Il piano segreto di Enrico Letta per portare Prodi al Colle

di Luigi Bisignani

Caro direttore, Enrico Letta, che ha scatenato una guerra fra donne nel Pd, ha in testa un solo uomo: Romano Prodi. Il nuovo che avanza. Il segretario, assunti i panni di un supereroe della Marvel, dopo la finta rivoluzione di genere, ha nostalgia del passato.

Si propone, infatti, di rispolverare il vecchio progetto maggioritario dell’Ulivo infilando una verniciata di quel che resterà dei grillini a guida Conte. La ‘mission impossible’ del supereroe Letta è riuscire a piazzare il pacioso ‘Mortadella’ al Quirinale per poi puntare lui stesso a Palazzo Chigi. Altrimenti perché mai avrebbe mollato il ritiro dorato di Parigi. Per realizzare questo piano diabolico, ha già individuato il prossimo obiettivo: rendere difficile il percorso verso il Colle del suo amico Mario Draghi il cui governo appare ancora disorientato. Ben vengano, quindi, agli occhi di Letta, le critiche della Lega di Salvini all’esecutivo, che si sposano con l’assenza di iniziativa dei ministri piddini (Franceschini, Guerini e Orlando).

Non un’idea intelligente da parte loro sulle chiusure e sui relativi sostegni, per non parlare della rivoluzione digitale affidata a Colao e Cingolani, che girano a vuoto. Forse anche per il fatto che Draghi sembra non prestare loro alcun tipo di attenzione e per il modo sbrigativo del Premier di regolare i rapporti con i colleghi, a partire dallo spaesato responsabile del Mef, Daniele Franco. Quanto al PD i primi giorni del “nuovo” corso trascorrono all’insegna della miglior retorica piddina.

Con i numeri del virus e dell’economia che urlano vendetta, Letta prosegue con i soliti argomenti, dall’omofobia allo ius soli al voto ai sedicenni, mentre impazzano le correnti che hanno ripreso il potere assoluto nei confronti di un segretario che vuole comandare ma non sa farlo perché per sua natura è più uomo delle istituzioni che degli apparati. Nelle ‘Baruffe chiozzotte’ alla Goldoni sull’elezione delle due capogruppo donne, il mantra di Letta: dopo averle sollecitate, se le è viste apparecchiate senza poter toccare palla, con drammi personali che si porteranno dietro una scia di veleni e di gossip, argomento principe nei conciliaboli notturni della dirigenza ex comunista. Continua a leggere

È una finta crisi: annunciata ma non dichiarata

DEL PROF. DANIELE TRABUCCO

“FINTA” CRISI, FIDUCIA E QUESTIONE DI FIDUCIA.

Daniele Trabucco*

Il ritiro di due Ministri e di un sottosegretario di Italia Viva dal Governo Conte II ha comportato una forte tensione all’interno delle forze politiche di maggioranza parlamentare, ma, sul piano strettamente formale, non c’è alcuna crisi.

Infatti, nessuna delle due Camere ha approvato una mozione di sfiducia ai sensi dell’art. 94 della Costituzione repubblicana vigente (c.d. crisi di Governo parlamentare), né, a seguito delle dimissioni degli esponenti “renziani” nella compagine governativa, ci sono state le dimissioni del Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, prof. avv. Giuseppe Conte (c.d. crisi di Governo extraparlamentare).

Siamo, dunque, in presenza di una “non-crisi”, o meglio di una crisi annunciata ma non dichiarata.

L’Esecutivo, dopo la comunicazione alla Camera dei Deputati ed al Senato della Repubblica, pone la questione di fiducia (istituto giuridico diverso dalla mozione di fiducia) su uno degli atti di indirizzo presentati, o meglio su una delle risoluzioni.

Si passa, in seguito, alle dichiarazioni di voto e alle votazioni per appello nominale.

Solo se la risoluzione, su cui il Governo della Repubblica ha messo la questione di fiducia, non dovesse venire approvata, Conte sarebbe obbligato a salire al Quirinale per dimettersi.

A Palazzo di Montecitorio non sono mancati i “responsabili/costruttori” (l’ On. Renata Polverini ha votato a favore, lasciando il gruppo parlamentare di Forza Italia come molti ex pentastellati che non intendono perdere lo scranno fino al 2023), a Palazzo Madama vedremo la stessa cosa.

* Costituzionalista

DA

È una finta crisi: annunciata ma non dichiarata

Usa servizi segreti e Finanza per reclutare responsabili. Massimo Giannini sgancia la bomba su Conte

La caccia dei Costruttori da parte del premier Giuseppe Conte? A colpi di telefonate da parte di “noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio”. La ricostruzione del direttore della Stampa Massimo Giannini fa infuriare Palazzo Chigi che ha replicato con durezza.

“In merito all’editoriale di quest’oggi del Direttore del quotidiano la Stampa sono completamente destituite di ogni fondamento le gravissime insinuazioni in cui, facendo genericamente riferimento a quanto narrato dalle ‘cronache’ di questi giorni, si evoca un presunto ‘network’ che farebbe capo al Presidente del Consiglio al fine di ampliare la maggioranza e reclutare nuovi senatori”, si apprende da fonti di palazzo Chigi. “Tra le altre cose appare particolarmente grave il riferimento a un presunto coinvolgimento in queste attività anche dei vertici dell’intelligence – proseguono le stesse fonti riportate dalle agenzie – Il Presidente Conte, dopo aver consultato i vertici dell’Intelligence, smentisce qualsiasi loro coinvolgimento e contatto, anche solo indiretto, con membri del Parlamento e per attività che risulterebbero in palese contrasto con la legge e con le finalità istituzionali proprie del comparto”.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2021/01/17/news/crisi-di-governo-conte-servizi-segreti-finanza-avvocati-parlamentari-costruttori-massimo-giannini-smentita-palazzo-chigi-25899193/

Crisi di governo: Renzi stacca la spina (domani…)

di Max Del Papa

Scintille nella maggioranza, ma sono petardi di carta. Vuoi perché la maggioranza non c’è, c’è una faida interna che manco ai tempi della vecchia Balena Bianca; vuoi perché nessuno si sogna di staccare la spina, come ammette Renzi, il Signore dei garbugli: il Parlamento pieno di verginelle incinte ma appena appena, come l’ineffabile senatore Faraone che, a parole, striglia il governo, che come parlamentare Italovivo sostiene, con accenti che manco un Salvini in astinenza da Nutella.

E si capisce: tutti sono terrorizzati all’idea che la legislatura naufraghi prima di maturare la pensione a vita. Vanno capiti, è gente che ha sbancato al Jackpot della vita, non sanno fare niente e niente torneranno a fare, il loro slogan è: “È tanto che aspettavo un’occasione così”. Quindi farciscono i media di interviste stentoree in cui, in particolare i renziboys & girls, minacciano di ritirarsi come non ci fosse un domani: però domani, sempre domani. Domani è un altro giorno, si medierà. Tanto c’è il lockdown a ore, a fasi, a strisce che provvidenzialmente blocca tutto, in politica perdere tempo è guadagnare tempo, poi se il paese affoga nella morta gora, peggio per il paese: un modo per scaricare il barile della colpa si trova, si trova, sui governi di prima, sul riscaldamento globale, su Trump, sui sovranisti, sulle scie chimiche, sulle macchie solari, sul destino cinico e baro.

Indietro, Savoia! Tra i più angosciati, quelli di Leu, formazione che aveva annunciato la propria autodissoluzione, ma sono i misteri del Palazzo, nella persona massiccia di questo Fornaro che un giorno sì e l’altro pure, con l’orrore negli occhi, scandisce vista telecamere: “Una crisi oggi sarebbe un atto di irresponsabilità verso il popolo”. Sempre loro, questi compagni: si preoccupano per il popolo, cioè il popolo sono loro.

Responsabili alla buona, anch’essi tengono famiglia, prole, sono proletari non per niente, del resto il vecchio Carlo Marx l’aveva detto: “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno”. Capacità in senso spaziale, come stoccaggio, ma questo si son sempre dimenticati di precisarlo. Se son primule fioriranno, se son Draghi soffieranno, se son vaccini immunizzeranno ma scordatevi il futuro, sarà come il passato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/crisi-di-governo-renzi-stacca-la-spina-domani/

Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington

di Antonio Pilati

La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.

Fattore Biden

Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.

Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.

Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.

Renzi mosso da Joe

Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.

Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.

Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/

Il partito di Conte è un bluff di Casalino

di LUIGI BISIGNANI

Le grande del partito personale

Il sussulto di testosterone è forse dovuto al fatto che il Premier sta vedendo svanire, oltre che Palazzo Chigi, anche il disegno del suo partito personale? Il progetto della Lista Conte, per di più, sta mettendo in crisi anche “Giuseppi e Rocco”, la più eccentrica coppia politica del 2020. La creazione di un nuovo movimento con a capo il Premier è il piano che Rocco Casalino aveva in mente e che da tempo sta forsennatamente perseguendo mobilitando la sua falange di collaboratori, consulenti ed ‘aficionados’ raccolti tra servizi di sicurezza e società parapubbliche. Agli inizi anche Conte ci credeva, tronfio delle voci e dei sondaggi amichevoli che lo vedevano come un novello Lamberto Dini o Mario Monti in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi. Ma in questi giorni tutto è cambiato, dopo che il consulente di un’importante società di marketing politico (che non è la Casaleggio Associati) gli ha fatto notare che senza la grancassa della Presidenza, solo per partire con un nuovo simbolo, bisogna trovare come minimo 30 milioni di euro tra pubblicità tv, radio e giornali, Twitter, Facebook, Instagram.

Chi conosce bene Conte, non si stupisce affatto della brusca frenata sul suo partito personale che invece ha mandato su tutte le furie Rocco, il quale, comunque, sta portando avanti questo bluff come deterrente contro le elezioni. Il Presidente del Consiglio, sin dai primi passi nelle Università, è sempre stato infatti il tipico uomo beta che si è fatto le ossa all’ombra di uomini alfa: nel mondo accademico e della libera professione legandosi, per laurearsi, a Giuseppe Ferri, che poi ha subito abbandonato, e ad un fuoriclasse del diritto come Guido Alpa, che l’ha protetto, difeso e valorizzato. Lo stesso discorso vale nella Chiesa, dove in questo caso l’alfa in tonaca è stato il cardinal Achille Silvestrini. In politica, i personaggi a cui si è attaccato come una mignatta sono stati, nell’ordine, Alfonso Bonafede ma soprattutto Luigi Di Maio, in seguito quasi ripudiato, Davide Casaleggio, mandato alle ortiche, Matteo Salvini, oggi schifato, poi alla bisogna, Matteo Renzi, con il quale è finito a pesci in faccia, Nicola Zingaretti e, da sempre, Sergio Mattarella. Tutti quanti, oggi pentitissimi, gli hanno permesso di crearsi una certa aurea personale e una sorta di dignità politica, a danno degli italiani, dei conti pubblici e dei rapporti internazionali.

Ma perché il Premier adesso è spaventato dal farsi un partito? Nella sua vita, sia professionale che privata, Conte è sempre stato oculato, per nulla avido e con i suoi clienti, la maggior parte di risulta, ha spesso anteposto il lavoro “matto e disperatissimo”, soprattutto nelle ore notturne, rispetto ai suoi onorari. Smodatamente scrupoloso, terrorizzato da qualsiasi benché minima contestazione: quelle piccole grane burocratiche in cui è incappato sono state per lui un incubo e, quindi, l’idea di un nuovo emblema politico attorno a sé, da presentare con liste e candidati in tutta Italia, lo atterrisce, ben sapendo che partirebbe una caccia all’uomo che psicologicamente non riuscirebbe proprio a sopportare. Anche oggi è ossessionato dall’inciampare in un peculato o in un abuso d’ufficio, peraltro una delle ragioni principali dei suoi continui tentennamenti.

Ma se, per ragioni di pura prudenza, ha messo da parte il suo partito, non si può dire altrettanto della sua infinita vanità. Ed ecco che lo spauracchio di una lista personale può servire per cercare di mettersi a capo del Movimento 5 Stelle o, addirittura, di proporsi come candidato Premier del Pd o comunque di qualcosa che già esiste. Anche se ormai il suo bluff è stato scoperto. Un funambolo della politica come Gianfranco Rotondi “vede” anche altri scenari che oggi sembrano inverosimili, mettendo magari insieme a Conte pezzi di Forza Italia, di Italia Viva e qualche esponente della società civile per un nuovo grande partito di centro.

Fantasie di Capodanno? Forse. Ma che ci faceva qualche tempo fa a Milano in via Solferino nella sede de Il Corriere della Sera, per un’ora e mezza, proprio Rotondi, mentre si trovava lì, guarda caso, anche un furetto come Urbano Cairo? Chi vivrà vedrà.

Luigi Bisignani, Il Tempo 3 gennaio 2020

Le due vere sfide della coalizione

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Sondaggio, Luca Zaia scrive la storia del Veneto: “Per lui percentuali alla Putin”, dove porta la Lega

di Alessandro Gonzato

Finisse così, Luca Zaia scriverebbe la storia, la Sinistra subirebbe una sconfitta senza precedenti e il Movimento Cinque Stelle, nell’ex Serenissima, sparirebbe. Il sondaggio di Fabbrica Politica, realizzato tra il 3 e il 5 agosto in vista delle elezioni regionali in Veneto (20-21 settembre), riporta numeri impressionanti. E la sensazione, annusando l’aria che tira a Nordest, è che non siano così azzardati, tutt’ altro. Il centrodestra, guidato dal governatore leghista, è dato all’80,7%. Il centrosinistra, il cui candidato è il vicesindaco di Padova Arturo Lorenzoni, al 12,7. I grillini, capitanati da Enrico Cappelletti, agonizzanti all’1,9, il che significherebbe non piazzare nemmeno un consigliere nell’assemblea veneta. Italia Viva non supererebbe lo 0,5, un’umiliazione devastante per Renzi che fino a un mese fa, proprio per evitare un risultato simile, era molto indeciso se presentarsi staccato dalla coalizione.

Che il Pd fosse destinato a non toccare palla era scontato, d’altronde in Veneto non l’ha mai fatto e l’emergenza Covid ha moltiplicato i consensi di cui gode il “doge” Zaia. E però, come sottolinea il fondatore di Fabbrica Politica, Matteo Spigolon, «il governatore va verso percentuali alla Putin». «In alcuni comuni del Trevigiano», fa presente, «Zaia supera il 90%». La vera sfida è tutta interna, tra la Lista Zaia (rilevata al 36,8) e quella della Lega (31,4). Potrebbe essercene anche un’altra, formata dagli amministratori locali, ma ancora non è certa. Cinque anni fa la lista del presidente prese il 23 e quella del Carroccio il 18. La grande novità della tornata elettorale, al di là del margine d’errore dei sondaggi, sarà Fratelli d’Italia: la Meloni è data al 9,7 a fronte del 2,6% ottenuto nel 2015. Forza Italia passerebbe dal 6 al 2,8. Il Pd, con Alessandra Moretti portabandiera, prese il 16,6% e ottenere meno di “Ladylike” – come si soprannominò con conseguenze nefaste l’europarlamentare – sembrava missione per pochi. Oggi il sondaggio dà i Dem al 9,2 e dunque anche Lorenzoni, la cui lista personale è valutata all’1,2, a suo modo scriverebbe una pagina indelebile.

I pentastellati, poi, farebbero un triplo carpiato all’indietro rischiando di rimanerci secchi: dal 12% del 2015 quando per una manciata di voti superarono l’allora sindaco di Verona Flavio Tosi fresco di uscita dalla Lega, a nemmeno il 2. Il Partito dei Veneti, gli indipendentisti, è al 3,8. «Le percentuali», aggiunge Spigolon, «potranno oscillare di qualche punto non appena verranno ufficializzati i nomi presenti nelle liste. È comunque inverosimile che in un mese e mezzo cambino in modo significativo, a meno di fatti clamorosi. Zaia fa da traino a tutta la coalizione: c’è una bella differenza se all’intervistato chiedi se voterà un “partito x” o se voterà il “partito x” che corre a sostegno del governatore». Il Veneto è sempre più Zaiastan.

Fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/24139123/sondaggio-fabbrica-politica-luca-zaia-veneto-regionali-lega-percentuali-vladimir-putin.html

 

 

 

I cardinali Boggiani e Piazza contro la Democrazia che si pretese Cristiana

Segnalazione di Carlo Di Pietro

Due importanti documenti contro la cosiddetta Democrazia pretesa Cristiana. Ovvero la D.C. o Partito Popolare, organizzazione politica laicista ed aconfessionale, dunque operante per l’apostasia della Nazione, che ha ingannato per decenni anche onesti elettori.

I frutti dell’albero velenoso – eredità dell’apostata Romolo Murri – non tardarono a manifestarsi. Allora perché milioni di cittadini votarono e difesero la D.C.? Per due principali ragioni: 1° Ignoranza; 2° Interesse. E la Chiesa cosa fece? Leggiamo ed impariamo …

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Orban si schiera con l’Italia contro l’Olanda. Sinistra spiazzata

 

Nel negoziato tra paesi frugali capeggiati dall’Olanda e Italia “stiamo saldamente dalla parte degli italiani”. Lo dice il premier ungherese Viktor Orban, incontrando la stampa a margine del Consiglio Europeo, in corso da tre giorni a Bruxelles. “La cosa migliore – continua Orban – è dare soldi a quelli che ne hanno  bisogno, in modo che li spendano velocemente per stabilizzare le loro economie, invece di avere lunghe dispute burocratiche sui programmi. Diamoglieli rapidamente, perché se dai una cosa al momento giusto, gliela dai bene. E’ la saggezza ungherese”, conclude.

Orban appoggia l’Italia nella trattativa Ue

E così Orban, indicato dalla sinistra come il sovranista egoista che avrebbe fatto solo i suoi interessi in Europa, difende in questa trattativa gli interessi degli italiani, mentre il liberale di sinistra Rutte mette i bastoni tra le ruote a Conte.

Una contraddizione su cui pone l’accento l’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza: “Panico a sinistra… Viktor Orban attacca Rutte e dice: ‘È una questione tra Italia e Olanda… e io sto con l’Italia’. Ora come faranno a continuare a dipingerlo come il male assoluto? Ridicoli”.

Salvini: gli amici di Conte in Europa dove sono?

Un tasto sul quale ribatte anche Matteo Salvini: “Orban è con l’Italia, gli amici di Conte e del Pd no”, dice il leader della Lega Matteo Salvini, che fa sapere di aver ricevuto un sms dal leader ungherese. Salvini ricorda poi come “il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte è del partito popolare per la libertà e la democrazia che in Europa è nel Partito dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (Alde) di cui fa parte +Europa, a cui voleva aderire anche il Movimento 5 Stelle nel 2017 e che è apprezzato sia da Romano Prodi che da Mario Monti”.

Fidanza (FdI): la sinistra da oggi in poi ci risparmi i moralismi su Orban

Fidanza osserva, ancora, che le dichiarazioni pro-Italia di Viktor Orban “fanno crollare il castello di ipocrisia della sinistra”.  “Il problema dell’Europa e dell’Italia non sono i tanto demonizzati governi sovranisti di Ungheria e Polonia – aggiunge l’esponente del partito di Giorgia Meloni – . Anzi, non si disdegna il loro sostegno quando ci si trova di fronte al muro di egoismo dei nordici guidati da governi liberali, popolari o socialisti”. “E persino il tanto sbandierato ‘stato di diritto’, che secondo la sinistra verrebbe costantemente violato da questi pericolosi autocrati, conta un po’ meno se in ballo ci sono miliardi per l’Italia e la sopravvivenza stessa del governo Conte. Bene fa Conte a cercare la sponda di Orban, ma da oggi Pd e M5S ci risparmino i loro improbabili moralismi”.

 

DA

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