Riecco don Biancalani. Adesso farà cantare Bella Ciao ai fedeli

Pistoia, 22 nov – Forse esaltato dalle sardine che furoreggiano in Italia, Don Biancalani è tornato a far parlare di sé attraverso un post che ha pubblicato martedì 19 novembre sulla sua bacheca Facebook. Avvertiva che “anche Vicofaro (la sua parrocchia pistoiese) non si lega”, proseguendo con l’impegno di non instaurare “nessun dialogo con chi fomenta odio” e terminando con la nuova idea geniale: “Al termine della messa di domenica canteremo Bella Ciao”. Di seguito al post, perché definirlo pensiero sarebbe ridicolo, la solita valanga di commenti che si suddividono in chi giura fedeltà al parroco e alla sua missione d’accoglienza indiscriminata e in chi disprezza la sua opera di misericordia. Un polverone, cui la cittadinanza pistoiese è ormai tristemente abituata, alzato dall’ennesima trovata di un parroco che non rinuncia a riporre la sua tonaca nell’armadio per indossare l’eskimo.

Il richiamo della Diocesi di Pistoia

Peccato che, a questo giro, la Diocesi di Pistoia sia intervenuta prontamente con un comunicato pubblicato sulla sua pagina Facebook in cui afferma “con molta chiarezza che in chiesa nelle celebrazioni liturgiche non si possono eseguire canti inadeguati alla liturgia, come del resto il buon senso dovrebbe già far capire”. Segno che, leggendo queste righe, don Biancalani ne è totalmente sprovvisto. Il comunicato prosegue dicendo che “alla manifestazione pubblica di una posizione non corretta in campo ecclesiale purtroppo non si può che rispondere con un’altra pubblica e netta presa di posizione di biasimo, nei confronti di un comportamento provocatorio assolutamente inopportuno e oltretutto controproducente, che arriva dopo ripetuti richiami fatti a una maggiore attenzione all’uso dei social”.

Difatti un parroco non è Chiara Ferragni che sponsorizza la propria attività sui social network in voga, e don Biancalani fa invece un uso smodato degli stessi per pubblicizzare il proprio oltranzismo ideologico senza guardare in faccia a nessuno. Già in passato la Diocesi intervenne per dissuaderlo dall’invitare a tenere comizi in chiesa personaggi politici come la Boldrini o la Kyenge, che il parroco aveva avvisato di voler chiamare. E la signora Laura la chiamò davvero, facendola comiziare in chiesa dietro la bandiera arcobaleno. Il comunicato della Diocesi prosegue precisando che “la forza del Vangelo e della preghiera domenicale parlano a tutti e tutti interpellano: non hanno bisogno di appendici fuori luogo o di strumentalizzazioni e forzature, di qualunque senso politico. Le manifestazioni o le prese di posizioni personali richiedono altri contesti e altri luoghi”. Non a caso, la parrocchia di Vicofaro si è trasformata di un centro di accoglienza/centro sociale in cui svettano cartelli riportanti divieti d’entrata per i soliti razzisti e fascisti.

Quando andammo ad agosto 2018 ad intervistare don Massimo, l’accoglienza riservataci da un ragazzo volontario rese nitidi i confini entro cui si muovono persone del genere, e come in quella struttura si pratichi la costante demonizzazione dell’avversario. Che un parrocco ammetta tutto ciò all’interno dei locali a lui affidati è banalmente indecente, e lo è ancor di più se, celandosi dietro una finta maschera d’amore verso i bisognosi, egli trasforma il suo altare in un palco da comizio da cui lanciare addirittura canti politici.
Si stima che gravitino attorno alla parrocchia di Vicofaro 250 soggetti per lo più immigrati clandestini. Se anche le autorità ecclesiastiche decidessero di rimuoverlo dalla sua parrocchia, risulterebbe impossibile gestire il caos che ormai regna sovrano, rendendo infattibile il lavoro del prete successore. Don Biancalani si difende dietro la scusa della necessità di aiutare chi ha bisogno, eppure nessuna opera di carità simile è mai stata imbandita per i pistoiesi in difficoltà. E oggi, a rincarare la dose, arriva l’idea geniale di trasformare la chiesa di Vicofaro in un manipolo di nuovi partigiani. Evidentemente non si è accorto che i “comunisti”, a lui tanto cari, sono al governo.

Lorenzo Zuppini

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/don-biancalani-cantare-bella-ciao-fedeli-137484/

Amazon Synod enthrones Mother Earth

 

Segnalazione di Tradition in Action



Il Sinodo di Amazon introna Madre Terra

Il 6 ottobre 2019, il Sinodo dell'Amazzonia è iniziato con una messa. Dopo la fine, un gruppo informale si è incontrato con il Papa e portato sul pavimento della Basilica di San Pietro - proprio di fronte all'Altare della Confessione, prima fila sotto - una canoa con la statua di una donna incinta nuda seduta. Era una rappresentazione della dea Madre Terra, adorata dagli indiani in Sud America sotto il nome di Pachamama.

Il gruppo, incluso Papa Francesco, avanzò in una caotica "processione" che trasportava quella dea, in trono nella sua canoa, verso l'edificio dove avrebbero avuto luogo gli incontri del Sinodo dell'Amazzonia.

Arrivata all'Assemblea sinodale, la dea è stata posta direttamente di fronte al tavolo del Papa, sopra, dove è rimasta in vista di tutti coloro che prendono parte alle sessioni dei vescovi.

Se tutte queste cerimonie in Vaticano in onore della dea Pachamama (vedi anche qui) non costituiscono atti di idolatria, allora le parole hanno perso il loro significato.

Tutte le riprese dell'evento di Vatican News qui.

La rete Panamazzonica celebra rituali pagani e sincretici in una chiesa romana

 

Di Michele M. Ippolito

Come scrive AciPrensa, la chiesa romana di Santa Maria in Traspontina, situata in Via della Conciliazione, a pochi metri dal Vaticano, ha ospitato un evento di marcato carattere sincretico che mescola le tradizioni indigene dell’Amazzonia.

L’evento, chiamato “Moments of Amazonian Spirituality” , è stato organizzato da “Amazon Common House”, uno spazio della Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), istituito temporaneamente in questa parrocchia, affidata ai Carmelitani, nel contesto di Sinodo per l’Amazzonia.

L’ACI Prensa ha assistito al rituale l’8 e il 9 ottobre. La prima è iniziata alle 9:45. All’interno della chiesa e di fronte al luogo in cui si trova il Santissimo Sacramento e accanto all’altare maggiore, alcuni tessuti e una rete di colori sono stati diffusi con vari oggetti, come piccole canoe, immagini di uccelli, strumenti, figurine, scodelle con cibo, tra gli altri e al centro un cestino di vimini all’interno del quale era l’ immagine di una donna incinta nuda.

Questa immagine è stata utilizzata nel rituale eseguito dal REPAM e dall’Ordine dei Francescani minori nei Giardini Vaticani il 4 ottobre davanti al Papa e nella preghiera con cui è iniziata l’attività del Sinodo nella Basilica di San Pietro il 7.

Tra i partecipanti all’evento nella chiesa di Santa Maria in Transpontina ci sono stati diverse suore cattoliche, una “sacerdotessa” anglicana, diversi frati francescani, laici e indiani amazzonici.

L’evento REPAM è iniziato con una donna che ha chiamato i partecipanti a formare un cerchio attorno agli oggetti depositati sul pavimento. Ognuno dei partecipanti ha portato in mano un oggetto come quelli già descritti. Ha chiesto a tutti di essere intrecciati con le loro braccia e ha iniziato una serie di canti e discorsi che mescolavano riferimenti a natura, creazione, espressioni pagane e sincretiche come “siamo tutti uno”, con messaggi cristiani come “siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio”. e qualche lettura biblica.

Ad un certo punto, i partecipanti hanno depositato i loro oggetti come offerte. Quindi, gli indigeni hanno messo nel cesto di vimini la terra dell’Amazzonia. Poi ognuno si è tolto le scarpe, si inginocchiato e si è chinato fino a toccare il suolo con la testa. Uno degli indigeni si è poi avvicinato al canestro, ha preso una parte della terra nelle sue mani ed ha sollevato verso l’alto le sue mani dicendo alcune parole a bassa voce. Successivamente, per concludere l’atto, è stato letto un frammento del libro dell’Esodo in cui Dio, nel roveto ardente, chiede a Mosè di togliersi le scarpe perché si trova su un terreno sacro.

Quando qualcuno hanno chiesto il significato dell’atto alcuni partecipanti hanno spiegato che si tratta di una cerimonia sia cristiana che amazzonica.

L’atto del 9 ottobre è iniziato nell’atrio della chiesa con alcune canzoni e poi i partecipanti hanno camminato all’interno del tempio dove è seguito il rituale, in cui si è distinta la partecipazione di Mons. Raúl Vera, vescovo di Saltillo (Messico). noto per promuovere lo stile di vita gay e sostenere la lobby LGBT.

Una volta all’interno del tempio e di fronte all’altare del Santissimo Sacramento, alcuni partecipanti hanno sollevato una canoa su cui sedeva una giovane donna (vedi foto). Alcuni partecipanti hanno spiegato che il rituale varierà durante i diversi giorni per mostrare com’è la “spiritualità amazzonica”.

L’iniziativa “Amazon Common House”, tenutasi nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, contrasta con le parole pronunciate il 17 giugno dal cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, durante la presentazione dell’Instrumentum laboris del Sinodo. In quell’occasione, il Cardinale rifiutò l’accusa che il Sinodo in Amazzonia potesse aprire alcune possibilità a una Chiesa sincretica dove c’era spazio per sensibilità filosofiche o religiose di origine pagana. Il Cardinale aveva affermato di non aver visto “alcun sincretismo” nel Sinodo e che nell’Instrumentum laboris “parla di Gesù, di Creazione. Parlare di Creazione non significa parlare di sincretismo”.

In un testo inviato all’ACI Digital – agenzia portoghese del gruppo ACI – il vescovo José Luis Azcona, vescovo emerito di Marajó, nel Delta dell’Amazzonia, in Brasile, ha spiegato che l’iniziativa “Amazon Common House” può essere “un ponte di scandalo, e in occasione del Sinodo, per tutta la Chiesa”.

Durante questi rituali indigeni, si è chiesto il vescovo, “tutti diversi”, che “tipo di spiriti verranno invocati?”. Sono spiriti invocati nella stregoneria, incompatibili con il Vangelo. “Siamo al livello del peccato di idolatria, come spiega Paolo?”, si è chiesto il vescovo. “O sono strane ‘autorità’ e ‘poteri’ (‘spiriti maligni’ per Paolo) subordinati al controllo del principe del male Satana?”. Forse i responsabili di “Amazon Common House”, ha concluso il vescovo, non credono veramente che Cristo abbia sconfitto “tutte queste forze con la sua opera redentrice e che, esaltato sopra tutte, mantenga per sempre e assolutamente la sua sovranità”.

La «Amazon Common House» è promossa dalla Rete ecclesiale di Panamazzonica (REPAM) insieme ad altre organizzazioni. Oltre ai “Momenti di spiritualità amazzonica” nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, altri eventi, come conferenze e mostre, sono stati programmati in diversi luoghi, sia a Roma che in altre città italiane, proprio in occasione del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia.

Da http://www.lafedequotidiana.it/la-rete-panamazzonica-celebra-rituali-pagani-e-sincretici-in-una-chiesa-romana/

La prima “vescova” lesbica ordina alla Chiesa di rimuovere la Croce e inserire i simboli islamici

Per far sentire i musulmani più a loro agio, la prima vescova lesbica del mondo ha ordinato di rimuovere i crocefissi dalle chiese e preparare stanze per farli pregare.

(di Nausica Della Valle) Eva Brunne è la prima vescova lesbica del mondo nominato nel 2009 dalla Chiesa luterana di Svezia, sposata con il prete lesbo Gunilla Linden e madre di un piccolo bambino, chiede la rimozione delle croci e di altri simboli cristiani nella chiesa dei marinai di Freeport a Stoccolma, per evitare che i marinai stranieri che praticano altre religioni come l’Islam «possano essere offesi».

Secondo notizie SVT.se, con sede a Stoccolma, Brunne non intende solo rimuovere i simboli cristiani, ma anche allestire una sala di preghiera all’interno della chiesa per soddisfare le persone di altre religioni, in particolare i visitatori musulmani. Ha spiegato che così facendo, i rifugiati musulmani che entrano in Svezia saranno più a loro agio.

Chiamando gli ospiti musulmani della chiesa «angeli», la vescova Eva, si è rivolta al suo blog ufficiale per spiegare che «rimuovere i simboli cristiani dalla chiesa e preparare l’edificio per la preghiera musulmana non rende un prete meno difensore della fede. Non farlo piuttosto renderebbe la persona più avara nei confronti delle persone di altre fedi».

Decisioni forti come queste hanno conseguenze inevitabili. La prima ondata di islamisti della Sharia grida per i loro diritti e minaccia ferocemente di prendere la vescova lesbica e di gettarla fuori dal campanile. Ai loro occhi è un’infedele, sia perché una donna secondo la loro religione non può parlare in pubblico, sia perché è un’omosessuale, tutti i crimini che meritano la morte per loro.

La vescova tenne una riunione nella chiesa missionaria dei marinai nei cantieri orientali di Stoccolma e sfidò il sacerdote a spiegare cosa avrebbe fatto se l’equipaggio di una nave fosse entrato in porto che non era cristiano, ma voleva pregare.

La vescova ha insistito, spingendo sul fatto che questo non avrebbe creato alcun problema, visto che tutti gli aeroporti e gli ospedali avevano già sale di preghiera multi-fede, e la conversione della chiesa del cantiere a solo accelerato questa decisione.

«Rendere disponibile una stanza per persone di altre fedi non significa che non siamo difensori della nostra stessa fede. I sacerdoti sono chiamati a proclamare Cristo. Lo facciamo ogni giorno e in ogni incontro con le persone», ha riferito Brunne. «Ma ciò non significa chiudere le porte a persone di altre fedi».

Padre Patrik Pettersson, uno dei sacerdoti della sua diocesi e attivo nella stessa parrocchia della chiesa missionaria dei Seaman, ha risposto in un suo blog, lamentando che non è possibile equiparare una chiesa consacrata con una sala di preghiera; «Pensavo che un vescovo avrebbe saputo la differenza (tra una sala di preghiera e una chiesa» commenta.

I tentativi di Brunne di rendere la vita più confortevole per i musulmani e altri visitatori non cristiani sono stati fortemente contrastati da Pamela Geller, autrice di «Stop the Islamization of America».

«La Svezia l’ha persa», ha detto Geller a WND. «Sta sacrificando la propria eredità per accogliere gli immigrati che non saranno così accomodanti per gli svedesi nativi non musulmani. La vescova sta spianando la strada all’islamizzazione della Svezia».

I pensieri di Geller sono stati ripresi dal direttore della missione dei marinai Kiki Wetterberg, il quale ha affermato che rimuovere i simboli cristiani è un atto del tutto inutile. «Non ho alcun problema con i marinai musulmani o indù che vengono qui e pregano. Ma credo che siamo una chiesa cristiana, quindi manteniamo i simboli. Se visito una moschea, non chiedo loro di togliere i loro simboli. È solo mia la scelta di entrare», ha scritto sul giornale Dagen.

I vertici della Chiesa di Svezia, come molte altre chiese nazionali di tutta Europa, sembrano essere pienamente coinvolti nel raggiungere un obiettivo chiamato diversità. E il sacerdote responsabile della diocesi ha detto ai media: «Durante la protesta, la Chiesa svedese terrà un servizio in cui esprimerà gioia per la nostra città e per i nostri amici musulmani. C’è un forte sostegno per le diverse culture a Malmö ed è importante che la chiesa sia lì per sostenerlo».

fonte – https://vocecontrocorrente.it/la-prima-vescova-lesbica-ordina-alla-chiesa-di-rimuovere-la-croce-e-inserire-i-simboli-islamici/

Dopo 50 anni a Prato torna la «Messa beat»: allora fu la prima in una parrocchia italiana

50 anni fa a Prato si celebrò in chiesa la prima «messa beat», i ragazzi di allora ricordano l’anniversario suonando nuovamente nella stessa parrocchia. Domenica 8 settembre (ore 11) la celebrazione in piazza davanti alla chiesa di Santa Maria Assunta a Cafaggio.

«Come possiamo avvicinare i giovani alla fede?», chiese il parroco ai ragazzi della parrocchia. E la risposta fu: «suoniamo la Messa Beat!». Una messa mai celebrata prima, con chitarre, percussioni e canti secondo lo stile che a cominciare dall’Inghilterra si era diffuso nel mondo. Era il 1969, un anno carico di novità e di conquiste, a cominciare dallo sbarco dell’uomo sulla Luna.

A Prato, precisamente a Cafaggio il prete del paese don Sergio Pieri pensò di affidare l’animazione della messa al complesso R&B Group composto da diciottenni della parrocchia. E così una domenica di febbraio del 1969, per la prima volta in Italia, in una chiesa venne eseguita la Messa Beat durante una celebrazione festiva. E andò bene, al punto che si mossero i giganti dell’informazione dell’epoca per seguirla. Segno che in fondo andava anche bene da parte delle gerarchie ecclesiastiche, prese un po’ alla sprovvista dall’iniziativa di don Pieri che, a sua volta, aveva avvertito il vescovo Pietro Fiordelli soltanto all’ultimo istante, per limitare al minimo i rischi di un divieto.

Cinquant’anni dopo tre dei cinque protagonisti di allora, il cantante Marco Becagli, il chitarrista Roberto Bettazzi e il batterista Andrea Spagnesi, riproporranno, sempre a Cafaggio, le canzoni della Messa Beat. Anche questa volta animeranno la messa, celebrata dal parroco di oggi don Andrea Dolba. L’appuntamento è per domenica 8 settembre alle ore 11 davanti alla chiesa, in piazza Marino Olmi.

I ragazzi di allora. Marco Becagli, noto come Marco Folk, ancora oggi cantante in un gruppo di musica da ballo, si dice certo che «anche il Papa lo venne a sapere». «Altrimenti non sarebbe venuta la Rai da Roma – dice -. Sapete che cosa voleva dire, a quei tempi, smuovere la televisione?».

Che Paolo VI avesse o no seguito la vicenda, sta di fatto che dai riscontri che si trovano in giro, quella celebrata a Prato, a Cafaggio appunto, fu la prima vera Messa Beat. Le canzoni sono quelle scritte dal compositore Marcello Giombini e incise dal complesso dei Barritas. «Non avevamo gli spartiti – racconta Andrea Spagnesi – così il nostro chitarrista ascoltando il loro disco ricostruì quelle musiche nota per nota». Nel ’69 gli altri componenti della band erano Sergio Tempestini alle percussioni, Filippo Policelli al basso e Giuseppe Campanale alle tastiere. Gli ultimi due sono purtroppo scomparsi.

«La prima Messa Beat ci fu un sabato sera – ricorda ancora Marco Becagli -. Mi pare che fossero le 21 e che solo poche ore prima don Pieri aveva messo il vescovo al corrente della nostra intenzione. La messa si fece e la domenica mattina fu celebrata di nuovo. Vennero le televisioni, i giornali e i cinegiornali». Curiosità, qualche perplessità e, naturalmente, qualche timore. Ma fu un successo. Tanto che l’evento si ricorda e si replica ancora oggi.

Ma che cos’è la Messa Beat? La messa beat intendeva, in sostanza, accostare sacre scritture e musica profana, ridestando l’interesse e la partecipazione dei più giovani, come voleva don Sergio Pieri, ma anche rendendo più vivo e gioioso, al contempo a portata di mano, l’accompagnamento della messa.

L’idea nacque in Italia e la primogenitura se la contendono il complesso degli Amici di Ascoli Piceno e i già citati Barrittas, i sardi che piacquero ai ragazzi pratesi di don Pieri e furono da loro studiati. La Messa Beat dei Barrittas si poggia sulle musiche di Marcello Giombini ed è composta da 8 brani, canzoni che accompagnano le fasi della messa e sostituiscono alcune invocazioni dell’assemblea. Ci sono quindi il canto d’inizio, il Gloria, il Credo, l’Offertorio, il Santo, la canzone del Padre Nostro, l’Agnello di Dio e la Communio.

Cinquantesimo anniversario. Mezzo secolo dalla prima Messa Beat sarà celebrato questa domenica 8 settembre a Cafaggio con la riedizione in piazza della messa originale, forse la prima assoluta del genere, che si tenne nella chiesa di Santa Maria Assunta nel 1969. Appuntamento alle 11 in punto. Accompagnati dal coro parrocchiale si esibiranno i protagonisti di allora, con l’eccezione di coloro, fra i quali di recente Giuseppe Campanale, che purtroppo sono scomparsi.

Marco Becagli sarà la voce e sarà di nuovo insieme a Roberto Bettazzi alla chittarra e Andrea Spagnesi alla batteria. Come per il quarantesimo anniversario, si esibirà insieme a loro anche Riccardo Petrelli al basso. Il parroco attuale, don Andrea Dolba ha accettato di buon grado di ripetere nuovamente l’esperimento di 50 anni fa. «Non è un concerto – tiene a precisare il sacerdote – ma una animazione liturgica che serve a creare un certo clima e a rendere più bella la celebrazione». Una curiosità: anche don Andrea, originario della Polonia, nel 1979 quando aveva 15 anni suonò nella sua parrocchia le musiche della Messa Beat.

Anche 10 anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario della messa beat, un bel po’ di gente si presentò in piazza per assistere alla riedizione di quella che potremmo definire la messa-evento del 1969.

La festa parrocchiale di Cafaggio. Con la celebrazione della Messa Beat questa domenica inizia a Cafaggio la tradizionale festa della parrocchia quest’anno dedicata agli anni Sessanta. Fino a sabato 14 settembre ogni sera al circolo Mcl apertura di stand gastronomici e pizzeria. Dalle 21 sono previste animazioni musicali e iniziative benefiche. Da segnalare l’ottava edizione di «Corri per l’Africa», corsa podistica aperta a tutti martedì 10; la sfilata di moda anni ‘60/’70 in tema beat mercoledì 11. «Vi aspettiamo sabato 14 settembre per il gran finale con il Cafaggio Beat Festival, serata dedicata a Woodstock con musica, vestiti e balli a tema», conclude il presidente del circolo Maurizio Magni.

fonte – https://www.toscanaoggi.it/Toscana/Dopo-50-anni-a-Prato-torna-la-Messa-beat-allora-fu-la-prima-in-una-parrocchia-italiana

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