Uno sguardo sulla politica, un’occhiata sulla società e sulla Chiesa

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LA RECENSIONE

di Angelica La Rosa

ARRIVA “PATRIA E IDENTITA’”, IL NUOVO LIBRO DELL’AVVOCATO GIANFRANCO AMATO E DI MATTEO CASTAGNA

Per le Edizioni Solfanelli di Chieti è uscito ieri “PATRIA E IDENTITÀ” (152 pagine, € 12), il nuovo libro dell’avvocato Gianfranco Amato. Presidente dei Giuristi per la Vita, e di Matteo Castagna, Responsabile nazionale del Circolo “Christus Rex”.

Gianfranco Amato e Matteo Castagna sono due cattolici militanti che, con lo studio, la preghiera e l’azione, vogliono contribuire a mantenere viva la fiaccola della Tradizione e rilanciare l’Identità classico-cristiana dell’Europa contro i dogmi del Pensiero Unico.

Nella Primavera del 2021 è nata l’idea di questo libro che si divide in tre parti: “Uno sguardo sulla Politica”, “Un’occhiata sulla Società”, “Una sbirciata sulla Chiesa”.

Gianfranco Amato e Matteo Castagna alternano i capitoli inerenti le tre parti, firmando ciascuno il suo. Ne esce un testo controcorrente rivolto a tutti, credenti e non, per riflettere sull’attualità, sul ruolo della Religione, sulla fondamentale necessità del pensiero integralmente cattolico per smontate i falsi miti di una post-modernità che ha sostituito Dio con il denaro, la patria con il mondialismo globalista contro l’interesse dei popoli e la famiglia con la società fluida, priva di identità.

Accessibile a tutti, per scorrevolezza e semplicità, “Patria e identità” è un testo controcorrente, politicamente scorretto, che nelle sue 152 pagine, che si avvalgono della presentazione dell’avvocato Andrea Sartori, offre saggi snelli e chiari dei due pensatori cattolici italiani controcorrente.

I due autori, come detto, si alternano nei capitoli che compongono le tre parti del testo. Pur essendo entrambi cattolici, fedeli alla Tradizione, in questo modo hanno voluto sottolineare la differenza di sensibilità su temi importanti, lasciando al lettore la piacevolezza della meditazione su tematiche non ancora definite o definitive, ma anche la concordanza di vedute sulla maggioranza degli aspetti trattati.

Amato e Castagna, talvolta con ironia e talvolta con implacabili stoccate, tipiche loro caratteristiche, smontano i falsi miti della post-modernità e cercano di fornire anche la medicina ai mali del tempo presente, che non si compra in farmacia ma si costruisce pian piano attraverso il metodo di San Filippo Neri…

Il testo, fino al 15 Agosto, è disponibile su ordinazione presso il sito web della casa editrice o tramite la mail della stessa edizionisolfanelli@yahoo.it  Poi sarà ordinabile anche presso le migliori librerie, sulle piattaforme internet o contattando gli autori.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/08/06/uno-sguardo-sulla-politica-unocchiata-sulla-societa-e-una-sbirciata-sulla-chiesa/

Cosa significa educare

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di Gianfranco Amato

Non sono pochi i commentatori che si accingono a descrivere la condizione dei giovani d’oggi, enfatizzando l’aspetto legato alla loro evanescenza esistenziale. Vengono a volte descritti come «labili, volatili, inquieti, lievi, effimeri, colorati, esili», e qualcuno ha persino coniato il termine di «generazione farfalla». A volte la descrizione viene fatta con articoli ben scritti ed intelligenti, ma che ti lasciano l’amaro in bocca. Avverti una sensazione di incompletezza, come se mancasse la soluzione del problema: ottima diagnosi ma senza terapia.

Io non credo nell’evoluzione darwiniana della coscienza e non penso affatto che i giovani di oggi siano diversi dai coetanei di cento, mille, diecimila anni fa. No, al di là dell’apparenza, sono convinto che nel profondo del cuore dei giovani d’oggi alberghi sempre lo stesso desiderio d’infinito, la stessa domanda di senso sulla vita, e lo stesso anelito di felicità.

Oggi i giovani fanno fatica nel mondo a trovare un’autentica e appagante risposta a quella esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità, di compimento che sentono dentro di sé, nonostante i numerosi tentativi di censurarla. E allora, come si fa a dare questa risposta? Qual è la soluzione perché i giovani non si sentano definitivamente sedotti dalla fascinatio nugacitatis (Sap. 4, 12), ossia da quel groviglio di valori effimeri e inadeguati alle aspirazioni profonde ed essenziali dell’uomo?

Il punto sta in una cosa che si chiama educazione. Si può declinare questa delicatissima funzione secondo tre verbi latini: educĕre/tradĕre/introducĕre. Se, infatti, la stessa derivazione etimologica del termine offre l’idea di “tirar fuori” ed estrarre le potenzialità di un giovane (educĕre), questa idea non può prescindere da altri due aspetti fondamentali.

Il primo è legato alla tradizione (tradĕre), ovvero al compito di “consegnare”, “trasmettere” il patrimonio culturale ricevuto dagli avi. Proprio il legame con la tradizione costituisce uno dei fattori originali delle dinamiche dell’evento educativo. La tradizione rappresenta il cuore dell’identità di un individuo, al punto che il suo disconoscimento non solo lo priva di un’origine, ma, scollegandolo dalle generazioni che lo hanno preceduto, lo immerge in un micidiale cocktail fatto di individualismo relativista, di cinico scetticismo e di squallido edonismo. È, invece, proprio il legame con la Tradizione che può consentire oggi ad un giovane di acquisire un giudizio critico capace di osservare la realtà senza il paraocchi del pregiudizio ideologico e di guardare al di là delle false apparenze. Solo così si può essere davvero liberi. Occorre, infatti, educare i giovani a far comprendere che la libertà non è poter fare tutto ciò che scaturisce dalla pura istintività, non è l’anarchia del piacere egoistico, non è l’esercizio arbitrario del possesso sulle cose e sulle persone, non è la pretesa di veder soddisfatti i propri capricci, non è il diritto di imporre agli altri un vacuo narcisismo egocentrico. Questa forma di “libertà”, in realtà, rende i giovani schiavi dei propri istinti o dell’ideologia dominante. La vera libertà è la capacità dell’uomo di valutare e giudicare ciò che compie alla luce di quello che in qualche modo riconosce come ideale. Per questo occorrono dei veri maestri.

Il secondo altro aspetto concerne la funzione ultima della stessa educazione, ossia quella di introdurre (introducĕre) alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Educare davvero significa insegnare che la realtà non si può ridurre solo a ciò che è misurabile, dimostrabile, a razionalità scientifica, come avviene nella prospettiva positivista e materialista. Educare significa essere toccati, anzi feriti, dal desiderio della bellezza. Senza accontentarsi di una bellezza qualunque, di una bellezza banale, ma cercando la Bellezza stessa, la Bellezza infinita. Un autentico compito educativo, inoltre, non può prescindere dalla considerazione dell’uomo nella sua consistenza integrale, ovvero quella di spiritus e corpus, due entità che non possono essere scisse. Come spiegava il vecchio catechismo di Pio X, il corpo è fatto dai genitori, ma «l’anima è infusa direttamente da Dio». Per questo appare devastante la visione unicamente materialista dell’essere umano che prevale oggi nella concezione pedagogica posta alla base del sistema d’istruzione scolastica.

Molto della disastrosa situazione dei giovani dipende proprio dalla visione dell’uomo offerta dalla maggior parte degli insegnanti nelle scuole pubbliche, ossia quella dell’uomo come esito contingente, effimero, di antecedenti puramente biologici, materiali e meccanici. La vera educazione, invece, è quella capace di coinvolgere soprattutto le grandi domande fondamentali che valgono per l’uomo di ogni tempo: il senso dell’esistenza, il dolore, la morte, il destino. E bisogna avere il coraggio di spiegare che solo l’ideale cristiano è capace di rappresentare l’unica, insostituibile e più efficace risposta alla sete inappagata di felicità che da sempre vive nel cuore umano. Questo significa davvero educare. Se i giovani oggi avessero la fortuna di ricevere una simile educazione la loro dimora esistenziale potrebbe essere quella dell’orizzonte e non di una buia tana. Ricordo a questo proposito le parole del regista polacco Andrej Tarkovskij: «Da tempo l’uomo occidentale ha bruciato le bisacce e il bastone del viandante con la sua commovente attitudine alla domanda, dell’uomo mendicante della verità e della giustizia. La dimora dell’uomo non è più l’orizzonte, ma un nascondiglio dove non incontra nessuno e dove perciò comincia a dubitare della sua stessa esistenza». Bisogna educare i giovani d’oggi ad uscire dal nascondiglio, prima che questo diventi la loro prigione e la loro tomba.

Bergoglio e la comunione dei santi

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di Gianfranco Amato

Durante l’udienza generale del 2 febbraio 2022, tenuta in Vaticano, un brivido è passato lungo la schiena di molti partecipanti nell’udire alcune parole pronunciate da Bergoglio. Quest’ultimo aveva scelto di svolgere una una catechesi su San Giuseppe. Il tema era in particolare quello su San Giuseppe e la comunione dei santi. Fin qui niente di male. Il punto è che, dopo un lungo preambolo di un livello teologico particolarmente basso – si è persino spiegato che la comunione dei santi non riguarda i santi che fanno la comunione – lo stesso Bergoglio si è incartato su una questione dottrinale non da poco.

Utilizzando sempre il metodo del cosiddetto “linguaggio semplice”, il papa argentino ha posto a se stesso una domanda retorica, parlando in terza persona: «Padre, pensiamo a coloro che hanno rinnegato la fede, che sono degli apostati, che sono i persecutori della Chiesa, che hanno rinnegato il loro battesimo: anche questi sono a casa?». Risposta di Bergoglio: «Sì, anche questi, anche i bestemmiatori, tutti. Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi». Apprendiamo, quindi, che anche il sedicente cantante Achille Lauro, dopo l’ennesima performance blasfema al Festival di San Remo, farebbe parte della comunione dei santi.

Ora, sappiamo ormai da anni che la teologia non è il piatto forte di Bergoglio, ma i fedeli cattolici avrebbero diritto ad un papa che quantomeno conoscesse il Catechismo sul quale dice di aver studiato da bambino, ovvero quello di un Papa santo: Pio X. Anche il papa Giuseppe Sarto amava formulare le domande, e infatti il suo Catechismo era strutturato in forma dialogica con domande e risposte.

Vediamo, quindi, che cosa ha studiato l’attuale pontefice da bambino. Domanda 224: «Chi sono quelli che non appartengono alla comunione dei santi?». Risposta: «Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa». Domanda 225: «Chi sono quelli che si trovano fuori della vera Chiesa?». Risposta: «Si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». Risulta abbastanza chiaro anche, appunto, ad un bambino.

Non è che il Concilio Vaticano II abbia abrogato questa verità di fede. Del resto, anche il catechismo ratzingeriano del 1992, pur utilizzando termini più dotti e aulici, ribadisce il concetto. Al punto 948, infatti, spiega che  «il termine “comunione dei santi” ha due significati, strettamente legati: comunione alle cose sante (sancta) e comunione tra le persone sante (sancti)». Per evitare che personaggi improbabili possano venire annoverate tra i santi – come ha fatto Bergoglio ­– lo stesso catechismo precisa che i fedeli che si considerano «sancti» sono solo coloro «che si nutrono del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo». Difficile fare rientrare in questa categoria anche «apostati, persecutori della Chiesa, rinnegatori del battesimo e bestemmiatori».

Resta da comprendere quali siano i veri motivi che spingono quello che viene ritenuto l’attuale capo della Chiesa cattolica a disorientare i fedeli. Si tratta di semplice ignoranza teologica o vi è il preciso intento di scardinare il depositum fidei, il Magistero e la Tradizione? Come diceva il grande giurista romano Aulio Gellio nella sua opera Notti Attiche, «veritas filia temporis», la verità è figlia del tempo. Non resta che attendere, registrando per ora lo sconcerto e lo scuotimento della fede non solo da parte di tanti laici ma anche di sempre più numerosi sacerdoti e religiosi.

La catechesi di Bergoglio nella citata udienza generale del 2 febbraio 2022 è stata interrotta da un imprevisto fuoriprogramma. Uno dei partecipanti, un uomo evidentemente alterato, si è messo ad urlare in inglese: «Questa non è la Chiesa di Dio». È stato ovviamente accompagnato fuori dai gendarmi vaticani, ai quali il contestatore non ha opposto nessuna resistenza. L’episodio è stato liquidato come incidente dovuto ad uno squilibrato. Forse lo era davvero. O forse no.

Piazze del Popolo

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dell’ Avv. Gianfranco Amato

Sono diversi gli indicatori dello stato di salute di una democrazia. Tra questi vi sono, senza dubbio, gli atti di sindacato ispettivo parlamentare. Sono quegli atti che la gente comune conosce come interrogazioni e interpellanze presentate da deputati e senatori. Rappresentano la voce critica dei rappresentanti del popolo rispetto all’azione di governo, e testano il livello di libertà e democrazia del Paese, come il termometro misura la febbre nel corpo umano. Per comprendere che in Italia si sia già superata da un pezzo la soglia minima dei 37° centigradi, basta leggere gli atti di sindacato ispettivo che sono stati presentati sull’ormai nota  vicenda del portuale triestino Stefano Puzzer.

Prendiamo, ad esempio, l’atto n. 3-02916 pubblicato il 3 novembre 2021, nella seduta n. 374 del Senato, a firma Granato, Angrisani, Crucioli, Giannuzzi, Lanutti, rivolto al ministro Luciana Lamorgese. Questo il testo:

«Al Ministro dell’interno,

premesso che:

– come riportato in numerose notizie di cronaca, nei confronti di Stefano Puzzer, leader triestino dei manifestanti portuali di Trieste “no green pass”, sono state emesse le misure restrittive della circolazione del foglio di via obbligatorio e del divieto di soggiorno a Roma, per la durata di un anno;

– secondo quanto riportato dalla stampa, il leader triestino, come atto di protesta contro le limitazioni governative, si era recato a piazza del Popolo, nell’attesa di un incontro per dialogare con le autorità: grazie alla sua notorietà, in seguito, era stato raggiunto da moltissime persone, contrarie alle misure a parere degli interroganti draconiane e liberticide imposte con l’obbligo della certificazione verde;

– come riporta una nota della Questura capitolina emessa nella tarda serata del 2 novembre 2021, nei riguardi di Puzzer, è stato emesso un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per 12 mesi da Roma, con provvedimento motivato, e gli è stato contestualmente intimato di fare rientro a Trieste entro le ore 21 di mercoledì 3 novembre 2021;

– inoltre, sempre secondo fonti di stampa, sarebbe intenzione della Questura capitolina denunciare alla Procura della Repubblica Puzzer e chi abbia preso la parola durante il sit-in di protesta ai sensi dell’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto n. 773 del 1931, per il reato di manifestazione non autorizzata, con l’aggravante, per Puzzer, di “esserne stato promotore”;

valutato che, a giudizio degli interroganti, le misure di prevenzione (foglia di via e divieto di soggiorno a Roma) comminate dalla Questura appaiono palesemente eccessive e irragionevoli, come anche la volontà di denunciare Puzzer e tutti coloro che abbiano preso la parola in piazza per manifestazione non preavvisata. Puzzer, difatti, non ha promosso in alcun modo l’adesione alla sua protesta pacifica, alla quale hanno partecipato moltissime persone spontaneamente richiamate solamente dal “tam tam” social, senza che vi sia stata alcuna forma, anche embrionale, di organizzazione pregressa;

considerato che, nonostante il progressivo clima di terrore e le crescenti restrizioni alla libertà di circolazione e manifestazione del pensiero, Puzzer ha dimostrato l’immane “forza” di una forma di protesta genuina e pacifica, rispetto alla quale l’unica risposta scelta dalle autorità e dal Governo, in luogo del dialogo e del confronto, è stata una risoluzione “autoritaria”,

si chiede di sapere:

– quale sia la valutazione del Ministro in indirizzo in merito alle misure comminate dalla Questura di Roma nei confronti di Stefano Puzzer;

– se nei confronti del leader triestino sia stata comminata la misura del divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, di cui all’articolo 6, comma 2, del codice antimafia (decreto legislativo n. 150 del 2011) (la quale, tuttavia, può essere solamente aggiunta, salvo eccezioni, alla sorveglianza speciale), oppure quella di cui all’articolo comma 2 del decreto-legge n. 17 del 2017, il “Daspo urbano”, secondo la cui disciplina, tuttavia, l’emissione del provvedimento restrittivo può avvenire nei casi di “reiterazione delle condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2” del medesimo decreto (in violazione, quindi, dei divieti di stazionamento o di occupazione di “spazi afferenti aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”), ipotesi che non appare plausibile nel caso riferito».

Se si omettessero nomi e luoghi, chiunque leggesse questa storia sarebbe naturalmente indotto ad ambientarla in uno stato di polizia. O, come usa dire oggi in modo più elegante e moderno, in un Security State. Più che alla Piazza del Popolo di Roma, si penserebbe all’altrettanto famosa Piazza del Popolo di Shangai.

Fonte: https://gianfrancoamato.it/piazze-del-popolo/

Laboratorio Italia. Lo dice il Washington Post

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IL PUNTO

di Gianfranco Amato

I giornalisti del “Washington Post” hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio.

Strano Paese l’Italia. Da più di due anni si trova sotto la grigia cappa di uno stato d’eccezione a tempo indeterminato, in cui sono sospese o limitate alcune fondamentali garanzie costituzionali e diversi diritti fondamentali dell’uomo, tra cui quello di circolare, di riunirsi, di lavorare, di celebrare il culto. Gli italiani sono riusciti persino a familiarizzare con termini come lockdown, coprifuoco, green pass, sanificazione.

La cosa buffa è che tutti coloro i quali hanno osato sollevare dubbi sulla legittimità di tale situazione e hanno denunciato il fatto che l’Italia sia diventata un laboratorio in cui sperimentare gli effetti della contrazione dei diritti, sono stati prima derisi e poi brutalmente additati al pubblico ludibrio. Secondo i pretoriani del Potere, sarebbe semplicemente assurdo parlare di “dittatura”, di “deriva totalitaria”, di “sperimentazione dispotica”, di “rischi di tirannia”.

Persino quando a denunciare tali rischi sono state due delle poche teste pensanti ancora in circolazione, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, si è alzata una invereconda canea contro costoro ed è partito un vero e proprio linciaggio mediatico.

Peccato che quello che i trinariciuti italiani non riescono a scorgere, è invece ben visibile a 7.000 chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Oceano. Lo hanno capito, infatti, i giornalisti del “Washington Post” che, per chi non lo sapesse, è il più antico e diffuso quotidiano della capitale statunitense, di area liberal-democratica, e non certo su posizioni no-vax o negazioniste. Proprio quel quotidiano fondato da Stilson Hutchins nel 1877 ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo L’Italia inizia a far rispettare uno degli obblighi vaccinali per i lavoratori più severi al mondo, rischiando un contraccolpo.

I giornalisti del “Washington Post”, infatti, hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio, dovuta al fatto che sia stato imposto «uno degli obblighi vaccinali nei confronti dei lavoratori più severo al mondo». Che si tratti di una sperimentazione non limitata all’Italia, lo evidenziano gli stessi giornalisti quando scrivono: «Il premier Mario Draghi ha persino suggerito la possibilità di essere il primo Paese al mondo a introdurre l’obbligo universale del vaccino, una mossa che andrebbe oltre le misure adottate sino ad ora».

Del resto, scrive sempre il “Washington Post”, «l’Italia è stata la prima democrazia occidentale ad imporre il lockdown duro, l’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità e ora l’obbligo di green pass per tutta la popolazione sul luogo di lavoro». E il fatto è che – sempre secondo i giornalisti statunitensi – «nell’ultimo anno e mezzo, l’Italia ha regolarmente messo in atto misure che inizialmente sembravano azzardate, ma poi hanno attirato imitatori». Nel “Laboratorio Italia” si prova quello che poi si «imita» negli altri Paesi.

Ora saremmo nella fase in cui si sperimenta la prova di resistenza del livello democratico. Scrivono, infatti, i giornalisti del “Washington Post”: «L’Italia si trova in una nuova fase, quella di provare a capire che cosa significhi vivere con il virus, e quale sia il livello di controllo che la società è disposta ad accettare». Il test viene applicato creando diversi livelli di libertà.

Si legge, infatti, nell’articolo: «Mentre il governo italiano ha elaborato le nuove misure in nome della sicurezza, gli obblighi imposti stanno anche iniziando a separare la società in diversi livelli di libertà, in un modo che poteva sembrare inverosimile un anno fa». «La nuova società», prosegue il “Washington Post”, «è quella in cui i vaccinati riprendono le loro vite, e i non vaccinati affrontano una scelta: o vengono vaccinati, o rischiano di perdere il loro stipendio, oltre ad essere privati della possibilità di cenare al ristorante in un locale chiuso, di partecipare a un concerto, di vedere un film o di salire a bordo di un treno ad alta velocità».

Una vera e propria forma di discriminazione. Curioso che questo passi come la cosa più normale del mondo secondo molti esponenti politici, rappresentanti di organizzazioni sindacali, intellettuali, militanti per i diritti civili, giornalisti, conduttori di talk show, artisti, cantanti, youtuber, e influencer, i quali proprio in Italia si stiano stracciando le vesti per la mancata approvazione del DDL Zan contro le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e cosiddetta identità di genere. Nessuno di costoro ha la minima percezione che la più grande discriminazione dal 1938 ad oggi nel nostro Paese stia in realtà avvenendo proprio nell’ambito del lavoro.

Eppure continuano a rivendicare, in difesa dei diritti degli omosessuali/transessuali/transgender, quella Costituzione che loro definiscono «la più bella del mondo». Evidentemente, però, come non hanno letto il testo del disegno di legge Zan, così non hanno letto la Carta fondamentale. Dovrebbero farlo, cominciando proprio dall’art.1, primo comma, il quale recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Persino in America si sono accorti che questa repubblica democratica si sta spaccando, proprio sul lavoro, in «different tiers of freedom», diversi livelli di libertà, creando precedenti di discriminazione pericolosi per le democrazie occidentali. Qualcuno, anche a livello politico-istituzionale, oltre ai post di Fedez, dovrebbe leggere anche quello che scrive la stampa estera preoccupata per l’Italia.

Fine emergenza mai

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di Gianfranco Amato

È inquietante come il processo di metamorfosi istituzionale che sta subendo in nostro Paese avvenga in un clima di irresponsabile nonchalance.

L’opinione pubblica ha ormai digerito l’idea che il sistema liberal-democratico che abbiamo conosciuto fin ora sia in realtà un gioco. Un bel gioco, di cui puoi permetterti il lusso se non ci sono problemi veri, situazioni gravi da affrontare come la pandemia Covid-19. Perché quando arrivano i problemi, occorre smettere di giocare e chiamare papà.

Si è di fatto certificato il fallimento del sistema istituzionale delle democrazie liberali borghesi, quelle fondate sul parlamento, sulla tripartizione dei poteri, sulla rappresentanza popolare, sui partiti, elezioni, e così via. Questo sistema ha dimostrato di non essere in grado di affrontare le grandi sfide ed emergenze del futuro. Da qui l’idea che, proprio in nome della cosiddetta “biosicurezza”, il sistema migliore, più rapido, efficace e moderno sia quello che i politologi americani chiamano Security State. Basta perdere tempo con le stanche liturgie democratiche, col parlamento, i partiti, la politica politicante. Occorre affrontare e risolvere le emergenze. Se serve, quindi, è bene sospendere le garanzie costituzionali, lo stato di diritto, le libertà fondamentali e affidare tutto ad una Guida Illuminata, assistita da un Comitato Tecnico. Praticamente, introdurre una dittatura. L’affluenza incredibilmente bassa alle urne nelle recenti elezioni amministrative delle più importanti città italiane è un segno evidente di questa tendenza. Basti pensare che a Milano è andato a votare il 47% degli aventi diritto, meno di un milanese su due, dato mai registrato dal dopoguerra. Nel suo splendido saggio Le origini del totalitarismo, la filosofa Hanna Arendt spiega che «all’interno del regime totalitario gli individui provano un totale isolamento nella sfera politica e un forte senso di estraniamento nei rapporti sociali», che arriva ad «annientare, in primis, la vita politica democratica, e la libera comunicazione tra cittadini». È esattamente quello che sta accadendo.

In Italia si è di fatto instaurato quello che il grande giurista tedesco Carl Schmit teorizzò come Ausnahmezustand, ovvero Stato d’eccezione. Il problema per il Potere oggi è renderlo permanente.

La pandemia Covid-19 ha rappresentato il presupposto perfetto per giustificare l’Ausnahmezustand, ma si tratta pur sempre di un’emergenza sanitaria destinata, prima o poi, a cessare. Quando nel resto d’Europa il virus sparirà definitivamente, sarà difficile sostenere la sua esistenza solo nel Bel Paese.

Il problema è, allora, semplicemente quello di trovare altri presupposti per mantenere una perenne situazione d’emergenza tale da legittimare un Ausnahmezustand istituzionalizzato.

Non ci vuole molta fantasia per capire quale sarà il prossimo pretesto. Basta leggere alcuni fatti.

Primo, il discorso che Mario Draghi ha indirizzato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, in cui ha parlato espressamente di nuove emergenze, come, ad esempio, quella del «cambiamento climatico», che avrà ripercussioni in campo energetico e alimentare. «Condizioni meteorologiche estreme e interruzioni degli approvvigionamenti hanno contribuito all’aumento dei prezzi degli alimenti», ha spiegato infatti il premier italiano, ricordando anche che «il numero di disastri naturali legati al clima è quintuplicato dagli anni Sessanta» e che «gli eventi meteorologici estremi sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni».

Secondo fatto da considerare: è passata in sordina la notizia che il primo ministro albanese Edi Rama ha dichiarato, il 9 ottobre 2021, lo stato di emergenza in Albania dopo una riunione del governo, a causa dei problemi di approvvigionamento energetico «innescati dall’impennata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali», come ha riferito Euronews Albania. Il premier Rama ha confrontato lo stato d’emergenza appena dichiarato con «la crisi pandemica», e ha promesso di proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia, con le stesse efficaci e drastiche misure utilizzate per combattere il Covid-19. Un precedente poco confortante.

Agli italiani, quindi, in nome dell’emergenza energetica potrà essere chiesto di restare in casa la domenica, come avvenne con l’Austerity degli anni Settanta, o di spegnere le luci alle undici di sera ed evitare di uscire. Del resto, gli stessi italiani hanno ormai imparato a conoscere termini come lockdown, coprifuoco, e hanno pure gradito il fatto di seguire le celebrazioni liturgiche via streaming.

A quest’ultimo proposito, occorre segnalare un altro fatto: l’atteggiamento dell’attuale Chiesa cattolica, ridotta oramai a specchietto del mondo.

Il 4 ottobre 2021, Bergoglio ha riunito in Vaticano i leader religiosi che rappresentano le principali religioni del mondo per chiedere alla comunità internazionale di aumentare la sua ambizione e intensificare la sua azione per il clima in vista della COP26, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi. Nell’incontro Faith and Science: Towards COP26, promosso in Vaticano, quasi quaranta leader religiosi hanno firmato un appello congiunto, che è stato presentato dallo stesso Bergoglio al presidente designato della COP26, Alok Sharma, e al ministro degli Affari Esteri italiano, on. Luigi Di Maio. L’appello chiede che il mondo raggiunga il prima possibile l’azzeramento delle emissioni nette di carbone, per limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali.

Prepariamoci. Tra poco non usare l’auto per poter andare a Messa e seguire la celebrazione on line da casa in nome del risparmio energetico e dell’emergenza climatica, sarà considerato un atto d’amore.

Cure domiciliari, un primo passo del Parlamento

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Il Senato ha approvato con 212 sì (2 no e 2 astenuti) un ordine del giorno con primo firmatario il leghista Romeo che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli per le cure domiciliari dei pazienti con Covid-19. Si chiede di superare la logica della “vigile attesa” e tenere conto dell’esperienza sul campo dei medici con l’uso di farmaci già esistenti. Un primo passo, che va oltre la strategia vaccinocentrica.

Ogni tanto ci è concessa la grazia anche di qualche buona notizia. È stato approvato dal Senato, con 212 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astensioni, un ordine del giorno, a prima firma Massimiliano Romeo, presidente del gruppo della Lega a Palazzo Madama, che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli e le linee guida per le cure domiciliari dei pazienti Covid-19, tenendo conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo.

Finalmente si comincia a parlare in modo serio di cure e non solo di prevenzione vaccinale. Finalmente la politica è giunta alla conclusione – come si legge nel documento approvato – «per cui una corretta gestione dei pazienti affetti da Covid-19 presuppone, da un lato, l’immediata adozione delle cure maggiormente idonee e specifiche per il singolo individuo, dall’altro, l’esigenza di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso». Per questo, secondo il documento approvato in Senato, «appare necessario, alla luce delle esperienze sul territorio, superare la previsione della “vigile attesa” prevedendo l’aggiornamento dei protocolli e delle linee guida dando la possibilità̀ per i medici di prescrivere i farmaci ritenuti più̀ opportuni tenuto conto del singolo caso, nel quadro delle indicazioni della comunità̀ scientifica validate dagli organi preposti».

Interessante anche il fatto che nel citato documento si riconosca espressamente «un ruolo cruciale ai membri della famiglia o ai conviventi del paziente», e si identifichi «la casa come luogo primario di cura» e quale «punto cardine di una nuova visione della medicina di prossimità̀ che attenua il senso di allontanamento e di perdita delle relazioni quotidiane e apporta una dimensione non solo farmacologica ma anche relazionale al trattamento sanitario».

L’ordine del giorno approvato al Senato ha anche il merito di rimediare all’assenza di linee guida aggiornate e univoche volte a fornire protocolli generali di cura domiciliare dei pazienti Covid-19, circostanza che ha fatto registrare «sul territorio nazionale rilevanti diversificazioni tra i protocolli sanitari regionali».

Il Senato ha quindi impegnato il Governo ad attuare un’azione articolata in cinque punti. Primo, «aggiornare, per il tramite dell’Istituto Superiore di Sanità, Agenas ed AIFA, i protocolli e linee guida per la presa in carico domiciliare da parte di MMG, PLS e medici del territorio, dei pazienti COVID-19 tenuto conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo». Secondo, «istituire un Tavolo di monitoraggio ministeriale, in cui siano rappresentate tutte le professionalità̀ coinvolte nei percorsi di assistenza territoriale, vista la crescente complessità̀ gestionale e la necessità di armonizzare e sistematizzare tutte le azioni in campo». Terzo, «attivare, per una efficace gestione del decorso, fin dalla diagnosi, interventi che coinvolgano tutto il personale presente sul territorio in grado di fornire assistenza sanitaria, accompagnamento socio-sanitario e sostegno familiare». Quarto,  «attivarsi affinché́ le diverse esperienze e dati clinici raccolti dai Servizi Sanitari Regionali confluiscano in un protocollo unico nazionale di gestione domiciliare del paziente Covid-19». Quinto e ultimo punto, «affiancare all’implementazione del protocollo nazionale per la presa in carico domiciliare dei pazienti Covid-19 un piano di potenziamento delle forniture di dispositivi di telemedicina idonei ad assicurare un adeguato e costante monitoraggio dei parametri clinici dei pazienti».

Si sta finalmente andando verso quella direzione più volte coraggiosamente indicata da alcuni medici, e formalizzata in un interessante documento intitolato La gestione dei pazienti COVID-19 in ambito domiciliare, redatto l’1 aprile 2021 e contenente alcuni indirizzi operativi proposti dal gruppo di lavoro promosso da Luca Coletto, capo del dipartimento Sanità della Lega. Finalmente si può parlare di cure. Si può parlare di farmaci. Si può parlare di vitamina D, di prebiotici, di N-acetilcisteina, di ASA, di idrossiclorochina, di corticosteroidi, di antibiotici, di eparine a basso peso molecolare, senza essere tacciati di negazionismo.

Forse la medicina, ovvero l’antica τέχνη (téchne) istituita da Ippocrate nel V secolo a.C., ha ritrovato la propria originaria e fondamentale finalità: quella della θεραπεία (therapèia), della cura. Piuttosto che pensare ad un’eventuale prevenzione attraverso controversi vaccini sperimentali, dalle incalcolabili prospettive di guadagno per le case produttrici. Si tratta, infatti, del maggior business di tutta la storia dell’umanità. Questa è l’unica cosa su cui tutti, negazionisti e non, concordano.

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https://lanuovabq.it/it/cure-domiciliari-un-primo-passo-del-parlamento

Gli sbagliati

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DI GIANFRANCO AMATO

 

Il 3 febbraio 1975 sul “Corriere della Sera” apparve un articolo dell’intellettuale triestino Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati”. Questo suo coraggioso intervento pubblico in difesa della vita e contro l’aborto, gli valse la replica stizzita e livorosa di Italo Calvino pubblicata sempre dal “Corriere della Sera” il 9 febbraio 1975, in cui l’autore del Marcovaldo, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, decise di troncare con lui ogni rapporto personale. Nella frase conclusiva, infatti, scrive: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».Quella replica, scomposta nei toni e ideologica nel merito, divenne poi una sorta di manifesto degli abortisti e continua ad avere una vasta diffusione anche sulla Rete Internet. Del pregevolissimo articolo di Claudio Magris, invece, non vi è alcuna traccia. Per questo ritengo doveroso consentire a tutti la possibilità di leggerlo integralmente. Merita di essere conosciuto, soprattutto nel mondo pro-llife in cui non è molto noto, e soprattutto meditato, parola per parola. Questo il testo:Dittatore mite e bonario, Cesare cercò di perdonare e di graziare i propri avversari politici, ma fece strangolare Vercingetorige. Non si può fargliene colpa, perché non sapeva, e forse non poteva capire, che anche Vercingetorige era un uomo, pur non essendo un romano.

Questa difficoltà di riconoscere gli uomini sembra ripresentarsi di continuo. In un recente articolo sul «Corriere» Giuseppe Montalenti si sofferma, nell’ambito della discussione sull’aborto, sui casi nei quali si ha la certezza che la persona concepita sia affetta da minorazioni gravissime e incurabili.

Non ho, ovviamente, nulla da obiettare alle precise argomentazioni scientifiche di Montalenti, che fa un elenco dettagliato delle malformazioni accertabili già nelle primissime fasi dell’esistenza di un individuo. Mi sembra tuttavia sorprendente il tono col quale vengono presentati questi casi clinici, i conflitti di coscienza che essi instaurano e la tragedia che essi rappresentano.

Montalenti parla della nascita di un «individuo gravemente tarato» come di una «iattura, talvolta per l’individuo stesso, sempre per i genitori e gli altri familiari, nonché per la comunità, alla quale in ultima analisi risalgono le responsabilità morali e materiali della cura e del mantenimento di questi individui incapaci di provvedere a se stessi e bisognosi di cure» (i corsivi sono miei).

Dopo aver notato come la «selezione naturale» provveda spesso ad eliminare, nel caso di aborti spontanei, gli «individui sbagliati», soggiunge: «Quindi, provvedendo all’eliminazione di altri individui sbagliati, casualmente sfuggiti alla selezione, non si fa altro che completare, perfezionare un processo naturale». Dunque, la soppressione di un minorato non appare più il gesto disperato di chi ritiene, a torto o a ragione, di risparmiargli una vita di dolore, non è una tragica decisione dettata dall’amore per quell’individuo e attuata per il suo e solo per il suo interesse; non è l’eutanasia, che la legge non può ammettere per gli arbitri pratici cui essa potrebbe dar luogo ma che merita rispetto e sospensione di giudizio morale per la sofferenza che coinvolge chi l’accetta.

L’individuo sbagliato, cioè il minorato, il focomelico, il malato mentale e così via, nell’amplissimo ventaglio di menomazioni e inferiorità nel quale i cosiddetti sani relegano tutti coloro cui essi negano la dignità umana, riceve o no il diritto di esistere non in base alla preoccupazione per la sua sorte, bensì alla preoccupazione per i fastidi e gli oneri arrecati alla società: spese, necessità di mutare situazioni sociali e istituzioni pedagogiche e così via.

Questa logica, che nell’articolo di Montalenti è applicata soltanto in riferimento ai casi estremi e drammatici, è la medesima che presiede all’accettazione disinvolta e sbrigativa dell’aborto in generale: anche in questo caso l’esistenza di una persona viene subordinata ai sentimenti che altri provano nei suoi riguardi, ai moti affettivi o viscerali che essa suscita o meno.

La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale, che è esposta alle aggressioni del talidomide, della denutrizione, delle carenze affettive o dell’emarginazione sociale e non conosce soluzioni di continuità.

Fra il cosiddetto neonato (salutato dal fiocco rosa o azzurro e portato incosciente al fonte battesimale) e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanta ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto, o fra il quarto e il secondo e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è più legati a un figlio di tre anni che a un figlio di tre ore, si soffre diversamente per una persona a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in uno stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione attiva. Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro della realtà di un altro.

Per evitare guai all’accomodante pragmatismo cattolico, qualche ingegnoso teologo scoprirà forse che l’anima viene insufflata al secondo o al terzo mese di gestazione, ben sicuro che comunque è impossibile dimostrare il contrario; i confessori sono sempre stati indulgenti in tema di aborto, come su tutto ciò che accade e svanisce in silenzio, ben più preoccupati di condannare il concubinato, il divorzio, i liberi modi di amare. Ma se dell’anima si può parlare impunemente, è per fortuna più difficile misconoscere la verità del corpo, così splendidamente rivendicata da Pasolini, uno dei pochissimi nostri poeti capaci di testimoniare l’integrità del vivere.

Dietro il dibattito sull’aborto sta una realtà che trascende anche questo problema, sta la giustificazione e l’accettazione delle cose così come sono, lo spaventoso culto borghese dei fatti. Non si tratta di infierire su chi commette l’aborto sotto la pressione di barbariche situazioni sociali; quando nel Faust Margherita, sola e disperata, uccide il neonato, essa desta solidarietà e comprensione, che non implicano approvazione o indifferenza nei confronti dell’infanticidio.

La prima colpa dell’aborto risiede certo nella nostra società feroce che addossa ogni responsabilità alla donna, che emargina e rifiuta la ragazza madre, che trascura ogni iniziativa per porre realmente i figli naturali o abbandonati in condizioni di parità, che ostacola i mezzi anticoncezionali; è dello stato che non persegue l’aborto quand’esso viene praticato nell’ovattato silenzio di cliniche frequentate da rispettabili borghesi e gestite da stimati professionisti. Ciò che però è stridulo nella campagna per l’aborto è la disinvoltura igienista, il tono allegro e baldanzoso che riduce una situazione tragica alla rivendicazione della libertà di fumare in classe o a una misura igienico-profilattica. Una settimana fa, in un dibattito a Trieste, il pubblico, compatto, rideva e si divertiva come all’avanspettacolo.

Combattuta con questo spirito, la campagna per l’aborto è una delle forme in cui si palesa quella persuasione totale delle coscienze, cui stiamo assistendo, ad accettare qualsiasi cosa.

Un premio Nobel per la medicina ha paragonato l’interruzione della maternità alla distruzione dell’abbozzo di un edificio rispetto a quella di un edificio completo, scordando che l’uomo è qualitativamente diverso da un progetto architettonico, sia esso Santa Maria del Fiore, le rovine di Cnosso o il palazzo della Rinascente.

L’indifferenza appare paurosamente estensibile a piacere; stiamo forse avvicinandoci a poco a poco a un grande massacro, al momento in cui nemmeno l’attuale iniqua distribuzione dei mezzi di sostentamento potrà garantire l’attuale ingiusto equilibrio: la «selezione naturale», ovvero il dominio dei più forti, assumerà l’aspetto diretto del massacro e la nostra coscienza sarà pronta ad allargare il novero degli «individui sbagliati», a stabilire chi sia sbagliato e rispetto a chi, quale sia il quoziente di capacità affettiva e intellettiva necessario per riconoscere agli altri la dignità umana, chi sia irrecuperabile, a chi sia lecito disconoscere ogni scintilla di personalità.

La coscienza borghese, che si scandalizza delle scelte amorose difformi dalla norma corrente, accetta invece questo «processo naturale» (malattie, minorazioni, morti) come una provvidenza della natura che si preoccupa di selezionare, di diminuire il numero degli aventi diritto a partecipare alla spartizione dei brevi beni che la vita può offrire. Non intendo certo attribuire a Montalenti opinioni che so bene egli non professa, ma mi pare di non poter sottacere la preoccupazione per il tono ottimista o neutrale con cui si parla degli individui sbagliati — o, nel caso dell’aborto, non voluti — e con cui si sancisce questa situazione.

Analoga è la concezione regressiva, così spesso affermata, secondo la quale la legge dovrebbe comunque adeguarsi al costume, rispecchiare e sanzionare i fatti. Se così fosse, le leggi razziste dell’Alabama sarebbero giuste perché si adeguano al costume razzista imperante, e lo stesso varrebbe per le leggi di Norimberga, che s’adeguavano al diffuso antisemitismo, o per le attenuanti concesse al delitto d’onore, che riflettevano un costume comune.

La legge democratica, rivoluzionaria deve incidere sul costume, tendere a correggerlo e a modificarlo; ha giustamente abolito le attenuanti concesse al delitto d’onore, e non già per infierire su un disgraziato coatto dal suo ambiente, bensì per non rafforzare quel costume e quella coazione.

La «non scritta legge degli dei», per la quale si batte Antigone contro il tiranno della città, è la legge di ciò che deve essere, non di ciò che è; la tensione alla libertà, non la codificazione della schiavitù.

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Gli sbagliati

Senza volto

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di Gianfranco Amato

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizioni anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso. Si tratta di un modello culturale da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento. Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è stata un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come πρσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto. Il volto è anche ciò che contraddistingue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona). Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristo è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto. Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinito. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto». Mai come in questi tempi in cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, senza dignità, senza identità, senza libertà. Ancora una volta Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

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