I DISEREDATI DELLA GUERRA MENTALE

di ROBERTO PECCHIOLI

Il nostro è il tempo dei diseredati. Padri che non vogliono più essere padri, figli che non sono tali e rifiutano di diventare padri. Si è interrotta la catena di trasmissione. La terza guerra “mentale” ha prodotto una generazione di diseredati. Eredità dissipate dai padri, rigettate dai figli, in nome del “brave new world”, l’ammirevole Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley. Il mondo occidentale è sottosopra e non è affatto vero che abbia cancellato il mondo di ieri senza sostituirlo. Lo ha fatto: ha semplicemente, puramente rovesciato i fattori. Le nostre mamme rivoltavano i cappotti per farli durare di più, la modernità ha invertito tutto il resto. Il bene di ieri è il male di oggi e viceversa. Semiramide, la regina egizia, è il suo simbolo, una dissoluta che chiamò legge i suoi comodi. Libito fé licito in sua legge, dice il padre Dante, ex padre, nel mondo nuovo di orfani e diseredati.

I poeti e gli artisti comprendono più di ogni altro: Chesterton scrisse nei primi decenni del Novecento che la civiltà in (de)costruzione è piena di virtù cristiane diventate vizi. Infatti Sodoma e Gomorra sono diventati modelli e il loro peccato, secondo i neo teologi alla cannabis, fu quello di non essere “inclusivi”. Quello di oggi non solo è il mondo migliore possibile, ma l’unico: non c’è alternativa. Abbiamo un nuovo Vangelo, il principio di piacere, e un nuovo linguaggio obbligatorio, il politicamente corretto. Anzi no, dovremmo chiamarlo linguaggio inclusivo: in Spagna, il nuovo governo iper progressista ne farà presto un obbligo di legge. Un “corporate standard” in grande stile, pubblicato sula gazzetta ufficiale, il modo di esprimersi diventa norma positiva, trasgredire la quale espone a conseguenze penali.

La libertà ritorta nel suo contrario: una guerra mentale. E che dire della trasgressione, divenuta un lavoro, un duro obbligo postmoderno. E’ l’astuzia suprema dei padroni delle nostre menti, farci credere che droga, alcol, scatenamento dei sensi, piacere, “divertimento”, consumo- di merci, di persone, di noi stessi-  siano un sintomo di anticonformismo. I forzati della trasgressione sono i sudditi migliori nell’impero dei padroni universali, Figli di nessuno, maratoneti del piacere e del divertimento, non possiamo, non dobbiamo, programmaticamente, lasciare altro che polvere dietro di noi. L’eredità è dissipata, dopo di noi il diluvio, come per Luigi XV di Francia.

San Paolo, fondatore del cristianesimo “culturale”, la pensava diversamente. Lui, ebreo colto romanizzato, proclamò nella Lettera ai Galati qualcosa che ha retto per due millenni. Tu, uomo, hai un padre, Abbà. E se sei figlio, sei anche erede. Si riferiva a Dio, ma costruiva i pilastri di una visione del mondo. Tramontata, il mondo è sottosopra. Chissà perché non siamo diventati più felici, appagati, finalmente adulti, veri uomini, in attesa di transitare nell’oltre umano, oltre la pretesa di Nietzsche, il transumanesimo, l’ibridazione uomo macchina che tanto intriga gli ultimi uomini, che strizzano l’occhio e affermano di aver inventato la felicità fondandola su una triste tabula rasa.

Un osservatore di grande spessore, Jean Baudrillard, scrisse che la vera apocalisse non è la fine materiale del mondo, ma la sua unificazione forzata, ovvero il mondialismo, il simulacro perfetto, nel suo particolare lessico; il delitto perfetto. Negano che sia la fine, lo chiamano nuovo inizio, ma il dramma è che ci crediamo. Un’illusione diretta da “remoto”, una Matrix simile a quella del film dei fratelli Wachowski. Il progredito occidentale, in nome del suo marmoreo nichilismo, chiama fondamentaliste le altre culture per distogliere la mente dal suo fondamentalismo, quello della dissoluzione ribattezzata liberazione, emancipazione, lumi.  Combatte una specie di jihad mediatica, l’integralismo democratico, dolce, sottile, infettivo, quello del consenso, dell’umanitarismo sentimentale, dei diritti dell’uomo, della retorica melensa dell’antiretorica.

E’ un sentimento altrettanto feroce, negli esiti e nelle pretese, delle vecchie religioni tribali. Muta solo l’estensione, che vuole planetaria. Quel che non gli somiglia diventa Male Assoluto, il che rimanda a un modo di pensare “arcaico”, per usare il suo linguaggio. Abbiamo parlato di guerra mentale, giacché il suprematismo” soave” dell’Occidente laico, democratico, libertario, libertino vince perché è ancora erede. Erede di una superiorità tecnica e militare attraverso cui ha diffuso i suoi principi con una mano sul fucile e l’altra sulla dichiarazione dei diritti dell’uomo. Bomba atomica e tolleranza, democrazia, mercato e manipolazione delle coscienze. Guerra mentale e, all’occorrenza, la buona vecchia guerra materiale, che ha l’innegabile vantaggio di ammazzare i dissenzienti e rendere necessaria la ricostruzione successiva, pagabile a strozzo.

I diseredati, intanto, vengono sospinti sempre più in basso. Il loro dovere è consumare; non è necessario, anzi è controindicato, che “sappiano”. Basta una conoscenza strumentale, l’addestramento ai compiti a cui sono destinati. A che servono, dunque, le parole? Orwell spiegò che non solo il potere “possiede” parole e significati, ma ha ogni interesse a restringere il nostro vocabolario personale. Impresa tanto più facile in un tempo nel quale prevale l’immagine sulle altre fonti di conoscenza. Nessun approfondimento, mentre si dissecca la sorgente delle parole. Dario Fo, per spiegare la lotta di classe in chiave marxista, utilizzò una metafora azzeccata: il padrone conosce mille parole, l’operaio solo trecento. Per questo è il padrone. E’ la verità. Non per caso impoveriscono l’idioma comune, ridotto ai monosillabi, agli acronimi, agli emoticon della messaggeria telefonica, imbastardiscono le lingue, riducendo il numero dei termini di uso corrente.

Le statistiche sono impietose: anche persone che passano per istruite, in possesso di titoli accademici, non usano che poche centinaia di parole (vietato dire “lemmi”…) la capacità di comprendere, riassumere e spiegare testi di media complessità è drammaticamente bassa. Siamo tutt’al più in grado di comprendere, con l’aiuto delle immagini e dei pittogrammi, le istruzioni di montaggio dell’Ikea e di utilizzo dei più semplici apparati informatici. Non parliamo di eseguire calcoli matematici, segno non solo di scarsa concentrazione e padronanza della materia, ma di incapacità di pensiero astratto.

La gente legge sempre meno, le librerie chiudono in massa, sostituite da profumerie, bar e locali che dispensano “cibo di strada”, lo street food spazzatura. Il libro elettronico non ha affatto sostituito la vecchia, cara, carta stampata. La conseguenza è chiara: una generazione che non ha ereditato neppure la lettura, in grado solo di digitare sulla tastiera per ricevere immagini, testi ridotti al minimo, didascalie descritte in linguaggio elementare. La postmodernità ha raggiunto il suo vero mentore, il gran maestro dei “buoni” selvaggi, l’orribile Jean Jacques Rousseau. Ecco che cosa sosteneva il ginevrino nell’Emilio, il cui sottotitolo è – o dell’educazione-.  “La lettura è la piaga dell’infanzia. Odio i libri. Insegnano solo a parlare di ciò che si sa… Non voglio che sia musicista, né commediante, né che scriva libri. Ho chiuso tutti i libri. “

Quest’analfabetismo ha sempre avuto adepti. An-alfa-beta significa, letteralmente, persona priva di due parole di seguito da unire. L’analfabetismo della scrittura si coniuga spesso con quello del pensiero, una grande fortuna per i governanti.

Un pensatore come Roland Barthes, che al tempo dei mezzi di comunicazione sociale declasseremmo ad influencer, scrisse parole durissime contro la scrittura, dunque contro la lettura e, in definitiva, la cultura. Il linguaggio è una legislazione. Ogni lingua è una classificazione, e ogni classificazione è oppressiva. La lingua è semplicemente fascista. Lo scrisse in un libro dallo sbalorditivo titolo “Il piacere del testo”.

Sarebbero asserzioni comiche, da avanspettacolo di periferia, delle quali ridere davanti a un buon bicchiere, invece Rousseau che Barthes sono venerati maestri. Hanno lavorato in molti alla cultura del male ed hanno conseguito lo scopo: disperdere l’eredità e vincere la guerra mentale per conto dei padroni che sostenevano di combattere. Rousseau ha convinto una parte rilevante dell’Europa culturale dell’esistenza del buon selvaggio, il bimbo e l’incolto rovinati dalla sedicente civiltà. Una menzogna divenuta principio, creduta per coazione a ripetere. Un capopopolo del Sessantotto riconvertito in politico e pensatore progressista, Daniel Cohn Bendit, è riuscito ad affermare qualcosa di ancora più ridicolo: “oggi la battaglia importante è, in primo luogo e soprattutto quella che va diretta contro l’ossessione ortografica”

Al potere non è andata la fantasia, ma l’ignoranza, mascherata da ossessione antiautoritaria, giacché l’ortografia è un complesso di regole. Ma è contro le regole che è stata dichiarata e vinta la guerra dell’ultimo mezzo secolo; hanno trionfato nella vita quotidiana, nei valori civili, nella dispersione di ogni eredità culturale. Hanno perduto, drammaticamente, nel confronto con i burattinai, le oligarchie del denaro e della tecnologia, che ignoranti non sono affatto e conoscono, non mille, come i padroni di Dario Fo, ma diecimila parole, mentre impongono l’afasia a noi sudditi.  Un giovane filosofo francese, François Xavier Bellamy, scrive nel libro I diseredati, perché è urgente trasmettere la cultura, parole molto assennate sul nichilismo profondo di cui Rousseau, Barthes, Cohn Bendit e troppi altri sono portatori insani: “la loro logica è quella di una violenza massima, pensata in maniera molto primaria, elementare, una legge del taglione ridotta alla massima approssimazione.”

Dei due termini scaturiti dalla parola latina liber, libero e libro, hanno amputato la seconda per enfatizzare un modo distorto la prima. Libertà diventa rozzezza, ignoranza, sotto le vesti dell’autenticità, dell’immediatezza, del selvaggio né buono né cattivo, semplicemente – e felicemente- ignorante, nel senso primario; colui che non sa e, quel che è peggio, non si pone più domande, per l’impossibilità di trovare le parole per articolarle, innanzitutto a se stesso. Senza eredità, senza parole, sconfitto nella guerra mentale sferrata contro di lui. I sapienti hanno decretato che la lingua è fascista, la storia sciovinista, la letteratura sessista, la geografia etnocentrica e le scienze dogmatiche. Stranamente, non capiscono perché i loro allievi siano diventati degli zombie, selvaggi con telefonino incorporato.

L’esito è che non si studia più nulla per i motivi esposti. Nuove ragioni ci dovrebbero spingere a studiare ed amare il greco antico. Come spiegare che in tempi in cui tutto è impreciso, indefinito, liquido, potrebbe aiutarci il tempo verbale aoristo. Aoristo significa indefinito, il che lo oppone a tutti gli altri tempi definiti; mentre gli altri tempi definiscono l’azione del verbo nel senso della sua durata, del suo principio o del suo punto d’arrivo (presente e perfetto) o nel senso del presente e del passato, l’aoristo esprime l’azione pura e semplice; è il tempo narrativo e gnomico. Gnothi seautòn, conosci te stesso, la celebre massima di Socrate, tramontata con il declino della filosofia, è resa in greco con l’aoristo. Attraverso il presente Socrate avrebbe inteso una conoscenza pura e semplice, non lo svolgersi e l’importanza dell’atto del conoscere.

Parole, trucioli del passato. Nulla, dinanzi a Facebook, alla potenza assertiva di “mi piace”, “non mi piace” o al significato proattivo del postare giudizi su ciò che si ignora, immortalare un piatto di spaghetti o affidare al ciberspazio un selfie con il Colosseo come sfondo, anzi “location”. In tedesco, pensare (denken) è simile a ringraziare (danken). Forse per questo è la lingua della filosofia. In spagnolo, nel gergo comune, si è generalizzato un verbo senza significato, “molar”, che deriva dal dente destinato a frantumare il cibo, che ha sostituito, nel frasario idiomatico, termini dalle sfumature tanto diverse come amare, piacere, stimare, ammirare e simili. “Me mola”, mi va a genio, al dente, somiglia tanto al generico, ma travolgente “like” delle reti sociali.  In italiano, siamo afflitti dalla dittatura del verbo “fare”, dal sostantivo “cosa” e da espressioni errate, sgrammaticate e prive di significato come “piuttosto che”, “quant’altro”, “detto questo”, oltre all’intramontabile “cioè”.

Ridotto all’osso il vocabolario, sfugge il pensiero. Non ci opporremo più al male per mancanza dei significanti per definirlo. Emetteremo grugniti affermativi o negativi, dimenticando che attribuire un nome a oggetti, sentimenti, luoghi, è considerato, nelle culture da cui proveniamo, esercizio decisivo, addirittura divino, l’attribuzione del soffio vitale. Negli Usa, dove sono avanti in tutto, specie nella regressione, nomi propri, sostantivi e termini tendono a diventare monosillabi. Pensiero ristretto, sincopato. Esseri umani non si vergognano di farsi chiamare con le iniziali: ricordate J.R. della serie televisiva Dallas, o O.J. Simpson? Non numeri, ma lettere: il sogno, o l’incubo americano.

Bellamy ci consola con una riflessione anacronistica: il rimedio alla povertà di ogni cultura è la cultura stessa. Sì, ma, senza parole, come capiremo, come ci esprimeremo, in che modo daremo forma a sentimenti, emozioni, dissensi? Va pensiero sull’ali dorate, va ti posa sui clivi, sui colli. Posati, pensiero, torna eredità, trasmetti, consegna, non tutto è web, non tutto è immagine o squittire della scimmia ammaestrata. Ci vogliono maestri. Un esempio riguarda il “sessismo”, considerato uno dei mali più tremendi, da estirpare con ogni mezzo. Inutili le lezioni grondanti retorica, gli interdetti e le giornate dedicate alla donna. Più utile, per diffondere rispetto verso il sesso femminile, conoscere la vita di Giovanna d’Arco, il suo processo, sapere il contributo di Marie Curie alla scienza o quello di Madame de La Fayette alla letteratura, l’inventrice del romanzo storico, o ancora apprezzare i dipinti di Artemisia Gentileschi.

All’inizio, citavamo Aldous Huxley e il suo Mondo Nuovo, la distopia in via di realizzazione. Sapete che cosa auspicava per l’umanità futura lo scrittore oligarca dell’impero britannico? Questa era la sua idea, da confrontare con la realtà del mondo contemporaneo diseredato. “La rivoluzione autenticamente rivoluzionaria, molto al di là della mera politica e dell’economia, è la rivoluzione degli uomini, delle donne e di bambini individuali, singoli, i cui corpi dovranno passare ad essere proprietà sessuale comune di tutti e le cui menti dovranno essere lavate da ogni pudore naturale e da ogni inibizione acquisita dalla civiltà tradizionale “. Selvaggi, né buoni né cattivi, un’umanità simile a Enkidu nella favola di Gilgamesh. Senza eredità, senza parole, senza mente per usare il libero arbitrio.

Nel Dio Thoth, romanzo di Massimo Fini, l’informazione si avvita su se stessa, parla di se stessa, megafono del nulla, quel poco di realtà che c’è ancora è ignorata dai media e quindi non esiste. Lo slogan di Teleworld: “fatto è la notizia e la notizia è il fatto”. Il protagonista vorrebbe leggere l’Amleto, ma l’opera è sepolta sotto un cumulo di “informazioni inerenti” che impediscono l’accesso. Così il bibliotecario gli fornisce una serie di DVD della rappresentazione teatrale, poi delle sintesi audio, alcuni saggi brevi sull’argomento, infine una riduzione all’osso della tragedia. Amleto ridotto ad abstract.

Il vecchio Hegel scriveva così, due secoli or sono: “il linguaggio in quanto articolato e sonoro è voce della coscienza per il fatto che ogni suono ha un significato, cioè in esso esiste un nome, l’idealità di una cosa esistente, l’immediato non-esistere di questa”. L’uomo postmoderno non comprende più, troppa fatica, meglio una citazione scelta da Wiki quote. Il testamento è stato strappato dagli eredi che hanno rifiutato il patrimonio

senza beneficio d’inventario.

Da https://www.maurizioblondet.it/i-diseredati-della-guerra-mentale/

NON FACCIAMOCI DISTRARRE. IL 2025 E’ VICINO.

Quando il saluto di   capodanno viene trasmesso a reti  unificate, e praticamente tutti  (anche in  parte  l’opposizione)  lo trovano intelligente, profondissimo e di  si sforzano di leggervi  i sensi più profondi, e  le direttive – anche i non detto – anzi Repubblica vi trova  la direttiva futura,  Il Manifesto della Giovane Italia

Cosa occorre per capire che siamo in dittatura?

Personalmente mi sono esentato  dall’obbligo, anche perché  il  parlante è protetto dalla  legge contro  il vilipendio del’alta carica.

Qualcuno mi può  dire  se  ha  detto qualcosa sul Consiglio Superiore della Palamara, e  del gravissimo scandalo che lo ha scosso  ed è  stato tacitato  con  qualcosa di molto simile all’omertà? Gravissimo perché  dimostra  oltre ogni dubbio (noi non ne dubitavamo) la collusione fra  il PD e l’organo di autogoverno  della magistratura, uniti nella lotta contro ogni posizione possibile; organo su cui  il presid della rep avrebbe  il diritto e dovere di dire una parola ammonitrice e  disciplinatrice.

Ne ha parlato? No?

Dunque  riporto alcuni  commenti che mi sembrano affidabili:

Daniele Capezzone:

Glossario minimo per decodificare i messaggi dei Presidenti della Repubblica (non solo dell’attuale)

*Coesione e armonia=non vi mando a votare

Identità italiana=porti riaperti

*Crisi=più tasse

*Sfida europea=comanda Bruxelles

*Ascoltare=state zitti e non disturbate troppo

 

Mi   pare che ci sia tutto, del messaggio.  Peraltro interpretazione  confermata da uno di cui  mi fido:

@Musso___

Mattarella : “ l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere. L’altra non appartiene alla nostra storia e al sentimento profondo della nostra gente”. Traduco : la destra è non – italiana

Mattarella è un piddino massimalista.

Incredibile dove invoca Leonardo Raffaello Dante, a testimoniare una supposta vocazione dell’Italia a servire “per geografia e per storia, come uno dei punti di incontro dell’Europa con civiltà e culture di altri continenti”

[Porti aperti]

Mattarella si spinge a dichiarare il proprio pieno sostegno a “la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte”

[E’  la direttiva della nuova Kommissaria di   Bruxelles con  cui ci  spoglieranno  e ci gonfieranno non solo la testa con la  loro propaganda

Musso:  Che poi uno che sostiene apertamente il #gretinismo si permetta di affermare “Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze. Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi”  Questa è la messa in farsa di sé stesso.

[Di mio aggiungo: l’allusione a “prendere posizione prima di informarsi”  implica la direttiva:   dovete informarvi solo sulle fonti autorizzate ed  approvate. Escludete i social, che del  retso sono in via  di ripulitura  ed epurazione].

A  cui va aggiunta la chiosa  di un commentatore di Musso:

sim64one –  @BerSim1

Mattarella rappresenta in modo “esemplare” quel 18% dei votanti il cui partito detiene TUTTE le principali cariche politiche italiane ed europee. Se esistesse una #ProssimaFermata io mi prenoterei”.

Perfetto:  il messaggio è passato. Il pdr  non ha fatto nemmeno finta di essere super partes. Non  ne ha bisogno. Non più.

Da https://www.maurizioblondet.it/non-facciamoci-distrarre-il-2025-e-vicino/

La Flop Ten del 2019

Non occorre scomodare i politici per trovare il peggio del 2019. I nuovi politici hanno distrutto tutto. Anche i proverbi. Persino “tutte le strade portano a Roma” ormai è soltanto un vecchio ricordo: se non precipiti in un viadotto, caschi in una buca della Capitale, se non cadiamo in una voragine ormai una voragine si è aperta in noi che “vediamo” la politica straparlare di ogni argomento tranne che di politica. Ormai l’abbiamo capito: in politica non ci sono traditori, ci sono solo perdenti.

Ed è così che la democrazia è più esibita che esercitata e la libertà più social che sociale. E allora ecco la Flop Ten del 2019

1. Greta Thumberg: forse non è un caso che al cinema e in libreria sia tornato Pinocchio. Greta Thumberg si aggiudica il primo posto come miglior burattino di questo anno. Vittima di un sistema di marketing comunicativo che è una associazione a delinquere di stampo immaginario. Anche un “non udente” capirebbe che i suoi discorsi sono come minimo scritti dal padre, il suo coach mentale o da un software troppo sofisticato. Greta parla parla parla, fa scendere in piazza milioni di ragazzi per protestare al venerdì, ormai gli unici ponti sicuri sono quelli delle vacanze, per poi tornare al lunedì in classe a scrivere con la penna biro di plastica, l’astuccio di plastica, lo zaino di plastica, lo smartphone di plastica. Greta invita tutti a scrivere a gesti, ad indossare un saio e a comunicare attraverso segnali di fumo. Solo allora sarà davvero il tuo “Time”.

2. Roberto Saviano. Il “Giovane Holding”, ex scrittore di successo, ex editorialista di successo, ex sceneggiatore televisivo di successo, trova spazio ormai soltanto sui social (attraverso video con i sottotitoli) o da Fabio Fazio con i suoi discorsi da Solone talmente inutili che Saviano è forse l’unico personaggio tivù a non avere avuto neanche una imitazione perché la miglior imitazione di Saviano è lui stesso.

La scorta ormai gli serve solo per fare la ruota (da pavone). Non togliamo la scorta a Saviano, ma liberiamo la scorta da Saviano. A questo punto potrebbe assumere, per i pericoli che corre (al massimo di non essere riconosciuto), anche dei figuranti o lui, sempre dalla parte dei precari, che assuma i Centurioni che fanno le foto al Colosseo. Almeno li paga e fa qualcosa di utile e magari ritrova il suo impero. Il rischio è che Saviano finisca a fare discorsi dalla finestra o nel suo attico a New York con applausi registrati di un pubblico che non c’è: così dopo aver gravato per anni e anni su noi contribuenti che paghiamo la scorta ci toccherà pagargli anche il Sistema Sanitario.

3. Chiara Ferragni. Dopo i nostri articoli di denuncia sullo sfruttamento pubblicitario del figlio Leo, è intervenuta l’Associazione Italiana Consumatori che ha denunciato la influencer. Detto, fatto. Il profilo del piccolo Leo, 2,5 milioni di follower è scomparso da Instagram e quando appare con i genitori finalmente qualche volta il viso, come vuole la legge, è pecettato.

Di destra o di sinistra, odiatori o haters, abbiamo almeno il merito di aver salvato un bambino dal pericolo di diventare uno squilibrato.

4. Michela Murgia. Ha iniziato l’anno con il suo libello Fascistometro una serie di idiozie talmente grandi che non ci entrava neanche lei. Dopo apparizioni in tivù e radio, cercando sempre lo scoop, adesso è in tour teatrale. È stato pubblicizzato su ogni giornale – nel senso di pubblicità a pagamento – ma nessuno ne ha scritto, nessuno ha fatto una foto. Non si sa nulla del suo tour teatrale. La speranza è che l’abbiano assunta per ciò che sa fare meglio: la maschera.

5. Gad Lerner. Dalle sprangate di Lotta Continua all’autolicenziamento da “la Repubblica” perché “pagato troppo poco”, da “Milano, Italia” è passato a “Lerner, Italia”. Se gli domandi dove abita risponde “Lei è un antisemita”, lo stesso se gli chiedi l’età, la squadra per cui tifa o qualsiasi argomento. Chi tocca Lerner muore di antisemitismo. Allora, caro Lerner, al posto di parlare giustamente di antisemitismo da 30 anni perché non si fa promotore di una raccolta firme per una legge che aumenti le pene per chi insulta gli ebrei? La risposta è semplice: non lo fa perché non avrebbe più nulla da dire. Quindi lei sull’antisemitismo ci campa e mi sembra che il suo campare non sia solo da “Ultima Spiaggia”

6. Zoro. Non è un caso che gli manchi una R perché tra l’interventista dei Parioli e Zorro la differenza non è poca. È il nuovo Fausto Bertinotti, ma meno simpatico e signore, che all’eleganza del cashmere è passato alle t-shirt personalizzate. Sempre con quell’altezzosità da tribuno del popolo è rinforzato da Marco Damilano, neo(n) Pancho Villa capace di passare da “Azione Cattolica” a “L’Espresso”.

Diego Bianchi “Zoro” ha sempre quell’aria di uno che si è appena svegliato (ad oggi non è scientificamente dimostrato se lo sia) e in coppia con Damilano, che si veste e parla come i Testimoni di Geova che quando eravamo piccoli ci suonavano al citofono, risulta il più spocchioso dei giornalisti. La fine del mondo non lo so, ma la sua è abbastanza facile da intuire. Diventare una macchietta alla fine stanca anche il più radical flop dei suoi telespettatori che hanno come minimo l’abbonamento alle figurine Panini e in casa ancora il Subbuteo a 50 anni.

Quando non lo vedranno neppure i parenti speriamo che si rifugi in casa, lo immaginiamo con la testa tra le mani sbattere la testa contro la scrivania di casa in ciliegio e ottone. La speranza è che comprenda che è Bianchi nel cognome come Bianchi nella vita e vada a vivere in qualche paese della Barbagia a fare il pastore o a girare l’Italia in ape-car per vendere le sue diapositive di porta in porta.

7. Ilaria Cucchi. Avrà anche ragione: sarà anche un delitto di Stato, ma quest’anno tra lei e suo marito in un anno l’ho vista più di mia sorella. Per pubblicizzare il suo libro sul “caso Cucchi” non ha mancato una trasmissione televisiva.

Una domenica l’ho vista dall’Annunziata (che meriterebbe la classifica dei “Flop Ten” ma il cognome la inserisce di diritto), poi a “Domenica In” e la sera nell’”Arena” insabbiata di giustizialismo di Giletti. E per fortuna, in questo caso, la domenica non ascolto la radio.

8. Liliana Segre. Ha tutte le ragioni del mondo ma la stanno trasformando in una circense. Non c’è trasmissione che non l’abbia invitata almeno 20 volte, non c’è città o paesino o borgo che non le abbia dato la cittadinanza onoraria, non c’è politico che non abbia una foto con lei.

Al posto di perdere tempo ad andare da Mara Venier con zoom fisso sugli occhi per aspettare una lacrima (della Venier), a girare di tv in tv, di borgo in borgo, di piazza in piazza, di giornale in giornale, non potrebbe andare nelle scuole tedesche a ricordare ai bambini, alle banche, alle grandi industrie, alla Merkek che forse non è il caso di sentirsi i padroni del mondo? Con la finanza stanno facendo più morti che qualsiasi olocausto.

9. Fabio Fazio. Lo so, lo so, lo so. È un caso clinico, eppure, in attesa di vederlo il prossimo anno su rai4 e rai5 e di farsi creare apposta Rai6 solo una domanda che da anni mi tormenta. Non la sua faziosità, ormai anche il mio cane si addormenta, ma un solo interrogativo mi assilla: perché noi, che ci trattengono il canone Rai direttamente dalla bolletta della luce, dobbiamo continuare a pagare Filippa Lagerback che da un ventennio dice solo quattro parole” “Oggi è qui con noi…” e poi il nome dell’ospite. Caro Fazio, non può far fare l’introduzione a qualche tecnico così risparmiamo?

E poi, caro Fazio, ma le decine di interviste che ha fatto sulle quote rosa, le decine di monologhi della Littizzetto sul ruolo marginale delle donne che fine fanno? Parlava più il pappagallo di “Portobello”. Eppure Filippa Lagerback (cognomen omen) ha dichiarato a “Tv Sorrisi e Canzoni” che “Il mio ruolo è piccolo, lo so, ma sono stata io la prima ad accettarlo e sono libera di avere il mio stile, i miei abiti dicono molto, si parla persino in silenzio”. Tutto chiaro? In sintesi, la paghiamo per indossare vestiti e accessori degli stilisti.

10. Noi. Noi siamo il peggio. Siamo i peggiori. Noi che crediamo ancora in una idea e non in una ideologia. Per noi che “stare vent’anni dalla parte del torto” non è uno slogan ma un modo di vivere, noi che veniamo sempre attaccati perché siamo cattivi.

Chi ce lo fa fare svegliarci tutte le mattine e denunciare quello che non funziona? Non abbiamo sempre ragione, spesso possiamo avere torto, spesso gridiamo, ma non c’è più violenza nelle parole silenziate delicate e sinistrate di chi è convinto di vivere in un nuovo fascismo? Certo, è vero. Ma non è razzismo. È il fascismo del consumismo. Perché siamo tutti uguali. Che siamo bianchi, neri, gialli, rossi, verdi o verdoni alla fine ognuno ha il suo telefonino ultimo modello, parabole sui tetti e televisori sempre più grandi così che al sangue nelle vene hanno sostituito il plasma alle pareti.

Da https://www.nicolaporro.it/la-flop-ten-del-2019/

Gretini, Sardine e grillini: tre sintomi della stessa malattia

Mi sono chiesto se per caso l’ambientalismo non fosse una forma di patologia psichiatrica che colpisce il comportamento collettivo. Senza sorpresa ho scoperto che siffatta patologia esiste: si chiama groupthink. Esempi di manifestazioni di tale disturbo mentale mi sembrano, a livello planetario, i Gretini e, a livello nostro nazionale, le Sardine. Milioni di persone nel primo caso e migliaia nel secondo sono scesi in piazza per protestare contro cose ignote a essi stessi.

Greta aveva cominciato con lo sciopero per il clima – che già di suo sembra cosa bizzarra – e pur continuando a lamentarsi che, dopo un anno, nulla è stato fatto, si astiene dal dire cosa avrebbe voluto si facesse esattamente per ‘sto clima. Ma i Gretini? Imbevuti di un pensiero, quello di Greta, a dir poco infantile (e giustamente, perbacco!), protestano contro il mondo intero, che però è lo stesso mondo che li accoglie a braccia aperte: raro caso di vittima e carnefice a braccetto. Caratteristica comune a ciascun individuo dei due gruppi – Gretini e Sardine – è, verosimilmente, il timore di sentirsi isolato se non ne facesse parte. Non si spiega altrimenti l’affluenza. I Gretini nulla sanno di clima, com’è stato dimostrato, in occasione delle loro manifestazioni quando, chiunque di loro, intervistato sul perché si trovasse lì, non ha saputo rispondere. Lo stesso le Sardine: se gli si chiede, il loro progetto è «scendere in piazza». Fine del progetto. E anche questa loro vaga opposizione contro Salvini è quanto mai curiosa: Salvini è solo uno che è stato eletto coi voti di milioni d’Italiani: per essere contro Salvini, basterebbe non votarlo. Dicono che l’uomo parli alla pancia di chi lo vota. Secondo me parla alla loro testa.

La patologia psichiatrica di cui parlo non è semplice conformismo – che sarebbe naturale nelle persone più giovani – ma conformismo razionalizzato. Il gruppo affetto da questa forma di demenza si convince, innanzitutto, di essere in una posizione eticamente superiore. Fateci caso: quante volte i comportamenti promossi dagli ambientalisti sono qualificati come virtuosi? Tipo: sei virtuoso se bevi dalla bottiglietta d’alluminio o se vai in bicicletta, e sei dannato se bevi dalla bottiglietta di plastica o se per andare da Londra a New York t’ostini a prender l’aereo. Il conformismo, qui, non è passivamente praticato, come ci si attende che facciano i bambini, ma è fatto legge, nel senso che chi non si conforma diventa, per codesti malati, un fuori-legge da demonizzare. Pensate, ad esempio, com’è apostrofato chi avanza dubbi sull’origine antropica del clima che cambia: negazionista, dicono. Che, per il solo fatto di non far parte del gruppo, è considerato malvagio e amorale, quando non corrotto. Ho esperienza personale di un piccolo blog di periferia di disturbati che continua a chiedermi quanto denaro mi danno le compagnie petrolifere, per il solo fatto di negare, io, che abbia dimostrato la propria asserzione chi sostiene l’origine antropica del clima che cambia.

La chiusura mentale è altra tipica manifestazione della patologia psichiatrica in parola. Il gruppo che ne è affetto è privo della disponibilità ad anche solo ascoltare le ragioni di chi si oppone al pensiero, che è unico – nel senso che v’è un solo pensiero – del gruppo, alla cui coesione è sacrificata ogni creatività individuale e autonomia (di originalità manco a parlarne) di pensiero. I climatologi Gretini hanno appunto invocato il silenziatore per ogni loro oppositore. Elemento essenziale affinché il gruppo affetto da tale patologia possa mantenersi in vita è l’autoconvincimento di universalità del loro pensiero. Per esempio, i Gretini del clima (e qui ci metto anche gli adulti Gretini) hanno bisogno di ripetere continuamente che sui loro convincimenti vi sarebbe «consenso scientifico».

È, questa, l’ultima arma che hanno e quando, messi con le spalle al muro a render conto del perché i fatti del mondo contraddicano le loro convinzioni, non gli resta che obiettare che «tutti gli scienziati hanno le stesse convinzioni». Il disturbo mentale è evidente nel momento stesso in cui, quando 11 scienziati manifestano il proprio dissenso – palesemente così sconfessando quel “tutti” – quei poveri malati sentono il bisogno di produrne 11 mila a proprio sostegno, inventandoseli di sana pianta, come hanno fatto. «Oltre 11.000 dell’Alleanza-degli-scienziati-del-mondo, avvertono della crisi climatica», è stato il loro comunicato, ma non esistono né l’Alleanza-degli-scienziati-del-mondo, né gli 11.000 sbandierati scienziati. Brutta malattia mentale, eh?

Ora, nel nostro panorama politico gli ambientalisti, almeno come partito, sono stati estromessi dalle aule dei parlamenti dal voto della gente sana di mente. Ma il disturbo psichiatrico non è stato estromesso: il M5s appare colpito dalla patologia. Basti pensare alla recente comparsata di Beppe Grillocon Di Maio alla sua destra in un momento in cui quest’ultimo sembrava criticato dal “gruppo”. Senza rinunciare ai suoi soliti francesismi, taglia corto Grillo: «Basta, dobbiamo smetterla di avanzare critiche con interventi qua e là; il capo politico è lui [Di Maio] e non rompete, i c…, fatemi la cortesia, perché sennò ci rimettiamo tutti». È proprio caratteristica di questa sottile forma di disturbo mentale il rifiutare ogni pallida critica, anche se interna: l’aspirazione del gruppo afflitto dal male è proprio l’unanimità, il consenso, con tutti i mezzi. Diventare una società di mutua ammirazione è una sorta di spirito di sopravvivenza del gruppo malato.

Il problema che mette a repentaglio la salute dell’intera collettività sana, però, emerge quando da siffatto disturbo sono colpiti gruppi che, per qualche imponderabile ragione, si ritrovano a determinare il futuro di quella collettività. Se questa vuole sopravvivere alle conseguenze esiziali dell’influenza di codesti gruppi malati, dovrebbe riconoscerli tali, isolarli, e non permettere di farsi contagiare. I contagiati dai grillini se ne sono resi conto presto. Quanto a Gretini e Sardine, che siano riconsegnati ai banchi delle loro scuole: vita troppo comoda quella di bighellonare nelle piazze, convinti pazzi di vivere una vita d’impegno.

da https://www.nicolaporro.it/gretini-sardine-e-grillini-tre-sintomi-della-stessa-malattia/

L’invenzione dell’INCOLPEVOLE

di Emilio Giuliana

“L’ONNIPOTENZA DI DIO, UNA VOLTA TERMINATI GLI EVENTI, NON È IN GRADO DI MODIFICARLI SUCCESSIVAMENTE, MENTRE INVECE POSSONO FARLO GLI STORICI MUTANDO LA NARRAZIONE DEGLI AVVENIMENTI EFFETTIVAMENTE ACCADUTI” (VOLTAIRE). LA CITAZIONE DI VOLTAIRE NON FA SCONTI NEANCHE SUL CASO DEL BEATO SIMONINO, NÉ È RIPROVA LA PERVICACE CAPZIOSITÀ CON LA QUALE COSTANTEMENTE, SI VUOL NEGARE LA VERITÀ, NONOSTANTE EBREI IMPORTANTI DEL PESO DI ARIEL TOAFF E SERGIO LUZZATO, HANNO RACCONTATO ATTRAVERSO LE LORO RICERCHE DOCUMENTALI CHE I SACRIFICI RITUALI SONO STATI IN SENO AL MONDO EBRAICO PRATICATI, COSÌ COME FU PRATICATO SUL POVERO MARTIRE BEATO SIMONINO.

E.G.

 

di don Ugolino Giugni

Molto è stato scritto, in passato, sul beato Simonino da Trento e ancora oggi, malgrado la “soppressione” del suo culto egli è al centro dell’interesse degli studiosi. Nel 2007 fece molto scalpore il libro “Pasque di Sangue” di Ariel Toaff, figlio del gran rabbino di Roma Elio, nel quale l’autore affrontava scientificamente e storicamente la questione della “cultura del sangue” nelle tradizioni e credenze popolari ebraiche nel medioevo. Questa “accusa del sangue”, secondo Toaff, emerge proprio dai verbali dei processi per l’accusa di “omicidio rituale” (di cui proprio quello di Trento del 1475 riguardante il beato Simonino è uno dei più famosi), contro gli ebrei ashkenaziti trentini.

È molto interessante quanto scrive Toaff per spiegare il suo metodo di ricerca, poichè egli non può essere certamente accusato di essere di parte e antisemita: «voglio precisare che nella mia ricerca ho inteso principalmente indagare sul ruolo occupato dalla cosiddetta “cultura del sangue” nel mondo ebraico di lingua tedesca, come nella società circostante. Un ruolo polivalente, terapeutico, magico, scaramantico, alchemico, che prescindeva dal severo, divieto biblico e rabbinico relativo al consumo del sangue. In sostanza, mi sono proposto di verificare come, anche su questo punto, la prassi, modellata dalle influenze esterne, avesse modificato la norma e quali ne fossero state le conseguenze, impreviste o prevedibili, nell’ambito dell’aperto e aspro confronto con le comunità dei cristiani.

 

In altre parole, intendevo ricostruire restituendo loro vita e spessore, le credenze popolari dell’ebraismo ashkenazita medioevale, un mondo sotterraneo, imbevuto di superstizione e di magia e animato da viscerali sentimenti anti-cristiani. Un mondo che, più o meno intenzionalmente, è stato coperto dall’oblio, almeno fino ai tempi recenti. Il processo di Trento per l’infanticidio di Simonino (1475) e la sua ampia documentazione mi hanno fornito la possibilità di esaminare in dettaglio le confessioni degli imputati. Mi sono chiesto quindi se in esse, pur tenendo conto che erano state estorte con la tortura [metodo comune a tutti i processi, anche quelli civili… a quell’epoca, n.d.r.] si potessero riscontrare elementi riconducibili alla mentalità, alle tradizioni e ai riti particolari di quegli ebrei per quanto concerneva sia la vita quotidiana sia la celebrazione delle festività, e in particolare la Pasqua. Sulla base di significativi riscontri e verifiche incrociate con le fonti ebraiche sono giunto alla conclusione che vi siano solidi elementi per ipotizzare che un uso magico e simbolico del sangue, essiccato e ridotto in polvere, fosse divenuto con il tempo, a dispetto dell’opposizione dei rabbini, parte integrante di riti e liturgie particolari nell’ambito della celebrazione della Pasqua ebraica.

L’immagine emersa da una documentazione ebraica rilevante, di recente pubblicata da Israel Yuval, trova conferma nel quadro che sull’argomento ci viene disegnato dagli imputati di Trento, indicando chiaramente che esso caratterizzava in particolare gruppi estremisti ashkenaziti. Questi, che facevano parte di un ebraismo tedesco reduce dai traumi delle crociate, dai massacri e dai battesimi forzati, esprimevano nel corso della cena pasquale la loro risoluta avversione al cristianesimo nel cosiddetto “rituale delle maledizioni”. Secondo la mia ipotesi, che ritengo suffragata da indizi significativi, questi anatemi sacralizzati acquistavano una terribile valenza magica quando simbolicamente qualche granello di sangue cristiano in polvere veniva sciolto nel vino, trasformandolo nel sangue di Edom, il cristianesimo, l’irriducibile persecutore cui le maledizioni erano indirizzate» (1).

Toaff fa notare come il bambino ucciso sia identificato, in maniera commovente per un cristiano, con lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo: «“Tu sei crocefisso e trafitto come Gesù l’appeso, in ignominia e vergogna come Gesù”. Per i partecipanti al rito sembra che l’infante cristiano avesse perduto la sua identità (se mai l’aveva posseduta ai loro occhi) e si fosse trasformato in Gesù “crocifisso e appeso”» (2). Quanto affermato qui da Toaff sembra smentire quella “evidente mancanza assoluta di prove” che Gemma Volli invocava nel 1963, all’alba dei tempi nuovi del Concilio Vaticano II, nell’opuscoletto di sedici pagine (3) che ella scrisse per chiedere la revisione dei processi trentini e la soppressione del culto di Simonino.

La storia è nota, la revisione invocata arrivò con il Concilio, e grazie ad un insignificante articolo di W. P. Eckert op. (4), nel 1965 il vescovo di Trento Gottardi fu solerte a sopprimere il culto di Simonino e occultarne le reliquie per cancellarne per sempre, se ciò fosse stato possibile, la memoria.

Questo nuovo libro vuole far conoscere la vera storia di Simonino come l’ha insegnata e creduta Santa Madre Chiesa prima dei “tempi nuovi del Vaticano II”, e vuole ricordare ai cattolici quello che ci sembra essere un punto fondamentale della questione, e che si è sempre cercato di far passare in secondo piano; il fatto cioè che nel caso del culto di San Simonino è in gioco l’autorità stessa e la credibilità della Chiesa. Essa infatti è infallibile nella canonizzazione dei suoi santi, per cui non è possibile che approvi un culto che si rivelerebbe in seguito falso e necessiti di essere soppresso.

Certo la beatificazione, in quanto atto non definitivo e limitato ad un culto locale che non obbliga tutta la Chiesa, non è ancora infallibile; ma è opinione comune dei teologi che sia quanto meno temerario sostenere che vi possa essere errore in un tale giudizio. Inoltre nel nostro caso bisogna considerare il fatto che nel 1584 il nome di Simonino fu inserito nel martirologio romano da Papa Gregorio XIII, col titolo di Santo e che nel 1588 Papa Sisto V concesse per la diocesi di Trento Messa e Officio proprio del Beato Simonino. In seguito con la Bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755 Papa Benedetto XIV, riconobbe nuovamente il culto prestato a san Simonino affermando che “fu crudelmente messo a morte in odio alla fede”, culto confermato da innumerevoli miracoli.

La bolla di Papa Lambertini (Benedetto XIV) ha un valore particolare, in quanto essa esamina a fondo i casi strettamente collegati del martirio di Andrea da Rinn e Simone di Trento, ed è a tutti nota la somma autorità del Lambertini in materia di canonizzazione di Santi. È da notare che il popolo di Trento ha sempre venerato con un culto pubblico e solenne il suo piccolo patrono fino al 1965. Se ci si pone in questa prospettiva cattolica, non c’è posto, nella questione del culto a Simonino, per il cosiddetto “antisemitismo” col quale, in maniera strumentale, si pretende accusare i cattolici che venerano San Simonino.

Il libro è diviso in due parti affinché il lettore possa farsi un’idea precisa della storia e dello stato del culto di Simonino prima e dopo il Concilio. La prima parte è la ristampa anastatica di un libro degli anni trenta del secolo scorso che racconta abbastanza dettagliatamente la storia del bimbo trentino, il suo martirio e i processi che ne seguirono. L’autore (Cives in latino cioè cittadino) si basa soprattutto sull’opera del Divina (5) parroco di S. Pietro all’inizio del secolo, chiesa in cui venivano custodite le reliquie del beato fino alla soppressione del culto.

Nella seconda parte (appendice) curata dal “Comitato san Simonino” sono raccolti una serie di documenti importanti a testimonianza del culto che la Chiesa ha reso per secoli al piccolo beato. Sono presenti i testi della liturgia tratti dal Messale, dal Breviario e del Martirologio, i documenti del Magistero, e anche il decreto di soppressione del culto del vescovo Gottardi. Molto interessanti sono le immagini, a testimonianza del culto, che si trovano in molte chiese del Trentino e della val Camonica (BS) nonché alcune foto delle processioni nella città di Trento.

 

Civis, La vera storia del Beato Simonino da Trento Innocente e Martire e del suo culto, Comitato San Simonino, Trento 2013, 100 pag. euro 12,00.

http://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/030

 

Note

1) Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino Bologna 2007, Postfazione, pagg. 364-365.

2) Ariel Toaff, Pasque di sangue…, op.cit., p. 196)

3) Gemma Volli, I “processi tridentini” e il culto del Beato Simone da Trento, La nuova Italia, Firenze 1963. Significativo dei tempi nuovi, è quanto scritto in nota a chiusura del libro: «questo scritto viene pubblicato dopo che il cardinale Bea, il 19 novembre, ha tenuto al Concilio un discorso che rovescia l’atteggiamento ancora tradizionale della Chiesa nei confronti degli ebrei e che, insieme con il discorso sulla libertà di religione, fa compiere ci sembra un passo decisivo per l’insegnamento della Chiesa nell’epoca moderna. Tale atteggiamento della Chiesa dovrebbe peraltro trovare immediata ripercussione anche in casi palesi di culti e glorificazioni che nulla hanno a che fare con la verità e con lo spirito dei tempi nuovi come è appunto il caso trattato da questo articolo, caso che dimostra quanto necessaria sia la nuova posizione della Chiesa e quanto pervicaci i modi medievali di intendere il cristianesimo (n.d.r.)» (pag. 16).

4) W. P. Eckert op. Il beato Simonino negli “atti” del processo di Trento contro gli ebrei, Temi tipografia editrice, Trento 1965.

5) Mons. Giuseppe Divina, Il Beato Simone da Trento, Tip. Artigianelli D. F. D. M. – Trento, 1902.

Quelle Pasque di Sangue (Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007)

Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre del Medioevo

Sergio Luzzatto

Trento, 23 marzo 1475. Vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. Nell’abitazione-sinagoga di un israelita di origine tedesca, il prestatore di denaro Samuele da Norimberga, viene rinvenuto il corpo martoriato di un bimbo cristiano : Simonino, due anni, figlio di un modesto conciapelli. La città è sotto choc. Unica consolazione, l’indagine procede spedita. Secondo gli inquirenti, hanno partecipato al rapimento e all’uccisione del «putto» gli uomini più in vista della comunità ebraica locale, coinvolgendo poi anche le donne in un macabro rituale di crocifissione e di oltraggio del cadavere. Perfino Mosé «il Vecchio», l’ebreo più rispettato di Trento, si è fatto beffe del corpo appeso di Simonino, come per deridere una rinnovata passione di Cristo. Incarcerati nel castello del Buonconsiglio e sottoposti a tortura, gli ebrei si confessano responsabili dell’orrendo delitto. Allora, rispettando il copione di analoghe punizioni esemplari, i colpevoli vengono condannati a morte e Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 13 — giustiziati sulla pubblica piazza. Durante troppi secoli dell’era cristiana, dal Medioevo fino all’Ottocento, gli ebrei si sono sentiti accusare di infanticidio rituale, perché quelle accuse non abbiano finito con l’apparire alla coscienza moderna niente più che il parto di un antisemitismo ossessivo, virulento, feroce. Unicamente la tortura – si è pensato – poteva spingere tranquilli capifamiglia israeliti a confessare di avere ucciso bambini dei gentili : facendo seguire all’omicidio non soltanto la crocifissione delle vittime, ma addirittura pratiche di cannibalismo rituale, cioè il consumo del giovane sangue cristiano a scopi magici o terapeutici. Impossibile credere seriamente che la Pasqua ebraica, che commemora l’esodo degli ebrei dalla cattività d’Egitto celebrando la loro libertà e promettendo la loro redenzione, venisse innaffiata con il sangue di un goi katan, un «piccolo cristiano» ! Più che mai, dopo la tragedia della Shoah, è comprensibile che l’«accusa del sangue» sia divenuta un tabù. O piuttosto, che sia apparsa come la miglior prova non già della perfidia degli imputati, ma del razzismo dei giudici. Così, al giorno d’oggi, soltanto un gesto di inaudito coraggio intellettuale poteva consentire di riaprire l’intero dossier, sulla base di una domanda altrettanto precisa che delicata : quando si evoca tutto questo – le crocifissioni di infanti alla vigilia di Pesach, l’uso di sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa – si parla di miti, cioè di antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini ? Il gesto di coraggio è stato adesso compiuto. L’inquietante domanda è stata posta alle fonti dell’epoca, da uno storico perfettamente attrezzato per farlo : un esperto della cultura alimentare degli ebrei, tra precetti religiosi e abitudini gastronomiche, oltreché della vicenda intrecciata dell’immaginario ebraico e di quello antisemita. Italiano, ma da anni docente di storia medievale in Israele, Ariel Toaff manda in libreria per il Mulino un volume forte e grave sin dal titolo, Pasque di sangue. Magnifico libro di storia, questo è uno studio troppo serio e meritorio perché se ne strillino le qualità come a una bancarella del mercato. Tuttavia, va pur detto che Pasque di sangue propone una tesi originale e, in qualche modo, sconvolgente. Sostiene Toaff che dal 1100 al 1500 circa, nell’epoca compresa tra la prima crociata e l’autunno del Medioevo, alcune crocifissioni di «putti» cristiani – o forse molte – avvennero davvero, salvo dare luogo alla rappresaglia contro intere comunità ebraiche, al massacro punitivo di uomini, donne, bambini. Né a Trento nel 1475, né altrove nell’Europa tardomedievale, gli ebrei furono vittime sempre e comunque innocenti. In una vasta area geografica di lingua tedesca compresa fra il Reno, il Danubio e l’Adige, una minoranza di ashkenaziti fondamentalisti compì veramente, e più volte, sacrifici umani. Muovendosi con straordinaria perizia sui terreni della storia, della teologia, dell’ antropologia, Toaff illustra la centralità del sangue nella celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello, che celebrava l’ affrancamento dalla schiavitù d’Egitto, ma anche il sangue del prepuzio, proveniente dalla circoncisione dei neonati maschi d’Israele. Era sangue che un passo biblico diceva versato per la prima volta proprio nell’Esodo, dal figlio di Mosè, e che certa tradizione ortodossa considerava tutt’ uno con il sangue di Isacco che Abramo era stato pronto a sacrificare. Perciò, nella cena rituale di Pesach, il pane delle azzime solenni andava impastato con sangue in polvere, mentre altro sangue secco andava sciolto nel vino prima di recitare le dieci maledizioni d’Egitto. Quale sangue poteva riuscire più adatto allo scopo che quello di un bambino cristiano ucciso per l’occasione, si chiesero i più fanatici tra gli ebrei studiati da Toaff ? Ecco il sangue di un nuovo Agnus Dei da consumare a scopo augurale, così da precipitare la rovina dei persecutori, maledetti seguaci di una fede falsa e bugiarda. Sangue novello, buono a vendicare i terribili gesti di disperazione – gli infanticidi, i suicidi collettivi – cui gli ebrei dell’area tedesca erano stati troppe volte costretti dall’odiosa pratica dei battesimi forzati, che la progenie d’Israele si vedeva imposti nel nome di Gesù Cristo. Oltreché questo valore sacrificale, il sangue in polvere (umano o animale) aveva per gli ebrei le più varie funzioni terapeutiche, al punto da indurli a sfidare, con il consenso dei rabbini, il divieto biblico di ingerirlo in qualsiasi forma. Secondo i dettami di una Cabbalah pratica tramandata per secoli, il sangue valeva a placare le crisi epilettiche, a stimolare il desiderio sessuale, ma principalmente serviva come potente emostatico. Conteneva le emorragie mestruali. Arrestava le epistassi nasali. Soprattutto rimarginava istantaneamente, nei neonati, la ferita della circoncisione. Da qui, nel Quattrocento, un mercato nero su entrambi i versanti delle Alpi, un andirivieni di ebrei venditori di sangue umano : con le loro borse di pelle dal fondo stagnato, e con tanto di certificazione rabbinica del prodotto, sangue kasher… Risale a vent’anni fa un libretto del compianto Piero Camporesi, Il sugo della vita (Garzanti), dedicato al simbolismo e alla magia del sangue nella civiltà materiale cristiana. Vi erano illustrati i modi in cui i cattolici italiani del Medioevo e dell’età moderna riciclarono sangue a scopi terapeutici o negromantici : come il sangue glorioso delle mistiche, da aggiungere alla polvere di crani degli impiccati, al distillato dai corpi dei suicidi, al grasso di carne umana, entro il calderone di portenti della medicina popolare. Con le loro «pasque di sangue», i fondamentalisti dell’ebraismo ashkenazita offrirono la propria Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 14 — interpretazione – disperata e feroce – di un analogo genere di pratiche. Ma ne pagarono un prezzo enormemente più caro. * * * Il tema del libro Esce in libreria dopodomani, giovedì 8 febbraio, il libro di Ariel Toaff «Pasque di sangue. Ebrei d’ Europa e omicidi rituali» (pp. 364, 25), edito dal Mulino Il saggio affronta il tema dell’ accusa, rivolta per secoli agli ebrei, di rapire e uccidere bimbi cristiani per utilizzarne il sangue nei riti pasquali * * * Il caso di Trento Nel 1745 il piccolo Simone venne trovato morto a Trento Per il suo omicidio furono giustiziati 15 ebrei Fino al 1965 Simone fu venerato come beato * * * Uno storico del giudaismo Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, insegna Storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University in Israele Tra le sue opere edite dal Mulino: «Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo» (1989), «Mostri giudei. L’ immaginario ebraico dal Medioevo alla prima età moderna» (1996), «Mangiare alla giudia. La cucina ebraica in Italia dal Rinascimento all’ età moderna» (2000)

Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007

Da https://www.emiliogiuliana.com/2-uncategorised/59-l-invenzione-dell-incolpevole.html

L’amicizia secondo Cicerone: una parola importante da usare con cura

Oggi quando si parla di amicizia -tra i primissimi pensieri- ci figuriamo le nostre “amicizie” su Facebook. La parola amiciziain verità esprime un concetto profondo, sminuito dalla banalità dell’uso quotidiano che ne facciamo, il latino amicus ha la stessa radice di amare, letteralmente l’amico è colui che si ama, non sorprende quindi che il tema dell’amicizia è uno dei più diletti alla filosofia morale.

Si inserisce all’interno delle riflessioni fatte sul tema, un’opera snella (per numero di pagine) ma ricca di spunti di riflessione, scritta nella forma dialogica cara alla filosofia greca: il Laelius de amicitia dell’oratore romano Marco Tullio Cicerone. Il dialogo si svolge tra Lelio, Fannio e Mucio Scevola, in occasione della morte di Scipione Emiliano, il più caro amico di Lelio; a parlare nella maggior parte del dialogo è quest’ultimo, interrotto poche volte dai suoi interlocutori. Secondo Cicerone siamo nati affinché ci fosse fra tutti una sorte di legame e l’amicizia non è nient’altro che una grande armonia di tutte le cose umane e divine, insieme con la benevolenza e l’affetto.

Ciò che cementa questo legame è la ricerca della virtù nell’altro, senza virtù non c’è amicizia; la scelta di un amico ricade su di una persona piuttosto che su di un’altra, per delle qualità che la contraddistinguono, infatti nulla è più amabile della virtù. L’amicizia è un dono della natura per accrescere la virtù, se la virtù da sola non può raggiungere quelle che sono le più alte vette, unita e associata ad un’altra virtù può raggiungerle. Ne consegue che l’amicizia non può essere compagna di vizi, se ciò che origina l’amicizia è la virtù “non è una giustificazione se si sbaglia a causa di un amico. Dal momento che la fama di virtù è stata mediatrice d’amicizia, è difficile che l’amicizia rimanga, se ci si è allontanati dalla virtù”. Non si commettono errori in nome dell’amicizia, con l’amico che sbaglia non si può essere accondiscendenti, altrimenti vengono a mancare le sue fondamenta.

Nell’amicizia quindi la sincerità è un pilastro fondamentale, non c’è più da sperare salvezza per chi abbia le orecchie tanto chiuse alla verità da non poter sentire il vero da un amico, per questo è “di un animo nobile, perfino odiare apertamente piuttosto che celare il proprio pensiero dietro un falso aspetto”. Non basta passare del tempo assieme per essere amici, frequentare gli stessi luoghi, avere gli stessi interessi, fingersi “amico” per interesse, oppure reputarsi tali per il solo fatto di “dirlo”. Se l’interesse, cementasse le amicizie, questi cambiando le distruggerebbe, con queste parole l’avvocato romano vuol dire che chi riduce l’amicizia ad un rapporto di tornaconto personale, s’inganna nel credere di avere amici e si accorge che nel giro di un periodo –più o meno lungo- scemato l’interesse, scompare anche l’amicizia simulata. Si devono scegliere, dunque, uomini saldi, costanti e stabili; ma di questo genere di individui vi è grande penuria.

Da https://oltrelalinea.news/2018/01/24/lamicizia-secondo-cicerone-una-parola-importante-da-usare-con-cura/amp/

“Berlino 1989? L’Europa è divisa in due e l’Est rifiuta il liberismo”

di Alain de Benoist
Fonte: Barbadillo
Alain de Benoist, In questi giorni si celebra il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. In questo intervallo, hai spesso scritto che “il muro di Berlino non è caduto in tutte le teste”. È ancora la tua opinione?

“La riflessione era rivolta a coloro che non avevano ancora capito che nel 1989 la fine del sistema sovietico segnò sia la fine di un mondo (che rese possibile l’attuale globalizzazione), che quella del dopo la guerra, quella del ventesimo secolo e senza dubbio anche quella del grande ciclo della modernità. Ma oggi vorrei piuttosto criticare coloro che non vedono che la cortina di ferro è scomparsa solo per essere sostituita da un divario culturale. Nonostante la riunificazione, i due territori tedeschi – il renano-bavarese e il prussiano – sono ancora lì, e per molti versi l’ex Germania orientale ha più in comune con i paesi orientali vicini che con il ciò che ci eravamo abituati, erroneamente, a chiamare il “mondo libero”.
Non mi pento, ovviamente, della riunificazione tedesca, che è andata di pari passo con la riunificazione europea. Ma mi pento del modo in cui è stato fatta. La riunificazione avrebbe potuto essere l’occasione per un sorpasso simultaneo dei sistemi occidentali e orientali, mantenendo il meglio di ciascuno di essi e respingendo il peggio. Invece, abbiamo assistito alla totale annessione dell’ex DDR da parte della Germania federale. Approfittando delle circostanze, la Repubblica federale, per mezzo di Treuhand, alla fine acquistò la Repubblica democratica per sottoporla a una terapia di shock liberale-liberista, vale a dire a un regime di sfruttamento capitalistico di cui non aveva finito pagare il prezzo. Trenta anni dopo la riunificazione, la maggior parte delle persone in Sassonia, Brandeburgo e Turingia si sente ancora come cittadini di seconda classe”.

La riunificazione ha ancora determinato molte cose, in trent’anni …

“Certo. Ma la parola che riassume tutto è quella di delusione. Quando il sistema sovietico crollò, il popolo orientale aveva un’immensa speranza: credeva che avrebbe avuto accesso all’Eldorado di garanzie e ricchezza. Dopo di che, i tedesci dell’Est hanno scoperto le alienazioni del mondo postmoderno, la crescita dei profitti del capitale a spese di quelli del lavoro, la lotta di tutti contro tutti, in breve, un mondo molto più difficile di quanto pensassero. Hanno anche scoperto l’immigrazione e il multiculturalismo: un modello che è diventato per loro una vera e propria verità implicita. Questa delusione alimentava una qualche forma di “Ost-algia”. Ieri l’orizzonte era grigio e c’era scarsità di beni. Oggi ci sono i profitti insolenti per i più ricchi, la miseria per i più poveri e l’insicurezza per tutti. Ieri vivevamo in un regime che limitava le libertà, oggi in un sistema che privatizza la censura e istituzionalizza il pensiero unico. Il muro, simbolo odioso, proteggeva almeno la logica del mercato, la deregolamentazione dei prezzi, la privatizzazione selvaggia e l’atomizzazione sociale.
Di fronte, abbiamo assistito a una delusione simmetricamente opposta. Francis Fukuyama, leggendo un po ‘in fretta Hegel, aveva pensato di poter annunciare la fine della Storia e il trionfo planetario del modello capitalista liberale: le vecchie nazioni stavano per scomparire a favore del supermercato globale. Ma la storia è tornata – insieme a geopolitica e lotte di potere – e ciò che ha portato è lo scontro di civiltà, minacce climatiche, crisi finanziaria globale dilagante, guerre “umanitarie”, terrorismo e paura del futuro.
In Occidente, l’entusiasmo mostrato dalla gente dei paesi dell’Est durante la sua “liberazione” era stato dato per scontato immaginando che sarebbero diventati buoni studenti di democrazia liberale. Oggi scopriamo che i diversi paesi dell’Europa centrale e orientale non vogliono assomigliare affatto a noi, al contrario. Da qui la difesa di un Viktor Orbán a favore della “democrazia illiberale” e le sue critiche a “dogmi e ideologie dell’Occidente”. Da qui la rielezione trionfante di Jarosław Kaczyński in Polonia. Da qui il doppio successo nei Länder della Germania orientale, dei populisti dell’AfD (di cui si parla molto) e degli ex comunisti di Die Linke (di cui non parliamo abbastanza)”.

C’è da concludere che l’Europa è di nuovo divisa in due?

“Sì, in larga misura, e non me ne pento. Ma per prima cosa notiamo che l’Unione Europea ha un nome particolarmente malvagio, perché invece di unire l’Europa, l’ha doppiamente divisa. Divisione nord-sud con l’adozione di una moneta unica modellata sul marco che, dalla Grecia al Portogallo, è stato fatale per i paesi del Mediterraneo. Divisione est-ovest con flussi migratori che stanno accelerando sempre di più in Occidente e che i paesi orientali non vogliono assolutamente.
È tempo di ammettere che l’Europa orientale ha culture e storie politiche diverse dall’Europa occidentale. Riunisce paesi che sono più attaccati al popolo e alla nazione che allo stato perché non è lo stato che li ha partoriti. In Occidente, è l’opposto: lo stato ha preceduto la nazione che alla fine ha creato il popolo. Nemmeno i paesi orientali sono stati modellati dall’ideologia dell’Illuminismo. Oggi si rendono conto che la democrazia liberale è il prodotto di una storia unica che non è la loro e che lo stato di diritto non è il modo migliore per garantire la sovranità popolare e la permanenza delle nazioni. La loro identità è stata minacciata dal sistema sovietico, non vogliono vederlo distrutto dalla decadenza dell’Occidente e dalle richieste liberali di “libera circolazione di persone, merci e capitali”. Non è quindi deplorevole che cerchino di organizzarsi per modellare un’altra Europa. Dovremmo considerare questo come una speranza”.

(Intervista di Nicolas Gauthier)
Critica del Liberalismo – Libro

Conte getta la spugna?

di Luigi Bisignani (“L’uomo che sussurrava ai potenti”)

‘Giuseppi’ ha un diavolo per capello e sta riflettendo se gli convenga andare avanti a governare o gettare la spugna, con la speranza di diventare una riserva della Repubblica. Ha capito, anche dai sondaggi in caduta libera, che nel governo giallo-rosso non è scattata l’alchimia con i ministri chiave. Gualtieri, all’Economia, è un filosofo che non riesce a governare né il bilancio dello Stato né il Mef. Continua a leggere

L’insopportabile fondamentalismo dell’Anpi

Una delle più nobili figure della cultura italiana del ‘900, il democratico e marxista Rodolfo Mondolfo, ne La libertà della scuola (in Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, Ed. Cappelli 1922), scriveva: «io non ho mai ammesso nella mia at­tività di insegnante, in materia (la filosofia), quant’altra mai campo di contrasti e fertile di dogmatismi e intolleranze, di esercitare alcuna coercizione e compressione sullo spirito dei discepoli. Siano essi seguaci di indirizzi affini o antitetici a quello dell’insegnante, ho sempre creduto che questi possa e debba chieder loro una cosa sola: la consapevolezza del pro­prio orientamento, delle premesse e delle conseguenze; la netta coscienza, insomma, e, quindi la piena responsabilità mentale del proprio pensiero. Il principio di libertà questo appunto esige: l’educazione alla responsabilità, nel pensiero non meno che nell’azione. Ma questa educazione, dal suo canto, esige il rispetto all’in­dipendenza ed all’autonomia». Credo che raramente si sia reso un omaggio più convinto alla “pedagogia liberale”. Continua a leggere

La mossa sbagliata di Bergoglio

di Luigi Bisignani, “L’uomo che sussurrava ai potenti”

Rimuginando  sul suo famoso “chi sono io per giudicare”, dicunt a Santa Marta che Bergoglio si stia pentendo di aver cacciato su due piedi, dopo averlo indirettamente accusato addirittura di peccato mortale, il capo della Gendarmeria Vaticana Domenico Giani. Ingiustamente incolpato della divulgazione delle foto segnaletiche che violavano la privacy di alcuni addetti vaticani coinvolti nell’ennesima inchiesta su una compravendita immobiliare della Chiesa. Come se Oltretevere da sempre il pettegolezzo, soprattutto se a sfondo sessuale o di denaro, non sia il sale di ogni discussione. Ora che si sta preparando alla sua impegnativa visita in Giappone, pare che il Papa abbia confidato al suo strettissimo cerchio magico che il vecchio Comandante già gli manca. E magari sta anche cercando di capire chi gli ha servito questa polpetta avvelenata, che ha fatto sobbalzare sulla sedia i capi dei servizi segreti, dalla Cia al Mossad, che con Giani avevano intessuto da anni riservate collaborazioni. Continua a leggere

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