Quale strada intraprendere?

dell’Avv. Alberto Agus

I teologi della liberazione, figli del 68′, hanno le ore contate perché ciò che è avvenuto in questi giorni è straordinario e sta consentendo, anche ai più scettici o ingenui, di comprendere l’inganno satanico.
La praxis di origine marxista in campo teologico è chiara, ed oggi ancor di più.
Prima è necessario comprendere come si muove il nemico e poi cercare di individuare una via.
La strategia di potere, manipolatoria e gramsciana di cui sono vittima i cattolici da decenni è la seguente ed è naturalmente basata sulla dissonanza cognitiva finalizzata al trasferimento di contenuti contrari alla fede mediante la praxis.
Essa richiede in primis di evitare assolutamente lo scontro teologico diretto in termini di principi e punti dottrinali, ingannando i custodi della sana dottrina in merito alle loro buone intenzioni.
Il campo dello scontro e della modifica della dottrina avviene attraverso la politica, il sociale e la cultura con il kalashnikov della comunicazione spuria, laterale e di sistema.
Insomma il costume non verrà modificato attraverso una singola comunicazione, ma attraverso più comunicazioni culturalmente orientate, opinabili, figlie del mondo e di difficile e netta contestazione in quanto appunto spurie.
Attenzione quando parlo di comunicazione laterale non intendo la singola comunicazione verbale ma l’insieme di fatti-atti che “comunicano un sentire” come ad esempio l’accoglienza da parte di prelati di personaggi lontani mille miglia dal sentire cattolico, l’avvallo di manifestazioni che in nuce sono contrarie al catechismo della Chiesa Cattolica.
Così, i teologi della liberazione assumono l’analisi marxista e ne applicano i postulati alle realtà sociali facendole passare per “Teologia”.
Vale poco allora andare ad analizzare concretamente quello che ha detto e non ha detto quel tal prelato o Vescovo o finanche Papa, perché la falsificazione avviene per il tramite della perfetta conoscenza ed utilizzo dell’intero sistema comunicativo, dove il coro delle voci è confuso e finisce per accodarsi alla parola più compiacente, all’errore e al peccato compiendo  un ulteriore passo verso la dissoluzione.
Cosa deve fare il cattolico che vuole rimanere tale? E che obiettivi si deve porre per contrastare la crisi profondissima della fede che stiamo vivendo?
Prima di tutto pregare la Santà Trinità e Maria Santissima.
Poi ci si deve porre il problema della salvezza della propria anima e della necessità di aiutarsi o meglio farsi aiutare nel confermare la propria fede da presbiteri che prediligono la trasmissione del contenuto delle fede alle cosiddette opere sociali. Ciò, evidentemente, non perché le stesse non siano utili e doverose per il cattolico ma in quanto le opere sociali e di bene, di per se stesse, non consentono di comprendere l’errore teologico o la falsificazione della dottrina in quanto  neutre ed uguali anche ai non credenti.
Ciò invece avviene solamente attraverso la formazione cattolica.
Vi è poi la grande preoccupazione di confermare i piccoli nella fede di sempre, consapevoli che la battaglia è di ragione e di potere dove lo strumento della comunicazione main stream così come sopra intesa, forgia le menti e quindi il costume di vita.
Per aiutare i piccoli nella fede, che poi lo siamo un pò tutti, va adottata una strategia di comunicazione della fede chiara, netta e incontestabile, ugualmente dicasi della relativa dottrina sociale della Chiesa di sempre.
Poche parole chiare e nette ed altrettanti atteggiamenti chiari e netti che tagliando alla radice gli artigli alla comunicazione spuria, culturale e religiosa, alleata consapevole del nemico che ama il caos, il disordine e la falsificazione essendo lui il falsario per eccellenza.

Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

Ma che brutte persone quelli che a Pontinia, vicino Latina, hanno mandato i carabinieri a una festa di matrimonio dove gli invitati erano in sovrannumero rispetto a quanto stabilito dal sacro Dppcm. E i militari, naturalmente, hanno multato tutti e adesso sequestrano pure la villa. Perché era una villa, con gli 82 commensali a debita distanza: niente da fare, duro decreto sed decreto, la legge è uguale per tutti e non guarda in faccia a nessuno. Quasi. Inflessibili i tutori dell’ordine, nel giubilo dell’assessore regionale alla Sanità: “Irresponsabili, giustizia è fatta”.

Stessa musica a Zafferana Etnea, dove a festeggiare gli sposi erano in 54 e sono stati tutti stangati al momento del brindisi. Questo matrimonio non s’ha da fare!, han deciso gl’innominati da quei vigliacchi senza faccia che sono. E se lo ricorderanno fin che campano, le due coppie, questo giorno in cui sono stati trattati da terroristi, questo giorno sognato, sudato, rovinato per sempre.

Chissà, fosse stata una festa nuziale di rom, per dire, se le solerti sentinelle sarebbero state altrettanto tempestive. E chissà quanto ha contato negli spioni la preoccupazione per il Covid e quanto invece una sorta di invidia, di meschinità sociale da figli di puttana. Gente così: di sinistra, geneticamente modificata, incarognita con la scusa della giustizia sociale (e pure sanitaria). Han subito messo in pratica le raccomandazioni del ministro Speranza, e per questo restano delle brutte persone; quelle per bene, che non si sarebbero mai sognate, si convincono sempre più che questo è un paese di merda, solo a dargliene la possibilità. In democrazia la delazione è spregevole, nei regimi comunisti è meritoria. Avanti popolo, che è solo un debutto.

Max Del Papa, 20 ottobre 2020

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Speranza ha vinto: già ci sono i delatori

La “pandemia” ha comportato una vera e propria “fibrillazione” giuridica

Di Giuseppe Brienza

 

Pubblicato all’indomani del discutibile provvedimento di proroga al 15 ottobre 2020 dello stato di emergenza nazionale, deliberato dal Governo Conte bis e fatto pubblicare a tempo record sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 30 luglio, il volume “Covid-19 vs. Democrazia. Aspetti giuridici ed economici nella prima fase dell’emergenza sanitaria” (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2020, pp. 252, € 28) nasce dalla necessità di offrire un contributo scientifico ad alcune delle numerose e complesse questioni di ordine giuridico ed economico che hanno accompagnato la c.d. «fase 1» della crisi socio-politico-sanitaria ancora in corso.

Il libro, curato da Michele Borgato, avvocato del Foro di Padova e Professore universitario a contratto di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la SSML “Unicollege” sede di Mantova e da Daniele Trabucco, professore associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studidi Bellinzona (Svizzera) – Centro Studi Superiore INDEF, è diviso in due Parti. Nella prima è articolata una decisa critica all’utilizzo massiccio dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) alla luce del loro rapporto con i principi di legalità formale e sostanziale dell’ordinamento italiano (cfr. Daniele Trabucco, Il principio di legalità formale e sostanziale al tempo del Covid-19. «Le fibrillazioni dello Stato di Diritto»), con l’istituto della “riserva di legge” [cfr. Camilla Della Giustina, Il rispetto (mancato) della riserva di legge nella limitazione dei diritti costituzionali durante l’emergenza sanitaria da Covid-19], con le limitazioni di alcuni diritti costituzionalmente tutelati (cfr. Alberto Tessier, Le restrizioni alla libertà personale disposte dalla decretazione d’urgenza; Fabio Adernò, Le restrizioni alla libertà religiosa disposte dalla decretazione d’urgenza) e con la rivisitazione del rapporto Stato-Regioni (cfr. Michele Borgato, Il riparto di competenza Stato-Regioni in merito alle ordinanze contingibili ed urgenti al tempo del Covid-19). La parte monografica prosegue quindi con un’interessante analisi comparativa della gestione della “pandemia” con particolare riferimento al Regno di Spagna (cfr. Luigi Ferraro-Luca Di Majo, La gestione dell’emergenza sanitaria in Italia e profili di comparazione).

Vengono invece trattati nella Parte II del volume aspetti non di minore interesse come quello del ruolo dell’Unione Europea nella gestione della crisi da parte degli Stati nazionali (cfr. Andrea Carrino, Meccanismo europeo di stabilità. Elementi costitutivi del fondo salva Stati), le ripercussioni dell’emergenza sotto il profilo dello svolgimento dell’attività processuale (cfr. Erminio Mazzucco, Gli aspetti penalistici e sanzionatori introdotti dalla normativa coronavirus) e, infine, le fattispecie delittuose previste dalla normativa emergenziale (cfr. Luca Dalle Mule, Le conseguenze dell’epidemia da Covid-19 sull’amministrazione della giustizia).

La descrizione e l’analisi degli interventi in favore del lavoro e delle imprese e delle principali misure dirette a fronteggiare la crisi economica e produttivo, costituiscono inoltre il terreno di confronto di vari economisti ed imprenditori che, sempre nella Parte II, offrono un’interpretazione originale e non dogmatica di quanto accaduto a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza con la delibera del 31 gennaio 2020 del Consiglio dei ministri fino ad oggi (cfr. Francesco De Bortoli, Le conseguenze economiche causate dal Covid-19; Innocenzo Megali, Le misure a sostegno del lavoro durante l’epidemia da Covid 19; Nicolò Castello, Gli assetti organizzativi e la continuità aziendale al tempo del Covid-19. Aspetti giuridici ed economico aziendali).

Il libro è arricchito inoltre da una Prefazione curata dal prof. Vincenzo Baldini, Ordinario di Diritto costituzionaleall’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e direttore della rivista scientifica Dirittifondamentali.it, e da una Postfazione del prof. Giampiero Di Plinio, Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.

La tesi condivisa più o meno esplicitamente da tutti gli Autori è che la c.d. pandemia ha inevitabilmente comportato una vera e propria «fibrillazione» delle tradizionali categorie del Diritto Costituzionale, Processuale Civile e Penale, del Diritto del Lavoro e dell’Economia, già messe a dura prova dalla globalizzazione e dall’affermazione di quell’ordine neoliberista che si è affermato soprattutto dopo il Trattato di Maastricht del 1992. È quindi rilevato l’incomprensibile ritardo di quasi un mese intervenuto tra la dichiarazione dello stato di emergenza ai sensi dell’art. 24 del d.lgs. n. 1/2018 (Codice della Protezione Civile) ed il primo provvedimento organico dell’Esecutivo, ossia il decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6. Oltretutto nel nostro ordinamento lo stato di emergenza e la sua disciplina non sono costituzionalizzati, in quanto utilizzare l’art. 78 Cost. concernente la dichiarazione dello stato di guerra da parte delle Camere e il conferimento al Governo dei “poteri necessari” appare un’interpretazione forzata e non sostenibile.

Il ruolo del Parlamento durante l’emergenza è infine l’altro grande tema trattato nel volume, il quale ha suscitato peraltro un ampio dibattito nella dottrina costituzionalistica italiana, soprattutto nella prima fase. L’assenza di passaggi parlamentari, infatti, ha tolto una qualsivoglia “parvenza di democraticità” nei confronti di atti governativo-amministrativi che non sono stati sottoposti ad alcun controllo preventivo di legittimità.

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La “pandemia” ha comportato una vera e propria “fibrillazione” giuridica

LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA

Mentre il paese si rincoglionisce appresso a Juventus-Napoli, mi è bastato recarmi da San Giovanni a Teduccio (dove vivo) a casa dei miei – che oggi è il mio studio – per vedere se tutto è a posto, per notare un clima quasi spettrale fatto di agenti bardati che pattugliano in mezzo alle strade.
Nel vedere questa scena pietosa, indegna di un paese civile, ripenso a quando nel seggio ho avuto la fortuna di conoscere un bel po’ di poliziotti che si sono rotti le palle di questa situazione.
La democrazia, l’ho detto più volte ma giova ripeterlo, non è roba per tutti ma richiede una serie di cose di cui da un bel po’ di tempo non si parla più. Virtù, onore, dignità e libertà.
Sui primi tre princìpi sorvoliamo per carità di patria e rimaniamo piantati sulla libertà.
Quando un presidente della Repubblica, ignaro di tutte le violazioni costituzionali che il presidente del Consiglio sta compiendo, dice che “Gli italiani hanno a cuore la libertà ma anche la serietà”, quando il Papa, cioè un capo di stato straniero (una monarchia assoluta, per essere ancor più precisi) dice testualmente che “la proprietà non è intoccabile” e quando De Luca vorrebbe aprire Covid resort per asintomatici, ossia persone sane, per svuotare gli ospedali dagli stessi asintomatici, ossia da persone sane – si scrive Covid Resort e si legge “campi di internamento” – a me sembra chiarissimo il punto di non ritorno nel quale siamo planati.

E pur tuttavia mantengo un sostanziale ottimismo perchè si stanno sempre più delineando due fronti antropologicamente opposti.
Esiste una classe di pazzi irresponsabili che tifa per il lockdown. Sono per la maggior parte dipendenti statali, VIP che hanno accumulato talmente tanti soldi da poter stare anche qualche anno senza lavorare, funzionari di servizi pubblici che hanno colto nel covid-19 una facile cuccagna per lavorare molto di meno al medesimo stipendio – se il governo annunciasse riduzioni di stipendi, li vedreste più negazionisti di Montanari e Panzironi – e che quindi si sentono in dovere di dire “Non avete bisogno di andare al mare, in discoteca, al cinema, allo stadio”.
Dall’altra parte ci sono quelli che la ricchezza la producono e che sono in crisi. Non sottovalutano nulla ma sono coscienti che non si può andare avanti così. C’è tutto un mondo dietro ciò che voi reputate futile (dalle discoteche agli stabilimenti balneari) che campa e dà lavoro a centinaia di migliaia di persone.
E la cosa che mi induce all’ottimismo è che se questo “mondo” che è l’economia privata, che in questi anni è stata munta per nutrire l’idiozia delle marie antoniette, si raduna, ebbene per i parassiti moralisti, per le marie antoniette che vogliono che la cuccagna prosegua, si aprono tempi cupissimi.
Direbbe Carlo Lucarelli, i boiardi di stato “non lo sanno ma sono già morti”.
Si aspetta solo che qualcuno raduni quelli che si sono rotti i coglioni di questa situazione e li vadano a prendere.
Se non l’avete ancora capito, non se ne andranno con le buone.

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LO SCONTRO ORMAI PROSSIMO TRA FANCAZZISTI E PRODUTTORI DI RICCHEZZA (di Franco Marino)

Le due vere sfide della coalizione

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Alice nel paese delle mascherine

 

di Livio Cadè 

Fonte: Ereticamente

«Chi vuole ingannare gli uomini, deve prima di ogni altra cosa rendere plausibile l’assurdo».
(Johann Wolfgang Goethe)

Alice si presentò alla festa della sua amica Titti con una bellissima maschera da gatto. Il suo amico Tommy indossava una maschera da topo e Alice si mise a inseguirlo fingendo di volerlo afferrare. Titti, mascherata da cane mastino, li rincorse abbaiando. Corsero a perdifiato finché Alice, esausta, si levò la maschera che le toglieva il respiro e si lasciò cadere sulla grande poltrona del salotto. “Alice, sei una bambina sciocca!” si rimproverò da sola “non dovevi mangiare tre fette di torta!”. Così, mentre si riposava vide passare un buffo ometto. Portava una maschera da coniglio e ripeteva “È terribile, è terribile!”.

“Scusate signore” chiese educatamente Alice “che cosa è terribile?”

“Non ho alcun sintomo. Neanche uno! È terribile! Il Re mi chiuderà in gabbia. O mi farà mozzare la testa!”

“Neppure io ho sintomi, signore, e non mi pare così terribile” disse Alice cercando di rassicurare il coniglio, visibilmente angosciato.

“Dovevi dire ‘nemmeno io’ e ‘non mi sembra’! Non ti hanno insegnato il risfetto degli altri?” “Cosa vuol dire risfetto?” chiese Alice, ma quello corse via ripetendo “è terribile, terribile!”.

Alice, incuriosita, decise di seguirlo. “Aspetti!” gridò. I muri risposero “asfetti… asfetti”. “Che strana eco! Ha un difetto di pronuncia”. Come Titti, che diceva ‘cavamella’ e ‘fiovellino’. Rincorrendo il coniglio, che si infilava ora in una porta ora in un’altra, Alice si perse in un dedalo di corridoi sconosciuti. “E ora come farò a tornare a casa?” pensò. “Dovrei chiedere consiglio a qualcuno ma non c’è anima viva!” Vide una porta su cui stava scritto ‘residenza del consiglio’. “È proprio quello che cercavo!” si disse. Bussò, ma nessuno le aprì. Così si fece coraggio ed entrò. “Forse ho sbagliato a leggere” pensò “forse c’era scritto residenza del coniglio”. Si ritrovò in un salone pieno di persone mascherate sedute a un lungo tavolo che discutevano animatamente. Nessuno sembrò accorgersi di lei. Alice diede due piccoli colpi di tosse. Nessuno la sentì. Provò allora a tossire un po’ più forte. Tutti si girarono verso di lei. Continua a leggere

L’ideologia mascherata e il burka della salute

di Marcello Veneziani

Da sei mesi siamo entrati nell’era globale della mascherina e non sappiamo quando ne usciremo. Siamo in pieno conflitto etico, epico ed estetico sul suo uso e il suo rifiuto. La contesa va al di là delle ragioni sanitarie e riguarda un modo di intendere la vita e i rapporti umani; è diventata infatti una questione politica, simbolica e ideologica.

La battaglia per il suo uso o il suo rifiuto, nel nome della sicurezza o della libertà, lo scontro tra chi dice di non voler rischiare la salute e chi invece non vuol perdere la faccia, ha assunto ormai toni ideologici che vanno al di là della profilassi, dell’effettiva efficacia della mascherina e dei rischi di contagio. Per dirla con Giorgio Gaber la mascherina è di sinistra, il viso scoperto è di destra. Abbiamo sentito in questi mesi accusare di negazionismo irresponsabile e di fasciosovranismo smascherato coloro che ostentavano il rifiuto della mascherina. TrumpBolsonaroJohnson e da noi Salvini, BriatoreSgarbi. In effetti nell’atteggiamento ribelle verso le mascherine c’è qualcosa d’intrepido e temerario che ricorda gli arditi e i fascisti, dal me ne frego al “vivi pericolosamente”; e c’è pure qualcosa di libertario e liberista che rifiuta lacci e lacciuoli, regole e bavagli. Un atteggiamento che in sintesi potremmo definire fascio-libertario. Il superuomo nietzscheano può accettare il distanziamento sociale, e perfino auspicarlo, anche se detesta l’imposizione; ma la mascherina no, è una schiavitù umiliante, una coercizione all’uniformità.

Ma perché non cogliere pure sull’altro versante l’ideologia serpeggiante che unisce gli apologeti della mascherina, e il suo forte significato simbolico e metaforico, al di là del suo uso sanitario e della sua effettiva utilità? Per molti fautori della mascherina si tratta di qualcosa di più che una semplice profilassi; quasi un bisogno inconscio, una coperta di Linus, un istinto di gregge, il retaggio di un’ideologia. La mascherina è una livella ugualitaria e uniformatrice, la protesi della paura che accomuna la popolazione in semilibertà vigilata; la mascherina sfigura i volti e cancella le differenze in una specie di comunismo facciale, anche se esalta gli occhi e nasconde le brutture; genera isolamento pur restando in una prospettiva ospedaliero-collettivista, rende più difficile la comunicazione, evoca il bavaglio e la museruola, ha qualcosa di inevitabilmente angoscioso e orwelliano. Lo spettacolo di folle in mascherina sarà confortante per il senso civico-sanitario ma è deprimente, ha qualcosa di umanità addomesticata e impaurita, ridotta a silenzio e servitù dal terrore della malattia e dal relativo terrorismo sanitario. Continua a leggere

Un Tg1 grillizzato in salsa Pd

 

Paghereste per essere ogni giorno vilipesi, insultati, sputacchiati ridicolizzati? Oppure immaginate se foste obbligati, pena sanzioni pesanti, a comprare ogni giorno il Fatto quotidiano e magari pure a leggerlo? Se le due ipotesi vi fanno orrore e vi sembrano lontane, siete degli illusi: è quello che tocca agli italiani che non hanno ammassato il cervello negli slum giallorossi, visto che la Rai la paghiamo tutti con il canone. E il confronto con il Fatto Quotidiano è calzante se guardiamo, turandoci potentemente il naso, il Tg1, cioè l’organo di informazione pubblica più seguito dagli italiani, trasformato in un cinegiornale di regime, a metà tra il venezuelano e il rumeno, con vaghi tocchi bielorussi.

Il Tg1 è sempre stato governativo da quando i partiti negli anni Settanta si spartirono la Rai – il gioco di parole è voluto. E tuttavia ebbe direttori di grande rilievo che lo mantenere in una sua dignità, pur nella missione di rispettare l’editore di riferimento, per dirla con Bruno Vespa che lo diresse: la Dc nella prima Repubblica, a fasi alterne Forza Italia e Pds nella Seconda. Anche nei momenti della direzione Gad Lerner e Gianni Riotta, per dire, il Tg1 non si trasformò in un organo del regimetto di sinistra come invece è ora.

Non bisogna pensare che i giornalisti che vi lavorano siano dei convinti militanti di sinistra; il Tg1 non è il Tg3 o Rai news 24. Il corpaccione di quel Tg è costituito da gente che, nella seconda repubblica, si è barcamenata con l’alternanza, saltando sul carro del probabile vincitore giusto in tempo: per cui la massa si muoveva verso il Pds o comunque la sinistra verso la fine dei governi Berlusconi e viceversa verso Forza Italia negli ultimi mesi del governo della sinistra.

Con la Terza Repubblica tutto si è confuso e il giornalista del Tg1 Rai ha dovuto cercare una  scialuppa a cui aggrapparsi venute meno le certezze sia pure alternanti dell’alternanza; e questa scialuppa sono i 5 stelle, il partito del Nulla, a cui puoi aderire pur non avendo alcuna idea politica definita, anzi se è cosi è meglio. E soprattutto partito trasformista per eccellenza, capace di governare prima con la destra, la Lega, poi con la sinistra, senza colpo ferire. E chi dice che un domani non torni con la destra? Una specie di Mastellismo ma con maggiori consensi e più cool perché spacciato come “anti sistema” e “rivoluzionario”, mentre il povero Mastella solo la pagnotta voleva portare a casa.

Così ecco che il Tg1 si è completamento grillizzato, Ma essendo il grillismo appunto il nulla, esso è stato riempito dalla ideologia di sinistra e del Pd; quindi immigrazinismo, gretinismo, socialismo straccione, dirittismo, lgbitismo, cattolicesimo bersagliano,  il tutto fatto trangugiare allo spettatore con massiccia dosi di notizie distorte, manipolate, presentate a metà. Sulla politica estera peggio mi sento: eurismo da pezzenti, sogno europeo ovunque, e dalli all’America e a Trump, con Beppe Severgnini sempre presente: quello che in Italia si spaccia per esperto degli Usa e negli Usa per esperto dell’Italia non essendolo né degli uni né dell’altra.

Il peggio però il Tg1 l’ha toccato con la pandemia. Dagli ascolti incerti e dalla linea fluttuante fino a febbraio, con il Covid si è trasformato nella vera Agenzia Stefani del governo Conte: prima con un’isterica campagna dello stiamo a casa, del divieto di uscire, con Conte salvatore in tutte le salse, oggi invece terroristico propalatore di scenari di morte, quando il numero di persone ricoverate è molto basso, con notizie risibili sulla diffusione del virus  (un giorno ho sentito un servizio che ipotizzava la trasmissione a tre metri di distanza) con le intervista a tutto campo ai Ricciardi e ai Crisanti, i Robespierre della rivoluzione covidista, con il dagli ai critici o semplicemente agli scettici definiti negazionismi

In tanti anni di propaganda ehm… pardon giornalismo televisivo, non credo di aver mai visto niente di più ributtante o di qualcosa che assomigli di più alle tv comuniste, dell’Europa dell’est fino al 1989, e oggi di Cuba e del Venezuela. Che fare? Il mio programma ideale prevede la privatizzazione della Rai. Magari se la comprerà un Tycoon che fa programmi di sinistra; ma almeno non saremmo noi a pagarli. Più facile che, di fronte a una vittoria del centro- destra, il corpaccione del Tg1 si sposti just in time verso Lega e Fratelli d’Italia. Ma avere un domani un tg in cui Salvini e Meloni, che pur amiamo tanto, spadroneggiano, e in cui all’ora di cena viene propinato il Gervasoni, o il Maglie o il Capezzone pensiero, alla fine a me non è che piacerebbe poi tanto.

Marco Gervasoni, 4 settembre 2020

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Un Tg1 grillizzato in salsa Pd

PERCHE’ CERTA INFORMAZIONE STA DALLA PARTE DELL’IMMIGRAZIONISMO?

 

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di ieri)

Molte persone in buona fede credono che l’informazione sia libera e che i telegiornali raccontino la realtà. E’ piuttosto comune sentir rispondere alla domanda dove l’hai sentito con un netto: “l’ha detto il TG”. Una sorta di involontario ipse dixit che non prende in considerazione il pensiero critico. Del resto, è più facile non fare la fatica di ragionare e bersi ogni cosa provenga dal digitale, dalla comodità di un divano. Vi è, inoltre, ancora piuttosto diffusa la percezione che chi è ospite dei salotti televisivi sia persona competente ed allo stesso tempo autorevole, solo per il fatto di sedere in trasmissione. Ciò diviene, spesso, motivo di vanagloria anche per chi sta dall’altra parte della telecamera a poter dire ciò che vuole. Dà un certo senso si potere sapere di poter raggiungere le masse e condizionarle con le proprie opinioni, consapevoli dell’assoluto approccio acritico o apatico ma recettivo di troppi.

Prendiamo, ad esempio, il tema molto discusso dell’immigrazione. Quasi tutti i media mainstream sono schierati a favore di politiche buoniste, di accoglienza indiscriminata, in nome di un umanitarismo filantropico che vuole far sentire in colpa tutti coloro che, invece, non vorrebbero una società multietnica, osservando, tra l’altro, il suo inesorabile sgretolamento nella società statunitense. Ogni etichetta negativa viene affibbiata a chi non è mondialista e globalista. Viene sistematicamente riesumata una retorica del passato remoto, come se nel terzo millennio esistesse il Fascismo e, quindi, una resistenza. Questa dialettica farebbe ridere in altri Paesi sviluppati, invece nel nostro è d’utilizzo quotidiano. La domanda che sorge spontanea è: cui prodest? Perché certi editori pretendono certa faziosità, come libertà di pensarla solo come dicono loro, soprattutto sull’accettazione tout-court delle dinamiche immigrazioniste?

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Blitz sugli 007. L’ultimo colpetto di Stato del monarca Conte

Quando a luglio si polemizzò sulla intenzione del governo di prorogare lo stato di emergenza come poi è stato fatto fino al 15 ottobre, il premier Giuseppe Conte spiegò di non volere restringere gli spazi di democrazia e il ruolo del Parlamento che la rappresenta. Anzi, disse: «La proroga dello stato di emergenza  non incide sul potere di emanare decreti da parte del presidente del Consiglio. È, di fatto, un presupposto necessario, ma non sufficiente. Serve una fonte di rango primario, ovvero un decreto legge, che prevede un coinvolgimento del Consiglio dei Ministri e poi del Parlamento. Il decreto legge c’è stato ed è stato approvato dai ministri di Conte.

Poi il testo è arrivato in Parlamento. Hanno iniziato a discuterlo in dodici deputati lunedì, e ieri – martedì – il governo attraverso il ministro dei rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, ha posto la questione di fiducia sull’intero testo, che quindi è da prendere o lasciare senza un solo barlume di autonomia del Parlamento. Sì, in teoria quella fiducia può anche essere negata. Ma siamo uomini di mondo: con quel voto Conte chiedere a centinaia di deputati di maggioranza e non solo se preferiscono andare avanti a prendersi la loro indennità e i rimborsi spese che valgono poco meno di 15 mila euro al mese o se invece preferiscono tornare al lavoro che quasi tutti non avevano prima di essere eletti. Perché è chiaro a tutti che se cadesse così un governo non se ne potrebbe fare un altro e anche Sergio Mattarella sarebbe costretto a sciogliere anticipatamente la legislatura.

Dunque si è trattato di una recita di altri tempi, di pure scenette di propaganda cui ci ha abituato questo presidente del Consiglio che è un attore nato anche se purtroppo nei copioni che diligentemente impara non c’è mai un pizzico di verità nemmeno per errore. Il Parlamento non conta nulla, Conte ormai si è abituato in questi mesi a regnare più che a governare, e la scenetta di ieri né è amara testimonianza.
In realtà qualche atto in più alla commedia avrebbe potuto aggiungerlo il premier, anche per rendere un pizzico più credibile la sua vocazione democratica (che è pura fiction). Solo che nell’esercizio dei suoi superpoteri aveva lasciato andare un po’ troppo la mano, e in quel decreto legge sullo stato di emergenza sul Covid aveva inserito una norma adattissima ai suoi superpoteri ma assai estranea da quella materia. Un codicillo che gli permetteva di prolungare di altri quattro annetti per l’emergenza le nomine dei capi dei servizi segreti con cui si trovava in sintonia (è lui a guidarli). Intendiamoci, degnissime persone che farebbero bene il loro mestiere per anni. Ma quella «prorogatio» in beffa perfino a qualsiasi successore che non avrebbe avuto la libertà di scegliersi gli uomini più di fiducia per compiti tanto delicati, era un po’ troppo. Perfino dentro il gruppo di maggioranza che sostiene il governo, quei M5s che tanto hanno dimenticato delle loro origini, del loro credo e delle loro bandiere cedendo alla realpolitik, ma ogni tanto hanno un sussulto di dignità e se le ricordano.

Così una assai tenace come la giovane calabrese Federica Dieni, che siede nel Copasir e maneggia la materia, non ha voluto adeguarsi ai comodi di Conte. Ha presentato un bell’emendamento soppressivo di quel passaggio del decreto Covid, e trovato altri 50 che la pensavano come lei pronti ad aggiungere la loro firma. La questione è divenuta grossa, secondo il tam tam dei parlamentari dietro a quella scelta ci sarebbe stato addirittura il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha negato sdegnato in un comunicato. Ora sono convinto che se fosse libero Di Maio farebbe non uno sgambetto, ma assai di più a quel Conte da cui è stato tradito fino a dovere cedere la guida del movimento politico in cui è nato. Ma non è così sprovveduto da compiere un passo falso così clamoroso, di cui subirebbe conseguenze assai peggiori. Semplicemente quella prepotenza legislativa di Conte non andava giù nemmeno a gran parte della sua maggioranza. Ed essendo lui un vero democratico, ha risolto la questione in modo assai semplice: ha tolto loro la voce. Amen. Già che c’era ha pensato di farlo anche su un altro testo che doveva essere esaminato dal Parlamento: il decreto semplificazioni. Anche lì fiducia: o fanno come vuole lui perfino sulle virgole, o tutti a casa senza i 15 mila euro al mese. Non si può dire che Conte non sappia difendere il suo potere con le unghie e con i denti, ma è anche colpa della debolezza altrui.

Ecco, queste scenette bisognerebbe ricordarsele quando si discute del prossimo referendum sul taglio dei parlamentari come fosse una questione decisiva per il nostro sistema politico. No, non lo è. Gli eletti non contano un fico secco e al massimo rappresentano il leader che gli ha regalato quella poltrona. Il loro ruolo è nullo. Dieci, cento, mille non fa alcuna differenza, né la loro presenza aumenta o diminuisce il tasso di democrazia. Quella non c’è, e nel regno che siamo diventati vale solo chi porta la corona sul capo.

DA

https://www.iltempo.it/politica/2020/09/02/news/dl-covid-colpetto-stato-premier-giuseppe-conte-fiducia-nomine-servizi-segreti-m5s-pd-governo-24385266/

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