiche monetarie restrittive attuate dalla BCE. La dinamica del deflatore della spesa delle famiglie residenti scende nell’anno corrente al +5,4% e al +2,5% nel 2024.

Lo scenario previsivo sconta l’ipotesi del proseguimento del calo dei prezzi al consumo e dei listini delle materie prime importate, di una graduale ripresa del commercio mondiale e della progressiva attuazione del piano di investimenti previsti nel PNRR.

Un approfondimento sulla valutazione degli effetti macroeconomici della legge di bilancio 2024 mostra risultati in linea con la NADEF, se pur con maggiori effetti sui consumi rispetto agli investimenti.

Fonte: https://www.istat.it/it/archivio/291840

Tassa sugli extraprofitti a rischio di incostituzionalità

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

di Valentina Magri
11 Settembre 2023 12:26

Si apre una settimana clou per la tassa sugli extraprofitti. A partire da domani, 12 settembre, inizieranno le audizioni in Parlamento per discutere eventuali modifiche alla tassa, contenuta nel decreto legge asset di agosto. Facciamo il punto.

Le audizioni sulla tassa sugli extraprofitti

Innanzitutto, ci saranno numerose audizioni alle Commissioni Ambiente e Industria del Senato nell’ambito dell’esame del decreto asset, a partire da mezzogiorno di domani. Sulla tassa sugli extraproditti interverranno Abi, Assopopolari e Federcasse. Tra gli auditi anche Ance, Asstra, Agens, Anav, Confetra, Confartigianato, Cna e i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Ugl.

La corsa agli emendamenti

Come annunciato da Giancarlo Giorgetti agli imprenditori riuniti a Cernobbio una settimana fa, la tassa sugli extraprofitti “migliorerà” e i cambiamenti sono già in via di definizione. Sempre questa settimana scadrà il termine per gli emendamenti al decreto asset.

Sul tavolo la proposta di Forza Italia, di cui si è fatto portavoce il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Quest’ultimo a fine agosto ha fatto notare che, per come è stata strutturata, la tassa sugli extraprofitti colpirà anche i rendimenti delle obbligazioni, comprese pertanto quelle governative. L’imposta indeducibile del 40% si aggiunge alla preesistente imposta del 26% sugli strumenti finanziari, che sono così soggetti a una doppia tassazione. In questo modo, lo Stato Italiano scoraggia le banche dall’acquistare i suoi titoli di Stato e comprende nella definizione di “extraprofitti” anche la remunerazione ai sottoscrittori delle sue obbligazioni, lasciando intendere che li paga troppo, quando quelli acquistati tempo fa, con i tassi vicini allo zero, avevano rendimenti molto bassi. Il ministro Tajani, intervistato sempre da “Il Sole 24 Ore”, si era detto preoccupato e aveva auspicato:

“Bisogna scrivere bene la norma affinché produca un effetto positivo sui conti dello Stato senza creare problemi al nostro sistema economico-finanziario e al bilancio dello Stato”.

In sostanza, Forza Italia punta a specificare chiaramente che la tassa sugli extraprofitti è una misura una tantum e non replicabile in futuro. Inoltre, intende escludere dalla tassazione i titoli di Stato nei portafogli delle banche e rendere deducibile la tassa al 50%. Infine, vuole che la tassa tenga conto delle specificità delle banche più piccole, che rischiano di essere penalizzate rispetto ai grandi colossi bancari.

I rischi di incostituzionalità della tassa sugli extraprofitti

Vi sono poi i dubbi dei tecnici del Senato su possibili rischi di costituzionalità, “in particolare con gli articoli 3 e 53, qualora non si tenga adeguatamente conto della effettiva capacità contributiva dei soggetti passivi del prelievo o si creino distorsioni fiscali irragionevoli”.

Inoltre, i tecnici di Palazzo Madama mettono in dubbio se il margine d’interesse delle banche tassato sia un “idoneo indice di effettiva capacità contributiva”, paventando altresì il rischio di un’alterazione del nesso fra imposizione fiscale e capacità contributiva, fra l’altro nell’ambito della medesima categoria di contribuenti, con possibile sindacato negativo di costituzionalità”.

Qualora la norma che introduce la tassa sugli extraprofitti fosse dichiarata incostituzionale dopo che il Governo ha incassato e speso il relativo gettito, dovrebbe restituire i soldi alle banche, peggiorando i saldi.

Nessun problema lato costituzionalità invece per il carattere “straordinario” della tassa; la presenza di “circostanze che possono esser considerate eccezionali”; la “temporaneità” e la “finalità solidaristica” del prelievo che giustificherebbero una imposizione “soggettivamente differenziata”.

Infine, i tecnici mettono in guardia da un possibile effetto boomerang della tassazione sugli extraprofitti, per cui le banche potrebbero rivedere la loro politica dei tassi d’interesse per ridurre l’imposizione fiscale a loro carico, peggiorando sia il loro conto economico, che le entrate fiscali per lo Stato Italiano.

Quello che non tutti dicono sui prestiti delle banche

Condividi su:

di Claudio Romiti

 

Ho l’impressione che la controversa questione delle tasse sui cosiddetti extra profitti delle banche stia generando ulteriore confusione su ciò che intendiamo come moneta a corso legale e moneta fiduciaria, da cui dedurre la sostanziale differenza che c’è tra base monetaria e aggregati monetari. Ebbene, quando qualche post-keynesiano – che sogna l’avvento in Italia della Modern Monetary Theory, con enormi flussi di moneta lanciati a pioggia sulla popolazione onde stimolare la domanda aggregata – ci spiega che le banche avrebbero il compito di creare moneta dal nulla per finanziare l’economia, dovrebbe chiarire al grande pubblico alcuni aspetti che caratterizzano la complessa questione dei quattrini, alias strumenti di pagamento.

L’euro e le banche centrali

In estrema sintesi, la moneta a corso legale, che rappresenta una porzione di quella fiduciaria, nel nostro caso è rappresentata dall’euro e viene emessa dalle singole banche centrali ed è garantita dallo Stato o dal complesso di Stati che la adottano.

La moneta fiduciaria, invece, costituisce un aggregato ben più ampio. Esso comprende la stessa moneta legale e l’insieme delle attività finanziarie che possono fungere da pagamento, tra queste la principale è la moneta bancaria. Quindi, la quantità di moneta esistente in un determinato momento nel sistema economico risulta pari al circolante più i depositi della clientela presso le banche. La base monetaria è dunque una componente dell’offerta di moneta (il rapporto tra offerta di moneta e base monetaria prende il nome di moltiplicatore monetario, vedi infra) ed è quella parte oggetto di controllo diretto da parte della banca centrale. In generale, la quantità complessiva di moneta (moneta legale e moneta bancaria) a disposizione del pubblico varia in relazione alla quantità complessiva dei prestiti concessi dalla banca centrale e dalle banche.

Le banche e i prestiti

Ora, i paladini del citato MMT sostengono che le banche italiane non starebbero finanziando a sufficienza la nostra economia. In soldoni, a loro dire, in Italia le banche presterebbero i quattrini col contagocce a famiglie e imprese. Ma c’è un problema però. Per far aumentare il volume complessivo dei prestiti, ovvero della moneta bancaria, bisogna chiederli tali prestiti. In altre parole, occorre che, sulla base di adeguate garanzie, questo qualcuno abbia in mente di realizzare con detti prestiti una qualsivoglia forma di investimento.

Tuttavia, in Italia la propensione all’investimento, che va di pari passo con una bassa crescita che oramai dura da decenni, non trova affatto un terreno fertile, soprattutto a causa di un eccesso di fiscalità e di burocrazia, ovvero i classici lacci e laccioli di cui si parla invano da quasi mezzo secolo.

 

Offerta di moneta bancaria e domanda aggregata

Pertanto, in questo quadro, agevolare una abbondante offerta di moneta bancaria rischia di tradursi in un quasi esclusivo sostegno alla domanda aggregata, che in verità i vetero- keynesiani sognano da sempre ad occhi aperti. In pratica si finanziano a bocce ferme i consumi, come in effetti è avvenuto durante il folle blocco economico della pandemia, sperando che ciò determini un effetto di trascinamento per i settori legati alla produzione di beni e servizi. Cosa che, per la cronaca, non sembra sia mai avvenuta in tempi moderni.

A tale proposito abbiamo un recente ed agghiacciante esempio di ciò che accade quando il sistema creditizio dispensa prestiti e mutui come se non vi fosse un domani: la crisi finanziaria dei cosiddetti subprime, di cui il mondo avanzato ancora porta le cicatrici aperte.

Occhio all’eccesso di credito

In pratica, allargando l’accesso ai mutui per acquistare una casa anche a soggetti a forte rischio debitorio – a Roma si direbbe prestare a porci e cani – si creò una colossale bolla immobiliare che, nel momento in cui iniziò il pignoramento e la messa in asta di molti di questi immobili per insolvenza, si sgonfiò rapidamente, rischiando di far collassare l’intera finanza mondiale.

Tuttavia, malgrado questa drammatica lezione che la realtà ci ha impartito, ancora oggi c’è gente che continua a scambiare la ricchezza con i quattrini, anziché considerare questi ultimi la conseguenza, il risultato di una azione economica che deve sempre partire dal lato dell’offerta.

 

Articolo completo: Quello che non tutti dicono sui prestiti delle banche (nicolaporro.it)

Autunno nero per le famiglie italiane. Stangata da quasi 3.000 euro

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

di Pierpaolo Molinengo

Dopo un’estate contrassegnata dai rincari, la stangata per i consumatori è destinata a proseguire anche in autunno. L’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha stimato che con l’arrivo dell’autunno le famiglie dovranno far fronte ad una stangata pari a 2.924 euro. Un importo più alto di 252,92 euro rispetto all’autunno 2022, quando era già iniziata l’ondata dei rincari.

Diversa, invece, è la previsione di Assoutenti, che ha preso in esame cinque voci di spesa ed ha stimato un maggior esborso di 1.600 euro per le famiglie. Ma vediamo un po’ nel dettaglio dove sono previsti gli aumenti a partire dal prossimo autunno.

Indice:

  1. La stangata d’autunno
  2. Le stime di Federconsumatori
La stangata d’autunno

Le famiglie devono mettere in conto una vera e propria stangata dal prossimo autunno. Ad aiutarci a capire dove saranno i maggiori aumenti ci hanno pensato Assoutenti e Federconsumatori, anche se hanno fatto delle analisi diverse.

Stando alle stime effettuate da Assoutenti, i prodotti alimentari, nel loro insieme costano il 10,7% in più rispetto al 2022. Il trend, nel caso si dovesse confermare nel corso dei prossimi mesi, porterebbe le famiglie a spendere per cibi e bevande – nel periodo compreso tra settembre e dicembre 2023 – 205 euro in più. Tra i prodotti che segneranno i maggiori aumenti ci sono l’olio di oliva e prodotti che sono conservazione, come ad esempio il tonno. Cresce anche il costo della birra e dei prodotti fatti con il grano di importazione e i prodotti per l’infanzia.

Sono previsti degli aumenti – sempre secondo Assoutenti – per quanti decidono di mangiare nei ristoranti e consumare nei bar: nel corso dei prossimi quattro mesi le famiglie devono mettere in conto un aggravio di 28 euro.

Spostarsi in auto

Stangata prevista anche per quanti hanno necessità di spostarsi in auto. Nel caso in cui i listini alla pompa dovessero mantenersi ai livelli attuali, le famiglie che dovessero effettuare due pieni al mese dovrebbero mettere in conto, secondo Assoutenti, una spesa maggiore di 103 euro nell’arco dell’ultimo quadrimestre, rispetto agli ultimi quattro mesi del 2022.

Ma non solo. Le famiglie dovranno fare i conti anche con i rincari delle assicurazioni. Aiped, l’Associazione Italiana Periti Estimatori Danni, ha segnalato alcuni aumenti dei costi delle Rc auto, che costano mediamente il 3,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2022. La tariffa media della polizza, a questo punto, arriva a 374 euro.

La stangata sui mutui

Purtroppo i rialzi dei tassi della Bce potrebbero non essere finiti. Andando ad ipotizzare un ritocco dello 0,25% nel corso delle prossime riunioni, Assoutenti ha previsto che la spesa per le rate mensili – sempre nel periodo compreso tra settembre e dicembre 2023 – possano aumentare complessivamente di 1.170 euro rispetto al 2022. L’Euribor a 3 mesi nelle ultime settimane ha rallentato la sua salita, ma da qui alla fine dell’anno continuerà a crescere raggiungendo il picco tra novembre e dicembre.

Il caro energia e la scuola

Il mercato del gas tende al rialzo. Il governo ha rinnovato gli aiuti contro il caro energia per il terzo trimestre dell’anno: il quarto trimestre, però, al momento è scoperto. Questo potrebbe significare che da fine settembre gli aumenti di luce e gas potrebbero pesare di più nelle tasche degli Italiani.

Secondo Assoutenti un’altra stangata arriverà dalla scuola: i prodotti di cartoleria hanno registrato un incremento medio pari al 9,2% su base annua. A pesare su questi prodotti sono i rincari delle materie prime e i maggiori costi di produzione. Le famiglie che devono acquistare da zero tutto il corredo per il figlio che va a scuola devono mettere in cantiere di spendere 50 euro in più rispetto al 2022. A questa spesa si deve aggiungere il rincaro dei libri di testo, che arrivano a costare 45 euro in più. Per i manuali delle scuole medie si registra un incremento dell’8% dei prezzi medi di copertina, che sono stati imposti dagli editori. Per alcuni titoli gli aumenti hanno sfiorato il 12%.

Le stime di Federconsumatori

La stangata per le famiglie è stata confermata anche da Federconsumatori, che ha sottolineato che dovrà essere messo in conto una stangata pari a 2.924,70 euro, ben 252,92 euro in più rispetto all’autunno 2022.

Ma quali sono le voci di spesa che vanno a pesare di più sulle famiglie. Secondo Federconsumatori sono le seguenti:

  • scuola (libri, dizionari, parte del corredo): 906,59 euro;
  • esami/visite mediche: 274,00 euro;
  • bollette di acqua, luce, gas e telefonia: 1.144,11 euro;
  • tari (seconda rata): 171,00 euro;
  • riscaldamento (prima rata): 429,00 euro.

Complessivamente stiamo parlando di una stangata pari a 2.924,70 euro. A cui devono essere aggiunte le spese per la benzina, pari a 586,20 euro, e per l’alimentazione, che ammontano a 1.594,00 euro

 

I BRICS lanciano la sfida: il piano per de-dollarizzare il mondo

Condividi su:

di Lepoldo Gasbarro

I BRICS alzano la voce e fanno capire al mondo che la loro forza, alimentata da una crescita straordinaria dei numeri demografici, in questo momento è l’unica in grado di poter cambiare il mondo. Staremo a vedere, ma intanto i leader dei Paesi (escluso Putin collegato in remoto) posano in una sorta di foto di famiglia e si abbracciano l’uno a l’altro. Putin, come detto, è intervenuto al vertice da remoto e ha sottolineato nel discorso in lingua russa che la de-dollarizzazione sta “guadagnando slancio”.

Secondo lui, la perdita di centralità globale del dollaro è un processo “oggettivo e irreversibile”. Il leader russo ha affermato che i cinque membri del BRICS – RussiaCinaIndiaBrasile e Sudafrica – stanno diventando i nuovi leader economici mondiali, aggiungendo che la loro quota cumulativa del PIL globale ha raggiunto il 26%. Ha osservato che, se misurati in base alla parità di potere d’acquisto, i BRICS hanno già superato il Gruppo delle Sette principali nazioni industrializzate – rappresentando il 31% dell’economia globale, rispetto al 30% del G7 .

Negli ultimi 10 anni, gli investimenti reciproci tra gli Stati membri del BRICS sono aumentati di sei volte. I loro investimenti totali nell’economia mondiale sono raddoppiati, mentre le esportazioni cumulative rappresentano il 20% del totale globale.

Putin ha anche criticato le “sanzioni illegittime” che “pesano gravemente sulla situazione economica internazionale” da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, oltre al “congelamento illegale dei beni degli stati sovrani”. Il messaggio dello Zar sarà sicuramente accolto positivamente da molti aspiranti candidati ai paesi Brics. “Stiamo costantemente aumentando le forniture di carburante, cibo e fertilizzanti agli stati del Sud del mondo”, ha aggiunto, imputando anche la carenza alimentare internazionale alle sanzioni “illegali” dell’Occidente.

Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato in Sud Africa accolto dal presidente Cyril Ramaphosa, che ospita il vertice di Pretoria.

È il secondo viaggio all’estero del leader cinese quest’anno, dopo che a marzo aveva incontrato a Mosca Vladimir Putin . Putin sarà assente all’incontro dei BRICS dopo che il Sudafrica ha segnalato di essere sotto pressione per far rispettare lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI) che richiederebbe al governo di arrestare il leader russo.

La dichiarazione pre-vertice di Xi ha inoltre affermato che i membri dell’associazione sono diventati “una forza costruttiva che ottimizza la governance globale e promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali “.

Illustrando il divario sulla missione e sulla portata più ampia dei BRICS, il FT scrive:

“Se espandiamo i Brics fino a rappresentare una quota del PIL mondiale simile a quella del G7, allora la nostra voce collettiva nel mondo diventerà più forte”, ha detto un funzionario cinese, che ha voluto restare anonimo.

Naledi Pandor, ministro degli Esteri del Sud Africa, ha detto questo mese che è “estremamente sbagliato” vedere una potenziale espansione dei Brics come una mossa anti-occidentale. Tuttavia, è probabile che le capitali occidentali considerino la possibile adesione di Iran, Bielorussia e Venezuela come una mossa per abbracciare gli alleati di Russia e Cina.

Ma alcuni paesi influenti come il Brasile del presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva probabilmente saranno dalla parte di Pechino, dato che Lula si è espresso a favore dell’ammissione di paesi vicini come Argentina e Venezuela – quest’ultimo nemico di lunga data di Washington. Alcuni leader vogliono anche l’ammissione dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, il che scatenerà il dibattito sulle condizioni e sui criteri per l’espansione. Attualmente l’Arabia Saudita è il paese più vicino a diventare il nuovo membro, dato che i colloqui sono in corso. Oltre 20 altri paesi hanno chiesto e fatto domanda per aderire.

Nonostante le voci secondo cui alcuni paesi, tra cui la Russia, stanno spingendo per la fine del dominio del dollaro, il FT ha citato fonti diplomatiche per sottolineare che una valuta comune non è all’ordine del giorno.

Perché il salario minimo non ha senso (spiegato facile)

Condividi su:

di Gabriele Fava

La proposta della sinistra, Schlein in testa, è inutile e ridondante. E gli effetti potrebbero rivelarsi un boomerang

Al centro del dibattito ormai da alcuni mesi, la proposta di legge volta all’introduzione nel nostro Paese del salario minimo, sembrerebbe non considerare assolutamente le moltissime variabili di un mercato così complesso come quello del lavoro.

La Direttiva Ue, relativa a salari minimi adeguati nell’Unione europea, non ha previsto, come si vorrebbe far credere, un obbligo di introduzione del salario minimo nei Paesi che ancora non lo prevedono ma impone agli Stati membri in cui la copertura della contrattazione collettiva non raggiunga almeno il 80% dei lavoratori, di prevedere un quadro per la contrattazione collettiva e di istituire un piano d’azione per promuoverla per garantire che i salari minimi siano fissati ad un livello adeguato.

L’Italia è fra i Paesi europei con la più alta copertura contrattuale, già oggi superiore a quanto la direttiva in discussione indica come obiettivo per il futuro.

Nel nostro paese minimi salariali sono già previsti dalla contrattazione collettiva in coerenza con il dettato costituzionale (art. 41).

Ci sembra davvero necessario introdurre un salario minimo per legge? Andando a demandare completamente quello che è il ruolo del Sindacato e Corpi intermedi nonché della contrattazione collettiva?

La Costituzione stabilisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Gli stessi padri costituenti hanno dunque chiarito che le variabili sono: la qualità e la quantità del lavoro svolto; lasciando poi il mercato libero di stabilire tale minimo salariale tramite la contrattazione collettiva.

Nessun settore in Italia risulta sprovvisto di contratto collettivo. In Italia in passato gli stessi sindacati si erano mostrati contrari a una misura di tal genere.

Per approfondire

Ciò in quanto una legge che impone un minimo legale va – inevitabilmente – a contrastare con la libertà negoziale che i medesimi sindacati hanno sempre voluto e preteso. Senza contare che, nella maggior parte dei contratti vigenti, il minimo salariale è di gran lunga superiore al minimo proposto di 9 euro lordi all’ora. È evidente quindi che la soglia minima di 9 euro lordi all’ora fissata per legge porterebbe ad uno schiacciamento salariale al ribasso dei salari medi. A conferma di ciò, il CCNL dei rider, siglato da Assodelivery, stabilisce un compenso di 10 euro lordi all’ora, una somma, quindi, più alta rispetto a quanto previsto con il salario minimo.

Una misura del genere avrebbe quale unica conseguenza l’aumento del tasso di disoccupazione, l’incentivazione del ricorso al lavoro irregolare nonché il rischio che molte attività marginali svolte dalle imprese italiane possano cessare per far fronte all’aumento di costi quale diretta conseguenza dell’introduzione del salario minimo legale.

L’introduzione di un salario minimo legale potrebbe avere poi quale effetto diretto un aumento dell’inflazione: infatti, non appare remota la possibilità che le imprese riversino i maggiori costi del lavoro sui consumatori, determinando un aumento dei prezzi ulteriore rispetto a quello che già si è già di recente verificato. Quindi a ben vedere, il salario minimo, qualora venisse introdotto, finirebbe per danneggiare proprio coloro che si propone di aiutare, ovvero i lavoratori stessi.

Senza contare che, al fine di introdurre un salario minimo il più possibile congruo, occorrerebbe ex ante porre in essere una analisi dell’effettivo costo della vita in Italia, analisi che non potrebbe non tenere conto dell’estremo divario che sussiste tra il Nord e il Sud Italia.

La conclusione porta inevitabilmente alla conferma della inutilità e/o ridondanza del fantomatico salario minimo, soprattutto alla luce del fatto che le proposte sul tavolo rischiano di creare un sistema che, benché sembri incentrato su principi di uguaglianza, finirebbe per garantire i lavoratori solo dal punto di vista formale ma non sostanziale.

Gabriele Fava, 19 luglio 2023

 

Articolo completo: https://www.nicolaporro.it/perche-il-salario-minimo-non-ha-senso-spiegato-facile/

 

 

 

 

 

 

 

Pensioni 2024, il tema è sempre più caldo. Le nuove ipotesi

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

di Pierpaolo Molinengo
Pubblicato 21 Luglio 2023 • Aggiornato 22 Luglio 2023 08:29

Un tema caldo dell’estate continua ad essere quello delle pensioni e della riforma dell’intero sistema previdenziale italiano. Oggi come oggi, secondo l’ultima rilevazione dell’Istat (che è aggiornata al 31 gennaio 2021), in Italia sono presenti oltre 16 milioni di pensionati, che in un modo o nell’altro percepiscono complessivamente 23 milioni di euro.

Quando si parla di pensioni, è importante anche sottolineare che il nostro paese, in questo momento, è al centro di una congiuntura negativa, innescata dal sovrapporsi di tre diversi fattori:

  • la bassa natalità;
  • l’invecchiamento, anche lavorativo, della popolazione;
  • uno dei tassi più bassi di occupazione dell’Unione europea.

La particolare situazione che si è venuta a creare nel nostro paese ha fatto sì che crescesse la preoccupazione legata alla spesa previdenziale, che è destinata ad aumentare nel corso dei prossimi anni. Secondo una recente stima del Centro Studi di Unimpresa, il costo totale delle pensioni dovrebbe salire a quasi 318 miliardi nel 2023. Continuerà a crescere nel corso dei prossimi quattro anni. La spesa previdenziale, almeno teoricamente, dovrebbe seguire il seguente andamento.

  • 2023: 317,9 miliardi, pari al 15,8% del Pil;
  • 2024: 340,7 miliardi, pari al 16,2% del Pil
  • 2025: 350,9 miliardi, pari al 16,1% del Pil
  • 2026: 361,8 miliardi, pari al 16,1% del Pil

Andando a vedere quanto peseranno in futuro le pensioni, risulta difficile per il governo Meloni aprire, in qualche modo, un discorso legato alle pensioni anticipate. Ma vediamo quali sono le ipotesi presenti sul tavolo.

Pensioni, le ipotesi

Quali Quote saranno adottate nel corso del 2024? Capire quale strada possa essere intrapresa dalla riforma previdenziale diventa sempre più difficile. Il problema maggiore è costituito dalle risorse, che in qualche modo il governo dovrebbe riuscire a reperire per poter superare, almeno in parte, la Legge Fornero nel corso dei prossimi anni.
Sul tavolo delle ipotesi, in questi giorni, ha fatto capolino Quota 96, che potrebbe essere riservata ai lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti. Si parla di Quota 41 contributiva e di proroga di Quota 103.

Quota 103, si parla di una proroga

Quota 103, che prevede l’uscita dal mondo del lavoro al compimento dei 62 anni con almeno 41 anni di contributi, è destinata a finire il 31 dicembre 2023. Una delle ipotesi messe sul tavolo è che questa opzione possa essere prolungata per tutto il 2024. Si ipotizza di andare a ritoccare leggermente la misura. Per il momento questa sembra essere una soluzione percorribile.

Ricordiamo a quanti dovessero decidere di andare in pensione con Quota 103, questa misura non è cumulabile con qualsiasi altra attività lavorativa, anche se è svolta all’estero. L’unica eccezione prevista è la possibilità di svolgere un lavoro autonomo occasionale entro il limite massimo di 5.000 euro lordi ogni anno.

Pensioni: Quota 41 contributiva

L’obiettivo della Lega è quello di aprire la strada, prima della fine della legislatura, ad una Quota 41 in forma secca. La misura, almeno nelle intenzioni, prevederebbe la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età raggiunta.

Purtroppo, però, questa misura risulta essere particolarmente costosa. Si parla di una spesa prevista per il primo anno di almeno 4 miliardi di euro. Questo è il motivo per il quale si starebbe pensando ad un Quota 41 temporanea, che prevede il ricalcolo contributivo dell’assegno. Questa operazione porterebbe ad una riduzione del 10-15% della spesa prevista.

Ricordiamo che già adesso è presente una Quota 41, a cui possono accedere i lavoratori che, al 31 dicembre 1995, potevano far valere almeno 12 mesi di versamenti antecedenti al compimento del diciannovesimo anno d’età: stiamo parlando dei cosiddetti lavoratori precoci. I disoccupati, i caregiver e gli invalidi civili con oltre il 745 di invalidità hanno la possibilità di accedere a questa misura.

Pensioni: la nuova Quota 96

Una delle tante ipotesi che stanno circolando in queste ore è Quota 96. Questa misura darebbe la possibilità di andare in pensione a 61 anni con 35 di contributi. Potrebbero, però, accedere a questa misura solo determinate categorie. Tra i possibili beneficiari ci sarebbero i lavoratori impegnati in attività usuranti e gravose.

Quota 96 non è una novità assoluta nel panorama italiano, perché era già stata in vigore nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2011 ed il 31 dicembre 2012. All’epoca era possibile andare in pensione al raggiungimento almeno dei 60 anni, mentre i contributi non potevano essere inferiori a 35 anni. In altre parole significava andare in pensione a 61 anni e 35 di contributi o 60 anni di età e 36 di contributi

I prossimi passi e le scadenze da rispettare

Quali sono i prossimi passi della riforma previdenziale? Per il 26 luglio è stato fissato un tavolo tecnico dedicato alla flessibilità di uscita dal mondo del lavoro. I successivi incontri tra il governo e le parti sociali dovrebbero arrivare a settembre, quando si dovranno affrontare i temi legati ai trattamenti pensionistici delle donne e della previdenza complementare. Di questi argomenti se ne parlerà tra il 5 ed il 18 settembre.

Al termine di queste riunioni il governo deciderà come muoversi sulle pensioni.

Inflazione e caro vita erodono i depositi nei conti correnti

Condividi su:

Segnalazione di Wall Street italia

di Pierpaolo Molinengo
9 Giugno 2023

Diminuiscono le somme depositate sui conti correnti dalle famiglie. I risparmiatori sono sempre più condizionati dalle scelte effettuate dalla Banca Centrale europea, che ha letteralmente frantumato il potere d’acquisto.

L’inflazione e l’aumento dei tassi hanno costituito, senza dubbio, un mix perfetto che sta letteralmente spazzando via la ricchezza accumulata nel corso di questi anni dai risparmiatori. In estrema sintesi, questo è quanto emerge dalla recente ricerca realizzata da Fabi (Federazione Autonoma Bancari Italiani), “L’inflazione e la forbice dei tassi d’interesse: i rialzi della Bce e i vantaggi delle banche”. 

I prezzi che aumentano sempre di più, i prestiti sempre più onerosi e la continua perdita del potere d’acquisto sono alcuni dei meccanismi che stanno minando dalle fondamenta il tesoretto costruito nel corso degli anni dagli italiani.

Solo per avere un’idea, nel periodo compreso tra dicembre 2021 e marzo 2023, il saldo totale dei conti correnti delle famiglie e delle imprese è calato di oltre 61 miliardi di euro, passando dai 2.076 miliardi a 2.015 miliardi. Nell’arco dei tre mesi compresi tra dicembre 2022 e marzo 2023 il saldo negativo sui conti correnti è stato pari a 50 miliardi di euro.

Conti correnti sempre più vuoti

Le famiglie per far fronte alle spese devono sempre di più utilizzare i risparmi depositati sui conti correnti. Cos’è che sta determinando questa forte emorragia di risparmi?

Nel corso degli ultimi due anni le famiglie e le imprese sono state obbligate a far ricorso ai salvadanaio per far fronte al caro vita e all’inflazione, che come riporta Fabi nel suo report “non solo hanno invertito la tendenza al risparmio delle famiglie, pressoché prossima allo zero nei primi cinque mesi (in media pari allo 0,2% da gennaio a maggio) e con tassi di decrescita crescenti nel restante semestre, ma hanno dunque cominciato a erodere le riserve accumulate dal sistema produttivo italiano (per una percentuale pari all’1,4% ovvero 4,4 miliardi di euro), privo ormai di risorse finanziarie da devolvere agli investimenti”.

Se si vanno ad analizzare le giacenze sui conti correnti, tra il mese di dicembre 2021 e marzo 2023 sono stati saccheggiati qualcosa come 61 miliardi di euro: fondi utilizzati per far fronte ai danni economici subiti per l’inflazione e il ridotto potere d’acquisto.

Si utilizzano sempre di più i risparmi

Le famiglie e le imprese fanno sempre uso di quanto depositato sui conti correnti per far fronte alle spese quotidiane. Il report Fabi mette in evidenza che “il saldo complessivo di depositi e conti correnti a dicembre 2021 era di 2.076,8 miliardi di euro, contratto a 2.065,5 miliardi già a dicembre del 2022, per poi diminuire ulteriormente a scarsi 2.000 miliardi alla fine del primo trimestre del 2023”.

Un vero e proprio allarme rosso sui conti correnti delle famiglie viene registrato nel corso del primo trimestre 2023: in questo periodo diventa quanto mai difficile per i consumatori far fronte alla sfrenata risalita dei prezzi con la propria capacità reddituale. Per poter tenere il passo con l’aumento dei prezzi devono continuare ad erodere pesantemente la liquidità depositata sui conti correnti. Secondo Fabi, a fine marzo dell’anno in corso, i depositi delle famiglie si contraggono del 2,14% – raggiungendo il valore di 1.149 miliardi di euro – e quello delle imprese di un 7,56%, attestandosi a scarsi 390 miliardi.

Le conseguenze

I risparmi continuano a diminuire per far fronte al caro vita e all’inflazione. Sicuramente la prima conseguenza di questa situazione è il rischio che le famiglie non abbiano da parte un gruzzoletto sufficiente a far fronte a delle spese impreviste.

Secondo Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, il protrarsi di questa situazione potrebbe avere una conseguenza pesante:

vedere aumentare le disuguaglianze sociali. Il potere d’acquisto degli stipendi, purtroppo, è tornato indietro di 25 anni. La soluzione va quindi cercata nel rinnovo dei contratti collettivi di lavoro, alcuni scaduti anche da più di cinque anni, con importanti aumenti economici. Chi ha liquidità sul proprio conto corrente è particolarmente colpito perché i suoi soldi valgono sempre meno. Per questo è fondamentale che le banche, che hanno beneficiato dell’aumento del costo del denaro, adesso restituiscano alla clientela una parte di quei benefici alzando i tassi d’interesse sui conti correnti. Sono argomenti importanti per la collettività e ne parleremo da lunedì 12 giugno, al nostro congresso nazionale, quando avremo l’occasione di confrontarci con gli amministratori delegati di tutti i più importanti gruppi bancari italiani e con i rappresentanti dell’Abi.

La riforma fiscale

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

Caro lettore,

la redazione de Il Settimanale di PMI.it ti offre la possibilità di leggere gratuitamente i suoi contenuti.

Il Settimanale, giornale economico e politico di PMI.it, diretto da Claudio Brachino, esce ogni settimana in edicola il venerdì e il sabato.

Questa settimana parliamo di riforma fiscale, analizzando le principali misure contenute nella legge delega di Governo e fornendo una valutazione d’impatto su famiglie e imprese. Spazio anche alla riforma pensioni, ai trend della finanza, ai retroscena del crack SVB e alle novità UE destinate ad avere un effetto dirompente sull’Italia…

Per leggere gratuitamente i contenuti sull’applicazione e su ilsettimanale.pmi.it ti basterà cliccare sul bottone qui sotto e registrarti. Bastano nome cognome e mail. Dopo la registrazione verrai indirizzato al nostro sito ma riceverai una mail di conferma e, successivamente, potrai accedere al sito web e avere Il Settimanale sempre con te scaricando l’App per mobile (disponibile per iOS, Android e Huawei).

Speriamo che ci leggerai presto!

1 2 3 4 27