Archivio per la categoria QUINTA COLONNA

La pasqua vegana secondo greta

Ovviamente, noi abbiamo mangiato un fantastico agnello e poi una fiorentina di rara bontà. Perché Dio ci ha messo a disposizione certi animali per nutrirci della loro carne. Alcuni, anche per usanza religiosa.

QUINTA COLONNA
di Marcello Veneziani

Come si traduce Greta in versione pasquale? Pranzo vegano, come ha detto lei stessa. Il gretismo dalle piazze si è spostato sulle tavole pasquali e alimenta la guerra civile dell’Agnello. Da una parte i cultori carnivori della tradizione secondo i quali non c’è Pasqua senza agnello, capretto o affini da mangiare; dall’altra i seguaci della setta planetaria di Gretology, nel nome vegano dell’animalismo e dei diritti degli agnelli. Esenzione totale degli agnelli dai banchetti pasquali, immunità sacramentale del capretto. Che un agnello debba morire di vecchiaia o di malattia e non di banchetto pasquale, è una delle conquiste dovute all’umanizzazione degli animali e alla parallela animalizzazione dell’umanità. Posso capire che qualcuno scelga la via vegetariana; li rispetto, comunque sono fatti loro. Li capisco meno quando vogliono stravolgere tradizioni e processare religioni, generare sensi di colpa collettivi, propagare fanatismi che spezzano il ciclo naturale e la catena alimentare. Personalmente propendo per una soluzione di compromesso: consumate l’agnello pasquale ma di pasta reale. Così l’agnello in carne e ossa è salvo, e il rito dell’agnello pasquale pure. Anche se reputo frustrante per l’agnello non essere più al centro delle attenzioni pasquali, perdere la sua giornata di gloria, anche se finiva in tegame, e tornare a una banale marginalità. A meno che si senta una specie di rifugiato politico, seppur strumentalizzato dal politically correct. Col fastidio aggiuntivo di avere nei convertiti vegani dei concorrenti erbivori.

Ma al di là di Pasqua resta irrisolto un mistero, che è poi un’ingiustizia. Perché se vai al bar trovi il cornetto vegano, se vai al supermercato trovi la linea per i vegani, se vai ai ristoranti trovi cibi per vegani, e invece se sei diabetico non trovi un beato fico? Perché una scelta dietetica, una credenza, a volte una moda, trovano ampio spazio nei nostri negozi e invece una malattia, uno stato di necessità, che riguarda milioni di persone, non trova spazio nella nostra società? Non accampate le ragioni di mercato perché varrebbero anche per il target più vasto dei diabetici. È una scelta ideologica, è un prolungamento dell’ideologia global di Gretology. È il dieteticamente corretto, è il bergoglismo alimentare, è l’animalismo come religione dell’umanità. Prosegui la lettura »

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La Chiesa brucia nell’odio

 

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Sembrava un missile dell’antichità la guglia di Notre-Dame che si è staccata nell’incendio, ricadendo sulla stessa rampa di lancio da cui partiva. Sembrava il razzo di una tecnologia perduta, chiamata fede, che puntava al cielo per tornare al Padre e che invece ora cadeva al suolo, come un tizzone ardente verso l’inferno. Razzi era il titolo dei lampeggianti aforismi di Baudelaire dedicati alle rovine della modernità, al cortocircuito del progresso, all’incendio della tradizione.

Le Chiese, le cattedrali, sono luoghi simbolici, liturgici, rituali. E così vanno considerati. Se una Chiesa brucia, se la più rinomata cattedrale d’Europa brucia, qualcosa vorrà dire nel regno allusivo dei simboli. E il silenzio del Papa rientra nella simbologia dell’evento. Appena ho visto l’incendio, ho pensato al suicidio di Dominique Vennier in Notre-Dame, la primavera di sei anni fa, per testimoniare il suicidio della nostra civiltà. Certi atti profanatori scatenano energie negative, evocano demoni, direbbe un religioso al tempo in cui fu eretta Notre-Dame.

Sessanta chiese bruciate nell’arco di pochi anni in Francia, magari durante i restauri, sono un bilancio preoccupante che possiamo sbrigare come un caso, un dato statistico su 45mila edifici sacri, come gli incidenti sul lavoro. Ma risale poi nel nostro immaginario, tra mito e superstizione, il nesso tra il suicidio della cristianità e la distruzione delle chiese, tra l’abbandono della fede e l’incuria che porta all’incendio, tra l’odio verso la cristianità e il fuoco che l’avvolge, tra la denuncia papale che le chiese sono vuote di fedeli e sacerdoti e dunque va ridefinita la loro destinazione d’uso e lo scempio sotto i nostri occhi… Prosegui la lettura »

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Un ponte tra vecchi e giovani

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ma non si può correggere strada facendo il reddito di cittadinanza, renderlo socialmente più utile, eticamente più degno, economicamente più sostenibile, collegato a un’attività anziché a una passività? Non dico abolirlo, a questo punto, dico almeno correggerlo, riportandolo alla realtà. Cerco di spiegarmi.

Innanzitutto, cosa non va del reddito di cittadinanza? Che viene assegnato lasciando praticamente a casa il beneficiato o lasciando che questi possa lavorare in nero. Un reddito assegnato a prescindere dall’impegno, dai meriti e dalle capacità. Le prime avvisaglie del suo perverso funzionamento non mancano e restano avvolti nella mitologia parastatale i cosiddetti navigator o coach che dovrebbero vagliare le richieste e gli accessi al reddito di cittadinanze.

Non va che sia un reddito improduttivo, un gravoso onere a carico della collettività, e che sia affidato a un vago percorso di inserimento nel lavoro, in base al quale saranno via via presentate al beneficiario offerte di lavoro (scaturite da dove, generate da chi?). Tutto molto fumoso, anche se lastricato di buone intenzioni. Invece proviamo a fare un altro discorso, partendo dalla società in cui viviamo.

Dunque, viviamo in una società di vecchi, sempre più vecchi e soli, abbandonati al loro destino e alla tv. I giovani a loro volta abbandonano le città, soprattutto i paesi del sud, vanno via in cerca di fortuna. Si crea nelle nostre società un terribile razzismo anagrafico per cui i vecchi possono stare solo coi vecchi e i giovani stanno solo coi giovani, non c’è più comunicazione attiva tra le generazioni, si è aperto un baratro tra le età. Le famiglie si sfasciano tra i vecchi da assistere e i figli che “divorziano” dai loro genitori perché devono andare a cercarsi un lavoro lontano. Che ne sarà di tanti centri in cui i ragazzi vanno via, ridotti a cronicari o a luoghi di ricovero per migranti senza lavoro? È una grave emergenza ma non c’è nessun discorso politico e sociale che provi ad affrontare la questione. Prosegui la lettura »

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Mamma la destra!

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani
“Chi cerca il terremoto prossimo venturo deve andare in fondo, a destra. È l’area politica più attraversata dallo spirito dei tempi, uno spirito ribelle che soffia nelle sue vele spingendola quasi ovunque verso il successo elettorale, dopo la conquista dell’egemonia culturale, con i pensieri concorrenti in ritirata”. Mamma mia, chi è questo prosatore di destra in preda all’entusiasmo e al delirio di onnipotenza? È Ezio Mauro, già direttore de la Repubblica in un editoriale dell’altro giorno sul medesimo quotidiano. Abbiamo omesso solo una parola di quel brano – “feroce” – che dà una connotazione negativa al testo, ma per il resto sembra scritto da un euforico annunciatore della destra dilagante. Invece, per dirla con Ungaretti, è solo allegria di naufragi. Ma ha ragione il sismografo Mauro, c’è davvero nell’aria questo terremoto, questo vento possente e globale, questa egemonia culturale destrorsa?

Che ci sia un’inversione di tendenza nel mondo, di segno populista, identitario, a volte conservatore e sovranista, per usare il gergo corrente, lo scriviamo da tempo. E che in questo alveo si spiega il successo della Lega di Salvini è altrettanto evidente. Ma ha senso parlare ancora di destra se le forze che rappresentano quest’ondata quasi mai si definiscono tali e se il vecchio linguaggio novecentesco riesce a malapena a sopravvivere in modo residuale? Prosegui la lettura »

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La Spagna tra Franco, i rossi e José Antonio

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Con l’aprile di ottant’anni fa finiva in Spagna la sanguinosa guerra civile. Il Caudillo Francisco Franco andava al potere. La Spagna conservatrice, cattolica, militare e nazionalista debellava la Spagna repubblicana, comunista, laica e antifascista. Il franchismo è stato il bersaglio ideale per concentrare in una sola immagine il Nemico Assoluto della modernità e della sinistra: golpista, militarista, fascista, clericale, servo degli americani. Un riassunto ideale del Nemico e la rappresentazione militare di Dio, Patria e Famiglia. In Italia poi, col paradigma franchista si prendevano due piccioni con una fava: il fascismo e la Dc, rispetto ai quali Franco era ritenuto l’anello di congiunzione, la dimostrazione vivente del clerico-fascismo, sintesi reazionaria tra militare, clericale e dittatore. Il clerico-fascista è il cugino opposto del catto-comunista. Lo confermava il sostegno che la Chiesa, poi l’Opus dei, gli agrari dettero al franchismo.

In realtà, la vittoria di Franco segnò una duplice sconfitta: una maggiore del comunismo e del laicismo repubblicano che era suo alleato; e una minore, ma non meno significativa del fascismo. Qui entra in gioco la figura chiave del “fascismo” spagnolo: il marchese José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Movimento falangista. Una lettura di comodo racconta che la Falange diventò una colonna del regime di Franco che instaurò in Spagna il culto di José Antonio. In realtà le cose andarono diversamente. La Falange voleva realizzare una rivoluzione ulteriore, che partendo dal socialismo e dal sindacalismo si volgesse in chiave nazionale e spirituale. Contro il ripristino dell’ordine sognato da conservatori e militari, José Antonio nel manifesto della Falange sognava un ordine nuovo: “Nessuno ci supera nella rabbia e nel disgusto verso l’ordine conservatore, affamatore di masse enormi e tollerante verso le dorate oziosità di pochi”. E aggiungeva: “Dopo gli scontri, ogni collaborazione con gli elementi dell’ordine è espressamente proibita”. Prosegui la lettura »

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Si fanno scudo dei bambini

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Ramy e Adam, Greta, Nora, la bambina di dieci anni usata come testimonial contro la legge Pillon, Marius, il bambino protagonista del film C’è tempo di Walter Veltroni (che aveva già realizzato un film infantile intitolato I bambini sanno); e La paranza dei bambini, il film-libro di Roberto Saviano, ma soprattutto i bambini esibiti nei congressi, nelle manifestazioni di piazza del Pd, usati nelle scuole o nei programmi alla Fazio per campagne anti-mafia, cortei anti-razzismo, anti-omofobia, anti-inquinamento, meglio se neri, rom, migranti o disabili. È finita in mano ai ragazzini l’utopia di un mondo migliore.
Se vogliono far sbarcare immigrati o sostenere lo ius soli, mostrano le immagini di un bambino, raccontano una storia straziante, come quella del bambino annegato con la pagella cucita sul petto; cercano di far passare gli sbarchi e i flussi migratori tramite il caso pietoso, la storia struggente, la tenerezza a cui è da bestie dire di no. Si fanno scudo dei bambini, li usano come cavalli di Troia.
La sinistra italiana sarà abortista, poco incline verso la famiglia naturale e la maternità, propenderà per le coppie omosessuali, strizzando l’occhio agli uteri in affitto, ma da qualche tempo si è data alla puericultura e all’uso dei bambini come testimonial delle sue battaglie o di quelle che vuole strumentalizzare. In quel modo vuol confermare la sua superiorità sul piano morale, civile e sentimentale e la sua sensibilità speciale nei confronti del futuro e delle generazioni che verranno. Vogliono ipotecare il futuro, monopolizzando il pensiero “puerilmente corretto” dei bambini, ritenuto naturaliter di sinistra. Una forma politica di pedofilia, in senso etimologico, s’intende.
Certo, l’uso dei bambini fa parte non da oggi del repertorio della politica, per non risalire ai tempi remoti, basti pensare al Novecento: l’uso che ne hanno fatto i presidenti americani, i papi, i sovrani e i regimi totalitari rossi e neri, è stato massiccio e mai casuale. Esibire la carezza di un leader a un bambino, fotografare un quadretto di famiglia, farsi rubare con apparente casualità un’immagine puerile o una scena privata, fa parte da tempo del gergo politico e delle sue strategie di comunicazione. Anche Sandro Pertini, che pure non aveva avuto figli e nipoti, voleva apparire come un nonno che amava i bambini. Pure Sergio Mattarella, appena può, pertineggia. Associare la propria immagine ai bambini rende più affabili e affidabili. Prosegui la lettura »

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Si fanno scudo dei bambini

GLOBALISTI ALLA FRUTTA

Ramy e Adam, Greta, Nora, la bambina di dieci anni usata come testimonial contro la legge Pillon, Marius, il bambino protagonista del film C’è tempo di Walter Veltroni (che aveva già realizzato un film infantile intitolato I bambini sanno); e La paranza dei bambini, il film-libro di Roberto Saviano, ma soprattutto i bambini esibiti nei congressi, nelle manifestazioni di piazza del Pd, usati nelle scuole o nei programmi alla Fazio per campagne anti-mafia, cortei anti-razzismo, anti-omofobia, anti-inquinamento, meglio se neri, rom, migranti o disabili. È finita in mano ai ragazzini l’utopia di un mondo migliore.

Se vogliono far sbarcare immigrati o sostenere lo ius soli, mostrano le immagini di un bambino, raccontano una storia straziante, come quella del bambino annegato con la pagella cucita sul petto; cercano di far passare gli sbarchi e i flussi migratori tramite il caso pietoso, la storia struggente, la tenerezza a cui è da bestie dire di no. Si fanno scudo dei bambini, li usano come cavalli di Troia.

La sinistra italiana sarà abortista, poco incline verso la famiglia naturale e la maternità, propenderà per le coppie omosessuali, strizzando l’occhio agli uteri in affitto, ma da qualche tempo si è data alla puericultura e all’uso dei bambini come testimonial delle sue battaglie o di quelle che vuole strumentalizzare. In quel modo vuol confermare la sua superiorità sul piano morale, civile e sentimentale e la sua sensibilità speciale nei confronti del futuro e delle generazioni che verranno. Vogliono ipotecare il futuro, monopolizzando il pensiero “puerilmente corretto” dei bambini, ritenuto naturaliter di sinistra. Una forma politica di pedofilia, in senso etimologico, s’intende.

Certo, l’uso dei bambini fa parte non da oggi del repertorio della politica, per non risalire ai tempi remoti, basti pensare al Novecento: l’uso che ne hanno fatto i presidenti americani, i papi, i sovrani e i regimi totalitari rossi e neri, è stato massiccio e mai casuale. Esibire la carezza di un leader a un bambino, fotografare un quadretto di famiglia, farsi rubare con apparente casualità un’immagine puerile o una scena privata, fa parte da tempo del gergo politico e delle sue strategie di comunicazione. Anche Sandro Pertini, che pure non aveva avuto figli e nipoti, voleva apparire come un nonno che amava i bambini. Pure Sergio Mattarella, appena può, pertineggia. Associare la propria immagine ai bambini rende più affabili e affidabili. Prosegui la lettura »

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Perché è scomparsa la storia?

Tutti a lamentarsi che la storia è sparita nei programmi scolastici e negli esami di maturità. E tutti pronti a dire che siamo “prigionieri del presente” e del web, come dicono in tanti, da Liliana Segre a Giuseppe De Rita fino a Sergio Mattarella. Ma perché la storia è sparita dalle scuole, è colpa del governo in carica e della sua riforma?

L’Italia viaggia ormai da anni tra l’amnesia, la nausea e la sazietà di storia. Eppure noi italiani avevamo tanti difetti, non siamo mai stati gran lettori, ma la passione storica ci coinvolgeva, eccitava perfino le tifoserie retrospettive. La storia era sangue e vita. C’erano riviste storiche assai diffuse, da Historia a Storia Illustrata, i settimanali d’opinione vendevano di più quando avevano in copertina personaggi e inchieste storiche (in particolare col duce). Prosegui la lettura »

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Dove si è cacciata la destra?

LE DOMANDE CHE CI PONIAMO TUTTI IN VISTA DELLE EUROPEE

di Marcello Veneziani
Dove si annida oggi la destra, ossia quel mondo variegato e bastian contrario che un tempo si riconosceva in settimanali come Il Borghese e che votava in prevalenza e con qualche riluttanza per la destra nazionale? Facile dire che quel mondo confluito e disperso in un’area definita di centro-destra, fino al popolo delle libertà, si ritrova oggi in parte nella Lega di Salvini, in parte nei Fratelli d’Italia di Meloni, in parte nel non voto, e in più piccola parte finito tra i grillini e i berlusconiani. Ma non ci interessa qui stabilire le quote di rappresentanza e la mappa della diaspora. Ci interessa piuttosto interrogarci sui temi importanti che definivano una destra.

Il primo: dove è finita la destra sociale? Di destre nazionali ci sono vistose tracce, soprattutto perché si conoscono le posizioni di Fratelli d’Italia e della Lega salviniana sui flussi migratori e i diktat dell’Europa. Ma non si vede traccia di quella destra sociale che fu la peculiarità della destra e la sua linea di distinzione dal liberismo e dalla destra liberale. Sarà stata la lavatrice berlusconiana, sarà stato l’infelice esito finiano e dell’omonima corrente, ma oggi la destra sociale non si vede, neanche sotto altro nome.

Seconda domanda: ma la destra in quanto nazionale è antieuropea, a favore dell’italexit oppure no? La destra da cui siamo partiti è sempre stata nazionale ma non è mai stata anti-europea, semmai lo è diventata da quando l’Europa si è ridotta alla Ue. Ha creduto all’Europa nazione o ha accolto l’idea di De Gaulle di un’Europa delle Patrie, ma non ha più pensato in termini di nazionalismo introverso e chiuso. Il tema forte per una destra del futuro sarà salvare l’Europa dagli europeisti; i tecnici, eurocrati, i piùeuropeisti. Una destra vera deve perorare la sovranità nazionale dentro la sovranità europea, richiamare l’Europa come civiltà e come risposta al mondo globalizzato. Prosegui la lettura »

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Il fascismo, mille anni fa

Quinta colonna. Marcello Veneziani.

Come  oggi, cent’anni fa, venne al mondo il Male Assoluto, il Fascismo Eterno. Curioso che la diabolica Eternità abbia un atto di nascita: il 23 marzo del 1919, a Piazza San Sepolcro, a Milano, nacquero i Fasci di Combattimento. Il Fascismo eterno ebbe due genitori senza i quali non sarebbe venuto al mondo: il socialismo e la guerra (o l’interventismo). Non capiremmo il fascismo senza risalire ai suoi genitori. Il fascismo è dentro la storia del socialismo, come un suo capitolo interno: il fascismo ne fu figlio e figliastro, eredità e reazione. Se è eterno il fascismo, eterno dovrebbero essere pure il socialismo da cui nacque e il conflitto da cui scaturì. In realtà i fenomeni storici sono parabole: hanno un’alba, un apice e un tramonto, di cui restano eredità, tracce e memorie. Il fascismo come il comunismo può a volte riaffiorare o riecheggiare ma non è eterno. Storicizzare il fascismo è l’unico modo per comprenderne il senso, la portata e gli effetti. Prosegui la lettura »

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