Bibbiano, 24 rinvii a giudizio per l’inchiesta “Angeli e Demoni”

 

24 gli indagati rinviati a giudizio secondo il volere della Procura di Reggio Emilia per il caso “Angeli e Demoni”, l’udienza preliminare è fissata per il 30 ottobre davanti al Gup del tribunale di Reggio Emilia

Dopo mesi di silenzio si torna a parlare dell’inchiesta “Angeli e Demoni” e si riaccende la speranza di giustizia mentre si procede a piccoli passi verso la verità per i bambini di Bibbiano.

Sono 24 gli indagati rinviati a giudizio secondo il volere della Procura di Reggio Emilia che ha portato avanti l’inchiesta giudiziaria sugli affidi illeciti. L’udienza preliminare è fissata per il 30 ottobre davanti al gup, Dario De Luca, del tribunale di Reggio Emilia.

L’ordinanza della procura che analizzava i casi di alcuni minori che sarebbero state vittime di un sistema di affidi illeciti era stata la scintilla che, il 27 giugno scorso, aveva fatto scoppiare il caso Bibbiano. Dall’inchiesta “Angeli e Demoni” è emersa una serie di accordi sottobanco e favoritismi che svela un’enorme rete formata da enti privati e pubblici e collegata anche dalle istituzioni. Un sistema fatto di intrecci e atrocità che, per anni, sarebbe servito a favorire un business illecito di diverse centinaia di migliaia di euro. Dall’inchiesta della procura sono emerse finte relazioni, falsi documenti e pressioni psicologiche utilizzate dagli psicologi per riuscire a plagiare i minori. Vere e proprie opere di convincimento, meccanismi di persuasione e storie di fantasia per screditare le famiglie dei piccoli. Una volta “plagiati” i bambini avrebbero dovuto denunciare i genitori, raccontando di aver subito violenze mai avvenute.

I reati contestati sono, a vario titolo, peculato d’uso, abuso d’ufficio, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, falsa perizia anche attraverso l’altrui inganno, frode processuale, depistaggio, rivelazioni di segreto in procedimento penale, falso ideologico in atto pubblico, maltrattamenti in famiglia, violenza privata, lesioni dolose gravissime, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

155 i testimoni citati dall’accusa e 48 le parti offese, tra cui l’Unione dei Comuni Val d’Enza, i Comuni di Gattatico e Montecchio, ministero della Giustizia e Regione Emilia Romagna. Tra i testimoni, oltre agli investigatori dei carabinieri che hanno seguito l’indagine che ha preso il nome di “Angeli e Demoni”, il giornalista-scrittore Pablo Trincia, la direttrice della fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato Elena Buccoliero, l’ex giudice minorile di Bologna Francesco Morcavallo, il direttore generale dell’Ausl di Reggio Emilia Fausto Nicolini.

Gli indagati al centro dell’inchieta

Tre i capi d’imputazione nei confronti del guru della “Hansel e Gretel” nell’ambito dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Concorso in abuso d’ufficio l’accusa nei confronti di Claudio Foti alla quale si sono aggiunte, sulla base delle registrazioni delle sedute da lui sostenute con alcuni minori presentate dal legale dello psicologo in sede di tribunale, frode processuale e lesioni personali gravissime.

Tra gli indagati anche Andrea Carletti. Il sindaco di Bibbiano e delegato dell’Unione Comuni Val d’Enza alla specifica materia delle politiche sociali, indagato per abuso di ufficio e falsità ideologica. Secondo quanto redatto dai pm l’ex sindaco dem avrebbe lavorato assieme a Foti alla creazione di un progetto volto a consentire, allo psicologo, la prosecuzione illecita del servizio di psicoterapia. Una comunità per minori che, sotto proposta proprio del sindaco dem, sarebbe nata nel paesino dove operava il primo cittadino. A Bibbiano. Un’idea già andata in porto e prota a prendere forma e la cui gestione degli spazi, in assenza di qualsivoglia procedura ad evidenza pubblica, era già stata interamente affidata al centro studi Hansel e Gretel.

Tra i principali indagati rimane anche Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza. Secondo quanto contestato dalla procura nel provvedimento, la capa degli affidi, avrebbe, minacciato i genitori di uno dei bambini, intimidando che gli avrebbe permesso di vedere i figli “a condizione che rilasciasse ai Servizi Sociali il suo consenso a che il figlio minore fosse sottoposto ad un percorso di psicoterapia specialistica con Foti”. Per i pm, Anghinolfi avrebbe compiuto “atti idonei diretti in modo inequivoco a costringerlo a prestare il predetto consenso”. Tutto, al fine di procurare a Foti Claudio, profitti in denaro, “pari al corrispettivo richiesto per le sedute terapeutiche di euro 135 ogni ora”.

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https://www.ilgiornale.it/news/cronache/bibbiano-24-rinvii-giudizio-linchiesta-angeli-e-demoni-cui-1872467.html

CASSAZIONE: PROPAGANDA LEGITTIMA SE L’ALTRUI CREDO NON È VILIPESO

di Angelo Salvi, avvocato in Roma

1. Con l’ordinanza n. 7893 del 17 aprile 2020 la prima sezione civile della Corte di Cassazione è tornata ad interessarsi di libertà religiosa, nella sua accezione negativa di libertà di coscienza, diritto di non avere alcun credo, di professare e propagandare l’ateismo e l’agnosticismo. La pronuncia ribadisce posizioni già note e fornisce alcune interessanti indicazioni in merito ai limiti cui soggiace il diritto di propaganda, espressamente riconosciuto dall’art. 19 della Costituzione.

La vicenda ha per oggetto il rifiuto del Comune di V. di autorizzare l’affissione di dieci manifesti recanti la parola, a caratteri cubitali, “Dio“, con la “D” a stampatello barrata da una crocetta e le successive lettere “io” in corsivo, e sotto la dicitura, a caratteri più piccoli, “10 milioni di italiani vivono bene senza D. E quando sono discriminati, c’è l’UAAR al loro fianco“. L’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti proponeva ricorso ai sensi degli artt. 43 e 44 del D. Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 e dell’art. 28 del D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, chiedendo al Tribunale di Roma l’accertamento del carattere discriminatorio del rifiuto del Comune di V. di affiggere i suddetti manifesti, con condanna dell’ente pubblico alla cessazione della condotta discriminatoria, risarcimento dei danni e pubblicazione della decisione su un quotidiano a spese dell’ente. Si costituiva nel giudizio il Comune di V., sviluppando la propria difesa sull’assunto per cui «il rifiuto non era affatto diretto a discriminare l’attività del sodalizio ricorrente, essendo stato, per contro, determinato da una valutazione negativa della rappresentazione grafica che, così come effettuata, era “tale da urtare la sensibilità del sentimento religioso in generale”».

La fase di merito si concludeva con una doppia conforme favorevole al Comune e, dunque, nel senso dell’insussistenza della lamenta discriminazione. In particolare, per la Corte d’Appello di Roma non sarebbe stata ravvisabile alcuna condotta discriminatoria, mancando in primo luogo una qualsiasi forma “positiva” di propaganda a favore dell’ateismo o dell’agnosticismo e difettando, in secondo luogo, un trattamento differenziato rispetto ad altre associazioni. Nel medesimo contesto locale e temporale, infatti, il Comune di V. non aveva rilasciato alcuna autorizzazione, né concesso ad alcun altro soggetto la possibilità di manifestare il proprio credo religioso. Continua a leggere

‘Ndrangheta, 479 indagati da Gratteri tra politici, massoni e boss

 

I carabinieri del Ros e del Nucleo anticrimine di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia hanno notificato la chiusura indagini della maxi-inchiesta che il 19 dicembre scorso ha portato all’arresto di 334 persone. I militari hanno anche eseguito un altro blitz contro 11 persone: sono accusati di essere broker della droga che importavano cocaina e hashish da Brasile e Albania

La voce circolava già da qualche settimana. Lo stesso procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, lo aveva anticipato l’11 giugno quando è stato sentito in commissione parlamentare antimafia dicendo che era questione di giorni. E stamattina i carabinieri del Ros e del Nucleo anticrimine di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia hanno notificato la chiusura indagini della maxi-inchiesta “Rinascita-Scott” che il 19 dicembre scorso ha portato all’arresto di 334 persone.

Gli indagati, adesso, sono molti di più: in tutto 479. Tanti sono gli avvisi inviati dalla Direzione distrettuale antimafia ai soggetti ritenuti appartenenti o contigui alla cosca Mancuso e alle altre famiglie di ‘ndrangheta del vibonese. Tra questi anche gli 11 arrestati e i 7 sottoposti al divieto di dimora stamattina perché destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta della Dda di Catanzaro.

Il blitz è un troncone di Rinascita ed è stato eseguito a Vibo Valentia ma anche in provincia di Firenze e in altre città italiane: gli indagati, oltre 60, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. La droga arrivava dal Brasile e dall’Albania. Dal Paese sudamericano, le cosche calabresi e in particolare gli affiliati al locale di ‘ndrangheta di Zungrì importavano cocaina attraverso alcune ditte di import-export di marmi, niobio e manganese. La cocaina raggiungeva poi importanti piazze di spaccio sia in Toscana che in Sicilia, Piemonte e a Cosenza.

Il canale albanese, invece, serviva a fare arrivare ingenti carichi di marijuana e hashish che entravano in Italia attraverso il porto di Bari, grazie a una rete relazionale costruita dai vibonesi con un gruppo di albanesi che viveva in Toscana. Stando all’inchiesta, coordinata dal procuratore Gratteri e dai pm Antonio De Bernardo, Anna Maria Frustaci e Andrea Mancuso, la fase preliminare della compravendita in Brasile e Albania veniva gestita da alcuni soggetti specializzati, dei veri e propri broker della droga. Erano i “garanti” della buona riuscita del traffico: non solo, infatti, contrattavano il prezzo direttamente con i narcos ma si occupavano anche dell’attività di approvvigionamento della cosca.

Una volta che la cocaina, la marijuana e l’hashish arrivavano in Italia, il carico veniva gestito dal cartello e smistato alle piazze di spaccio dove avveniva la vendita al dettaglio. Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno sequestrato in tutta la provincia di Vibo Valentia un chilo di cocaina, 81 chili di marijuana, 3952 piante di canapa indiana, 25 chili di hashish, 89 grammi di eroina, 11 grammi di funghi allucinogeni e 27 pasticche di ecstasy.

Con la retata di stanotte si conclude la fase delle indagini preliminari dell’inchiesta “Rinascita-Scott” nell’ambito della quale sono stati indagati e arrestati politici, avvocati e figure professionali di spicco collegati alla criminalità organizzata. A dicembre, infatti, la Dda di Catanzaro ha smantellato la cosca Mancuso che, in provincia di Vibo Valentia, controlla ogni cosa.

In manette erano finiti tutti: i boss di Limbadi, come il mammasantissima Luigi Mancuso detto “lo zio”, e il loro gregari. Ma anche ex parlamentari, ex consiglieri regionali, sindaci, carabinieri e professionisti al servizio dei clan. Persino avvocati massoni come l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, definito “la cerniera tra i due mondi” in una “sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere”.

Alle cene che l’avvocato organizzava nella sua abitazione, sul centralissimo viale Mazzini di Catanzaro, partecipavano tutti, anche esponenti delle forze dell’ordine e magistrati. In un’intercettazione registrata all’interno del suo studio, l’avvocato Pittelli aveva detto: “Il pericolo in questa città è Gratteri”. Dal suo punto di vista, ci aveva visto lontano e infatti l’inchiesta ha scardinato un sistema incancrenito di rapporti tra ‘ndrangheta e pezzi delle istituzioni. Non è un caso che siano stati coinvolti anche uomini in divisa come due comandanti della polizia municipale di Vibo e Pizzo e l’ex comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Catanzaro Giorgio Naselli.

L’operazione “Rinascita-Scott” ha colpito al cuore al cuore il rapporto tra ‘ndrangheta, politica e massoneria. Tra i destinatati dell’ordinanza di gennaio, infatti, c’erano l’ex parlamentare del Pd Nicola Adamo, il segretario regionale dei socialisti Luigi Incarnato (che era anche consigliere regionale della Calabria), l’ex consigliere regionale della Margherita Pietro Giamborino finito carcere come il sindaco di Pizzo Gianluca Callipo, l’ex renziano che nel 2014 si era candidato alle primarie contro Oliverio. Adesso i 479 indagati possono chiedere di essere interrogati entro 20 giorni, trascorsi i quali la Dda potrà valutare se chiedere il rinvio a giudizio. E a quel punto inizierà il maxi-processo “Rinascita-Scott”.

 

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/18/ndrangheta-chiusa-linchiesta-rinascita-scott-di-gratteri-479-indagati-verso-un-maxi-processo-a-politici-massoni-e-boss/5839132/

Un fedelissimo di Palamara sostituirà la pm che indaga su Conte

Il pm Maria Cristina Rota, che ha sentito il premier lo scorso vederdì, lascerà il suo ufficio al nuovo procuratore Angelo Antonio Chiappani

Ci sono due inchieste che si incrociano. Quella delle chat di Luca Palamara e quella del caso delle “zone rosse” nella provincia di Bergamo.

Maria Cristina Rota, il pm che ha sentito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo scorso venerdì, a breve lascerà il suo ufficio al nuovo procuratore Angelo Antonio Chiappani, nominato all’unanimità dal Csm procuratore di Bergamo circa un mese fa. Un magistrato che il 29 maggio 2019, quando esplose il caso Palamara, manifestò a quest’ultimo la propria solidarietà.

Allora Chiappani era in corsa per la poltrona di procuratore di Brescia (sua città natale). In occasione del famoso dopocena dell’hotel Champagne uno dei presenti a proposito di quella nomina, stando a quanto ricostruito da La Verità, disse: “Io vorrei fare Roma e magari ci metto Brescia perché dovrebbe essere più semplice Brescia visto che abbiamo il derby”. Il derby era quello tra Chiappani e Francesco Prete, che a dicembre è risultato vincitore, entrambi di Unicost, la corrente di Palamara.

Ma Chiappani non è finito solo nelle chat di Palamara. Ha anche visto di persona il pm indagato mentre era sotto intercettazione e le sue parole potrebbero essere state carpite dal trojan. L’occasione dell’incontro tra i due riguarda una partita della rappresentativa magistrati contro quella degli attori allo stadio di Lecco, città di cui Chiappani era procuratore. Palamara, forse trovandoselo inaspettatamente di fronte, chiese, via messaggio, al collega di Unicost Massimo Forciniti: “Chiappani è quello che deve andare a Brescia?”. Riceve risposta affermativa.

Al termine dell’evento Chiappani scrive sulla chat di gruppo: “Grazie a tutti per questo 23 maggio vissuto a Lecco con una grande cornice di studenti e grazie a tutti di avermi dato l’occasione di rimettere le scarpette dopo più di trent’anni”. Gli aveva dato il benvenuto Paolo Auriemma, procuratore di Viterbo, in strettissimi rapporti con Palamara. Il 29 maggio arriva, però, la notizia dell’inchiesta su Palamara. E sulla chat del calcio inizia la corsa a esprimere la propria solidarietà all’ex presidente dell’Anm sotto indagine. Chiappani ci va giù pesante. Scrive polemico: “Jus sputtanandi”. Ma Palamara consiglia di abbassare i toni.

Palamara non doveva invece godere della fiducia della Rota. Infatti, la nomina di quest’ultima a procuratore aggiunto di Bergamo, è arrivata alla fine di una durissima battaglia al Csm che ha portato alla spaccatura tra Area e Unicost, dopo che per diversi mesi i due schieramenti avevano votato insieme interi pacchetti di nomine. Lei è diventata procuratore aggiunto di Bergamo con i voti di Area, la corrente delle toghe progressiste e di Magistratura indipendente, la corrente che per molti anni, e in parte anche oggi, ha avuto come punto di riferimento il parlamentare di Italia viva, Cosimo Ferri. L’unica corrente che cercò di sbarrarle la strada fu quella di Palamara, Unicost. Ora la Rota lascia il suo incarico e al suo posto arriva un fedelissimo di Palamara. E chissà come se la caverà con l’inchiesta che tiene col fiato sospeso il governo giallorosso.

 

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https://www.ilgiornale.it/news/politica/fedelissimo-palamara-sostituir-pm-che-indaga-su-conte-1870174.html

Giornalistopoli, giornalisti al servizio dei magistrati

 

 

Emergono dalle intercettazioni numerosi rapporti confidenziali fra magistrati e giornalisti di grandi quotidiani, questi ultimi usati come strumenti per le lotte di potere fra correnti della magistratura. Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. È un problema deontologico

In epoca di pandemia ci mancava pure “Giornalistopoli”. Così il quotidiano Il Riformista ha ribattezzato lo scandalo che sta montando in queste ore a proposito dei giornalisti che avrebbero supportato trame di potere ordite da alcuni magistrati. Si tratta di una vicenda torbida nata per gemmazione da “Magistratopoli”, il filone d’inchiesta della Procura di Perugia che ha travolto Luca Palamara, ex procuratore aggiunto di Roma e leader di Unicost, la corrente “moderata” delle toghe.

Delle deprecabili vicende emerse da quelle intercettazioni – nomine pilotate al Consiglio superiore della magistratura in base regolamenti di conti tra correnti delle toghe – si è già detto. La novità sconvolgente è che ora si fa strada l’ipotesi che alcuni cronisti di giudiziaria si siano resi complici di quei giudici per amplificare mediaticamente messaggi funzionali a quelle trame. Nel frullatore mediatico ora finiscono, per la classica eterogenesi dei fini, conversazioni alquanto imbarazzanti tra Palamara e alcune firme note dei principali quotidiani italiani. Si tratta di intercettazioni non penalmente rilevanti e quindi non valutabili ai fini dell’inchiesta Magistratopoli, ma certamente utili per analizzare sul piano deontologico e disciplinare la condotta di quei cronisti.

Chi di intercettazioni ferisce di intercettazioni perisce, verrebbe spontaneo dire. Per anni alcune autorevoli firme del giornalismo cosiddetto giustizialista hanno avviato vere e proprie crociate per difendere la liceità della pubblicazione di intercettazioni penalmente irrilevanti (prive di elementi di reato), considerandole però di interesse pubblico. Hanno difeso la loro pubblicazione in nome del diritto all’informazione dei cittadini. Oggi sono loro stesse vittime di quella pratica assai discutibile di accendere il ventilatore pieno di letame (calzante definizione di Claudio Cerasa, direttore del Foglio) quando non sussistono in realtà elementi sufficienti per violare la privacy delle persone che parlano al telefono. La cosa più raccapricciante è che la notizia, anziché suscitare indignazione unanime nella categoria dei giornalisti, ha acceso una diatriba, sterile e squalificante, tra testate, che sembrano aver ingaggiato una battaglia su come screditare il più possibile i rivali in ambito editoriale.

Ad esempio, il quotidiano Libero, pubblicando ieri le telefonate tra Palamara e Liana Milella, cronista della Repubblica, ha colto l’occasione per bacchettare il quotidiano La Verità, che avrebbe sottaciuto la notizia del coinvolgimento nell’inchiesta di un suo collega, Giacomo Amadori. La Milella avrebbe chiamato Palamara il giorno in cui il suo giornale ha pubblicato la notizia dell’inchiesta Magistratopoli quasi per scusarsi dell’enfasi di quell’annuncio e lo avrebbe avvertito che una sua collega stava per andare a casa sua probabilmente per strappargli una dichiarazione. Nell’informativa ci sono anche chiamate fatte da altri cronisti, come Francesco Grignetti della Stampa, che correttamente cerca notizie sull’inchiesta, senza mostrarsi arrendevole e complice di nessuno.

In altre telefonate risultano coinvolti Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera(definito “vicino ai servizi segreti e cassa di risonanza del gruppo di potere attuale”), Giovanni Minoli (con cui Palamara si confronta sugli articoli e su una possibile intervista a Lucia Annunziata, quest’ultima definita da Minoli “pericolosa perché sta dall’altra parte”), Claudio Tito (che su Repubblica offre diritto di replica a Palamara), Vincenzo Bisbiglia del Fatto Quotidiano (che cerca Palamara per chiedergli informazioni sul conto della moglie, che ha un impiego in Regione Lazio) e altre firme dell’Agi, dell’Ansa, del Tempo, del Tg5 e della Verità.

Piero Sansonetti, direttore del Riformista ironizza: «Curiosamente queste intercettazioni non vengono pubblicate sui giornali. Eppure, proprio i giornalisti intercettati sono gli stessi che di solito pubblicano, a loro firma, paginate intere di intercettazioni di politici». E aggiunge: «I giornalisti più importanti dei grandi giornali parlavano con Palamara e partecipavano alle operazioni politiche in corso per determinare i nuovi equilibri nella magistratura». Le commistioni tra stampa e magistratura toccano l’apice con le pressioni che il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini avrebbe fatto per parlare con Repubblica e condizionare la linea editoriale di quel quotidiano sul caso Palamara. «Il giornalismo politico, in Italia – conclude amaramente Sansonetti –  è del tutto subalterno al giornalismo giudiziario. E questo grazie alle grandi campagne moralizzatrici condotte dai giornali negli anni scorsi. ll giornalismo giudiziario, non tutto, certo, ma quasi tutto, è assolutamente eterodiretto e privo di indipendenza. E dunque non è più giornalismo».

Le intercettazioni delle chiamate con i giornalisti, così come quelle con i politici, son state prese con i trojan sul cellulare dell’ex procuratore aggiunto di Roma, Luca Palamara. Però quelle tra magistrati sono state pubblicate con cautela e ora anche quelle tra giudici e giornalisti escono, ma col contagocce. Mentre quelle che coinvolgono la politica sono sempre state spiattellate ai quattro venti, pur non contenendo quasi mai notizie di reato.

Giornalistopoli dimostra ancora una volta la sudditanza di molti cronisti di giudiziaria alle Procure e alle toghe. E pone un problema deontologico. I giornalisti devono operare al servizio esclusivo dell’opinione pubblica, senza far dipendere le loro scelte editoriali dai desiderata di qualcuno. Dalle telefonate emergono condotte estremamente lesive del principio di autonomia dei giornalisti e i consigli di disciplina competenti per territorio farebbero bene ad occuparsene. Altrimenti diventa arduo attribuire bollini di qualità ai giornali cartacei.

 

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https://lanuovabq.it/it/giornalistopoli-giornalisti-al-servizio-dei-magistrati

Boss scarcerati, Delmastro rivela: “Avevo avvisato Buonafede, ma lui non capisce nemmeno i disegnini”

 

Andrea Delmastro è adirato, costernato di quanto sta accadendo. Con la scusa del coronavirus si mandano in libertà i boss più pericolosi della Cupola. Il parlamentare di FdI si infuria. Il partito di Giorgia Meloni ha presentato un’interrogazione in merito. Ma Delmastro tiene a precisare in che mani l’Italia si finita. Non si capacita dell’inconsistenza imbarazzante del ministro della giustizia.

“Leggo, costernato, che il ministro Bonafede afferma che sia pericoloso sostenere che la scarcerazione dei boss mafiosi sia legata al Cura Italia. A Bonafede ricordo che, dopo aver letto lo scellerato, indegno provvedimento contenuto nel Cura Italia, avevo presentato interrogazione con cui avvisavo della pericolosità della proposta. Proposta  che fatalmente avrebbe influenzato anche sui mafiosi le scelte della magistratura di sorveglianza”.

” Ero stato facile profeta. Lo avrebbe capito un bambino”, si rammarica Delmastro. Ma “conoscendo la disarmante pochezza di Bonafede, avevo sentito l’esigenza di avvisarlo, di fargli dei disegnini. Purtroppo bisogna arrendersi: Bonafede è un bambino che non capisce nemmeno quando gli fai disegnini e sottotitoli”. Brutale verità.

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Boss scarcerati, Delmastro rivela: “Avevo avvisato Buonafede, ma lui non capisce nemmeno i disegnini”

L’Antimafia del “Conte-bis” cosa fa? La parola al dott. Luigi Gaetti

ESCLUSIVA

di Matteo Castagna

Parlano: l’ex Sottosegretario agli Interni dott, Luigi Gaetti ed il silenzio dei “paladini della legalità”

Il dott. Luigi Gaetti, medico mantovano, specialista in anatomia patologica, 60 anni compiuti da poco, ha una particolare sensibilità per le tematiche legate all’ambiente ed è stato eletto al Senato della Repubblica nella scorsa legislatura.
Fin dal 2010 ha potuto osservare delle situazioni, nella vita sociale, che lo lasciavano perplesso, relativamente a movimenti poco chiari, che gli davano l’impressione d’essere favoritismi, ambiguità, applicazione delle regole solo per alcuni, gestioni allegre di presunti abusi edilizi, combriccole e comitati d’affari spontanei, quanto ambigui.
Nell’ottobre del 2013 entra nella Commissione Antimafia, presieduta dall’On. Rosy Bindi, e si fa subito notare per alcune segnalazioni relative all’inquinamento. Firma decine di interrogazioni parlamentari, esposti e richieste d’intervento per presunte infiltrazioni mafiose in varie città d’italia, quali Savona, Sondrio, Velletri, ma anche in Calabria e Campania. Nel suo lavoro in Commissione, tocca con mano quella realtà per cui le mafie di oggi non sono quasi più quelle che sparano, ma una sorta di reti, che operano nel “sistema relazionale” con il mondo dell’imprenditoria e della politica per l’ottenimento di appalti, soprattutto sotto soglia, ovvero a chiamata diretta, movimentare un colossale giro di denaro.

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La mafia nigeriana non va sottovalutata

Segnalazione di Federico Prati

 

Mafia nigeriana, bande organizzate di migranti importate in Europa

In Europa, una delle reti criminali in più rapida crescita è ora la mafia nigeriana, che sta diffondendo le proprie attività criminali in tutto il Continente. Tale rete è costituita da gruppi rivali come Black Axe, Vikings e Maphite. Più di recente, le autorità di Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e di Malta hanno condotto un’operazione internazionale contro due dei principali gruppi mafiosi nigeriani. La polizia ha accusato queste bande di traffico di esseri umani e di droga, di rapina, estorsione, violenza sessuale e prostituzione.

In un reportage sulla mafia nigeriana presente in Italia, pubblicato dal Washington Post a giugno del 2019:

Sono stanziati su tuto il territorio da nord a sud, da Torino a Palermo. Gestiscono il narcotraffico e la tratta delle donne, che vengono sfruttate come prostitute nelle strade italiane. Trovano nuovi membri tra i migranti ribelli, reclutandoli illegalmente nei centri d’accoglienza gestiti dal governo italiano“.

La mafia nigeriana, secondo il report, sfrutta “decine di migliaia di donne vittime di tratta”. Secondo il Washington Post, l’intelligence italiana ha definito il gruppo come “il più strutturato e dinamico” rispetto a qualsiasi entità criminale straniera operante in Italia.

Alcuni esperti affermano che tra il 2016 e il 2018 sono arrivate in Sicilia fino a 20 mila donne nigeriane, alcune delle quali minorenni, in un traffico coordinato tra i nigeriani in Italia e quelli nel loro Paese“.

Non c’è da meravigliarsi se la mafia nigeriana sia diventata così importante in Italia: il Paese è, per i migranti, unadelle porte d’ingresso in Europa.

Ciò che contraddistingue le reti criminali nigeriane è l’estrema brutalità – la polizia italiana afferma che ricorrono alla “guerriglia urbana” per mantenere il controllo del territorio in Italia e utilizzano rituali voodoo. Secondo un rapporto del luglio 2017 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite, le vittime della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale prestano ai trafficanti un giuramento “suggellato da un rituale voodoo o da un rito di iniziazione (la vittima si impegna a onorare il suo accordo)”. Le vittime nutrono anche “il timore che nel loro Paese d’origine i propri familiari possano subire ritorsioni”.

Secondo il rapporto dell’OIM del 2017:

Nel giro di tre anni il numero delle potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale arrivate via mare in Italia è aumentato del 600 per cento. Un aumento che è continuato anche in questi primi sei mesi del 2017, con la maggior parte delle vittime che arriva dalla Nigeria“.

In questo rapporto, l’OIM ha stimato che l’80 per cento delle ragazze, spesso minorenni, provenienti dalla Nigeria – il cui numero è passato da 1.500 nel 2014 a oltre 11 mila nel 2016 – fossero “potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale”.

La mafia nigeriana non limita le operazioni solo all’Italia. Si è diffusa anche nel Nord Europa, in Paesi come la Germania e la Svezia. A Londra, tre membri della Black Axe sono stati dichiarati colpevoli di riciclaggio per l’importo di quasi 1 milione di sterline, denaro rubato attraverso frodi telefoniche o via e-mail. La mafia nigeriana, soprattutto il gruppo Black Axe, è diffusa anche in Canada, dove un articolo del 2015 pubblicato dal Globe and Mail l’ha descritta come un “culto di morte” proveniente dalla Nigeria, dove è collegata a “decenni di omicidi e stupri, con i suoi membri che fanno giuramenti di sangue”. Negli Stati Uniti, l’FBI ha di recente attribuito una serie di frodi finanziarie a Black Axe. Secondo la stampa, “negli Stati Uniti e nel mondo, il gruppo è responsabile della perdita di milioni di dollari attraverso una vasta gamma di truffe sofisticate”.

In Svezia, la polizia ha definito Black Axe “una delle organizzazioni criminali più efficaci al mondo”. I media svedesi di recente hanno riportato una storia che illustra il modus operandi di Black Axe. A una 16enne nigeriana era stato promesso un lavoro di parrucchiera in Svezia. Al suo arrivo, però, Black Axe l’ha costretta a prostituirsi, dopo averla sottoposta a un rituale voodoo. “Abbiamo il tuo sangue adesso”, le hanno detto i membri del gruppo. “Se scappi, ti troveremo sempre”.

Nel 2018, il tribunale di Malmö ha incriminato tre nigeriani per aver attirato in Svezia delle donne nigeriane con la promessa di un lavoro per poi costringerle a prostituirsi dopo averle sottoposte a un rituale voodoo che prevedeva che le vittime mangiassero il cuore crudo di una gallina appena uccisa. Secondo il procuratore svedese, il rituale voodoo è un modo per controllare e sfruttare le vittime della tratta, che credono nel voodoo.

Storie simili sono state registrate nel 2018 anche nel Regno Unito e in Spagna, dove è stata sgominata una banda di trafficanti di donne composta da 12 nigeriani, accusati anche di aver indotto le donne alla prostituzione e di averle sottoposte a riti voodoo. In Germania, stando a un recente reportage di Deutsche Welle, un numero crescente di donne nigeriane è costretto a prostituirsi a Duisburg, uno dei più grandi distretti a luci rosse del Paese, e secondoBarbara Wellner dell’organizzazione Solidarity with Women in Distress, “i trafficanti nigeriani di esseri umani sono responsabili della tratta della maggior parte di queste donne”.

Se il numero delle donne nigeriane vittime della prostituzione in Germania è ancora relativamente esiguo, è aumentato però negli ultimi anni, come si legge in un rapporto del marzo 2019 di Info-Migrants. Nel 2013, solo il 2,8 per cento delle vittime proveniva dalla Nigeria. Questo numero è salito al 5 per cento nel 2016, toccando l’8 per cento nel 2017. Secondo il rapporto, che cita Andrea Tivig dell’organizzazione per i diritti delle donne, Terre des Femmes, i trafficanti utilizzano il sistema della richiesta d’asilo:

Ho sentito notizie, in Italia (…) che i trafficanti dicono alle vittime della tratta di esseri umani di presentare domanda di asilo per poi ottenere lo status necessario per poter rimanere qui in Germania, ma continuano a essere sfruttate nella prostituzione“.

I gruppi della mafia nigeriana sono soltanto una parte, sebbene molto preoccupante, della criminalità costituita dalle bande organizzate di migranti importate in Europa. Come in precedenza riportato dal Gatestone Institute, i crimini compiuti dalle bande di migranti costituiscono già una minaccia per i cittadini europei. Nel novembre del 2018, Naser Khader, parlamentare danese del Partito Conservatore e co-fondatore del Movimento di riforma musulmano, ha scritto sul quotidiano danese Jyllands-Posten:

Oltre alla comune passione per il crimine, la cultura delle bande d’immigrati è un cocktail di religione, appartenenza al clan, onore, vergogna e fratellanza. (…) Più duro e brutale sei, più forte appari e quindi più acquisisci consapevolezza di te stesso, più attiri le persone“.

In Svezia, i crimini legati alle gang di migranti sono diventati un problema quasi insormontabile: alcuni commentatori hanno definito la situazione una vera e propria “guerra”. La Danimarca contrasta sempre più questo tipo di criminalità. In Germania, dove tali bande sono denominate clan di famiglie criminali, le autorità prevedono di dover combattere il problema negli anni a venire.

Nei dibattiti pubblici, gli effetti dannosi della migrazione sulla criminalità, in particolare quella delle bande organizzate, non ricevono affatto l’attenzione che pur meriterebbero. Dovrebbero.

di Judith Bergman – avvocato, editorialista e analista politica.

https://it.gatestoneinstitute.org

Daniele Capezzone per “la Verità”

 

Alessandro Meluzzi, psichiatra forense e criminologo, ha accettato di ragionare con La Verità su un’ emergenza reale, e che però è sistematicamente derubricata, taciuta, «tenuta bassa».

 

Perché è così difficile parlare di criminalità africana in Italia, e in particolare di mafia nigeriana?

«Due ragioni. La prima è un pregiudizio culturale: siamo oltre il politicamente corretto, siamo all’autorazzismo. Alcuni si sentono rassicurati solo quando scoprono che il medio spacciatore che riforniva i nigeriani che hanno stuprato e ammazzato la povera Desirée Mariottini era un italiano. Trovare un italiano in fondo alla catena criminale consola radical chic e cattocomunisti, allevia il loro senso di colpa».

 

E la seconda ragione?

«L’oggettiva difficoltà di combattere una realtà di enorme forza. Non dimentichiamo che la Nigeria è il più ricco Paese africano. Questa criminalità, già potente di per sé, è in grado di procurarsi nessi e alleanze perfino inconfessabili».

artiamo da un fatto nuovo: c’è un’occupazione militare del territorio italiano.

«Un controllo capillare. Sono sbarcati iniziando da business apparentemente poveri, tipo la prostituzione (anche minorile) e il piccolo spaccio di droga, magari loro delegato dalla criminalità italiana. Ma ora agiscono in proprio. Lagos e Benin City sono oggi due capitali mondiali del traffico di droga».

 

Proprio nel momento in cui (per evidenti ragioni di risorse) le forze dell’ordine hanno più difficoltà a avere una presenza capillare, qualcun altro ne approfitta

«Non solo arretrano le “forze del bene”, ma pure le “forze male”, cioè la criminalità italiana.

Un importante mafioso (mio cliente per una consulenza tecnica) mi ha detto che è una follia questo tipo di apertura. Anche per l’attitudine a una violenza incontrollata: a Lagos se giri con un orologio da 200 euro, rischi non lo scippo, ma che ti taglino il braccio».

 

E quindi guadagna terreno un esercito di questo tipo

«Hanno una disponibilità illimitata di manovalanza a basso costo, e sono riusciti a modificare lo stesso mercato della droga. Sono ricomparse (a prezzi stracciati) droghe che ritenevamo quasi sparite. Oggi un minorenne può procurarsi una dose di eroina a 5 euro. E concorrono molti fattori: l’abbattimento dei costi, l’apparizione di nuove sostanze pericolosissime (l’ eroina gialla) e un sostanziale regime di impunità, anche per le scelte di una parte della magistratura»

Cioè?

«Per un migrante illegale che spaccia ci sono spesso pene bagatellari. Abbiamo perfino letto in qualche motivazione di sentenza che lo spacciatore “non aveva altro da fare, non aveva altre attività”».

 

Un tabù che sembra inviolabile è anche svelare il livello di sanguinosità e violenza di questa criminalità. Lei ha perfino evocato casi di cannibalismo.

«Non è un’ evocazione o una mia teoria, ma un fatto. In base a riti voodoo, si può consumare il cuore del nemico ucciso, o berne il sangue. Gli antropologi africanisti lo sanno: è choccante, ma si tratta di cose tragicamente “normali”, non eccezionali. Molti nigeriani ne parlano nelle intercettazioni. Gli uccisori della povera Pamela accennano alla possibilità di conservarne delle parti in frigorifero».

uindi rispetto ai connazionali c’è un mix di schiavitù economica e condizionamento della psiche.

«Assolutamente. Le ragazze nigeriane sono affidate a “maman” che le soggiogano con riti voodoo, e allora scatta una doppia minaccia: di ucciderle con la magia nera, e di colpire i loro parenti in Africa. Ecco perché non si ribellano e non parlano».

 

Per la mafia nigeriana l’alternativa è tra intesa e scontro con la criminalità italiana.

«Sempre il mafioso di cui parlavo mi spiegava che le mafie nazionali nemmeno sarebbero più in grado di combattere una tradizionale guerra di mafia: troppo grande ormai la disparità di uomini a favore dei nigeriani. E dov’è accaduto, a Castelvolturno, tra nigeriani e casalesi, hanno prevalso gli africani, ottenendo il controllo del territorio, inclusa la partita dei rifiuti».

 

Lo Stato sta a guardare?

«No, c’è un inizio di reazione. L’ottimo dottor Stefano Castellani della Procura di Torino ha portato a processo i primi 21 nigeriani, condannati per associazione mafiosa. Ma occorre capire che siamo come nella Sicilia dei tempi di Luciano Liggio, anni Cinquanta e Sessanta, quando anche pezzi di istituzioni negavano l’esistenza della mafia»

Un altro ramo di attività sono le truffe online.

«Sì, c’è una parte più “innocua”. Chi non ha mai ricevuto su mail un messaggio che dice “complimenti, lei ha vinto, ci mandi 1.000 dollari e ne riceverà eccetera eccetera”? Ma poi c’ è la parte più devastante».

 

Il legame con il terrorismo, immagino.

«Certo, il legame con la parte islamista della Nigeria, i musulmani del Nord, a cui è riconducibile il feroce terrorismo di Boko Haram. Il finanziamento dei gruppi fondamentalisti, o anche il viceversa, cioè l’accesso ai soldi per il singolo clandestino qui in Italia, avviene con il meccanismo che il generale Giuseppe Morabito ha ben spiegato in un articolo sulla Verità, attraverso i “banchieri di strada” che, a una parola d’ ordine, fanno circolare denaro. Senza lasciare tracce».

E poi c’è il traffico illegale di persone, con ciò che comporta

«Attraverso questa intervista, rendo noto un caso su cui chiedo una risposta ufficiale.

Sono sbarcate a Salerno 26 ragazze strangolate. Qualcuno deve dire cosa sia successo: mi pare probabile che siano state uccise sul barcone. La Procura sta indagando, e una risposta mi pare indispensabile».

 

Percorso inverso. Siamo partiti dal macro per arrivare al micro. Invece ripartiamo dal micro: dal ragazzo, spesso simpatico e chiaramente impaurito, che chiede l’elemosina al bar sotto casa

«Ormai ci sono filmati che mostrano l’arrivo di pulmini la mattina presto che scaricano giovani per il primo turno, a cui poi seguirà il secondo. Ogni ragazzo – grazie ai nostri sensi di colpa – incassa tra i 50 e i 100 euro al giorno, ma a lui ne resteranno solo 2 o 3. Spero sia chiaro a tutti che se dai una moneta, stai finanziando un’organizzazione criminale».

 

Rompiamo l’ultimo tabù: la sessualità dei maschi immigrati che arrivano. Se fai arrivare valanghe di maschi giovani, non propriamente abituati al rispetto delle donne, non era scontato immaginare che potessero determinarsi episodi tragici?

«Se importi 700.000 maschi soli, tra le tante mine (sociali, economiche) che hai innescato, c’è pure una mina sessuale terrificante. Episodi di stupro, rischio di malattie contagiose, dalla scabbia alla tubercolosi passando per l’Hiv. Chiedete agli infettivologi come sia cambiato il panorama della microbiologia in Italia negli ultimi anni E, dall’ altro lato, nel contatto con lo spacciatore, molte ragazze devono sapere che non hanno più a che fare con una “larva umana”, com’ era il vecchio spacciatore di strada, ma con un potenziale stupratore».

 

Vogliamo dire – a mente fredda – qualche parola sui tragici casi di Pamela Mastropietro e Desirée

«Il video amatoriale che mi fu girato da Guido Crosetto, con la mia tesi esposta a caldo, fece 8 milioni di visite: sono stato il primo a parlarne, lo dico non per rivendicare meriti, ma per la fame e lo stupore dei cittadini di essere informati su cose a lungo negate e nascoste».

Dicevamo di quei due omicidi

«Nel primo caso, mi pare che siano stati trattati in guanti bianchi coloro che erano sulla scena del delitto. Nel secondo caso, mi pare incredibile che sia venuta meno l’accusa di omicidio volontario, e che da violenza sessuale di gruppo si sia derubricata la cosa a abuso sessuale aggravato. Quindi non era un gruppo ma una “successione”, tipo il talloncino numerato in salumeria? Mi pare un’offesa alla logica Davanti a una minorenne in coma violentata per 12 ore».

 

Per altre vicende tutte italiane l’atteggiamento anche mediatico pare diverso

«Ah certo. Per il muratore bergamasco Massimo Bossetti, tra gli applausi (non miei) è arrivata la condanna per omicidio premeditato della povera Yara Gambirasio, sulla base di un reperto di dna spurio, senza ripetizione dell’ esame, senza prove, senza movente, e con altri 11 reperti di dna sul corpo della vittima. Qui invece».

Quello che lei dice è scomodo perché fa a pezzi la narrazione sui «profughi che scappano dalla guerra»

«Ma la Nigeria è il paese più ricco dell’ Africa. Altro che fuga, qui è un’invasione organizzata. E l’Italia è la piattaforma per conquiste ancora più grandi. Vorrei che scattasse lo stesso allarme che in altra epoca accompagnò la presa di consapevolezza sul ruolo di mafia e camorra».

 

C’è anche un non indifferente problema linguistico per le indagini

«Ma certo: oltre 40 dialetti, intercettazioni difficilissime, interpreti terrorizzati».

 

In tutto questo, gran silenzio di Jorge Mario Bergoglio.

«Lo considero uno dei principali responsabili culturali, politici e civili di questa situazione, di questo negazionismo, di questo falso buonismo. Dovrebbe genuflettersi davanti al tabernacolo, pentirsi, chiedere perdono e riparare».

Caso Gregoretti, Bongiorno: “Conte e Di Maio sapevano. Abbiamo le prove”

“Non vedo l’ora di andar in tribunale, per rispondere del reato di difesa dei confini del mio Paese”. Intervistato dal Gr1, Matteo Salvini rilancia la sua sfida politica sul caso Gregoretti. La vicenda arriverà a uno snodo il 20 gennaio, quando la giunta del Senato si riunirà per decidere se autorizzare il procedimento contro il capo della Lega, indagato per sequestro di persona e abuso di poteri. La partita si gioca tutta sul fatto che l’allora ministro dell’Interno avesse condiviso o meno con il governo la scelta di bloccare lo sbarco dei migranti. Ed è una partita tanto “tecnica”, quanto politica. Giuseppe Conte e Luigi Di Maio negano la circostanza, ma – anticipa in una intervista di oggi Giulia Bongiorno – bluffano e il loro gioco sarà scoperto.
Bongiorno: “Scelta condivisa, ci sono i documenti”
L’ex ministro della Pubblica amministrazione, nonché difensore di Salvini nel caso, spiega infatti a La Verità che “la decisione è stata presa nell’interesse pubblico ed era stata condivisa“. Non importa che poi non sia approdata anche in Consiglio dei ministri, come sottolineano di continuo Conte e Di Maio, perché “non serve un atto formale”. “Ciò che conta – chiarisce la senatrice leghista – è la condivisione effettiva di quella scelta e la compartecipazione attiva per trovare una soluzione al problema della redistribuzione dei migranti”. “Ci sono documenti – aggiunge Bongiorno – che ricostruiscono quei giorni e le varie comunicazioni che intercorsero”.

“Il caso Gregoretti è gemello della vicenda Diciotti”

L’avvocato Bongiorno non anticipa di cosa si tratti, per rispetto – sottolinea – al lavoro della giunta alla quale per prima saranno presentati. Una cosa però la dice: quelle carte “attestano” che il caso Gregoretti è “gemello” del caso Diciotti. “E Conte, da giurista, sa bene che in entrambi i casi si perseguiva l’interesse pubblico”.

Di Maio, dunque, “sbaglia” quando dice che le vicende sono diverse. “È evidente – commenta Bongiorno – che si cercano appigli per giustificare il repentino cambiamento di posizione. Dunque, la questione è tutta politica e Bongiorno si dice fiduciosa che “tra le chiacchiere e i documenti prevarranno i documenti”.

Di Maio, dunque, “sbaglia” quando dice che le vicende sono diverse. “È evidente – commenta Bongiorno – che si cercano appigli per giustificare il repentino cambiamento di posizione. Dunque, la questione è tutta politica e Bongiorno si dice fiduciosa che “tra le chiacchiere e i documenti prevarranno i documenti”.

Salvini vince comunque

“Se le decisioni in Senato verranno prese sulla base degli atti e della logica – spiega ancora – sarà riconosciuto il preminente interesse pubblico. Se invece saranno decisioni a prescindere dal merito e solo di natura politica, miranti ad abbattere Salvini per via giudiziaria, allora non saprei. Ma – conclude Bongiorno – non credo che gli elettori premierebbero questa strategia“. Una realtà che Salvini sembra aver compreso molto bene, a differenza dei suoi ex alleati.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/12/caso-gregoretti-bongiorno-conte-e-di-maio-sapevano-abbiamo-le-prove/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

GRATTERI: “Bisogna pulire il Paese dai politici corrotti e dai giornalisti compiacenti”

Noi la pensiamo come il Direttore Belpietro e, per conseguenza, come Gratteri. Il capo della DDA e Procuratore di Catanzaro non fa giri di parole, sa come funzionano le cose e non teme di bacchettare chi intralcia il corso della Giustizia.

Il procuratore capo di Catanzaro ha discusso di giustizia ed informazione insieme ai giornalisti Nuzzi e Belpietro, sottolineando: “Tra alcuni avvocati e alcuni clienti l’ampiezza della scrivania si è ridotta. Permettere questo è molto pericoloso”. Aggiugendo “nella mia categoria bisogna fare pulizia. Così come va fatta pulizia negli organi di stampa”

Giustizia ed informazione sono due lati della stessa medaglia. Ad affrontare queste due tematiche delicate, ed allo stesso tempo scottanti, ne ha discusso nel chiostro Sant’Agostino a Paola nel ricordo di Enzo Lo Giudice (avvocato di Bettino Craxi durante la stagione di “Tangentopoli”) Nicola Gratteri, il procuratore capo e della DDA di Catanzaro, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta, pungolato dalla presenza due giornalisti: Gianluigi Nuzzi e Maurizio Belpietro.

Sin dalle prime battute si è capito che non era il solito convegno intriso di parole e discorsi da salotto, anche perchè quando parla Gratteri finisce la diplomazia. Il magistrato rispondendo ad una domanda di Nuzzi sul ruolo degli avvocati, ha sostenuto che “tra alcuni avvocati e alcuni clienti l’ampiezza della scrivania si è ridotta. Permettere questo, soprattutto in ambito penale, è molto pericoloso. Ma è pericoloso non tanto per i rapporti che si creano con i clienti ma con i colleghi avvocati. Francamente, ce ne sono troppi, e troppe sono anche le cause che non dovrebbero stare in tribunale”.

Ai più giovani che intraprendono la carriera di avvocato, Nicola Gratteri si è sentito di dare loro un consiglio. “Non cercate scorciatoie, non servono, fate in modo che con i vostri clienti la scrivania abbia un margine ampio”.

Lo Giudice legale di Bettino Craxi nel processo “Mani Pulite”, nato a Paola, era di formazione comunista, ma soprattutto “garantista puro” come ricorda il suo prima praticante, ora avvocato, Francesco Scrivano. Difendere il leader socialista nel tornado giudiziario messo in piedi dal pool di “Mani Pulite” dei tre magistrati Davigo-Di Pietro-Colombo, per Lo Giudice significò confrontarsi anche con il primo episodio vero in Italia di quello che oggi si definisce “processo mediatico”.

Infatti da allora molte cose sono cambiate. Sulle colonne dei giornali persino un avviso di garanzia si trasformò in udienza, se non qualche volta persino in una condanna annunciata.

“I direttori delle testate italiane più importanti – ha detto l’ Avv. Scrivano – si chiamavano per mettersi d’accordo sul titolo da dare il giorno dopo“. E dice la verità.

Così l’avvocato Lo Giudice scrisse parlando di “Mani Pulite”: “C’era la grossa aggressione propagandistica determinata dalla sinergia tra la stampa la televisione e le manette per demonizzare il nemico. Badi bene, coloro che erano indagati non erano visti come inquisiti ma come nemici dopo di che si aveva la condanna pubblica e generalizzata nel Paese prima ancora del processo. Questa condanna pubblica diventava talmente forte che nessun giudice avrebbe avuto il coraggio di scardinarla. Così il cerchio si chiudeva e l’accanimento giudiziario era concluso“.

 “Era una grande inchiesta quella, e la cavalcammo”.

“ È innegabile, sapevamo tutto il giorno prima – ha confessato il giornalista Belpietro – e molti dei nostri colleghi chiamavano a casa dei destinatari di misure cautelari domandando “scusi hanno già arrestato suo marito?”

Belpietro non difende la categoria a cui appartiene, e si assume le proprie responsabilità con grande onestà intellettuale: “Imprenditori e politici, al solo pensiero di finire sul giornale in quegli anni si tolsero la vita. Il processo si consumava ancor prima che venisse fatto l’interrogatorio di garanzia. E su questo sono d’accordo con l’avvocato Lo Giudice, si tratta di una violazione del diritto“.

Gratteri invece preferisce rimarcare il binario etica-morale: “Una volta ricevere un avviso di garanzia era una vergogna. Adesso neanche ci si bada, e se le intercettazioni vengono pubblicate è anche perché il livello di educazione dei lettori è basso. Ci si interessa più del pettegolezzo che delle contingenze del reato“.

Il network delle notizie giudiziarie ha 3 punti di riferimento: la magistratura, l’ avvocatura e la polizia giudiziaria. In mezzo ci stanno i giornalisti . La necessità di nuove regole e pulizia è condivisa anche Belpietro che però mette i magistrati davanti al fatto compiuto: “Se un magistrato commette un errore nell’esercizio delle sue funzioni, non può essere semplicemente spostato, deve essere sospeso“.

Ed aggiunge: “Negli altri Paesi c’è la regola dell’intralcio alla giustizia, solo da noi non si riesce a trovare un giusto equilibrio su cosa raccontare nella fase di indagine”.

Gratteri, non ha riservato sconti neanche ai suoi colleghi e bacchetta quei giornalisti “pregiudicati” che continuano a scrivere e a screditare.

“Nella mia categoria – ha detto il procuratore capo di Catanzaro – bisogna fare pulizia. Così come va fatta pulizia negli organi di stampa. Ci sono cronisti con una pagina e mezzo di reati giudicati che continuano a esercitare la professione, così come quelli che scrivono per screditarmi. Ho disposto 169 arresti, il Riesame ne libera 5 e alcuni giornali dicono che l’operazione sia stata un ‘flop’”.

Gratteri ha dimenticato quei giornalisti che si salvano con la prescrizione, o con i soldi pagati dall’editore alle parti lese pur di non andare a processo.

Alla domanda di Belpietro, il magistrato Gratteri sorride :”Io ministro della giustizia? Bisognerebbe chiederlo a Napolitano – continua – anche se quelli che mi vogliono bene mi dicono sempre che mi sono salvato”.

Il procuratore capo della Dda di Catanzaro ha quindi ricordato quando gli chiesero aiuto per la riforma della giustizia, come dei 250 articoli scritti passò solo quello del processo a distanza. Il governo nel frattempo ha messo in archivio la legge sulle intercettazioni, quindi tutto rimane com’è.

“Finché le cose stanno così – ha concluso Belpietro – anche io continuerò a pubblicare, ma se le cose dovessero cambiare non ne faccio un dramma. Si può tranquillamente continuare a fare il nostro lavoro“.

E noi la pensiamo una volta come lui.

Da http://www.vivavoceweb.com/2019/12/23/gratteri-bisogna-pulire-il-paese-dai-politici-corrotti-e-dai-giornalisti-compiacenti/#.XgS6eVxDOi4.facebook

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