Veli islamici da abolire e veli islamici da mantenere

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di Alfio Krancic

In Italia siamo abituati a vedere centinaia di migliaia di donne musulmane girare con il velo. Non ne ho viste girare con il Burqa, qualcuna con il Niqab, poche con lo Chador, di più con l’Al-Amira, tantissime con lo Hiyab e qualcuna con il foulard Shayla, quest’ultimo indossato generalmente dalle ragazze iraniane. A tutto questo velame, nessuno ormai ci fa caso. Questi veli sono entrati ormai a far parte del composito panorama femminile occidentale. Nessuno, ovviamente, oserebbe chiedere alle donne islamiche di toglierselo. Noi siamo tollerantissimi e rispettosi delle tradizioni altrui. Però una domanda sorge spontanea: com’è che i media mainstream da giorni strepitano contro l’Iran perché impedisce alle donne iraniane di girare con i capelli sciolti al vento, come, con un’ efficace e romantica immagine, un giornale online descrive il desiderio di libertà delle donne iraniane? Perché dunque i sunnominati media, le organizzazioni per i diritti civili, i partiti di sinistra, i movimenti femministi, non spingono le donne musulmane che vivono nel nostro paese a liberarsi del velo e sciogliere i capelli al vento? Strano atteggiamento quello dei nostri gazzettieri e saltimbanchi. Niente ciocche tagliate per le donne musulmane in Italia? 🙂

Russia e Occidente al bivio, tra virtù e decadenza

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QUINTA COLONNA

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica del 3/10/2022

RUSSIA E OCCIDENTE: SI STANNO SCONTRANDO SUL PIANO NATURALE E SOPRANNATURALE DUE MONDI E CONCEZIONI DELLA VITA E DELLA CIVILTÀ PROFONDAMENTE DIVERSI. ENTRAMBE HANNO PERÒ IN COMUNE IL DESIDERIO SMODATO DI POTERE E DI DENARO…

Non vediamo al momento nessuna minaccia imminente sull’uso di armi nucleari da parte di Mosca ma continuiamo a monitorare la situazione in modo molto serio“. Sono le parole di Jake Sullivan, Consigliere per la sicurezza nazionale americana, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 30 settembre alla Casa Bianca. Intanto, Mosca ha posto il veto alla risoluzione “ostile” al consiglio di sicurezza dell’ONU.

La Cina, il Gabon, il Brasile e l’India si sono astenuti nella votazione per il riconoscimento di Donetsk, Luhansk, Kerson, Zaporizhzhia che, tramite referendum popolare, hanno deciso di tornare Russia ed abbandonare l’Ucraina. Dieci i voti a favore del rifiuto. Allo stesso tempo, USA e NATO frenano sull’ingresso immediato di Kiev nell’Alleanza atlantica, proseguendo con una politica cerchiobottista. Medvedev: “Zelensky vuole entrare rapidamente a far parte della Nato”.

Grande idea. Sta solo chiedendo all’Alleanza di accelerare l’inizio di una terza guerra mondiale”. Infine, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin festeggia nella Piazza Rossa, assieme ai leader delle quattro regioni annesse, parlando di “giornata storica”. La risposta della Russia al tentativo USA di utilizzare l’Ucraina come base per laboratori biochimici e per piazzare lanciarazzi a 700 km dal Cremlino, avanzando verso est, è stata scongiurata da Mosca, che si riprende i territori, storicamente suoi.

Al di là delle parole di circostanza e degli allarmismi della propaganda, Putin pare aver già vinto la prima battaglia, respingendo il nemico e annettendo i territori occupati dall’Ucraina. Ora, la posta in gioco è tutta economica ed energetica. Laddove non arriverà la politica, arriverà la guerra. Sul piano naturale e soprannaturale si stanno scontrando due mondi, due concezioni della vita e della civiltà profondamente diversi, che hanno, però, in comune il desiderio di potere e di denaro. Se l’Occidente liberale, decadente e secolarizzato, ha ucciso Dio per abbracciare il materialismo più abietto, la Russia autarchica, sacrale e identitaria, ha mantenuto vivi i principi tradizionali dell’Oriente ortodosso, che, sul piano morale, erano identici a quelli della Civitas Christiana europea, erede della grande civiltà greco-romana. L’impressione, però, che la venialità riferita alla ricchezza ed al primato economico aleggi abbastanza concretamente anche nella steppa ex sovietica, si osserva nell’atteggiamento verso le risorse di cui, forse, la Federazione Russa vorrebbe ottenere, in qualunque modo, il monopolio.

Ma una società non sarà mai multipolare se qualcuno pretende esclusive sul mondo. Vale per gli americani, ma anche per Putin. La prudenza del colosso cinese e dei Paesi emergenti (BRICS) può essere letta anche in quest’ottica, perché essi hanno ingenti affari sia con l’Occidente liberale che con l’Eurasia, e probabilmente, intendono avere garanzie chiare e nette nel mantenimento dell’indipendenza economica concorrenziale.

In realtà, l’aderenza intima, libera e affettiva, di tutta una vita alle norme tradizionali, faceva sì che essa acquistasse un significato superiore: attraverso l’obbedienza e la fedeltà, attraverso l’azione conforme ai principi e ai suoi limiti, una forza invisibile le dava forma e la disponeva sulla stessa direzione di quell’asse soprannaturale, che negli altri – nei pochi al vertice – viveva allo stato di verità, di realizzazione, di luce.

Così si formava un organismo stabile ed animato, costantemente orientato verso il sopramondo, santificato in potenza e in atto secondo i suoi gradi gerarchici, in tutti i domini del pensare, del sentire, dell’agire, del lottare. In tale clima viveva il mondo della Tradizione, prima di essere travolta dalla Sovversione liberale e comunista. “Questi popoli [europei] pensavano santamente, agivano santamente, amavano santamente, odiavano santamente, si uccidevano santamente – essi avevano scolpito un tempio unico in una foresta di templi, attraverso cui il torrente delle acque scrosciava, e questo tempio era il letto del fiume, la verità tradizionale, la sillaba nel cuore del mondo“. Così si esprimeva sulla nostra civiltà classico-cristiana Guido De Giorgio (1890-1957) nel saggio Ritorno allo spirito tradizionale, pubblicato sulla rivista La Torre (n. 2/1930).

Il filosofo Julius Evola (1898-1974), a tal proposito, scrisse citando il conte Arthur De Gobineau (1816-1882) che l’Europa feudale mostrava l’assenza di una organizzazione unica, un deciso pluralismo, nessuna economia o legislazione unitaria, condizioni di sempre risorgenti antagonismi – eppure una unità spirituale, la vita di un’unica tradizione costituivano la causa prima della sua longevità. Evola, nel suo Rivolta contro il mondo moderno scriveva, già nel 1934: “specie la tradizione estremo-orientale ha messo ben in rilievo l’idea che la morale e la legge in genere sorgono là dove la “virtù” e la “Via” non sono più conosciute: perduta la Via, resta la virtù; perduta la virtù resta l’etica; perduta l’etica resta il diritto; perduto il diritto resta il costume. Il costume è solo l’esteriorità dell’etica e segna il principio della decadenza“.

Continua, quasi profeticamente, Evola: “sopravviene l’individualismo, il caos, l’anarchia, l’hybris umanistica, la degenerazione, in tutti i domini. La diga è infranta. Resti pur l’apparenza di una grandezza antica – basta un minimo urto per far crollare uno Stato o un Impero. Ciò che può prenderne il posto avrà la sua inversione… il Leviathan onnipotente, un sistema collettivo meccanizzato e totalitario“.

Probabilmente è per questo che l’Unione europea al soldo di Soros e degli Stati Uniti di Biden e delle sue lobby di potere volte al transumanesimo hanno già perso. I popoli liberi possono ancora svegliarsi dal torpore provocato dal benessere, dai tecnocrati e dal pensiero unico, ripartendo dallo Spirito, recuperando la sana dottrina cattolica cattolica di sempre, vivendo con virtù e seguendo l’esempio di quel Cristo che è la Via, ma anche la Verità e la Vita.

 

LA GUERRA INUTILE DI WASHINGTON PER CONTO DI UNA FALSA NAZIONE

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QUINTA COLONNA

di David Stockman – AntiWar.com – 28 settembre 2022

I messaggi arrivano forti e chiari oggi: dal crollo della sterlina, al ripudio dei governi di establishment in Italia, Svezia e altri ancora, fino all’appello del Primo Ministro ungherese Orban a porre fine alla guerra delle sanzioni e a farlo subito.

Quindi, parliamoci chiaro: l’insensato intervento di Washington nella disputa intestina tra Russia e Ucraina e la guerra delle sanzioni globale che l’accompagna è sicuramente il progetto più stupido e distruttivo che sia nato sulle rive del Potomac nei tempi moderni. E gli architetti di questa perfida follia – Biden, Blinken, Sullivan, Nuland e altri – non possono essere condannati abbastanza duramente.

Dopo tutto, questa follia viene perseguita in nome di norme politiche astratte – lo Stato di diritto e la santità dei confini – che rendono Washington uno zimbello. Più di ogni altra nazione sul pianeta (e di gran lunga), negli ultimi decenni ha violato questi standard in modo grave e palese per decine di volte.

Tra le altre azioni, gli interventi di Washington in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria, Somalia, ecc. non sono stati solo inutili, ma anche un’evidente violazione dello stesso Stato di diritto e della sacralità dei confini su cui Washington si batte sempre più strenuamente.

Inoltre, crogiolandosi in questa sguaiata ipocrisia, Washington ha abbandonato ogni parvenza di buon senso sul perché questo conflitto sia avvenuto e sul perché sia del tutto irrilevante per la sicurezza nazionale della nazione americana o, se vogliamo, anche dell’Europa.

Il fatto fondamentale è che, a parte il periodo storicamente breve del ferreo dominio comunista durante l’era sovietica, l’Ucraina non è mai stata uno Stato nazionale all’interno dei suoi confini post-1991. Infatti, per oltre 275 anni prima del 1918, gran parte dei suoi territori erano terre di confine, vassalli e vere e proprie province della Russia zarista.

Non abbiamo quindi a che fare con l’invasione di uno Stato di lunga data, etnicamente e linguisticamente coerente, da parte del suo aggressivo vicino, ma con il pot-pourri di lingue, territori, economie e storie separate che sono state tritate insieme da brutali governanti comunisti tra il 1918 e il 1991.

Di conseguenza, l’inverno buio e freddo del collasso stagflazionistico in Europa, che si avvicina rapidamente, non è fatto in eroica difesa dei grandi principi proposti da Washington e dalla NATO. Al contrario, si tratta di un’inutile e sporca attività di conservazione di un ignobile status quo ante che è stato creato nelle terre a nord del Mar Nero, non dal normale corso dell’evoluzione storica e dell’accrescimento degli Stati nazionali, ma dalle mani sanguinarie di Lenin, Stalin e Kruscev.

In ogni caso, i costi economici impressionanti per la gente comune d’Europa nel perseguire uno scopo così inconsistente ed illegittimo stanno iniziando ad essere avvertiti dalle vittime a lungo sofferenti dei governanti elitari di Bruxelles. Da qui il tuono delle elezioni italiane di questo fine settimana e l’appello parallelo di Viktor Orbán all’Unione Europea affinché elimini le sanzioni e quindi potenzialmente riduca i prezzi dell’energia della metà in un colpo solo.

Orbán non è nemmeno l’unico a chiedere la fine delle sanzioni: anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotaki ha chiesto l’abrogazione delle sanzioni russe. Altri leader politici, come Matteo Salvini, che guida il partito conservatore della Lega e sarà una forza importante nel nuovo governo italiano, affermano che l’Europa ha bisogno di un “ripensamento” sulle sanzioni alla Russia a causa delle pesantissime ricadute economiche.

Allo stesso modo, anche il partito conservatore Alternativa per la Germania (AfD) spinge per la fine delle sanzioni e per la riapertura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (ma che strano, i gasdotti sono saltati, N.d.T.) a causa dell’aumento dei costi energetici in Germania. Il membro dell’AfD al Bundestag, Mariana Harder-Kühnel, ad esempio, ha recentemente fatto eco all’appello di Orbán.

“La burocrazia dell’UE ha tirato fuori le sanzioni e ora siamo noi a pagare il conto”, ha dichiarato.

In questo contesto, il crollo della sterlina inglese, che si è verificato da venerdì sul mercato ForEx parla più di ogni altra cosa.

La sterlina britannica è rapidamente precipitata al livello più basso di sempre all’inizio di questa mattina, toccando 1,0349 dollari durante le ore di negoziazione asiatiche, superando il precedente minimo storico del 1985. Inoltre, il crollo odierno ha fatto seguito a quello del 3% di venerdì scorso, dopo che il nuovo governo Truss aveva annunciato ampi tagli alle tasse e un massiccio salvataggio energetico per imprese e privati.

Allo stesso modo, il prezzo del debito pubblico britannico è sceso di pari passo con la sterlina, con rendimenti in forte aumento anche oggi. Il titolo di Stato a 10 anni rendeva il 4,11%, con un aumento di 28 punti base rispetto a venerdì e uno sbalorditivo 342% rispetto al rendimento dello 0,93% di un anno fa.

uk_10_y_bondRendimento titolo di stato decennale britannico

A scanso di equivoci, ecco l’andamento della sterlina negli ultimi dodici mesi. Questo è un enorme “pollice verso” da parte dei mercati ForEx, se mai ce n’è stato uno.

uk_10_y_poundAndamento della sterlina inglese negli ultimi dodici mesi

Ma il punto rilevante non sono tutte le chiacchiere keynesiane “sull’errore” di abbassare l’aliquota fiscale massima del 45% e di eliminare altri disincentivi al lavoro e agli investimenti che portano le aliquote marginali britanniche al 60%. Queste riduzioni delle schiaccianti aliquote fiscali che i governi conservatori e laburisti hanno eretto in cima allo sfarzoso Welfare State del Regno Unito erano attese da tempo e, di fatto, stimoleranno un’attività economica compensativa.

Ciò che in realtà distruggerà i resti della sostenibilità fiscale del Regno Unito è il piano assolutamente folle della Truss di congelare tutti i prezzi dell’energia per tutti i cittadini e le imprese, con un costo di oltre 200 miliardi di dollari all’anno o del 5% del PIL.  Ma questa è una follia neocon galoppante.

Se Londra vuole alleviare ai propri consumatori i prezzi esorbitanti dell’energia e delle altre bollette, deve solo seguire il consiglio di Orban e porre fine alla sua guerra di sanzioni contro le esportazioni russe di energia, cibo e altre materie prime. E non costerebbe un centesimo all’erario.

In altre parole, il crollo della sterlina dovrebbe essere un campanello d’allarme generale per l’Europa e anche per Washington. Dichiarando guerra al commercio produttivo e pacifico con la Russia che prevaleva in precedenza, i leader europei – soprattutto il nuovo governo del Regno Unito – hanno sacrificato la propria prosperità e il tenore di vita dei loro cittadini a favore di un regime prodigiosamente corrotto e antidemocratico a Kiev, dedito a preservare intatto nulla di più nobile della mano morta del vecchio Presidium sovietico.

O come ha giustamente riassunto il nostro amico James Howard Kunstler:

“Accettiamo il fatto che il luogo chiamato Ucraina non è mai stato affare dell’America. Per secoli l’abbiamo ignorata, attraverso tutte le colorate cariche di cavalleria di turchi e tartari, il regno degli audaci cosacchi zaporoziani, i crudeli abusi di Stalin, poi di Hitler, e gli anni grigi e spenti da Krusciov a Eltsin. Ma poi, dopo aver distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia e vari altri luoghi per un grande gioco egemonico, i guerrafondai professionisti della nostra terra e i loro catamiti a Washington hanno fatto dell’Ucraina il loro prossimo progetto speciale. Hanno architettato il colpo di Stato del 2014 a Kiev, che ha spodestato il presidente regolarmente eletto, Yanyukovich, per creare un gigantesco supermercato di truffe e di riciclaggio internazionale. L’altro obiettivo strategico era quello di preparare l’Ucraina all’adesione alla NATO, che l’avrebbe resa, di fatto, una base missilistica avanzata proprio contro il confine con la Russia. Perché, beh, Russia, Russia, Russia!”

Torniamo quindi alla questione in oggetto: ogni elezione presidenziale ucraina dal 1991 ha rivelato una nazione radicalmente divisa tra popolazioni filorusse a Est e a Sud e nazionalisti antirussi al centro e a Ovest. Quando il pugno di ferro del regime comunista è stato rimosso, infatti, l’Ucraina è diventata un territorio che anelava a essere suddiviso in giurisdizioni di governo più facilmente accessibili.

Per esempio, ecco i risultati delle elezioni del 2010 che hanno portato un politico filo-russo alla presidenza e che hanno dato origine al putsch di Washington durante la rivolta di Piazza Maidan che ha presto portato il Paese alla guerra civile.

2010_vote_ukraineRisultati delle elezioni del 2010 in Ucraina

La mappa sopra riportata rende a malapena giustizia alle cifre reali. In molte delle aree gialle, che sostenevano Julia Tymoshenko, il voto era stato dell’80% o più a favore della candidatura nazionalista di quest’ultima, mentre in gran parte dell’area blu la vittoria del filo-russo Viktor Yanukovych aveva le stesse percentuali.

Ma non si è trattato di un caso isolato di politica elettorale a breve termine: si tratta in realtà della recrudescenza del modo in cui la finta nazione ucraina è stata messa insieme negli ultimi tre secoli.

Prima della fine della prima guerra mondiale, non esisteva uno Stato ucraino. Come le politiche artificiali e insostenibili della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, create a Versailles da politici che servivano i propri interessi (in particolare da Woodrow Wilson, in cerca di voti a casa propria), l’Ucraina era un prodotto dell’ingegneria geopolitica, in questo caso dei nuovi governanti dell’Unione Sovietica.

In effetti, la provenienza storica “dell’Ucraina” può essere descritta in poche parole. Quella che sarebbe diventata l’Ucraina si unì alla Russia nel 1654, quando Bohdan Khmelnitsky, un atamano dell’Armata Zaporozhiana (traduzione forzata dell’originale Zaporozhian Host, N.d.T.), presentò una petizione allo zar russo Alessio affinché accettasse l’Armata Zaporozhiana nella Russia. In altre parole, la Russia imperiale diede origine all’odierna aggregazione dell’Ucraina annettendo al suo servizio i temibili guerrieri cosacchi che abitavano la sua regione centrale.

L’esercito e il piccolo territorio allora sotto il controllo dell’atamano furono chiamati “u kraine”, che in russo significa “ai margini”, un termine che era nato nel XII secolo per descrivere le terre al confine con la Russia.

Nei 250 anni successivi, l’espansionismo degli zar aggiunse sempre più territori adiacenti, designando le regioni orientali e meridionali come “Novorussiya” (Nuova Russia), territori che includevano la Crimea che Caterina la Grande acquistò dagli Ottomani nel 1783.

In altre parole, all’epoca dell’indipendenza dell’America, il cuore dell’odierna Ucraina era governato dal lungo braccio dell’autocrazia zarista.

Dopo la rivoluzione bolscevica, naturalmente, la mappa cambiò radicalmente. Nel 1919 Lenin creò lo Stato socialista dell’Ucraina su parte del territorio dell’ex Impero russo. L’Ucraina divenne ufficialmente la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kharkov nel 1922 (spostata a Kiev nel 1934).

Di conseguenza, il nuovo Stato comunista fagocitò la Novorussiya per le porzioni orientali e meridionali dell’area verde nella mappa mostrata più sotto, comprese le regioni di Donetsk e Lugansk, nonché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia che si affacciano sul Mar d’Azov e sul Mar Nero e che sono i luoghi degli odierni referendum di secessione sponsorizzati dalla Russia.

Successivamente, nel 1939, in seguito al famigerato Patto nazi-sovietico, Stalin poté annettere i territori orientali della Polonia, come indicato dalle aree gialle della mappa. In questo modo, il territorio storico della Galizia e la città polacca di Lvov furono incorporati nell’Ucraina con un decreto congiunto di Stalin e Hitler.

Nel giugno del 1940 la Romania ottenne da Stalin l’annessione della Bucovina settentrionale (area marrone). Infine, alla conferenza di Yalta del 1945, su insistenza di Stalin presso Churchill e Roosevelt, anche la Rutenia ungherese dei Carpazi fu incorporata nell’Unione Sovietica e aggiunta all’Ucraina.

L’insieme di queste confische staliniane è oggi noto come Ucraina occidentale, la cui popolazione comprensibilmente non va d’accordo con i russi. Allo stesso tempo, l’85% della popolazione di lingua russa che abita la zona viola (Crimea) fu regalata all’Ucraina da Kruscev nel 1954 proprio per prolungare la sua adesione alla dittatura comunista.

Ciò nonostante, dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha ereditato questi confini confezionati dal comunismo, all’interno dei quali si trovavano circa 40 milioni di russi, polacchi, ungheresi, rumeni, tartari e innumerevoli altre nazionalità minori, tutti intrappolati in un Paese appena dichiarato in cui non desideravano particolarmente risiedere.

ukraine_territoryEvoluzione territoriale dell’Ucraina

In effetti, il motivo per cui lo sfortunato Stato “dell’Ucraina” ha bisogno di un aiuto nella divisione, non di una guerra per preservare il lavoro di zar e commissari, è stato ben riassunto da Alexander G. Markovsky su American Thinker:

“L’odierna guerra civile ucraina è quindi notevolmente aggravata dal fatto che, a differenza di società pluralistiche come gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e la Russia, che sono tolleranti nei confronti di culture, religioni e lingue diverse, l’Ucraina non lo è. Non sorprende che la devozione al pluralismo non sia il suo forte. Anche se il regime di Kiev non aveva radici storiche nel territorio in cui si trovava, dopo aver dichiarato l’indipendenza ha imposto le regole ucraine e la lingua ucraina ai non ucraini.

Di conseguenza, i sentimenti filorussi – che vanno dal riconoscimento dello status ufficiale della lingua russa alla vera e propria secessione – sono sempre stati prevalenti in Crimea e nell’Ucraina orientale. L’Ucraina occidentale ha sempre gravitato verso le sue radici polacche, rumene e ungheresi. Enfaticamente anti-russa, la Polonia potrebbe non perdere questa opportunità strategica per riacquistare il proprio territorio e vendicare l’umiliazione inflitta dalla Conferenza di Yalta.

L’insistenza dell’Occidente nel mantenere lo status quo dei confini ucraini stabiliti da Lenin, Stalin e Hitler mette in luce lo scollamento tra dottrina strategica e principi morali. 

I polacchi non fanno mistero delle loro ambizioni. Il presidente polacco Andrzej Duda ha recentemente dichiarato: “Per decenni, e forse, Dio non voglia, per secoli, non ci saranno più confini tra i nostri Paesi – Polonia e Ucraina. Non ci saranno confini!”.

Neppure la Romania resta molto indietro, soprattutto alla luce del fatto che molti abitanti dell’ex Bucovina settentrionale hanno già il passaporto rumeno.

Il territorio dell’Ucraina è un mosaico di terre altrui. Se vogliamo fermare questa guerra folle e garantire la pace in Europa, invece di definire una farsa il referendum sponsorizzato dalla Russia nell’Ucraina orientale, dovremmo condurre un referendum onesto in tutti i territori contesi sotto l’egida delle Nazioni Unite e lasciare che il popolo decida quale governo vuole.”

Inutile dire che la spartizione del falso Stato ucraino non è neanche lontanamente nei pensieri di Washington. Dopo tutto, eliminerebbe l’ultima ragione neocon per diffondere la benedizione della guerra perenne alle zone più belle del pianeta.

dave_stockman David Stockman è stato per due mandati deputato del Michigan. È stato anche direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio sotto il presidente Ronald Reagan. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Stockman ha avuto una carriera ventennale a Wall Street.

 

Link: https://original.antiwar.com/David_Stockman/2022/09/27/washingtons-pointless-war-on-behalf-of-a-fake-nation/

Draghi “killer di Letta”, Bonino “vispa Teresa”: le pagelle di Bisignani

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QUINTA COLONNA

Riteniamo interessante, quanto sagace e condivisibile l’analisi di Bisignani, “l’uomo che sussurrava ai potenti”, espressa in pagelle, dopo le elezioni del 25 Settembre 2022 (N.d.R.)

di Alberto Maggi per Affaritaliani.it

Giorgia Meloni, voto 10 e lode. Per la paura, ora, non deve né dimagrire né ingrassare.

Mario Draghi, voto 8. Il killer di Letta, Salvini e Di Maio.

Sergio Mattarella, voto 5. Con Giorgia è finita la pacchia.

Giuseppe Conte, voto 10. Prendi i soldi del reddito di cittadinanza e scappa.

Silvio Berlusconi, voto 8. Il nuovo Lazzaro: alzati, cammina e fatti votare.

Enrico Letta, voto 3. Per lui meglio i bistrot di Montecitorio.

Matteo Salvini, voto 6. Messo in mutande da Fedriga e Zaia.

Carlo Calenda, voto 4. Finalmente si sgonfia.

Matteo Renzi, voto 8. Fra quattro mesi li farà ballare tutti.

Emma Bonino, voto 4. Come diceva Giulio Andreotti, la solita Vispa Teresa.

Luigi Di Maio, voto 5. È inciampato all’ultimo miglio. Mai fidarsi di Super-Mario.

Nicola Fratoianni-Angelo Bonelli, voto 4. La carta vincente di Giorgia.

Gianluigi Paragone, voto 4. Italexit, la sua exit.

Dio, Patria e Famiglia: è il programma di governo che ci attendiamo da chi si dichiara cristiano

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/09/05/dio-patria-e-famiglia-e-il-programma-di-governo-che-ci-attendiamo-da-chi-si-dichiara-cristiano/

QUANDO LA CHIESA INTERVIENE SU QUESTIONI POLITICHE, I GRANDI MEDIA GRIDANO ALL’INDEBITA INGERENZA, ORA CHE TACE VORREBBERO CHE PARLASSE…

Il 21 Agosto scorso, il quotidiano La Repubblica titolava in prima pagina: “Voto, il silenzio della Chiesa“. Dunque, il più importante media d’area progressista pare lamentarsi del fatto che la Chiesa non intervenga nella campagna elettorale. Generalmente, quando la Chiesa interviene su questioni politiche, i titoloni gridano all’indebita ingerenza. Insomma a ‘sti laicisti non va mai bene niente! Se la Chiesa tace vorrebbero che parlasse per poterla accusare di intromettersi e, se parla, la aggrediscono perché si è pronunciata.

Non fa meraviglia che i nemici della Chiesa abbiano, in ogni tempo, osteggiato la sua missione, negandole le Sue divine prerogative e i suoi poteri. San Luca (19,14) scrive, riferendosi a Gesù Cristo, che contro di Lui si gridò: “Nolumus hunc regnare super nos!” (Non vogliamo che quest’uomo regni su di noi). Dal canto suo, la Chiesa replica nell’Ufficio dell’Epifania: “Non eripit mortalia qui regna dat caelestia” (“non usurpa i regni mortali chi li dà celesti” ).

Col timore di essere accusati di voler tornare al Medioevo, alcuni politici, intellettuali, scrittori, giornalisti temono di mantenere vive le posizioni dottrinali che sono state costantemente affermate nelle encicliche, come appartenenti alla vita e al diritto della Chiesa di ogni tempo. Sopravviene la logica del compromesso o quella del silenzio per non urtare le altrui sensibilità. In tal modo, viene meno l’azione dei cattolici in politica ed il campo è lasciato largo per tutti gli anticristi della Terra.

Leone XIII raccomanda espressamente la concordia e l’unità nel combattere l’errore stando “bene in guardia di non lasciarsi andare ad essere conniventi nell’errore, o ad opporgli più debole resistenza, che la verità non comporti” (Enciclica Immortale Dei, 1° novembre 1885).

Si tratta di Magistero Ordinario infallibile, che implica l’obbedienza dei cattolici. Papa Pecci del resto continua precisando che “gli Stati non possono, senza empietà, condursi come se Dio non fosse o passarsi della Religione come di cosa estranea e di nessuna importanza“. Tutta la Dottrina Sociale della Chiesa si basa su tale principio, indicando con estrema chiarezza quali siano le regole, i principi, le posizioni che, sull’esempio evangelico, devono essere messe in pratica nel governo di una Nazione.

Contro l’agnosticismo morale e religioso dello Stato e delle sue leggi, Pio XII ribadì il concetto dello Stato cristiano nella sua lettera per la XIX Settimana Sociale dei cattolici italiani del 19 ottobre 1945: “ben riflettendo sulle conseguenze deleterie, che una costituzione la quale, abbandonando la “pietra angolare” della concezione cristiana della vita, tentasse di fondarsi sull’agnosticismo morale e religioso, porterebbe in seno alla società e alla sua labile storia, ogni cattolico comprenderà facilmente come ora la questione che, a preferenza di ogni altra, deve attirare la sua attenzione e spronare la sua attività, consiste nell’assicurare alla generazione presente e alle future il bene di una legge fondamentale dello Stato, che non si opponga a sani principi religiosi e morali, ma ne tragga piuttosto, vigorosa ispirazione, e ne proclami e ne persegua sapientemente le alte finalità“.

Papa Pacelli si appella alla giustizia e alla ragione, perché non è giusto attribuire gli stessi diritti al bene e al male, alla verità e all’errore. Il primo diritto di un popolo è quello alla Verità nella fermezza dei principi, così come, sempre Papa Pio XII, illustra nell’Enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943.

Ecco che il motto “Dio, Patria, Famiglia” è cristiano prima che mazziniano e poi fascista. E’ il programma di governo che ci attendiamo da chi si dichiara cristiano.

Marcello Veneziani scrisse un libro con analogo titolo e, a ben vedere, il commento che fa è sempre più attuale: “mi sono spinto a vedere oltre, ho scrutato dove conduceva il pensiero critico di voi “aggiornati” e non ho trovato nulla: ho trovato il Nulla. Criticato ogni esito storico, non ha preso corpo nulla di nuovo, perché dallo zero non nasce qualcosa, e “non riuscite a congedarvi dal vostro congedo”. Così ho notato che le ultime tracce di vita risalivano a quelle giacenti tra le rovine. Allora, per stare alla realtà, meglio partire da ciò che viveva, piuttosto che da ciò che non è mai nato e non accenna a nascere. È un solido punto di partenza, almeno, un punto vero da cui salpare, anche se non è un approdo o un punto di arrivo“.

Il noto giornalista e scrittore aggiungeva quindi: “la religione addomestica la morte e la vecchiaia, il dolore e la solitudine. La modernità atea, tramite la tecnica, li addormenta, li alleva e li protrae; e, tramite lo svago, simula, eccita e distrae. Non muta il verdetto ma il tipo di consolazione. […] Patria non è solo cannoni, bandiere e monumenti ai caduti. E non è solo un valore politico o militare. E non attiene solo alla cittadinanza, non è solo Costituzione e virtù repubblicana. Patria è nostalgia delle origini, dell’infanzia, dei sapori nostrani. Patria è dove ti senti a casa, dove i cinque sensi percepiscono il mondo come familiare. […] Famiglia è la comunità originaria più devastata in Occidente ma è l’unica struttura portante intorno a cui ruota la vita pubblica e privata e la principale mediazione tra l’individuo e la società“.

Tutti sotto l’ombrello della Nato

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

La lotta elettorale si annuncia come una gara a chi è più allineato alla Nato e chi è più rivolto all’Atlantico, inginocchiato come verso la Mecca: destra e sinistra, centri e centrini si contendono la divisa e la livrea di suoi soldati o zerbini, senza un minimo dissenso, distinguo o ritegno. Eppure, se giudicassimo alla luce dei nostri reali interessi geopolitici e strategici, delle esperienze storiche di questi ultimi anni, degli effetti di alcune recenti posizioni assunte dalla Nato, dei profili assai modesti dei leader occidentali, delle culture che ispirano il cosiddetto modello euro-atlantico, e infine della stessa opinione pubblica italiana ed europea tutt’altro che favorevole a questo intruppamento, ci sarebbe uno spazio enorme per rimettere in discussione l’appiattimento militare e militante, senza se e senza ma, della politica e dei poteri che la muovono, alle linee della Nato. Né si può dare minimo credito alla linea grillina di Conte, che da premier si stese come un tappetino davanti ai poteri euroatlantici e ora bamboleggia tra i contrari.

Partiamo dall’argomentazione più forte in favore dello schieramento pro-Nato: le minacce cinesi e russe e il pericolo islamico non consentono di “abbassare la guardia” (frase ossessiva, ereditata dalla pandemia, che ci riduce a cani da guardia o sorvegliati permanenti da guardie mediche e guardie giurate). Non so quanto l’ombrello della Nato ci protegga da queste minacce e quanto invece ci esponga di più a esse. Se la copertura della Nato ci ha evitato pericoli e guerre, in quanti pericoli e in quante guerre ci ha cacciato negli ultimi anni? Le tensioni col mondo islamico, le infiltrazioni nei rivolgimenti dei paesi arabi, la perenne crisi palestinese, il coinvolgimento in sciagurate avventure belliche, anche vicine a noi, dalla Serbia e Kosovo alla Libia, ora le tensioni con la Russia, con la Cina e con mezzo mondo asiatico… Quanto odio verso l’Occidente e verso di noi abbiamo accumulato con l’interventismo militare della Nato, seguendo le politiche muscolari ed egemoniche degli Stati Uniti?

Da tempo scontiamo gli effetti drammatici degli interventi militari della Nato nel mondo: in termini di flussi migratori incontrollati e di crescente islamizzazione e odio anti-occidentale ma anche in termini di crisi economica e sociale e di approvvigionamenti energetici, di costose imprese militari e distrazioni delle risorse per fronteggiare gli effetti della politica interventista in tante aree del mondo. Peraltro questa linea non serve nemmeno ad espandere l’influenza della nostra civiltà e delle sue tradizioni: al contrario, ovunque si arriva con la forza delle armi si scatenano reazioni opposte, si riscoprono in funzione antagonista tradizioni, costumi, attitudini e religioni antitetiche all’occidente. Con la Nato non si tutela la civiltà occidentale ma si esportano merci, tecnologia e libertà come nichilismo. E tanto siamo appiattiti sulla Nato quanto ci vergogniamo delle nostre radici occidentali. Non kultur ma zivilisation, per dirla con Thomas Mann e poi con Oswald Spengler; ovvero espansione del nostro modo di vivere e dei nostri mezzi economici e tecnologici, ma senza una cultura nutrita da un fondamento civile, morale e religioso.

La Nato poteva avere un senso quando c’era un bipolarismo mondiale tra due superpotenze, Usa e Urss; e trovava un senso quando la globalizzazione coincideva con l’occidentalizzazione del mondo. Ma da tempo, ormai, quello scenario è mutato. Le superpotenze del pianeta sono state scavalcate e circondate da altre potenze egemoni come la Cina e da superpotenze tecnologiche e demografiche come l’India, da grandi paesi non allineati come l’Iran, il Brasile, il Sudafrica, e da polveriere ingovernabili come l’Africa, il Sud America, il Sud est asiatico. Senza un Re del mondo, un Potere Universale, nessun Impero del Bene e nessuna alleanza militare può ergersi a custode, arbitro e guardiano del mondo, se non a prezzo di dolorosi conflitti, coalizzando il risentimento di tutti contro l’Occidente. Lo confermano gli effetti prodotti dalle posizioni assunte dalla Nato-Usa in Ucraina.

In questo contesto sarebbe molto più proficuo per l’Europa sganciarsi da questa logica da Occidente contro il resto del mondo, e delineare una sua politica estera autonoma di confronto con il mondo al di là dell’ovest, che preveda anche il contenimento delle mire egemoniche o espansionistiche altrui e anche un intelligente “protezionismo” della nostra economia rispetto alle spericolate invasioni di merci e tecnologie altrui. La stessa cosa aveva intuito Trump quando cercò di disimpegnare gli Usa dal ruolo di gendarme nel mondo, non avviò guerre e bombardamenti, trattò anche a muso duro con singoli dittatori e potenze mondiali, ma senza arrogarsi il ruolo di imperatore del mondo. Lui così smargiasso, aveva i piedi per terra da questo punto di vista, molto più del suo predecessore e del rovinoso successore. Le mobilitazioni armate servono non solo a esercitare un imperialismo morale sul mondo ma anche a polarizzare i consensi in favore dei presidenti in carica, e a smaltire le esigenze dell’industria bellica.

L’ulteriore follia dell’Occidente a guida Nato è di avventurarsi in questa specie di guerra semifredda con l’Asia russo-cinese, senza una leadership ferma, lungimirante e unitaria. La precaria amministrazione Biden non è in grado di reggere le sorti dell’Occidente, l’Europa non è più quella di Kohl e Mitterrand, ma neanche quella della Merkel; l’Inghilterra, da quando ha perso Boris Johnson è priva di una leadership. Se chiami occidente chi risponde, solo il comando Nato?

Insomma se questo è l’ombrello che dovrebbe proteggerci, siamo esposti al diluvio universale. Ma in campagna elettorale tutti a suonare le fanfare per la Nato e a giurare eterna fedeltà alla Mecca Atlantica…

La Verità (14 agosto 2022)

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/in-evidenza/tutti-sotto-lombrellone-della-nato/

Eroi veri, falsi e negativi

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di Marcello Veneziani

Piovono sui nostri giorni come angeli ribelli caduti dal cielo, gli eroi negativi. Conquistano la loro sinistra fama, facendo strage di innocenti o sparando sui grandi, La mamma degli eroi maledetti è sempre incinta e la sua figliolanza si moltiplica in modo inquietante. Compiono le loro gesta contro il mondo, a volte appoggiandosi ad una causa; ma si tratta quasi sempre di demoni solitari, pervasi da un apocalittico desiderio di distruzione (cupio dissolvi) e al tempo stesso da un egocentrismo malato che trova alibi ideali e morali in un giustizialismo cosmico. Dietro l’abolizione del mondo c’è anche la sindrome di Erostrato che incendiò il tempio di Artemide a Efeso per passare alla storia e godere di una maledetta celebrità che perdura nel tempo. Dietro queste follie di violenza ci sono pulsioni antiche aggravate dal circo mediatico, aspirazioni frustrate o complessi feroci verso il prossimo. E poi il solito contorno che da un secolo di psicanalisi ci sentiamo ripetere: carenze d’affetto, esclusioni patite, traumi d’infanzia e via dicendo. Perché oggi l’unico modo per essere eroi è quello di esserlo al negativo, cosa spinge uomini e donne, militari e ragazzi, a scegliere la via dell’eroismo del male piuttosto che incamminarsi sulla via di un eroismo positivo, costruttivo, riconosciuto dagli altri? Una fetta cospicua di responsabilità l’ha il sistema dei valori globali, le nostre agenzie di valori, istituzionali e culturali, mediatiche e perfino religiose. Tutte hanno assorbito in modo perverso un’infelice idiozia di Bertolt Brecht: “Beato un popolo che non ha bisogno di eroi”. L’eroismo è considerato fuori luogo e fuori tempo. L’eroe cozza con entrambi perché rifiuta gli standard di vita ed agisce in modo eccezionale; perché rinuncia all’utile e mette a repentaglio, in un atto di gratuità assoluta, il suo bene più prezioso, la vita, sconvolgendo così le categorie su cui è fondata la nostra società mercantile e mercenaria; l’eroe evoca lo sperpero e l’avventura più che l’investimento e il calcolo, mette in gioco se stesso e non proietta la sua vita nella merce o nel consumo. E poi richiama alla memoria principi antichi, legami trascendenti, fedeltà più importanti dei contratti sociali; e mette in discussione l’idea che la vita sia il bene più importante da salvaguardare ad ogni costo. L’eroe crede, al contrario, che quando è in gioco la dignità della vita medesima, allora è necessario spingersi a rischiare. Fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…

Senza eroi le società s’incupiscono e si rattrappiscono in una vile e venale mediocrità; ma quando per gli eroi non c’è posto, sorgono i maligni supplenti, gli eroi negativi. Cosa distingue un eroe dal suo rovescio? Il primo sconta le proprie scelte sulla propria pelle mentre l’eroe negativo le riversa sugli altri; il primo si sacrifica per costruire, custodire, salvare e l’altro invece sacrifica per demolire, violare, condannare; l’eroe agisce nel nome del comune sentire, l’eroe negativo agisce invece per violare il comune sentire.
Ogni popolo, ogni comunità, ha bisogno di eroi. Anche i regimi che amava Brecht, il drammaturgo marxista, hanno fatto ricorso a icone di eroi. Pensate da una parte al mito-gadget di Che Guevara e dall’altra ai pompieri di New York dell’11 settembre. Quando gli eroi sono vietati o ridicolizzati, i popoli li adottano clandestinamente, ricorrono ad antieroi, o addirittura li prendono a noleggio dagli altri popoli (come fanno spesso gli italiani) e perfino dagli altri pianeti. Come quello della fantasia, della fiction, della letteratura.
Salve o popolo d’eroi, cantava esagerando una generazione d’italiani che visse sotto il fascismo (per la verità alcuni vissero sopra il fascismo e poi magari sopra l’antifascismo, ma questa è un’altra storia). Ma non esistono popoli d’eroi. L’eroe è sempre un’eccezione, un modello che torreggia sugli altri.
L’eroe è sempre stato un ponte tra i popoli e gli dei, tra la terra e il paradiso, tra i vivi e i morti, tra i padri e i figli. Gli eroi riannodano le generazioni e la memoria condivisa di una comunità, la voglia di avvenire e il culto del passato. Sono l’esempio vivente della tradizione di un paese. Godono l’apoteosi della mors triumphalis, come nell’antica Roma; ma a volte muoiono cadendo nella dimenticanza. La nobiltà dell’eroe non è data dall’esito ma dall’abnegazione; l’eroe vinto desta ammirazione quanto l’eroe vincente, con un filo di nobiltà in più, se sapeva in partenza di combattere per una causa perduta, che ben si compendia nella letteratura dei vinti, da Leonida alle Termopili fino a El Alamein. Quello spirito si ritrova nella celebre epigrafe: Mancò la fortuna, non il valore. Anche le democrazie, come gli antichi regni e imperi, celebrano i loro padri fondatori e i loro eroi. Persino la nostra disincantata repubblica, sorta sulle rovine della cosiddetta morte della patria, cresciuta nello spirito antieroico e antistorico dell’amnesia e del patriottismo delle patrie altrui, riconosce il suo atto di fondazione attraverso la narrazione mitologica della Resistenza e dei suoi eroi. Si ribellavano alla retorica fascista sugli eroi, ma per dare nobiltà d’origine e fortificare un comune sentire sulle virtù repubblicane, hanno dovuto costruire artificiosamente un’altra retorica e un’altra epica sugli eroi dell’antifascismo. Abbiamo ancora bisogno di eroi; e se non ci sono, ripieghiamo sui surrogati o ce li fabbrichiamo anche con materiali scadenti. Gli eroi dei nostri anni a volte sono pompieri e medici, poliziotti e carabinieri, ricercatori e soccorritori, perfino reporter e magistrati. Rovesciando Brecht: beato un popolo che riconosce di aver bisogno di eroi. E li onora come Dio comanda. Quando non ci sono eroi positivi, allora spuntano come gramigna gli eroi negativi. Perché il diavolo è scimmia di dio; e gli altari in rovina sono abitati da demoni.

(Il Borghese, agosto)

Se vuole governare, il centrodestra deve liberarsi dell’ansia da legittimazione

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Per avere la certezza di governare deve stravincere, ma cullarsi sui sondaggi e “auto-moderarsi” in cerca di patenti (che non avrà) non aiuta la mobilitazione

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Ha parlato con grande chiarezza venerdì sera Matteo Renzi a Controcorrente, su Rete4, delineando correttamente la posta in gioco il prossimo 25 settembre e non nascondendo, anzi rivendicando il suo obiettivo.

La partita

“Se vince nettamente la destra, al governo va la Meloni. Se la destra non ha la maggioranza, ci sono le condizioni per riportare Draghi a Palazzo Chigi“. Questa è “la partita” ed “è bene che gli italiani lo sappiano”.

E le cose, inutile negarlo, stanno sostanzialmente in questi termini. Bisogna solo capire se Draghi fa parte o no di questa partita, se cioè sarebbe disponibile a guidare un nuovo governo di larghissime intese. Per ora, ci limitiamo a constatare che l’ex premier sta lasciando che il suo nome venga menzionato e speso in questo senso da alcune forze politiche.

Il presidente Mattarella, che pure aveva lasciato intendere più volte di non essere disponibile per un secondo mandato, vedendo che i voti in suo favore aumentavano chiama dopo chiama lasciò fare, non rinnovando la sua indisponibilità, fino a risultare rieletto.

Ma nello scenario ipotizzato, e auspicato da Renzi, tutto sommato Draghi non è indispensabile. Anche se non fosse disponibile, lo schema potrebbe comporsi ugualmente attorno ad un’altra figura. Sarebbe solo un po’ più faticoso trovare il nome per Palazzo Chigi.

Vincere “nettamente”

Quello che però qui ci interessa sottolineare della frase di Renzi è l’avvertimento implicito al centrodestra che contiene. Da una parola in particolare è stata catturata la nostra attenzione: nettamente. Perché ci sia un governo di centrodestra con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, dice Renzi, non basta che il centrodestra vinca. Deve vincere “nettamente”. Difficile quantificare questo nettamente, essendoci diverse variabili in gioco.

Il criterio del primo partito

Di sicuro, non basterebbe conquistare una maggioranza relativa. Come hanno dimostrato le elezioni del 2018 – quando il centrodestra si fermò al 37 per cento nelle urne e a poco più come seggi parlamentari – in tal caso il presidente Mattarella procederebbe nel tentativo di formare un governo seguendo il criterio del primo partito, non della prima coalizione.

Nel 2018, infatti, anziché partire dalla coalizione di centrodestra, la più vicina alla maggioranza assoluta, ed esplorare le possibilità che un’altra delle forze presenti in Parlamento fosse disponibile a formare un governo con essa, il presidente Mattarella ha compiuto questo percorso con il Movimento 5 Stelle, considerando il partito di maggioranza relativa, e non la coalizione, il soggetto da cui non si poteva prescindere.

Nel primo caso, infatti, avrebbe rischiato di scomporre il centrosinistra. Nel secondo caso, come poi avvenuto, è risultato scomposto il centrodestra.

Tutto lascia intendere, dunque, che nel caso in cui il centrodestra conquistasse anche questa volta soltanto la maggioranza relativa dei seggi, e il Pd risultasse primo partito, il Quirinale seguirebbe lo stesso schema, considerando il partito di maggioranza relativa (il Pd), e non la coalizione, il soggetto imprescindibile da cui partire per costruire una maggioranza di governo.

E questo spiega perché la sfida nella sfida fondamentale di queste elezioni è quella tra Fratelli d’Italia e Partito democratico. Solo in quanto partito di maggioranza relativa in Parlamento, FdI avrà sufficienti garanzie di non essere scavalcato dalle manovre del Colle e del Pd nella delicata fase delle consultazioni.

Ma la parola “nettamente” usata da Renzi potrebbe indicare che al centrodestra non basterebbe nemmeno la maggioranza assoluta per essere certo di governare. Se infatti questa maggioranza fosse risicata, e il Pd risultasse comunque primo partito, la coalizione potrebbe evaporare.

Bisogna considerare che per effetto del taglio del numero dei parlamentari, una maggioranza di seggi del 55 per cento, in apparenza molto solida, dipenderebbe in realtà da 20 deputati e da soli 10 senatori.

L’unica garanzia

Dunque, non sapendo quanto “nettamente” il centrodestra dovrebbe vincere per scongiurare il disegno di Renzi e dell’area Draghi, e avere quindi la certezza di governare, l’unica garanzia della tenuta della coalizione, risicata o ampia che sia la vittoria, sembra essere che FdI risulti primo partito in Parlamento.

In tal caso, infatti, considerando il criterio seguito dal Colle nel 2018 – a meno di ulteriori e sempre possibili forzature che oggi non sappiamo immaginare – sarebbe il partito di Giorgia Meloni a non poter essere estromesso dal governo, come accaduto al Movimento 5 Stelle nella legislatura appena conclusa.

Il rischio astensionismo

Se questi scenari hanno fondamento, appare del tutto fuori luogo il clima da vittoria in tasca che si respira dalle parti del centrodestra.

Innanzitutto, perché il vantaggio registrato oggi dai sondaggi si basa sugli elettori che hanno risposto e il numero degli indecisi è ancora molto alto.

E inoltre, perché, come abbiamo visto, per essere certo di governare il centrodestra dovrà non solo vincere, ma stravincere e, in particolare, uno dei suoi partiti risultare il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Almeno la metà degli italiani è ancora da convincere (1) ad andare a votare e (2) su chi votare. E il problema del centrodestra, come abbiamo visto nelle ultime tornate amministrative, è convincere il proprio elettorato potenziale a recarsi alle urne.

Un elettorato sfiduciato da anni in cui si è rafforzata la percezione che votare è inutile, dal momento che gli indirizzi degli elettori vengono o sovvertiti da dinamiche di sistema, endogene ed esogene, o traditi dagli stessi partiti che ne avevano raccolto il consenso.

Ansia da legittimazione

In questa fase ci sembra di vedere una Giorgia Meloni (ma non solo lei) in piena ansia da legittimazione. Un’ansia comprensibile ma eccessiva, perché i passi necessari sono già stati compiuti. Chi doveva intendere, ha inteso, mentre chi non ha ancora inteso, non intenderà mai.

Non ci sono abiure né rassicurazioni di cui la sinistra o Bruxelles possono accontentarsi, perché le richieste di prendere le distanze dal fascismo, o dal sovranismo, sono puramente strumentali, come spiega benissimo Andrea Venanzoni nel suo articolo di oggi.

Anzi, dandogli corda distoglie energie dalla campagna e regala ai suoi avversari un argomento: se ancora è costretta a raccomandarsi a destra e a manca con video e dichiarazioni, è perché le ombre del fascismo non sono ancora svanite e un problema di “rispettabilità” resta.

Il senso di una rottura

La principale preoccupazione di tutti i partiti di centrodestra, in una campagna molto ristretta nei tempi, dovrebbe essere invece quella di trasmettere ai propri elettori il senso di un voto utile, la percezione che votando centrodestra c’è l’occasione di una svolta, di una “rottura” con il passato, non una versione solo leggermente ammorbidita e “moderata” di ciò che abbiamo avuto nell’ultimo decennio.

È questa percezione che manca e che rischia di allontanare dalle urne gli elettori vicini al centrodestra.

In questo senso, l’uscita di Silvio Berlusconi sul presidenzialismo, o le proposte di flat tax della Lega, vanno nella direzione giusta – due temi su cui paradossalmente l’atteggiamento degli esponenti di Fratelli d’Italia è stato troppo cauto e conservativo, prevalendo in loro la preoccupazione di evitare passi falsi che potrebbero mettere a rischio sia il tesoretto di consensi che i sondaggi gli attribuiscono, sia i faticosi passi di accreditamento.

Ma il rischio di una campagna troppo conservativa, come abbiamo cercato di spiegare, è che giocare in difesa possa non bastare. Perché per governare il centrodestra deve stravincere e, in particolare, FdI deve arrivare primo – esiti nient’affatto scontati, nemmeno secondo i sondaggi più che favorevoli di queste settimane.

Un programma timido

Nell’accordo di programma tra i partiti di centrodestra questo senso di “rottura” non si respira. Su almeno cinque temi ci sono ancora troppe ambiguità.

Non c’è una parola chiara e definitiva sull’abbandono di Green Pass e mascherine, ma ci si limita ad un generico “senza compressione delle libertà”.

Non c’è una parola chiara e definitiva sul reddito di cittadinanza, che andrebbe abolito sic et simpliciter e non “sostituito” con altre mostruosità assistenzialiste e burocratiche.

Non c’è una parola netta e definitiva sull’uscita dalle follie gretine e dalla transizione green imposta a livello europeo e statale.

Non c’è una parola chiara e definitiva sulla flat tax, nel timore che promettere una rivoluzione fiscale possa far arrabbiare Bruxelles.

E in generale, c’è troppa timidezza nei confronti dell’Ue: un conto è escludere di voler uscire dall’euro, tutt’altra cosa è una vera e propria professione di europeismo, mentre il centrodestra dovrebbe a nostro avviso farsi interprete di un euroscetticismo thatcheriano, ovvero rigoroso e non spendaccione ma fermamente contrario a più integrazione, cioè a più Europa.

L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

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di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

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