Sgominata cellula islamica che voleva colpire durante la prossima Pasqua copta

 

DI MATTEO ORLANDO PER AGERECONTRA

L’informazione monopolizzata dalle notizie legate al Covid-19 si è lasciata sfuggire una notizia rilevante. 

Le forze di sicurezza egiziane hanno annientato una cellula terroristica che pianificava di attaccare, almeno in prima istanza, i fedeli cristiani durante la prossima Pasqua copta che si svolgerà domenica 19 aprile.

Le forze di sicurezza egiziane sono riuscite a spazzare via la cellula jihadista, legata allo Stato islamico e allocata presso la periferia del Cairo, attraverso una operazione che è sfociata in un conflitto a fuoco.

Infatti, durante il violentissimo scontro, che è durato diverse ore ed ha trasformato la capitale dell’Egitto, una megalopoli di 20 milioni di abitanti, in un vero e proprio campo di battaglia urbano, almeno 7 terroristi sono stati uccisi, mentre tra le forze dell’ordine si registra una vittima. 

Il presidente egiziano Abdelfatá al Sisi ha espresso le sue condoglianze ai parenti dell’agente deceduto e ha applaudito “le azioni eroiche” degli agenti che hanno fatto irruzione in un edificio per neutralizzare il gruppo.

L’operazione di polizia ha avuto luogo nel quartiere residenziale orientale di al-Amireya, dove si erano basati i terroristi. Secondo le autorità egiziane, di fronte al coprifuoco ordinato dal governo per impedire la diffusione del coronavirus, i jihadisti avevano decisero di cambiare i loro piani e di attaccare, se non fossero riusciti a colpire i cristiani, le forze di sicurezza, presumendo che i cristiani non si sarebbero radunati in massa per le loro funzioni pasquali, viste le norme sul distanziamento sociale che sono in vigore anche in Egitto.

Padre Rafic Greiche, addetto ai media del Consiglio delle Chiese in Egitto, ha spiegato ad Asia News, che “la notizia non aggiunge particolare paura o preoccupazione ai cristiani egiziani” ed ha sottolineato che gran parte dei luoghi di culto e delle chiese sono chiuse al pubblico a causa dell’epidemia da COVID-19. “Non credo, sebbene questa sia la mia opinione personale, che le chiese potessero essere un vero bersaglio del gruppo terroristico, che forse voleva attaccare altrove”.

La Chiesa copta, che è la principale Chiesa cristiana non cattolica d’Egitto, conta circa 10 milioni di fedeli, residenti soprattutto nell’Alto Egitto. Esiste anche una Chiesa copta cattolica, il patriarcato cattolico di Alessandria, eretto nel 1824, ristabilito nel 1895 e governato da un patriarca. La Chiesa copta cattolica comprende 6 diocesi e conta circa 200 mila fedeli.

 

MATTEO ORLANDO

 

I 4 consigli della Card. Newman Society

di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Le scuole cattoliche hanno dovuto adattarsi alle sfide delle misure di isolamento preventivo contro il COVID-19, ma hanno l’ulteriore sfida di mantenere le caratteristiche che rendono l’educazione cattolica un’alternativa ideale per i genitori.
Per aiutare le istituzioni, la Cardinal Newman Society degli Stati Uniti ha tenuto un webinar gratuito e pubblicato una guida con suggerimenti per mantenere l’identità cattolica anche nell’istruzione a distanza.
“In questo momento di ansia e isolamento, il carattere speciale delle scuole cattoliche è più importante che mai”, ha affermato Patrick Reilly, presidente e fondatore della Cardinal Newman Society. Per gli esperti di questa stessa organizzazione Denise Donohue e  Dan Guernesey, l’educazione a distanza deve mantenere i pilastri che identificano chiaramente le istituzioni di ispirazione cattolica: comunità, preghiera,  formazione integrale e creazione di una visione del mondo cattolica.
La prima dimensione, la comunità, si riferisce alla costruzione di un ambiente in cui “vengono trasmesse le nostre tradizioni, valori e credenze cattolici”.
Il senso di comunità viene mantenuto attraverso una più stretta comunicazione tra insegnanti e dei genitori, utilizzando i mezzi disponibili come e-mail, chiamate o videochiamate.
Mantenere la preghiera e la vicinanza ai sacramenti è una sfida durante questa pandemia.
La Cardinal Newman Society ha suggerito di iniziare le lezioni virtuali con una preghiera e invitiato le famiglie a dedicare abbiano un posto dedicato al culto divino il tempo adeguato.
Negli spazi delle classi virtuali, inoltre, dovrebbero essere ricercate le stesse caratteristiche delle aule delle scuole cattoliche. “I genitori dovrebbero essere incoraggiati a imitare la struttura fisica della scuola. Stanze ben illuminate e silenziose, immagini cattoliche e spazi per la preghiera”.
Per promuovere una formazione completa, gli esperti hanno raccomandato di collegare il contenuto accademico con lezioni sulla virtù o sulla fede, al fine di generare domande essenziali che aiutino i genitori a partecipare alla formazione, aiutando a comprendere i concetti attraverso il dialogo e gli esempi.
Altra preoccupazioni che le scuole cattoliche dovrebbero perseguire sono i “pericoli di costringere gli studenti a sedersi davanti a uno schermo per gran parte della giornata”.
Gli esperti raccomandano di usare il più possibile testi fisici e di cooperare tra insegnanti per “quantificare, coordinare e razionalizzare il tempo davanti allo schermo” come “opera di misericordia corporale verso i poveri studenti”.
L’ultimo pilastro, ma non come importanza, è l’insegnamento di una visione del mondo cattolica. “L’educazione cattolica non solo insegna materie secolari come le altre scuole, ma impartisce anche una visione cristiana del mondo, della vita, della cultura e della storia, ordinando l’intera cultura umana alla notizia della salvezza”, hanno chiesto gli esperti della Cardinal Newman Society.
È stata raccomandata la lettura di classici cattolici a casa e, soprattutto, l’offrire una testimonianza cristiana agli altri familiari nel mezzo della pandemia.

MATTEO ORLANDO

BILL GATES E I CERTIFICATI DIGITALI

 

A seguito della proposta di Bill Gates di “certificati digitali” che dimostrino che una persona è stata vaccinata contro il coronavirus, il procuratore generale americano William Barr ha dichiarato di essere “molto preoccupato per il terreno scivoloso che ciò rappresenta in termini di invasioni continue sulla libertà personale”.

“Alla fine avremo alcuni certificati digitali per mostrare chi è guarito o è stato testato di recente o, quando avremmo un vaccino, chi lo avrà ricevuto”, aveva ipotizzato il fondatore di Microsoft. Barr, invece, ha spiegato di essere preoccupato per “il monitoraggio delle persone e, in generale, soprattutto perché si potrebbe andare avanti per un lungo periodo di tempo”. Tuttavia, “i passaggi appropriati e ragionevoli vanno bene”, ha detto Barr.

La Reuters ha affermato che Bill Gates non ha suggerito di impiantare “capsule nell’uomo” ma la creazione di una piattaforma digitale open source con l’obiettivo di ampliare l’accesso a test sicuri a domicilio”.

Tuttavia, come indicato in un articolo di Scientific American solo pochi mesi fa, la Bill & Melinda Gates Foundation ha finanziato la ricerca del Massachusetts Institute of Technology che ha suggerito di incorporare i registri dei vaccini “direttamente nella pelle” dei bambini: “Insieme al vaccino, al bambino verrebbe iniettato un po’ di colore invisibile ad occhio nudo ma facilmente visibile con uno speciale filtro per cellulare. La tintura dovrebbe durare fino a cinque anni, secondo i test finora svolti sulla pelle di maiale e di topo e sulla pelle umana in vitro”.

Negli ultimi anni, attraverso la sua fondazione, Gates ha investito miliardi di dollari in vaccini. Durante una recente intervista alla CBS ha affermato che la vita dopo COVID-19 non sarà la stessa “per qualche tempo” o almeno fino a quando la popolazione non sarà “ampiamente vaccinata”. Ha predetto che la paura della gente per le grandi riunioni pubbliche rimarrà per almeno 18 mesi. “La nostra fondazione lavora molto sulla diagnostica e sui vaccini”, ha affermato Gates. I produttori di vaccini sono quelli “che possono davvero riportare le cose in pista”, ha affermato. 

Gates, un sostenitore dell’aborto e un sostenitore del controllo della popolazione, in passato ha parlato di come anche i vaccini possano avere un ruolo nella riduzione della popolazione mondiale.

“Se facciamo un ottimo lavoro sui nuovi vaccini, sull’assistenza sanitaria e sui servizi di salute riproduttiva, abbasseremo la popolazione del 10-15 percento”, aveva detto in una conferenza TED nel 2010.

Negli Stati Uniti molti genitori temono che qualunque sia la vaccinazione contro il coronavirus che sarà sviluppata diventerà obbligatoria, annullando qualsiasi obiezione basata sui diritti dei genitori, motivi di salute o preoccupazioni religiose. In particolare creano problemi morali tutti quei vaccini, e sono molti, che vengono prodotti utilizzando cellule di bambini abortiti. E almeno due vaccini in lavorazione per combattere il Coronavirus li utilizzano. 

 

MATTEO ORLANDO

Coronavirus, sacerdoti arrestati e Presidenti che pregano

 

DI MATTEO ORLANDO

EDITORIALE DEL VENERDI

 

Almeno tre preti sono stati arrestati nel mondo perché si sono rifiutati di non celebrare messe pubbliche durante l’emergenza del coronavirus, nonostante norme contrarie arrivate dai rispettivi governi che vietano le riunioni religiose durante questa fase della pandemia.

In Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni ha sospeso le riunioni religiose e culturali fino a metà aprile nel tentativo di fermare la diffusione del Covid-19, Padre Deogratius Kiibi Kateregga, è stato arrestato per aver celebrato la messa nella parrocchia cattolica di San Giuseppe a Mpigi. Secondo quanto riferito dalle locali agenzie di stampa, c’erano almeno 15 cattolici presenti alla Messa.

Il sacerdote è ben noto in Uganda, ed è diventato noto a livello nazionale dopo un sermone televisivo del 2018 durante la Messa commemorativa per un musicista ugandese, Mowzey Radio, che è morto per le ferite riportate durante una rissa avvenuta in un bar.

Funzionari locali hanno riferito che il sacerdote è stato arrestato insieme ad altri sette cattolici e detenuto nella stazione di polizia di Mpigi.

“È stato trovato a predicare nella chiesa in violazione delle direttive presidenziali”, ha detto Herbert Nuwagaba, comandante della polizia del distretto di Mpigi. “Vogliamo che ci dica perché lo sta facendo”, ha detto al Daily Monitor Godfrey Matovu, responsabile della sicurezza interna del distretto di Mpigi. Il sacerdote è stato rilasciato dopo che i parrocchiani hanno protestato per suo conto presso la stazione di polizia, secondo i resoconti dei media locali.

In India, dove il primo ministro Narendra Modi ha istituito un blocco di 21 giorni a partire dal 24 marzo, due sacerdoti, due seminaristi e tre sorelle religiose sono state accusate di violare gli ordini del governo dopo una messa celebrata in una cappella nel seminario minore della Congregazione dei Missionari della Fede nel distretto di Wayanad (stato del Kerala).

Tutti e sette sono stati rilasciati dopo il loro arresto, secondo UCA News, con un avvertimento di non ripetere le loro azioni. Padre Manoj Kakkonal, portavoce della diocesi di Mananthavady, ha riferito a UCA News che l’arresto “sembra essere un caso di incomprensione”, perché la Messa in questione è stata celebrata all’interno della cappella del seminario, dove i sacerdoti e i seminaristi sono residenti.

A quanto pare la polizia è stata chiamata dopo che i vicini hanno visto arrivare le sorelle religiose nella cappella.

Un altro arresto è avvenuto in Kerala il 23 marzo scorso quando Padre Paul Padayatti della Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso di Koodapuzha ha celebrato una Messa da requiem alla quale hanno partecipato più di 100 persone. Funzionari del Kerala hanno anche affermato che ci sono stati altri due “incidenti” in cui le autorità hanno lanciato un avvertimento ai sacerdoti che conducevano la Messa.

In questi momenti di emergenza non sono mancati gesti incoraggianti, cioè grandi figure pubbliche che si sono rivolti a Dio che è l’unico che può bloccare una pandemia. 

Il presidente cattolico del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha proclamato per lo scorso 21 marzo una giornata nazionale di preghiera per il coronavirus. “Non possiamo ignorare la necessità di rivolgerci a Dio”, ha detto il presidente keniota. “In queste circostanze, come abbiamo fatto in passato come nazione, ci siamo sempre rivolti a Dio prima per ringraziare per i diversi doni che ha fatto alla nostra nazione e poi per condividere le nostre paure, le nostre apprensioni, per cercare la sua guida e protezione che è sempre presente”.

Kenyatta ha aggiunto: “abbiamo imparato nel tempo che rivolgersi a Dio in momenti come questo non solo ci dà conforto, ma anche speranza e forza per superare quelle sfide che per noi come umani possono sembrare insormontabili”.

Mentre il 21 marzo si sono potuti riunire nella residenza presidenziale solo pochi leader religiosi, in linea con la direttiva presidenziale che spinge ad evitare incontri di gruppo, il Presidente ha incoraggiato i keniani a unirsi alla preghiera nazionale in tutta la nazione africana. 

Anche il presidente della Polonia ha fatto un gesto spirituale molto significativo, pregando per il suo popolo davanti alla Vergine di Czestochowa che si trova nel santuario di Jasna Gora. Andrzej Duda ha affidare a Dio, per intercessione della Madonna, il suo popolo di fronte alla pandemia di coronavirus. Durante l’appello alla Madonna di Jasna Góra erano presenti anche l’arcivescovo di Częstochowa, Wacław Depo – che ha guidato il breve momento di preghiera – il generale dell’ordine paolino, padre Arnold Chrapkowski e diversi religiosi. Il celebre santuario di Jasna Góra, tanto caro a Giovanni Paolo II, è stato chiuso al pubblico nei giorni scorsi proprio a causa del coronavirus. Una situazione del genere non era mai accaduta, neppure durante la legge marziale, né durante l’occupazione nazista o quella zarista.

Il presidente Duda ha affidato alla Madre di Dio tutti i polacchi, sia quelli che abitano nel paese sia quelli che abitano all’estero.

Qualcosa del genere ha fatto anche il Presidente Mario Abdo Benítez, alla guida del Paraguay dal 15 agosto 2018.

Candidato del Partito Colorado, fin dalla campagna elettorale Benítez ha portato avanti una linea molto conservatrice in materia di diritti civili, dichiarandosi contrario all’aborto e alla legalizzazione dei cosiddetti “matrimoni omosessuali”. Non appena si sono sviluppati i primi casi di coronavirus nel paese sudamericano il presidente ha pensato di rivolgersi alla sua nazione con parole cariche di fede e di speranza. “Molte famiglie sentono incertezza”, ha affermato Benítez. “E c’è paura. Tutti l’abbiamo sentita qualche volta. Non pensate di essere soli solamente perché questa è una cosa completamente nuova e sconosciuta. Non solo in Paraguay, ma nel mondo intero. Però ho fede in Dio, nel Suo potere e nella Sua misericordia. Ed è in questo momento che bramiamo di più la Sua presenza nella nostra vita. La Parola dice, in Isaia capitolo 41, versetto 10: ‘Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con il mio braccio vittorioso’. Così dice Dio. E io ci credo. Perché credo che con la Sua grazia ne usciremo vittoriosi. Di fronte alle prove, alle difficoltà della vita, il Signore non abbandona il Suo popolo: in questi ultimo periodo che ci separa dalla Santa Pasqua, rivolgiamoci a Lui con cuori colmi di fiducia nel fatto che tutto ‘che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’ (Rm 8,28) e che, se si rimane in Lui, ogni battaglia è già vinta”.

Boko Haram aumenta la sua attività terroristica

 

DI MATTEO ORLANDO  PER AGERECONTRA

 

Boko Haram aumenta la sua attività terroristica in Nigeria e Ciad. In mezzo all’emergenza del coronavirus che ha raggiunto anche l’Africa occidentale, i paesi della regione stanno affrontando un’escalation di violenza da Boko Haram: in una serie di attacchi tra Nigeria e Ciad questo gruppo islamista, il cui nome nella lingua hausa significa “l’educazione occidentale è peccato”, ha ucciso almeno 150 soldati negli ultimi giorni.

L’attacco più grave è avvenuto il 24 marzo, quando almeno 92 soldati ciadiani sono stati uccisi nello scontro più grave finora perpetrato dai terroristi di Boko Haram, sulla penisola di Boma nella provincia del Lac, che confina con Niger e Nigeria.

Secondo alcune testimonianze, 24 veicoli dell’esercito sono stati distrutti, inclusi veicoli corazzati, e gli uomini di Boko Haram sono riusciti a rubare le armi ai militari.

Il giorno precedente, il 23 marzo, i jihadisti avevano ucciso almeno 50 soldati nigeriani in un’imboscata vicino al villaggio di Goneri, nello stato settentrionale di Yobe.

Sempre nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria, negli ultimi mesi centinaia di famiglie cristiane sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa della rinnovata violenza di Boko Haram. 

Hidoua, Gochi, Mandaka, Tourou, Kolofata ecc., l’elenco delle località attaccate da dicembre 2019 continua ad aumentare. In quasi tutte le occasioni, ci sono stati incendi, saccheggi, rapimenti e omicidi perpetrati dai  jihadisti islamici.

Recentemente in Nigeria gli islamisti di Boko Haram hanno ucciso almeno 23 persone che ritornavano da un funerale nel distretto di Nganzai, vicino a Maiduguri, capitale dello stato federale di Borno.

Negli ultimi mesi i terroristi di Boko Haram hanno attaccato ripetutamente il distretto di Nganzai. Nel settembre dell’anno scorso, il gruppo ha ucciso otto persone e rubato bestiame in due villaggi della zona, dopo che i residenti avevano cercato di impedire loro di prendere gli animali.

Il terrorismo jihadista in Nigeria, sviluppatosi fortemente con il sorgere di Boko Haram esattamente dieci anni fa, ha progressivamente coinvolto anche alcune nazioni confinanti, come Ciad, Niger e Camerun, ed ha causato almeno 40 mila vittime (tra civili, militari, poliziotti e gli stessi miliziani islamisti), costringendo oltre due milioni di persone, in prevalenza cristiani, a fuggire dalle loro case.

Negli Stati federali di Borno, Kano, Kaduna, Bauchi e Yobe, nonostante i proclami del governo centrale della Nigeria, gli estremisti di Boko Haram continuano a mietere vittime. La violenza, peraltro, si è aggravata da quando, nel 2016, Boko Haram si è divisa in due: una fazione è guidata da Abubakar Shekau, un altro gruppo, che ha giurato fedeltà all’Isis (e si chiama Iswap), è stato guidato fino allo scorso aprile da Abu Musab al-Barnawi, figlio del defunto fondatore di Boko Haram Mohammed Yusuf. Adesso l’Iswap sarebbe guidato da Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi, terrorista avallato dai vertici dell’Isis.

Secondo Matthew Page, analista del Chatam House, un centro studi britannico, i miliziani di Boko Haram “non hanno una strategia coerente né sono molto organizzati, ma potrebbero continuare per 30 anni i loro attacchi, considerando che la stessa reazione governativa contro di essi, almeno fino ad ora, si è dimostrata inefficace”.

“Da quando è emersa Boko Haram è stato un susseguirsi di attacchi, uno dopo l’altro, contro la Chiesa. Sia sugli individui che sulle famiglie”, ha detto recentemente il vescovo Oliver Dashe Doeme di Maiduguri, che ha ricordato che, quando è stato scelto come vescovo nel 2009, c’erano più di 125 mila cattolici nella sua diocesi, adesso meno di 70 mila.

Nel 2014 il vescovo Doeme aveva affermato di aver avuto una visione di Gesù Cristo durante un’adorazione eucaristica. “Aveva una spada in mano”, aveva ricorda a suo tempo il vescovo Doeme. “Ho ricevuto la spada e si è rivelato essere un rosario”. Poi il vescovo ha sentito dire a Gesù “Boko Haram finirà. Si possono distruggere le chiese, si possono distruggere le canoniche, ma non si può distruggere la fede”.

Il vescovo Doeme ha capito così che la preghiera del Santo Rosario finirà per sconfiggere il gruppo terroristico.

Intanto il frate psicologo Epiphane Stephane Nayeton, sacerdote dell’Ordine dei Ministri degli Infermi (Camilliani), che dopo gli studi di Filosofia e Teologia presso il Seminario Maggiore Saint Gall-Ouidah (del Benin) è arrivato alla laurea magistrale in Psicologia Clinica e in Scienze Tecniche e Psicologiche presso l’Università degli Studi Lumsa di Roma, ha riflettuto sul fenomeno nel suo libro “La vita dopo Boko Haram. Proposte didattiche alla luce del contesto odierno” (Aracne Editore, Roma, p. 132). “Prima di diventare un gruppo terroristico, Boko Haram era un piccolo gruppo di giovani che denunciavano la corruzione dei politici nigeriani. Essi hanno proposto la distribuzione del reddito del paese al fine di migliorare le condizioni di vita della popolazione in generale e della città di Maiduguri (Nigeria del Nord) in particolare. La critica alla leadership dominante, considerata corrotta, ingiusta e incapace di risolvere problemi economici e sociali, ha portato a violenze di ogni tipo. Nel frattempo, il gruppo Boko Haram si è organizzato per combattere contro l’esercito governativo e in particolare i cristiani considerati ostili ai loro desideri di egemonia. I cristiani nel nord della Nigeria sono considerati sostenitori del governo federale che truffa la popolazione musulmana del nord. Secondo Boko Haram il governo nigeriano usa la religione cristiana, straniera e occidentale, per ingannare i popoli del Nord e sfruttarli appieno. Per eliminare cristiani e altre religioni ostili al movimento, Boko Haram poco dopo la sua nascita ha scelto la via della guerra. La modalità di azione del gruppo è drammatica. Le milizie di Boko Haram arrivano inaspettatamente. Prendono di mira un villaggio, rubano, violentano, uccidono e portano via il bottino di guerra”, ha spiegato Nayeton.

Nel suo libro il camilliano parla dei danni provocati da questo gruppo a livello psicologico. “Il trauma ha conseguenze devastanti per l’essere umano, soprattutto se si verifica durante l’infanzia, cioè quando il soggetto ha una maggiore vulnerabilità psicopatologica. Sulla base di alcune storie raccolte dalle ragazze rapite da Boko Haram nella città di Chibok (Nord-est della Nigeria), i principali disturbi correlati alle esperienze traumatiche di Boko Haram sono disturbi: d’ansia o correlati alla paura; dell’umore; sessuali; alimentari; dissociativi; somatoformi; correlati all’assunzione di sostanze psicotrope o stupefacenti; della personalità, ecc. In sintesi, le persone soggette agli attacchi terroristici di Boko Haram presentano vari sintomi traumatici: disregolazione affettiva (Alessitimia), disregolazione della sensibilità al dolore/piacere (Congelamento), disregolazione dell’empatia e dell’intimità nelle relazioni con gli altri, disturbi dissociativi (depersonalizzazione/derealizzazione), rabbia/irritabilità, depressione e memorie intrusive”.

Per padre Nayeton la setta terrorista islamista di Boko Haram “è una minaccia per il mondo e per questo motivo deve essere combattuta. La Nigeria non può essere lasciata sola. Se non combattiamo contro Boko Haram, la troveremo nelle nostre città europee”. La Nigeria, e i paesi circostanti, dovrebbero essere aiutati a smantellare le basi del terrorismo, intensificando la cooperazione tra i servizi di intelligence per un efficace controllo preventivo. Inoltre, il governo federale nigeriano dovrebbe adoperarsi per distribuire adeguatamente la ricchezza del paese e promuovere l’agricoltura in tutto il paese, per sradicare la povertà altamente sviluppata in alcune aree, per sviluppare vari servizi pubblici, sociali, sanitari ed educativi.

 

MATTEO ORLANDO

 

Coronavirus, sacerdoti arrestati e Presidenti che pregano

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L’EDITORIALE DEL VENERDI

 

Almeno tre preti sono stati arrestati nel mondo perché si sono rifiutati di non celebrare messe pubbliche durante l’emergenza del coronavirus, nonostante norme contrarie arrivate dai rispettivi governi che vietano le riunioni religiose durante questa fase della pandemia.

In Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni ha sospeso le riunioni religiose e culturali fino a metà aprile nel tentativo di fermare la diffusione del Covid-19, Padre Deogratius Kiibi Kateregga, è stato arrestato per aver celebrato la messa nella parrocchia cattolica di San Giuseppe a Mpigi. Secondo quanto riferito dalle locali agenzie di stampa, c’erano almeno 15 cattolici presenti alla Messa.

Il sacerdote è ben noto in Uganda, ed è diventato noto a livello nazionale dopo un sermone televisivo del 2018 durante la Messa commemorativa per un musicista ugandese, Mowzey Radio, che è morto per le ferite riportate durante una rissa avvenuta in un bar.

Funzionari locali hanno riferito che il sacerdote è stato arrestato insieme ad altri sette cattolici e detenuto nella stazione di polizia di Mpigi.

“È stato trovato a predicare nella chiesa in violazione delle direttive presidenziali”, ha detto Herbert Nuwagaba, comandante della polizia del distretto di Mpigi. “Vogliamo che ci dica perché lo sta facendo”, ha detto al Daily Monitor Godfrey Matovu, responsabile della sicurezza interna del distretto di Mpigi. Il sacerdote è stato rilasciato dopo che i parrocchiani hanno protestato per suo conto presso la stazione di polizia, secondo i resoconti dei media locali.

In India, dove il primo ministro Narendra Modi ha istituito un blocco di 21 giorni a partire dal 24 marzo, due sacerdoti, due seminaristi e tre sorelle religiose sono state accusate di violare gli ordini del governo dopo una messa celebrata in una cappella nel seminario minore della Congregazione dei Missionari della Fede nel distretto di Wayanad (stato del Kerala).

Tutti e sette sono stati rilasciati dopo il loro arresto, secondo UCA News, con un avvertimento di non ripetere le loro azioni. Padre Manoj Kakkonal, portavoce della diocesi di Mananthavady, ha riferito a UCA News che l’arresto “sembra essere un caso di incomprensione”, perché la Messa in questione è stata celebrata all’interno della cappella del seminario, dove i sacerdoti e i seminaristi sono residenti.

A quanto pare la polizia è stata chiamata dopo che i vicini hanno visto arrivare le sorelle religiose nella cappella.

Un altro arresto è avvenuto in Kerala il 23 marzo scorso quando Padre Paul Padayatti della Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso di Koodapuzha ha celebrato una Messa da requiem alla quale hanno partecipato più di 100 persone. Funzionari del Kerala hanno anche affermato che ci sono stati altri due “incidenti” in cui le autorità hanno lanciato un avvertimento ai sacerdoti che conducevano la Messa.

In questi momenti di emergenza non sono mancati gesti incoraggianti, cioè grandi figure pubbliche che si sono rivolti a Dio che è l’unico che può bloccare una pandemia. 

Il presidente cattolico del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha proclamato per lo scorso 21 marzo una giornata nazionale di preghiera per il coronavirus. “Non possiamo ignorare la necessità di rivolgerci a Dio”, ha detto il presidente keniota. “In queste circostanze, come abbiamo fatto in passato come nazione, ci siamo sempre rivolti a Dio prima per ringraziare per i diversi doni che ha fatto alla nostra nazione e poi per condividere le nostre paure, le nostre apprensioni, per cercare la sua guida e protezione che è sempre presente”.

Kenyatta ha aggiunto: “abbiamo imparato nel tempo che rivolgersi a Dio in momenti come questo non solo ci dà conforto, ma anche speranza e forza per superare quelle sfide che per noi come umani possono sembrare insormontabili”.

Mentre il 21 marzo si sono potuti riunire nella residenza presidenziale solo pochi leader religiosi, in linea con la direttiva presidenziale che spinge ad evitare incontri di gruppo, il Presidente ha incoraggiato i keniani a unirsi alla preghiera nazionale in tutta la nazione africana. 

Anche il presidente della Polonia ha fatto un gesto spirituale molto significativo, pregando per il suo popolo davanti alla Vergine di Czestochowa che si trova nel santuario di Jasna Gora. Andrzej Duda ha affidare a Dio, per intercessione della Madonna, il suo popolo di fronte alla pandemia di coronavirus.

Governatore Louisiana: preghiera e digiuno

L’EDITORIALE del VENERDÌ
di Matteo Orlando

Il governatore cattolico della Louisiana ha chiesto ai suoi concittadini di pregare e digiunare per chiedere la guarigione delle persone colpite dal coronavirus.
John Bel Edwards ha annunciato che lui e la first lady dello stato, hanno cominciato il primo digiuno nella giornata di martedì 24 marzo e ne faranno altri nel corso della Quaresima.
“In questa stagione di Quaresima, dove ci concentriamo sul digiuno e sulla preghiera, volevo che la gente della Louisiana sapesse che digiuniamo” per i malati colpiti dal coronavirus, ha twittato Edwards.
Il Governatore ha chiesto a tutti di pregare e digiunare con lui e la moglie per chiedere a Dio anche di “confortare coloro che hanno perso una persona cara a causa del COVID-19, per il pieno recupero di coloro che sono risultati positivi, e affinché Dio, come ha già fatto in precedenza, guarisca il suo popolo e la nostra terra”.
La Louisiana ha il terzo tasso più alto di casi confermati di COVID-19 pro capite negli Stati Uniti, secondo quanto ha spiegato la CNN.
Intanto in Sudamerica, più precisamente in Argentina, i sacerdoti sono stati inclusi nell’elenco delle persone esenti dal rispetto della misura di isolamento sociale preventivo e obbligatorio che è in vigore in Argentina dal 20 marzo, “allo scopo di fornire assistenza spirituale”.
Il decreto sull’isolamento sociale preventivo e obbligatorio è stato annunciato dal presidente Alberto Fernández e durerà fino al 31 marzo.
La presidenza del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha invitato i vescovi del continente a presiedere un atto di consacrazione alla Beata Vergine Maria sotto la dedicazione di Nostra Signora di Guadalupe a mezzogiorno dello scorso 25 marzo, solennità dell’Annunciazione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Come misura preventiva contro lo scoppio del coronavirus, la Basilica di Guadalupe ha chiuso i battenti per la prima volta nella storia.
Di seguito il testo, tradotto in italiano, della preghiera recitata in tutto il centro-sud America:

Preghiera alla Vergine di Guadalupe

Beata Vergine Maria di Guadalupe, Madre del vero Dio attraverso la quale si vive.

In questi momenti, come Juan Diego, sentendosi “piccoli” e fragili di fronte alla malattia e al dolore, eleviamo le nostre preghiere e ci consacriamo a voi.

Consacriamo i nostri popoli a voi, specialmente i più vulnerabili: anziani, bambini, malati, indigeni, migranti, senzatetto, privati ​​della libertà.

Vogliamo entrare nel vostro Cuore immacolato e imploriamo la vostra intercessione: ottenete per noi da vostro Figlio la salute e la speranza.

Possa la nostra paura trasformarsi in gioia; Possa nella tempesta vostro Figlio Gesù essere forza e serenità per noi; Possa il nostro Signore alzare la sua potente mano e fermare l’avanzata di questa pandemia.

Beata Vergine Maria, “Madre di Dio e Madre dell’America Latina e dei Caraibi, Stella di rinnovata evangelizzazione, prima discepola e grande missionaria dei nostri popoli”, sii più forte della morte e consolazione di coloro che  piangono; donaci una carezza materna che consoli gli ammalati; e per tutti noi, Madre, nelle cui braccia troviamo sicurezza, siate presenza e tenerezza.

Da voi guidati restiamo fermi e irremovibili in Gesù, vostro Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

CORONAVIRUS, LA NUOVA PIAGA DELL’OCCIDENTE

Coronavirus, perché i politici occidentali non hanno agito rapidamente?

Quasi tutti i paesi occidentali sono bloccati a causa della pandemia da Coronavirus e sui media e i social in molti si chiedono come mai sia potuto accadere tutto questo.

Un paragone che si fa è quello della nave in navigazione. Se un capitano, e i suoi ufficiali, hanno informazioni meteo aggiornate e competenze tecnico-professionali adeguate, nessuno si aspetta che la nave colpisca un iceberg.

Perché, invece, la classe politica dei paesi occidentali si è lasciata colpire dall’iceberg?

In generale si potrebbe dire che non hanno prestato la necessaria attenzione a ciò che stava accadendo in Cina. 

Coloro il cui compito è di stare attenti a ciò che accade nel mondo ci hanno veramente deluso e, sottovalutando tutto, non hanno permesso di bloccare, o almeno fortemente limitare, una crisi che avrebbe potuto essere evitata.

Naturalmente hanno disorientato anche le false, o almeno incomplete, informazioni arrivate dal regime comunista cinese. 

Ma andiamo ad analizzare la cronologia dei fatti per capire qualcosa. 

Oramai è noto che il primo caso di Coronavirus (o Covid-19 che dir si voglia) si è verificato in Cina il 17 novembre 2019. Il numero di casi è poi cresciuto a dicembre, e la maggior parte dei casi iniziali si è verificata intorno al mercato del pesce di Huanan (non è noto se per cause naturali o per sperimentazioni militari o altro).

A livello internazionale la notizia che Wuhan era stata colpita da un nuovo virus era arrivata alla fine di dicembre, inizio gennaio. Solo il 31 dicembre, colpevolmente, i cinesi hanno informato l’Organizzazione mondiale della sanità in merito a nuovi casi di polmonite di eziologia sconosciuta.

Il ritardo del regime comunista cinese nel segnalare ciò che stava accadendo a Wuhan non ha aiutato assolutamente gli altri paesi di agire rapidamente.

Con la coscienza sporca, solo l’11 e il 12 gennaio le autorità cinesi hanno condiviso la sequenza genetica del virus con i vari paesi del mondo per sviluppare dei kit diagnostici specifici. 

Entro il 21 gennaio erano già 440 i decessi confermati in Cina e il giorno dopo, il 22 gennaio si contavano già sette casi di coronavirus confermati fuori dalla Cina (viaggiatori arrivati da Wuhan).

Questo avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme nelle capitali occidentali, specialmente perché si avvicinava il capodanno cinese del 25 gennaio, visto che molti lavoratori cinesi, residenti in Occidente, sarebbero tornati a casa per festeggiare e, al loro rientro in Europa, avrebbero potuto portare il virus sia in Europa che in Nord America, come in effetti è accaduto.

Ma i leader occidentali che cosa hanno fatto? Solo due iniziative, entrambe altamente contestabili.

La più inutile delle due è stata la misurazione della temperatura dei passeggeri arrivati negli aeroporti da luoghi considerati a rischio. Questa misura, infatti, al limite ha permesso di identificare solo le persone che avevano la febbre ma sappiamo come la gran parte della gente sviluppa il coronavirus senza sintomi. Inoltre, se qualcuno era stato infettato due-tre giorni prima del viaggio aereo, è arrivato in Occidente senza alcun sintomo.

Nessuno ha pensato di applicare una misura, drastica ma efficace, che risale alla Repubblica Serenissima di Venezia.

Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa e dell’Asia. Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per arginare la diffusione della peste. Già nel 1347, nel primo anno di epidemia, prima di entrare nella laguna della Repubblica Serenissima le navi e le persone che arrivavano dovevano sottoporsi ad un isolamento di 40 giorni (da qui l’origine della parola “quarantena”, che è una parola veneziana, in italiano si diceva “quarantina”), numero legato, probabilmente, ai giorni trascorsi da Gesù nel deserto, giorni all’origine, nella liturgia cattolica, del tempo di Quaresima.

Da quel momento il termine di 40 giorni è passato alla storia come periodo da dover superare per ritrovare la salute.

Perché questo isolamento precauzionale non è stato fatto nei paesi occidentali?

Il 31 gennaio 2020 a Roma sono stati riscontrati i primi due casi di coronavirus in Italia. Indovinate un po’ su quali persone? Due cittadini cinesi.

Le autorità allora cosa hanno fatto? Hanno posto in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina? 

Bloccando i voli diretti dalla Cina hanno permesso l’arrivo di tanti dal paese asiatico attraverso gli scali in altre nazioni (contribuendo così, sicuramente, alla diffusione, soprattutto da parte degli asintomatici, del coronavirus sulla penisola) e, non contenti, anche alcuni giorni dopo scorrazzavano in locali gestiti da cinesi dicendo: “non c’è alcun problema”.

Adesso, come sappiamo, l’Italia è diventata l’hotspot di coronavirus numero uno al mondo, con migliaia di morti, con 60 milioni di persone in quarantena e una economia praticamente distrutta, rasa al suolo.

Non sarebbe stato meglio chiudere le frontiere per tempo, totalmente, come ha fatto per esempio la Russia di Putin, e mettere tutti i viaggiatori arrivati in Italia in quarantena?

Di cosa si occupavano in Italia il 13 febbraio, un giorno dopo che le Nazioni Unite avevano attivato il proprio team di gestione delle crisi per far fronte a un rapido aumento del problema coronavirus, i giornali? 

Di Salvini. Non ci credete? La Repubblica: “C’è un giudice per Salvini”. Il Corriere della Sera: “Processo per Salvini, vince il sì”. Mentre Il Fatto Quotidiano titolava: “È il nuovo salva ladri”.

In quel periodo in Italia le “priorità numero uno” erano l’antisemitismo, il razzismo, l’accoglienza dei migranti…

In Italia, nei primi venti giorni di febbraio, quasi nessuno nella classe politica si è dimostrato interessato al Coronavirus, nonostante la pubblicazione sulla principale rivista medica “The Lancet” del 24 gennaio di un rapporto intitolato “Un nuovo scoppio di coronavirus di interesse globale”.

Il coronavirus, purtroppo, è stato preso in considerazione solo quando è stato troppo tardi, il 21 febbraio, dopo l’emergere del focolaio di Codogno.

Invece di sonnecchiare o guardare altrove, se coloro il cui compito è quello di proteggerci avessero agito rapidamente, al momento giusto, probabilmente ci saremmo risparmiati tutti le misure draconiane che sono state prese con ritardo e che stiamo vivendo.

Se si fosse agito per tempo, mettendo in quarantena tutti coloro che entravano in Italia dai “punti di crisi”, probabilmente il contagio da coronavirus sarebbe stato molto più limitato.

Tralasciando l’aspetto sanitario, i costi per le economie dei paesi occidentali, Italia in particolare, sono incalcolabili. Intere industrie e attività imprenditoriali medio-piccole rischiano la chiusura definitiva. Già oggi molte persone si trovano senza mezzi di sussistenza reali. E non si vede una luce in fondo al tunnel, nonostante la stupidità crescente, dovuta alla mancanza di fede cattolica, che molti alimentano attraverso flash mob dai balconi, canti e idiozie simili. Solo Dio può salvarci da una pandemia e, soprattutto, da un post pandemia. È tempo di una preghiera intensa, non delle varie manifestazioni dell’ateismo contemporaneo (canti, balli, inni, film sulle pareti delle case e simili…).

Due ultime curiosità. 

La dottoressa Jennifer Roback Morse, presidente del Ruth Institute americano, come peraltro ha fatto il Presidente brasiliano Bolsonaro, ha dichiarato che “l’invecchiamento della popolazione italiana è un fattore nella diffusione di una malattia a cui gli anziani sono particolarmente sensibili”. Secondo la Morse il problema demografico italiano, la caduta della fertilità, è lo sfondo della crisi sanitaria da coronavirus. “Il tasso di fertilità in Italia è ora di 1,33 figli per donna, molto al di sotto del livello di sostituzione di 2,1”, ha spiegato Morse. Di conseguenza, l’Italia ha una popolazione in rapido invecchiamento. Quasi un quarto, il 23% della popolazione italiana, ha ora più di 65 anni. Nel 2019, l’età media era di 46,3 anni, si prevede che salga a 51,4 anni entro il 2050. Secondo la Morse “l’Italia dovrebbe (e avrebbe dovuto) promuovere la procreazione. La Russia ha una Giornata nazionale del concepimento per affrontare la crisi della fertilità. L’Ungheria ha recentemente introdotto incentivi alla nascita. Invece di cercare di coinvolgere più donne nella forza lavoro o di ammettere più migranti – entrambe soluzioni a breve termine, nella migliore delle ipotesi – l’Italia dovrebbe incoraggiare le famiglie italiane ad avere più figli. Una nazione senza figli non ha futuro. Dobbiamo fare tutto il possibile per limitare la diffusione della malattia ma dobbiamo anche comprendere il ruolo dei dati demografici nel creare il tipo di popolazione soggetta al coronavirus e ad altre pandemie”.

La seconda curiosità riguarda l’ “Andrà tutto bene”, lo slogan che caratterizza la risposta sociale (ipocrita e irreale) al coronavirus.

Si tratta di una frase adottata da quasi tutti come gesto di speranza (mentre in realtà, ripetiamo, l’unica speranza è Dio). La scrivono adulti e bambini ma in pochi sanno chi l’ha formulata: Nostro Signore Gesù Cristo. Lo ha ben spiegato il vescovo di Alghero monsignor Mauro Maria Morfino. La riferì Santa Giuliana di Norwich, una mistica vissuta nell’Inghilterra medioevale, tra il 1342 e il 1430. L’Europa ai tempi di Giuliana era devastata dalla guerra dei cento anni fra inglesi e francesi e c’era anche una terribile pestilenza. Santa Giuliana, che aveva il dono di parlare con Nostro Signore Gesù Cristo, ricevette da Lui, nel maggio 1373, queste parole: “All shall will be well”. Ma già San Paolo aveva chiarito bene la questione: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Romani, 8,28).

 

MATTEO ORLANDO

Timoner alla guida dell’ordine dei Domenicani

 

di Matteo Orlando per www.agerecontra.it 

Dall’estate scorsa, per la prima volta nella storia, l’Ordine mendicante dei Predicatori (Domenicani), che ha diversi secoli di storia ed è stato fondato nell’Europa medievale da San Domenico di Guzman, è guidato da qualcuno nato nel sud-est asiatico.
Fra Gerard Francisco Timoner sarà il maestro dell’Ordine dei Predicatori fino al 2029. Intervistato qualche giorno fa dalla rivista spagnola ECCLESIA, Timoner ha spiegato di avere, come Maestro dell’Ordine “una responsabilità molto grande. Ma i miei fratelli mi hanno incoraggiato e mi hanno fatto capire che dovevo accettare”.
In Europa il numero delle vocazioni cattoliche alla vita consacrata sta diminuendo. In Asia, invece, la tendenza è in crescita. Nell’Ordine dei Predicatori, ha spiegato il Maestro, “la provincia in più rapida crescita è il Vietnam, che conta 400 frati e mille suore apostoliche domenicane. In un paese con il 7% di cristiani”.
Per gestire una tale quantità di vocazioni “la prima cosa dare fare è quella di dare la migliore formazione possibile a chi entra. È la stessa cosa che preoccupava i frati degli anni ’50 e ’60 in Spagna, quando c’erano così tante vocazioni”.
Secondo Fra Gerard Francisco Timoner in Europa “ci sono un numero significativo di persone trentenni, e anche più giovani, che non sono mai entrati in Chiesa da bambini perché i loro genitori non li hanno mai portati in Chiesa. Adesso si avvicinano da soli alla Chiesa e sono un’area da evangelizzazione”.
Le sfide più importante per i domenicani d’oggi, secondo il Maestro, sono “il rinnovamento della vocazione dei predicatori del Vangelo, integrando tutti gli aspetti della vita domenicana come la vita comune, le osservanze, lo studio, i servizi liturgici, e il costruire il Corpo di Cristo che è la Chiesa”.
Sulla politica il Maestro ha le idee chiare: “in tutto il mondo ci sono governi o capi di stato senza umanità di base. Vengono criticati questi leader, ma sono stati scelti dal popolo. Sono un riflesso, in una certa misura, di chi li ha scelti”.
In merito ad uno dei carismi dei Domenicani, lo studio, l’approfondimento del pensiero intellettuale,
Timoner ha spiegato che molti frati “sono nelle università” e che lo stesso Ordine ha un’università. “Sono luoghi dove si discutono tutti i problemi che emergono”.
Riguardo alla più grande sfida per la Chiesa oggi, il Maestro ritiene che essa sia, “ad intra, l’unione reale, perché ci sono divisioni. Il Corpo di Cristo è ferito da controversie. Penso che sia una perdita di tempo discutere quando c’è tanto lavoro da fare”.
Ad extra, “in nessun altro momento della storia mondiale ci sono state così tante persone che non hanno ascoltato il Vangelo. Il lavoro da fare per la Chiesa è eccezionale” mentre per i domenicani “la formazione non si ferma solo al seminario in vista dell’ordinazione, ma dura per tutta la vita”.

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di Matteo Orlando

Mentre in diverse parti del mondo a fronte dell’emergenza Coronavirus sono state chiuse addirittura le chiese, è andata in controtendenza la conferenza episcopale della Polonia.
La proposta dell’episcopato polacco è stata la richiesta di ancora più sante messe secondo la logica che se il numero di messe aumenta ci saranno meno persone a partecipare ad ognuna.
“In connessione con le raccomandazioni dell’ispettore sanitario capo, secondo cui non dovrebbero esserci grandi raduni di persone, chiedo di aumentare, per quanto possibile, il numero di messe domenicali nelle chiese in modo che un certo numero di credenti possano partecipare immediatamente alla liturgia, secondo le linee guida dei servizi sanitari”, ha scritto il presidente della Conferenza episcopale polacca, l’arcivescovo Stanisław Gądecki. Allo stesso tempo, l’arcivescovo Gądecki ha sottolineato che come gli ospedali curano le malattie del corpo, le chiese aperte servono, tra l’altro, a curare le malattie dello spirito. “Pertanto, è impensabile che non preghiamo nelle nostre chiese”, ha affermato il presidente della Conferenza episcopale polacca. L’arcivescovo Gądecki ha ricordato che gli anziani e i malati possono rimanere a casa e seguire la trasmissione della Santa Messa della domenica sui media mentre tutti gli altri dovrebbe continuare a rispettare il precetto domenicale andando nelle Chiese. “Vorrei ricordare che non è necessario scambiare il segno della pace stringendo la mano durante la Santa Messa”, ha scritto. L’arcivescovo Gądecki ha chiesto anche di pregare per coloro che sono morti a causa del coronavirus. “Preghiamo per la salute dei malati e per i medici, il personale medico e tutti i servizi che lavorano per fermare la diffusione del virus. Preghiamo affinché l’epidemia finisca”.

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