l’Italia sta ignorando il maxi processo ‘rinascita scott’ (by Gratteri) che si celebra a Lamezia

 

“LA CALABRIA E’ IN MANO ALLA MASSONERIA DEVIATA” – L’ITALIA STA IGNORANDO IL MAXI PROCESSO “RINASCITA SCOTT” (BY GRATTERI) CHE SI CELEBRA A LAMEZIA TERME CON 325 IMPUTATI DEL CLAN MANCUSO – E’ IL PIÙ GRANDE PROCESSO MAI CELEBRATO IN ITALIA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, SECONDO SOLO A QUELLO STORICO DI PALERMO, EPPURE NON FREGA A NESSUNO, GIORNALI INCLUSI – EPPURE VIENE SCOPERCHIATO IL MONDO DI SILENZI E COMPLICITÀ IN CUI SI MESCOLANO LOGGE MASSONICHE E ‘NDRANGHETA…

 

Dietro gli scuri sbarrati e scrostati si aprivano sale e salotti per le tornate della loggia coperta Petrolo, i venerabili, i grembiuli, i riti dei compagni di spada. Il decadimento del palazzo – edificio imponente che si affaccia sulla Vibo Valentia borghese in questa Calabria profonda -, non deve ingannare. Anzi, esprime l’ apparente contraddizione della ‘ndrangheta, della sua espansione coloniale nella cosiddetta società civile quando povertà e abbandono mimetizzano ricchezza e potere.

Così le case dei boss, facciate prive d’ intonaco e dentro regge dai rubinetti d’ oro, così i tesori, arsenali e denaro, protetti sottoterra, mitragliette e soprattutto banconote sigillate in sacchetti di cellophane, infilati in fusti interrati. Mica come invece quei rotoli viola di 500 euro sbattuti in faccia al mercato del pesce dalle donne dei casalesi.

Qui la povertà è tutta simulata per celare potere assoluto, dominio e terrore. E lo dimostra anche il silenzio pneumatico o quasi che contorna il maxi processo «Rinascita Scott» che si sta celebrando nella nuova aula bunker dell’ ex area industriale di Lamezia Terme dove 325 imputati del clan Mancuso devono rispondere a 400 capi d’ accusa.

E’ il più grande processo mai celebrato in Italia alla criminalità organizzata, secondo solo a quello storico di Palermo, ma le udienze scivolano via nella distrazione pandemica. Lì conoscevamo i giudici come Pietro Grasso, Giovanni Falcone, qui, aldilà dello sforzo ciclopico del procuratore Nicola Gratteri – capace di far realizzare in cinque mesi quest’ aula di 3.300 metri quadrati, lunga 103 metri -, si parla poco. Per niente lumeggiati i suoi impavidi pubblici ministeri, impegnati in dibattimento.

Eppure raccontano di un’ Italia che ci crede e vuole, giovani toghe trentenni che arrivano da Genova, Firenze, Nola e hanno scelto Catanzaro, la trincea sporca, per misurarsi senza indugi. Quando mi infilo nell’ aula bunker – gioiello cablato con postazioni telefoniche per 600 avvocati -, un pentito mastica come un chewingum il declino dei suoi capibastone, che lo ascoltano silenti dai 25 carceri videocollegati. Racconta, ironizza ma dei 947 posti a sedere, nessuno è occupato dal pubblico. Deserto. Palermo e la Sicilia vissero la loro primavera, mentre qui in Calabria è ancora inverno profondo.

Certo, la gente non ne può più. Applaude la polizia, le jeep in corteo che tagliano Crotone consegnando i boss catturati di notte, con i ragazzi della squadra mobile in piedi da trenta ore ma sempre entusiasti. Applaude Gratteri forse perché rappresenta l’ ultima speranza rimasta, eppure ancora si affonda, si fatica. Dal capoluogo, dalla Catanzaro delle professioni, della borghesia, aldilà dell’ ardire di pochi, echeggia soprattutto silenzio.

E c’ è anche chi ringhia per questa magistratura che sfonda gli equilibri, mina convivenze e convenienze. Anche quando Gratteri fece sentire il battito cardiaco dello Stato con la ristrutturazione dell’ abbandonato convento del ‘400 da trasformare nella nuova procura. Insomma, cose mai viste, ma permane il silenzio.

Di questo pentito che parla pochi sanno il nome. A Palermo, si conoscevano i Buscetta, qui quasi nulla. Eppure i collaboratori all’ epoca furono in tutto una trentina qui 58, quasi il doppio, una svolta dopo decenni di indagini costruite con pochissimi pentiti. Adesso quasi a ogni operazione qualcuno si fa avanti, rompendo quel doppio legame, di affiliazione e di sangue, quella saldatura dei matrimoni tra primi cugini o combinati che rendeva impenetrabili i locali di ‘ndrangheta. Ma chi li conosce?

Chi conosce il collaboratore Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, criminale di livello ma soprattutto nono grado della piramide iniziatica, cavaliere eletto, «sacrato all’ interno della chiesa – ama ricordare – di sant’ Anna del Vaticano». Da tempo lui accompagna il servizio centrale del Ros, le procure di Reggio e Catanzaro nei cunicoli del mondo di compassi e grembiulini: «Vibo Valentia è l’ epicentro della massoneria sia legale che di quella cosiddetta deviata.

Questa era formata da due filoni: i “sussurrati all’ orecchio”, persone che rivestivano delle cariche istituzionali e per questo non potevano essere inserite nelle liste segnalate alla prefettura; e i “sacrati sulla spada”, soggetti con precedenti penali di vario genere compresi ‘ndranghetisti ovvero i “rispettosi del vangelo di Giovanni”, loro si reputano infatti angeli di Dio».

Quindi dall’iniziazione ai grandi affari con grembiule e compasso consegnati al rito che si celebrava a Crotone, sotto l’ ultima colonna dorica in piedi del tempio a Hera Lacinia, di fronte al mare. Qui insisteva la «loggia Pitagora con il maglietto affidato a Sabatino Marrazzo», secondo Virgiglio, ovvero a un «esponente di vertice, contabile, della ‘ndrangheta di Belvedere Spinello», per il Ros. Proprio in quelle terre, intercettato, il boss Nicolino Grande Aracri, ovvero il capo della mafia a Crotone aveva focalizzato l’essenzialità del contesto massonico: «Lì ci sono proprio sia ad alti livelli istituzionali e sia ad alti livelli di ‘ndrangheta pure».

Marrazzo era custode del tempio coperto a Rocca di Neto, ricavato nientemeno che in un ristorante. Una scelta logistica che non deve stupire. Le logge coperte scelgono palazzi abbandonati, villaggi turistici come a Praialonga, o i retro di bar come quello nel corso Mediterraneo di Scalea appena scoperto. O, ancora, le riunioni più importanti tra venerabili si tenevano all’Orso Cattivo, ristorante con piazzola tipo eliporto alle porte di Catanzaro.

Eppure l’epicentro rimane ancora Vibo Valentia da dove eravamo partiti e dove tutto si mischia con percentuali mai viste: ogni 18 residenti maschi maggiorenni, almeno uno è massone. Qui sono attive quattro officine riconosciute (Carducci, Monteleone, Murat e Benedetto Musolino) per poi scendere nello scantinato della fratellanza sommersa con la loggia Erbert, la san Mango d’Aquino, la Petrolo e chissà quante altre ancora.

Due mondi distanti ma che a volte si interconnettono a sentire intercettazioni e pentiti. A iniziare da Virgiglio quando si indicava venerabile nella gran loggia dei Garibaldini d’ Italia, massoneria riconosciuta. Trame che svelerà proprio al processo Rinascita Scott, dibattimento che tratteggia la proiezione muratoria della ‘ndrangheta e traccia nuovi orizzonti investigativi in violazione della legge Anselmi. Chissà se anche in quelle udienze non ci sarà pubblico e la Corte rinnoverà il diniego all’ ingresso delle telecamere.

 

DA

https://m.dagospia.com/l-italia-sta-ignorando-il-maxi-processo-rinascita-scott-by-gratteri-che-si-celebra-a-lamezia-261232

Palamara ad Affari:‘La spartizione continua. In magistratura tutto come prima’

DI ANTONIO AMBROSI

Credere nella giustizia? Dubbi, correnti, corporativismo, Cossiga, magistratura che cambia il corso della storia. Dopo il libro Palamara a 360 gradi, rivela…

“A fronte di quanto successo e di quanto si legge, riga per riga, nel suo libro con Alessandro Sallusti, la frase che c’è nei tribunali ‘La legge è uguale per tutti’ è ancora vera?”

“L’auspicio del libro è che la legge sia uguale per tutti. Il motivo per il quale si entra in magistratura è quello. Lo rivendico orgogliosamente ed è quello che mi ha ispirato e mi ispirerà sempre”.

“Lei dice che oggi ‘racconta’ perché lo deve ai tanti magistrati che non c’entrano con il sistema che descrive nel libro. Perché, dopo tutto quello che è successo, le dobbiamo credere e pensare che le sue parole siano sincere?”

“Perché l’idea e l’immagine che il sistema delle correnti potesse identificarsi solo con una persona è un’immagine che penso non convinca più nessun magistrato. Non convince i tanti magistrati che nell’immediatezza dei fatti fecero circolare una lettera aperta a Palamara, sulle mailing list, chiedendo di spiegare quello che era accaduto. Ed è quello che ho fatto. Non c’è un prima e un dopo. C’è la volontà di fare una riflessione sul sistema che comprende anche me. Ma non può ‘comprendere solo me’”.

“Lei racconta nel libro, ma lo abbiamo anche capito in parte dalle sue intercettazioni, dei casi De Magistris, Salvini, Gratteri, Mastella, Forleo, Berlusconi, cioè di quando la magistratura, in qualche modo, fa politica nel Paese. Non fa più paura della politica che esercitano i politici? La magistratura ha più strumenti della politica, incidendo sulle libertà e sulle proprietà, sulle vite delle persone e può distruggerle. E la magistratura ha cambiato il corso della storia?

“La magistratura vive nella storia, vive nel rapporto con le altre istituzioni. Il problema dei rapporti tra magistratura e politica esiste, tanto è vero che nel 1948 i costituenti previdero l’autorizzazione a procedere nell’articolo 68, creando una linea di confine”.

“E’ stata superata questa linea di confine?”

“E’ stata abbattuta nel 1993 quando il parlamento, dopo i noti fatti che riguardarono l’onorevole Craxi, la toglie. Da quel momento c’è un’inevitabile sconfinamento, al di là della legittimità delle inchieste. La politica si sente scoperta quando c’è un doveroso accertamento della magistratura. E’ ovvio che la magistratura deve indagare nei confronti di tutti, nessuno escluso. Ma si determina uno sconfinamento che oggi rimane limitato solo esclusivamente a quando c’è una richiesta di misura cautelare. In quel caso torna la palla in mano alla politica ma non essendoci invece per la richiesta di rinvio a giudizio quell’elemento non è più rimasto nelle mani della politica e viene strumentalizzato all’esterno. Questo è il cortocircuito. Il politico deve pensare che il problema c’è e va risolto”.

“Quando il cittadino sente queste cose e le trasla su sé stesso che deve pensare? Cioè se al corpo più potente del Paese accade questo a me che può succedere?”

“Il cittadino comune deve avere fiducia nella giustizia. Ci sono tanti magistrati che a questi meccanismi sono totalmente estranei, non partecipano alla cosiddetta organizzazione del potere che è limitata solo ad una cerchia ben individuabile di persone: coloro i quali procedono con le nomine, non uno solo ma i rappresentati di più gruppi. Ogni corrente ha un rappresentante, ogni corrente cerca di piazzare il proprio uomo nell’ufficio più importante, ogni corrente cerca di aumentare il consenso all’interno della magistratura. I problemi che hanno riguardato la mia persona si inserivano in questo contesto”.

“Quindi ad un cittadino che è in causa con un magistrato cosa consiglia? Oltre a farsi il segno della croce, visto lo spirito corporativo che incombe e difende i colleghi. Cosa deve fare? Avere un grande e potente avvocato? Avere molti soldi per le cause? Sperare in chi è slegato da queste logiche corporative? Ma come è possibile avere questa speranza se poi il potere all’interno della magistratura, anche nelle nomine del magistrato locale, funziona come lo descrive lei?”

“Al cittadino dobbiamo ricordare sempre che c’è un articolo fondamentale che dice che il giudice è soggetto soltanto alla legge e quindi il magistrato deve ispirarsi soltanto a quei principi ed esistono i mezzi di impugnazione. Il consiglio è di avere fiducia e ricorrere a tutti gli strumenti processuali che l’ordinamento gli mette a disposizione, nessun escluso. Il tema però di cui parlo io è legato all’organizzazione interna della magistratura, su come ha voluto dare attuazione all’autonomia e indipendenza sancita dalla Costituzione.”

“Come si fa quando il magistrato può essere guidato da suoi interessi personali e nessuno può fare nulla? Le faccio un esempio spicciolo: un magistrato coinvolto, nella questione che sta dirimendo, perché legato affettivamente alla compagna dell’indagato e lo perseguita, come è possibile avere fiducia?”

“Queste sono situazioni che il Consiglio Superiore, teoricamente la Procura generale… mi lasci dire… invece di preoccuparsi solo delle mia chat… dovrebbero preoccuparsi anche di cose del genere”.

“Ha dedicato molti anni a mediare tra le correnti della magistratura, dedicherà ora il suo tempo a demolire e raccontare questo mondo che i più non conoscono?

“Più che demolire a contribuire ad un’opera di reale rinnovamento della magistratura, quella che tanti magistrati mi chiedono.”

“La disaffezione per la politica ha prodotto l’antipolitica, il caso Palamara e le sue critiche a cosa possono portare? Ci può essere una deriva o no?

“Mi auguro che la magistratura sappia riscattarsi e che al di là della mia vicenda personale possa portare innanzitutto a squarciare il velo dell’ipocrisia interna”.

“Cresce nel Paese un sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni, ora anche della giustizia. E’ un sentimento molto pericoloso. La magistratura ha in sé la capacità di riformarsi nel sentimento di vicinanza con il cittadino, con quel senso comune di giustizia? E come?”.

“Ci sono tanti magistrati che preferiscono stare più riparati e tranquilli. Ma le assicuro che esistono tanti magistrati che hanno questi sentimenti”.

“Lei ha detto: La magistratura è una casta che alimenta il sistema di cui facevo parte. La magistratura come può uscire da sola da questa situazione?”

“No, no, diciamolo meglio. Esiste un problema giustizia, è evidente. Nel 1987, su iniziativa dei Radicali ci fu un referendum. L’80% degli italiani si espresse a favore della responsabilità civile dei magistrati e quindi contro i magistrati. Nel 1996 il ministro Flick volle introdurre le pagelle e i magistrati dissero ‘no, non vogliamo farci controllare’. Questi erano segnali che forse noi non abbiamo saputo raccogliere. Perché è prevalsa l’idea dell’autoprotezione della casta. Qualcosa poi non ha funzionato, nei casi De Magistris, il caso Forleo, anche il libro che sta andando così forte dimostra che c’è volontà di capire, di sapere e che la vicenda non può essere ridotta a una persona, una serata, eccetera. Se ci sono 50 magistrati che si muovono in un certo modo non è una cosa da niente, sono 50 magistrati e come funziona questo sistema andava spiegato bene e non è stato fatto…”.

“Anche da quello che scrive, se non lo sapevamo prima, i magistrati non sono dèi ma uomini ed hanno i pregi e i difetti degli uomini…”

“Assolutamente si”.

“Ora la questione é: il primato della giustizia può venire prima delle piccolezze, del credo, dell’interesse, dell’ideologia dell’uomo magistrato? Questo dubbio si solleva in tutte le vicende raccontate…”

“Però la giustizia è un bene talmente supremo e fondamentale in uno Stato democratico che deve venire prima di ogni cosa, di ogni singola vicenda personale, deve vincere la giustizia”.

“Lei si ritrova adesso, ora si è anche iscritto al partito Radicale, in modo diverso e con un altro tipo di storia dalla stessa parte della barricata di personaggi enormi come Sciascia, Cossiga, Tortora con quel clamoroso errore giudiziario che lo riguardava e che poi originò il referendum che citava. Non le sembra tardi? Perché è questa la critica che le viene fatta…”

“Lo so ma io facevo e ancora adesso faccio il magistrato. Io le critiche le accetto volentieri ma se dovevo parlare prima, prima quando? Io sto parlando… sono ancora dentro la magistratura. Ancora non me ne sono andato”.

“Intendo prima della sua vicenda personale, prima delle inchieste che la riguardano…”

“Chi mi ha frequentato e mi conosce sa quali sono le mie idee dentro la magistratura. Pubblicamente è chiaro: avevo un ruolo di rappresentanza politica ed ho difeso l’Anm contro Berlusconi, ad esempio. Nemmeno nel libro lo rinnego perché doveva prevalere l’idea dell’autoprotezione. Dal Csm ho partecipato al meccanismo correntizio che purtroppo caratterizza quel mondo. Lei potrebbe chiedermi ‘nella magistratura come va?’”

“Infatti ci si chiede, visto che la magistratura resta organizzata in correnti. Chi è oggi nel ruolo che assolveva lei? O con che cosa è stato sostituito per fare quelle mediazioni che lei faceva ?

“…come va? Tutto bene, grazie, va come prima. Visto che Affaritaliani può vivisezionare quello che dico andatevi a leggere l’ultima sentenza del Consiglio di Stato sulla Scuola superiore della Magistratura, lì c’è tutto. La sentenza è assolutamente emblematica sulla perpetuazione della spartizione”.

“Cossiga, uomo di legge e che aveva senso dello Stato, in un frangente particolare la offese e disse che l’Anm era un’associazione tra il sovversivo e il mafioso, un’espressione tremenda ed esagerata a cui però non vi furono seguiti legali, ma sentirla in bocca a un ex capo dello Stato faceva una certa impressione… Ecco, cosa pensa oggi di quella frase?”

“Furono parole ovviamente che mi colpirono sia sul piano personale anche per la forza e l’invettiva delle parole stesse, però è chiaro che l’Anm, come tutte le corporazioni intermedie, ha sofferto e soffre di una grave crisi di identità e soprattutto di un’attualità, basti pensare alla mia espulsione: su 10.000 magistrati ne erano presenti 100. E’ chiaro che qualcosa non funziona più”.

https://www.affaritaliani.it/politica/palamara-ad-affari-%E2%80%98la-spartizione-continua-in-magistratura-tutto-come-prima-720898.html

Se l’Antimafia sinistra non sa cosa fa l’Antimafia destra: Morra, Fava e Montante

 

Leggete con attenzione quest’incredibile saga di Capaci, con ombre, interrogativi a iosa, osceni retroscena, nomi pesanti, coinvolti o parzialmente sfiorati dalle indagini, vecchie glorie del politichese e non solo.
Saga tenuta nascosta da qualche anno, indigesta ai media che infatti non ne parlano, vista come fumo negli occhi da tante istituzioni che invece dovrebbero essere lì per appurare, accertare, scoprire, individuare gli eventuali colpevoli di un intreccio che dire sia maleodorante è troppo poco.
Al tavolo della spartizione siederebbero i soliti: mafiosi e politici, ma anche funzionari di forze dell’ordine, persino magistrati – se certe voci che corrono dovessero trovare fondamento.
Come è suo solito, ANTIMAFIADuemila sta coprendo la vicenda – la saga di Capaci, l’abbiamo chiamata per comodità – con lo stile giornalistico che le è proprio.
Editoriale ampio di Giorgio Bongiovanni, video Facebook di Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, il ritratto particolareggiato di Paolo Conigliaro, il luogotenente dei carabinieri che ha avuto il merito di svelare l’esistenza della saga, e che ora ha i suoi guai per aver rivelato ciò che per qualcuno dei suoi superiori doveva invece restare irrivelabile. E infine il testo dell’interrogazione, firmato da 18 parlamentari che si rivolgono ai ministri dell’interno, della giustizia e della difesa.
Adesso, di fronte a uno scenario che improvvisamente si è fatto ampio – anche per merito di ANTIMAFIADuemila -, si ha l’impressione che le porte della stalla siano state finalmente spalancate. Nascondere si è fatto complicato.
E la testimonianza del luogotenente Conigliaro, interrogato in segretezza dalla commissione antimafia, avrebbe fornito una gran mole di informazioni. Lo stesso Morra, a Conigliaro, fa più volte riferimento nel suo video. Forse non ci sarebbe altro da aggiungere.

E invece no, una cosa da aggiungere, a nostro personalissimo giudizio, ci sarebbe. Riassumiamola in poche parole.
Al centro della saga di Capaci, ci starebbe, come se il resto non bastasse, Il “sistema Montante”. I lettori di antimafia sanno di che si tratta. Ma il fatto è che della saga di Capaci, a quel che se ne sa, nel processo al faccendiere Montante (conclusosi con condanna) non si parla. E si può capire: i processi, d’altronde, non possono affrontare l’intero scibile criminale.
Ma è curioso – e colpisce non poco-, che nella saga di Capaci non si sia neanche imbattuta la commissione antimafia siciliana, presieduta da Claudio Fava, (a proposito: è blasfemo definirla un doppione in sedicesimo di quella nazionale? Non si è forse sperimentato a sufficienza quanto sia diventata italiana, e a tutti gli effetti, la mafia siciliana?).
Diciamo qui, di quella regionale, perché, nel suo frenetico indagare (stragismo e attentati e fattacci di cronaca nera), proprio al “caso Montante” aveva dedicato sedute, interrogatori e voluminose conclusioni.
Evidentemente, la saga di Capaci e la vicenda, professionale e umana, del carabiniere Conigliaro, erano sfuggite ai commissari di Sicilia, o forse da loro ritenute di breve momento. Peccato.
Perché a occhio ci sembra che entrambe le vicende meritino assai; politicamente, giornalisticamente, giudiziariamente.
Se possiamo permetterci un consiglio: la commissione antimafia nazionale non potrebbe chiedere a quella siciliana come mai sino a oggi non si sia accorta di nulla, pur avendo pomposamente indagato sul “caso Montante”? Aveva sentito mai parlare dell‘affaire Capaci e del carabiniere che quei fatti contribuì a svelare?
O la commissione siciliana si limita ad andare al traino delle rassegne stampa di qualche solerte funzionario regionale?
Se così fosse, per quanto ci riguarda, avremmo l’ennesima prova della sua inutilità.

DA

https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/saverio-lodato/81493-se-l-antimafia-sinistra-non-sa-cosa-fa-l-antimafia-destra-morra-fava-e-montante.html

Travaglio fulminato da Gratteri. Così il procuratore boccia il Gino Strada del suo Conte

 

È restato di ghiaccio, impietrito perché non se lo aspettava il povero Marco Travaglio ascoltando a Otto e Mezzo il procuratore Nicola Gratteri disintegrare la candidatura di Gino Strada a commissario della sanità in Calabria. Il direttore del Fatto quotidiano aveva appena finito di incensare l’ideona del premier Giuseppe Conte a lui così caro e sentire dire proprio da un magistrato da lui così incensato come Gratteri che “Strada non serve, ci vuole un manager“, lo ha fatto quasi svenire in diretta di fronte a Lilli Gruber.

Il procuratore ha spiegato di essere stato in Africa e avere visto con i suoi occhi il lavoro meritorio fatto da Emergency, ma la Calabria non è l’Africa. E proprio le prime parole dette da Strada, annunciando 4 o 5 ospedali da campo da portare in Calabria, sono secondo Gratteri una sciocchezza perché “ci sono semmai 18 ospedali chiusi che possono essere riaperti e molto più utili. Basta sanificarli e in pochi giorni tornano operativi”. Travaglio che aveva perso la favella ha provato a difendere gli ospedali da campo “li hanno fatti anche al Nord”, ma Gratteri lo ha definitivamente zittito: “lì non avevano altri ospedali da riaprire”.

Fonte: https://www.iltempo.it/politica/2020/11/17/news/calabria-nicola-gratteri-marco-travaglio-gino-strada-sanita-commissario-otto-e-mezzo-fatto-quotidiano-giuseppe-conte-25266213/

Intervista di Gratteri a Le Monde: “L’Europa sottovaluta la ‘ndrangheta”

 

“La ‘ndrangheta è l’unica presente in tutti i continenti, l’Europa la sottovaluta da troppo tempo”: questo il principale avvertimento lanciato da Nicola Gratteri, responsabile del maxi-processo alla ‘Ndrangheta che si è aperto a settembre a Roma, in una lunga intervista pubblicata oggi sul quotidiano francese Le Monde. Un’intervista a tutto tondo, a pagina 2 del giornale, in cui il sessantaduenne procuratore di Catanzaro parla lungamente del processo ‘Rinascita Scott’, considerato come il ‘Processo del Secolo’ e lancia un forte appello affinché l’Europa apra gli occhi, una volta per tutte. “Purtroppo – afferma Gratteri – l’Europa sottovaluta la ‘ndrangheta da troppo tempo. L’Unione europea non è pronta al livello normativo. Non controlla il concetto stesso di sicurezza dinanzi al crimine organizzato né la cultura di controllo del territorio. Da europeista convinto, mi dispiace molto. Dobbiamo condividere gli stessi codici, essere più uniti, altrimenti non saremmo in grado di contrastare l’invasione delle mafie”. E ancora: “Troppi Stati non capiscono questo pericolo o fanno finta di non capire”.

‘Ndrangheta transalpina

Quanto alla Francia, precisa il magistrato, la ‘ndrangheta è “principalmente radicata nel sud-est” del Paese, con una “predilezione per il settore alberghiero e della ristorazione. Del resto – spiega il procuratore – numerosi ‘ndranghetisti di nuova generazione sono diplomati presso scuole alberghiere. Sanno gestire (alberghi e ristoranti, ndr.), alcuni sono anche in cucina, ma la tesoreria proviene dai soldi della cocaina, riciclata secondo un sistema di fatture false, barando sul registratore di cassa”.

 

DA

Intervista di Gratteri a Le Monde: “L’Europa sottovaluta la ‘ndrangheta”

Ddl Zan, Baldassarre (Lega): “Sinistre spingono per una legge inutile e deleteria”

Il commento dell’europarlamentare della Lega, Simona Baldassarre. Il 20 ottobre ritorno discussione alla Camera

Sul DDL Zan commenta così l’europarlamentare della Lega, Simona Baldassarre: “PD e 5 Stelle litigano su tutto: Mes, Sicurezza  e poltrone. Ma su una cosa vanno d’accordo: il DDL Zan. Le sinistre non la smettono con la loro crociata ideologica, e continuano a spingere per una proposta di legge inutile e deleteria”.

È prevista per il 20 ottobre la ripresa della discussione alla Camera. Tanti, dalla CEI alle femministe, stanno ripetendo che le idee non possono essere mai processate. “Le vere necessità dei cittadini sono altre”, continua l’europarlamentare.

E conclude: “Faccio, ancora una volta, un appello ai cattolici e ai liberali che siedono in Parlamento perché si facciano avanti e dicano ‘NO’ a chi pretende di imporre agli italiani cosa dire, cosa pensare e in cosa credere”.

Da

https://www.google.com/url?q=https://vocecontrocorrente.it/ddl-zan-baldassare-lega-sinistre-spingono-per-una-legge-inutile-e-deleteria/&source=gmail&ust=1601754122202000&usg=AFQjCNHF39hgq1rQPD1zgbY-tgLaErH9GQ

‘Ndrangheta, Gratteri nel Vibonese: «Mi odiano? Significa che stiamo facendo bene»

VIDEO | Il procuratore di Catanzaro a San Nicola da Crissa: «Stanno cadendo templi massonici, c’è nuova fiducia nelle istituzioni». Il correntismo in magistratura? «Mai aderito». L’antropologo Teti: «Mitologia mafiosa può essere sostituita»

di Agostino Pantano

Torna nella provincia delle operazioni Rinascita Scott e Imponimento, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, e lo fa per partecipare ad una conversazione su “Immagini, Mitologie e Realtà” organizzata dal Comune di San Nicola Da Crissa.

Nel paese del Vibonese di cui è originario l’antropologo Vito Teti, è stato proprio il docente a instradare i temi culturali di un confronto che ha impegnato anche il giornalista Michele Albanese, cronista calabrese che vive sotto scorta da 6 anni.

«I templi massonici»

Non è stata nominata la madre di tutte le indagini, quella che nei prossimi giorni culminerà con l’udienza preliminare a Roma per 456 inquisiti, ma tutta la riflessione nella piazza gremita si è incentrata sul suo esito definito rivoluzionario.

«Diversi templi massonici stanno cominciando a cadere», ha detto il capo della Procura di Catanzaro, con Albanese che – per allargare il raggio – ha sottolineato come «questa nuova fiducia verso le istituzioni deve essere accompagnata da una robusta presa di coscienza culturale e sociale».

Dopo i saluti del sindaco Giuseppe Condello, che ha ricordato anche gli altri due eventi antimafia che si susseguiranno a partire da stasera, Teti ha rilanciato il concetto di una «mitologia ‘ndranghetista che il calabrese può sostituire con il richiamo ad un bisogno di legalità che mai come oggi è realtà».

Una piazza molto gremita, tra gli altri nel pubblico si sono notati i vertici provinciali delle forze dell’ordine e il sindaco del capoluogo, Maria Limardo, ha ascoltato parole precise anche rispetto alle critiche da rivolgere ai Palazzi.

«Stiamo facendo bene»

«Alle parole di odio – si è sfogato Gratteri – sono abituato e le interpreto come il segno che stiamo facendo bene. Ho spalle abbastanza larghe e non cadrò mai in un fallo di reazione». Rispondendo alle domande del nostro network, il magistrato inoltre si è detto convinto «che il tempo dirà se meritiamo il consenso anche delle altre istituzioni e del sistema dei partiti, visto che l’appoggio dei cittadini c’è e ci dà fiducia».

Parole che lasciano intendere l’avvio di un percorso col quale Gratteri vuole abbassare al massimo il rischio di un isolamento – «abbiamo impiegato 2 anni per derattizzare gli uffici», ha detto – in un uno con le sue dichiarazioni finali che si riferiscono al contesto nazionale quando, rispondendo alle domande del cronista, ha dichiarato «non ho mai avuto bisogno di aderire ad alcuna corrente interna alla magistratura», concludendo: «Rimarrò in Calabria per il tempo necessario».

Fonte: https://www.lacnews24.it/cultura/ndrangheta-gratteri-nel-vibonese-mi-odiano-significa-che-stiamo-facendo-bene_122421/

Palamara inizia a fare i nomi: ecco chi sono i 133 testimoni chiamati

Il sempre ben informato D’Agostino ci fornisce degli elementi sul “caso Palamara”, che non deve andare nel dimenticatoio dei professionisti della distrazione di massa…(N.d.R.)

 

1 – DA ORLANDO A CAROFIGLIO, 133 TESTI CHIESTI DA PALAMARA A DISCIPLINARE CSM

Da www.adnkronos.com

Dall’ex ministro della Giustizia e vicesegretario del Pd Andrea Orlando, al magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio, ai presidenti emeriti della Consulta, Cesare Mirabelli e Giovanni Maria Flick.

E’ lungo l’elenco dei testimoni per i quali la difesa di Luca Palamara, l’avvocato Stefano Giaime Guizzi, ha chiesto alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistraturala la citazione, in vista dell’udienza prevista il prossimo 21 luglio.

GIOVANNI LEGNINI LUCA PALAMARAGIOVANNI LEGNINI LUCA PALAMARA

L’elenco, che conta 133 nomi, comprende tra gli altri l’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, l’ex senatrice Anna Finocchiaro, l’attuale vicepresidente di Palazzo dei Marescialli David Ermini e gli ex Michele Vietti e Giovanni Legnini, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho, i pm romani Domenico Ielo, Sergio Colaiocco Luca Tescaroli, l’ex presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri.

ECCO I SUPER TESTIMONI CHE FANNO TREMARE I PALAZZI DEL POTERE

Giacomo Amadori e Fabio Amendolara per “la Verità” Continua a leggere

Perché la mafia nigeriana prospera in Italia

di Lorenza Formicola

Le due maxi operazioni di queste settimane della Polizia di Stato tra Marche, Abruzzo e Sicilia sono l’ennesima prova che questo Paese ha un problema serissimo con la mafia nigeriana. I 47 fermati per associazione mafiosa, riciclaggio, tratta di esseri umani, droga, reati violenti o punitivi, sfruttamento alla prostituzione ed illecita intermediazione finanziaria, hanno scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora sulla criminalità organizzata nigeriana in Italia. Le confraternite Eiye e Mephite radicate in Nigeria, ma diffuse in molti Stati europei ed extraeuropei, non hanno niente da invidiare per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali. Anzi. L’Italia è il principale porto per la mafia africana. Addirittura un rapporto Iom-Onu del 2017 indicava un incremento del 600% del numero di potenziali vittime di traffico sessuale arrivate in Italia via mare e la maggior parte provenienti dalla Nigeria.

La mafia nigeriana è strettamente legata all’immigrazione clandestina e le accuse legate alla contraffazione e alterazioni di documenti per la permanenza clandestina sul territorio italiano lasciano ancora una volta poco spazio alle teorie di chi prova a sostenere il contrario.
Le due operazioni hanno reso possibile ricostruire l’anima profonda di queste cellule criminali. I nigeriani venivano identificati come membri della cellula “Family Light House of Sicily”, a sua volta collegata alla confraternita criminale “Mephite”, attiva nel catanese, ma anche a Palermo, Messina e Caltanissetta, da dove operava Ede Osagiede. A Catania invece il boss era Godwin Evbobuin. I soggetti arrestati tra Ancona, Ascoli Piceno e Teramo erano tutti membri di un “Nest” (nido), una delle tante cellule attive nel cosiddetto “Aviary” italiano della “Supreme Eiye Confraternity” che si contende il territorio con altre confraternite come la “Black Axe”, i “Viking” e, appunto, i “Maphite”. Continua a leggere

1 2 3 4 115