Perché la mafia nigeriana prospera in Italia

di Lorenza Formicola

Le due maxi operazioni di queste settimane della Polizia di Stato tra Marche, Abruzzo e Sicilia sono l’ennesima prova che questo Paese ha un problema serissimo con la mafia nigeriana. I 47 fermati per associazione mafiosa, riciclaggio, tratta di esseri umani, droga, reati violenti o punitivi, sfruttamento alla prostituzione ed illecita intermediazione finanziaria, hanno scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora sulla criminalità organizzata nigeriana in Italia. Le confraternite Eiye e Mephite radicate in Nigeria, ma diffuse in molti Stati europei ed extraeuropei, non hanno niente da invidiare per struttura e forza intimidatoria alle mafie tradizionali. Anzi. L’Italia è il principale porto per la mafia africana. Addirittura un rapporto Iom-Onu del 2017 indicava un incremento del 600% del numero di potenziali vittime di traffico sessuale arrivate in Italia via mare e la maggior parte provenienti dalla Nigeria.

La mafia nigeriana è strettamente legata all’immigrazione clandestina e le accuse legate alla contraffazione e alterazioni di documenti per la permanenza clandestina sul territorio italiano lasciano ancora una volta poco spazio alle teorie di chi prova a sostenere il contrario.
Le due operazioni hanno reso possibile ricostruire l’anima profonda di queste cellule criminali. I nigeriani venivano identificati come membri della cellula “Family Light House of Sicily”, a sua volta collegata alla confraternita criminale “Mephite”, attiva nel catanese, ma anche a Palermo, Messina e Caltanissetta, da dove operava Ede Osagiede. A Catania invece il boss era Godwin Evbobuin. I soggetti arrestati tra Ancona, Ascoli Piceno e Teramo erano tutti membri di un “Nest” (nido), una delle tante cellule attive nel cosiddetto “Aviary” italiano della “Supreme Eiye Confraternity” che si contende il territorio con altre confraternite come la “Black Axe”, i “Viking” e, appunto, i “Maphite”. Continua a leggere

Da Spadaro ai gesuiti: perché Bergoglio tifa Draghi

di Gianfranco Amato

Che cosa lega il peronista Bergoglio al mondialista Mario Draghi, tanto da nominarlo alla Pontifica Accademia delle Scienze Sociali? Le simpatie di Spadaro e della rivista dei gesuiti che gli ha riservato elogi sperticati. Fino ad auspicare per lui un impegno in politica

Cosa può legare il peronista (di simpatie giovanili) Jorge Mario Bergoglio con il mondialista Mario Draghi? Cosa possono avere in comune il campione argentino degli ultimi, degli oppressi, dei poveri con il rappresentante italiano dei poteri forti, dell’oligarchia finaziaria, della plutocrazia globalista? Cosa ha da spartire il Pontefice dei poveri con uno che si è reso responsabile della macelleria socio-economica europea, cosa c’entra il Vicario di Cristo con un esponente di rilievo del Pensiero Unico, dell’ideologia del politicamente corretto, del nuovo umanesimo europeo?

La domanda è più che lecita visto che il Papa in persona ha voluto nominare Draghi membro della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, e visto che lo ha incontrato solo un paio di volte in vita sua.

La prima occasione è stata il 19 ottobre 2013, durante un’udienza personale concessa a Mario Draghi e famiglia, mentre la seconda si è presentata il 6 maggio 2016, quando il Papa ricevette il prestigioso internazionale Premio Carlo Magno – il massimo riconoscimento europeo – nella Sala Regia del Palazzo Apostolico. In quel caso Mario Draghi era seduto tra i massivi livelli politici ed economici dell’Unione, insieme ad Angela Merkel, Jean Claude Junker, Martin Schultz e Donald Tusk. Fu proprio in quell’occasione che Bergoglio, nel discorso di ringraziamento per il premio ricevuto, disse espressamente di «sognare un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare». Chi scrisse il discorso al Papa si dimenticò di citare Gesù Cristo, ma sono molti, ormai, nei Sacri Palazzi a ritenere che il nuovo concetto di “umanesimo” possa anche prescindere dalla figura del Figlio di Dio. Continua a leggere

Che la magistratura in Italia rappresenti una metastasi lo capisce anche un sordomuto

di Paolo Sensini

Fonte: Paolo Sensini

Che la magistratura in Italia rappresenti una metastasi lo capisce anche un sordomuto, tant’è che da decenni fanno il bello e il cattivo tempo senza mai essere stati legittimati da nessun consesso popolare. Lo fanno e basta, sicuri della più totale impunità di casta. L’ultima uscita in linea con le loro attività pregresse giungono da Gherardo Colombo, ex magistrato del pool Mani pulite e ora presidente onorario “ResQ – People Saving People”, una nuova nave a caccia di clandestini da traghettare in Italia finanziata dallo speculatore Soros. Sul loro sito figura in bella vista il logo e l’appoggio della Open Society e tra i soci spiccano, tra gli altri, i nomi di Gad Lerner, Armando Spataro, nota toga rossa con l’hobby di assumere clandestini in tribunale e indagare patrioti e co-fondatore di ResQ, Giovanni Palombarini, anch’egli ai vertici di Magistratura Democratica e nel 2013 trombato alle politiche con la lista dell’ex pm Antonio Ingroia. Ma vi compaiono pure altri nomi altisonanti del mondo ONG che si battono contro la “fortezza Europa” come Cecilia Strada, figlia del noto Gino ed ex presidente di Emergency, nonché Sabina Siniscalchi di Oxfam. È evidente che questi privilegiati a libro paga dei contribuenti non hanno la minima idea della devastazione economia e sociale in corso. Sono un branco di parassiti statali d’alto bordo che vogliono “insegnare al popolo come comportarsi”. E finché i cittadini non gli daranno ciò che si meritano continueranno a trattarli come un branco di pecore da tosare finché non vi sarà la sostituzione con il “nuovo popolo migrante” che stanno freneticamente ammassando in tutta la penisola… Continua a leggere

Il Conte Tacchia è tornato

del Prof. Augusto Sinagra

Il Conte Tacchia è tornato trionfante da Bruxelles con squilli di tromba come il “Toreador”.
Vediamo come stanno le cose. Il successo di Conte consiste nell’aver ottenuto 175 miliardi a titolo di prestito, ovviamente da restituire con gli interessi; 82 miliardi a “fondo perduto” ma spendibili anch’essi, mano a mano, previa autorizzazione della UE. Questi fondi che verranno elargiti sull’arco di quattro anni e a cominciare non prima del secondo trimestre 2021, sono soggetti a revoca se non si eseguono gli ordini di Bruxelles su come spenderli.
L’Italia dunque è stata commissariata e il Conte Tacchia ha stretto ancor più al collo degli italiani il cappio dell’euro, consegnando lo Stato legato mani e piedi alla UE, alle banche, agli speculatori monetari e alla finanza senza volto. I poveri e i lavoratori possono tranquillamente morire come oggi la “sinistra” auspica. Le indicazioni obbligatorie di spesa di questi soldi da Bruxelles riguarderanno la riduzione dei salari e il taglio delle pensioni, possibilmente ulteriori tagli alla sanità pubblica e l’accantonamento delle necessarie riforme in Italia.
Il Conte Tacchia è stato bravissimo: ha contratto 175 miliardi di debito con aumento esponenziale del debito pubblico è in più va aggiunto che l’Italia, in quanto contributrice netta al bilancio della UE, dovrà continuare a versare la sua quota. La prossima rata è di 19 miliardi.
Il Conte Tacchia spieghi la ragione per la quale ha preferito la definitiva devastazione economica della Nazione alla possibilità di emissione di BTP pluriennali riservati agli investitori privati italiani. Sarebbe aumentato il debito privato non il debito pubblico e lo Stato si sarebbe indebitato con sé stesso. Oppure perché non ha preferito lui e quegli altri geni del suo governo, l’introduzione della moneta fiscale. In sintesi: ha preferito la definitiva devastazione sociale ed economica quando potevamo e possiamo farcela benissimo da soli. E di questo è ben consapevole.
Praticamente il Conte Tacchia si è presentato a Bruxelles con il deretano di fuori e qualcuno ne ha approfittato. Bastava che avesse annunciato queste diverse misure monetarie e avrebbe fatto impallidire tutti. Continua a leggere

Prima disordini sociali, poi il governo Draghi: in autunno il mondialismo darà l’assalto finale all’Italia?

 

Un’analisi che riteniamo interessante, dal blog dell’amico fiorentino Pucci Cipriani (n.d.r.):

Tratto da: La cruna dell’ago

di Cesare Sacchetti

Se si dà uno sguardo all’ultima indagine della banca d’Italia sulle condizioni economiche del Paese dopo il Covid, si avvertirà probabilmente un brivido freddo che percorre la schiena.

Il 55% degli italiani si trova ad un passo dalla soglia di povertà. Un terzo delle famiglie italiane tra tre mesi non avrà più sufficienti riserve. L’ossigeno finirà in autunno e molti non avranno più nemmeno le risorse necessarie per comprare il pane.

Quella che sta per arrivare è una ondata tale che trascinerà il Paese in un vortice di caos e violenza mai visti dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Cacciari, uomo da sempre vicino agli ambienti globalisti, non ha avuto pudori nel descrivere ciò che sta per arrivare in Italia.

Le sue parole infatti non lasciano spazio a dubbi.

In autunno la situazione sociale ed economica sarà drammatica con pericoli per l’ordine sociale. Per stare a galla, il governo dovrà coprirsi dietro il pericolo della pandemia e tenere le redini in qualche modo. Una dittatura democratica sarà inevitabile.” Continua a leggere

A Santa Sofia è stato sconfitto l’Occidente, Costantinopoli è di nuovo caduta

di Alessio Benassi

Costantinopoli è caduta nuovamente, sembra strano a dirsi, ma la riconversione del museo di Santa Sofia in moschea, su spinta del dittatore islamista Erdogan, equivale ad una nuova caduta della città, come se i cannoni ottomani avessero aperto nuovamente il fuoco contro il tempio della “Divina sapienza” di Dio.

La flebile protesta del mondo moderno, laico e secolarizzato, non può niente contro la volontà turca, non può far nulla contro le mire del “Sultano” Erdogan che dalla Siria alla Libia sta riesumando il vecchio impero ottomano, con successo e senza che molti si frappongano.

La perdita di Santa Sofia non è una sconfitta solo per l’identità storica del monumento in sé, simbolo della gloria della “seconda Roma” che rimane uno dei monumenti simbolo della grandezza bizantina, memoria tangibile del Regno di Giustiniano II.

La riconversione di Santa Sofia è in primo luogo la sconfitta di un occidente, che dopo decenni di laicismo, non ha saputo difendere un monumento che considerava “laico”. Continua a leggere

Benvenuti al circo Conte

 

Magari fosse di sinistra. Magari fosse figlio della Troika. Magari fosse filo-tedesco o filo-cinese/venezuelano. Avrebbe in ogni caso una linea, una consistenza, un obbiettivo, sapremmo da cosa difenderci e come reagire. Ma il governo Conte Orfei, che ha piantato le sue tende a villa Doria Pamphili per lo spettacolo del Circo, dieci giorni come ogni circo, non è nulla di tutto questo. O meglio, è a turno tutto questo, un po’ l’uno un po’ l’altro, un po’ l’altro ancora. Quando c’è il numero degli acrobati, è figlio della Troika. Quando c’è il numero delle foche ammaestrate è di sinistra. Quando c’è il numero dei leoni è tedesco, quando si esibiscono le scimmie è cinese-venezuelano. Quando c’è il numero dei clown è se stesso, anche perché i clown fanno la caricatura di tutti gli altri numeri del circo; fanno un po’ i leoni e i domatori, un po’ le scimmie, un po’ gli acrobati, un po’ le foche ammaestrate. E hanno tutti il fazzoletto nel taschino da cui escono sorprese.

Da tempo ero convinto che Giuseppi Conte fosse un nuovo personaggio interpretato da Alberto Sordi, che in occasione del suo centenario ha voluto donarci una parodia postuma: dopo il Marchese del Grillo, il professor Tersilli, Nando Moriconi, Mario Pio, il pizzardone, il tassista, lo sceicco, il magliaro e cento altri, è arrivato il Premier Conte che un po’ li sintetizza, un po’ li scavalca. I personaggi di Sordi sono sbruffoni, esibizionisti, spacconi, a volte hanno la pochette nel taschino, vendono fuffa, raggirano il prossimo, coglionano la gente e i lavoratori (famoso il gesto sordiano dell’ombrello); sono un po’ vigliacchi, fregnoni e pataccari, truffatori e prepotenti, traditori e opportunisti, servili, gagà e cicisbei, voltagabbana e fintoamericani, spacciatori di merce farlocca e hanno una sola ideologia, una sola fede, una sola priorità: il paraculismo. Sono paraculi. Tutto ruota intorno al loro deretano, in ogni senso. Ovvero tengono a una cosa sola: la loro pellaccia, pensano solo a galleggiare, a piantare i glutei, a farsi ‘na magnata, a papparsi ‘na stecca, la loro unica bandiera è la propria panza. Sono l’esagerazione dei difetti degli italiani: personaggi godibili al cinema, amabili nella ricreazione, ma insopportabili nella vita seria, disastrosi nelle tragedie vere e addirittura al vertice delle istituzioni.

L’altro giorno mi è capitato di vedere un suo film e di averne conferma: ho visto Un italiano in America, del 1967, diretto e interpretato da Alberto Sordi: lui va in America, lì lo chiamano tutti Giuseppi, una signora di colore a un certo punto gli prende il naso e gli dice: Ah, Giuseppi Giuseppi. Ho visto in quella scena Conte col suo naso a pipa, che di profilo si allunga a vista d’occhio…

Giuseppi è nato lì, su quel set, in quella scena. Perché lui non è nato altrove, non viene dalla politica, non viene dalla gavetta, non viene dalle urne, non è nemmeno un tecnico, non viene da opere, studi e imprese memorabili; il suo curriculum, ricorderete, risultava taroccato. È nato lì, ciak, si gira, da una costola di Sordi, è un personaggio sordiano. E come Sordi assume le sembianze che occorrono per girare la scena, si fa filoamericano, filotedesco, filocinese, populista e tecnocratico, filosinistra come fu filosalviniano, grillino e della casta. Sono qui, per servirla. Già ai primi passi lo definimmo il Conte Zelig, assume le fattezze dell’interlocutore e ne fa il verso. Ma col tempo si è riempito di se stesso, si crede uno statista, si sente già nella storia. Passa da Sordi a Gassman, versione gradasso. Ha una sola priorità: Io. Un Io gonfio d’aria che manco Berlusconi, Renzi e Lady Gaga messi insieme. Chiedetemi tutto ma non fatemi dimettere. Sono disposto a tutto pur di restare Presidente for ever.

Per restare in ambito cinematografico Conte ci manda ogni giorno – soprattutto tramite il suo Giornale Luce, il Tg1 che è il megafono del regime – una valanga di trailer, ma il film intero non si vede. Ecco il promo di un film “Potenza di Fuoco”, ecco un altro “Vi riempiamo di Soldi”, un altro ancora “Gli Stati generali” sulla vita gloriosa del Re Sola e la sua Corte dei Conte. Protagonista unico lui: fa il Re, il Cancelliere, Sissi imperatrice… Una marea di trailer ma il film ancora non si vede. Si sa solo chi è il regista di questa ridicola menata: non è Fellini, De Sica o Monicelli, come ai tempi di Sordi, ma Rocco Casalino, figlio del reality da prendere sul serial. Le comiche di repertorio di Conte, mandate in onda dai tg, sono del genere lecchino-visionario, inaugurano il filone fantagovernativo.

Conte spara miliardi e cazzate, spesso le due cose coincidono, gigioneggia nel suo linguaggio attorcigliato e cavernoso, finto-istituzionale; concede, promette, annuncia e si piace, come si piace: un continuo congratularsi con se stesso, fa il Fenomeno, dice che tutto il mondo ci invidia e ci imita (il premier). Joseph Conte’s superstar. Uno così si trova a governare l’Italia, da solo, giocando ai due forni in maggioranza, con due partner scimuniti e un paio di pupari ricattati, con una sovranità e una visibilità che manco un re o un dittatore, nel momento più delicato, più difficile della nostra storia. Capite perché sarebbe stato meglio avere di fronte un governo di sinistra o della troika piuttosto che niente? Il Niente di Governo fa paura, spalanca l’abisso.

Uscendo dalla sala e dal circo, vorrei gridare: rimpiango la Politica. Quella vera, anche avversaria. La Politica, quella cosa modesta e potente, pratica e ideale, giudicata sui fatti e sulle idee: per anni hanno pensato che per avere più fatti dovessimo avere meno idee. Oggi vediamo che dove mancano le idee alla fine mancano pure i fatti.  Perché se non hai alte motivazioni non fai niente, punti solo a pararti le chiappe, a non schiodarle dalla poltrona, a prendere per i fondelli il mondo, farti attivo, passivo o deponente pur di restare lì. Ma prima o poi arriva Il Rinculo. Dove finiscono le idee e non cominciano i fatti, là governano i Giuseppi.

MV, La Verità 17 giugno 2020

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Benvenuti al circo Conte

La paura di vivere e la gabbia della salute

Ma torneremo o no alla libertà e alla democrazia di prima della pandemia? Torneremo, e quando e come, alle piazze gremite e al lavoro in ufficio, agli alunni a scuola e agli studenti all’università, al volto scoperto e alle relazioni affabili? O le mutazioni intervenute negli ultimi tre mesi hanno cambiato definitivamente il nostro sistema di vita, di lavoro, di studio, di ricreazione e di cittadinanza, hanno imposto dopo le gabbie salariali le gabbie della salute?

O per essere più malpensanti, le restrizioni imposte nel nome della pandemia verranno estese e applicate per cambiare definitivamente i nostri rapporti umani e produttivi e per renderci più docili al potere politico e tecnocratico, scientifico e sanitario, economico e finanziario? L’estensione sine die della scuola a distanza, oltre a distruggere l’essenza comunitaria della scuola e il rapporto vitale tra docente e discente, vuole in realtà formare nuove generazioni per il lavoro da casa, lo smart working, più conveniente per le aziende, meno dispendioso e dispersivo, con la riduzione dei dipendenti a monadi, lontane da ogni aggregazione sociale, sindacale, culturale e conviviale e non più in grado di distinguere tra pubblico e privato, tra tempo libero e tempo lavorativo, tra casa e caserma? E quanti meccanismi di controllo e di prevenzione verranno usati oltre il tempo della misura sanitaria ed eserciteranno una più capillare sorveglianza sui cittadini, le loro preferenze, i loro consumi, la loro tracciabilità negli spostamenti? E la vaccinazione obbligatoria, che si ipotizza, non è una forma di controllo inquietante sulla libertà, la salute e il dominio di una tirannide farmaceutica, come sempre giustificata a fin di bene? Tutto questo non vi ricorda il comunismo che per fondare la società perfetta, la società migliore, per imporre un futuro migliore, un uomo nuovo e una società nuova, era poi costretto a usare tutti i mezzi di controllo e di repressione, fino alla deportazione e al genocidio?

Uno sciame di domande che in realtà compone un mosaico di inquietudini. A volte si ha l’impressione che si sia instaurato un dispositivo economico-sanitario che nel nome della paura – antica fonte di ogni potere, soprattutto dispotico – genera una forma di totalitarismo applicato a una società molecolare di massa. L’idea che col virus dovremo convivere, che prima o poi ritorna, o ne arriva un altro, in forme inedite e perciò nuovamente pericolose, si associa alla raccomandazione ossessiva di questi mesi: non abbassare la guardia, tenere alta la vigilanza. Ovvero traduci: non tornare alla normalità e alla libertà, far perdurare all’infinito questo stato di emergenza, isolamento e restrizione.

A chi giova tutto questo? Chi ci guadagna in questa situazione? Chi resta al potere, con l’alibi dell’emergenza. Chi vende prodotti farmaceutici, programmi di controllo, strumenti tecnologici di sorveglianza, o altre linee di prodotti, anche ideologici, anche pseudo-medici, fino ai libri dei virologi-star, onnipresenti e ben remunerati. Insomma chiunque speculi su questa situazione e tragga vantaggio dal suo perdurare. Chi detiene in queste condizioni un potere vasto, fino al potere di vita e di morte, sulla popolazione, ha tutto l’interesse a rendere permanente, cronica la situazione in cui siamo stati proiettati dalla pandemia. Il fatto che la Cina, un regime totalitario che mescola mercato, profilassi e comunismo, sia diventato il modello di riferimento, rende ulteriormente inquietante la situazione in corso.

Provo allora a riassumere i tratti della nuova umanità che si profila, in cui tutto ciò che pareva una tendenza diffusa ma privata, individuale, diventa invece sistema e modello sociale: 1) La solitudine globale dei cittadini, connessi ma isolati, collegati ma dissociati, separati dalla distanza di sicurezza. 2) La prigione senza muri, ovvero la libertà limitata già al suo interno, svuotata da dentro, in cui il rifiuto è introiettato nei comportamenti singoli come forma di precauzione per sé e per gli altri; una libertà negata nelle sue elementari funzioni ed espressioni, totalmente dissociata dalla natura, dalla realtà, dalla storia. 3) la riduzione dell’esistenza a nuda vita da preservare ad ogni costo, sorvegliata da un biopotere che costringe i cittadini-utenti-pazienti a rinunciare a qualsiasi cosa possa mettere in pericolo la nuda vita, anche se necessaria all’intelligenza, all’anima, alla vita sociale e comunitaria del cittadino. 4) La sostituzione della religione e del sacro con la tecnica e la sanità, con la relativa ospedalizzazione universale. Giorgio Agamben ha scritto riflessioni sacrosante sulla religione medica combinata al capitalismo globale, che si sostituisce alla religione vera e propria, con la complicità della medesima; e propone e poi impone una prassi della salvezza terrena, rispetto a cui ogni altra fede, cultura, convinzione cade in secondo piano, fino a essere sospesa e revocata nel nome assoluto della prima.

Servirebbe a questo punto una nuova ondata di ateismo nei confronti del nuovo dio, la Sanità, o meglio del sistema totalitario, prodotto dall’incrocio tra ideologie egualitarie, capitalismo tecnologico e controllo farmaceutico; fondato sul timor di Dio (la paura del contagio), la salvezza di vite umane anche a costo di perdere ogni ragione di vivere.

Naturalmente nulla è scritto in partenza, la minaccia può perdere forza e sgonfiarsi lungo la strada, come accade ai virus; il futuro è aperto a ogni soluzione, al trionfo del Biopotere o di chi vi si oppone. L’uomo è mortale ma non s’ingabbia.

MV, Panorama n. 25 (2020)

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La paura di vivere e la gabbia della salute

L’ANTIRAZZISMO DELIRANTE (E MILITANTE)

A forza di somministrare massicce dosi di antirazzismo virale sparse a piene a mani su e giù per l’Occidente, si raggiungerà finalmente l’obiettivo voluto, cercato con bramosia dai sacerdoti del pensiero unico dominantein servizio permanente effettivo: la desertificazione del pensiero, lo stampino perfetto per creare l’uomo instupidito del domani. Siamo alla lobotomia 2.0.

L’onda delle proteste che arrivano da Oltreoceano in seguito alla morte di George Floyd, l’afroamericano 46enne ucciso a Minneapolis, ha assunto le dimensioni di uno tsunami. Spazzato via anche il pluripremiato “Via col vento” dai cataloghi della Hbo in quanto plastica rappresentazione di “pregiudizi razzisti”. Ma non basta, scrive Il Giornale, perché “nella nuova serie Looney Tunes Cartoons, che sarà trasmessa nel nuovo servizio video in streaming di Warner Media, non ci saranno più armi da fuoco: la decisione è stata anticipata da Peter Browngardt, produttore esecutivo di Hbo che ha rivelato al New York Times come la scelta sia stata presa in risposta alle storie di violenza armata quotidiane e al crescendo delle tensioni in strada dopo l’omicidio di George Floyd. Vi ricordate Taddeo, il cacciatore di Bugs Bunny che nella serie originale si chiama Elmer Fudd? Nella nuova serie Hbo Taddeo sarà un cacciatore senza fucile, per non turbare la sensibilità dei politicamente corretti – come se le violenze negli Usa dipendessero dal simpatico e impacciato cacciatore. Un altro personaggio chiave della serie che rischia seriamente di essere disarmato è il ‘pistolero’ Yosemite Sam, che forse dovrà dire addio alle sue mitiche pistole”.

La follia comunque sembra essere senza soluzione di continuità, e infatti anche degli innocenti cioccolatini vengono fatti sparire dai supermercati di una catena svizzera perché il nome, udite udite, cozza contro la sensibilità di chi vomita menate propagandistiche prima e dopo i pasti. Insomma, “I moretti”, un nome inequivocabilmente terrificante per chi brinda con calici che traboccano sangue e ipocrisia, i cioccolatini che dal dopoguerra vengono prodotti dalla Dubler, dovranno scomparire dagli scaffali della grande distribuzione elvetica. A questo punto va bene tutto; è tutto lecito in questa follia ideologica spazio-temporale e allora non ci sarà da stupirsi se da qui a breve verranno ammainate anche le bandiere della Sardegna. Potrebbe essere un nuovo must: via i Quattro Mori. Hai visto mai che qualcuno possa offendersi.

DA

http://opinione.it/societa/2020/06/12/stefano-cece_antirazzismo-usa-pensiero-unico-politically-correct-floyd-looney-tunes-quattro-mori/

LA VIA DEGLI UOMINI: LE MILIZIE STATUNITENSI CONTRO L’ONDATA ANTIFA

 

Di Marco Tuccillo

La Via degli Uomini è il libro di Jack Donovan (figura di importante rilievo nell’Alt-Right nonostante la sua bisessualità) che tratta in maniera decisamente interessante la società degli uomini, il loro arcaico ma fondamentale spirito comunitario che si riconosce nella “gang” (termine utilizzato per identificare la squadra di uomini, la crew, la tribù, il clan o comunità) e come questa visione sociale, in parte civilizzatrice e pienamente identitaria sia minacciata dalla società moderna capitanata dall’armata arcobaleno e i suoi gendarmi: antifascisti, liberal, anarchici, femministe, mondo LGBT, progressisti, radical chic e tutto l’organo mondialista.

Lo scontro culturale, sociale, politico e identitario descritto da Donovan si sta palesando in questi giorni nelle strade degli Stati Uniti d’America a causa delle proteste susseguitesi all’assassinio di Floyd. Infatti da una parte della barricata abbiamo l’ondata dei facinorosi: esteticamente discutibile, priva di valori, odiatrice della propria gente, organizzata in modo barbarico e al contempo piagnucolona e ipocrita; dall’altra, invece, abbiamo le milizie di auto-difesa americane che possono essere rappresentate in questo modo: comunitarie, colme di valori, spirito di gruppo e senso di appartenenza. La differenza tra le due squadre sul campo è palese e rappresenta due differenti visioni del mondo, una perversa e distruttiva l’altra guardiana ed ancestralmente europea.

I patrioti statunitensi non hanno perso tempo nell’armarsi e scendere in strada per difendere la propria comunità dagli attacchi dei “selvaggi invasori”, ripercorrendo le tappe della genetica dell’uomo che si eleva quando in pericolo vi è la propria gente e la propria terra. Gli esempi che ci giungono dall’America, in questo pessimo clima da pseudo guerra civile, ci fanno ricordare cos’è davvero un “UOMO” e non la visione che ne vogliono dare i mondialisti, completamente snaturata e femminilizzata in maniera tale da trasformarla in innocua e completamente asservita ai diktat totalitari del mondialismo.

Gli europei riprendano vigore dalle milizie statunitensi e si adoperino per vivere di azione abbandonando sterili sofismi, salotti e teorie anacronistiche dannose per la lotta alla globalizzazione.

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LA VIA DEGLI UOMINI: LE MILIZIE STATUNITENSI CONTRO L’ONDATA ANTIFA

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