Siate intellettualmente onesti: la Storia non inizia il 24 febbraio 2022

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Amerino Griffini

Fonte: Amerino Griffini

Tutti (o quasi) privi di memoria storica. Ma basta andare a razzolare tra vecchi scritti per scoprire che più di vent’anni fa non c’era solo quel filo-sovietico di Giulietto Chiesa o quei birbaccioni con scheletri negli armadi di Franco Cardini, il Griffini che scrive qui e i loro amici da una vita, a dire che l’imperialismo USA è il nemico dell’umanità e la NATO il suo braccio armato. Per dirla tutta, noi lo stiamo dicendo dagli anni Sessanta, e giusto perché allora eravamo giovincelli;  nati qualche anno prima e lo avremmo detto dalla fine della Seconda guerra mondiale.
L’incipit per dire che ho trovato un saggio di due analisti di geopolitica e docenti di Fisica, Paolo Cotta-Ramusino e Maurizio Martellini, datato 1999. Attenzione: 1999, 23 anni fa. Titolo: “L’atomica in casa: a che ci servono le bombe”. Sottotitolo: “La guerra fredda è finita, ma non il pericolo nucleare. In Europa sono stanziate circa 180 armi atomiche americane, disseminate in sette paesi, fra cui l’Italia. I rischi di proliferazione e la tensione con la Russia”.
Estrapolo dal saggio questo passo:
“Se paesi economicamente e politicamente importanti come quelli dell’Europa occidentale, che non sono minacciati da nessun rischio militare evidente da parte di nessuno Stato, considerano di fatto essenziale per la propria sicurezza la presenza sul proprio territorio di un certo numero di bombe nucleari, cosa dire delle nazioni che si trovano in situazioni strategiche difficili e devono affrontare minacce reali da parte dei paesi confinanti?
E’ evidente che questo problema riguarda anche il rapporto tra gli Stati europei e la Russia. L’allargamento della NATO ad est ha creato una situazione difficile per la Russia. I confini dell’Alleanza si stanno avvicinando a quelli della Russia e paesi precedentemente alleati all’Unione Sovietica ora appartengono ad un’alleanza militare che esclude la Russia. Altre nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia, se non della stessa Unione Sovietica, come i baltici, stanno premendo per entrare a far parte della NATO. In questa difficile situazione è stato sollevato il problema specifico delle armi nucleari collocate in Europa. In particolare, si è chiesto: verranno installate armi nucleari nei nuovi paesi membri della NATO e, di conseguenza, le armi nucleari tattiche americane saranno spostate più vicino ai confini della Russia?
(…) Per capire la crescente ostilità politica tra la NATO e la Russia basta osservare il drammatico susseguirsi degli eventi di questi ultimi tempi. Prima abbiamo avuto l’intervento militare anglo-americano in Iraq, al di fuori di qualsiasi contesto internazionale concordato. Poi c’è stato l’allargamento della NATO a tre paesi un tempo membri del Patto di Varsavia. E subito dopo, gli attacchi della NATO contro la Jugoslavia, che hanno dimostrato la determinazione dell’Alleanza atlantica nel “ripristinare l’ordine” ovunque in Europa, anche se questo significa un intervento militare oltre i confini dell’area della NATO stessa. Dal punto di vista della Russia questo atteggiamento evoca lo spettro di futuri interventi della NATO in conflitti locali, anche nelle regioni dell’ex Unione Sovietica. Sottovalutare le tensioni tra la Russia e la NATO potrebbe essere un errore dalle conseguenze pesanti, mentre, per contro, sarebbe opportuna intraprendere tutte le misure che possano alleviare la tensione e ridurre l’ostilità tra russi e occidentali”.
Ciò 23 anni fa. Fate un salto di tutto ciò che è successo poi in questo arco temporale e valutate onestamente cosa poteva aspettarsi la Federazione russa dopo anni – in Ucraina – di persecuzione dei russofoni, dei divieti dell’uso della loro lingua, delle stragi, delle violenze di tutti i tipi da parte del Reggimento Azov e delle altre milizie della Guardia nazionale.
Condite tutto ciò con l’arrivo sulla scena mondiale di Biden con la sua senescenza e il timore di perdere elezioni e ruolo dominante degli USA nel mondo; unite a ciò tutti gli anni  nei quali sono stati inviati istruttori militari, miliardi di dollari per armi e per imbrigliare l’economia ucraina in modo allettante e ricattatorio. Mancava solo l’ultimo atto prima della fine: la tragedia o la resa.  Erano legittimi i timori della Russia?
Davvero: la Storia non inizia il 24 febbraio 2022. Siate onesti!

Un NO ragionato alla droga

Condividi su:

QUINTA COLONNA

Segnalazione del Centro Studi Livatino

Si è tenuto ieri, 6 maggio 2022, il convegno organizzato dal Centro Studi Livatino “Droga, le ragioni del NO. Scienza, contrasto, prevenzione e recupero”. L’evento è stato trasmesso in diretta sui canali tv e YouTube del Senato.

Di seguito una breve panoramica di foto e qualche estratto dei vari interventi.

Alfredo Mantovano, vice Presidente del Centro Studi Livatino: “Le battaglie che e’ giusto fare, si possono anche perdere, ma c’e’ un modo sicuro di perderle, che e’ quella di non combatterle”.

Angelo Vescovi, Università di Milano Bicocca e direttore scientifico dell’IRCSS Casa Sollievo della Sofferenza e dell’Istituto CSS-Mendel: “Bisogna smettere con una leggenda metropolitana secondo la quale se si liberalizza l’uso della cannabis, se ne diminuisce l’uso. E’ vero l’esatto opposto, i dati lo dicono”.

Giovanni Russo, procuratore nazionale vicario antimafia e antiterrorismo: “Si assiste alla tendenza per cui il consumatore diventa egli stesso spacciatore per procurarsi la sostanza e questo fenomeno viene incentivato dalle organizzazioni criminali perché si tratta di soggetti facilmente sacrificabili il cui arresto non mette a repentaglio l’organizzazione nel suo complesso.”

“Al policonsumo di più sostanze, alcol e altro, corrisponde sempre di più la policriminalità, ossia la diversificazione della tipologia di offerta di prodotti da parte della criminalità”

“E se si depenalizzasse ? Io non ho mai visto un gruppo criminale che abbia chiuso i battenti per essere venuto meno l’oggetto della sua attività; cercano il businness, quindi diversificano le loro attività”

Letizia Moratti, vice presidente e Assessore al Welfare della Regione Lombardia: “Aumentare l’offerta significa automaticamente aumentare la dipendenza”.

“Ma ogni persona che fa uso di sostanza può essere salvata. Occorre cambiare l’approccio culturale: da problema cronico alla possibilità del recupero”.

“Occorre un intervento precoce e tempestivo e un nuovo modo di fare prevenzione, con testimonianze di chi proviene dall’esperienza della droga che indichino la possibilità del recupero”.

“A chi è nel problema della dipendenza occorre mandare il messaggio che esiste una seconda possibilità, perché nessuna si senta abbandonato quando decide di cambiare strada”.

Antonio Maria Costa, già Vice segretario ONU e Direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC): “Dobbiamo avere il coraggio di passare a un tipo contrasto diverso dal passato, diventando seri nella lotta contro trafficanti e intermediari. Se questa osservazione schiocca alcuni di voi, riflettete: i proventi illeciti della droga circolano liberamente nel sistema economico. Ho personalmente constatato che tutte le grandi banche internazionali sono state e rimangono coinvolte nel riciclaggio del denaro mafioso per centinaia di miliardi. Chi gestisce i miliardi dei clan mafiosi è impunito, mentre il tossicodipendente finisce in galera”.

“Occorre contrastare non solo i banchieri, ma anche la lobby pro-droga che loro finanziano… esistono gruppi di pressione capaci di mobilitare enormi somme per influenzare cittadinanza e parlamenti contro le norme vigenti – in definitiva per votare in un possibile referendum, oppure influenzare i legislatori. Il business del cannabis legale, iniziato da piccoli produttori, è ora quotato in borsa. Ne fanno parte anche i grandi colossi farmaceutici, alimentari e del tabacco”.

“Più risorse a favore di prevenzione e recupero rendono le risorse spese per il contrasto più efficaci. E non c’è misura preventiva più efficace di quelle condotte attraverso la famiglia e la scuola”.

Mauro Ronco, docente emerito di Diritto Penale e presidente del Centro Studi Livatino: “La distinzione tra droghe pesanti e leggere non esiste, ma dal punto di vista fenomenologico la questione è superata perché spesso il consumatore ne assume più di una e di diverso tipo”.

“Va recuperata la solidarietà, che caratterizza tutta la nostra Costituzione, e che implica doveri verso gli altri e non solo diritti”
“Non siamo su un fronte arretrato, siamo su un fronte avanzato, se si ammette che la solidarietà deve costituire il punto di riferimento per per tutti gli uomini di buona volontà”.

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

Condividi su:

QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

Guareschi, lo scrittore che nacque (e non morì più)

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Giuliano Guzzo

Quasi nessuno lo ricorderà ma oggi, 114 anni fa, nella bassa parmense nasceva lo scrittore italiano più tradotto del mondo nonché uno dei più venduti di sempre: Giovannino Guareschi. Nacque infatti l’1 maggio 1908 e morì nel luglio 1968 ignorato e sbeffeggiato, con la sua morte che il tiggì liquidò in 135 secondi e L’Unità con un vergognoso epitaffio: «E’ morto uno scrittore mai nato». Invece, oltre che essere nato 113 anni fa, Guareschi vive ancora. Dove? In più ambiti.

Tanto per cominciare vive nel pubblico sempre appassionato dei film di don Camillo e Peppone, replicati all’infinito eppure mai ripetitivi, in bianco e nero eppure pieni di calore – e nell’altrettanto vasta platea dei suoi libri, scritti tutti con il genio della semplicità. Guareschi vive poi ancora nel Mondo piccolo, quella bassa padana e strapaesana che ha saputo presentarci esaltandone i tratti essenziali: l’umanità, l’ironia, la fede, il vino, i campi e, naturalmente, il grande fiume, spettatore primo e sintesi ultima di tante commoventi storie.

A ben vedere, egli vive pure nel populismo di oggi di cui, a sua insaputa, fu profeta ante litteram se pensiamo che – ben prima della Brexit, dell’elezione di Trump e della ribellione antiglobalista delle periferie – ebbe a sottolinearne l’essenza, quando affermava: «La provincia è la grande riserva intellettuale, artistica e spirituale del Paese» (Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia, Rizzoli 1993, p.141). Ancora, il papà di don Camillo vive in quell’antitotalitarismo di cui fu testimone prezioso.

Infatti, mise in luce come nessun altro il bisogno d’essere sia antifascisti (nel 1942 durante una sbornia diffamò il duce e i gerarchi, finendo in galera) sia anticomunisti (suo lo slogan «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!»). Non solo: all’occorrenza, unico giornalista nella storia repubblicana, finì pure in galera in seguito ad uno scontro con De Gasperi, rifiutando di fare ricorso in appello.

Da questo punto di vista, Guareschi vive ancora nel coraggio di chi vuole restare libero, di chi non si piega, di chi segue la coscienza anche se essa lo conduce fin dentro una cella. Giornalista, caricaturista, umorista, perfino designer, è stato dunque un vero gigante. Tanto che, mentre qui alla sua morte lo si snobbava, la rivista americana Life che gli dedicò nove pagine e Time scrisse che per capire Italia e italiani bisogna leggere Machiavelli, Mussolini e Guareschi, lo scrittore che nacque e non morì più.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/05/01/guareschi-lo-scrittore-che-nacque-e-non-mori-piu/#more-19178

L’Italia è la Bielorussia della Nato

Condividi su:

Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

Perché non festeggiamo il 25 Aprile come festa della Liberazione

Condividi su:

Il Circolo Cattolico Christus Rex-Traditio si riconosce nell’analisi fatta da Marcello Veneziani e la fa propria. Sono questi i motivi per cui noi, pur pregando in suffragio di tutti i caduti, celebriamo pubblicamente solo quelli che rimasero fedeli alla Patria, fino alla fine (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Non celebro il 25 aprile per sette motivi.
-Uno, perché non è una festa inclusiva e nazionale, ma è sempre stata la festa delle bandiere rosse e del fossato d’odio tra due italie.
-Due, perché è una festa contro gli italiani del giorno prima, ovvero non considera che gli italiani fino allora erano stati in larga parte fascisti o comunque non antifascisti e dunque istiga alla doppiezza e all’ipocrisia.
-Tre, perché non rende onore al nemico ma nega dignità e memoria a tutti coloro che hanno dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.
-Quattro, perché l’antifascismo finisce quando finisce l’antagonista da cui prende il nome: il fascismo è morto e sepolto e non può sopravvivergli il suo antidoto, nato con l’esclusiva missione di abbatterlo.
-Cinque, perché quando una festa aumenta l’enfasi col passare degli anni anziché attenuarsi, come è legge naturale del tempo, allora regge sull’ipocrisia faziosa e viene usata per altri scopi; ieri per colpire Berlusconi, oggi Salvini.
-Sei, perché è solo celebrativa, a differenza delle altre ricorrenze nazionali, si pensi al 4 novembre in cui si ricordano infamie e orrori della Grande Guerra; invece nel 25 aprile è vietato ricordare le pagine sporche o sanguinarie che l’hanno accompagnata e distinguere tra chi combatteva per la libertà e chi voleva instaurare un’altra dittatura.
-Sette, perché celebrando sempre e solo il 25 aprile, unica festa civile in Italia, si riduce la storia millenaria di una patria, di una nazione, ai suoi ultimi tempi feroci e divisi. Troppo poco per l’Italia e per la sua antica civiltà.
Quando avremo una memoria condivisa? Quando riconosceremo che uccidere Mussolini fu una necessità storica e rituale per fondare l’avvenire, ma la macelleria di Piazzale Loreto fu un atto bestiale d’inciviltà e un marchio d’infamia sulla nascente democrazia. Quando riconosceremo che Salvo d’Acquisto fu un eroe, ma non fu un eroe ad esempio Rosario Bentivegna con la strage di via Rasella. Quando ricorderemo i sette fratelli Cervi, partigiani uccisi in una rappresaglia dopo un attentato, e porteremo un fiore ai sette fratelli Govoni, uccisi a guerra finita perché fascisti. Quando diremo che tra i partigiani c’era chi combatteva per la libertà e chi per instaurare la dittatura stalinista. Quando distingueremo i partigiani combattenti sia dai terroristi sanguinari che dai partigiani finti e postumi, che furono il triplo di quelli veri.
Quando onoreremo con quei partigiani chiunque abbia combattuto lealmente, animato da amor patrio, senza dimenticare “il sangue dei vinti”. Quando celebrando le eroiche liberazioni, chiameremo infami certi suoi delitti come per esempio l’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, dell’archeologo Pericle Ducati o del poeta cieco Carlo Borsani.
Quando celebrando la Liberazione ricorderemo che nel ventennio nero furono uccisi più antifascisti italiani nella Russia comunista che nell’Italia fascista (lì centinaia di esuli, qui una ventina in vent’anni); che morirono più civili sotto i bombardamenti alleati che per le stragi naziste; che ha mietuto molte più vittime il comunismo in tempo di pace che il nazismo in tempo di guerra, shoah inclusa. Quando sapremo distinguere tra una Resistenza minoritaria che combatté per la patria e la libertà, cattolica, monarchica o liberale, come quella del Colonnello Cordero di Montezemolo o di Edgardo Sogno, e quella maggioritaria comunista, socialista radicale o azionista-giacobina che perseguiva l’avvento di un’altra dittatura. I comunisti, che erano i più, non volevano restituire la patria alla libertà e alla sovranità nazionale e popolare ma volevano una dittatura comunista internazionale affiliata all’Urss di Stalin.
Da italiano avrei voluto che la Resistenza avesse davvero liberato l’Italia, scacciando l’invasore. Avrei voluto che la Resistenza fosse stata davvero il secondo Risorgimento d’Italia. E avrei voluto che il 25 aprile avesse unito un’Italia lacerata. Sarei stato fiero di poter dire che l’Italia si era data con le sue stesse mani il suo destino di nazione sovrana e di patria libera. In realtà l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati che ci dettero una sovranità dimezzata. Il concorso dei partigiani fu secondario, sanguinoso ma secondario. La sconfitta del nazismo sarebbe avvenuta comunque, ad opera degli Alleati e dei Sovietici.
I partigiani non agirono col favore degli italiani ma di una minoranza: ci furono altre due italie, una che rimase fascista e l’altra che si ritirò dalla contesa e ripiegò neutrale e spaventata nel privato o si rifugiò a sud sotto le ali della monarchia.
Il proposito di unire gli italiani non rientrò mai nelle celebrazioni in rosso sangue del 25 aprile. Fu sempre una festa contro: contro quei morti e i loro veri o presunti eredi. Chi ha provato a unirsi alla Festa da altri versanti è stato insultato e respinto in malo modo. Accadrà quest’anno pure ai grillini ignari?
Non vanno dimenticati gli italiani che restarono fascisti fino alla fine, combatterono, morirono senza macchiarsi di alcuna ferocia, pagarono di persona la loro lealtà, la loro fedeltà a un’idea, a uno Stato e a una Nazione; la futura classe dirigente dell’Italia fu falcidiata dalla guerra civile. Sia tra gli antifascisti che tra i fascisti vi furono patrioti e mazziniani che pensarono, credettero e combatterono nel nome della patria. L’antifascismo fu una pagina di dignità, fierezza e libertà quando il fascismo era imperante; ma non lo fu altrettanto l’antifascismo a babbo morto, cioè a fascismo sconfitto e finito. Era coraggioso opporsi al regime fascista, non giurargli fedeltà, ma fu carognesco sputare sul suo cadavere e oltraggiarlo. E infame è farlo ancora oggi, 74 anni dopo. Distinguiamo perciò tra gli antifascisti che rifiutarono di aderire al regime fascista, pagandone le conseguenze; e gli antifascisti del 25 aprile da corteo postumo e permanente.
MV, La Verità 24 aprile 2022

 

Sempre meno persone preoccupate per il clima. Lo schiaffo dell’Istat a Greta Thunberg

Condividi su:

di Michele Iozzino

Roma, 22 apr – Sempre meno persone sono preoccupate per il clima, almeno stando a dati Istat. Una notizia che forse farà piangere Greta Thumberg. Ma si sa, in quello show business che è oggi l’informazione, le mode vanno e vengono.

Il rapporto Bes dell’Istat: “Nel biennio 2020-21 persone meno preoccupate per il clima”

Secondo il Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, nel biennio 2020-2021 si è registrata in tuta Italia un’inversione di tendenza rispetto alla preoccupazione riguardante i cambiamenti climatici. Fino al 2019 la percentuale di persone, in un’età compresa dai 14 anni in su, che riteneva che i cambiamenti climatici e l’aumento dell’effetto serra fossero i principali problemi ambientali, era in crescita. Negli ultimi anni questa percentuale è passata dal 71% al 66,5% del 2021.

Se da una parte questi numeri rimangono comunque rilevanti, dall’altra una simile diminuzione non può passare inosservata. Tanto più che negli ultimi anni la propaganda su questo tema è stata a dir poco martellante. Simbolo dell’attenzione mainstream e un po’ facilona alle questioni ambientali è stata sicuramente Greta Thumberg. La piccola attivista svedese era diventata un fenomeno mediatico globale, mentre oggi sembra scomparsa dalla scena.

La spettacolarizzazione dell’ambientalismo e il suo declino

In questi tempi di spettacolarizzazione della politica e delle informazioni, anche le notizie hanno il loro ciclo vitale. Le battaglie di opinione che prima sembravano importantissime lasciano in fretta lo spazio a qualcos’altro. Un susseguirsi di ondate, in cui un singolo argomento tiranneggia e cannibalizza l’attenzione di tutti per poi finire nel dimenticatoio. Così l’ambientalismo ha dovuto cedere il passo a temi via via più scottanti. Prima il Covid, oggi la guerra in Ucraina, domani chissà.

Un doccia gelata per tutti quelli che credevano che la green economy fosse la battaglia del futuro o per quelli che avevano il poster di Greta Thumberg in camera. Anzi, di tutta una stagione ambientalista rimangono più che altro i tentativi più o meno riusciti del cosiddetto green wasching, ovvero tutti quei modi da parte delle aziende per accaparrarsi nuove fette di mercato dandosi un’immagine più ecologica.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/sempre-meno-persone-preoccupate-per-il-clima-231293/

Zelensky amerikano contro l’Europa

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

Moskva è affondato

Condividi su:

di Alfio Krancic

Al di là del colpo al prestigio militare russo, l’affondamento dell’incrociatore a mio parere pone alcuni interrogativi. Sapevo che un’unità come il Moskva era dotata di difese antiaeree e antimissilistiche estremamente efficaci e di un sistema di controllo elettronico e radaristico molto efficiente, ma non è bastato per fermare due missili Neptune di fabbricazione ucraina. Ora noi tutti sappiamo che il know how ucraino in fatto di elettronica applicata agli armamenti non è propriamente il massimo che ci sia in circolazione o perlomeno non è all’altezza di quello russo. Quindi sorge spontanea una domanda. Boris Bojo Johnson nel suo viaggio a Kiev aveva promesso fra gli altri aiuti “umanitari”, quello di inviare i temibili missili anti-nave Harpoon:  “nel tentativo di rompere l’assedio della marina russa ai porti del Mar Nero”. Guarda caso l’assedio momentaneamente si è interrotto. Non solo, ma l’attacco missilistico contro il Moskva avviene all’indomani della resa in massa di militari ucraini a Mariupol. Occorreva risollevare il morale della Nato e delle forze fedeli al dittatore Zelensky. Ci hanno pensato gli “istruttori” inglesi facendo partire due Neptune-Harpoon. Ma i sospetti non finiscono qui. Vogliamo scommettere che l’operazione è stata supportata, come dicono alcuni, dalla Nato-Usa che ha mandato il tilt grazie a interferenze elettroniche la capacità di difesa del Moskva ? Vedremo cosa diranno i russi nei prossimi giorni.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/04/14/moskva-e-affondato/

Il patriota Nato

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Non sappiamo cosa succederà in Ucraina e nelle trattative al seguito. Ma in ogni caso l’invasione dell’Ucraina ha fatto emergere due temi opposti e cruciali: i diritti sacrosanti delle nazioni e dei popoli, solitamente calpestato, e l’ordine mondiale e chi lo decide.

Fino a poco tempo prima dell’Ucraina, il tema della sovranità nazionale veniva accantonato o lasciato solo ai sovranisti, come una specie di residuo tossico del nazionalismo. È bastata la vicenda dell’Ucraina per esaltare il diritto delle nazioni e per raccontare le eroiche, tragiche, umane storie degli ucraini alle prese coi russi invasori. Una nuova ondata di patriottismo si è levata nella società globale, e già questo è piuttosto grottesco: è inutile aggiungere che il patriottismo è considerato come una gita fuori porta, un’escursione dai programmi globali, che anzi serve a rafforzarli. Infatti, il sottinteso trascurato è che non si difende il diritto di una nazione a restare neutra e sovrana rispetto alle potenze sovranazionali; ma la “libertà” di aderire all’Europa e alla Nato, con una precisa scelta di campo. Dimenticando i difficili, delicati equilibri che ci sono tra aree di influenza, imperi ed ex imperi. Saggezza avrebbe voluto che si fosse perseguito, già prima della guerra, la linea della zona neutra tra l’area Nato e l’area russa. Ovvero l’Ucraina non rientra nell’orbita russa; ma non entra nemmeno nell’orbita americana, fino a installare le basi missilistiche Nato alle porte della Russia. Si mantiene in quell’equilibrio che è in fondo l’unica chiave della sua storia e perfino del suo nome: Ucraina vuol dire proprio questo, linea di confine tra Oriente e Occidente.

Ma chi dovrebbe garantire questo processo, qual è l’organismo super partes o almeno extra partes che garantisce quello statuto autonomo e indipendente all’Ucraina? Obiettivamente non c’è. L’Onu e gli altri organismi internazionali non sono in grado di porsi al di sopra delle parti e di imporre questo equilibrio; si tratterà solo di raggiungere un equilibrio tra le forze in campo. Si, autorità religiose, mediatori “privati”, stati non schierati; ma nessuno ha la forza per imporre un ordine mondiale. Lasciamo il tema generale e torniamo in Italia.

Qui s’innescano alcune riflessioni che vanno a toccare i nazionalisti e i conservatori di casa nostra. L’indecente capovolgimento di posizioni dei populisti, sia nella versione grillina che leghista, mostra la loro labilità e irrilevanza davanti alle grandi questioni, e la loro subalternità totale all’establishment tecnocratico e dem che vige da noi, in Europa e nell’America di Biden. Fa un po’ pena e impressione il dietrofront recitato pure in video di Di Maio e Salvini, a cui si aggiunge il trasformismo avvocatesco di Conte, pronto a sposare ogni tesi perché in realtà non aderisce a nessuna.

La destra nazionale, invece, ha dietro di sé un repertorio storico e anche retorico che può giustificare meglio, nel nome del patriottismo e dei diritti nazionali, l’adesione alla causa ucraina contro i russi, lasciando ogni residua simpatia nei confronti della Russia di Putin che pur serpeggiava nella destra. Ma sappiamo che dietro il paravento nazionale c’è l’adesione all’orbita euro-americana e filo-Nato, che riporta la stessa destra nello stato campo del fronte dem, draghiano e globale. Insomma anche l’opposizione, l’unica opposizione parlamentare, è assorbita dentro il mainstream euro-atlantico dem-militarista. Potremmo aggiungere che non può fare altrimenti se vuole governare il Paese con l’assenso dei superiori o perlomeno senza l’ostilità dell’establishment. Una posizione diversa darebbe forse maggiore coerenza e credibilità alla destra nazionale ma minore possibilità di contare e di inserirsi nel quadro politico. Resta da chiedersi se il gioco valga la candela e se la possibilità di portare avanti un’alternativa sia in questo modo compromessa, e resti un arsenale retorico di figure e proclami sotto i quali c’è solo la totale remissività di ogni idea di sovranità nel raggio di una dragocrazia euroatlantica. Sarà difficile riuscire a esprimere una linea più articolata fondata su due parametri: priorità alle sovranità nazionali, a partire dall’Ucraina per finire con la nostra Patria; ripensamento del quadro mondiale fuori dalla cieca e assoluta subalternità alla Nato e ai suoi interessi geostrategici.

L’oscillazione tra le due linee in fondo appartiene alla destra postfascista italiana quasi dalle origini: da un nazionalismo interno a un’adesione al quadro atlantico nel nome dell’anticomunismo, oggi diventato anti-putinismo, a un terzaforzismo che non ha sbocchi e referenti reali ma si mantiene su un piano ideale, attraverso la formula nazional-europea, pur essa storica: né con i russi né con gli americani. Quante volte si è spaccata la destra tra queste due componenti: da una parte l’anticomunismo, la destra romualdiana, la posizione di Tremaglia e di altri esponenti, e dall’altra il rifiuto della collocazione stessa nell’ambito della destra, il radicalismo sociale e nazionale opposto al conservatorismo, liberale o no.

Peraltro chi immagina davvero un’Europa adulta e coesa, soggetto politico e militare, oltre che civiltà e tradizione culturale, non può immaginarla come la propaggine periferica della Nato.

È deprimente l’assenza di ogni divergenza, di ogni opinione difforme, e l’allineamento totale e acritico alla posizione ufficiale dell’Establishment. Penoso lo schema univoco, che già si era profilato con il covid e con tutte le altre questioni cruciali. Il disagio che avvertivamo per la riduzione della politica a un solo modulo prestampato, che chiameremo modulo Dem, si riversa sulla gente comune e su ciascuno di noi e finisce col mortificare ogni dignità e libertà, critica e intelligenza. Un segno che la Cappa che indicavamo nel nostro ultimo libro a proposito del clima plumbeo e oppressivo, si estende anche al panorama geopolitico e militare.

1 2 3 4 28