Anche 1984 finisce nel mirino liberal: censurata l’opera di Orwell

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L’università di Northampton, nel Regno Unito, ha emesso un avviso sul libro di George Orwell, 1984: il classico contiene “materiale esplicito”. E a Dublino viene ribattezzata l’aula magna intitolata a Erwin Schrödinger

di Roberto Vivaldelli

La furia iconoclasta della censura liberal non risparmia più nessuno. Da Shakespeare a Geoffrey Chaucer passando per Mark Twain, la guerra culturale dei progressisti identitari che vuole cancellare la storia e i classici per imporre una visione del mondo basata sull’antirazzismo e sull’anticolonialismo, ora se la prende con scrittori e intellettuali del calibro di George Orwell, autore del celebre e citatissimo romanzo distopico 1984. Come riporta Il Foglio, il romanzo scritto nel 1949 sugli orrori della censura e della minaccia totalitaria, viene censurato dalle università inglesi. L’università di Northampton, infatti, ha emesso un avviso sul libro: il romanzo contiene “materiale esplicito” e gli studenti potrebbero trovare 1984 “offensivo e inquietante“. Cosa ci sarà mai di così offensivo nel classico di Orwell? Rimane un mistero. Paradossale e rappresentativo dell’epoca che stiamo vivendo che un classico contro la censura e il totalitarismo venga “segnalato”.

Orwell e 1984 nel tritacarne del politically correct

Come spiega il Daily Mail1984 è fra le numerose opere letterarie che sono state segnalate agli studenti di Northampton che stanno studiando un modulo chiamato “Identity Under Construction“. Vengono avvertiti del fatto che il romanzo “affronta questioni impegnative relative a violenza, genere, sessualità, classe, razza, abusi, abusi sessuali, idee politiche e linguaggio offensivo“. Oltre al libro di Orwell, gli accademici identificano diverse opere nel modulo che hanno il potenziale per essere “offensive e sconvolgenti“, tra cui l’opera teatrale di Samuel Beckett Endgame, la graphic novel V For Vendetta di Alan Moore e David Lloyd e Sexing The Cherry di Jeanette Winterson. Il deputato conservatore Andrew Bridgen ha dichiarato: “Piuttosto ironico che i nostri studenti vengano ‘avvertiti’ prima di leggere 1984. I nostri campus universitari stanno rapidamente diventando zone distopiche del Grande Fratello in cui si pratica la neolingua per ridurre la gamma del pensiero intellettuale e cancellare coloro che non si conformano ad esso“.

Il biografo di Orwell, David Taylor, ha commentato così la vicenda: “Penso che i tredicenni potrebbero trovare inquietanti alcuni passaggi del romanzo, ma non credo che nessuno in età universitaria rimanga più scioccato da un libro“. Peraltro il celebre romanzo di Orwell, come ricorda il Daily Mail, è stato regolarmente adattato per il teatro ed è diventato anche un – bellissimo film – con protagonista John Hurt. “Siamo consapevoli che alcuni testi potrebbero essere impegnativi per alcuni studenti e ne abbiamo tenuto conto durante lo sviluppo dei nostri corsi” ha spiegato un portavoce dell’università.

La cancel culture contro Erwin Schrödinger: “Era un pedofilo”

E non finisce qui. La cancel culture, ossia quel processo revisionista promosso dai fanatici della censura che intende applicare i criteri etici di oggi al passato cancellando la storia, decontestualizzandola completamente, ha messo nel mirino anche il Premio Nobel Erwin Schrödinger. Il fisico austro-irlandese, morto nel 1961, ricevette infatti il Premio Nobel per la fisica nel 1933 per il suo lavoro nel campo della meccanica quantistica e per aver stabilito l’equazione di Schrödinger, che determina l’evoluzione temporale dello stato di un sistema. Un genio a cui, ancora oggi, dobbiamo moltissimo per via dei suoi studi e delle sue scoperte scientifiche. La sua vita privata – a maggior ragione se pensiamo che era un uomo figlio del suo tempo – dovrebbe dunque passare in secondo piano, ma la cancel culture non ammette questa distinzione.

Come riportato dal The Times, infatti, il preside della scuola di fisica del Trinity College di Dublino ha raccomandato di ribattezzare l’aula magna dedicata a Schrödinger a causa dei presunti abusi su donne e bambini che il fisico austro-irlandese avrebbe commesso. Vero o falso che sia, c’è un “piccolo” dettaglio che i giustizialisti non considerano: Erwin Schrödinger è morto nel 1961 e non può difendersi. Tutto nasce da un articolo pubblicato a dicembre 2021 sulll’Irish Times, secondo il quale il fisico era un pedofilo. L’articolo cita la biogragia redatta dall’astrofisico britannico John Gribbin, Erwin Schrödinger and the Quantum Revolution, spiegando che, all’età di 39 anni, Schrödinger si era innamorato della quattordicenne Ithi, a cui insegnava matematica. Inoltre, secondo il biografo di Schrödinger, Walter Moore, il celebre fisico teneva un elenco nel suo diario delle donne e delle ragazze con cui aveva avuto una relazione. Fra queste c’era anche la dodicenne Barbara MacEntee. Ma quanti personaggi storici, intellettuali e artisti, dovremmo “riconsiderare” se tenessimo conto della loro vita privata? Da Pasolini a Moravia – che sposò una donna di quaranticinque anni più giovane – forse se ne salverebbero pochi.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/mondo/e-ora-censurano-persino-orwell-e-i-premi-nobel-2005426.html

Sarà (di nuovo) un anno di paranoia antifascista

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L’editoriale di Adriano Scianca nel numero di gennaio del Primato Nazionale

Sarà un 2022 lunghissimo.
Il centenario della Marcia su Roma con cui, il 28 ottobre del 1922, le camicie nere presero il potere, cade in un’Italia resa incattivita e paranoica dal Covid, in cui l’abuso di potere si manifesta in modo ormai decomplessato. L’avvicinarsi (forse…) del ritorno alle urne, alle quali i partiti «sovranisti» arriveranno in vantaggio (quasi loro malgrado, va detto), farà il resto. Sarà l’anno del ritorno del fascismo, insomma. L’ennesimo.
L’avvento sulla scena politica di Mario Draghi, del resto, ha svuotato i partiti di ogni contenuto e di ogni significato. Le tradizionali agende politiche non vogliono più dire nulla, i principali leader politici non hanno più nulla di sensato da raccontare o su cui dividersi.
Cosa resta, allora, per mostrare agli elettori di essere vivi, per far finta di essere diversi dai dirimpettai politici con cui si divide lo stesso governo? Le polemiche identitarie, ovviamente. Quella sul fascismo, poi, tira sempre. È perfetta per dare legittimazione a un sistema che più delegittimato non si può. Prepariamoci anche a un’alluvione di testi e testicoli sulla storia delle destre, fascismo eterno, cent’anni di eversione e via delirando.
Non sono molti i movimenti andati al potere 100 anni fa, sconfitti militarmente ormai quasi otto decenni orsono, eppure in grado di polarizzare ancora l’opinione pubblica in maniera così forte, riuscendo anzi ad apparire ad alcuni come il più grande pericolo inscritto nel nostro… futuro. Solo questo dato dovrebbe far capire cosa il fascismo abbia smosso nell’immaginario della modernità.
Noi oggi riusciamo a storicizzare il Sessantotto, la guerra fredda, persino l’attentato alle Torri gemelle, ma non il fascismo, che conserva una perdurante attualità anche solo come «negativo» del sistema dominante. Tale circostanza è del resto comprovata dal fatto che il principale capo d’accusa che storici e intellettuali rivolgono al fascismo varia nel tempo, a seconda di come cambia l’agenda della sinistra: qualche decennio fa, siccome la sinistra era prevalentemente marxista, si trattava sempre di dimostrare come il fascismo fosse stato la forma più bieca di reazione di classe alle legittime rivendicazioni operaie. Oggi, che domina la sinistra intersezionale, il fascismo viene principalmente denunciato in quanto sistema politico razzista e patriarcale. Se domani dovesse divenire egemone il veganesimo, si scoprirà che il principale crimine del fascismo fu lo specismo…
Ecco perché il fascismo non muore mai, ecco perché Lui torna sempre: perché è il totalmente altro rispetto al sistema dominante. Questo ne garantisce la permanenza paranoide negli incubi di questa società, ma in qualche modo anche una segreta attualità con cui quest’epoca non riesce a fare i conti, ma che pure oscuramente sente e teme. Il trito refrain per cui l’Italia «non ha fatto i conti col fascismo» è probabilmente vero, ma non nel senso sbirresco e moralistico con cui generalmente si usa tale espressione. Probabilmente non si sono fatti i conti con una sfida di civiltà radicale ancora non compresa fino in fondo.
Sì, decisamente sarà un 2022 lunghissimo.

Il centenario della Marcia su Roma capita in un’Italia incattivita e paranoica,
che ha bisogno
di legittimare il vuoto dei partiti con l’individuazione di uno spauracchio.
E sarà sempre Lui

Quirinale, tutti gli ostacoli sulla strada di Draghi

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di Redazione

Premesso che il nome di un politico sarebbe davvero divisivo per un governo di larghe intese, le reali chance rimangono due: il Mattarella bis, sul modello Napolitano, garantirebbe un sostanziale mantenimento dello status quo ed una prosecuzione di legislatura senza particolari scossoni. Draghi al Quirinale con un suo fedelissimo/a nominato/a premier ed un rimpasto di governo garantirebbe una sorta di potere assoluto al grande banchiere, mentre tutti i partiti potrebbero essere accontentati con una spartizione di Ministri e sottosegretari. Ma i magheggi della politica italiana sono noti. E quindi attendiamo e vediamo cosa succederà. 

di Andrea Amata

FUMATA NERA AL PRIMO VOTO PER IL QUIRINALE. E LA PARTITA DEL PREMIER SI COMPLICA

È iniziato il “conclave laico” per eleggere il XIII presidente della Repubblica. Tuttavia, è presumibile che nelle prime tre votazioni, richiedenti per l’elezione i due terzi della seduta plenaria, dal comignolo di Montecitorio non sgorghi la fumata bianca. Assisteremo nelle prime tre chiamate a candidature di bandiera, alla prevalenza di schede bianche e alla nota di colore delle schede-burla.

I grandi elettori chiamati a pronunciarsi hanno un sostanziale vincolo nell’osservare le indicazioni dei rispettivi schieramenti. La votazione del successore di Sergio Mattarella è una sorta di plebiscito che non sceglie, ma ratifica ex post decisioni già assunte. L’unica variabile non predeterminabile è costituita dai franchi tiratori che nel segreto dell’urna non si uniformano, con un atto di insubordinazione clandestino, all’orientamento di gruppo.

L’elezione del presidente della Repubblica non si può decontestualizzare dalla fase in cui sono incardinati i partiti che sostengono il governo di unità nazionale. Ecco perché l’ipotesi Draghi al Quirinale dovrebbe prevedere una soluzione parallela per la gestione dell’orizzonte residuo della legislatura, considerando gli onerosi impegni sull’implementazione dei progetti finanziati dal Pnrr, sugli interventi da varare per sterilizzare il rincaro dell’energia e sulla strategia di rientro alla normalità post-pandemica. Traslocare al Colle la figura di SuperMario significherebbe confutare il pretesto di inevitabilità che ne ha consentito l’ascesa a palazzo Chigi. Il governo Draghi nasce da una inedita convergenza multipartitica che si è affidata all’ex banchiere centrale con qualità tecniche, riconosciute a livello internazionale, per gestire l’emergenza sanitaria ed assicurare al paese le risorse del Pnrr.ù

Con Draghi al Quirinale decadono le ragioni dell’eccezionalità che hanno indotto la politica ad un ruolo ausiliario, anzi si decreterebbe l’auto-confinamento dei partiti in un incolore subalternità. Il centrodestra disponendo della maggioranza relativa dei voti in Parlamento ha il diritto di esprimere un orientamento senza temere i niet pregiudiziali della sinistra che si ritiene investita, per dogma costituito, della prerogativa di stabilire chi è ammissibile alla carica più alta della Repubblica.

Il centrodestra oggi ha i numeri per non essere spettatrice ma interprete di una fase politica che sancisca la discontinuità con una tradizione di ostilità che ha contraddistinto negli ultimi trent’anni l’inquilino del Colle. Nei primi tre scrutini si misura la stabilità numerica e la coesione del perimetro politico di uno schieramento, verificandone la solidità e la conseguente forza gravitazionale che può polarizzare le adesioni necessarie al conseguimento del risultato. Si pensi al gruppo parlamentare più numeroso, quello dei 5 stelle, che è ormai una massa proteiforme sui cui l’ex premier Conte non è in grado di esercitare un controllo funzionale a canalizzarne il voto.

A 15 mesi dalla fine della legislatura, con l’assembramento dei peones accasati nel gruppo Misto, sono pronosticabili dinamiche tarate su logiche di sopravvivenza di mandato che favorirebbero soluzioni compatibili con la conclusione naturale della legislatura senza alterare l’assetto di governo che verrebbe, invece, destabilizzato dal trasferimento di Draghi in altre residenze istituzionali. Inoltre, la pattuglia di Italia Viva potrebbe venire in soccorso di una soluzione di mediazione non ascrivibile alla paternità del Pd con cui Renzi ha ripudiato qualsiasi tipo di affinità.

Il centrodestra ha il compito di onorare il passo indietro del Cavaliere, mantenendosi coeso ed evitando di vanificare il gesto di generosità del suo fondatore. Rinunciare a proporre nomi di area, spendibili e dotati di credibilità istituzionale, per adattarsi ai veti della sinistra significherebbe attribuirsi lo stigma di una perpetua menomazione politica e frustrare il ritiro di Berlusconi a fenomeno di senile impotenza, oltre a decretare l’epilogo infausto della propria alleanza.

Andrea Amata, 25 gennaio 2022

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Chi vuole la droga libera?

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Segnalazione di Federico Prati

di Francesco Agnoli

Premessa

Ogni qual volta in Italia si crea un governo di centro-sinistra (votato o meno, ormai non ha più alcuna importanza), nell’agone politico si torna inevitabilmente a parlare della liberalizzazione delle droghe leggere. Questo articolo scritto nel 1998 riporta i protagonisti dell’anti-proibizionismo di quell’epoca, ma oggi le cose non sono affatto cambiate. Si torna a ripetere il solito leitmotivoccorre liberalizzare la droga per abbattere il grosso business dello spaccio.

Si tratta di una frottola colossale dietro la quale si nasconde il vero motivo per cui questa combriccola si batte: la libertà di drogarsi e basta. Come dimostra ad abundantiam questo scritto, buona parte di quella classe politica che oggi vorrebbe legalizzare le sostanze stupefacenti fa parte di quella fazione che nel Sessantotto chiedeva a gran voce (per ragioni filosofiche esposte in questo articolo) la libertà di alterare il proprio stato di coscienza. Toltosi l’eskimo e la sciarpa rossa, oggi questi campioni di camaleontismo politico hanno acquisito una certa rispettabilità e siedono nei palazzi del potere da dove continuano la stessa battaglia. Dopo aver ottenuto l’aborto legalizzato (1978), ora lottano per i diritti gay, per l’eutanasia e per la droga libera.

E tutto questo, si badi bene, in nome di una libertà assoluta di poter fare quel che si vuole del proprio corpo e della propria vita, anche se ciò comportasse la negazione della natura, l’auto-distruzione o la morte di un innocente. A partire dal Sessantotto, una valanga di droga si è abbattuta sull’Italia, e non è possibile che tutto ciò sia accaduto senza una segreta complicità degli alti vertici politici. Del resto, come l’Alto Iniziato Serge Hutin (1929-1997) conferma nel suo libro Governi occulti e Società Segrete 2,

«per quanto eccezionali possano essere state le qualità dei leader, si ha ragione di credere che essi siano stati efficacemente spalleggiati da qualche gruppo segreto superiore […]Qualunque rivoluzione, anche studentesca, non è mai del tutto spontanea e presuppone una preparazione metodica se non si vuole rischiare il completo fallimento».

 

Sopra: il massone martinista Serge Hutin e

il suo libro Governi occulti e Società Segrete.

Paolo Baroni

 Introduzione

A proposito della liberalizzazione delle droghe, viene utile un articolo della rivista Cannabis, antiproibizionista e cultrice dell’uso delle droghe leggere. In un articolo intitolato «Appunti sugli usi e costumi dei fumatori di canapa dagli anni ’60 agli anni ’90», si scrive:

«L’uso della marijuana negli Stati Uniti e dell’hashish in Europa, dilagò […] sull’onda di poesie come “Howl”, di Allen Ginsberg, o di canzoni come “Mister Tambourine Man”, di Bob Dylan. Un prodotto illegale conquistava milioni di consumatori solo grazie ad un passa-parola segreto, brillantemente contrabbandato sui libri e sui dischi» 3.

 

Sopra: da sinistra, Bob Dylan e Allen Ginsberg,

due icone della controcultura in America.

Questo spunto ci ha dato certamente un’ottima chiave per comprendere un brillante aspetto di tale contrabbando e segretezza. Ma veniamo al nostro argomento, e cioè al Sessantotto, il Sessantotto studentesco e giovanile, lasciando da parte quello operaio. Il Sessantotto ebbe indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzarono per così dire, oltre al linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato.

La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di nuova sostanza. «Pace», «libertà», «solidarietà», «amore» sono le parole ricorrenti, gli slogan della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra.

Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che trionfarono in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.

Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogan dominanti: «Fa ciò che vuoi» 4«Né maestro né Dio. Dio sono io». Parafrasando SantAgostino (354-430) si può dire che siamo di fronte allamore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria «libertà», dicono.

Sopra: un hippie raggiunge l’estasi durante uno

dei tanti concerti che si tennero negli anni ’60.

 Contro la famiglia

La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà e della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io meschino, che vuole diventare dio (di se stesso). Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de L’Unità ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente: Porci con le ali (L’Unità, 1976):

«Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola» 5.

 

Sopra: Lidia Ravera e il suo romanzo Porci con le ali.

Rossana Rossanda (1924-2020), poi direttore de Il Manifesto, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un’«energica liberazione sessuale» appare presto chiaro a lei e compagni

«che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia» 6.

 

Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati: quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora dolce ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno (1942-1988) a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo (1919-2006), ecc…

Ẻ il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle Università occupate, l’attuazione dello scambismo teorizzato da Wilhelm Reich (1897-1957) 7 e oggi promesso a livello nazionale da un dirigente locale di sinistra, Emilio Magliano, il quale lamenta la non ancor piena attuazione dei principî del ’68 8.

La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico; essa agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale, non spontanea. L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. Ricorda la già citata rivista Cannabis:

«I derivati della canapa venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privatadella famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.) e dei tabù sessuali».

 

Fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i BeatlesJack Kerouac (1922-1969) 9Allen Ginsberg (1926-1997) 10… Scriveva John Lennon (1940-1980):

«Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]La mia passione per lLSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello» 11.

 

In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles… sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle Università si leggono, oltre a Karl Marx (1818-1883), Lenin (1870-1924) e Fidel Castro (1926-2016), Sigmund Freud (1856-1939), Herbert Marcuse (1898-1979), della Scuola di FrancoforteErich Fromm (1900-1980).

Libri come La morte della famiglia, di David Cooper (1931-1986), Friedrich Nietzsche (1844-1900)… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto niccianamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male e cioè fregarsene del bene e del male.

Sopra: David Cooper e il libro La morte della famiglia.

 Contro la «dittatura bimillenaria»

Ma il superuomo rimane un’élite. Scrive Aldo Ricci ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva:

«Ho l’impressione che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élite ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni […], una “dittatura bimillenaria“» 12.

 

Per il Ricci, questa dittatura è evidentemente quella di Cristo. I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (come disse Fromm), rimangono piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia.

I ribelli al sistema, che non mettono una cravatta per paura di rimanerne strozzati, sono i potenti e il sistema di oggi: Gad LernerGiuliano FerraraMichele SantoroPaolo Flores DArcaisEnrico DeaglioPaolo LiguoriDario Fo (1926-2016), Ezio MauroG. GalliMarco BoatoMassimo CacciariLuigi ManconiWalter VeltroniAlessandro MelluzziMassimo DAlemaFabio MussiMauro PaissanLucia AnnunziataTiziana MaioloFerdinando AdornatoFrancesco Rutelli, ecc… 13.

Si parla, dicevo, di rivoluzione marxista, ma, come ricordano molti protagonisti di quegli anni, si vive più di notte che di giorno e si parla più del Marx sostenitore del comunismo di donne che di quello economico. Rostagno confessa:

«Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti» 14.

 

Sopra: «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia».

Del resto, Aldo Ricci scrive:

«Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio» 15.

 

Sopra: corteo studentesco nel ’68.

Sono indicativi gli slogan che compaiono sui muri delle Università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: «Il sesso è tuoliberalo»«Quintouccidi il padre e la madre» (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a Do It); «Inventate nuove perversioni sessuali»«Fate saltare le menti meccaniche con l’acidosanto»«Vitamina al vostro cervello. LSD»; «L’alcol uccide, prendete l’LSD»«Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto»

Sopra Jerry Rubin e il suo libro Do It. Rubin divenne

un’icona del pacifismo e della controcultura.

A Trento, Mauro Rostagno, che sarà direttore e cofondatore di Lotta Continua, un leader a livello nazionale, grande amico del terrorista e co-fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, scrive: «Consiglio alla gente di fumare (l’erba; N.d.R.) […]. L’esperienza psichedelica è importante e così l’acido…», e caldeggia l’uso di droghe prima di un festival davanti a 40.000 persone, lui grande ammiratore dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin.

Francesco Alberoni, che ora commenta i salmi per Famiglia Cristiana e scrive su Il Corriere della Sera in prima pagina, neo-rettore a Trento, dove giunse poco proletariamente in spider, rassicurava i suoi studenti: «Metteremo a posto i sotterranei, compreremo dei juke-box, potrete fumare erba…».

Ricordando gli anni passati, da leader, Rostagno sostiene:

«A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli» 16.

 

Sopra: due giovani donne statunitensi marciano ai nostri giorni durante una manifestazione («slut walk») in favore della liberazione sessuale. Sui cartelli è scritto «Le sgualdrine dicono sì» e «Orgoglio delle sgualdrine». Ecco i frutti marci del ’68…

È questa in realtà la condizione di tanti, che, non essendo divenuti i potenti di questa Italia, non si sono poi vergognati di riconoscerlo, negli anni successivi al ’68, o che, pur essendo divenuti collaboratori della Fondazione Agnelli, della CIA, e della RAI, come Aldo Ricci, non hanno velato il loro passato. Un ex, Giuseppe Di Leva, riassume con la frase «molti sono spacciati e altri vivono di spinelli»Franco Sagginario ricorda «una delle prime esperienze di erba che si cominciavano a fare in quel periodo»Gigi Ghiringhelli parla delle esperienze di fumo di un’«intera generazione», e Baby Zamattio di «tutta una cultura della Methedrina» 17.

Lidia Ravera, nell’opera citata, descrive un episodio che appare non tanto come un evento contingente, quanto paradigmatico dell’epoca: un ragazzo chiede ad un altro: «Che ne dici del dibattito sulla droga»?; E l’altro risponde: «Non l’ho sentito, sono stato in tenda a farmi una canna».

Uno dei protagonisti dell’epoca del Sessantotto, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, fu Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. È la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime.

 «Santo labisso»

Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, i rapporti incestuosi con il padre e il fratello, la pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro «il Moloch il cui nome è la Mente». A Milano, nel ’66, esce la rivista Mondo Beat; nel ’67, è la volta di Urlo Beat; entrambe si ricollegano a Ginsberg. Vi si trova scritto ad esempio:

«Siamo dei disadattati, disarticolati, disinseriti […]. Con il costo di un Mirage si comprerebbero 20 milioni di preservativi, oppure 8 milioni di pacchetti di sigarette».

 

Sopra: la rivista Mondo Beat.

Afferma Francesco Alberoni: «Fra il movimento beat e il movimento studentesco c’è continuità storica…» 18. Ginsberg scrive:

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa»; «Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nellinferno […]. Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo labisso» 19.

 

Una sorta di nichilismo gnostico si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age.

 La droga, lIndia e il New Age

Ginsberg, Kerouac, Aldous Huxley (1894-1963) 20William Burroughs (1914-1997) 21 e Peter Orlovsky (1933-2010) – l’amante omosessuale di Ginsberg – non sono solo i propagandisti dell’uso «conoscitivo» e «visionario» delle droghe, ma gli apostoli in America del nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le religioni indiane – con le tecniche yogamantrazen – per lo sciamanesimo indo-americano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche «enteogene» 22.

Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote, un fungo allucinogeno, in Messico). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la «pace dello spinello» è aperto proprio dal discorso di un santone indiano.

Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io personale.

Da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (i «mantra»), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il «vuoto mentale» dello Zen, la «noluntas» – l’assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della «liberazione» del filosofo tedesco Arthur Schopenauer (1788-1860).

Kerouac, un altro mistico della droga, rimastone vittima a soli quarantasette anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddhista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Coerentemente, l’uso di droghe viene teorizzato come esperienza di liberazione, di evasione dalla negatività dell’essere e del pensiero e allo stesso tempo, già per i «poeti maledetti» Charles Baudelaire (1821-1867) e Paul Verlaine (1844-1896), come esperienza «conoscitiva» di mistico contatto con il divino, di superamento dei limiti. Nel 1966, Ginsberg affermava:

«Prendevo un sacco di LSD e psylocybina prima di partire per l’India e, beh, ero in uno stato mentale leggermente disordinato. Pensavo che fosse assolutamente necessario che mi lasciassi del tutto andare allo scopo di ottenere una completa illuminazione – che il mio io si annullasse completamente e che ogni cosa intorno a me si annullasse completamente allo scopo di raggiungere la perfezione» 23.

 

Sopra: Allen Ginsberg uomo-sandwich.

Sul cartello è scritto: «L’erba è divertimento».

Scrive un induista convertito al cristianesimo, Rabi Maharaj, in Morte di un guru:

«Così facendo cominciai ad incontrare un numero sempre maggiore di tossicodipendenti e feci una scoperta sorprendente: alcuni avevano avuto le medesime esperienze con gli stupefacenti che io stesso avevo provato quando esercitavo lo yoga e la meditazione! […]. Imparai anche che i narcotici erano la causa di stati alterati di consapevolezza, del tutto simili a quelli sperimentati per mezzo della meditazione! Ascoltavo con meraviglia quello che mi raccontavano su quel mondo meraviglioso e pieno di pace nel quale entravano sotto l’influsso dell’LSD, un mondo le cui visioni e suoni psichedelici erano stati per me sin troppo familiari».

 

Sopra: Rabi Maharaj e la sua autobiografia Morte di un guru.

Un salto temporale, un esempio italiano: Franco Battiato (1945-2021), il cantautore mistico, filosofo, che dissemina le sue canzoni di riferimenti strani, ma a ben vedere comprensibili. Ebbene, Franco Battiato è il tipico rappresentante del New Age nostrano. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la «filosofia indiana» come «punto di riferimento costante della mia vita»; poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe:

«Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]È un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa».

 

Egli prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni («meditazione»), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo:

– Franco Pulcini«E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio»?

– Franco Battiato: «Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace».

– Franco Pulcini«Quindi tu senti delle presenze»?

– Franco Battiato«Sono una specie di calamita».

– Franco Pulcini«I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso»?

– Franco Battiato«Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…» 24.

È appena il caso di riprendere il discorso sull’intimo legame fra ’68 e New Age. Viene in soccorso una rievocazione di Edmondo Berselli (1951-2010), sociologo ed editorialista de La Stampa, che, dopo una lunga celebrazione della rivolta studentesca, rivendica alla sua generazione il merito di aver anticipato tematiche oggi attuali, di aver quasi salutato quella che, con toni profetici, definisce, in estrema e simbolica conclusione, ad indicare un passaggio di consegne, «un possibile New Age»«Abbiamo creduto nell’antimedicina […]; guardavamo al rosso dell’Oriente […], lo Zen […], Siddharta» 25.

C’era un periodico, allora, che si guardava con assiduità, un vero epigono delle esperienze New Age dell’«odiata» America: era Re Nudo. Il suo direttore, Andrea Valcarenghi, ricorda:

«C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. È la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…» 26.

 

Sopra: da sinistra, Andrea Valcarenghi e Marco Rostagno.

 

Una storia «dimenticata», è vero, ma dimenticata a bella posta in quelle celebrazioni che, in quanto tali, amano parlare di operai, di lavoro, di impegno sociale. Ma Re Nudo non era a quei tempi affatto sconosciuta. Basti dire che Andrea Valcarenghi è in quegli anni nel giro di Francesco Cardella (1940-2011), editore pornografico, losco affarista nella cui casa di Milano

«entrano  ed escono Margherita Boniver […] Saro Balsamo e sua moglie Adelina Tattilo, editrice di “Playboy”, il direttore di “Re Nudo” Andrea Valcarenghi, il giovane avvocato Domenico Contestabile».

 

Sopra: Francesco Cardella, per un periodo nella redazione di Playmen, edito da Adelina Tattilo. Per molto tempo, le riviste pornografiche softcore sono state un veicolo delle idee sinistrorse di questi ex sessantottini. In copertina posa l’attrice Claudia Koll, che più tardi si riavvicinò al cattolicesimo a causa di gravi problemi spirituali (gli stessi «spiriti» che cercavano di appiccarsi a Battiato…) causati dalla pratica dello yoga.

 

E poi, nel tempo, anche Rostagno, Ravera, Claudio MartelliGiorgio PietrostefaniBettino Craxi (1934-2000) e Bobo Craxi, finito anch’egli in India, da Sai Baba (1926-2011)… 27. Nel 1973, il Valcarenghi pubblica Underground: a pugno chiuso (Arcana Editrice), in cui ringrazia i suoi maestri – «l’acido, Adriano Sofri, Mauro […], Bob Dylan, Mario Capanna […] i Beatles…» – ricorda i concerti «renudisti» di Battiato, impartisce lezioni di morale:

«Fare capire al vecchio proletario che la musica, lerba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere lacido con i propri figli».

 

La prefazione all’opera, di parecchie pagine, è di Marco Pannella (1930-2016), in seguito grande maestro dell’ideologia della legalizzazione, a lungo direttore responsabile di Re Nudo:

«Carissimo Andrea […], io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non mi interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere» 28.

 

Sopra: Marco Pannella durante una manifestazione del

Partito Radicale in favore della legalizzazione della marijuana.

Ecco le nobili ragioni dell’antiproibizionismo! Ecco l’essenziale, senza ciance, scuse e argomentazioni contorte…

 Dalla libertà di abortire a quella di drogarsi

Ho delineato un quadro veloce del Sessantotto e del New Age, poco, ma quanto basta per chiedersi: se tutto ciò fu ed è ideologia, se l’uso di droga è per il Sessantotto esperienza di libertà, di una libertà imprescindibile e valida in quanto tale, ed esperienza religiosa, mistica come per i newager Kerouac, Ginsberg, Rostagno, Battiato… 29, siamo proprio sicuri che tutto questo non c’entri nulla con l’attuale liberalizzazione della droga?

Siamo sicuri che l’attuale classe dirigente, che viene dal Sessantotto ed ha in esso la sua linfa culturale, sia veramente interessata alla legalizzazione della droga per sconfiggere, come dice, gli spacciatori e la mafia e non, lo ripeto, per motivi ideologici, mascherati con la scusa più plausibile e nello stesso tempo depistante? Quando si volle l’aborto, nel Sessantotto, si voleva l’aborto, punto e basta. Si parlava di diritto: «L’utero è mio e lo gestisco io»!

Sopra: femministe negli anni ’70 manifestano

in favore della libertà di abortire.

Ma ad un certo punto, si vide che questo non bastava a convincere la maggioranza e allora si disse: «Sconfiggiamo laborto clandestino con laborto legale». Fu una manovra di ripiego, ma sortì l’effetto desiderato. Oggi si vede che proporre la legalizzazione per se stessa non basta. Allora – per lo più dagli stessi che negli anni ’70 sostenevano il diritto di abortire – si dice: «Sconfiggiamo la droga clandestina con la droga legale». Domani ci troveremo convinti assertori della necessità di sconfiggere lomicidio illegale legalizzandolo.

Chi vuole, oggi, la legalizzazione? I paladini della legalizzazione sono, guarda caso, per lo più ex sessantottini, cresciuti quindi alla scuola che abbiamo delineato, dei Beatles, di Kerouac, di Ginsberg, di Francesco Alberoni, che fu il professore di molti di loro a Trento, e di Mauro Rostagno, che fu il direttore del giornale cui facevano riferimento allora gli antiproibizionisti di oggi: come gli onorevoli ex sessantottini Boato e Manconi, portavoce dei Verdi, partito di governo ufficialmente schierato per la legalizzazione.

Sopra: l’ex deputato PD e LEU Beppe Civati e a fianco il suo libro Cannabis: dal proibizionismo alla legalizzazione (Fandango Libri, 2016), con prefazione di Roberto Saviano. Quest’ultimo, in una articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, l’8 agosto 2021, ha affermato che per distruggere le famiglie mafiose bisogna estinguere la famiglia! Come dire che per eliminare i parassiti che infestano una casa occorre bruciare la casa stessa. Purtroppo le idee del ’68 sono ancora tra noi…

Di legalizzazione parlavano anche allora, ma non si diceva, o comunque non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva, lo ripeto, difendere un principio, oppure una passione personale, come sembrerebbe nel caso del senatore verde, responsabile della giustizia, Rosario Pettinato, per il quale l’introduzione in Italia di sigarette all’hashish è giusto un bene: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto» 30.

Lo dimostra anche quanto scrivevano Marco Pannella e l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick; lo dimostra il proclama distribuito ad Amsterdam nel 1967:

«Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…» 31.

 

Sopra: una cannabis store ad Amsterdam, ai giorni nostri.

Lo dimostra il fatto che fra gli antiproibizionisti di oggi vi sia l’europarlamentare verde Daniel CohnBendit, forse il maggior leader europeo della rivolta sessantottina (accusato di pedofilia), in quegli anni anarchico, sostenitore del principio «metafisico» del «vietato vietare», oggi borghese al potere che parla di «riduzione della criminalità», ma che coltiva gli stessi interessi di un tempo… 32.

La legalizzazione, afferma Pietro Folena, ex onorevole dell’Ulivo, che al ’68 guarda con grande simpatia, fu «una delle bandiere della FGCI di D’Alema» sin da quegli anni, e continua accennando alla «concezione permissivistica delle droghe leggere diffusa in alcune anime della sinistra» 33.

In un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penaleMiti e realtà di una repressione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, coinvolto oggi nel processo di depenalizzazione, scriveva:

«Una prima alternativa e ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità e autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sé e in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. Alla libertà morale si legano infatti le prospettive di un diritto allautenticità e alla propria identità, riconducibili in senso ampio al problema della droga […]La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni» 34.

 

Nonostante poi in altri punti della sua opera ribalti i concetti qui espressi, essi risultano comunque significativi per conoscere quali fossero allora i principî in nome dei quali si invocava da più parti la liberalizzazione, principî che in qualche modo «affascinavano» anche un futuro Ministro della Giustizia. Il tema della legalizzazione è oggi portato avanti anche da alcune riviste New Age, pure qui dunque in nome di principî ideali che abbiamo già visto operativi nel Sessantotto: l’assunzione di piante e funghi

«induce nell’uomo profondi stati emotivi, intuitivo-visionari, illuminanti, rivelatori […]. Questi vegetali come strumenti per trascendere la realtà ordinaria e per comunicare con il mondo degli spiriti […]. Questi vegetali vengono detti allucinogeni o psichedelici o enteogeni (che rivelano la divinità che è in te 35.

 

Sopra: una tossicodipendente mostra sul volto gli effetti devastanti dell’eroina. Dall’espressione non si direbbe che questa droga stia rivelandole la divinità che è in lei… ma che si stia auto-distruggendo.

Il loro effetto è esaltato accanto alle pratiche buddhiste dei mantra, agli stati di trance, alle pratiche sciamaniche… La Repubblica, ad esempio, annuncia a tutta pagina un convegno di sciamani a Pavia, dove sarà presente lo stregone peruviano A. Vasquez, alla base delle cui tecniche di guarigione c’è «la somministrazione dell’estratto di ayahuasca, una pianta allucinogena», il cui effetto, a suo dire, consiste in «tre ore di visioni, poi due ore di grande torpore» 36.

Quanti degli attuali antiproibizionisti sono influenzati da queste idee, avendole già a suo tempo vissute e condivise? Oggi Alberoni, Galli, Melluzzi, Maiolo, Giulio Savelli (1941-2020) 37, Mellini, solo per fare i nomi di qualche sessantottino e di uno degli esponenti più in vista del Partito Radicale, sono più o meno vicini al New Age, e del resto sono i Verdi e l’Ulivo che stanno approntando un riconoscimento legislativo per i gruppi New Age, nonostante molti pareri contrari 38.

La legalizzazione è un principio, e non il metodo per risolvere il problema spaccio-criminalità, anche per il Partito Radicale che ha annoverato fra le fila del suo movimento, benedetto anche da Franco Battiato, l’ex pornostar Ilona Staller, che nella 10ª legislatura perseguì un disegno di annientamento della famiglia, e Fernanda Pivano (1917-2009), colei che ha fatto conoscere agli italiani, tramite le sue traduzioni ed entusiaste introduzioni, Kerouac, Ginsberg e Burroughs 39.

Sopra: l’ex pornostar Ilona Staller (in arte Cicciolina), eletta nel 1985 tra le fila del Partito Radicale, manifesta in favore dell’anti-proibizionismo.

Il Corriere della Sera titolava: «Lo spinello libero invade Londra. Pannella in corteo con migliaia di giovani, punk ed ex sessantottini» 40. Si descrive un corteo per la legalizzazione dell’hashish, cui ha partecipato appunto un giulivo Pannella, corteo da cui «salivano ampie volute di fumo» e slogan del tipo: «Il piacere non è reato»«Diciamo grazie ai trafficanti di hashish che rischiano la vita per il nostro piacere». Organizzato dalla direttrice dell’Independent on Sunday Rosie Boycott, che dice: «Mi arrotolai la prima canna in un giugno rovente in Hyde Park nel 1968». Continua l’articolo:

«Nostalgie di sessantottini perciò. Così anche la lista delle personalità che hanno appoggiato la campagna, da Anita Roddick, a Sir Paul McCartney, l’ex beatle, dal drammaturgo Harold Pinter all’imprenditore della prestigiosa casa discografica Virgin, Richard Brandson…».

 

Sopra: 16 gennaio 1980. L’ex beatle Paul McCartney viene

arrestato in Giappone per possesso illegale di cannabis.

Come fiancheggiatori, sicuramente, gli Oasis, sostenitori della legalizzazione della droga in virtù delle sue «grandi doti allucinogene» 41. Infine, accanto alla Fondazione Playboy – e anche questo è eloquente – esistono altri motori della legalizzazione: le riviste Altrove e Cannabis.

Sopra: Hugh Hefner (1926-2017), fondatore della famosa rivista pornografica softcore statunitense Playboy e dell’omonima Fondazione. Quest’ultima, ha giocato negli Stati Uniti un ruolo significativo nella campagna per il diritto di abortire, per i diritti degli omosessuali o per il diritto di drogarsi (cfr. Conservative Digest, agosto 1986, pagg. 21-22). Il nome di Hefner, insieme a quello del Presidente della Playboy Fundation Burton M. Joseph, compare anche nel Consiglio direttivo della N.O.R.M.L., l’organizzazione nazionale americana per la riforma delle leggi sulla marijuana.

Ancora una volta non si fanno riferimenti, se non magari di sfuggita, ai complicati discorsi sulla sconfitta dello spaccio e così via, ma si danno consigli sulle coltivazioni e sull’uso della canapa, se ne esalta il «piacevole rintronamento» e si insiste particolarmente, per nobilitarlo, sull’uso di droghe fatto dai vari Sigmund Freud (1856-1939), Friedrich Nietzsche (1844-1900), Baudelaire.

Sull’«estasi, la trance, la possessione, la meditazione», e sulla funzione sacra attribuita alle droghe dagli sciamani, dagli inni vedici… da tutte quelle forme di religiosità che in Occidente hanno avuto la loro diffusione soprattutto a partire dal ’68 con la nascita contemporanea della cosiddetta Nuova Era. Sulla rivista Cannabis si chiede:

«Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Scarcerazione di tutti i malati di AIDS detenuti nelle galere […]Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti» 42.

 

Questo è anche il programma del governo italiano, proposto proprio nello stesso mese (nel 1998), appesantito però da ipocrite e farisaiche giustificazioni. Il governo di centro-sinistra ha proposto la depenalizzazione del

«consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere (cannabis), incompatibilità dei malati di AIDS con il regime detentivo […]; abolire alcune misure come, ad esempio, il ritiro della patente…» 43.

Poco dopo, il ministro Flick, di cui si è già visto, propone la «non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale» 44.

Verrà finalmente in Italia la «libertà di droga», potremo finalmente cannarci con i nostri figli, fumarci qualche bella sigaretta all’hashish, senza nessun problema, come ci rassicura il senatore verde, responsabile della giustizia, Saro Pettinato: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto». Non ne dubitavo, fa anche lei parte dei sessantottini al potere con il filantropico intento di farci fare a tutti, magari senza ostacoli e a poco prezzo, le stesse esperienze che avete fatto voi?

 Conclusione

Continua così, passo dopo passo, l’appropriazione del potere e dello Stato, e la realizzazione dei progetti e delle «libertà», da parte di chi proclamava che «lo Stato non si cambia, si abbatte»; che il «potere è operaio», e non ha mai indossato una tuta da metalmeccanico, o che la Polizia è il nemico, «serva del sistema», e se ne è servito contro gli allevatori nella vicenda delle quote-latte… (D’Alema).

Noi ci auguriamo solo che la «libertà» di abortire, la «libertà» di drogarsi e la «libertà» dalla famiglia, gli ideali insomma dei «porci con (o senza) le ali» – a seconda dei punti di vista – non portino alla disperazione definitiva quanti se ne sono voluti ubriacare. Quella sorta di istinto di morte e di autodistruzione di cui parlano Pannella e Burroughs, quella volontà di annullarsi di cui racconta Ginsberg, quel sentimento di disgusto, di vuoto nichilista e necrofilo provato da molti «rivoluzionari del ’68», ha già fatto troppe vittime.

Sopra: Kurt Cobain (1967-1994), devastato dall’eroina, morto suicida all’età di 27 anni. Ecco i paradisi artificiali che vorrebbero proporci gli «apostoli» della droga libera: una spirale di morte che porta all’auto-distruzione!

Ha già visto l’alcolismo suicida di un Jim Morrison (1943-1971) o di un Kerouac; ha già visto innumerevoli drammi di droga; ha già visto il fiorire di tesi, valutazioni e apprezzamenti sul suicidio, proprio in quegli anni: i discorsi sul suicidio e sul filosofo francese Albert Camus (1913-1960) di Curcio, il tentato suicidio di Rostagno, il suicidio di Franco Accascina, più tardi quello di un ex leader di Lotta Continua come Alexander Langer (1946-1995)… quello del fratello del regista Marco Bellocchio. Quest’ultimo riconoscerà poi che «il suicidio di mio fratello è ricollegabile al ’68, e alla crisi che ha indotto» 45.

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Note

Pro manuscripto, 1998.

2 Ed. Mediterranee, 1984.

3 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998.

4 La frase «Fa ciò che vuoi» è anche il motto iniziatico del mago nero inglese Aleister Crowley (1875-1947). Dedito a pratiche di magia sessuale (derivanti in buona parte dal tantrismo tibetano), nonché grande consumatore di ogni genere di droga, a causa della sua figura ribelle e anticonformista, Crowley è ritenuto da molti suoi seguaci come l’ispiratore sotterraneo e l’eroe non celebrato del movimento hippie e della rivolta sessantottina.

5 Cfr. Sette, nº 15, 1988. Ne è direttore il sessantottino Andrea Monti.

6 Cfr. «Cinque lezioni sul ’68», supplemento al nº 34 di Rossoscuola, Torino 1987.

7 Wilhelm Reich fu uno psicanalista e fisiologo austriaco. Originariamente vicino al gruppo di Sigmund Freud, ruppe con il movimento psicanalitico ortodosso ed emigrò negli Stati Uniti nel 1939. In questo periodo sviluppò la sua teoria sull’«energia orgonica», che pervaderebbe l’Universo e che gli esseri umani rilascerebbero durante l’attività sessuale. L’energia bloccata, secondo Reich, sarebbe alla base dello sviluppo della nevrosi. Dal 1957, egli entrò in conflitto con le autorità statunitensi per le sue ricerche sulla
natura bioelettrica dei fenomeni sessuali. Accusato di ciarlataneria, rifiutò di comparire in giudizio e fu condannato a due anni di reclusione; morì in carcere.

8 Cfr. Il Giornale, del 9 maggio 1998.

9 Lo scrittore statunitense Jack Kerouac fu il primo a usare la definizione beat generation in riferimento ad un gruppo di scrittori statunitensi degli anni Cinquanta, di cui egli stesso fece parte, e che manifestò il rifiuto della società tradizionale attraverso scritti anticonformisti e stili di vita alternativi. Morì vittima della droga e dell’alcool.

10 Il poeta americano Allen Ginsberg è considerato il portavoce della beat generation degli anni ’50. Egli usò nei versi toni informali, discorsivi e immediati che, insieme al trattamento esplicito delle tematiche sessuali e al richiamo alle religioni orientali, ne fecero, per quegli anni, una figura trasgressiva.

11 Cfr. J. Lennon. Pace, amore e musica. Scritti autobiografici, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36.

12 Cfr. A. Ricci, I giovani non sono piante, Ed. SugarCo, Milano 1978.

13 Si tratta di ministri, di onorevoli, di professori universitari, di giornalisti come Mauro, direttore di La Repubblica, Lucia Annunziata, direttore del TG3, Flores D’Arcais, direttore di Micro Mega. Fra questi, i più propendono per la liberalizzazione delle droghe leggere, come Luigi Manconi, portavoce dei Verdi, gli onorevoli Paissan e Boato, Dario Fo, premio Nobel, Fabio Mussi, grande amico di D’Alema dai tempi del ’68 ed oggi capogruppo alla Camera, Rutelli, sindaco di Roma, l’onorevole Maiolo, ex Lotta Continua, ecc… D’Alema, Veltroni e Cacciari sono i massimi rappresentanti di un partito compattamente schierato per la liberalizzazione e per la depenalizzazione…

14 Ibid. Rostagno inoltre ricorda. «Avere l’aria del debosciato è bello, non lavorare mai. L’aria di quello che non lavora, “andate a lavorare”, ci dicevano per strada…» (pag. 134).

15 Cfr. A. Ricci, op. cit., pagg. 276, 156, 277. Vedi anche A. Bolzoni-G. D’Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, Ed. Mondadori, Milano 1997, pagg. 28, 34.

16 Ibid., pagg. 278, 281, 146, 200.

17 Nome commerciale dell’anfetamina.

18 Cfr. F. Alberoni, Classi e generazioni, Ed. Il Mulino, Bologna 1970, pag. 118.

19 Cfr. A. Ginsberg, Urlo e Kaddish, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135.

20 Aldous Leonard Huxley fu un romanziere, saggista, critico e poeta britannico. Membro della sètta dionisiaca dei «Figli del Sole», amico del mago Aleister Crowley, nel 1929 Huxley fu introdotto da quest’ultimo in una sètta massonica particolare detta Golden Dawn («Alba d’Oro») dove venne iniziato alla mescalina. Il suo libro Le porte della percezione (1954) e il suo seguito Paradiso e inferno (1956), oltre che il romanzo Isola (1954), sono una testimonianza delle sue esperienze con gli allucinogeni. Fu la sua opera Le porte della percezione (The Doors of Perception) a suggerire al rocker-sciamano Jim Morrison il nome da dare al suo gruppo (The Doors, appunto).

21 Lo scrittore statunitense William Burroughs fu tra i rappresentanti della beat generation. Dopo aver studiato a Harvard e a Vienna, nel 1944 conobbe a New York, dove si era trasferito un anno prima, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, con i quali diede origine al movimento letterario della beat generation. Le sue amicizie, il vagabondare nel mondo, l’omosessualità, l’esperienza della droga e l’uccisione accidentale della compagna Joan Vollmer Adams (1951) condizionarono fortemente la sua scrittura, che egli viveva come atto di ribellione. I suoi romanzi, che mescolano visionarietà e satira sociale, sono costruiti con particolari tecniche stilistiche, come ad esempio il cut-up, una sorta di collage applicato alla prosa che consiste nel ritagliare testi di altre opere, o trasposizioni discorsive di impressioni sensoriali, e ricomporli inserendoli nella struttura narrativa, e sono fortemente influenzati dalle «mitologie pop» (una forma di magia del caos), ovvero dai miti creati attingendo alla cultura popolare. La sua opera più nota resta Il pasto nudo, primo volume di una tetralogia che nella sperimentazione stilistica trasfigura l’esperienza della droga. In alcuni Stati americani il romanzo fu colpito dalla censura per il linguaggio e le immagini sessualmente esplicite mescolate a inquietanti visioni allucinate.

22 Sostanze capaci quindi di rivelare la divinità latente nell’uomo.

23 Cfr. J. Webb, Il sistema occulto, Ed. SugarCo, Milano 1989, pag. 314.

24 Cfr. F. Battiato, Tecnica mista su tappeto, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70. Non a caso, Battiato, oltre ad essere un appassionato di misticismo sufi e del New Age, è anche un seguace dell’esoterista russo Georges Gurdjieff (1866-1949) e un ammiratore dell’Alto Iniziato francese René Guenon (1886-1951) (cfr. P. Baroni, I prìncipi del tramonto. Satanismo, esoterismo e messaggi subliminali nella musica rock, Ed. Il Cerchio, Rimini 1997, pag. 146).

25 Cfr. Specchio, del 21 marzo 1998.

26 Cfr. A. Mangano, Le culture del Sessantotto, Centro Documentazione Pistoia, Fondazione Micheletti, Comune di Pistoia 1989, pagg. 237-238.

27 Cfr. A. Bolzoni-G. D’Avanzo, op. cit., pag. 61 e ss.

28 Cfr. A. Valcarenghi, Underground: a pugno chiuso, con la prefazione di Marco Pannella, Ed. Arcana, Roma 1973.

29 Stupisce constatare che, invece di un approccio oggettivo e cauto a rockstar come Battiato e Dylan, o a «ideologi» della (e dalla) vita bruciata come Kerouac, spesso uomini di Chiesa si abbandonino alla demagogia e alle mode, com’è avvenuto, ad esempio, con il concerto in Vaticano di Battiato (18 marzo 1989); con quello di Dylan (27 settembre 1997) in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi a Bologna; con l’affermazione di rappresentanti della Santa Sede che la beat generation e Kerouac abbiano rappresentato «istanze di giustizia e di libertà», e vadano quindi riabilitati (cfr. La Repubblica, del 29 aprile 1998). Sono queste affermazioni gravi, che propongono la legittimazione di quel concetto di «libertà» senza freni, libertà di droga, di sesso, dalla famiglia e dal pensiero che Kerouac e compagni non solo hanno praticato, ma anche diffuso, spesso morendone, e facendo morire. Accostare poi i viaggi di Sulla strada di Kerouac al pellegrinaggio cristiano, come hanno fatto i succitati rappresentanti della Santa Sede, è paragone in malafede, o, senza fede…

30 Cfr. Il Giornale, del 26 febbraio 1998.

31 Cfr. Cannabis, nº 4, 1998.

32 Cfr. La Repubblica, del 14 gennaio 1998. Vale la pena citare anche un passo di Bruno Frick apparso su Alto Adige, del 7 gennaio 1998: «Il disastro droga nell’Europa centrale è iniziato con le manifestazioni del ’68, aggravate sullo stesso sfondo ideologico negli anni di piombo. A tal proposito si può ricordare ciò che in una recente intervista Cohn Bendit ha voluto precisare: Alexander Langer (ex europarlamentare verde; N.d.A.) faceva parte di Lotta Continua. E ai fautori della liberalizzazione della canapa sia detto subito che questa allora diventò il simbolo per la protesta contro la società tardo-capitalista». Sta comunque di fatto che attualmente i vari antiproibizionisti italiani, come Fo, Manconi, Bonino, don Ciotti, e quelli stranieri, sono finanziati dal «re della speculazione monetaria» e del capitalismo americano, quel George Soros cui si attribuiscono il crollo della Lira e della Sterlina nel 1992, e delle valute asiatiche, con tutto ciò che ne è conseguito in drammi, sociali e personali (cfr. La Repubblica, dell’11 ottobre 1998; Corriere Economia, del 10 giugno 1998).

33 Cfr. Sette, nº 18, 1998, pag. 36. Saremmo contenti se Folena potesse collocare, coram populo, l’anima che fa riferimento a Il Manifesto, quotidiano comunista cui è legato il «Forum droghe» antiproibizionista e governativo di Grazia Zuffa e Gloria Buffo, e di cui sono stati direttori anche i citati Rossana Rossanda e Mauro Paissan. Per esempio, che rapporto c’è fra gli articoli sulla legalizzazione della marijuana e la depenalizzazione del consumo di droghe apparsi su Il Manifesto a firma di Giancarlo Arnao e quelli dello stesso autore apparsi su Cannabis? Oppure, è un caso che su Il Manifesto, oltre che su L’Unità, sia apparsa, a partire da marzo 1998, una campagna per la liberalizzazione delle droghe che, a parte qualche piccola controindicazione, sembra quasi esaltarne le capacità «illuminanti»? Come quando si scrive: «Sigmund Freud: genio o drogato»?«Verlaine ha cambiato la poesia moderna. Cambia sapere che era un drogato»?; «Grandi artisti e filosofi consumavano droghe, anche pesanti…».

34 Cfr. G. M. Flick, Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giuffré Editore, Milano 1979.

35 Cfr. Il Manifesto Extra, del 30 dicembre 1995.

36 Cfr. La Repubblica, dell’8 giugno 1998.

37 Giulio Savelli è stato editore di diverse opere sul ’68, fra cui Agenda Rossa 1978, in cui si connettono le esperienze di un decennio di rivolte, a cura di Gad Lerner, Luigi Manconi e Marino Simbaldi.

38 Cfr. La Repubblica, del 3 aprile 1998; Il Giornale, del 3 aprile 1998.

39 In Le città delle notti rosse (Ed. Arcana, Padova 1997), di Burroughs, con prefazione della Pivano, si legge: «Questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni […], Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, Signore della Decomposizione […], a Ix Tab […] Patrona di coloro che si impiccano […], al Distruttore […], Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso».

40 Cfr. Il Corriere della Sera, del 29 marzo 1998.

41 Cfr. Alto Adige, del 25 ottobre 1997.

42 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998, pag. 5.

43 Cfr. Il Corriere della Sera, del 24 aprile 1998.

44 Cfr. La Repubblica, del 22 maggio 1998.

45 Cfr. AA.VV., 68: venti anni dopo, Editori Riuniti, Roma 1988.

 

http://www.centrosangiorgio.com/piaghe_sociali/droga/pagine_articoli/chi_vuole_la_droga_libera.htm

Una recensione sul dibattito vaccinale

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo una recensione di don Francesco Ricossa al libro di Roberto De Mattei: “Sulla liceità morale della vaccinazione…”, pubblicata sulla rivista Sodalitium (n. 72, Natale 2021). Il Circolo Christus Rex- Traditio ha sempre tenuto, fin da principio, la posizione che viene espressa in maniera cristallina da don Francesco in questa recensione e, per gli stessi motivi, ha mantenuto un basso profilo:
“Io constato piuttosto che si tratta di una questione divisiva tra i veri fedeli cattolici. Sono favorevoli ai vaccini dei cattolici anche tradizionalisti alla De Mattei come pure degli scientisti e degli increduli. Sono contrari ai vaccini dei cattolici tradizionalisti, come pure ogni sorta di adepto “new age” nemico aprioristico della “scienza ufficiale”; la “medicina alternativa” furoreggia negli ambienti esoterici, teosofici ecc., come pure l’adorazione della “scienza moderna” è dogma di tanti atei senza Dio. Sono le due facce della stessa medaglia massonica: razionalismo naturalista ed esoterismo”.
 
Il dibattito sui vaccini 
 

Che fine ha fatto la democrazia?

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Che ne è della democrazia nel nascente anno 2022? Il regime sanitario in cui viviamo ha spostato la sovranità sulla scienza, sulla medicina, sui poteri costituiti e sulle governance, indebolendo ulteriormente la sovranità popolare e la democrazia, già da tempo svuotate, vigilate e limitate da poteri tecnocratici, finanziari e sovranazionali, e dalle emergenze sanitarie, economiche, sociali. Cosa resta allora della democrazia? Il problema non riguarda solo i luoghi e gli ambiti della decisione, ma tocca gli spazi di partecipazione e dissenso, i diritti delle minoranze e le differenze d’opinione e non solo. La democrazia è in crisi, in pericolo o solo sospesa; comunque è fortemente sorvegliata e imbrigliata. La crescita dell’astensionismo è un’ulteriore conferma della democrazia svuotata: se perdi fiducia nell’effetto del voto, se ritieni che ci siano obblighi a cui ogni governo dovrà comunque ubbidire, e dunque il tuo voto non cambia le cose, sei poco motivato a votare. La democrazia muore pure d’anoressia.
Non c’è dubbio che l’ondata pandemica ha ridisegnato la mappa dei poteri nelle democrazie: in fondo, Trump negli Stati Uniti fu battuto dal covid prima che da Biden e dai presunti brogli elettorali. Il fronte sovranista in Europa si è scisso e frantumato nell’impatto con l’emergenza sanitaria e col relativo piano di ricostruzione dopo il disastro economico. In tutto il mondo i populisti hanno perso terreno e fascino da quando l’emergenza sanitaria ha ristretto i margini di dissenso e gli argini di agibilità politica: se prima la metà delle popolazioni era tentata dalla scorciatoia dei populismi variamente definiti e collocati, oggi il dissenso si è radicalizzato in una piccola minoranza populista che contesta il green pass e le strategie vaccinali e sanitarie; mentre una parte di populisti è rifluita su posizioni “realiste”, ha come stemperato e sospeso le ostilità davanti all’emergenza sanitaria ed economica che ne è derivata. In realtà non è andata in crisi solo la democrazia, ma più vastamente la politica. C’è stato un travaso di antipolitica dai populisti ai vigilanti tecnosanitari, eurocrati, virologi e apparati di controllo.
Il caso italiano è esemplare: il passaggio del premierato dal populista camaleontico Giuseppe Conte all’eurocrate della finanza Mario Draghi, con una maggioranza larga ed eterogenea, mostra perfettamente la parabola da un’antipolitica all’altra, dal grillismo al draghismo. Dall’antipolitica di piazza all’antipolitica di Palazzo.
Si è ristretta la democrazia al punto che non riusciamo a vedere un governo oltre Draghi e un Quirinale oltre Mattarella: è il trionfo dell’esistente, del vigente, il desiderio di fermarsi al punto in cui siamo o al più di avere continuatori, cloni, dei predetti; senza mai fuoruscire da quel contesto.
Non è solo in gioco l’idea di alternativa che dovrebbe costituire il sottofondo di ogni democrazia, ma anche la più modesta idea di alternanza. Chiunque vada al governo deve seguire strettamente i percorsi e le procedure segnate, senza mai deviare: è l’Europa che traccia il solco e dà le direttive, a cui attenersi scrupolosamente. Il range in cui muoversi è assai ristretto, quasi inesistente. Cosa è successo? Quel che a livello di politica sanitaria sono i protocolli: non la cura ad personam o affidata all’abilità del medico, alle sue capacità inventive, alle sue conoscenze e alle sue esperienze; nulla che sia legato alle specifiche condizioni del paziente. Ma un protocollo che vale per tutti, a cui attenersi, senza sgarrare. La stessa cosa succede ora in politica: chi verrà  dovrà comportarsi come Mattarella, seguire la via tracciata da Draghi, osservare le direttive europee. Di conseguenza, la percezione più diffusa, che produce sconforto e disaffezione politica ed elettorale, è che chiunque vinca non potrà sottrarsi a quegli imperativi. Vinca pure la destra o il centro-destra dovrà seguire il protocollo. Fine dell’alternanza, oltre che dell’alternativa, fine della democrazia e della libertà. Omogeneità, conformità. I partiti funzionano ormai come i vaccini; si può pure avere un richiamo diverso rispetto ai precedenti inoculati, ma nella stessa linea. Ancor prima della legittima, sacrosanta domanda sulle classi dirigenti dei partiti d’opposizione, sulla loro qualità e affidabilità, c’è questo test preliminare che li mette fuori gioco o fuori dal loro messaggio politico: il test di conformità alle linee indicate. L’elettore sa che dopo aver tuonato all’opposizione, poi una volta al governo dovrà adeguarsi per farsi accettare e per galleggiare. Nessuno ha spalle così forti da reggere l’impatto ostile…
Utile al riguardo è il numero monografico della rivista Il Pensiero storico a cura di Danilo Breschi sul tema Democrazia: così vicina, così lontana con i contributi di tanti studiosi tra cui Bedeschi, Cacciari, Cofrancesco, de Benoist, Galli (e chi scrive, l’intervista sulla democrazia è stata pubblicata sul sito).
Non siamo mai stati fanatici della democrazia, non abbiamo mai creduto al primato della quantità e all’uno vale uno. Sappiamo che non esistono governi del popolo ma solo governi dei pochi: una buona democrazia è un governo di pochi nell’interesse di molti, una cattiva democrazia è un governo di pochi nell’interesse di pochi. Non c’è democrazia senza élite dirigente, senza aristocrazia e senza orizzonte comunitario. Ma una democrazia senza vera alternanza e possibili alternative, senza circolazione delle élite, senza competizione tra programmi politici e sociali diversi, senza trasparenza e sovranità popolare e nazionale, non è una democrazia. Se l’ideale è una democrazia decisionista e comunitaria, ci siamo avviati sulla strada opposta, verso un’oligarchia irrevocabile e immunitaria.

La morte dell’Europa

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di Rahim Volkov

Fonte: Come Don Chisciotte

La morte dell’Europa non è solo una metafora, ma è la cruda realtà: l’Europa ha scelto questa strada cento anni fa e ora è l’inizio della fine. Gli europei devono rendersi conto di questo fatto amaro e temere per la loro identità decadente. All’inizio del XX secolo, il famoso storico Oswald Spengler se ne rese conto quando disse:

“State morendo. Vedo in voi tutto il caratteristico stigma della decadenza. Posso provarvi che la vostra grande ricchezza e la vostra grande povertà, il vostro capitalismo e il vostro socialismo, le vostre guerre e le vostre rivoluzioni, il vostro ateismo e il vostro pessimismo e il vostro cinismo, la vostra immoralità, i vostri matrimoni falliti, il vostro controllo delle nascite, che vi stanno dissanguando dal basso e uccidendovi in alto nel cervello – posso provarvi che quelli erano i segni caratteristici delle età morenti degli antichi Stati – Alessandria e Grecia e Roma nevrotica.”

Ora, la domanda è come salvare l’Europa da questi epici declino e decadenza nelle sfere della cultura e della civiltà.

Secondo il famoso filosofo russo Alexandr Dugin, la Russia deve assumere la missione di salvare l’Europa perché la Russia è l’unica potenza culturale, nel grande spazio eurasiatico, che ha conservato il suo carattere asiatico ed europeo come entità di civiltà nel corso di un secolo. Gli eurasiatici credono che l’attuale Europa sotto forma di Unione Europea stia attraversando una metamorfosi, che descrive il grave declino attraverso gli spazi culturali, sociali e politici. Quindi, per difendere e riaffermare il suo antico patrimonio culturale e di civiltà, l’Europa ha bisogno di ridefinirsi attraverso le linee culturali.

A questo proposito, gli eurasiatici mantengono una posizione ferma contro il capitalismo liberale perché gli eurasiatici affermano che l’origine ontologica ed etimologica del capitalismo può essere fatta risalire alla tradizione anglosassone, i principali atlantisti. Quindi, l’eurasiatismo come ideologia sta tentando di proteggere il comune patrimonio culturale e di civiltà dell’Europa dal caos e dalla confusione. Questo decadimento della civiltà europea era già stato predetto dal famoso filosofo della Storia Oswald Spengler nel suo capolavoro “Il declino dell’Occidente”.

Se valutiamo le dinamiche dell’attuale società europea, allora diventa chiaro che l’Europa nella sua attuale fase di civiltà assomiglia alla “morte del popolo” – il fallimento finale della civiltà occidentale. Quindi, l’attuale fase di decadenza della civiltà europea può essere compresa in tre domini principali. Primo, lo sconvolgimento culturale e di civiltà dovuto all’abbraccio dell’ideologia liberale nella sua forma estremamente distorta. Sfortunatamente, era l’alba del ventesimo secolo, l’Europa iniziò lentamente a perdere la sua antica essenza culturale e di civiltà per diventare nel corso del secolo un “Grande Punto Interrogativo”.

In secondo luogo, la tecnologia ha superato il regno umano – la superficialità ha superato la profondità – nelle principali sfere socio-politiche e culturali europee. Tuttavia, la tecnologia ha causato un enorme sconvolgimento socio-politico e culturale spingendo la realtà virtuale a superare la realtà naturale. Di conseguenza, questa asimmetrica ascesa tecnologica ha segnato un declino spartano dei valori morali, culturali e sociali dell’Europa tradizionale. All’inizio degli anni ’80, il famoso filosofo francese Jean Baudrillard ha messo in guardia l’Occidente sull’ascesa dell’iperrealtà virtuale nel suo famoso capolavoro “Simulazione e simulacri”.

Secondo Baudrillard, l’improvvisa ascesa della realtà virtuale causerà una massiccia simulazione negli spazi sociali riferendosi all’ascesa dell’astrattismo senza vera essenza. Come diceva Baudrillard: “La simulazione non è più quella del territorio, essere o sostanza referenziale. È la generazione per modelli di un reale senza origine né realtà: una iperrealtà”. Quindi, se configuriamo i modelli esistenti della società occidentale nel 21° secolo, la simulazione è un fatto grossolano e le società non hanno più un’essenza di civiltà.

Terzo, un altro fattore importante che può causare la morte dell’Europa è l’aumento della volgarità liberale postmoderna.

L’iperindividualismo nella società occidentale ha già portato alla rottura dei valori familiari e in generale della struttura familiare. Allo stesso modo, l’interruzione di genere con l’aumento dei gruppi LGBT, LGBTQ e LGBTI segnala chiaramente la mercificazione del genere stesso. Le stesse preoccupazioni sono state condivise dal famoso eurasiatico Alexy Komov durante il suo discorso alla discussione eurasiatica anti-Davos tenutosi in Moldova nel 2018. Alexy Komov ha dichiarato: “Penso che oggi in Occidente ci sia una situazione molto pericolosa, dove stiamo assistendo alla distruzione di tutte le nostre identità collettive: identità nazionale, identità religiosa, identità di genere. Questa è la lotta in cui ci troviamo in questo momento e in futuro penso che assisteremo alla distruzione dell’identità umana”. Le parole di Komov non sono solo una profezia, forse queste sono la rudimentale realtà del nostro tempo perché l’ultimo obiettivo del tecnocapitalismo liberale è cancellare l’identità umana: il transumanesimo è solo un’anteprima.

Come oggetto di dibattito, non si può negare il fatto che l’espansione asimmetrica della tecnologia e dell’iperrealtà segnerà presto la fine dell’Europa nelle sfere culturali e di civiltà. Famoso filosofo e teorico politico russo, Alexander Dugin ha riassunto la decadenza in corso del liberalismo che ha inquinato l’Europa con queste parole “Dopo aver liberato l’individuo dalla nazione, sarà poi il turno del genere. Il genere è il passo successivo. Perché una volta che siamo liberi dalle nazioni, l’unica cosa da cui liberarci è il nostro sesso. Il tuo sesso diventa quindi facoltativo, una questione di scelta. Dopo ci sarà la dissoluzione dell’umanità da parte delle creature post-umane, un mix di uomo e post-uomo sarà l’ultima fase dell’applicazione coerente del liberalismo”. Quindi, questa calma prima della più grande tempesta non deve essere ignorata perché l’Europa è diventata senz’anima e sta morendo inghiottendo la propria anima.

Solo la rivoluzione conservatrice a livello europeo può salvare l’Europa da questa decadenza postmoderna.

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Link fonte originale: https://www.geopolitica.ru/en/article/death-europe

Traduzione di Costantino Ceoldo per ComeDonChisciotte.org

Ecco il manuale contro l’antiscientifico Gretinismo

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di Nicola Porro

Qualunque cosa l’uomo voglia realizzare – dallo stuzzicadenti al sommergibile – ha bisogno di usare materiali adatti allo scopo. Nel suo ultimo volume – Il Segreto delle Cose (Carocci, 2021) – Silvano Fuso, docente di chimica, ci offre una panoramica storico-scientifica sui vari tipi di materiali che hanno caratterizzato lo sviluppo delle società umane.

L’autore parte dalla preistoria, quando l’uomo iniziò a lavorare e a utilizzare i materiali che trovava in natura, ossia legno, pietra e osso. Una cosa curiosa, in proposito, si apprende dal libro: anche alcuni animali lo fanno. Dopo quella della pietra, le età del rame, del bronzo, e del ferro sono state tappe fondamentali della storia della civiltà. Anche la scoperta che un impasto di argilla, opportunamente plasmato e successivamente cotto, poteva consentire la realizzazione di oggetti utilissimi rappresentò un notevole progresso.

Queste antiche operazioni manuali, se vogliamo, rappresentano i primordi di quella che oggi si chiama scienza dei materiali, disciplina giovane ma con antichissime radici. Alcuni dei materiali illustrati da Fuso hanno un che di fantascientifico. Ad esempio, le leghe metalliche mantengono la memoria della loro forma: se deformate – apparentemente in modo permanente – riassumono la forma prima della deformazione se si cambia la temperatura. E ancora: in due parchi pubblici di Tokyo sono stati installati servizi igienici pubblici con pareti completamente trasparenti. Il sogno del voyeur? No, perché quando qualcuno si chiude dentro, le pareti diventano opache e la privacy è garantita. Il vantaggio? Si può vedere a distanza se il bagno è libero.

Leggendo Fuso si scoprono sempre cose interessanti. In questo libro, ad esempio, si scopre che già Plinio il Vecchio nella sua celebre Naturalis Historia del 78 d.C., denunciava l’eccessivo sfruttamento delle montagne per ricavarne materiali lapidei. Denuncia che dovrebbe essere letta dagli ambientalisti d’oggi che rimpiangono i bei tempi antichi… E si scoprono poi vere curiosità archeologiche, come il vaso di Licurgo, una coppa di vetro romana del IV secolo, che assume colorazioni diverse a seconda di come la si guarda: in trasparenza è rossa, ma appare verde con una sorgente di luce dalla stessa parte di chi osserva. Questo insolito comportamento è detto tecnicamente «dicroico».

Il testo di Fuso ha un taglio storico e divulgativo e non didattico, anche se qualche riferimento a concetti di base di chimica e fisica è inevitabile. Con l’ausilio delle note esplicative e del sintetico glossario, tuttavia, chiunque potrà facilmente comprendere quei riferimenti. Posso garantire che il libro è un ottimo regalo, soprattutto ai ragazzi, bombardati, oggi come non mai, da antiscientifico Gretinismo.

Nicola Porro per Il Giornale

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ecco-il-manuale-contro-lantiscentifico-gretinismo/

La Polonia non è “stravolta” e “dilaniata” dal Covid. Ci sono appena stato!

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di Bruno Volpe

LE COSE SONO BEN DIVERSE DA COME LE DESCRIVONO I MEDIA ITALIANI. LO STESSO DISCORSO VALE PER L’UNGHERIA E LA REPUBBLICA CECA

Sono appena rientrato dalla bellissima Cracovia, benedetta terra polacca. Ritornato in Italia occorre rendere giustizia di tante cose.

giornaloni italiani e gli altri media ci descrivono quella bella nazione come stravolta e dilaniata dal Covid, afflitta e in preda ad una specie di isteria collettiva.

Basta andare sul posto ed accertarsi che le cose sono ben diverse da come le descrivono e tutto ciò che viene pubblicato in tema sui media italiani non risponde al vero.

Le false notizie riguardano anche l’Ungheria e la Repubblica Ceca, dove sono stato di recente. Una certa cautela esiste ed è naturale, ma di Covid, virus e vaccini si parla nei tg con misura e lo stretto necessario.

Insomma, il Covid non invade giornali e tv 24 ore al giorno. Nei locali pubblici si usa la mascherina, ma senza allarmismo. Si usa la mascherina nei mezzi pubblici che, al contrario del nostro Paese, sono puntuali, puliti e non affollati per la semplice ragione che circolano numerosi. Faccio un esempio: aspettavo un tram al Wawel, la palina elettronica lo segnalava in arrivo dopo 60 secondi. Il tram allo scoccare del tempo, è arrivato.

 

Veniamo al green pass. Sono stato in svariati bar, pasticcerie e ristoranti, locali di alto livello e prestigio nella Piazza del Mercato, la Rynek Glowny, incluso lo stellato Cyrano de Bergerac. Nessuno mi ha chiesto il green pass, anche se entrando in aeroporto è necessario.

In alcune discoteche ho assistito a scene di giovani che si divertivano e ballavano senza alcun problema e i mercatini del Natale nella Piazza Rynek Glowny si svolgevano normalmente, con tanto di pierogi, vin brulè, e arrosto di salsicce, concerti di canti natalizi e spettacoli teatrali.

Infine, ma non per importanza, mentre ero intento a sorseggiare un caffè, la scorsa domenica ho visto in una via del centro una processione religiosa con tanto di crocifisso, rosario, stendardi mariani e tanto fervore religioso.

Dunque, rispetto al nostro Paese, e ai paurosi italiani, le processioni pubbliche si tengono e svolgono regolarmente.

Signori, che nostalgia che ho di quella terra! Per la terra di San Giovanni Paolo II (e si vede). E quante calunnia su quella terra, figlie di informazioni manipolate.

 

 

 

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/12/17/la-polonia-non-e-stravolta-e-dilaniata-dal-covid-ci-sono-appena-stato/

“Hic et Nunc”, intervista ad Alexandr Dugin

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di Rainaldo Graziani

Fonte: Italicum

E’ uscito “Hic et Nunc”, intervista ad Alexandr Dugin a cura di Luigi Tedeschi, prefazione di Rainaldo Graziani, con interventi di Eduardo Zarelli, Adriano Segatori, Luca Leonello Rimbotti, Marco Della Luna, Edizioni Settimo Sigillo, 2021, pagine 104, euro 12,00.

PREFAZIONE

di Rainaldo Graziani

Alexandr Dugin è Uomo raffinato, è anche un filosofo, tuttavia a mio avviso è molte altre cose. Egli è considerato dagli “altri” pericoloso a causa delle verità incontrovertibili che afferma e ciò può essere oggettivamente plausibile ma credo che il pensiero di Alexandr Dugin sia spesso pericoloso anche per chi, tra di noi, non disponga delle caratteristiche ontologiche necessarie al confronto con il suo pensiero.

Ontologico è un termine che nel pensiero di Heidegger assume la definizione di ciò che riguarda l’essere degli enti, cioè la loro essenza categoriale ovvero, in altri termini forse troppo semplificati, ciò che concerne gli aspetti essenziali dell’essere; tra queste categorie appena accennate non sottovaluterei affatto i significati profondi di alcuni sostantivi, correlabili a succitate categorie, come ad esempio Libertà, Sacralità e Destino che spesso ricorrono nelle numerose opere del Prof. Dugin.

Nel corso della lettura di questo volume un primo Hic et nunc, una esortazione o meglio ancora una sorta di intimazione che il prof. Dugin sostiene con la necessaria perentorietà è racchiusa in questa dozzina di parole: “…possiamo organizzare o proporre l’ultima rivoluzione del sacro, il ritorno del sacro.”

In un contesto più confidenziale non dubito che quel possiamo è sicuramente tramutabile in un più deciso “dobbiamo!”. Chi siano i possibili interlocutori che devono affrettarsi a compiere, senza indugio, una simile impresa è facilmente intuibile mentre che essi abbiano lo status spirituale e politico, ovvero quelle determinate categorie che unite allo studio ed alla comprensione del pensiero di Dugin concorrono alla realizzazione di tale rivoluzione è sicuramente un auspicio che per l’appunto pone la riflessione sul pericolo di un approccio non sempre idoneo o semplice con l’Autore de Il Soggetto Radicale. E comunque di altro argomento si tratta.

La Sorte, qui intesa non come caso, coincidenza o banale combinazione bensì come Forza impersonale che sembra presiedere in modo imperscrutabile e imprevedibile alle vicende delle persone e delle cose mi ha favorito l’incontro ed il confronto con Alexandr Dugin in diverse circostanze. Ebbene tale confronto, non essendo io minimamente all’altezza degli Autori degli altri interventi né con loro comparabile per esperienze vissute o per i serissimi studi da loro prodotti è stato un confronto innanzitutto sul piano dello Spirito e successivamente sul piano transpolitico o culturale o geopolitico.

Mi occupo tuttavia dell’ordinamento tecnocratico sin dai primi anni ’90 anche grazie agli studi che Roberto Melchionda e Clemente Graziani iniziarono a fine anni ’50. Sempre gli stessi anche negli anni ‘90 proseguirono suddetti studi con ulteriori approfondimenti che ancora oggi sono eccellenti orientamenti sulla prassi politica congeniale al superamento del nichilismo nella civiltà attuale e ciò è stato molto importante per comprendere il pensiero di Alexandr Dugin.

Avvalendoci delle chiavi di lettura evoliane e guenoniane dei massimi interpreti del pensiero aristocratico europeo, da Nietzche ad Heidegger, dai fratelli Junger ad altri protagonisti della rivoluzione conservatrice, già prima che il millennio passato si concludesse, almeno in Italia, eravamo dunque perfettamente consapevoli dell’attuale fase apicale dello scontro tra le forze dello Spirito e le forze della materia.

In un certo senso eravamo ansiosi di questo appuntamento che la Storia, vero e proprio organismo vivente, ci stava offrendo. Ci siamo preparati dunque per più di trent’anni a questo momento, conservandoci peraltro integri e soprattutto liberi di scegliere;  scegliere se voler o meno partecipare a questo scontro ultimo, aggiungerei dal carattere epocale, che finalmente è apparso in tutta la sua affascinante grandiosità.

Leggere ascoltare e conversare con il Prof. Dugin a proposito di ciò che l’editore ha deciso quindi di pubblicare mi ha richiamato spesso alla memoria la narrazione che Esiodo ci offre delle sue Cinque Età e più propriamente allorquando si riferisce all’età successiva a quella degli Eroi ovvero all’Età del Ferro dove oltre a ricordarci di non intravedere alcuna possibilità di salvezza per l’umanità afferma :

“…

Deh, fra la quinta stirpe non fossi mai nato, ma prima

io fossi morto, oppure più tardi venuto alla luce!

Poiché di ferro è questa progenie. Né tregua un sol giorno

avrà mai dal travaglio, dal pianto, dall’esser distrutta

e giorno e notte; e pene crudeli gli Dei ci daranno.

Pur tuttavia, coi mali commisto sarà qualche bene.

poi, questa progenie sarà sterminata da Giove,

quando nascendo i pargoli avranno già grigie le tempie.”

Ebbene ritornando agli interlocutori ideali del pensiero dughiniano io confido che anche gli Autori dei pregevoli ed a tratti illuminati interventi contenuti in questa opera editoriale sorridano alle parole di Esiodo e si rallegrino di vivere, pensare ed agire in questo Qui ed ora !

Cosa potremmo desiderare di meglio se non l’essere dei predestinati?

Cosa di meglio potremmo anelare se non la grande opportunità di operare quella libera scelta che si sintetizza in un totalizzante e semplice Esserci!

Ebbene, con tutte le sfumature del caso, con tutte le posizioni legittimamente anche critiche e comunque propositive degli Autori circa alcuni aspetti dell’analisi che Dugin offre nel contesto di questa intervista io credo che ognuno di essi concorra in una forma anziché in un’altra a determinare quelle iniziative pratiche, quindi prassi, come presupposto o complemento di una loro personale e spesso condivisibile analisi del presente e del futuro. Alla stregua di nuovi cartografi chini sulle mappe della postmodernità gli Autori degli interventi che compongono questo volume disegnano o lasciano intravedere nuove rotte di navigazione nel postmoderno. Nuove traiettorie, necessarie per realizzare quella rivoluzione prospettata da Dugin attraverso quell’imperativo Hic et Nunc estrapolato dalle sue prime dichiarazioni nella sua intervista.

Ancor più rilevante ed anche motivo di particolare ringraziamento, è la ulteriore conferma della presenza nelle trincee della controffensiva culturale dell’Editore, cui mi lega non solo autentica Amicizia ma anche ammirazione per il suo spirito precognitivo e per la sua capacità di trasformare le Idee in azioni editoriali e non solo. Ad Enzo Cipriano, ricercatore e selezionatore di nuovi cartografi, rinnoviamo a nome di tutti coloro che non conoscono resa la nostra gratitudine per il suo Esserci!

Buona lettura e buona Sorte!

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