Unicredit, Enel e tutte le altre: come stanno le aziende italiane? Ecco i loro conti

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di Giulio Visigalli

Unicredit

Ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con risultati record per quanto riguarda utile netto, ricavi e costi. Se si esclude l’impatto della Russia, l’istituto di Piazza Gae Aulenti ha registrato un utile netto di 1,2 miliardi. Nel corso del primo trimestre, il gruppo guidato da Andrea Orcel ha contabilizzato rettifiche su crediti per 1,3 miliardi di euro, quasi interamente verso la Russia. Se si considera la Russia l’utile sarebbe pari a 247 milioni, in calo del 62,4% rispetto al trimestre precedente e in ribasso del 70,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Tenaris

Nel primo trimestre 2022 i ricavi di Tenaris si sono attestati a 2,38 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto agli 1,18 miliardi di dollari realizzati nello stesso periodo del 2021. Il principale fattore che ha permesso al fatturato di Tenaris di balzare in avanti a tal punto è da attribuirsi all’aumento dei prezzi delle tubazioni Oil Country Tubular Goods nelle Americhe. Il risultato operativo di Tenaris alla fine del primo trimestre 2022 è stato pari a 484,25 milioni di dollari, nettamente al di sopra dei 51,59 milioni del primo trimestredel 2021. Di conseguenza l’utile di Tenaris si è attestato a 502,77 milioni di dollari, in forte rialzo rispetto ai 106,35 milioni che sono stati contabilizzati nei primi tre mesi del 2021.

Saipem

La società ha chiuso i primi tre mesi con ricavi in aumento del 20% a quota 1,94 miliardi di euro ed un Ebitda che è passato da 88 a 145 milioni di euro. +11,8% nel giorno dopo la pubblicazione conti

Eni

Il Cane a sei zampe ha registrato un forte miglioramento dei ricavi e della redditività. Eni ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi della gestione caratteristica pari a 32,13 miliardi di euro, con un aumento vertiginoso del 122% rispetto ai 14,49 miliardi realizzati nel primo trimestre dell’anno precedente. L’utile operativo adjusted si è attestato a quota 5,19 miliari di euro, in forte aumento rispetto agli 1,32 miliardi ottenuti nei primi tre mesi dell’esercizio precedente. Infine, Il risultato netto è stato positivo per 3,58 miliardi di euro.

Campari

Periodo chiuso con ricavi e redditività in forte miglioramento. Campari ha chiuso lo scorso trimestre con ricavi netti per 534,8 milioni di euro, con un incremento del 34,4% rispetto ai 397,9 milioni ottenuti nei primi tre mesi del 2021. In forte rialzo anche il margine operativo lordo rettificato, che è salito da 87,6 milioni a 134,7 milioni di euro (+53,7%). Molto positivo anche l’utile ante imposte che si è attestato a 107 milioni di euro (+65,1%).

Enel

Con la spesa per l’energia in forte rialzo, la trimestrale di Enel non può che essere stata molto robusta. Enel ha chiuso il primo trimestre 2022 con una forte progressione sia dei ricavi che dell’utile. In particolare, il fatturato di Enel al 31 marzo 2022 è salito dai 18,49 miliardi di un anno fa a quota 34,96 miliardi di euro, con un aumento del +89,1%. L’utile netto si è attestato a quota 1,44 miliardi di euro in rialzo rispetto ai 1,21 miliardi di euro dello stesso periodo 2021. La progressione dell’utile netto di Enel su base annua è stata del +18,9%.

Moncler

Ha chiuso il periodo con ricavi pari a 589,86 milioni di euro, con un aumento del +61% rispetto ai 365,46 milioni ottenuti nei primi tre mesi dello scorso anno. I vertici del gruppo hanno precisato che i risultati includono ricavi del marchio Moncler pari a 473,4 milioni di euro e quelli del marchio Stone Island pari a 116,5 milioni. Rispetto al primo trimestre del 2019 il fatturato di Moncler ha registrato (a cambi costanti) un balzo del 58%.

Ferrari

Soddisfano i conti del primo trimestre 2022. La società ha registrato utile e ricavi in crescita, nonostante lo scenario globale incerto. I risultati di inizio 2022 sono stati giudicati “eccellenti” dall’ad Benedetto Vigna. I principali guadagni sono aumentati del 12% nel primo trimestre 2022 poiché la domanda per le sue auto sportive è rimasta forte nonostante le turbolenze politiche globali. L’utile rettificato (EBITDA) è stato di 423 milioni di euro nel periodo gennaio-marzo, aiutato dalla raccolta di anticipi sulla Daytona SP3, uno degli ultimi modelli Ferrari. Crescono del +12% rispetto allo stesso periodo 2021 le consegne di veicoli pari a 3.251 unità. I ricavi netti si sono attestati a 1,186 miliardi di euro, in aumento del +17,3% rispetto al 2021. Bene anche l’utile netto pari a 239 milioni di euro, con una crescita del +16% sul 2021.

STM

Primo periodo del 2022 chiuso con un aumento dei ricavi e della marginalità, con dei risultati migliori rispetto alle stime del management. I ricavi si sono attestati a 3,55 miliardi di dollari, con un aumento del 17,6% rispetto ai 3,02 miliardi realizzati nello stesso periodo del 2021. La crescita dei ricavi si può attribuire alle maggiori vendite nette in tutti i gruppi di prodotto ad eccezione del sotto-gruppo Imaging. L’utile netto si è attestato a 747 milioni di dollari, con un aumento del + 105% rispetto ai 364 milioni dello stesso periodo del 2021.

CNH

Ha chiuso il primo trimestre 2022 con un Ebit adjusted dalla attività industriali in crescita del +9% a quota 429 mln$, battendo le stime degli analisti ferme a 391 mln di dollari. Sale del 15% il fatturato netto delle attività industriali rispetto allo scorso anno ora pari a 4,2 Mld$ grazie ai migliori prezzi di vendita.

Stellantis

Il colosso dell’auto ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi netti per 41,5 miliardi di euro, con un aumento del +12% rispetto ai 37 miliardi realizzati nel primo trimestre del 2021. Le consegne complessive consolidate si sono attestate a 1,37 milioni di unità (-12% rispetto al primo trimestre 2021), questo a causa della mancata evasione di ordini per l’approvvigionamento di semiconduttori. Nel frattempo, le immatricolazioni di nuove auto in Italia sono calate di circa il 33% circa ad aprile con il gruppo Stellantis che ha registrato una flessione del 41% delle immatricolazioni.

Telecom

I ricavi da servizi del Gruppo si sono attestati a 3,4 miliardi di euro (-2,5% YoY), in linea con la guidance, questo per effetto del mutato contesto nel mercato domestico che l’anno scorso beneficiava del piano voucher per le famiglie, oltre che della maggiore richiesta di connettività derivante dalla pandemia. Il primo trimestre, pertanto, pur essendo caratterizzato da un andamento dei risultati e del business in sostanziale continuità con il trend già evidenziato nell’ultima parte 2021, segna un momento di discontinuità nella gestione del Gruppo. Si è registrato un indebitamento finanziario netto pari a 22,6 miliardi di euro, in aumento di 1,5 miliardi di euro YoY e di 0,5 miliardi rispetto al 31 dicembre 2021. L’Equity free cash flow è positivo per 123 milioni di euro su base after lease (301 milioni di euro l’equity free cash flow). Sorprende il Business in Brasile.

Banca MPS

Ha chiuso il primo trimestre del 2022 con un utile di 9,7 milioni di euro, si tratta di una flessione del 91,9% rispetto ai 119,3 milioni del primo trimestre 2021. Monte dei Paschi di Siena non ha esposizioni in Russia e ha confermato le trattative tra il Tesoro (maggiore azionista) con l’Unione europea per la proroga della presenza dello Stato nel suo capitale (ormai scaduta a fine 2021). I ricavi sono stati pari a 783 milioni di euro e si collocano al di sopra delle aspettative per 758 milioni degli analisti, ma sono in calo del 4,6% anno su anno. La banca, in mano allo Stato per il 64%, presenterà il prossimo 23 giugno il nuovo piano industriale, sotto la guida del ceo Luigi Lovaglio.

Banco BPM

Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha realizzato un utile netto pari a 178 milioni di euro, in crescita del 77,6% su base annua e molto al di sopra delle attese degli analisti. Nei primi tre mesi del 2022 i ricavi si sono attestati a quota 1.186 milioni di euro, con un aumento del +9,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2021 e +5,2% su anno. Se il primo trimestre è andato bene, si prevede altrettanto per l’intero 2022 “Salvo ulteriori peggioramenti di scenario”. Gli analisti prevedono qualche problema nel secondo trimestre 2022 per il margine di interesse, questo a causa del minor contributo derivante dalla fine dei prestiti agevolati della Bce, che però potrà avvantaggiarsi del rialzo dei tassi.

Leonardo

Risultato netto di 74 milioni di euro in forte crescita rispetto alla perdita di 2 milioni registrata nell’analogo periodo del 2021. I ricavi si sono attestati a 3.006 milioni di euro, mostrando una crescita di circa l’8% “fortemente influenzata dalla performance degli elicotteri e dai maggiori volumi di produzione della divisione velivoli”. In rialzo sia l’Ebita, pari a 132 milioni (+39%), sia l’Ebit, pari a 123 milioni. Il free operating cash flow (Focf) è stato negativo per 1.080 milioni, ma ha presentato un significativo miglioramento (24%) rispetto al primo trimestre del 2021. Confermata la guidance per l’intero 2022 che prevede ricavi per 14,5-15 miliardi e una redditività in aumento con un Ebita compreso tra 1.180-1.220 milioni a fine esercizio.

Inwit

Forte crescita del +9,1% dei ricavi rispetto all’anno precedente, grazie alla crescita delle ospitalità contrattualizzate nei mesi precedenti. I ricavi si attestano a 207,0 milioni di euro, in aumento del +8,8%.  rispetto allo stesso periodo 2021 quando si erano attestate a 190,2 milioni di euro. L’EBITDA è stato pari a 188,1 milioni di euro, con un aumento del +8,7% rispetto al primo trimestre 2021. L’utile netto è pari a 68,1 milioni di euro, +56,6% rispetto allo stesso periodo 2021, grazie anche al beneficio fiscale derivante dall’operazione di riallineamento fiscale dell’avviamento.

Giulio Visigalli, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/unicredit-enel-e-tutte-le-altre-come-stanno-le-aziende-italiane-ecco-i-loro-conti/

Pil Italia, economia italiana in rosso (-0,2%) nel primo trimestre 2022

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di Massimiliano Volpe

Brusca battuta d’arresto per l’economia italiana nel corso dei primi tre mesi del 2022. Secondo quanto appena reso noto dall’Istat il Pil ha registrato una flessione dello 0,2%, un dato migliore comunque delle attese degli analisti ferme al -0,8%. Su base annua l’economia italiana registra invece un progresso del 5,8%. Nel trimestre precedente la crescita si era attestata allo 0,6 per cento.

Secondo l’Istat la variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, di una riduzione in quello dei servizi e di una stazionarietà nell’industria. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

Da registrare che anche gli Usa l’economia ha registrato una frenata nei primi tre mesi dell’anno. Secondo le prime stime del Bureau of Economic Analysis il Pil è diminuito ad un tasso annuo dell’1,4% nel primo trimestre 2022 rispetto al +6,9% del quarto trimestre al +1,1% previsto dagli economisti.

Italia in recessione?

L’allarme sull’andamento della congiuntura era arrivato nei giorni scorsi da Confindustria.  In uno scenario in cui “la durata della guerra è una variabile cruciale”, e ipotizzando che da luglio finisca o si riducano incertezza e tensioni, il Centro studi di Confindustria stima una crescita del Pil 2022 tagliata a +1,9% “con un’ampia revisione al ribasso (-2,2 punti)” rispetto alle stime dello scorso ottobre “quando tutti i previsori erano concordi su un +4%”.

“Anche nello scenario meno complicato i numeri che sono usciti dal rapporto spaventano, spaventano in maniera molto forte”, sottolinea il leader degli industriali, Carlo Bonomi.

Considerando il +2,3% di crescita acquisita per “l’ottimo rimbalzo dell’anno scorso” l’Italia “entrerebbe così in una recessione tecnica seppur di dimensioni limitate”. Il ritorno a livelli pre-Covid “slitta dal secondo trimestre di quest’anno al primo del prossimo”. Nello scenario di previsione “nella prima metà del 2022, quando si dispiegheranno pienamente gli effetti negativi della guerra, l’economia italiana” entrerebbe “in una ‘recessione tecnica’ con un calo di -0,2% e di -0,5% nei primi due trimestri”.

Fonte: Wall Street Italia

Nuove regole sui condizionatori: si parte il primo maggio

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di Mariangela Tessa

La data da segnare in calendario è il primo maggio. È da allora che partiranno le nuove regole sui condizionatori per gli edifici pubblici, In base a quanto previsto da un emendamento al decreto Bollette, voluto da due parlamentari pentastellati – Masi e il capogruppo alla Camera Crippa – per far fronte al caro energia da un lato e limitare in qualche modo il consumo di gas dall’altro, la temperatura del condizionatore in tutti gli edifici pubblici non potrà essere inferiore ai 27 gradi, con due gradi di tolleranza. Di fatto il limite reale è 25 gradi.

Le nuove regole valgono in tutti gli edifici pubblici, anche nelle scuole – se ci sono condizionatori d’aria – e sedi di enti locali. Non rientrano invece ospedali, case di cura e tutto ciò che riguarda la sanità pubblica.

Nuove regole estese anche all’inverno

Poiché l’emendamento resterà in vigore fino al 31 marzo del 2023 e, “l’operazione termostato” sarà estesa anche al prossimo inverno e adattata ai riscaldamenti. In questo caso non si potrà salire al di sopra dei 19 gradi, anche qui con due gradi di tolleranza. Anche qui di fatto il limite reale è quindi un po’ più alto, 21 gradi.

Escluse le abitazioni private

Dalla stretta sui condizionatori e riscaldamenti sono escluse anche  le case private, dove in realtà sono già in vigore alcune regole. Come ricorda il Corriere della Sera, nelle abitazioni private non si dovrebbero superare i 20 gradi in inverno con fasce di accensione specifiche dei termosifoni in base alle sei zone in cui è divisa l’Italia. Si va dal 15 ottobre, nelle ‘nordiche’ Milano e Bologna per esempio, fino al 1 dicembre a Palermo e Catania, nel Mezzogiorno.

Multe salate per chi non si adegua

Per chi non si adegua, ci sono in teoria multe salate, ma è poco chiaro come funzionerà la macchina dei controlli. Controlli che diventerebbero ancora più complessi se le norma fossero estese anche ai privati, quindi alle aziende e alle case degli italiani. Per ora, il compito dovrebbe spettare agli ispettori del lavoro, che potranno multare le varie amministrazioni pubbliche per una somma compresa tra i 500 ai 3mila euro in caso di infrazione delle regole.

Nel dettaglio, si legge nell’emendamento:

 

Pasqua: gli italiani stringono la cinghia sulle vacanze, solo 8 mln pronti a partire

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di Mariangela Tessa

Gli effetti della guerra tra Russia e Ucraina e il caro energia, ma anche l’andamento dei contagi, impattano sulle intenzioni di vacanze degli italiani durante la Pasqua. In tale ottica, spinti dalla voglia di vacanza low cost a causa dell’aumento dell’inflazione, sono circa un milione gli italiani che, in questa vacanze pasquali, opteranno per le scampagnate in agriturismo. Una soluzione per chi non vuole rinunciare a stare all’aria aperta senza pesare troppo sul bilancio familiare.

È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti  che sottolinea come, complice l’allentamento delle misure restrittive, a beneficiarne saranno le 25mila strutture agrituristiche presenti in Italia, dove si lavora sia per l’accoglienza degli ospiti che per quella di chi vuole trascorrere una giornata in campagna, magari approfittando della cucina dei cuochi contadini o delle pietanza da asporto.

ponti di Pasqua e primavera rappresentano un appuntamento molto atteso dal settore agrituristico con le aziende che hanno perso nel 2021 ben il 27% delle presenze rispetto a prima della pandemia nel 2019, soprattutto per effetto del crollo degli stranieri ma anche degli italiani, secondo l’analisi di Terranostra e Coldiretti. L’Italia è leader mondiale nel turismo rurale e può contare su 253 mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola negli agriturismi presenti in Italia lungo tutta la Penisola dove – conclude la Coldiretti – si è verificata una profonda qualificazione dell’offerta.

A rischio anche le vacanze estive

L’analisi di Coldiretti va a braccetto con quella dell’Osservatorio di Confturismo-Confcommercio di marzo sui dati Radar Swg da cui emerge che per Pasqua solo 8 milioni di italiani si dicono intenzionati a partire (contro gli oltre 21 milioni di viaggiatori della Pasqua 2019) e la metà ha già confermato la vacanza.

Allungando l’orizzonte temporale all’estate ecco il campanello d’allarme: 8 su 10 prevedono di non partire o taglieranno la durata delle ferie o il budget. Oggi prevale dunque la cautela. Gli italiani dimostrano di avere già tirato il freno a mano sulle spese.

“Le famiglie italiane hanno già ridotto drasticamente i consumi per turismo e cultura a causa della pandemia – spiega Carlo Sangalli, presidente Confcommercio -. E proprio turismo e cultura risentiranno di più degli effetti del conflitto in Ucraina e del caro energia. Occorre un’operazione fiducia per le imprese attraverso l’aumento dei fondi emergenziali e la proroga delle moratorie bancarie e fiscali. Ma occorre farlo subito perché il sistema imprenditoriale non può reggere una situazione di crisi continua”.

La storia del gas e dei rubli spiegata facile. Cosa rischia l’Italia

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Putin vuole che i “Paesi ostili” paghino il gas con la valuta russa. Cosa prevede davvero il decreto firmato dallo zar

di Giuseppe De Lorenzo

Vladimir Putin non molla l’ossoEsige che i “Paesi ostili” paghino i contratti di fornitura del gas utilizzando la valuta russa, il rublo. Ma cosa significa questo? Perché lo zar ha dato tale disposizione? E cosa potrebbe succedere a noi, alle nostre imprese e, il prossimo inverno, ai nostri termosifoni? Vi spieghiamo in modo facile, comprensibile e schematico questa specie di guerra nella guerra.

Il conto in Gazprombank

Anzitutto, non è proprio esatto dire che Putin chiede che il gas sia pagato in rubli. I “Paesi ostili” (tra cui l’Italia) potranno pagare ancora in dollari o in euro, a patto che aprano un conto presso Gazprombank, la banca della società governativa erogatrice del metano, che è appunto Gazprom. La quale, proprio affinché fossero comunque assicurate le consegne del combustibile all’Europa, non è stata isolata dai circuiti internazionali tramite le sanzioni. Sarebbe Gazprombank a occuparsi della conversione della valuta, attraverso la Banca centrale russa.

Dal Lussemburgo a Mosca

Come mai Putin vuole che gli Stati Ue aprano un conto in Gazprombank? In primo luogo, bisogna segnalare che gli acquirenti di gas hanno già un deposito situato in una filiale del Lussemburgo. La pietra dello scandalo, dunque, non sono i “conti speciali” invocati da Putin. Il problema è che lo zar pretende che i flussi si spostino verso la sede moscovita di Gazprombank. Per quale motivo?

Aggirare le sanzioni

Il punto è che una banca situata nel Lussemburgo potrebbe essere colpita e isolata da future sanzioni, in caso di prolungamento o inasprimento del conflitto. Per aggirare questo pericolo, dunque, Putin preferisce che il denaro transiti verso la madrepatria e che la partita della conversione sia gestita da Gazprombank con la Banca centrale russa, le cui riserve interne, a differenza di quelle depositate in altre banche centrali estere, inclusa Bankitalia, non possono essere congelate. Insomma, a conti fatti, l’ultimatum dello zar, che minaccia di chiudere già oggi i rubinetti del gas, per noi europei rappresenterebbe più uno smacco politico che una difficoltà tecnica. In realtà, potremmo continuare a versare le somme richieste in euro. E allora? Cosa faranno gli Stati clienti della Russia?

Il no degli europei

Francia e Germania hanno già comunicato che non si piegheranno al diktat di Putin. Paolo Gentiloni, commissario Ue all’Economia, per conto di Bruxelles ha confermato la volontà di non cedere. Linea dura pure da Roma, con Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, il quale assicura che, per il momento, le scorte sono sufficienti e non saranno necessari razionamenti. E trascorso il “momento”?

L’Italia e l’import russo

Ecco, qui casca l’asino: l’Italia rischia tantissimo. Noi importiamo dalla Russia il 40% del nostro fabbisogno di gas, che nel 2021 è stato di 73 miliardi di metri cubi. Sostituire quella quota entro l’inverno è praticamente impossibile, sia aumentando a tempi record la quantità di gas estratto in Adriatico, sia ottenendo più gas dagli altri Paesi fornitori, sia ricevendo lo shale gas americano, che comunque costa circa il 30% in più del gas russo, al netto degli aumenti dell’ultimo periodo. In questo caso, per di più, c’è l’intoppo della rigassificazione, visto che gli impianti funzionanti non bastano e che per realizzarne altri e metterli a regime servono fino a 4 anni (oltre a vari miliardi di euro d’investimenti). E le piattaforme inattive in mare? Pure quelle, non si possono far lavorare a pieno ritmo in un giorno: potrebbero occorrere mesi.

Il problema delle scorte estive
Il problema non si presenterà solo con i primi freddi. Già adesso, infatti, è partita la stagione dei cosiddetti stoccaggi: di solito, in questo periodo, in Italia si accumula gas, acquistato a prezzi inferiori rispetto a quelli invernali, per poi erogarlo alla bisogna. Il guaio, tuttavia, è che agli operatori del settore, con il vertiginoso incremento dei prezzi, non conviene comprare ora: il gas, paradossalmente, costa più oggi che lo scorso inverno. Esistono alcune soluzioni (tra cui l’aumento delle bollette estive), ma il governo finora non ne ha attuata nessuna. Ammesso, ovviamente che la Russia non rifiuti in toto di venderci il metano.
Il piano d’emergenza tedesco

Dunque? La Germania ha già attivato un piano d’emergenza in caso di stop alle forniture russe. Essenzialmente, si tratta di calibrare un programma di razionamenti per evitare di arrivare a limitazioni coatte e caotiche dei consumi e ripercussioni sulle famiglie.

L’ombra dei razionamenti

E l’Italia? Noi siamo in stato di pre allerta da febbraio. Però non è chiaro chi, eventualmente, dovrebbe restare al freddo per primo: si tratta di individuare settori essenziali, dalle imprese agli ospedali, ma pure di fare in modo che i cittadini non congelino nelle loro case. Prepariamoci al peggio.

Giuseppe De Lorenzo, 1 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-storia-del-gas-e-dei-rubli-spiegata-facile-cosa-rischia-litalia/

 

Pensioni: con la riforma Irpef aumenti fino a 744 euro annui

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

Con la riforma dell’Irpef prevista dalla legge di Bilancio 2022, le pensioni avranno aumenti medi di 210 euro annuo. A dare i numeri è il ministero dell’economia e delle Finanze rispondendo ad un question time in Commissione Finanze alla Camera.

Riforma Irpef 2022: cosa prevede

Soffermandoci in primo luogo sulla riforma dell’Irpef, l’Imposta sul reddito delle persone fisiche, l’ultima Legge di bilancio ha introdotto 4 nuovi scaglioni che sono nel dettaglio:

  • fascia di reddito fino a 15mila: resta al 23%,
  • fascia di reddito 15-28mila: passa dal 27% al 25%,
  • fascia di reddito 28-50mila: passa dal 38% al 35%,
  • oltre i 50mila: si passa direttamente al 43%.

Vengono quindi tagliate le aliquote Irpef per i redditi tra 15.000 e 55.000 euro (che rappresentano il 50% dei contribuenti italiani), il che significa che chi ha un reddito compreso in questa fascia pagherà il 2% o il 3% di tasse in meno rispetto a prima. Nulla cambia per i redditi più bassi, fino a 15.000 euro, e per quelli più alti, da 75.000 euro in su: le aliquote restano invariate, pertanto pagheranno all’incirca la stessa Irpef.

Riforma Irpef: cosa cambia per le pensioni

Cosa cambia per le pensioni lo illustra sempre durante il question time il sottosegretario all’Economia, Federico Freni che con l’occasione ha fornito le tabelle con le proiezioni realizzate dal Mef.

Ebbene, i pensionati interessati dalla misura sono in totale 10 milioni e 292mila e la media di incremento dell’assegno è di 211 euro all’anno, ma con una ripartizione diversa base agli scaglioni di reddito. Il beneficio maggiore spetta a redditi medio alti, mentre per le fasce più basse l’aumento è di poche decine di euro al mese. Ma andiamo nei dettagli.

Per lo scaglione compreso tra 15mila e 30mila euro, circa 4 milioni e 900mila pensionati, l’aumento medio è di 167 euro all’anno, sotto i 14 euro mensili.

Per i 2 milioni di pensionati con reddito tra 30mila e 55mila euro, l’aumento annuale è di 308 euro, pari a 25 euro al mese.

Poi ci sono 95mila pensionati, con una fascia di reddito inclusa tra i 50mila e i 55mila euro e con assegno aumentato di ben 744 euro. E ancora, per i pensionati che rientrano nella fascia di reddito tra i 55mila e i 70mila euro, il ritocco annuo è di 495 euro, circa 41,25 al mese  da ultimo  i pensionati sopra i 75mila euro, che avranno un aumento di 270 euro annui, pari a 22,5 in più sull’assegno mensile.

In sostanza, nella fascia di reddito 15-28 mila euro (la più numerosa con 4,9 milioni di contribuenti) il beneficio medio annuo è stimato in 167 euro. Mentre il vantaggio più corposo è di 744 euro medi annui nella fascia 50-55mila euro, dove però i contribuenti sono poco meno di 96mila.

Si tratta di un primo passo, certamente non sufficiente, anche perché non spalmato in maniera progressiva, che ci impegna per il futuro a fare di più e meglio”, spiega Fragomeli del PD, primo firmatario del question time commentando le tabelle del Mef.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/pensioni-con-la-riforma-irpef-aumenti-fino-a-744-euro-annui/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=pensioni-con-la-riforma-irpef-aumenti-fino-a-744-euro-annui&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

L’economia dei territori e il Quinto rapporto sul Welfare aziendale

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di Vincenzo Silvestrelli

IL WELFARE AZIENDALE NON SOLO FÀ BENE AI LAVORATORI MA CONTRIBUISCE ANCHE ALLO SVILUPPO DI COMUNITÀ LOCALI MODELLATE SUL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ. IL CONTRIBUTO DEL LABORATORIO DELL’UNIVERSITÀ STATALE DI MILANO

Il Welfare territoriale, oltre che al benessere dei lavoratori, ha un grande valore in quanto esercita una funzione di sussidiarietà e permette il protagonismo della comunità nella gestione e nel controllo dei servizi sociali.

«Un’azione può essere propriamente definita “territoriale” solo se è condivisa tra gli attori territoriali e, soprattutto, se mira a valorizzare e “accrescere il valore delle risorse territoriali, intese nel modo più vario e più ampio possibile”. Si genera così un circolo virtuoso: un progetto specifico utilizza le risorse del territorio ma, allo stesso tempo, le moltiplica e le rafforza». Questa è solo una delle interessanti citazioni che possono essere tratte dal Quinto rapporto sul welfare aziendale, un contributo qualificato destinato ad arricchire lo sviluppo delle conoscenze teoriche e delle esperienze pratiche di economie locali e socialmente responsabili.

Con l’accattivante titolo Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia, lo studio è stato curato da Franca Maino ed è uscito nel gennaio 2022 a cura del laboratorio sul Secondo Welfare costituito fin dal 2011 nell’ambito dell’Università Statale di Milano. Il rapporto ha una cadenza annuale e presenta alcuni dati quantitativi e qualitativi sul tema descrivendo alcune esperienze concrete. Il Quinto rapporto esamina in particolare gli effetti della pandemia e sottolinea l’attuale processo di “ritorno allo Stato sociale”.

In questa edizione sono anche presentati i dati di ricerche e focus group sul tema del Welfare aziendale, filantropico e di comunità. Tali analisi sono arricchite dal racconto di esperienze innovative di Welfare sviluppate da Nord a Sud della Penisola, in linea con quell’approccio attento all’eccellenza che da sempre contraddistingue il metodo di ricerca di percorsi del laboratorio Secondo Welfare. Fra gli esempi di Welfare territoriale virtuoso viene descritto “Valoriamo”, un progetto che si svolge nella zona di Lecco per la diffusione del Welfare aziendale, la creazione di servizi e la collocazione lavorativa di persone svantaggiate.

Il testo complessivo del Quinto Rapporto è scaricabile liberamente in forma integrale ma è acquistabile anche in formato cartaceo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/19/leconomia-dei-territori-e-il-quinto-rapporto-sul-welfare-aziendale/

La politica economica non può servire due padroni

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Questo articolo, scritto nel 2017, è ancora attualissimo, tanto da sembrare scritto in questi giorni… (n.d.r.)

di Paolo Savona

In Germania l’inflazione ha raggiunto la soglia del 2% fissata come obiettivo della politica monetaria europea e il nervosismo dei tedeschi nei confronti della BCE va crescendo. Essi scoprono, invero con troppo ritardo, che una moneta unica tra paesi che presentano profonde diversità economiche non può funzionare, perché la stessa politica monetaria non può servire due padroni: se è accondiscendente per fronteggiare le difficoltà dei paesi a minor crescita e minore inflazione, danneggia i paesi che crescono di più e con essa i prezzi. Se la politica monetaria sceglie una via intermedia, come accadrà per salvare capre e cavoli, scontenterà entrambi. Nell’Euroarea il problema andava affrontato fin dall’inizio con politiche volte a rimuovere i divari di produttività, come ha fatto la Germania all’atto della riunificazione tra Ovest ed Est; essa ha però negato che la stessa politica fosse necessaria per tutti i paesi aderenti all’euro, per propiziare la coesione dell’area. Per colmare il vuoto ha sostenuto e ottenuto una politica centrata sulle limitazioni all’uso della politica fiscale, restata di competenza dei singoli paesi, e sulle “riforme”, che nel breve periodo hanno effetti deflazionistici aggiuntivi rispetto a quelli dovuti alle diverse condizioni socio-politiche esistenti tra paesi. Se la logica di un accordo internazionale è che il più debole soccombe al più forte, essa comporta l’accettazione di politiche di foggia coloniale o, prima o dopo, la sua disintegrazione. Gli Stati Uniti nel dopoguerra lo avevano capito e avevano agito di conseguenza.

Poiché i Trattati dell’Unione Europea non prevedono come regolare la fattispecie della colonia o della dissoluzione – ossia non hanno un Piano B, né intendono approntarlo – le conseguenze saranno disastrose, come testimoniano nel loro piccolo le difficoltà che incontra l’attuazione della Brexit. Immaginate che cosa succederebbe per la dissoluzione dell’euro, i cui meccanismi di debito e credito sono studiati per essere irreversibili, pur non potendolo essere.
Come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero. Si moltiplicano i suggerimenti di stare o uscire dall’euro, non solo da parte dei leader dei partiti che campano su questa ipotesi senza alcuna idea di ciò che possa accadere se si verificasse; come pure vengono avanzati calcoli parziali di quanto si guadagna o si perde considerando un aspetto del più vasto problema di quale economia e quale società si intende rispristinare in alternativa a quella che abbiamo: il debito pubblico e il saldo del Target 2 (il sistema dei debiti e crediti tra Stati) da pagare, la svalutazione del cambio che risulterebbe, gli effetti sull’inflazione e sulla crescita. Tutto viene presentato con argomenti non per indicare una soluzione, ma per seminare terrore tra i cittadini elettori, trovandoli indifferenti, se non proprio rafforzando la loro sfiducia nei confronti dell’euro e dell’Europa.

Nonostante ciò cresce l’avversione a chiamare il popolo ad assumersi le responsabilità delle scelte invece di affidarle a menti elette, che non hanno mostrato d’essere tali. Come fatto da Tsipras in Grecia, mentre in Italia si continua a ritenere inutile e pericoloso indire le elezioni. Non c’è dubbio che il popolo abbia le sue ignoranze e i suoi difetti, ma che essi siano rafforzati dai comportamenti dei gruppi dirigenti ovunque siano situati lo è altrettanto. Pigliamo come esempio, in quanto facile da comprendere, quello del nostro bilancio pubblico 2017. Esso è stato confezionato in vista del referendum con piccole concessioni a destra e a manca, più per raccogliere consensi che per stimolare l’economia, che avrebbe bisogno di ben altri trattamenti. Visto che chiedevamo flessibilità e poiché comprendevano le motivazioni politiche, la Commissione non si è opposta, ma aveva avvertito che avrebbe fatto una verifica a marzo. Il referendum non è andato come avevano sperato a Roma e a Bruxelles e quello era il momento per correggere gli squilibri di bilancio. Invece il Presidente della Repubblica ha pregato il Presidente del Consiglio di stare in carica fino all’approvazione del bilancio che la Commissione aveva avvertito non andasse bene, giusto o sbagliato che fosse, e il Parlamento l’ha affrettatamente approvato. Subito dopo la Commissione ha chiesto all’Italia un aggiustamento del deficit pubblico di 3,4 mld di euro, lo 0,2% del PIL, ed è in corso una negoziazione per correggere gli errori precedenti, ormai divenuti legge. Il risultato è che verranno aumentate le tasse dopo avere aumentato le spese, rafforzando la disistima dei cittadini verso le istituzioni europee e italiane, nonché le spinte deflazionistiche; queste sono dovute più alla sfiducia di come si governa che alla realtà delle cose, pur sempre in movimento negativo.

Le complicazioni internazionali infatti aumentano, l’economia e la sicurezza ne patiscono. Occorre maggiore cautela. Una riposta chiara su che cosa si intenda fare diviene indispensabile. Chiunque voglia darla. Purché sia diversa da quella che quotidianamente ci viene propinata. Se si parla chiaramente ai cittadini elettori di fronte a quali problemi ci troviamo e che cosa si intende fare per risolverli, essi capiranno. Affinché però questa comunicazione abbia un senso, i primi a capire devono essere i gruppi dirigenti interni, europei ed esteri, che ci sembra l’anello mancante per il recupero delle speranze che stanno alla base del consenso. Altrimenti l’arancia meccanica non invertirà il moto intrapreso.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-politica-economica-non-puo-servire-due-padroni-%EF%BB%BFdi-paolo-savona/

Catasto, 5 fatti sulla stangata

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Poiché le indiscrezioni giornalistiche indicano anche il catasto fra i temi trattati nella riunione del presidente del Consiglio con i capi delegazione della maggioranza nel governo, può essere utile ricordare come si sono svolti i fatti.

1. Il 30 giugno 2021 le Commissioni Finanze del Senato e della Camera hanno approvato – al termine di una lunga serie di audizioni sulla riforma fiscale – un “documento conclusivo” finalizzato a “fungere da indirizzo politico al governo per la predisposizione della riforma fiscale complessiva”. Nello stesso, a seguito di una trattativa politica fra i diversi gruppi parlamentari (e – evidentemente – di uno “scambio” fra gli stessi), la maggioranza convenne di non indicare il catasto fra i temi da includere nella riforma fiscale.

2. Il 29 settembre 2021 il governo ha approvato e presentato al Parlamento la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF). Nella stessa, si legge quanto segue: “Con riferimento al sistema fiscale, a novembre 2020 il Parlamento ha deliberato l’avvio dell’Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e sugli altri aspetti del sistema tributario. L’Indagine ha avuto luogo nel primo semestre 2021 e si è conclusa il 30 giugno con l’approvazione di una relazione che costituirà la base per la predisposizione da parte del governo di un disegno di legge delega sulla riforma fiscale”.

3. Il 5 ottobre 2021 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega per la riforma fiscale. Poiché la bozza predisposta dal governo – già emersa nella precedente riunione della cabina di regia – conteneva anche la revisione del catasto, la Lega ha lasciato in anticipo la riunione della cabina di regia e non ha partecipato alla successiva riunione del Consiglio dei Ministri. Il segretario Salvini dichiarò: “Il nostro consenso non c’è”.

4. Il 28 ottobre 2021 il testo del disegno di legge delega per la riforma fiscale è stato presentato in Parlamento. La relazione del Ministero dell’economia e delle finanze sull’articolo 6 (revisione del catasto), afferma che la disposizione “è coerente” con la raccomandazione della Commissione europea con la quale si invita l’Italia a “ridurre la pressione fiscale sul lavoro attraverso una riforma dei valori catastali”, così esplicitandosi la finalità di aumento della tassazione sugli immobili.

5. Il 14 gennaio 2022 sono stati depositati due emendamenti soppressivi dell’articolo 6 del disegno di legge delega per la riforma fiscale: uno a firma dei presidenti dei Gruppi parlamentari della Lega, di Forza Italia, di Coraggio Italia, di Fratelli d’Italia e del leader della componente Noi con l’Italia del Gruppo Misto; uno da parte della componente Alternativa del gruppo Misto.

Giorgio Spaziani Testa, 18 febbraio 2022

Così il Biometano di Snam aiuta l’ambiente e l’agricoltura

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di Massimo di Guglielmo

La stangata in bolletta che sta mettendo in difficoltà famiglie e imprese dimostra, in maniera definitiva, come un Paese del G7 come l’Italia non possa prescindere per il suo sviluppo dal programmare una solida politica energetica. Snam, sotto la guida dell’amministratore delegato Marco Alverà, ha da tempo raccolto la sfida, basando la sua crescita su due grandi direttrici: l’idrogeno e il biometano. Due fonti di energia pulita e sostenibile che possiamo pensare come le eliche del Dna della nuova Snam disegnata dal piano industriale al 2030. Vediamole insieme, partendo dal biometano che rappresenta una delle grandi leve scelte dal Pnrr per realizzare la transizione ecologica del nostro Paese. Nel Piano di ripresa e resilienza predisposto dal governo Draghi sono infatti previsti quasi 2 miliardi di euro di incentivi e 5 miliardi di investimenti al 2026. Lobiettivo è raggiungere un consumo di 5,5 miliardi di gas rinnovabile al 2030, su un potenziale al 2050 che potrebbe arrivare fino a 10 miliardi di metri cubi di biometano.

Che cosa è il biometano

Il biometano è una fonte di energia rinnovabile e programmabile che si ottiene da biomasse agricole (colture dedicate, sottoprodotti e scarti agricoli e deiezioni animali), agroindustriali (scarti della lavorazione della filiera alimentare) e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani, valorizzando leconomia circolare. Essendo chimicamente indistinguibile dal gas naturale, il biometano può essere trasportato su lunghe distanze utilizzando le infrastrutture gas esistenti, come appunto quella di Snam che gestisce oltre 41mila chilometri di tubature tra Italia ed estero, per poi trovare impiego in molteplici settori, in primo luogo nei trasporti e in prospettiva nel riscaldamento e raffrescamento nei settori residenziale e terziario o nei processi industriali.

Meno emissioni, la strategia di Snam

Il previsto pacchetto di interventi permetterà allItalia di abbattere le emissioni in linea con gli obiettivi climatici, ponendosi tra i Paesi più virtuosi nella sfida della sostenibilità: si calcola che il biometano consenta una riduzione dei gas a effetto serra dell80-85% rispetto al gas fossile. Da qui l’impegno di Snam a realizzare impianti per una capacità installata di circa 120 MW, investendo 850 milioni di euro al 2025, 100 milioni dei quali in infrastrutture per la mobilità sostenibile a biometano. Il passo si coniuga con un percorso che Snam ha intrapreso da tempo creando una piattaforma leader nelleconomia circolare e nelle infrastrutture di produzione del biometano (da rifiuti organici, scarti agricoli, agro-industriali ed effluenti zootecnici) per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

Biometano e economia circolare

Il gruppo guidato da Alverà è attivo nel settore tramite la controllata Snam4Environment. Lazienda dedicata alla costruzione degli impianti è la pordenonese Ies Biogas, che sta realizzando un impianto a Schiavon (Vicenza), che produrrà biometano valorizzando reflui zootecnici da impiegare, una volta liquefatto in Bio-GNL, per alimentare mezzi di trasporto pesante. In Sicilia invece l’impianto di Assoro produce biometano avanzato da matrici agricole, zootecniche e scarti della lavorazione delle arance, sanse di oliva e altri sottoprodotti delle aziende agroalimentari dellentroterra siciliano e, sempre sull’Isola, a Caltanissetta, è stata avviata un’altra infrastruttura in grado di produrre biometano contribuendo al recupero della frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Insomma le cifre del biometano sono la decarbonizzazione e l’economia circolare, esattamente quello che occorre per vincere la lotta del clima. L’ultimo passo lo scorso dicembre, quando Snam ha sottoscritto un accordo con Asja Ambiente Italia per acquisire un pacchetto di impianti di produzione di biometano in Liguria, Lazio, Umbria e Sicilia (quest’ultimo in fase di costruzione), per una capacità totale di circa 8,5 MW. Se saranno rispettate determinate condizioni il gruppo rileverà poi altre 5 realtà in Piemonte, Lombardia e Sicilia, allargando così la propria rete verde.

Vantaggi all’agricoltura

La valorizzazione del biometano farà da volano all’agricoltura e alla zootecnia italiane, industrie che rendono il nostro Paese celebre sulle tavole di tutto il mondo per i suoi tanti prodotti tipici. Il biometano aiuterà infatti sia ad aumentare la competitività del settore agricolo e quindi di una filiera di trasformazione che partecipa in modo importante al pil e all’occupazione, sia a ridurne limpatto ambientale. Un passo molto importante visto che si stima che tra l’attività agricola e la zootecnica siano oggi responsabili di circa il 10% delle emissioni complessive nazionali. Al momento, la rete gas nazionale di Snam conta una trentina di allacciamenti attivi con impianti che vi immettono biometano ma ci sono altri 1.700 impianti a biogas che possono essere riconvertiti a biometano. Un potenziale quindi di espansione è notevole anche sotto il profilo dei trasporti: ad oggi circa un terzo del gas consegnato dai distributori di carburanti sia in forma compressa per le auto sia liquefatta per i camion, è già di origine bio”.

Italia hub dell’Idrogeno

Levoluzione degli asset di Snam in ottica multi-commodity” è una delle principali direttrici del piano strategico di Snam, presentato alla fine del 2021. Il piano prevede investimenti fino a 23 miliardi entro il 2030, concentrati su tre aree: reti, stoccaggi e progetti green integrati nei gas verdi. Obiettivo di Snam è infatti rendere le proprie infrastrutture pronte per trasportare solo molecole decarbonizzate – appunto biometano e idrogeno –  entro il 2050, in linea con gli obiettivi climatici nazionali e internazionali.

 

Fonte: https://adclick.g.doubleclick.net/pcs/click?xai=AKAOjsu4_l4XcZW3pW8ax4-0H08CjcTKcl38cBU1nMKaFBfNIpL9ctY9YDJ20J664AQBpPymfAZxD6w3uv44Agup_ZL7jNTRHJ5S9Vnm7FcHqkDlaBwQ9aBR7slVmjndfyQa3y14HKxQ-jwoAh7fwX-WVWx4nbgCbKBSE9GNCh_6cjCcCtWxvudlRjzJgzN5Kaa2BLGaaFpQ3FWj3_ygLXio7vOXzZmJFhaZAJGjr3BcYGoy9vmp3KqCmJOtQUoy2jRWojYog8ZPm1XJBkmNtdV2bC6ANWaT5v8uwGtUjfi0-3uWuHEAwN8nALvVpk_i4kYJ4H86&sai=AMfl-YQ3BhE8Oia3UXDJzDUQX8waWWGcdhxFUkq6P26tbQLcdsmw5jaxWfFZKYMLlnVZJcY1M39tkQWbBJMI37YNIkcI9fs2z6eGbXxg5_e2IR16D_wWnUgJkYi-J6fLAhTwTJigzA&sig=Cg0ArKJSzEXaRdxFEqNUEAE&fbs_aeid=[gw_fbsaeid]&urlfix=1&adurl=https://www.nicolaporro.it/cosi-il-biometano-di-snam-aiuta-lambiente-e-lagricoltura

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