Il “sindaco dei ricchi” è la vergogna di Milano

 

Fanno bene nel resto d’Italia a non volere i milanesi se è questo l’uomo che li rappresenta…

Prima puntata –
Pare non esserci limite alle figure indecenti di Giuseppe Sala, detto Beppe, sindaco dei ricchi… quando Milano era ancora ricca. L’ultima è la guerra mediatica scatenata contro il presidente della Regione Sardegna sui limiti che potrebbero essere imposti per i viaggi estivi dei milanesi. Sala finge di ignorare che la colpa è del governo da cui stanno partendo messaggi, come sempre, ambigui e contradditori che, poi, molti governatori interpretano cercando di fare il bene del loro territorio. In assenza di un “bene nazionale”, sconosciuto a Conte e compagni.

Il problema di Sala è che lui deve fare il suo “video-massaggio” quotidiano, quota minima stabilità negli accordi con l’Istituto Luce di corso Sempione, ovvero la redazione di Rai3 Lombardia. Così “qualche” scemenza deve pur dirla… Un’arte – quella di dire scemenze – in cui Beppe Sala è maestro.

Vediamo insieme perché queste quotidiane esternazioni – rigidamente in maniche di camicia, con sfondo di bandiere e quadro… per dar l’idea di essere sempre, alacremente al lavoro – sono diventate il tormento degli ascoltatori del Tg3.

Le colpe del contagio

Tutto nasce con il coronavirus che “esplode” in Lombardia anche grazie allo scandaloso comportamento proprio di Beppe Sala… Dovremmo tutti ricordare quel 26 febbraio in cui Sala a Milano, Gori a Bergamo, Del Bono a Brescia invitarono i loro concittadini a uscire di casa, a non avere paura del contagio facendosi riprendere al bar, al ristorante, alle feste… Non è, purtroppo un caso che proprio queste tre siano state le città e le province dove il contagio sì è maggiormente diffuso.

Però le responsabilità maggiori sono proprio di Sala… sia perché è stato lui a lanciare la moda dell’hastag #milanononsifera; sia perché, sempre lui, ha invitato il presidente del Pd a compiere un giro di aperitivi nella (oggi) tanto deprecata movida dei Navigli, sia perché erano già settimane che si impegnava strenuamente sul fronte dei “negazionisti” della pandemia.

Dalla Cina con amore

Appena esploso il contagio in Cina, infatti, Sala si è ferocemente battuto contro tutti quelli che volevano “isolare” i cinesi o mettere in quarantena chi tornava dal paradiso comunista. Così, ancora l’8 febbraio scendeva in campo contro “la psicosi da coronavirus”, parlando alla comunità cinese e auspicando una rapida riapertura dei voli con Pechino. Questo nei giorni in cui Zaia e altri governatori leghisti avevano chiesto misure di quarantena almeno nelle suole…

Davvero un “vecchio amore” quello tra Sala e la comunità cinese, che risale ancora ai tempi delle primarie del Pd del 2016, quando lui (uomo che veniva dalla corte di Letizia Moratti…) venne candidato da Renzi alla carica di sindaco contro esponenti storici della sinistra, come le Balzano e Majorino.

Allora – si ricorderà – furono in centinaia i cinesi mobilitati per votare Sala (pur non essendo, in gran parte, neppure cittadini italiani) su ordine degli “anziani” della comunità e ciò in base ad accordi molto precisi. Un patto (già avviato ai tempi della Moratti) che Sala ha, poi, rispettato da sindaco Pd, trasformando via Paolo Sarpi in un’oasi turistica per negozi e ristoranti cinesi e offrendo nuove aree per i magazzini all’ingrosso della comunità.

Sindaco dei ricchi

Una volta al governo della città, Beppe Sala ha chiarito subito i ruoli lasciando la politica, le polemiche, l’ordinaria amministrazione al suo vice Majorino (almeno finché questi non si è fatto eleggere in Europa) e occupandosi solo e soltanto del business. Nasce così l’appellativo di “sindaco dei ricchi”, perché da quel momento diventa il portavoce di holding, banche, gruppi affaristici, assicurazioni, multinazionali, fondi d’investimento equivoci, immobiliaristi rampanti, architetti di “grido”, speculatori e “investitori” che, da tutto il mondo, si fiondano sulla nuova isola felice: la “Milano da sniffare” di Beppe Sala.

Così, mentre si moltiplicano le aree urbane affidate ai “soliti noti” per essere “riqualificate” con progetti edilizi avveniristici, nelle periferie completamente abbandonate in mano agli extracomunitari, il degrado cresce in maniera proporzionale.

Basti per tutti l’esempio della recente aggressione all’inviato di Striscia la notizia,Vittorio Brumotti.

Questo spiega perché tanta disperazione all’idea del lockdown, perché tanto accanimento nel non voler “fermare Milano”. C’era in ballo la Fashion week e, ancora di più, il Salone del Mobile, un giro di affari di centinaia di milioni di euro che garantisce al Comune (e al suo sindaco) entrate da capogiro.

Vedremo domani cosa ha portato la pandemia al ricco Sala e a quale strenua battaglia mediatica lo abbia costretto.

(1 – continua)

 

 

DA

https://www.orwell.live

Luca Palamara, lo squalo in toga finito nella tonnara

 

Ora che è infangato (“Come il tonno”, disse Cossiga) piange: “Vedere pubblicati momenti intimi fa male”. È accaduto a innocenti per colpa sua e dei suoi colleghi. Ma queste chat finalmente dissacrano la magistratura

Luca Palamara che fu il magistrato più potente di Italia, cui doveva rivolgere supplica qualsiasi suo collega desideroso di fare carriera, oggi è finito nella polvere, prima indagato ed ora rovinato dalla pubblicazione di tutte le sue chat e sms con magistrati, politici e giornalisti. Ieri come un bambino che non conosce prudenza e silenzio, ha twittato: «Assistere alla pubblicazione dei momenti più intimi della propria vita privata che coinvolgono estranei fa sempre male. Oggi sono dall’altra parte e accetto tutto questo perché non ho nulla da nascondere. Sono storture però sulle quali occorre nuovamente riflettere». Ed è stato ovviamente seppellito da una valanga di contumelie, perché i social non sono terreno su cui può misurarsi chi si trova nelle sue condizioni. Il povero Palamara è bersaglio fisso di chiunque ora che non conta più un fico secco, dileggiato ancora peggio di come fece Francesco Cossiga in quel celebre video del 2008 nella trasmissione di Maria Latella : «Palamara come il tonno. Lei ha una faccia da tonno…».

Mi spiace per come viene trattata la persona, anche se negli anni della sua onnipotenza ha goduto di favori, benessere e riverenza che prima o poi nella vita presentano il conto. E fa quasi tenerezza vedere accusare il colpo della pubblicazione di quei discorsi privati poco commendevoli chi o direttamente o attraverso la cerchia dei colleghi della sua stessa potentissima corrente ha fatto pubblicare centinaia di pagine di intercettazioni altrui. Ma non mi scandalizza quel che ho letto nelle sue conversazioni: ne avrei lette di identiche nella maggiore parte delle chat di uomini e donne che siano stati potenti in questi anni. Il potere a Roma si costruisce in quel modo, e Palamara il suo l’ha fondato sulla rete di favori, sulle mille discussioni per equilibrare consensi e decisioni, cercando di evitare nemici acerrimi che prima o poi te la fanno pagare, magari vantandosi pure di qualche fanfaronata del tutto inventata che poteva accrescere nella sua cerchia l’ammirazione e il rispetto.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/05/27/news/luca-palamara-chat-intercettazioni-private-pubblicate-giudici-magistratura-csm-politici-giornalisti-22872864/#.Xs9T_HtunaI.facebook

Arruolati anche tu nelle Guardie della Rivoluzione Covid!

 

DI GUIDO GIRAUDO

Diventa un “assistente civico” insieme con le “bimbe di Conte” per tenere a casa gli italiani, zitti e buoni, lasciar sbarcare i migranti (portandoli nei campi con la Bellanova) e garantire “Lunga Vita al Presidente Xi-Giu-Con”

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«Sono in arrivo 60 mila “assistenti civici” che avranno il compito di aiutare e vigilare durante la Fase 2. In settimana sarà lanciato il bando rivolto “a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali”. Ad annunciarlo, in una nota congiunta, sono il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco Pd di Bari, spiegando che gli assistenti saranno; ”individuati su base volontaria”».

***

È appena partito l’arruolamento e già sono migliaia le donne in fila davanti alle Casette del Popolo, rapidamente allestite in ogni municipio a cura delle locali sezioni della Protezione Incivile. Sono le avanguardie dell’esercito di “bimbe di Conte” che stanno rispondendo all’appello del fido Deng-Xiao Boccia per diventare “assistente civica”; ovvero Guardia della Rivoluzione Covid.
Insieme con loro, ovviamente, anche tanti uomini: guardoni, delatori, infami di professione, maniaci, pedofili e ogni genere di “inoccupato” per vocazione o scelta.

Nei centri di arruolamento ogni Guardiano della Rivoluzione riceve il kit predisposto dal Partito del popolo Covid, composto da:
– mascherina “made in China”, acquistata dalla Regione Lazio (a prezzo maggiorato) griffata personalmente dal presidente Nicola Zingaretti;
– “Libretto rosso” di Xi-Giu-Con – 1.000 pagine di promesse irrealizzate, tratte dalle conferenze stampa in diretta a reti unificate;
– “Vademecum della Spia del Popolo”, redatto da Rocco Casalino e contenente le indicazioni su come e su chi vigilare;
– App “Immuni” in versione hard… traccia tutti quelli che le Guardie incontrano entrando direttamente nei loro smartphone grazie alla tecnologia Bluetooth controllandone gli spostamenti;
– Bracciale rosso con lo stemma delle Guardie della Rivoluzione Covid: il Virus che sorge con il ritratto del “Grande timoniere”, Xi-Giu-Con.

Ieri, il fido Deng-Xiao Boccia ha reso note le linee guida contenute nel Vademecum dei nuovi Guardiani della Rivoluzione Covid. Boccia ha sottolineato con enfasi che i “pasdaran di Palazzo Chigi” (così li ha definiti), devono essere pronti a imporre il lockdown e a impedire i pericolosi rigurgiti di gioia borghese (happy hours, movida). Ma, soprattutto, dovranno garantire il distanziamento sociale tra italiani per evitare che ci si possa contagiare con idee o pensieri sovversivi.

In sintesi, secondo il Vademecum Casalino, un buon “assistente civico” deve:
– spiare i suoi vicini di casa denunciando chiunque non ascolta i Tg o non legge i quotidiani allineati con la voce del “Grande Timoniere” Xi-Giu-Con;
– Intervenire per sciogliere qualsiasi tipo di assembramento, evitando che le persone parlino tra loro e – soprattutto – si scambino opinioni;
– denunciare come contro-rivoluzionario chiunque tenti di riprendere una vita simile al “pre-Covid”.

In particolare, il Vademecum della Spia del Popolo mette in guardia dalle idee reazionarie, come quella di avere ancora dei “diritti” di stampo vetero-costituzionale (diritto di parola, di opinione, di pensiero, di professare la religione, diritto al lavoro e – men che meno – diritto di voto…).

Una speciale vigilanza dovrà essere effettuata dei Guardiani della Rivoluzione Covid su tutti gli strumenti social. In accordo con Mark Zuckerberg (Facebook, WhatsApp, Instagram, Youtube) e su semplice segnalazione dei Guardiani, verranno chiusi i profili di chiunque osi criticare i “Sommi decreti” di Xi-Giu-Con o pubblichi foto o video che invoglino a riprendere atteggiamenti politicamente scorretti come: chiacchierare con gli amici, fare una grigliata, prendere il sole in spiaggia, chiedere elezioni…

Tutto ciò, naturalmente – lo hanno ribadito anche Burioni da Fazio e Ricciardi (il finto OMS) dalla Gruber – esclusivamente per il nostro bene e per garantire la salute di tutti.
Viva la Rivoluzione Covid.

da

https://www.orwell.live/2020/05/26/arruolati-anche-tu-nelle-guardie-della-rivoluzione-covid/

C’era una volta un ministro…

 

A Bari la Fondazione Tatarella ha ricordato Araldo di Crollalanzanell’anniversario della sua nascita, col suo biografo Domenico Crocco. Quando ero ragazzo, in Puglia e non solo, non c’era persona, di qualunque estrazione sociale e politica, che non si togliesse il cappello al nome di don Araldo. Oggi temo che tocchi spiegare chi era Araldo di Crollalanza e poi vi dirò perché lo faccio. Dunque, partiamo dalla fine. Crollalanza è l’unico ministro fascista, podestà e poi senatore missino a cui Bari, col voto unanime di destra e sinistra, il sostegno dell’Istituto Gramsci e del suo direttore Beppe Vacca, dedicò un busto nel 2001.

Crollalanza è stato il Ministro dei Lavori pubblici più fattivo della storia d’Italia. Nato a Bari da famiglia valtellinese, combattente nella Grande Guerra, giornalista, fascista della prim’ora, dai tempi dei Fasci d’azione rivoluzionaria del 1915 e poi in Piazza San Sepolcro nel 1919, in giovane età vedovo con sei figli, Crollalanza va ricordato per le grandi opere pubbliche che realizzò, la ricostruzione rapida ed efficace dopo il terremoto che lacerò il cuore del sud nel 1930; la bonifica dell’agro pontino e la malaria debellata, il rilancio dell’agricoltura a partire dal Tavoliere, la trasformazione di Bari con la nascita della Fiera del Levante, dell’Università di Bari, lo Stadio, il Lungomare coi suoi imponenti edifici pubblici, il Policlinico, il grande porto. E poi ancora la direttissima Firenze-Bologna, l’istituzione dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo delle città di fondazione, come Littoria, Aprilia e Pomezia, acquedotti, strade e ponti che ancora resistono, e molte altre cose.

È memorabile quel che fece da Ministro dopo il terremoto in Irpinia e nel Vulture, novant’anni fa. C’erano stati 4mila morti e decine di migliaia senzatetto. Crollalanza si accampò nelle zone terremotate e vi restò fino al compimento dell’opera, nell’arco di tre mesi; rifiutò soluzioni d’emergenza o tendopoli e in poco tempo ricostruì diecimila case definitive, in muratura. Restituì alla fine quel che era riuscito a risparmiare nella ricostruzione… Ebbe l’encomio delle Nazioni Unite e non ci fu l’ombra di nessun Irpiniagate come poi nel terremoto irpino di cinquant’anni dopo e nei i seguenti. Poi passò a presiedere l’opera nazionale combattenti.

Pur provenendo dal fascismo social-rivoluzionario e mazziniano, Crollalanza rappresentava l’ala pragmatica del regime, amava la concretezza delle realizzazioni, con vero senso dello stato e amore del popolo, ripudiando ogni violenza e fanatismo ma anche ogni vetrina. Pragmatico ma non cinico, di alta dirittura morale; anche nello scegliere collaboratori e dirigenti puntò ai più bravi, anche non fascisti.

Diffidente verso Hitler e la Germania nazista, Crollalanza aderì alla Rsi ma non accettò alcun ministero. Nel dopoguerra fu arrestato ma ogni accusa nei suoi confronti decadde, il ministro dell’interno Romita parlò in suo favore e la commissione d’epurazione non trovò addebiti, né illeciti arricchimenti; Crollalanza non possedeva una casa, terreni né conti in banca. Fu scarcerato e assolto, e riprese dalla gavetta, come giornalista. Aderì sin dalla fondazione al Msi, di cui fu senatore rieletto per ben sette volte consecutive. A Bari per anni si praticò il voto disgiunto: alla Camera la gente votava il partito ideologico o clientelare – la Dc, il Psi o il Pci – ma al Senato votavano per don Araldo. I suoi voti arrivavano a quadruplicare quelli raccolti dal suo partito. Si ricorda solo un episodio sgradevole al Senato: nel 1979, nella seduta d’apertura del Senato toccava presiedere al più anziano ma era Crollalanza. Pur di impedire che un ex fascista anche solo per un giorno presiedesse Palazzo Madama, trasportarono quasi moribondo il più vecchio Pietro Nenni, che di lì a poco morì. Quasi a riparare quel torto, due anni dopo Fanfani conferì a don Araldo la medaglia d’oro del senato per i suoi 90 anni. A proposito di Nenni, Crollalanza una volta raccontò a Beppe Niccolai che l’ultima volta che vide Mussolini sul Garda gli chiese cosa avrebbero dovuto fare dopo la guerra; e Mussolini gli suggerì di guardare al suo ex-compagno Nenni…

Francesco Compagna, anch’egli ministro dei Lavori pubblici, lo indicò come campione di onestà e competenza. Una volta intervistai don Araldo, parlava con un’inflessione barese acuta, come il prof. Aristogitone di Renzo Arbore e si rivolgeva a me chiamandomi “giovanotto”.

Alla sua morte, nel 1986, Indro Montanelli elogiò la sua cristallina onestà ed efficacia, ricordò le numerose sue opere, aggiungendo: “Crollalanza non fece mai mostra di sé, mai partecipò a spedizione punitive, mai si fece un partito o una clientela personale, mai brigò per carriere politiche. Di lui si parlava pochissimo. Non apparteneva alla Nomenclatura del regime e non fece mai nulla per entrarci”. Poi a Montanelli sfuggì un clamoroso lapsus: “Una volta Di Vittorio mi disse: «Senza Crollalanza io non esisterei perché i miei genitori non avrebbero nemmeno avuto la forza di procrearmi». Impossibile confessione, perché Peppino Di Vittorio era coetaneo di Crollalanza, classe 1892, ambedue interventisti e combattenti nella Prima guerra mondiale. E l’opera di Crollalanza nel Tavoliere è a cavallo degli anni Trenta. Svista o testo alterato nella versione digitale? Vero è che il leader sindacale comunista e l’ex ministro fascista continuarono a stimarsi a distanza.

Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché Crollalanza fu l’esempio di una persona seria, onesta e competente al governo, che fronteggiò l’emergenza e realizzò molto apparendo poco. Non fu una banderuola, non cambiò mai casacca e non si sporcò mai di odio o intolleranza. E Crollalanza era pugliese, come Conte, Casalino e il ministro Boccia…

MV, La Verità 19 maggio 2020

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C’era una volta un ministro…

Un Paese in libertà provvisoria

 

Dopo due mesi di cattività, con una barba bianca fluente da ostaggio, nonno Antonio veniva restituito dai sequestratori, i terroristi dell’emergenza, ai suoi tre nipotini. Prima del sequestro, i tre bambini, Marco Edoardo e Sofia, in sigla MES, vivevano praticamente dai nonni perché i genitori erano al lavoro. Erano tutti e tre al balcone, in attesa di rivedere i nonni liberati. Il più grande di 5 anni, trova anche le parole per fare la cronaca euforica del loro arrivo; gli altri due gemelli di due anni, incollati alle ringhiere, osservano rapiti e salutano con la manina i nonni sotto casa. Di scene come questa l’Italia ne ha vissute tante la settimana scorsa. A volte in un goffo remake i tg replicavano gli abbracci e la commozione per le telecamere. Si capiva che quelli veri erano stati altri, anche se qualcuno piangeva pure nella replica-fiction per la tv.

Il paese ha avuto le sue giornate di riconciliazione e per un momento ha sospeso l’angoscia. Ma la percezione istillata nella gente è che si tratta di una libertà provvisoria, limitata, facile a essere revocata e in ogni caso sempre una libertà condizionata che dipende da come ci comportiamo. Elargita con un catalogo di minacce e raccomandazioni: fate i bravi sennò torna il carcere domestico, anche più virulento di prima, ci ripetono virologi, protettori civili, commissari, premier, ministri, “sindache” svampite, mezzibusti televisivi e pappagalli mediatico-politici. Il sottinteso è che non siamo liberi, e comunque la libertà non è un diritto ma una graziosa concessione del potere e dei sanitari; e se sgarriamo ricadiamo subito in punizione e in ogni caso in autunno avremo il girone di ritorno. Lasciate ogni speranza o voi che uscite. Nell’attesa, museruola per tutti, alla larga da tutti, mani pulite, “non abbassare la guardia”. Una campagna intimidatoria, terroristica, che aggrava i già seri problemi che pone il contagio. E che solleva da ogni responsabilità i governi locali e nazionali, le strategie sanitarie; dipende solo dei cittadini. Niente tamponi e test di massa, ancora nulla per le mascherine “di stato”, niente terapie efficaci, non prese in considerazione neanche quelle che si sono dimostrate efficaci (a Mantova e Pavia, per esempio, iniettando il sangue di ex-contagiati); tutto è affidato al nostro restare “reclusi dentro”, come condizione mentale; e appesi alla lavagnetta che ci divide in buoni e cattivi. E un domani chissà il vaccino… Un quadro deprimente.

Ha alleviato la pena e lo spavento di queste settimane il tam tam dei social sulle grottesche corbellerie delle prescrizioni, le scemenze repressive delle svariate certificazioni, i limiti esilaranti posti a congiunti, affetti stabili, trasporti, auto, funerali, scuole, seconde case. Un paternalismo da stato para-etico o da Grande Fratello Idiota affondava nel ridicolo di alcuni divieti e alcuni paradossali distinguo. Facile l’esercizio ludico dello sberleffo di massa, la caricatura dei decreti o la loro applicazione letterale con le relative, ridicole conseguenze. Per non dire gli sviluppi surreali immaginati nei social: come il permesso di sposarsi consentito solo uno alla volta; sposarsi in due è un rischio che non possiamo permetterci. In compenso i matrimoni single registrerebbero meno divorzi… O l’obbligo di camminare a una gamba sola, per non sentirsi a piede libero, fare spostamenti brevi e contaminarsi meno col suolo. Ma oltre le caricature, i distinguo tra correre e camminare, fare sport o passeggiare hanno raggiunto livelli inverosimili di demenza istituzionale. Le barzellette sui carabinieri possono spostarsi ora su governanti, amministratori e task force.

A questo si sono aggiunti i racconti della cattività, spesso gustosi. Ognuno ha fatto esperienze particolari. Io, per esempio, ho convissuto per due mesi con la voce senza volto di una vicina che faceva lunghi monologhi coi suoi famigliari, che parevano inesistenti, sottomessi o ammutoliti; poi si accaniva con un cane, cacciato, bullizzato e offeso di continuo, senza che il cane mai abbaiasse o reagisse. Un cane espiatorio, che poteva essere anche virtuale. A questi deliri e a questi pettegolezzi di ballatoio conduce la cattività…

Tornando seri, dobbiamo chiederci se e come ci ha cambiati la quarantena. Al di là degli stucchevoli pistolotti moralisti, la lunga cattività non ci ha resi migliori né peggiori e nemmeno gli stessi; siamo cambiati, non sappiamo se per sempre o per una fase. Comunque ci ha depressi e impoveriti. È falso elogiare il senso civico degli italiani o viceversa deplorarne le trasgressioni: gli italiani hanno ubbidito non per senso civico ma per paura, spaventati dalla pandemia e soprattutto dalla campagna ossessiva sui media. La stessa paura ha spinto gli italiani a stringersi intorno al premier, che ha mostrato di anteporre la sua vanità e il suo profitto politico all’emergenza e ai rimedi. Nella sua vanesia inconcludenza Conte si è arrogato poteri mai concessi a nessun presidente del consiglio; il meno legittimato dei premier ha così abusato più di ogni altro della Costituzione. Senza contrasti, anzi Mattarella gli ha rinnovato la polizza dicendo che se cade lui si vota (il voto è il virus più temuto da tre quarti del parlamento).

Resta l’immagine commovente di un popolo che cerca di rialzarsi e di riaprire, che riprende a vivere tra tanti timori, e ritrova gli affetti sequestrati dal periodo più balordo della nostra storia repubblicana.

P.S. Il Nonno con la barba bianca, atteso dai tre nipotini sarebbe un parto perfetto di fantasia se non fosse in realtà mio fratello maggiore.

MV, Panorama n.22 (2020)

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Un Paese in libertà provvisoria

Chiese chiuse e tabacchi aperti


Non era mai accaduto, nemmeno in tempo di guerra e sotto il peggior regime totalitario che tutti i cittadini di un paese fossero privati delle libertà primarie, dei diritti più elementari, diritti umani prima che costituzionali: uscire di casa, camminare, lavorare, viaggiare. E non era mai successo, neanche sotto le peggiori pestilenze, che la religione e la Chiesa fossero cancellate dalla vita sociale. Anzi, proprio nei momenti di maggiore sofferenza e rischio per la vita delle persone, il conforto della religione, la preghiera in chiesa, era essenziale. Non discuto la profilassi; sarebbe stato incauto consentire le messe e le cerimonie, anche se impressiona la religione subordinata alla scienza, la priorità della salute sulla salvezza. E la religione ridotta a fatto intimo, privato, al più televisivo.

Chiese chiuse e tabacchi aperti. La rappresentazione di questa scomparsa è stata la video-messa del Papa che predica nel deserto di piazza San Pietro. E la più sintesi più efficace l’invito di Fiorello a pregare in bagno, come se equivalesse a defecare o masturbarsi. Per Michele Serra l’esigenza di andare alla messa pasquale era una pretesa da “scemi”. Finché si difendono le misure sanitarie nulla da dire. Ma lui ha paragonato, con volgare scemenza, la riapertura delle chiese “alle riaperture delle bocciofile e dei tornei di scopa d’assi”, confondendo religione con ricreazione. E dopo aver sproloquiato sul fascismo che non c’entra nulla con le messe pasquali, si è chiesto: “Perché mai gli scemi di destra pretendono che la fede debba avere la forma di un’adunata?” Forse Serra e tutto l’episcopato laico non sanno che la religione cristiana si organizza da duemila anni su comunità di credenti che si chiamano chiese (da ekklesia, comunità, assemblea, adunata) e vanno a messa; se la fede ne facesse a meno sarebbe faidate, come il bricolage o i vizi solitari. Renderebbe superflua la religione come la Chiesa e i sacerdoti. È una proposta da idioti, nel senso etimologico della parola, perché riduce la fede e la religione a fatto privato (idiotes). Alla fine se n’è accorto pure Bergoglio che ha notato con preoccupazione la riduzione clandestina della fede e la scomparsa della Chiesa nel nome della salute. (Salvo poi rimangiarselo e allinearsi al governo).

Il nodo non può essere risolto con boutade o gesti televisivi, come recitare l’eterno riposo in un programma televisivo o esortare alla messa pasquale nonostante il divieto. Ma qui si corona, è il caso di dirlo, una tendenza latente e diffusa delle nostre società a ridurre la religione a fatto privato, coscienza dei singoli. La parabola della nostra società scristianizzata inverte i poli su cui si è formata la nostra società: la sfera sessuale appartiene all’intimità, la sfera religiosa appartiene alla libera manifestazione della fede. Invece, da tempo, e a prescindere dal contagio, si è invertita la polarità: è lecito esibire le proprie preferenze sessuali, la propria pratica e i propri orientamenti, anzi può essere ostentata con orgoglio (i famosi pride); mentre la fede devi tenertela per te, devi nasconderla, perché lo spazio pubblico è laico e ciò che è religioso è solo intimo. Questa, nella migliore delle ipotesi, è la riforma protestante applicata alla religione cattolica; nella peggiore è la riduzione della fede a un bisogno intruso e scorretto, che puoi tener vivo solo nella mente e nel cuore, non per strada. Certo, le nostre vie, le nostre piazze, persino i nostri ospedali sono costellati di chiese, edicole votive, simboli religiosi, richiami ai santi. Ma vanno intesi come musei di un’epoca superstiziosa, ruderi del passato con residuo valore turistico o artistico.

Sparisce quel che un secolo fa Carl Scmhitt chiamava “la visibilità della Chiesa” in quell’intreccio di visibile e invisibile che è la rappresentazione di una spiritualità che si incarna e si fa vita e storia. Oltre la fede scompare la “comunità vivente” – vale anche nella scuola e nell’università- è puro solipsismo o può esistere come corso per corrispondenza. È la morte di una civiltà, di una visione della vita, al di là delle stesse confessioni religiose. È la solitudine globale. Uniti solo dal mercato e dalla tecnologia, separati da tutto il resto.

Walter Benjamin pose il problema dell’arte che perde l’aura nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; a maggior ragione si dovrà prima o poi affrontare il tema del sacro che perde la sua aura nell’epoca della sua riproducibilità televisiva. La fede non va in onda come un serial; ma è mistero della fede che s’incarna in una comunità vivente, nella sua prossimità.

MV, Identità e cultura (maggio 2020)

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Chiese chiuse e tabacchi aperti

Gli impresari del terrore

C’è qualcuno che vorrebbe prolungare all’infinito l’emergenza, la chiusura del paese, spostando la liberazione di data in data, di fase in fase. C’è qualcuno che ci guazza in questa quarantena, ne approfitta, si avvantaggia, su piani diversi. C’è qualcuno che in questa paralisi si sente importante, decisivo, determinante, esercita il potere allo stato puro, in grande o in piccolo, e riduce i cittadini a bambini, malati e delinquenti, tutti con l’obbligo di stare dentro.

C’è qualcuno che gode il quarto d’anno di celebrità, si arroga il diritto di decidere nel nome della vita e della morte, ti consente o meno di respirare, a sua discrezione, ti toglie la libertà senza darti in cambio la sicurezza; ma accolla quest’ultima solo sulle tue spalle, dipende solo da te, se ti barrichi in casa, stai buono e ti separi da tutti. Il nuovo Hobbes decreta: Homo homini virus. E su quella paura fonda il suo strapotere.

C’è qualcuno che vede in questa situazione la realizzazione della propria utopia, tutti irretiti, cioè presi per la rete, attaccati a una piattaforma, senza più differenze, tutti uguali, magari con uno stesso reddito universale di miseria, controllati e cinesizzati come il Grande Impostore vuole. Se ci fosse qualcuno in grado di parlare oggi nel nome della fede direbbe che tutto ciò è diabolico, perché diavolo significa separare, dividere.

C’è qualcuno che teme di tornare alla vita normale perché sa che l’incantesimo si spezzerebbe, il consenso di gregge, automatico e impaurito, verrebbe meno, la vita tornerebbe aperta. C’è qualcuno che ritarda sine die la prigionia universale perché sa che tragedie ci aspettano per il lavoro, la società, le famiglie, l’economia e non è stato predisposto nulla di concreto e di adeguato. C’è qualcuno che prolunga questa condizione per stremare i cittadini, devitalizzarli e abituarli e intubarli, e farli appena uscire ma con la minaccia che se non fate i bravi tornate in castigo. Terrorismo mediatico e sanitario.

“Impresari della paura”, vi ricordate? Ogni giorno e ogni giornalone rovesciavano su Salvini e sulla destra nostrana e internazionale, accuse di fondare il loro consenso sulla paura. Paura degli sbarchi, dei migranti, dei rom; impresari della paura. Come definire ora il governo in carica, le sue task force e tutto il carrozzone di esperti e comunicatori, se non grandi fabbriche della paura? Incutere terrore nella gente per tenerla prigioniera in casa, privarla delle libertà più innocue e più elementari, fare un lavaggio del cervello in massa per spaventarli sui rischi che si corrono solo ad allentare la sorveglianza da regime poliziesco che stiamo vivendo. Con divieti insensati su chi incontrare e chi no, sui luoghi, le case, dove la cautela non c’entra ma è solo coazione, Comandamento. Impresari del terrore.

Mai viste tante auto di polizia e carabinieri in giro, sono spariti i problemi di mezzi, personale, carburanti… Agli angoli delle strade vedi soldati coi mitra che sorvegliano sul pericoloso popolo italiano, come se ci fosse da abbattere pericolosi terroristi in vena d’uscire di casa.

Ti barrichi in casa per il terzo mese consecutivo e devi subire l’aggressione del video con quell’indegno volantinaggio di propaganda e terrore dei tg: “non abbassare la guardia”, “mantenere alta la tensione”, non è finita la galera; se allentiamo appena, arriva sicura come la morte una tempesta di contagi. E via di questo passo, ogni servizio, ogni intervista, ogni passaggio in studio ti vomita un solo, ossessivo messaggio. Anche dall’estero le notizie e le immagini sono filtrate per ammaestrarci.

Vedi comitati tecnico-scientifici che non sono stati capaci di prevedere un beneamato tubo, neanche le previsioni più ravvicinate, non sono stati in grado di dare indicazioni di alcun genere e ora ci prospettano ben 92 scenari: ma tra tutti, i tg, i governi, gli esperti compiacenti, ci sparano solo i più agghiaccianti per spaventarci e costringerci in casa.

Tutto come prima, e se non vi comportate bene, peggio di prima. Bande di virologi che in due mesi di vetrina quotidiana non hanno concordato su nessuna profilassi e non hanno saputo dire altro che ripetere il rimedio primitivo del duemila avanti Cristo: state a casa, lontani dal prossimo, lavatevi le mani. Grazie, non c’era bisogno di loro per sentirci dire quello che una qualunque nonna analfabeta era in grado di dire. Dalle istituzioni, dagli organismi “preposti”, nessuna terapia o prevenzione socio-sanitaria, in più di due mesi. Solo un incubo militante, state a casa, vi spariamo a vista, vi facciamo tornare a casa carichi di meraviglie, vi sorvegliamo coi droni e gli elicotteri tipo Apocalypse now e noi i vietcong. In casa fate onanismo sul virus, per distrarvi sparatevi un bel filmone sul contagio: vi racconta ciò che state vivendo. Siete già nella leggenda, nella fiction… Rallegramenti.

Intendiamoci. Non tutti coloro che ci prescrivono e osservano queste norme sono in mala fede, c’è chi ne è davvero convinto e argomenta bene. Né è in discussione la necessità delle precauzioni, ma quelle necessarie, ragionevoli, come distanziarsi e mascherarsi, andare il meno possibile e più coperti possibile nei luoghi pubblici, magari controllare le condizioni di salute (ciò che nessuno ci ha mai fatto). Ma star da soli all’aria aperta, passare isolati da una casa all’altra non provenendo da nessuna zona di rischio, uscire, bagnarsi o saltellare per conto proprio in luoghi appartati, vedere una persona anche se non è congiunto, riprendere con tutte le precauzioni le attività lavorative, sono rischi calcolati, che si devono correre se non vogliamo che i danni per la prevenzione diventino superiori ai danni sanitari. Un manifesto firmato da tanti, in primis da Vittorio Sgarbi, ha denunciato questo regime liberticida; un flash-mob di cittadini contro le violazioni della Costituzione è stato fatto ieri mattina a Bologna. Ma vige la legge marziale. Filate a casa, da soli, coda tra le gambe.

MV, La Verità 3 maggio 2020

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Gli impresari del terrore

La pazienza è finita

 

Un pericoloso mitomane si è impadronito dell’Italia e sotto la minaccia del virus tiene in ostaggio un intero popolo, violenta la libertà e paralizza il Paese, mandandolo alla rovina, fingendo però che è tutto sotto controllo, anzi ci ammirano e ci studiano in tutto il mondo come modello. Dietro di lui si nasconde un intreccio di poteri, caste, tecnocrati e una pletora di esperti, inclusi gli scienziati che in questa pandemia hanno detto poco, tante ovvietà e pareri discordi.

Non una linea strategica emerge dalla cosiddetta fase due, grotteschi perduranti divieti, assurde restrizioni a macchia di leopardo, senza alcuna logica e buon senso: la scuola liquidata sine die, le attività produttive col freno a mano, i trasporti pubblici resi di fatto impraticabili, perché se vi può accedere solo un quinto degli utenti abituali (in altre versioni meno di un decimo), e se si deve provvedere per ogni corsa una sanificazione, significa paralizzarli. E questo, di conseguenza, paralizza il traffico, perché tanti andranno in auto sapendo che devono aspettare un tempo almeno cinque vote superiore a quello prima atteso (visto lo scaglionamento); non arriveranno mai al loro posto di lavoro o destinazione.

La follia di poter raggiungere solo le case in regione, la follia di tutto l’impianto, la paralisi di tutto, la mancanza di veri, concreti aiuti, l’annuncio continuo di cifre astratte, sempre variabili, di “potenze di fuoco” che sono solo un fuoco di Sant’Antonio delle intimità di chi li annuncia.

La follia è che tutto questo avviene col tacito consenso, o col silenzio-assenso di tutti i poteri che contano: dal Quirinale ai Partiti, dal Parlamento ai poteri istituzionali e costituzionali. La sinistra si rifugia vigliaccamente dietro l’Abusivo che si è impossessato del potere, perché così lui si prende oneri e onori, e intanto toglie di mezzo l’opposizione. I grillini trafficano in cineserie ma sono contenti di vedere tramite lui risalire i consensi che erano in caduta libera, e tramite lui esercitare ancora potere, restare al governo pur avendo dato prova della loro assoluta incapacità, autocertificata in massa.

L’assurdo di questa situazione è che tutti costoro gridavano al timore del dittatore venuto da destra, il Salvini, o il Salvameloni di turno (o anche il Renzi), e intanto lasciavano instaurare un’autocrazia mediatica che non ha precedenti, l’Uomo solo al comando e al telecomando, venuto dal nulla, con poteri pressoché illimitati di costringere la popolazione a ogni genere di schiavitù e di impedimento. Col favore dei grandi media, non solo pubblici. E la stessa cosa si ripete a livello mondiale: tutti gridano e irridono al Dittatore Trump, mentre lasciano crescere il potere e l’influenza nel mondo della vera Dittatura, quella cinese, che ha gravi responsabilità nel virus e che ora si sta espandendo nel mondo, con ogni forma (incluso il 5G) e che trova nella nostra compagnia di burattini denominata governo il suo principale asino di Troia (cavallo sarebbe troppo) per insinuarsi.

Il suddetto millantatore abusivo continua a fare one-man-show in televisione, parla per un’ora su tutte le grandi reti – Rai, Mediaset, Sette – per non dire nulla, e lasciare tutto più sotto l’autocrazia. È ormai un rito di vanità in cui l’impostore si pavoneggia (Rito Pavone), annuncia vittorie in Europa che non ha mai conseguito, preannuncia cose che non rispondono mai alla realtà e limita la sua azione ai verbi perifrastici, stiamo in procinto di, stiamo per varare, stiamo sul punto di. Si vanta di tutto, per dirla con Gioacchino Belli: “Non faccio per vantarmi ma oggi è una bellissima giornata”. E poi il mantra ossessivo di questi giorni, dal primo scienziato all’ultimo telegiornalista, “non abbassare la guardia” che va tradotto a contrario: abbassatevi i pantaloni, in ginocchio, restate fermi, in catene.

Dopo due mesi di carcerazione di massa non è più sopportabile. È necessario non dico ribellarsi, insorgere, fermarlo. Ma quantomeno osservare, sì, le precauzioni sanitarie leggendole però in una chiave compatibile con la vita che riprende, la libertà ritrovata, il buon senso. Chiedo a questo proposito che anche le forze dell’ordine non accettino di diventare esecutori di un’autocrazia irresponsabile che non sa dove ci sta portando; naviga a svista, a orecchio, random. Chiedo loro che interpretino le norme il più possibile in modo duttile, non a danno degli italiani e dei loro primari interessi vitali, e della loro libertà primaria. La stessa cosa sento di chiedere a tutti i sacerdoti, nel nome di quello che anche la Conferenza Episcopale ha denunciato: nessun autocrate può impedire così a lungo l’esercizio elementare della propria fede, le messe. Non c’è nessuna ragione di salute, nessuna maglia di forza della salute, che può impedire questa essenziale libertà, primaria per i credenti. Basterà osservare le norme, distanziamento sociale, mascherine, cautela.

È finita la fase dell’obbedienza cieca, prona e assoluta. È finita la pazienza. Occorre cominciare una ragionevole obiezione di coscienza e di libertà, pur rispettando tutte le cautele, con realismo e con tutte le norme costituzionali. Altrimenti questo viaggio verso la dittatura sanitaria (come la chiamai ormai nei primi di marzo) sarà di sola andata; la sospensione che si prolunga nel tempo rischia di farsi sistemica e perlomeno ricorrente, incombente come una minaccia periodica e un deterrente di fronte a ogni libertà. Il paese si sta sfasciando e non possiamo pensare che l’unico rimedio sia preannunciare – a due mesi dall’emergenza- il prezzo politico alle mascherine. Smascheriamo piuttosto questo dispotismo vanitoso, di uno incapace di tutto. Questo non è dispotismo illuminato, ma dispotismo allucinato. Un incubo da cui svegliarsi.

MV, La Verità 28 aprile 2020

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La pazienza è finita

Un 25 aprile mai così retorico e ipocrita

 

Il 25 aprile celebra un’idea grottesca, la lotta contro il nemico morto e sepolto da quasi cent’anni, l’Ur-fascismo opportunistico di Umberto Eco, ma quest’anno è più grottesca, affonda nel ridicolo. A celebrarla sono i gendarmi, gli irregimentati, i censori. Gli uomini d’ordine come il professor Marco Revelli, figlio di comandante partigiano, che ad un giornale dichiara senza imbarazzo: oggi Liberazione è obbedire. Siamo al comico, ma Revelli e quelli come lui non fanno che rinverdire la professione di comunismo: piegarsi, obbedire volentieri a un regime sentito come organico. Mai tanta voglia di bavaglio, di censura come oggi. Se il circolo dei virologi fa scattare la gogna per un dissidente, Giulio Tarro, non ascrivibile al partito unico degli scienziati in cerca di partito, ecco che il Fogliomette alla gogna quello che già è alla gogna, Tarro, intervistato da Giletti.

Se Feltri se ne esce con una battuta eccessiva, l’Ordine vorrebbe colpire anche chi ha osato ospitarlo e magari i parenti stretti, gli amici, i vicini di casa. Libertà kafkiana, di obbedire, di essere conformisti. Il giornale unico del Coronavirus si censura da solo, recepisce veline e mascherine dalla Cina e sulla pandemia omette, occulta quello che gli pare conveniente. Opinioni diverse sono non più sgradite ma maledette senza se e senza ma. Non è la ricorrenza a infastidire, ma come nel tempo è stata piegata, stravolta; è la retorica, soffocante, insopportabile, bolsa. E stupida. E terribilmente ipocrita.

Libertà di che? Di restare confinati in casa, senza futuro, senza speranza? “Credere obbedire combattere” non era uno slogan fascista? Sì, ma alla bisogna viene utile anche in altera pars, è lo slogan di tutti i regimi e di tutti i conformismi. I libertari, gli allergici alla sbirraglia, le sentinelle della libertà, tutte strette nel loro canto di obbedienza! Unica eccezione, i reduci dell’Anpi, associazione combattentista di stato, con prebende di stato. Quelli che decidono a insindacabile giudizio chi può celebrare e chi no, chi può parlare e chi no, perfino chi può pregare e come e quale Dio: i loro scherani legnano la brigata ebraica se si presenta, intimidiscono con metodi camorristici chi deflette dal pensiero unico, dalla vulgata unica della Resistenza.

Che bella libertà. Sui balconi, tutti tranne chi ha l’autocertificazione Anpi, sui balconi a cantare Bella Ciao senza potere uscire, volonterosi carnefici di loro stessi, drogati di frasi fatte, di slogan da ginnasiali rincitrulliti: “Ah, io se partigiano significa stare da una parte, io sto dalla parte della libertà non da quella dell’oppressione”, ma tu senti che coglionate tocca leggere, sentire anche oggi. Come se ci fosse chi ammette di stare serenamente dalla parte dell’oppressione, della dittatura.

E invece non lo ammettono ma le sentinelle e le Sardine proprio da quella parte stanno. “Ah, oggi c’è il sole e il corteo verrà una meraviglia”. Contenti voi, che ve lo guardate dalla vostra cella di clausura… Hanno anche studiato, questi naif sociali, sono stati liceali brillanti, alcuni sono diventati artisti, ballerini, come Valpreda, altri docenti: ma invecchiano male, come inebetiti. Bella Ciao contro che? Liberazione da che? Da un governo inetto che da due mesi ci tiene ammanettati per le palle semplicemente perché non sa che pesci pigliare? Da una burocrazia di potere che complica l’impossibile ma non rinuncia a farci pagare le tasse, le bollette, quanto a dire il costo di una pandemia di cui siamo incolpevoli? Dalla dittatura dei virologiinfluencer che ci vogliono reclusi senza limite? Dalla libertà obbligatoria di ringraziare la Cina che ci ha trasmesso un contagio misterioso, sul quale poi ha mentito senza ritegno? Dalle 15 task force con 500 esperti nullologi?

Dagli anatemi di Bergoglio che vede nella strage globale la vendetta d’Iddio contro il capitalismo? Dalla scemenza dei capetti Sardina che cascano nelle provocazioni del finto Papa al telefono, finto fino a un certo punto visto che le Sardine sono il trait d’union tra il Vaticano guevarista e la onnipotente comunità di Sant’Egidio? Dal Parlamento esautorato, dalle contorsioni di Conte e dei grillini, no al Mes, forse il Mes, viva il Mes? Dalla spoliazione metodica, programmata di un paese che, dopo essersi infilato nella trappola unionista non ha nessuna forza né speranza di uscirne? Dalle terribili conseguenze economiche e sociali del Coronavirus da qui ai prossimi mesi, anni? No: da Mussolini.

L’Ur-fascismo di Eco era una scemenza pseudocolta ed è tutto ciò che resta, ancora oggi, alle sentinelle del conformismo, alla psicopolizia della Liberazione. Libertà non più partecipazione come voleva Gaber ma obbedienza come predica Revelli. Il sogno di tutti i regimi e di tutti i popoli pecoroni. Che felicità, oggi, inscatolati sui balconi, a guardare in televisione il “magnifico corteo nella giornata di sole” dei soliti noti, Anpi, Cgil, Pd, la solita schiuma alla bocca contro i fascisti di ieri e quelli di oggi, che non mancano mai. “Ora e sempre antifà!”. Aspettando l’altra liturgia ipocrita del Primo Maggio. Che bella libertà.

 

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Lenin, l’orrore comincia con lui

 

Centocinquant’anni fa nacque colui che portò per primo il comunismo al potere. Vladmir Illich Uljanov, detto Lenin, inventò la miscela più esplosiva della storia contemporanea: il cinismo assoluto al servizio dell’utopia radicale. Idealismo cieco e pragmatismo trasformista. O al contrario, l’idealismo assoluto diventa l’alibi del potere assoluto. “Per la rivoluzione non esistono sacrifici abbastanza grandi” ripete Lenin esprimendo l’essenza mistica e salvifica del comunismo, la sua matrice gnostica ed escatologica. La realtà non merita di esistere, va soppressa. Confessò una volta Lenin a Massimo Gorkij dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven: “Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno, ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Eh sì, il nostro mestiere è diabolicamente difficile”. È la miglior sintesi del leninismo e del comunismo: il mondo è una civitas diaboli da epurare, l’uomo presente e reale è cattivo e corrotto e la violenza è la terapia necessaria, pur essendo idealmente per la pace e per la non violenza; è la missione crudele del rivoluzionario che “diabolicamente”, tramite la pratica del male e del terrore, sgombra il mondo dal marciume e produce il bene futuro.

“Molte cose ci sono ancora nel mondo” dice Lenin “che devono essere distrutte col ferro e col fuoco”. Stalin è già in nuce in Lenin, e con lui tutti i regimi comunisti del Novecento. È nella sua pratica quanto nella sua teoria. L’uomo storico, reale e presente, con le sue imperfezioni, è l’agnello sacrificale per l’uomo nuovo, il mondo nuovo, l’ordine nuovo che verrà. I nemici di oggi o domani magari erano pure i compagni di ieri; il cannibalismo fratricida è uno dei tratti costanti del comunismo sin da Lenin.

Per lungo tempo si è giustificato il leninismo come un corso intensivo e accelerato di modernità per un paese arretrato come la Russia. Il comunismo di Lenin sarebbe stato per la Russia il concentrato del progresso scandito in Occidente in più tappe: illuminismo, rivoluzione industriale, rivoluzione americana e Rivoluzione francese, la Comune, le guerre d’indipendenza. La rivoluzione sovietica sarebbe un salto rivoluzionario in un paese ancora medievale. Ma il paradiso in terra si rivela subito un acconto dell’inferno. Nel 1919 Lenin disse nel corso di un’assemblea dedicata all’agricoltura: “Sappiamo che non siamo in grado di instaurare ora un sistema socialista: dio voglia che posa essere instaurato al tempo dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Passò il tempo di Lenin e di Stalin, passò il tempo dei figli e dei nipoti. Ma del socialismo realizzato, garante di libertà, emancipazione e benessere, nessuna traccia, in nessun luogo del mondo.

Nel leninismo c’è in germe sia Stalin che Gramsci: ovvero c’è sia il terrore, la deportazione, il regime totalitario e il culto della personalità del capo, sia l’egemonia culturale, il partito-principe e intellettuale collettivo, la via nazionale al socialismo e la conquista per gradi della società.

Nel 1924, prima su Ordine nuovo e poi su l’Unità nello scritto Lenin capo rivoluzionario Gramsci elogia l’uomo e l’opera, l’azione e la dottrina di Lenin, da poco scomparso, riconoscendosi senza riserve nel suo solco. Anzi, Gramsci rimprovera a Mussolini di non essere stato un capo come Lenin, di aver mancato l’occasione che gli offrì il 1914 dopo la settimana rossa e di aver abbandonato il marxismo, accettando poi il compromesso con la monarchia, la chiesa e il capitale. E lo scritto prosegue nel paragone tra il falso capo Mussolini e il vero duce Lenin, con la sua benefica dittatura del proletariato. Cesarismo regressivo e cesarismo progressivo. “Tutto è stato riordinato dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, al governo e alla storia”. I milioni di vittime, le sanguinose repressioni, la soppressione di ogni libertà, non contano. Dettagli contabili. Sull’altro versante, il gulag staliniano è la prosecuzione coerente del terrore e della deportazione già avviati da Lenin. Varando il codice penale sovietico, nel 1922 Lenin sosteneva: “Il tribunale non deve eliminare il terrore, prometterlo significherebbe ingannare se stessi e ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti”. Sono passati cinque anni ormai dalla Rivoluzione e il terrore si fa regime, pratica ordinaria di potere.

Pochi mesi prima della Rivoluzione d’ottobre, Lenin suggeriva invece nelle Cinque Lettere da lontano una transizione graduale al socialismo ritenendo impossibile “rovesciare in un solo colpo” gli assetti dominanti. È Lenin a raccomandare “l’arte di acconsentire e di barcamenarsi, gli zig-zag, le manovre di conciliazione e di ritirata” usate poi dal comunismo occidentale e dalla stessa perestrojka di Gorbaciov. Lenin, prima di Gramsci, ritiene che non esista una sola rivoluzione mondiale, ma differenti vie nazionali al comunismo; né esisterà mai una contrapposizione netta tra borghesia e proletariato, ma si dovrà piuttosto lavorare nella “terra di mezzo” tra contaminazioni e compromessi. Ci sarà magari un pezzo di borghesia che si alleerà alla classe operaia e un pezzo di proletariato che abbraccerà la reazione…

Solzenicyn svela la verità: “Hanno inventato il termine stalinismo. Ma non c’è mai stato nessuno stalinismo. Fu un’invenzione di Krusciov per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. In realtà aveva già detto tutto Lenin”. Non solo detto, anche fatto.

MV, La Verità 21 aprile 2020

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Lenin, l’orrore comincia con lui

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