Eliminare il contante è un favore alle mafie…

 

Tutti i giornaloni del mainstream, FattoQuotidiano e Repubblica in testa, spingono per il cashless, cioè per il definitivo superamento del denaro contante. Strada ormai intrapresa dal governo Conte bis e dalla maggioranza giallo-rossa, che nell’ultima legge di bilancio ha ridotto l’attuale limite di 2.999,99 euro a 1.999,99 euro dal 1° luglio di quest’anno e a 999,99 euro a partire dal 1° gennaio 2021.

Ma l’obiettivo di Conte e compagni è quello di arrivare alla definitiva eliminazione del contante, in pratica solo pagamenti tracciabili (carte di credito, bancomat, assegni, bonifici etc).

Esiste anzitutto un problema di libertà. Se sparisse il contante, una consistente fetta della popolazione si estinguerebbe: lavoratori autonomi e imprese che avessero il conto corrente pignorato per debiti con privati o con lo Stato, in assenza di contanti morirebbero di fame. Con la sola moneta elettronica, tutto il denaro che andrebbe sul loro conto corrente finirebbe ai creditori, Stato o privato che sia. È giusto? È sbagliato? Non è questo il punto. Il problema irrisolto è che quelle persone non esisterebbero più e non avrebbero più alcuna possibilità per sostenersi. In assenza di contanti, manco l’elemosina avranno la possibilità di chiedere. Un click dello Stato e non esisti più.

Ma le scimmiette del mainstream continuano imperterrite a sostenere il cashless: l’eliminazione del contante sferrerebbe un colpo mortale alla criminalità organizzata. Ma sarà vero? Tutt’altro. Le mafie oggi non sono quelle con la lupara o con la coppola, come nel film Il Padrino, ma hanno il colletto bianco e agiscono in modo apparentemente legale. Sapete come si paga oggi una mazzetta, una tangente? Facile: regolare fattura elettronica di consulenza e bonifico tracciabile. Con la particolarità che non c’è stata nessuna consulenza e quella società che incassa il bonifico chiuderà tra qualche anno, per poi aprirne altre e così via. Mafiosi felici e contenti di continuare coi loro sporchi affari, tutto secondo le leggi. Insomma, tutto regolare, di contante non ne circola.

E allora a cosa serve questa continua criminalizzazione del contante? Per sconfiggere l’evasione fiscale? Macché, nemmeno quello. La grande evasione, come dimostrano diversi studi, non deriva dal mancato scontrino del bar o del parrucchiere, ma dai movimenti di grosse multinazionali con sedi legali nei paradisi fiscali. Prendersela col pasticcere o con l’idraulico è come sparare ad una mosca sul muro con un colpo di bazooka: sfasci il muro ma la mosca non muore, e se anche morisse, allo Stato costerebbe di più rifare il muro.

Fatto sta che, se si continua a criminalizzare il contante, il vero contraccolpo lo subirà la domanda interna: meno consumi = meno occupazione. Anche perché, soprattutto in alcuni settori, parecchi italiani saranno invogliati ad andare a comprare in Austria o in Germania (nel primo caso il limite è alto, nel secondo non esiste), mentre chi verrà da fuori avrà paura di spendere i suoi soldi in Italia.

Conte e la sua maggioranza stanno per dare un colpo mortale non alle mafie, che continueranno a proliferare più di adesso, ma a milioni di partite Iva e alla domanda interna.

Stavolta non si può neppure dire che gli italiani li hanno votati. Conte era un signor nessuno, non si era neppure candidato in Parlamento ed è uscito dal cilindro del M5S, mentre il PD faceva parte della coalizione arrivata ultima. Il centrodestra, che la soglia del contante la vuole invece aumentare, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi, è rimasto fuori dal governo. La chiamano “democrazia parlamentare”, ma in realtà è solo una grande truffa ai danni del “principio democratico” e del popolo italiano.

Eliminare il contante è un favore alle mafie. Ecco come e perché (di Giuseppe Palma)

LIRA O EURO, L’IMPORTANTE CHE L’EMISSIONE SIA DELLO STATO

di Emilio Giuliana

Oggi più che mai, con l’avanzare della crisi economica e il conseguente impoverimento degli italiani, per tornare a condizione economiche dignitose si fa sempre più strada l’idea, che la soluzione al problema è il ritorno alla moneta lira dalla moneta euro. In parte,  la maggioranza delle persone, ha percepito che la capitolazione economica è determinata dall’utilizzo che se ne fa della carta moneta, però i più non hanno compreso il meccanismo che disciplina e regolamentazione il conio e la stampa dei “soldi”. I soldi vengono creati da Banche private, oggi l’Euro dalla BCE, ieri la Lira dalla Banca d’Italia privata. Questo è l’inghippo, l’anomalia monetaria, non se europea o nazionale, no se Euro o Lira, ma le Banche private. Dunque è necessario, che sia essa la  Lira o l’Euro, che siano Banche dello Stato a stampare soldi, così come sotto spiegato.

Dopo l’unità d’Italia, nel 1863 la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d’Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta). Settant’anni più tardi si cercò di porre rimedio alle scelte bancarie capestro operate dagli statisti risorgimentali. Nel gennaio del 1933, un regio decreto creò l’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI), con Beneduce alla presidenza e direttore generale Donato Menichella (1896-1984, ex-Bankitalia). Il 13 aprile 1934, le tre grandi banche trasferirono all’IRI l’intero loro patrimonio di partecipazioni industriali. L’IRI si trovò così a detenere il controllo del 94% di Comit e del Banco di Roma, nonché del 78% di Credito Italiano . In cambio dello sgravio dell’immane massa di crediti irrealizzabili – i titoli tossici di allora – i banchieri privati dovettero impegnarsi per iscritto a fare «investimenti di pronta liquidità, escluso ogni immobilizzo di carattere industriale, anche sotto forma di partecipazioni azionarie». Questa la disposizione della legge Glass-Steagal, finalizzata alla separazione del credito ordinario da quello della banca d’affari. I grandi privati si dimostrarono pronti a riprendersi le aziende “irizzate” risanate dalla gestione Beneduce-Menichella.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato, firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, l’art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della sovranità monetaria. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”. Di conseguenza, nel 1945, persa la guerra, gli Americani richiesero l’abolizione dell’IRI e la sua privatizzazione, nell’intento di comprare le banche con i depositi trovati nelle banche stesse. La depredazione fu tuttavia rimandata a tempi migliori e a migliori “padri della patria”: Carlo A. Ciampi, Romano Prodi e Mario Draghi. Continua a leggere

Conte e il bluff degli stati generali

 

La kermesse di Villa Pamphili voluta dal Presidente del Consiglio è democraticamente e istituzionalmente assai discutibile in quanto taglia fuori il Parlamento. Ma è soprattutto inutile. Tra gli invitati mancano le opposizioni e personaggi in grado di fornire consigli veramente utili per il futuro economico dell’Italia.

La scelta dei cosiddetti Stati Generali, voluti e organizzati da Giuseppe Conte, è infelice già nel nome. Gli Stati Generali a cui s’ispira il premier erano un’istituzione feudale che riuniva in consessi separati clero, nobili e rappresentanti di città e campagne, ma avevano un potere puramente consultivo e solitamente finivano con il dare ragione al sovrano grazie al voto congiunto di preti e nobili.

L’unica volta in cui, nel 1789, il “terzo stato” s’impuntò pretendendo la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Nazionale l’istituzione venne sciolta aprendo la strada a quella Rivoluzione che portò Luigi XVI alla ghigliottina. Dunque sia che s’ispiri agli Stati Generali garanti del potere del sovrano attraverso le elite di clero e nobiltà, sia che guardia gli Stati Generali precursori della Rivoluzione Giuseppe Conte rischia di non andare troppo lontano. Ma forse è proprio l’illusione d’essersi trasformato da“avvocato del popolo” – come si definì lui stesso all’inizio del primo mandato – in “sovrano illuminato” ad alterarne la visione politica inducendolo a organizzare la kermesse di villa Pamphili.

Una kermesse impropria istituzionalmente, democraticamente assai discutibile e sostanzialmente inutile dal punto di vista pratico. Il primo a non vederla di buon occhio è quel Presidente della Repubblica da cui dipende la sopravvivenza di Conte e del suo governo. Mattarella, nonostante l’ufficiale riserbo, fa trapelare il fastidio per un’iniziativa presa al di fuori di un Parlamento che rappresenta costituzionalmente l’unico guardiano e l’unico possibile ispiratore delle scelte di governo. Soprattutto se queste riguardano iniziative di stampo economico il cui requisito fondamentale è la copertura finanziaria. Esattamente l’incontrario di quanto avverrà negli Stati Generali di Villa Pamphili. Lì Conte sottoporrà i suoi piani per l’impiego dei fondi promessi, ma non ancora messi a disposizione dall’Unione Europea, ad una variegata platea in cui spicca innanzitutto l’assenza delle opposizioni.

Ovviamente Conte non mancherà d’imputare quell’assenza a Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani colpevoli d’aver rifiutato il suo invito. Un invito in cui, oltre a mancare qualsiasi indicazione sugli argomenti da trattare,non si spiegava la necessità di discuterli in una sede esterna a quel Parlamento. Anche perché le Commissioni economiche di Senato e Camera sono, grazie all’esperienza delle pregresse leggi Finanziarie, le più titolate a giudicare la correttezza di un progetto economico.

Il paradosso più singolare della kermesse di Villa Pamphili sono però gli interventi in videoconferenza della presidente della Commissione Europea Ursula von derLeyen, di Kristalina Gheorghieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale e, quello assai in forse, della presidente della Bce Christine Lagarde. Con questi interventi Conte punta a conferire una patina d’internazionalità alla giornata di apertura degli Stati Generali. Il risultato rischia però di rivelarsi grottesco. E non solo perché l’Europa non ha ancora deciso se, e come, darci i soldi del Recovery Fund, ma soprattutto perché le tre invitate rappresentano la solita vecchia troika e sono quindi le tre parche pronte a filare le condizioni e i limiti imposti al nostro paese nell’utilizzo degli aiuti.

Al di là dell’opportunità politica di affidarsi a quel terzetto c’è da chiedersi quanto valgano il loro giudizio e i loro consigli. Christine Lagarde non è un’economista, ma un avvocato arrivato a guidare il Fondo Monetario Internazionale prima e la Bce poi senza essere mai passata per i vertici di un istituto bancario. La sua totale inadeguatezza emerse nel discorso di esordio alla Bce quando, nel pieno della pandemia, minacciò di cancellare tutte le pregresse politiche di Mario Draghi per il contenimento dello spread causando un crollo delle borse europee.

Ursula von der Leyen, un politico di medio livello abituata in Germania a eseguire gli ordini di Angela Merkel, ci ha messo mesi per capire la gravità della pandemia e non è riuscita, ad oggi a varare delle effettive politiche per la ripresa europea. Già dal primo giorno gli Stati Generali rischiano insomma di rivelarsi una semplice rimasticatura delle promesse e dei dubbi sull’Italia già ripetuti decine di volte dagli euroburocrati di Bruxelles. Il tutto senza nemmeno ascoltare la voce dell’unico vero esperto italiano ovvero quel Mario Draghi che dai vertici della Bce ha difeso gli interessi dell’Italia e contenuto gli egoismi della Germania. Ma ovviamente per lui nel giro tondo di villa Pamphili non c’era posto. Anche perché basta il suo nome a mettere di cattivo umore Giuseppe Conte e ricordargli che da Presidente del Consiglio non c’è mai da star sereni.

DA

https://it.sputniknews.com/opinioni/202006139198574-conte-e-il-bluff-degli-stati-generali/

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

 

Intervento di Alberto Bagnai al’Aria che Tira. I temi sono l’ILVA e l’andamento generale dell’economia. Sul primo tema  il senatore nota che, quando si è trattato di gestire ILVA, ci potevano essere più scelte: società pubblica, mista, o capitali esteri. Quando si è scelta la strada dei capitali esteri bisognava percorrerla con la massima coerenza. Invece, alla fine, si è lasciato tutto nel caos e nelle mani della magistratura, quella italiana,lenta e contraddittoria. Che poteva fare Arcelor Mittal?

La realtà è che aquesto punto, dopo tutti  questi errori, confusioni, passi avanti ed indietro, è  necessario mettere dei veri soldi nell’economia, perchè le famiglie e le aziende sono al limite. Il passo successivo per loro sarà rivolgersi all’”Economia informale”, leggi criminalità, per poter sopravvivere. Una possibilità per un governo che ha liberato i mafiosi e assistito ad evasioni di massa, mentre dava la caccia ai cittadini con i droni.

Ringraziamo Inriverente e buon ascolto.

PER VIDEO E ARTICOLO COMPLETO SI RIMANDA A:

BAGNAI: ILVA, UNA STRADA PERCORSA MALE. AD AZIENDE E FAMIGLIE BISOGNA DARE VERI SOLDI, NON FINTA LIQUIDITA’

BORGHI, COTTARELLI E LA CANCELLAZIONE DEL DEBITO DELLE BANCHE CENTRALI. Meglio il default alla greca o l’uscita dall’Euro?

 

La Commissione alla Camera è forse l’unico posto dove, finchè ci sarà Borghi, si riesce a fare un po’ di vera informazione economica in Italia, dove ormai le TV sono  diventate una specie di “Pravda” di epoca sovietica, senza il contraltare però del New York Times o del Thames.

In questo caso si parla di cancellazione del debito da parte della banca centrale, tema che sembrava tabù totale fino ad un anno fa, ma che ora però è   diventato qualcosa di possibile e realistico a fronte della crisi attuale. Quindi Borghi chiede cosa ne pensi Cottarelli, e cosa ne pensi della sentenza della Corte Costituzione di Karlsruhe, che, potenzialmente, può bloccare l’azione della BuBa e metterci di fronte al bivio fra Default alla greca ed uscita dall’Euro.

Cottarelli risponde con due luoghi comuni. Il primo è il timore dell’inflazione fantasma che non si vede da trent’anni e che, sinceramente, non è neppure all’orizzonte in questa crisi economica. Il suo timore è che, di fronte ad una spinta inflattiva, la Banca Centrale debba vendere i titoli di stato italiani che, secondo lui, sul mercato non reggerebbero. La cura la trova perfino lui: la reintroduzione eventuale della riserva obbligatoria nel settore creditizio che, nel caso di aumento inflattivo, ridurrebbe la massa di denaro in circolazione.

IN quanto al default il problema è il tasso di crescita del debito PIL come scarso tasso di crescita. Cottarelli chiama il Signor De La Palisse a rinforzo, affermando che se il debito (da leggersi debito/PIL) calasse del 3% all’anno per la crescita economica, allora le possibilità di una crisi si dimezzerebbero. Bella forza!!  Che crisi può esserci con una crescita del 3%? Naturalmente questo miracolo economico è da raggiungere con le “Riforme”, queste stimmate miracolose dell’economia offertista. Peccato che tutte quelle che abbiamo fatto abbiano avuto l’effetto opposto….

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BORGHI, COTTARELLI E LA CANCELLAZIONE DEL DEBITO DELLE BANCHE CENTRALI. Meglio il default alla greca o l’uscita dall’Euro?

BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

 

Un intervento a Otto e Mezzo di Frau ̶B̶l̶u̶c̶k̶e̶r̶ Gruber del Senatore Bagnai, che viene accolto con la solita imparzialità dalla presentatrice. Non perdetevi il “I sovranisti europei vostri alleati sono i nostri maggiori nemici, ed è così perchè è un  dato di fatto e lo dico io” della presentatrice. Peccato che i  compagni della Lega siano non al comando, ma all’opposizione (ed in alcuni paesi con percentuali minime) mentre al comando in Austria ci sia il PPE ed in Olanda i Liberali ed i Socialisti, tutti amichetti della Gruber.

Fatta questa premessa un’intervista da ascoltare in cui il Senatore conferma la nullità del Recovery Fund, nonostante l’insistenza della Gruber che, alla fine, non ha nessun reale dato economico o politico da opporre.

Ringraziamo Inriverente per l’appoggio tecnico

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BAGNAI e FRAU GRUBER: SOLDI NON NE SONO ARRIVATI, ED IL RECOVERY FUND E’ POCO

Cassa integrazione con beffa: ai lavoratori metà stipendio

Secondo Unimpresa, gli assegni erogati dall’INPS per la CIG in deroga non arrivano al 50% dello stipendio di un operaio

Per assurdo, nell’immediato sarebbe stato meglio essere licenziati, piuttosto che essere messi in cassa integrazione. Magari nel medio-lungo periodo la soluzione della cassa integrazione permetterà di non avere problemi quando si tornerà a lavoro e a produrre, ma in questi mesi di crisi piuttosto grave, l’assegno della NaSPI sarebbe stato più corposo di quello ricevuto dalla cassa integrazione.

Questo, almeno, quello che emerge da un documento realizzato e diffuso da Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa. Secondo i suoi calcoli, mediamente i lavoratori in cassa integrazione a causa dell’emergenza sanitaria hanno ricevuto una “retribuzione netta” di 4 euro l’ora. Una cifra di gran lunga inferiore a quella della retribuzione ordinaria, che ha costretto i cassa integrati a stringere non poco la cinghia nel corso di questi mesi.

Assegno CIG in deroga, i conti di Unimpresa

Le cifre snocciolate nel documento Unimprese sono impietose. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione (e moltissimi sono ancora in attesa del primo assegno dopo oltre due mesi di attesa) hanno visto ridurre il proprio reddito del 50%. L’INPS, infatti, avrebbe versato assegni lordi di 938,89 euro che, al netto, fanno poco più di 750 euro.
Una sforibiciata netta rispetto agli assegni mensili che questi lavoratori avrebbero percepito normalmente, con tagli che arrivano a toccare il 50% della mensilità garantita dal datore di lavoro. Calcolatrice alla mano, si tratta di una retribuzione netta di circa 4 euro l’ora.

Per andare incontro alle necessità dei lavoratori, e delle famiglie italiane, i rappresentanti di Unimpresa chiedono dunque al Governo di rivalutare l’opzione NaSPI. Come noto, infatti, al momento nessuna impresa italiana può licenziare un suo dipendente. Una decisione, nei piani del Governo, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori dal rischio di licenziamento e che, invece, finirebbe per penalizzarli. O almeno così affermano da Unimpresa.

Da un punto di vista economico, i conti sono piuttosto semplice. La NaSPI avrebbe garantito alla gran parte dei lavoratori oggi in cassa integrazione un assegno superiore ai 1.200 euro mensili. La nuova disoccupazione prevede, infatti, che il lavoratore percepisca il 75% dello stipendio medio degli ultimi quattro anni (la procedura è più lunga e complessa, prendetela come una semplificazione), fino a un massimo di 1.227,75 euro. Se la cifra dovesse eccedere questo massimale, il lavoratore riceverebbe un’ulteriore integrazione, fino a un massimo di 1.335,4 euro mensili.

Insomma, quasi il doppio rispetto ai 750 euroche, mediamente, stanno percependo in questi mesi i lavoratori in cassa integrazione in deroga. “Tuttavia, il decreto legge “rilancio” ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità prorogare gli ammortizzatori sociali per appena cinque settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi”.

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BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito

 

Intervista a Claudio Borghi ed Alessandro Angelini sul MES a RadioRadio. Dato che il MES “Light” è un molto incerto e nebuloso e, in realtà, non è altro che uno strumento “Sudamericano”, con il quale si prendono quattro soldi per distribuirli subito, chissà poi a chi, per poi condizionare, con le regole del MES,con i suoi controlli, con i suoi inviati, la politica dei successivi governi. Praticamente è la prosecuzione della solita politica traditrice italiana: si chiama lo straniero contro il nemico interno, perchè si preferisce essere dominati da qualcun altro piuttosto che convivere con un avversario interno.

Qualcuno chiede un ruolo più attivo del Quirinale, che sembra quasi scomparso ed interviene molto poco, chiamando solo alla “Solidarietà”ed “Leuropa”. Borghi mette in luce come il Quirinale avrebbe potuto intervenire già molto volte negli scorsi giorni, quando i DPCM sono stati usati per cancellare il diritto ed i diritti individuali, ma non lo ha fatto, tace, per cui vuol dire che gli va tutto bene così!

Quindi un’interessante spiegazione di come lui veda la differenza fra denaro e debito di stato. Il debito pubblico,inun mondo di valuta FIAT e debito dematerializzato, non è altro che un modo per premiare il risparmio tramite gli interessi, tanto che con le operazioni di Quantative Easing un paese normale scambia le due forme monetaria utilizzato dalle banche centrali per controbattere i momenti di crisi economica ciclica o straordinaria.

 

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BORGHI: SE IL QUIRINALE TACE E’ PERCHE’ GLI VA BENE COSI’. Il MES progetto politico per condizionare il prossimo governo. La differenza fra moneta e debito.

ItalExit, la metà degli italiani ora la vuole: perché vale la pena insistere

ItalExit, i numeri prendono forma

Il 49% degli italiani uscirebbe, ora e subito, dall’UE. Un dato che non sorprende e che forse è anche sottostimato, specialmente se incrociato con altri diffusi nelle ultime settimane con messaggi più indiretti. E che aumenta del 20% il numero dei “ribelli” rispetto ai sondaggi precedenti.

ItalExit? Di certo, “non ci fidiamo più dell’UE”

Questo dicono altri sondaggi, che non pongono la domanda direttamente, ma chiedono sostanzialmente agli intervistati opinioni sull’Unione Europa. Profuma anche di ItalExit quello pubblicato da Repubblica, dove il 70% degli intervistati afferma di avere “poca o nessuna fiducia” nelle sedicenti istituzioni di Bruxelles.

Solo un paio d’anni fa, percentuali simili erano pura fantascienza. Sorge il più grande dei problemi, trovare interlocutori politici che possano essere interessati al salto dell’ItalExit. Ad affrontarlo a muso duro. E di primo piano, non Borghi e Bagnai, con tutto il dovuto rispetto.

Ostaggi di un Feudo, quello europeista

La netta maggioranza (quasi il 70%) dei delusi di tutti i sondaggi di opinione sull’UE delle ultime settimane (di cui quello sopra riportato mostra soltanto l’ultima rappresentazione), in cui la stessa Bruxelles è esplicitamente dichiarata come nemica o simbolo di qualcosa che ci ha condotto verso la rovina, oltre che una presumibile sottostima dei “no UE” (futile spiegare il motivo), diremmo che la consapevolezza nella popolazione c’è.

E si potrà stabilizzare se ci porteranno alla fame come, sembra, vogliano.

Siamo prigionieri da 50 anni di un Feudo (proveniente da sinistra) che non ha mai rappresentato la maggioranza del popolo italiano: in compenso l’ha sempre circuita, vilipesa, condizionata in ogni modo verso il baratro.

La Libertà da loro è, da oggi in poi, la nostra guerra culturale patriottica.

(di Stelio Fergola)

DA

https://oltrelalinea.news/2020/04/13/italexit/amp/

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