Hafez Al Assad il fascista

J. Lacouture, nella sua biografia di Gamal Abd el-Nasser, ritiene che la scelta di Damasco di aderire alla Repubblica Araba Unita (RAU) con l’Egitto fosse stato un tentativo siriano di sfuggire alle proprie contraddizioni. Le forze armate siriane la imposero all’allora presidente Shukri al-Quwwatli in quanto c’era il concreto rischio di guerra civile. L’effetto della crisi di Suez e il rafforzamento del ruolo di potenza regionale dell’Egitto determinarono la progressiva fuoriuscita di Damasco dall’orbita anglosassone, agevolata anche dal collasso del Patto di Baghdad al momento del rovesciamento della monarchia hashemita in Iraq nel 1958. La contesa interna siriana si risolveva a favore del Baath, con l’epurazione del fronte  fascista SSNP, il Partito socialnazionale siriano, fautore della “Grande Siria”. L’identificazione totale tra Baath panarabo e fascismo (promossa sia dal Gregor sia dal Germani) è dunque una forzatura storiografica ma come poi vedremo nel caso del Baath siriano assadista la politica realistica di Hafez al-Assad assumerà concretamente caratteri fascisti. Ispirandosi al modello panarabista nasseriano, che non va confuso con il modello occidentalocentrico, filosionista e arabofobo turco kemalista, Hafez al-Assad diede vita, assieme ad altri cinque ufficiali (tre alawiti e due ismaeliti) al Comitato militare. Nel febbraio 1963 vi fu il golpe baathista in Iraq; nel marzo 1963 vi fu la rivoluzione siriana. L’affermazione definitiva della linea di Assad dovette attendere sino al 1970. Abbiamo una prima fase, guidata da Salah Jadid (1963-1970) che si può considerare marxista; una seconda fase, guidata appunto da Hafez al-Assad che si può considerare socialista nazionale o elitista fascista. La crisi del regime di Jadid, caratterizzato da un populismo di ultrasinistra in cui la terminologia marxista-leninista entrò con prepotenza nel lessico ufficiale, si ebbe con l’umiliazione del Golan nella guerra contro Israele e con l’intervento a favore delle fazioni palestinesi nella guerra civile giordana del settembre 1970. Il cosiddetto “movimento correttivo” assadista trovò il pieno appoggio degli ufficiali ma anche della frazioni della piccola e media borghesia sunnita. Nel novembre 1970 il socialista nazionale Hafez al-Assad prese perciò il controllo di una Siria profondamente divisa all’interno, divisa e frammentata sia su basi confessionali sia su basi sociali, impoverita ancora di più dalle impopolari iniziative economiche di segno collettivista e marxista della fazione “rossa” baathista che avevano disintegrato la piccola proprietà e la media imprenditoria. Jadid, ideologo del “socialismo scientifico” marxista siriano, spazzò comunque via dalla scena interna i comunisti siriani, come in seguito farà del resto anche Assad. Non condivido la tesi della “linea correttiva” assadiana come bonapartismo alawita (Raymond Hinnebusch). Né tantomeno condivido la lettura monoconfessionale del Baath siriano come fazione dominante alawita: il blocco sociale baathista rappresentato da Hafez al-Assad fu invece composto da elite militare, piccola imprenditoria agricola e soprattutto media borghesia sunnita urbana, non alawita dunque.

Il presidente Hafez puntava così sulla prassi realista politica dell’unità tra le varie frazioni nazionali e sociali, per una terza via universale oltre capitalismo liberista e comunismo, basata sulla logica del generale compromesso, imperniato sulla propria personale capacità di mediazione diplomatica e tattica e sulla progressiva dilatazione e estensione dei poteri dello Stato siriano. La base di massa e rurale del Partito baathista, che fu denominato dal marzo 1972 Fronte nazionale progressista (FNP, al Jabha al wataniyya al taqaddumiyya), si integrò gradualmente con i quadri urbani militari e borghesi del Partito-Stato. E’ un metabolismo politico che richiama talune correnti del fascismo italiano, come quella d’estrazione sindacale di Edmondo Rossoni o dello squadrismo rurale di Farinacci. Fazioni che per De Felice vennero in seguito ridimensionate grazie alla realpolitik da statista di Benito Mussolini. Alla medesima risultante sarebbe approdata la Damasco del Baath patria eletta del socialismo nazionale mediterraneo dopo il 1945. E’ un socialismo nazionale di “destra”, sostiene il biografo per eccellenza del “leone di Damasco”, Patrick Seale, in quanto all’ideologia baathista il rais sovrappone il realismo politico e il tatticismo geopolitica rifiutando le fughe in avanti avventuristiche, eccessivamente populiste. Netta la distanza perciò con i teorici baathisti Aflaq e al-Bitar che non a caso furono acerrimi avversari del Baath siriano di Assad (che consideravano una sorta di nasserismo in salsa fascista) e convinti sostenitori del ramo baathista iracheno, che consideravano a ragione più dogmatico ed ideologico e dunque simile al loro modello ideale (nota 1). I perni del realismo tattico di Hafez sono tre.

1)      Le fondamenta di una strategia di sviluppo e modernizzazione della Siria, nonostante il 20-25 per cento dei bilanci statali fossero sistematicamente assorbiti dalla difesa: il corporativismo statalista, associato a una moderata ed equilibrata liberalizzazione economica, diviene la forza interna che dà impulso a una crescita economica di tutto rispetto nonostante la profonda crisi economica degli anni ottanta.

2)      La “dottrina della sicurezza” diventò il principio rivoluzionario dell’Assad pensiero. La visione del leader siriano su Israele contempla il concetto che la nozione dell’equilibrio mediterraneo di forze è addirittura più centrale di quella della difesa del Levante. Si gioca qui la rottura più radicale con quella linea araba rinunciataria che aveva spesso prevalso dopo il 1948. Assad giunge a tale conclusione, spiega Seale, dopo aver osservato lo svolgimento della diplomazia di pace di Sadat. A suo parere, Sadat non ha fatto la pace con Israele ma ha capitolato. “La pace non è per i deboli”: una massima strategica dell’assadismo siriano su cui egli tornerà più e più volte. Il nucleo centrale della visione del presidente siriano è perciò basato sul fatto che un accordo autentico con i sionisti deve andare oltre la semplice restituzione dei Territori Occupati e deve perciò arrivare a sancire una modifica effettiva dei rapporti di forza tra l’arabismo e Israele. E a questo proposito, secondo Assad il problema palestinese è troppo importante perché lo si lasci ai palestinesi. La stessa politica interna siriana si trasforma in una modulazione tattica di questo principio strategico: dalla lotta senza quartiere ai “Fratelli criminali” (come li chiama Hafez) ossia alla Fratellanza mussulmana sostenuta nel suo tentativo terroristico dai sionisti e dall’intero occidente alla  politica libanese pansiriana ed all’alleanza strategica con l’Iran khomeinista e a quella tattica e sovranista con la Russia sovietica, il presidente siriano si muove con sagacia tattica sulla base di questo flessibile centralismo strategico. Lo stesso dicasi riguardo a taluni inevitabili momenti di emergenza militaristica interna che non oscurano e non mettono in discussione la prassi di “democrazia plebiscitaria” della costituzione baathista del 1973.

3)      La continuità politica con i socialisti nazionali pansiriani, ovvero con i fascisti libanosiriani degli anni ’30. Nella Siria baathista di Hafez, il ministro della Difesa, il generale Mustafa Tlas, ripubblica con il totale semaforo verde dell’elite politica damascena la fondamentale opera del 1938: “L’ascesa delle Nazioni”. Autore è il fascista grande siriano Antun Saada (1904-1949), intellettuale libanese fondatore del già citato SSNP il quale sosteneva la sostanziale identità siriana dell’intera regione araba e dell’arabismo culturale e geopolitico, condannando su tutta la linea sia il razzismo etnico biologico sionista sia il materialismo marxista e capitalista. La geopolitica pansiriana di Assad non è romantica ma realistica. La “Grande Siria” di Assad è frutto di una prudente tattica geopolitica. Eppure, al di là di tutto ciò, è evidente che egli nutra una profonda convinzione sulla grandezza siriana, sulla sua centralità, sul suo ruolo guida nella politica araba e – perché no? – sulla grandezza del suo leader. Sotto il suo governo, il paese ha cessato di essere un giocattolo nelle mani dei potenti vicini per diventare l’unico paese della regione in grado di resistere a Israele. Alla reputazione di cui godeva la Siria come patria e matrice del panarabismo e motore della rivoluzione araba moderna Assad ha aggiunto la forza militare, la stabilità sociale, un notevole tatticismo politico. Hafez Assad, sul modello pansiriano di Saada, propose peraltro l’uso del saluto romano come segno distintivo per ufficiali e militari dell’Esercito arabo Siriano, saluto che non solo è tuttora usato quotidianamente dall’esercito e dalle guardie rivoluzionarie baathiste ma è stato anche adottato dall’Hezbollah libanese, da sempre vicino al Baath siriano. La “zouba’a”, simbolo politico del socialismo nazionale di Saada, indica sia l’unita antisionista tra cristiani e islamici sia l’unità per il bene statale dell’elemento sociale con quello nazionale. Va considerato che il SSNP sempre perseguitato diventerà un’organizzazione satellite del Baath siriano, come il Comando Generale di Ahmed Jibril organizzazione patriottica palestinese assai vicina al socialismo nazionale pansiriano del SSNP.

Il modello politico del giovane Hafez che si formava con il mito del Baath e del nasserismo, per quanto poi arriverà la doccia fredda della RAU nasseriana antisiriana, fu il militante socialnazionale Adib al Shishakli, il curdo siriano che guidò la democrazia presidenziale antisionista e antioccidentale nei primi anni cinquanta e che sarà poi ucciso dai marxisti-leninisti nel 1964.

Giulio Andreotti, che conobbe da vicino Hafez, lo definì il più grande statista della sua epoca. Kissinger, visceralmente antisiriano ed antiarabo, riconobbe lo stesso, in più casi, la grandezza politica del nemico considerandolo il guardiano rivoluzionario dell’antisionismo mediterraneo e vicino-orientale . La Siria dei nostri giorni, ossia la leggenda di uno Stato socialista, lo stato del presidente Bashar (che diventò presidente perché il designato, Basil Assad “il martire”, fu assassinato da mani ignote nel gennaio 1994) e di un popolo indomito e volitivo che ha saputo sconfiggere una coalizione mondiale di circa 183 nazioni guidata dall’avanguardia occidentale e sionista denominata DAESH-ISIS aprendo perciò sicuramente le porte ad una Nuova Era – di cui probabilmente vedranno i frutti russi, cinesi, arabi, nipponici e indiani – è certamente sua figlia.

nota 1: A differenza del Ba’ath siriano, il Ba’ath iracheno fu esempio di socialismo nazionale di sinistra. Per quanto durante le varie fasi del Governo baathista Sadam Husayn si ispirò all’Urss, nel corso del processo nel dicembre 2005 il presidente iracheno dice ai suoi accusatori: “Sadam Husayn è il rivoluzionario che come Mussolini resisterà all’occupazione americana sino alla fine”.

fonte – http://www.noreporter.org/index.php/storiaasorte/25890-hafez-al-assad-il-fascista

Il gallo e i suoi polli

Se Giuseppe Conte pensa davvero che una volta liberatosi di Matteo Salvini potrà finalmente fare il premier, allora vuole dire che pur sentendosi gallo non conosce i suoi polli

Ieri si è preso una giornata di gloria – si fa per dire – presentando al paese il suo nuovo giocattolo. Più delle parole che ho ascoltato mi hanno colpito i non casuali silenzi di pollo Renzi, pollo Zingaretti, pollo Bersani e pollo Di Maio. È un silenzio inquietante che non lascia presagire nulla di buono circa la supremazia millantata ieri dal premier bis. Gli ultimi due leader – Renzi e Salvini – che hanno pensato e detto, come ha fatto ieri Conte, «qui comando io» non hanno fatto una bella fine nonostante vantassero un consenso elettorale e una scaltrezza politica che l’attuale premier neppure si sogna.

Se Di Maio e soci non sono riusciti a tenere testa alla Lega, figurati al Pd e ai comunisti. Questo sarà sicuramente un governo di sinistra e se Conte vorrà sopravvivere dovrà aprire ben altro dei porti. Non si illuda – scampato il pericolo elezioni – di potere contare all’infinito sulle aperture e le benevolenze ricevute in questi giorni da oltre confine, perché anche in politica vale il vecchio detto che recita «passata la festa, gabbato lo santo». E in questo senso non so se per Conte sia stato un affare affidare il suo destino in Europa alle sapienti mani del suo predecessore Gentiloni, che del Pd è anima e corpo.

Non ho mai visto in vita mia la sinistra, in tutte le sue declinazione, stare sotto padrone, neppure quando il padrone di turno era uno di loro, figuriamoci di un professore mai eletto da nessuno. «Lealtà» e «affidabilità» sono parole che da quelle parti non hanno mai avuto un senso definitivo e ben lo sa chiunque abbia avuto la disavventura di incrociarne i destini.

Leggo che gli esperti di cose politiche prevedono una lunga vita di questo governo e portano a sostegno della loro tesi argomenti fondati e convincenti. Ma trascurano la componente umana, una variabile che è sempre in agguato quando si tratta di persone per lo più dall’ego e dalla arroganza sproporzionate e insaziabili. Tra Conte e il suo governo prevedo quindi una luna di miele tiepida (la faccia di Di Maio ieri in aula diceva molto più di tante parole) e breve. Vedremo quanto sarà lunga la guerra di logoramento.

fonte – http://www.ilgiornale.it/news/cronache/gallo-e-i-suoi-polli-1750815.html

Se è peccato baciare il rosario

di Marcello Veneziani

Atei dichiarati e preti bergogliani, laicisti e gesuiti del nuovo corso, clericali e anticlericali s’indignano uniti per i richiami di Matteo Salvini alla Madonna, al Rosario e al Crocifisso e lo trattano come un blasfemo indemoniato che si avventa sui simboli religiosi per trarre basso profitto elettorale. Già la composizione del fronte, atei e papisti, vescovi e miscredenti, dovrebbe creare imbarazzo. Abbiamo visto sui giornali battute e vignette contro Salvini che mettevano in bocca alla Madonna frasi così scurrili e dissacranti da far capire che non si tratta affatto di una difesa della fede e della Beata Vergine ma solo di un volgare attacco al Nemico Assoluto, prendendo in giro cristi e madonne.

Vorremmo andare al di là della becera polemica e soffermarci sul tema vero, la presenza di simboli religiosi e di richiami alla fede nella vita politica. Già due mesi fa notavo che per noi italiani non è una novità. Un partito ha campato al potere per mezzo secolo chiedendo di mettere una croce sulla Croce, ha usato il richiamo cristiano per scopi elettorali: lo slogan “in cabina elettorale Dio ti vede Stalin no”, diventò il biglietto da visita della campagna per il voto democristiano. Il Fronte Popolare nel ’48 fu sconfitto per l’uso vincente dei simboli religiosi nei comizi, nei simboli elettorali. Certo, erano sobri i De Gasperi e i Moro nei loro richiami alla fede e nessuno poteva dubitare che fossero credenti. Più evidente era il clericalismo di Andreotti pur allusivo, curvo e curiale.

In quegli anni c’era un fenomeno ancor più imbarazzante: non era solo la Dc a usare i simboli della fede per prendere voti e credenti ma erano le parrocchie, le diocesi a trasformarsi in comitati elettorali, distribuivano santini e impartivano istruzioni per il voto: è accaduto per decenni e in certe zone d’Italia ha continuato al tempo di Prodi e dell’Ulivo. E pure ora con Bergoglio… Persino dai pulpiti si facevano prediche mistico-elettorali per far votare Dc e certi candidati. A nulla valeva il richiamo di altri cattolici, di destra o di sinistra, missini e monarchici, liberali e socialisti, alla neutralità della Chiesa. Scherza coi fanti ma lascia stare i santi. Ma i filistei e i farisei, gli ipocriti, fingono ora di non ricordarsi.

Nel tempo a noi più vicino, a evocare i simboli religiosi in politica per difendere la nostra civiltà in pericolo è stata un’atea devota come Oriana Fallaci, e come lei altri giornalisti e intellettuali ex di sinistra che agitavano simboli religiosi per difendere l’Occidente minacciato. Siamo sempre nell’ambito della religio instrumentum regni, seppure in un rango più alto.

Ma la mescolanza di politica e religione è connaturata alla storia della civiltà. Non siamo islamici e remoto è il sogno medievale della teocrazia, ma il primo a usare come simbolo vincente la Croce in politica non fu un democristiano ma l’Imperatore Costantino quando vide in cielo un sostegno alla sua battaglia: In hoc signo vinces, con questo segno, la Croce, vincerai. E poi secoli di crociate, di regni e poteri ispirati da Dio. Persino il nostro laico stato moderno, la monarchia costituzionale italiana, nacque con una formula che sembra salviniana, perché riassume religione e populo sovrano: Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Così s’insediò Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, nonostante la Chiesa.

L’esibizione di rosari e invocazioni alla Madonna nella bassa politica può infastidire i credenti. Dedicare al cuore immacolato della Vergine il ventre sporco della politica quotidiana personalmente non mi piace, è chiaramente strumentale.

Però c’è anche un altro modo di vedere le cose. Viviamo nell’epoca della scristianizzazione, la civiltà cristiana è sull’orlo del collasso, il nichilismo, il materialismo ateo e dall’altro versante il fanatismo islamico, avanzano paurosamente. E noi dovremmo ritirare nella sfera intima, privata, personale i segni della fede e i simboli della nostra civiltà, disincarnare la fede, salvo poi riusarla a sostegno delle politiche pro-migranti? Ratzinger sostenne la visibilità della fede, proseguendo sul piano pastorale la lezione di Giovanni Paolo II; sul piano teorico era stato il giurista cattolico Carl Schmitt a scrivere sulla visibilità del cattolicesimo. L’idea che esibire i simboli della fede sia atto osceno in luogo pubblico, e magari esibire la propria sessualità e omosessualità non solo sia lecito ma sia un esercizio di liberazione e di diritti, è una vera e propria perversione e un segno di morte della cristianità.

Cosa nuoce di più alla fede cristiana, l’ostensione dei simboli religiosi e il loro richiamo in contesti pubblici, politici, o la rimozione obbligata di quei simboli, la cancellazione astiosa nei luoghi comunitari e nelle

cerimonie pubbliche di tutto ciò che richiama la nostra civiltà cristiana, la nostra identità, tradizione e provenienza? Fa più male alla fede chi bacia in pubblico la croce o chi la nasconde, la calpesta, ne fa la caricatura?Quando vedi la campagna infame di tre parlamentari del Pd contro una giornalista del tg2, Marina Nalesso, che conduce il telegiornale con la croce al collo, come se il crocifisso sia un messaggio elettorale pro-Lega; o quando senti il grillino Nicola Morra arrivare a pensare che Salvini esibisce un rosario e così lancia un segnale alla ‘Ndrangheta (argomentazione a cui non si può replicare, se non chiamando la neuro), ti dici: ma in che modo rovesciato, in che gabbia di matti e miserabili, ci troviamo a vivere?

Il discorso serio da fare, invece, è sulla separazione o meno tra sacro e profano, tra religione e politica, tra fede visibile o interiorizzata, come vorrebbe il protestantesimo. Se perfino un canto di Natale, un presepe a scuola, una medaglietta della Madonna al collo, magari tenero retaggio dell’infanzia e dell’amore materno, costituiscono un attentato alla laicità dello Stato e ai diritti dei non credenti o dei credenti in altre religioni, allora aspettatevi che quei simboli soppressi nei luoghi pubblici rispuntino poi in forma pop nell’arena politica. Non auspichiamo che la religione scenda al rango di politica, ma che la politica salga sul piano dei valori e dei principi.

Dal punto di vista religioso si potrebbe azzardare l’ipotesi manzoniana che la Provvidenza si serva anche degli strumenti più impensati, delle occasioni più strane e delle persone più imprevedibili per rianimare la fede, i simboli e la devozione spenta. Magari dietro la becera diatriba tra madonnari e iconoclasti, riaffiora quell’Immagine, si riprende il confronto con la dimensione del sacro, si rivede il Crocifisso, e la Madonna, il Rosario e le figure dei Santi. E le icone, già al solo evocarle e figurarle, ci prendono per mano e ci portano lontano. Leggete Pavel Florenskj per capirne il significato. Magari qualcuno crede di usare la fede nelle sfide terrene; e invece è la Provvidenza che sta usando loro, come ignari veicoli della fede. Volesse il cielo…

MV, La Verità 26 agosto 2019

fonte – http://www.marcelloveneziani.com/articoli/se-e-peccato-baciare-il-rosario/

Come fabbricare un’isteria da fascismo di massa

Se le classi dirigenti neoliberali si aspettano di mantenere le masse americane tutte impegnate e preoccupate all’interno dei contorni di un’isteria dagli occhi bianchi sul “fascismo” fino al novembre 2020, si accorgeranno presto di aver bisogno di ottenere dei nazisti migliori. Gli attuali nazisti, infatti, semplicemente non arriveranno a tagliare il nastro di quel traguardo. Essi non sono né abbastanza spaventosi, né men che meno nazisti.
D’accordo, quelli che fanno parte della milizia paiono sufficientemente spaventosi, e quel ragazzo “di modello ed impostazione spartani” sembra un po’… Come dire, strano: però, la maggior parte di loro è assimilabile a normali vecchi redneck. Quanto sarebbe difficile procurarsi alcune camicie marroni, od un po’ di quei pantaloncini color khaki come quelli che sono stati indossati a Charlottesville, o qualche altro tipo di uniforme simil-nazista? Ed alcuni stivali. La gente adora quegli stivali.
Ora, parlando seriamente e mettendo da parte gli scherzi, la Resistenza necessita di conferire un qual certo ordine alla loro ottica narrativa ufficiale, e lo devono fare senza indugio alcuno. Milioni di liberali, del resto, sono in attesa di essere sottoposti al lavaggio del cervello, in una frenesia lunga un anno, di isteria di massa – perfettamente fabbricata – “da fascismo”. Tuttavia, loro avranno bisogno di qualche nazista, anche convincente soltanto a metà, che dia di matto in maniera spastica. Alcune centinaia di bozos [persone rudi, ignoranti e facilmente influenzabili, N.d.R.], con cappelli “MAGA”, che sfilino in parata con le bandiere americane, non costituiscono esattamente una milizia delle SA.
Mi sto riferendo, naturalmente, all’ultima “invasione fascista” di Portland, che ha avuto luogo sabato 17 agosto, la quale – stando alla narrazione dei mainstream media di ogni sorta, e degli organi di informazione Antifa, e degli esperti locali di fascismo – doveva essere un vero e proprio bagno di sangue. Dei terroristi suprematisti bianchi, pesantemente armati, stavano accorrendo da tutto il Paese per uccidere indiscriminatamente quante più persone possibile, purché fossero «nere, asiatiche, latine, indigene, immigrate, isolane del Pacifico, disabili, senzatetto ed LGBTQ».
Questa festa dell’assassinio da parte di terroristi suprematisti bianchi avrebbe dovuto rappresentare la vendetta per il pestaggio, preventivamente auto-difensivo, di Andy Ngo, «il più pericoloso truffatore fascista degli Stati Uniti», da parte di militanti Antifa all’inizio di agosto.

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fonte – https://oltrelalinea.news/2019/08/22/come-e-nata-listeria-da-fascismo-di-massa/

Senza Salvini, come faranno Saviano e la Murgia?

Sono disperati. Si augurano che il governo giallo-rosso, il Cagoia come l’abbiamo soprannominato in onore del centenario della Fiume dannunziana, non nasca e che si vada al voto presto. O che, almeno, Lega e grillini ritrovino un accordo, che non lasci Salvini all’opposizione. No, non stiamo parlando dei leghisti ma degli intellettuali “antifascisti”, dei Saviano, dei Veronesi, dei Carofiglio, delle Murgia. E di tutto quel mondo che per lunghi quattordici mesi ha vissuto in simbiosi con il Male, con il Dittatore assoluto, con il nuovo Mussolini, anzi ancor più, il nuovo Hitler, Salvini. Per combatterlo certo: ma secoli di filosofia e di letteratura, e più di recente decenni di psicologia, ci insegnano che, ossessionato dal nemico, tendi ad entrare in relazione con lui. Il nemico costruisce la tua identità. E quando non c’è più, precipiti in un vuoto esistenziale.

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Fonte – https://www.nicolaporro.it/i-piu-disperati-per-la-fine-di-salvini-i-saviano-e-le-murgia/

Il suicidio perfetto dell’Occidente

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini
Il neo primo ministro neo zelandese Jacinda Ardern, una donna di 38 anni, ha affermato che il benessere collettivo ma anche individuale non dipende né dal Pil né dalla produttività né dalla crescita economica. Ci voleva un politico neo zelandese per scoprire l’acqua calda e cioè che non è la ricchezza delle Nazioni, tanto cara a Adam Smith, né del singolo individuo a dare non dico la felicità, “parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata”, (Cyrano, se vi pare…), ma quel relativo benessere individuale che l’uomo può raggiungere.
Edoardo Agnelli, erede della più grande impresa italiana, si è suicidato a 46 anni gettandosi giù da un ponte. Athina Onassis, moglie del famoso armatore, morì a 45 anni per abuso di droghe e identica sorte è toccata a sua figlia Christina a soli 37 anni. E’ solo un ridottissimo florilegio dei ricchi e famosi o dei figli dei ricchi caduti nella droga, nella depressione, a volte nel suicidio. Ma restano pur sempre casi individuali. Più significativo è che in Cina, da quando è iniziato il boom economico, il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. I paesi scandinavi, ben ordinati e organizzati, hanno il più alto tasso di suicidio in Europa, in Italia, nella ricca Padania i suicidi sono 1628 per 100.000 abitanti, in Meridione 478 ( dati Istat 2010).
Non si tratta quindi semplicemente di riorganizzare il Pil togliendogli tutti quei fattori che lo aumentano per inserirne degli altri che li sostituiscano come sostiene il mio spurio emulo Maurizio Pallante autore del famoso e infelicissimo brocardo La decrescita felice. La questione è molto più profonda e ha poco a che vedere con i numeri comunque li si voglia combinare. E’ un’armonia complessiva quella che è venuta meno col modello di sviluppo occidentale che ha ormai occupato quasi tutto il mondo, sfondando anche culture che ne erano lontanissime, come quella indiana e cinese (Il libro della norma di Lao Tse, che fonda millenni di pensiero orientale, si dedica esclusivamente alla ricerca interiore e spirituale e predica la “non azione”). Il processo che ha portato alla disfatta attuale, collettiva e individuale, sul piano psichico e nervoso ha inizio con la Rivoluzione industriale (metà del diciottesimo secolo) e l’Illuminismo che l’ha razionalizzata nelle forme del capitalismo liberista o del comunismo di radice marxiana.
Nevrosi e depressione sono malattie della Modernità e non a caso colpiscono inizialmente la borghesia, cioè le classi più ricche, cosa che farà la fortuna di Freud e della psicoanalisi. Non esistevano nei cosiddetti “secoli bui”, come non esistono tuttora nelle poche comunità che hanno conservato costumi e ritmi di vita tribali. Nei “secoli bui” c’erano certamente lo psicopatico e lo schizofrenico che sono però malattie psichiatriche individuali e non sociali. Tra l’altro in quelle culture avevano elaborato un pensiero che inglobava nella società anche questi soggetti (“il matto del villaggio”) ritenendo che avessero un rapporto diretto e particolare con Dio.
Negli Stati Uniti, il paese tuttora più ricco del mondo, che gode anche delle rendite di posizione dategli dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, più di un americano su due fa uso abituale di psicofarmaci, è tutta gente che non sta bene nella propria pelle. Il fenomeno della droga propriamente detta, all’inizio appannaggio, si fa per dire, dei ricchi ha raggiunto tutti i ceti sociali e in particolare i ragazzi che pur hanno dalla loro il bene più prezioso e prelibato: la giovinezza.
Come si spiega tutto questo? Col modello di sviluppo che, coll’ottuso ottimismo di Candide, abbiamo creato: raggiunto un obiettivo dobbiamo inseguirne immediatamente un altro e poi un altro ancora, salito un gradino salirne un altro e poi un altro, un processo che ha fine solo con la nostra morte. E’ un modello che ho definito “paranoico” perché non ci consente di raggiungere mai un momento di equilibrio, di armonia, di pace. Noi siamo come i levrieri, fra gli animali più stupidi della terra, che al cinodromo inseguono la lepre di stoffa che, per definizione, non possono raggiungere. Ludvig von Mises, uno dei più estremi ma anche dei più coerenti teorici del capitalismo industriale, lo dice a chiare lettere ma declinando la cosa in termini positivi: ”il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio il capo officina, il capo officina il dirigente, il dirigente il proprietario che guadagna un milione di dollari, costui quello che ne guadagna tre”. Ma questa invidia è necessaria e consustanziale al ‘sistema’ per usare un termine sessantottino. Noi dobbiamo consumare alla massima velocità possibile ciò che altrettanto velocemente produciamo. Negli ultimi decenni il processo si è addirittura invertito: noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Ma l’anomalia è presente fin dall’origine nel sistema se l’aveva già notata, con un certo sbigottimento, Adam Smith. Siamo stati ridotti da uomini a consumatori e non ci rendiamo nemmeno conto della degradazione tanto che esistono Associazioni di consumatori.
E’ quindi l’attuale modello di sviluppo che va sbaraccato dalle radici. Ma nonostante esistano, in modo carsico quanto spesso confuso, correnti di pensiero antagoniste non avremo il tempo di farlo. Non saremo noi a uccidere il modello, ma il modello a collassare su se stesso, in modo improvviso, globale, data l’interconnessione mondiale, probabilmente nel giro di poche settimane. Questo lo sanno anche i ’padroni del vapore’, almeno i più avveduti, ma continuano a drogare il cavallo già dopato contando che schiatti quando loro saranno usciti di scena e le generazioni a venire non potranno nemmeno più impiccarli al più alto pennone. Se avessero un po’ di cultura potrebbero, invece di parlare di un futuro inesistente e con un falso patetismo dei nostri figli e dei nostri nipoti, dire con Oscar Wilde: “che cos’hanno fatto i posteri per noi?”.

Mafia nigeriana: ora irride l’Italia e si fa beffe di Monti e Vaticano

NOME DELL’EX PREMIER USATO IN GERGO MALAVITOSO PER INDICARE I BOSS DEI TRAFFICI FINANZIARI LUCROSI GRAZIE AI BARCONI DI CLANDESTINI NEL CULT ESOTERICO MAPHITE DI ‘AURA’ MASSONICA DOSSIER DIA: I REATI DELLE CONFRATERNITE DAGLI SQUADRISTI PUNITIVI CHIAMATI “MACELLAI” AL VOODOO PER SCHIAVIZZARE PROSTITUTE MINORENNI ___di Fabio Giuseppe Carlo Carisio ___ Centinaia di pagine (568) che nel dossier semestrale della Dia (Direzione …

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Fonte https://www.maurizioblondet.it/mafia-nigeriana-ora-irride-litalia-e-si-fa-beffe-di-monti-e-vaticano/

GUASTI DELLA SOCIETÀ MULTIETNICA

Dopo gli ultimi attentati negli USA (non del tutto chiari) e le immagini della polizia che ha ammanettato un nero, assicurato una corda alle manette,  risaliti sui loro cavalli ed accompagnato fino alla prima stazione di polizia, ha suscitato la ormai indignata e  scontata levata di scudi dei professionisti del buonismo in salsa “partigiana —Forteto-Bibbiano”,  contro il razzismo e suprematismo bianco! Però oltre al condizionamento emozionale e mentale -sempre che ancora sortisca effetti- una statistica su cui sarebbe utile riflettere, ma che si trova di rado nei giornali, è questa: pur costituendo i neri il 13% della popolazione, contano per ben il 43% degli uccisori di poliziotti in atti criminali, ossia al netto degli incidenti (il dato è del FBI e riferito agli anni 2004-2013; <non è stato possibile reperire dati più recenti, ma se qualcosa sarà cambiato, sicuramente in peggio>).

Ciò non cancella i fenomeni di brutalità e razzismo di cui si è macchiata la polizia nordamericana, ma comincia a incrinare la narrativa dominante dei suprematisti bianchi e del poliziotto medio che è bianco, xenofobo e dal grilletto facile. Per altro, si noti che sono neri il 12% dei poliziotti statunitensi, in linea dunque col loro peso numerico nella società (sono gli ispanici semmai a essere sotto-rappresentati), e i poliziotti neri e ispanici sono più propensi ad aprire il fuoco rispetto ai loro colleghi d’origine europea (così sostengono sia un rapporto del Dipartimento di Giustizia sia uno studio scientifico di Greg Ridgeway della University of Pennsylvania).

Stando ai dati sull’etnia degli imputati: il 62% dei rapinatori, il 57% degli omicidi e il 45% delle aggressioni nelle 75 contee più grandi degli Usa, in cui i neri assommano al 15% degli abitanti complessivi (dati 2009 del Dipartimento di Giustizia). Nel 2004 erano neri il 37% degli incarcerati negli Usa (dati sempre dal Dipartimento di Giustizia). Ciò a fronte, lo ricordiamo ancora una volta, di un 13% di popolazione totale.

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Fonte http://www.emiliogiuliana.com/2-uncategorised/55-guasti-della-societa-multietnica.html

 

Bibbiano. Le uova del drago

di Roberto Pecchioli

Fonte: Ereticamente

La vicenda dei bambini strappati ai genitori naturali nella provincia emiliana, con il coinvolgimento del sindaco PD dI Bibbiano, l’indagine a carico di operatori sociali, psicologi e sanitari ha squarciato il velo su un sistema che è troppo facile liquidare come la repubblica degli orchi. Gli orchi esistono e sono forti, qualcuno forse è anche a Bibbiano, ma la realtà è più seria. Parafrasando un romanzo di Pietrangelo Buttafuoco che fu un caso letterario nel 2005, potremmo affermare che si sono dischiuse le uova del drago. Una lunga incubazione ha fatto di tesi assurde, estreme, patrimonio di pochi allucinati, l’orizzonte dell’Occidente postmoderno. La morte di Dio, l’oblio della comunità e la tenace lotta contro la famiglia, legate dal filo della prevalenza degli “esperti” e del disprezzo della natura non potevano che rendere possibile al drago di imporsi in una società priva di anticorpi. Continua a leggere

Esiste una via di scampo per la “Fortezza Europa”?

Riportiamo un’interessante opinione, che in buona parte è condivisibile. Manca, però, a nostro avviso, della consueta visione soprannaturale degli eventi. La “Fortezza Europa” dovrà riconoscere la regalità Sociale di N.S. Gesù Cristo come modello d’unità, altrimenti tutto sarà effimero (n.d.r.)

L’Unione Europea senza gli inglesi sarà costretta a ripensarsi

Segnalazione di Arianna Editrice

di Henri de Grossouvre

Fonte: Limes

Conversazione con Henri de Grossouvre, esperto di geopolitica e autore del saggio Paris Berlin Moscou.

a cura di Alessandro Sansoni

Esperto di geopolitica e di questioni strategiche, responsabile delle relazioni istituzionali di una grande corporation francese, Henri de Grossouvre, noto in Italia soprattutto grazie al suo saggio Paris Berlin Moscou, è un fervente sostenitore di un’Europa unita, politicamente e militarmente, oltre che economicamente.

LIMES I governi degli Stati membri dell’Unione europea, dopo lunghe e articolate trattative, hanno definito coloro che saranno chiamati ad occuparne le posizioni di vertice. In particolare, la scelta di nominare Ursula von der Leyen presidente della Commissione e Christine Lagarde presidente della Bce sembra confermare la solidità e la forza dell’asse franco-tedesco e la sua inattaccabile leadership politica. È davvero così oppure l’essersi dovuti esporre con propri nomi, assumendosi precise responsabilità istituzionali, dimostra piuttosto le difficoltà incontrate stavolta dai due “grandi” nel far quadrare il cerchio?

DE GROSSOUVRE Con il ritiro degli inglesi, la relazione franco-tedesca è tornata ad essere centrale anche nell’Europa a 27, nonostante le relazioni tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron non siano particolarmente cordiali ed efficaci. L’evoluzione del ruolo internazionale degli Stati Uniti, di cui Donald Trump è contemporaneamente rivelatore e attore protagonista, e lo stesso Brexit impongono di riorganizzare il progetto europeo.

LIMES In che senso “riorganizzare il progetto europeo”?

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