Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

La cosa più ignobile della brutta storia del somalo che su un autobus ne ha accoltellati sei, tra cui un bambino alla gola, è il ministro di polizia Lamorgese che esprime vicinanza alla famiglia. Non è colpa sua: Lamorgese è politicamente, amministrativamente una nullità da ministro come lo era stata da prefetto di Milano. Ma le logiche politiche sono quelle che sono e il caro Draghi, detto Supermario per decantarne la semidivinità, ha deciso di averla nel posto più sbagliato e quindi di difenderla contro ogni evidenza. La responsabilità la porta lui.

Lamorgese è ferrea, durissima, pronta a mandare l’esercito contro i refrattari al lasciapassare, ma sui clandestini è latitante e palesemente complice della tratta che li scarica, tutti, in Italia. Altrettanto colpevole e indifendibile è nei casi più incredibili come il rave party con diecimila parassiti nel Viterbese, del quale la Verità sta ricostruendo responsabilità e retroscena al limite dell’osceno, tutte ricondicibili al ministro. Lei, neanche una piega. Sa di essere inamovibile e arriva alla beffa di esprimere vicinanza a una famiglia vittima del suo lassismo connivente: il cosiddetto richiedente asilo, un balordo drogato e violento, risulta sbarcato da pochi mesi, vale a dire sotto la gestione Lamorgese, sciagurata oltre ogni dire. Andrebbe non solo rimossa, ma processata; lei perde tempo a polemizzare con Salvini, si comporta precisamente come quei boiardi di prima Repubblica che di fronte alle peggiori stragi non si scomponevano, ghignavano e tiravano avanti. E una così dovrebbe tutelarci dalle risorgenze terroristiche? Che Dio ci aiuti, che almeno illumini gli apparati di sicurezza abituati a mettere una pezza alle mancanze della Lamorgese di turno.

 

È difficile registrare la realtà quando diventa infame, offensiva per la decenza minima: la famiglia del ragazzino in fin di vita non risulta avere replicato alla miserabile uscita di Lamorgese, ma dovrebbero rispedirla al mittente con tanto di insulti. Intanto, un altro sacro richiedente asilo, dal Mali, domenica su un treno ha preso +a testate il controllore che gli chiedeva il biglietto e poi ha aggredito altri passeggeri. Niente paura, casi isolati, dicono i tifosi dell’aggressione sistematica, purché esotica: a forza di casi isolati stiamo perdendo qualsiasi libertà di movimento, siamo abituati alla paura, presto il greenpass non servirà più, ci purgheremo da soli col lassativo della paura. Adesso aspettiamo il solito giudice illuminato, e nominato via PD, che liberi sulla parola il criminale somalo, questione di giorni. Ma il papa Bergoglio è andato in Ungheria a dire che non bisogna essere razzisti, che vanno imbarcati tutti e conviene fingere di non vedere pericoli e delitti. Se no è razzismo. Cosa diavolo c’entri il razzismo con tutto questo, con l’aspirazione a non vedere il proprio figlio di pochi anni accoltellato da un delinquente allo sbando, Dio solo lo sa.

DA

Dio ci protegga dalle “risorse” della Lamorgese

La bomba demografica a orologeria è pronta a scoppiare

di Leopoldo Gasbarro

La frase coniata da Walt Kelly attraverso il suo poster creato per la prima Giornata della Terra, il 22 aprile 1970 è detta dal suo personaggio Pogo. Il bambino è in piedi sul bordo di una palude con in mano un bastoncino per raccogliere la spazzatura. Ha in mano un sacco di tela in cui infilarla. Di fronte a lui ci sono tonnellate di rifiuti che gli umani hanno scaricato. Il poster recita:

Il motivo per cui gli umani si stanno estinguendo è semplice e diretto. È riassunto al meglio nella famosa frase del cartone di Pogo: “Abbiamo incontrato il nemico e lui siamo noi”.

Gli umani sono la ragione per cui gli umani si stanno estinguendo. Non facciamo abbastanza bambini. È così semplice.

Il numero chiave è 2.1. 

Si riferisce a 2,1 figli per coppia, noto come tasso di sostituzione. Il tasso di sostituzione è il numero di figli che ogni coppia deve avere in media per mantenere la popolazione mondiale a un livello costante. Un tasso di natalità di 1,8 è inferiore al tasso di sostituzione di 2,1. Ciò significa che  popolazione sta diminuendo.

Perché il tasso di sostituzione non è 2.0? Se due persone hanno due figli, questo non mantiene la popolazione a un livello costante? La risposta è no a causa della mortalità infantile e di altre morti premature. Se una coppia ha due figli e uno muore prima di raggiungere l’età adulta, solo un figlio può contribuire alla futura crescita della popolazione da adulto. Un tasso di natalità di 2,1 compensa questo fattore e contribuisce a due figli adulti ogni due genitori adulti. Ovviamente nessuno ha 2,1 figli. Il tasso di sostituzione è nella media. Se cinque coppie hanno tre figli ciascuna e altre due coppie hanno un figlio ciascuna, la media delle sette coppie è di 2,43 per coppia, ben al di sopra del tasso di sostituzione di 2,1.

Allo stesso modo, non è necessario che ogni coppia abbia un numero uguale di ragazzi e ragazze. Ancora una volta, è tutta una questione di medie. Se una coppia ha tre maschi e un’altra coppia ha tre femmine, la distribuzione complessiva maschi/femmine è 50/50 e il tasso di natalità è 3.0. Funziona bene per far crescere la popolazione.

A proposito, in grandi campioni di popolazione nascono leggermente più maschi che femmine. È perfettamente normale ed è causato da fattori genetici. Non è un problema. Finché ci sono più maschi che femmine, non c’è limite pratico alla capacità di ogni femmina di riprodursi.

Questo è ciò che conta nella demografia.

Questa è la realtà: i dati demografici non sono solo uno dei tanti fattori che influenzano i mercati. La demografia è il fattore dominante con un ampio margine rispetto a tutti gli altri.

Posso elencare tutti i fattori che influenzano i prezzi di mercato. Questi includono tassi di interesse, tassi di cambio, inflazione, deflazione, tassi ufficiali della banca centrale, catene di approvvigionamento, geopolitica, aspettative dei consumatori e molti altri.

Tuttavia, nessuno di questi è importante quanto i dati demografici perché i dati demografici riguardano le persone e le economie non sono altro che la somma totale delle azioni degli individui in quelle economie.

Demograficamente, il Giappone è il canarino nella miniera di carbone. Il Giappone ha avuto più recessioni e nessuna crescita sostenuta per oltre trent’anni. Questa moderna depressione coincide con il fatto che il Giappone ha la società più vecchia di qualsiasi grande economia.

L’età media in Giappone oggi è di 48,6 anni. (L’età media odierna negli Stati Uniti è di 38,5 anni Questi numeri peggioreranno rapidamente.

Nel 2050, l’età media giapponese sarà di 53 anni. La Cina 50 anni e gli Stati Uniti 42 . La vecchiaia è altamente correlata con il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la demenza. Il Giappone è già una società che invecchia e a crescita lenta.

Il resto del mondo sarà presto nelle stesse condizioni del Giappone. La bomba demografica a orologeria è già esplosa.

Coloro che si aspettano che l’Africa subsahariana compensi i bassi tassi di natalità nel mondo sviluppato potrebbero rimanere delusi nello scoprire che i tassi di natalità africani stanno calando bruscamente e potrebbero presto essere bassi come quelli del Nord America e dell’Europa occidentale.

E la Cina e l’India, con le loro enormi popolazioni?

Insieme, questi due paesi hanno una popolazione di circa 2,8 miliardi di persone su una popolazione mondiale totale di circa 7,9 miliardi di persone. In altre parole, Cina e India hanno il 35% di tutte le persone del pianeta. Mentre vanno, così va la popolazione mondiale.

Contrariamente alla percezione popolare, la popolazione cinese sta crollando e l’India non crescerà così velocemente come molti si aspettano e potrebbe presto iniziare il proprio forte declino.

Le tre maggiori cause dell’effetto “bomba demografica” sono l’urbanizzazione, l’istruzione e l’emancipazione delle donne. Tutti e tre hanno un effetto di amplificazione.

Il collasso demografico è inevitabile; è già integrato nei tassi di natalità esistenti e nelle tendenze probabili. Eppure, non è la fine del mondo. Non sarà nemmeno la fine dell’umanità. Ma sarà la fine di un paradigma economico di maggiore crescita, maggiore consumo e maggiore produzione che ha prevalso negli ultimi duecento anni.

Il nuovo paradigma consisterà in un minor numero di persone nelle città più grandi, una forma di urbanizzazione senza precedenti al di là di quanto già sappiamo. Le industrie legacy come le automobili cadranno nel dimenticatoio. L’assistenza sanitaria in generale e l’assistenza agli anziani in particolare esploderanno.

Non mancheranno le opportunità di investimento. Tuttavia, gli investitori dovranno evitare molti investimenti tradizionali che hanno avuto buoni risultati in passato ma avranno poco o nessun ruolo in un futuro che invecchia e fortemente urbanizzato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/assicurazioni/la-bomba-demografica-a-orologeria-e-pronta-a-scoppiare/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=economiafinanza

“Le serate di San Pietroburgo”

LA RECENSIONE
di Leonardo Motta

 

56 FRECCE CONTRO-RIVOLUZIONARIE SULLE ORME DI
JOSEPH DE MAISTRE
“Dobbiamo dare il benvenuto a un libro come ‘Le serate di San Pietroburgo oggi – 56 frecce contro-rivoluzionarie’ (a cura di Giuseppe Brienza e Matteo Orlando, Edizioni Solfanelli, Chieti 2021, pp. 272, € 15), perché è un testo che nasce nel solco della tradizione e, in un’epoca come quella attuale, rappresenta un’operazione di grande coraggio.
Il coraggio sta innanzitutto nei contenuti espressi, decisamente oltre il mainstream, e che sta nell’autorevolezza di firme decisamente e fieramente non-allineate. Una raccolta del pensiero critico, la definirei. Onore al merito”.
Così ha introdotto il volume di due giornalisti pubblicisti italiani il vice segretario federale della Lega Salvini Premier on.le Lorenzo Fontana.
Il filosofo cattolico Joseph de Maistre è stato un vero maestro di saggezza intellettuale, di rigore morale e di acume politico. Indimenticabile è il suo “Le serate di San Pietroburgo oggi” (pubblicato nel 1821) al quale si richiamano Brienza e Orlando, specificando che il libro contiene “56 frecce contro-rivoluzionarie”, vale a dire altrettanti contributi contro-rivoluzionari divisi in 10 aree tematiche, ovvero Anticomunismo, Contro-Rivoluzione Cattolica, Conservatorismo, Dottrina Sociale Cattolica, Famiglia, Magistero Pontificio contemporaneo, Falsi miti e Rivoluzione moderna, Storia della Chiesa, Diritto alla vita e Terrorismo.
Oltre agli stessi Brienza e Orlando, sono diversi gli autori, alternativi al Politicamente corretto, che hanno curato le varie frecce contro-rivoluzionarie. Si va dal Generale dell’Esercito Marco Bertolini a Don Samuele Cecotti, dalla scrittrice Silvana De Mari al padre benedettino Don Massimo Lapponi, dal Vicario per il Laicato e la Cultura della diocesi di Trieste Mons. Ettore Malnati al filosofo cattolico Giacomo Samek Lodovici, dal curatore della Rassegna stampa del Centro cattolico di Documentazione di Marina di Pisa Pietro Licciardi al saggista e cantautore Piero Chiappano.
Il Vice Segretario Federale della Lega ha riconosciuto nel libro un “rimanere saldamente ancorati a ciò che ha composto le radici della nostra civiltà”, uno sguardo alla storia “con il coraggio dell’obbiettività, approfondendo temi e contenuti che troppo a lungo sono stati dati per assodati”.
I contributi de “Le serate di San Pietroburgo oggi”, secondo Fontana, “incarnano, 200 anni dopo, la medesima voglia di verità che mosse la penna di Joseph de Maistre che, in tempi rivoluzionari costruì il pensiero controrivoluzionario, nei tempi di rovinosa rottura col passato osò dire che quel passato era da preservare, tutelare”.
Leonardo Motta

La coscienza sporca dell’Occidente

di Massimo Fini

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.” Fabrizio De André

Le vicende del repentino collasso del governo di Ashraf Ghani ricordano da vicino quanto accadde durante “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Anche allora lo Zar non faceva che mandare truppe su truppe contro gli insorti, un pugno di uomini guidati da Trotskij e da Anton Ovseenko (Lenin se ne stava prudentemente nascosto, sotto una parrucca bionda, alla stazione di Finlandia). Ma le truppe dello Zar non arrivavano mai sul posto, si squagliavano prima. Così i 350.000 soldati dell’esercito di Ghani si sono arresi senza combattere, mentre i loro comandanti fuggivano. Era prevedibile che senza l’aiuto dei bombardieri americani l’esercito governativo non avrebbe retto all’urto dei Talebani, ma una presa così fulminea di Kabul è stata possibile perché i soldati arruolati dal governo non avevano alcuna voglia né motivazione per battersi.

Adesso le “anime belle” e democratiche occidentali paventano, o piuttosto si augurano per salvare la propria coscienza avendo sempre descritto i Talebani come ‘brutti, sporchi e cattivi’, chissà quali sfracelli e vendette in Afghanistan. In linea di massima non ci saranno né gli uni né le altre. I Talebani non infieriranno certamente sui soldati governativi perché sanno benissimo che si tratta di loro coetanei che, in un Afghanistan devastato economicamente e socialmente dall’occupazione occidentale, arruolarsi era uno dei pochi modi per avere un salario. Peraltro  l’ ‘Emirato islamico d’Afghanistan’ (così lo stato afghano è tornato ad avere il nome che gli aveva dato il Mullah Omar) ha già preannunciato un’amnistia generale , come aveva fatto nel 1996 Omar dopo aver sconfitto i “signori della guerra” che avevano fatto dell’Afghanistan terra di ogni genere di soprusi sulla povera gente. Nulla hanno da temere i civili sul cui sostegno i Talebani hanno potuto contare nella loro ventennale guerra di indipendenza. Nulla da temere, checché si strepiti, hanno le donne, almeno dal punto di vista di abusi fisici. I Talebani, proprio a causa della loro indubbia sessuofobia, non hanno mai toccato le donne come dimostra il trattamento più che corretto che hanno loro riservato quando le hanno avute prigioniere. I Talebani hanno assicurato che alle donne verranno garantiti il diritto allo studio e al lavoro, diritto che per la verità esisteva anche prima in linea di principio, ma non di fatto a causa delle convulsioni cui è stato sottoposto l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.

Resta la questione dei ‘collaborazionisti’, di coloro che , tradendo il proprio Paese  hanno lavorato per gli occupanti occidentali. Credo che i collaborazionisti di piccolo cabotaggio, interpreti e simili, verranno lasciati in pace. Per la corrottissima cricca di Ashraf Ghani, governo, governatori provinciali, alti gradi della Magistratura, l’unica soluzione possibile sia che l’ONU, se vuole avere ancora un ruolo positivo nella ‘questione afghana’ di cui si è sempre, colpevolmente disinteressata, fornisca un salvacondotto a costoro perché riparino negli Stati Uniti o in Iran che è sempre stato ostile alla rivoluzione talebana.

Ci sono poi due questioni particolari. E’ stato Massud, il leader dei Tagiki, ad aprire l’Afghanistan agli americani offrendo la collaborazione dei suoi uomini sul terreno. Gli americani non avrebbero mai potuto conquistare l’Afghanistan talebano solo con i bombardieri. Avevano assolutamente bisogno di un appoggio sul terreno e Massud, che non tollerava di essere stato sconfitto dai giovani e allora militarmente inesperti “studenti del Corano”, gliel’ha offerto. Ora sarà bene che i Tagiki non si oppongano ancora una volta alla vittoria talebana, come sembra emergere da una dichiarazione del figlio di Massud da poco tornato dalla Gran Bretagna. Se così dovesse essere sarà di nuovo guerra civile. In quanto a Dostum, che fino a qualche tempo fa aveva il ruolo di vicepresidente nel governo dell’Afghanistan, è stato protagonista di due tra i più efferati misfatti di una guerra pur crudelissima. <<A Mazar fece rinchiudere in dei container e portare nel deserto, sotto il sole, 1250 talebani. “Quando scaricavamo i corpi dai container erano diventati neri per il calore e la mancanza di ossigeno”. Racconterà uno dei carnefici.>>  (Il Mullah Omar, p. 44). Quando gli americani occuparono l’Afghanistan Dostum, allora loro alleato, fece parecchi prigionieri talebani costretti a vivere in una situazione talmente disumana che decisero di ribellarsi. Questa è la scena: << Dopo una quindicina di giorni i prigionieri decisero che tanto valeva morire e si ribellarono. Più che una rivolta fu un suicidio collettivo. I talebani, insieme a ceceni e turchi che li avevano raggiunti quando era iniziata l’invasione, si precipitavano a mani nude, urlando, sugli uzbeki di Dostum che gli svuotavano addosso le cartucciere dei Kalashnikov. Ma la furia dei prigionieri era tale che gli uzbeki non facevano in tempo a ricaricarli prima che quelli che venivano da dietro, scavalcando i morti, gli fossero sopra… Dei prigionieri ne rimasero in vita una ventina. Amnesty International chiese ufficialmente un’inchiesta, anche perché quando si poté fare un sopralluogo molti cadaveri vennero trovati con i polsi e i piedi legati. Erano prigionieri che non avevano partecipato alla rivolta. Altri erano stati mutilati. “Li abbiamo trattati in modo fraterno” dirà, ghignando, Dostum.>>  (Il Mullah Omar, p. 64). Bene, i Talebani non sono usi a torturare i prigionieri, alla moda di Guantanamo, ma non vorrei essere nei panni di Dostum se gli mettono le mani addosso prima che riesca a fuggire, come al solito, in Uzbekistan.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche gli Stati, i governi occidentali e i loro media e giornalisti che hanno seguito la ventennale vicenda afghana senza mai sollevare non dico un flatus di protesta ma di dubbio su ciò che stavamo facendo. E poiché siamo in Italia, purtroppo per dirla con Gaber, tre anni fa, alla Versiliana  chiesi a Luigi Di Maio in procinto di diventare Ministro degli Esteri che cosa mai ci facessero 800 nostri militari in Afghanistan. Di Maio promise pubblicamente di impegnarsi. Lo abbiamo visto. Adesso preferisce strusciarsi alla famiglia Bisignani. In quanto al ministro della difesa Lorenzo Guerini disse che noi italiani non potevamo disimpegnarci dall’Afghanistan in quanto alleati Nato. E’ una menzogna. Gli olandesi, che fanno anch’essi parte della Nato e che in Afghanistan, a differenza nostra, si eran battuti bene, perdendo anche il figlio del loro comandante, lasciarono l’Afghanistan nell’agosto del 2010. E l’Emirato Islamico d’Afghanistan ringraziò il governo e il popolo olandese per quella decisione.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela tutti gli italiani (oltre al Papa che non ha mai speso una parola su Afghanistan ) che non hanno mai alzato una voce né fatto una qualsivoglia manifestazione, a differenza di quanto avvenne per il Vietnam, per i misfatti che, noi complici, sono stati compiuti in Afghanistan. Una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche i lettori del Fatto, perché per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Orwell dietro l’angolo?

di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

A proposito di Green Pass e dintorni, le riserve e le preoccupazioni espresse da Giorgio Agamben e da Massimo Cacciari il 26 luglio scorso, chiarite e corroborate dal bell’articolo dello stesso Cacciari su “La Stampa” del 2 scorso, sono senza dubbio condivisibili e non possono essere sottovalutate. Anche perché esse toccano – al di là della “contingenza” e dell’“emergenza” rappresentate dal Covid – un problema centrale della vita e della società civile in tutto l’Occidente, e nel nostro paese in particolare. Quello della preparazione, della credibilità e dell’adeguatezza dei nostri ceti dirigenti e al tempo stesso dell’incertezza e del disorientamento delle nostre società civili.
In linea di principio, ogni cittadino dovrebbe poter scegliere tra il pieno godimento della libertà individuale nei limiti stabiliti dalle istituzioni e la rinunzia sia pur temporanea ed eccezionale ad alcune di esse in vista di un “pubblico bene” avvertito come superiore: ad esempio la sicurezza. Il punto è che il problema che ci sta dinanzi non si pone affatto in tali termini: dal momento che da una parte il vaccino è ben lungi – allo stato attuale delle cose – dal costituire una difesa assolutamente sicura contro il contagio (che sarebbe unica condizione per legittimamente prescriverne l’obbligatorietà), mentre dall’altra è evidente che una discriminazione ufficiale tra detentori e non detentori del green pass, con relativa limitazione delle libertà dei secondi, è costituzionalmente parlando improponibile. Non si può, in particolare, tollerare che nel nome di una discriminazione de facto, della quale il governo non si assuma responsabilità, siano sospesi ai non titolari di green pass il godimento di pubblici servizi e l’esercizio sia pur temporaneo della propria professione.
Così stando le cose, credo si debba comunque insistere sulla probabile utilità del vaccino (al quale personalmente mi sono sottoposto) ed allargare la quantità numerica dei vaccinati, ma al tempo stesso accettare il rischio perdurante di contagio continuando ad assumere tutte quelle misure (dalla mascherina al tampone) in grado di consentire il controllo e il contenimento di esso. Ma in questo caso è necessario adottare immediate e rigorose misure atte a render possibile il “testare” e il “tracciare” in tempi rapidi aree ed ambienti sempre più ampi: accrescere il numero e la frequenza dei trasporti pubblici a partire da quelli destinati al servizio scolastico, intensificare i mezzi e le disponibilità di cura dei servizi ospedalieri, ridurre drasticamente ogni forma di assembramento.
Il punto è che per ritenere che sia possibile il conseguire risultati ottimali da misure di questo tipo, in attesa che la scienza ci provveda di risposte sicure, sarebbe necessaria una maggior fiducia nelle istituzioni, nelle qualità etiche e culturali dei ceti dirigenti e nell’attendibilità dei media: che è appunto quanto ci manca e quanto non sarà disponibile senza un’adeguata riforma sia della prassi elettorale, sia della pubblica amministrazione. Le prove al riguardo fornite ohimè da troppo tempo, sia da parte del parlamento, sia da parte del personale degli enti pubblici, rendono improponibile l’ipotesi del superamento di future situazioni critiche nelle attuali condizioni. Dal momento che, dice bene Cacciari, “già viviamo all’interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell’ambiente’. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico”.
È pertanto evidente il pericolo denunziato in forma interrogativa appunto da Cacciari in chiusura del suo articolo: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico?”.
Temevamo da tempo il profilarsi effettivo di un “panorama orwelliano” di questo genere, per quanto troppi di noi se lo figurassero secondo schemi desueti, da “totalitarismo classico”: ebbene, ci siamo. Solo che ci siamo arrivati sulle ali di un “totalitarismo” di tipo nuovo, consumistico e liberal-liberista. E a colpi di politically correct.
A proposito di ciò, diffondiamo volentieri il “Manifesto” di due illustri studiosi “fuori dal coro”, proponendolo a chi se la sente di valutarlo serenamente. Ecco:

FRANCESCO BENOZZO – LUCA MARINI PER UN APPELLO ALLA COMUNITÀ ACCADEMICA
Caro Franco,
ci rivolgiamo a te come collega accademico, perché a nostro parere sono ore e giorni cruciali per il destino dell’Università e della scuola in Italia, e sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni, magari in vista di un Manifesto da firmare con i colleghi che vorranno parteciparvi.
Nel silenzio assordante e imbarazzante di rettori, organi accademici, sindacati e associazioni, come sai da giovedì scorso la scuola e l’università sono state colpite da un provvedimento (il Decreto Legge 6 agosto 2021, n. 111) che concretizza, sul piano giuridico, la più grave violazione dei diritti umani perpetrata dal 1945 ad oggi.
Per il nostro modo di sentire e di pensare, ci sentiamo, da questo momento, in quanto cittadini italiani e in quanto docenti universitari, dei perseguitati politici dal governo e come tali ci comporteremo in futuro.
Per il momento, le nostre forme di risposta sono legate alle possibilità che concretamente possiamo mettere in atto: possibilità cioè di tipo narratologico-analitico-pubblicistico-espositivo.
Ci sembra tuttavia utile, visto che altri sembrano non farlo, e anche in vista di ulteriori azioni, magari collettive, ricordare che:
• I vaccini anti-Covid sono stati autorizzati “in via condizionata” dall’Unione europea, per un anno, ai sensi della disciplina introdotta dal regolamento n. 507/2006, che giustifica l’introduzione in commercio di farmaci anche in assenza di dati clinici completi in merito all’efficacia e alla sicurezza dei farmaci medesimi;
• Almeno sei mesi prima della scadenza delle autorizzazioni così concesse, i titolari delle autorizzazioni avrebbero dovuto presentare domanda di rinnovo delle autorizzazioni medesime, fornendo i dati clinici richiesti dalla disciplina europea, domanda che non sembra essere stata presentata;
• Dal prossimo autunno dovrebbero essere disponibili terapie che, fornendo una risposta terapeutica al Covid, faranno venire meno uno dei presupposti richiesti dalla stessa Unione europea per il rilascio delle autorizzazioni condizionate;
• L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale distinta e separata dall’Unione europea) ha raccomandato, fin dall’aprile scorso, che il vaccino non fosse reso obbligatorio;
• Anche la stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”;
• A tutt’oggi, in Italia, nessun cittadino può essere obbligato a vaccinarsi, in ragione del fatto che la condizione a tal fine stabilita dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”) non è stata soddisfatta, eccezion fatta per gli esercenti le professioni sanitarie, obbligati a vaccinarsi – in deroga al principio generale del consenso informato sancito fin dal 1947 dal Codice di Norimberga – in forza del Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, adottato dal governo e convertito dal Parlamento nella legge 28 maggio 2021, n. 76.
Proprio il metodo cosiddetto emergenziale che ha portato alla adozione e alla successiva conversione del Decreto Legge n. 44/2021 andrebbe posto all’attenzione della Corte costituzionale, perché l’art. 32, secondo comma, della Costituzione chiama evidentemente in causa l’operato di un Parlamento che adotti una legge ordinaria dello Stato al termine di un dibattito pubblico realmente informato, obiettivo e consapevole; e perché, in ogni caso, gli atti normativi (quali sono le leggi ordinarie) devono avere portata generale e astratta, e cioè devono rivolgersi a destinatari non individuati né individuabili: condizione che difficilmente può ritenersi soddisfatta nel caso delle professioni sanitarie, i cui appartenenti costituiscono comunque un numero finito.
Analoghe perplessità suscitano le disposizioni sul Green Pass adottate giovedì scorso dal Governo, ancora sulla scorta di un provvedimento emergenziale, nella misura in cui surrettiziamente spingono larghe porzioni di cittadini, nonché ulteriori, specifiche categorie professionali (i docenti delle scuole e delle università) verso la vaccinazione di massa, considerato che anch’esse costituiscono una possibile violazione del diritto alla salute, come inteso dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, e di altri diritti e libertà fondamentali garantiti dalla Carta costituzionale.
Va infine ricordato che tanto la disciplina sull’obbligo vaccinale degli esercenti le professioni sanitarie quanto quella sul Green Pass si pongono idealmente in contrasto con i contenuti della raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dell’aprile scorso, che esclude l’obbligatorietà della vaccinazione: è vero che la raccomandazione non dispiega efficacia giuridica vincolante, ma sarebbe interessante conoscere l’eventuale pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla compatibilità tra la disciplina nazionale in parola e le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, su cui si fonda la raccomandazione parlamentare.
Tutto ciò ricordato, restiamo attoniti una volta di più di fronte a quanto sta accadendo.
In questo anno e mezzo l’Università non ha avviato alcun dibattito su queste delicatissime questioni, limitandosi anzi a censurare e additare come complottiste, negazioniste o antiscientiste, caso per caso, alcune posizioni espresse da ricercatori, docenti e colleghi del personale tecnico-amministrativo.
Le speranze che questa situazione cambi non sono molte, ma non possiamo rinunciare a credere che, proprio dal mondo universitario, si levino figure istituzionali e voci autorevoli in grado di discutere criticamente metodi e provvedimenti che un qualsiasi studente di educazione civica sarebbe in grado, se non manipolato, di riconoscere come sproporzionati e illogici.
Ti ringraziamo in anticipo se vorrai ospitare questa lettera sul tuo blog settimanale. Sarebbe per noi un primo segno importante e soprattutto un modo efficace per spronare chi la pensa come noi (per adesso segnaliamo volentieri il gruppo di ricerca “We Tell – Storytelling e consapevolezza civica” dell’Università di Bologna, coordinato da Elena Lamberti, che ieri si è dichiarato disponibile, in un’ottica di dialogo e inclusività, a pensare a strategie diverse da quella che viene imposta come scelta forzata e rigida) a manifestarsi pubblicamente e dire la propria – prima che sia troppo tardi – su una problematica destinata ad incidere profondamente sulla sfera dei diritti e delle libertà individuali.
Con un caro saluto,
Francesco Benozzo (Alma Mater Studiorum / Università di Bologna)
Luca Marini (Università di Roma “La Sapienza”)

La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/

La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo

Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.

La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo

Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».

Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.

Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia

Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.

Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.

E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandalinonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’ItaliaLa morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.

Aurelio Dalmonte

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/

Il Pensiero Leghista: alla scoperta della “filosofia” del Carroccio

 

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la prefazione di Emanuele Ricucci al libro di Andrea Rognoni “Il pensiero leghista. Storia e prospettive delle idee della Lega, dalle origini a oggi” (Italia storica, 2021, 282p, 18€)

Se mi avvicino alla Lega cosa accade? Morde? La posso accarezzare? Verrò risucchiato come Euridice nella voragine infernale? L’encomiabile lavoro di Rognoni, che si propone di giustificare la maturità e il senso di un’appartenenza, riuscendoci, è necessario nella sua bontà per imparare a cogliere l’opportunità di generare conoscenza attorno a un partito che, a detta dei sondaggi, è pronto a governare l’Italia: la Lega di Matteo Salvini. Dopo tanta sciatteria e deficienza politica, un miracolo per miracolati, apparso con la “rivoluzione peggiorativa” del Movimento Cinque Stelle, leggendo Rognoni si ha la possibilità, tra tante produzioni sul tema, troppo spesso utili all’ingrasso dell’Ego di chi le scrive, di concepire che la Lega non è, e non fu, un grumo incontrollato di istinti primitivi e antidemocratici – salvando il residuo dibattito dalle bocche bavose delle bestie della generalizzazione, dell’ideologizzazione di qualsiasi cosa si muova non nella loro direzione -, il movimento degli intellettuali italiani, né la resurrezione della destra nazionale; al contempo, leggendo le pagine di Il pensiero leghista, si può cominciare ad avere la percezione di cosa la Lega sia, di come si sia plasmata, di quali siano i patres patriae del Carroccio, del perché dal secessionismo si sia passati al sovranismo, piccole identità, grandi identità, di cosa abbia spinto uno dei più longevi movimenti italiani – la Lega nasce nel 1990 e perdura, seppur mutante –, a transitare dal bossismo al salvinismo, di quale influenza abbiano avuto Miglio, Oneto o Borghezio, se la Lega sia più riconducibile, nell’interezza della sua storia, alla destra, alla sinistra o a entrambe, quali siano le sue radici eticopolitiche, le risposte e le proposte della filosofia leghista su temi di ordine sociale, storicoculturale e metapolitico. Insomma, la Lega nuda, le ossa mischiate, il corpo ricomposto, la profonda mente, l’originaria e contemporanea ispirazione. Una proposta densa e intelligente questa, che appare nell’epoca dei libri intervista ai leader, santificazione della vanità, o delle invettive acchiappa consenso che, però, compiono un percorso: provocazione senza traduzione nella direzione della demolizione. Tutti sono nessuno e nessuno riesce a capire.

Dunque a Rognoni, ancor prima di leggere le fitte pagine che si annodano, senza mai avvitarsi su se stesse, dedicate alle radici culturali della Lega, va un ringraziamento, poiché capace, dopo tanto abbaiare mediatico e politico, di riempire un contenitore, dare un’applicazione a una forma, proporre una coltivazione di se stessi agli uomini folla, involuzione degli uomini massa, che possa riattivare un ragionamento sopra le cose, una conoscenza, e non la percezione di essa che genera il nozionismo, quel vizio misero del cittadino globale di cucinare una minestra di emozioni, suggestioni, sensazioni che nasce da un perverso e frettoloso accoppiamento col reale, dall’acquisizione quotidiana, ovvero, e nella fretta impastate, di informazioni spezzettate, prese un po’ dai talk show, un po’ dalla parola santa del leader di turno, un po’ dai social, un altro po’ dai quotidiani online, che non riesce né a digerire, né ad approfondire, ma su cui esso fonderà le sue opinioni, totalmente avulse dal filtro di un pensiero critico.

Ben fatto Rognoni! Chiunque sia capace di questo, come un amanuense, riuscirà a imbrigliare il caos, allontanare il caso, compiere un atto di responsabilità verso la storia presente e, magari, a portare a termine la propria missione.

Intelligo ergo sum, comprendo quindi esisto, oggi, se non si vuole finire replicanti sterilizzati, impossibilitati a reagire, numero e produzione, ologramma di un uomo (integro), cittadino de iure, suddito de facto, arrotolato in un rapporto surreale con il reale, ogni giorno offerto dalle contraddizioni della politica, dalle perversioni e dalle follie del progressismo più spinto con le sue pretese “ideologiche” e dalla fantasia dei media. Comprendo quindi esisto, non sono un ritardo, un imprevisto, un errore di progettazione, né la fantasia di un mondo incivile e impolverato da estinguere, poiché alternativo all’imposto, non sono un errore di produzione, non sono l’esperienza residua, non sono un aborto.

Sperando di essere in qualche maniera utile al lettore, e proprio per il rispetto dovuto al lavoro di Rognoni, mi permetto di condire il gustoso pasto che questa riflessione offre, indicando un ultimo, piccolo, ma essenziale, scenario su cui leggere il futuro: quello antropologico, se così possiamo definirlo. Starà al lettore, ben sospinto dall’autore, attivare il proprio pensiero critico e ragionare sopra le cose della Lega, collocandola, comprendendone il percorso e le radici, valutandola o rivalutandola. Ma sarà la Lega che dovrà rispondere a qualche quesito, alla luce della propria figura di protagonista politico e di rappresen­tante, forse massimo, di quello che definiamo sovranismo: riuscirà la carne e la mente della Lega a evolversi rispetto a un mero stato febbricitante, a un populismo effimero, maturando in un movimento culturale, ora che abbiamo constatato l’esistenza, tra le pagine che fra poco leggerete, di una spina dorsale ideale, composita e complessa? Riuscirà la Lega, e quindi il sovranismo di cui si fa portabandiera, a ergersi rispetto a una mera reazione antiallergica alle follie del progressismo, del globalismo? Solo così troverà salvezza e rappresentazione nel mondo reale, e non solo in quello ideale, solo così potrà contaminare il tempo e non solo garantire la gratificazione istantanea di chi la segue. E, soprattutto, showdown: giù le carte. La Lega, e per esteso il movimento sovranista che anch’essa incarna, ed ecco la vena antropologica essenziale, che uomo vuole? Anzitutto, che rapporto vuole avere il sovranismo col proprio uomo? Mi sarà concesso un breve, ma necessario, approfondimento in merito.

Sveliamo le carte. Non potrà andar lontano se l’agglomerato movimentistico sovranista attuale avrà interesse nel continuare ad avere in seno un elettore, un cittadino, un uomo perfettamente conforme al vivere odierno. Un uomo-folla che si nutre di emozione – la quale viene eletta a metro esclusivo di giudizio del reale –, il conformista perfetto, l’elettore traditore che si venderebbe anche la madre pur di sostenere chiunque riesca a garantirgli le proprie necessità di sopravvivenza, che passerebbe sopra a qualsiasi contraddizione e tradimento – la recente, psicotica ed infantile parabola del Movimento Cinque Stelle lo denota con gusto – , pur di proseguire la propria gratificazione istantanea, che vive condannato alla dittatura dell’immagine e della percezione. Certamente, è la modalità, la forma dell’uomo dell’oggi che garantisce il consenso. A me, però, piace intendere il sovranismo, e conseguentemente gli atti dei movimenti capaci di rappresentarne “l’essenza” come una restaurazione umana, atto di recupero del controllo, della sovranità umana innanzi all’attacco del pensiero globalista alla più profonda identità umana che garantisce una determinata integrità – sessuale, spirituale, social, et cetera -, e non solo come un voto da esprimere per liberarsi, forse e momentaneamente, da ciò che opprime. E dunque, a partire da questo, in un lento processo, il gotha sovranista, i leader, le strutture, le meccaniche sovraniste, in primis quelle della Lega, o disintossicheranno lentamente i propri uomini, abituandoli a una nuova forma di coltivazione, o saranno esattamente, conformisticamente, parte del tempo. E quindi fuori dalla partita, tagliati fuori dal tempo, se non dal consenso istantaneo, per sua natura fugace, dai professionisti del conformismo belante.

E a questo punto perché e come il sovranismo dovrebbe fare la differenza, essendo esattamente uguale al resto del mondo, se non per meri scopi di speculazione politica, esattamente come tutto il resto dell’arco costituzionale contingente?

Un qualcosa che, orteghianamente, sia come tutto il mondo e sia felice di esserlo, sviluppando medietà.

Il sovranismo non può essere la forma di governo della mediocrità, promettendo liberazione. Non può alimentare mediocrazia. L’uomo sovranista, o l’uomo sovrano di se stesso, deve distinguersi, deve essere parte consapevole, vivo, acceso, lucido dell’emancipazione dal conformismo. Ma questo sogno di zucchero si scioglie presto se non si realizza una volontà formativa, o se la volontà formativa si subordina a quella speculativa, specie nell’epoca dell’estremo culto del capo, della personalizzazione e della leaderizzazione, appunto, di quel movimento/esercito personale che, come bande mercenarie rinascimentali, galoppa dal nord al sud alla ricerca di consegne.

Seguaci, non segugi.

E allora, occorre compiere uno sforzo, a cui anche la Lega non può sottrarsi. Lo sforzo, anzitutto, di “rieducare” il proprio elettorato alla militanza e alla cultura (politica), e non solo a ritwittare il capo; un percorso di depurazione, che non è perdita di contatto col leader, ma un modo rinnovato di interpretare l’appartenenza, di essere partecipante appartenenza – combattendo col coltello fra i denti quell’illusione di partecipazione globale che è propria del mondo odierno –, ad esempio, e non un segnale di gradimento virtuale, likes da sommare, prevedibile compitino che alimenta la sondaggiocrazia. Va ripreso urgentemente il territorio. E il territorio lo fanno gli uomini che traducono in una sintesi i grandi sistemi di pensiero applicati alle necessità quotidiane. Un percorso di rappresentanza “fisica” che si palesa ancor più quando il sommo leader fugge tra le piazze a fare campagna elettorale, continua, esasperante, imperterrita campagna elettorale.

Il sovranismo dovrà curare il rapporto col proprio uomo, ora, che è “quotato”, ora che è ancora magma ribollente, più di sempre.

Dovrà curarlo a partire dall’intelligenza, nella sua radice più salda; non dovrà fornirgli solo le risposte o un vespasiano, ma un metodo di comprensione e lettura del mondo e del presente, se vorrà assurgere a movimento culturale.

Dare una dimensione di coltivazione all’uomo sovranista, utilizzando quegli strumenti che già sono parte fondante della forma dell’uomo-folla, ma in senso positivo e costruttivo, approfittare della vigente emozione pubblica per tornare a generare militanza, partecipazione fisica e culturale, non solo emotiva, riempiendo un contenitore effimero e istintivo come la delega all’emotività per vivere il mondo, per lanciare incipit di coltivazione che non sia solo il parere su una determinata questione postata da commentare, il tweet del denigratore del capo da commentare in difesa del regno e poi da condividere o, peggio ancora, una piattaforma virtuale con cui portare un dj a fare il Ministro.

Un popolo unito su chiamata e dalla rabbia: per questo l’educazione selfistica a cui ci ha abituati Matteo Salvini, ad esempio, va fortemente riformata, ma non eliminata. Non bisogna essere fuori dal tempo, ma occorre rivedere il modo di starci dentro. Il sovranismo deve poter permettere il controllo della rabbia sociale che esplode, non solo fornendo promesse di rivalsa – “se mi voterai, italiano, tornerai ad essere priorità” –, deve compiere lo sforzo di formare uomini, non replicanti acefali o ciechi della volontà del capo; soldati culturali, presidi territoriali di pensiero e di ragionamento sopra le cose, indirizzare. Se il gran capo richiamasse, per dire, alla frequentazione della nutrita editoria che anima il mondo “sovranista”, senza distinzioni ma puntando ai contenuti, o comunque che condivide con esso visioni simili al suo agire politico, “ideale”, sulla Nazione, sull’identità e sulla storia nazionale, da proseguire e tutelare, sul presente di reazione al globalismo, al migrantismo come perfetta dinamica dell’uomo odierno sempre in movimento poiché capace di essersi tagliato le radici con la lametta, et similia, il più minuto uomo-folla che ancora popola il populismo da rissa in discoteca, avrebbe un incipit “nuovo”, rispetto al piatto di maccheroni postato del capo, su cui coltivarsi.

Se il capo lo vuole, la pancia risponde.

Non un residuo dei partiti di massa, non un ritorno all’antico, ma un concepimento degli strumenti adatti alla necessità di ripensare l’etica e l’estetica dell’azione sovranista.

Dunque la Lega che uomo vuole per contaminare e funzionare nel tempo? Nella coltivazione di se stesso, come raccolto di esperienze, studi, visioni, ragionamenti, dubbi e certezze, letture, constatazioni, intuizioni, che generano un pensiero critico, lucidità, capacità di ragionare sopra le cose e non essere passivi di fronte ai ritmi della politica e alla lingua dei media, (soprattutto) oggi, sta il militante. Chiusa la sezione e aperta la piazza virtuale, constatata la complessità e la velocità dello svolgimento dei processi di governo comune, condannati a morte i programmi politici, è impossibile pensare il militante di oggi come quello di ieri. Il militante dell’oggi è parte di una palestra di vita, dovrà essere un presidio “culturale” individuale, semovente; egli porterà con sé la convinzione nella propria visione del mondo, esistendo oltre la delega politica, combattendo la corruzione che questo mondo vuole imporgli, contrastando la rete di ricatti, di facilitazioni ad uso personale, di difficoltà e miseria, di incoerenze che il sistema, come bassofondo londinese ottocentesco, pone a ogni angolo; assumendosi responsabilità, combattendo l’insistente canto delle sirene che lo chiamano a depotenziare se stesso in nome di un paradiso terreno con sette vergini disponibili e fiumi di latte e miele – un tempo sarebbe bastato chiamarlo posto fisso… Il militante di oggi cerca una nuova modalità di aggregazione che dai luoghi passa al pensiero, divenendo egli stesso il luogo. L’integrità è il luogo del militante: nella propria integrità egli si rinnova e prosegue. Non è più, o raramente, il luogo fisico, infatti, a essere coesione, ma è solo lo stesso sentire ideale che avvicina militanti costretti a muoversi nei nonluoghi del neoreale, schivando fake news, combattendo la disinformazione, coltivando se stesso alla lettura, al rapporto col tempo per studiare e sentire le pulsazioni aritmiche dell’esistenza, nella ricerca di una reazione, nella fermezza della presa di posizione, nella capacità di sviluppare un proprio pensiero critico.

Un percorso di militanza contribuisce a una coltivazione complessiva della coscienza critica dell’uomo, eleva il cittadino, rende consapevole l’elettore, e conduce a frenare il nozionismo, l’aggregazione frettolosa e onanistica dei frammenti del presente rubacchiato qua e là tra un talk show, una mezza verità, il post del Capo e un articolo di un giornale online, che non permette, come abbiamo visto, la composizione di una sufficiente immagine culturale. Per questo per ogni uomo ci vuole un militante, perché sarà lui a costruire il voto. Egli incarnerà l’estrema provincia dell’impero, l’ultimo bastione, l’ultimo presidio che, certamente, dovrà attivarsi al richiamo di un leader, dopo averne attentamente verificato la compatibilità, ma che non deve vivere completamente in standby, pendendo dalle sue labbra. Mitocondri formati che devono costruire sulla base di una visione culturale d’Italia e dell’uomo stesso. I militanti odierni non possono accendersi e spegnersi al segnale del capo. Coltiveranno una visione del mondo utile a contrastare il tentativo di estinzione degli uomini e delle società degli uomini, in favore dell’epoca dei replicanti, identificando una sintesi nel sogno di un movimento unitario che sappia coltivarsi o, al momento, nella parte politica di sovranismo che maggiormente si avvicina a ciò che rappresenta quella loro coltivata speranza, affinché si possa imporre con le armi della politica. Costui dovrà essere prima di tutto la prossimità, il territorio, dovrà ricostruire, sui propri dettami, il tessuto umano, ancor prima di andare a brancolare nei massimi sistemi.

Non è più tempo di bluff e conformismo, prossimi all’estinzione di una determinata visione del mondo che a destra ha sempre prosperato.

Sulla base di tutto questo, la Lega non dovrà commettere sciocchezze già viste e ingoiate a forza dal centrodestra. Dovrà superare i suoi antichi vizi, i nepotismi e le guerre interne, i favoritismi e il feudalesimo eterno, dei piccoli signorotti locali che costituiscono insulse bande e che frammentano consensi e intelligenze, esponendo tutti al rischio. Dovrà imparare ad occupare spazi, dal più minuto paesello, sino ai luoghi del potere giudiziario e culturale. Dovrà imparare a tradurre e non solo a mostrarsi, engagez-vous, non solo generare apostoli del martirio.

Corrente ascensionale, luccichio. Una prova di maturità, scritta e orale. Guardiamo e speriamo.

Ma ora, back to basics. Buon Rognoni a tutti.

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/il-pensiero-leghista-scoperta-filosofia-carroccio-202970/

Quale strategia?

di Andrea Zhock

Fonte: Andrea Zhok

Cercar di ragionare in un contesto che si percepisce oramai come sempre in guerra contro qualcuno (sarà per la nostalgia di guerre vere?) è come parlare al vento, e tuttavia non ci sono molte alternative all’ottimismo della volontà.
La situazione attuale è quella in cui, invece di discutere nei dettagli della strategia di sviluppo del paese (di cui il confronto con la pandemia è parte), si è preferito creare bersagli fantoccio (il mitico No Vax neofascista, che di fatto copre circa il 5% della popolazione), su cui far sfogare un’opinione pubblica sempre più frustrata (e destinata ad esserlo sempre di più).
Ciò che ci si dovrebbe sforzare di fare, invece, è dimenticare i No Vax, che sono un falso problema, e riflettere seriamente sulle strategie che stiamo adottando.
Proviamo perciò a ripercorrere un breve ragionamento.
1) Tutte le forze e le attenzioni del paese (Italia) sembrano concentrate nella lotta al Covid (tanto che non c’è neanche il tempo di commentare le condizionalità del PNRR, il cui impatto sulle condizioni di vita future sarà enorme, con vincenti e perdenti).
2) Nell’ambito dello sforzo anti-Covid il fuoco è concentrato integralmente, totalmente e senza resti sulla sola Campagna Vaccinale, con i ricatti, le pressioni moralistiche e le demonizzazioni che sono sotto gli occhi di tutti.
3) Così, tutti si riempiono la bocca di scuola, ma niente di strutturale è stato fatto per la scuola, salvo premere sulla campagna vaccinale (ci sono già comunicazioni che contemplano una continuazione della didattica mista, con insegnanti che continueranno a fare lezione con la mascherina). Stessa cosa vale in altri campi decisivi come i trasporti.
4) Sul piano strettamente sanitario abbiamo ancora, dopo quasi due anni, protocolli sanitari anti-Covid che consigliano vigile attesa, tachipirina e un santino di padre Pio. Cure territoriali non pervenute, terapie sintomatiche lasciate alle iniziative del singolo medico (NB: NON è così nella maggior parte degli altri paesi europei).
5) L’intero ‘sforzo bellico’, che ha chiamato a proprio supporto ogni risorsa, dalle istituzioni alla stampa, punta sull’idea della “vaccinazione totale” come meta ideale e come promessa della nuova normalità. L’idea è che la vaccinazione totale bloccherà la trasmissione del virus, arresterà le varianti, metterà al sicuro anche i più fragili.
6) Quanto è plausibile il successo di questo obiettivo? Da tutto ciò che sappiamo si tratta di un obiettivo strutturalmente del tutto irraggiungibile.
Quello che sappiamo infatti è che:
6.1) Il vaccino protegge efficacemente contro le conseguenze patologiche sul corpo del vaccinato, ma il virus continua a contagiare e ad essere trasmesso dai soggetti vaccinati.
In che misura ciò avvenga è oggetto di studio: alcuni studi recenti parlano di un livello di trasmissione indistinguibile da quello dei non vaccinati, altri studi dicono invece che la trasmissione è molto minore. Tutti però ammettono che la trasmissione avviene.
6.2) Trasmissione dei vaccinati a parte, tre quarti del pianeta non ha ancora avuto accesso se non in maniera trascurabile al vaccino (in Africa si viaggia tra il 2 e il 6% della popolazione vaccinata, e, parlando di pesi massimi: in India è vaccinato il 7% della popolazione, in Indonesia il 6,9%, il Australia il 13,6%, in Brasile il 18,4%).
Questo significa, visto che nessuno prende in considerazione un nuovo lockdown con blocco delle frontiere, che il virus continuerà a circolare anche nel nostro paese, anche se avessimo il 100% di vaccinati e anche se i vaccinati non trasmettessero il virus.
6.3) Il vaccino contro il coronavirus NON è come il vaccino contro la poliomielite o contro il vaiolo (per citare esempi peregrini piovuti in questi giorni) per la semplice ragione che gli effetti di quei vaccini sono perenni, mentre questi hanno una scadenza.
Notizie appena arrivate dicono che il vaccino finora rivelatosi più efficace e più usato (Pfizer) inizia a declinare i suoi effetti già dopo 6 mesi (contro i 9 precedentemente previsti).
Allo stato attuale delle conoscenze, invece, l’immunità prodotta dall’infezione si estende oltre i nove mesi (per analogia con affezioni simili si parla di 1-2 anni).
Ora, posto che questo quadro è quello che, allo stato attuale delle conoscenze, abbiamo di fronte, com’è che non si capisce che la strategia della vaccinazione a tappeto (anche a chi ha ancora gli anticorpi per aver superato l’infezione, anche ai giovani e giovanissimi) è una strategia votata alla sconfitta?
Com’è possibile che non salti agli occhi che già a settembre, quando, anche se venisse deciso domani l’obbligo vaccinale assoluto saremo ben lontani dal 100% dei vaccinati, inizieremo ad essere alle prese con la nuova vaccinazione per i primi gruppi di vaccinati, cui si sovrapporrà probabilmente il richiamo della terza dose causata dall’apparente inferiore durata della copertura?
Com’è possibile che non si veda che l’obiettivo ufficialmente dichiarato (blocco della trasmissione del virus, stop alle varianti, messa in sicurezza dei più fragili), per come è stato immaginato. è nato per fallire?
Com’è possibile che non si capisca che una strategia tutta concentrata su una generica vaccinazione a tappeto (tutto molto militare, non c’è che dire), mentre l’intero sistema sanitario resta in difficoltà per l’ordinaria amministrazione, è una strategia votata al fallimento? Una strategia che ci condurrà ad un circolo vizioso di perenni emergenze senza soluzione né costrutto?
O forse lo si capisce benissimo, ed è per questo che si armano le spingarde morali creando il capro espiatorio dei No Vax, cui si imputerà poi un fallimento concepito come inevitabile?
L’unica direzione in cui avrebbe senso muoversi è quella dell’accettazione della realtà, una realtà in cui il virus SARS-CoV-2 rimarrà endemico nella popolazione mondiale, come è avvenuto in passato per l’influenza, e dunque una realtà in cui dobbiamo cercare di proteggere i più fragili (e qui il vaccino è decisivo), di attutire gli effetti del virus in chi si ammala, e di consentire agli organismi sani di elaborare le proprie difese.
Solo così ne usciremo.
La strada che abbiamo preso conduce ad un percorso dove ci dobbiamo attendere di passare da emergenza in emergenza, consegnando agli esecutivi poteri da stato di guerra, e distraendo l’opinione pubblica da tutto ciò che forgerà davvero il nostro futuro.
Vogliamo questo?
Chi lo vuole?

Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

 

TOGLIERE COPERCHI DALLE PENTOLE A PRESSIONE PARE ESSERE LA VOCAZIONE, CHE GLI RIESCE PIUTTOSTO BENE, DEL VICEDIRETTORE DI RAI3…

Sigfrido Ranucci, vicedirettore di RAI 3 e conduttore della più celebre trasmissione di giornalismo d’inchiesta, “Report”, già inviato di guerra nei Balcani e a New York dopo l’11 Settembre, si è occupato di inchieste importanti, che vanno dal traffico illecito di rifiuti all’uso di armi improprie, quali il fosforo bianco, a Falluja in Iraq.

Apparati deviati dello Stato, mafie, operazioni dubbie da parte delle multinazionali e corruzione, collusione della peggior politica nazionale ed internazionale con poteri più o meno occulti, alta finanza e uomini della Chiesa ufficiale sono, da molti anni, il suo pane quotidiano.

E’ uno dei giornalisti più odiati dall’establishment e più querelati d’Italia, ma, finora, ogni accusa è sempre caduta in una bolla di sapone. Le sue inchieste hanno aperto la strada ad indagini che hanno colpito molti potenti e insospettabili illustri, così da renderlo assai antipatico nelle stanze dei bottoni, ma non tra la gente, che lo premia con ascolti molto alti e neppure tra i professionisti della comunicazione, che lo riempiono di premi. Tra i tantissimi riconoscimenti, ha recentemente vinto il premio Flaiano per la televisione.

Si dichiara cattolico e apprezza l’operato di Bergoglio, in particolar modo quanto ad alcuni aspetti riguardanti la ricerca della trasparenza in Vaticano. Si trova, almeno dal 2014, a doversi occupare di questioni che riguardano la splendida città di Verona.

“Togliere coperchi dalle pentole a pressione” pare essere una sua vocazione, che gli riesce piuttosto bene. Il suo è un carattere mite, sicuramente introspettivo, a volte criptico, ma molto determinato. Lui crede che “per essere buoni cattolici non servano particolari proclami, quanto che il cattolicesimo vada vissuto veramente”. Tende a diffidare di chi dice una cosa e poi ne fa un’altra. Si può essere amici o suoi collaboratori, senza trovare, in lui, alcun pregiudizio, pur essendo di posizioni religiose o politiche differenti: “l’onestà intellettuale e l’integrità morale sono fondamentali ed anche valori cristiani, che non hanno colore politico” – e da questo si capisce la sua ammirazione per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nel 2010, per quelli di Chiarelettere, ha scritto un libro con il reporter Nicola Biondo, in questi giorni ripresentato al grande pubblico, che si intitola “Il Patto. La trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato“. Romano Montroni, del “Corriere della Sera” scrisse che si tratta di “una lettura da non perdere, parola di libraio. Ha il rigore dei reportage e si legge come un romanzo”.

La riproposizione del libro arriva nel momento in cui il governo sta discutendo di riforma della Giustizia, voluta dal Ministro Marta Cartabia, che approderà alla Camera dei Deputati, venerdì 30 luglio. Stiamo parlando della riforma del processo penale, che riscriverà anche i tempi dei processi, cambiando le regole della prescrizione e introducendo il meccanismo dell’improcedibilità per la durata dei dibattimenti in Appello e in Cassazione.

Molto duri, nelle audizioni in Commissione Giustizia, sono stati i commenti di Nicola Gratteri e Cafiero De Raho, secondo i quali, la riforma così com’è, “farebbe cadere il 50% dei processi e metterebbe in pericolo la democrazia”. Il premier Draghi e la Guardasigilli hanno, poi, usato parole di apertura verso una riforma modificabile ed il più possibile condivisa. Staremo a vedere.

Intanto, continuiamo con la lettura del libro di Ranucci, che riempie di spunti di riflessione:

«Nel marzo del 2004 su “La Repubblica” Stefano Rodotà ha affermato che “vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali””.

Continua Ranucci: «questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all’altezza. Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall’inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa. Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebri come martiri. E allora succede che uomini di Stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace quando si rivolge al principe Andrej: “Sì, mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra e per la pace…Ma tutto è venuto a suo tempo”. Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore. E che portino gli stessi identici lutti», chiosano Ranucci e Biondo.

Ad alcuni pare che il “tempo” di cui scriveva Kutuzov stenti un po’ troppo ad arrivare. Chi, invece, come noi, si appoggia, da un lato al realismo tomista e dall’altro alla speranza cristiana, invita tutti, ciascuno con i suoi mezzi e possibilità, a contribuire alla lotta per il bene contro il male, senza aspettare il “santo” o l’ “eroe”, perché ogni giorno siamo noi stessi artefici di civiltà. Oltre ogni pressione, minaccia, tentativo più o meno indiretto di vendetta. Perché Borsellino ha lasciato un’eredità universale, che si riassume in queste parole: “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

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Patto “Stato-Mafia”: ha ragione Sigfrido Ranucci?

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