“Dio, aiutami a odiare i bianchi”: il libro di preghiere della teologa nera è bestseller in Usa

La “dittatura del pensiero unico”: odiare i bianchi è cosa buona e giusta? (n.d.r.)

di Cristina Gauri

Roma, 16 apr — “Buon Dio, aiutami a odiare i bianchi”. Inizia così uno dei capitoli di A Rhythm of Prayer: A Collection of Meditations for Renewal, il libro scritto dalla teologa protestante afroamericana Chanequa Walker-Barnes, uscito a febbraio e disponibile presso i principali siti di e-commerce come Target, Barnes & Noble e Amazon. Razzismo antibianco a portata di click, supportato dalle più grosse piattaforme di commercio online.

“Aiutami a odiare i bianchi” 

“Per favore aiutami a odiare i bianchi”, scrive Walker-Barnes. “O almeno a volerli odiare. O almeno a smetterla di preoccuparmi di loro, individualmente e collettivamente. Voglio smetterla di preoccuparmi delle loro anime deviate e razziste, per smettere di credere che possono essere migliori, che possono smettere essere razzisti”. Nessun bianco quindi si salva dalle lamentazioni della Barnes, che continua nella preghiera chiedendo aiuto anche per odiare i bianchi moderati, “gentili” che mascherano il loro razzismo con la gentilezza nei confronti dei neri ma che non fanno nulla per combattere la supremazia bianca.

“La mia preghiera è che tu mi aiuti a odiare gli altri bianchi — sai, quelli gentili”, scrive Walker-Barnes. “Gli elettori di Trump” a cui non importa del colore della pelle “ma che fanno commenti sottilmente razzisti. Le persone felici di invitarmi a cena, ma che allertano il vicinato ogni volta che una persona di colore sconosciuta passa davanti a casa loro”. La Barnes continua snocciolando una serie di stereotipi contro i bianchi: “Risparmiami le loro chiacchiere bianche e le lacrime delle donne bianche”.

E’ pure un bestseller

A Rhythm of Prayer è il numero 1 nella sezione Christian Meditation Worship & Devotion di Amazon e figura tra i bestseller del New York Times. Il libro, secondo la descrizione fornita dalle piattaforme che lo vendono, è una “raccolta di commoventi, tenere preghiere per una gioiosa resistenza e una chiamata all’azione. […] queste preghiere profondamente dolci  ma sovversive offrono ai lettori uno sguardo intimo sulla una diversa forma di preghiera”. Target descrive la raccolta come “uno spazio sicuro in cui le persone possono cercare aiuto, speranza e pace”. Pensa se avessero cercato guerra…

“In verità, la mia famiglia e le mie esperienze personali mi hanno dato milioni di motivi per odiare i bianchi”, spiega la Barnes a Newsweek. “L’odio è giustificato. Potrei persino trovare un precedente biblico per questo”, s’allarga la “teologa”. C’è speranza, redenzione e misericordia per tutti, tranne che per i bianchi, insomma. Il Regno dei cieli per la Barnes diventa un club privé per soli afroamericani.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/dio-odiare-bianchi-libro-preghiere-189856/

«Gravidanza solidale», il nome ganzo della barbarie

Utero in affitto, in effetti, suonava male. Soprattutto, suonava vero. E siccome da mo’ le pratiche più devastanti vengono promosse sotto falso nome – l’aborto procurato è diventato «interruzione volontaria di gravidanza», la produzione dei figli in laboratorio «procreazione assistita», l’omicidio del consenziente «interruzione volontaria di sopravvivenza» (ddl del 14.11.2001) – ecco che la sottrazione ad un bimbo di sua madre, previa transazione, diventa «gravidanza solidale». L’alchimia è merito degli onorevoli Guia Termini, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni ed Elisa Siragusa, che hanno depositato in Parlamento un «lavoro dell’associazione Coscioni e Certi Diritti».

Prima che vi riempiano le orecchie di marmellata per farvi ingoiare il rospo, vi rivelo una notizia: la «gravidanza solidale» non esiste. In nessuna parte del mondo. Perfino dove formalmente è legale da anni ed anni – come nel Regno Unito – trattasi di truffa in piena regola, di volgare gioco di prestigio. Parola di Julie Bindel, scrittrice femminista radicale ed attivista britannica che da decenni assiste le donne processate per aver ucciso i loro partner violenti. Non parliamo, insomma, d’una bigottona, bensì di una intellettuale impegnata e de sinistra. Ebbene, nell’ottobre 2020, sul londinese Evening Standard, la Bindel ha firmato un intervento che fa a pezzi la bufala proprio della «gravidanza solidale», ciò che vogliono rifilare pure a noi.

«Parlare di “maternità surrogata altruistica” ossia di un accordo per cui la madre surrogata può agire solo liberamente e dietro rimborso spese», ha infatti scritto la Bindel, «è fuorviante. In Gran Bretagna una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». A seguire, la celebre femminista riporta testimonianze forti e che sarebbe eufemistico definire da brivido. «Ho parlato con una donna britannica», ricorda, «che è stata costretta dal marito violento a stipulare un accordo di maternità surrogata per saldare i suoi debiti» Non è abbastanza per capire quale inganno si celi in pratica dietro i nastrini arcobaleno della «gravidanza solidale»? No? Andiamo avanti.

«A un’altra donna, con peraltro già due figli suoi», continua sempre l’insospettabile Bindel, «è stato chiesto di portare un bambino per una coppia gay; e non appena è rimasta incinta, i genitori committenti hanno tentato di controllare la sua vita, dettando cosa poteva mangiare e bere, mandandole messaggi costantemente. “Ero considerata una loro proprietà”, mi ha confidato». Ora, se questo accade non nel Terzo Mondo ma nella civilissima Gran Bretagna, dove la maternità surrogata “non commerciale” è legale dal 1985, perché mai dovremmo farci prendere per il naso noi, con la storiella della «gravidanza solidale»? Il fatto che nel Regno Unito, ma anche negli Usa, in Francia e nella stessa Italia, ad opporsi a tale pratica siano femministe storiche – da Luisa Muraro a Marina Terragni -, dice niente? Pensiamoci bene, prima di diventar imbecilli solidali.

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«Gravidanza solidale», il nome ganzo della barbarie

Il “Covid-20” sarà l’inculturazione globalista

Quando l’estrema sinistra usa i media per esprimere concetti totalitari di massa, nessuno fiata. Dev’essere quel complesso di inferiorità politico-culturale di cui soffrono ancora troppi buoni intellettuali ed osservatori non allineati al pensiero unico globalista.

A “Di Martedì”, Michela Murgia, comparsa come “guru” del più sinistro snobismo radical chic, se n’è uscita così: “La parte interessante del disegno di legge Zan” riguarda i “progetti di formazione nelle scuole, che diventino curriculari […]. Il punto è cominciare a modificare la cultura. Nelle scuole”. Vogliono “cambiare la cultura nelle scuole”. Cioè, fare il lavaggio del cervello ai nostri figli.

L’inculturazione non è stata sufficiente, già dal ’68. Ora la si proclama candidamente come obiettivo, quasi che i ragazzi appartenessero allo Stato, che avrebbe il compito/dovere di educarli.

Non sarebbe pura ideologia vetero-comunista questa? E’ la simulazione, in salotto mediatico, del primo principio della dittatura: plasmare le coscienze dei piccoli perché crescano i globalisti del domani. Che sono, sostanzialmente, delle amebe, consumatori e lavoratori in smart working, dipendenti dei social e privi di mente critica, amorali e appassionati delle mode, tutti arcobaleno, global e senza identità o religione, nichilisti Antifa’, molto gretini, al totale servizio del Sistema.

Intaccare la scuola per fare i globalisti del domani è il virus Covid-20 che ci attende?

La signora Murgia non ha inventato nulla perché, già nel 1918, in Russia prevaleva questo:

“Noi diciamo che nel settore della scuola la nostra causa è la stessa lotta per rovesciare la borghesia e dichiariamo apertamente che la scuola estranea alla vita e alla politica è una menzogna e un’ipocrisia” (Lenin, Dal discorso al 1° Congresso panrusso dell’istruzione, 29 agosto 1918).

Il fine aberrante è mettere le mani su chi non si è ancora formato le sue convinzioni. Sono le menti ancora malleabili, che bisogna plasmare. E, se oggi, le famiglie hanno qualche strumento per sottrarsi ai già frequenti tentativi di manipolare i più piccoli, domani bisognerà toglierglielo.

Sono questi i democratici della post pandemia. Non facciamoci trovare impreparati.

Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Ricevuto e pubblicato il 10 Aprile 2021

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Il Covid-20 sarà l’inculturazione globalista di Matteo Castagna

L’assimilazione degli immigrati non è né buona né cattiva: è impossibile

di Alain de Benoist

Fonte: Barbadillo

Boulevard Voltaire: Il dibattito sull ‘”integrazione” degli immigrati è impantanato da decenni, se non altro perché non viene mai specificato cosa significhi integrare: a una nazione, a una storia, a un’azienda, a un mercato? È in questo contesto che alcuni preferiscono invocare l’”assimilazione”. Due mesi fa, la rivista Causeur ha dedicato a questo concetto un intero dossier, con il titolo in prima pagina: “Assimilati! Cosa le fa pensare?Alain de Benoist: “Negli ambienti più preoccupati per i flussi migratori, si sente spesso dire che l’assimilazione sarebbe la soluzione miracolosa: gli immigrati diventerebbero “francesi come tutti gli altri” e il problema sarebbe risolto. Questa è la posizione difesa con talento da Causeur, ma anche da autori come Vincent Coussedière, che pubblicherà A Praise of Assimilation, o Raphaël Doan (The Dream of Assimilation, from Ancient Greece to the Present Day). Altri obiettano che “gli immigrati sono inassimilabili”. Altri ancora rifiutano l’assimilazione perché implica necessariamente l’incrocio. Queste tre posizioni sono molto diverse, e anche contraddittorie, ma hanno tutte in comune il fatto che ritengono che l’assimilazione sia possibile, almeno in teoria, anche se alcuni non lo vogliono o ritengono che gli immigrati non giochino.

L’assimilazione è un concetto di natura universalista, ereditato dalla filosofia dell’Illuminismo (la parola si trova già in Diderot). Presuppone che le persone siano fondamentalmente tutte uguali. Per far sparire le comunità, dobbiamo quindi convincere gli individui che le compongono a staccarsi da esse. In un certo senso, questo è un patto che ci proponiamo di fare con gli immigrati: diventate individui, comportatevi come noi e sarete pienamente riconosciuti come uguali, poiché ai nostri occhi l’uguaglianza implica l’uguaglianza.

Ricordi l’apostrofo di Stanislas de Clermont-Tonnerre nel dicembre 1789: “Dobbiamo concedere tutto agli ebrei come individui, dobbiamo rifiutare tutto agli ebrei come nazione!” (Gli ebrei non hanno ceduto a questo ricatto, altrimenti avrebbero dovuto rinunciare all’endogamia e oggi non ci sarebbe più comunità ebraica.) Emmanuel Macron non dice altro quando afferma che la cittadinanza francese riconosce “l’individuo razionale libero come stato prima di tutto “. Raphaël Doan è molto chiaro su questo punto: “L’assimilazione è la pratica di richiedere allo straniero di diventare un compagno […]”. Per assimilarsi, bisogna praticare l’astrazione dalle proprie origini. In altre parole, che cessa di essere un Altro e diventa lo Stesso. Per fare questo, deve dimenticare le sue origini e convertirsi. “Emigrare significa cambiare la tua genealogia”, dice Malika Sorel. È più facile a dirsi che a farsi. Perché assimilare “i valori della Repubblica” non significa niente. Assimilare significa adottare una cultura e una storia, una socievolezza, un modello di relazioni tra i sessi, codici di abbigliamento e culinari, modi di vita e di pensiero specifici. Tuttavia, oggi, la maggioranza degli immigrati è portatrice di valori che giustamente contraddicono quelli delle popolazioni ospitanti. Quando offriamo loro di negoziare la loro integrazione, dimentichiamo semplicemente che i valori non sono negoziabili (cosa che una società dominata dalla logica dell’interesse personale ha le maggiori difficoltà a comprendere)”.

E lei pensa che l’assimilazione sia buona o cattiva?

“Né buono né cattivo. Tendo a pensare che sia impossibile. Il motivo principale è che possiamo assimilare gli individui ma non possiamo assimilare le comunità, specialmente quando queste rappresentano dal 20 al 25% della popolazione e queste sono concentrate – “non perché siano messi nei ghetti, ma perché gli esseri umani coltivano naturalmente il vicinato di quelli che vivono come loro ”(Élisabeth Lévy) – in territori che favoriscono l’emergere di contro-società basate esclusivamente sull’identità. Ciò è particolarmente vero in un paese come la Francia, segnato dal giacobinismo, che non ha mai smesso di lottare contro gli organismi intermedi per riportare la vita politica e sociale a un faccia a faccia tra individuo e Stato. Colbert aveva già compiuto grandi sforzi per “francesizzare” gli indiani d’America. È stato ovviamente un fallimento.

In Francia, l’assimilazione raggiunse il suo apice sotto la Terza Repubblica, in un momento in cui la colonizzazione era in pieno svolgimento per iniziativa dei repubblicani di sinistra desiderosi di far conoscere ai “selvaggi” i benefici del “progresso”. Ma la Terza Repubblica è stata anche una grande educatrice: nelle scuole, gli “ussari neri” si sono impegnati a insegnare la gloriosa storia del romanzo nazionale. Non ci siamo più. Sono in crisi tutte le istituzioni (chiese, esercito, partiti e sindacati) che in passato hanno facilitato l’integrazione e l’assimilazione. La Chiesa, le famiglie, le istituzioni non trasmettono più nulla. La scuola stessa, dove il curriculum è dominato dal pentimento, non ha altro da impartire se non la vergogna dei crimini del passato.

L’assimilazione implica la volontà di assimilarsi dalla parte del potere in carica e il desiderio di essere assimilati dalla parte dei nuovi arrivati. Tuttavia, non c’è né l’uno né l’altro. Lo scorso dicembre, Emmanuel Macron ha detto esplicitamente a L’Express: “La nozione di assimilazione non corrisponde più a ciò che vogliamo fare”. È difficile vedere, d’altra parte, quale attrattiva possa ancora esercitare il modello culturale francese sui nuovi arrivati ​​che scoprono che i nativi, che spesso disprezzano, quando non li odiano, sono i primi a non voler sapere nulla della loro storia e battersi il petto per essere perdonati di esistere. Cos’è che vedono che li attrae? Cosa li può apassionare? Spingerli a voler partecipare alla storia del nostro Paese?”

Ultima nota: nel modello assimilazionista, l’assimilazione dovrebbe progredire di generazione in generazione, il che può sembrare logico. Tuttavia, vediamo che in Francia è esattamente l’opposto. Tutti i sondaggi lo dimostrano: sono gli immigrati delle ultime generazioni, quelli che sono nati francesi e hanno la nazionalità francese, che si sentono i più estranei alla Francia, che pensano sempre più che la Sharia abbia la precedenza sul diritto civile e trovano tanti elementi inaccettabili, come un “oltraggio” alla loro religione. Lo scorso agosto, alla domanda sulla proposizione “L’Islam è incompatibile con i valori della società francese”, il 29% dei musulmani ha risposto affermativamente, mentre tra gli under 25 la percentuale era del 45%”.

Un dibattito del genere è solo francese? Nei paesi occidentali? O la questione dell’integrazione attraverso l’assimilazione si trova ovunque?

“I paesi anglosassoni, non essendo stati segnati dal giacobinismo, sono più ospitali nei confronti delle comunità. Negli Stati Uniti, d’altra parte, gli immigrati generalmente non hanno animosità verso il paese in cui cercano di entrare. La stragrande maggioranza di loro, che è stata instillata con il rispetto dei padri fondatori, vuole essere americana. Il “patriottismo costituzionale” fa il resto. In Asia è ancora diverso. La nozione di assimilazione è qui sconosciuta, per il semplice motivo che la cittadinanza è confusa con l’etnia. Per i due miliardi di persone che vivono nel nord e nel nordest asiatico, soprattutto nella zona di influenza confuciana, uno nasce cittadino, non lo diventa. Questo è il motivo per cui Cina e Giappone si rifiutano di fare appello all’immigrazione e naturalizzano solo in piccole quantità (i pochissimi europei che hanno ottenuto la nazionalità giapponese o cinese non verranno comunque mai considerati giapponesi o cinesi)”.

(Intervista condotta da Nicolas Gauthier per Boulevard Voltaire)

 

 

Il piano segreto di Enrico Letta per portare Prodi al Colle

di Luigi Bisignani

Caro direttore, Enrico Letta, che ha scatenato una guerra fra donne nel Pd, ha in testa un solo uomo: Romano Prodi. Il nuovo che avanza. Il segretario, assunti i panni di un supereroe della Marvel, dopo la finta rivoluzione di genere, ha nostalgia del passato.

Si propone, infatti, di rispolverare il vecchio progetto maggioritario dell’Ulivo infilando una verniciata di quel che resterà dei grillini a guida Conte. La ‘mission impossible’ del supereroe Letta è riuscire a piazzare il pacioso ‘Mortadella’ al Quirinale per poi puntare lui stesso a Palazzo Chigi. Altrimenti perché mai avrebbe mollato il ritiro dorato di Parigi. Per realizzare questo piano diabolico, ha già individuato il prossimo obiettivo: rendere difficile il percorso verso il Colle del suo amico Mario Draghi il cui governo appare ancora disorientato. Ben vengano, quindi, agli occhi di Letta, le critiche della Lega di Salvini all’esecutivo, che si sposano con l’assenza di iniziativa dei ministri piddini (Franceschini, Guerini e Orlando).

Non un’idea intelligente da parte loro sulle chiusure e sui relativi sostegni, per non parlare della rivoluzione digitale affidata a Colao e Cingolani, che girano a vuoto. Forse anche per il fatto che Draghi sembra non prestare loro alcun tipo di attenzione e per il modo sbrigativo del Premier di regolare i rapporti con i colleghi, a partire dallo spaesato responsabile del Mef, Daniele Franco. Quanto al PD i primi giorni del “nuovo” corso trascorrono all’insegna della miglior retorica piddina.

Con i numeri del virus e dell’economia che urlano vendetta, Letta prosegue con i soliti argomenti, dall’omofobia allo ius soli al voto ai sedicenni, mentre impazzano le correnti che hanno ripreso il potere assoluto nei confronti di un segretario che vuole comandare ma non sa farlo perché per sua natura è più uomo delle istituzioni che degli apparati. Nelle ‘Baruffe chiozzotte’ alla Goldoni sull’elezione delle due capogruppo donne, il mantra di Letta: dopo averle sollecitate, se le è viste apparecchiate senza poter toccare palla, con drammi personali che si porteranno dietro una scia di veleni e di gossip, argomento principe nei conciliaboli notturni della dirigenza ex comunista. Continua a leggere

Prodromi di guerra civile negli Stati Uniti?

di Eugenio Orso

Fonte: Comedonchisciotte

Il discorso che mi accingo a fare, in estrema sintesi, riguarda la debolezza attuale degli Usa, come principale potenza di riferimento e strumento imperialista per l’élite finanziaria e globale, di ispirazione  sionista.

Fondamentale sembra essere, per i dominanti, la realizzazione del progetto del club di Davos, chiamato The Great Reset e firmato da un esponente del WEF, Klaus Schwab, ottuagenario e membro attivo della gerontologia elitista, nonché da un suo collaboratore, Thierry Malleret. The Great Reset è il suggello al dominio elitista sul mondo e se dovesse andare in porto sconvolgerebbe la stessa idea che abbiamo dell’uomo e delle società umane. Il Davos “virtuale” di gennaio, rivelatore delle intenzioni elitiste, lette fra le righe, è stato una conseguenza della diffusione del Covid.

In pratica, il “distanziamento sociale” imposto dalla pandemia Covid è funzionale al controllo delle popolazioni, ad accelerare i processi di automazione dell’industria, a rendere gli stati più ricattabili con l’aumento del debito pubblico e i crolli di PIL, i lavoratori più docili a causa della disoccupazione indotta e della progressiva perdita di diritti e di reddito, e via discorrendo. Quanto precede in “armonia” con il piano elitista noto come The Great Reset, che non sarà, come millantato, un nuovo inizio felice per l’umanità, con un colpo di spugna a ciò che di brutto caratterizzava il passato, ma semmai il contrario, più simile alla realizzazione di una grande distopia che darà sostanza al “trasumanesimo” e alla perdita totale di controllo sulla propria vita per miliardi di dominati.

Personalmente dubito che il cambiamento previsto nel piano elitista ci sarà solo se la “gente” lo vorrà, come sostengono lor signori, ma sono certo che implicherà la subordinazione completa degli stati nazionali al potere elitista esteso a gran parte del pianeta, oltre a un forte cambiamento nelle attività produttive, molte delle quali moriranno, lasciando spazio al “green” di Greta e di Gates (roba da ricchi, ovviamente), all’automazione esasperata e alla telematizzazione. Continua a leggere

Fermate quel pazzo alla Casa Bianca

Per la prima volta nella storia dopo la Seconda guerra mondiale, un presidente degli Stati Uniti chiama assassino un presidente russo. Non accadeva neanche ai tempi della Guerra Fredda, sotto la dittatura sovietica. E meno male che Biden doveva essere quello misurato e pacifista dopo l’estremista esagitato Trump. Cosa dirà allora di Xi Jinping e della dittatura sanguinaria cinese e con quali conseguenze? E cosa dovrebbe dire dei leader di tanti paesi alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita, e perfino Israele? Cosa avrebbe dovuto dire Nixon quando incontrò il dittatore più sanguinario della storia, Mao Tse Tung? Cosa hanno taciuto i presidenti statunitensi che si allearono con Stalin e si spartirono con lui il mondo a Yalta? E cosa potrebbero dire tutti gli altri dei presidenti americani, tra bombardamenti sulle popolazioni civili, vittime innocenti sparse nel mondo, embargo di viveri e medicinali a popolazioni stremate e decimate, golpe sparsi nel mondo, ruolo nefasto della Cia a livello internazionale e spregiudicate eliminazioni di nemici?

Biden ha imboccato una via pericolosa. Fermatelo, quel pazzo vestito da vecchietto per bene, dovremmo dire per usare lo stesso linguaggio usato contro il suo predecessore. A proposito, avete sentito una voce nei media, nel cinema, nella canzone, nell’intellighenzia, tra quelle che esclamavano indignate ogni giorno contro Trump, insorgere contro le pericolose e deliranti sparate del presidente democratico?

MV, 18 marzo 2021

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Fermate quel pazzo alla Casa Bianca

L’agenda squinternata di Letta il marziano

Se il buongiorno si vede dal mattino, il discorso inaugurale della segretaria Pd di Enrico Letta, è un risveglio da incubo. Altroché rilancio del Partito Democratico, la ricetta indicata dal neosegretario rischia di essere il de profundis della sinistra italiana. Una delle sue prime proposte è stata infatti un appello a favore dello ius soli affermando: “spero che questo governo faccia lo Ius Soli”. Una proposta non solo non condivisibile nella sostanza ma del tutto fuori luogo nella tempistica visto il momento complicato che sta affrontando l’Italia a causa del coronavirus con una crisi non solo di carattere sanitario ma anche socioeconomico. Dal segretario di uno dei principali partiti di governo, ci si aspetterebbero ben altre risposte alla crisi, ci sono milioni di italiani in ginocchio per la crisi socioeconomica, più della metà d’Italia è in lockdown e il Pd pensa allo Ius soli.

Mettiamoci nei panni di un operaio che vota Pd (ammesso e non concesso esistano ancora operai che votano il Pd) e nell’ultimo anno ha perso il lavoro a causa della crisi, ha una famiglia da mantenere e non sa come fare, i figli a casa con la Dad e cerca risposte dalla sinistra e si sente proporre lo Ius soli, cosa può pensare? È uno scostamento dalla realtà allucinante.

Si punta sempre il dito contro la destra ma tutti i partiti di destra, ognuno a modo proprio, chi in maggioranza chi in opposizione, hanno capito che il covid ha cambiato lo scenario politico. La sinistra invece continua a parlare allo stesso modo di un anno e mezzo fa e ad avanzare proposte distanti dalle reali esigenze dei cittadini.

Lo fa in modo paradossale auto dicendosi che non dovrebbe essere il “partito delle ztl” salvo poi avanzare proposte proprio in linea con una visione radical-chic della società. Tra l’altro. dietro la proposta dello ius soli, così come del voto ai sedicenni, aleggia una motivazione, più che di carattere ideologico, prettamente politico: abbassando l’età per votare e concedendo la cittadinanza ai figli degli immigrati, il Pd cerca di recuperare l’emorragia di voti persi tra gli italiani.

Nei giorni successivi Letta è tornato sull’argomento affermando: “La destra sbaglia atteggiamento. Sono flessibile sullo strumento, l’importante è l’obiettivo” aprendo così allo ius culturae senza capire che il vero problema è proprio l’obiettivo che, non solo non è una priorità, ma rappresenta una soluzione sbagliata ai tanti problemi che affliggono i giovani italiani.

Dal neosegretario del principale partito italiano di sinistra ci si aspetterebbe una risposta alle difficoltà dei nostri giovani mai purtroppo risolte a partire dal mondo del lavoro e non proposte fuori luogo e tempo come lo ius soli.

Francesco Giubilei, 17 marzo 2021

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L’agenda squinternata di Letta il marziano

Gli sbagliati

DI GIANFRANCO AMATO

 

Il 3 febbraio 1975 sul “Corriere della Sera” apparve un articolo dell’intellettuale triestino Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati”. Questo suo coraggioso intervento pubblico in difesa della vita e contro l’aborto, gli valse la replica stizzita e livorosa di Italo Calvino pubblicata sempre dal “Corriere della Sera” il 9 febbraio 1975, in cui l’autore del Marcovaldo, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, decise di troncare con lui ogni rapporto personale. Nella frase conclusiva, infatti, scrive: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».Quella replica, scomposta nei toni e ideologica nel merito, divenne poi una sorta di manifesto degli abortisti e continua ad avere una vasta diffusione anche sulla Rete Internet. Del pregevolissimo articolo di Claudio Magris, invece, non vi è alcuna traccia. Per questo ritengo doveroso consentire a tutti la possibilità di leggerlo integralmente. Merita di essere conosciuto, soprattutto nel mondo pro-llife in cui non è molto noto, e soprattutto meditato, parola per parola. Questo il testo:Dittatore mite e bonario, Cesare cercò di perdonare e di graziare i propri avversari politici, ma fece strangolare Vercingetorige. Non si può fargliene colpa, perché non sapeva, e forse non poteva capire, che anche Vercingetorige era un uomo, pur non essendo un romano.

Questa difficoltà di riconoscere gli uomini sembra ripresentarsi di continuo. In un recente articolo sul «Corriere» Giuseppe Montalenti si sofferma, nell’ambito della discussione sull’aborto, sui casi nei quali si ha la certezza che la persona concepita sia affetta da minorazioni gravissime e incurabili.

Non ho, ovviamente, nulla da obiettare alle precise argomentazioni scientifiche di Montalenti, che fa un elenco dettagliato delle malformazioni accertabili già nelle primissime fasi dell’esistenza di un individuo. Mi sembra tuttavia sorprendente il tono col quale vengono presentati questi casi clinici, i conflitti di coscienza che essi instaurano e la tragedia che essi rappresentano.

Montalenti parla della nascita di un «individuo gravemente tarato» come di una «iattura, talvolta per l’individuo stesso, sempre per i genitori e gli altri familiari, nonché per la comunità, alla quale in ultima analisi risalgono le responsabilità morali e materiali della cura e del mantenimento di questi individui incapaci di provvedere a se stessi e bisognosi di cure» (i corsivi sono miei).

Dopo aver notato come la «selezione naturale» provveda spesso ad eliminare, nel caso di aborti spontanei, gli «individui sbagliati», soggiunge: «Quindi, provvedendo all’eliminazione di altri individui sbagliati, casualmente sfuggiti alla selezione, non si fa altro che completare, perfezionare un processo naturale». Dunque, la soppressione di un minorato non appare più il gesto disperato di chi ritiene, a torto o a ragione, di risparmiargli una vita di dolore, non è una tragica decisione dettata dall’amore per quell’individuo e attuata per il suo e solo per il suo interesse; non è l’eutanasia, che la legge non può ammettere per gli arbitri pratici cui essa potrebbe dar luogo ma che merita rispetto e sospensione di giudizio morale per la sofferenza che coinvolge chi l’accetta.

L’individuo sbagliato, cioè il minorato, il focomelico, il malato mentale e così via, nell’amplissimo ventaglio di menomazioni e inferiorità nel quale i cosiddetti sani relegano tutti coloro cui essi negano la dignità umana, riceve o no il diritto di esistere non in base alla preoccupazione per la sua sorte, bensì alla preoccupazione per i fastidi e gli oneri arrecati alla società: spese, necessità di mutare situazioni sociali e istituzioni pedagogiche e così via.

Questa logica, che nell’articolo di Montalenti è applicata soltanto in riferimento ai casi estremi e drammatici, è la medesima che presiede all’accettazione disinvolta e sbrigativa dell’aborto in generale: anche in questo caso l’esistenza di una persona viene subordinata ai sentimenti che altri provano nei suoi riguardi, ai moti affettivi o viscerali che essa suscita o meno.

La vita di un uomo è una curva ininterrotta dal momento del concepimento a quello della morte, una curva che procede verso il potenziamento per poi declinare verso il progressivo impoverimento biologico e intellettuale, che è esposta alle aggressioni del talidomide, della denutrizione, delle carenze affettive o dell’emarginazione sociale e non conosce soluzioni di continuità.

Fra il cosiddetto neonato (salutato dal fiocco rosa o azzurro e portato incosciente al fonte battesimale) e un uomo di vent’anni c’è più differenza di quanta ce ne sia tra il medesimo neonato e lui stesso al settimo mese di gestazione o fra questo settimo mese e il quarto, o fra il quarto e il secondo e così via. Ciò che varia è il rapporto affettivo e sociale che gli altri instaurano con questo essere: si è più legati a un figlio di tre anni che a un figlio di tre ore, si soffre diversamente per una persona a seconda che muoia nel pieno delle sue qualità e dei suoi rapporti con noi oppure in uno stadio di età o di malattia che l’abbia da tempo esclusa da ogni relazione attiva. Ma la reazione sentimentale di un uomo non è il metro della realtà di un altro.

Per evitare guai all’accomodante pragmatismo cattolico, qualche ingegnoso teologo scoprirà forse che l’anima viene insufflata al secondo o al terzo mese di gestazione, ben sicuro che comunque è impossibile dimostrare il contrario; i confessori sono sempre stati indulgenti in tema di aborto, come su tutto ciò che accade e svanisce in silenzio, ben più preoccupati di condannare il concubinato, il divorzio, i liberi modi di amare. Ma se dell’anima si può parlare impunemente, è per fortuna più difficile misconoscere la verità del corpo, così splendidamente rivendicata da Pasolini, uno dei pochissimi nostri poeti capaci di testimoniare l’integrità del vivere.

Dietro il dibattito sull’aborto sta una realtà che trascende anche questo problema, sta la giustificazione e l’accettazione delle cose così come sono, lo spaventoso culto borghese dei fatti. Non si tratta di infierire su chi commette l’aborto sotto la pressione di barbariche situazioni sociali; quando nel Faust Margherita, sola e disperata, uccide il neonato, essa desta solidarietà e comprensione, che non implicano approvazione o indifferenza nei confronti dell’infanticidio.

La prima colpa dell’aborto risiede certo nella nostra società feroce che addossa ogni responsabilità alla donna, che emargina e rifiuta la ragazza madre, che trascura ogni iniziativa per porre realmente i figli naturali o abbandonati in condizioni di parità, che ostacola i mezzi anticoncezionali; è dello stato che non persegue l’aborto quand’esso viene praticato nell’ovattato silenzio di cliniche frequentate da rispettabili borghesi e gestite da stimati professionisti. Ciò che però è stridulo nella campagna per l’aborto è la disinvoltura igienista, il tono allegro e baldanzoso che riduce una situazione tragica alla rivendicazione della libertà di fumare in classe o a una misura igienico-profilattica. Una settimana fa, in un dibattito a Trieste, il pubblico, compatto, rideva e si divertiva come all’avanspettacolo.

Combattuta con questo spirito, la campagna per l’aborto è una delle forme in cui si palesa quella persuasione totale delle coscienze, cui stiamo assistendo, ad accettare qualsiasi cosa.

Un premio Nobel per la medicina ha paragonato l’interruzione della maternità alla distruzione dell’abbozzo di un edificio rispetto a quella di un edificio completo, scordando che l’uomo è qualitativamente diverso da un progetto architettonico, sia esso Santa Maria del Fiore, le rovine di Cnosso o il palazzo della Rinascente.

L’indifferenza appare paurosamente estensibile a piacere; stiamo forse avvicinandoci a poco a poco a un grande massacro, al momento in cui nemmeno l’attuale iniqua distribuzione dei mezzi di sostentamento potrà garantire l’attuale ingiusto equilibrio: la «selezione naturale», ovvero il dominio dei più forti, assumerà l’aspetto diretto del massacro e la nostra coscienza sarà pronta ad allargare il novero degli «individui sbagliati», a stabilire chi sia sbagliato e rispetto a chi, quale sia il quoziente di capacità affettiva e intellettiva necessario per riconoscere agli altri la dignità umana, chi sia irrecuperabile, a chi sia lecito disconoscere ogni scintilla di personalità.

La coscienza borghese, che si scandalizza delle scelte amorose difformi dalla norma corrente, accetta invece questo «processo naturale» (malattie, minorazioni, morti) come una provvidenza della natura che si preoccupa di selezionare, di diminuire il numero degli aventi diritto a partecipare alla spartizione dei brevi beni che la vita può offrire. Non intendo certo attribuire a Montalenti opinioni che so bene egli non professa, ma mi pare di non poter sottacere la preoccupazione per il tono ottimista o neutrale con cui si parla degli individui sbagliati — o, nel caso dell’aborto, non voluti — e con cui si sancisce questa situazione.

Analoga è la concezione regressiva, così spesso affermata, secondo la quale la legge dovrebbe comunque adeguarsi al costume, rispecchiare e sanzionare i fatti. Se così fosse, le leggi razziste dell’Alabama sarebbero giuste perché si adeguano al costume razzista imperante, e lo stesso varrebbe per le leggi di Norimberga, che s’adeguavano al diffuso antisemitismo, o per le attenuanti concesse al delitto d’onore, che riflettevano un costume comune.

La legge democratica, rivoluzionaria deve incidere sul costume, tendere a correggerlo e a modificarlo; ha giustamente abolito le attenuanti concesse al delitto d’onore, e non già per infierire su un disgraziato coatto dal suo ambiente, bensì per non rafforzare quel costume e quella coazione.

La «non scritta legge degli dei», per la quale si batte Antigone contro il tiranno della città, è la legge di ciò che deve essere, non di ciò che è; la tensione alla libertà, non la codificazione della schiavitù.

DA

Gli sbagliati

Il Vaccino al Virus contemporaneo

 

di Matteo Castagna (pubblicato su “Il Corriere delle Regioni” del 26/02/2021)

Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

Il Consiglio regionale lombardo ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro” promossa da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle. Con il supporto dell’Avv. Gianfranco Amato e grazie alla determinazione del Presidente della III Commissione Sanità dott. Emanuele Monti, il Consiglio regionale ha rispedito al mittente la proposta che mirava, di fatto, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

Nel frattempo, il tribunale di S. Maria di Capua a Vetere ha stabilito che gli embrioni creati e crioconservati da una coppia, che nel frattempo si è separata potranno essere impiantati alla donna anche contro la volontà dell’ex partner. Si tratta del riconoscimento di un diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge e poi surgelati. Peccato che, però, un bimbo non sia un “bastoncino findus” ma un essere umano, per quanto in crescita…e neppure una proprietà privata della donna, come vorrebbero vecchi slogan del femminismo militante. Sarà argomento che dovrà far discutere perché crea un precedente pericoloso evidente.

Ci si chiederà il motivo di tanto fermento bioetico, soprattutto nell’ultimo decennio. Possiamo dire che l’uomo contemporaneo soffre di alcuni mali che vengono chiamati beni dal mainstream dominante, a tutti i livelli e in tutti i consessi. Platone sosteneva che “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa”, soprattutto se il male è letale perché mette in discussione la sacralità e la dignità della Vita. Si dirà, giustamente, che il male è in stato così avanzato, che è come una metastasi diffusa in tutto il corpo sociale. Se “nihil difficile volenti”, allora dobbiamo lavorare, prima fornendo degli antidolorifici, per arrivare alla cura. Il nichilismo filosofico, che vuole distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico), tende a trasformare l’uomo in una larva o in una “pecora matta” dantesca, che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiato. L’oggi è caratterizzato da un grande vuoto di concetti, di principi, di valori, di ragionamenti e di retto discernimento, tanto che la Sovversione dell’ordine naturale, quindi divino, è il nuovo ordine mondiale. La cultura del nulla giunge a considerare la verità, il bene, il bello, l’identità, la tradizione, come mali o bugie da distruggere. La nostra società rigetta santità ed eroismo, onore e fortezza, giustizia e temperanza, educazione e primato dell’essere per il suo Vitello d’Oro fatto di edonismo e benessere materiale, narcisismo, egoismo e vacuità, sciocchezze e vanità. L’uomo odierno è molle, apatico, privo di certezze e rifiuta la verità perché la teme. Tutto va nelle opinioni, nel dialogo e ciascuno dice la sua, tutti sono “tuttologi” ma in realtà sono solo estensori del nulla, nella totale indifferenza religiosa.

Il nichilismo è il virus per il quale esiste un vaccino gratis e dalle dosi infinite che rimangono in freezer a grandi quantità. Esso viene sublimato da S. Tommaso d’Aquino nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di “partecipazione” di Platone e quello di “essenza” di Aristotele. Il vaccino della ragionevolezza dell’uomo, che è dotato di intelletto e volontà, porta a un Fine ultimo, il quale è il sommo Vero e Bene, da riscoprire, conoscere e, quindi amare. Pertanto, se l’uomo vuole stare bene nel corpo e nell’anima, deve curare entrambe e soprattutto l’anima, nelle sue facoltà nobili, che sono, appunto, l’intelletto e la volontà, come già insegnava mirabilmente il grande Seneca.

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/02/25/il-vaccino-al-virus-contemporaneo-di-matteo-castagna/

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