È PROPRIO DA SCARTARE UN GOVERNO ISTITUZIONALE?

L’OPINIONE
di Matteo Castagna
<<Partiamo dalla realtà. Cosa dicono i fatti? Abbiamo davanti a noi tre cose mai successe nella storia della nostra repubblica, per giunta insieme. La prima è la pandemia cronica, con le sue restrizioni e le sue paure, che perdura ormai da quasi un anno, tiene in ostaggio gli italiani e non finisce domani. La seconda è lo sfascio economico derivato, che è peggio di tutte le crisi che abbiamo vissuto, con milioni di persone nei guai e un’assistenza da economia di guerra, in un paese abituato al benessere. La terza è un piano gigantesco di investimenti e prestiti, mai avuto, che impone una ricostruzione oculata, strategica, intelligente e non demagogica, strutturale e non occasionale. A cui seguirà – non dimenticatelo – un piano feroce di sacrifici per restituire almeno gli ultimi debiti contratti con l’Europa. Sono a rischio pensioni, proprietà e conti in banca, più il resto>> –  scrive Marcello Veneziani, con oggettività evidente.

Siamo tra i Paesi fondatori dell’Europa e contiamo meno di zero, soprattutto perché i sinistri governi dell’ultimo decennio hanno condotto le peggiori politiche, che ci hanno messi nell’angolo, isolandoci da contesti importanti, che sarebbero stati fondamentali per il bene del Paese, nella gestione di questo difficile periodo. Il sondaggio Winpoll del Prof. Roberto D’Alimonte, che si avvicina ai sondaggi dei maggiori istituti specializzati in materia, è una fotografia implacabile dell’Italia di oggi, sempre in evoluzione, rispetto ad accadimenti veloci ed imprevedibili. Di fronte alla crisi di governo, solo il 39% degli italiani vorrebbe il voto anticipato. Il 42% giudica positiva la gestione dell’emergenza sanitaria, aumentando la popolarità del premier dimissionario Giuseppe Conte, che il 38% rivorrebbe alla guida dell’esecutivo. addirittura, un eventuale partito dell’avvocato più trasformista d’Italia vedrebbe il consenso del 16,5% degli elettori. Come leader, Conte godrebbe di una fiducia pari al 44% e questo dato va letto non tanto per la professionalità comunicativa di Casalino, quanto per la capacità percepita di Giuseppi nel tranquillizzare un popolo terrorizzato da un male sconosciuto, seppur con misure restrittive pesanti e, talvolta, decisamente assurde. Molti connazionali sarebbero disposti a passar sopra ai ritardi, ai milioni per i monopattini o i banchi a rotelle, alle chiusure, all’Italia a colori con criteri nebulosi, alla cassa integrazione che non arriva ed alle serrande giù da due mesi, perché considerano la mascherina anche in casa, il distanziamento sociale, il coprifuoco, il gel igienizzante e i vaccini giunti in tempi record con tutti i problemi annessi e connessi, come sacrifici necessari per affrontare meglio il futuro.
In questo contesto, c’è stato chi ha dimostrato il consueto “senso di responsabilità”, spingendosi ad aprire una crisi di governo. Fin dall’inizio, si è capito che nessuno voleva il voto anticipato. Si è fatto ridere il mondo con le sceneggiate di improbabili deputati, pronti al salto della quaglia pur di una poltrona al governo. Neanche gli italiani, il 61%, sempre secondo Winpoll, vogliono votare in questo momento, perché le priorità sono il lavoro e l’economia. E’, comunque, un periodo di incertezza tale per cui il popolo vorrebbe un governo forte che risponda seriamente alle sue esigenze e non perda tempo a litigare su tutto, senza pensare agli anziani, alle famiglie ed alle imprese. Gli italiani non vogliono un esecutivo di incompetenti, retti da una maggioranza raccogliticcia. Nel passato, vi sono stati momenti particolari in cui si sono formati dei governi istituzionali con pochi punti programmatici condivisi, magari i tre riferibili a quanto scritto da Veneziani, rappresentati da figure meritevoli. Tale opzione potrebbe far uscire il centrodestra, ancora maggioritario nel Paese per consensi, dall’isolamento e lo metterebbe al tavolo delle decisioni che contano. Sarebbe un’operazione più seria di quella che sta facendo Fico, sarebbe a tempo determinato, garantendo maggiormente gli italiani in difficoltà e potrebbe portarci alle urne prima del semestre bianco. L’ On. Giancarlo Giorgetti pare averlo ben compreso. Ci si rifletta, finché c’è tempo, anche nell’attuale Repubblica dell’Amuchina…
Matteo Castagna

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

di Matteo Castagna (articolo pubblicato anche su Veronanews.net del 23.01.2021)

 

di Matteo Castagna – – L’anno del centenario “1921-2021” è il calendario di manifestazioni con cui Livorno ricorda, a partire da giovedì 21 gennaio, l’anniversario della nascita del Partito Comunista, che avvenne in quello stesso giorno nel 1921 tra due teatri: il Goldoni (dove si teneva un secolo fa il XVII congresso del Partito Socialista) e il San Marco, nel quale si trasferirono i fuoriusciti dal Partito Socialista Italiano, ovvero gli aderenti alla frazione comunista capitanati da Amadeo Bordiga, alla presenza, tra gli altri, di Antonio Gramsci.

Il programma di iniziative si sviluppa durante tutto l’arco dell’anno: in estate e in autunno è attesa una grande mostra celebrativa. Alle Poste centrali di via Cairoli è stato emesso l’annullo del francobollo celebrativo del centenario del Congresso di Livorno. Al Teatro Goldoni il francobollo è stato presentato nel corso di una cerimonia con il presidente della Regione, Eugenio Giani, il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, la giunta e il consiglio comunale. E’ stata inaugurata una mostra dedicata alla scissione di Livorno, costituita da pannelli affissi su una serie di totem posti a “falce” nella piazzetta di fronte all’ingresso del luogo in cui maturò la fuoriuscita dal Psi. A ricostruire la storia, testimonianze da giornali dell’epoca, da libri e da foto dei luoghi in cui si svolsero gli eventi.

Sabato 23 gennaio, l’associazione Uni Info News, con il patrocinio del Comune, ha organizzato un incontro dalla sala del Grande Rettile del Museo della Città, intitolato “C’era una volta il Pci. Viaggio attraverso la storia del più importante partito comunista dell’Occidente”. Come accaduto per altri avvenimenti cari alla sinistra, vi è una sorta di sospensione speciale di alcune regole imposte dalla pandemia, perché c’è qualcosa di “metafisico” che deve essere per forza onorato, cascasse il mondo e alla faccia del “vairus”: la nascita del PCI con questa bolsa ed ammuffita retorica, come un processo di beatificazione laico. Il social-comunismo, oggi divenuto globalismo, è una religione coi suoi riti, cui non ci si può sottrarre.

Spiega Lenzi a “Repubblica”:  “I primi eventi saranno simbolici, data la difficoltà in questa fase di emergenza sanitaria di inaugurare grandi mostre che potrebbero chiudere dopo pochi giorni, e data l’impossibilità di usare cinema e teatri, purtroppo ancora chiusi al pubblico, per rassegne culturali di ampio respiro. Si tratta comunque di un modo, per ‘segnare il posto’ in attesa del vero grande evento che appunto è programmato per dopo l’estate”. Insomma, a Livorno sanno già pure le date della fine della pandemia, così da poter modulare gli eventi celebrativi su di esse. Che robe!

Pare proprio che il muro di Berlino non sia crollato, che Achille Occhetto non avesse avviato la riforma della sinistra italiana, che il nuovo nome sia solo una facciata per nascondere quell’ideologia “intrinsecamente perversa” – come la definì Papa Leone XIII – che, tra foibe e gulag, non solo privò delle libertà fondamentali, in nome dell’uguaglianza sociale, ma si rese protagonista dell’eccidio di 90 milioni di persone nel mondo.

Lothrop Stoddard, parlando dopo gli sconvolgimenti bolscevichi che avevano ridotto la Russia a un inferno, ha affrontato il tema della degenerazione fisica e mentale come causa di rivolta contro i valori della civiltà, da parte di chi egli definì i “sub-umani” e scrisse: “le atrocità perpetrate da alcuni commissari bolscevichi sono così rivoltanti che sembrano spiegabili solo con aberrazioni mentali, come la mania omicida o quella perversione sessuale nota come sadismo. Nel 1919, ai tempi del Terrore Rosso a Kiev, tre psichiatri esaminarono alcuni di questi leader. La loro diagnosi fu che erano dei degenerati, di mente più o meno malsana. Inoltre, la maggior parte di loro erano degli alcolizzati; la maggioranza di loro era sifilitica, mentre molti assumevano droghe... “( capitolo VI del libro: “Rebellion of the Under-man” pag. 177)

Il sociologo francese Gustave Le Bon notò, nel “The World in Revolt” (New York, 1921) p. 179, che “la mentalità bolscevica è antica quanto la storia. Caino, nell’Antico Testamento, aveva la mente di un bolscevico. Ma è solo ai nostri giorni che questa antica mentalità ha incontrato una dottrina politica per giustificarla. Questo è il motivo della sua rapida propagazione, che ha minato la vecchia scala sociale“.

Se la nostalgia non prevalesse sul retto discernimento e se l’ideologia fosse davvero morta e se Stoddard non avesse ragione, si sarebbe colta l’occasione del centenario del PCI per un sincero e sereno mea culpa da parte di chi nel 1954 sostenne la “primavera di Praga” e, con l’approssimarsi della giornata del Ricordo, si sarebbe potuto approfittare per togliere l’ incredibile onorificenza concessa con decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 2 marzo 1970, al Maresciallo Tito come “Cavaliere di Gran Croce, decorato di gran cordone, al Merito della Repubblica”. Lui, che fece trucidare migliaia di persone, perché “colpevoli” di essere italiane.

Matteo Castagna

DA

Centenario PCI, persa ennesima occasione di fare bella figura

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

Nel caos globale, riscopriamo la legge naturale

di Matteo Castagna (pubblicato su Imola Oggi del 3/01/2020 e Informazione Cattolica del 4/01/2020)

 
Il sociologo Franco Garelli, nel suo Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (Il Mulino) traccia il nuovo volto dell’Italia nel suo rapporto con la Religione. Egli ci racconta che «fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».
Negli ultimi cinque lustri è, parallelamente, diminuita drasticamente la pratica religiosa. 
 
Non se la vede meglio la politica. Dal crollo del muro di Berlino, quindi con la morte delle ideologie, in Occidente sembra prevalere l’indifferenza. Se ne ha un riscontro documentato che si riversa sulla morale comune, tanto che solo il 20% degli italiani nega la liceità dell’aborto in qualsiasi caso, il 63% è favorevole all’eutanasia, 40 italiani su 100 sono solo “cattolici culturali”. In epoca di pandemia, sembra che un buon 20% si sia messo a pregare, sebbene non sia dato a sapersi con certezza chi, come e perché. Di sicuro, la cosiddetta “strizza”, che passa dopo la grande paura, la sta facendo da padrona, non un ritorno alla Fede o un ritorno al sacro.
 
Viviamo un rigido inverno spirituale, immersi nella secolarizzazione, annichiliti da una pandemia dalla quale non si vede ancora un autentico spiraglio d’uscita, persi in un soggettivismo a tratti egoistico e a tratti panteistico, che, nel relativismo globale, fa scegliere a molti l’errore che più aggrada e concede a pochi di corrispondere seriamente alla grazia della perseveranza nelle virtù di una vita sinceramente cristiana. Kerry Bolton fa notare come alcuni, pur credendosi cattolici, si gettano tra le braccia della sinistra, “sia che si tratti della Vecchia, Nuova o Futura Sinistra”, ovvero il globalismo egualitarista, l’ecologismo, il materialismo, il mondialismo, lo scientismo nichilista. “Ma tutte e tre – dice sempre Bolton – cercano soprattutto di distruggere i tradizionali legami umani, coltivati nel corso dei secoli, con violenti e rapidi tumulti, durante i quali non si tiene conto della sofferenza umana, scatenati in nome d’una concezione dell’umanità del tutto astratta. Così, un analista sociale, quale fu Lothrop Stoddard, giustamente definì questa tendenza “rivolta dei sub-umani”, e ciò rimane costante, indipendentemente da qualsiasi ‘nuovo’ e ‘superiore’ paludamento, dietro al quale la sinistra tenta di riciclarsi”.
 
E se, invece, il motivo di questa “civiltà allo sbando”, smarrita e senza riferimenti soprannaturali fosse causata dall’abbandono dell’insegnamento di San Tommaso d’Aquino?
Egli lasciò, nei secoli, un segno indelebile, riuscendo a coniugare il pensiero di Aristotele con la tradizione cattolica. In Tommaso troviamo la radice classico-cristiana smarrita volutamente da 300 anni di cultura illuminista nel Vecchio Continente, che sta andando verso la sua rovina sulla ‘via della Seta’, anziché riprendere la salutare ‘via di Damasco’, che è solo lì che aspetta il cambio di rotta. San Tommaso, attraverso questa mirabile sintesi, è riuscito a parlare all’uomo di ogni epoca, perché sempre attuale. Solo l’uomo della post-modernità appare sordo. L’Aquinate ha un approccio realista: cerca di osservare e descrivere la realtà politica com’è, nel bene e nel male, per comprendere l’ordine che essa rivela e quindi ottenere indicazioni anche operative su come migliorarla, per quanto è possibile. In questo modo dà sollecitazioni profonde. Noi siamo abituati a vedere il potere politico come un male necessario.


Per San Tommaso, invece, è un bene voluto da Dio, per aiutare l’uomo a raggiungere il suo fine, ossia a perfezionare la sua natura e, in ultima istanza, a raggiungere la salvezza eterna. Per lui, infatti, il potere politico non è mai mero uso della forza, ma è sempre legato all’autorità, che è la capacità, di chi comanda, di dare disposizioni razionali, cioè conformi all’ordine che è già realizzato (dagli uomini e da Dio) nelle cose, ma solo parzialmente, e richiede, per questo, che noi lo completiamo.

Il comando politico è dato ad esseri razionali e per questo è efficace se essi riconoscono la sua razionalità. Dunque, il potere politico è sempre moralmente qualificato, se è usato bene, per migliorare l’ordine della realtà. E’ immorale e squalificante se lavora per il male o per distruggere il Bene. Abbiamo visto prima, come Bolton ritenga che la sinistra, declinata in ogni modo, tenda solo alla sovversione e quindi sussista in quell’ ideologia che la Chiesa ha già condannato come “intrinsecamente perversa”.  

 
San Tommaso ci rammenta che il fine della politica è il bene comune, ossia quella realizzazione dell’ordine che permette agli uomini di vivere assieme in modo che ciascuno sviluppi al massimo grado possibile la propria umanità, secondo le sue caratteristiche individuali, ma conformemente alla natura comune dell’uomo. In S. Tommaso troviamo l’esaltazione della bellezza delle diversità, che si compenetrano armoniosamente nella nostra civiltà, dai tratti universali perché splendidamente identitari.

L’ordine della realtà permette di parlare di legge naturale: questa è un nucleo di principi generali sempre validi; essi permettono di guidare la ricerca delle leggi positive che i governanti devono porre, secondo le esigenze concrete di ciascuna comunità, ovviamente senza contraddire i principi generali, sempre validi, come tentano di fare le “sinistre”, assieme alle “false destre” e al “centrismo”, oramai mummificato, che resterà, comunque nella storia, come la sintesi della mediocrità tra Bene e male. Forse sta proprio nell’aver resi “fluidi” e non più intoccabili i principi della legge naturale, il vulnus dei grandi problemi del terzo millennio. Con essa abbiamo messo in discussione la nostra civiltà.

L’atteggiamento giusto del cattolico davanti alla pandemia Covid-19

 

di Matteo Castagna

L’EQUILIBRIO È LA MISURA DEL BUON CATTOLICO: CI DISTINGUIAMO PER LA FIDUCIA NELLA SCIENZA CHE NON CONTRADDICA LA RAGIONEVOLEZZA  E SANTIFICHIAMO IL MOMENTO PRESENTE!

Possibile che l’atteggiamento del cattolico del Terzo Millennio sia identico a quello del litigioso “no vax” o “no mask”, che passa compulsivamente le giornate da un telegiornale all’altro, da un social al sito che la spara più grossa, quasi a voler far la gara a chi spara per primo la sentenza più roboante e catastrofica, da autentico “profeta” dei nostri tempi? (abbiamo già avuto modo di scrivere sui media e dire in TV che il negazionismo è una posizione idiota! Chi nega l’esistenza del virus, nega la realtà, è un alienato che provoca inquietudine e rischi alla stregua del Pensiero Unico, di cui è il maldestro risvolto della medaglia)

Siamo, davvero, chiamati a fare i cavalieri dell’Apocalisse “de noantri”, senza renderci conto di quanto abbassiamo il livello donatoci dalla fede e di quanto, in tal modo, voliamo basso?

D’altro canto, siamo tenuti, forse, a berci tutto ciò che i media mainstream ci propinano, con lo spirito acritico dell’ebete? Certamente no.

L’equilibrio è la misura del buon cattolico: ci distinguiamo per la fiducia nella scienza che non contraddica la ragionevolezza, che viene dopo l’analisi dei fatti alla luce ed in una prospettiva di fede.

Sant’Agostino insegnava: “Concedimi, Signore, di essere perseverante nel Bene, semplice, ma non incline alla stupidità. Fa’ che non giudichi sulla base di soli sospetti e mantenga una pace sincera, senza indulgere al male”.

Il discepolo prediletto di Gesù, San Giovanni diceva: “Nos ergo diligamus Deum!” (noi, dunque, amiamo Dio!). Anche noi, per poter amare Dio dobbiamo sforzarci di santificare il momento presente.

Non preoccupiamoci, inutilmente, del passato e del futuro, ma concentriamo tutta la nostra buona volontà sul momento presente, il solo che Dio ci accorda, sul quale possiamo appoggiarci e di cui dobbiamo disporre per assicurare il nostro avanzamento, nel cammino che conduce a Dio, nostro fine ultimo, meditando su quanto tutto il resto sia effimero.

Perché queste inquietudini per l’avvenire, a detrimento delle sollecitudini per il presente? Non vedete che a tormentare così la vostra anima, si perde tempo? Santificare il momento presente, vuol dire identificare in qualche maniera la nostra volontà con quella di Dio. Continua a leggere

C’è un problema che va oltre gli schieramenti: la mancanza di cultura politica, sociale e religiosa

 

IL MODELLO SCOLASTICO GESTITO DAL CENTROSINISTRA HA SOSTITUITO I PROGRAMMI DI GIOVANNI GENTILE CON QUELLI DELLA FLUIDITÀ IDEOLOGICA SESSANTOTTARDA PRIMA E ARCOBALENO OGGI, CON L’INFRAMEZZO DELLA PROMOZIONE GARANTITA ANCHE E SOPRATTUTTO AI SOMARI, IN NOME DI UNA ASSURDA UGUAGLIANZA DI TUTTI DAVANTI ALLA CATTEDRA

Di Matteo Castagna

Irene Tinagli è un’economista, accademica e politica italiana del Pd che, recentemente, ha scritto un libro, che si intitola “La Grande Ignoranza”, per quelli della “Rizzoli – Saggi BUR”.

Non è da tutti scrivere un testo contro l’incompetenza, soprattutto se applicata alla politica, da parte di una persona che appartiene anche a tale mondo, per di più militando in uno dei partiti di governo più criticati, proprio per questo motivo.

Va ammesso che la valente studiosa ha coraggio. In Italia pare che la politica si tenga lontana da chi è normodotato, studia e si impegna nel suo lavoro (ammesso che ne abbia uno).

Già nell’introduzione dice, ragionevolmente, che di fronte alle sfide del prossimo futuro “non possiamo permetterci un sistema politico che non sia in grado di formare, selezionare e valorizzare le persone migliori e più preparate”.

Per l’economista, “denigrare l’istruzione, togliere valore alla faticosa conquista della competenza significa creare una società in cui non ci saranno più ascensori sociali e in cui vinceranno solo la forza, la ricchezza e la furbizia, in cui i poteri opachi saranno sempre più forti e sempre più opachi, mentre i deboli e gli onesti saranno sempre più emarginati”.

Il Paese, infatti, avrebbe bisogno di persone che intendano la politica come servizio del Bene Comune, aggiungendo alla passione ed all’impegno due attributi che non sono bestemmie: esperienza e conoscenza. Si tratta di caratteristiche che non fanno ombra ai leader ma li qualificano, li dotano di quei valori aggiunti che solo le menti pensanti e competenti possono dare.

“L’esaltazione dell’incompetenza, il livellamento verso il basso che sta dilagando da un po’ di tempo a questa parte sono un’umiliazione, uno schiaffo per tutti questi italiani” che, volutamente vengono chiusi in una botte perché non emergano, ma gli si sbirciano siti e scritti per scopiazzarne, maldestramente, idee e considerazioni. Affidarsi ai funzionari è l’errore più grande per il politico d’oggi, perché non si considera che il burocrate non ha mai dato alcunché per la Patria, quanto ha messo a disposizione i suoi servigi da subdolo lecchino al potente di turno, menandoselo per il naso, senza che se ne accorga.

E’ facile parlare di un ritorno al primato della Politica, se poi si lascia che la stessa venga mossa dai boiardi di Stato, perché la prima caratteristica del politico è l’incompetenza, mentre la condivisione col tal dirigente sta solo nel lauto 27 del mese.

Non possiamo limitarci a ridere in uno Stato in cui il Ministro dei Esteri ci “autorizza” a festeggiare il Natale, “proteggendoci” dal vairus, oppure l’On. Davide Tripiedi dice “sarò breve e circonciso” o l’On. Alessandro Di Battista attribuisce leggendarie battaglie nei campi di Auschwitz a Napoleone. Dobbiamo riconoscere che c’è un problema, che va oltre gli schieramenti politici, ed è eminentemente culturale.

Nella moderna democrazia parlamentare la classe politica è lo specchio dell’elettorato, per cui ci sarebbe da preoccuparsi molto di più, tanto da dover arrivare al modello scolastico gestito dal centrosinistra per sostituire i programmi di Giovanni Gentile con quelli della fluidità ideologica sessantottarda prima e arcobaleno oggi, con l’inframezzo della promozione garantita anche e soprattutto ai somari, in nome di una assurda uguaglianza di tutti davanti alla cattedra.

Il “Cursus Honorum” era importantissimo per i romani, non solo per le cariche pubbliche, ma anche per la rispettabilità e l’onore del romano. Nessuno avrebbe iniziato un qualsiasi lavoro di un minimo di prestigio se prima non aveva assolto la sua parte di militare, combattendo in qualsiasi grado nell’esercito.

Tra il 90 e l’88 a.c., Cicerone servì sotto Gneo Pompeo Strabone e Lucio Cornelio Silla durante le campagne della Guerra sociale, per poter poi tentare la magistratura.

Narra Properzio che Mecenate abbia partecipato alle campagne di Modena, di Filippi e di Perugia prima di dedicarsi alla sua splendida villa e alla corte di Augusto.

Insomma anche i grandi dovevano farsi onore dimostrando l’amor di patria. Dalle numerosissime iscrizioni di età imperiale si è potuto evincere che il cursus honorum era diviso in tre categorie: carriera senatoria, carriera equestre, carriera inferiore. E molto altro venne dalle riforme dell’Imperatore Augusto.

Il periodo successivo, quello della Civitas Christiana, fu caratterizzato da particolare splendore politico anche grazie ad una selezione dei migliori da parte della Monarchia, che andò in declino quando, progressivamente, si rilassò proprio su questo criterio.

Persino durante la Prima Repubblica, di norma, non facevi il Ministro se prima non eri stato almeno sottosegretario. Negli anni Novanta, la gavetta si costruiva nella militanza attiva, attaccando manifesti, che poi si traduceva in candidatura a livello locale, nazionale, talvolta europeo. c’era sempre chi emergeva.

La Natura è fatta così. Non si arrivava in consiglio di Circoscrizione senza sapere cosa fosse una mozione, perché c’era una struttura messa a disposizione dal partito di riferimento, che forniva i rudimenti principali, selezionando, anche i meritevoli dai deficienti (nel senso latino, dal verbo deficere) e gli arrivisti dai papponi.

Che poi, anche queste ultime due categorie facessero carriera, è un altro discorso, ma tutti sapevano in anticipo chi era arrivista e chi pappone. Oggi lo si scopre tutti quando è troppo tardi.

Con un forte richiamo ad Aristotele e San Tommaso d’Aquino, potremmo affermare che il Bene Comune è il vivere retto e la comunione nella rettitudine: «una volta che si è rinunciato alla giustizia» – insegna Sant’Agostino – «che cosa sono gli Stati se non una grossa accozzaglia di malfattori?».

Il fondamento del Bene comune sta nella Regalità Sociale di Cristo, che si realizza tramite l’uomo, “capax veri, boni et Dei”. Un’affermazione forte che ci fa comprendere come ciascuna persona è capace di bene comune anche in una società globalizzata e pluralista, dove vanno portati valori e principi chiari e netti, pur considerando che i tempi necessitano di una certa dose di pragmatismo, per non soccombere davanti a chi non è al servizio del Cristianesimo.

Per la dottrina sociale della Chiesa tutte le persone concorrono, con la propria rettitudine, al bene comune, secondo i propri doveri si stato, le proprie attitudini e capacità. La ricerca della santità e non l’ossessione compulsiva per la sanità, che attanaglia in costanti pistolotti web anche vari cattolici, non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie. Soprattutto nei periodi di crisi ed emergenza, come quello che stiamo vivendo.

“Studio, preghiera e azione” – erano le tre indicazioni che dava San Filippo Neri. Nell’azione, la Chiesa ha sempre raccomandato la prudenza accanto alle virtù di fortezza e temperanza. Altrimenti, si rischia di passare da servi del global a suoi “utili idioti” o, ancor peggio, a servi delle teorie più strampalate, dimenticando che “abbiamo detto che bisogna essere affezionati al mondo, anche per cambiarlo; aggiungiamo ora che bisogna essere affezionati ad un Altro Mondo per avere qualche cosa in cui cambiarlo” (così in Ortodossia scrisse G.K. Chesterton, nella foto). Altrimenti che razza di cattolici saremmo?

DA

C’è un problema che va oltre gli schieramenti: la mancanza di cultura politica, sociale e religiosa

Realismo cattolico e rivoluzionari da tastiera, in tempi di Covid

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Scrive Simone Torresani su “Il Giornale del Ribelle” del 6/12/2020 che “è appena uscito il 54.mo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese. È un rapporto tanto cupo, angosciante e tremendo che in certi punti si fa persino fatica a leggerlo: vien voglia di vendere tutto e una volta riaperte le frontiere rifarsi una vita alle “Isole Fortunate” (così chiamavano gli antichi le Canarie) o tra i colori variopinti del Messico. Verrebbe voglia, ma non lo si fa: accettare e rispettare e dare un senso al proprio luogo e condizione è forse “Il” senso della vita (e non “un senso della vita”) e chiunque abbia perizia di comando non deve abbandonare la nave in tempesta. (dalla bellezza del creato, al Creatore – insegnerebbe S. Ignazio).

Qualche cifra del disastro: frustrazione, mancanza di visione del futuro, inasprimento dei rapporti sociali e ostilità verso il prossimo abbondano nelle cifre.

Si pensi solo che per un concetto illusorio, aleatorio e astratto come la “sicurezza” gli italiani sono pronti per il 39% a limitare il diritto di sciopero, tanto faticosamente conquistato dalle generazioni precedente dopo lotte aspre. E non solo lo sciopero: anche le libertà di opinione e di associazione. Oltre il 77% sono favorevoli a più restrizioni (a parole), salvo poi lamentarsi in privato e a calpestarle: segno di schizofrenia e non indice di salute. Per 3 su 10 chi non ha rispettato le regole non deve essere curato. Il 43,5% -una cifra sorprendente- chiede la pena di morte nell’ordinamento giuridico. E ancora: solo il 13% pensa sia buona cosa tentare un lavoro autonomo imprenditoriale; il 54% e il 29% rispettivamente della piccola -media e grande impresa teme per il proprio lavoro, il 77% di autonomi e partite iva ha guadagnato molto meno rispetto al 2019; solo il 20% scarso pensa che “andrà tutto bene”, per l’ 80% andrà tutto male con varie gradazioni di pessimismo e il futuro fa paura. Non parliamo delle cifre sulla didattica a distanza, un flop assoluto che ha aumentato solo il divario tra gli studenti e non ha fatto imparare un bel nulla.

Poco da commentare: ne esce un quadro desolante d’un Paese vecchio ancor più nell’anima che nel fisico, perché l’ostinazione attaccata alla salute, alla vita e il rinunciare alle libertà nella speranza aleatoria e fallace di non ammalarsi è sintomo di un corpo sociale vecchio e ammuffito. La gioventù è anzitutto ribellione, sfida, temerarietà: l’evoluzione verso un atteggiamento maturo e consapevole deve passare attraverso queste esperienze di vita. Con queste risposte e il loro atteggiamento i giovani italiani sono i nonni di se stessi. Ci stupisce come nessuno degli intervistati, nessuna quota del campione statistico abbia incitato a una cosa rivoluzionaria se non ribelle: fare più figli per colmare i vuoti falcidiati dal coronavirus e colmare l’unico gap che ha davvero importanza, il passaggio di testimoni fra le generazioni, la continuità, in una parola il trionfo della Vita sulla Morte. Abbiamo perso noi, ha vinto il virus. Sars Cov 2 ci ha disumanizzati, resi sudditi, invecchiati e imbolsiti: ha vinto il virus, ha perso la società, ha perso la comunità. In tal quadro desolante spicca solo una luce e come disse Confucio ” è meglio una singola candela nel buio che camminare nelle tenebre”: il 25% della popolazione, incluse badate bene le fasce giovanili, iniziano a provare “stanchezza” per la comunicazione digitale. È da segnarlo e cerchiarlo in rosso: il digitale sta stancando 1 su 4 nei rapporti interpersonali. Continua a leggere

Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

 

Di Matteo Castagna

Nell’enciclica Rerum novarum del 1891, Sua Santità Leone XIII avvertiva che il diritto alla proprietà privata non può mai essere inteso in senso assoluto, tuttavia sottolineava che, “affrancando l’uomo dalla precarietà, il diritto di proprietà è la condizione di una libertà reale”.

La Chiesa ha sempre mantenuto inalterata questa linea, anche quando, nel corso del tempo si sono verificati periodi difficili e crisi economiche. La denuncia sia del comunismo sia del liberismo, in nome del principio di sussidiarietà, non ha mai intaccato il diritto alla proprietà privata, in quanto, senza di essa, non c’è autentica libertà.

Sua Santità Pio XII, a mezzo secolo dalla Rerum novarum, ricordò che compito della Chiesa non è proporre sistemi sociali ed economici, ma “giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile, che Dio creatore e redentore ha manifestato per mezzo del diritto naturale e della rivelazione”.

Il vaticanista Aldo Maria Valli ricorda, a ragione, che la chiave è l’equilibrio. “Senza dubbio – insegnava Pio XII – l’ordine naturale, derivante da Dio, richiede anche la proprietà privata e il libero reciproco commercio dei beni con scambi e donazioni, come pure la funzione regolatrice del potere pubblico su entrambi questi istituti”.

Anche io, come Valli, sono sempre rimasto colpito dall’ultima parte della parabola del Buon Samaritano, quando egli chiede all’albergatore di prendersi cura del viandante: “Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

In queste parole, c’è un’evidente insegnamento di “economia politica” che ci viene direttamente dalle parole di Gesù: il samaritano, infatti, non fa tanti bei discorsi sull’assistenza, non filosofeggia di socialismo reale, ma mette mano al portafoglio.

Non si appella alla burocrazia assistenziale, come farebbe la sinistra globalista o come insegnerebbe certo buonismo curiale in salsa Ong, ma estrae due denari.

Il samaritano può essere tanto buono e caritatevole, e può dare efficacia alla sua scelta morale, perché ha disponibilità economica, che non avrebbe potuto realizzare se fosse stato un poveraccio.

Ed è per questo che l’ode del pauperismo non può essere di matrice cattolica, ma è ideologia veterocomunista, tanto ipocrita quanto poco credibile.

San Tommaso d’Aquino ha trattato l’argomento nella Summa Theologica (STh 2-2, q.66, a.1-2 ) facendo derivare le sue logiche considerazioni da quelle di Aristotele.

Nel trattato di teologia morale, dopo essersi soffermato a esaminare la giustizia, l’Aquinate passa all’esame dei peccati contro questa virtù. Decide di iniziare dai casi di danni inferti al prossimo nelle cose. Dunque, per occuparsi della iustitia occorreva stabilire il ruolo dello ius (diritto), così la quaestio dedicata al furto e alla rapina doveva cominciare dalla disamina del possesso e della proprietà. Il superamento della difficoltà rilevata occorrerebbe rintracciarlo nella distinzione dei due modi di intendere i beni: la loro natura non è soggetta al potere dell’uomo; altra cosa è il loro uso. Il teologo può affermare: Iddio, il quale signoreggia sulle cose, ha messo sotto i piedi degli uomini tutto ciò che fa parte della natura (cfr. Sal 8, 7) perché ha fatto di essi lo scopo della creazione. Tuttavia, pur senza far richiamo alla sanzione soprannaturale, è facile rilevare che l’uomo padroneggia naturalmente sui beni, in questo senso; che grazie alla sua ragione e volontà può servirsi di essi per il proprio vantaggio (ad suam utilitatem), come se fossero creati proprio per lui.

San Tommaso ha voluto richiamare l’argomento di Aristotele; che le cose meno perfette servono sempre ai più perfetti e questo, secondo entrambi i pensatori, univocamente sta a favore della tesi che il possesso dei beni è cosa naturale per l’uomo. Questi non è il creatore della loro natura, ma per loro natura, possono servire ad appagare i propri bisogni congeniti.

Da un lato, in effetti, la proprietà non è naturale per l’uomo, nel senso che lo ius naturale non definisce la divisione giuridica del potere sui beni messi a disposizione dell’uomo. La divisione si effettua soltanto sulla base delle regolamentazioni assunte ossia dello ius positivum.

Di qui scaturisce che la proprietà non è in opposizione al diritto naturale ma lo completa grazie alle deduzioni della ragione umana. Un immobile concreto per se stesso non esige che sia proprietà di qualcuno.

Tuttavia, la considerazione sull’uso sicuro di esso o sulla coltura dei campi consente di riconoscere che dovrebbe essere pertinente piuttosto a questa persona anziché a un’altra. D’altro canto, non c’è dubbio che il trattenere dei beni in proprietà sia addirittura necessario per la vita degli uomini.

Ognuno ha una cura migliore delle proprie cose. Allorché la proprietà appartiene a tutti o a parecchi, volentieri viene evitato il lavoro lasciando agli altri la cura di ciò ch’è comune, come avviene quando la servitù è molto numerosa. Il diritto di proprietà è sottoposto all’utilità dell’individuo ma anche a vantaggio della comunità. (Cit. “Possesso e proprietà nel pensiero di san Tommaso” di Franciszek LONGCHAMPS DE BÉRIER)

Difatti, la società, nell’interesse dei singoli che la compongono, decide di tutelare giuridicamente la proprietà. Da qui, per quanto fondamentalmente utile sembri la garanzia della libertà a far uso dei propri beni, risulta difficile sostenere che i comportamenti socialmente svantaggiosi, debbano restare esenti dall’ingerenza giuridica esterna. E non deve meravigliare nessuno il riferimento all’utilitas.

Il globalismo, o social-comunismo, così come il liberismo sfrenato non contemplano queste caratteristiche del diritto naturale, pertanto portano ad un’evidente condizione disumana. Probabilmente è qui il motivo per cui il comunismo è definito come “intrinsecamente perverso” ma pure la proprietà privata non normata al fine ultimo dell’uomo diviene figlia del Serpente, spesso usuraio, e del potere economico in mano a poche famiglie, condannato dalla mirabile ed attualissima Enciclica “Quadragesimo Anno”, di Sua Santità Pio XI (1931).

Se tornassimo davvero alle nostre radici classico-cristiane, non avremmo problemi a riconoscere ed evitare gli errori, anche in materia socio-economica.

DA

Senza il diritto alla proprietà privata non c’è autentica libertà

Il “Grande Reset” è realtà, non negazionismo

di Matteo Castagna su Informazione Cattolica di oggi 

In questi ultimi mesi si sente molto parlare di “Grande Reset” mondiale, per cui una gestione sconsiderata dell’emergenza Covid-19 sarebbe sostanzialmente speculare ad un’agevolazione della realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale, che le élites politico-economiche vorrebbero imporci, mentre siamo tutti annichiliti dal terrore della malattia.

Gli scritti, più che autorevoli, di Mons. Carlo Maria Viganò, su questo argomento, la decisa presa di posizione di p. Livio Fanzaga su Radio Maria ed altre provenienti da esponenti di punta del mondo conservatore, aggiungono pepe a quanto, finora, era relegato nel campo dei cosiddetti tradizionalisti, perché coinvolgono, in modo piuttosto esplicito molte attuali autorità ecclesiastiche, come parti attive ed integranti del lungo percorso verso l’instaurazione dell'”uomo nuovo”, plasmato in funzione del NWO.

“Così si governano gli stupidi. Avete visto come la gallina mi seguiva nonostante tutto il dolore che le ho procurato. La maggior parte dei popoli sono così. Continuano a seguire i loro governanti nonostante tutto il dolore che gli provocano con il solo scopo di ricevere un regalo da niente o semplicemente un po’ di cibo per qualche giorno” – avrebbe detto Stalin, commentando il suo governo della Russia comunista. Così, su questa linea di pensiero, va l’alleanza socialista con il liberismo, ovvero il globalismo del terzo millennio: mano libera al mercato, espulsione dallo stesso dei meno competitivi e sopravvivenza garantita a questi ultimi con le famose mancette di “dignità”.

Ora vogliono traslare questa trovata su vasta scala. Quanta più gente sarà intruppata nelle file dei “sussidiati minimi”, tanto più aumenterà il numero dei neo-proletari inoffensivi. Non già condannati a un destino da fame, foriero di spinte di ribellione, ma tenuti semmai sulla corda di un caritatevole obolo, da meritare strada facendo cambiando “abitudini” e rispettando le “regole”. Il famoso “reddito di cittadinanza” è stato l’antipasto di chi ci preparava a questi scenari.

Per parte sua, la “Matrice Mondialista” offrirà a questi individui “nudi” (anzi, “spennati”), oltre alla pagnotta, un altro genere di cibo: la garanzia della salvezza (non della salute, badate bene) da questo virus, e da tutti quelli a venire. Ecco la  nuova mappa del mondo cui accennavamo poc’anzi: una griglia di interpretazione e lettura della realtà dove ciò che conta è essere “immuni” da un agente patogeno: oggi il Covid, domani chissà.

E in nome di questo privilegio, anzi in cambio di esso, gli atterriti abitanti del pianeta accetteranno qualsiasi collaterale misura: preventiva, contenitiva o punitiva. Anzi, saranno persino riconoscenti per essere stati spiumati a dovere, nonché giulivi per aver sofferto abbastanza, ma non troppo. E le sparute minoranze che si rifiutano di “adattarsi”? Se non si organizzeranno per tempo, in una massa critica, faranno la fine dei “cretini” della famosa canzone di Lucio Dalla. Insomma: “Senza grandi disturbi qualcuno sparirà” e altri saranno ridotti all’irrilevanza. Queste sono parole poco rassicuranti, ma plausibili, che vengono dedotte da fonti ben chiare ed esplicite da parte di Francesco Carraro di Byoblu – il blog di Messora – quali il Forum economico mondiale (“Il grande ripristino: costruire la futura resilienza ai rischi globali“) in cui, il 17 novembre, l’ex vicepresidente degli Stati Uniti John Kerry ha affermato che gli Stati Uniti torneranno all’accordo di Parigi. Ha anche chiarito di essere un sostenitore del “Great Reset”Alla tavola rotonda ha preso parte anche la leader dell’UE Ursula von der Leyen, completamente allineata al progetto. Il fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, ha recentemente affermato che la quarta rivoluzione industriale nell’ambito del “Great Reset” avrebbe “portato a una fusione della nostra identità fisica, digitale e biologica”. Per il 2021 è stato annunciato un “vertice gemello” di incontri personali e virtuali all’insegna del motto “The Great Reset” .

All’interno di queste trasformazioni, di quella che a marzo chiamavo “rimodulazione della globalizzazione” tutto ciò che è identitario, tradizionale, sovranista è destinato a scomparire perché considerato come antitetico al programma del “Grande Reset”. Ci si può chiedere come mai il New York Times ed i media mainstream di tutto il mondo si ostinino a far passare come “complottismo” quello che i grandi leader internazionali ammettono o scrivono apertamente. Ed è evidente a chi si occupa di informazione che essa si può fare per comunicare i fatti o per manipolarli. Ebbene, oggi sembrerebbe che i grandi media abbiano il compito di indorare la pillola e di farla digerire alle masse acritiche che se la bevono, attribuendo alle invenzioni dei “cattivi” patrioti e identitari quello che, in realtà, i globalisti, loro padroni, partoriscono nelle stanze del potere. Dobbiamo dimenticare ogni personalismo ed unire la “minoranza creativa” rimasta sincera e pronta a difendersi sotto le insegne della tradizione e dell’identità europea classico-cristiana.

In questo contesto sarebbe davvero miope non capire che al Sistema occorrano capi di provata fede, ovvero globalisti certi. Per questo motivo, gente come Donald Trump è vista come un ostacolo da eliminare con ogni mezzo, all’apparenza democratico, ma verrà anche il momento di Putin, se non saprà dare sufficienti garanzie di allineamento. Merkel e Macron sono già da tempo pedine allineate. Conte pure. Berlusconi ha più interessi nella galassia global che in quella local. Orban, in Ungheria, sembra resistere ed ha pure messo l’unicità del matrimonio tra uomo e donna nella Costituzione, cosa che cozza tremendamente con il modello di società fluida che le élites mondiali hanno in mente per noi. Il leader dell’opposizione italiana, nonché del partito di maggioranza relativa Matteo Salvini ha bisogno di aiuto da parte di tutti coloro che hanno capito il giochetto euro-mondialista, perché da solo non può alzare il muro della resistenza che ci aspetteremmo.

Infine, i veri cattolici devono svegliarsi dal torpore in cui vivono da oltre 50 anni e riconoscere la voce del Pastore nel Vangelo, cogliendo “i segni dei tempi”. Si può citare l’enciclica “Mirari vos” (15 agosto 1832) di Gregorio XVI, il quale leggeva la storia contemporanea sotto il segno di una “congiura dei malvagi” che non permetteva indulgenza e benignità alcuna da parte della Chiesa e imponeva piuttosto di “reprimere con il bastone” i vari errori. Questo giudizio globalmente negativo sulla storia e sulla società occidentale, soprattutto sulle società democratiche, non fu soltanto ripreso nel magistero di Pio IX (basti citare il “Sillabo”), ma codificato solennemente nel proemio che apre la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla fede cattolica: la storia moderna, dopo il Concilio di Trento, viene descritta come la progressiva corruzione dell’uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità. Se partiamo da questa visione antropologica, che porta al nichilismo attuale del “Grande Reset” troviamo la visione dell’uomo che si fa Dio per dominare l’universo, nel disprezzo del Dio che si fa Uomo per la nostra salvezza. Che pretendete che faccia Dio, vedendovi adorare il Vitello d’Oro, inseguendo le mode del mondo, nonché le follie socialiste e liberali? Nulla. E’ il Suo silenzio a dover preoccupare più del virus, almeno tutti coloro che conoscono le Sacre Scritture. Non possiamo vivere, subendo la “Grande Apostasia”, ma testimoniando la Verità, anche se siamo rimasti un piccolo gregge. Dalla nostra reazione concreta di Fede autentica e non adulterata scaturiranno i segni che cerchiamo. Non praevalebunt!

“Nature” mette in crisi i metodi imposti per il contrasto al Covid dal Governo Conte

Di Matteo Castagna

Una sola cosa è certa in questo periodo di emergenza sanitaria, dichiarata dal Governo giallofucsia: regna l’incertezza. Sotto il cielo del Covid c’è un’enorme confusione.

Scienziato che incontri, ricetta che trovi – dicono alcuni, tra il serio ed il faceto – ma esistono protocolli ufficiali nazionali, imposti da Conte con Speranza (il ministro della Salute, occorre specificare…) assieme al Cts, ovvero il Comitato Tecnico Scientifico, selezionato, secondo imprecisati criteri, per dare le indicazioni di prevenzione e contrasto alla malattia.

Le principali direttive riguardano l’uso pressoché costante della mascherina, il distanziamento sociale per evitare assembramenti, la chiusura di territori ed attività commerciali considerati, potenzialmente, più a rischio.

Sollevare dubbi, perplessità o proporre alternative a queste indicazioni è considerato roba da negazionisti, da mettere alla berlina o al pubblico ludibrio, per la nuova società fluida che tanto piace al cattolico adulto ed abortista Joe Biden.

Questo perché quando si pronuncia la scienza eterodiretta dai media mainstream e benedetta dalle grandi case farmaceutiche, si passa sempre dall’opinabile al dogmatico. Il dogma deve scomparire solo dalla religione cattolica, perché è un fastidioso ostacolo al relativismo (cioè il “diritto” di credere e propagandare il falso), ma deve essere da tutti riconosciuto quando a pronunciarsi è la pseudo-scienza progressista, che strizza l’occhio sinistro a certa politica e quello destro alla Fondazione di Bill Gates per il controllo delle nascite.

Il tutto avviene in un clima di terrore generalizzato, che, in alcuni casi, sta sfociando in autentiche psicosi da parte di varie persone, soprattutto del cosiddetto ceto medio, quello che è meglio se sta sul divano imbavagliato e chiuso a chiave piuttosto che totalmente arrabbiato nelle piazze o, disobbediente nei propri negozi. Meglio annichilire il polmone produttivo del Paese, piuttosto che averlo contro, in maniera scatenata. Meglio un imprenditore italiano imbottito di bromuro per l’ansia da Coronavirus che un operaio polacco che grida la sua rabbia con slogan e, soprattutto principi completamente fuori moda, come “Dio, Onore e Patria!”.

Allora, per evitare ogni accusa di negazionismo, perché negare l’evidenza è da idioti, ma pensare e scrivere basandosi sui fatti è un servizio alla verità, ci sarebbe da chiedersi perché sia passata in sordina una notizia molto importante, che non viene data dai soliti medici non allineati al “sanitariamente corretto” Prof. Bassetti o Prof. Zangrillo, minacciati e screditati in maniera oggettivamente vergognosa dai soloni della libertà di ricerca e di espressione: la rivista scientifica Nature, tra le più prestigiose al mondo nella comunità scientifica internazionale, pubblicata dal 4 Novembre 1869. Una ricerca australiana, presente sul portale della grande rivista, ci dice che è certo che ogni sistema immunitario reagisce in maniera diversa al virus.

All’inizio della prima ondata, una coppia piuttosto giovane di Melbourne ha partecipato ad un matrimonio. Dopo pochi giorni ed alcuni sintomi tipici del Covid-19, risultano positivi al tampone. A casa, la coppia ha tre figli, di cui due risulteranno lievemente sintomatici, mentre la bimba di 5 anni, quella che aveva avuto maggiori contatti stretti coi genitori, completamente asintomatica. Otto giorni dopo la comparsa dei sintomi, i figli risulteranno tutti negativi al tampone. Oggi, la famiglia è completamente guarita, ma gli scienziati si sono posti le ovvie domande: come è possibile che soggetti che hanno un codice genetico pressappoco simile rispondano in modo così diverso al virus? E perché sistemi immunitari simili danno risposte tanto distanti l’una dall’altra, accertato che tutti i soggetti hanno reagito? Perché i figli, quelli con sintomi, risultano negativi?

I risultati salivari e sierologici combinati mostrano che, nonostante i bambini non diano prove virologiche di infezione, tutti e tre hanno sviluppato risposte anticorpali contro il Covid-19 e ognuno in modo differente. E dall’analisi risulta che la bambina, che è rimasta asintomatica tutto il tempo, ha dato la risposta anticorpale più robusta. La discordanza tra i risultati dell’analisi virologica e le prove sierologiche cliniche, potrebbero essere l’effetto di una diversa sensibilità delle mucose dei soggetti (per questo motivo i due bambini sintomatici risultano comunque negativi).

Non si comprende però perché la risposta della bambina sia stata così diversa dalle risposte degli altri familiari. Un ruolo chiave protettivo potrebbero averlo giocato gli anticorpi della mucosa salivare ma l’aspetto, scrivono gli scienziati, merita conferma in studi più ampi. La capacità anticorpale dei bambini ha permesso loro di reagire in modo più efficace dei genitori. La reazione ha evitato una replicazione del virus dentro di loro. Nonostante lo stretto contatto con i genitori infettati i bambini sono sempre risultati negativi ed hanno sviluppato sintomi minimi o assenti. Ce l’ha raccontato praticamente solo il giornalista libero Antonio Amorosi su Affaritaliani.it: non lo trovate strano nella patria di chi passa le ore ad ammantarsi di pluralismo?

Dunque, dall’analisi scientifica di questa situazione, è lecito dedurre che le misure imposte con certezza inoppugnabile dal Governo e dai suoi esperti, possano essere discutibili e discusse, senza incorrere nella scomunica del prof. Galli? Potremmo permetterci di chiedere una risposta di Burioni agli scienziati di Nature o il pensiero in materia di Arcuri? Troveranno il tempo di leggere una così importante rivista scientifica, anche su un monopattino o seduti ad un banco a rotelle? Ai posteri, l’ardua sentenza. A noi, invece, restano i consueti “pensieri ereticamente corretti”, espressi anche con un pizzico di ironia, perché non è difforme (almeno per ora) da quanto sancisce l’art. 21 della Costituzione.

DA

“Nature” mette in crisi i metodi imposti per il contrasto al Covid dal Governo Conte

1 2 3 4 5 6 7 8