Stefania Craxi: Draghi? Dimostra tutta l’attualità del presidenzialismo di mio padre

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di Ferdinando Bergamaschi

Stefania Craxi: “Non mi chiami senatrice, preferisco senatore”. La battuta rivela tutta la sicurezza della figlia di Bettino Craxi, che a Palazzo Madama siede tra i banchi di Forza Italia. Il senatore ha uno sguardo dolce ma sempre attento, e l’atteggiamento di chi ama raccontarsi ma anche confrontarsi. Arriva da Parigi nella Milano di suo padre e osserva con piacere la Madonnina che appare ben distinta dalla vista che ci offrono le finestre del settimo piano che ci circondano. Poche formalità, ed entriamo subito nel vivo del discorso.

A questo punto della sua carriera politica che bilancio fa della sua esperienza parlamentare?
“Innanzitutto non sono in Parlamento per far carriera. Ho fatto questa scelta perché ho condotto e conduco una battaglia per rendere onore e merito a un uomo che ha lavorato tutta la vita per il bene del suo Paese. Ed è più facile farlo avendo un pulpito nazionale piuttosto che no. Mi è servito indubbiamente per avere consensi, ma lo spettacolo che da tempo offre il Parlamento italiano è miserevole; d’altronde questo accade da quando hanno distrutto i partiti, che avevano una funzione molto importante”.

Qual era questa funzione?
“Innanzitutto selezionavano una classe politica. La politica è una grande passione che richiede esperienza, confronto con la vita degli italiani e delle italiane. Una volta i partiti ti facevano fare una scuola di vita con percorsi che duravano anni. E che cominciavano dal basso, dalle periferie, dai piccoli paesi. Il fatto che oggi il Parlamento sia formato da persone che per lo più nella vita fanno altre cose è stato un depauperamento grave della politica e della nostra democrazia”. 

In Italia si è tornati a parlare di presidenzialismo. Pensa che il progetto di riforma costituzionale disegnato da suo padre in tal senso sia ancora attuale e perseguibile?
“Craxi parla della grande riforma istituzionale comprensiva del presidenzialismo nel lontano 1979. Lui aveva visto che quel sistema nato alla fine della guerra e che a quell’epoca era giusto, oggi di fatto impedisce il governo del Paese. Credo che Craxi fosse lungimirante quarant’anni fa e che il presidenzialismo sia di totale attualità; e credo anche che in questi vent’anni il Paese si sia avviato naturalmente verso un sistema presidenziale; basti vedere la fiducia che si è riposta nei presidenti della Repubblica e oggi nello stesso Draghi che di fatto sta governando con un sistema semipresidenziale. È la politica ad essere in ritardo”.

A proposito del premier, come pensa che finirà la partita del Quirinale? Draghi potrà salire al Colle già nel febbraio del 2022?
“Come sempre è successo nella nostra Repubblica la partita del Quirinale è molto complicata. Una volta si diceva: chi entra Papa esce cardinale. Non è mai detto che il candidato previsto sia quello che esce. Pensi al caso di Pertini, di Scalfaro e a tanti altri. Credo che Draghi, una volta fatte le riforme necessarie a consentirci di portare a casa i soldi del Pnrr (che, ci tengo a precisare, sono in gran parte debiti) probabilmente ambirà ad andare al Quirinale. E credo che sarà difficile per i partiti che oggi lo sostengono non votarlo. Tuttavia la ritengo una partita ancora aperta”. 

Torniamo a suo padre: lei pensa che la mancanza di servilismo che lo caratterizzava nei confronti degli altri partiti, dal Pci alla Dc e verso la dirigenza del suo partito (il Psi), così come nei confronti delle maggiori potenze straniere – vedi la crisi di Sigonella – abbia poi giocato un ruolo decisivo nel linciaggio giuridico-mediatico che ha subìto?
“Più che di mancanza di servilismo parlerei delle convinzioni profonde – giuste o sbagliate che fossero – che guidavano Craxi nelle sue decisioni politiche. Non si è mai posto un problema di opportunità. Certamente il suo carattere non lo ha aiutato, perché era un uomo libero. E si sa, gli uomini liberi difficilmente sono digeribili, soprattutto in un Paese che è stato molto spesso servo”.  

Ritiene che l’azione politica così incisiva e carismatica di suo padre sia stata in qualche misura ereditata da uno o più partiti di oggi? Se sì, quali sono questi partiti? E di cosa sono debitori dell’azione politica di Bettino Craxi?
“Craxi lascia indubbiamente un’eredità politica che è un patrimonio di idee capace di dare ancora buoni frutti. Che ci sia un partito che lo abbia ereditato in toto, credo di no; certamente alcune visioni, come quella del sistema presidenziale, si ritrovano più in un centrodestra che non in una sinistra che oggi senza ragione, senza storia e senza verità pretende di dirsi riformista. In realtà, dico sempre che è una usurpazione mancata: è come nel film Blade Runner, sono dei replicanti che vestono abiti non loro. Quella di Craxi comunque è un’eredità ancora viva nella disponibilità non di una persona, né di un partito ma dell’intera Nazione”. 

Bettino Craxi aveva grande ammirazione per Garibaldi e teneva in grande considerazione anche Mazzini. La personalità di suo padre si abbeverava alla fonte della sinistra risorgimentale. Il 2 giugno 1985 nel commemorare Garibaldi all’isola di Caprera, ebbe a dire: “Io considero un dovere il rinnovare la memoria delle idee, dei fatti e degli uomini che innalzarono l’Italia al rango di Nazione. La coscienza nazionale non è una retorica presunzione nazionalistica”. Questo concetto di coscienza nazionale oggi è forse più attuale che mai? Draghi oggi è, o può essere, la coscienza nazionale?
“Craxi era una personalità del tutto straordinaria perché aveva un esprit risorgimentale fortissimo; basti pensare che è un uomo che ha rinunciato alla sua vita per difendere le sue idee: un gesto di un altro secolo. E al tempo stesso aveva uno sguardo estremamente lungimirante sul  futuro. Era veramente un ‘ircocervo’ particolarissimo”.

E il suo amore per Garibaldi?
“Era un amore per l’Italia, per le battaglie combattute nel Risorgimento, per il pensiero di Garibaldi che era un socialista umanitario (andava al Senato col poncho e parlava di povertà, diritti, parità tra uomo e donna, elezione dei magistrati). A un certo punto addirittura la vita di Craxi si è sovrapposta alla vita del suo idolo…”.

In che senso, senatore Craxi?
“Se lei pensa che Garibaldi, pochi giorni dopo la morte di Anita, inseguito da cinque eserciti si imbarca per Tunisi dove rimarrà un anno in esilio; se lei pensa che entrambi concludono la loro vita da sconfitti, guardando quello che succede all’Italia con amarezza. Garibaldi ebbe a dire: ‘Non è questa l’Italia che io sognavo: miserabile al suo interno e derisa al suo esterno’. Potrebbero essere parole pronunciate anche da Craxi nell’ultimo periodo della sua vita, perché era un patriota. Quindi l’interesse della Nazione, scevro da ogni tentazione nazionalistica, era per lui un faro”.

Ci fa un esempio concreto?
“Certo. Anche quando ha dato vita all’Atto Unico Europeo, non ha mai pensato a un’Europa dove non si potessero difendere gli interessi nazionali. Oggi quella coscienza nazionale così intesa è d’attualità. Lo confermano anche le espressioni più estremiste, come questo sovranismo, che non si capisce bene cosa sia. Ma è comunque la reazione ad una globalizzazione finanziaria che ha preteso che non esistessero più popoli e nazioni; invece i popoli e le nazioni esistono ed esiste quindi una coscienza nazionale”.

E Draghi oggi può rappresentarla?
“È un uomo tenuto in grande considerazione internazionale, di grande livello culturale, di conoscenza, ma è un banchiere. Il suo mondo di riferimento non è mai stato un mondo nazionale e si riferisce ad ambienti sovranazionali: non saprei dirle se Draghi può essere espressione della coscienza nazionale”. 

Quale pensa possa essere la critica maggiore, formale e sostanziale, che si può muovere a Bettino Craxi?
“Il suo errore politico più grande fu, nel 1991, fidarsi dei comunisti, fare un gesto di lealtà nei loro confronti e non andare alle elezioni. Era caduto il Muro di Berlino, probabilmente sarebbero stati distrutti. Craxi pensava che la storia avrebbe fatto il suo corso e avrebbe portato i comunisti sulla strada di una socialdemocrazia matura, di un socialismo liberale. Ma ciò non è avvenuto, neanche oggi. Un altro errore, sul piano umano, è l’aver dato fiducia a persone che forse non la meritavano”.  

Suo padre, in un’intervista, raccontava che da ragazzo andava a portare dei fiori a Piazzale Loreto dove 15 antifascisti (tra cui diversi socialisti) erano stati uccisi dai fascisti. Poi che un giorno, arrivato a Giulino di Mezzegra sul lago di Como con moglie e figli, decise di portare dei fiori davanti al cancello di Villa Belmonte, luogo simbolo dell’uccisione di Benito Mussolini. E che quando si recava al cimitero di Musocco era solito portare dei fiori anche agli sconfitti della Seconda guerra mondiale… Lei crede che gesti così nobili possano aiutare a far sì che la coscienza italiana possa riappacificarsi con se stessa?
“Guardi, le rispondo così: ho trovato assolutamente ridicola la polemica odierna su fascismo e antifascismo. Sono passati 70 anni e una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe non dividersi ma lavorare per una pacificazione nazionale”.

Lo ritiene possibile?
“No. Basta vedere lo scontro paradossale e ridicolo di questi giorni in cui si è divisa tra fascisti e antifascisti sempre con due pesi e due misure”.

Quali sarebbero?
“Non si capisce perché si chiede a chi ha nell’album di famiglia la storia del fascismo di abiurarla e nessuno dall’altra parte ha mai pensato di abiurare la storia del totalitarismo comunista. Quella di portare i fiori a Piazzale Loreto sia dove è stata consumata quella scena barbara, cioè lo scempio del cadavere di Mussolini, sia dove sono stati uccisi 15 resistenti socialisti, è una cosa che mi riprometto di fare ogni 25 aprile e che mi piacerebbe molto fare. Devo trovare qualcuno che abbia il coraggio di venire con me”.

Mps rovinata dalla sinistra che ora fa finta di nulla

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di Nicola Porro

CASO MPS, INTERROTTA LA TRATTATIVA CON UNICREDIT

Alla fine il nuovo amministratore delegato di Unicredit ha alzato l’asticella ad un livello tale che il Tesoro ha dovuto rompere le trattative per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Andrea Orcel è un manager che viene del mercato, e della politica evidentemente se ne infischia. Arrivato all’Unicredit gli hanno spiegato che la banca doveva salvare il Monte. Ha guardato le carte e, con un ristretto numero di fedelissimi, ha fatto quella che in gergo si chiama due diligence: insomma, si è fatto i conti al centesimo. Ebbene, per prendersi la banca senese ha preteso quasi dieci miliardi di euro. È inutile in questa sede specificare esattamente per cosa, basti sapere che dentro ci sono gli esuberi del personale in eccesso, l’irrobustimento del capitale di Siena perché non affondasse Milano e la pulizia totale dei crediti dubbi.

Una dote che il governo non si poteva permettere di pagare. Solo di aumenti di capitale andati in porto e lanciati negli ultimi due lustri, il Monte ha bruciato 13 miliardi (su quasi trenta totali). Senza tener conto di obbligazioni, prestiti e garanzie pubbliche. Quando una banca affonda, non si scherza.

Il Monte non è un fallimento del mercato, ma neppure solo dello Stato. È il fallimento di un gruppo di potere, legato prima al Partito comunista e poi al Partito democratico toscano. Non esiste una storia di fallimento pubblico così targato e così poco denunciato. Il ministro che ha realizzato l’ultimo prestito per la banca è stato eletto nel collegio di Siena per la sinistra e poi ha lasciato il Parlamento per diventare presidente di Unicredit e avrebbe dovuto ripulire i pasticci. Ma che, come abbiamo visto, ha preteso di farlo solo a condizione che la dote coprisse tutti i buchi.

Ora il premier deve usare la sua credibilità europea per una battaglia di retroguardia: comprare più tempo per privatizzare la banca. Avrebbe dovuto farlo entro quest’anno ma così non sarà.

Politicamente è un pasticcio: come spiegare in Consiglio dei ministri che non si finanziano misure assistenzialiste che piacciono ad esempio alla Lega, come Quota 100, e si bruciano altre risorse per pulire la scena del delitto finanziario?

In ultimo Orcel non si è piegato alla politica. Ma, in un paese di relazioni, rischia di pagarne un prezzo per le prossime mosse di aggregazione che volesse fare su banche ora in vendita. Il Partito democratico potrà continuare a fischiettare, come se la vicenda non lo riguardasse, come se il Monte fosse una banca come le altre. È un paradosso.

Nicola Porro, Il Giornale 25 ottobre 2021 e https://www.nicolaporro.it/mps-rovinata-dalla-sinistra-che-ora-fa-finta-di-nulla/

L’agente in borghese e la “forza ondulatoria”: il video

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Forse dell’intervento di ieri di Luciana Lamorgese vi è sfuggito un piccolo particolare. Ovvero la spiegazione data dal ministro a quelle immagini pubblicate sui social che mostrano un agente dare man forte ai manifestanti nel ribaltare un mezzo delle forze dell’ordine. In molti lo ritenevano un “infiltrato”, tanto che anche Giorgia Meloni ne aveva chiesto conto al Viminale una settimana fa. Bene. Cosa ha detto Lamorgese?

Ecco qui. “Si è poi anche adombrata l’ipotesi della possibile presenza in piazza di agenti di Polizia infiltratisi tra i manifestanti – ha spiegato il ministro – Sento di dover escludere anche questo inquietante retroscena“. Ovviamente “nel dispositivo era prevista, come è normale, la presenza di agenti in borghese appartenenti alla DIGOS, con compiti di osservazione e monitoraggio e anche di mediazione con i manifestanti” (cosa cambia?).Tra questi c’era “anche l’operatore di Polizia, che, in abiti civili, compare in alcune immagini diffuse dai social, presente all’azione di alcuni esagitati che intendevano provocare il ribaltamento di un furgone della Polizia”. Bene. E cosa stava facendo? Sentite un po’: “In realtà – dice Lamorgese – quell’operatore stava verificando anche la forza ondulatoria scaricata sul mezzo e che non riuscisse ad essere effettivamente concluso”. Avete capito? Stava “verificando la forza ondulatoria”. Siamo seri?

Quel poliziotto, peraltro, è lo stesso “che, più tardi, aggredito da un manifestante da lui arrestato e tuttora in stato di detenzione, ha reagito in modo scomposto, per questo motivo si è auto-segnalato e ora la sua posizione è al vaglio dell’autorità giudiziaria”. Forse stava verificando anche lì il “moto ondulatorio” dei suoi pugni?

Guarda i VIDEO su: https://www.nicolaporro.it/lagente-in-borghese-e-la-forza-ondulatoria-il-video/

Il Cdx ha preso una batosta

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di Redazione

Dopo una seria analisi della sconfitta nelle grandi città, la Lega potrebbe, a nostro avviso, pensare all’opportunità di lasciare il governo, di indire i congressi provinciali, regionali e federale (tutto entro fine anno) per un attento rinnovo della classe dirigente, stabilire una “carta dei valori non negoziabili”: diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, difesa, sempre, senza se e senza ma, del diritto naturale, politiche a favore della famiglia e della natalità, sovranismo e autonomia, flat tax, no globalismo, no immigrazione, no green pass. Restano gli umili consigli di un piccolo circolo culturale, i cui componenti, però, si occupano di politica da almeno trent’anni…

di Alfio Krancic

Analisi controcorrente: parto dal presupposto che parte dell’elettorato di cdx sia no vax e/o no green pass e visto l’orientamento ondivago del trio Lescano sulla questione vaccinale ( eccetto FI che predica l’obbligo vaccinale e magari l’internamento per coloro che non vogliono essere pungiuti ), ha fatto sì che milioni di voti del cdx siano finiti nell’alveo del grande fiume astensionista. In più il fatto che la Lega e FI siano diventati due partiti valletti del presidente Draghi, di Letta, Speranza e dei moribondi 5S, non ha certo giovato al terzetto centrodestrorso. Prova ne sia il risultato disastroso di Salvini che ha visto molte città governate da lungo tempo dal Carroccio, passare alla sinistra.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2021/10/18/perche-il-cdx-ha-preso-una-batosta/

 

“Tecnocrate argine al sovranismo”: Draghi l’atlantista incoronato nuovo leader Ue

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di Adolfo Spazzaferro

Roma, 19 ott – “Tecnocrate argine al sovranismo”: gli Usa incoronano Mario Draghi candidato leader Ue ideale, anche perché l’ex numero uno della Bce è filo americano. E proprio questo potrebbe essere il problema per la Ue, per stessa ammissione dell’agenzia economica Bloomberg. Sì, perché a differenza della Merkel, l’attuale presidente del Consiglio incarna il multilateralismo spudoratamente atlantista. Ciò detto, Draghi incassa il plauso degli States per una serie di ragioni tutt’altro che rassicuranti. Infatti il motivo principale per cui il premier italiano è ben visto come possibile guida della Ue è perché è un argine efficace al sovranismo e ai movimenti di destra. Ma non solo, è l’uomo giusto per gestire i miliardi Ue del Recovery fund in chiave green. Nonché – e questo preoccupa più di tutto – ha dimostrato fermezza contro i no green pass, non cedendo di un millimetro.

Il plauso alla fermezza contro i no green pass

L’esito delle elezioni amministrative in Italia, con la sconfitta dei “sovranisti”, secondo Bloomberg è una ulteriore prova del successo politico del presidente del Consiglio in chiave moderata. Nell’editoriale dedicato a mister “Whatever It Takes”, in cui appunto di lui si dice che “ha salvato l’euro con tre parole”, si fa riferimento alla situazione in Italia. L’agenzia Usa plaude al pugno di ferro di Draghi nei confronti di chi ha manifestato contro l’obbligo del green pass, citando il caso dei portuali di Trieste. Fermezza riverberata anche nell’esito delle amministrative, dove chi strizzava l’occhio alle proteste è stato penalizzato. E dove invece si sono affermati grigi burocrati, una “sorta di esercito di mini Mario”.

La “fedeltà” agli States

Tuttavia, avverte l’editoriale, “sarebbe un errore considerare Draghi una figura intercambiabile a quella di Merkel o di Macron”. Il premier italiano infatti è molto più vicino agli States. A tal proposito, Bloomberg ricorda il passato di Draghi al Massachusetts Institute of Technology, alla Banca mondiale e a Goldman Sachs. Secondo l’editoriale, il presidente del Consiglio italiano esprime la visione di un multilateralismo nel quale “gli Stati Uniti sono i principali azionisti”. Prova ne è la brusca franata che Draghi ha impresso alla politica italiana di appeasement della Cina. Così come il fatto che sia rimasto in silenzio circa la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Francia innescata dall’accordo di sicurezza Aukus.

Un tecnocrate con un problema di legittimità

Infine, pone giustamente in risalto l’editoriale, Draghi è un tecnocrate messo alla guida del governo del Paese dal presidente della Repubblica a causa del fallimento della politica. Ma non è stato eletto da nessuno. Quindi gli manca quella legittimità che ha avuto la Merkel per 16 anni di potere. Ciononostante va da sé che gli States Draghi se lo tengono stretto, come alleato e come potenziale successore della Merkel alla guida della Ue.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/tecnocrate-argine-sovranismo-draghi-atlantista-incoronato-nuovo-leader-ue-211269/

Febbraio 2022: cosa succederà alla politica italiana

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di Luigi Bisignani

Dobbiamo prepararci ad un vero e proprio “big bang” della politica italiana. A febbraio, infatti, con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, salteranno gli equilibri tra e dentro i partiti, partendo proprio dal Pd di Letta, in cui nessuna delle due anime è in grado di far eleggere in autonomia il successore di Mattarella. A meno che, i “laboriosi Zampetti” del Quirinale non convinceranno il Presidente a restare, magari anche con il voto di Fratelli d’Italia. Ma i malumori, soprattutto tra i giuristi, crescono, e il ‘siciliano silente’ ne è consapevole, tanto che punta su Marta Cartabia che confermerebbe tutti i suoi. Dall’attesissima quarta votazione, per centrare l’obiettivo di 508 voti, ad oggi al centrodestra ne mancano solo 55, mentre al centrosinistra anche di più, contando che, tra i 5Stelle in maniera evidente e nel Pd in maniera sommersa, è in corso una diaspora interna pronta ad esplodere. Si creerà dunque, così come è già avvenuto, una nuova (ennesima) maggioranza che, sul tipo di quella Ursula (Forza Italia, Pd, Italia Viva, M5S), determinerà il nuovo Capo dello Stato.

Nuova legge elettorale e rimpasto

Una maggioranza che potrebbe far approvare, in un secondo momento, una legge elettorale in senso proporzionale, proprio per indicare nuovamente Mario Draghi premier, questa volta democraticamente eletto pur senza fondare un suo velleitario partito. Il ricordo di Monti è ancora vivo. Idea che gli avrebbe sussurrato Angela Merkel nel recente tête-à-tête nel roof di un albergo romano. Draghi, pur volendo scappare da Palazzo Chigi, si rende conto delle insidie nella corsa per il Colle e pretenderà solo un rimpasto di governo nei Ministeri chiave per il Recovery plan, a partire dall’inerte Enrico Giovannini al Mit e da Federico D’Incà, il quale, pare, complica piuttosto che agevolare i rapporti con il Parlamento.

Gli affanni del centrodestra

Resta però, in qualunque ipotetico scenario, l’incapacità del centrodestra non solo di restare unito ma anche di sembrarlo. La Meloni e Salvini paiono davvero i capponi dei Promessi Sposi che, come scrive il Manzoni, “s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Giorgia dà l’impressione di aver pensato solo al ‘sorpasso’ sul Capitano. Salvini, da par sua, anziché indire dei congressi per riaffermare leadership e amalgamare Lega del Nord con Lega del Sud, si è messo a punzecchiare Draghi, peraltro molto amato dalla sua gente, forse in ottica anti Meloni ma senza rendersi conto che così spinge il Premier nelle braccia del Pd.

Berlusconi, che al contrario ha dato prova di moderazione, ha tuttavia partecipato anche lui alla scelta perdente e forse scellerata di candidare a Milano il pediatra di Licia Ronzulli, ingombrante ‘cocca’ del Capitano.

La prova della Legge di bilancio

Un centrodestra che a giorni verrà nuovamente messo alla prova dalla Legge di bilancio. Salvini giocherà sulla difesa strenua di quota 100, in una battaglia che rischia di perdere come accaduto sul no al green pass. Giorgia Meloni cavalcherà l’onda del “nessuna tassa sulla casa”- materia più di delega fiscale che di finanziaria- e della revisione degli ammortizzatori sociali. Forza Italia, invece, punterà tutto sul taglio del cuneo fiscale. Tre visioni che raccimoleranno qualche strapuntino.

Magari seguissero il consiglio di una vecchia volpe come Gianfranco Rotondi: un progetto comune di partito nazionale di ispirazione cristiana con una forte componente transizione ecologica che potrebbe attrarre il voto giovanile. Non accadrà, restiamo quindi in attesa nei prossimi mesi, dello sconquasso politico tra i partiti che si trasformerà in un vero e proprio tsunami che travolgerà tutto, iniziando dai guai giudiziari di Berlusconi, il cui sogno del Colle sembra sì illusorio ma, con un centrodestra unito, non affatto impossibile da raggiungere. Anche se questa volta in Parlamento gli mancherà moltissimo un peso massimo come Denis Verdini.

L’antipasto è nelle cronache di queste settimane, con il caso Morisi, dove neppure il variopinto mondo LGBT ha detto una parola in difesa, fino all’aggressione “per indiretta persona” verso l’ex premier Conte, passando per l’inchiesta di Fanpage, rilanciata da La7 di Cairo, che ha messo in un angolo Fratelli d’Italia dove, Guido Crosetto a parte, nessuno dei vertici si convince a puntare su una classe dirigente credibile e a guardare davvero a Bruxelles e a Washington anziché strizzare l’occhio a Primavalle, dove comunque si sono perse le elezioni suppletive. E chissà quale misterioso scandalo sta già preparando il mainstream con l’intellighenzia di sinistra, magari per lanciare al Colle un Luciano Violante di turno. Insomma, per dirla come don Abbondio, “è una Babilonia”.

Luigi Bisignani, Il Tempo 10 ottobre 2021

Immagini tagliate, frasi decontestualizzate. È credibile l’inchiesta di Fanpage?

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Qualcosa sembra non tornare nella ormai celeberrima inchiesta di Fanpage sulla “lobby nera”. In attesa che la magistratura si pronunci ufficialmente, e nonostante presunte fonti della procura di Milano parlino di “inchiesta fedele al girato”, ieri sera, a Quarta Repubblica, un servizio a firma di Claudio Rinaldi ha mostrato in maniera inequivocabile come la stessa frase del “barone nero” Jonghi Lavarini sia stata inserita e montata due volte, vale a dire in entrambe le puntate della video-inchiesta e riferita dunque a due contesti differenti. 

Vedi il Video del servizio su: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

Come spiega bene il servizio, nella prima puntata in cui l’inchiesta punta i riflettori su Fdi e Carlo Fidanza, il barone nero si esprime così: “Se vogliamo riprenderci il governo di Milano, ci deve essere spazio anche per noi”. Pronuncia queste parole stando in piedi, con alle spalle delle vetrate scure e alla sua destra un uomo, seduto, che rientra nell’inquadratura. 

Ecco, se si osserva attentamente le immagini di entrambe le video-inchieste, non potrà non risultare evidente come la seconda porzione di frase, vale a dire “ci deve essere spazio anche per noi”, viene riproposta paro paro anche nella secondo puntata quando, però, ad essere messi in mezzo sono il partito di Salvini e due esponenti lombardi del Carroccio, Angelo Ciocca e Silvia Sardone. “In un grande partito come la nuova Lega – dice il barone nero – ci deve essere spazio anche per noi”. E non vi è alcun dubbio che le immagini siano le stesse. Identica postura, stesse vetrate scure alle sue spalle, stesso uomo alla destra. Insomma, è proprio la stessa frase utilizzata due volte. E a confermarlo ci sono anche i tagli del montaggio che vengono effettuati prima della parola “ci”. Il primo netto e visibile, per quanto ben fatto e il secondo nascosto con un’immagine di copertura.

Dunque, anche non avendo visionato tutto il girato, come chiedeva Giorgia Meloni, che temeva proprio furbate di questo tipo, una prima certezza sembra esserci già: quella frase, con tutta probabilità, è estranea ad almeno uno dei due contesti. E non è la prosecuzione naturale delle due frasi precedenti dati i tagli.

Questa operazione sarà stato fatta in buona fede o no? Avrà in qualche modo alterato il significato di una delle due situazioni o anche solo presentato sotto una luce utile a qualcuno alcuni eventi, oppure può essere ritenuto un fatto di poco conto nell’ambito totale dell’inchiesta? Questo non lo possiamo sapere.

Quello che invece sappiamo è che anche nella seconda puntata una frase dell’europarlamentare leghista, Angelo Ciocca, sembra esser stata in qualche modo decontestualizzata. E più precisamente questa: “C’è solo un modo per difendere la nostra patria, uno non ce n’è un altro: fare quello che hanno fatto i nostri militari nella prima e nella seconda guerra mondiale”, dice il politico nel video mostrato da Fanpage. Peccato che sia stata tagliata la parte finale del suo ragionamento che, come sostiene lo stesso Ciocca, avrebbe rivelato senza ombra di dubbio come non vi fosse alcuna correlazione tra quelle parole e il fascismo. Tant’è che il leghista è stato ripreso anche altre volte mentre sosteneva il medesimo concetto, come mostra subito dopo il servizio di Quarta Repubblica. E proprio in quei filmati si può cogliere il senso reale del discorso di Ciocca, che lo utilizzava anche in campagna elettorale.

In ultimo, un’altra stranezza: la donna che ritira i soldi (in realtà dei libri) per conto di Lavarini, che è vestita con un outfit invernale mentre tutte le altre persone sono a maniche corte. È così che si dovrebbe fare per non farsi notare mentre si sta facendo un’operazione losca? Anche questo appare francamente un po’ strano.

Tre indizi fanno una prova? Forse no, però era giusto rendere pubbliche queste incongruenze che siamo certi, non sorprenderanno minimamente la leader di Fratelli d’Italia. Ora, palla alla magistratura.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

Elezioni: astensionismo e voto classista

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Ottima analisi di Luigi Tedeschi, che abbiamo fatto, identica nella sostanza, anche noi di “Christus Rex” (N.d.R.). I grassetti sono nostri.

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Qual è il risultato sostanziale delle elezioni del 4/5 ottobre? La vittoria del centrosinistra, esaltata dalla retorica mediatica era scontata, a causa della prevedibile disfatta del M5S. In realtà, è il record delle astensioni il fatto più eclatante di questa tornata elettorale. L’astensionismo ha raggiunto la percentuale del 45,31 quota mai raggiunta nella storia repubblicana. Il record negativo è stato registrato a Milano e Torino, proprio nell’ex cuore pulsante dell’industria italiana, in cui la partecipazione politica di massa era più accentuata.

La democrazia italiana, già in stato comatoso, probabilmente morirà a causa del dissanguamento del corpo elettorale. Va estinguendosi cioè la partecipazione popolare alla politica, dato la divaricazione sempre più marcata creatasi sia nella società civile che nelle istituzioni politiche tra classi dirigenti elitarie e masse di cittadini emarginate ed escluse dai centri decisionali della politica.

La politica mediatica si pone l’irrisorio problema se questo risultato elettorale possa rafforzare o indebolire il governo Draghi. Ma per Draghi è del tutto indifferente l’esito di questa competizione elettorale, dato che il suo governo non si è insediato in virtù di una maggioranza emersa dal consenso popolare. E’ nella sostanza un governo tecnico (e governo del Presidente), camuffato politicamente dal sostegno di quasi tutto il parlamento, che impone l’attuazione delle direttive europee, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti.

Con il governo Draghi si è imposta una cabina di regia di stampo oligarchico e tecnocratico che di fatto ha esautorato il potere legislativo del parlamento. I partiti della compagine governativa rivestono una funzione notarile, quella cioè di legittimare politicamente decisioni ed indirizzi già concordati e, nella sostanza, imposti dagli organismi della UE (vedi riforme e condizionalità del NGEU). In questo contesto, le elezioni quindi di tramutano in acclamazioni, in un assenso formale simile a quello vigente dei regimi totalitari.

Gli stessi partiti di governo hanno accettato questo ruolo subalterno, con l’intento di deresponsabilizzarsi politicamente: non vogliono cioè assumersi la paternità di leggi e riforme impopolari. A tal fine hanno investito Draghi del potere decisionale, un uomo che vanta un grande prestigio nella UE e non necessita di consensi elettorali. Draghi è pertanto quotidianamente acclamato ed esaltato dalla politica ufficiale e dal circo mediatico, al punto di invocare una sua permanenza al governo illimitata, un premierato simile alla presidenza a vita conferita a Xi Jinping in Cina. Ma è certo che i partiti di governo pagheranno assai duramente questa svolta “draghista” in termini di consenso e credibilità.

La crisi della democrazia in Occidente è da imputare proprio alla formazione dei governi di unità nazionale scaturita da stati di emergenza, ma poi divenuta governance ordinaria e permanente. Con l’unità nazionale viene meno la dialettica democratica degli schieramenti contrapposti, del necessario confronto tra maggioranza e opposizione. La tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra (ridotta ormai ad un talk show permanente), nell’unità nazionale si dissolve in un centrismo asettico conformista, privo di idee e contenuti politici, limitato alla gestione dell’esistente.

La politica si è convertita in antipolitica istituzionale. I poteri decisionali sono stati devoluti ad organismi sovranazionali: l’antipolitica ha soppiantato dal democrazia.

Quali le ragioni di questo astensionismo di massa? Esse sono molteplici. Ha certo influito l’emergenza pandemica, che ha prodotto uno stato di angoscia collettiva per la propria sopravvivenza. Si è quindi affermato un regime terapeutico, cui ha fatto riscontro una totale soggezione delle masse ai provvedimenti governativi emergenziali e alle autorità sanitarie. Si è generato un clima di accettazione acritica della politica dell’emergenza.

La pandemia ha inoltre determinato il fenomeno del riflusso nella sfera privata dell’esistenza e quindi un atteggiamento di indifferenza nei confronti di una politica divenuta estranea alle problematiche individuali.

Ma soprattutto ad incidere sulla diserzione dalle urne è stata la delusione derivante dal tradimento delle aspettative di cambiamento che il popolo italiano aveva riposto nel M5S, che, grazie al successo elettorale nelle elezioni politiche del 2018, era diventato partito di maggioranza relativa.

Il M5S, che formò con la Lega il governo gialloverde Conte 1, rappresentava il superamento della dicotomia destra / sinistra, adottò un atteggiamento critico verso la UE in difesa della sovranità nazionale, istituì il reddito di cittadinanza e approvò in tema previdenziale quota 100 (un parziale superamento della legge Fornero). Ma poi, sia il M5S che la Lega vennero meno alle promesse di cambiamento. Il M5S diede vita al governo giallorosso con il PD (aveva giurato “mai col PD”) e insieme alla Lega ha aderito al governo Draghi.

L’astensionismo di massa è quindi interpretabile come la manifestazione di netto dissenso verso la classe politica nella sua generalità, specie nei confronti di quei partiti che hanno tradito le istanze di cambiamento sistemico emerse dalla società civile. E’ stato ripetutamente affermato che il successo del PD sia frutto di una scelta dell’elettorato per i partiti tradizionali, in quanto “usato sicuro”, preferibile al velleitarismo confuso dei partiti populisti del cambiamento. Ma l’astensionismo dilagante dimostra invece che il PD, unitamente ai partiti ascari di Draghi, rappresentano invece un “usato da destinare allo smaltimento dei rifiuti urbani”. Infatti sia il centrodestra che il centrosinistra non sono riusciti a riconquistare le periferie.

L’astensione non è affatto un sintomo di qualunquismo e / o indifferenza, ma semmai della impotenza della politica a contrastare un modello neoliberista, la cui governance è appannaggio di una classe dominante finanziaria – tecnocratica, che ha determinato la destrutturazione delle istituzioni democratiche.

Non esiste oggi un partito anti – Draghi. Non esiste dunque una opposizione credibile e rappresentativa delle masse emarginate. Il popolo subisce gli effetti devastanti di un incombente processo di ristrutturazione del capitalismo, quale si rivela essere la quarta rivoluzione industriale. Si moltiplicano le crisi industriali, aumentano le diseguaglianze sociali e la disoccupazione. E non sarà certo Draghi ad affrontare questo dissesto sociale ed economico accentuatosi con la pandemia, dal momento che egli stesso ha dichiarato come non sia opportuno sostenere imprese non adeguate alla innovazione e alla competitività del mercato, vale a dire la piccola e media impresa.

Questa tornata elettorale ha evidenziato la stratificazione classista di questa società. Infatti, mentre la percentuale dei votanti è risultata elevata nelle aree residenziali delle classi più elevate, l’astensionismo è stato invece dilagante nelle periferie. Sono state le classi dominanti a determinare il successo del PD, quale  sostenitore talebano di Draghi, premier di un governo di esperti, liberali e convinti europeisti, soprattutto in avversione al populismo sovranista diffuso tra le classi popolari. Il PD è il partito della sinistra classista. Ma il suo classismo è capovolto, in favore delle elite. Le classi dominanti progressiste e liberiste, ostentano uno sdegnoso disprezzo, un quasi – razzismo nei confronti delle classi subalterne. Sostengono Draghi perché privo di una linea politica: sono infatti i meccanismi finanziari della UE e del libero mercato globale a determinare gli orientamenti della politica.

La borghesia che conta non ha partiti di riferimento, le sue scelte consistono nell’adeguamento dei propri interessi all’andamento della politica corrente. Non a caso, la Milano – bene, che per un ventennio circa aveva sostenuto Forza Italia, ha trasferito i suoi voti in massa in area PD. Tra l’altro, nelle stesse zone, anche Scelta Civica di Mario Monti aveva trionfato.

La nuova borghesia ha fatto propria l’ideologia neoliberista della global class, da cui tuttavia, presto o tardi sarà fagocitata e proletarizzata.

In realtà, nel sistema liberaldemocratico attuale, i voti non hanno soltanto una valenza numerica, ma hanno anche un peso politico differenziato. Tutti i voti rappresentativi di interessi consolidati nella società vengono ritenuti meritevoli di tutela politica e, oltre ad essere rappresentati nei parlamenti e nei governi, hanno il potere si influenzare l’indirizzo politico dei governi. Al contrario, i voti delle classi inferiori, non sono rappresentativi di interessi dotati di valenza politica. Anzi, il popolo necessita invece di tutele sociali e politiche occupazionali e assistenziali. Pertanto, alle esigenze delle classi popolari non è riservata una adeguata rappresentanza politica.

Gli stessi partiti, al di là delle percentuali di consenso popolare, hanno un peso specifico diverso. Solo quei partiti che rappresentano gli interessi delle classi dominanti nella società civile sono in grado di incidere nel governo del paese. Al contrario, qualsiasi partito populista, dinanzi ai rapporti di forza consolidati nella società civile, è totalmente disarmato, quand’anche esso disponga della maggioranza dei consensi elettorali.

Del resto, sono oggi i mercati a legittimare e orientare la linea politica dei governi abrogando, nei fatti, la democrazia e la sovranità popolare. Infatti, il commissario UE Oettinger, giudicando l’operato del governo gialloverde non compatibile con le direttive europee, ebbe ad affermare: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”. La liberaldemocrazia è tornata alle proprie origini: nei fatti si sta tornando alla democrazia censitaria del secolo XIX°. Un sistema elitario cioè in cui il voto è divenuto un privilegio riservato alle classi abbienti e non un diritto politico universale ed indisponibile come nelle democrazie moderne.

Questa esplosione assenteista è l’espressione di una presa di coscienza generale delle masse della irrilevanza politica delle classi subalterne e quindi del voto popolare.         

Amministrative, i tre mali del centrodestra (o quattro?)

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IL COMMENTO POST ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2021

di Giuseppe De Lorenzo

È inutile nasconderselo: le elezioni amministrative 2021, che già iniziavano sotto cattivi auspici, sono andate persino peggio del previsto. Al di là del premio di consolazione – la Calabria e, forse, qualche Comune che la coalizione riuscirà a conservare – il centrodestra viene stracciato al primo turno a Milano e Napoli, a Torino parte in svantaggio e a Roma, probabilmente, soccomberà al ballottaggio (mai dare nulla per scontato, ma all’alba del giorno dopo, questa è la proiezione).

I tre motivi della disfatta

L’analisi della sconfitta non può prescindere da tre elementi di riflessione. I tre vicoli ciechi che hanno eroso una squadra, fino a poco tempo fa, col vento in poppa e dai quali non è detto sia possibile uscire.

1. L’incapacità di offrire una classe politica all’altezza, unita alla paura di amministrare. Un fattore abbastanza sorprendente soprattutto nel caso della Lega, che tradizionalmente aveva nel buongoverno locale un suo punto di forza. L’indisponibilità di big da giocarsi nelle metropoli, in realtà, è stata solo uno dei fattori in gioco: sicuramente, a spingere verso la scelta di candidati estranei ai partiti e oggettivamente deboli e impreparati, sono stati il timore di raccogliere sfide pericolose come banco di prova nazionale (Roma), le liti e le fratture interne alla coalizione e la costituiva difficoltà del messaggio sovranista a penetrare nei grandi centri urbani (Milano). Anche se – valga come monito a quelli di scuola giorgettiana – non hanno scaldato i cuori degli elettori nemmeno candidati tutt’altro che radicali, come i borghesissimi Luca Bernardo nel capoluogo lombardo e Paolo Damilano sotto la Mole.

2. È indubbio, tuttavia, che sulla disillusione dei sostenitori della coalizione – è il secondo spunto – abbia pesato la sostanziale irrilevanza politica dei sovranisti. Gli uni (Fdi), in quanto ancorati a una scelta d’opposizione coerente quanto si vuole, ma alla fine improduttiva: il partito di Giorgia Meloni ha un’indiscutibile forza critica, però è inevitabilmente marginale rispetto alle decisioni che contano e che esso deve limitarsi a subire. Gli altri (il Carroccio), nonostante avessero scelto di entrare nell’esecutivo di Mario Draghi proprio “per incidere”.

La realtà è che anche l’ala moderata o governista, alimentata dai presidenti delle Regioni del Nord e capitanata da Giancarlo Giorogetti, non ha portato a casa nulla: non l’apertura delle discoteche, non i tamponi gratis per il green pass, non la propulsione alla produzione di vaccini italiani, mentre l’abbandono dei lockdown duri derivava prevalentemente da un’intima convinzione di Draghi, il quale di sicuro non si concepisce come un uomo chiamato a gestire un Paese fermo. Giorgetti, per adesso, ha solo l’onere di affrontare le crisi industriali al Mise. Un ministero che appariva un grande riconoscimento alla Lega e che, a ben vedere, potrebbe essere stato un trappolone. Nel frattempo, Draghi & company preparano un’imboscata fiscale già nel cdm odierno. Tutto ciò ha suscitato una sensazione di disempowerment e di scoramento nell’elettorato d’area: la gente ormai ha capito che, comunque vadano le elezioni, non cambierà nulla.

3. Questo ci porta al terzo, più buio vicolo cieco: l’inagibilità politica. Un centrodestra a trazione sovranista finirebbe in un cul de sac, quand’anche vincesse le elezioni 2023. Da un lato, resterebbe esposto, com’era già successo ai gialloverdi nel 2018-2019, alle imboscate dei mercati finanziari e dell’élite europea. Dall’altro, sarebbe comunque vincolato in partenza agli impegni sottoscritti col Pnrr e modellati sulla base delle “raccomandazioni” dell’Ue all’Italia. Cercare di sottrarsi alla tenaglia significherebbe, con ogni probabilità, perdere l’accesso alle fonti di finanziamento del debito pubblico e le risorse garantite dal Next generation EU.

Noi di “Christus Rex” aggiungeremmo un quarto motivo: la mancanza più assoluta di un orizzonte valoriale metapolitico chiaro e condiviso da tutto il centrodestra. Ricordiamo che Salvini faceva incetta di voti quando parlava da cattolico e proponeva principi con solide radici cristiane, senza timore di andare controcorrente. Ci sarà ancora posto, nel centrodestra, per incidere come cristiani? Crediamo che nei fatti, nelle aperture anche alle persone maggiormente rappresentative di quest’area conservatrice e tradizionalista, della quale si sente orfano di rappresentanza almeno un milione di “tradizionalisti” anonimi, si possa e si debba ragionare. Se si annacqua il tutto per paura del politicamente corretto e del Pensiero Unico, il centrodestra è destinato, a nostro avviso, a continue debacle. Le linee siano chiare fin da principio, senza tentennamenti, ricordando che, anche in politica, come nella vita, nella morale, nell’etica, due + due fa sempre e solo quattro. (N.d.R.)

Come scrivemmo già su questo blog, il Recovery fund commissaria la destra per i decenni a venire. Il che, peraltro, rende quanto mai incerte le geometrie parlamentari del 2023, fermo restando che, per formulare ipotesi, è necessario scoprire chi arriverà al Quirinale. Ad esempio, se Draghi restasse a disposizione di un incarico a Palazzo Chigi, mettereste la mano sul fuoco sul fatto che Forza Italia s’imbarcherebbe in un’impresa con leghisti e meloniani, anziché riproporre una grande coalizione, ovvero una conventio ad excludendum contro i sovranisti?

Era ieri, quando il caos immigrazione metteva il turbo alla Lega di Matteo Salvini. Eppure, è come se fosse passata un’eternità.

Giuseppe De Lorenzo, 5 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/amministrative-i-tre-mali-del-centrodestra/

 

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Il Quirinale sembra il Bar Sport

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di Max Del Papa per https://www.nicolaporro.it/il-quirinale-sembra-il-bar-sport/

Ormai il Quirinale sembra una specie di Bar Sport, lussuoso ma Bar Sport. In questa estate felice, felice per molti ma non per tutti, atleti di tutte le discipline e di tutte le taglie vincono le Olimpiadi, i Campionati Europei poi vanno al Quirinale recando, come Re Magi muscolosi, la maglia n. 1 con su scritto: “Mattarella”. E tu ti immagini il Presidente che salta con l’asta o corre i centro metri o para i rigori, non tutti. Sempre che non sia occupato con le Frecce Tricolori o a inaugurare qualche scuola, qualche iniziativa benefica o culturale con le soavi banalità che corredano il rito: “La scuola in presenza è il simbolo di un nuovo risorgimento”. Povero Cavour!

Il silenzio di Mattarella sulla scuola

Veramente la scuola in presenza è già sconfessata dalle decine di casi di singoli contagiati che obbligano allo stop e alla dad intere classi, scolaresche al completo. Ma sono i contraccolpi della improvvisazione e della impreparazione, di cui il nostro Mattarella Number One si disinteressa. Nessuna messa in regola, nessun adeguamento strutturale, nessun potenziamento dei pubblici trasporti e lui non fiata: solo vaccini vaccini vaccini, per tutti anche per i feti e allora il Capo dello Stato sorride, un po’ sfingeo, perché è certo che questa non è la strada migliore ma proprio l’unica per uscire dalla pandemia. Quanto a dire l’immunità di gregge al 100%, improponibile in natura.

Il ritornello del Colle: “Ci vuole più Ue”

Un’altra cosa che il nostro “Notaio di tutti gli italiani” ripete sempre è che ci vuole più Europa, per dire più integrazione. Cioè precisamente quello che è mancato, totalmente, pervicacemente, nei 30 anni di vita dei falansteri di Bruxelles e di Strasburgo. Nessun coordinamento su niente, come dimostrano le mille emergenze che non sono più tali, sono come quelle febbriciattole croniche che non ci si dà più la briga di curare, tanto è inutile. Dai clandestini alla sicurezza, dall’approvvigionamento energetico ai relativi costi e speculazioni, dalla pubblica salute alla tutela dei prodotti nazionali: Parmesan e Prosek confusi con Parmigiano e Prosecco, e sono meraviglie che conquistano il mondo, ma per la UE va tutto bene. Va tutto bene, anche la colossale speculazione in atto sul grano, anche lo scempio che si fa dell’aceto balsamico, squisita alchimia modenese, ed è fin troppo chiaro che ciò a cui punta l’Europa è la distruzione delle quote di mercato, l’indebolimento progressivo del sistema Italia. Ma che dovrebbe fare una superburocrazia inefficiente e sprecona sensibile ai voleri e alle lusinghe di quelli come Bill Gates, che dopo i computer e i vaccini si è infilato nel megabusiness della carne sintetica, un affare da 25 miliardi di dollari? La UE che si vuole “sempre più integrata” prende nota e spinge per dannare la vita per allevatori, casari, vinicoli e tutto quello che può mantenere in vita un residuo orgoglio patrio e una economia dell’eccellenza.

Anche sul disastro umanitario dell’Afghanistan, l’ineffabile Europa si è distinta per una serie di incontri, di pranzi, di brindisi, di dichiarazioni roboanti, di assicurazioni retoriche, “non lasceremo solo il popolo afghano” e poi si è eclissata. Ma niente paura, basterà integrarci di più, come, dove poi ce lo spiegherà il Presidente che viaggia, inaugura, sorride e colleziona magliette. L’importante è che ci si vaccini ogni sei mesi, che tutti siano felici col greenpass e che non si voti, operazione del resto inutile visto che al governo ci sono praticamente tutti e vivono felici così. Anche dell’Italia la signora Ursula Von Der Leyen, con quella pettinatura da Eurofestival e l’aria perversa di Charlotte Rampling nel “Portiere di notte”, ripete che non va lasciata sola; e più lo ripete e meno l’Italia viene considerata, se non per farne la pattumiera dei problemi continentali, delle emergenze che non sono più emergenze.

Da cui si evince il vero ruolo di un Presidente da noi: ruolo gattopardesco, operare in sordina, felpato, sottotraccia, purché nulla cambi. La chiamano moral suasion, è attivitàr nacolettica ma efficace in modo micidiale come lo sono i barbiturici. Questo sarebbe precisamente il deep state nelle sue articolazione burocratiche da piovra. Lo Stato evidente, invece, quello per così dire alla luce del sole si salva con le commemorazioni, i ricevimenti, le cerimonie da Bar Sport, le banalità esatte dal rito, a volte innocenti altre volte francamente insopportabili o impuni. Ma coraggio, siamo nel semestre bianco e ci si interroga sul successore. Il governo dell’ammucchiata partitocratica, si interroga, cioè si ricatta e si mette d’accordo in maniera brigantesca. Da noi un Presidente eletto dai cittadini non è ammissibile, perché niente deve cambiare e tutto sommato forse è meglio così, vai a capire chi rischieremmo di ritrovarci con questi chiari di luna.

 

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