Archivio per la categoria Saggistica

L’uomo che si crede Dio genera solo mostri

di Claudio Risé

L’uomo che si crede Dio genera solo mostri

Fonte: Claudio Risé
A 200 anni dal capolavoro di Mary Shelley l’ingegneria genetica realizza l’incubo del dottor Frankestein. La vita ridotta a prodotto della tecnica impoverisce le relazioni e crea solitudine. E senza padre né madre l’individuo assomiglia sempre più a una mummia.

L’uomo non nato da donna ma costruito in laboratorio compie duecento anni.
Ne ha raccontato la nascita e la drammatica vita una signora della più colta e inquieta società inglese dell’800: Mary Shelley, moglie del poeta Percy Bysshe Shelley e figlia della scrittrice femminista Mary Wollstonecraft e di William Godwin, filosofo liberale.
Come molte intuizioni e scoperte sorprendenti, l’idea maturò grazie alla noia e al non sapere cosa fare. Mary era con il marito Percy e la sorellastra Claire,
ospite in una villa sul lago di Ginevra dell’amico lord George Byron, famoso poeta, assieme al medico di Byron John Polidori. Della compagnia faceva
parte il carrarese Pellegrino Rossi, anch’egli come Byron e Shelley appassionato sostenitore dei “sovranisti” dell’epoca: i movimenti di liberazione dagli Imperi sovranazionali, ormai in via di decomposizione. Prosegui la lettura »

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Non dividersi davanti al nemico. Momento decisivo

NON DIVIDERSI DI FRONTE AL NEMICO. IL MOMENTO E' DECISIVO.

NON DIVIDERSI DI FRONTE AL NEMICO. IL MOMENTO E’ DECISIVO.

Quante rotture di unioni monetarie sono avvenute dal  1918 in poi? Risposta:  67.  Precisamente 67  paesi  hanno esercitato il loro diritto sovrano  di uscire da una zona monetaria  che vivevano come opprimente. Si  va dall’Algeria che uscì dal franco francese nel 1969 a Malta che abbandonò la sterlina nel 1971, dalla Slovenia e Croazia che si staccarono dalla “Jugoslavia” e …

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Putin dice qualcosa di estremo

Putin dice qualcosa di estremo.

Putin dice qualcosa di estremo.

Dopo l’olocausto nucleare, andremo in paradiso come martiri; gli attaccanti moriranno come peccatori – Putin Putin: in caso di olocausto nucleare, noi moriremo da e andremo in cielo; i nostri nemici sprofonderano all’inferno. Frase piuttosto estrema per un capo di  stato… “Se una nazione decide di attaccare la Russia con armi nucleari, può porre fine alla vita sulla Terra; ma a differenza …

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Lo spread esiste, il popolo no

Lo spread esiste, il popolo no

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La dittatura degli infantili

di Maurizio Blondet

La dittatura degli infantili

Fonte: Maurizio Blondet

Se andate a New York e qualcuno vi dice “Lei parla benissimo l’inglese”,  come lo prendete? Per un complimento. Invece all’università di Irvin e nelle altre nove università della California e molti altri campus, è una “micro-aggressione”.  Perché, secondo gli studenti  che hanno vietato l’espressione,  suggerisce che “non siete un vero americano”.  Quindi dovete assolutamente evitarla, per non fra star male – chi, l’interlocutore? – no, gli studenti stessi.   Gli studenti hanno fatto una lista delle espressioni che a loro suonano discriminatorie e, perciò,  li fanno star male. Parlare dell’America come “melting pot”  è una micro-aggressione contro le persone che non vogliono assimilarsi e fondersi nella cultura americana.  Dire che l’America è “il paese delle opportunità” è micro-aggressione alle persone cui il razzismo, il sessismo o (dio non voglia) “l’omofobia”  ostacola il successo.

L’aprile scorso, alla Brandeis University, un’associazione di studenti americani con gli occhi a mandorla hanno postato un manifesto nell’atrio con l’elenco dlle frasi che consideravano microaggressioni. Si andava dalla frase: “Voi siete bravi in matematica” fino a: ”Io sono colorblind! Non vedo le diversità razziali!”. Il guaio è che altri studenti, anch’essi americani d’origine asiatica, hanno sentito il manifesto stesso come una microaggressione contro di loro, e  il presidente della associazione  ha dovuto scrivere una lettera di scuse a chi si era sentito “ferito dalla microaggressione”. Prosegui la lettura »

MACELLAI – IL FILO ROSSO CHE LEGA SODOMIA ED ERESIA NELLA SETTA CONCILIARE

Risultati immagini per sodoma e gomorradi Cesare Baronio

(MB. Una utile mappa della dittatura dei sodomiti in Vaticano)

Anni fa un confratello mi riferì un episodio sconcertante, secondo il quale un Officiale di Curia notoriamente omosessuale era stato sottoposto a degli esorcismi perché aveva preso l’abitudine, durante i suoi immondi festini, di bestemmiare il nome di Dio, cosa che aveva dato luogo a fenomeni di possessione diabolica. L’empio monsignore morì di lì a poco di un male incurabile, compianto dai suoi sodali. A quell’epoca le checche del Vaticano si muovevano ancora con prudenza, non perché non fossero numerose, ma perché vigeva quel tacito accordo che nell’esercito americano è compendiato dall’adagio Don’t ask, don’t tell, ossia Non chiedere, non dire. Anche se poi in molti sapevano chi aveva quelpenchant e chi no. Monsignori che uscivano in borghese nottetempo dal Laterano, indossando jeans e giubbotto di pelle, e che l’indomani affiancavano il Santo Padre ai pontificali. Preti che si allontanavano dalla canonica per far volta ai calidarj. Studenti di Atenei Pontificj che andavano a passeggiare a Villa Giulia. Seminaristi dediti ad un opinabile apostolato vespertino a Monte Caprino. Era la generazione del Concilio, che alla veste talare preferiva gli abiti firmati e gli occhiali da sole. Vanesj e fatui, inclini alla risatina isterica e ad apostrofarsi con pronomi e nomignoli femminili, ma pur sempre guardinghi, perché sul soglio sedeva il virile Wojtyla. Il quale era talmente intento a propagandar l’ecumenismo di Assisi da non accorgersi che proprio al suo fianco c’erano personaggi noti col nome di battaglia di Jessica.

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Ciò che è fatto a pezzi. Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

di Fulvio Scaglione

Ciò che è fatto a pezzi. Il caso Khashoggi, un mondo di silenzio

Fonte: Fulvio Scaglione

Se vivessimo in un mondo più o meno normale, oggi tutte le cancellerie occidentali sarebbero impegnate a chiedere chiarimenti e inviare proteste alla casa reale dell’Arabia Saudita. E qualche Governo più deciso degli altri potrebbe magari convocarne l’ambasciatore per avere spiegazioni. Invece quasi tutto tace e, a parte le indiscrezioni lasciate filtrare ad arte dai servizi segreti della Turchia, un silenzio appena imbarazzato accompagna la sorte di Jamal Khashoggi, giornalista assai noto e apprezzato in Arabia Saudita e non solo, visto che di recente era diventato anche editorialista per il “Washington Post”. Donald Trump, grande sostenitore dei sauditi, ha taciuto per giorni e poi si è detto «preoccupato», lasciando a Mike Pompeo, il segretario di Stato, il compito di sfidare il ridicolo e invocare presso i sauditi una «inchiesta accurata» sulla sorte del giornalista.

Il problema è che c’è poco su cui indagare. Khashoggi è entrato nel consolato del proprio Paese a Istanbul il 2 ottobre, lasciando la fidanzata turca sul marciapiede ad attenderlo. E non ne è mai uscito perché, fanno sapere i turchi, sarebbe stato ucciso, poi addirittura fatto a pezzi e infine portato via da un commando di quindici agenti arrivati lo stesso giorno su due voli privati decollati dalla capitale saudita Riad. Ci sono i nomi, ci sono i volti, si sa che alcuni di loro fanno parte della guardia personale del principe ereditario Mohammed bin Salman e che con loro viaggiava anche un anatomopatologo, a quanto pare incaricato di sovrintendere allo smembramento del corpo.

Khashoggi, peraltro, non era un fanatico oppositore o , per dire, un qualche sovversivo che voleva minare le basi del regno sunnita-wahabita. Al contrario, era un giornalista sperimentato e, a suo tempo, molto inserito negli ambienti della casa reale saudita. Più volte aveva fatto parte della delegazione ristretta che accompagna il principe nei suoi spostamenti internazionali. Purtroppo per lui, negli ultimi tempi aveva cominciato a manifestare qualche dubbio sulla bontà delle politiche di Mohammed bin Salman. La guerra nello Yemen, che non approda a nulla tra mille atrocità. Il piano per la riforma economica del regno, chiamato “Vision 2030”, che fa acqua. Le purghe ai danni dei notabili sauditi della vecchia guardia. Troppo, a quanto pare. Non l’ha salvato nemmeno il fatto di essersi trasferito negli Usa.

Che altro serve per un minimo di sdegno? Soprattutto in America e in Europa, dove la libertà della stampa e dei giornalisti è un bene considerato prezioso e come tale sempre difeso. Invece nulla o quasi, anche da parte dei Governi che pure, or non è molto, hanno duramente criticato la Turchia per i giornalisti messi sotto processo e poi costretti all’esilio. Destino triste, il loro. Ma non come essere fatti a pezzi con una sega in una sede diplomatica.

Quanto avviene, o meglio non avviene, in questi giorni riflette a perfezione lo stato delle relazioni internazionali, in cui tutto il gran parlare di diritti e valori non vale per gli “amici” ma solo per i “nemici”. E l’Arabia Saudita è un amico troppo importante per tutti. Trump (ma anche Obama prima di lui) incassa miliardi rifornendola di armi e la considera fondamentale, insieme con Israele, nell’asse che dovrebbe opporsi alla crescente influenza dell’Iran. Nell’aprile scorso, Mohammed bin Salman ha compiuto una visita negli Usa in cui è stato onorato non soltanto alla Casa Bianca ma anche dai superintelligenti e superdemocratici boss della Silicon Valley e di Hollywood. Prima di sbarcare negli Usa, peraltro, lo stesso Salman aveva fatto tappa a Londra dove, portando in dote 100 miliardi di investimenti per l’Inghilterra post-Brexit, era stato accolto con tutti gli onori, pranzo con la regina Elisabetta compreso. E più o meno altrettanto potremmo dire per quasi tutti i Paesi europei.

L’Arabia Saudita lo sa e ne approfitta con l’arroganza di chi si sente intoccabile. Adesso c’è il caso Khashoggi, ma è solo l’ultimo di una lunga serie. In agosto Cynthia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, aveva osato chiedere con un tweet la liberazione di un gruppo di saudite arrestate per le loro campagne in favore dei diritti delle donne. Per tutta risposta i sauditi cacciarono l’ambasciatore canadese, bloccarono tutti i voli per il Canada, congelarono le relazioni economiche e invitarono le migliaia di studenti sauditi a tornare a casa.

Nel 2016, a causa delle sue azioni nello Yemen, l’Arabia Saudita fu inserita nella lista Onu dei Paesi che violano i diritti dei bambini in zone di guerra. Subito partì il ricatto, poi ammesso dallo stesso segretario Ban Ki-moon: o ci cancellate dalla lista o tagliamo i fondi all’Onu. E cancellazione fu. Con la scomparsa di Khashoggi finirà allo stesso modo. Male che vada, Mohammed bin Salman farà qualche telefonata, ricorderà questo o quell’affare, parlerà del prezzo del petrolio o del terrorismo in Medio Oriente. Ma non dovrà nemmeno incomodarsi, il mondo gira così e tutti quelli che devono saperlo già lo sanno

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Juncker a capo della commissione sarà ricordata come l’inizio della fine dell’Ue

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di Giancarlo Perna per La Verità

Svegliandosi, il primo novembre del 2019, Jean Claude Juncker non sarà più presidente della Commissione Ue. Ci ha già fatto sapere che non si ricandiderà. Poteva evitarselo perché mai sarebbe rieletto. È scontato che a maggio dell’ anno prossimo, con le elezioni Ue, crollino popolari e socialisti su cui Juncker è appollaiato. Quando l’ intero scenario sarà cambiato, Jean Claude avrà 65 anni, sarà spaesato e mollerà tutto.

È cupo il crepuscolo di questo lussemburghese che da una vita si dedica all’ Ue. Oggi, è costretto a sentire i sordi rumori di sbriciolamento su ogni fronte. Dolorante per una sciatica, rattrappito dai postumi di un incidente stradale del 1989 in cui restò in coma per settimane, Juncker ricorre all’ alcool per lenire la delusione. Dei giorni si rinchiude solitario, in altri ha scoppi d’ ira. Quando entra barcollante nelle riunioni, suscitando le ironie di stampa e cancellerie europee, a me pare di udire un sottofondo di struggenti note wagneriane che accompagnano il finale della sua carriera. Prosegui la lettura »

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Stati VS mercati: ecco il mondo che verrà

di Guido Salerno Aletta

Stati VS mercati: ecco il mondo che verrà

Fonte: l’Indro

Dall’ Italia alla Cina passando da Germania a Usa: colloquio non proprio mainstream con l’ economista Guido Salerno Aletta (a cura di Giacomo Gabellini)

Da diversi giorni l’attenzione generale è concentrata sul Documento di Economia e Finanza (Def) varato dal governo Conte, ma il caso italiano non rappresenta di certo l’unico fattore destinato a condizionare pesantemente l’andamento dell’economia mondiale, sulla quale pesano numerose incognite, a partire dalla prorompente ascesa della Cina e dalla linea politica adottata dall’amministrazione Trump. Abbiamo parlato di tutto ciò con l’ economista Guido Salerno Aletta, ex direttore generale della Fondazione Ugo Bordoni ed ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi.

In un suo recente articolo, lei ha espresso l’opinione che l’attuale confronto tra operatori finanziari e governo italiano rappresenti una battaglia del grande scontro tra Stati e mercati. Cosa l’ha portata ad approdare a una simile conclusione? Come crede che si evolverà questo scontro? Prosegui la lettura »

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Il culto del migrante. Tra propaganda e senso di colpa

di Roberto Siconolfi

Il culto del migrante. Tra propaganda e senso di colpa

Fonte: Stanza 101

Uno dei capolavori propagandistici del nuovo sistema “ordomondialista” è il “culto del migrante”. Partendo dal soggetto in causa, vediamo che il progetto, nemmeno tanto nascosto, è quello di formulare un “nuovo tipo antropologico”. Un progetto assai complesso nel quale il migrante è parte in causa, ma che prevede anche altri elementi, come lo svilimento delle qualità sessuali, culturali, e spirituali e più in generale tutto quel processo definito Transumanesimo.

Anche il termine “migrante” fa presupporre una edulcorazione e un cambiamento lessicale di tipo orwelliano. Dal termine “immigrato” che rappresentava“colui che si immette in un contesto nazionale o geopolitico diverso dal suo”, si passa al “participio presente”, e, quindi, a “colui che è in perenne migrazione”.

Dal punto di vista politico-sistemico il migrante è utile in due ambiti fondamentali:

  • economia, abbassando il costo del lavoro, grazie alla contraddizione tra lavoro “autoctono” e lavoro “migrante”, appunto;
  • identità, realizzando il tipo antropologico “sradicato” e spiritualmente “svilito”, che ha abbandonato il suo contesto di riferimento familiare, comunitario, nazionale, culturale e tradizionale.

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