BIDEN ERA STATO CHIARO: “TOGLIEREMO DI MEZZO IL GASDOTTO NORD STREAM 2”

Condividi su:

Su segnalazione di alcuni lettori ed amici, ci sembra opportuno pubblicare questo articolo, molto interessante. Ovviamente non troverete traccia di tutto questo sui media mainstream. Per ascoltare e vedere i video, cliccare sul link della fonte a fine articolo.  (n.d.r.)

SULL’EUROPA SI STRINGE IL CAPPIO TRANSATLANTICO

Sull’attualità pesano come macigni gli equilibri scaturiti dalla seconda guerra mondiale. Lo scorso gennaio anche la diplomatica Victoria Nuland aveva dichiarato: “Se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”

di Jacopo Borgi per ComeDonChisciotte.org

Scrive ai suoi lettori la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova:

Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?

E sul suo canale Telegram allega un estratto video che ritrae la vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland in una dichiarazione pubblica durante un briefing del 27 gennaio scorso (1):

Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà

27.01.2022. Il vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland durante un briefing

Quando si sveglierà Bruxelles?” si chiede Zakharova, il giorno dopo che i gasdotti Nord Stream sono stati sabotati: un chiaro attacco al continente europeo, Germania in primis.

Separare la Germania dalla Russia e quindi l’Europa dal gigante eurasiatico, è sempre stato l’obiettivo primario degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna), come confessò nel 2015, al Chicago Council on Global Affairs, il presidente della Stratfor George Friedman:

Il principale interesse per gli Stati Uniti, per cui per un secolo abbiamo combattuto le
guerre, Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, consiste nella relazione
fra Germania e Russia, perché unite sono l’unica forza che ci possa minacciare e
dobbiamo assicurarci che questo non accada. (2)

Tramite le sanzioni contro Mosca e l’interruzione dei gasdotti che collegano direttamente la Germania alla Russia, si sta lavorando per l’isolamento dell’Europa e l’annientamento della sua industria: Germania e Italia su tutte.

A vantaggio di chi?

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden deve rispondere alla domanda se gli Stati Uniti abbiano messo in atto la loro minaccia il 25 e 26 settembre quando è stata segnalata un’emergenza su tre linee del Nord Stream 1 e del Nord Stream 2. (3)

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova ha chiesto quindi conto al presidente americano delle sue parole risalenti al 7 febbraio scorso, a pochi giorni di distanza dal discorso della Nuland. Quali?

Biden: “Se la Russia invade di nuovo l’Ucraina con truppe, carri armati, non esisterà più un Nord Stream 2. Lo toglieremo di mezzo per sempre“.

Giornalista: “Ma, esattamente, come farete, considerato che il progetto è sotto il controllo tedesco?”

Biden: “Le garantisco che siamo in grado di farlo”.

La sua dichiarazione di intenti era supportata da una promessa. Bisogna essere responsabili delle proprie parole. La mancata comprensione di ciò che si dice non esonera nessuno dalla responsabilità. L’Europa deve conoscere la verità!“. Ha concluso la portavoce del ministero degli esteri russo.

Già prima dell’attacco ai gasdotti, il capo della diplomazia di Mosca aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco, proprio dalla sede Onu, a New York:

Adesso gli Stati Uniti sono parte del conflitto”. Quello che gli occidentali vogliono fare ”non è sconfiggerci. Vogliono toglierci dalle cartine, cancellarci dalle mappe”. ”Gli Stati Uniti e i loro alleati sono dei dittatori“. Quella di Washington ”è una dittatura pura o un tentativo di imporla”. (4)

Sergej Lavrov, 24 settembre 2022

Le ultime notizie riportano fonti governative tedesche che parlerebbero di “Nord Stream forse inutilizzabile per sempre” (5) dopo i danni che ha subìto nel tratto di mar Baltico tra Danimarca e Svezia.

Mentre il gigante eurasiatico ha avviato un’inchiesta per “terrorismo internazionale” e ottenuto per venerdì una riunione del Consiglio di sicurezza Onu in merito ai gravissimi fatti accaduti, ormai tutti parlano di sabotaggio. Ma il punto è: chi è stato?

Mosca e Washington si accusano a vicenda, mentre la Ue guidata dalla tedesca Ursula Van der Leyen supera ogni immaginazione: “La Russia deve pagare per questa ulteriore escalation“, dichiara mentre presenta l’ottavo pacchetto di sanzioni che rimbalzeranno contro gli europei. E mai verranno riconosciuti i “falsi” referendum organizzati nel Donbass (6).

La formazione di un oceanico mercato Usa/Ue è sempre stato l’orizzonte della costruzione europea, fortemente voluta da Washington (e Londra), formalizzato alla fine della Guerra Fredda con la Dichiarazione transatlantica del 22 novembre 1990.

Non solo interessi economici e valutari (l’euro è nato anche per fare da sparring partner al dollaro) ma anche una conformazione politica e militare – tramite la NATO – da sviluppare, perfezionare e mettere in comune.

Nel tempo, i tentativi per finalizzare sono stati tanti, in ultimo il famigerato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)  voluto da Obama e fermato da Trump nel 2018, anche se era stato avversato sia dalla Germania che dalla Francia. Di fatto, il trattato avrebbe significato fare del Vecchio Continente terra di deregolamentazione e business selvaggio modello Far West. Chi ha le multinazionali più potenti si sarebbe preso terre vergini e inesplorate attraverso la deregolamentazione della finanza, dell’alimentazione, dell’industria, dei servizi, che avrebbe ridotto le imprese ed i lavoratori europei alla stregua degli indiani d’America: vittime della conquista e dei voleri del più forte. Coi singoli Stati costretti ad arbitrati internazionali, portati in giudizio dalle Corporation, se non avessero provveduto opportunamente ad aprire le proprie economie secondo gli accordi sottoscritti in sede internazionale.

Di pari passo al governo Usa, il cui Segretario al Tesoro Janet Yellen ha molto di recente svelato i piani per la creazione di una CBDC (valuta digitale emessa da Banca Centrale), il potente think tank di Washington DC, Atlantic Council ha proposto “una nuova agenda transatlantica per il coordinamento economico” (27 settembre 2022), che non esclude scenari valutari comuni:

Stati Uniti e UE dovrebbero collaborare per creare un contesto normativo che consenta CBDC transfrontalieri che preservano la privacy. Washington e Bruxelles dovrebbero cogliere questa opportunità per stabilire finalmente un quadro transatlantico sulla privacy e chiarire come può consentire la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il lavoro transatlantico sulle CBDC, proprio come sulle sanzioni e sul commercio, dovrebbe sfruttare lo slancio dietro le risposte politiche immediate a grandi shock al fine di costruire una strategia a medio e lungo termine. Questa strategia non deve ignorare le sfide reali dell’inflazione e delle prospettive di bassa crescita; deve anche costruire ponti con le economie non allineate, piuttosto che costringerle a scegliere tra Cina e Occidente (7)

La CBDC ha lo scopo ultimo far aprire al cittadino il proprio conto corrente direttamente presso la Banca Centrale: diverrebbe così cliente di un sistema centralizzato “dove tutta la valuta emessa è disponibile soltanto attraverso flussi digitali su conti giacenti presso un’unica banca“, senza intermediari; ciò eliminerebbe quindi gli istituti di credito commerciali ordinari, e affiderebbe il controllo pressochè assoluto –  di quel conto corrente e quindi del denaro –  ad un’unica autorità.

L’attuale crisi europea scatenata dalle sanzioni anti russe, dall’aver liberalizzato il mercato dell’energia agganciandolo alle speculazioni di borsa, il recente sabotaggio ai gasdotti Nord Stream, stanno portando sempre più l’Europa ad aver bisogno degli Stati Uniti d’America, in termini di energia e di economia: magari non tardissimo ci proporranno un trattato. E stavolta, forse, non avremo alternative alla firma.

Formuliamo nuovamente al lettore il quesito iniziale, facendolo nostro:

“Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?”

Se il contenitore geopolitico Ue era stato costruito principalmente in funzione antisovietica per tenere separate la Germania e l’Europa (dell’ovest) dalla Russia, oltrechè per favorire l’apertura dei mercati e l’atlantismo globalizzante e finanziarizzato, oggi – al solito – la Storia si ripete. Ma stavolta la Guerra sembra proprio più calda che mai.

Il sogno europeo e le missioni di pace sono i prodotti dell’Impero del Bene; per fortuna i cattivi stanno sempre e soltanto dall’altra parte.

Intanto l’Europa rischia di diventare l’altro giardino di casa degli Stati Uniti, una copia – un pò più sofisticata e attempata, ma non meno sofferente e saccheggiata – dell’America Latina.

Di Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

29.09.2022

NOTE

(1) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3820

(2) = https://www.youtube.com/watch?v=QeLu_yyz3tc

(3) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3818

(4) = https://www.adnkronos.com/ucraina-lavrov-russofobia-grottesca_6FiQVMP8euMwfln1kaRf2n?refresh_ce

(5) = https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/28/berlino-nord-stream-forse-inutilizzabile-per-sempre_a71a0f13-897c-4f0c-8429-70380da6f6bf.html

(6) = Ibidem

(7) = https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/from-sanctions-to-digital-currencies-heres-a-new-transatlantic-agenda-for-economic-coordination/

 

 

Fonte: Biden era stato chiaro: “Toglieremo di mezzo il gasdotto Nord Stream 2”. Sull’Europa si stringe il cappio transatlantico – Come Don Chisciotte

Categórica y contundente adhesión popular en los referéndums de adhesión a Rusia

Condividi su:

Segnalazione di Diego Pappalardo, amico da anni del nostro gruppo in America Latina

Hoy, martes 27 de septiembre de 2022, concluyeron de un modo exitoso y con un despliegue impecable del dispositivo de seguridad, los referéndums de adhesión en las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, como así también en las regiones de Zaporiyia y Jersón.
Los indicadores numéricos y sociológicos hablan a las claras de que el proceso electoral fue acompañado de una alta participación ciudadana y de un ambiente alegre y esperanzador.
Cifras electorales del SÍ por la integración con Rusia:

-República Popular de Donetsk 99,23%
-República Popular de Lugansk 98,42%
-Región de Zaporiyia 93,11%
-Región de Jersón 87.05%

Desde el lugar de los hechos, nuestro compañero, Enrique Refoyo, que integra una de las unidades extranjeras calificadas para  observar la transparencia de los referéndums, nos expresó “En líneas generales, hemos tenido días apasionantes. El desarrollo de los referéndums no estuvo exento de combates, de intentos de sabotaje y de propósitos terroristas, en línea con lo que  Kiev practicó durante los meses anteriores. Y el resultado fue lo que se esperaba. En concreto, las fuerzas de seguridad de Rusia estuvieron atentas y alertas, paliando y desarticulando, en la medida de lo posible, todas esas acciones hostiles”
Consultado sobre la recepción que los referéndums tuvieron en la gente de las regiones de Rusia y, especialmente, en Moscú, Refoyo precisó que la “mayoría de la gente estaba deseosa de que se diera el sí y de que los pueblos y los territorios liberados entrasen a formar parte de Rusia para que haya, en común, un futuro en paz”. Respecto a la valoración de la paz y la carrera por conseguirla, agregó “Porque la paz es el bien más preciado de toda la gente, especialmente, de las repúblicas populares de Donetsk y Luganks, las que han sufrido, en estos ocho años, la guerra civil  impuesta por Kiev, con las expulsiones de sus hogares, los vejámenes  constantes  y la muerte de todas aquellas personas ucranianas que, para Kiev, pertenecerían al ‘mundo ruso’ ya que no representarían el estándar de ciudadano fomentado por Poroshenko y Zelensky.
En definitiva, lo que tenemos aquí, pues, es el resultado de ese odio y esa persecución genocidas contra una parte de sus propios ciudadanos.
La consecuencia es que la población huye de un país que le ataca para integrar el país que siente que es su casa grande, Rusia”.
Terminando su reporte, el Maestro Refoyo informa que la gente de Donetsk, Lugansk, Zaporiyia y Jersón está muy alegre pero que también tiene una cierta incertidumbre, aunque se mantiene confiada en la Patria Grande.
Estos resultados finales manifiestan, inapelablemente, una voluntad genuina, popular y democrática, por parte de las mayorías de esos pueblos de unirse en un todo civilizatorio y geopolítico a la Federación rusa presidida por Vladímir Putin.

Fonte: https://vocesdelperiodista.mx/destacadas/categorica-y-contundente-adhesion-popular-en-los-referendums-de-adhesion-a-rusia/

 

Ateismo e mondialismo sono dirette conseguenze di liberalismo, comunismo, illuminismo e massoneria

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/09/26/ateismo-e-mondialismo-sono-dirette-conseguenze-di-liberalismo-comunismo-illuminismo-e-massoneria/

GIUSTIZIA E PACE SONO DUE INTIME AMICHE

Il giornalista e scrittore cattolico francese Henri Lasserre (1828-1900) scrisse delle bellissime opere di filosofia politica, che andrebbero rilette e meditate, perché mantengono un’attualità formidabile, caratteristica tipica del pensiero cattolico tradizionale. “La giustizia e la pace sono due intime amiche” – scrisse Lasserre nell’esordio del suo Notre-Dame de Lourdes. Con entrambe, il nuovo governo dovrà confrontarsi, date le evidenti circostanze nazionali ed internazionali. L’assunto che, troppo spesso si dimentica, per interesse e/o mancanza di preparazione è che la giustizia sia la madre della pace. Dove regna la giustizia, la pace stabilisce la sua dimora. Allo stesso tempo, la pace fugge, quando è stata scacciata la giustizia.

Continua Lasserre: “La pace falsa e instabile dura talvolta per qualche tempo. L’abilità di una politica, la mano di ferro di un despota, le combinazioni ingegnose di una costituzione possono crearla. Resiste a questo o a quell’incidente, ma finisce sempre per accaderne uno che rovescia tutto. L’edificio era costruito sulla sabbia, sull’ intelligenza, sulla forza, vale a dire sull’uomo”.

Oggi, potremmo aggiungere che siffatto edificio sia costruito anche sull’ateismo di Stato, sul globalismo, sul mondialismo, che sono le dirette conseguenze del materialismo liberale e comunista, illuminista e massonico, nelle sue radici più profonde, giacobino nei metodi e soggettivista, ipocrita e buonista, intrinsecamente perverso nella morale e nell’ideologia che chiama bene il male e viceversa.

Il primato dell’economia sulla politica è figlio di queste idee malsane che erigono il loro Vitello d’Oro e vivono per adorarlo nelle loro stanze maledette da Dio, imponendo la tirannia dell’assolutismo del profitto come fine ultimo e principale della vita. Senza scrupoli. Col cinismo proprio dello psicopatico, alle volte. Sempre sulla pelle dei popoli. La tirannide dell’Alta Finanza globale è disumana o transumana, come scrive qualche intellettuale contemporaneo.

“La pace promessa alla giustizia è, al contrario, una pace stabile. Nulla la scuote nel suo interno, all’esterno nulla può rovesciarla. E’ edificata sulla roccia, sulla verità, su Dio […]” – scrive con lungimiranza, sempre Henri Lasserre, aggiungendo che “per averlo dimenticato ed avere confidato semplicemente nella loro abilità e nella loro forza, gli abili e i forti hanno perso il mondo. Sono i giusti che lo salveranno”.

Ecco perché il programma di governo “Dio, Patria e Famiglia” rischia di svuotare il loro sacro significato ideale e pratico se si sfuma su Dio e sul diritto naturale. Dai diritti di Dio discendono i doveri degli uomini. Non il contrario. Nel 1872 il filosofo cattolico Lasserre è turbato e preoccupato di fronte al suo popolo che doveva scegliere la Costituzione di cui dotarsi. Sappiamo come l’influsso delle idee sovversive dell’ordine naturale e divino fosse predominante, in quel tempo, e come si sia evoluto in forme sempre peggiori, fino ai giorni nostri. già allora, scrisse: “Il mondo sociale sarà rovesciato bruscamente e legalmente”.

Ma non finisce qui, enuncia parole drammatiche ma realistiche, che paiono scritte anche per questo secolo: “Quelli che hanno bisogno di essere governati, governeranno e governeranno soli. Quelli che avrebbero la capacità necessaria per governare non avranno più esistenza politica. Voteranno nelle elezioni; ma, essendo ovunque inferiori di numero, il loro voto non avrà alcun effetto da nessuna parte, non condurrà nessuno di loro nelle assemblee dirigenti. Saranno praticamente inesistenti. Scompariranno sotto le immense ondate dell’alta marea; saranno sommersi sotto le masse, come in fondo al mare i vascelli affondati”.

Quando si intraprende un’azione politica vedo solo due vie possibili: o ci si lascia trascinare dalla corrente dominante, cosa che garantisce grossi vantaggi personali, o, convinti dei pericoli verso i quali il politicamente corretto ed il Pensiero Unico progressista conducono la società, si decide di andare controcorrente e si tenta di invertire il corso. Ciò è sempre possibile. La Storia, infatti, cammina al passo degli uomini che la fanno. E inoltre, bisogna farlo.

Non basta, dunque, pensare la Storia, bisogna agire. D’accordo con la diplomazia. D’accordo con le enormi difficoltà che il Nemico di sempre pone di fronte all’umanità. Ma al governo che nascerà chiediamo coraggio per il bene comune. Noi, per quanto possibile, saremo sempre lì, vigili, propositivi ma inflessibili sui principi, perché è ora di invertire la rotta. O la barca affonda assieme all’inflazione economica, all’incapacità politica, all’immoralità dilagante, all’orrore del decadentismo post-moderno.

L’invidia è la molla più potente delle rivoluzioni

Condividi su:

di Rino Cammilleri

Nicola Porro ha giustamente elogiato il fondamentale libro di Helmuth Schoeck L’invidia e la società, oggi riedito da Liberilibri ma anticipato negli anni Settanta da Rusconi per la regia del compianto Alfredo Cattabiani (l’editor che fece conoscere in Italia Il Signore degli Anelli, mentre Adelphi in sordina pubblicava Lo Hobbit). Eh, letteratura di nicchia, in quegli anni, «fascista» insomma. Ma l’extrasinistra era troppo ignorante per accorgersene.

Tanto per far capire ai più giovani il clima: il sottoscritto era uno studente a Scienze Politiche di fatto apolitico, nel senso che alla politica preferivo la chitarra e le ragazze. Ma l’università era quella di Pisa, e lì regnava Lotta Continua. Per la quale valeva il detto evangelico «chi non è con me è contro di me», perciò non potevi nemmeno fare il qualunquista. E non si scherzava, erano mazzate. Ovviamente, in tanti contro uno, perché quelli amavano il collettivo.

Così, ogni giorno mi recavo in Facoltà ma non entravo: da lontano, il bidello, che mi aveva in simpatia, mi faceva cenno, sì o no. Cioè, oggi non è cosa perché c’è l’ennesima assemblea o occupazione. Oppure, ok, oggi è tranquillo. I professori, data la situazione, fecero presto a trasformarsi da baroni in tribuni della plebe. Io, che senza riflettere avevo messo nel piano di studi «Storia del movimento operaio e sindacale», dovetti dare tre volte l’esame perché la mia esposizione non era abbastanza marxista. Tanto per dire. Da qui l’attrazione fatale verso i libri Rusconi.

Paradossalmente, quel che sono adesso lo devo a Lotta Continua. Ebbene, per il contenuto del libro di Schoeck andate a vedere quel che ne scrive Porro. Il fulcro è questo: l’invidia è la molla più potente delle rivoluzioni. In effetti, a ben pensarci, ogni rivoluzione si può sintetizzare così: togliti dal trono ché mi ci metto io. Ovviamente, le ideologie – a partire da quella giacobina, madre di tutte le altre che seguirono – sono solite avvolgersi con nuvole di parole. Pensiamo ai molti volumi di Marx. O allo stesso Robespierre, capace di concionare per sei ore di fila. Augustin Cochin descrisse benissimo il processo in Meccanica della rivoluzione, anche questo letto grazie al solito editore nei Seventies.

Altro fondamentalissimo libro, per capire bene di che cosa stiamo parlando, è il negletto Il socialismo come fenomeno storico mondiale di Igor Safarevic, riedito da Effedieffe e prefato non a caso da Aleksandr Solženicyn. Che era ingegnere. Safarevic era un matematico e scrisse il saggio perché quelli più qualificati di lui erano tutti nel Gulag. Il tema è lo stesso: perché il socialismo (o il comunismo, la differenza sta, appunto, nella anzidetta nuvola di parole) è inestirpabile? Perché dilaga così velocemente? Perché rispunta sempre? La spiegazione è proprio psicologica, anche se si nasconde dietro locuzioni come «giustizia sociale». Se ne rese conto proprio uno psichiatra, Viktor Frankl, che era ebreo e perciò finì nei lager nazisti. Fu qui che vide, tra gli sventurati di cui condivideva la sorte, gli odi furibondi nei confronti di chi aveva un pezzo di patata in più o la “fortuna” di avere un kapò un po’ più umano.

La sua esperienza ad Auschwitz gli ispirò Uno psicologo nei lager (Ares). A lui in fondo andò bene: viennese, padre della logoterapia, fu docente in mezzo mondo, Harvard compresa, i suoi libri sono tradotti pure in cinese, 27 lauree honoris causa. Lui, che sapeva a memoria i Salmi in latino, dissentiva in toto dal suo compaesano Freud: «In realtà, non è Dio un’immagine del padre, bensì il padre è un’immagine di Dio».

Rino Cammilleri, 12 settembre 2022 –

Morte di Jack Marchal

Condividi su:

di Alfio Krancic

Jack Marchal è morto all’età di 75 anni.

Membro del movimento Occident dal 1966, nel 1968 entra a far parte del nucleo fondatore dell’Union Defense Group (GUD) ed entra alla guida politica dell’Ordre Nouveau, per il quale dirige la stampa e plasma l’estetica.
Ha partecipato alla creazione del Fronte Nazionale nel 1972 prima di unirsi al Partito delle Forze Nuove due anni dopo. Ritornò alla FN come tanti altri della PFN, dopo il fallimento di quest’ultima nel 1984.

Fu lui a inventare il “topo nero” come emblema di un militante di destra radicale (essenzialmente “gudard”), e da esso trasse alcune avventure.
Musicista, dopo aver intrapreso alcuni esperimenti alla fine degli anni ’70, ha sostenuto l’emergere dell’”identity rock francese” negli anni ’90 (ed è stato il chitarrista del gruppo Elendil).

Fu l’animatore, insieme a Gilberto Oneto e a vari altri collaboratori, della Voce della Fogna, il mensile underground della destra radicale/antagonista negli anni ’70-’80, diretto da Marco Tarchi. Lo sostituii, per un breve periodo, non riuscendo a colmare il vuoto che aveva lasciato. Certamente non avevo la sua capacità narrativa. Ero un vignettista, uno che fotografa un momento, lui invece sapeva raccontare storie incredibile navigando magistralmente fra satira e polemica dura . Lo conobbi ad un Campo Hobbit, se non ricordo male 1979. Personaggio eclettico: disegnatore satirico padre del celebre Rat Noire, icona della destra giovanile di quegli anni, musicista, giornalista e politico. Con lui se ne va un pezzo importante della mia giovinezza e della nostra storia.

Addio Jack!

Solo Pirandello ci può spiegare

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

A nobilitare lo spettacolo della politica presente, a voler dare un riferimento alto, culturale, o addirittura un profilo letterario, diremo che siamo entrati nell’epoca pirandelliana della politica. A qualcuno scapperà subito da ridere per l’accostamento ardito tra cultura, letteratura, drammaturgia e la misera giostra politica del presente. Ma anche i periodi più bassi e confusi hanno una loro chiave di lettura, anche il caos e perfino la barbarie può avere letture colte. Il teatro di Pirandello è uscito dalle scene ed è entrato nella realtà politica corrente. A guardare la parabola di Di Maio e di Conte, le liste di Letta, col Pd oscillante fra Draghi, i grillini e Fratoianni, tra governi con la Lega e Berlusconi e poi crociate contro di loro; a vedere le prodigiose giravolte della Bonino e dei radicali, i miracolosi salti di Calenda, ora col suo odiato Renzi, la poligamia di Salvini, alleato coi grillini, coi dem, coi draghiani e con la Meloni, le giravolta delle madame berlusconiane Gelmini e Carfagna, l’ologramma di Berlusconi sulla scena tra maschera e cerone, il ballo delle candidature e le invettive degli esclusi, il ripescaggio grillino dei parenti degli esclusi, possiamo dire che siamo entrati nella fase pirandelliana della politica: il relativismo assoluto, la girandola delle identità, il gioco delle parti e delle combinazioni, la maschera e il volto intercambiabili (come la faccia e il deretano), il paradosso come criterio di scelta e di comprensione, il rovesciamento continuo dei ruoli e degli scopi. Tutti possono allearsi o guerreggiare con tutti e con nessuno, tutti recitano a soggetto, tutti mutano secondo convenienza e situazione, ciascuno a giorni alterni si accorda e si sottrae a ogni accordo, preferisce stare fuori, dentro, al lato, sopra o sotto le alleanze. Le variabili sono infinite e impazzite. E’ la babele allo stato puro, il caos prima della creazione.
Torna pure il detto di Longanesi, la democrazia si replica per assenza di dittatore… Perché il relativismo assoluto di solito evoca, e invoca, il suo contrario, un bel tiranno, o un dragone, che metta fine al chiacchiericcio e al caos, al ballo di san Vito delle alleanze, degli amici e dei nemici e ci riporti alla contabilità e ai suoi relativi incubi.
Solo Pirandello colse il prisma contemporaneo in tutte le sue sfaccettature, il gioco di luci e ombre, comparse e scomparse, recita e realtà, posizioni e fluttuazioni di quel grande palcoscenico che è la condizione umana moderna. Lui si rifugiò sotto le ali del fascismo, che non a caso il filosofo pirandelliano Adriano Tilgher, aveva definito l’assoluto relativismo trapiantato sul terreno della politica. Definizione gradita allo stesso Mussolini.
Ma da giorni il teatrino è esilarante, come il gas. E come il gas è letale. Saranno le esalazioni dall’immondizia e dello smog, sarà che non riusciamo a liberarci del negativo perché sono colme le discariche della politica, non c’è nessuna Malagrotta in cui scaricare i rifiuti accumulati. Ma c’è qualcosa di assurdo e malefico nell’aria che non riusciamo a decifrare. Solo Pirandello può spiegare.
A questo paesaggio pirandelliano corrisponde anche la veloce labilità dei consensi e dei dissensi, la giostra delle opinioni e delle intenzioni di voto. Cosa decide gli spostamenti d’opinione, i flussi e riflussi elettorali, i vasi e i travasi? Perché si passa da un momento all’altro da vincenti a perdenti, dal paradiso all’inferno e viceversa, senza una spiegazione ragionevole o una relazione di causa ed effetto? Pensate al trionfo di Renzi, oggi ridotto a un selfie permanente o l’apoteosi di Conte oggi considerato un penoso azzeccagarbugli. E la veloce parabola di tanti leader e leaderini. Non c’erano meriti speciali, legittimazioni conquistate sul campo, eccezionali curricula, risultati straordinari nelle tappe precedenti. C’era solo un friccichio, una Chiacchiera, un clima in tv che si fece passaparola. Consenso virale ma transitorio, senza un vero perché.
Poi, senza un vero perché comincia la caduta libera. Esagerato il successo, esagerata la caduta. Nessuno aveva meritato il ruolo di Miracolo Vivente; magari, nemmeno di diventare poi Vituperio della Genti. E’ solo questione di Fuffa, che Pirandello non contemplò nei destini dei suoi personaggi. Partiti e governi fondati da cabarettisti, carriere folgoranti fondate sull’abilità di giocolieri, maghi e maghette sulla scena che tirano conigli dal cilindro, numeri da circo. Classi dirigenti sorteggiate con criteri meno seri del gratta e vinci o dei pacchi; capriole acrobatiche, entrano escono, mutano…
Liderini che sono tra i massimi inesperti di ogni settore, e s’improvvisano statisti cambiandosi semplicemente d’abito… Chi affiderebbe al primo passante i suoi risparmi e la sua salute? Noi, popolo pirandelliano. Ha tanti proseliti il voto del “famolo strano”. Le trame, i personaggi e i testi di Pirandello sono una versione ancora prudente rispetto al pirandellismo autogestito dagli attori politici in corso. Un giorno bibitari, un altro statisti, un giorno rivoluzionari coi gilet gialli, un giorno euro-occidentali e draghiani, un giorno abolitori della povertà, un giorno democristiani, un altro pidini, grillini, destrorsi, sinistrorsi (Di Maio è un bozzetto di Pirandello che l’autore scartò perché troppo inversosimile).
L’Italia è mobile qual piuma al vento. E dire che da noi il voto era statico, c’era il voto ereditario e d’appartenenza; ora siamo al voto-farfalla. L’Italia cambia opinione ogni stagione. Vedremo come sarà la collezione autunno-inferno.

Il vero pericolo della destra al governo

Condividi su:

di Redazione

La mentalità viziata dalle ideologie o dalle proprie paranoie nei confronti del voto, portano alle elezioni con un grande vizio d’origine: la visione politica dell’ottuso. Soprattutto, molti che sono fuori da ogni questione riguardante le dinamiche dei partiti, giudicano come professorini, senza sapere cosa bolle in pentola e finiscono, generalmente, bolliti. La sindrome del politologo è comune a quella dell’allenatore se si parla di calcio, oppure dello stilista se si parla di abbigliamento. Il problema è che a questi tuttologi, qualunquisti del dissenso o utili idioti del consenso, mancano esperienza e competenze per potersi esprimere con giudizi che abbiano un senso differente da quello che potrebbe dare una persona seduta al bar. Lo specchio dell’inadeguatezza all’analisi politica di troppi si riflette nella classe dirigente, dilettante e incompetente come i suoi elettori. Altro grande difetto dell’italiano medio è quello di considerare la politica come una religione. Poi c’è il frustrato cronico, che è l’eterno indeciso, sempre  pronto a frignare e chi dà troppo peso alla politica, probabilmente perché mancante di altro di molto più importante ed elevato…(n.d.r.)

di Marcello Veneziani

Più del virus tornante, più della guerra, più del pianeta surriscaldato, c’è una disgrazia prossima ventura che le riassume tutte e le travalica; ci aspetta al largo, con una data precisa, 25 settembre dell’anno corrente, tra quaranta giorni giusti. Un tornado chiamato Giorgia, con annessi cicloni Matteo e Silvio, scoperchierà i tetti e sconvolgerà le case, le strade, i paesaggi, la vita della gente; colpirà i popoli, le donne, i migranti, i gay, i gatti, la cultura, la Rai, e chi più ne ha più ne metta.

Non c’è giorno che non venga pronosticata la sventura in tutte le sue conseguenze, sul piano economico e sociale, costituzionale e internazionale, e in ogni altro ambito pensabile. Non c’è parola dei suddetti leader che non venga usata a conferma della sciagura che ci aspetta. Ogni loro discorso è una minaccia, un pronunciamento, una prova tecnica di golpe. Usciremo dalla modernità e dalla democrazia, dall’Europa e dalla Nato, dai diritti e dalla costituzione, temo anche dal Coni e dalla Croce rossa. Una svolta che ci porterà in vagoni piombati nella Russia di Putin e nell’Ungheria di Orban, nella Germania di Hitler e nell’Italia di Mussolini di cui, immagino, col prossimo governo si festeggerà in pompa magna il centenario della Marcia su Roma il prossimo 28 ottobre. Sarà trucidato Mattarella, stuprata Liliana Segre, Draghi farà la fine di Galilei, salvo abiurare la sua agenda; una fatwa colpirà i numerosi scrittori, artisti e cineasti che si sono pronunciati contro il centro-destra. I poveri saranno spalmati sull’asfalto e schiacciati senza pietà dalla tassa piatta (flat tax). La carta costituzionale prenderà il posto dei rotoloni regina nei cessi pubblici per farne l’uso più consono. Romperemo con l’Europa e invaderemo la Svizzera, aderiremo fuori tempo massimo al Patto di Varsavia, e anche al Patto d’Acciaio.

Finita l’horror fiction dei pericoli denunciati dalla Cupola politico-mediatica-intellettuale e a breve giudiziaria, proviamo a trasferirci nella realtà, a partire dalla storia recente. Dunque, il centro-destra, con gli stessi ingredienti di oggi, vale a dire la destra con la fiamma venuta dal Msi, la Lega col guerriero, venuta dalla rustica Padania e Berlusconi con le squinzie, venuto dalla tv e dal bunga bunga, ha già governato tre volte in Italia, con maggioranza assoluta e perfino per intere legislature, come è stato nel quinquennio tra il 2001 e il 2006. Avrebbe ripetuto il pieno mandato dopo le elezioni del 2008, se nel 2011 non si fosse abbattuto il mondo su Berlusconi, che da vero tiranno si dimise senza colpo ferire e votò perfino a favore del governo tecnico che ne seguì e della conferma di Napolitano al Quirinale. È successo qualcosa con quei governi destrorsi, c’è stata qualcuna delle disgrazie che vengono puntualmente paventate a ogni vigilia d’elezioni? Siamo tornati al fascismo, alla barbarie, ai nazionalismi e così via? A me pare il contrario: se dovessi imputare una grave colpa a quei governi, direi che sono stati troppo simili a quelli dei loro avversari, troppo allineati, troppo timidi, hanno riformato davvero poco o nulla, hanno mutato poco gli assetti che dicevano di voler modificare. La Costituzione è rimasta intatta, il Sistema è rimasto invariato, il Paese è stato lasciato praticamente identico a prima. Non hanno lasciato danni e ferite, e nemmeno grandi eredità. Sono scivolati via, come acqua che scorre.

Credo che la stessa preoccupazione dovrebbe caratterizzare i pronostici presenti. Se davvero vincerà il centro-destra, se riusciranno a fare il governo, e se perfino la Meloni dovesse andare a Palazzo Chigi, credo che il “rischio” maggiore sarà semmai opposto a quello che viene paventato: è più probabile che non succeda niente, che cambi poco e niente, non ci sia nessuna svolta. Seguiranno, più probabilmente, l’agenda Draghi, con qualche minima variante, riprenderanno qualcuno dei suoi ministri o comunque oligarchi di comprovata fedeltà all’Establishment; magari si autocensureranno, se non saranno censurati a ogni livello, Quirinale in testa. Da una parte il pressing euro-occidentale, la mobilitazione di tutte le oligarchie, le campagne di terrore mediatico, il boicottaggio sistematico di ogni impresa e di ogni tentativo politico e dall’altro la pavidità, l’opportunismo del tirare a campare, l’insicurezza e l’impreparazione, dall’altra la volontà di durare anche a prezzo di rinunciare a ogni vera riforma, produrranno un governo che con più probabilità sarà più somigliante ai precedenti e ossequioso degli assetti vigenti, in ogni campo, fino ad apparire quasi intercambiabile.

Intendiamoci, non è giusto scrivere la trama del prossimo governo prima che venga prodotto e varato il film. E’ prematuro azzardare previsioni anche se poi ognuno nella propria testa si farà i suoi ragionamenti sulla base dei suoi presentimenti, delle esperienze precedenti, della conoscenza dei soggetti in campo, delle situazioni reali e dell’uso di mondo. Ma se dovessimo avventurarci nel calcolo dei rischi, il primo pericolo per il possibile governo meloniano futuro, perlomeno il più probabile, sarebbe la continuità mentre il meno probabile sarebbe il suo contrario, la discontinuità, la svolta radicale. Un ritorno del “nazi-fascismo” sarebbe più inverosimile di un ritorno del comunismo, del terrorismo rosso, dell’impero austroungarico o della teocrazia medievale.

È davvero penoso vedere persone che un tempo reputavamo serie, come lo stesso Letta, immiserirsi a ventilare questi scenari apocalittici in caso di vittoria dello schieramento avverso, ben sapendo che sono del tutto irreali e impraticabili con i ferrei limiti imposti dalle Vecchie Zie (Ue, Nato, tecnocrazia, burocrazia, alte sfere). Il male del nostro quadro politico non è che le forze antagoniste siano radicalmente opposte e refrattarie; semmai sono maledettamente simili o assimilabili appena vanno al governo. Ad essere ottimisti, cambierà poco, e per chi sa accontentarsi, sarà meglio che niente.

La Verità (17 agosto 2022)

Il Centrodestra si organizzi come partito dei conservatori senza ambiguità

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/08/15/il-centrodestra-si-organizzi-come-partito-dei-conservatori-senza-ambiguita/

LA FORTUNA DEL PD È IL NON VOTO

ll paradosso del Pd è nel nome. Il Partito Democratico riesce a vincere le elezioni quando la democrazia è a bassa intensità. Il suo più grande alleato non è il “campo largo”, con lo sguardo che abbraccia i grillini in frantumi, o con le scorribande verso un centro radical chic con Calenda e Di Maio in cerca d’autore. La fortuna del Pd è il non voto. È la fuga di chi non sa più a che santo votarsi, la disillusione, lo scetticismo, la sfiducia.

Oggi il Pd è erede del Partito Comunista Italiano, senza che nessuno chieda mai pubbliche scuse per i finanziamenti dalla Russia di Stalin, per l’appoggio all’invasione sovietica di Praga, per i 90 milioni di morti prodotti nel mondo in nome del comunismo, per la strage delle foibe. Al contrario, FdI è sempre sotto processo e deve, come un mantra, chieder perdono per il Fascismo, morto da 80 anni, ed esistente solo nella mente di Paolo Berizzi. Il bello è che Meloni lo fa, Letta no. I padri costituenti, riunitisi a Regime terminato da poco, furono di gran lunga più onesti intellettualmente nel porre la questione fascista come “disposizione transitoria”.

L’arroganza della plutocrazia l’ha trasformata, di fatto, in definitiva, ma nel 1946 si pensava che bastasse una clausola a tempo determinato, probabilmente a reduci deceduti. Lo spauracchio serve, invece, alla sinistra per sbandierare la paura del fantasma, ad ogni campagna elettorale.

Sarebbe sacrosanto non abbassare mai, nonostante le pressioni, il proprio livello alla sudditanza politica e culturale nei confronti di una sinistra, che soprattutto in passato, non fu certamente esempio di tolleranza e democrazia, e che, ad oggi non ha mai sentito la necessità di scusarsi per il torbido passato delle collusioni, anche economiche, col Maresciallo Tito e con i sovietici di Stalin.

Che fine ha fatto il dossier Mitrokin? Di chi furono le responsabilità? Chi ha pagato di fronte alla giustizia per quei fondi illeciti? E’ un po’ come Tangentopoli. Nessuno si è mai scusato per le ruberie di quegli anni; l’unico sostanzialmente illeso fu il PCI, poi PDS, che il pool di Di Pietro non toccò, come fosse la verginella del Parlamento.

Oggi il Pd è più atlantista di Biden, laddove l’atlantismo pare una professione di fede verso un dogma religioso. Servirebbe un po’ di coraggio per saper criticare gli USA e la loro creatura, soprattutto quando inventano guerre in giro per il mondo a spese dei Paesi dell’alleanza. L’unico sussulto di sovranità nazionale l’ebbe Bettino Craxi, a Sigonella, nel 1985. Nella NATO si può stare con un ruolo determinato oppure subordinato o da servi. Perché l’Italia deve sempre professare il suo asservimento alle decisioni di altri?

Se il sovranismo diventa servilismo a stelle e strisce, l’elettore non capisce che differenza passi tra Letta e il centrodestra. Un’altra importante questione riguarda l’orizzonte valoriale del centrodestra, che se assomiglia a quello di Sinistra italiana o di +Europa, confonde e dunque diventa difficile rispondere alla domanda dove sia la differenza tra Berlusconi e Emma Bonino.

Su aborto, eutanasia, utero in affitto, “matrimoni” omosex, insegnamento gender nelle scuole, la coalizione dei conservatori si vorrebbe solida e compatta sull’adesione all’identità cristiana e, per conseguenza alla Dottrina Sociale della Chiesa. Ecco che allora, un serio centrodestra di governo non può essere cristiano e liberale allo stesso tempo. L’hanno capito (meglio tardi che mai) i vari Brunetta, Carfagna, Gelmini, Elio Vito ed altri, che, infatti, si sono trasferiti a sinistra, dove l’area liberal è a casa. Con una vera e marcata differenziazione, che già in parte c’è sul piano economico, sebbene la marginalizzazione di Giulio Tremonti non faccia il bene del centrodestra né del Paese, si andrebbe al voto dando la chiarezza a tutti quegli elettori di centrodestra delusi, che pensano di optare per i cosiddetti partiti “antisistema”. (operazione politica delle Sinistra, che, infatti, ha piazzato in ogni lista dei capibastone di area progressista, così da recuperare in Parlamento il cosiddetto voto no vax, no green pass ecc.)

In questa Italia in perenne crisi, la coalizione dei conservatori che non professa principi fondamentali comuni, tenute conto le regole della legge elettorale, e osservando il “mucchio selvaggio” che stanno costruendo i progressisti, può permettersi di lasciare almeno un 3% dei voti di protesta ai nuovi grillini improvvisati, privi di idee, uomini esperti e programmi?

O con noi o con Putin

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Ma davvero alle prossime elezioni il candidato più forte da battere sarà Vladimir Putin? È la voce che corre su tutti i giornaloni nostrani e tra i sostenitori del Partito Dragocratico, in sigla Pd, che comprende pure molti centristi di varia provenienza. Matteo Renzi ha detto che col voto bisognerà battere l’area Putin; Enrico Letta e altri suoi potenziali alleati disegnano a loro misura la contrapposizione tra filo-occidentali e filo-putiniani e perfino un politologo serio come Angelo Panebianco in un editoriale del Corriere della sera ha ritenuto Putin il convitato di pietra delle prossime votazioni italiane. Sappiamo che in campagna elettorale si usa ogni colpo basso e ogni slogan propagandistico ad effetto pur di demonizzare l’avversario. Contro il centro-destra si passa dall’accusa di fascismo e di statalismo sovranista a quella di essere la longa manus di Putin in Italia. Ma se guardiamo alla realtà delle posizioni assunte, l’identificazione del centro-destra con l’area Putin è grottesca, infondata e smentita ampiamente dalla realtà.

Giorgia Meloni, che è la leader in pectore del partito di maggioranza nel nostro paese, ha sposato totalmente sul conflitto russo-ucraino le tesi della Nato, dei Dem di Biden e di Letta, dei conservatori britannici e atlantici e le stesse posizioni assunte da Draghi. Ed è corsa negli Stati Uniti per sottolineare la posizione filo-occidentale e filo-Nato del suo partito. L’assurda caccia ai putiniani d’Italia, con relative liste di proscrizione sui giornali, ha avuto come sponda proprio il Copasir presieduto da un esponente di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, che denuncia infiltrazioni putiniane nella politica nostrana.
Silvio Berlusconi ha portato Forza Italia nel Partito Popolare europeo, ed è sempre stato con le sue reti mediaset un veicolo di americanizzazione nella vita italiana; da sempre Berlusconi colloca il suo partito nell’area euro-occidentale, e si definisce liberale. Non si può confondere la sua amicizia personale con Putin e il suo ruolo di “paciere internazionale” tra la Russia putiniana e gli Stati Uniti di Bush, come una dichiarazione di putinismo. Resta solo la Lega di Salvini, che nelle sue molteplici variazioni, ha sposato in una fase politica precedente alla guerra una posizione filo-putiniana che poi si è interrotta con l’invasione dell’Ucraina.

Insomma il centro-destra è tutt’altro che identificabile con l’area Putin, a cui forse guarda con favore solo Alessandro Di Battista e un’ala minoritaria di quel che resta del Movimento 5Stelle. Diversi, semmai, sono gli umori popolari del Paese meno allineati agli Usa. Ritenere poi che schierarsi a favore della pace e del negoziato piuttosto che puntare sulle sanzioni e sull’interventismo militare, sia un’adesione al putinismo, significa ritenere putiniani tutti i pacifisti, dal Papa Bergoglio alla sinistra arcobaleno.
Si deve peraltro ammettere che il pronunciamento bellicoso dell’Italia di Draghi e dell’Europa contro la Russia finora non ha portato il minimo giovamento all’Ucraina e ha prodotto il massimo danno all’Italia e all’Europa stesse che si trovano impelagate negli effetti nefasti delle sanzioni e nei contraccolpi economici, sociali ed energetici per la posizione assunta. Ridicola, se non fosse tragica, la posizione di chi aveva minacciato a gran voce di rifiutare il gas russo e ora denuncia la Russia che annuncia restrizioni nei nostri confronti sulla fornitura del gas. Ma non era esattamente quello che volevano fare?
L’idea di non radicalizzare il conflitto con la Russia ma di cercare una trattativa, accomuna le grandi nazioni europee, come la Germania e la Francia, che hanno capito la follia e i gravi danni di appiattirsi sulla posizione americana e sulla linea di un presidente malfermo e poco lucido come Biden. Chi non vuole assumere una posizione da falco nel conflitto russo-ucraino non mira certo a favorire Putin ma è preoccupato di tutelare l’Europa, i suoi popoli, la sua economia, le sue risorse energetiche. Peraltro la linea muscolare dei falchi è estranea alla nostra tradizionale politica estera, voluta da Moro, da Andreotti, da Craxi, che ha cercato sempre la mediazione e mai il muro contro muro.

Insomma, lo schema putiniani o liberali d’Occidente non regge alla prova della realtà. E inverosimile appare il paragone di Panebianco tra il voto del 25 settembre e le elezioni del 18 aprile del 1948, quel voto-spartiacque in cui l’Italia liberal-democratica, cattolica, occidentale e filo-atlantica si schierò contro il fronte popolare filo-sovietico e comunista. Un paragone insensato in cui i bolscevichi sarebbero Berlusconi & C e i filo-occidentali sarebbero i Fratoianni & C. Si dimentica che gli eredi dello schieramento filo-sovietico di allora sono tra le fila del Partito Democratico e dei suoi alleati (si chiamavano comunisti).
Attribuire poi al presidente ungherese Orban il ruolo di cavallo di Troia di Putin in Europa è dimenticare da un verso il peso minimo del piccolo stato di Budapest nell’intera Unione Europea, e dall’altro attribuire intenzioni opposte a un leader che ha fatto dell’amor patrio, della difesa della civiltà cristiana ed europea e della memoria storica di un paese invaso dai russi sovietici la sua bandiera. (L’accusa di essere filo-Orban è la terza imputazione ai danni della Meloni, dopo il ducismo e il putinismo).
In realtà trattare con i dittatori o gli autocrati è sempre stato necessario: i democratici americani trattavano con Stalin e i regimi comunisti, perfino Nixon il repubblicano aprì alla Cina comunista di Mao dopo la sanguinosa “rivoluzione culturale “ che costò decine di milioni di morti. Si chiama realpolitik.
Ma putiniano, si sa, è la nuova versione propagandistica della surreale diceria che col centro-destra tornerà il nazifascismo.

(Panorama, n.32/2022)

1 2 3 4 77