La Quaresima non è l’attesa di un’altra grande abbuffata…

EDUCAZIONE CATTOLICA

di Matteo Castagna

Mentre un tempo il periodo della Quaresima veniva vissuto dai cristiani come autentico momento di penitenza in preparazione all’evento più importante della storia, che è la Passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per la nostra redenzione, oggi appare un periodo, per molti noioso, in cui si attende solo la seconda grande abbuffata dell’anno liturgico, dopo il Natale.

Questo atteggiamento è sicuramente figlio della secolarizzazione, che però non ci giustificherà al momento del giudizio, perché la Chiesa, Corpo mistico del Figlio di Dio, ha stabilito che tutta la vita su questa Terra debba essere vissuta come preparazione all’altra, nella visione beatifica della Santissima Trinità. Ecco che, allora, le prescrizioni e le leggi stabilite non possono e non devono essere delle forme estetiche o delle vuote e ripetitive consuetudini, quanto delle devote e convinte pratiche della Fede.

Mentre la dieta è di moda, il digiuno è considerato come una pratica oscurantista. E’ possibile che ormai il digiuno non abbia più valore per noi? Dire ciò sembrerebbe negare una cosa affermata e praticata per tanti secoli, sarebbe negare l’esempio di Gesù Cristo stesso nel deserto! Sarebbe bene, quindi, in questo tempo di Quaresima, riprendere in considerazione questa pratica, ancora considerata un pilastro di questo tempo forte, seguendo l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino.

La prima cosa sorprendente dell’ insegnamento di San Tommaso sul digiuno è che esso viene considerato un precetto della legge naturale. Quando, quindi, il venerdì santo cominciamo a sognare una bella tagliata, questo non avviene solo perché la Santa Madre Chiesa ci obbliga a digiunare, ma per un motivo insito nella nostra natura. Ciò che la Chiesa fa, nel legiferare sul digiuno, è semplicemente precisare un precetto della legge naturale, per il bene dei fedeli. Questo spiegherebbe anche perché troviamo la pratica del digiuno in quasi tutte le religioni e culture del mondo. In più, ciò significa che il digiuno non è qualcosa riservata a monaci, ma è per tutti.

Per quale motivo uno deve digiunare? Se appartiene alla legge naturale, ci deve essere un buon motivo, un motivo ragionevole. San Tommaso ci indica 3 ragioni per del digiuno: Per reprimere le concupiscenza della carne; perché l’anima si elevi a contemplare le cose più sublimi; per riparare i peccati.

Guardiamo questi motivi più da vicino.

Reprimere la concupiscenza della carne. Cioè, i nostri appetiti naturali per le cose sensibili. La prima cosa da notare è che il nostro desiderio naturale di mangiare è un desiderio in sé buono: senza questo desiderio, moriremo di fame! San Tommaso in nessun modo si identifica con una filosofia che ritiene la natura o le cose corporali come cattivi in sé. Continua a leggere

Il Vaccino al Virus contemporaneo

 

di Matteo Castagna (pubblicato su “Il Corriere delle Regioni” del 26/02/2021)

Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

Il Consiglio regionale lombardo ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro” promossa da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle. Con il supporto dell’Avv. Gianfranco Amato e grazie alla determinazione del Presidente della III Commissione Sanità dott. Emanuele Monti, il Consiglio regionale ha rispedito al mittente la proposta che mirava, di fatto, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

Nel frattempo, il tribunale di S. Maria di Capua a Vetere ha stabilito che gli embrioni creati e crioconservati da una coppia, che nel frattempo si è separata potranno essere impiantati alla donna anche contro la volontà dell’ex partner. Si tratta del riconoscimento di un diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge e poi surgelati. Peccato che, però, un bimbo non sia un “bastoncino findus” ma un essere umano, per quanto in crescita…e neppure una proprietà privata della donna, come vorrebbero vecchi slogan del femminismo militante. Sarà argomento che dovrà far discutere perché crea un precedente pericoloso evidente.

Ci si chiederà il motivo di tanto fermento bioetico, soprattutto nell’ultimo decennio. Possiamo dire che l’uomo contemporaneo soffre di alcuni mali che vengono chiamati beni dal mainstream dominante, a tutti i livelli e in tutti i consessi. Platone sosteneva che “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa”, soprattutto se il male è letale perché mette in discussione la sacralità e la dignità della Vita. Si dirà, giustamente, che il male è in stato così avanzato, che è come una metastasi diffusa in tutto il corpo sociale. Se “nihil difficile volenti”, allora dobbiamo lavorare, prima fornendo degli antidolorifici, per arrivare alla cura. Il nichilismo filosofico, che vuole distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico), tende a trasformare l’uomo in una larva o in una “pecora matta” dantesca, che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiato. L’oggi è caratterizzato da un grande vuoto di concetti, di principi, di valori, di ragionamenti e di retto discernimento, tanto che la Sovversione dell’ordine naturale, quindi divino, è il nuovo ordine mondiale. La cultura del nulla giunge a considerare la verità, il bene, il bello, l’identità, la tradizione, come mali o bugie da distruggere. La nostra società rigetta santità ed eroismo, onore e fortezza, giustizia e temperanza, educazione e primato dell’essere per il suo Vitello d’Oro fatto di edonismo e benessere materiale, narcisismo, egoismo e vacuità, sciocchezze e vanità. L’uomo odierno è molle, apatico, privo di certezze e rifiuta la verità perché la teme. Tutto va nelle opinioni, nel dialogo e ciascuno dice la sua, tutti sono “tuttologi” ma in realtà sono solo estensori del nulla, nella totale indifferenza religiosa.

Il nichilismo è il virus per il quale esiste un vaccino gratis e dalle dosi infinite che rimangono in freezer a grandi quantità. Esso viene sublimato da S. Tommaso d’Aquino nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di “partecipazione” di Platone e quello di “essenza” di Aristotele. Il vaccino della ragionevolezza dell’uomo, che è dotato di intelletto e volontà, porta a un Fine ultimo, il quale è il sommo Vero e Bene, da riscoprire, conoscere e, quindi amare. Pertanto, se l’uomo vuole stare bene nel corpo e nell’anima, deve curare entrambe e soprattutto l’anima, nelle sue facoltà nobili, che sono, appunto, l’intelletto e la volontà, come già insegnava mirabilmente il grande Seneca.

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/02/25/il-vaccino-al-virus-contemporaneo-di-matteo-castagna/

Occorre togliere alla sinistra un tema cattolico: il rispetto del creato


TOGLIERE L’ECOLOGISMO ALLA SINISTRA PUO’ ESSERE UNO DEI COMPITI DEI DUE PARTITI DEL CENTRO-DESTRA CHE SOSTENGONO IL GOVERNO DRAGHI

Di Matteo Castagna

La Bibbia insegna che l’uomo deve soggiogare e dominare (Gn. 1,28) la Terra. In Genesi 2,15 si legge che deve assolvere a questo dovere coltivando e custodendo.

Il custode del Creato non deve essere un tiranno, ma un lavoratore diligente e giusto, a immagine e somiglianza di Dio.

L’uomo deve saper usare la natura per le sue necessità e poi coltivarla con il rispetto che merita ogni creatura, per Amore del Creatore. Dalla bellezza e perfezione del creato si può giungere alla razionale dimostrazione dell’esistenza di Dio – sosteneva Sant’Ignazio di Loyola.

Ne consegue che il cattolico deve amare la natura perché ama il Creatore ed è quindi un “ecologista teologico”, non un panteista né un animalista new age come un sinistro qualsiasi, che si è impossessato indebitamente della questione ecologica, declinata in ideologia, atea e idolatrica.

L’”ecologia teologica” è identitaria e ha, oggi, il compito di educare ad una cultura della custodia del creato per Amore del Creatore che sostituisca la versione green del globalismo internazionale, incarnato dal gretininismo militante.

La teologia della creazione di San Tommaso d’Aquino è rintracciabile, in modo speciale, nello Scriptum super Sententiis, nelle Quaestiones disputatae De potentia Dei e nella Summa theologiae.

In quest’ultima opera, le questioni relative al nostro argomento si trovano nella I pars, immediatamente dopo quelle che trattano di Dio in sé, nella sua unità (qq. 2-26) e nella sua Trinità personale (qq. 27-43).

Tali questioni sono dedicate anzitutto all’approfondimento del concetto di creazione e del modo di intendere questa speciale forma di causalità (qq. 44-46); nelle qq. 47-102, S. Tommaso parla dei diversi esseri creati e infine tratta del governo divino (qq. 103-119).

L’orizzonte ermeneutico nel quale l’Aquinate pensa la creazione è quello della causalità. Chi dice creazione (nel senso dell’atto divino del creare), intende la produzione libera di effetti o esistenti che partecipano l’essere di Dio, che è l’Ipsum Esse subsistens. “Creare est proprie causare sive producere esse rerum” (creare è comunicare l’essere a tutti gli esistenti finiti).

Partecipando l’essere, per il fatto di riceverlo dal Creatore, le creature si trovano ad una ‘distanza ontologica’ infinita da Dio; questi non perde la sua ricchezza di vita nel momento in cui, dalle tenebre del nulla, chiama all’esistenza la molteplicità degli effetti finiti.

San Tommaso afferma che l’Autore del creato è anche ‘causa esemplare’ di tutte le creature, oltre che ‘causa finale’: come dire che tutto ‘esce’ dalle mani di Dio, portando in sé un’impronta, una traccia del suo Principio; e tutto è orientato a Lui.

É opportuno notare che questa maniera di intendere il rapporto Creatore-creatura, è speculare alla concezione biblica dell’agire del Dio creatore e dell’evento della creazione.

Come è stato correttamente osservato, in San Tommaso il tema della creazione non si confonde con quello dell’inizio o del punto di partenza; nell’ Aquinate “la teologia della creazione romperà con il tema dell’inizio come punto di partenza a vantaggio della perfezione di un’origine come dono e sovrabbondanza, che proviene da un Dio esistente e animato da volontà”.

Il dato dell’esistenza di realtà finite, nelle quali si dà compresenza o composizione di materia e forma (Aristotele) o di potenza e atto, rinvia necessariamente a un Essere semplice, nel quale non esiste tale composizione e che è pura attualità, origine di ogni esistente, causa non causata, unico possessore di ogni perfezione di essere e di vita. Poiché questa Causa prima è perfetta, allorquando agisce non ha bisogno di qualcosa di preesistente, ma pone in essere ex nihilo il proprio effetto; perciò, si dice creato proprio quell’ esistente che riceve originariamente e totalmente il proprio atto d’essere.

L’agire creatore di questa Causa prima è libero: lo testimoniano la finitezza del mondo, la sua molteplicità e gradualità nell’essere. Fine di questo libero agire divino è la stessa bontà di Dio, che è infinita e viene diffusa e partecipata alle creature; queste ultime non apportano a Dio nessuna perfezione; né aumentano la sua beatitudine. Esse costituiscono, invece, un libero e splendido effetto della sua ricchezza di vita; pur se connotate dal limite, le creature costituiscono un riflesso luminosissimo dell’infinita luce divina.

Agli occhi di certuni per governare è indispensabile il passaporto arcobaleno!

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

È IL TEMPO DELL’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, NON QUELLO D’IMPROBABILI ED IMPROPRIE POLEMICHE PER L’AGENDA DI UN ESECUTIVO CHE NON PARE GUIDATO DA UN IMPULSO IDEOLOGICO, DI FRONTE AD UN PAESE IN GINOCCHIO…

Una delle tante tipicità che caratterizzano gran parte del variegato mondo italico è quello della critica preventiva. Avviene nel calcio con gli allenatori e in politica con i ministri.

Marta Cartabia (nella foto), autorevole esponente del neonato governo Draghi, vicina a Comunione e Liberazione, nel 2014 ha espresso posizioni contrarie all’equiparazione tra nozze tradizionali e unioni civili. All’epoca del caso Englaro criticò il suicidio assistito.

Pur non avendo deleghe direttamente attinenti ai temi etici, il senatore Tommaso Cerno ha chiesto che il premier faccia chiarezza per quanto affermato da Cartabia ed il segretario generale dell’Arcigay Gabriele Piazzoni riconosce come segnale positivo il fatto che ella, da ben sette anni, non proferisca parola in merito alle rivendicazioni Lgbt.

All’epoca, Cartabia replicò alla alle parole d’odio della galassia arcobaleno con un lapidario: “la Corte (costituzionale, n.d.r.) difende i diritti di tutti perché nella laicità positiva dello Stato”. Il capo del Popolo della Famiglia, cioè la microsfera del macro-opinonista Mario Adinolfi ha rinfocolato la polemica sul ddl Zan, in un momento quantomeno inopportuno, dando l’impressione di voler trovare un pretesto per far litigare l’eterogenea maggioranza, più che riattivare un concreto argomento di lotta politica in favore della libertà della famiglia tradizionale.

Ciò che si evidenzia, nell’ambito di questa dialettica, è l’anomalia secondo la quale al governo di un Paese vi debba essere, per forza, gente “gay-friendly”. Continua a leggere

Serve senso dello Stato

di Matteo Castagna
 
Viviamo un momento politico non ordinario. Stiamo uscendo da una guerra non convenzionale contro il virus, che ha enormi ripercussioni di natura economica, politica e sociale. 
L’isteria può essere figlia della paura e dell’instabilità. In Italia, molti tendono ad un approccio manicheo, con l’aggravante momentanea dell’isteria, nei confronti della politica. Quindi se fino a ieri vi erano le tifoserie giallofucsia contro quelle dell’opposizione, prima c’erano quelle sovraniste contro quelle globaliste, prima ancora il centrodestra contro il centrosinistra, fino ad arrivare allo scontro fascisti e antifascisti, unico ad aleggiare sempre e comunque, non si capisce bene perché. Oggi, il terreno di scontro è tra chi sostiene Draghi e chi lo attacca. 
Il punto fondamentale è che vi sono dei momenti storici in cui, anche in Italia, occorre avere senso dello Stato, comprendere le circostanze e capire che la politica non può essere sempre come un derby di calcio. Il retto discernimento, il realismo e il pragmatismo sono le tre caratteristiche principali, che sembrano essere dimenticate, prevalendo una concezione novecentesca, quindi uno spirito ideologico che andrebbe tralasciato tanto quanto la bolsa e continua retorica fascismo-antifascismo, in nome del bene comune.
 
Viviamo un’epoca post-ideologica, ma per troppi sembra non essere così. Schemi e categorie del passato continuano ad essere utilizzati come clave. Ma siamo nel ventunesimo secolo ed è in pieno svolgimento uno stravolgimento epocale che va dalla dimensione antropologica a quella spirituale fino ad arrivare a quella socio-culturale ed economica. Può risultare utile osservare la realtà, senza pregiudizi o pregiudiziali perché i mutamenti in corso sono così veloci e imprevedibili da far rischiare di prendere cantonate colossali. Questo non significa affatto dimenticare o far finta che ciascuno abbia una sua storia, una sua collocazione ed una determinata formazione. A maggior ragione, dato il periodo non ordinario, va tenuto presente tutto, e tutto va contestualizzato. 
 
A tal proposito il pensiero, accantonato perché troppo scomodo, di Carlo Francesco D’Agostino può trovare una concreta attualizzazione anche al momento presente. Egli non approvava l’impegno di coloro che assegnavano ed assegnano alla politica un fine puramente negativo, di opposizione. Egli disprezzava il bastian contrario per partito preso. Dichiarava di essere un anti “anti”. L’anticomunismo, ad esempio – sosteneva – non può di per sé, rappresentare il fine dell’azione politica, pur essendo il comunismo l’ideologia da combattere perché “intrinsecamente perversa”, come l’aveva definita la Chiesa. Dunque egli era sì “anti”, ma nel senso che la positività è la condizione dell’opposizione alla negatività, non viceversa. Poiché la politica non è solo pensiero ma è sempre pensiero che si fa prassi, è chiaro che in questo settore vengono evidenziate immediatamente le difficoltà, le contraddizioni, le aporie. Torna, perciò, d’attualità, la domanda di Sant’Agostino nel De Civitate Dei, 4,4: “Remota iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?” (“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”). Siamo così pregni di liberalismo che, forse, non ci accorgiamo che un governo va giudicato nella bontà o meno del suo operato, non prima e “a rimorchio” delle passioni, dei capricci, degli interessi di coloro che, individualmente o in forma associata, riescono a esercitare “pressioni” idonee a imporre il proprio volere. 
 
Pio XII nel Radiomessaggio “Benignitas et humanitas” del 24/12/1944 disse che “lo Stato è e deve essere, in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo”. Perciò vi è un’esigenza unificatrice sostanziale di tendere al bene comune, aiutando ciascuno a conseguirlo. D’Agostino vede il bene comune nelle “provvide prescrizioni del Diritto Naturale” classico. Per preservarlo, nella drammaticità del periodo che viviamo, il sano pragmatismo è costituito da un governo che sappia fare da diga alle istanze sovversive del globalismo, mitigandolo, in particolar modo, per poter uscire dalla pandemia in maniera dignitosa, garantendo il lavoro e i più deboli, l’impresa e la proprietà privata, la sussidiarietà e lo sviluppo. Questo significa avere senso di responsabilità e senso dello Stato perché fare opposizione a priori a Draghi, potrebbe sembrare più un “Aventino di bottega” che una reale scelta patriottica.

È PROPRIO DA SCARTARE UN GOVERNO ISTITUZIONALE?

L’OPINIONE
di Matteo Castagna
<<Partiamo dalla realtà. Cosa dicono i fatti? Abbiamo davanti a noi tre cose mai successe nella storia della nostra repubblica, per giunta insieme. La prima è la pandemia cronica, con le sue restrizioni e le sue paure, che perdura ormai da quasi un anno, tiene in ostaggio gli italiani e non finisce domani. La seconda è lo sfascio economico derivato, che è peggio di tutte le crisi che abbiamo vissuto, con milioni di persone nei guai e un’assistenza da economia di guerra, in un paese abituato al benessere. La terza è un piano gigantesco di investimenti e prestiti, mai avuto, che impone una ricostruzione oculata, strategica, intelligente e non demagogica, strutturale e non occasionale. A cui seguirà – non dimenticatelo – un piano feroce di sacrifici per restituire almeno gli ultimi debiti contratti con l’Europa. Sono a rischio pensioni, proprietà e conti in banca, più il resto>> –  scrive Marcello Veneziani, con oggettività evidente.

Siamo tra i Paesi fondatori dell’Europa e contiamo meno di zero, soprattutto perché i sinistri governi dell’ultimo decennio hanno condotto le peggiori politiche, che ci hanno messi nell’angolo, isolandoci da contesti importanti, che sarebbero stati fondamentali per il bene del Paese, nella gestione di questo difficile periodo. Il sondaggio Winpoll del Prof. Roberto D’Alimonte, che si avvicina ai sondaggi dei maggiori istituti specializzati in materia, è una fotografia implacabile dell’Italia di oggi, sempre in evoluzione, rispetto ad accadimenti veloci ed imprevedibili. Di fronte alla crisi di governo, solo il 39% degli italiani vorrebbe il voto anticipato. Il 42% giudica positiva la gestione dell’emergenza sanitaria, aumentando la popolarità del premier dimissionario Giuseppe Conte, che il 38% rivorrebbe alla guida dell’esecutivo. addirittura, un eventuale partito dell’avvocato più trasformista d’Italia vedrebbe il consenso del 16,5% degli elettori. Come leader, Conte godrebbe di una fiducia pari al 44% e questo dato va letto non tanto per la professionalità comunicativa di Casalino, quanto per la capacità percepita di Giuseppi nel tranquillizzare un popolo terrorizzato da un male sconosciuto, seppur con misure restrittive pesanti e, talvolta, decisamente assurde. Molti connazionali sarebbero disposti a passar sopra ai ritardi, ai milioni per i monopattini o i banchi a rotelle, alle chiusure, all’Italia a colori con criteri nebulosi, alla cassa integrazione che non arriva ed alle serrande giù da due mesi, perché considerano la mascherina anche in casa, il distanziamento sociale, il coprifuoco, il gel igienizzante e i vaccini giunti in tempi record con tutti i problemi annessi e connessi, come sacrifici necessari per affrontare meglio il futuro.
In questo contesto, c’è stato chi ha dimostrato il consueto “senso di responsabilità”, spingendosi ad aprire una crisi di governo. Fin dall’inizio, si è capito che nessuno voleva il voto anticipato. Si è fatto ridere il mondo con le sceneggiate di improbabili deputati, pronti al salto della quaglia pur di una poltrona al governo. Neanche gli italiani, il 61%, sempre secondo Winpoll, vogliono votare in questo momento, perché le priorità sono il lavoro e l’economia. E’, comunque, un periodo di incertezza tale per cui il popolo vorrebbe un governo forte che risponda seriamente alle sue esigenze e non perda tempo a litigare su tutto, senza pensare agli anziani, alle famiglie ed alle imprese. Gli italiani non vogliono un esecutivo di incompetenti, retti da una maggioranza raccogliticcia. Nel passato, vi sono stati momenti particolari in cui si sono formati dei governi istituzionali con pochi punti programmatici condivisi, magari i tre riferibili a quanto scritto da Veneziani, rappresentati da figure meritevoli. Tale opzione potrebbe far uscire il centrodestra, ancora maggioritario nel Paese per consensi, dall’isolamento e lo metterebbe al tavolo delle decisioni che contano. Sarebbe un’operazione più seria di quella che sta facendo Fico, sarebbe a tempo determinato, garantendo maggiormente gli italiani in difficoltà e potrebbe portarci alle urne prima del semestre bianco. L’ On. Giancarlo Giorgetti pare averlo ben compreso. Ci si rifletta, finché c’è tempo, anche nell’attuale Repubblica dell’Amuchina…
Matteo Castagna

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

di Matteo Castagna (articolo pubblicato anche su Veronanews.net del 23.01.2021)

 

di Matteo Castagna – – L’anno del centenario “1921-2021” è il calendario di manifestazioni con cui Livorno ricorda, a partire da giovedì 21 gennaio, l’anniversario della nascita del Partito Comunista, che avvenne in quello stesso giorno nel 1921 tra due teatri: il Goldoni (dove si teneva un secolo fa il XVII congresso del Partito Socialista) e il San Marco, nel quale si trasferirono i fuoriusciti dal Partito Socialista Italiano, ovvero gli aderenti alla frazione comunista capitanati da Amadeo Bordiga, alla presenza, tra gli altri, di Antonio Gramsci.

Il programma di iniziative si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: in estate e in autunno è attesa una grande mostra celebrativa. Alle Poste centrali di via Cairoli è stato emesso l’annullo del francobollo celebrativo del centenario del Congresso di Livorno. Al Teatro Goldoni il francobollo è stato presentato nel corso di una cerimonia con il presidente della Regione, Eugenio Giani, il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, la giunta e il consiglio comunale. E’ stata inaugurata una mostra dedicata alla scissione di Livorno, costituita da pannelli affissi su una serie di totem posti a “falce” nella piazzetta di fronte all’ingresso del luogo in cui maturò la fuoriuscita dal Psi. A ricostruire la storia, testimonianze da giornali dell’epoca, da libri e da foto dei luoghi in cui si svolsero gli eventi.

Sabato 23 gennaio, l’associazione Uni Info News, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un incontro dalla sala del Grande Rettile del Museo della Città, intitolato “C’era una volta il Pci. Viaggio attraverso la storia del più importante partito comunista dell’Occidente”. Come accaduto per altri avvenimenti cari alla sinistra, vi è una sorta di sospensione speciale di alcune regole imposte dalla pandemia, perché c’è qualcosa di “metafisico” che deve essere per forza onorato, cascasse il mondo e alla faccia del “vairus”: la nascita del PCI con questa bolsa ed ammuffita retorica, come un processo di beatificazione laico. Il social-comunismo, oggi divenuto globalismo, è una religione coi suoi riti, cui non ci si può sottrarre.

Spiega Lenzi a “Repubblica”:  “I primi eventi saranno simbolici, data la difficoltà in questa fase di emergenza sanitaria di inaugurare grandi mostre che potrebbero chiudere dopo pochi giorni, e data l’impossibilità di usare cinema e teatri, purtroppo ancora chiusi al pubblico, per rassegne culturali di ampio respiro. Si tratta comunque di un modo, per ‘segnare il posto’ in attesa del vero grande evento che appunto è programmato per dopo l’estate”. Insomma, a Livorno sanno già pure le date della fine della pandemia, così da poter modulare gli eventi celebrativi su di esse. Che robe!

Pare proprio che il muro di Berlino non sia crollato, che Achille Occhetto non avesse avviato la riforma della sinistra italiana, che il nuovo nome sia solo una facciata per nascondere quell’ideologia “intrinsecamente perversa” – come la definì Papa Leone XIII – che, tra foibe e gulag, non solo privò delle libertà fondamentali, in nome dell’uguaglianza sociale, ma si rese protagonista dell’eccidio di 90 milioni di persone nel mondo.

Lothrop Stoddard, parlando dopo gli sconvolgimenti bolscevichi che avevano ridotto la Russia a un inferno, ha affrontato il tema della degenerazione fisica e mentale come causa di rivolta contro i valori della civiltà, da parte di chi egli definì i “sub-umani” e scrisse: “le atrocità perpetrate da alcuni commissari bolscevichi sono così rivoltanti che sembrano spiegabili solo con aberrazioni mentali, come la mania omicida o quella perversione sessuale nota come sadismo. Nel 1919, ai tempi del Terrore Rosso a Kiev, tre psichiatri esaminarono alcuni di questi leader. La loro diagnosi fu che erano dei degenerati, di mente più o meno malsana. Inoltre, la maggior parte di loro erano degli alcolizzati; la maggioranza di loro era sifilitica, mentre molti assumevano droghe... “( capitolo VI del libro: “Rebellion of the Under-man” pag. 177)

Il sociologo francese Gustave Le Bon notò, nel “The World in Revolt” (New York, 1921) p. 179, che “la mentalità bolscevica è antica quanto la storia. Caino, nell’Antico Testamento, aveva la mente di un bolscevico. Ma è solo ai nostri giorni che questa antica mentalità ha incontrato una dottrina politica per giustificarla. Questo è il motivo della sua rapida propagazione, che ha minato la vecchia scala sociale“.

Se la nostalgia non prevalesse sul retto discernimento e se l’ideologia fosse davvero morta e se Stoddard non avesse ragione, si sarebbe colta l’occasione del centenario del PCI per un sincero e sereno mea culpa da parte di chi nel 1954 sostenne la “primavera di Praga” e, con l’approssimarsi della giornata del Ricordo, si sarebbe potuto approfittare per togliere l’ incredibile onorificenza concessa con decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 2 marzo 1970, al Maresciallo Tito come “Cavaliere di Gran Croce, decorato di gran cordone, al Merito della Repubblica”. Lui, che fece trucidare migliaia di persone, perché “colpevoli” di essere italiane.

Matteo Castagna

DA

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

Nel caos globale, riscopriamo la legge naturale

di Matteo Castagna (pubblicato su Imola Oggi del 3/01/2020 e Informazione Cattolica del 4/01/2020)

 
Il sociologo Franco Garelli, nel suo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) traccia il nuovo volto dell’Italia nel suo rapporto con la Religione. Egli ci racconta che «fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».
Negli ultimi cinque lustri è, parallelamente, diminuita drasticamente la pratica religiosa. 
 
Non se la vede meglio la politica. Dal crollo del muro di Berlino, quindi con la morte delle ideologie, in Occidente sembra prevalere l’indifferenza. Se ne ha un riscontro documentato che si riversa sulla morale comune, tanto che solo il 20% degli italiani nega la liceità dell’aborto in qualsiasi caso, il 63% è favorevole all’eutanasia, 40 italiani su 100 sono solo “cattolici culturali”. In epoca di pandemia, sembra che un buon 20% si sia messo a pregare, sebbene non sia dato a sapersi con certezza chi, come e perché. Di sicuro, la cosiddetta “strizza”, che passa dopo la grande paura, la sta facendo da padrona, non un ritorno alla Fede o un ritorno al sacro.
 
Viviamo un rigido inverno spirituale, immersi nella secolarizzazione, annichiliti da una pandemia dalla quale non si vede ancora un autentico spiraglio d’uscita, persi in un soggettivismo a tratti egoistico e a tratti panteistico, che, nel relativismo globale, fa scegliere a molti l’errore che più aggrada e concede a pochi di corrispondere seriamente alla grazia della perseveranza nelle virtù di una vita sinceramente cristiana. Kerry Bolton fa notare come alcuni, pur credendosi cattolici, si gettano tra le braccia della sinistra, “sia che si tratti della Vecchia, Nuova o Futura Sinistra”, ovvero il globalismo egualitarista, l’ecologismo, il materialismo, il mondialismo, lo scientismo nichilista. “Ma tutte e tre – dice sempre Bolton – cercano soprattutto di distruggere i tradizionali legami umani, coltivati nel corso dei secoli, con violenti e rapidi tumulti, durante i quali non si tiene conto della sofferenza umana, scatenati in nome d’una concezione dell’umanità del tutto astratta. Così, un analista sociale, quale fu Lothrop Stoddard, giustamente definì questa tendenza “rivolta dei sub-umani”, e ciò rimane costante, indipendentemente da qualsiasi ‘nuovo’ e ‘superiore’ paludamento, dietro al quale la sinistra tenta di riciclarsi”.
 
E se, invece, il motivo di questa “civiltà allo sbando”, smarrita e senza riferimenti soprannaturali fosse causata dall’abbandono dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino?
Egli lasciò, nei secoli, un segno indelebile, riuscendo a coniugare il pensiero di Aristotele con la tradizione cattolica. In Tommaso troviamo la radice classico-cristiana smarrita volutamente da 300 anni di cultura illuminista nel Vecchio Continente, che sta andando verso la sua rovina sulla ‘via della Seta’, anziché riprendere la salutare ‘via di Damasco’, che è solo lì che aspetta il cambio di rotta. San Tommaso, attraverso questa mirabile sintesi, è riuscito a parlare all’uomo di ogni epoca, perché sempre attuale. Solo l’uomo della post-modernità appare sordo. L’Aquinate ha un approccio realista: cerca di osservare e descrivere la realtà politica com’è, nel bene e nel male, per comprendere l’ordine che essa rivela e quindi ottenere indicazioni anche operative su come migliorarla, per quanto è possibile. In questo modo dà sollecitazioni profonde. Noi siamo abituati a vedere il potere politico come un male necessario.


Per San Tommaso, invece, è un bene voluto da Dio, per aiutare l’uomo a raggiungere il suo fine, ossia a perfezionare la sua natura e, in ultima istanza, a raggiungere la salvezza eterna. Per lui, infatti, il potere politico non è mai mero uso della forza, ma è sempre legato all’autorità, che è la capacità, di chi comanda, di dare disposizioni razionali, cioè conformi all’ordine che è già realizzato (dagli uomini e da Dio) nelle cose, ma solo parzialmente, e richiede, per questo, che noi lo completiamo.

Il comando politico è dato ad esseri razionali e per questo è efficace se essi riconoscono la sua razionalità. Dunque, il potere politico è sempre moralmente qualificato, se è usato bene, per migliorare l’ordine della realtà. E’ immorale e squalificante se lavora per il male o per distruggere il Bene. Abbiamo visto prima, come Bolton ritenga che la sinistra, declinata in ogni modo, tenda solo alla sovversione e quindi sussista in quell’ ideologia che la Chiesa ha già condannato come “intrinsecamente perversa”.  

 
San Tommaso ci rammenta che il fine della politica è il bene comune, ossia quella realizzazione dell’ordine che permette agli uomini di vivere assieme in modo che ciascuno sviluppi al massimo grado possibile la propria umanità, secondo le sue caratteristiche individuali, ma conformemente alla natura comune dell’uomo. In S. Tommaso troviamo l’esaltazione della bellezza delle diversità, che si compenetrano armoniosamente nella nostra civiltà, dai tratti universali perché splendidamente identitari.

L’ordine della realtà permette di parlare di legge naturale: questa è un nucleo di principi generali sempre validi; essi permettono di guidare la ricerca delle leggi positive che i governanti devono porre, secondo le esigenze concrete di ciascuna comunità, ovviamente senza contraddire i principi generali, sempre validi, come tentano di fare le “sinistre”, assieme alle “false destre” e al “centrismo”, oramai mummificato, che resterà, comunque nella storia, come la sintesi della mediocrità tra Bene e male. Forse sta proprio nell’aver resi “fluidi” e non più intoccabili i principi della legge naturale, il vulnus dei grandi problemi del terzo millennio. Con essa abbiamo messo in discussione la nostra civiltà.

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