La transeuropa per tutti i gender

di Marcello Veneziani

Mentre le forze politiche litigano sul Mes, tomo tomo cacchio cacchio, l’Europarlamento ha approvato il Ces, che come dice la sigla da noi liberamente desunta, è un luogo di pubblica indecenza. La spiegazione dell’acronimo è alla fine dell’articolo, ora vi racconto le premesse. Il Parlamento europeo ha approvato nel silenzio-assenso di tutti, cattolici e leghisti inclusi, una risoluzione che confuta i generi stereotipati, ovvero – fuor di linguaggio eurocratese- reputa il sesso maschile e femminile e dunque i ruoli genitoriali del padre e della madre come stereotipi di cui liberarci.

Con 500 voti a favore e 91 contrari è passata l’altro giorno la risoluzione con la quale l’europarlamento invita il Consiglio a concludere la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, nota anche come Convenzione di Istanbul. La convenzione fu approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 a Istanbul (da noi c’era ancora Berlusconi sotto attacco). Detta così, a prima vista, nessuno sarebbe e oserebbe dirsi contrario. Ma a leggere attentamente tra le righe ci sono aspetti inquietanti che non riguardano solo le violenze alle donne, e che anzi non riguardano solo le violenze in genere. Per esempio quando il Parlamento europeo ribadisce che è “favorevole a uno stanziamento specifico di 193,6 milioni di euro per azioni di prevenzione e lotta alla violenza di genere nell’ambito del programma Diritti e Valori”.

Sapete che vuol dire “azioni di prevenzione”contro la violenza di genere? Insegnare per esempio ai bambini nelle scuole che padre e madre, maschile e femminile sono solo stereotipi del passato mentre i generi sono molti di più e i sessi si scelgono, non sono naturali. L’art. 14 comma 1 lo dice esplicitamente quando richiede «azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati». Le azioni penali contro le violenze verso chiunque, donne, bambini, omo o trans sono già previste da tutti i codici; ma qui si parla di pedagogia, di educazione al gender, veicolando modelli di riferimento alternativi alla famiglia che sfiorano pericolosamente il modello Bibbiano.

Non hanno nulla da obbiettare gli europarlamentari cattolici e popolari, che sono se non sbaglio d’ispirazione cristiana e nei loro programmi politici dicono di voler tutelare le famiglie e i bambini? I loro leader non dicono nulla? E dov’erano i parlamentari leghisti se è vero che gli unici italiani presenti che hanno votato contro sono Carlo Fidanza, Pietro Fiocchi, Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia e Giuseppe Milazzo di Forza Italia, mentre tutti gli altri presenti hanno votato a favore? È possibile che taccia pure la neo-presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, che se non sbaglio è cattolica praticante, esponente dei popolari e madre di numerosi figli? Nulla da dire anche da parte del nostro presidente della repubblica Sergio Mattarella, democristiano d’antico pelo e Giuseppi Conte che nei pur vari travestimenti si è sempre detto cattolico? E la Chiesa imbergoglita tace sull’argomento, il Papa non batte ciglio, la Conferenza episcopale non dice una parola in difesa della famiglia, i preti bellaciao e nientepresepe tacciono commossi? Nessuno che spenda una parola? E i conservatori, i nazionalisti si sono fatti sentire ad alta voce? Dobbiamo riconoscere che da noi l’unico ad aver detto in merito qualcosa di recente e di decente è stato addirittura Romano Prodi che ha denunciato la deriva gaia della sinistra italiana che a suo dire non difende più gli operai ma gli omosessuali.

La denuncia del misfatto euro-turco proviene da Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita & Famiglia, ma non sembra che abbia suscitato altre prese di posizione.“Grazie alla superficialità di tanti eurodeputati – dicono  i due – è stato fatto entrare in Italia un nuovo cavallo di Troia di cui i nostri bambini – e le loro famiglie, aggiungiamo noi – pagheranno le conseguenze”.

A suo tempo, perfino il governo Monti depositò presso il Consiglio d’Europa una nota a verbale con la quale dichiarò che avrebbe applicato “la Convenzione nel rispetto dei princìpi e delle previsioni costituzionali” ossia purché non fosse in contrasto con gli articoli della Carta che tutelano la famiglia. Si erano accorti che veniva inserito materiale scottante pro-gender e preferirono mettere le mani avanti. Furono perlomeno prudenti, forse perché avevano di fronte un’altra Chiesa che non sarebbe rimasta muta.

Come è chiaro, non si tratta di discriminare nessuno, si tratta invece di non relativizzare e declassare il ruolo della famiglia, dei genitori, della procreazione secondo natura, da che mondo è mondo. Si tratta, certo, di tutelare ogni cittadino da ogni violenza e intemperanza ma di riconoscere, come fanno la nostra costituzione, la nostra tradizione civile e religiosa, la nostra civiltà, che la famiglia è l’architrave di ogni società e non può essere sostituita con nessun’altra forma variabile di sessualità e di unione.

La cosa che più sconcerta di questa ideologia alla cirinnà, tanto per dare un nome indicativo del livello in cui veniamo precipitati, è la negazione della realtà, della natura, dell’umanità come le abbiamo finora conosciute e vissute: tutto quel che si chiamava ordine naturale, famiglia, genitori, figli, tradizione, cultura, è ridotto a stereotipo, cioè pregiudizio, convenzione rigida e antiquata, menzogna da cui liberarci. La nomenklatura europea sta sfregiando a colpi di risoluzioni la realtà, la natura, l’umanità anche se in apparenza sembra mossa da motivi morali e umanitari. Non possiamo far finta di niente. Intendiamoci, è solo un tassello, ma si sta costruendo un ordito che ha come bersaglio la famiglia e i sessi secondo natura. Se il Mes colpisce gravemente gli stati sovrani, il Ces – come riassumiamo la Convenzione europea sessuale, colpisce gravemente le famiglie naturali, i loro figli e le coppie genitoriali. Aiuto, Mamma e Babbo, la famiglia è finita nel Ces.

MV, La Verità 1° dicembre 2019

A trent’anni dalla caduta del Muro c’è un nuovo comunismo

Di Francesco Giubilei

A trent’anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, il mondo non è del tutto libero dal comunismo, ci sono nazioni che continuano ad essere governate da leader comunisti, politici e cittadini che si definiscono tali dimenticando i milioni di morti avvenuti in nome del comunismo, così come le privazioni delle libertà individuali portati dai regimi comunisti. Eppure, se apparentemente in Occidente il comunismo è stato sconfitto, in realtà ha solo cambiato forma e, parte della sua ideologia, oggi è rappresentata dal globalismo. Si tratta di un movimento politico-sociale che interpreta gran parte delle battaglie care al comunismo e all’internazionalismo di sinistra unite agli aspetti più deleteri della globalizzazione, un mix micidiale che si è diffuso in modo capillare negli ultimi anni. Continua a leggere

Dio, la più grande scommessa

Di Marcello Veneziani

Ma dove si è nascosto Dio? Non lo trovi in giro, non lo trovi nella vita della gente, non lo trovi nel pensiero, non lo trovi neanche in Chiesa, da qualche tempo. Il vuoto che lascia è gigantesco, tutta la vita nostra si svolge intorno a quel buco nero. Due testi, uno nuovo e uno appena ristampato Lo evocano. Uno è un testo potente e biblico, Il libro di tutti i libri, di Roberto Calasso, il demiurgo dell’Adelphi, che gira attorno a Dio, senza affrontarlo. L’altro, agile, è Sulla fede (Ist. Enciclopedia Italiana) di Giorgio Pressburger per il quale “siamo condannati ad avere fede”.

“Tutti gli dei furono immortali” è invece la citazione ironica che ha dato il titolo a uno strano convegno su Dio nella magnifica certosa di Padula, con una compagnia assortita di testimoni, me compreso, nell’ambito del festival dell’Essere di Vittorio Sgarbi. Declinare l’immortalità al passato è un voluto non-senso, un ossimoro; per renderlo ragionevole dovremmo dire: Tutti gli dei furono creduti immortali. Ma la frase oggi vale a contrario: Tutti gli dei sono creduti inesistenti. In ambo i casi la questione riguarda noi, le nostre convinzioni, non gli dei. Nulla ci dice sulla loro esistenza/inesistenza.

Gli dei, in gruppo o ciascuno, sono morti più volte nella storia, e sono risorti in altre forme. A morire non sono gli dei, ma la nostra percezione di loro.

Della morte di Dio se ne parla dal tempo di Nietzsche. Conosciamo il giorno e il luogo in cui morì Dio: fu il 27 luglio del 1849 nella canonica dove abitava da bambino Nietzsche, A Rocken, in Sassonia. Quel giorno morì suo padre, pastore protestante. La sua morte costrinse la famiglia a lasciare la canonica, a perdere la casa, il luogo dell’infanzia di Friedrich. La morte di Dio annunciata in età matura, è la trasfigurazione della morte prematura di suo padre e dello sfratto dalla Casa del Signore, l’infanzia perduta a cinque anni.

La scomparsa di Dio prese poi la forma della teofobia, e più recentemente dell’ateismo pratico, ossia la rimozione di Dio senza affrontarlo, come se fosse un vaniloquio. E tuttavia la scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati e supplenti – storici, letterari, artistici, filosofici, politici – più uno sciame di divi e divinità passeggere. Al posto di Dio si è inalberata la libertà assoluta dell’Io, un dio che ha perso la testa. Al suo posto c’è l’etica, la legge, l’umanità. Al posto di Dio si ritiene il mondo in preda al Caos e al Caso. Curiosa sorte per un pensiero che respingeva l’idea di Dio come irrazionale e oscurantista e poi lascia le sorti del mondo in balia di un Signore ben più irrazionale e oscuro come il Caos/Caso.

Nel tempo degli dei scomparsi si addice dunque la nostalgia (alla Nostalgia degli dei ho dedicato un libro). Non è la nostalgia dell’Olimpo e del politeismo pagano, ma la nostalgia dei gradini verso il divino; è la nostalgia degli Intramontabili mentre noi tramontiamo, la nostalgia dell’Eterno e dell’Origine. Avere più dei significa riconoscere principi plurali, non consegnarsi a un solo dio terreno (l’Uno si addice al cielo, non alla terra e alle idee che la governano). In terra noi non possiamo conoscere l’intera, assoluta Verità ma solo frammenti: da qui “la poligonia del vero”, di cui parlava Vincenzo Gioberti: la Verità ha tanti lati e noi possiamo conoscerne solo alcuni. La Verità coincide con Dio, ma nessuno ne ha le chiavi e il possesso.

In questa luce chi è Dio? È il nome che diamo alla nostra mancanza, è ciò che non siamo e non possiamo. È il nostro limite. Possiamo andare oltre e dire: Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere. Perché l’Essere o Dio noi lo intuiamo ma non riusciamo a pensarlo e vederlo per intero, esattamente come la Verità. Noi siamo dentro la sua Intelligenza, pensiamo in Dio. L’Essere-Dio precede il pensare, lo costituisce. Per Heidegger noi sopraggiungiamo troppo tardi per gli dei, troppo presto per l’Essere. Stando nel mezzo, viviamo la sua/loro assenza.

Ma a Dio inteso come Essere o Logos manca il calore affabile, umano, del Dio cristiano; manca Gesù Cristo, la storia, ci manca sua Madre, ci mancano i santi, ci manca la vita, la liturgia. Ci manca la famigliarità col divino, la grazia premurosa della Provvidenza, il conforto, la preghiera e la misericordia. Noi siamo dentro quella storia, quel racconto, quella tradizione e raffigurazione.

In Dio rivediamo il Padre, come Nietzsche vide la morte di Dio nella morte di suo padre. Nella Madonna vediamo nostra madre partita per il suo viaggio estremo stringendo tra le mani il rosario, il passaporto rilasciato dalla fede per accedere all’Aldilà. Illusioni, superstizioni? Meglio che il nulla, sostenne Vico, perché la superstizione è quel che resta, superstite, di verità perdute.

Torno al presente, anzi all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza, o la fisica, non confuta né conferma Dio, sposta solo i confini dell’ignoto. Ma non potrà mai illuminare l’infinito. Ci lascia al buio col cerino in mano, e a noi tocca scommettere, come diceva Blaise Pascal, su Dio o sul Nulla. Dio è un rischio, diceva il vecchio Prezzolini. La scommessa va oltre la scienza e oltre il pensare. La nostra mente, il nostro esistere e pensare ci portano a scommettere sull’Essere anziché sul Niente. A garanzia degli imputati di cui non si è provata l’innocenza o la colpevolezza c’è una formula nel nostro ordinamento giuridico: in dubio pro reo, nel dubbio ti assolvo. Nell’incertezza tra l’Essere e il Nulla, tra Dio e la sua inesistenza, scommetti su Dio. In dubio pro Deo.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/dio-la-piu-grande-scommessa/

La sinistra col morto

di Marcello Veneziani

Con un atto lugubre e disumano il governo di sinistra spagnolo, col plauso dei media e della sinistra italiana, se la prende col cadavere di Francisco Franco a 43 anni dalla sua morte e lo caccia dalla sua tomba. La Spagna si divide, il mondo tifa per la macabra svolta di sinistra ma a noi sembra di vedere un film horror in versione Almodovar. Mille problemi, una crisi gravissima, un paese spaccato tra baschi, catalani e indignati; ma lasinistra spagnola, giunta di straforo e in netta minoranza al governo della Spagna, mentre caccia un altro vagone di migranti nel silenzio assordante dell’eurosinistra, compie questo atto politico e simbolico di cui è evidente l’urgenza stringente e la necessità assoluta. E non solo. Continua a leggere

Amazzonia, Migranti & Tortellini

Di Marcello Veneziani

Greto II, al secolo Bergoglio, ha indetto da oggi il Sinodo per l’Amazzonia, affermando la missione del cattolicesimo come guardia forestale del pianeta. Pochi giorni prima un “suo” nuovo cardinale, Mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, aveva esortato al tortellino dell’accoglienza, sostituendo la carne di maiale della tradizionale pietanza di san Petronio con la carne di pollo, compatibile con gli islamici (il prossimo sarà il tortellino vegano). Cresce il rimpianto del Cardinale Biffi, predecessore di Zuppi che diceva: “Mangiare i tortellini con la prospettiva della vita eterna, rende migliori anche i tortellini”. Un altro vescovo, Mons. Michele Pennisi di Monreale, era insorto contro il Ministro della Pubblica Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che nel suo già ricco repertorio di cazzate, aveva annunciato l’intenzione di bandire il crocefisso della scuola per sostituirlo con una bella cartina del pianeta: ma il vescovo siculo non è insorto perché viene espulso Gesù Cristo in croce dalle scuole, ma perché una proposta del genere dà spago e voti a Matteo Salvini. Cristo non conta, è secondario, quel che conta è stanare Salvini, urge frenarlo, non fargli guadagnare consensi. Potrei continuare lungo la stessa linea, citando fiumi di episodi del genere he hanno come protagonisti prelati imbergogliti.
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Il disagio di dirsi italiani

di Marcello Veneziani

Neanche nelle dittature africane o nei regimi sudamericani succede che appena un leader politico lascia il potere sparano su di lui raffiche di processi per metterlo dentro o per sbatterlo fuori, col peana dei soliti sciacalli di professione, col sorriso di iena e la bava d’odio. Appena si è chiusa l’esperienza di governo, si è aperta la caccia grossa a Matteo Salvini: tra fondi russi e fondi bossi, voli di stato e di moto d’acqua, torture ai migranti e alle ong, si sono concentrate in un inquietante trailer tutte le minacce che pendono su di lui. Salvini rischia che il cumulo delle accuse si trasformi in pena di morte civile. Il reato vero di cui lo accusano è il doppio record di consensi popolari e di odio concentrico verso di lui di poteri interni e internazionali. Si conoscono già i programmi per eliminarlo: persecuzione giudiziaria, legge elettorale modificata, sordina mediatica.

Confesso che mi trovo a disagio a vivere in questa fase nel nostro Paese, che esito a chiamare Italia; mi vergogno nel vedere questo spettacolo di saltimbanchi e di cialtroni vendicativi e giustificarlo col suo rovescio, che è finita l’epoca dell’odio e della cattiveria, ora arrivano i buoni e l’umanità. Vivo con sdegno e preoccupazione la retata social contro gli iscritti a CasaPound e Forza Nuova, non dopo un episodio preciso – come le dichiarazioni d’odio dello scrittore Sandro Veronesi, dello chef Rubio, del giornalista Rai Sanfilippo, dell’ex-brigatista Raimondo Etro – ma in generale, per quel che sono, non già per quel che scrivono.

Confesso che mi vergogno da italiano nel vedermi rappresentato all’estero da un avvocato saltafossi, venuto dal vaffanculismo e approdato al paraculismo, premier nel vaniloquio e nelle citazioni farlocche per far capire in mezzo a tanti ignoranti che lui ha studiato; e cita ovvietà sconcertanti, del tipo “Hannah Arendt dice che in politica esistono i pregiudizi”. La banalità del tale… Immagino cosa penseranno in Europa e nel mondo quando lo vedono arrivare come un gagà a tempo scaduto: eccolo il tipico italiano, maggiordomo d’indole, servitore di più padroni, girella e trasformista. Lui conferma ai loro occhi il vecchio stereotipo dell’italiano tipo, suonatore di mandolino e cameriere che sventola il tovagliolo per invogliare a entrare nel ristorante, cicisbeo e compiacente.

Confesso che mi vergogno nel vedere lo spettacolino dei contorsionisti, in Rai, ai vertici delle Forze dell’Ordine, ovunque, fino a ieri silenziosi o addirittura collaborativi con la Lega e ora insorti, col loro antisovranismo a scoppio ritardato, vomitando parole meschine. Confesso che mi vergogno nel vedere le facce dopate del grillin meschino fino a ieri antisinistra e lo stesso Grillo che conclude miseramente una pur brillante carriera di comico e di leader. E le mezze calzette di sinistra elevate al soglio ministeriale, la ressa e la rissa per accaparrarsi i sottosegretariati, che arrivano a vagonate, come nei camion che distribuivano viveri. E poi le priorità di governo che si addensano all’orizzonte, tra suicidio assistito ed eutanasia, tassare i bancomat e il contante, riaprire i porti e i flussi clandestini, nuove tasse e vecchi merletti… Avrei voluto dire: saranno figli di puttana ma sono capaci, sanno governare; e invece neanche quello, al cinismo non corrisponde la capacità, sono davvero poca roba, li conosciamo dai precedenti, dai loro curricula, dai loro programmi, dalle loro intenzioni e dal cemento corrotto su cui regge la loro alleanza.

Confesso infine che avrei voluto dedicare questo scritto ad altri temi di più alto profilo; e sono costretto a rimandare pure una riflessione cruda e disincantata su Salvini, la Meloni, la consistenza dei sovranisti oltre i tweet, i selfie, i comizi, i cortei e i talk show. Ma che volete, quando ti trovi sommerso da questa marea di miserie, tutto viene sospeso e posposto, va in secondo piano; gli errori e i limiti degli uni sfigurano rispetto ai danni e alle carognate degli altri, e ti prende la voglia di dire e di usare toni forti e giudizi drastici. Non riesci nemmeno a farti prendere dal dubbio, quando ti accorgi sotto quale merdocrazia siamo costretti a vivere.

Poco tempo fa avevo rivolto un appello a riprendere la faticosa via del rispetto reciproco, a separare le critiche pur intransigenti dal disprezzo ad personam, a reintrodurre la civiltà del dialogo che seppure a sprazzi c’era fino a qualche anno fa. Un appello caduto nel vuoto, non ripreso da nessuno (unica eccezione Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità). Prevale l’omertà, l’astioso silenzio, il ringhioso disprezzo. E ti porta poi a concludere – dopo avere per una vita teso la mano per dialogare civilmente – che si, davvero, stiamo di fronte a un’associazione di stampo mafioso genericamente definita sinistra e a un circo di saltimbanchi grillini che per campare fanno capriole, cammino sul filo e si cambiano velocemente i costumi da pagliaccio.

Poi, dopo la tempesta subentra la calma. Ti distacchi dalla scena e li vedi con gli occhi dei posteri: cosa resterà di questo feroce carnevale dell’esteta diciannove? Pulvis et umbra. Un mucchio di polvere, tanto squallore. Tutto è così miseramente piccolo, labile, cagionevole che il vento se lo porterà via.

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-disagio-di-dirsi-italiani/

Se è peccato baciare il rosario

di Marcello Veneziani

Atei dichiarati e preti bergogliani, laicisti e gesuiti del nuovo corso, clericali e anticlericali s’indignano uniti per i richiami di Matteo Salvini alla Madonna, al Rosario e al Crocifisso e lo trattano come un blasfemo indemoniato che si avventa sui simboli religiosi per trarre basso profitto elettorale. Già la composizione del fronte, atei e papisti, vescovi e miscredenti, dovrebbe creare imbarazzo. Abbiamo visto sui giornali battute e vignette contro Salvini che mettevano in bocca alla Madonna frasi così scurrili e dissacranti da far capire che non si tratta affatto di una difesa della fede e della Beata Vergine ma solo di un volgare attacco al Nemico Assoluto, prendendo in giro cristi e madonne.

Vorremmo andare al di là della becera polemica e soffermarci sul tema vero, la presenza di simboli religiosi e di richiami alla fede nella vita politica. Già due mesi fa notavo che per noi italiani non è una novità. Un partito ha campato al potere per mezzo secolo chiedendo di mettere una croce sulla Croce, ha usato il richiamo cristiano per scopi elettorali: lo slogan “in cabina elettorale Dio ti vede Stalin no”, diventò il biglietto da visita della campagna per il voto democristiano. Il Fronte Popolare nel ’48 fu sconfitto per l’uso vincente dei simboli religiosi nei comizi, nei simboli elettorali. Certo, erano sobri i De Gasperi e i Moro nei loro richiami alla fede e nessuno poteva dubitare che fossero credenti. Più evidente era il clericalismo di Andreotti pur allusivo, curvo e curiale.

In quegli anni c’era un fenomeno ancor più imbarazzante: non era solo la Dc a usare i simboli della fede per prendere voti e credenti ma erano le parrocchie, le diocesi a trasformarsi in comitati elettorali, distribuivano santini e impartivano istruzioni per il voto: è accaduto per decenni e in certe zone d’Italia ha continuato al tempo di Prodi e dell’Ulivo. E pure ora con Bergoglio… Persino dai pulpiti si facevano prediche mistico-elettorali per far votare Dc e certi candidati. A nulla valeva il richiamo di altri cattolici, di destra o di sinistra, missini e monarchici, liberali e socialisti, alla neutralità della Chiesa. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Ma i filistei e i farisei, gli ipocriti, fingono ora di non ricordarsi.

Nel tempo a noi più vicino, a evocare i simboli religiosi in politica per difendere la nostra civiltà in pericolo è stata un’atea devota come Oriana Fallaci, e come lei altri giornalisti e intellettuali ex di sinistra che agitavano simboli religiosi per difendere l’Occidente minacciato. Siamo sempre nell’ambito della religio instrumentum regni, seppure in un rango più alto.

Ma la mescolanza di politica e religione è connaturata alla storia della civiltà. Non siamo islamici e remoto è il sogno medievale della teocrazia, ma il primo a usare come simbolo vincente la Croce in politica non fu un democristiano ma l’Imperatore Costantino quando vide in cielo un sostegno alla sua battaglia: In hoc signo vinces, con questo segno, la Croce, vincerai. E poi secoli di crociate, di regni e poteri ispirati da Dio. Persino il nostro laico stato moderno, la monarchia costituzionale italiana, nacque con una formula che sembra salviniana, perché riassume religione e populo sovrano: Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Così s’insediò Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, nonostante la Chiesa.

L’esibizione di rosari e invocazioni alla Madonna nella bassa politica può infastidire i credenti. Dedicare al cuore immacolato della Vergine il ventre sporco della politica quotidiana personalmente non mi piace, è chiaramente strumentale.

Però c’è anche un altro modo di vedere le cose. Viviamo nell’epoca della scristianizzazione, la civiltà cristiana è sull’orlo del collasso, il nichilismo, il materialismo ateo e dall’altro versante il fanatismo islamico, avanzano paurosamente. E noi dovremmo ritirare nella sfera intima, privata, personale i segni della fede e i simboli della nostra civiltà, disincarnare la fede, salvo poi riusarla a sostegno delle politiche pro-migranti? Ratzinger sostenne la visibilità della fede, proseguendo sul piano pastorale la lezione di Giovanni Paolo II; sul piano teorico era stato il giurista cattolico Carl Schmitt a scrivere sulla visibilità del cattolicesimo. L’idea che esibire i simboli della fede sia atto osceno in luogo pubblico, e magari esibire la propria sessualità e omosessualità non solo sia lecito ma sia un esercizio di liberazione e di diritti, è una vera e propria perversione e un segno di morte della cristianità.

Cosa nuoce di più alla fede cristiana, l’ostensione dei simboli religiosi e il loro richiamo in contesti pubblici, politici, o la rimozione obbligata di quei simboli, la cancellazione astiosa nei luoghi comunitari e nelle

cerimonie pubbliche di tutto ciò che richiama la nostra civiltà cristiana, la nostra identità, tradizione e provenienza? Fa più male alla fede chi bacia in pubblico la croce o chi la nasconde, la calpesta, ne fa la caricatura?Quando vedi la campagna infame di tre parlamentari del Pd contro una giornalista del tg2, Marina Nalesso, che conduce il telegiornale con la croce al collo, come se il crocifisso sia un messaggio elettorale pro-Lega; o quando senti il grillino Nicola Morra arrivare a pensare che Salvini esibisce un rosario e così lancia un segnale alla ‘Ndrangheta (argomentazione a cui non si può replicare, se non chiamando la neuro), ti dici: ma in che modo rovesciato, in che gabbia di matti e miserabili, ci troviamo a vivere?

Il discorso serio da fare, invece, è sulla separazione o meno tra sacro e profano, tra religione e politica, tra fede visibile o interiorizzata, come vorrebbe il protestantesimo. Se perfino un canto di Natale, un presepe a scuola, una medaglietta della Madonna al collo, magari tenero retaggio dell’infanzia e dell’amore materno, costituiscono un attentato alla laicità dello Stato e ai diritti dei non credenti o dei credenti in altre religioni, allora aspettatevi che quei simboli soppressi nei luoghi pubblici rispuntino poi in forma pop nell’arena politica. Non auspichiamo che la religione scenda al rango di politica, ma che la politica salga sul piano dei valori e dei principi.

Dal punto di vista religioso si potrebbe azzardare l’ipotesi manzoniana che la Provvidenza si serva anche degli strumenti più impensati, delle occasioni più strane e delle persone più imprevedibili per rianimare la fede, i simboli e la devozione spenta. Magari dietro la becera diatriba tra madonnari e iconoclasti, riaffiora quell’Immagine, si riprende il confronto con la dimensione del sacro, si rivede il Crocifisso, e la Madonna, il Rosario e le figure dei Santi. E le icone, già al solo evocarle e figurarle, ci prendono per mano e ci portano lontano. Leggete Pavel Florenskj per capirne il significato. Magari qualcuno crede di usare la fede nelle sfide terrene; e invece è la Provvidenza che sta usando loro, come ignari veicoli della fede. Volesse il cielo…

MV, La Verità 26 agosto 2019

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/se-e-peccato-baciare-il-rosario/

Poi c’è l’Italia

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia

Fonte: Marcello Veneziani

Poi c’è l’Italia. E ci sono gli italiani. Quelli che ascoltano sconcertati e indifesi le registrazioni da Bibbiano e vedono la famiglia sotto attacco, i bambini plagiati e costretti a denunciare i loro genitori per abusi inesistenti. Quelli che vedono in tv un marocchino che strazia con otto coltellate una barista a Bologna. Quelli che vedono altre ondate di migranti a bordo, stremati e malati, e poi si scopre che si tratta solo dell’otite di un passeggero; vivono la tragedia di essere imbarcati da giorni mentre, si sa, venivano da una vita agiata, da un’attesa confortevole in Libia, e sono stati costretti da qualcuno a imbarcarsi… E questa sarebbe l’emergenza nazionale, la priorità assoluta per il governo che verrà, mentre gli italiani vivono con disagio in un paese calante ed inefficiente, sentono la pressione e l’oppressione dell’Europa, temono l’aumento dell’Iva e le mazzate del fisco, si sentono indifesi, isolati, raggirati, per giunta in balia di magistrati irresponsabili e schierati.

Vedono che la realtà è da una parte e la rappresentazione e soprattutto la rappresentanza va da un’altra. Si può parlare restando decenti di un governo giallorosso che parte con l’80 per cento di contrari tra il popolo sovrano? Quattro italiani su cinque non vogliono un’alleanza grillina-sinistra; e noncuranti il Palazzo, i Media, il Patriziato euro-nazionale, si spende tutto per quell’alleanza. Dalla sinistra estrema ai moderati illuminati, dai vecchi marpioni del regime ai grillini antisistema, dai giornaloni ai travaglio, tutti – cani e porci, più gentil farfallette – nell’arca di Noè anti-voto e anti-salvini. Continua a leggere

Liberarsi dai grillini

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non so come finirà la crisi al buio che si è profilata dopo le elezioni europee. Ma una cosa sento di dirla sopra tutte e a prescindere da qualunque cosa accadrà: è bene che quest’anno “bellissimo”, come lo annunciò il premier Conte, sia l’anno in cui i grillini usciranno dal governo e non metteranno più piede nei luoghi di comando e di alta rappresentanza dell’Italia. All’opposizione ci possono pur stare, perché a protestare possono pure avere un loro residuo senso. Ma è necessaria una diffida politica, elettorale, popolare perché non osino più avvicinarsi alle istituzioni e alla guida del Paese. Perché sporcano, infangano, discreditano lo Stato, le Istituzioni, la storia, la cultura, i simboli della nostra Patria e insieme bloccano, frenano, deprimono la vita e le opere di questo Paese. Con l’aggravante che tutelano, col loro pauperismo straccione, solo l’Italia parassita, fancazzista e rancorosa o nella migliore delle ipotesi, l’Italia più misera e plebea, con sussidi puramente assistenziali. Salvo allinearsi agli europotentanti e a tutti gli altri partiti dell’establishment per eleggere la presidente della commissione europea.

La logica bestiale dell’uno vale uno, la finzione della democrazia diretta, la negazione assoluta di ogni merito, capacità, titolo di studio, esperienza e curriculum, sono il colpo di grazia per un paese già disabituato alla meritocrazia, poco incline a rispettare lo stesso dettame costituzionale sui “capaci e meritevoli”. E poi è vistosa la loro incapacità di capire le priorità reali dell’Italia e l’effettiva condizione del nostro paese; la loro ignoranza è enciclopedica, universale e militante; vistosa l’incapacità di capire e fronteggiare le situazioni di bilancio, annunciando di voler compensare con ridicoli risparmi (che però assecondano la furia punitiva verso qualche categoria vera o presunta di privilegiati) spaventosi buchi miliardari…

E per finire, il loro radicalismo antisistema diventa conformismo piatto e fesso rispetto al politically correct, imitazione tardiva e analfabeta della sinistra, un sessantottismo con mezzo secolo di ritardo. E poi sono allineati in funzione antisalvini a tutta la trafila di pregiudizi sinistresi: l’antifascismo, il trans-femminismo, l’omolatria e l’lgbt, la libera droga, l’indulgenza verso la delinquenza, le porte aperte ai migranti, l’elogio dei rom… E si potrebbe continuare. Il peggio del peggio della sinistra, la sua versione grezza e ignorante, oltreché tardiva e kitsch, senza neanche la tensione ideale e la consapevolezza ideologica.

Non si può più aspettare, game is over, il tempo è scaduto, è necessario che i grillini spariscano dal governo in fretta e non vi mettano più piede. E se qualcuno dopo averli visti all’opera al governo, osa ancora pensare che possano essere alleati di governo dovrebbe meritare una punizione elettorale di pari grado. Lo dico a chi a sinistra s’illude sotto-sotto di poter stringere un patto coi grillini e sostituirsi ai leghisti nello sciagurato contratto.

Ma il paradosso dei paradossi, che indica poi la malafede dei mass media, dell’istituzioni, di molte forze politiche, è riversare tutta la situazione di crisi, di stallo, di ingovernabilità del paese, sull’alleato Salvini. Gli si attribuisce di tutto, dalla deriva nazista all’impennata dello spread, alla paralisi del paese. Quando pure un bambino sa chi tra i due alleati non vuole cantieri né opere pubbliche per paura dei ladri; non vuole riforme per sbloccare lo stallo ma solo soldi da spendere per scopi assistenziali; non vuole alleggerire il fisco per rilanciare l’economia del nostro paese; non ha un’idea neanche vaga di cosa sia amministrare e non conosce l’abc più elementare della sicurezza, dell’ordine, dell’efficacia e dell’efficienza.

Allo stato nascente il movimento 5 stelle portava una ventata d’aria fresca nel Palazzo, si poneva contro i poteri forti europei e transnazionali ed era guidato da un guitto di talento come Beppe Grillo. Poteva avere una funzione di rottura, segnare una discontinuità col precedente. E ogni critica alla loro inadeguatezza e ignoranza veniva compensata in partenza dal ragionamento speculare: se gli esperti, gli adeguati, i competenti ci hanno portato in questa situazione, a questo punto è meglio provare coi nuovi, coi marziani piuttosto. Ma ora che li abbiamo sperimentati più di un anno al governo, alla guida delle istituzioni, dobbiamo riconoscere che sono stati il punto più basso della politica in Italia, persino peggiore dei corrotti e dei ladri del passato, persino peggio dei marpioni moderati e dei faziosi sinistrorsi. E oggi il loro fallimento rischia di legittimare tutta la politica pregressa.

Peraltro, i grillini non vengono da alcuna passione ideale ma solo da rabbia e protesta, non hanno idee neppur vaghe, non hanno una linea e un orientamento; non sono al di là della destra e della sinistra, come dicono, ma al di qua, al di sotto, in quel magma indefinito che abbiamo troppo generosamente battezzato populismo. Ma neanche di populismo si tratta, perché la struttura è verticistica e settaria, da Grillology, con sistemi di consultazione controllati dall’alto e veicolati dalla dirigenza, e con finte prove di sovranità popolare che riguardano sempre poche migliaia di adepti. Per loro non esiste il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso, il bene e il male ma lo decreta la rete, orchestrata dalla Casaleggio & Associati, e poi interpretata. E per rete s’intende sempre un campione perfino meno attendibile degli exit poll…

Abbiamo avversato le elezioni anticipate, temendo che sarebbero state l’occasione per restituire l’Italia ai potentati di sempre, magari tramite un governo tecnico o comunque un interregno che servisse a sbollire il consenso a Salvini e permettere a Mattarella di rilanciare il suo partito di riferimento, il Pd. Ma giunti a questo punto non c’è rischio all’orizzonte che non valga di correre rispetto alla certezza di averli visti all’opera al governo. Il Nulla assoluto e la negazione di ogni senso della realtà, dell’Italia, delle urgenze, della storia. Cacciamoli a furor di popolo, non c’è altro tempo da perdere.

MV, Il Borghese (luglio 2019)

FONTE http://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberarsi-dai-grillini/

I danni di Basaglia, lo psico-comunista

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il 13 maggio del ’78, la pazzia fini in mezzo alla strada. A quarant’anni dalla fatidica legge 180, c’è aria di santificazione per Franco Basaglia, promotore della legge che aboliva i manicomi in Italia. Già gli furono dedicati fiction e santini ovunque, lui il leader italiano dell’antipsichiatria. Ne parlo per esperienza diretta, non in veste di psichiatra né di matto, come forse alcuni di voi sospettano, ma perché sono nato e cresciuto nella città dei pazzi, Bisceglie. Un centro che aveva nel suo cuore un grande manicomio, il più grande del sud e qualcuno – forse malato di megalomania – diceva addirittura d’Europa. Un manicomio, la casa della Divina Provvidenza, che accoglieva migliaia di malati, dava lavoro a migliaia di infermieri e medici e aveva diramazioni a Foggia, Potenza, Palestrina e Guidonia.

Beh, io ricordo la tragedia prodotta dalla legge 180, cosa volle dire il «liberi tutti» ordinato alla follìa; quali drammi scatenò, quanti abbandoni e solitudini, matti allo sbando, incapacità delle strutture ospedaliere di accogliere i dementi in crisi, tormenti delle famiglie che si trovarono a dover sopportare, spesso in condizioni di povertà e di ignoranza, l’arrivo del famigliare pazzo. Quanti dolori esplosero allora e non trovarono strutture pronte ad aiutarli; leggete Mario Tobino che ebbe analoghe esperienze in manicomio da medico. Sarebbe follìa idealizzare i manicomi, ce n’erano alcuni che erano veri lager. Nessuno rimpiange la segregazione della follìa, che fu un frutto perverso del razionalismo scientista, perchè i manicomi sono figli dei lumi e della scienza positivista. Sappiamo quanti maltrattamenti e abusi, anche sessuali, quante speculazioni sulla pelle dei matti. Ma la loro abolizione, insieme all’assurda teoria che la malattia mentale non esiste, ma è frutto dei rapporti di classe e delle condizioni sociali, come sostenevano i seguaci sessantottini di Lang, Basaglia e dell’antipsichiatria, produsse ferite e traumi giganteschi. Di tutto questo non si racconta nella lirica epopea di Basaglia e lo si celebra come un Liberatore. L’idea che si potesse abolire la realtà e con la realtà la pazzia, fu la vera aberrazione ideologica di questa nociva filantropia. Fu l’egualitarismo, il comunismo applicato alla psiche; fu il delirio dell’immaginazione al potere che si fece antipsichiatria. Continua a leggere

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