Avanzando la secolarizzazione sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, ma…

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L’EDITORIALE del LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2021/10/04/avanzando-la-secolarizzazione-sembra-perdersi-il-vero-significato-della-fede-cattolica-ma/

AVANZANDO LA SECOLARIZZAZIONE OCCORRE CHIEDERCI DI NUOVO: MA CHE COS’E’ VERAMENTE LA FEDE?

Avanzando la secolarizzazione, sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, così da indurre le persone a darne una definizione soggettiva. Ciò comporta che molti credano di averla, ma, in realtà, non è così.

L’errore della modernità è proprio la storicizzazione del dogma e, con la scusante della misericordia divina, il permissivismo verso il peccato, quale non fosse un vizio da combattere, ma uno stato dell’animo da giustificare, sempre e comunque. Ah, quanto si frega le mani il diavolo, davanti a questi atteggiamenti! E quanto tutti i Santi hanno messo in guardia da questi errori!

E’, dunque, utile chiarificare che cosa sia la Fede. In senso etimologico, significa persuasione, confidenza (nei riguardi di Dio). In senso largo è ogni assenso della mente nei confronti delle Leggi di Dio. In senso stretto, teologicamente si può considerare come atto e come abito. Come atto, si può definire “assenso soprannaturale con il quale l’intelletto, sotto l’impero della volontà e l’influsso della grazia, aderisce con fermezza alle verità rivelate per l’autorità di Dio rivelante”. Tale definizione ci presenta tutti gli elementi essenziali della fede.

Essa è:

1) Atto che emana l’intelletto. Il conoscere e l’assentire sono atti dell’intelligenza e, in questo, si distinguono dal “senso religioso”, come vorrebbero i Modernisti, il quale si fonda sull’immaginazione e la sensibilità, il più delle volte con sterile e sciocco sentimentalismo, piuttosto che su di un motivo razionale.

2) Sotto l’impero della volontà. L’atto di fede non emana solo dall’intelletto, ma richiede un atto della volontà, perché non abbiamo l’intrinseca evidenza di una verità, come l’abbiamo in alcuni principi naturali. Mentre due più due fa sempre quattro (sebbene ci sia qualche sconsiderato che, distopicamente, pretenda fare cinque o tre…) e la volontà non può modificare questa evidenza, nella fede abbiamo una ragione estrinseca: l’Autorità di Dio rivelante. Non essendo intrinsecamente evidente, l’intelligenza resta libera, e quindi ha il merito di aderire, se vuole, senza esserne costretta. Ecco perché è necessario l’influsso della volontà. In questo la fede differisce dalla visione beatifica, nella quale si percepisce chiaramente e immediatamente la verità.

3) Sotto l’influsso della Grazia. L’atto di fede è Soprannaturale; non bastano, perciò, le sole forze umane dell’intelletto e della volontà, ma occorre la grazia di Dio che illumini l’intelletto e muova la volontà, oltre la soprannaturalità della Rivelazione, fatta da Dio. In questo, la fede differisce dalla scienza, che aderisce a verità di ordine naturale. Inoltre, l’adesione alla fede deve essere ferma, poiché non può ingannarsi né ingannare. In questo, si distingue dall’opinione, che manca di certezza. La ragione per cui si crede è costituita di verità rivelate, di ordine naturale e soprannaturale che si fondano sulla testimonianza degli uomini, che traiamo dalle Sacre Scritture, dalla Chiesa Cattolica e dalla Tradizione. Vanno credute, senza dubbi, tutte le verità di fede, nessuna esclusa, altrimenti non si è cattolici.

Come abito, la fede si può definire: “Virtù soprannaturale e teologica che dispone la mente ad assentire con fermezza a tutte le verità rivelate da Dio”. La virtù è un abito permanente. Il fine della Fede è il raggiungimento di Dio in modo soprannaturale. (Giuseppe Casali, Somma di Teologia Dogmatica, Ed. Regnum Christi, Lucca, 1964).

Quanto spiegato corrisponde a ciò che è stato definito dal Concilio Vaticano I riguardo alla fede: essa “è una virtù soprannaturale, per la quale, colla aspirazione e aiuto della grazia di Dio crediamo essere vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce della ragione naturale, ma per l’autorità di Dio rivelante, il quale non può ingannarsi né ingannare” (D.B. 1789).

Nella lettera agli Ebrei (11,1) San Paolo ce ne dà questa descrizione: “La fede è sostanza di cose sperate e convinzione di cose che non si vedono” ma che si vedranno nell’Aldilà. San Giacomo (2,17) ci ricorda che “la fede senza le opere è morta” ma, anche, che “la fede in sé, benché non operi per mezzo della carità, è dono di Dio e atto di Lui opera che riguarda la salvezza” (Conc. Vat. I, D.B. 1791).

La massa appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere

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TRE SECOLI DI CULTURA LIBERALE – OVVERO L’APOGEO DEL SOGGETTIVISMO E DEL RELATIVISMO, CHE NON AMMETTONO VERITÀ OGGETTIVE – HANNO PORTATO A VIVERE COME SE DIO NON ESISTESSE

La massa del XXI secolo appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere. Si osservano persone vivere alla giornata, non in funzione di un Aldilà, come era proprio delle generazioni passate, quando l’Italia era profondamente cattolica.

Oggi, ciascuno per sè, senza più alcun senso comunitario, sceglie di sopravvivere come un pagano, senza prospettive trascendenti, come se Dio non esistesse. L’hanno ucciso le ideologie intrinsecamente perverse e oltre tre secoli di cultura liberale, ovvero l’apogeo del soggettivismo e del relativismo, che non ammettono verità oggettive.

Nel nichilismo che ne deriva, ogni forma di pensiero non ha cittadinanza e la religione diviene come un insieme di norme sulla carta o un’ ipocrita abitudine. I media plasmano le coscienze con un’informazione viziata all’origine dal cosiddetto mainstream per annichilire ogni libera espressione di un giudizio critico e circostanziato. Siamo ridotti a degli automi del pensiero o della prassi altrui.

La filosofia, salvo rare eccezioni, è considerata una materia inutile. La teologia è una cosa imperscrutabile, da preti intellettuali. L’esempio evangelico e la Tradizione cattolica sono costantemente irrisi, laddove non palesemente occultati, per non urtare la suscettibilità di altri credi. Gesù non si pose mai questo problema, predicando a tutti e pagando gli strali lanciati ai sacerdoti del Suo tempo, con la morte infame di croce, vinta con la Resurrezione e la redenzione del mondo dal peccato.

Oggi, chi vive in funzione della vita eterna, con le buone opere? Siamo uomini razionali diretti dalla fede, oppure consumatori che hanno accettato la fine di tutto con la morte? Ammettiamo che siamo sempre meno. Il gregge rimasto fedele è ampiamente ridotto.

Il disaccordo delle opinioni sulla persona di Gesù Cristo e sul suo insegnamento, che erano già diffuse quando Egli era su questa terra, fa del mondo una specie di Babele. La gente, oramai, ritiene illusoria la Rivelazione cristiana oppure c’è chi pensa di dover interpretarla a piacimento. Ma non può essere così perché Dio ha parlato chiaramente. Ad un’anima di buona volontà, ad un’anima che cerca la verità con desiderio di trovarla e senza essere schiava di istinti malvagi… ad un’anima che creda ancora alla possibilità per l’intelligenza di trovare la verità…è possibile, con la grazia di Dio, conoscere con certezza la divinità di Gesù Cristo, uniformando, per diretta conseguenza, la propria volontà alla Sua, guardando all’unico fine che non è di questo mondo ma in Paradiso, alla Sua destra, per sempre.

Gesù stesso ci ha avvertiti: “Io sono la via, la verità, la vita, e nessuno può venire al Padre mio se non per mezzo di me” (Gv. XIV,6). San Pietro in Atti IV davanti al Sinedrio ha proclamato che “non c’è salvezza in alcun altro”. San Giovanni Apostolo ci avverte nell’Apocalisse: “per gli schiavi del rispetto umano, per gli increduli, per gli uomini di cattivi costumi, …la loro sorte sarà lo stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap. XXI,8).

Papa Leone XIII estende la conversione personale alla società: “o il mondo ritornerà alle istituzioni cristiane, o il mondo non si rialzerà” (Rerum novarum). il Santo Padre fu così profetico da rispondere a coloro che perdono tempo nel cercare risposte meramente umane come la creazione del partito dei cattolici o altre simili amenità, scrivendo: “ce ne sono e in gran numero, che spinti dall’amore della pace, vale a dire la tranquillità dell’ordine, si associano e si raggruppano per formare ciò che essi chiamano il partito dell’ordine.

Oh! Vane speranze, fatiche sprecate! Di partiti d’ordine capaci di ristabilire la tranquillità in mezzo alla perturbazione delle cose ce n’è uno solo: il partito di Dio…Tuttavia, venerabili fratelli, questo ritorno delle nazioni al rispetto della maestà e della sovranità divina, non avverrà che mediante Gesù Cristo. L’Apostolo in effetti ci avverte che “nessuno può porre altro fondamento al di fuori di quello che è stato posto e che è Gesù Cristo” “. (1 Cor. III; San Pio X, E supremi apostolatus)

Non vi potrebbe essere vera pace – questa pace di Cristo così desiderata – intanto che non seguiremo fedelmente i principi e gli esempi di Cristo, nell’ordine della vita pubblica come della vita privata” (Pio XI, Ubi arcano).

Pio XII fu realmente profetico nel messaggio di Natale del 1956: “i Cristiani sono sicuri che la contraddizione di cui soffriamo oggi (da una parte: progresso tecnico inebriante, e dall’altra parte: insicurezza) costituisce la prova di una grande rottura tra la vita e la Fede cristiana e che è questo male che bisogna innanzitutto guarire“.

L’unione tra la piena conversione personale alla Regalità Sociale di Gesù Cristo costruisce il motto di San Pio X: “Instaurare omnia in Christo“. Non possono esserci compromessi con l’errore e col peccato, come prevedrebbe la politica politicante. Perché la Verità ha plasmato il mondo, prima d’essere rifiutata, bestemmiata e detronizzata.

Come diceva S. Agostino: “delle due l’una: o il mondo è stato convertito dai miracoli che noi reclamiamo esser stati fatti in favore della Religione Cristiana, ed allora Essa è divina; o il mondo è stato convertito senza miracoli: in questo caso l’insediamento del cristianesimo è per se stesso il più grande dei miracoli“.

La nostra soluzione a tutti i guai del momento presente sta qui: “io credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio“, come predicava con ardente fervore padre Ludovic Marie Barrielle (1897-1983).

Le 2 condizioni per santificarsi anche quando si soffrono varie pene

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EDITORIALI

L’APPROCCIO CRISTIANO ALLE CRISI ED ALLE SOFFERENZE

Di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

Per ben santificare il momento presente bisogna soffrire ciò che Dio vuole e come Egli lo vuole.

Ne “L’Imitazione di Cristo” (Libro II, Cap. XII) si trova scritto: “disponete pure e regolate tutto secondo i vostri desideri e i vostri gusti e sempre vi troverete obbligati, vostro malgrado, a soffrire e così troverete sempre la croce”. Ma, come ci sono certe condizioni per santificare le azioni e le gioie, così ci sono quelle per santificare le pene.

Lo spiega mirabilmente il canonico Pierre Feige nel suo testo “Santificare il momento presente” (Ed. Fiducia) scritto nel 1926. Evidentemente rivolto a tutta l’umanità, il libro vuole aiutarci a comprendere come comportarsi nei periodi di aridità spirituale, di difficoltà, di crisi, di stravolgimento della vita, causato da eventi, che, spesso, esulano dalla volontà del singolo, ma che portano l’anima ad abbattersi ed il corpo a soffrire.

La prima condizione è lo stato di grazia, che è la prima e fondamentale condizione. Per essere in amicizia con Dio, occorre vivere secondo la Sua Parola e compiendo le buone opere, da persone sacramentalmente ordinate, attraverso una confessione frequente e la preghiera costante. Non si può piacere a Dio se si è sistematicamente in peccato mortale. Coloro che si ritengono esenti da questa condizione soffrono inutilmente come il cattivo ladrone sulla croce, come i dannati nell’Inferno.

La seconda condizione è, pertanto quella di accettare non la croce che noi ci scegliamo ma quella che Lui ci manda, che non c’entra con la nostra volontà, quella inerente la pratica dei nostri doveri. “V’è di più – continua il canonico Feige – ciò che Dio vuole dobbiamo soffrirlo come Dio vuole. Non basta, dice San Francesco di Sales, volere ciò che Dio vuole, bisogna volerlo nella maniera e nelle circostanze che Egli vuole. Per esempio nello stato di malattia, bisogna voler essere malati, poiché così piace a Dio e di quella malattia, non di un’altra e in quel luogo, in quel tempo e in mezzo a quelle persone che Dio vuole. In breve, bisogna fare, in ogni cosa, della santissima volontà di Dio la propria legge. Qui ancora, vedetela quest’anima che Nostro Signore associa alla sua Passione e che si applica a ben santificare il momento presente: essa non si meraviglia per le sue sofferenze, non se ne lamenta, non dice a Dio: che cosa vi ho fatto di male per trattarmi così? Invece, sorride amorevolmente, unisce le sue pene a quelle di Gesù, suo divin Maestro e si sforza di camminare al passo con Lui sulla via dolorosa, ma gioiosa, del Calvario”.

“Coraggio, dunque, o anima santa, visitata dalla sofferenza, ornata dai gioielli crocifiggenti che Dio Padre ha dato al suo Figlio diletto, nel quale aveva posto le sue compiacenze; sì, coraggio! Santificando così ognuno dei momenti sui quali cade una goccia più o meno amara di sofferenza, rendete meritoria questa pena e ne fate un mezzo potente di apostolato per le anime. Da questo punto di vista, tutte le vostre croci, come dice San Francesco di Sales, diventano d’oro e farebbero invidia agli Angeli se l’invidia potesse entrare nel soggiorno di quegli spiriti beati”.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/20/le-2-condizioni-per-santificarsi-anche-quando-si-soffrono-varie-pene/

La vera libertà

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di Matteo Castagna,  editoriale odierno per www.informazionecattolica.it 

Nel cercare di evitare due opposti fanatismi, quello vaccinista e quello antivaccinista, l’equilibrio sta nel saper utilizzare intelletto e volontà in ottica critica, così da poter fare una libera scelta. Sarebbe davvero grave che questo semplice, quanto logico principio naturale, fosse violato da altri tipi di logiche (o, meglio, interessi) che non hanno nulla a che vedere con la ragione, con la scienza e con la verità. Consigliando di vivere questa crisi globale santificando il momento presente, così come mirabilmente indicato dal canonico Pierre Feige (1857-1947), ispirato a San Francesco di Sales: “pensiamo solamente a far bene oggi; quando l’indomani sarà arrivato si chiamerà oggi ed allora ci penseremo”, vogliamo proprio guardare ai fatti in tale ottica, continuando a rigettare ogni ossessione compulsiva (che è un male in ogni ambito) per continuare a guardare al fine ultimo dell’uomo. E’ Sant’Ignazio di Loyola che ci viene in aiuto, in “Principio e fondamento” della prima settimana degli Esercizi Spirituali più raccomandati dalla Chiesa: “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; (…) perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati”.

Osservare i 10 Comandamenti è un compito non facile, ma è il modus vivendi attraverso il quale ciascuno di noi attende il Giudizio particolare, sperando in un’ Eternità nella visione beatifica di Dio. Nel corso del suo ultimo anno di vita, San Tommaso d’Aquino volle tenere delle omelie ai suoi studenti ed al popolo napoletano dal pulpito di San Domenico Maggiore. Si tratta di 58 prediche, tra cui troviamo un tesoro spirituale quale un Commento al Decalogo, che è stato pronunciato perché mantenga la sua validità ed autorevolezza lungo tutti i secoli, quindi sempre attuale:

“Per conseguire la salvezza, l’uomo deve conoscere alcune nozioni di base: cosa credere, cosa desiderare e infine che cosa fare. Alla prima esigenza ha risposto il Simbolo, che raccoglie gli articoli della rivelazione; alla seconda, la preghiera del «Padre nostro»; e alla terza, la legge (di Dio). Partendo da questa indagine circa le cose che bisogna praticare (in ordine alla salvezza), ci troviamo di fronte a diversi tipi di legge. Innanzitutto c’è la legge naturale, che altro non è se non il lume della ragione di cui ci ha dotato il Creatore, e in base al quale possiamo conoscere ciò che va fatto e ciò che invece dobbiamo evitare. Questa luce orientativa fu inserita nella natura umana all’atto della creazione; e tuttavia molti credono d’essere scusati circa l’inosservanza della legge appellandosi all’ignoranza della medesima. Il profeta (Davide), dopo aver riportato ciò che essi dicono a propria discolpa («Chi ci mostrerà il bene che dobbiamo fare?» (Sal 4, 6), risponde loro dicendo: «Su di noi è impressa, o Signore, la luce della tua bontà» (Sal 4, 7): il lume cioè della retta ragione. Nessuno infatti ignora che non è bene fare ad altri quanto noi stessi non vorremmo subire, e norme fondamentali del genere.

Ricorderemo in proposito che egli (l’uomo) può essere distolto dal malaffare, e indotto al bene, attraverso due metodi: o quello del timore, o quello dell’amore.

Difatti il deterrente più efficace per strappare un individuo dal peccato è la paura dell’inferno [che accoglierebbe il peccatore] dopo l’estremo giudizio. «Principio di saggezza è il timor di Dio» (Sir I, 16) giacché scaccia la tentazione del peccare (cf. Sir I, 27). Sebbene non possa considerarsi senz’altro un giusto colui che evita di incorrere in colpa per il solo timore dei castighi, tuttavia la sua riabilitazione prende di qui l’avvio. (…)

Vi è però un’altra possibilità d’intervento: quella da parte dell’amore. Tale è la legge di Cristo: la legge della carità evangelica.

Varie le differenze tra legge dell’amore e legge del timore. Questa rende servile l’animo di chi la osserva, mentre la prima crea degli uomini liberi (151). Chi si comporta bene soltanto per paura del castigo, si comporta da servo; chi si ispira all’amore fa invece come i figli, come l’uomo che sia padrone delle proprie azioni (152). «Dove è lo spirito del Signore, ivi c’è libertà» (2 Cor 3, 17).

(…) Le scelte umane, per esser chiamate davvero buone, devono concordare con la regola della carità.

(…) La carità costituisce un valido presidio di fronte alle avversità: chi la possiede non resterà danneggiato ma, all’opposto, trarrà profitto dalle stesse sventure. Ce lo ricorda san Paolo: «Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28); anzi – a chi ama davvero – perfino le cose avverse e difficili appaiono quasi soavi, ed è un’esperienza che ognuno può far da sé (159).

(La carità) conduce alla felicità, essendo l’eterna beatitudine una promessa serbata per chi avrà vissuto nella pratica della carità. Tutto il resto non conta, se manca l’amore soprannaturale (160). Ormai prossimo al martirio, l’apostolo Paolo confidava di poter ricevere la corona che il Signore, giudice giusto, darà nell’ultimo giorno «a tutti quelli che avranno vissuto con amore l’attesa della sua venuta» (2 Tm 4, 8).

La beatitudine sarà concessa in grado maggiore o minore, in rapporto al grado di carità e non alla perfezione con cui poté essere praticata un’altra virtù. Tanto è vero che si potrebbero citare non poche persone che condussero una vita di maggior astinenza rispetto agli apostoli, eppure questi sorpassano chiunque altro nel grado di beatitudine avendo superato ciascuno di noi per l’ardore della carità, essi che – come Paolo scrisse ai romani – godettero per primi dei doni dello Spirito (161).

(…) La carità comunica all’uomo una superiore dignità. Tutte le creature, certo, rendono testimonianza alla maestà del Creatore come le opere artificiali sono soggette al loro artefice. Con questa differenza però, che la carità rende l’uomo, da servo che era, libero e amico di Dio, sulla parola del Signore: «Non vi chiamo più servi ma amici» (Gv 15, 15). (…) Quantunque (la carità) sia un dono divino, per ottenere la carità occorrono da parte nostra le debite disposizioni. (…)

Infine, ad aumentare la carità contribuisce la fortezza di fronte alle avversità. È noto a chiunque infatti che, quando accettiamo di portare il peso della tribolazione per amore di qualcuno, quel sentimento che ci ha sostenuti viene a esserne rinforzato. Le «grandi acque» di cui parla il Cantico dei Cantici – ossia le più varie tribolazioni – «non poterono spegnere l’amore, né i numi sommergerlo» (Ct 8, 7). Per questo, i santi che sopportano le prove della vita per amore di Dio, ne escono rinvigoriti, con una carità più accesa, un po’ come l’artista che predilige l’opera su cui maggiormente si è affaticato. In modo analogo, quanto più han da soffrire per mantenersi fedeli a Dio nelle angustie, di tanto i giusti si elevano nella scala della carità. Può applicarsi loro l’espressione biblica: «Le acque crebbero e sollevarono l’arca, la quale si alzò al di sopra della terra; ingrossarono e crebbero ancora… e l’arca galleggiava alla superficie. Andarono ancor più aumentando… di modo che tutte le montagne che sono sotto il cielo furono coperte… Non scampò che Noè con quelli che erano insieme a lui nell’arca» (Gn 7, 17). Ebbene, «l’arca» – si intenda la Chiesa o l’anima del giusto – rimarrà a galla sotto l’imperversare delle prove, grazie proprio alla carità”.

L’eutanasia di stato è barbarie

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IL COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SULL’EUTANASIA LEGALE HA ANNUNCIATO IL RAGGIUNGIMENTO DEL TETTO DELLE 500 MILA FIRME NECESSARIE AFFINCHÉ LA CORTE DI CASSAZIONE POSSA INDIRLO. I SEGUACI DEL TRANSUMANESIMO AVRANNO BUON GIOCO NEL TRASFORMARE I DESIDERI IN DIRITTI?

I partiti globalisti, ossia gli eredi delle vecchie sinistre, divenuti il “partito radicale di massa” a seguito della caduta del muro di Berlino, hanno aggiornato la loro ideologia nel tempo. Oggi potremmo definirli seguaci del transumanesimo, che trasforma i desideri in diritti e ogni volontà in libertà. L’estremizzazione del relativismo prevede, perciò, che tutto quello che un soggetto decide per sé sia lecito. La maggioranza crea il diritto positivo e si azzerano la realtà e la verità oggettiva, sino ad arrivare all’assurdo della società distopica di orwelliana memoria.
In questo contesto, che, con un termine moderno, potremmo definire liberal, pare che stia avendo un grande successo la raccolta di firme per indire un referendum che legalizzi l’eutanasia. Ci attende, pertanto, un autunno rovente perché Pd, M5S e LeU appaiono ultracompatti su questo fronte, mentre non sembrerebbe, almeno per ora, di assistere alla stessa unità d’intenti, sul fronte opposto, a difesa della vita fino alla morte naturale.
Chi non crede, comprende, comunque, la sacralità della vita e l’indispensabile necessità della sua tutela dal concepimento alla fine non indotta. Aristotele, ad esempio, ritenne che il suicidio, in tutte le sue forme, fosse sempre ingiustificato, perché chi si suicida compie un delitto verso se stesso, in quanto va contro la ragione e contro l’inclinazione naturale ad amare se stessi. In secondo luogo – sempre secondo il grande filosofo greco – l’individuo non appartiene solo a se stesso ma alla comunità entro la quale si è formato e alla quale è legato da un vincolo di riconoscenza e di mutuo aiuto. Pertanto fa un grave affronto alla collettività sottraendole un membro. In terzo luogo, chi fugge dalla sventura o da un dolore, si comporta non già da coraggioso ma da uomo vile (Etica Nicomachea).
Il credente, altresì, ritiene l’uomo un essere razionale dotato di corpo ed anima immortale, di cui è custode, perché la vita appartiene a Dio, suo Creatore e redentore. Anche nello stato completamente incosciente per malattia grave, tutti noi rimaniamo tali e non possiamo accettare di essere trattati come vegetali da potare o rami secchi da ardere. I liberal ritengono se stessi padroni della propria vita e, quindi, se decidono di interromperla, sarebbe una loro libera e lecita scelta.
 
«Nella morale e nel diritto, durante l’era cristiana, l’eutanasia fu universalmente trattata come omicidio o suicidio. Oggi dobbiamo constatare un triste ritorno ai barbari costumi che si manifestano in proposte di leggi, le quali autorizzano i medici a uccidere placidamente gli ammalati che vogliono la morte o che dispongano l’uccisione di persone inutili a causa di malattie o vecchiaia avanzata. […]. L’eutanasia è un atto intrinsecamente cattivo. È suicidio o omicidio a seconda del caso. […]. L’eutanasia è direttamente contraria al fine proprio della medicina e del medico, che deve mederi, ossia guarire e quindi salvare la vita degli uomini, usando tutte le risorse a sua disposizione. L’eutanasia è uccidere. […]. Le leggi che permettono o impongono un tale atto sono leggi cattive. Obbedire a tali leggi è commettere peccato di omicidio» (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 1955, p. 506, voce “Eutanasia”, ristampa, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019)
Se dovesse passare il ddl Zan, chi è contrario all’eutanasia potrebbe pure finire tra coloro che “istigano alla discriminazione” di coloro che vogliono suicidarsi e quindi, qualora l’eutanasia fosse legalizzata, potrebbe anche crearsi l’ipotesi folle, per cui chi istigasse al suicidio un ammalato, farebbe il suo bene?
Il decadentismo dell’era presente ci sta portando davvero al mondo che gira al rovescio, ma l’ideologia della morte non dovrà prevalere.

DA

L’eutanasia di stato è barbarie

Hiroshima e Nagasaki: poca memoria per il genocidio di migliaia di cattolici giapponesi

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di Matteo Castagna

Scrive Giorgio Nebbia che “col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione, proprio il 6 agosto del 1945, della prima bomba atomica americana sulla città giapponese di Hiroshima, seguita, tre giorni dopo, da quella di una simile bomba atomica sull’altra città giapponese di Nagasaki: con duecentomila morti finiva la seconda guerra mondiale (1939-1945), e cominciava una nuova era, quella atomica, di terrore e di sospetti, eventi che hanno cambiato il mondo e che occorre non dimenticare”. Pare un monito lanciato ai professionisti della memoria, che appaiono ogni anno più distratti di fronte a questo genocidio di civili, forse perché intenti in quelle che considerano altre priorità.

Spiega ancora Nebbia: “L'”atomica” era il risultato dell’applicazione militare di una rivoluzionaria scoperta scientifica sperimentale: i nuclei dell’uranio e di alcuni altri atomi, urtati dai neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica, subiscono “fissione”, si frantumano in altri nuclei più piccoli con liberazione di altri neutroni che assicurano la continuazione, a catena, della fissione di altri nuclei. In ciascuna fissione, come aveva previsto teoricamente Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, si liberano grandissime quantità di energia sotto forma di calore. Energia che avrebbe potuto muovere turbine elettriche, navi e fabbriche, ma che avrebbe potuto essere impiegata a fini bellici. La fissione anche solo di alcuni chili dello speciale isotopo 235 dell’uranio, o dell’elemento artificiale plutonio, libera energia con un effetto distruttivo confrontabile con quello di alcuni milioni di chili di tritolo, uno dei più potenti esplosivi disponibili. I danni sono ancora più grandi perché molti frammenti della fissione dell’uranio o del plutonio sono radioattivi per decenni o secoli. Dal 1945 Stati Uniti, Unione Sovietica (l’attuale Russia), Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele, hanno costruito bombe atomiche sempre più potenti a fissione, o bombe a idrogeno, termonucleari, nelle quali la liberazione del calore si ha dalla fusione, ad altissima temperatura e pressione, degli isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio”.

Entrambe le bombe erano enormi, sproporzionate e costituirono le armi totali per costringere il Giappone, già stremato, all’inutile resa. Che motivo c’era, dunque, di provocare una catastrofe e la morte di 300 mila civili inermi?

Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity“, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki, quindi, furono la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.

Il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi, e la perdita di circa 70 000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone.
Insomma, nell’agosto del ’45 la guerra era finita. Dell’asse della Triplice non era rimasto più niente. Hitler e Mussolini erano morti e il Giappone era una nazione distrutta, circondata, senza cibo, medicine, nella propria perenne carenza assoluta di acqua potabile. Sarebbe capitolata miseramente da li a poco senza più spargimenti di sangue, bastava solo attendere un mese e sarebbe implosa nella propria miseria sociale. No, non vi era nessun motivo di sganciare due bombe atomiche e provocare tale orrore. A parte testare gli effetti scientifici di due sistemi esplosivi. Ammazzare trecentomila civili per un esperimento, più un paio di milioni morti nei successivi 10 anni a causa del fall-out radiattivo per che cosa.

Per un esperimento che gli americani definirono: “male necessario”; queste le due parole con il quale il presidente del progressista americano Truman, derubricò l’accaduto.

Va, però, ricordato che la città giapponese distrutta dall’atomica dopo Hiroshima era la più cattolica del Paese.

Non tutti sanno che Nagasaki era l’unica città a maggioranza cattolica del Giappone e Hiroshima era la seconda. Gli americani vollero punire così Pio XII per non essersi schierato, almeno dopo l’8 settembre, dalla parte degli Alleati? Anzi l’allora pontefice aveva protestato contro la distruzione dell’abbazia di Montecassino. In Vaticano era già stato recapitato un piccolo, odioso avviso di garanzia: cinque bombe di piccolo calibro cadute nei giardini a pochi metri dalla sua abitazione, a un passo da piazza San Pietro, sfiorando l’appartamento del suo massimo collaboratore, monsignor Domenico Tardini, la sera del 5 novembre del 1943; e poi ancora il 1° marzo del 1944 (un morto).

Riferisce La Croce.it: “Su Asia-News scrive uno storico: “Secondo il comando militare alleato, la bomba atomica era una necessità, perché non si trattava di piegare una resistenza armata, ma l’idea molto viva tra i giapponesi che Dio era dalla loro parte…L’atomica avrebbe dovuto scalfire questa certezza perché infliggeva un colpo mortale allo shintoismo artificialmente trasformato in ideologia militarista. Invece la bomba più che il cuore della religione giapponese colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in Estremo Oriente. Perirono quasi tutti. L’epicentro dell’esplosione era stata proprio la loro cattedrale che, tra l’altro, in quel momento era affollata di fedeli in coda davanti al confessionale per prepararsi alla festa dell’Assunta. Prove concrete non ce ne sono ma il compianto scrisse nella sua autobiografia (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena, Cantagalli, 2010): “A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Nel 1929, di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”.

Ai lettori porsi le conseguenti domande e recitare le preci di suffragio.

 

 

 

DI FRONTE ALLA CRISI PANDEMICA IL CATTOLICO RISPONDE: “SANTIFICARE IL MOMENTO PRESENTE!”

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di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it di oggi

 
Nel variegato mondo cattolico esistono alcuni “web-predicatori” di sventura che assomigliano un po’ ai tele-predicatori protestanti americani e che, con una costanza propria solo di chi non ha il lavoro, come primaria attività, riesce a sviluppare, ogni giorno da circa due anni. Essi ci propinano i loro sermoni catastrofisti su quella che, incredibilmente, si ostinano a chiamare “presunta pandemia”, nonostante 4.189.148 decessi nel mondo (fonte OMS, Health Emergency Dashboard, 29 luglio 2021).
Questi “accademici dell’apocalisse” fanno della questione sanitaria un’ autentica crociata (ma la spada è la tastiera..) con tanto di anatemi e proclami, certi più dell’esistenza dell’Aldilà (per allocuzioni interiori? O glielo ha confidato Soros?) di un pianificato progetto di distruzione di massa dello scibile umano da parte di governi al soldo di miliardari psicopatici. Sì, esistono governi corrotti, sono sempre esistiti. Ma come fanno ad avere certe certezze, applicandole “erga omnes”, senza distinzioni né contestualizzazioni? Si tenga presente che chi scrive ha sempre guardato alla gestione globale dell’emergenza sanitaria con occhio molto critico, è contrario alla vaccinazione ed al lasciapassare obbligatori (si può ancora dire?). Per i primi, perché non è scientificamente provato che il vaccino preservi dal contagio, ma è nelle cronache l’esatto contrario (Israele docet), nonché sono quotidiani gli allarmi di pericolosità per la salute, nel breve e, ipoteticamente, persino nel lungo termine. Per i secondi, perché sono restrizioni delle libertà individuali e, per alcuni, professionali, che appaiono come escamotages per costringere al vaccino. Molti cattolici e molte persone di buon senso stanno dimostrando in piazza la ragionevolezza delle due argomentazioni, che vengono messe in secondo piano dalle farneticazioni di questi personaggi in cerca d’autore e di matti d’ogni risma. Ogni crisi sembra attrarre come una calamita sia gli sciacalli che i folli. Le persone serie, i critici che amano davvero la libertà devono sapersi distinguere ed isolare sciacalli e folli, soprattutto se provengono da ambienti cattolici perché oltre alle battaglie di libertà rischiano di svilire anche la religione.
 
Il motivo principale per cui diffidare dagli “web-predicatori” è che non forniscono alternative. Noi cattolici critici della gestione pandemica, oltre a denunciare alcune evidenti speculazioni economiche da parte dei soliti big delle multinazionali, diciamo chiaramente, fin dall’inizio due cose: 1) Non possiamo impaurire la gente come fossimo l’altra faccia della medaglia del mainstream, altrimenti arriverà il momento in cui il terrore prevarrà sulla razionalità, sempre che questo, per alcuni, non sia già avvenuto, dopo quasi due anni di appiattimento a questa “unicità argomentativa globale”. L’ossessione compulsiva che leggiamo sul web, sui social ed in alcune chat è impressionante. C’è anche chi ha divulgato teorie per cui sarebbero in costruzione almeno tre campi di concentramento per non vaccinati. In realtà, si tratta dei lavori incompiuti per il TAV… 2) Le alternative che possiamo proporre, come scrittori e opinionisti cattolici, derivano da molti elementi magisteriali, esempi di vita dei Santi, ma in particolare, a mio avviso, dal testo “Santifichiamo il momento presente” del Canonico Pierre Feige (1857-1947). S. Francesco di Sales scriveva: “Pensiamo solamente al bene, oggi; quando l’indomani sarà arrivato, si chiamerà oggi, ed allora ci penseremo”. Saggezza disarmante per tutti.
 
Che cosa ci servirebbe sapere tutto delle ultime notizie sul Covid, sui vaccini, sul Green Pass, se non ci applichiamo a santificare bene il momento presente? Non assomiglieremmo forse a chi conoscesse molte città e poi sbagliasse ad entrare in casa sua? Monsignor D’Hulst dice che “è il momento presente che ci è richiesto, poiché è il solo che ci appartenga”. Santificare il momento presente è concentrare su di esso tutta la nostra attività, tutta la nostra buona volontà, per passarlo il più santamente possibile, compiendo i nostri doveri di stato. In primis, è nostro dovere sforzarci di conformare la nostra volontà a quella di Dio, che può anche chiederci delle prove o di espiare peccati altrui, e noi dobbiamo farci trovare sempre pronti. E’ sul mare burrascoso di questo mondo, ove la nostra anima è come una barca in tempesta, mantenere senza interruzione il timone nella direzione che piace a Dio, secondo i dieci Comandamenti ed i Precetti della Chiesa. Perché lasciarci andare alla tristezza, all’inquietudine, ai rimpianti e, in ultima analisi, alla disperazione? Dove sarebbe la Speranza cristiana? Non comportiamoci come atei o pagani e impariamo dal celebre maresciallo Foch, che diceva: “Mi si è chiesto sovente se io credevo ad una guerra lunga. Non so niente; l’avvenire non appartiene agli uomini ed è una perdita di tempo, di pensieri, e quindi di forze, il voler far previsioni a scapito degli impegni dell’ora presente”. Applichiamoci, dunque, nel santificarla, perché a questo siamo singolarmente chiamati, non a artifici cervellotici per ergerci a salvatori del mondo o a salire in cattedra (d’asilo) per autocelebrarci nell’inutile “io l’avevo detto…”.

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

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TOGLIERE COPERCHI DALLE PENTOLE A PRESSIONE PARE ESSERE LA VOCAZIONE, CHE GLI RIESCE PIUTTOSTO BENE, DEL VICEDIRETTORE DI RAI3…

Sigfrido Ranucci, vicedirettore di RAI 3 e conduttore della più celebre trasmissione di giornalismo d’inchiesta, “Report”, già inviato di guerra nei Balcani e a New York dopo l’11 Settembre, si è occupato di inchieste importanti, che vanno dal traffico illecito di rifiuti all’uso di armi improprie, quali il fosforo bianco, a Falluja in Iraq.

Apparati deviati dello Stato, mafie, operazioni dubbie da parte delle multinazionali e corruzione, collusione della peggior politica nazionale ed internazionale con poteri più o meno occulti, alta finanza e uomini della Chiesa ufficiale sono, da molti anni, il suo pane quotidiano.

E’ uno dei giornalisti più odiati dall’establishment e più querelati d’Italia, ma, finora, ogni accusa è sempre caduta in una bolla di sapone. Le sue inchieste hanno aperto la strada ad indagini che hanno colpito molti potenti e insospettabili illustri, così da renderlo assai antipatico nelle stanze dei bottoni, ma non tra la gente, che lo premia con ascolti molto alti e neppure tra i professionisti della comunicazione, che lo riempiono di premi. Tra i tantissimi riconoscimenti, ha recentemente vinto il premio Flaiano per la televisione.

Si dichiara cattolico e apprezza l’operato di Bergoglio, in particolar modo quanto ad alcuni aspetti riguardanti la ricerca della trasparenza in Vaticano. Si trova, almeno dal 2014, a doversi occupare di questioni che riguardano la splendida città di Verona.

“Togliere coperchi dalle pentole a pressione” pare essere una sua vocazione, che gli riesce piuttosto bene. Il suo è un carattere mite, sicuramente introspettivo, a volte criptico, ma molto determinato. Lui crede che “per essere buoni cattolici non servano particolari proclami, quanto che il cattolicesimo vada vissuto veramente”. Tende a diffidare di chi dice una cosa e poi ne fa un’altra. Si può essere amici o suoi collaboratori, senza trovare, in lui, alcun pregiudizio, pur essendo di posizioni religiose o politiche differenti: “l’onestà intellettuale e l’integrità morale sono fondamentali ed anche valori cristiani, che non hanno colore politico” – e da questo si capisce la sua ammirazione per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nel 2010, per quelli di Chiarelettere, ha scritto un libro con il reporter Nicola Biondo, in questi giorni ripresentato al grande pubblico, che si intitola “Il Patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato“. Romano Montroni, del “Corriere della Sera” scrisse che si tratta di “una lettura da non perdere, parola di libraio. Ha il rigore dei reportage e si legge come un romanzo”.

La riproposizione del libro arriva nel momento in cui il governo sta discutendo di riforma della Giustizia, voluta dal Ministro Marta Cartabia, che approderà alla Camera dei Deputati, venerdì 30 luglio. Stiamo parlando della riforma del processo penale, che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell’improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione.

Molto duri, nelle audizioni in Commissione Giustizia, sono stati i commenti di Nicola Gratteri e Cafiero De Raho, secondo i quali, la riforma così com’è, “farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia”. Il premier Draghi e la Guardasigilli hanno, poi, usato parole di apertura verso una riforma modificabile ed il più possibile condivisa. Staremo a vedere.

Intanto, continuiamo con la lettura del libro di Ranucci, che riempie di spunti di riflessione:

«Nel marzo del 2004 su “La Repubblica” Stefano Rodotà ha affermato che “vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali””.

Continua Ranucci: «questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri. E allora succede che uomini di Stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace quando si rivolge al principe Andrej: “Sì, mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra e per la pace…Ma tutto è venuto a suo tempo”. Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore. E che portino gli stessi identici lutti», chiosano Ranucci e Biondo.

Ad alcuni pare che il “tempo” di cui scriveva Kutuzov stenti un po’ troppo ad arrivare. Chi, invece, come noi, si appoggia, da un lato al realismo tomista e dall’altro alla speranza cristiana, invita tutti, ciascuno con i suoi mezzi e possibilità, a contribuire alla lotta per il bene contro il male, senza aspettare il “santo” o l’ “eroe”, perché ogni giorno siamo noi stessi artefici di civiltà. Oltre ogni pressione, minaccia, tentativo più o meno indiretto di vendetta. Perché Borsellino ha lasciato un’eredità universale, che si riassume in queste parole: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

da

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

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C’È UN FILO ROSSO CHE UNISCE L’IDEOLOGIA ICONOSCLASTA DEI BLM COI MOVIMENTI OMOSESSUALISTI

Milli Hill è una femminista inglese che da almeno dieci anni si occupa di sostenere le donne incinte. Sul suo sito ha scritto che trova anomalo l’utilizzo di alcune terminologie come ad esempio “persone che partoriscono (usata insieme o al posto di “donne”) e “maschio/femmina assegnato alla nascita”.

Non occorre essere dei letterati per comprendere la fondamentale importanza del linguaggio, perché da esso possono cambiare tante cose ed il senso della realtà potrebbe venire stravolto. Infatti la Signora Milli ha trovato molto strano il termine “assegnato” riferito al sesso del nascituro/a perché il sesso dei bambini viene solitamente determinato in test e scansioni prenatali, non alla nascita. Inoltre, fino a prova contraria sono solo le donne a partorire e non gli uomini, quindi Milli Hill ha conseguentemente criticato l’utilizzo dei termini “persone che partoriscono”.

La Hill, nel novembre scorso, scrisse su Instagram che sarebbe opportuno parlare di “donne” e non di “persone che partoriscono”, ricevendo insulti e minacce di ogni tipo da attivisti trans e transfemministe. La campagna d’odio l’ha indotta a chiudere la sua attività, ma lei ha continuato a parlare, opponendosi alla teoria di chi sostiene che i trans e le persone non binarie sarebbero ingiustamente escluse dalla categoria delle “persone che partoriscono”.

Questo esempio, che giunge in Italia attraverso un articolo di Francesco Borgonovo su La Verità del 17/07/2021 dovrebbe farci riflettere tutti, cattolici e non, sulle conseguenze di un’eventuale approvazione, senza modifiche alle restrizioni della libertà di opinione, contenute nella generica frase “istigazione alla discriminazione” del ddl Zan. Infatti, poiché il testo prevede che sia la discrezionalità del giudice a determinare la sussistenza di tale ipotesi di reato, qualora chiunque dicesse che è stato partorito da una donna potrebbe rischiare una denuncia da un ipotetico trans che si sentisse tagliato fuori dall’affermazione.

Qualora un giornalista o un medico o un opinionista sostenessero che i figli hanno bisogno di una mamma e di un papà per crescere meglio, oppure una femminista o un cattolico scrivessero che l’utero in affitto è una scandalosa mercificazione della donna e un potenziale danno, almeno sul piano educativo, per il bimbo, potrebbero incorrere nella ghigliottina sanzionatoria del ddl.

L’Antico Testamento dovrebbe essere modificato, laddove condanna la sodomia? I Vangeli, San Paolo, Santa Caterina da Siena e tutto il Magistero Perenne della Chiesa sull’omosessualità andrebbero corretti ed adeguati ai desiderata della legge positiva liberal? Non potrebbe salvarsi neanche l’art. 29 della Costituzione, laddove si afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” perché verrebbero meno il termine di “società naturale” che sarebbe restrittivo ai soli uomo e donna, nonché il “matrimonio” perché è restrittivo rispetto alla convivenza ed all’unione civile.

Per non parlare, poi, della letteratura, dell’arte, della cinematografia, della satira, che dovrebbero essere tutte modificate o censurate laddove qualcuno che nel mondo senta di appartenere ad una delle 420 “identità di genere” finora contate Oltreoceano si ritenga discriminato da Dante o da Shakespeare. E’ il filo rosso che unisce l’ideologia iconosclasta dei BLM coi movimenti omosessualisti ed è anche la pericolosa deriva liberticida che tutti rischiamo.

E’ plausibile chiedersi cosa effettivamente vogliano fare i nostri politici “conservatori”, che avrebbero già potuto affossare il ddl Zan in Senato, ma che sono stati assenti ingiustificati. Accettare la proposta di legge Zan significa tagliare le radici ideali della “controrivoluzione” esercitata all’interno del Parlamento, ovvero l’opposizione alla sovversione dell’ordine naturale e divino e annientare un patrimonio etico e politico di portata storica, spalancando porte e finestre al Pensiero Unico politicamente corretto globalista, cadendoci dentro per sempre.

Domine, salva nos, perimus; impera et fac, Deus, tranquillitatem magnam. Porro homines, cum vidissent quod fecerat signum, dicebant: qualis est hic, quia ventis imperat et mari, et oboediunt ei“.

DA

Dicendo “è stato partorito da una donna” col ddl Zan si rischia una denuncia!

La democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione del cristiani?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per www.informazionecattolica.it

di Matteo Castagna

SEMBREREBBE IN ATTO UNO SCONTRO TRA COLORO CHE AMANO I BAMBINI, IL DIRITTO NATURALE E LO SPORT CONTRO COLORO CHE, INVECE ODIANO IL DIRITTO NATURALE E VORREBBERO CHE L’UOMO BIANCO, ETEROSESSUALE, POSSIBILMENTE CRISTIANO, FOSSE SIMBOLICAMENTE SCHIACCIATO DAL PENSIERO UNICO DEL TOTALITARISMO ARCOBALENO E DELLA RETORICA ANTIRAZZISTA

Giuseppe Sala apre la sua campagna elettorale per le amministrative di Milano al Gay Pride, enunciando la priorità: «Se verrò rieletto, ricominceremo il percorso per il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali perché non è arrivato dove deve, quindi continueremo il percorso». Davvero sarebbe dimostrazione di Amore privarli di una mamma e di un papà?

A Bologna, dal 26 giugno al 3 luglio sta andando in scena il “Rivolta Pride”. Tra sberleffi ed insulti, vengono calpestate e imbrattate le foto di capi di Stato, leader politici, religiosi, opinionisti considerati “omofobi”. Davvero è dimostrazione di Amore il pubblico ludibrio di coloro che non temono di affermare il diritto naturale come principio inviolabile?

La Nazionale italiana gioca e vince contro l’Austria ma non si inginocchia al politicamente corretto, voluto dai Black Lives Matter. Pioggia di critiche. Davvero gli Azzurri sono razzisti? No, semplicemente amano lo sport e, quindi, non vogliono che venga strumentalizzato dalla più sinistra dialettica politica.

Sembrerebbe in atto uno scontro tra coloro che amano i bambini, il diritto naturale e lo sport contro coloro che, invece odiano il diritto naturale e vorrebbero che l’uomo bianco, eterosessuale, possibilmente cristiano, fosse, almeno simbolicamente, schiacciato dal pensiero unico del totalitarismo arcobaleno e della retorica antirazzista.

Tra queste due concezioni antropologiche opposte e parallele all’infinito, il maestro del pensiero forte, tipicamente occidentale, non può che essere il grande San Tommaso d’Aquino, mirabile sintesi di classicità e cristianità, che già 800 anni fa scriveva, nel commento al libro del Profeta Isaia: “Ciò che è incompatibile in modo assoluto con il fine è del tutto contro natura e non può mai essere una buona cosa come il peccato di sodomia” (c. 4, l. 1). Il Dottore della Chiesa annovera tale peccato come una forma di lussuria. Nella Summa Teologica (II-II, q. 154, a. 1 c.), l’aquinate parla della sodomia in questi termini: “…il piacere sessuale deve essere ordinato all’interno del rapporto di coniugio verso i fini propri del rapporto sessuale, cioè la procreazione e l’amore”. Non farlo o scavalcare la gerarchia di questi fini è un atto contro ragione e quindi malvagio.

Quindi non si parla solo di atto irragionevole “perché oltre ciò, ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura”

Il Doctor Communis trae alcune conseguenze di ordine morale e cita il Sant’Agostino delle Confessioni (III): “Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi S. Agostino: ‘I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, sono sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine, la natura di cui egli è l’autore”. Quindi l’omosessualità è un peccato verso se stessi e verso gli altri  – non si rispetta la propria e altrui dignità – e verso Dio. 

Amore è volere il Bene dell’altro, che, in primis, è fare quanto possibile per condurre una vita nella direzione della salvezza eterna, in conformità con le leggi di Dio. Può essere vero Amore l’induzione, con pieno assenso e deliberato consenso, al peccato mortale, che San Pio X definiva, nel Catechismo Maggiore, tra coloro che “gridano vendetta al cospetto di Dio”? Togliere ad un cattolico la libertà di dire pubblicamente queste bimillenarie verità di fede, è o non è un atto di violenza, odio e discriminazione verso Dio e i suoi precetti, sfogato sui Suoi testimoni in Terra?

“Non illudetevi: né immorali, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio” ( San Paolo, I Cor. 6,9-10). .”..La legge non è fatta per il giusto, ma per i non giusti e i riottosi, per gli empi e i peccatori, per gli scellerati ed i profani, per i patricidi, i matricidi e omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i ladri di uomini, i bugiardi, gli spergiuri..:” (S. Paolo, I Tim. 1,9). E la democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione dei cristiani, attraverso l’ingerenza nelle leggi di Dio?

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/06/28/la-democrazia-liberale-sta-preparando-la-grande-persecuzione-del-cristiani/

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