Gamestop, ovvero la fine del mito della “razionalità dei mercati”

Roma, 28 gen – Piccoli investitori all’assalto di Wall Street. Sembra il titolo di un film, ma è quello che è accaduto (e che sta accadendo) attorno alle azioni di Gamestop. Come, per rimanere dalle parti della settima arte, nella celebre pellicola natalizia “Una poltrona per due“, ma questa volta è tutto vero. Assestando un colpo micidiale al mito (ammesso che qualcuno vi abbia mai seriamente creduto) della sedicente “razionalità dei mercati”.

Cos’è successo alle azioni Gamestop

Gamestop è una catena di negozi specializzata – come il nome suggerisce – nella vendita di videogiochi. Fondata nel 1984 negli Stati Uniti, si è poi espansa con quasi 6mila punti vendita in numerose altre nazioni.

Fino a meno di un decennio fa leader nel settore, così come già accaduto per Blockbuster (che ha chiuso i battenti nel 2013), negli ultimi anni ha dovuto fronteggiare la sempre più serrata concorrenza del digitale. Con i videogiochi in vendita sulle piattaforme di download, il supporto fisico è destinato ad essere soppiantato dal formato immateriale. Ne consegue una crisi che dura ormai qualche tempo.

Il futuro di Gamestop, insomma, sembrava segnato. Non però quelle delle sue azioni, quotate sul Nasdaqfinite nel mirino degli utenti del social network Reddit. Questi, con un semplice passaparola, hanno spinto al rialzo i corsi di borsa della società. Innescando una spirale che li ha portati a sfiorare i 500 dollari, in un turbinio di saliscendi che non sembra al momento avere ancora fine. Giusto per capirci: quando Gamestop dominava il comparto a fatica superava i 60 dollari ad azione.

L’obiettivo – raggiunto – era quello di concertare un’azione contro fondi d’investimento che, fiutando le difficoltà di Gamestop, avevano scommesso sul suo continuo ribasso. L’azione contraria li ha letteralmente affossati, causandogli perdite miliardarie. Davide che sconfigge Golia? Più Robin Hood, come il nome della piattaforma di trading da cui sono partiti buona parte degli ordini di acquisto. E che successivamente, senza particolari spiegazioni, sembra aver bloccato la possibilità di negoziare i titoli. Insomma, il mercato va bene solo quando i grandi fondi speculativi guadagnano? In caso contrario arriva la cavalleria.

Un motore che gira a vuoto ma ci giudica ogni giorno

Fin qui la cronaca. Potrebbe quasi sembrare il racconto delle vicissitudini un circolo ricreativo per ricchi senza di meglio da fare. Infastiditi per una volta da una truppa di piccoli, ma ben organizzati. Divertente quanto indice di un sempre maggiore distacco del mondo della finanza dalla realtà. Un motore che letteralmente gira a vuoto. Mettendo l’ennesima – ma sicuramente non l’ultima – parola fine all’infinita retorica che vorrebbe i mercati capaci di autoregolarsi e trovare nell’elemento “prezzo” il punto di caduta ottimale. Garantito il quale, insomma, tutto il resto si collocherebbe in una situazione di equilibrio. Quasi un ottimo paretiano, per gli amanti della teoria dei giochi.

Così, evidentemente, non è. Fosse solo un diletto per pochi, assisteremmo facendoci qualche risata sulle disgrazie altrui. Peccato che quello attorno a Gamestop sia lo stesso identico meccanismo che da qualche decennio pretende di giudicare i conti pubblici. Per noi almeno dal 1981, quando con il divorzio Tesoro – Banca d’Italia venne deciso di dare ai mercati l’ultima parola sul finanziamento delle esigenze del bilancio statale. Proprio quei mercati che vivono di reazioni uterine e che si fanno prendere dal panico, che è l’esatto contrario della razionalità, in un batter d’occhi. Quegli stessi mercati cui nel 2011 bastò un ordine (per quanto grande) di vendita sui Btp – anch’essa apparentemente concertata, dato che partì quasi in contemporanea da due “market maker” come Deutsche Bank e Goldman Sachs – per innescare la crisi dello spread, poi rientrata nonostante nel frattempo i nostri fondamentali economici fossero letteralmente colati a picco. E’ il libero mercato, bellezza.

Filippo Burla

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https://www.ilprimatonazionale.it/economia/gamestop-fine-mito-razionalita-mercati-181050/?fbclid=IwAR3f7wuvQ6Mx3M-nQSAgHnaxJb7Q3-FoAj9-AQ5TQ3XEp2RIstWPUv1Yfnc

La ricetta di Monti: annientare il risparmio immobiliare

Sul Corriere della Sera, in un articolo che sembra scritto in nome e per conto della Commissione europea, il senatore a vita Mario Monti comunica che darebbe la fiducia ad un Governo che “annunciasse la necessità di esaminare senza pregiudizi temi scomodi, impopolari e spesso elusi, ma che tutti quelli che guardano da fuori l’Italia sanno essere ineludibili”. Fra questi temi, Monti indica il seguente: “Riforma fiscale, con adeguato spazio alle semplificazioni, a un fisco «friendly ma non troppo» verso i contribuenti, alla necessità di salvaguardare la competitività; ma anche, senza pregiudizi in alcuna direzione, ai temi che solo in Italia sono considerati tabù, temi che tutti i partiti, pavidi, non osano neppure pronunciare: imposta ordinaria sul patrimonio, imposta di successione, imposizione sugli immobili e aggiornamento del catasto, imposizione sul lavoro, ecc. Ci si potrebbe avvalere, come punto di partenza, delle audizioni parlamentari svoltesi recentemente, in particolare di quella — meticolosamente non sovversiva, ma che non ha tabù — di Giacomo Ricotti della Banca d’Italia (11 gennaio 2021)”.

Non ci sono parole. Un senatore a vita, nominato tale prima della sua esperienza di governo, si permette di definire “pavidi” gli esponenti politici che si confrontano con l’elettorato e compiono le loro legittime scelte. È questo il primo aspetto inaccettabile dell’articolo. E sarebbe bello se i suddetti leader – di ogni parte politica – si facessero sentire, per chiedere almeno un po’ di rispetto.

Se poi si entra nel merito delle proposte avanzate da Monti, c’è da rimanere sconcertati, anche se il personaggio ci ha abituati a tutto. Monti – l’uomo che guidò il Governo che portò in un solo giorno da 9 a 24 miliardi annui l’imposta patrimoniale sugli immobili (sostituendo l’Ici con l’Imu) – dice che non bisogna eludere temi come l’imposizione sugli immobili, la revisione del catasto (al rialzo, ovviamente, come chiede la Commissione Ue), l’imposta sulle successioni! E nel farlo – udite, udite – cita l’audizione parlamentare di qualche giorno fa della Banca d’Italia definendola priva di tabù! Oltre al danno della richiesta di più tasse, dunque, anche la beffa di sentirsi dire che Bankitalia non ha tabù. Ridicolo.

Insomma, l’Imu di Monti ha sottratto ai proprietari oltre 200 miliardi di euro dal 2012, il valore degli immobili è crollato, i locali commerciali vuoti crescono di giorno in giorno, la pandemia ha eliminato il mercato degli affitti a studenti e turisti, per via del blocco sfratti entrerà in crisi anche la locazione lunga, nelle aree interne c’è uno sterminato cimitero di case ereditate, il numero dei ruderi cresce ogni anno: e in una situazione così drammatica, il senatore a vita Monti che cosa fa? Rilancia le distruttive proposte della Banca d’Italia e teorizza – di fatto – l’annientamento definitivo del risparmio delle famiglie italiane. Poveri noi.

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Il C.D. “Recovery Plan”…questo sconosciuto pericoloso.

Di Daniele Trabucco (*) 10 gennaio 2021 – Il segretario nazionale di Italia Viva, il senatore Matteo Renzi, chiede chiarezza sul c.d. Piano nazionale di ripartenza e resilienza, minacciando una possibile crisi di Governo.

Non credo che l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri intenda arrivare al punto di non ritorno (non è interesse di alcuno e, comunque, i “responsabili” non mancheranno), tuttavia, nel merito, credo che una forza politica che sostiene l’attuale Esecutivo Conte II abbia tutto il diritto di conoscere nel dettaglio i contenuti del Piano. Il vero problema, però, é un altro e pochi lo hanno rilevato.

Il Recovery Plan non opera come gli altri fondi strutturali europei, dal momento che possiede precise caratteristiche. In primo luogo, è sottoposto a “forti condizionalitá“: non basta indicare la destinazione delle somme (esempio: intensificare le terapie intensive o investire in infrastrutture ecosostenibili), ma è necessario anche raggiungere gli obiettivi collegati all’investimento (nuove imprese, maggiore tenuta del sistema sanitario etc..). Una volta ottenuto il loro raggiungimento, infatti, sarà possibile ottenere il rimborso dei costi. In secondo luogo, solo il 10% dell’importo destinato all’Italia sarà erogato alla fine dell’anno solare 2021, mentre il rimanente 90% al raggiungimento degli obiettivi concordati tra il Governo della Repubblica e la Commissione europea.

E qui si apre tutta la partita della capacità del nostro Paese di poter disporre di un sistema amministrativo rapido ed efficiente (sulla qual cosa si consenta di dubitare).

In terzo luogo, il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, prof. avv. Giuseppe Conte, ha dichiarato che gli 82 miliardi di sussidi e i 127 miliardi di prestiti (totale 209 miliardi di euro) costituiscono un grande risultato rispetto alla proposta iniziale formulata a maggio 2020 della Commissione.

Un grande risultato? Quando si parla di sussidi la raccolta unitaria fatta sul mercato dei capitali indebita allo stesso tasso di interesse che non è gratuito e andrà pagato dai singoli Stati aderenti alla zona euro.

Essi, inoltre, dovranno restituire i capitali ricevuti, anche se le somme versate figureranno come contribuzione al bilancio comunitario.

Quando, invece, si fa riferimento ai prestiti, significa che anche qui i capitali ricevuti andranno pagati come contribuzione all’Unione Europea assieme agli interessi che maturano sulla raccolta collegiale, ma poi il Paese debitore dovrà aggiungervi gli interessi applicati dall’istituto del Recovery Fund.

In altri termini, la fine della nostra economia e una macina che graveà sulle generazioni future. E che cosa accadrà quando il Patto di stabilità e crescita non sarà più sospeso?

Se “la democrazia è il governo degli incolti”, come scriveva lo scrittore britannico Chesterton (1874-1936), questi che cosa sono?

 

(*) Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista – Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

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https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/30727-il-c-d-recovery-plan-questo-sconosciuto-pericoloso.html

Recovery plan: i 142 pasticci di Conte

di Andrea Bollino

Sembra di rivedere il personaggio del Manzoni che diceva “Adelante Pedro con judicio”, ricordate quando ce lo spiegavano i professori: vai avanti però non troppo veloce perché non si sa mai. Ecco, se c’è un’idea di un’Italia che non deve correre, che deve essere impastoiata nelle prebende dell’assistenzialismo spicciolo, questa è l’immagine che viene fuori dall’ultimo piano del Recovery fund. Ci sono 142 microprogrammi che poi devono essere declinati in ulteriori rivoli. Quindi praticamente una pioggerellina, neanche una pioggia, ma una pioggerellina tardo autunnale veramente fastidiosa e niente che possa far riprendere l’Italia. Ecco alcune chicche.

Se parliamo di riforma della giustizia, il programma prevede interventi per ridurre il carico di lavoro che grava su ogni singolo magistrato, quasi come se fosse un lavoro usurante da metalmeccanico. Mettiamo la pressa per sostituire la fatica di utilizzare il martello.

Se parliamo di cultura per i nostri giovani, al capitolo dedicato al contrasto dell’abbandono scolastico viene dedicata la bella cifra di 90 milioni di euro. È un mistero come si si possa contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico, di migliaia di giovani emarginati nelle periferie, senza collegamento al computer, con la farsa della didattica a distanza con quattro spiccioli. Magari saranno utilizzati per organizzare lezioni di recupero?

Se parliamo di risistemazione delle infrastrutture, ecco che parliamo di “messa in sicurezza delle strade con progetti digitali”. Quindi non riempiamo le buche nell’asfalto delle nostre strade, casomai l’asfalto fosse troppo inquinante, ma facciamo collegamenti informatici in maniera tale che l’assessore di turno possa avere un sms in tempo reale quando cade il ponte. Magari, così, non deve aspettare la notizia portata dalla protezione civile Continua a leggere

Ecco chi ha votato il Mes. Borghi mette alla gogna i “traditori”

Claudio Borghi attacca quelli che definisce “traditori”, i deputati che hanno votato a favore della riforma del Mes. E lo fa pubblicando su Twitter la lista completa dei deputati che hanno votato sì, con tanto di gruppo di appartenenza.

«Avete la possibilità di rimanere nella storia come qualcuno che ha difeso il proprio Paese. Approvate questo scempio? Da oggi rimangono i patrioti e quelli che nel tempo verranno additati come traditori». Lo ha affermato il deputato della Lega Claudio Borgi, intervenendo alla Camera a proposito del Mes dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista del Consiglio europeo.

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https://www.iltempo.it/politica/2020/12/09/news/claudio-borghi-lega-pubblica-lista-deputati-votano-mes-traditori-25490459/

Salvini: “Mes? Anche l’usuraio ti propone soldi comodi”

“Il Mes fa rima con commissariamento”. Lo dice il leader della lega, Matteo Salvini, in un’intervista al Giornale. Secondo Salvini la strada è quella di ”Emettere buoni del tesoro. In questo momento i titoli di Stato italiani vanno a ruba e hanno interessi bassi. Se tu emetti trentasette miliardi di titoli del tesoro, l’equivalente del Mes, da lunedì al venerdì vanno a ruba e sono soldi che devi restituire agli italiani e non a un fondo che ha sede in Lussemburgo che non risponde a niente e a nessuno”.

Per il leader non bisogna lasciarsi abbagliare dai soldi facili: ”Anche l’usuraio ti propone soldi comodi, ma quando entri nel giro dell’usura sei finito. È quello che sta succedendo in questo momento in Italia. Lo Stato non ti aiuta e molti finiscono nelle mani della ‘ndrangheta. Quando torneremo al governo non ci sarà bisogno di alcun Mes né di altre diavolerie. All’opposizione si possono avere idee diverse, anche se dispiace”.

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https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/07/26/salvini-mes-anche-usuraio-propone-soldi-comodi_JPUmuFbn9fS4eczAkQWFtM.html

Recovery Fund e bilancio UE: accordo tra Europarlamento e Consiglio

Fumata bianca nelle trattative tra Consiglio Ue e Parlamento europeo sul pacchetto economico che comprende il Bilancio Ue ed il Recovery fund. Ad annunciare l’accordo è la presidenza di turno tedesca su Twitter

BRUXELLES – I sei relatori-negoziatori del Parlamento europeo, la presidenza semestrale di tedesca del Consiglio Ue in rappresentanza dei governi dei Ventisette e la Commissione europea hanno trovato nel pomeriggio di oggi, dopo dieci settimane di durissimi negoziati nel «trilogo», un accordo politico preliminare sul nuovo bilancio comunitario pluriennale 2021-2027, con alcune importanti modifiche rispetto all’accordo raggiunto a luglio dal Consiglio europeo. Il testo di compromesso dovrà ora essere approvato dalla plenaria del Parlamento europeo e dal Consiglio Ue all’unanimità.

La conferenza dei presidenti del Parlamento europeo deciderà domani la data della votazione in plenaria, che appare certa, visto l’appoggio scontato di una forte maggioranza dell’aula e le posizioni dei gruppi politici. Più problematica sarà l’approvazione da parte di tutti i governi nel Consiglio Ue, dove in particolare Polonia e Ungheria potrebbero ancora cercare di tenere il voto in ostaggio per far valere la loro opposizione al meccanismo che condiziona l’esborso dei fondi Ue al rispetto dello stato di diritto da parte del paese beneficiario.

Lo stesso vale per il voto su un’altra decisione complementare che il Consiglio deve prendere unanimemente, quella sull’aumento del «tetto delle risorse proprie», ovvero il massimale nuovo degli impegni finanziari sottoscritti dagli Stati membri per il bilancio pluriennale. Questo decisione, che dovrà poi essere ratificata da tutti i parlamenti nazionali, è essenziale per permettere alla Commissione europea di emettere i titoli di debito comune sui mercati per finanziare il Recovery Fund (chiamato Rrf, «Recovery and Resilience Facility”) da 750 miliardi di euro.

L’opposizione dei due paesi ostili al meccanismo sullo stato di diritto sanno di non poterlo bloccare al momento della sua approvazione finale in Consiglio. In quell’occasione, infatti, basterà la maggioranza qualificata per adottare il compromesso sul meccanismo che è stato già raggiunto con il Parlamento europeo.

I relatori dell’Europarlamento, presentando l’accordo sul bilancio pluriennale in una videoconferenza nel pomeriggio a Bruxelles, hanno sottolineato con forza che ormai «il Consiglio non ha più scuse», e che i cittadini ora sapranno che tutta la responsabilità dell’evenutale ritardo per le decisioni necessarie ad attuare i programmi dell’Ue e il pino di rilancio post-pandemico «Next Generation EU» è ormai solo del Consiglio stesso.

Con il compromesso raggiunto oggi, il Parlamento europeo ha ottenuto soprattutto due cose: 16 miliardi di euro in più assegnati ad alcuni programmi chiave del bilancio pluriennale (in particolare quelli riguardanti la salute, la ricerca e il programma di scambi di studenti Erasmus+), rispetto al pacchetto concordato dai capi di Stato o di governo al vertice Ue di luglio, e un impegno vincolante sull’introduzione di sei o più nuove fonti di entrate (nuove «risorse proprie”) del bilancio Ue, con un calendario preciso per la loro introduzione.

Le nuove risorse proprie sono i meccanismi di finanziamento del bilancio comunitario diversi dai contributi annuali che gli Stati forniscono, proporzionalmente alla loro prosperità e popolazione. Alcune di queste risorse non legate ai bilanci nazionali già esistono: vengono attinte dalla tariffa doganale comune, da una parte del gettito Iva, da un prelievo sulle vendite dello zucchero.

I fondi aggiuntivi proverranno principalmente dagli importi corrispondenti alle multe sulla concorrenza che le imprese devono pagare quando non rispettano le norme dell’Ue (somme che oggi vengono restituite agli Stati membri), in linea con la richiesta di lunga data del Parlamento che il denaro generato dall’Unione europea rimanga nel bilancio dell’Ue.

Grazie a questo compromesso, in termini reali, il Parlamento europeo tra l’altro triplica la dotazione per «EU4Health», il programma per la salute (che passa da 1,7 a 5,1 miliardi di euro), garantisce l’equivalente di un anno aggiuntivo di finanziamento per Erasmus+ (con un finanziamento aggiuntivo di 2,2 miliardi), e assicura che i fondi per la ricerca continuino ad aumentare (4 miliardi in più).

Riguardo alle nuove risorse proprie, è stato accettato il principio secondo cui i costi a medio e lungo termine del rimborso del debito che deriverà dal Fondo Rrf per la ripresa non devono andare a scapito di programmi comunitari di investimento già esistenti, né devono tradursi in contributi più elevati da parte degli Stati membri. I costi del debito del Recovery Fund, che all’inizio saranno limitati agli interessi e pari solo allo 0,01% del bilancio Ue, dal 2027, con l’inizio dei rimborsi, arriveranno a pesare per il 10% sullo stesso bilancio. Le nuove risorse proprie, che verranno introdotte gradualmente secondo una tabella di marcia predefinita, serviranno proprio a finanziare questi costi.

Questa tabella di marcia è stata integrata nell'”Accordo interistituzionale», che è giuridicamente vincolante. Oltre al contributo basato sull’uso della plastica monouso, già previsto a partire dal 2021, sono previste nel primo gruppo tre nuove risorse proprie basate sulla «borsa delle emissioni» (Ets), sul futuro «meccanismo di adeguamento alle frontiere» (una «carbon tax» che colpirà le importazioni di certi prodotti fabbricati in paesi terzi che non hanno norme contro il cambiamento climatico equivalenti a quelle europee), e su un prelievo sui profitti generati nel Mercato unico dai giganti dell’industria digitale. La Commissione presenterà le sue proposte per queste nuove risorse proprie nel luglio del 2021, il Consiglio dovrà votarle entro il mese di luglio 2022, e dovranno entrare in vigore nel gennaio 2023.

Inoltre, la Commissione proporrà entro il luglio 2024 un’altra nuova risorsa propria, basata su un’imposta sulle transazioni finanziarie (Ftt), che il Consiglio dovrà approvare entro il 2025 e che dovrà entrare in vigore nel 2026. A meno che non vada in porto entro la fine del 2022 il tentativo (arenatosi da tempo ma ancora in corso) di creare una «cooperazione rafforzata» per una Ftt riguardante solo una parte degli Stati membri; in questo caso, la Commissione si impegna a proporre immediatamente (nel 2022) l’introduzione della nuova risorsa propria basata sul prelievo della cooperazione rafforzata.

Altre nuove risorse potrebbero venire poi da una nuova base imponibile comune per l’imposta sulle società, o da un contributo finanziario comunque legato al settore delle imprese. Anche in questo caso, la proposta della Commissione dovrà essere presentata nel 2024, con approvazione del Consiglio nel 2025 ed entrata in vigore nel 2026.

Un’altra novità riguarda la spesa dei finanziamenti comunitari: le tre istituzioni (Commissione, Parlamento e Consiglio) si riuniranno regolarmente per valutare l’attuazione dei fondi messi a disposizione degli Stati membri. La spesa sarà effettuata in modo trasparente e il Parlamento, insieme al Consiglio, controllerà eventuali scostamenti dai piani nazionali precedentemente concordati.

Ci sarà un monitoraggio rafforzato sul rispetto degli obiettivi in tema di clima e biodiversità, per garantire che almeno il 30% dell’importo totale del bilancio dell’Unione e della spesa dell’Ue per la ripresa sostenga gli obiettivi climatici. Inoltre, è stato inserito un obiettivo riguardante gli obiettivi della biodiversità: il 7,5% della spesa annuale dovrà essere dedicata agli obiettivi della biodiversità a partire dal 2024 e il 10% a partire dal 2026.

Infine, un’altra priorità orizzontale del nuovo bilancio pluriennale sarà la promozione della parità di genere, accompagnata da un’approfondita valutazione dell’impatto dei programmi comunitari in questo campo.

(con fonte Askanews)

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https://www.diariodelweb.it/economia/articolo/?nid=20201111-547472

I documenti del governo rivelano: il Recovery Fund arriva in 6 anni e basta

Crisi da Coronavirus. La verità sul Recovery Fund. Il governo chiede alla Ue di accelerare ma ha sottoscritto che il denaro arrivi in 6 anni. Leggi la tabella

Ancora in queste ore diversi esponenti del governo chiedono alla Ue che i soldi del Recovery Fund arrivino in fretta in Italia. Quel denaro promesso dalla Ue per arginare l’impatto devastante del Coronavirus sulle nostre economie.

Ma il dilemma è: qualcuno di loro legge i documenti che sottoscrive? O lo sport è prendere in giro gli italiani con la tattica del martellare di dichiarazioni le reti televisive?

A pagina 12 del Nadef del 2020 (nota di aggiornamento) , Documento di Economia e Finanza, approvato ieri al Senato e che presto verrà approvato dalla Camera, c’è una tabellina molto chiara, nero su bianco, che spiega come si è deciso e sottoscritto di fare arrivare i soldi del Recovery Fund in Italia: spalmati in 6 anni a partire dal 2021. Non ci sono deroghe o eccezioni.

Il Nadef è stato presentato dal ministro Roberto Gualtieri e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e deliberato dal Consiglio dei ministri il 5 ottobre scorso. Il Recovery Fund verrà ripartito così: 25 miliardi di euro nel 2021, 37,5 miliardi nel 2022, 43 miliardi nel 2023, 39,4 miliardi nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026, euro più euro meno. Il tutto per una somma complessiva prevista di 203 miliardi di euro e non 209 miliardi. In più nel documento è specificato che “gli importi potranno variare a seguito dei negoziati ancora in corso”.

Qualcuno continua vendere che i fantomatici “209 miliardi della Ue” arrivino a giorni! Qualche cretino addirittura che a breve verremo inondati di denaro! Doveva arrivare questa estate! (sic) Ma la crisi economica è gravissima e comincia a mordere milioni di italiani. Se i soldi arriveranno in 6 anni vuol dire che il loro impatto sarà minimo se non ci si inventa qualcos’altro. Non ne sentiremo l’effetto e se avranno un effetto sarà su un’economia già devastata.

Gli stessi esponenti addirittura sostengono che il denaro del Recovery Fund avrebbe una portata superiore al Piano Maschall (l’European Recovery Program degli Usa nel secondo dopoguerra), risorse queste che furono sì in massima parte davvero a fondo perduto. Gli americani, l’unica economia rimasta in piedi dopo la Seconda guerra mondiale, si posero il problema: a chi vendiamo le nostre merci se nessuno ha denaro? Il problema che si stanno invece ponendo alcuni stati membri della Ue sembra un altro.

La paura di finire come la Grecia non è un timore campato in aria.

E per adesso i soldi del Recovery Fund neanche ci sono. L’Ue dovrà emettere dei titoli e dopo l’acquisto di questi, da parte dei mercati, ricevere le risorse. Il denaro del Recovery Fund è di fatto un prestito complessivo, anche per la parte a fondo perduto, perché l’Ue dovrà ripagare i titoli che emette. La Ue chiederà ai Paesi membri di contribuire per rientrare del denaro ceduto e questo avverrà tramite vincoli e tassazioni indirette sul costo dei trasporti, dell’energia, del digitale, dell’agricoltura e di tutti i settori strategici dei Paesi membri.

Quindi quando parliamo dei 203 miliardi del Recovery Fund ci riferiamo, ce lo dicono i documenti ufficiali, a denaro che prendiamo in prestito dalla Ue per soldi che noi Stati membri verseremo alla stessa Ue: un triplo salto mortale carpiato con caduta libera perché è tutto da dimostrare che saremo in grado di restituire i 203 miliardi di euro presi in prestito.

Ma c’è un’eccezione. Nell’accordo del Recovery è stabilito che alcuni Stati membri dal 2021 al 2027 (i soliti 6 anni di cui sopra) beneficiano di una riduzione lorda del proprio contributo annuo versato alla Ue. La Danimarca per 377 milioni di euro, la Germania per 3 671 milioni di EUR, i Paesi Bassi per 1 921 milioni, l’Austria per 565 milioni e la Svezia per 1 069 milioni di euro.

Tali riduzioni lorde sono finanziate da tutti gli Stati membri conformemente al loro reddito nazionale lordo. Quindi li paghiamo di nuovo anche noi e gli altri Stati che usufruiranno del Recovery Fund.

Semplificando, se non lo avete capito, in gergo da bar: noi ci prestiamo i soldi da soli passando per l’Europa ma dandoceli in un arco di tempo inutile, 6 anni. In questo tempo altri Paesi membri non versano alla Ue un euro che verseremo invece noi per compensare le mancate entrate.

Perché? Perché il nostro governo ha chiuso un accordo di questo tipo e lo ha ritenuto conveniente.

Un accordo davvero creativo, nascosto dalla drammatizzazione del Coronavirus che anestetizza le popolazioni. Ci credo che l’hanno accettato in Europa! Quando gli ricapita un governo che accetta un piano così?

Mattarella oggi a Macerata, per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’università ha detto che questo è anche “il virus dell’egoismo dei singoli e degli Stati” ed è “pericoloso” quanto gli effetti del Coronavirus stesso. Una considerazione da cui andrebbero tratte le conseguenze.

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https://www.affaritaliani.it/politica/i-documenti-del-governo-che-rivelano-il-recovery-fund-arriva-in-6-anni-700045.html

Lega, Borghi: nuovo Dpcm? Troppa leggerezza nel valutare le ripercussioni economiche

 

Claudio Borghi, deputato leghista ed ex presidente della Commissione Bilancio alla Camera, intervistato da Sputnik Italia, critica le misure del governo: “Troppa leggerezza nel considerare le ripercussioni sull’economia”. E sullo scontro con Gualtieri rivendica: “È ignorante, voleva affrontare la crisi con 3 miliardi, ce ne sono voluti più di 100”.

“C’è troppa leggerezza nel considerare le ripercussioni di certi provvedimenti sull’economia, io dico che si muore anche di fame”. Commenta così Claudio Borghi, deputato leghista ed ex presidente della Commissione Bilancio alla Camera, intervistato da Sputnik Italia, le misure restrittive che il governo vara per contenere l’epidemia di Covid. Economista “eurocritico” del partito di Matteo Salvini, ieri è stato protagonista di un duro j’accuse al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

– È finito nell’occhio del ciclone per aver dato dell’’ignorante’ al ministro durante la sua dichiarazione di voto per la fiducia sul decreto agosto, approvato ieri in Parlamento…

– Gli ho dato dell’ignorante perché innanzitutto tecnicamente lo è nella materia, visto che è laureato in Storia. E poi questo è un fatto di cui abbiamo anche la prova provata, visto che siamo di fronte ha una situazione che ha richiesto finora cento miliardi e poi ne richiederà altri quaranta e lui all’inizio pensava di cavarsela con tre miliardi, nonostante tutti gli dicessero che quella cifra lì era assolutamente ridicola per tenere in piedi un sistema economico che stava venendo giù. Vuol dire che si è sbagliato tutto dall’inizio.

– In che modo?

– Il decreto agosto è il centesimo miliardo speso malissimo, già il solo il fatto di dilazionare i fondi in tante tranche ha comportato il venir meno di fiducia degli italiani. Se la stessa cifra fosse stata promessa all’inizio tanta gente avrebbe vissuto questo periodo in modo migliore. Invece, per evitare di andare a pietire in Unione Europea una cifra molto alta temendo di risultare eccessivi, come se ce li dessero loro questi soldi che arrivano dai titoli di stato italiani acquistati dalla Banca Centrale, il risultato è che tanta gente continua a vivere con un orizzonte temporale brevissimo e una conseguente angoscia.

Il fatto di rinnovare la cassa integrazione di due mesi in due mesi è distruttivo per la psicologia della gente e anche per i consumi. Poi uno si stupisce se i dati di Banca d’Italia indicano che c’è un grande aumento del risparmio, c’è un aumento del risparmio perché, non essendoci certezze da parte del governo, la gente non spende e quindi non c’è denaro in circolazione.

– Invece in Commissione bilancio, dove ieri sono state approvate le linee guida del Recovery Fund, vi siete astenuti…

– La votazione non era pro o contro il Recovery Fund ma su quello che si potrebbe fare se arrivassero i soldi. La relazione dice tante cose belle, parla di come migliorare le infrastrutture, incentivare la ricerca, far ripartire la scuola: non si può votare contro il fatto che sarebbe bello migliorare tutto questo. Siamo favorevoli a fare le cose, ovviamente, ma nella relazione non c’è una cifra, non c’è un numero, non c’è una data e quindi diventa una cosa equivalente ad una lettera a Babbo Natale.

– Quindi siete ancora contrari all’utilizzo dei fondi che arrivano dall’Ue?

– Già il fatto di aspettare questi soldi mette dalla parte del torto i sostenitori del Recovey Fund, visto che potremmo avere cifre molto più alte con il miglior canale possibile di finanziamento che è quello del debito comprato dalla Banca Centrale, quindi non si capisce perché noi dovremmo anche solo volerli questi soldi. È meglio che l’Italia non accetti il Recovery Fund, è uno strumento dannoso. Anche riguardo la parte a fondo perduto è intermediata dall’Ue, vuol dire che sono soldi che paghi e dall’altra parte ti vengono restituiti, ma con le condizioni di utilizzo, preferisco non pagarli e utilizzarli come meglio credo io i soldi.

– Per cui, se saltassero i negoziati in Europa non vi dispiacerebbe?

– Sì, sarei contento perché penso che sia uno strumento sbagliato e che non perderemmo neppure un centesimo di questi soldi: come è dimostrato dagli scostamenti di bilancio e dal decreto agosto, possiamo procurarci le stesse cifre senza dover sottostare a condizioni, o peggio ancora a debiti che hanno caratteristiche di credito privilegiato, con la Banca Centrale che continua ad acquistare titoli di Stato garantendo rendimenti bassissimi e i tassi inferiori in tutta la nostra storia. Questo è quello che noi avevamo proposto dall’inizio. Oggi il Recovery Fund lo stiamo ancora aspettando e nel frattempo ci stiamo finanziando così, con quella che è la maniera migliore possibile. Vuol dire che avevamo ragione.

– Dal governo sta per arrivare una nuova stretta per limitare la diffusione del Covid. Cosa pensa di queste nuove misure, che impatto avranno sull’economia del nostro Paese?

– A me sembra che ci sia troppa leggerezza nel considerare le ripercussioni sull’economia, io dico che si muore anche di fame. I fanatici della chiusura spesso e volentieri sono molto sicuri del proprio reddito, pensionati, impiegati statali, gente che la fa un po’ facile. Dall’altra parte, invece, abbiamo milioni di artigiani, commercianti, e così via, per cui questo clima di incertezza si sta rivelando un disastro.

– Teme un ulteriore effetto negativo sui consumi?

– Certo che lo avranno. A fronte del fatto, poi, che non mi sembra ci siano state enormi differenze in giro per il mondo fra chi ha attuato determinate misure e chi non le ha attuate. Magari mi sbaglio, ma stando ai numeri, alla fine dei conti, non c’è stata molta differenza tra chi ha deciso di chiudere tutto subito e chi ha attuato misure molto più blande.

– Pensa che il lockdown della scorsa primavera sia stato inutile?

– Alla fine, dobbiamo usare due parametri: quello dei morti e quello del Pil. A me sembra che stiamo messi male in tutti e due i campi. Nonostante abbiamo optato per le misure più severe con una conseguente caduta del Pil terribile – il mondo ha una recessione del 4 per cento e noi dell’11 – i dati ci dicono che abbiamo avuto più morti per milione di abitanti della Svezia. Forse viene da pensare che queste misure non abbiano un risultato poi così importante da giustificare il loro impatto economico.

– Come giudica il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in questa fase?

– La Banca Centrale Europea sta facendo il minimo indispensabile, annunciando acquisti di titoli, anche se in misura non illimitata. Anche da parte della Bce, questo mettere un tetto alzando poi progressivamente la cifra ha dato un senso di incertezza che si poteva evitare. Diciamo che per l’Italia era partita molto male, vi ricordate la frase di Christine Lagarde sugli spread? Evidentemente il fatto che anche a Parigi ci fosse qualche problemino ha fatto cambiare rotta alla presidente della Bce.

DA

https://it.sputniknews.com/intervista/202010139651321-lega-borghi-nuovo-dpcm-troppa-leggerezza-nel-valutare-le-ripercussioni-economiche/

Il problema delle imprese zombie nel post Covid

Fonte: Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Dopo la Grande Crisi del 2008 il fenomeno delle cosiddette imprese zombie è cresciuto enormemente a livello mondiale. Sono così chiamate quelle imprese che, pur non essendo capaci di gestire bene le proprie attività e di realizzare un profitto minimo per svariati anni, restano sul mercato invece di essere dichiarate fallite o di essere acquisite da un’altra società.

E’ fisiologico che alcune imprese, per svariate cause, non siano in grado di continuare le proprie attività. E’ importante, però, che la loro percentuale sia contenuta e che le chiusure siano sostituite da nuove attività produttive. E’ il normale dinamismo dell’imprenditoria privata.

Quando, invece, le imprese zombie “galleggiano” per parecchi anni, esse finiscono col determinare pesanti e pericolosi squilibri nel mercato, generano una concorrenza eccessiva influendo negativamente anche sulla crescita delle imprese sane.

Nell’ultimo decennio ciò è stato reso possibile soprattutto dall’abbassamento, vicino allo zero, del tasso d’interesse da parte delle banche centrali e dalla conseguente propensione all’“azzardo morale” di accrescere il debito d’impresa. I prestiti a basso tasso d’interesse hanno aiutato l’economia nei passati momenti più difficili, ma allo stesso tempo hanno anche mantenuto in vita aziende “decotte” che rischiano di essere una vera zavorra per la crescita economica.

Uno studio su “Corporate zombie”, appena pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri) di Basilea, lo dice a chiare lettere. Sono stati analizzati i dati, dal 1980 in poi, relativi a 32.000 imprese quotate in borsa di 14 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Secondo tale ricerca si tratta in maggior parte di medie imprese. Continua a leggere

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