Un paese chiamato Furbistan

Benvenuti nel Furbistan, il paese che in una precedente vita si chiamava Italia. È in corso la guerra dei furbi, tra la volpe Renzi e la faina Conte, per il dominio del Furbistan. ‪Riuscirà la volpe Renzi a far fuori la faina Conte? Nella guerra dei furbi non contano il Paese, gli altri, la propria dignità; è solo un fatto personale. Conte venderebbe sua “madre” pur di restare lì; vedremo se Renzi sarà disposto a comprarsela, e a che prezzo. La furbizia è sempre stata diffusa tra gli italiani. Ne parlava già Prezzolini tanti anni fa, dividendo gli italiani in furbi e fessi. Ma negli ultimi tempi la furbizia è passata da espediente per tirare a campare e vizio antropologico soprattutto delle classi subalterne, a requisito chiave delle classi dirigenti. La furbizia è il vero metodo di selezione e di consenso, di comunicazione e di manipolazione dell’Italia odierna; è la “virtù” primaria per mantenersi a galla in ogni caso e cavalcare ogni evento, disgrazie incluse, volgendole a proprio favore personale.

La furbizia è il riassunto cinico dell’Italia di oggi e dell’anno appena trascorso e il viatico scoraggiante per il decennio che viene: il raggiro continuo dei media allineati, il teatrino dei politici con le loro recite false, la parata grottesca allestita sui primi vaccini, la finta gara di solidarietà dei politici a Natale (deplorata se la fa il furbo Salvini, elogiata se la fanno i furbi governativi o i non-governativi delle Ong). I casi sarebbero troppi per citarli.

La furbizia, un tempo tecnica di sopravvivenza nella vita, si è costituita in potere, ed è nato il Furbistan, il regno dei Furbi, dove i leader politici come gli opinion maker, mangiano pane e volpe. Se la furbizia come atteggiamento rispetto alla vita e agli altri ha una storia antica, la furbizia come categoria politica e post-ideologica è esplosa con l’avvento di Matteo Renzi. È stato lui il prototipo del furbo per antonomasia, l’arrampicatore veloce sui gradini del potere, che fa le scarpe a tutti mentre li tranquillizza (staisereno), l’intortatore da video, colui che sostituisce ogni altra categoria politica con l’occupazione astuta dei posti chiave e usa la parola per nascondere il pensiero.

Ma oggi la furbizia è il tratto comune distintivo di chi ci governa. Sulla mozione di furbizia regge l’alleanza di governo: un patto furbo solo per durare al potere. La furbizia è la qualità principale di Giuseppe Conte, la faina di Palazzo Chigi: solo la furbizia può spiegare il suo sbucare dal nulla, il suo trasformismo senza scrupoli, la sua capacità di galleggiare in stagioni così diverse, il gioco di prestigio delle tante task force per disperdere, distrarre e mantenersi il potere, la faccia disinvolta con cui comunica di continuo agli italiani restrizioni presenti e benefici venturi. Il furbo premier succhia benefici di consenso dalla paura della gente per il virus.

Ma la furbizia è il tratto distintivo di quasi tutti i leader odierni e il vero sistema di reclutamento e di scalata al potere. I furbetti del quartierino sono andati al potere, ma non solo politico. Virologi-star a gettone, direttori e presidenti furbastri, influencer volpini, persino papi e preti.

Tanti scherzano sull’ignoranza di Luigi Di Maio, la sua sintassi e i suoi errori, ma Di Maio è tutto meno che un tonto: è uno sveglio, anzi sveio, per dirla nel suo idioma. Ma l’intelligenza è un’altra cosa… Lui è un furbo, come il suo maestro Beppe Grillo e tanti grillini, scappati di casa che si sono furbamente accasati. Nei loro curriculum vacanti, solo la furbizia può spiegare il posto che occupano. Parafrasando Machiavelli, le loro carriere folgoranti si possono spiegare per metà con la fortuna e per metà con la furbizia. La furbizia e la fortuna sono i glutei su cui sono seduti…

La furbizia regna pure nella cultura, nel cinema, nel giornalismo: la furbizia di prostituirsi per far carriera, di adeguarsi ai pregiudizi, di allinearsi alle parole d’ordine, agli ingredienti giusti del politically correct, come i film che hanno dosi ormai obbligate di omosex, neri, migranti, disabili, femministe. Espedienti furbi.

O l’intellettuale in tv che non sa nulla dei temi che affronta ma sproloquia, ripetendo furbamente frasi appena carpite, spruzzando inchiostro nero come la seppia per non farsi stanare… Si premiano film, opere, libri col criterio della furbizia, non della qualità. Vanno avanti i furbi e coloro che possono ricambiare la gratificazione dando vantaggio a chi li promuove. La furbizia è un sistema a specchio, un furbo chiama l’altro, si riproduce di furbizia in furbizia, genera una rete di reciprocità, una gara di scambio…

La furbizia è il surrogato disonesto dell’intelligenza, che invece manca nel nostro Paese. O è sommersa, disconosciuta o disattivata, a tratti proibita. In ogni campo, in ogni potere, in ogni settore, la capacità e l’intelligenza, la competenza e l’affidabilità sono state sostituite da questo formidabile passe-partout, applicato a ogni settore. L’intelligenza capisce, collega, ha visione, ha strategia, va in profondità, rapporta i mezzi ai fini, va oltre il puro espediente di superficie per ottenere un risultato personale o apparente; l’intelligente cerca la soluzione, il furbo invece la trovata. L’intelligenza mira a una meta, il furbo galleggia e sceneggia. Con la furbocrazia viene meno la competenza, che è esperienza più studio, l’affidabilità, che è capacità più lealtà, e la capacità, che è intelligenza applicata, in grado di affrontare le situazioni reali.

Il nemico insuperabile della furbizia è però la realtà. Quando poi vedi gli effetti scarsi o negativi, quando noti i mancati risultati rispetto agli annunci e alle promesse, quando vedi che all’apparenza non segue alcuna sostanza, e i leader e i testimonial sono solo palloni gonfiati e simulatori, allora la furbizia si sgonfia. A quel punto il problema è stare attenti a non passare dal predominio di una furbizia all’altra…

MV, Panorama, n.2 (2021)

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Un paese chiamato Furbistan

“La catastrofe dell’Europa”

RECENSIONE DEL LIBRO DI FRANCESCO BOCO “LA CATASTROFE DELL’EUROPA. SAGGIO SUL DESTINO STORICO DEL VECCHIO CONTINENTE”
a cura di Daniele Trabucco (*)
Francesco Boco non solo é un giovane e promettente filosofo bellunese, ma é anche “profeta” nel senso etimologico del termine: parla con coraggio e forza al posto di coloro che dovrebbero farlo, ma non proferiscono parola poiché caduti nel “peccato originale” di quella concezione positivistica e habermasiana della “democrazia” che favorisce il relativismo e l’universalismo/cosmopolitismo di matrice illuministica. L’origine ed il destino dell’Occidente presuppongo per la loro comprensione una rocciosa filosofia della storia che si sviluppa nel rapporto, di splengeriana memoria, tra civiltá e civilizzazione (pagina 19). Mentre la prima indica lo stadio vitale e creativo, la seconda, viceversa, la fase conclusiva e decadente di un ciclo storico. La modernità, sottolinea molto bene il dott. Boco, è l’epoca della civilizzazione, o meglio della deturpazione crescente dell’essenza umana, smarrita nelle catene del calcolo esatto e al contempo imbevuta di quel faustiano spirito di illimitata tensione. In essa, un ego accresciuto a dismisura produce un umanesimo che è mero autocompiacimento di un uomo che considera l’essenza umana solo ed esclusivamente come suo merito. L’uomo moderno, infatti, è colui che più di ogni altro abita lontano dalla sua origine e non semplicemente in termini storici.
Egli è un vagabondo errante nella sua stessa terra natia che non riconosce ed è incapace di custodirla adeguatamente a causa di quella industrializzazione scientifica e di quella tecnica che estinguono ogni possibilità del dimorare autentico, divenendo gli “immutabili” (secondo il pensiero severiniano) cui l’uomo occidentale non rinuncia in quanto illusoria forma di sicurezza di fronte all’apparente (per Severino) divenire dell’Essere. É evidente, nel pensiero dell’autore, l’influsso heideggeriano sia sul piano della presa di coscienza del destino dell’Occidente, sia su quello della risposta alla sua decadenza. Sotto il primo profilo é noto come Heidegger (1889-1976) individui nel nichilismo il tratto peculiare dell’Occidente che domina la sua storia non già dai sussulti rivoluzionari ottocenteschi, ma fin dalle origini greche. Un’interpretazione che sconvolge le “carte” del pensiero e si condensa in un corso del 1940, che Heidegger stesso volle estrapolare dal “Nietzsche” del 1961 e pubblicare come testo a sé stante nel 1967. Il filosofo tedesco ritiene che, se prima di Platone la Veritá era intesa come “alètheia”, ossia come un dis-velamento che l’Essere “donava” all’esserci umano, con Platone, invece, vi è la nascita della veduta antropocentrica che comporta l’oblio dell’Essere, in quanto l’ente-uomo si sostituisce all’Essere. Per Platone, attraverso l’intuizione intellettuale e lo strumento logico della dialettica discorsiva, era possibile conoscere perfettamente il mondo delle idee (si veda, a tal proposito, “La lettera sull’umanesimo” di Heidegger). La verità assoluta era, quindi, accessibile all’uomo-filosofo. Da qui, allora, la necessitá, espressa nel testo della conferenza tenuta l’08 aprile 1936 presso il Kaiser-Whilem-Institut di Roma dal titolo “L’Europa e la filosofia tedesca”, di ritornare alla vera origine del pensiero occidentale (pagina 15). É questo l’unico modo sia per svelare la tragicitá dell’universalismo della civilizzazione proprio della visione illuministico-kantiana, che cancella popoli e identitá, sia per rifondare la civiltá. Questo é possibile, secondo il filosofo bellunese, solo se si coglie (pagina 226) “la gravitá del presentarsi dell’essere”, ossia la sua presenza anche quando non é compreso. Infatti, é unicamente nel suo concedersi all’uomo da parte dell’Essere che ogni popolo sará in grado di “declinare il mondo che abita secondo il proprio esserci” (pagina 254). Non siamo in presenza del “pietrificato” (per Giovanni Reale) Essere parmenideo, ma di un “fatto storico (diveniente) che non si esaurisce nella storia”.
Ora, poiché l’Essere heidegerriano non é una sostanza stabile e non è caratterizzato da un’essenza statica che stabilisca, una volta per tutte, che cosa esso sia, dal momento che è quello che è solamente nel fatto di esistere, nella sua concreta esistenza nel mondo per come si dà di volta in volta, solo se un popolo lo coglie eroicamente nel suo darsi, é in grado di realizzarsi appieno. In questo modo, per Boco, l’Occidente potrá trovare quella forza unificante idonea a salvarlo dalla civilizzazione imperante. A Francesco il grande merito, con la sua opera, di spronare ad una riflessione filosofica seria, capace di volare sopra la nientitá della attuale cultura europea.
(*) Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/Centro Studi Superiore INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico.

LA STORIA NON CI HA INSEGNATO NIENTE: UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE APPARENTE É DIETRO L’ANGOLO

 

Il sistema parlamentare italiano è di tipo bicamerale perfetto, ossia Camera dei deputati e Senato della Repubblica – seppur con differenti composizioni, il maggior ruolo del Presidente del Senato e alcune differenze procedurali dettate dai rispettivi regolamenti – svolgono la medesima funzione: entrambi devono approvare un testo nella stessa formulazione.

Prima la riforma costituzionale di Berlusconi e poi quella di Renzi hanno cercato di modificarne sensibilmente l’assetto ma la bocciatura in sede referendaria ne ha impedito l’entrata in vigore.

Da anni questo modello istituzionale è illegittimamente picconato ma quello che sta avvenendo in questi mesi e, ancora di più, in questi ultimi giorni fa inorridire anche il più ciuccio dei giuristi.

Oramai, in totale contrasto con la Costituzione e con i regolamenti parlamentari (anch’essi di rilievo costituzionale), si è passati da una Repubblica bicamerale perfetta ad una monocamerale a gestione governativa.

L’apposizione costante della questione di fiducia su articolati incomprensibili in forma di maxi-emendamenti taglia la lingua e impedisce qualsiasi iniziativa a parlamentari e gruppi parlamentari, di opposizione e maggioranza, violando, altresì, le più elementari regole della tecnica legislativa e aprendo la stura, quindi, a disposizioni incomprensibili.

Un poco di ordine per capire meglio.

La questione di fiducia viene richiesta dal Governo (tramite il Ministro per i rapporti con il Parlamento) per ridurre al massino i tempi di approvazione di una legge o di un disegno di legge di conversione di un decreto legge, considerati di prioritaria importanza per l’azione dell’Esecutivo. Siffatta richiesta determina la decadenza di tutti gli emendamenti ed i subemendamenti sino a quel momento presentati, esprimendosi, di conseguenza, l’Assemblea sul testo redatto dalla Commissione competente o proveniente dall’altro ramo; la sua mancata approvazione genera le dimissioni del Governo (al pari del voto di una mozione di sfiducia o di una mozione di fiducia che non ha raggiunto la maggioranza). È ovvio che questo mezzo è adoperato da qualsiasi Governo come grimaldello, o se preferite minaccia, per far votare a favore tutti i parlamentari che lo sostengono. L’attività del parlamentare consiste proprio nella ricerca del miglioramento dell’atto normativo per il tramite di emendamenti, subemendamenti e ordini del giorno: impedire i primi due significa menomare l’essenza primigenia della funzione legislativa assembleare, quasi del tutto illegittimamente assorbita da quella governativa. La questione di fiducia, prevista dai regolamenti parlamentari, è un’arma potente che andrebbe adoperata in maniera accorta e accurata, rischiando essa di cancellare dalla cartina geografica istituzionale le competenze della Camera e del Senato, rimanendo così lettera morta gli artt. 70-82 della Carta. La stessa Consulta – con l’ordinanza n. 17 del 2019 –  ha facoltizzato i singoli deputati e senatori ed i loro gruppi di appartenenza ad adirla in presenza di “sostanziali negazioni” o di “evidenti menomazioni”.

Non finisce qui. Il Governo oramai è solito, prima di presentare la questione di fiducia, riformulare il disegno di legge di bilancio o i disegni di legge di conversione dei decreti legge in un unico articolato, inglobante il testo originario con tutte le eventuali modifiche apportate dalle commissioni competenti o dall’altro ramo del Parlamento (se già coinvolto). Questa riformulazione forgia una normativa estremamente complessa e di difficile lettura anche per gli esperti del settore, formata prevalentemente da pochi articoli (se non da uno solo) parcellizzati in commi base e aggiuntivi (bister, etc), oltre che in lettere suddivise a loro volta in numeri (senza contare i continui richiami ad altre norme).

Alla grossolana violazione della Costituzione dovuta alle continue, anzi ossessive richieste di fiducia ad opera del Governo, si somma l’altrettanta lesione costituzionale cagionata dalla inintelligibilità delle disposizioni, la cui comprensione necessita non solo di una laurea in giurisprudenza, ma anche di un diploma di specializzazione e, persino, di un dottorato di ricerca. Pochi giorni or sono, in sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto legge c.d. “Ristori quater“, il Governo ha annunciato la questione di fiducia su un provvedimento che aveva alcune sue non irrilevanti porzioni (poi espunte) dichiarate improponibili dal Presidente del Senato Casellati per estraneità con il decreto legge, mentre il relatore di maggioranza chiedeva la sospensione della seduta non riuscendo più a “raccapezzarsi” su quanto scritto.

In questi giorni si è giunti alla apoteosi: un qualsiasi studente universitario sarebbe bocciato per molto meno!

La legge di bilancio (ex legge finanziaria ed ex legge di stabilità), architrave dell’ordinamento giuridico italiano, ha un iter complesso il cui inizio parlamentare dovrebbe, di norma, incominciare il 20 ottobre con il deposito, per volontà del Governo, dell’apposito disegno di legge; il “Conte bis” lo ha presentato il 20 novembre e, solo a ridosso del Natale, ne è iniziata alla Camera dei deputati la “discussione” (nella accezione eufemistica del termine), chiusa con un voto di fiducia su un testo costituito da pochi articoli di cui uno dotato di 1.150 commi, testo poi approvato in via definitiva, dopo un passaggio fugace quanto risibile in Commissione bilancio, dall’Aula del Senato lo scorso 30 dicembre, ossia due giorni prima che scattasse (il 1° gennaio 2021) l’esercizio provvisorio del bilancio ex art. 81, comma 4, Cost., ossia prima che  fosse sparato il colpo di grazia all’Italia.

Non è trascorso un battito d’ali dalla sua pubblicazione che il Governo ha già avvertito la necessità di varare un nuovo provvedimento d’urgenza volto alla correzione di alcune norme che, già al momento della votazione, erano risultate viziate da errori, imprecisioni, inesattezze, se non, addirittura, lambite dal sospetto dell’assenza della necessaria copertura prevista dall’art. 81, comma 3, Cost.

Mi corre l’obbligo evidenziare che, mentre in fretta e furia approvava la legge di bilancio, nelle stesse ore il Senato convertiva, sempre con le stesse modalità e nella imminenza della scadenza del prossimo 9 gennaio, anche il decreto legge sulle misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della regione Calabria e per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni a statuto ordinario.

Dalla democrazia parlamentare stiamo passando ad un ordinamento “esecutivicentrico” in cui, però, non tutti i Ministri posseggono una autentica pari dignità ordinamentale, visto che soltanto un manipolo di costoro, insieme al Presidente del Consiglio, ordina, comanda e dispone, tesse e disfa a proprio piacimento, accompagnato dal dubbio – almeno una sua parte – di ricoprire le vesti di semplici portavoce di organismi che sconfinano sfacciatamente dalle frontiere costituzionali ed amministrative.

Qualcuno, in conclusione, potrebbe affermare che si sia intrapreso il cammino verso una forma di Stato autoritario, dittatoriale o totalitario (convincimento che potrebbe risultare rafforzato dalla visione dell’ordinanza del Tar Lazio, sez. I, n. 4768 del 4 dicembre 2020 e di quella del Tribunale civile di Roma, sez. VI, n. 45986/2020 del 16 dicembre 2020), anche se probabilmente sarebbe più opportuno coniare una nuova dicitura, una nuova categoria, creazione sollecitata dal mosaico che ci stanno proponendo (o propinando?): uno Stato orwelliano con venature teocratiche, laddove è la “scienza” a fungere da opprimente religione laica.

prof. Fabrizio Giulimondi

DA

http://www.statiunitiditalia.it/la-storia-non-ci-ha-insegnato-niente-una-democrazia-parlamentare-apparente-e-dietro-langolo/

Il partito di Conte è un bluff di Casalino

di LUIGI BISIGNANI

Le grande del partito personale

Il sussulto di testosterone è forse dovuto al fatto che il Premier sta vedendo svanire, oltre che Palazzo Chigi, anche il disegno del suo partito personale? Il progetto della Lista Conte, per di più, sta mettendo in crisi anche “Giuseppi e Rocco”, la più eccentrica coppia politica del 2020. La creazione di un nuovo movimento con a capo il Premier è il piano che Rocco Casalino aveva in mente e che da tempo sta forsennatamente perseguendo mobilitando la sua falange di collaboratori, consulenti ed ‘aficionados’ raccolti tra servizi di sicurezza e società parapubbliche. Agli inizi anche Conte ci credeva, tronfio delle voci e dei sondaggi amichevoli che lo vedevano come un novello Lamberto Dini o Mario Monti in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi. Ma in questi giorni tutto è cambiato, dopo che il consulente di un’importante società di marketing politico (che non è la Casaleggio Associati) gli ha fatto notare che senza la grancassa della Presidenza, solo per partire con un nuovo simbolo, bisogna trovare come minimo 30 milioni di euro tra pubblicità tv, radio e giornali, Twitter, Facebook, Instagram.

Chi conosce bene Conte, non si stupisce affatto della brusca frenata sul suo partito personale che invece ha mandato su tutte le furie Rocco, il quale, comunque, sta portando avanti questo bluff come deterrente contro le elezioni. Il Presidente del Consiglio, sin dai primi passi nelle Università, è sempre stato infatti il tipico uomo beta che si è fatto le ossa all’ombra di uomini alfa: nel mondo accademico e della libera professione legandosi, per laurearsi, a Giuseppe Ferri, che poi ha subito abbandonato, e ad un fuoriclasse del diritto come Guido Alpa, che l’ha protetto, difeso e valorizzato. Lo stesso discorso vale nella Chiesa, dove in questo caso l’alfa in tonaca è stato il cardinal Achille Silvestrini. In politica, i personaggi a cui si è attaccato come una mignatta sono stati, nell’ordine, Alfonso Bonafede ma soprattutto Luigi Di Maio, in seguito quasi ripudiato, Davide Casaleggio, mandato alle ortiche, Matteo Salvini, oggi schifato, poi alla bisogna, Matteo Renzi, con il quale è finito a pesci in faccia, Nicola Zingaretti e, da sempre, Sergio Mattarella. Tutti quanti, oggi pentitissimi, gli hanno permesso di crearsi una certa aurea personale e una sorta di dignità politica, a danno degli italiani, dei conti pubblici e dei rapporti internazionali.

Ma perché il Premier adesso è spaventato dal farsi un partito? Nella sua vita, sia professionale che privata, Conte è sempre stato oculato, per nulla avido e con i suoi clienti, la maggior parte di risulta, ha spesso anteposto il lavoro “matto e disperatissimo”, soprattutto nelle ore notturne, rispetto ai suoi onorari. Smodatamente scrupoloso, terrorizzato da qualsiasi benché minima contestazione: quelle piccole grane burocratiche in cui è incappato sono state per lui un incubo e, quindi, l’idea di un nuovo emblema politico attorno a sé, da presentare con liste e candidati in tutta Italia, lo atterrisce, ben sapendo che partirebbe una caccia all’uomo che psicologicamente non riuscirebbe proprio a sopportare. Anche oggi è ossessionato dall’inciampare in un peculato o in un abuso d’ufficio, peraltro una delle ragioni principali dei suoi continui tentennamenti.

Ma se, per ragioni di pura prudenza, ha messo da parte il suo partito, non si può dire altrettanto della sua infinita vanità. Ed ecco che lo spauracchio di una lista personale può servire per cercare di mettersi a capo del Movimento 5 Stelle o, addirittura, di proporsi come candidato Premier del Pd o comunque di qualcosa che già esiste. Anche se ormai il suo bluff è stato scoperto. Un funambolo della politica come Gianfranco Rotondi “vede” anche altri scenari che oggi sembrano inverosimili, mettendo magari insieme a Conte pezzi di Forza Italia, di Italia Viva e qualche esponente della società civile per un nuovo grande partito di centro.

Fantasie di Capodanno? Forse. Ma che ci faceva qualche tempo fa a Milano in via Solferino nella sede de Il Corriere della Sera, per un’ora e mezza, proprio Rotondi, mentre si trovava lì, guarda caso, anche un furetto come Urbano Cairo? Chi vivrà vedrà.

Luigi Bisignani, Il Tempo 3 gennaio 2020

Psicoreato, ci siamo. Ecco il programma per individuare gli “estremisti”. In base a “sensazioni”

di Aldo Maria Valli

Signore e signori, lo psicoreato, previsto da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984, sta diventando realtà.

Orwell immagina che il thoughtcrime (crimethink nella neolingua) sia il reato che consente di applicare lo strumento repressivo per eccellenza nel sistema totalitario descritto nel libro. In 1984 commette infatti psicoreato chiunque osi anche solo pensare qualcosa che non sia in linea con le teorie del Grande Fratello. A tal scopo il Partito ha istituito un apposito reparto di controllo e repressione, la Psicopolizia. In genere lo psicoreato è segnalato alla Psicopolizia dagli onnipresenti teleschermi, ma si può anche essere scoperti direttamente da un agente della Psicopolizia in incognito oppure essere traditi da colleghi, amici e perfino parenti. I responsabili, una volta individuati e arrestati, vengono condotti nel ministero dell’Amore, dove, dopo apposito trattamento (torture, umiliazioni) il cervello viene ripulito, in modo che al posto di strane idee contenga solo amore incondizionato: ovviamente per il Partito e per il Grande Fratello.

Ebbene, oggi, nella realtà, la polizia britannica ha lanciato un programma, già operativo, per denunciare persone (anche conoscenti, amici e parenti) colpevoli di “visioni estremiste”, così che possano essere opportunamente rieducate.

Il programma si chiama Prevent e viene presentato così: “Può essere difficile sapere che fare se sei preoccupato che qualcuno vicino a te stia esprimendo opinioni estremiste o odio estremo, qualcosa che potrebbe portare queste persone a danneggiare loro stesse e gli altri”. Pertanto, ecco che “la polizia protegge le persone vulnerabili dallo sfruttamento da parte degli estremisti”. Lo fa, appunto, mediante Prevent, programma del ministero degli Interni, dove si possono leggere esortazioni di questo tipo: “Agisci presto e comunicaci le tue preoccupazioni in confidenza. Non sprecherai il nostro tempo e non rovinerai vite, ma potresti salvarle”.

Non troppo diversamente dalla Psicopolizia orwelliana, Prevent “aiuta” le persone che coltivano idee strane. Per dimostrarlo, il sito propone alcune storie che descrivono interventi di correzione di cittadini “affetti” da visioni vagamente definite di “estrema destra” e da altre caratterizzate da estremismo islamico. Curiosamente, non è descritto nemmeno un caso di persone “affette” da idee di estrema sinistra.

La prima storia descritta parla di uno studente di nome John che “ha iniziato a condividere post di estrema destra sui social media e a partecipare a manifestazioni”. Proprio “dopo aver invitato un insegnante a una manifestazione estremista, John è stato indirizzato al programma Prevent dal suo college”. Continua a leggere

I dubbi del re Mattarella

 

Dubito ergo sum. Sergio Mattarella, il Presidente Tentenna, è assalito da dubbi che gli hanno rovinato il Natale: uno di carattere costituzionale, l’altro economico, visto che per Bruxelles le risorse del Recovery Fund realmente utilizzabili sono circa 110 miliardi di euro e non 209. Gli interrogativi che vagano nei corridoi della Manica Lunga del Quirinale sono fondamentalmente due: fino a quando può continuare questa assurda accozzaglia di governo senza andare alle elezioni? E poi, dal momento che i numeri messi sul tavolo dal Mef non sono veri, l’Ue boccerà clamorosamente la manovra italiana e ci manderà la Troika?

I dubbi sull’elezione del Capo dello Stato

Il Capo dello Stato sa che non può più tergiversare. Finché c’era un’alleanza che reggeva e un premier in qualche modo sopportato, se non supportato, poteva anche far finta di nulla, ma ora che la maggioranza si va via via sgretolando, dalla Tav alla delicatissima questione dei Servizi di sicurezza, è ora di agire. Ma c’è un altro tema delicatissimo che viene sottoposto all’attenzione del Capo dello Stato in vista del nuovo settennato: può questo Parlamento eleggere il Presidente della Repubblica con una rappresentanza che non rispecchia più gli equilibri del Paese? Basti pensare al crollo del Movimento 5 Stelle dal 32,7 al 14 percento e all’esplosione di Fratelli d’Italia dal 4,3 al 16 percento. Mattarella rischia di esser ricordato, nelle cronache costituzionali, come il Presidente che – incurante dell’esito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari – ha voluto ad ogni costo forzare le Camere, ormai delegittimate, a trascinare la legislatura fino al “semestre bianco”, in spregio a dinamiche non più conformi alla Costituzione, pur di assicurare, sempre e comunque, la fiducia ad un Governo, a sua volta privo di ogni investitura e quindi non più espressione della sovranità popolare. La scusa della pandemia non regge più visto che si vota dagli Stati Uniti a Israele.

Conti in rosso per il duo Conte-Gualtieri

Inoltre, una nota riservata giunta da Bruxelles mette sotto accusa i conti della coppia Conte-Gualtieri. Ipotizzando anche i 209 miliardi totali, il Governo ne ha già utilizzati oltre 75 per i suoi bonus pot-pourri e i suoi “ristori”. Il Governo pare intenzionato a fare con l’Europa il giochino di sostituire, per tale importo, i titoli di debito pubblico nazionale già emessi con equivalenti titoli “europei”. Ma la Commissione non ama trucchi e inganni e non consentirà partite di giro. Lo spazio in bilancio disponibile sui saldi programmati, poi, consente all’Italia di spendere al massimo 110 miliardi aggiuntivi, metà dei quali sempre e comunque a debito. In ogni caso, molti meno dei 209 miliardi sbandierati dall’Esecutivo di Conte che dovrà quindi rifare i conti. I controlli di Bruxelles sui progetti italiani sono diventati stringenti e il rischio di doverli riprogrammare più volte in corsa è più che attuale. Ma al secondo tentativo andato a vuoto, l’Europa prenderà carta e penna e scriverà per noi e allora davvero il rischio della Troika sarà sempre più concreto, anche perché il duo Conte-Gualtieri viene considerato ormai inadeguato oltre che da Zingaretti, di Maio e Renzi anche dalle cancellerie europee, Merkel in testa.

Le linee dell’Ue, come è noto, sono più vicine al centrodestra, da sempre a favore dello sviluppo, delle grandi opere e delle infrastrutture, meno al Partito Democratico e tantomeno ai grillini, allergici agli investimenti, o a Conte stesso, avvezzo ai sussidi demagogici. In questo scenario, Mattarella, con la sua esperienza e la sua saggezza, sa che non può più continuare a fare il Ponzio Pilato della situazione. L’omissione può diventare più colpevole dell’azione.

DA

I dubbi del re Mattarella

C’è bisogno della verità come dell’aria per respirare

Fonte: Accademia nuova Italia

di Francesco Lamendola

La cultura relativista e materialista in cui siamo nati e cresciuti ci ha familiarizzati con l’idea che la verità non solo non è raggiungibile, ma non è nemmeno desiderabile; che la pretesa di averla e di mostrarla equivalga a un tentativo di violenza sugli altri, ciascuno dei quali ha diritto alla sua verità; insomma che l’assenza di una verità condivisa, certa, assoluta, sia la miglior garanzia per il buon funzionamento della società e il rispetto della democrazia, la quale non tollera che arrivi qualcuno a dire: Adesso vi dico io come stanno in realtà le cose, perché tale pretesa sarebbe una forma di totalitarismo, d’integralismo e (tanto per cambiare) di fascismo. Eppure il bisogno di verità è insito nell’animo umano, fa parte della sua natura e caratterizza il suo statuto ontologico, al pari del bisogno della bontà, della giustizia e della bellezza. Senza una di queste cose, la vita umana diventa un vagabondare senza a meta sulle strade ingannevoli del mondo, simile agli andirivieni di un cieco che si muove a tentoni, incerto sulle gambe e ignaro dei pericoli che potrebbero presentarsi lungo la strada. La più importante di tutte, però, è la verità: la quale, ben lungi dall’essere un bene superfluo, un qualcosa di cui l’uomo moderno può fare a meno, come se fosse un inutile residuo del passato, essa è la condizione che rende possibile ogni azione razionale, ogni pensiero, ogni sentimento; senza di essa tutto crollerebbe, nulla avrebbe più un valore o un significato. E ciò è talmente vero che perfino la persona più meschina ed egoista, la più sprofondata nelle tenebre del disordine morale, è costretta ad ammettere che senza la verità, anche la sua stessa esistenza diverrebbe qualcosa di molto simile a un’assurda tragicommedia, se non addirittura un inferno sulla terra. Proviamo infatti a immaginare l’assenza di verità nei gesti quotidiano più semplici, nelle cose di ogni giorno, nelle normalissime relazioni interpersonali sulle quali si regge l’esistenza di qualunque gruppo umano organizzato. Proviamo a immaginare un panettiere che mente sulla composizione del pane, una maestra che non dice la verità quando spiega la lezione ai bambini, o un militare che mente quando giura di servire fedelmente lo Stato, o un religioso che mente quando parla delle cose divine e si accinge a celebrare i sacri misteri. Proviamo a immaginare un commerciante che mente ai clienti sul conto da pagare, gonfiandolo oltre misura, magari profittando del fatto che sono stranieri e non capiscono bene la lingua; un medico che mente al paziente sulla diagnosi, magari per indurlo a sottoporsi a un intervento inutile, ma costoso (sono successi e succedono anche simili orrori); un postino che mente ai superiori quando dice di non aver potuto consegnare la posta, mentre la verità è che non ne aveva voglia e ha finto che gli indirizzi non fossero segnati esattamente. Proviamo a immaginare, come purtroppo succede, una banca che non dice la verità ai risparmiatori, che li illude facendo loro acquistare dei prodotti finanziari malsicuri, e  fa loro perdere grosse somme, dopo averli illusi con la prospettiva di facili guadagni, per compiacere i propri dirigenti disonesti. Proviamo a immaginare un meccanico di automobili che non dice la verità al suo cliente allorché afferma di aver messo nel motore l’olio antigelo, per realizzare un illecito profitto facendo pagare come olio antigelo l’olio normale; o un dentista che mente al paziente dicendo che un certo dente è cariato e si trova in condizioni assai critiche, inducendolo a fare un grosso lavoro ortodontico, di cui in realtà non vi è bisogno, al solo scopo di spremergli denaro. Continua a leggere

“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra”

Una testimonianza dall’aeroporto di Mogadiscio.

Qualche tempo fa mi trovavo in volo verso Mogadiscio.
Subito dopo l’atterraggio, appena sceso dall’aereo, incontro un cruciff (l’addetto dell’aeroporto che indica al pilota dove “parcheggiare” l’aereo).
Era un ragazzo sulla ventina, somalo, che accorgendosi del fatto che ero italiano, si avvicina e comincia a parlarmi. Mi parlava con un’enfasi particolare e non capivo inizialmente il perché, mentre io mi mantenevo un pò diffidente. Presentazioni, poi mi chiede da dove vengo.
A quel punto inizia a farsi più appassionato nelparlarmi, poi capisco perché e mi si apre un mondo. Qualche anno addietro ero ancora un pò restio a credere alla “storia non raccontata”, tendendo più invece a quella che troviamo sui libri…
Faccio una sintesi della parte più interessante della conversazione, che si svolse più o meno così (il tempo non aiuta a ricordare bene ogni singola parola):
Somalo: “Quindi sei italiano? Bella l’Italia! Belle macchine! Sono fatte bene e durano tanto!”
Io: “Ma perché, avete macchine italiane qui?”
S: “Non più tante ormai, qualche camion ancora c’è e funziona. Adesso sono tutte cinesi” (penso si riferisse alle auto orientali in genere)
Io: “Capisco…”
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Qualche secondo di pausa poi mi fa all’improvviso una domanda, quella che mi ha sorpreso di più:
 
“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra” (civile).
Parecchio stupito, resto un attimo in silenzio. Ammetto di essermi sentito in imbarazzo… E anche un pò confuso. E io che pensavo che ci odiassero!
Mi mantengo sul vago e chiedo:
“Come vanno le cose qui in Somalia?”
“Non bene, c’è la guerra, la fame e tiriamo a campare. A nessuno interessa di noi.”
Su questo avrei da argomentare visto che al Checkpoint Pasta, dei ragazzi italiani ci sono rimasti purtroppo… Ma lascio perdere e sto zitto, annuisco e lui continua:
“Adesso qui ci sono solo cinesi e turchi che costruiscono.”
Io: “Beh sò che stanno facendo ad esempio la ferrovia Addis Abbeba – Gibuti, è un bene no?”
Non mi risponde, fa la faccia vaga. Io stesso realizzo che forse avrebbero preferito vedere altre facce da quelle parti.
Va via perché arriva un altro aereo ma dopo poco ritorna e mi dice,tutto contento:
“La mia famiglia è una famiglia di pescatori, da generazioni. Qui peschiamo ancora così come ci avete insegnato voi italiani.”
Sorrido, di cuore e rispondo: “Ma davvero? Mi fa piacere sentirti dire questa cosa!”
S: “Si e anche i pesci, li chiamiamo come voi in Italia!”
Segue a elencarmene alcuni in un italiano molto accentato… Poi mi elenca i nomi di alcuni tipi di coltivazioni che abbiamo importato, sempre in italiano.
A questo punto devo andare.
Lo saluto, è stato un vero piacere conoscerlo. Lui mi saluta con un mesto sorriso.
Se non lo avessi mai incontrato forse non avrei aperto gli occhi su questa vicenda, continuando stupidamente a credere solo a certe cose e rifiutarne altre per partito preso. Per non pensare differentemente da quanto ci insegnano.
Noi italiani sicuramente non siamo stati dei santi qui. Sicuramente non tutti saranno della stessa opinione del ragazzo somalo che ho incontrato. Ma una cosa è certa: durante l’era coloniale, qualsiasi stato ha giocato sporco, altri hanno giocato sporchissimo ma questo i
libri non lo dicono. Non che sia una giustificazione, ma la differenza se non altro sta nel “dopo”. Leggevo che ad esempio gli italiani abolirono la schiavitù da quelle parti a differenza di altri e che si lavorava spesso insieme, non con la frusta in mano.
Gli italiani hanno costruito strade, ponti, porti, fari, città e reso la loro vita un pochetto migliore forse.
Io non c’ero, non posso affermarlo per certo ma le testimonianze restano e quella che ho toccato con mano io mi ha sorpreso.
Senz’altro abbiamo preso con la forza alcuni territori africani, in un periodo dove la corsa coloniale era attualità ed era ben giustificata, era sinonimo di grandezza e di potenza.
Ma ci sono persone lì che ci ricordano tutt’ora così e le conclusioni le lascio a voi.
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“Perchè siete andati via? Si stava bene quando c’eravate voi. C’era lavoro e non c’era la guerra”

Pure la Ragioneria boccia Conte

DI LUIGI BISIGNANI

 

Riuscirà questa volta Giuseppe Conte a blandire le ultime sacrosante irruzioni di Matteo Renzi? Da mesi, ormai, con Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio gioca al gatto e al topo e finora gli è andata bene. Ma in questo caos istituzionale sul Recovery Fund la lotta di Giuseppi per la sua sopravvivenza si sta facendo ancora più dura. Cinque milioni di poveri alla porta e un impatto drammatico sulla qualità dell’occupazione. Con un settore statale e parastatale come sempre intoccabile a cui si contrappone un settore privato al tracollo, dalle grandi alle piccole e medie imprese. Un divario sociale che provocherà ulteriori disuguaglianze, proteste e disordini, con uno smartworking non normato e fumoso, in cui alcuni lavorano in modo forsennato mentre per altri, invece, è una sorta di Smart holiday, una buona scusa, insomma, per non evadere le richieste delle aziende e dei privati cittadini per un’autorizzazione, un indennizzo o un finanziamento vitale.

Recovery, gestione senza visione

Se questa drammatica gestione andrà avanti, i fondi dell’Europa arriveranno in grave ritardo, i finanziamenti saranno vanificati in mille rivoli, in totale assenza di una visione sul rilancio economico del Paese e con un Mezzogiorno sempre più distante dal resto dell’Italia e dall’Europa. Con la sconfortante assenza di risultati per il 2021, salvo forse coprire qualche buco di bilancio del 2020. Tutto questo è stato anche rimarcato in modo drammatico durante un pre-Consiglio dei ministri in cui la maggioranza dei direttori generali dei ministeri si è scagliata contro l’élite di Consiglieri, di Stato e non, del Principe-Premier che, a dispetto di ogni minima regola democratica istituzionale e costituzionale, intendeva esautorare tutta l’Amministrazione per favorire dei “nominati”, scelti da un televoto ristretto composto solo da lui stesso e da Rocco Casalino, ai quali veniva addirittura garantita una forma di impunità per i prossimi sei anni, indipendentemente da chi governerà il Paese. Praticamente la vincita di una lotteria senza aver comprato neppure il biglietto e, per di più, senza alcun controllo neppure della Corte dei Conti.

Governo nel caos

Davanti a questa edonistica deriva ‘libertaria’, perfino il Ragioniere generale dello Stato, Biagio Mazzotta, si è opposto con tutta la sua riconosciuta autorevolezza. E in questo caos, in cui Conte sguazza sgusciando, i nostri leader politici non riescono nemmeno a chiudersi in una stanza per trovare una via d’uscita indicando un nuovo Premier e con loro stessi al governo. Ormai non si parlano più, se non attraverso i giornali o piattaforme tipo Zoom. Un dibattito politico anestetizzato da finestrelle su uno schermo in cui ognuno parla con tempi stabiliti, senza pathos e con discorsetti preconfezionati. E questa politica guidata da una tecnologia a distanza non fa che rafforzare l’arroccamento di ciascun leader nel seguire la propria agenda personale: Zingaretti sta attento a non perdersi il partito, Di Maio a riprenderselo, Franceschini sogna il Quirinale, Mattarella è indeciso se seguire il consiglio interessato del Segretario Generale Ugo Zampetti a ritentare il bis, nessuno cavalca i temi ambientalisti e digitali fatti propri da Elly Schlein, mentre Renzi è ancora confuso dal dilemma tra Nato o Farnesina, tra sparigliare o accucciarsi, o tentare di fare il kingmaker di una nuova alleanza frittomisto, allargandola magari anche a Matteo Salvini.

Comunque almeno Renzi si è ripreso la scena e, sorprendentemente, di nuovo anche l’Amministrazione dello Stato, che ha visto nel suo ultimo sussulto d’orgoglio una rivincita, dopo l’orgia di inutili consulenti a Palazzo Chigi. Con un Capo del governo che assomiglia sempre più all’ ’Uomo di fumo’ del romanzo di Palazzeschi e che, però, a furia di circondarsi di super advisor senza esperienza, continua a pensare solo al suo ego personale: con un suo partito? O con un nuovo studio legale con decine di partner? Oppure pretendendo magari la nomina a giudice costituzionale, ambendo di diventare una riserva della Repubblica?

Se prima o poi si voterà, ci penseranno gli italiani a rimandarli tutti a lavorare e a non fare più danni all’Italia. Mattarella permettendo e sempre salvo intese con il favore delle tenebre.

Luigi Bisignani, Il Tempo 13 dicembre 2020

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Pure la Ragioneria boccia Conte

Becchi e Tarro: 5 proposte contro la dittatura sanitaria

 

Considerazioni controcorrente sull’emergenza di Paolo Becchi e Giulio Tarro.

Oggi abbiamo un Cts, che consiglia il Governo, composto in larga prevalenza da medici, a cui se ne vorrebbe contrapporre un altro, istituito dal Parlamento, formato da altri medici. Il rischio è che la cosiddetta “guerra al virus” si trasformi in una guerra tra virologi. Diciamola tutta, non ci pare una grande figata. Meglio sarebbe, a nostro modesto avviso, un “Consiglio interdisciplinare” di saggi, composto da medici, filosofi, giuristi, economisti, psicologi, sociologi, antropologi, teologi, letterati, uomini di cultura, che affronti l’emergenza da punti di vista diversi e non unicamente da quello sanitario.

Una pandemia non è solo una questione medica ma è un fenomeno sociale e come tale andrebbe affrontata. La malattia è di solito nelle società moderne un fatto privato, intimo, anche se oggi qualche volta viene spettacolarizzata. Il cancro è tuo e te lo gestisci come vuoi, ma un virus è contagioso e qualche volta fa male, molto male anche a chi ti è vicino. Insomma, una malattia virale è una malattia sociale e ci riguarda tutti, sani e malati. Potrebbe essere l’inizio di un percorso, se altri fossero d’accordo nel seguire questa idea: si tratta di mettere insieme un gruppo di persone libere che con diverse competenze si interroghi su quello che sta avvenendo oggi in Italia e nel mondo a causa di un “ospite indesiderato”, che sta cambiando le nostre vite e con cui probabilmente dovremmo imparare a convivere. Contrapporre Palù a Crisanti, Bassetti a Burioni, non ci porta lontano. Anzi è destinato a creare nell’ opinione pubblica maggiore confusione, e quindi maggiore disorientamento e panico. Ecco le domande da cui prendere le mosse a cui fanno seguito alcune domande più specifiche.

  • Che fare?

  • Come leggere l’aumento dei morti in questi giorni?

  • Cosa è sbagliato fare?

1. Che fare?

La Covid19 non è sparita dopo sei mesi come la prima Sars, poteva ricomparire come la Mers, ma in maniera localizzata e invece è diventata stagionale, come l’Aviaria che è ricomparsa in Giappone proprio in questi giorni. Siamo pertanto destinati a convivere con questo virus. Per questo serve una cura farmacologica e non solo un vaccino. Il virus è mutevole, anche questa è la conclusione a cui è giunta la comunità scientifica. Ma sappiamo come affrontarlo. Vi è una terapia per la forma iniziale di presentazione della malattia basata sull’ossiclorochina e sull’azitromicina, vi sono poi degli antivirali come il remdesivir, usato già per l’ebola, il fapilavir (avigan), dal 2014 prodotto in Giappone, e l’ivermectin, usato già in Australia per la dengue e la zika. Inoltre, conosciamo l’importanza dell’eparina e dei suoi derivati insieme al cortisone, in particolare il desametazone, per il problema della tromboembolia dei piccoli vasi degli organi vitali ed infine la sieroterapia con gli anticorpi specifici dei guariti, che viene adesso utilizzata anche come profilassi per 35 mila operatori sanitari in USA.

La malattia è dunque sin da ora guaribile, anche se non abbiamo ancora il vaccino. La domanda è: vengono i malati in Italia sottoposti a queste cure? Infine, la terapia dei soggetti diagnosticati con la virosi all’inizio della stessa, si tratta all’incirca dell’80% dei pazienti, può essere curata da casa con l’assistenza del medico di famiglia. Le cure domiciliari sono fondamentali per alleggerire gli ospedali, ma i medici di base sono purtroppo lasciati al loro destino e a questo punto diventa per loro difficile garantire visite domiciliari a pazienti. Per le vere emergenze ovviamente sono necessari, su tutto il territorio nazionale, posti di terapia intensiva, e qui è del tutto evidente che il governo non è stato all’altezza del compito. Come del resto non è all’altezza nella gestione delle RSA che stanno di nuovo presentando le stesse problematiche riscontrate in primavera.

Un ulteriore importante aspetto è il seguente: invece di tenerli riservati i documenti del Cts andrebbero divulgati, con tutti i dati epidemiologici che possono essere utili a contrastare la diffusione del virus. Andrebbe pertanto istituito a livello nazionale un database pubblico con tutti i dati utili. Da questi semplici dati ci sembra di poter concludere che la gestione dell’emergenza sia stata fallimentare.

Come leggere l’aumento dei morti in questi giorni

Un discorso a parte, ma ovviamente collegato all’aumento del numero dei morti in questi giorni, riguarda le degenze delle terapie intensive e la percentuale dei malati di Covid sui ricoverati totali. I pronti soccorsi pieni non rappresentano un “disastro”, visto che il 60% dei pazienti è in codice verde. I ricoveri nelle terapie intensive, che ad oggi non hanno alcun problema in termini di numeri e di posti occupati, sono principalmente dovuti ad altre malattie. Un soggetto potrebbe essere stato intubato anche a seguito di un incidente stradale o sul lavoro e solo dopo il tampone risultare anche positivo alla Covid-19.

Questo determina numeri complessi in quanto in caso di ipotetico decesso futuro la causa della morte non sarà stata certamente la malattia virale, anche se è al virus che verrà imputata. È la nota questione del decesso con Covid e decesso per Covid. I numeri dunque non sono – a nostro avviso – corretti, ma con i numeri vengono giustificate le iniziative ed i provvedimenti presi dal governo e dalle giunte regionali. Ovviamente siamo pronti ad ammettere che proprio nelle ultime settimane la mortalità sia aumentata in Italia in modo significativo, ma bisogna chiedersi perché questo sia avvenuto. Si tratta della conseguenza di un sistema sanitario che da tempo non funziona, a causa dei risparmi di spesa, o del mancato uso della mascherina? In Svezia, dove l’uso obbligatorio delle mascherine non c’è mai stato, non c’è stato neppure questo aumento del picco di mortalità. Tutto questo significa che i morti comunque non dipendono, per dirla in modo semplice, dalla movida ma dai limiti del nostro servizio sanitario e forse anche dalle cure inadeguate che vengono somministrate ai pazienti.

Cosa è sbagliato fare?

Le mascherine inizialmente andavano usate da pazienti già contagiati per evitare lo spargimento del virus ed ovviamente dagli operatori sanitari per la loro protezione dai pazienti contagiati oppure potenzialmente infetti. Prima esisteva una carenza delle stesse, mentre ora l’Italia è diventata produttrice di mascherine e pertanto c’è la possibilità di utilizzarle con grande frequenza, anche se in realtà il loro uso generalizzato ed esteso a tutta la popolazione non ha molto senso.

In certi casi deve anzi essere evitato. Nei bambini sino ai dodici anni la mascherina induce un autismo funzionale. Il bambino diventa incapace di distinguere un volto da un altro volto, di distinguere il sesso, crescendo senza identità e senza la capacità di comprendere con chi ha a che fare. Per sconfiggere una malattia finiremo col creare una nuova generazione di malati, che soffriranno di disturbi della personalità e vivranno il più possibile isolati gli uni dagli altri, pronti a scambiarsi anche migliaia di messaggi al giorno, ma con la paura di incontrare per strada un essere umano in carne ed ossa.

Considerando che geograficamente, ad esempio questa estate, in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Argentina, Cile, c’è stato il Coronavirus, ma non la normale influenza stagionale, si potrebbe giungere alla conclusione che vaccinarsi con il vaccino antinfluenzale 2020-21 – contrariamente a quello che si dice – è inutile. Anzi considerato quello che è avvenuto a Bergamo (estesa vaccinazione e esplosione del Coronavirus) forse sarebbe il caso di evitare interferenze tra vaccino antinfluenzale e Covid.

Conclusioni

Sulla base di quello che abbiamo sinora scritto dovrebbe essere chiaro che il lockdown è un grosso errore, anzi la ripetizione di un errore che ci costerà salatissimo in termini economici. Il colpo di grazia per piccole e medie imprese commerciali e un grosso regalo alle multinazionali dell‘e-commerce come Amazon. Altri erano e sono – secondo noi – i modelli da seguire. La Svezia, alcuni Paesi asiatici, tipo la Corea del Sud e soprattutto Israele.

La malattia – lo ripetiamo – è curabile, non è la peste bubbonica e non viviamo più nel Medioevo, anche se in pratica stiamo adottando lo stesso criterio, vale a dire “non la cura degli appestati, ma la difesa da essi”. Con la differenza che nel Trecento non c’erano le cure e oggi invece ci sono. Non ha poi alcun senso il “coprifuoco”, una normativa di guerra, che ha solo lo scopo di alimentare la paura e modificare i nostri stili di vita, ma del tutto inefficace al contrasto del virus.

Le malattie infettive si affrontano anzitutto con l’isolamento dei soggetti infetti. Soggetti che vanno identificati e curati tempestivamente, il più delle volte a casa, evitando paure immotivate e lasciando lavorare gli ospedali che si debbono occupare di tutte le malattie. Nell’affrontare la Covid19 si sono invece “isolati” milioni di persone non isolando de facto i soggetti infetti. Durante questa nuova fase, stagionale più che altro, in alcune regioni si sta già facendo come nel mese di marzo. Stiamo nuovamente sbagliando. Non ha alcun senso fermare quasi tutte le attività commerciali, con grave danno all’economia, quando abbiamo altri strumenti efficaci per contrastare la malattia. Dobbiamo evitare che all’epidemia segui la carestia.  Non ha alcun senso limitare nuovamente le libertà dei cittadini chiudendoli di nuovo in casa e costringendoli ad uscire col lasciapassare. Dobbiamo evitare che a lungo andare la vera vittima del virus siano le nostre libertà.

1. Cosa fare con le categorie più fragili (anziani, malati ecc.)?

Andrebbe messa in atto la ricetta israeliana di fare circolare il virus tra i giovani e proteggere gli anziani ed i malati. Anche la Svezia ha messo in opera questa ricetta proteggendo anziani e pazienti affetti da altre patologie e il risultato è stato buono. Insomma, l’immunità di gregge è la soluzione. Da noi questo sembra impossibile. Non perché gli svedesi o gli israeliani siano dei marziani, ma perché noi per decenni – a causa soprattutto dei vincoli di bilancio posti dalla UE – abbiamo effettuato forti tagli alla sanità.

2. Cosa fare con scuole e università?

È un errore chiudere entrambe. La sicurezza nelle scuole e nell’università si ottiene con il distanziamento in classe e nelle aule, riducendo il numero degli studenti per classe, facendo eventualmente funzionare le scuole al mattino e al pomeriggio con il “doppio turno”. Peraltro quasi tutte le università ormai sono chiuse da tempo e funzionano “da remoto”. A questo punto è difficile persino pensare che anche in futuro riapriranno e funzioneranno come prima. Le conseguenze si faranno sentire nel lungo periodo.

3. Cosa fare con bus e treni e aerei?

Garantire il distanziamento adeguato sui mezzi pubblici, incrementando quindi il servizio. Questo sì, andrebbe fatto e al più presto, perché proprio i mezzi pubblici affollati diventano un luogo ideale per la diffusione del contagio.

4. Cosa fare con teatri, cinema, sale da concerti e musei?

Sono stati quei locali che hanno mantenuto meglio di tutti la distanza di sicurezza. È semplicemente sbagliato chiuderli. Dato che ormai la frittata è stata fatta, per i teatri e i concerti si faccia da subito almeno come per le partite di calcio, trasmesse in tv, anche se senza pubblico in presenza. I musei invece andrebbero aperti al più presto, controllando in maniera adeguata gli accessi.

5. E con il vaccino?

Per sviluppare un vaccino efficace e sicuro ci vogliono tempi lunghi di sperimentazione. Nel nostro caso se il virus presenta più varianti c’è il rischio che funzioni come gli esistenti vaccini antinfluenzali che non coprono tutto. Ecco perché le cure farmacologiche potrebbero risultare più efficaci del vaccino. In più i vaccini di ultima generazione, i cosiddetti “genetici”, intervengono sul DNA, si tratta dunque di una terapia genica che potrebbe presentare problemi anche di natura bioetica da non sottovalutare.

Insomma, attenzione a non correre troppo e a valutare attentamente  il rapporto tra rischi e benefici, ma bisogna pur riconoscere che con un vaccino che trae origine da un acido nucleico estraneo, il quale dovrebbe indurre la produzione di anticorpi direttamente contro il virus da parte del nostro sistema immunitario, si apre una nuova era per l’applicazione degli RNA “messaggeri” verso le malattie infettive, in particolare come piattaforma di risposta rapida indirizzata per le emergenze degli scoppi epidemici.

 

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Becchi e Tarro: 5 proposte contro la dittatura sanitaria

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