L’illusione che 300 tank cambino la guerra

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Segnalazione Arianna Editrice

di Fabio Mini

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Se il cancelliere Scholz credeva di poter continuare a traccheggiare sulla questione dell’invio di carri armati Leopard all’Ucraina, condizionandolo all’invio americano dei propri carri Abrams, si è sbagliato. Il presidente Biden ha raccolto l’implicita sfida non solo promettendo altri miliardi di dollari, ma autorizzando l’invio di 20-50 carri Abrams e chiedendo agli alleati europei di fare la loro parte. L’apparente convinzione generale negli Usa e nella Nato è che una massa consistente di almeno 300 carri occidentali, come richiesto da Kiev, consentirebbe di riconquistare i territori occupati e annessi dalla Russia. La valutazione non è sbagliata, ma la realizzazione dipende molto da quanti mezzi verranno effettivamente consegnati, dai tempi di consegna, dalla capacità di usarli non solo come mezzi singoli ma come elementi di forze corazzate e meccanizzate tra loro cooperanti, dalle condizioni del terreno, dalla copertura aerea, dalla disponibilità di artiglierie di sostegno, dal rifornimento di carburanti e munizioni e, non ultimo, dalla disponibilità di fanterie in grado di mantenere le posizioni riconquistate.
Finora si hanno notizie della cessione di 12 carri inglesi, 17 americani, un centinaio di carri Leopard tedeschi da parte della Polonia e qualche carro Stridsvagn-122 (versione del Leopard) dalla Svezia.

L’inverno, la primavera e l’offensiva.
I tempi di consegna variano da uno a sei mesi e oltre. Kiev chiede le forniture con insistenza crescente nella previsione che la Russia sia in procinto di attaccare in forze. La stagione invernale non favorisce le manovre militari, ma ne consente la preparazione. La stagione primaverile è storicamente la meno adatta per i movimenti corazzati in Ucraina e Russia, ma proprio per questo un attacco potrebbe sfruttare la sorpresa. L’Ucraina non è in grado di assicurare la superiorità aerea e soltanto in parte la difesa contraerea e contro missili.
La logistica dei rifornimenti e del personale è l’aspetto più sensibile. I consumi di munizioni e carburanti di una armata corazzata sono altissimi. Inoltre, un esercito proiettato in avanti e a oriente del Dniepr allunga il braccio dei rifornimenti e rende vulnerabili i centri logistici sia avanzati che arretrati. Meno importante è il problema delle parti di ricambio visto che in questa guerra gli ucraini non si sono preoccupati di riparare i mezzi danneggiati o inefficienti.

I mezzi “usa e getta”: niente riparazioni.
Di fatto, i carri armati ucraini, come altri equipaggiamenti forniti dall’Occidente, sembrano essere articoli “monouso”: usa e getta. Anche gli uomini, di entrambe le parti, sembrano avere lo stesso destino. E le riserve sono scarse. Per quanto riguarda l’impiego dei mezzi, gli ucraini hanno già previsto di mandare uomini ad addestrarsi sui carri Challenger inglesi, sugli Abrams americani e sui Leopard tedeschi. Se anche l’Italia manderà i carri Ariete e la Francia, dopo gli AMX10 leggeri, manderà i Leclerc, l’Ucraina disporrà di sei linee di carri diversi che si aggiungono a quelle dei mezzi ex sovietici: un incubo per qualsiasi nazione che pensi seriamente alla logistica, ma evidentemente non per l’Ucraina che in dieci mesi di guerra ha visto affluire armamenti e veicoli di 160 tipi diversi, ha consumato tutto il proprio arsenale e sta esaurendo anche i mezzi graziosamente ma non gratuitamente forniti dai committenti della guerra.

Il panzer non è un trattore.
L’addestramento di singoli equipaggi ai nuovi carri è una cosa da fare, ma non la più importante. Far funzionare un carro è abbastanza semplice, ma non è un trattore agricolo. Per farlo muovere a 70 chilometri all’ora e farlo sparare in movimento ha bisogno di un equipaggio ben addestrato anche su carri dotati di sistemi avanzati di tiro che in teoria sparano da soli. In teoria. Passando dal funzionamento del carro singolo a quello di un reparto, la semplicità si perde ed entra in gioco l’aritmetica della guerra. Condurre un semplice attacco di plotone (tre carri) è già più complesso e condurre un attacco di battaglione (31 carri) richiede elevate capacità di comando e logistiche. Con 300 carri armati, l’Ucraina potrebbe armare dieci battaglioni in grado di attaccare su non più di tre direttrici nel solo Donbass. Contro un nemico in difesa dotato di armi controcarro e carri sostenuti da artiglierie e aerei, come il fronte russo che l’Ucraina presume di sfondare, si perderebbero almeno due terzi della forza.

In uno scontro frontale perdite del 50 per cento.
In un combattimento d’incontro tra forze corazzate paritetiche (come un’eventuale controffensiva ucraina in Donbass) il tasso di perdite per entrambi è di oltre il 50%. Nel caso di eventuale manovra difensiva nei riguardi di un attacco russo, la massa dei carri ucraini dovrebbe bloccare l’avanzata avversaria perdendo gran parte della sua capacità dinamica e dovrebbe ricorrere a contrattacchi locali sui fianchi del nemico. La manovra potrebbe aver successo nel senso di non cedere altro terreno all’avversario, ma di certo non per recuperare quello già perduto. Passando dall’aritmetica elementare alle teorie dei giochi e della complessità applicate alla guerra, l’incremento di masse corazzate nel conflitto, se da un lato consente di continuare a “giocare” dall’altro porta all’innalzamento del livello di scontro e all’allargamento del conflitto. In ogni caso, considerare la battaglia convenzionale corazzata come risolutiva della guerra fino al punto da permettere la vittoria ucraina sulla Russia è un macroscopico errore di valutazione. Troppo grossolano per essere attribuito a un qualsiasi Stato Maggiore, ma non del tutto peregrino in termini politici.
L’urgenza manifestata da Kiev, oltre alla preoccupazione per la minaccia russa, rivela una situazione di crisi interna confermata dalle prime purghe e una crescente diffidenza nel sostegno occidentale. Il capo della Cia, William Burns, ha già ventilato a Kiev la possibile flessione degli aiuti americani a partire dal prossimo agosto e forse ha rivolto qualche sollecitazione in materia di lotta alla corruzione. Sono all’orizzonte le elezioni americane e senza risultati concreti dell’Ucraina sul fronte militare e della correttezza di governo, la leadership democratica potrebbe essere in difficoltà. Perciò, la cessione di carri armati all’Ucraina non sembra finalizzata alla distruzione reciproca dell’esercito ucraino e delle forze russe in Donbass, anche se proprio questo sarà l’effetto visibile e scontato.

Il conflitto per procura: i veri obiettivi.
Per gli Stati Uniti è il mezzo per mettere alla prova la capacità ucraina di riguadagnare terreno e sedersi da vincitori a un eventuale tavolo negoziale. È il mezzo per indurre i Paesi europei e Nato a sottostare alle direttive Usa e trascinarli in guerra. È la prova che nella guerra per procura dichiarata dagli Stati Uniti e la Nato contro la Russia il vero proxy non è l’Ucraina, ma l’intera Europa. È la prova che l’Amministrazione democratica si vuole presentare alle elezioni del 2024 non soltanto con il vanto (tutto da verificare) di aver difeso l’Ucraina e “depotenziato” la Russia, ma con il merito di aver definitivamente assoggettato l’Europa ai voleri e interessi americani anche in vista del confronto strategico con la Cina.
Per la Nato e l’Europa è il mezzo per rafforzare il nucleo bellicista e isolare gli Stati più restii a sostenere la guerra. Per la Gran Bretagna è il mezzo per frantumare la coesione europea ed esercitare la leadership in tutto il Nord a partire dalla Polonia fino al Baltico, alla Scandinavia e all’Artico. Per Francia e Germania è la rinuncia a un qualsiasi ruolo di leadership europea e per l’Italia è la conferma della vocazione alla resa. Incondizionata.

LA DIVISIONE FINALE FRA I FIGLI DELLA LUCE E I FIGLI DELLE TENEBRE

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di Alexander Dugin

Nella terza parte del suo studio, il filosofo russo confronta il mondo spirituale con quello fisico, concentrandosi sulla divisione dell’umanità dopo il Giudizio Universale. Chi è destinato a vivere per sempre e chi è destinato a perire nell’abisso è una domanda che preoccupa gli uomini fin dalla loro nascita.

Questo dualismo antropologico lo ritroviamo in un contesto prettamente cristiano con l’apostolo Paolo. Nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive:

5. Perché voi siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non siamo né figli della notte né delle tenebre.

6. Non dormiamo, dunque, come fanno gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

7. Perché chi dorme dorme di notte, e chi si diverte di notte si diverte di notte.

8. Ma come figli del giorno, vegliamo, rivestiti dell’armatura della fede e dell’amore e dell’elmo della speranza di salvezza.

(Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, cap. 5, 5-8)

5. πάντες ὑμεῖς υἱοὶ φωτός ἐστε καὶ υἱοὶ ἡμέρας. οὐκ ἐσμὲν νυκτὸς οὐδὲ σκότους.

6. ἄρα οὖν μὴ καθεύδωμεν ὡς καὶ οἱ λοιποί, ἀλλὰ γρηγορῶμεν καὶ νήφωμεν.

7. οἱ γὰρ καθεύδοντες νυκτὸς καθεύδουσι, καὶ οἱ μεθυσκόμενοι νυκτὸς μεθύουσιν·

8. ἡμεῖς δὲ ἡμέρας ὄντες νήφωμεν, ἐνδυσάμενοι θώρακα πίστεως καὶ ἀγάπης καὶ περικεφ

Nel Vangelo di Giovanni, Cristo stesso dice quanto segue sui “figli della luce”:

Finché la luce è con voi, credete nella luce, affinché possiate essere figli della luce. Detto questo, Gesù si ritirò e si nascose da loro.

(Giovanni Cap. 12:36)

ἕως τὸ φῶς ἔχετε, πιστεύετε εἰς τὸ φῶς ἵνα υἱοὶ φωτὸς γένησθε. Ταῦτα ἐλάλησεν Ἰησοῦς, καὶ ἀπελθὼν ἐκρύβη ἀπ’ αὐτῶν.

La divisione dell’apostolo Paolo in “figli della luce” (υἱοὶ φωτός) e “figli delle tenebre” (υἱοὶ σκότους) richiama la nostra attenzione sullo stesso dualismo antropologico. Coloro che sono con Dio, con Cristo, che credono nella luce sono l’umanità di Abele, di Noè, degli antenati, dei santi e dei martiri. Essi, essendo nel tempo, preparano con il loro essere gli animali sacrificali del Giudizio Universale – le pecore, gli agnelli. Questa è un’umanità di luce.

Ma le persone non diventano tali per predestinazione, per nascita o per rigide condizioni meccaniche, bensì per libera scelta. Solo chi è assolutamente libero può scegliere tra luce e tenebre. Per questo l’apostolo Paolo invita i cristiani a “diventare” figli della luce: a essere svegli, a non dormire, a svegliarsi dall’inerzia della vita quotidiana.

Essere “figli della luce” significa mettersi nella posizione dei “figli della luce”

Cristo dice la stessa cosa nel Vangelo di Giovanni: “Credete nella luce, perché siate figli della luce”. Se credete, diventerete figli della luce. Nessuno nasce deliberatamente figlio della luce. L’uomo definisce sempre la propria natura, ponendola o al di sopra di sé – nel regno degli angeli fedeli – o al di sotto di sé – cedendo all’attrazione di Dennika, sprofondando nello sheol, scivolando nell’abisso di Avaddon.

E se un uomo cade, si allontana dalla luce, diventa un “figlio delle tenebre”, un “figlio della notte”. E ancora: non nasce, ma diviene, costituendo il proprio essere con il supporto della libertà – mente e volontà. Nessuno può essere costretto a diventare un “figlio della luce” o un “figlio delle tenebre”. C’è sempre una scelta. L’uomo è la vera scelta. Questo, infatti, è ciò che ci dicono i Salmi e i Vangeli, la Bibbia nel suo complesso.

Antropologia e fisica della resurrezione

Il Giudizio Universale ha luogo dopo la resurrezione dei morti. L’insegnamento cristiano specifica che “non tutti moriranno, ma tutti saranno cambiati”. L’apostolo Paolo scrive:

51. Vi svelo un mistero: non tutti moriranno, ma tutti saranno cambiati improvvisamente, in un batter d’occhio, all’ultima tromba;

52. Poiché la tromba suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo cambiati.

(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 51-52)

51. ἰδοὺ μυστήριον ὑμῖν λέγω· πάντες μὲν οὐ κοιμηθησόμεθα, πάντες δὲ ἀλλαγησόμεθα,

52. ἐν ἀτόμῳ, ἐν ῥιπῇ ὀφθαλμοῦ, ἐν τῇ ἐσχάτῃ σάλπιγγι· σαλπίσει γάρ, καὶ οἱ νεκροὶ ἐγερθήσονται ἄφθαρτοι, καὶ ἡμεῖς ἀλλαγησόμεθα.

Il dualismo dell’antropologia escatologica si rivelerà pienamente dopo questa fondamentale metamorfosi dell’umanità, quando i morti risorti coesisteranno con i vivi mutati – rivestiti di carne incorruttibile -.

Per comprendere meglio il significato della risurrezione dei morti, la cui attesa è inclusa nel Credo del cristiano ed è quindi parte integrante di tutta la dottrina, dobbiamo guardare alle fasi della creazione. I processi escatologici ripetono in parte le fasi della creazione in ordine inverso. La creazione viene da Dio ed è diretta verso l’esterno (verso di Lui). La fine dei tempi riporta la creazione a Dio, la mette di fronte a Dio – portandola al suo giudizio. Questo ritorno è la resurrezione universale, quando l’intero contenuto della storia del mondo viene ricreato istantaneamente e simultaneamente.

Tuttavia, l’umanità risorta richiede condizioni ontologiche diverse rispetto al mondo in cui ci troviamo. Queste condizioni possono essere riassunte come la fisica della resurrezione. Ci sono altre leggi in gioco, al di là del tempo e dello spazio. L’apostolo Paolo dice questo a proposito della fisica della risurrezione:

39. Non tutta la carne è simile alla carne, ma la carne è diversa negli uomini, diversa nelle bestie, diversa nei pesci, diversa negli uccelli.

40. Ci sono corpi celesti e corpi terrestri, ma la gloria dei celesti è diversa e la gloria dei terrestri è diversa.

41. C’è un’altra gloria per il sole, e un’altra per la luna, e un’altra per le stelle; e la stella differisce dall’astro in gloria.

42. Così anche alla resurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruzione;

43. Seminato nell’umiliazione, risorge nella gloria; seminato nella debolezza, risorge nella potenza;

44. Il corpo spirituale viene seminato, il corpo spirituale viene risuscitato. C’è un corpo spirituale, c’è anche un corpo spirituale.

(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 39-44)

39. οὐ πᾶσα σὰρξ ἡ αὐτὴ σάρξ, ἀλλὰ ἄλλη μὲν ἀνθρώπων, ἄλλη δὲ σὰρξ κτηνῶν, ἄλλη δὲ ἰχθύων, ἄλλη δὲ πετεινῶν.

40. καὶ σώματα ἐπουράνια, καὶ σώματα ἐπίγεια· ἀλλ’ ἑτέρα μὲν ἡ τῶν ἐπουρανίων δόξα, ἑτέρα δὲ ἡ τῶν ἐπιγείων.

41. ἄλλη δόξα ἡλίου, καὶ ἄλλη δόξα σελήνης, καὶ ἄλλη δόξα ἀστέρων· ἀστὴρ γὰρ ἀστέρος διαφέρει ἐν δόξῃ.

42. οὕτω καὶ ἡ ἀνάστασις τῶν νεκρῶν, σπείρεται ἐν φθορᾷ, ἐγείρεται ἐν ἀφθαρσίᾳ·

43. σπείρεται ἐν ἀτιμίᾳ, ἐγείρεται ἐν δόξῃ· σπείρεται ἐν ἀσθενείᾳ, ἐγείρεται ἐν δυνάμει·

44. σπείρεται σῶμα ψυχικόν, ἐγείρεται σῶμα πνευματικόν. ἔστι σῶμα ψυχικόν, καὶ ἔστι σῶμα πνευματικόν.

Queste sono le proprietà del corpo risorto. Lo è:

  • incorruttibile,
  • nella gloria,
  • al potere,

Così anche la seconda venuta di Cristo avverrà in potenza e in gloria. Da qui l’espressione Salvatore in potenza, che si riferisce alla figura di Cristo, l’Onnipotente, seduto sul trono del cielo. Qui l’impermeabilità e la natura spirituale del mondo si rivelano direttamente, come un’area di esperienza diretta. Il momento del Giudizio Universale rivela una speciale dimensione ontologica.

Creazione eterna

La fisica della resurrezione ci sarà più chiara se ripercorriamo attentamente le tappe del processo cosmogonico.

La principale differenza ontologica nella religione è la coppia creatore-creazione, Dio e il mondo. Dio è eterno, immutabile, primordiale, increato. Il mondo è collocato nel tempo, cioè finito, limitato e creato. Questa è la base della teologia e dell’intera tradizione della Chiesa.

Tuttavia, oltre a questa distinzione di base, già nella creazione stessa si dovrebbero distinguere almeno due livelli, due fette – corporea e spirituale. Questo si riferisce allo spirito creato, non allo Spirito Santo che è Dio e la Terza Persona della Santissima Trinità. A questa area dello spirito appartengono il paradiso celeste e le schiere degli angeli, nonché la congregazione di quei santi che, grazie alla loro fede, alle loro opere e al loro lavoro, hanno raggiunto lo spirito e sono stati trasformati nella nuova natura – sono diventati, nel pieno senso della parola, “figli della luce”.

L’altra area del mondo creato è il regno della carne, che è più denso e grossolano dei mondi spirituali

Le leggi del tempo e dello spazio si applicano alla creazione corporea e determinano la vita, le forme e i tempi dei corpi e dei fenomeni corporei. I mondi spirituali sono governati da altre leggi. Nel mondo dei corpi non esiste ciò che intendiamo per “tempo” e “spazio”. I mondi spirituali sono la creazione, non Dio. Perciò sono in parte simili al mondo corporeo (creato e finito), ma anche più vicini a Dio stesso (non ci sono tempo e spazio).

Per questo Cristo stesso dice: “Il regno di Dio è dentro di voi” (Vangelo di Luca, cap. 17, 21). Questo regno dello spirito, come già detto, non è soggetto alle leggi del tempo e dello spazio (quindi, essendo onnicomprensivo, è in grado di adattarsi al cuore umano). Rispetto alla totalità della storia del mondo corporeo, il regno spirituale è eterno.

Tali sono gli angeli, gli spiriti intelligenti, la “seconda luce”. Appartengono a questa dimensione spirituale – verticale rispetto al cosmo corporeo. Possono essere ovunque e in qualsiasi momento. Non sono soggetti a morte e decadimento. Ma allo stesso tempo sono fondamentalmente finiti, una volta non erano e una volta non saranno. Si dice che “i cieli passeranno” (Vangelo di Matteo, cap. 24:35). Allo stesso modo la creazione spirituale passerà. Rispetto alla creazione corporea è eterna. Rispetto alla vera eternità di Dio, essa è finita e relativa.

Nel processo di creazione il mondo spirituale occupa il primo posto, inizia con esso. Gli esseri spirituali – gli angeli – sono stati creati per primi e aiutano Dio a ordinare la creazione. Il mondo corporeo – con tempo e spazio – si forma nella fase successiva. Nella croce della creazione, prima viene tracciata la verticale dell’eternità e solo successivamente l’orizzontale del mondo corporeo. L’uomo è al centro di questa croce – si trova al centro del mondo corporeo e al centro della verticale della creazione eterna – tra gli angeli buoni e cattivi.

Alla fine del tempo questo processo si svolge in direzione opposta. In primo luogo, il mondo corporeo viene elevato al mondo celeste-spirituale, e questo è il momento della resurrezione dei morti. E poi questa creazione risorta – eterna – viene portata davanti al Giudizio Universale. Il tempo orizzontale ascende all’eternità verticale.

La risurrezione non è quindi un ritorno alla vita corporea terrena, ma alle strutture della creazione spirituale. Da qui le seguenti caratteristiche della fisica della risurrezione: impermeabilità, potenza, gloria, spirito. Questi stessi attributi sono propri degli angeli. Cristo rispose ai Sadducei che negavano la risurrezione:

25. Infatti, quando saranno risuscitati dai morti, non si sposeranno né saranno dati in matrimonio, ma saranno come gli angeli del cielo.

(Vangelo di Marco, cap. 12, 25)

25. ὅταν γὰρ ἐκ νεκρῶν ἀναστῶσιν, οὔτε γαμοῦσιν οὔτε γαμίζονται, ἀλλ’ εἰσὶν ὡς ἄγγελοι οἱ ἐν τοῖς οὐρανοῖς.

Questo paragone non implica l’immortalità, ma lo stesso corpo della risurrezione cambierà la sua natura, diventando spirituale, celeste e imperituro (anche se finito) rispetto ai normali corpi terreni.

Risurrezione eterna

Se la risurrezione dei morti o il cambiamento dei viventi che saranno catturati sulla terra dalla Seconda Venuta ricreano cioè una creazione spirituale eterna, allora bisogna notare che il momento della risurrezione non può essere associato in modo univoco alla struttura del tempo. Il tempo della resurrezione non è un tempo ordinario. In un certo senso è un tempo speciale e di conseguenza il mondo spirituale dell’eternità creata è sempre presente, dall’inizio del mondo alla fine.

Allo stesso modo, ci sono sempre gli angeli, entità spirituali. Non vengono al mondo come le persone corporee e non lo lasciano. Sono solo visibili o invisibili. Allo stesso modo, ci sono persone che risorgeranno. Perché possano risorgere, devono già esserlo – in un certo senso sempre. Non necessariamente nel tempo e nel corpo, ma necessariamente nella concezione, nel loro senso. Per poter risorgere qualche volta, bisogna risorgere sempre – in questa dimensione verticale, risorgere nello spirito.

Questo è esattamente ciò che sostiene il cristianesimo. Cristo non risusciterà tutti semplicemente risorgendo dai morti, ma ha già risuscitato tutti perché ha ricreato, rinnovato la creazione, restaurato la sua struttura spirituale.

In ogni essere umano, sotto la fisica ordinaria, si nasconde la fisica della resurrezione. Al di sotto dell’uomo corporeo c’è l’uomo spirituale, che appartiene al mondo della resurrezione, al regno dei cieli.

La risurrezione, non essendo un evento nel tempo, è un evento nell’eternità, cioè è sempre attiva. E così è ora.

La linea di demarcazione tra i vivi e i morti nell’ottica della resurrezione è stata cancellata. Tutti si trovano ugualmente di fronte al problema fondamentale della scelta. La vita corporea, proprio per la sua estrema distanza da Dio, offre opportunità uniche per dimostrare la devozione a Dio – nonostante le condizioni stesse dell’esistenza terrena costringano a negare il Suo essere.

Ma l’uomo non può essere totalmente privato della mente e della volontà, cioè del coinvolgimento nel mondo dello spirito. Altrimenti sarebbe una macchina o un animale. Pertanto, nel profondo di ogni anima umana c’è un’area di scelta fondamentale.

Questo è il territorio del corpo di gloria, il corpo di risurrezione. Non esiste solo dopo, ma ora, sempre. Si trova – come l’Adamo originale – sulla verticale tra l’arcangelo Michele (che è come Dio) e l’angelo caduto, il diavolo, il Dennitz, il “figlio dell’alba”. È questa collocazione ontologica del suo cuore – sulla linea della creazione eterna e, di conseguenza, nel regno della risurrezione – che rende l’uomo umano.

L’antropologia escatologica non si riferisce al futuro in senso ordinario, ma all’eterno presente.

È importante che il Credo dica della seconda venuta di Cristo:

Colui che tornerà con gloria giudicherà i vivi e i morti. Καὶ πάλιν ἐρχόμενον μετὰ δόξης κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς

Qui va sottolineato che Cristo giudicherà anche i “vivi”, non solo i morti risorti. Ma questi saranno “viventi” speciali – già “cambiati” (ἀλλαγγησόμεθα – dal verbo ἀλλάσσω), secondo l’apostolo. Che cos’è questo cambiamento?

Essa restituisce all’uomo il “corpo di gloria”, il “corpo di spiritualità” senza che egli debba passare attraverso le tre fasi successive – nascita nel corpo, morte, resurrezione. Un tale cambiamento – anche se come caso estremo – è possibile proprio per la natura intrinseca dell’uomo di “eternità creaturale”. Al livello più profondo del suo essere è già risorto, e questa “resurrezione” può avvenire sia attraverso la morte che aggirandola.

I santi, i martiri e quei cristiani che hanno sviluppato pienamente la loro identità cristiana sono in grado di raggiungere lo stato di “risorti” prima del Giudizio Universale. Il fenomeno delle reliquie imperiture e delle altre reliquie è collegato a questo. I corpi stessi dei santi si trasformano, uscendo dalle condizioni materiali del tempo.

Questo significa che l’uomo spirituale, uomo potente, corpo di gloria, è già in ognuno di noi, e questo è il modo del cristiano di cambiare se stesso già durante la sua vita, per essere il più vicino possibile alle condizioni ontologiche del Giudizio Universale. Dobbiamo cercare di arrivare a questa Corte il prima possibile, senza aspettare la fine dei tempi, e proprio la volontà di operare un cambiamento corrispondente nella natura umana porta alla seconda venuta del Salvatore.

Un tale cambiamento di vita significa diventare “figlio della luce”, risvegliarsi e condividere irrimediabilmente il proprio destino con i “figli delle tenebre”, che versano in uno stato di sonno insensato e insensibile.

Parte I – Il problema antropologico nell’escatologia

Parte II – Il dualismo del mondo spirituale

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Dante di destra? È la pena del contrappasso

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di Marcello Veneziani

Ora che avete finito di sganasciarvi dalle risate di scherno e di superiorità per la boutade del ministro dei beni culturali, Gennaro Sangiuliano su Dante Alighieri fondatore del pensiero di destra, proviamo a dire qualcosa di serio.

Si può condividere in pieno, in parte o per niente la sua provocazione, come lui stesso l’ha definita, ma alla fine si è trattato di una ritorsione, ovvero Sangiuliano ha applicato in senso contrario una pratica assai diffusa, soprattutto a sinistra. Anzi, per usare una categoria dantesca, ha usato la pena del “contrappasso”.

Dunque, come si esprime il monopolio ideologico della sinistra sulla cultura quando affronta temi, opere e autori del passato? Lo schema prevalente è il riduzionismo, ovvero tutto viene riportato al presente. Parlano di Gesù Cristo come del primo rivoluzionario della storia, difensore degli ultimi. Parlano di Enea come del primo migrante e profugo di guerra, sbarcato clandestinamente. Parlano delle lotte tra patrizi e plebei come un esempio di lotta di classe. Parlano del tumulto dei ciompi come il debutto della Cgil nel medioevo… Parlano di san Francesco come un profeta dell’uguaglianza, un difensore dei poveri e un nemico delle gerarchie, e gli affiancano per rispettare le quote e la parità dei sessi, Santa Chiara, come se fosse una femminista ante litteram. Non c’è opera lirica o dramma teatrale che oggi non venga rappresentato con l’allusione all’oggi, travestito nel presente, su tematiche del politically correct di oggi: i migranti, i transgender, l’antifascismo. Ci sono nazisti pure nella tragedia greca. E nella lotta politica, nel 1948, i socialcomunisti trascinarono perfino Garibaldi come simbolo del Fronte popolare, loro che erano stalinisti e lui che difendeva al patria e la libertà.

Tutto viene ridotto al presente, o nei più colti diventa una metafora allusiva del presente. Dal ’68 in poi, a scuola e ovunque, per misurare il valore e la grandezza di un autore si pesa la sua attualità: ricordo menate indecorose proprio su Dante per tirarlo nell’attualità o per dannarlo col metro dell’inattualità. Dire che Dante sia il fondatore del pensiero di destra è l’applicazione coerente, e forse inconsapevole, di quello schema ideologico retroattivo.

Mi pare perfino ovvio obiettare che destra e sinistra sono categorie moderne, mentre Dante è in tutto medievale e i classici vanno preservati i dagli usi e gli abusi di chi li costringe nel letto di Procuste del presente. Ma se serve a denunciare l’immiserimento dei grandi nelle gabbiette del nostro tempo, allora il paragone è utile, anzi didattico. E poi, se è sbagliato abbassare il Sommo Poeta al nostro oggi, è invece lodevole tentare di innalzare la bassezza dell’oggi a una dignità superiore. Dopo tante ricerche affannose e ridicole dei pantheon d’autori, per rivendicare, dantescamente, “chi fuor li maggior tui” ovvero chi sono i padri nobiii a cui riferirsi, partire da Dante significa perlomeno guardare in alto. E liberare il pensiero di destra dal tentativo altrui di ricacciare le sue radici nel fascismo. Chi ama la tradizione viene da più lontano.

Mi sono occupato a lungo del pensiero di destra e a Dante ho dedicato vari scritti e un libro. Mai ho sostenuto che Dante fosse il padre della destra, l’ho definito “nostro padre” riferendomi a noi italiani. Per dirla in breve, in un suo intervento sul Corriere della sera, Sangiuliano citava dal mio libro questo passo: “La fonte principale, più alta e vera della nostra identità è Dante Alighieri. A lui dobbiamo la lingua, il racconto, la matrice, la visione. L’Italia intesa più che nazione, come civiltà”. La nostra identità, intendevo, di noi italiani.

Dante è trascinato nell’attualità da almeno due secoli. Anzi, la riscoperta di Dante la dobbiamo proprio all’uso di Dante nella vicenda risorgimentale. Dopo l’uso che ne fece il Risorgimento, Dante fu usato per dare un fondamento all’Italia unita, col pullulare di monumenti e toponimi danteschi e la nascita della società Dante Alighieri. Il fascismo fece largo uso della “vision de l’Alighieri”, come cantava Giovinezza nella versione fascista. Lo faceva avvalendosi di letture carducciane e dannunziane, dei saggi di Giovanni Gentile e di altri eminenti studiosi, che non trascinavano Dante nell’attualità ma elevavano il momento storico e l’idea fascista al rango dell’ispirazione dantesca. E Dante si prestava ai fascisti, ai carducciani, ai risorgimentali? Lui no, naturalmente, ma ciò che aveva detto e fatto poteva prestarsi a quella lettura, nel nome dell’amor patrio e della civiltà, della nostalgia del sacro romano impero, della passione per la romanità e per la fierezza, per l’avversione ai mercanti e all’usura, alla “gente nova e i subiti guadagni che orgoglio e dismisura han generato”. Per questo, citavo nel mio libro, Sanguineti lo reputò un reazionario e Umberto Eco lo definì “un intellettuale di destra”, sottolineando che predicava il ritorno all’Impero mentre fiorivano i liberi comuni. E Giorgio Almirante, appassionato di Dante, lo citava sempre in parlamento e nei comizi, a memoria, e a lui si richiamava più che a ogni altro autore o pensatore.

Dunque? Dante è universale e universale resta. Dante è eterno e non è di questo o di quel tempo. Dante è grandissimo poeta, ma anche pensatore e scrittore civile, e pur vivendo e scontando le sue passioni politiche, fino alla faziosità più sanguigna, non si può ridurre a questa o a quella fazione attuale. Però ora capite meglio che succede quando si piega la storia e la letteratura al nostro oggi. Perciò non atteggiatevi a superiori, voi danteggiatori di sinistra, perché ogni giorno tacete sulla forzata attualizzazione di storie e autori.

Quanto a Dante, non s’è crucciato, vede le cose da lontano e dall’alto per indignarsi. Ne ha passate troppe nei secoli per arrabbiarsi di un’innocua richiesta di affiliazione. I grandi autori sono come fontane aperte ai viandanti, notava Nietzsche ne la Gaia Scienza, ciascuno si abbevera come vuole, “i ragazzi la sporcano coi propri pastrocchi” e altri passanti la intorbidano, gettandovi la loro attualità; ma noi siamo profondi e “diventiamo di nuovo limpidi”.

La Verità – 18 gennaio 2023

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dante-di-destra-e-la-pena-del-contrappasso/

Fogazzaro e la Teosofia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Le Edizioni Amicizia Cristiana qualche anno fa hanno ripubblicato un saggio di don Alessandro Cavallanti sulla figura di Antonio Fogazzaro. 
 
Nella quarta di copertina si legge:
«Antonio Fogazzaro (1842-1911) rappresentò una delle figure più insidiose del modernismo religioso in Italia. Nel 1905 pubblicò il romanzo Il Santo, avente come protagonista un religioso, venerato come un santo dai suoi fedeli, che intendeva convincere lo stesso Papa della necessità di una radicale riforma della Chiesa Romana.
Don Alessandro Cavallanti (1879-1917), direttore della rivista antimodernista “L’Unità Cattolica” – a più riprese lodata da san Pio X – pubblicò questo breve saggio su Fogazzaro, per smascherare il “tenace propagandista del modernismo”.
L’intervento di don Cavallanti fu determinato dall’influenza che il pensiero di Fogazzaro esercitava nel clero e in alcuni circoli cattolici, anche grazie alla copertura ricevuta dai vescovi insofferenti al magistero (e ai provvedimenti disciplinari) di san Pio X contro l’eresia modernista. Fu significativo il caso mons. Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona, che lodò Fogazzaro nell’opera “Profili di personaggi italiani” (1911): Papa Sarto indirizzò al prelato un severo monito. Il modernismo stava devastando la Chiesa, e le speranze contenute ne “Il Santo” si sarebbero realizzate negli anni Sessanta, facendo del Fogazzaro un autentico precursore del concilio Vaticano II.»
 
Effettivamente Fogazzaro fu combattuto dai cattolici integrali (tra cui appunto don Cavallanti e i fratelli Scotton) e difeso dai cattolici liberali: oltre al già citato mons. Bonomelli, anche da mons. Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza. Rodolfi, pessima figura, invece di condannare i sostenitori del modernismo preferiva inquisire coloro che seguivano la linea antimodernista tracciata da san Pio X, come i fratelli Scotton di Breganze (VI).
 
Tuttavia la figura di Fogazzaro è più tenebrosa di quel che si possa credere, in quanto la sua vicinanza al modernismo era accompagnata dall’interesse per la Teosofia, come testimonia l’articolo che segnaliamo. L’autore dell’articolo è apertamente legato alla Teosofia, e quindi non possiamo che prendere le distanze da lui come dalla Società a cui appartiene, e mettere in guardia il lettore. Tuttavia il testo segnalato è di grande importanza poiché illustra l’interessamento e i legami di Fogazzaro col movimento teosofico (come l’abbonamento per più anni a riviste teosofiche e gli scambi epistolari con alcuni dei massimi rappresentanti della setta).
Il Padre Gioachino Ambrosini nel 1907 pubblicò il libro “Occultismo e Modernismo”, che denunciava il legame tra i modernisti e gli ambienti esoterici  e in particolare tra Fogazzaro e la Teosofia.
 
I cattolici integrali dimostrarono, nei confronti di personaggi come Fogazzaro e Maria Montessori (come vedremo in un prossimo comunicato), una lungimiranza frutto della loro profonda preparazione “controrivoluzionaria”, che mancava invece nei moderati del “terzo partito”. 
 
Articolo segnalato:
Antonio Fogazzaro e il movimento teosofico Una ricognizione sulla base di nuovi documenti inediti
 
 
Per cancellarsi dalla lista di distribuzione:

UNO STATO SOVRANO CREA MONETA. DIVERSAMENTE, È UNA COLONIA

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28.12.2022

È necessario uscire dal sistema unipolare e, soprattutto, dai suoi costrutti per entrare in un nuovo ordine multipolare, affinché ogni Stato possa riappropriarsi della propria sovranità e avere un proprio peso nel quadro geopolitico contemporaneo

Uno dei modelli economici che ha influenzato notevolmente il pensiero i molti economisti è il modello IS-LM, formulato da Sir John Richard Hicks per sintetizzare l’economia keynesiana e riassorbirla nell’alveo neoclassico, etichettandola come un mero caso particolare. Senza addentrarsi troppo nei tecnicismi, è bene tener presente che il modello IS-LM è costituito da due funzioni: la IS, l’insieme dei punti di equilibrio del mercato dei beni e servizi, caratterizzato dall’eguaglianza tra investimenti (I) e risparmi (S); e la LM, che rappresenta il mercato della moneta. Nel primo caso, abbiamo grandezze flusso, nel secondo stock. E già questo dovrebbe far sorgere qualche interrogativo, ma l’elefante nella stanza è un altro.

Il signor Hicks, da buon neoclassico (liberista), presupponeva che un aumento della spesa pubblica non facesse altro che dirottare i fondi dal settore privato alle casse del Tesoro, deprimendo gli investimenti. Dato il rapporto inverso tra investimenti e tasso di interesse, la curva IS presenta un andamento negativo. Se aumenta il tasso di interesse, diminuiscono gli investimenti. E questo è vero. Ma gli investimenti sono influenzati anche dalla crescita del reddito (teoria dell’acceleratore). Nessuno farebbe investimenti (cioè, aumenterebbe la propria capacità produttiva) se non ci fosse domanda, anche se i tassi di interesse fossero bassi. Questo vuol dire che il modello non tiene in debito conto la propensione marginale all’investimento rispetto al reddito disponibile. Diversamente, se tenesse in giusta considerazione questa propensione, la pendenza della curva IS, anziché essere negativa, potrebbe essere positiva, con importanti conseguenze sulla politica economica. La propensione marginale all’investimento rispetto al reddito disponibile può essere, infatti, superiore alla sensibilità dell’investimento rispetto al tasso di interesse.

Quello che viene spesso rimproverato ai sostenitori delle politiche keynesiane è l’effetto di spiazzamento (crowding out), per cui aumentando la spesa pubblica si ridurrebbe l’ammontare degli investimenti, i quali verrebbero scoraggiati dall’innalzamento dei tassi di interessi causato dalla spesa del Governo. In sintesi: la spesa pubblica aumenta la domanda di moneta da parte del Governo, facendo innalzare i tassi e questi deprimerebbero gli investimenti. Ciò vuol dire che, data la moneta disponibile nel sistema, il Governo al pari di famiglie e imprese, sarebbe un ulteriore fruitore di moneta – e quindi un concorrente – anziché un creatore di moneta.

Per i liberisti, l’offerta di moneta è esogena, cioè, è un vincolo cui deve sottostare anche il Governo. Quindi, prima di spendere il Governo deve rastrellare moneta attraverso le imposte, impoverendo famiglie e imprese. Queste dinamiche, però, riguardano solo uno Stato depotenziato, cioè, uno Stato colonia o uno Stato membro dell’UE. Uno Stato sovrano, invece, è un creatore di moneta in vista del pieno impiego, non un fruitore di moneta. Alla luce di ciò, se esaminiamo i flussi finanziari, capiremo come un aumento della spesa pubblica non riduca gli investimenti privati ma li faccia crescere. Quando uno Stato sovrano domanda beni e servizi al settore non governativo (famiglie e imprese) cede in contropartita moneta (creata ad hoc), che è passività di Stato. Ciò significa che il Governo trasferisce fondi sui conti correnti di famiglie e imprese, iniettando moneta nel sistema bancario. Un incremento dell’offerta di moneta nel sistema non può far altro che ridurre i tassi di interesse, oltre che spingere verso l’alto i consumi, riducendo il rischio di invenduto per le imprese e, quindi, aumentando la loro propensione marginale all’investimento rispetto al reddito. Il problema, dunque, non è l’innalzamento dei tassi ma una loro caduta, che può essere scongiurata dall’emissione di titoli del debito pubblico. Emettendo titoli, il Governo trasforma parte della moneta “liquida” in moneta che paga un interesse (titoli di Stato), sostenendo i tassi interbancari. In questo modo può continuare a spendere in vista del pieno impiego, controllando l’inflazione.

Qualche decennio dopo la pubblicazione dell’articolo “Mr. Keynes and the Classics” (1937), Sir John Richard Hicks prese le distanze dal suo modello, firmandosi da allora J. Hicks e non più J.R. Hicks. Scrisse:

«È chiaro che devo cambiare nome. Sia ben chiaro che Valore e Capitale (1939) è opera di J. R. Hicks, un economista “neoclassico” ora deceduto; mentre Capitale e Tempo (1973) – e Una Teoria della Storia Economica (1969) – sono opera di John Hicks, un non neoclassico piuttosto irrispettoso nei confronti dello “zio”. Queste ultime opere devono essere lette indipendentemente e non interpretate, come fa Harcourt, alla luce del loro predecessore» [John Hicks (1975) Revival of Political Economy: The Old and the New, Economic Record, 51 (135), 365-367].

«Il diagramma IS-LM, che è ampiamente, ma non universalmente, accettato come una comoda sinossi della teoria keynesiana, è un elemento di cui non posso negare di essere in parte responsabile. Il diagramma ha visto la luce per la prima volta in un mio articolo, “Mr. Keynes and the Classics” (1937), ma in realtà è stato scritto per una riunione della Econometric Society a Oxford nel settembre del 1936, appena otto mesi dopo la pubblicazione di The General Theory (Keynes, 1936). Tuttavia, non ho nascosto che, con il passare del tempo, io stesso ne sono rimasto insoddisfatto. Nel mio contributo al Festschrift per Georgescu-Roegen, ho detto che “quel diagramma è ora molto meno popolare per me di quanto credo lo sia ancora per molte altre persone”». [John Hicks (1980) IS-LM: An Explanation, Journal of Post Keynesian Economics, 3:2, 139-154]

Nonostante Hicks abbia umilmente preso le distanze dalla sua sintesi, questa resta ancora un modello di riferimento in moltissime università, generando l’illusione che l’intervento pubblico nell’economia spiazzi gli investimenti e, dunque, sia da evitare come la peste.

L’altro elefante nella stanza è la concezione secondo cui la quantità moneta sia definita esogenamente, mentre in realtà essa viene creata endogenamente dal sistema bancario. Nel 2014, la Banca d’Inghilterra pubblicò nel suo Quarterly Bulletin un articolo molto interessante dal titolo: Money creation in the modern economy. In tale occasione, il Bank’s Monetary Analysis Directorate diradava inequivocabilmente ogni perplessità circa la creatio ex nihilo della moneta, minimizzando la favola del moltiplicatore della moneta.

«Nell’economia moderna, la maggior parte della moneta prende la forma di depositi bancari, ma come questi depositi vengano creati è spesso frainteso: la via principale è mediante le banche commerciali che fanno prestiti. Ogni volta che una banca concede un prestito, simultaneamente crea un deposito corrispondente al conto bancario di chi prende il prestito, in modo da creare nuova moneta. La realtà di come sia creata la moneta oggi differisce da quanto è riportato in alcuni testi di economia. Più che essere le banche a ricevere i depositi – quando le famiglie risparmiano – e, poi, prestarli, è il prestito bancario a creare depositi. In tempi normali, la banca centrale non determina l’ammontare di moneta in circolazione né la moneta della banca centrale è moltiplicata in maggiori prestiti e depositi». (McLeay, M., Radia, A., Thomas R., Money creation in the modern economy, in Bank of England Quarterly Bulletin, 2014 Q1, Volume 54 No. 1, p. 14)

Rimuovere i due elefanti dalla stanza è condizione necessaria ma non sufficiente. Bisogna, infatti, non solo prendere coscienza delle cose ma, anche, riprendersi la libertà di poter decidere del proprio destino, una volta saputo cosa fare. Ciò è possibile solo uscendo dal sistema unipolare e, soprattutto, dai suoi costrutti per entrare in un nuovo ordine multipolare, affinché ogni Stato possa riappropriarsi della propria sovranità e avere un proprio peso nel quadro geopolitico contemporaneo.

Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Ha curato l’edizione di Heartland, il Cuore pulsante dell’Eurasia (2022), con la traduzione di alcuni articoli di H. J. Mackinder. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Dal quantum Financial System al Nuoro Ordine Multipolare (2022, 3ª ed.); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

HEARTLAND. IL CUORE PULSANTE DELL’EURASIA

“Heartland è la più grande fortezza naturale della Terra”, scriveva H. J. Mackinder. La sua opera assume un’importanza fondamentale per capire lo scenario geopolitico mondiale attuale, caratterizzato dallo scontro tra il Nuovo Ordine Mondiale – unipolare e iperliberista, imposto dalla potenza americana – e il Nuovo Ordine Multipolare guidato da Russia e Cina, uno scontro che si sta consumando al margine della Russia, in Ucraina. Nella visione geopolitica di Mackinder, l’Ucraina ha sempre svolto un ruolo strategico fin dai primi anni del Novecento: impedire qualsiasi contatto economico e politico tra la Russia e la Germania, cercando di isolare il “perno geografico della storia”. È in tale contesto che vanno lette oggi le sanzioni antirusse e la crisi del gas che attanaglia l’Europa.

«Il libro di Mackinder ci porta a comprendere uno dei concetti chiave, quello di Heartland, il cuore della terra, primo punto per entrare nell’ottica della multipolarità che si sta oggettivamente imponendo come struttura geopolitica maggioritaria. Riguardo al concetto di Heartland, tutte le scuole classiche di geopolitica riconoscono un profondo dualismo tra l’Heartland – il Continente, la Civiltà della Terra – e la Civiltà del Mare, incarnata oggi dal mondo anglosassone, in primo luogo dagli Stati Uniti e dalla loro politica marittima. La Civiltà del Mare, o Sea Power, cerca di circondare l’Heartland – il Continente, l’Eurasia – dal mare e di controllare i suoi territori costieri. Il Sea Power cerca di scoraggiare lo sviluppo dell’Heartland, realizzando così il suo dominio su scala globale. Come disse Mackinder, “chi controlla l’Europa orientale, controlla l’Heartland, e chi controlla l’Heartland, controlla il mondo”. La lotta per governare l’Heartland, con il Sea Power dall’esterno o con l’Heartland stesso dall’interno, è la formula principale della storia geopolitica, l’essenza stessa della geopolitica. La geopolitica, potremmo dire, è la battaglia per l’Heartland. Tutte le scuole di geopolitica si fondano e procedono da questo modello» (Dalla Prefazione di Lorenzo Maria Pacini).

“È simbolico che il fondatore della geopolitica, Halford Mackinder, sia stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina durante la guerra civile russa. L’Ucraina ha svolto un ruolo importante nel quadro geopolitico di Mackinder. Questo territorio, insieme alla Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire”, una zona strategica che doveva essere sotto il diretto controllo di Inghilterra e Francia (allora alleati dell’Intesa) e impedire il riavvicinamento tra la Russia e Germania. Trattenuta da un “cordone sanitario”, la Russia-Eurasia non potrà diventare un vero e proprio impero. Senza l’Ucraina, la Russia non è un impero.” (A. G. Dugin)

https://www.youcanprint.it/heartland-il-cuore-pulsante-delleurasia/b/8876103b-adf1-56bb-99e6-11dad6543529

SOVRANITÀ DEBITO E MONETA. Dal Quantum Financial System al Nuovo Ordine Multipolare

Henry Ford diceva che se il popolo comprendesse il funzionamento del sistema bancario e monetario, scoppierebbe una rivoluzione entro il mattino successivo. Capire cosa sia la moneta è fondamentale per ritrovare la strada della libertà e della democrazia. L’obiettivo principale di questo libro è quello di aiutare il lettore a capire come le élite finanziarie governano il mondo, influenzando le scelte di politica economica, ma anche di esporre in modo chiaro ed esaustivo tutti quei cambiamenti che si stanno verificando in questi ultimi tempi. Comprendere oggi la vera natura della moneta, il corretto funzionamento dell’economia, della politica monetaria e fiscale è più che mai fondamentale per decifrare gli eventi economico-finanziari che condizionano la nostra vita e il nostro futuro. Questa terza edizione contiene quattro nuovi capitoli su: Great Reset, supremazia quantistica e criptovalute, Quantum Financial System e Nuovo Ordine Multipolare, l’emergenza dei BRICS come sistema alternativo al globalismo liberista. È stato, inoltre, aggiornato e ampliato il capitolo sul Global Currency Reset alla luce dei nuovi avvenimenti e delle dichiarazioni dei leader internazionali. Che cosa succederà con l’implementazione del nuovo sistema finanziario? Chi emetterà moneta e come cambierà l’economia? Gli Stati europei si riapproprieranno della loro sovranità monetaria? Usciremo dalla più grande e lunga crisi economica degli ultimi cento anni?  Quali ragioni economiche e politiche muovono il Great Reset? Il capitalismo globalista è forse giunto al collasso? Che importanza rivestono oggi i computer quantistici per l’economia e la finanza? Cosa sono il Global Currency Reset e il Quantum Financial System? Che ne sarà del predominio delle banche centrali? Che cosa è la supremazia quantistica? Ci sarà continuità o rottura con gli strumenti del vecchio sistema monetario? La piena occupazione sarà di nuovo possibile? Quali nuovi assetti geopolitici attendono l’umanità al crepuscolo dell’unipolarismo liberal-globalista? Che cosa è il Nuovo Ordine Multipolare e come cambierà la nostra vita? https://www.youcanprint.it/sovranita-debito-e-moneta/b/5fce4a04-262c-59a1-bfb6-5313289468a3

Fonte

La bolla

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di Andrea Zhok

Fonte: Sfero

L’argomento principale di Immanuel Kant a proposito della necessità morale di non mentire era che la menzogna non era una pratica sostenibile, mentire non era una massima universalizzabile, in quanto un mondo in cui tutti mentissero era un mondo in cui la parola, il pensiero e la legge avrebbero perduto ogni valore.
Oggi siamo piombati nel mondo prefigurato da quella riflessione kantiana.
Oggi sui grandi media, sui veicoli della visione del mondo che tutti siamo tenuti ad avere in comune, imperversano i fabifazi e le michelemurgie, le concite e i parenzi, un’intera ubertosa selva di ripetitori con variazioni-dillo-con-parole-tue di ciò che è gradito ai detentori del potere. Non bisogna pensar male e ritenere che questa sterminata accolita di ripetitori con variazioni siano volgarmente stipendiati a cottimo per ciascuna menzogna. Niente affatto. Si tratta di soggetti il cui solo talento umano consiste nell’innamorarsi perdutamente delle idee di chi può pagarle. Ma così, per caso, spontaneamente, una seconda natura.
E quanto alle libere praterie della rete, per capirne il funzionamento odierno basta dare un’occhiata ai Twitter Files che un imprevisto cambio di padrone in un social ha fatto trapelare. Catene di comando dirette che portano dalle agenzie di sicurezza americane alle operazioni di oscuramento e selezione manipolativa sui social. I grandi social sono una tonnara, dove dapprima si sono fatti entrare gratuitamente centinaia di milioni di utenti, come nel paese dei balocchi, con l’illusione di dare corpo ad una nuova forma di democrazia reale, solo per poi chiudere le reti e condurre i tonni alle scatolette di destinazione. (Con il plauso degli imbecilli terminali che “sono-privati-possono-fare-quello-che-gli pare”).
Ma a prescindere dagli intercambiabili e dimenticabili protagonisti di questa stakanovista produzione di menzogne, ciò che bisogna affrontare è il risultato sistemico, che è esattamente quello prefigurato sopra: viviamo tutti in una bolla, un mondo irreale e derealizzato, che è l’unico mondo che io e il mio vicino abbiamo davvero in comune, e che si divide tra semplicemente inaffidabile e intenzionalmente manipolato. Cosa “si” sa? Di cosa possiamo parlare in comune, su cosa possiamo accapigliarci e dibattere politicamente con gli altri cittadini, se non su questo mondo fittizio, modellato da catene di filtri a monte, che ci arriva confezionato in casa su qualche schermo?
Certo, esiste la possibilità di una lotta di minoranza che si affatica a trovare le incongruenze, a sfruttare gli occasionali errori e le imperfezioni di un sistema che, come tutti i sistemi di potere quasi onnipotenti, tende a diventare sciatto. Però la semplice verità è che questo tipo di lotta richiede energia, intelligenza, coraggio, capacità di resistere all’isolamento e alle frustrazioni, tutte qualità che sono e saranno sempre patrimonio di esigue minoranze.
Il maggior risultato di questa costruzione di un edificio costante di menzogne non è tanto la ferrea persuasione ideologica dei più, ma la caduta in discredito della realtà (di quella che viene fatta passare per tale). Tolta la minoranza dei combattenti, grosso modo la popolazione sottoposta a questa “cura Ludovico” king-size si divide in due grandi gruppi.
Da una parte ci sono i conformisti arrabbiati, i nuovi bigotti del politicamente corretto, i progressisti fobici, i benpensanti militanti che, forse perché percepiscono la fragilità del loro mondo di credenze ufficiali, vi si aggrappano in modo virulento e cercano di obliterare e screditare e azzannare chiunque vi si opponga anche marginalmente. Per rifarsi ad una vecchia categorizzazione di Umberto Eco, questi sono al tempo stesso apocalittici e integrati: sono completamente integrati nel sistema e lo sostengono con la ferocia apocalittica dei millenaristi. Sono gente che sembra aver già inserito nella propria corteccia il microchip dell’indignazione morale permanente, e che la applica rigorosamente al solo catalogo approvato dai datori di lavoro. Questi “Guardiani dell’Illusione” probabilmente avvertono ad un qualche livello che la finzione è tale, ma è proprio solo la finzione a dargli conforto, calore, intrattenimento, denaro e come per la zecca il mondo si conclude dove essa può annidarsi e succhiare sangue, così questi si attestano nella loro nicchia ecologica che gli consente di passare dalla culla alla tomba senza troppi grattacapi.
Dall’altra parte esiste una grande massa scettica, che ha capito abbastanza da non credere a ciò che passa il sistema, o a crederci con mezzo cervello, ma che non ha l’energia, o la preparazione o il coraggio per cercar di ottenere un diverso accesso alla realtà. Questi rappresentano la più grande vittoria del sistema, che facendone degli scettici disillusi senza speranza ne disinnesca ogni potenziale pericolosità. Nelle nuove generazioni questa vittoria tende ad essere totale: rinchiusi in piccoli mondi pret-a-porter, brandizzati, la parte più sveglia della gioventù riesce solo a credere fermamente che non si possa credere a niente, e in nulla (quella meno sveglia sogna unicorni fluidi ecosostenibili).
Siamo nuotando in una boccia di pesci rossi, con i vetri dipinti di colori sgargianti, in caduta libera, contando sul fatto che il pavimento non arrivi mai.
Ma la realtà non cessa di esistere per il fatto di essere rimossa. Semplicemente come sempre avvenuto nella storia, quando ci si allontana troppo e troppo a lungo da essa, farà sentire la sua voce spezzando la schiena al nostro mondo di filtri e schermi, di millenaristi a gettone, di solipsisti enervati.  Non illudiamoci però, nessuna Rivelazione, nessuna confortevole Illuminazione ci aspetta. Ci sono rare epoche in cui la verità prova a filtrare come un messaggio (la “buona novella”), ma di solito essa si fa spazio nella sua forma originaria e primitiva, come schietta catastrofe. (E peraltro anche la buona novella dovette attendere il collasso di un impero per diffondersi).

Russia e Cina contrastano il piano egemonico degli USA in Eurasia

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di Luciano Lago

La inarrestabile discesa della influenza degli Stati Uniti sull’attuale ordine mondiale è segnata fra gli altri da due fattori essenziali: da un lato l’offensiva russa in Ucraina che segna il ruolo di protagonista assertivo della Russia come superpotenza che ostacola i piani egemonici degli Stati Uniti, dall’altro lato le nuove intese economiche e finanziarie che la Repubblica Popolare Cinese sta stringendo con i partner petroliferi del Golfo Persico, in primis con l’Arabia Saudita.

Se la Russia ha di fatto rotto l’accerchiamento della NATO e si è impegnata in un conflitto che, a prescindere dal suo esito, segnerà una svolta negli equilibri europei e non solo in quelli, la nuova dinamica cinese rischia di incrinare il predominio del dollaro negli scambi internazionali, visti gli accordi in definizione fra Cina e Arabia Saudita, il maggior produttore di petrolio mondiale.

Senza dubbio Washington sta perdendo il ruolo che ha svolto in Europa e in Medio Oriente negli ultimi 40 anni. L’operazione militare speciale in Ucraina è diventata un altro sintomo dell’indebolimento del ruolo dell’America come fattore di stabilizzazione globale.

Il cambiamento che si sta verificando è di fatto un riassetto degli equilibri mondiali in cui i protagonisti sono diversi da quelli che hanno predominato la scena internazionale negli ultimi 80 anni.

Il piano della elite di potere USA di disarticolare la Russia facendo leva sull’Ucraina quale piattaforma di ariete anti russa, sta ormai fallendo a prescindere da come si concluderà il conflitto. La Russia non permetterà alla NATO di stabilirsi in Ucraina e questo paese è destinato a essere disarticolato e suddiviso in varie regioni, che saranno con tutta probabilità rese neutrali.

L’equilibrio di sicurezza dovrà necessariamente essere ridefinito coinvolgendo la Russia, come lo stesso Macron e Shulz hanno dovuto ammettere.

Se si realizzerà un tale scenario, Washington avrà fallito un’altra volta e questo spiega l’ostinazione degli anglo statunitensi nel cercare di sostenere l’Ucraina nonostante il collasso previsto del suo esercito decimato dalle perdite. Lo avevamo previsto in tanti che la guerra per procura sarebbe stata combattuta dagli USA fino all’ultimo ucraino e così sta avvenendo.

L’idea di Washington di disarticolare la Russia ed ottenere un cambio di regime al Cremlino cozza con la realtà di un paese che al contrario si è stretto a grande maggioranza attorno al suo premier ed è consapevole di essere costretto dall’occidente ad una guerra esistenziale.

Il presidente Putin deve correggere alcuni sbagli e sottovalutazioni del nemico che aveva fatto all’inizio della offensiva russa: l’intervento massiccio di forze della NATO sul territorio ucraino, con forniture di armi, assistenza logistica, di intelligence, comando e controllo affidato a ufficiali statunitensi e britannici ha avuto l’effetto di prolungare le operazioni ma adesso siamo in una nuova fase dell’offensiva che assume una connotazione più decisa e diretta a neutralizzare l’intera infrastruttura del sistema ucraino e a distruggere quel che resta delle sue forze armate.

L’obiettivo strategico più ampio della Russia è quello di facilitare la liberazione dell’Europa dal controllo statunitense, questo potrà avvenire quando i paesi europei saranno costretti a trattare con Mosca per evitare un olocausto nucleare nel vecchio continente che servirebbe solo agli interessi americani.

Di conseguenza la dimostrazione della forza e della tecnologia militare russa, nel lungo termine, avranno l’effetto di convincere l’Europa che soltanto la Russia, non gli Stati Uniti, è in grado di fornire ai paesi europei una difesa strategica.

Dall’altro versante del mondo, nell’Indo Pacifico, il ruolo di protagonista viene assunto inevitabilmente dalla Cina che procede verso l’internazionalizzazione dello yuan. Dopo la visita in Arabia Saudita e gli accordi presi, lo stesso Xi Jinping ha dichiarato che la Cina utilizzerà lo yuan per il commercio di petrolio, attraverso la Borsa nazionale del petrolio e del gas di Shanghai, a cui ha invitato gli altri paesi produttori.

Negli ultimi cinque anni, la Cina è stata il più grande importatore mondiale di greggio, che proviene da metà dalla penisola arabica e più di un quarto dall’Arabia Saudita.

La Cina prosegue nel suo percorso di sviluppo e di investimenti (con la Belton Road) coinvolgendo un sempre maggiore numero di paesi in Asia in Africa, in Medio Oriente e in America Latina.

D’altra parte i cinesi non nascondono di essere determinati a distruggere la invasiva egemonia degli Stati Uniti, per stabilire l’uguaglianza e la giustizia nel mondo. In questo contesto l’America invita a boicottare la Cina ed a diffidare della cooperazione con Pechino ma non ottiene ascolto e piuttosto sta perdendo la fiducia dei suoi alleati e della comunità internazionale.

In altro modo, gli americani stanno stringendo il cappio economico e politico sull’Europa e stanno provocando un’agguerrita concorrenza volta a danneggiare in primis l’economia europea, con la finzione di mascherare l’egemonia da “ordine internazionale” basato su regole, una finzione a cui non crede più nessuno e che sta volgendo al termine.

Questa ascesa della Cina preoccupa l’elite di potere USA che aveva previsto di affrontare il gigante asiatico soltanto dopo una possibile sottomissione della Russia con l’istigazione del conflitto in Ucraina.
Il piano tuttavia non sta andando come si aspettavano gli strateghi di Washington e i decisori del Deep State sono ad un bivio: a breve devono decidere per una conflitto nucleare o per una accettazione di un ordine multipolare con ridimensionamento del loro ruolo. Una scelta difficile ma necessaria e da questa dipenderà il futuro di tutta l’umanità.

Foto: Today.it

24 dicembre 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/russia-e-cina-contrastano-il-piano-egemonico-degli-usa-in-eurasia/

Dieci mesi di guerra in Ucraina: cosa aspettarsi nel 2023 e il paradosso cinese

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I possibili scenari, i costi, le incertezze dell’Occidente. Mosca scommette sulla nostra mancanza di pazienza strategica e coesione politica per una lunga guerra

Sono passati circa dieci mesi da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Al momento l’unica cosa su cui concordano i governi nordamericani, europei, russi e ucraini è il desiderio di una guerra breve.

Tutti vogliono una guerra breve

A Mosca, il regime di Putin vorrebbe una breve guerra vittoriosa per sostenere la sua posizione politica e conseguentemente mantenere il potere in modo “pacifico”. L’Occidente vorrebbe una guerra breve a causa delle spaventose sofferenze del popolo ucraino e dei costi altrettanto spaventosi della crisi energetica.

Tuttavia, nessuno in Occidente, inclusi gli americani, sembrerebbe disposto a fornire a Kiev il tipo di supporto militare che potrebbe consentire agli ucraini di respingere le forze russe fuori dal loro Paese, almeno dai confini pre-24 febbraio.

Gli ucraini vorrebbero continuare le loro recenti offensive che hanno visto le forze russe respinte ma mancano del “peso militare” per far ritirare tutte le forze russe dall’Ucraina orientale.

La probabilità di una guerra lunga

Di conseguenza, si prospetta la tragica probabilità di una lunga guerra. I russi si sono impegnati in una guerra che potrebbe protrarsi nel tempo perché è a questo a cui il Cremlino ha tradizionalmente fatto ricorso e gli ucraini continueranno a combattere per tutto il tempo necessario rafforzati dalla rabbia per l’occupazione delle forze russe.

La vera incognita è l’Occidente, è l’ampiezza del suo sostegno all’Ucraina. Conseguentemente il 2023 sarà l’anno in cui la guerra si concluderà perché ci sono chiaramente dei limiti al sostegno che americani, canadesi o europei sono disposti a offrire all’Ucraina.

In caso contrario, il conflitto diventerebbe una guerra “congelata” con gran parte della linea del fronte tra Kharkiv nell’Ucraina nord-orientale e Kherson nell’Ucraina sud-orientale che già oggi assomiglia sempre più al fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale.

Gran parte dell’azione diplomatica sarà quindi dedicata a convincere Cina Popolare e India a fare pressione su Mosca affinché rinunci all’escalation, a tenere unita la coalizione a sostegno dell’Ucraina e a trovare una formula per porvi fine.

La domanda centrale a questo punto riguarda questa formula. Qualsiasi cessate-il-fuoco a breve termine sarebbe semplicemente una pausa che i due combattenti esausti sfrutterebbero per tentare di ricostruire la loro rispettiva capacità di combattimento, ma ad un certo punto la “pace” dovrà essere concordata e la probabilità è che tale pace debba essere una soluzione soprattutto europea.

Uno scontro di volontà

La battaglia sul terreno è una prova di resistenza tra il popolo ucraino e le sue forze armate contro le forze armate della Federazione Russa. La battaglia geopolitica è uno scontro di volontà tra il Cremlino e la coalizione occidentale (euro-atlantica) che sostiene l’Ucraina.

Il 2023 non vedrà solo una nuova fase sul campo, ma anche una nuova sfida interna nella coalizione perché è palese che crescono le tensioni tra i cosiddetti falchi e colombe in Occidente. Mosca cercherà di sfruttare tali divisioni. Molto, come sempre, dipenderà dalla posizione assunta dall’amministrazione Usa.

Obiettivi e condizioni

L’obiettivo generale deve rimanere la “fine militare” delle forze russe in Ucraina, consentendo così a Kiev di negoziare da una posizione di forza, con i partner occidentali che garantiscono sostegno totale. Fondamentale decidere ora se fornire supporto aggiuntivo a Kiev e di che tipo perché mantenga l’offensiva, sia durante i mesi invernali (per quanto possibile) sia nel 2023.

Qualsiasi strategia per porre fine alla guerra dovrebbe basarsi sul principio, in primo luogo, che l’aggressione russa non deve essere ricompensata in alcun modo. Poi, la Russia deve risarcire i danni che ha inflitto all’Ucraina. Stabilire che non ci possa essere alcun veto russo sulla dimensione territoriale Nato e infine, la revoca delle sanzioni, da implementare solo come conseguenza dell’azione “riparatoria” russa e solo nel tempo.

L’alternativa sarebbe, appunto, una guerra “congelata”, con la Russia che detiene il controllo (annette) su una parte significativa dell’Ucraina.

La posizione di Mosca

Invitando l’Occidente a riconoscere alla Russia i territori occupati come precondizione per i colloqui, il Cremlino ha fatto capire di non essere interessato alla pace e di essere impegnato in una lunga guerra di cui l’Ucraina è il principale, ma non unico, campo di battaglia.

È improbabile che la posizione di Mosca cambi a breve termine. Il presidente Putin è sostenuto da un gruppo sempre più intransigente sia al Cremlino sia nella Duma, che vuole che distrugga la capacità industriale ucraina, rompa il sistema bancario ucraino e ne paralizzi il sistema ferroviario e dei trasporti.

La posizione dell’Occidente

Pare oramai assodato che l’Occidente (i Paesi Nato) non entrerà in guerra con la Russia per salvare l’Ucraina dall’aggressione. Piuttosto, l’Occidente sta cercando di costringere la Russia a fare concessioni attraverso il suo sostegno diretto e indiretto a Kiev, con l’obiettivo finale di ripristinare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina.

La ritirata russa da Kherson e il lancio di attacchi missilistici contro le infrastrutture ucraine segnano probabilmente la fine di una fase della guerra caratterizzata dai progressi tattici ucraini e l’inizio di una fase più statica nel prossimo inverno.

Le richieste ucraine

I sistemi d’arma occidentali che hanno fatto pendere temporaneamente la bilancia del conflitto verso l’Ucraina includono le armi anticarro leggere di nuova generazione (NLAW), i sistemi missilistici a lancio multiplo (MLRS) e il sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità M142 (Himars). Tuttavia, Kiev chiede più sistemi di difesa aerea e artiglieria, più MLRS, carri armati e molti altri droni di vario tipo.

I costi umani

Il costo umano della guerra è spaventoso. Al 27 novembre 2022 l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR) stimava che 6.655 civili avessero perso la vita e altri 10.368 fossero i feriti. Alcune fonti hanno anche indicato che 100 mila militari russi e circa 60 mila ucraini sarebbero stati uccisi o feriti.

L’OHCHR ha anche registrato 7.891.977 rifugiati ucraini in tutta Europa, di cui 4.776.066 registrati per la protezione temporanea. Secondo un rapporto Reuters del 13 novembre, il presidente Zelensky ha affermato che l’Ucraina avrebbe scoperto più di 400 crimini di guerra.

La presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha chiesto l’istituzione di un tribunale speciale sostenuto dalle Nazioni Unite per indagare su tali crimini, affermando che 20 mila civili ucraini e più di 100 mila membri del personale ucraino avrebbero perso la vita dallo scorso febbraio.

I costi economici

Il costo economico non è meno grave. Secondo la Banca mondiale l’economia ucraina crollerà del 45 per cento entro la fine del 2022. Kiev perderà 5 miliardi di euro al mese secondo alcune fonti attendibili, mentre l’economia russa dovrebbe ridursi di circa l’11 per cento.

Anche l’impatto sull’economia globale è stato profondo. È probabile che i prezzi del petrolio rimangano sopra o intorno ai 100 dollari al barile e i prezzi del gas almeno del 50 per cento più onerosi per un periodo prolungato se il conflitto continuerà.

La Russia e l’Ucraina esportano il 25 per cento del grano mondiale e il 28,9 per cento dell’olio di girasole, la cui perdita ha portato a profonde carenze e scarsità di cibo nel resto del mondo (tutto questo si aggiunge alla carenza mondiale dei fertilizzanti prodotti in Russia).

Nel marzo 2022, Usa e Ue hanno annunciato severe sanzioni alla Banca centrale russa (CBR), bloccando il trasferimento di 643 miliardi di dollari alla Russia. Ciò ha avuto un impatto sulle valute globali poiché il dollaro si è rivalutato, ma alcune valute più fragili si sono svalutate notevolmente.

L’impatto sulle rotte commerciali

C’è stato anche un grave rallentamento, quando non interruzione, delle catene di approvvigionamento globali. La Cina Popolare è stata particolarmente colpita dall’impatto sulle rotte commerciali terrestri tra Europa e Asia.

La Turchia avrebbe chiuso il Bosforo al transito, anche se Mosca sembra ancora in grado di schierare navi da guerra nel Mar Nero che sembrerebbero contravvenire alla Convenzione di Montreux del 1936 (ma con Erdogan al potere ad Ankara non c’è da stupirsi).

L’Ucraina ha interrotto i movimenti commerciali di trasporto marittimo, mentre la sospensione delle rotte aeree sulla Russia ha notevolmente ostacolato i viaggi aerei. Le previsioni 2022-2023 dell’Organizzazione mondiale del commercio suggeriscono un calo della crescita economica dal 3 al 4 per cento in un momento in cui l’economia globale sta lottando per riprendersi dalla pandemia da virus cinese.

La forza di combattimento della Russia

La più grande preoccupazione di Mosca è per la perdita del “ponte di terra” tra la Russia occidentale e la Crimea, che ha assunto un’importanza crescente sulla scia dell’attacco al ponte sullo Stretto di Kerch.

Va considerato che la Russia ha ancora riserve significative di combattimento convenzionale e quindi continuerà l’invasione voluta dal presidente Putin. Tuttavia, le forze armate russe sono state chiaramente sbilanciate dalle offensive ucraine contro Kherson, Kharkiv e Luhansk Oblast e ci sono dubbi che i mesi invernali consentiranno ai comandanti russi di riconquistare il potere di combattimento perduto.

In contrasto con quanto indicato vale sottolineare la perdita del potere di combattimento strategico russo che si è evidenziata nel numero di sortite effettuate dall’aeronautica della Federazione Russa. Nel maggio 2022 c’erano oltre 300 sortite al giorno. All’inizio di dicembre 2022 ci sono molto meno di 100 sortite al giorno.

Data quindi per certa una perdita di potere di combattimento, e ipotizzato che la Russia sia in una brutta situazione, non c’è, però, motivo di credere che Mosca cercherà un accordo di pace degno di questo nome a breve termine e qualsiasi richiesta di cessate-il-fuoco non farebbe altro che consolidare le conquiste russe.

La strategia missilistica

Piuttosto, la Russia cercherà di costringere sia l’Ucraina alla sottomissione sia di sconfiggere i suoi partner occidentali che Mosca ritiene manchino della pazienza strategica e della coesione politica per una lunga guerra.

L’adozione di una “strategia missilistica” per colpire le infrastrutture civili dell’Ucraina è la prova del cambiamento della strategia russa. Il dispiegamento di una nave da guerra che trasporta missili da crociera nel Mar Nero suggerisce anche che l’assalto alla rete elettrica dell’Ucraina è destinato a continuare.

L’Ucraina ha reagito il 4 dicembre colpendo le basi aeree di Engels e di Dyagilyaevo a circa 700 km a est del confine russo-ucraino.

Il consenso alla guerra

In Russia ci sono poche prove che Putin stia affrontando un malcontento pubblico coordinato e diffuso. Fonti affidabili, suggeriscono che il sostegno alla guerra rimane relativamente alto con circa il 73 per cento dei russi intervistati a ottobre a sostegno delle azioni delle forze armate russe in Ucraina, ma c’è anche un dato che indica, in contrapposizione, che il 55 per cento dei russi è favorevole ai colloqui di pace.

L’ipotesi di escalation nucleare

Mosca ha chiaramente preso in considerazione l’escalation utilizzando armi biologiche, chimiche, radiologiche e persino nucleari e ci sono state molte speculazioni sulle opzioni nucleari a sua disposizione.

Un attacco nucleare tattico che utilizza un’arma a bassissimo rendimento potrebbe includere uno o più bersagli, a seconda di ciò che Mosca ritenga sia necessario per forzare la capitolazione di Kiev.

Un attacco contro una città dell’Ucraina occidentale non può essere del tutto escluso e mirerebbe a spaventare l’opinione pubblica europea, e in particolare quella tedesca, in modo che la pressione pubblica venga esercitata sui leader per porre fine al loro sostegno all’Ucraina e convincere così Kiev ad accontentarsi dei termini russi.

Tuttavia, è da ritenersi poco probabile e le altre opzioni/ipotesi includono l’uso di una bomba sporca, un massiccio attacco informatico, un limitato attacco con gas contro le truppe ucraine, la distruzione di una grande diga o attacchi più pesanti nei pressi di una centrale nucleare ucraina.

Possibili risposte dell’Occidente

Secondo una linea di pensiero di alcuni analisti strategici ci sono alcune risposte occidentali possibili. Le misure che punirebbero la Russia con un rischio limitato di un’ulteriore escalation nucleare potrebbero includere la ricerca di una condanna diplomatica unanime per l’uso nucleare presso le Nazioni Unite; rimuovere la Russia dalle organizzazioni internazionali; rimuovere completamente la Russia dal sistema di messaggistica finanziaria SWIFT; imporre un embargo commerciale e finanziario completo alla Russia (con il sostegno di Cina Popolare e India); utilizzo di beni finanziari russi sequestrati per la ricostruzione dell’Ucraina; concordare una data per l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

Tale risposta potrebbe includere anche un aumento della fornitura di armi convenzionali avanzate all’Ucraina.

Altre misure che “punirebbero” la Russia con un certo rischio di ulteriore escalation, e sono quindi poco probabili a breve termine, potrebbero includere: revocare i limiti taciti alla fornitura all’Ucraina di armi a lungo raggio o più offensive come i sistemi missilistici tattici, aerei da combattimento di ultima generazione e moderni carri armati; consentire all’Ucraina di utilizzare armi a lungo raggio della Nato per prendere di mira alcune aree della Russia occidentale da cui vengono lanciati attacchi contro l’Ucraina (qualcosa di simile è già avvenuto con droni “ucraini”); l’invio di alcuni consiglieri militari della Nato in Ucraina per missioni di combattimento e non solo di addestramento; concordare una data per l’adesione dell’Ucraina alla Nato.

Ci sarebbero poi misure che “punirebbero” la Russia con un rischio maggiore di ulteriore escalation, e sono quindi altamente o praticamente improbabili, che includerebbero: la possibilità che la Nato conduca con sue unità attacchi alle forze russe in Ucraina, ad esempio distruggendo il sito da cui era stato lanciato un attacco (anche nucleare) russo; attaccare la flotta russa del Mar Nero; rispondere con un ipotetica azione nucleare della Nato contro un obiettivo militare russo in Ucraina.

Europa divisa

L’Europa sembrerebbe al momento divisa. Francia e Germania si preparano ad una possibile iniziativa diplomatica che potrebbe spezzare il fragile consenso occidentale sull’Ucraina.

Durante la sua visita di stato negli Usa del novembre 2022, il presidente francese Emmanuel Macron ha osservato che “… uno dei punti essenziali che dobbiamo affrontare, come ha sempre affermato il presidente Putin, è il timore che la Nato si avvicini alle sue porte e il dispiegamento di armi che potrebbero minacciare la Russia”.

Non è stata fatta menzione delle armi sviluppate dalla Russia che minacciano l’Europa, inclusi missili da crociera, droni sottomarini e sistemi spaziali, molti dei quali sono stati sviluppati illegalmente durante l’ormai abrogato Trattato sulle forze nucleari intermedie.

Per alcuni analisti la dichiarazione di Macron si avvicina pericolosamente a “premiare” la Russia per la sua aggressione. In secondo luogo, la Russia deve essere sufficientemente affidabile perché il controllo degli armamenti sia credibile.

La strategia di difesa Usa

Comunque si veda la crisi in atto, ancora una volta il Paese più importante per la sicurezza e la difesa europea è quello con capitale Washington. La guerra in Ucraina ha rivelato profonde carenze strutturali nelle relazioni euro-atlantiche causate da un crescente bisogno degli americani di alleati più capaci, ma un rifiuto da parte di molti di essi di investire adeguatamente nel budget della difesa sta creando, quantomeno, perplessità.

La strategia di difesa nazionale 2022 rivela le priorità americane, in particolare se inserita nel contesto della guerra in Ucraina. Mentre la Russia è ancora considerata una “minaccia importante” per gli Stati Uniti, per la prima volta dal 1949 uno stato diverso dalla Russia è considerato il principale sfidante: la Cina Popolare.

Pechino ha il potenziale per sfidare sistematicamente gli Stati Uniti su tutti i fronti: militare, economico, tecnologico e diplomatico. Di conseguenza, sia la Nuclear Posture Review che la Missile Defense Review sono state incorporate nell’NDS 2022 per garantire l’idoneità dell’America alla futura competizione strategica con il Paese comunista.

Nello specifico, le minacce sub-strategiche, come la Corea del Nord, l’Iran e l’estremismo violento devono ora essere “gestite”, mentre le minacce “transfrontaliere”, come il cambiamento climatico e le pandemie, devono essere “adattate”.

Gli europei devono fare di più

Per la Nato il messaggio della NDS 2022 è chiaro: mentre l’importanza di alleati e partner per gli Stati Uniti è più grande che mai, se la garanzia di sicurezza americana per l’Europa deve essere mantenuta in modo credibile in futuro, gli europei dovranno condividere gli oneri della propria difesa in modo molto più equo con gli Stati Uniti.

È ragionevole presumere che dovranno generare almeno il 50 per cento di capacità della Nato entro il 2030.

Se così non fosse, l’Alleanza potrebbe andare in crisi e sarebbe qualcosa che sia la Cina Popolare che la Russia apprezzerebbero. Pertanto, è particolarmente importante che la strategia militare della Nato 2022 sia realizzata perché contiene tutto ciò di cui l’Alleanza ha bisogno per essere credibile in questa nuova era

Il prossimo ingresso di Finlandia e Svezia che nell’Alleanza non cambierà significativamente questo aspetto.

Il ruolo di Pechino

Nessuna analisi della guerra in Ucraina può aver luogo senza considerare il ruolo della Cina Popolare sia nella guerra in Ucraina sia nella più ampia minaccia che rappresenta per l’Europa.

La Cina Popolare è indubbiamente un “concorrente strategico” a livello mondiale e l’esistenza stessa delle democrazie rappresenta una sfida al governo sempre più totalitario e stravagante del presidente Xi Jingping.

Il consolidamento del potere totale da parte di Xi al recente XX Congresso del Partito, insieme alla pubblica umiliazione dell’ex presidente Hu Jintao, implica una Cina Popolare con una crescente tendenza alla follia del controllo geopolitico, rappresentata dalla minaccia a Taiwan.

Il peso economico

Tuttavia, alla Cina manca il peso economico che le sue gigantesche ambizioni strategiche implicano. Utilizzando le statistiche economiche più favorevoli alle economie cinese e russa combinate – parità di potere d’acquisto – le loro economie combinate valgono circa 27 trilioni di dollari nel 2022. Utilizzando gli stessi dati, per i Paesi del G7 il totale è di 39 trilioni. Aggiungendo Australia e Corea del Sud si arriva a 42 trilioni.

Se si confronta il Pil nel 2022, il contrasto è ancora più evidente: Cina e Russia 20,2 trilioni di dollari, Paesi del G7 combinati 45,2 trilioni, che diventano 48,8 trilioni aggiungendo Australia e Corea del Sud.

Dato cruciale, il commercio della Cina Popolare con le democrazie è oltre dieci volte maggiore di quello con la Russia, mentre nel 2020 il surplus commerciale di Pechino con il resto del mondo ammontava a 535 miliardi di dollari, gran parte di quella cifra è dovuta ai deficit commerciali sia con gli Stati Uniti sia con l’Europa.

Il paradosso del potere cinese

Il paradosso del potere cinese è che conta sulle democrazie occidentali per ottenerlo attraverso le esportazioni. Nel contempo la Russia potrebbe offrire alla Cina Popolare una fonte energetica e un utile canale per il trasbordo di merci verso l’Europa, se e quando l’Europa aprirà le sue porte a Mosca, ma offre poco altro alla Cina Popolare in termini di futuro sviluppo dell’economia e della società cinesi.

Piuttosto, è molto più probabile che la Russia di Putin trascini la Cina Popolare in conflitti che non sono nel suo interesse. Questo sembra essere implicito nella dichiarazione congiunta di Xi con il presidente Macron al vertice del G20, in cui entrambi hanno chiesto il rispetto della sovranità dell’Ucraina.

Limiti dell’amicizia con la Russia

La Cina potrebbe riconsiderare le sue opzioni. Sulla guerra in Ucraina, ha chiaramente anteposto i propri interessi al mantenimento del suo rapporto di “amicizia senza limiti” con la Russia. Mentre Pechino era a conoscenza in anticipo della “operazione militare speciale” che Mosca stava per lanciare in Ucraina, Putin ha tenuto segreta ai cinesi la portata delle sue ambizioni.

Alle Olimpiadi invernali Putin aveva detto a Xi che la campagna avrebbe solo cercato di recuperare una provincia russa perduta, il che suggerisce che l’amicizia sino-russa ha limiti molto chiari.

Allo stesso modo, sebbene una garanzia segreta di sicurezza reciproca fosse stata concordata nell’incontro di “amicizia senza limiti” di febbraio, la Cina Popolare ha introdotto alcune disposizioni secondo cui Pechino avrebbe aiutato militarmente la Russia solo in caso di invasione straniera del territorio russo.

L’affermazione di Mosca secondo cui sia la Crimea che il Donbass fanno ora parte della Federazione Russa è stata di fatto ignorata da Pechino… ma c’è stata!

Preoccupazione per l’escalation

La minaccia di Putin di usare armi nucleari ha causato tanto allarme a Pechino quanto altrove e c’è preoccupazione per il pericolo di un’escalation.

C’è qualche indicazione che all’inizio della guerra la Cina Popolare abbia parlato con gli Stati Uniti del pericolo di un’escalation e abbia convinto Washington a porre il veto al trasferimento suggerito di aerei d’attacco MiG-29 polacchi in Ucraina.

Pechino sembra anche aver usato la sua influenza, da militare a militare, per convincere lo Stato maggiore russo a ribadire la politica tradizionale della Russia di utilizzare armi nucleari solo se la Russia stessa viene attaccata.

Nessun aiuto militare a Mosca

L’aiuto militare della Cina Popolare alla Russia è stato degno di nota per la sua assenza. E ha costretto il Cremlino ad acquistare droni iraniani a basso costo e cercare di riacquistare elicotteri, missili e armi di difesa missilistica già venduti a clienti in tutto il mondo.

Mosca è stata persino costretta a rimuovere i chip dei computer dagli elettrodomestici per compensare l’impatto delle sanzioni occidentali su tali tecnologie. Infine, la minaccia di sanzioni occidentali alle imprese e alle banche statali cinesi che operano in Russia ha visto molte di esse ritirare le linee di credito ai russi, sospendere le joint venture e persino ritirarsi dalla Russia.

In conclusione, politici Usa ed europei si lamentano del fatto che Putin sia bloccato nel passato con il suo sogno di ricostruire la vecchia Russia zarista ma, purtroppo, c’è la possibilità che i governi e le diplomazie continuino a parlare e i giovani uomini e donne continuino a morire. È ora di agire perché il futuro della libertà e delle democrazie dipende da questo.

DA

https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/esteri/dieci-mesi-di-guerra-in-ucraina-cosa-aspettarsi-nel-2023-e-il-paradosso-cinese/

L’I.r.a. di Biden si abbatte sull’Europa

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di Luigi Tedeschi 

Fonte: Italicum

Nella tre giorni di Macron a Washington i temi di discussione nei colloqui con Biden erano due. La guerra in Ucraina e la legge anti – inflazione approvata in agosto da Biden, che prevede ampli sussidi all’industria americana per far fronte alla crisi economica e alla transizione ambientale.
Sulle prospettive di negoziato con la Russia, tale vertice non ha espresso risultati rilevanti. E’ infatti del tutto improbabile che la Russia accetti un ritiro entro confini del 2014, così come che si pervenga alla neutralità dell’Ucraina, che invece mira alla riconquista della Crimea e del Donbass. L’Occidente, sostenendo militarmente Kiev è parte in causa nella guerra contro la Russia e quindi non può assumere il ruolo di mediatore nel conflitto. Un tavolo per i negoziati era già stato peraltro istituito dalla Turchia di Erdogan, ma nei colloqui bilaterali è stato ignorato, a conferma del senso di superiorità che pervade l’Occidente e che costituisce l’ostacolo maggiore per una credibile trattativa di pace.
Maggiore interesse invero suscitano i timori europei riguardo al piano anti – inflazione americano. Gli USA hanno varato un pacchetto di aiuti per circa 400 miliardi di dollari a sostegno di famiglie ed imprese imperniato sulla transizione green. Trattasi dell’Inflation reduction act (Ira), che prevede crediti d’imposta di 7.500 dollari per l’acquisto di auto elettriche nuove di fabbricazione americana e di 4.000 dollari per auto usate. E’ evidente che la strategia protezionistica americana mira ad abbattere la concorrenza europea nel settore dell’auto elettrica.
In realtà l’Ira è un piano di investimenti di 738 miliardi di dollari, di cui 391 verranno destinati all’energia e alla transizione ambientale, 238 verranno utilizzati per il risanamento del deficit federale e la quota residua verrà impiegata nella sanità e nella riforma fiscale. Rilevanti finanziamenti verranno erogati per ridurre i costi energetici ed aumentare l’efficienza domestica, con crediti di imposta e sconti per i cittadini oltre che con agevolazioni nei confronti degli enti locali. Si prevede che entro il 2030 in America la riduzione del gas serra sarà del 50%. Si stima inoltre che l’Ira produrrà in America negli anni a venire un giro di affari di 15.000 miliardi di dollari dovuto agli investimenti nella green economy. Tale previsione è avvalorata dalle performance registrate nei mercati finanziari nel 2020, in cui gli attivi dei fondi sostenibili hanno raggiunto il livello record di 1,25 trilioni di dollari.
Le ragioni dell’allarme suscitato in Europa dalla politica di dumping industriale degli USA nel settore dell’energia green sono evidenti. Ma la UE si è dimostrata incapace ad affrontare la minaccia mortale americana per l’industria europea. Del resto, l’inefficienza della UE si era già resa evidente nella crisi energetica. E’ stato impossibile creare un fondo comune europeo per far fronte alla crisi energetica alla stregua del Recovery fund varato per la crisi pandemica. Le stesse misure adottate per la fissazione di un price cup al prezzo del gas si sono rivelate del tutto aleatorie. E’ nota infatti l’ostilità della Germania e dei paesi frugali riguardo alla implementazione di fondi costituiti a debito comune europeo. Di recente, la fissazione al prezzo a 60 euro al barile del greggio russo è stata rifiutata dalla Russia. Ulteriori sanzioni sono state varate per il commercio navale del petrolio russo, ma è ben noto che il traffico navale nel mondo è incontrollabile. Tali provvedimenti sortiranno l’effetto opposto a quello voluto, poiché si svilupperanno inevitabilmente mercati paralleli che comporteranno aumenti dei prezzi e incentiveranno la speculazione finanziaria.
Ma l’effetto più devastante che potrebbero produrre le misure contenute nel piano Ira di Biden è quello di dar luogo a delocalizzazioni negli Stati Uniti di grandi gruppi industriali europei. Infatti, la stessa Enel, che ha usufruito di un finanziamento UE di 600 milioni per la costruzione di un impianto fotovoltaico a Catania, che potrebbe generare nuova occupazione per circa 2.000 addetti, ha deciso di delocalizzare la produzione negli USA, dato che gli incentivi americani si sono rivelati maggiormente appetibili. Grandi gruppi europei hanno progettato piani di delocalizzazione industriale negli USA, quali la francese Solvay e la tedesca Basf (settore chimico), la francese Safran (freni al carbonio), la spagnola Iberdrola (energia) e la svedese Northvolt (batterie al litio).
La fuga di queste grandi imprese in America è un fenomeno che potrebbe dar luogo ad un processo di progressiva deindustrializzazione esteso a tutto il continente europeo. I fondi americani ammontano a circa il quadruplo rispetto a quelli disponibili in Europa. Si rileva inoltre che il prezzo del gas negli USA è di 5 volte inferiore a quello praticato in Europa. La delocalizzazione industriale europea negli USA potrebbe comportare un costo di 10 miliardi di investimenti e una perdita di posti di lavoro stimata in 10.000 unità nella sola Francia. Assai più gravi potrebbero essere le conseguenze per la Germania, che ha focalizzato la propria politica economica sull’export dell’innovazione green.
L’Europa è incapace di reagire dinanzi alla svolta aggressiva assunta dalla politica economica di Biden con il piano dell’Ira. Ulteriori penalizzazioni per l’economia europea sono emerse inoltre dalla crisi energetica scaturita dalla guerra russo – ucraina che ha determinato la fine dell’interdipendenza economica ed energetica tra la UE e la Russia. Si deve pertanto rilevare che l’importazione di gas americano in Europa per sostituire il gas russo ha comportato un notevole incremento dei costi energetici. L’Europa infatti è divenuta il maggiore mercato dell’export di gas statunitense, che dalla quota del 21% del 2021 è salito all’attuale 66%.
Gli USA dunque hanno tratto i maggiori profitti dalla guerra ucraina. Hanno incrementato vorticosamente sia nella quantità che nel prezzo le loro esportazioni di gas, hanno alimentato l’industria militare con le forniture di armamenti e soprattutto, mediante le loro politiche protezioniste nel campo dell’innovazione green, potrebbero determinare la destrutturazione industriale dell’Europa, che per gli USA è stata sempre una temibile potenza economica concorrente. Gli USA vogliono affermare il loro primato nel mondo come potenza industriale nella transizione ambientale, conseguito mediante il depotenziamento dell’Europa e il contenimento della Cina. Un primato, è evidente, affermato in nome della superiorità dei valori di libertà e democrazia dell’Occidente.
Un tragicomico paradosso è poi costituito dal fatto che gli USA intendono avvalersi della alleanza con l’Europa nella strategia di contenimento della Cina, ma nello stesso tempo stanno sabotando con provvedimenti quali l’Ira l’economia europea. La reazione europea si dimostra attualmente timida ed impotente, a causa della scelta filo – Nato effettuata dalla UE nella guerra russo – ucraina. Scelta che oggi preclude qualsiasi politica europea autonoma dagli USA. Macron ha invocato esenzioni simili a quelle concesse a Messico e Canada. Si verificherà dunque uno scontro tra USA ed Europa? A tal riguardo così si esprime Adriana Cerretelli sul “Sole 24Ore”: “l’Europa è disarmata: ha le ambizioni ma non si dà le risorse e nemmeno la coesione politica ed economica necessarie a realizzarle. Così rischia l’autolesionismo se scegliesse comunque lo scontro con l’America”. Infatti, data la interdipendenza economica tra USA e UE, dopo la rottura con la Russia, è impossibile che l’Europa sia in grado di sostenere una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Infatti, prosegue la Cerretelli, “Oltraggio alla sovranità europea? Sì. Dovevamo però pensarci prima”. La Nato si è rivelata una gabbia d’acciaio per l’Europa.
La Francia ha proposto in sede UE la creazione del Buy European Act, onde contrastare l’aggressività protezionista americana. Ma la Germania e i paesi frugali sono ostili a programmi europei di aiuti statali alle imprese. L’egoismo economico della Germania e dei suoi alleati – satelliti si traduce come sempre in autolesionismo politico per l’Europa. Ne è testimonianza l’impegno generico al negoziato con gli USA del commissario europeo Dombrovskis, che per ora esclude anche un ricorso al WTO contro gli USA per violazione delle norme internazionali sulla concorrenza. Si tratterebbe comunque di una azione del tutto pletorica. Si rammenti infatti che gli accordi sull’acciaio tra USA e UE sono tuttora sospesi.
L’Europa paga il prezzo della sua sciagurata scelta atlantica. E la Nato è una alleanza che si identifica con il dominio americano. Non si vede il perché gli USA dovrebbero scendere a patti con l’Europa sulle energie rinnovabili, dato il loro ruolo di potenza dominante in Occidente. Del resto, la finalità perseguita dagli USA nella guerra russo – ucraina consiste nel controllo dell’Europa, non certo nella vittoria dell’Ucraina. Quindi, l’obiettivo è stato raggiunto. La subalternità geopolitica europea nella Nato si ripropone coerentemente nella sfera economica, con l’imposizione da parte statunitense di una politica protezionista nei confronti dell’Europa, che condurrà la UE alla recessione e ad suo drastico ridimensionamento nel contesto geopolitico mondiale. Il declino della UE rappresenta per l’Europa il suo definitivo esodo dalla fase di letargo della post – storia in cui si era confinata. Ed il risveglio si presenta traumatico.
La politica estera di Biden si identifica con quella dell’ “America first” trumpiana, perseguita con altri mezzi, mediante cioè un protezionismo economico ampliato e diversificato e l’indiretto interventismo militare nel mondo. Aggiungasi inoltre che la strategia di deglobalizzazione economica in funzione anti cinese, iniziata in epoca trumpiana con la rilocalizzazione negli USA della industria manifatturiera americana, è perseguita con maggiore efficacia da Biden che anzi, ha reso gli USA una meta appetibile per la delocalizzazione industriale europea.
La guerra ucraina ha comportato anche il ridimensionamento della potenza economica tedesca, con la fine del modello dell’economia dell’export dominante in Europa. La crisi ha determinato anche una ridefinizione del ruolo della Germania in seno alla UE. La Germania di Scholz ha infatti intrapreso una linea politica unilateralista. In campo energetico si è opposta a qualsiasi progetto di politica comune europea. Il governo tedesco ha investito 200 miliardi di euro a sostegno di imprese e famiglie per far fronte la caro energia, con una misura unilaterale cioè, che costituisce una distorsione della concorrenza a danno degli altri paesi membri della UE, al pari dell’Ira varata dagli USA a discapito dell’economia europea. La Germania ha inoltre approvato un programma che prevede uno stanziamento di 100 miliardi di euro per la difesa, con l’acquisto di aerei F35 americani, venendo meno alle precedenti intese con Francia e Italia per la costruzione congiunta di aerei militari e sistemi di difesa aerea. Con il riarmo della Germania nell’ambito della Nato, viene meno qualunque speranza di autonomia strategica europea. La Germania, con il sostegno dei paesi frugali, ha respinto qualsiasi proposta di costituzione di fondi comuni europei e si è opposta anche ad ogni progetto di riforma del patto di stabilità.
L’europeismo tedesco ha sempre contrastato il sovranismo degli altri paesi, per affermare il proprio nazionalismo e creare, con il declino della UE, una nuova Europa centralizzata sulla potenza continentale tedesca. In realtà, al venir meno della potenza economica tedesca nel mondo, fa riscontro un rafforzamento del dominio continentale della Germania in Europa, che si impone con le stesse modalità strategiche del primato americano in Occidente.
Tale predominio tedesco non rimarrà tuttavia incontrastato in Europa. Si renderà necessaria una alleanza tra Francia, Spagna e Italia, al fine di contrastare l’aggressività dell’unilateralismo tedesco. Ma, data l’interdipendenza economica della Germania con tali paesi (specie l’Italia, in cui l’industria del nord – est è parte integrante della filiera tedesca), renderà difficile una efficace politica di contrasto alla Germania. Né sarà possibile, data la politica di ostilità economica aggressiva degli USA nei confronti dell’Europa, far leva sull’antieuropeismo americano per affrancarsi dal dominio tedesco.
Certo è che l’Europa sarà soggetta nel prossimo futuro a tensioni disgregative interne nella UE. Così come è in crisi la globalizzazione occidentale, allo stesso modo è in stato di avanzata decomposizione la UE, quale entità sovranazionale europea. La sovranità degli stati potrebbe riaffermarsi in Europa sulle orme dell’avvento di una nuova geopolitica mondiale imperniata sul multilateralismo.
Allo stato attuale gli USA, anche se potenza mondiale in declino, risultano essere gli unici vincitori ne conflitto russo – ucraino. L’Europa sarà presto investita da una crisi economica e politica anche dai risvolti esistenziali: si diffonderà una conflittualità politica interna imperniata sulle minacce alla propria sussistenza, che non dipendono davvero dall’aggressione russa all’Ucraina, ma dall’aggressività imperialista americana. Verrà dunque messa in discussione la stessa identità dell’Europa, quale provincia dell’Occidente o continente eurasiatico. Questa crisi potrebbe condurre, oltre che alla disgregazione della Ue, anche allo sfaldamento della Nato. Potrebbe quindi dar luogo alla ridefinizione degli equilibri geopolitici interni dell’Europa. La partita è aperta.

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