Danni da dipendenze. Ecco perché non si può paragonare la cannabis con tabacco e alcool

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Segnalazione di Pro Vita & Famiglia

di Luca Marcolivio

C’è chi, per giustificare la legalizzazione della cannabis, tira fuori il tabacco e l’alcool, legali eppur dannosi. Un’argomentazione che non regge affatto. Pro Vita & Famiglia ne ha parlato con Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente del Family Day. Secondo Gandolfini, sarebbe assolutamente controproducente seguire le orme di Paesi come il Canada, dove la legalizzazione ha portato ad effetti sociali disastrosi.

Professor Gandolfini, c’è chi dice: perché accanirsi contro la cannabis, quando tabacco e alcool, entrambi legali, spesso generano dipendenza e danni alla salute? A suo avviso, è un ragionamento sensato?

«Possiamo dare due risposte, la prima delle quali è di carattere culturale e ideologico. Il fatto che siano già in commercio sostanze tossiche e nocive come il fumo e l’alcool non autorizza a immettere nel mercato legale una terza sostanza tossica e nociva come la marijuana o la cannabis. Poiché abbiamo già in commercio sostanze nocive e illegali, perché non aggiungerne un’altra e liberalizzare tutto? Mi sembra un ragionamento sballato e ideologico…».

L’altra risposta di che tipo è?

«Concerne un aspetto di natura tecnico-scientifica: la cannabis è una sostanza psicotropa, in grado di alterare, soprattutto nei giovani e negli adolescenti, lo sviluppo di importanti aree cerebrali, con conseguenze che si possono manifestare più avanti, intorno ai 30-35 anni. A maggior ragione è una sostanza che non può essere legalizzata, perché il danno che viene impresso a livello cerebrale, viene comprovato da tutta la letteratura internazionale sul tema. Quindi, è un danno che può portare conseguenze gravissime per la persona e per la società. Se poi ci troviamo a dover trattare un paziente che è diventato cronicamente psicotico, schizofrenico, dipendente, anche i costi sociali aumentano. Pertanto, sono nettamente contrario alla liberalizzazione della cannabis “ricreativa”».

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C’è chi insiste ancora sulla distinzione tra droghe “leggere” e droghe “pesanti”: perché questa affermazione non regge?

«Si tratta di una distinzione assolutamente inaccettabile sul piano scientifico-farmacologico. Non esistono droghe leggere. Parliamo di sostanze psicotrope, alcune delle quali sono più potenti (vedi l’eroina) e altre meno (vedi la marijuana). Ciò non toglie nulla al fatto che si tratta di sostanze tossiche che agiscono sul sistema nervoso centrale. La cannabis è quindi una sostanza con tutte le caratteristiche delle sostanze psicotrope, ovvero la tolleranza, primo step, nel quale il paziente inizialmente tollera la sostanza ma deve sempre più aumentare il dosaggio, per cui si arriva al secondo step, quello dell’assuefazione: per ottenere gli stessi effetti psicotropi, bisogna aumentare la quantità di sostanza che li produce. Terzo passaggio, proprio di tutte le sostanze psicotrope, marijuana compresa, è la dipendenza. Se una sostanza crea tolleranza, assuefazione, dipendenza, siamo di fronte a una sostanza psicotropa che, come tale, deve essere considerata».

Quali potrebbero essere le conseguenze sociali di una legalizzazione, anche alla luce dell’esperienza di altri Paesi?

«Al di là delle previsioni e delle convinzioni personali che chiunque può avere, andiamo a vedere cosa accade nei paesi che hanno legalizzato. Il controllo reale, effettivo e concreto della coltivazione delle piante per uso personale a livello domiciliare è inesistente. In Canada (su cui ho compiuto uno studio particolare), primo Paese che si è messo su questa strada, dalle 3-4 piantine per uso personale, si è arrivati a una produzione personale per il mercato nero. Il secondo livello sociale importante, che dobbiamo tenere presente per ciò che concerne gli altri Paesi, riguarda l’aumento del numero di incidenti stradali e del numero di persone che devono ricorrere al pronto soccorso per ragioni a vario titolo legate alla cannabis. Il mercato illegale della marijuana non è per nulla diminuito. In compenso, parallelamente al maggior utilizzo di cannabis e marijuana, sono aumentati anche la dipendenza da altre droghe e da alcool. In definitiva, in tutti i Paesi dove si è optato per la liberalizzazione, non abbiamo un solo dato che possa essere considerato positivo. Abbiamo solo dati negativi. Se questa è l’esperienza di chi ci ha preceduto, perché dovremmo cadere nello stesso baratro? Anche per questo sono assolutamente contrario alla legalizzazione della cannabis».

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/danni-da-dipendenze-ecco-perche-non-si-puo-paragonare-la-cannabis-con-tabacco-e-alcool

Lo Spettro delle Elezioni si aggira sull’Italia

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A Dio piacendo si voterà Domenica 25 Settembre 2022

di Alfio Krancic

Le dimissioni di Draghi e la sua uscita di scena, hanno causato un’ondata di emozione e di dolore senza precedenti fra le élite atlantiste, eurocratiche e globaliste. Lamentazioni e gemiti si sono levati alti verso il cielo. Sull’Italia e su coloro che hanno causato la caduta del Santo Banchiere sono state auspicate le 10 piaghe d’Egitto. Da Bruxelles la Von der Leyen ha lanciato una fatwa, accompagnata da maledizioni e profezie di sventura. Altri augurano al nostro paese, come sommo castigo, uno spread impazzito e fuori controllo. Gli oligarchi di Bruxelles hanno previsto per l’Italia “pianto e stridor di denti“, sciagure e miseria. e morte.

Tutti i rappresentanti delle euro-oligarchie, hanno tessuto lodi sperticate verso lo scomparso Supermario e si sono uniti alle condoglianze per l’immensa perdita. Giornalisti singhiozzanti e con le lacrime agli occhi hanno intonato un “Magnificat” laico verso il Dimissionario. Paolo Mieli, con grande sprezzo del ridicolo, è arrivato a definire “sublime” il discorso finale al Senato di Draghi. Pare infine che Mattarella, padrino del fu PdC, si aggiri nella sua reggia ovattata e silenziosa, per i solitari corridoi, fra corazzieri silenti, invocando fra le lacrime il nome del perduto Draghi.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/07/21/lo-spettro-delle-elezioni-si-aggira-sullitalia/

 

Dopo Bergamo Pride, l’“Opera” Lgbtqia+ da 500 mila euro

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QUINTA COLONNA

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ancora non s’è spenta l’eco delle polemiche conseguenti al Bergamo Pride, “celebrato” con tanto di sigle di partito (tutte di Sinistra) presenti tra i promotori, nel corteo e sul palco, peraltro infischiandosene e calpestando il silenzio pre-elettorale, che già l’universo Lgbtqia+ torna alla carica e continua a far parlare di sé nel capoluogo orobico e sulla stampa.

Da L’Eco di Bergamo dello scorso 17 giugno, infatti, si è appreso delle fratture interne al consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti dopo la proposta del direttore artistico del Festival Donizetti Opera, Francesco Micheli, di realizzare un’opera lirica dedicata a Raffaella Carrà. Le divisioni verterebbero sui costi, particolarmente importanti, e sul taglio «sfidante e innovativo» – ma meglio sarebbe dire forzosamente provocatorio –, che si vorrebbe dare a questo lavoro, totalmente slegato dal contesto del Donizetti Opera e dalla tradizione e identità bergamasca, proprio nell’anno in cui – oltre tutto – la città, assieme a Brescia, viene chiamata ad essere capitale italiana della cultura.

«L’amministrazione comunale di Bergamo continua incessantemente nella sua opera rivoluzionaria – afferma in merito il consigliere comunale Filippo Bianchi di Fratelli d’Italia – all’insegna della propagazione dell’ideologia gender. Dalla Sinistra non viene portato nessun rispetto per il grande compositore bergamasco Gaetano Donizetti, poiché anche l’autorevole fondazione, che porta il suo nome, viene utilizzata, senza alcun ritegno» per tale scopo «con grande dispendio di risorse pubbliche». E prosegue: «La cittadinanza bergamasca è nauseata dalle continue imposizioni subite, secondo la volontà dell’agenda delle minoranze arcobaleno, che lottano per scardinare l’ordine naturale dalla società, introducendo il liberticida ddl Zan, l’aberrante pratica dell’utero in affitto, l’ideologia gender nelle scuole e sostituendo le vocali con gli asterischi». Ma non è tutto: «La Fondazione Teatro Donizetti – dice Bianchi – negli ultimi anni è divenuta, attraverso la Direzione artistica e la Donizetti web tv, uno strumento per veicolare la propaganda gender nella società. I bergamaschi sono stanchi di tutto questo, pretendono una Direzione artistica della Fondazione Teatro Donizetti in armonia con il tessuto sociale e spettacoli, che non trattino unicamente di ideologia gender. Inoltre, la cittadinanza si sta da tempo domandando, se la Fondazione Teatro Donizetti offra ruoli artistici di rilievo anche a chi sia eterosessuale, senza discriminazioni, o se solo personaggi del mondo arcobaleno, come testimonial del Bergamo Pride o espressione del sito web Gay.it, possano ambire a tali ruoli».

Il Corriere di Bergamo ha fornito intanto ulteriori dettagli sullo spettacolo ipotizzato, dettagli sconvolgenti: il budget previsto è di circa 500 mila euro per l’opera, che dovrebbe essere dedicata «alle conquiste di genere» e che dovrebbe prevedere la partecipazione del gruppo musicale «La Rappresentante di Lista», esponente del genere «queer pop» o della «queer music», come ribadito in numerose interviste. Nel n. 8 del 2021 di Vanity Fair Dario Mangiaracina, fondatore del gruppo assieme a Veronica Lucchesi, ha dichiarato che il loro duo si sente portatore di un’identità «fluida, perché la sessualità non ha confini. Ma son servite le definizioni, le lotte per i diritti, per poter affermare, come faccio io, di non volere essere “fissato” in uno schema di genere». Secondo loro, «ogni lotta è collegata. Non si può essere femministi, senza essere antispecisti, senza essere antifascisti». Ed ecco che ritornano i soliti luoghi comuni, in particolare quell’antispecismo, che ha originato il transumanesimo e che tutela il koala più dell’embrione umano.

Secondo il quotidiano online Prima Bergamo, Giorgio Berta, presidente del cda della Fondazione Donizetti, avrebbe congelato la proposta. Al momento, non vi sarebbero certezze circa l’entità dei fondi pubblici destinati a coprire la colossale cifra pretesa. Intanto, però, la temperatura politica è immediatamente tornata rovente. Il consigliere comunale Bianchi ha inviato un’interpellanza a risposta scritta, in cui specifica come, tra l’altro, «il gruppo musicale La Rappresentante di Lista si sia politicamente speso facendo pubblicare una lettera sul quotidiano La Stampa in favore del ddl Zan, richiedendone la calendarizzazione in Parlamento». Tutto considerato, chiede se si intenda esplicitamente dare «un taglio conforme all’ideologia gender» allo spettacolo ipotizzato a Bergamo, città il cui legame e quello della Fondazione Donizetti con Raffaella Carrà resta poi tutto da spiegare. Il consigliere Bianchi chiede, tra l’altro, chi siano gli altri artisti immaginati e quali i loro compensi, quali altri teatri italiani prevedano la messa in scena e «se sia confermata la notizia che il Presidente del Consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti, Giorgio Berta, intenda prudentemente congelare o archiviare tale progetto, dispendioso oltre misura ed ideologico», tale oltre tutto da non avere «nulla a che vedere con la tradizione e l’identità bergamasca».Insomma, Gay Pride ovunque, concerti, spot, artisti, film, telefilm, persino cartoni animati: il pressing della sfera Lgbtqia+ è continuo, insistente, provocatorio, martellante, prepotente, numericamente ridotto, ma deciso a far la voce grossa almeno finché chi la pensi diversamente non si arrenda e non se ne stia zitto. Ed è forte il sospetto che la totale assenza di rispetto più volte emersa contro la Chiesa cattolica dipenda da quel numero del Catechismo, il 2357, in cui le relazioni omosessuali vengono definite come «gravi depravazioni» ed «atti intrinsecamente disordinati», peraltro «contrari alla legge naturale», cioè tali da non poter essere «in nessun caso approvati». «Depravare», vocabolario alla mano, significa «corrompere moralmente, pervertire», con buona pace di quei sacerdoti e di quei vescovi, che ritengono che a far problema durante i Gay Pride siano solo le immagini blasfeme e non invece, come in effetti è in ambito cattolico, proprio i cortei in quanto tali.

REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: SANCISCE IL FALLIMENTO DI UNA LEGISLATURA

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

Il mancato raggiungimento del quorum costituisce non soltanto il naufragio dell’iniziativa referendaria – dagli obiettivi condivisibili, ma operata coi mezzi più confusi e contraddittori (cf. https://www.centrostudilivatino.it/referendum-per-la-giustizia-giusta-una-lettura-ragionata-dei-quesiti-proposti/)-, bensì pure il fallimento sui temi della giustizia di una intera legislatura: partita dalla manipolazione della prescrizione, proseguita con l’introduzione di istituti dagli effetti devastanti, quale l’improcedibilità in appello e in cassazione, e con destinazioni dei fondi Pnrr provvisorie e inutili, come l’ufficio per il processo, senza affrontare direttamente uno solo dei problemi emersi dal c.d. ‘caso Palamara’.

Se il bilancio è di cinque anni perduti, unitamente a risorse e a occasioni di riforme, il senso di responsabilità impone alle forze politiche, all’indomani di questa manifestazione di sfiducia dell’elettorato, di individuare i veri nodi della questione giustizia in Italia e, al di là delle divisioni, di assumere l’impegno perché la prossima legislatura sia dedicata ad affrontarli e a risolverli.

Ciò vuol dire, per restare allo stretto ambito della magistratura, puntare, oltre che a una vera e formale separazione delle carriere, che comunque ha bisogno di una modifica costituzionale, a estrapolare il giudizio disciplinare dal CSM, per affidarlo a un giudice non elettivo, ad adeguare gli organici di magistrati e personale di cancelleria, elevando l’attuale media della metà rispetto agli organici degli altri Pesi UE, a rivedere i meccanismi di ingresso nella funzione e di progressione in carriera, e quindi a cambiare le modalità del concorso e della nomina dei capi degli uffici.

Chi ha ricevuto un mandato dagli elettori, e siede in Parlamento e nel Governo, vari queste indilazionabili riforme, senza aggiramenti per via referendaria: che fanno tornare al punto di partenza, avendo nel frattempo bruciato tempo e denaro.

 

Referendum Giustizia: VOTIAMO TUTTI SI’

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di P. Becchi e G. Palma

Quando mancano meno di dieci giorni al 12 giugno, il silenzio nei talk show – con poche eccezioni – continua a regnare sovrano su un tema importante ma difficile come i referendum sulla giustizia; ben cinque quesiti abrogativi che – se approvati dal popolo – cambierebbero il volto della giustizia nel nostro Paese.

Si vota nella sola giornata di domenica 12 giugno, dalle 7 alle 23, una decisione del governo discutibile, anche perché durante gli ultimi due anni, causa la pandemia, le tornate elettorali si son tenute sempre su due giorni, domenica e lunedì. È probabile che la corporazione della magistratura, che ha ottime sponde sia nel governo che in parlamento, abbia fatto pressione sull’esecutivo affinché il referendum si tenesse in un solo giorno e peraltro a scuole chiuse, per rendere difficile il raggiungimento del quorum. Infatti, affinché il referendum abrogativo sia valido, è necessario che si rechi a votare il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Fino alla scorsa settimana, se i sondaggi fossero veritieri, solo il 30% degli italiani sarebbe disposto a recarsi alle urne; quindi, è necessario che ciascuno dei sostenitori del Sì porti al seggio almeno un elettore che diversamente si sarebbe astenuto.

Come abbiamo già chiarito nei nostri precedenti articoli, noi siamo per il Sì a tutti e cinque i quesiti referendari. Le ragioni le abbiamo spiegate nel nostro ultimo libro “Referendum Giustizia: tutte le ragioni per votare Sìedito da GpM edizioni. Nei giorni scorsi ci siamo occupati su questo sito su due quesiti in particolare, quello sull’abrogazione della legge Severino e quello sui limiti agli abusi della custodia cautelareoggi vogliamo porre l’attenzione sugli altri tre: sistema di elezione del Csm, equa valutazione dei magistrati nei consigli giudiziari distrettuali e separazione delle carriere.

  • Csm, sistema di elezione 

Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati, presieduto dal Presidente della Repubblica. Ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, i componenti del Csm “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio”. I primi sono detti membri togati, i secondi laici.

I membri laici non hanno bisogno di candidarsi, sono infatti eletti autonomamente dal Parlamento tenuto conto dei soli requisiti indicati dalla Costituzione: vanno scelti tra i professori universitari ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Per i membri togati esiste invece una procedura particolare, regolata dall’art. 25 della legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura). Il terzo comma dell’art. 25, oggetto di quesito abrogativo, prevede che i magistrati che intendono candidarsi al Csm presentino la loro candidatura in “una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta”

Insomma, se un magistrato si vuole candidare al Csm deve aderire necessariamente ad una “corrente”, rendendo possibili in questo modo vere e proprie fazioni politiche all’interno della magistratura. È da qui che nasce il “sistema delle correnti” che dal 1992 in avanti, sull’onda delle inchieste di Tangentopoli, è servito alla magistratura per intervenire – direttamente o indirettamente – nel processo democratico del Paese, condizionando talvolta le sorti di Parlamento e Governo. Se il quesito abrogativo fosse approvato, cioè se vinceranno i Sì all’abrogazione, i giudici che vorranno candidarsi al Csm potranno presentare liberamente la propria candidatura senza raccogliere firme e quindi senza aderire a fazioni politiche.

  • Equa valutazione dei magistrati 

Presso ciascun distretto di Corte d’appello sono istituiti i consigli giudiziari distrettuali, detti anche mini-Csm. Sono composti per lo più da magistrati, ma anche da professori universitari in materie giuridiche e avvocati. Si tratta dunque di un organo che rispecchia la composizione “mista” del Csm, così da garantire al suo interno la rappresentanza di tutti gli attori della giustizia. Tra le funzioni dei consigli giudiziari c’è anche quella della valutazione sulla professionalità dei magistrati, dal cui voto sono però esclusi professori e avvocati.

Le norme interessate dal quesito abrogativo sono alcune di quelle contenute nella legge che istituiva il Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, vale a dire il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150. In caso di abrogazione delle norme oggetto del quesito, avvocati e professori universitari facenti parte dei Csm distrettuali potranno infatti esprimere, al pari degli altri componenti, la loro valutazione in ordine alla professionalità dei magistrati che prestano servizio nel distretto.

Come dice una vecchia locuzione latina, canis canem non est (cane non mangia cane), quindi l’obiettivo del referendum è evidente: smantellare il corporativismo giudiziario ed evitare l’autoreferenzialità della magistratura, in modo che non siano solo i giudici a valutare i giudici, ma anche altri importanti protagonisti del settore come appunto professori in materie giuridiche e soprattutto gli avvocati. Del resto, non si capisce perché questo debba valere per il Csm, dove decidono anche  professori e avvocati e non per i cosiddetti mini-Csm.

  • Separazione delle carriere

Il quesito riguarda l’abrogazione delle norme di legge vigenti che consentono il passaggio dei giudici dalla funzione requirente a quella giudicante, e viceversa. La funzione requirente è svolta dal pubblico ministero che fa le indagini, cioè dalla Procura che sostiene l’accusa, quella giudicante è svolta dal giudice di tribunale, di Corte d’appello o di Cassazione che giudica l’imputato. Il testo del quesito riguarda l’abrogazione di alcune disposizioni di legge a partire dal Regio decreto n. 12/1941 (quello sull’ordinamento giudiziario), fino alla nuova disciplina dell’accesso in magistratura (D.Lgs. n. 160/2006) e gli interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario (d.l. n. 193/2009 convertito con modificazioni nella Legge n. 24/2010).

Sino alla riforma del codice di procedura penale (d.p.r. n. 447/1988), pubblico ministero e giudice erano seduti in aula sullo stesso scranno, in un sistema inquisitorio in cui l’inquirente era una sorta di para-giudice che si poneva al di sopra della difesa. Le cose cambiano con la riforma del codice di procedura alla fine degli anni Ottanta e con la riforma dell’art. 111 della Costituzione nel 1999, cioè con la trasformazione del processo penale da inquisitorio ad accusatorio (secondo cui la prova si forma nel dibattimento in condizioni di parità tra accusa e difesa), ma l’ordinamento giudiziario è rimasto ancora quello degli anni Quaranta, con l’intercambiabilità delle funzioni giudiziarie.

Ad oggi l’accesso in magistratura consente al vincitore del concorso di optare per la funzione prescelta e cambiarla fino a quattro volte nel corso dell’intera carriera, con un intervallo di almeno cinque anni da un cambio all’altro. Può un ex pubblico ministero essere davvero equidistante quando passa dalla funzione requirente a quella giudicante? Crediamo proprio di no, visto che il modus operandi adottato nelle due funzioni è completamente diverso (uno è abituato ad accusare, l’altro a giudicare con terzietà). L’abrogazione proposta dal quesito aprirebbe pertanto la strada alla netta separazione delle carriere dei magistrati. Nel caso in cui al referendum vincesse il Sì all’abrogazione, una volta intrapresa una delle due carriere – requirente o giudicante – il magistrato non potrebbe più optare per l’altra. Ciò garantirebbe la piena realizzazione del principio del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione, secondo cui ogni processo si deve svolgere “davanti a giudice terzo e imparziale”.

A proposito di separazione delle carriere, vale la pena di ricordare quanto disse Giovanni Falcone – giudice simbolo della lotta alla mafia – in un’intervista del 3 ottobre 1991: “Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”.

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Se si vuole davvero cambiare la giustizia, il 12 giugno servono cinque Sì. Se il referendum non dovesse raggiungere il quorum sarebbe una sconfitta non di un partito ma di tutto il Paese e anche i tentativi di governo e Parlamento per cambiare qualcosa nell’ordinamento giudiziario diventerebbero molto più difficili senza il sostegno del consenso popolare. Non dimentichiamo che le norme che riguardano la separazione delle carriere e l’elezione dei membri togati del Csm devono essere ancora approvate dal Senato.

 

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Per coloro che volessero approfondire l’argomento sui Referendum Giustizia del 12 giugno 2022, ecco il libro di P. Becchi e G. Palma: “Referendum Giustizia: tutte le ragioni per votare Sì“, GpM edizioni (sia in versione e-Book che in versione cartacea):

Si vota nella sola giornata di domenica 12 giugno 2022, dalle ore 7 alle ore 23!

Riti magici, streghe e sortilegi: spunta pure una guerra “esoterica” tra Russia e Ucraina

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IN UCRAINA E IN RUSSIA

Accanto allo scontro armato, tra Russia e Ucraina si combatte una guerra occulta fatta di riti e invocazioni per sostenere gli eserciti in campo. A Mosca il raduno delle streghe pro-Putin

di Marco Leardi

Riti propiziatori, formule magiche, incantesimi e sortilegi. Inni intonati all’unisono per invocare la vittoria. Talismani e amuleti agitati contro il nemico. Tra Russia e Ucraina si sta combattendo una guerra occulta, parallela a quella sostenuta con le armi e le operazioni militari. Un conflitto esoterico nel quale alle forze dispiegate sul campo si aggiungo quelle immateriali e misteriose evocate dall’aldilà. E non si tratta di dicerie o pittoresche leggende: nelle ultime settimane, a Mosca e Kiev, alcune streghe “accreditate” avrebbero iniziato a praticare rituali con il solo obiettivo di sostenere gli eserciti dei rispettivi paesi, nonché l’azione dei loro leader. Lo documentano, con tanto di immagini, alcuni media stranieri.

Così, dalla capitale della Russia arrivano notizie di raduni esoterici per supportare Vladimir Putin. Come riportato da Asianews, decine di donne vestite con un saio nero si sono radunate a Mosca per espimere solidarietà allo Zar e invocare per lui l’ausilio delle forze occulte. A guidare il rito popiziatorio Aljona Polin, considerata la principale fattucchiera russa, nonché fondatrice dell’associazione delle “Grandi streghe di Russia”. Già lo scorso 12 marzo, come testimoniato da alcuni video, la donna aveva convocato un consiglio generale delle streghe a sostegno di Putin. In quell’occasione erano stati pronunciati inni e formule magiche in favore del presidente, la cui immagine era stata posta al centro di un “cerchio del potere” formato dalle partecipanti al rituale.

Che si manifesti la grande forza della Russia!“, aveva ripetuto la chiromante, chiedendo agli spiriti di “dare forza e potere alla Russia e guidare correttamente il percorso del presidente Putin“. Durante il rito venivano anche intonate maledizioni contro i nemici dello Zar. Chi pretende di passare in mezzo a noi, chi ha deciso di andarsene da noi, chi mente in ogni cosa che dice, per i secoli dei secoli questi nemici saranno maledetti!“.

Intanto, anche sul fronte ucraino si praticano analoghi rituali con l’opposto scopo di fermare l’avanzata russa. Secondo quanto riferito dall’agenzia Unian, infatti, le streghe di Kiev starebbero mettendo a punto un “rituale” in tre fasi per estromettere Putin dal teatro di guerra. Il cerimoniale esoterico – a quanto si apprende – si dovrebbe svolgere in quello che è considerato un “luogo del potere” ammantato di mistero, ovvero il Monte Calvo, vicino alla capitale dell’Ucraina. Di questi rituali si dice al corrente anche padre Taras Zephlinsky, attivista della chiesa greco-ortodossa di Kiev, il quale all’AdnKronos non ha nascosto la propria preoccupazione per chi vuole “giocare con il maligno”.

Tra riti magici e spiriti invocati, la drammatica attualità si fonde a superstizioni e ancestrali credenze. Le dottrine esoteriche affiancano i piani di guerra.

VIDEO NEL LINK SOTTOSTANTE:

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/riti-magici-streghe-e-sortilegi-guerra-esoterica-russia-e-2028544.html

“Locali” e “camere di controllo”, così la ‘ndrangheta ha dispiegato la propria «forza espansionistica» in Italia

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Segnalazione di Mario Spezia

Le proiezioni delle cosche regione per regione: dal Nord “colonizzato” alle enclavi in Toscana e nel centro del Paese

Insediamenti ormai strutturati in “locali” in tante regioni, soprattutto del Nord, propaggini e ramificazioni in altre: la ‘ndrangheta è ormai dovunque ci siano interessi economici e business. La mappa della presenza delle cosche calabresi anche oltre i confini della regione è ben delineata nell’ultima relazione semestrale della Dia (Direzione investigativa antimafia), che, sulla scorta di risultanze investigative e anche giudiziarie, definisce ormai «emblematica» la «forza espansionistica» della ‘ndrangheta e la sua «vocazione a replicare fuori delle aree di origine lo schema tipico delle organizzazioni calabresi». Una presenza massiccia soprattutto nel Nord Italia, nel quale la Dia ha censito 46 “locali” (25 in Lombardia, 16 in Piemonte, 3 in Liguria, 1 in Veneto, 1 in Valle d’Aosta e 1 in Trentino Alto Adige”) ma sempre più palpabile anche nel Centro Italia.

Dalle “locali” in Piemonte alle “camere di controllo” in Liguria

A partire dal Lazio nel quale – rimarca la Dia – «coesisterebbero le matrici criminali autoctone con quelle tradizionali di ‘ndrangheta, camorra, mafia siciliana e criminalità pugliese, che alla violenza prediligono la ricerca di produce relazioni affaristico-imprenditoriali tese alla contaminazione del tessuto economico legale». Addirittura la ‘ndrangheta viene descritta nella relazione Dia come «una seria minaccia allo scenario socio-economico» del Piemonte, nel quale «si conferma una ormai consolidata inversione di rotta della ‘ndrangheta laddove le azioni violente vengono intraprese solo quale extrema ratio in ossequio alla necessità di agire sotto traccia. Ciò consente ai vertici delle consorterie di tessere fitte trame affaristiche imprenditoriali e politiche senza i riflettori investigativi accesi e focalizzati. Dalle prime cellule di ‘ndrangheta si è giunti nel tempo alla costituzione di veri e propri locali e pertanto all’esatta riproduzione nell’area di strutturati organismi mafiosi calabresi». Nella relazione della Dia vengono poi censiti i “locali” ormai costituiti nelle varie aree del Piemonte, a partire dal capoluogo Torino, dove è emersa l’operatività del “locale” di Natile di Careri costituito dai Cua-Ietto-Pipicella, insieme a esponenti delle ‘ndrine Cataldo di Locri, Pelle di San Luca e Carrozza di Roccella Jonica, inoltre insiste a Torino anche il “locale” di Siderno fondato dai Commisso e da alcuni esponenti dei Cordì di Locri. A questi vanno poi aggiunti gli insediamenti ‘ndranghetistici censiti praticamente in tutto il Piemonte, al punto che – sottolinea l’ultima relazione semestrale della Dia – «può affermarsi come allo stato non vi siano segnali di un ridimensionamento della ‘ndrangheta, che potrà continuare a rivestire un ruolo di primissimo piano sullo scenario grazie alla capillarità dei sodalizi». Inoltre, «già da diverso tempo si ha contezza di insediamenti ‘ndranghetistii attivi in Valle d’Aosta», aggiunge la Dia registrando «segnali inequivocabili relativi alla presenza di soggetti contigui a talune potenti consorterie calabresi quali gli Iamonte, i Facchineri e i Nirta. In tale contesto i gruppi criminali organizzati si sono dimostrati sempre pronti a contaminare i mercati leciti al fine di riciclare gli ingenti capitali di cui dispongono»: l’operazione “Geena” ha inoltre sancito l’esistenza adì un “locale” di ‘ndrangheta riconoscibile alla cosca sanlucota Nirta-Scalzone. In Liguria, a sua volta, per la Dia «pare ormai assodato il coinvolgimento delle consorterie ‘ndranghetiste radicate sul territorio» nei maggiori traffici illeciti, in particolare quello della cocaina: «Numerose inchieste hanno fatto emergere la presenza di una struttura criminale ‘ndranghetista denominata “Liguria”, alla quale fanno riferimento altre unità periferiche e locali che seppur strettamente collegati al “Crimine” reggino sono comunque dotati di autonomia strategico-operativa dislocate a Genova, Lavagna, Ventimiglia. Alcune ricostruzioni investigative hanno fatto emergere in capo al locale di Genova anche il ruolo di “camera di controllo” regionale, al cui vertice si collocherebbe la famiglia Gangemi con la funzione di raccordo tra il Crimine reggino e le unità periferiche liguri. Il locale di Ventimiglia invece – si legge nella relazione – svolgerebbe la funzione di “camera di passaggio” deputata a garantire una “continuità” operativa e strategica con le analoghe strutture ultra nazionali presenti in Costa Azzurra (Francia)».

Nicolino Grande Aracri, boss dell’omonima cosca di Cutro operativa in Emilia Romagna
La capillare penetrazione in Lombardia e il radicamento in Emilia Romagna

Confermata poi dalla Dia la penetrazione capillare della ‘ndrangheta in Lombardia «mediante le proprie strutture organizzative a partire da quella di coordinamento cosiddetta camera di controllo la Lombardia” sovraordinata ai locali presenti nella regione e in collegamento con la casa madre reggina. Nella regione risulterebbero operativi 25 locali di ‘ndrangheta nelle province di Milano (locali di Milano, Bollate, Bresso, Cormano, Corsico, Pioltello, Rho, Solaro e Legnano), Como (locali di Erba, Canzo-Asso, Mariano-Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco-Cermenate), Monza-Brianza (locali di Monza, Desio, Seregno, Lentate, Limbiate), Lecco (locali di Lecco e Calolziocorte), Brescia (locale di Lumezzane), Pavia (locali di Pavia e Voghera) e Varese (Lonate Pozzolo). Tale schema – sostiene la Direzione investigativa antimafia – deve intendersi solo indicativo e non esaustivo in termini di mappatura criminale calabrese nel territorio lombardo in considerazione delle caratteristiche dei gruppi criminali che operano in Lombardia ove, al di là di alcune eccezioni, non sempre è replicato il modello di controllo del territorio tipico delle organizzazioni di riferimento delle regioni d’origine». Quanto al Trentino, la posizione geografica della Regione – scrive la Dia – «ha favorito in particolare la ‘ndrangheta che nel tempo ha costitutivo una sorta di testa di “ponte” verso le sue proiezioni radicate in Germania (la presenza della criminalità calabrese è formalizzata con la costituzione del locale di ‘ndrangheta insediato a Lona Laes, in provincia di Trento, espressione della cosca reggina Serraino)». Così come «già da tempo» secondo la Dia anche il Veneto «è risultato appetibile per le consorterie mafiose e in particolare per la criminalità calabrese» come emerge da operazioni come “Isola Scaligera”, condotta contro un sodalizio facente capo alla cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e l’operazione “Taurus” nei confronti di esponenti delle famiglie Gerace-Albanese-Napoli-Versace», e ancora in Friuli «è emersa da anni la presenza di soggetti riconducibili alla ‘ndrangheta specialmente nel settore edile, estrattivo e del trasporto in conto terzi». In Emilia Romagna la Dia registra «la perdurante operatività della cosca cutrese dei Grande Araci» ma anche «a testimonianza di un “sistema integrato e radicato” tra imprese, appalti e affari in cui opererebbero le consorterie», il «consolidato e persistente radicamento della ‘ndrangheta con qualificate proiezioni d cosche reggine (Bellocco, Iamonte, Mazzaferro, Morabito-Palamara-Bruzzaniti), vibonesi (Mancuso), crotonesi (oltre ai curtensi, anche i cirotani Farao Marincola) e di altre famiglie calabresi che in generale compongono una mappatura criminale complessa». In Toscana poi – prosegue la Dia – «le attività info-investigative pregresse ed attuali hanno evidenziato la capacità di erosione del tessuto economico toscano soprattutto della ‘ndrangheta e della camorra e in misura meno diffusa di Cosa Nostra» confermando come «elementi contigui alla criminalità calabrese operino sul territorio conformemente alle consolidate strategie dell’organizzazione mafiosa mantenendo il centro nevralgico in Calabria ma svolgendo molte attività criminale attraverso una costante opera di proiezione fuori dall’area di origine. Particolarmente accentuata sembrerebbe anche la capacità della ‘ndrangheta di infiltrare il settore politico-amministrativo regionale. Così è emerso dai riscontri giudiziari delle operazioni “Calatruria”, “Keu” e “Geppo”», concluse a carico di soggetti riconducibili alla cosca Gallace di Guardavalle. Ma anche in Umbria e nelle Marche, sebbene ancora non si riscontrino insediamenti strutturati, non mancano per la Dia propaggini criminali legate alla ‘ndrangheta («È il caso della provincia di Pesaro Urbino nella quale è stata accertata l’operatività di soggetti riconducibili alle cosche dell’area reggina e dell’Anconetano, dove è stato riscontrato come alcuni soggetti legati alla ‘ndrina Grande Aracri fossero dediti a pratiche usurarie ed estorsive», si legge nella relazione semestrale), e anche in Sardegna, che – sostiene la Dia – «appare estranea a forme di criminalità organizzata di tipo mafioso» ma da tempo rileva la presenza di soggetti riconducibili alle mafie tradizionali come quella calabrese impegnati in attività di riciclaggio e reinvestimento dei proventi illeciti (derivanti soprattutto dal traffico di droga) nella fiorente economia turistica di questa regione. (redazione@corrierecal.it)

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/04/23/locali-e-camere-di-controllo-cosi-la-ndrangheta-ha-dispiegato-la-propria-forza-espansionistica-in-italia/

Gratteri: «Dopo la guerra in Ucraina la ‘ndrangheta comprerà armi a prezzo da outlet»

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Il procuratore di Catanzaro: «È già successo in Bosnia, dove i clan hanno acquistato dalla mafia pugliese o barattato con la coca»

CATANZARO «Non succederà adesso, ma a bocce ferme. In questo momento le armi servono per fare la guerra, non per fare baratti. Alla fine delle ostilità chi avrà bisogno di armi andrà a comprarle a prezzi da outlet, come già accaduto in Bosnia. Quando la ‘ndrangheta ne ha avuto bisogno, è andata in Bosnia a comprare armi, le ha comprate dalla mafia pugliese oppure le ha barattate con la cocaina». Così all’AdnKronos il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sul rischio che l’enorme giro di armi ed esplosivi, mitra, bombe, missili anti carro, arrivati in Ucraina, possano in qualche modo finire nel circuito della grande criminalità organizzata internazionale, dove la ‘ndrangheta la fa da padrone.
«La ‘ndrangheta – spiega Gratteri -, ha già avuto questo tipo di armi, non sarebbe un elemento di novità. La ‘ndrangheta non ha questa primazia, tutte le organizzazioni criminali che hanno bisogno di armi andranno a cercarle a basso costo, ad un costo inferiore rispetto a quello del mercato nero. Ma le mafie non hanno mai avuto problemi di approvvigionamento di armi, perché nel mondo ce n’è una grande quantità, l’approvvigionamento può avvenire dove si vuole. Dalla Svizzera all’ex Jugoslavia e in qualsiasi teatro di guerra c’è il mercato nero delle armi, dunque non sarebbe una novità. Anche se, ribadisco, c’è la possibilità di comprare armi più sofisticate a buon prezzo».
Quanto al modo per impedire che ciò accada, Gratteri chiosa: «Se gli Stati si parlano, se le polizie e le magistrature si parlano, sarebbe l’unico modo per impedirlo».

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/03/16/gratteri-dopo-la-guerra-in-ucraina-la-ndrangheta-comprera-armi-a-prezzo-da-outlet/

Luca Palamara: Le verità nascoste sulle fughe di notizie

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NOTA STAMPA:

La problematica della fuga di notizie riservate dagli uffici della Procura della Repubblica, è spesso sminuita all’interno della magistratura da parte di chi sostiene:

• che la pubblicazione di atti e informazioni da qualificarsi segreti ai sensi del codice penale riguarda un numero minimo di casi;
• che in questi pochi casi le fughe di notizie sono, comunque, solamente “asserite”;
• che la rivelazione che precede tale pubblicazione è un reato grave, che ogni volta diventa oggetto di indagine;
• che è estremamente difficile individuarne gli autori considerando: il numero non limitato di soggetti a conoscenza del segreto; la possibilità per il giornalista di non rilevare la fonte; l’utilizzazione di chat segrete per inviare e/o ricevere gli atti.

Tuttavia, la realtà sembra dire altro:
non è vero che le fughe di notizie riguardano un numero limitato di casi. Infatti a partire da calciopoli del 2006, quando l’Espresso pubblicò il famoso “libro nero”, si sono moltiplicati i casi in cui atti e notizie secretati sono stati interamente pubblicati dagli organi di stampa. Tra i più eclatanti, basta ricordare: la diffusione dell’audio Berlusconi–Sacca’ nell’indagine sulla compravendita di voti a Napoli; l’intercettazione Fassino–Consorte nell’inchiesta Unipol; la diffusione delle telefonate Adinolfi–Renzi nell’inchiesta sulla CPL Concordia; la diffusione degli interrogatori nell’inchiesta Consip; la diffusione delle intercettazioni nell’inchiesta perugina sul CSM; la recente indagine sulla fondazione Open di Matteo Renzi. E gli esempi potrebbero tranquillamente continuare;

non è vero che le fughe di notizie sono “asserite”. Infatti quando i giornali pubblicano atti riservati, la fuga di notizie deve considerarsi “conclamata” e non “asserita”. Questo è quello che ad esempio è avvenuto nella vicenda della fondazione Open posto che i principali quotidiani nazionali hanno pubblicato atti coperti dal segreto dell’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze (si pensi ad esempio ai conti correnti, alle missive riservate, ai nominativi dei soggetti terzi da perquisire). Intervenendo nella trasmissione Piazza Pulita, il Cassese ha autorevolmente affermato che: “noi abbiamo una norma della Costituzione che dice che l’accusa va comunicata riservatamente al destinatario. È questa pubblicità che preoccupa soprattutto perché tra gli indagati il 75% risulta poi innocente. Invece nel caso di cui parliamo nessuno era indagato, eppure stanno subendo tutti un processo mediatico durissimo e ingiusto;

non è vero che le notizie riservate sono a disposizione di un numero non limitato di soggetti. In realtà la cerchia dei soggetti a conoscenza del segreto investigativo, soprattutto nella prima fase delle indagini, deve ritenersi limitata ai pubblici ministeri titolari delle indagini e agli ufficiali della polizia giudiziaria che hanno redatto l’informativa. Ciò si evince anche dalla lettura della sentenza n. 229 del 2018 della Corte Costituzionale, che annullando la norma che prevedeva la comunicazione di notizie riservate ai vertici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ha altresì precisato che: “nell’attuale sistema del codice di rito, il segreto investigativo deve assistere gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari… impedendo che sia conosciuto il contenuto di un atto d’indagine, il segreto investigativo, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 420 e n. 59 del 1995), si appalesa strumentale al più efficace esercizio dell’azione penale, al fine di scongiurare ogni possibile pregiudizio alle indagini”. Vale la pena ricordare che nell’agosto del 2016 in concomitanza con l’entrata in vigore di questa norma, tanti magistrati, tra cui i capi delle più importanti procure italiane, avevano duramente protestato temendo che in questo modo potesse allargarsi la ristretta cerchia dei soggetti a conoscenza di indagini riservate. Oggi, che i giornali pubblicano quasi in tempo reale notizie riservate di inchieste in corso, si ode solo un silenzio assordante.

Quali allora le cause della mancata individuazione dei responsabili? È proprio lo stretto collegamento spesso esistente tra gli inquirenti e i giornalisti rende estremamente problematico l’accertamento della responsabilità penale nel caso in cui si verifica una rivelazione di segreto d’ufficio. Sul punto il Dott. Gratteri, in una recente intervista sul quotidiano La Verità, afferma con molto coraggio che: “ci sono troppi mostri sbattuti in prima pagina per un cattivo rapporto tra magistrati e giornalisti. Abbiamo bisogno di giornalisti che raccontano il lavoro del magistrato perché la criminalità si combatte anche informando con onestà l’opinione pubblica in modo che si rafforzi una coscienza civile. Ma i giornalisti non devono fare i piacioni vantando rapporti privilegiati con questa o quella toga, non devono innamorarsi dei pubblici ministeri: il giornalismo che fa il copia e incolla delle ordinanze della magistratura passando le ore nelle sale di attesa rende un pessimo servizio alle due professioni e al paese nel suo complesso”.
Si tratta di parole che scattano una fotografia impietosa ma vera della realtà perché c’è un momento dell’indagine penale in cui chi indaga ha necessità di rendere il procedimento penale oggetto di attenzione mediatica al fine di ottenere vantaggi in termini di notorietà e carriera. Quando questo accade a scrivere sono sempre gli stessi giornalisti individuati come affidabili dal punto di vista della credibilità personale e della testata che rappresentano da parte dei pubblici ministeri e/o della polizia giudiziaria.

Nel giugno del 2007 la Corte dei diritti dell’uomo, nel caso Dupuis, ha definito la stampa il cane da guardia della democrazia. Pertanto il giornalista che riceve e pubblica una notizia riservata non fa altro che esercitare il suo mestiere anche in considerazione del fatto che il reato di rivelazione di segreto di ufficio è un reato del pubblico ufficiale e il giornalista ne risponde solamente, in concorso, se ha istigato o determinato lo stesso pubblico ufficiale a commetterlo. A ciò si aggiunga che il codice di procedura penale non obbliga il giornalista a rivelare la fonte da cui ha appreso la notizia.
In questo quadro individuare il pubblico ufficiale che materialmente si è reso responsabile del reato di rivelazione di segreto di ufficio, magari utilizzando chat segrete, diventa estremamente problematico anche perché le indagini su questi reati vengono svolte dalla stessa Procura della Repubblica presso cui si è verificata la fuga di notizie, con il paradossale effetto per cui i pubblici ministeri dovrebbero indagare su se stessi o peggio ancora sugli ufficiali di polizia giudiziaria con i quali normalmente lavorano, salvi i casi in cui non scatta la competenza prevista dall’art. 11 del codice di procedura penale.
Perché allora a prescindere da ogni altra eventuale forma di responsabilità penale, il Consiglio Superiore della magistratura in occasione della procedura di conferma quadriennale non valuta il comportamento del dirigente anche sotto questo profilo ed in particolare sulla sua capacità di aver adottato tutti gli accorgimenti idonei ad evitare la pubblicazione di atti e notizie riservate? Infatti nel nostro ordinamento esistono delle norme che impongono una serie di obblighi a chi, come ad esempio il Procuratore della Repubblica, ha la titolarità di gestire atti e notizie riservate la cui inosservanza può essere foriera di una responsabilità sul piano civile, amministrativo e disciplinare.

Al riguardo l’art. 111 della Costituzione stabilisce che nel processo penale la legge assicura che la persona accusata di un reato sia nel più breve tempo possibile informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico.
Tale articolo riceve una pratica attuazione nel D.Lvo 106/06 nell’art. 1, secondo comma, del D.Lvo 106/06 a mente del quale il Procuratore della Repubblica è tenuto ad assicurare il corretto, puntuale ed uniforme esercizio dell’azione penale nonché il rispetto delle norme sul giusto processo da parte del suo ufficio.
Più di recente il secondo comma dell’art. 89 bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, norma introdotta dalla riforma Orlando per disciplinare la segretezza delle intercettazioni, ha ulteriormente responsabilizzato il ruolo del Procuratore della Repubblica stabilendo che: “l’archivio è gestito, anche con modalità informatiche, e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del procuratore della Repubblica, con modalità tali da assicurare la segretezza della documentazione custodita. Il Procuratore della Repubblica impartisce, con particolare riguardo alle modalità di accesso, le prescrizioni necessarie a garantire la tutela del segreto su quanto ivi custodito”.

A chiudere il sistema vi è infine l’art. 124 del codice di procedura penale il quale stabilisce che i magistrati i cancellieri e gli altri ausiliari del giudice, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a osservare le norme di questo codice anche quando l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale. Benché sfornita di una specifica sanzione, questa norma ulteriormente responsabilizza il ruolo del Procuratore della Repubblica implicando in caso di inosservanza una responsabilità civile, disciplinare e/o amministrativa.
In conclusione la credibilità del sistema giudiziario passa anche attraverso la capacità dei suoi protagonisti di coniugare il diritto all’informazione con la tutela della privacy delle persone coinvolte e soprattutto con la capacità di chi indaga, pubblici ministeri e polizia giudiziaria di riferimento, di evitare corsie e canali preferenziali con questa o quella testata giornalistica, strumentalizzando in questo modo la funzione del processo penale che non diventa più il luogo nel quale verificare i fatti e la rilevanza penale degli stessi, ma uno strumento per realizzare altri fini ed altri obiettivi totalmente estranei a quella funzione.

Roma, vergogna Pd: bocciata la commemorazione per i martiri delle Foibe nel X Municipio

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di Cristina Gauri

Roma, 27 gen — Ci risiamo. All’approssimarsi del 10 febbraio, Giorno del ricordo, il Pd e accoliti antifascisti vari si dilettano nello sport preferito: negare, minimizzare, confutare e impedire che gli italiani commemorino la memoria della tragedia delle vittime delle Foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Leggi anche: Foibe e confine orientale: spieghiamo un po’ di storia ai nostalgici del comunismo

Accade così che nel X Municipio di Roma Capitale il Pd ha bocciato la mozione, presentata dal consigliere leghista Alessandro Aguzzetti, che chiedeva la commemorazione ufficiale del dramma delle Foibe, solennità civile come da legge ordinaria dello Stato 30 marzo 2004, n. 92. Nella proposta portata in consiglio da Aguzzetti si chiedeva di deporre ufficialmente una corona in ricordo dei martiri al monumento in Piazza Segantini, al Villaggio San Giorgio di Acilia, noto per aver ospitato i tantissimi esuli costretti ad abbandonare la propria terra per sfuggire ai massacri dei partigiani titini. Con questa ignobile decisione il Pd ha stabilito per l’ennesima volta che per loro non deve esserci pace, né ricordo.

Il Pd boccia la mozione sulle Foibe

«Quanto accaduto oggi durante il consiglio del X Municipio é gravissimo», questo il commento del consigliere. «La bocciatura del documento in cui si chiedeva una commemorazione ufficiale in memoria dei martiri delle Foibe, ossia degli italiani uccisi dai partigiani di Tito perché italiani, dimostra la vera natura ideologica di questa amministrazione. Una amministrazione che mostra una natura reticente e negazionista nei confronti di una tragedia troppi anni taciuta e ancor oggi sminuita, se non addirittura giustificata da una certa sinistra».

Uno schiaffo agli esuli 

Aguzzetti, che è stato espulso dopo la bocciatura della mozione, prosegue: «Questa è una grave mancanza di rispetto soprattutto per i residenti del quartiere Giuliano Dalmata di Acilia, che un tempo accolse gli italiani costretti a lasciare le loro case perché vittime di questa pulizia etnica. Un quartiere simbolo che ogni anno ricorda con commozione il 10 febbraio quanto accaduto». Conclude Aguzzetti ringraziando i consiglieri di opposizione per aver sottoscritto il documento «e la capogruppo della Lega Monica Picca per aver abbandonato l’aula per solidarietà al sottoscritto dopo la votazione. Il 10 febbraio ricorderemo i martiri delle foibe alle ore 19 a Piazza Segantini, invito i cittadini ad essere presenti e dimostreremo a questa amministrazione che anche senza la loro presenza il ricordo sarà sempre vivo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/roma-vergogna-pd-bocciata-la-commemorazione-per-i-martiri-delle-foibe-nel-x-municipio-222078/

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