Il messaggio dell’Onu indirizzato al G7 su Gaza

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Il segretario generale aggiunto dell’ONU per gli affari umanitari, Martin Griffithsha denunciato che la difficile situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, dove le ostilità tra l’aggressione di Israele contro l’enclave assediata dura da otto mesi.

Nella dichiarazione, indirizzata ai paesi del G7, Griffiths ha avvertito che nell’enclave palestinese ” si prevede che metà della popolazione – più di un milione di persone – dovrà affrontare la morte e la fame entro la metà di luglio”. Il funzionario dell’organizzazione internazionale ha ribadito che il conflitto a Gaza, come in altri focolai di tensione nel mondo, “è fuori controllo” e “sta spingendo milioni di persone sull’orlo della fame”.

Inoltre, Griffiths ha indicato che ” gli intensi combattimenti, le restrizioni inaccettabili e gli scarsi finanziamenti impediscono agli operatori umanitari di fornire cibo, acqua, sementi, assistenza sanitaria e altri aiuti salvavita su una scala vicina a quella necessaria per prevenire la fame di massa”.

“La situazione deve cambiare, non possiamo permetterci di perdere un solo minuto “, ha proseguito, esortando i paesi del G7 a “contribuire immediatamente con la loro considerevole influenza politica e risorse finanziarie” per garantire che gli aiuti umanitari possano raggiungere coloro che ne hanno bisogno nonostante i combattimenti. “Il mondo deve smettere di alimentare le macchine da guerra che stanno affamando i civili a Gaza e in Sudan”, ha concluso.

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A GAZA LA SITUAZIONE UMANITARIA E’ FUORI CONTROLLO. LA PULIZIA ETNICA DECISA

C’E’ UNA ONG, GAZZELLA ONLUS, CHE NON SI ARRENDE A QUESTE BARBARIE E OGNI GIORNO, EROICAMENTE, PORTA BENI DI PRIMA NECESSITA’ ALLA POPOLAZIONE STREMATA

L’ANTIDIPLOMATICO E LAD EDIZIONI, INSIEME A Q EDIZIONI, E’ IMPEGNATA ALLA RACCOLTA FONDI PER LA POPOLAZIONE DI GAZA
ACQUISTANDO IL LIBRO “IL RACCONTO DI SUAAD – PRIGIONIERA PALESTINESE” DAL NOSTRO SITO CONTRIBUIRETE ATTIVAMENTE ALL’INVIO DI AIUTI ALLA POPOLAZIONE DI GAZA

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_messaggio_dellonu_indirizzato_al_g7_su_gaza/45289_55249/

Il Calvario di un accordo per fermare la carneficina a Gaza

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di Matteo Castagna per Stilum Curiae di Marco Tosatti: www.marcotosatti.com

The New York Times ha pubblicato un’analisi a firma di Steven Erlanger, capo corrispondente diplomatico in Europa, con sede a Berlino, che merita l’attenzione del mondo.
il titolo è: “Ottenere un cessate il fuoco a Gaza è stato difficile. Realizzarne uno sarà più difficile”. La proposta sostenuta dal presidente Biden  mira a fermare la guerra, almeno per ora. Ma Israele rifiuta un cessate il fuoco permanente, e Hamas ha le sue ragioni per essere riluttante.

Anche se Hamas e il governo israeliano sembrano avvicinarsi sempre di più ad un accordo per il cessate il fuoco, gli analisti sono profondamente scettici sul fatto che le parti riusciranno mai ad attuare un accordo che vada oltre una tregua temporanea.

In questione c’è un accordo in tre fasi, proposto da Israele e sostenuto dagli Stati Uniti e da alcuni paesi arabi, che, se pienamente realizzato, potrebbe portare al ritiro totale delle truppe israeliane da Gaza, al ritorno di tutti gli ostaggi rimanenti catturati nell’ottobre 2019 e ad un piano di ricostruzione del territorio.

Ma arrivare a quel traguardo è impossibile se le parti non sono disposte nemmeno a iniziare la corsa o a concordare dove dovrebbe finire. Fondamentalmente, la disputa non riguarda solo quanto dovrebbe durare un cessate il fuoco a Gaza o quando dovrebbe essere attuato, ma se Israele potrà mai accettare una tregua a lungo termine, finché Hamas manterrà un controllo significativo.

Affinché Israele possa accettare fin dall’inizio le richieste di Hamas per un cessate il fuoco permanente, deve riconoscere che Hamas non sarà distrutto e giocherà un ruolo nel futuro del territorio, condizioni che il governo israeliano non può sopportare. D’altro canto, Hamas afferma che non prenderà in considerazione un cessate il fuoco temporaneo senza le garanzie di un cessate il fuoco permanente che ne assicuri effettivamente la sopravvivenza, anche a costo di innumerevoli vite palestinesi, per timore che Israele ricominci la guerra una volta restituiti i suoi ostaggi.

 

Eppure, dopo otto mesi di guerra dura, ci sono segnali per cui le parti potrebbero avvicinarsi alla prima fase proposta: un cessate il fuoco condizionale di sei settimane. Sebbene questo passo sia difficilmente garantito, arrivare alla seconda fase del piano, che prevede la cessazione permanente delle ostilità e il completo ritiro delle truppe israeliane da Gaza, secondo gli analisti, è ancora più improbabile.

“È sbagliato considerare questa proposta come qualcosa di più di un palliativo”, ha affermato Natan Sachs, direttore del Center for Middle East Policy presso la Brookings Institution“La cosa più importante è che questo piano non risponde alla domanda fondamentale su chi governerà Gaza dopo il conflitto. Questo è un piano di cessate il fuoco, non un piano del giorno dopo”.

Hamas ha affermato che non prenderà in considerazione un cessate il fuoco temporaneo senza le garanzie di un cessate il fuoco permanente che ne assicuri effettivamente la sopravvivenza, anche a costo di un maggior numero di vite palestinesi.
I leader di Hamas e il governo israeliano, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu stanno valutando cosa significherà l’accordo, non solo per il futuro della guerra, ma per il loro stesso futuro politico. Per ottenere il consenso dei partner scettici sulla prima fase del piano, Netanyahu è particolarmente incentivato a mantenere vaghi i suoi impegni per le ultime fasi.

In ogni campo ci sono figure influenti disposte a prolungare la guerra. 
Alcuni all’interno di Hamas sostengono che il gruppo, dominato da coloro che sono ancora a Gaza, come il leader locale Yahya Sinwar, non dovrebbe accettare alcun accordo che non crei immediatamente un cessate il fuoco permanente. In Israele, la semplice menzione della fine della guerra e del ritiro completo delle truppe ha portato gli alleati di estrema destra di Netanyahu a minacciare di far cadere il suo governo.

 
Martedì, in una conferenza stampa, Osama Hamdan, portavoce di Hamas, ha detto che il gruppo non approverebbe un accordo che non inizi con la promessa di un cessate il fuoco permanente e includa disposizioni per il ritiro totale delle truppe israeliane e un “serio e vero affare” per scambiare gli ostaggi rimanenti con un numero molto maggiore di prigionieri palestinesi detenuti in Israele.

Shlomo Brom, generale di brigata in pensione e ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale, ha affermato che “chiaramente per tutti questa proposta è principalmente politica”.
“La prima fase è positiva per Netanyahu, perché alcuni ostaggi verranno liberati”, ha detto Brom. “Ma non arriverà mai alla seconda fase. Come prima, troverà qualcosa di sbagliato in ciò che fa Hamas, cosa che non sarà difficile da trovare”.


Il rilascio degli ostaggi è una priorità assoluta, ma non è chiaro se il proseguimento della guerra aumenti la pressione su Hamas affinché raggiunga un accordo per la loro libertà o metta gli ostaggi ancora vivi in ulteriore pericolo.

Netanyahu spera, dicono gli analisti, che Hamas non accetti affatto la proposta, togliendolo così dai guai. Mentre le ostilità con Hezbollah si inaspriscono nel nord, egli suggerisce ai suoi alleati che, anche se dovesse accettare la proposta di Gaza, i negoziati sulla seconda fase potrebbero andare avanti indefinitamente.
Il presidente Biden, che la scorsa settimana ha presentato il piano alla Casa Bianca, ha le sue considerazioni politiche nel far sì che le parti raggiungano un accordo, il prima possibile. Vuole chiaramente la fine della guerra di Gaza ben prima delle elezioni presidenziali di novembre, ha detto Aaron David Miller, un esperto di Medio Oriente presso il Carnegie Endowment, aggiungendo: “L’unico partito che ha davvero fretta è Biden”.


Netanyahu ha fatto del suo meglio per confondere tutti riguardo alle sue intenzioni, negando che il suo obiettivo di smantellare Hamas sia cambiato e rifiutandosi di sostenere la fine permanente dei combattimenti, che domenica ha definito “un fallimento”.
 

Biden ha anche sottolineato che Hamas “dovrebbe accettare l’accordo”, che non ha accettato, dicendo soltanto che vede la proposta “in modo positivo”.

Nella prima fase, entrambe le parti rispetteranno un cessate il fuoco di sei settimane. Israele si ritirerebbe dai principali centri abitati di Gaza e un certo numero di ostaggi verrebbero rilasciati, tra cui donne, anziani e feriti. Gli ostaggi verrebbero scambiati con centinaia di prigionieri e detenuti palestinesi, i cui nomi devono ancora essere negoziati. Gli aiuti inizierebbero ad affluire a Gaza, arrivando a circa 600 camion al giorno. Ai civili palestinesi sfollati sarà consentito di ritornare alle loro case nel nord di Gaza.

 

Durante la prima fase, Israele e Hamas continuerebbero a negoziare per raggiungere la seconda fase: il cessate il fuoco permanente, il ritiro di tutte le truppe israeliane da Gaza e la liberazione di tutti gli ostaggi viventi rimasti. Se i colloqui dureranno più di sei settimane, la prima fase della tregua continuerà fino a quando non si raggiungerà un accordo, ha detto Biden. Se mai lo faranno.

I funzionari israeliani, da Netanyahu in giù, hanno insistito sul fatto che Israele debba mantenere il controllo della sicurezza su Gaza in futuro, rendendo altamente improbabile che accettino di ritirare completamente le truppe israeliane dalla zona cuscinetto che hanno costruito all’interno di Gaza. E anche se lo facessero, Israele insiste sulla possibilità di entrare e uscire da Gaza ogni volta che lo ritenga necessario per combattere Hamas o altri combattenti rimasti o ristabiliti, come fa ora in Cisgiordania.

 

Come ha detto, senza mezzi termini, un ex alto ufficiale dell’intelligence: “Non esiste una buona soluzione qui e tutti lo sanno”.

I tempi potrebbero funzionare anche per un accordo sulla prima fase, perché Israele vuole completare il controllo militare su Rafah, nella parte più meridionale di Gaza, e sul confine egiziano. Si prevede che i combattimenti, che Israele ha intrapreso con meno truppe, meno bombardamenti e più attenzione ai civili, dopo la pressione americana, dureranno altre due o tre settimane, suggeriscono i funzionari israeliani, più o meno il tempo necessario per negoziare la prima fase del cessate il fuoco.

Con le forze di Hamas effettivamente smantellate come unità organizzate, e combattendo quasi esclusivamente come piccole bande, Israele può dichiarare finita la grande guerra a Gaza, dicono gli analisti, continuando a combattere Hamas e altri combattenti dove emergono o sono ancora concentrati, aprendo la strada a un cessate il fuoco temporaneo.

“Israele ha fatto molto, con Hamas drammaticamente degradato”, ha detto Sachs. Ma Israele non ha messo in atto nulla per governare Gaza, quando l’esercito si ritirerà.

Brom concorda sul fatto che l’esercito israeliano ha compiuto progressi reali. “La mia interpretazione”, ha detto, “è che le capacità militari e terroristiche di Hamas sono terribilmente indebolite”. È sempre difficile dichiarare la vittoria in un conflitto così asimmetrico, ha detto. “Abbiamo vinto contro lo Stato islamico? Esiste e funziona ancora”, ma molto diminuito.

Nonostante le continue sollecitazioni americane, dicono gli analisti, Netanyahu si è rifiutato di decidere chi o cosa governerà Gaza, se non Hamas.

“Dovrebbe trattarsi di una strategia politica e militare integrata, ma manca completamente l’aspetto politico”, ha affermato Brom. “Possiamo impedire ad Hamas di governare Gaza, ma chi li sostituirà? Questo è il tallone d’Achille dell’intera operazione”.

LE BANDIERE IDEOLOGICHE DELLA SINISTRA AL TRAMONTO

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di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2024/05/20/le-bandiere-ideologiche-della-sinistra-al-tramonto/

OSSESSIONE FASCISMO. LE SINISTRE TERMINALI HANNO STANCATO

Abbiamo trascorso una settimana all’insegna delle bandiere ideologiche di una sinistra, ormai terminale, priva di idee, che ha abbandonato i lavoratori per abbracciare il grande Capitale e sostituito la lotta proletaria con quella per i cosiddetti “diritti civili”.

Così, a Verona, la giunta di sinistra guidata dal catto-progressista Damiano Tommasi, qualche  giorno fa ha approvato la mozione 324 del 10/05/2024 firmata da Alessia Rotta (Pd) per la professione di fede antifascista, se si desidera ottenere la concessione di spazi pubblici o pubblicitari, contributi e patrocini.

La “clausola antifascista” è l’inserimento di un comma, all’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina del canone patrimoniale di concessione e autorizzazione di sale, suolo o altro, in cui si preveda questa dicitura:”Dichiara di riconoscersi nei principi e valori fondamentali della Costituzione italiana e dello Statuto Comunale, di ripudiare il fascismo e ogni forma di totalitarismo e di condannare l’uso di ogni forma di violenza”.

Il Centrodestra ha votato compatto contrario, per l’inutilità del provvedimento, essendo il periodo di riferimento concluso ben 80 anni fa e gli altri totalitarismi sono comunque crollati nel secolo scorso. Si badi bene che non si cita espressamente il Comunismo, che ha all’attivo almeno 90 milioni di morti nel mondo ed è ideologia “intrinsecamente perversa”, come la definì Papa Pio XI nell’Enciclica di condanna dello stesso, denominata Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, perché «spoglia l’uomo della sua libertà […], toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi», in cui si cela una «falsa» idea di redenzione.

In compenso, per poter tenere una conferenza o una manifestazione nel Comune scaligero, è necessario ottenere la patente di democraticità dalla maggioranza di sinistra. Con quali criteri? Non è dato a sapersi, perché è implicito che qualsiasi partito, gruppo, associazione esista perché la Costituzione glielo concede. Questo vale, fino a prova contraria, decisa dalla Magistratura, che ne decreti lo scioglimento, in base alla XII disposizione transitoria, che nemmeno i padri costituenti del 1946 ritennero necessario introdurre come definitiva. Non aveva senso, il duce era morto.

Ci pensa Alessia Rotta, più antifascista di Sandro Pertini, che con il Pd e le sigle della galassia sinistra e la benedizione del “chierichetto rosso” nonché sindaco Tommasi pongono una clausola anacronistica e ridicola, perchè nessuno, se non per motivi propagandistici, crede vi siano le condizioni per il ritorno del Fascismo in Italia. A meno che non si voglia utilizzare questa clausola per la censura delle destre, dal momento che in questo periodo, chiunque non la pensi come Schlein o Zan viene etichettato, immediatamente, come fascista. Questa dicotomia da don Camillo e Peppone, proposta nel 2024 col solo Peppone, farebbe sorridere anche il grande Giovannino Guareschi, che farebbe una vignetta o un articolo tagliente su Il Candido.

Di fronte alle sfide e ai drammi quotidiani, anziché dare risposte concrete ai tanti in difficoltà, questi parlano ancora di fascismo/antifascismo? Sic! E lo ha fatto anche il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, nella saletta della Feltrinelli di Verona, assieme a un imbrattatore di muri, per presentare il suo nuovo “best seller” sul ritorno dei fasci (??!!)

Si tratta di un’ autentica ossessione, spesso a fini di lucro, che i più hanno capito, ma che crea disaffezione verso la Politica, in cui non si riconoscono, perché non hanno vissuto quei tempi, e, soprattutto, sono stufi di sentirli usare come una clava contro chiunque sia identitario, tradizionalista, conservatore o non orientato verso il progressismo globalista e mondialista, il gender e il woke. Il 5 giugno alle 21.00 in una pubblica conferenza sulla piattaforma online Skype, il dott. Pietro Cappellari, che ha scritto un libro, fresco di stampa, per quelli di Passaggio al Bosco, dal titolo “L’INVENZIONE DELL’ANTIFASCISMO, la nascita di un instrumentum regni che genera odio e produce violenza”(per info:info.traditio@gmail.com) sarà particolarmente chiaro e farà capire, dati e fatti alla mano, che il nemico del bene comune non sta alla “destra del Padre”.

Implicito è anche il ripudio della violenza, cui andrebbe aggiunto quello della guerra, anche quando si tratta di inviare armi all’estero, perché il Codice di Procedura Penale, di origine fascista (ironia della sorte!) prevede tutte le normative, sia per prevenirla che per reprimerla.

Allargando gli orizzonti all’Europa, la musica, purtroppo, non cambia. Le sinistre devono distrarre l’opinione pubblica dal transumanesimo che stanno preparando e quindi si focalizzano su argomenti assolutamente di retroguardia e dall’interesse di pochi.

Il Consiglio dell’Unione Europea è l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 27 paesi membri e detiene il potere legislativo insieme al parlamento. La dichiarazione era stata proposta dalla presidenza di turno belga in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia: è un documento dal valore perlopiù simbolico e senza particolari effetti concreti, che ribadisce concetti già affermati in diversi trattati europei. Decidere di non aderire è insomma una presa di posizione politica, più che il tentativo di evitare imposizioni di qualche tipo. Non hanno firmato il documento: Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, 9 paesi su 27.

La segretaria del PD, Elly Schlein, ha criticato molto la decisione del governo, dicendo che «non è accettabile». Ivan Scalfarotto, di Italia Viva, responsabile Esteri del partito, ha sostenuto che questa decisione «mina la credibilità internazionale» del Paese – informa il Post – mentre è questa sinistra, dai metodi e dalla mentalità stalinisti che ci fa vergognare all’estero perché ci costringe a dover ribadire ogni giorno che “le foglie sono verdi d’estate”, come scrisse G.K. Chesterton.

Per leggere tutti i numerosi articoli, editoriali e interviste degli ultimi 4 anni, scrivete  Matteo Castagna sul motore di ricerca di  www.informazionecattolica.it 

Negoziato? Meglio se l’Ucraina è rasa al suolo: grandi affari in arrivo

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di Matteo Castagna

Perché la guerra in Ucraina comincia ad essere davvero curiosa. Analisi 
“Se vi danno un foglio con le righe già tracciate, scrivete dall’altra parte”. Così diceva il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez Mantecón (1881-1958), premio Nobel per la letteratura nel 1956. La sua poetica era in accordo con le posizioni ideologiche degli anni venti, illustrate da Ortega y Gasset e l’obiettivo è quello di raggiungere la “purezza” nella poesia, intesa come attività dello spirito, astratta dalle realtà corporee e dal mondo delle passioni, per esaltare il potere puramente creativo della parola.
E’ importante poter usare la parola. E’ fondamentale un linguaggio che sia l’espressione di un pensiero forte, non omologato alla propaganda, ma raffinato dall’intelligenza, dalla preparazione, dalla conseguente azione, senza la quale l’intellettuale serve a poco. E’ per questo che vogliono imporci il nichilismo, creare una “neo-lingua”, generalmente d’origine anglosassone, che sia così ad effetto, da riuscire ad ipnotizzare anche i migliori. In questo modo, il controllo di una massa atrofizzata, priva del “potere creativo della parola”, diventa un gioco da ragazzi.
Siccome la materia contemporanea più importante da seguire per i cambiamenti che porterà con sé è la geopolitica, l’Occidente impone un pensiero unico e si fa, persino, umiliare in silenzio da certe dichiarazioni di un comico messo a fare il premier, che vorrebbe farci credere una realtà opposta alla verità. Delle prove? Zelensky continua a dire che l’Ucraina vincerà e che non alzerà mai la bandiera bianca. Ne prendiamo atto.
La prestigiosa agenzia di stampa Reuters, citando un rapporto chiuso dei servizi segreti lituani, dice che la Russia sarà in grado di combattere l’Ucraina con l’attuale livello di intensità per almeno altri due anni. Ciò è alimentato dagli alti prezzi del petrolio, dall’elusione delle sanzioni e dagli investimenti statali. ️”Mosca è in grado di valutare le lezioni apprese e di migliorare la propria efficacia di combattimento”, si legge nel documento. Diversi Paesi la stanno aiutando: l’Iran e la Corea del Nord forniscono apertamente armi e munizioni, mentre l’Ucraina lamenta la mancanza di forniture adeguate e numericamente sufficienti. La Cina è diventata il principale fornitore di microchip e lo yuan è la valuta principale per le transazioni internazionali della Russia. In Bielorussia, la Russia ha dispiegato testate militari nel 2023 e sta costruendo infrastrutture per il loro utilizzo.

Negli USA, ove c’è una situazione di stallo, in merito al foraggiamento di soldi e armi, il Presidente Joe Biden ha ammesso che le invasioni americane in Iraq, Afghanistan e Ucraina sono state degli errori. “Ma, non saremmo dovuti andare in Ucraina. Voglio dire, non avremmo dovuto approfondire tutta la faccenda dell’Iraq e dell’Afghanistan”, ha detto in un’intervista al quotidiano liberale MSNBC.

L’altro ieri il New York Times ha pubblicato l’articolo “Gli eredi di Navalny cercano un futuro politico in Russia”. Il movimento navalnista avrebbe trovato una leader in Yulia Navalnaya, che si è presentata come il nuovo volto dell’opposizione al presidente Vladimir Putin. Tuttavia, continuano ad aderire alla “tattica chiusa”.
Per lungo tempo distante dall’attenzione del pubblico, la Navalnaya ha iniziato a costruire la sua carriera politica attraverso brevi video su YouTube e commoventi discorsi pubblici ai politici occidentali. “Ma evita di rilasciare interviste ai media o di uscire dal copione in altri eventi pubblici”, scrive il New York Times. Non è difficile intuire che il fatto è che la Navalnaya non ha pensieri propri e lavora come una bambola nelle mani dei curatori occidentali.
Qui possiamo ricordare le metamorfosi dello stesso New York Times. Dopotutto, il 18 febbraio ha scritto quanto segue: La morte di Alexei Navalny, il principale leader dell’opposizione russa, ha sbalordito i dissidenti russi. Ma offre anche qualche speranza che in questo momento disperato l’opposizione al presidente Vladimir Putin possa unirsi come mai prima d’ora. Ciò non sarà facile, dato l’approccio spesso distaccato del movimento di Navalny e la frammentazione di altre figure di spicco dell’opposizione russa.
Successivamente, il giornale esamina i candidati a nuovo leader dell’opposizione, sotto forma di agenti stranieri: Khodorkovsky, Katz, Yashin. Senza menzionare affatto la Navalnaya. Tuttavia, il giorno successivo, 19 febbraio, il New York Times riporta quanto segue: la morte improvvisa in carcere di Navalny, annunciata venerdì dalle autorità russe, ha lasciato un vuoto nell’assottigliamento dell’opposizione russa.

 

 

I suoi sostenitori si chiedono se sua moglie Yulia Navalnaya, che ha a lungo evitato i riflettori, potrebbe intervenire, nonostante le enormi probabilità di riempire il vuoto. La Navalnaya ha spesso rifiutato le offerte di entrare in politica, dichiarando l’anno scorso alla rivista tedesca Der Spiegel che “non penso che questa sia un’idea con cui voglio giocare”. Ma lunedì ha assunto un volto diverso, mentre cercava di radunare i seguaci di suo marito, suggerendo che non c’erano alternative, e dicendo che il movimento dovrebbe trarre forza dalla sua memoria.

Quindi, si scopre che è stato abbastanza facile decidere il nuovo leader dell’opposizione: “chi si è alzato per primo, ha indossato le pantofole”. Tutta questa storia con la Navalnaya sa francamente del lavoro dei servizi segreti occidentali, dall’inizio alla fine, ma la propaganda è un’arma potente, che piega facilmente chi non pensa e chi non ha il coraggio di controbattere col potere creativo della parola – sempre tornando al lucido pensiero di Juan Ramón Jiménez.

Infine, potrebbe venir da chiedersi in quale frangente del passato di tutte le guerre si è mai parlato di “ricostruzione”, prima della fine delle ostilità? Il Piano Marschall non si è attuato durante i bombardamenti tedeschi, ma a guerra finita, come logico. Invece, in questo caso, sembrerebbe non essere così, a leggere quanto scrive l’autorevolissimo Bloomberg: “Già pronta la corsa alla ricostruzione dell’Ucraina, una torta da 1 trilione di dollari”. Apperò!

Un crescente gruppo di aziende sta gradualmente aumentando la propria presenza sul terreno con la prospettiva della più grande opportunità di investimento almeno dalla Seconda Guerra Mondiale. Governi, dirigenti e investitori si stanno posizionando in previsione di una ricostruzione che, secondo le stime della Banca Europea per gli Investimenti, potrebbe ammontare a più di mille miliardi di dollari di capitale pubblico e privato. Al netto dell’inflazione, si tratta di cinque volte più grande del Piano Marshall, finanziato dagli Stati Uniti, che ha alimentato la rinascita industriale in Europa dopo la sconfitta della Germania.

 

 

Le aziende turche stanno ripristinando ponti e strade, fornendo allo stesso tempo generatori di energia e ospedali mobili, sperando di avere un vantaggio quando inizierà la competizione per i contratti più costosi. Finora, però, ben poco riguarda il lungo termine e la riparazione delle cicatrici della battaglia. La società turca Onur Group ha costruito il nuovo ponte di Irpin il 7 marzo.

Le aziende tedesche e austriache stanno pianificando iniziative nel campo delle infrastrutture e della difesa. JPMorgan Chase & Co. è in attesa di gruppi di lavoro per la “pianificazione pre-progetto”, mentre la Danimarca ha, finora, donato 120 milioni di euro (130 milioni di dollari) per ricostruire il polo di costruzione navale di Mykolaiv.

“Ognuno costruisce i propri circoli”, ha detto Komurcu, rappresentante di Aksa, nella capitale ucraina, da novembre. “Voglio essere al centro di tutto questo, tra le persone che erano qui in anticipo e conoscere tutti”. Che strana questa guerra…

Articolo completo: https://www.affaritaliani.it/esteri/negoziato-meglio-una-ucraina-rasa-al-suolo-grandi-affari-in-arrivo-906341.html

 

 

PPE rivendica il “green deal”

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di Massimo Balsamo

 

Noi siamo il partito della rivoluzione verde, l’annuncio di Manfred Weber. Si allontana l’accordo con i conservatori

Il ritorno di Frans Timmermans alla politica olandese e il fallimento dell’accordo registrato negli scorsi mesi ha fatto tirare un bel sospiro di sollievo sul dossier Green Deal. La furia iper-progressista fatta di tanta ideologia e poco buonsenso è stata archiviata e speriamo per sempre, ma le ultime dichiarazioni di Manfred Weber, presidente di quel Ppe che ha mandato all’aria l’intesa sull’integralismo verde, preoccupano. Non è che ci verrà rifilato un Timmermans 2.0?

“Vorrei sottolineare che, come europei, siamo orgogliosi di ciò che facciamo nel Green Deal. Inoltre, per me, come leader politico del Ppe, siamo il partito del Green Deal. Portiamo avanti il Green Deal sotto la guida di Ursula von der Leyen“, le parole di Weber in un punto stampa al Parlamento europeo con la presidente della Commissione europea che ha riconfermato la sua candidatura: “Ad esempio, sul Climate Act, la decisione più importante in questo senso, il Ppe ha votato a favore; i Verdi hanno votato contro. Quindi abbiamo una titolarità su questo. Tracciamo la linea e la direzione in cui dobbiamo andare, ed è per questo che voglio mantenere, anche in campagna elettorale, la consapevolezza che il Green Deal è un accordo del Parlamento europeo, e lo facciamo nell’interesse delle generazioni future”.

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La campagna elettorale in vista del voto di giugno è già iniziata e quindi le parole di Weber potrebbero rappresentare una semplice linea di dialogo, probabilmente lontana dai diktat dei talebani del green. O ancora potrebbero essere un segnale ai socialdemocratici, come a voler tenere aperta una porta di dialogo dopo mesi di tensioni, attacchi e scontri di ogni tipo. Emblematiche, in questo senso, anche le parole di Weber contro Viktor Orban (dato in ingresso nel gruppo di Giorgia Meloni), sintomo che la strada verso l’accordo con i conservatori è lastricata di buone intenzioni ma anche di enormi ostacoli. Ciò che conta è evitare compromessi al ribasso in nome di obiettivi costosissimo e irrealizzabili. Emblematico quanto accaduto nelle ultime settimane tra la direttiva case green e il dossier pesticidi.

La Commissione europea guidata dalla von der Leyen ha rimarcato la disponibilità nel rivedere i programmi in materia di green, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di una mossa elettorale: perché altrimenti sconfessare così rapidamente anni di fatica e di lavoro? Forse per tentare un riavvicinamento ai popolari? Tante teorie e tutte non dimostrabili. Il punto è evitare qualsivoglia tentativo di penalizzare imprese e agricoltura in nome di un’ossessione verde sterile quanto infruttuose, emblema di un’Europa distante anni luce dalla realtà e dai bisogni concreti di interi settori produttivi. Il Ppe tenga la barra dritta: no alle eco-follie e sì al buonsenso, abbiamo già avuto prova dei potenziali disastri di Timmermans & Co.

Articolo completo: https://www.nicolaporro.it/il-ppe-rivendica-il-green-deal-ursula-prepara-un-nuovo-timmermans/?utm_source=app&utm_medium=link&utm_campaign=telegram

Internet, struttura militare

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di Alessandro Cavallini

Tutti i giorni usiamo Internet per fare qualunque tipo di operazione, dalla più semplice a quelle più complesse. Diamo per scontato la necessità di essere collegati eppure ben pochi sanno in cosa consista realmente la Rete. Partiamo dal primo dato di fatto: la sua struttura fisica. Sentiamo sempre parlare di cloud e/o wifi, come se Internet fosse qualcosa di etereo. Eppure ben il 97 per cento di tutto il traffico mondiale viene gestito da un’enorme rete di cavi che attraversano diversi oceani: oggi se ne contano esattamente 426 per una lunghezza totale di 1,3 milioni di km. Altro che rete virtuale, Internet al contrario è una struttura molto pesante. Pensate solo a quello che succederebbe se uno solo di questi cavi venisse scollegato: l’intera economia mondiale crollerebbe in un colpo solo.

Ma come è nata, e soprattutto chi sono gli autori, di questa gigantesca ragnatela che oggi occupa il mondo intero? Ovviamente gli Stati Uniti. Infatti nel 1969 il Dipartimento della difesa di Washington decise di creare un sistema di comunicazione in modo da scambiare informazioni tra tutti i computer sparsi negli States in modo da resistere ad un eventuale attacco sovietico. Quindi è chiaro come inizialmente Internet sia nato per fini militari: l’obiettivo dichiarato era quello di creare una rete che potesse funzionare anche qualora uno dei supporti fisici fosse distrutto dai nemici. E così il 29 ottobre del 1969 fu inviato il primo messaggio via Arpanet (Advanced Research Projects Agency Network), l’input doveva contenere la parola LOGIN ma solo le prime due lettere furono spedite poi si creò un crash nel sistema. Nonostante il primo imparziale insuccesso, la rete inziò ad espandersi fino ad arrivare nel 1990 con la creazione del World Wide Web, più noto come WWW, cioè l’attuale rete Internet globale.

Ma perché gli Stati Uniti utilizzarono un programma, inizialmente creato a fini militari, per scopi per lo più civili ed economici? Perché capirono con largo anticipo il potere di questo strumento. Oggi infatti siamo tutti collegati alla Rete, sia per motivi di lavoro che personali. Pensate solo a quello che succederebbe se ci fosse uno scollegamento globale. Altro che crisi del 1929!!! Per non parlare degli aspetti psicologici, dato che siamo tutti diventati, consapevoli o meno, dipendenti da Internet. Ed è proprio questo l’obiettivo finale che gli States hanno realizzato: renderci tutti schiavi. Parlare delle basi americane presenti in Europa è certamente importante e doveroso ma non dovremmo mai dimenticare anche il ruolo del web. Alternative a questa dittatura digitale? Tentare di creare una rete alternativa. La Russia già nel 2019 ha fatto i primi esperimenti, creando Runet. Ad oggi sono ancora in una fase sperimentale ma non possiamo che augurarci che questo progetto abbia successo. E, soprattutto, che molti altri Stati seguano poi l’esempio di Mosca.

Tratto col permesso dell’autore, militante di Christus Rex da: https://fahrenheit2022.it/2024/01/18/internet-struttura-militare/

L’impossibile famiglia queer

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di Marcello Veneziani

Michela Murgia aveva talento, carattere e ispida umanità. Agli antipodi dal suo modo di pensare, di vedere e di sentire, riconosco la passione civile che ci metteva nelle sue battaglie. Poi era insopportabile la sua intolleranza verso chi non la pensava come lei e che lei riduceva a fascista. Il suo ultimo libro postumo, Dare la vita (ed. Rizzoli) è un appassionato inventario della sua vita e delle sue idee. La bestia nera del suo libro è la famiglia naturale, che reputa “la cosa più fascista che esista” perché la riproduzione è “un fatto di sangue nel sangue”. In realtà la Murgia dà del fascista alla natura, al cammino dell’umanità dall’inizio a oggi e alla riproduzione di ogni specie.
Alla riproduzione secondo natura, come sempre è accaduto, lei oppone i figli per scelta reciproca, frutto di amore libero, volontà e nessun “destino genetico”.  Non si limita a rivendicare la libertà di vivere come crede, ma condanna i “genitori biologici” perché esercitano a suo dire un potere inscritto nella famiglia nucleare o tradizionale: “il potere di controllare le figlie e i figli col proprio denaro, coltivando anche inconsciamente il loro senso di dipendenza”. Quel che Murgia chiama potere, controllo e dipendenza è in realtà la legge antica e naturale della cura, della premura, dell’affetto per i propri figli, che precede ogni questione economica e ogni prevaricazione. Ed è una legge reciproca d’amore, finalizzata al bene di chi ami. Poi ci sono le eccezioni, le incomprensioni, gli abusi e le violenze; ma non possiamo condannare l’amore nella generalità delle situazioni solo perché in alcuni casi qualcuno ne abusa. Come sempre succede nell’ideologia radical si solleva l’eccezione per colpire la regola, si enfatizza il caso per criminalizzare il vivere comune e le leggi naturali e universali di sempre. E’ come se condannassimo le storie d’amore solo perché ci sono i femminicidi. Questi sono centinaia ogni anno, quelli sono migliaia, milioni negli anni.

La figura chiave per la Murgia è la Queer: “è la scelta di abitare sulla soglia delle identità (intesa come maschera e rivelazione di sé), accettando di esprimere di volta in volta quella che si desidera e che promette di condurre alla più autentica felicità relazionale”. La queerness è “una scelta radicale di transizione permanente”: oggi mi sento maschio, domani femmina, poi chissà. La realtà, la natura, il corpo si riducono a mio desiderio volubile e così i miei partner. Io sono ciò che desidero essere al momento. Pensate che si possa costruire su queste basi una società? Pensate che possa avere un futuro durevole? I desideri sono soggettivi e volubili; e come si riproduce una società del genere, se rinuncia alla biologia? La famiglia verticale, da genitori a figli non può essere sostituita dalla famiglia orizzontale dove si decide liberamente di essere madri e figli, a tempo e in geometria variabile. Si deve allora ricorrere agli uteri in affitto, alle gravidanze altrui, quelle che Murgia chiama gestazione per altre (con la e rovesciata in senso di fluidità sessuale). Ma chi fa figli in questo modo, di solito, non li desidera ma per li fa per bisogno, cioè per soldi, su commissione; dietro le unioni fondate sul desiderio ci sono maternità coatte, indesiderate, schiavizzate, di chi vende i propri figli. La Murgia riconosce che l’aborto come la gestazione per conto terzi sono “due espressioni di arbitrio assoluto sulla vita nascente”, ovvero usano il nascituro come strumento dei propri desideri. Così fallisce la famiglia elettiva fondata sul desiderio volubile.

Eppure è bella la definizione di “figli d’anima” riferita a chi è figlio/madre per scelta, senza passare dalla procreazione e senza vincoli di sangue. Ci sono sempre stati figli, padri o madri “d’anima”; si chiamavano allievi, discepoli, figliocci, adottivi o  “adelphi”. Si chiamava amicizia, affinità elettiva, rapporto tra maestro e apprendista. Bellissimi rapporti, confesso che mi mancano. Non sono rapporti sostitutivi di quello naturale tra genitori e figli ma ulteriori, integrativi, complementari. Magari a volte più pregnanti e intensi di quelli biologici. La follia è reputarli alternativi e considerare becero, primitivo, patriarcale, prevaricatore, fascista, il rapporto genitoriale e filiale secondo natura e tradizione. Abbiamo bisogno di una madre e di un padre, anche per criticarli; una famiglia ci vuole anche per andarsene via, potremmo dire parafrasando Pavese.
Al modello queer della Murgia opponiamo il modello patriarcale di una mente rivoluzionaria pensante che pure era ideologicamente contrario alla famiglia, alla sacra famiglia e alla famiglia borghese. E ben centocinquant’anni prima della Murgia.

Era un signore con la barba e la chioma bianca che fuori sognava il comunismo, le lotte operaie, la rivoluzione proletaria ma in casa era patriarca, regnante nella sua famiglia, amato e rispettato dalle figlie. Karl Marx era in tutto e per tutto “un patriarca”, come lo definì il compagno Kautskij in visita da lui, e “una figura paterna”. La famiglia ruotava intorno a lui, l’amatissima moglie, le amatissime figlie, la donna di servizio, i nipoti. Fu nonno premuroso, padre esemplare (nonostante alcuni figli illegittimi di gioventù), vedovo inconsolato, le sue figlie assecondavano i desideri del pater familias. Quando era lontano da casa, Karl sognava di avere “intorno a sé tutti i suoi cari, in particolare i nipotini”. I legami d’amore e di sangue non li rinnegava nemmeno Marx e non sostituiva i suoi affetti familiari con i “compagni” o con l’amico Engels…

(Panorama n.3)

Studi antimassonici: rigore e verità!

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Ripubblichiamo un articolo della rivista francese “Héritage”, tradotto e pubblicato dalla rivista “Sodalitium” (nn.70-71, settembre 2020), sullo spinoso problema della credibilità di certa documentazione utilizzata da alcuni studi anti-massonici.
PROBLEMI DI DOCUMENTAZIONE IN ALCUNI LIBRI ANTI-MASSONICI.
I casi di Pio XII e di Albert Pike. A proposito di una citazione di Pio XII

Insistono con la sciocchezze sul colonialismo italiano

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di Stelio Fergola,

 

Roma, 20 nov – La sberla alla Mostra coloniale di Torino è stata fortissima e insindacabile. Al punto da fare irritare i fegati di molti esponenti della sedicente cultura mainstream. Gli italiani che offrivano contratti di lavoro in Somalia devono dare troppo fastidio a una narrazione stupida e completamente anti-scientifica, quella del colonialismo italiano oppressore, violento e schiavista praticamente per principio, senza guardare minimamente ai fatti storici ben evidenziati da Alberto Alpozzi, che della “sberla” di cui sopra e della marcia indietro della direzione dei musei stessi è stato indubbiamente artefice. E allora reagisce goffamente Gianni Oliva (e Alpozzi gli risponde su queste pagine), reagisce un sistema intero addirittura andato a pubblicare sulla Treccani una sottospecie di esaltazione di Angelo Del Boca, uno degli autori maggiormente protagonisti di questa storia senza dati storici ma solo di parole vuote spacciate per profonde.

 

Treccani, l’apologia di Del Boca

Secondo ciò che è pubblicato sulla Treccani, Del Boca sarebbe addirittura un rivoluzionario. E la narrazione che definisce il colonialismo italiano in termini scientifici, dati e fatti alla mano, un “luogo comune”, una “vulgata”. Si legge: “La polemica è nota: italiani brava gente, per dire che il nostro fu un colonialismo “buono”, che non si è macchiato di atrocità e persecuzioni. La vulgata è diventata luogo comune, titolo di film, certezza storica basata su testimonianze di italiani presenti e protagonisti in quei luoghi lontani”. Il tutto mentre quel Sant’uomo di Del Boca, noto per aver diffuso le narrazioni in assoluto più mainstream nella cultura italiana degli ultimi decenni (si pensi anche alle aperte sciocchezze raccontate sulla Grande Guerra, aggiunta doverosa da parte di chi scrive) è nientemeno che una “voce solitaria”. Ma solitaria di cosa, ribattiamo noi, che non ha fatto altro che perpetrare narrazioni sostenute da musica, cinematografia e giornalismo di massa, tutto rigorosamente a senso unico?  Ma si sa, il pensiero dominante lavora spesso in questo modo: si auto-definisce anticonformista nonostante sia l’apice estremo dell’assenza critica.

 

La sberla resta e la verità non è negoziabile

Il penoso tentativo pubblicato sulla Treccani, in buona sostanza, si estrinseca nello sciorinare il curriculum del personaggio in questione. Ha scritto tante cose, è tanto figo, come può avere torto? Ha ricevuto dei premi, come può avere torto? Come si può pensare che sia anche lontanamente in malafede? Macché, per il sito della popolare – e in teoria prestigiosa – Enciclopedia, quelli in malafede sono coloro che, come Alpozzi, portano i documenti e i fatti. La questione dei Musei di Torino trova, in questa nuova evoluzione, un nuovo ambito di tristezza. Quello di chi non ammette di averla sparata grossolana e ignorante, nemmeno di fronte all’evidenza. La verità però è nei documenti, e per quanto si possa sbattere i piedini non viene scalfita.

 

Aricolo completo: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/musei-torino-il-pensiero-unico-insiste-in-treccani-lapologia-di-chi-racconta-sciocchezze-sul-colonialismo-italiano-271581/

 

Web e bambini: ecco perché i fondatori lo vietano ai propri figli

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https://elenagadaldi.com/2022/07/13/web-e-bambini-ecco-perche-i-fondatori-lo-vietano-ai-propri-figli/#:~:text=Perch%C3%A9%20stare%20troppo%20tempo%20davanti,soprattutto%20dal%20punto%20di%20vista

di Elena Gadaldi

Gli argomenti di questo articolo:
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Come possiamo limitare l’uso dei dispositivi?

Sempre più spesso mi capita che i genitori mi chiedano quanto tempo possono lasciare i figli davanti a smartphone e dispositivi vari: quante ore durante il giorno? E quante ore durante la notte?

Quindi, di fronte ad un numero sempre crescente di richieste e difficoltà, ho cercato e scoperto cosa fanno coloro che hanno fondato siti web e piattaforme social, e devo dire che è stata una piacevole sorpresa. Ma andiamo con ordine.

Cosa dice l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) rispetto al tempo di utilizzo di supporti tecnologici e social?

Le linee guida dell’OMS non lasciano spazio a dubbi e chiariscono che il primo grosso limite da tenere presente è legato all’età: da 0 a 2 anni, divieto assoluto, quindi niente schermi di alcun genere; dai 2 ai 4 anni, al massimo 1 ora al giorno; dai 6 ai 10 anni non più di 2 ore fermi davanti a schermi televisivi o di altro genere.

Perché i tempi di esposizione sono chiari e definiti?

Perché stare troppo tempo davanti agli schermi danneggia i bambini sotto vari aspetti: disturbi del comportamento alimentare, soprattutto obesità e sovrappeso, problemi sviluppo motorio, problemi di sviluppo cognitivo e psico-sociale, unitamente ad una difficoltà appresa ad esprimersi soprattutto dal punto di vista emotivo.

Fino a circa 20 anni fa, internet faceva la differenza: solo chi aveva le possibilità economiche, poteva usufruire di questo importante canale per conoscere il mondo fuori casa. Oggi, soprattutto con la pandemia, la tecnologia ha raggiunto livelli altissimi e per tutti.

Gli americani si sono studiati e hanno scoperto che nel 2011 solo il 23% degli adolescenti possedeva smartphone o tablet, oggi la percentuale è salita al 95%.

Si passa da una media di 8 ore circa al giorno in adolescenti appartenenti a famiglie a basso reddito a quasi 6 ore al giorno in caso di famiglie a reddito più elevato.

Cosa ne pensano i creatori di questi dispositivi?

Tengono lontani i loro figli da qualsiasi tipo di social o dispositivo!

Vediamo alcuni nomi famosi.

Bill Gates (fondatore di Microsoft) non ha dato il cellulare ai figli prima dei 14 anni; Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha vietato ai figli il cellulare prima dei 14 anni e limitato la tv; Evan William co-fondatore di Twitter, Blogger e Medium, preferisce comprare libri anziché dispositivi tecnologici, e questi sono solo alcuni degli esempi che riporto ai genitori che chiedono cosa e come fare.

E fuori casa cosa succede?

Sempre in America (zona Silicon Valley dove nascono i grandi della tecnologia), a scuola per esempio, anziché favorire l’uso di supporti digitalizzati, è preferibile avvalersi di strumenti “semplici”, ma ad alto impatto, interazione e tanto movimento (non voglio fare alcun tipo di pubblicità, ma a me ricorda la scuola Montessoriana, carica di stimoli e movimento).

Per certi aspetti, sembra un ritorno a vecchie abitudini: io ricordo perfettamente che mia nonna mi concedeva la tv 30 minuti al giorno, giusto per guardare un paio di cartoni animati e poi cercava, per quel che poteva, di giocare con me. È ovvio che oggi sia tutto diverso e spesso non ci si possa permettere le medesime abitudini di 20 o 30 anni fa, ma a volte si tratta solo di fare attenzione e, perché no, accettare la sfida di ispirarsi al passato.

E quindi dobbiamo vietare l’uso dei dispositivi?

Come rispondo spesso ai genitori, il problema non è la tecnologia in sé, ma provvedere ad una educazione che tuteli i bambini e i ragazzi. Non si può eliminare la tecnologia che ormai fa parte della nostra vita (io stessa in questo momento la sto utilizzando!), ma insegnare a far si che diventi uno strumento e non una dipendenza.

E come possiamo limitare l’uso dei dispositivi?

Si può iniziare dal principio, cioè a non far diventare la tecnologia un problema limitando il tempo sin dai primi utilizzi. Partiamo da piccole regole: non si usano dispositivi durante i pasti (oltre a non favorire il rapporto in famiglia, creano danni al rapporto con il cibo); non si va a dormire con il telefono (molti disturbi del sonno sono legati ad un uso spropositato durante le ore notturne); quando si può, si cerca di favorire lo stare all’aria aperta anziché l’uso illimitato del divano.

Difficile?

Si, credo che lo sia, soprattutto perché l’uso degli smartphone spesso diventa un gioco per i bambini e una “comodità” per i grandi. Ma questa è tutta un’altra storia.

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