Trump vs aborto, una lezione per i nostri politici

 

Gli Stati Uniti firmano con riserva una dichiarazione delle Nazioni Unite in risposta al Covid, specificando che «non esiste alcun diritto internazionale all’aborto». È l’ennesimo punto dell’amministrazione Trump in difesa della vita nascente. I repubblicani hanno la lotta all’aborto nella loro agenda e anche per questo sono apprezzati dagli elettori non “giacobini”. Un esempio che la destra italiana dovrebbe far proprio.

Ennesimo punto a favore per l’amministrazione Trump in tema di difesa della vita nascente. Durante il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, l’amministrazione Trump ha criticato il segretario generale delle Nazioni Unite per aver promosso l’aborto usando pretestuosamente l’emergenza Covid. Più precisamente il governo a stelle e strisce ha condannato l’«uso ingiustificabile di una crisi per far avanzare un’agenda politica che non gode del consenso degli Stati membri, che è controversa e che è in contrasto con le politiche statunitensi».

Si tratta dell’ultimo capitolo di una relazione burrascosa tra Usa e Onu in materia di aborto. In tempi recenti il primo capitolo lo scrisse il responsabile dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti, John Barsa, che, in una lettera indirizzata al segretario generale dell’Onu, lo rimproverò per aver finanziato l’aborto durante l’epidemia vendendolo come «servizio essenziale» per la salute delle donne. Infatti, nei servizi finanziati per rispondere all’emergenza in corso, rientranti nel «Piano di risposta umanitaria globale delle Nazioni Unite», figura anche l’aborto.

Successivamente gli Usa hanno bloccato una risoluzione che avrebbe qualificato «la salute sessuale e riproduttiva», ossia l’aborto, come «bisogno umanitario di base». Inoltre, l’amministrazione Trump rese noto in quell’occasione che rifiutava l’espressione «salute sessuale e riproduttiva» perché locuzione perlomeno ambigua.

Al posto di questa controversa risoluzione, si è allora preferito ripiegare su una dichiarazione diplomatica, che non ha efficacia giuridica, intitolata “Una chiamata all’azione a sostegno della risposta umanitaria nella lotta contro la pandemia di Covid-19”, dichiarazione proposta dall’ambasciatore marocchino Omar Hilale e firmata dagli Usa. Tale firma però è stata apposta non in modo incondizionato, ma con riserva: «Mentre sosteniamo gli sforzi per sostenere e finanziare una risposta internazionale unificata – appunta il governo degli Usa – rimaniamo preoccupati da alcuni aspetti del Piano di risposta umanitaria globale del Segretario generale».

Tale specifica si è resa necessaria perché nella dichiarazione si invitavano gli Stati membri a «considerare con urgenza il finanziamento del Piano di risposta umanitaria globale per soddisfare i suoi requisiti» e tali finanziamenti, lo ricordiamo, sono destinati anche a favorire le pratiche abortive. Infatti, su questo aspetto l’amministrazione Trump ha voluto specificare che «non esiste alcun diritto internazionale all’aborto, né vi è alcun obbligo da parte degli Stati di finanziare o facilitare l’aborto». Aggiungendo poi che «gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare chi è nel bisogno, ma non comprometteranno i propri valori, le proprie leggi e politiche di fronte a una crisi».

Una riflessione tra le molte. Tutti colgono la distanza siderale che esiste, sulla tematica aborto, tra classe politica repubblicana vicina a Trump e classe politica destrorsa italiana. Oltreoceano ci si batte a viso aperto contro l’aborto: chiamando le cose con il loro nome e non arrischiandosi in pericolosi equilibrismi sul tema della salute delle donne, togliendo fondi alle organizzazioni abortive, bloccando risoluzioni, marciando pubblicamente a favore della vita. Qui da noi, se va bene, si dà un colpo al cerchio e una alla botte. Si partecipa al Congresso di Verona e contemporaneamente si dice che la 194 non verrà toccata. A questo proposito è sintomatico dei tempi presenti che il politico che viene dipinto dai media come cattolico integralista affermi che la 194 debba essere applicata integralmente: due “integrità” impossibili da conciliare.

Inoltre, la difesa della vita nascente, da parte dei partiti di destra, non è mai entrata formalmente nell’agenda politica: non diciamo nell’agenda di governo, ma perlomeno nel programma elettorale (sappiamo tutti che il programma elettorale non corrisponde al piano di governo). Se appoggi ne vengono, sono solo a spot, quando serve, quando l’attualità tira per la giacchetta, quando ovviamente conviene.

E sulla convenienza vogliamo soffermarci un poco. I nostri politici, anche quelli che privatamente sono più sensibili al tema dell’aborto, in genere non sono adeguatamente formati su questa materia, come, in modo più esteso, sui temi di bioetica. Il loro giudizio personale, quando ben orientato, è perlopiù dettato da vaghe intuizioni. Dunque, se si vuole portare a casa un risultato pratico in tempi ragionevoli, non serve intavolare con costoro discorsi sui massimi sistemi perché sarebbe come tentare di suonare un tasto muto del pianoforte. Occorre invece suonare i tasti giusti, giusti per loro, magari non quelli decisivi dal punto di vista morale (il nascituro è un essere umano, quindi non è lecito ucciderlo), però quelli decisivi dal punto di vista politico, quelli maggiormente motivanti per costoro. E un tasto decisivo è il seguente: la difesa dei principi non negoziabili conquista voti, non fa perdere le elezioni ma contribuisce a vincerle.

Negli Usa – al di là del fatto che, a differenza dell’Italia, c’è una maggior sensibilità pro life dei politici – hanno compreso che la difesa della vita, della famiglia, della religione, della libera educazione, paga in termini elettorali perché i cittadini, pur immersi in una cultura fortemente progressista, non sono tutti giacobini pronti a spazzar via un portato culturale fatto di tradizioni e valori condivisi, ma una buona fetta di costoro ha a cuore la vita nascente e quella morente, l’educazione dei figli fondata su principi sani, una vita ispirata a valori religiosi. Trump ha intercettato le esigenze di questo esteso sottobosco sociale. Quando avverrà anche qui da noi in Italia?

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https://lanuovabq.it/it/trump-vs-aborto-una-lezione-per-i-nostri-politici

DL contro l’omotransfobia, Oliveri: “Legge inutile e liberticida”

Le parole dell’editore di VoceControCorrente.it a Pro Vita & Famiglia.

Sandro Oliveri, editore di VoceControCorrente.it, è stato intervistato da Pro Vita & Famigliasul disegno di legge sull’omotransfobia che sarà consegnato domani, martedì 16 giugno, in commissione Giustizia.

Ebbene, per Oliveri si tratta «di una legge sostanzialmente inutile e che oltre ad essere inutile è anche dannosa, anzi è di una pericolosità incredibile. Infatti equipara illecitamente affermazioni di stampo razzista come “Non è bene che si sposi un bianco con un nero” alla considerazione oggettiva che una famiglia è formata da un uomo ed una donna, strutturalmente in grado di trasmettere la vita. Dunque è un attacco diretto alla libertà di opinione, un’opinione che, peraltro, non offende nessuno perché parte da una constatazione».

Oliveri ha poi aggiunto che il DL Zan – Scalfarotto «è un attacco alla libertà di culto. Poi c’è un aspetto psicologico. Noi abbiamo fatto un family day contro la legge Cirinnà e si parlava di unioni civili, non condivise dal punto di vista morale da molti credenti perché vanno contro i loro principi ma perlomeno, nel caso delle unioni civili parliamo di un fatto privato. Nel caso del ddl Zan parliamo, invece, di qualcosa di più insidioso: apparentemente sembra infatti, una legge buona ma è molto più pericolosa della legge sulle unioni civili perché entra nelle coscienze dei singoli per plasmarle».

Infine, l’editore di questo giornale ha ribadito che il DL non è necessario perché «esiste già il codice penale che punisce determinati tipi di reato contro la persona. Se, invece, questa legge venisse approvata, creeremmo una sorta di ‘categoria protetta’ che andrebbe contro il principio di uguaglianza di cui tutti i cittadini devono godere di fronte alla legge e che l’Italia deve tutelare. Un ddl che gioca non in difesa ma in attacco e nasce da una lobby che vuole raggiungere obiettivi subdoli e ciò è confermato proprio dal fatto che una reale emergenza in Italia non c’è. Altro aspetto che spesso non viene sottolineato è che molti omosessuali non condividono questo ddl che non vuole difendere la dignità degli omosessuali, cosa assolutamente buona e giusta, ma vuole semplicemente diffondere l’omosessualismo».

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DL contro l’omotransfobia, Oliveri: “Legge inutile e liberticida”

Tarro, Bacco e De Donno sovvertono la dittatura scientifica ► “Vi sveliamo errori e orrori del virus”

 

Canale Europa Tv”, piattaforma di televisione in streaming, ha ospitato tre voci di esperti fuori dal coro: Giulio Tarro, Giuseppe De Donno e Pasquale Bacco. I loro pareri, poco ascoltati dai media mainstream, sono state accolti dalla web tv nel corso di una conversazione pubblicata sulla pagina Facebook. (Clicca qui per l’intervista integrale).

In questi mesi siamo stati sommersi da un flusso informativo sul Coronavirus proveniente da tutti i mezzi a nostra disposizione. Eppure tra chi si trova dall’altre parte degli schermi di televisioni e telefonini sono parecchi a sostenere la presenza di un unico flusso narrativo.

Ad apparire nelle pagine dei giornali e nei salotti televisivi sono in gran parte sempre gli stessi volti. Mentre le opinioni di medici e virologi che cercano di risalire il fiume controcorrente hanno trovato poco spazio. E’ proprio il caso del trio Tarro, De Donno, Bacco, autori di pensieri divergenti dai consessi tradizionali. E per questo, forse, ne hanno pagato le conseguenze.

Origine e sviluppi del virus, terapia al plasma e immunità cellulare: questi alcuni dei nodi sciolti durante la videoconferenza.

Tarro: “Raggi ultravioletti e immunità cellulare i prossimi passi nella lotta contro il virus”

Innazitutto ne approfitto per dire che l’Oms ha appena dichiarato che l’asintomatico non è infettante. Ma questo già l’aveva detto fin dall’inizio la dott.ssa Maria Van Kerkhove quando si era messa a polemizzare con Fauci.

E poi credo che sia importante un aspetto che ci riguarda molto da vicino, il sole e i raggi ultravioletti. Circa 6-7 minuti vengono dati al virus per sopravvivere.

Il prossimo passo viene invece dall’immunità e da questo miracolo della sieroterapia. Il tema fondamentale è che c’è un’immunità cellulare. L’immunità cellulare è quella che è stata dimostrata dagli amici di Singapore, soprattutto per quel che riguarda la prima Sars. La prima Sars ha avuto un’immunità cellulare che rimane per 17 anni.

L’altro aspetto importante è che abbiamo predisposta questa immunità cellulare con il beta Coronavirus degli animali. Già a gennaio io parlavo del famoso 3% degli agricoltori della Cina meridionale che avevano una risposta immunitaria nei riguardi del Coronavirus. C’era già la presenza sintomatica e asintomatica del virus”.

De Donno: “Se avessimo usato sin dall’inizio la plasmaterapia avremmo evitato circa 3500 morti”

Abbiamo avviato a Mantova questo protocollo di ricerca, insieme ai colleghi di Pavia, portandolo avanti convincendo anche quella parte più critica dei nostri colleghi. Inizialmente non erano così convinti della nostra intuizione. Abbiamo iniziato ad arruolare i pazienti e questi stavano meglio.

Essendo una strategia terapeutica a così basso costo e con scarsissimi effetti collaterali, la mia idea è che questo vada usato in prima linea. Molti di quelli che screditano questo tipo di trattamento, negli ultimi giorni hanno portato alla luce il lavoro che hanno fatto i cinesi e che è stato pubblicato su Jama il 3 giugno.

In realtà quel lavoro ci dà ancora più ragione perché viene confermato tutto quello che noi diciamo. Ovvero che i pazienti trattati con plasma convalescente vedono una riduzione del tempo medio di ricovero di almeno 5 giorni. Se avessimo usato il plasma di pazienti convalescenti in Italia dall’inizio dell’emergenza avremmo evitato circa 3500 morti”.

Bacco: “Uno studio angloamericano posiziona la comparsa del virus a fine settembre. Quando lo dicevamo noi…”

Noi abbiamo fatto 7038 visite, abbiamo fatto un calcolo semplice sul numero dei positivi e abbiamo detto che sicuramente questo virus è arrivato a fine settembre, inizio ottobre. L’abbiamo detto, siamo stati trattati non benissimo. Poi è di ieri uno studio americano e inglese che ha posizionato l’inizio del virus nello stesso periodo individuato da noi. E poi abbiamo fatto un’azione di laboratorio e detto che il virus fosse sensibile alla temperatura.

Ma già a inizio marzo il professor Tarro aveva detto quanto sarebbe finita questa emergenza. Io ho sempre detto una cosa: un Paese che non dà voce ad un professore come Giulio Tarro si deve vergognare“.

Tarro: “Plexiglas sui banchi di scuola? Come si fa a pensare un fatto del genere!”

Già avevano previsto pannelli di plexiglas non sotto l’ombrellone ma sopra i banchi di scuola. Come si fa a pensare ad un fatto del genere! A livello epidemiologico dobbiamo stare attenti, ma non possiamo sempre proiettare il bicchiere mezzo vuoto. Adesso sappiamo benissimo, grazie a Giuseppe De Donno che l’ha applicato subito in Italia, che esiste un salvavita ed è la sieroterapia”.

Bacco: “Anche se in buona fede, abbiamo ucciso molte persone con dei protocolli sbagliati”

La mancanza delle autopsie ha rappresentato l’elemento cruciale della parte iniziale. Noi possiamo dire che, anche se in buona fede, molte di quelle persone noi le abbiamo uccise. Ed io ho parlato con dei medici che stavano in prima linea che hanno fatto delle azioni e si sono resi conto che hanno fatto più male che bene a quelle persone.

E’ il meccanismo intorno al quale gira tutto. Abbiamo sbagliato completamente il protocollo terapeutico perché non ci hanno permesso di vedere che cosa succedeva all’interno dell’organismo. Alla prima autopsia ci siamo resi conto di aver sbagliato quasi tutto”.

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https://www.radioradio.it/2020/06/tarro-bacco-e-de-donno-sovvertono-la-dittatura-scientifica-vi-sveliamo-errori-e-orrori-del-virus/?cn-reloaded=1

Omofobia e identità di genere, importanti rilievi sul DDL Zan – Scalfarotto

Di seguito il testo di quanto detto in audizione alla Camera per il DDL contro l’omofobia.

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce.
Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.
In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.
Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere».

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori?

CONCETTO DI IDENTITÀ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo».

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.
Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere.

Gianfranco Amato

 

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Omofobia e identità di genere, importanti rilievi sul DDL Zan – Scalfarotto

Trump abroga regolamento Obama su omosessuali e transgender

 

L’amministrazione degli Stati Uniti ha formalmente abrogato un regolamento riguardante gli omosessuali e o transgender

 

L’amministrazione degli Stati Uniti ha formalmente abrogato un regolamento riguardante gli omosessuali e o transgender.

Il Dipartimento della salute e dei servizi umani ha affermato che applicherà le protezioni contro la discriminazione sessuale «secondo il semplice significato della parola ‘sesso’, come maschio o femmina, e determinato dalla biologia».

Al contrario, il precedente regolamento, approvato durante la presidenza di Barack Obama, riguardava il «senso interno» di una persona di essere maschio, femmina, nessuno dei due o una combinazione.

La mossa – a lungo richiesta da alcuni dei sostenitori del presidente Donald Trump nella comunità cristiana conservatrice – è, secondo il sito Politico, l’ultimo sforzo di Trump per mobilitare la sua base religiosa tra le critiche sulla sua gestione dell’epidemia di coronavirus e le recenti proteste sulla morte di George Floyd a Minneapolis.

Il regolamento abrogato dall’amministrazione Trump vietava agli operatori sanitari di discriminare i pazienti transgender e le donne in cerca di aborto. Alcuni osservatori hanno notato che la decisione della Casa Bianca è stata approvata nel quadriennale della sparatoria di massa in una discoteca gay a Orlando, in Florida, dove morirono 49 persone. Roger Severino, capo dell’ufficio per i diritti civili di HHS, ha affermato che si tratta solo di una coincidenza. Fonte: Agenzia Nova.

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Trump abroga regolamento Obama su omosessuali e transgender

Ecco le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto

 

Cos’è e cosa non è l’omofobia e quali potrebbero essere le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto?

Ne ha parlato durante l’ultima puntata di Diario di Bioetica la bioeticista professoressa Giorgia Brambilla.

Il ddl Zan-Scalfarotto è solo apparentemente contro quella che viene chiamata “omotransfobia”. Gli atti di violenza, infatti, sono già puniti – oltretutto con aggravanti, se l’offeso è disabile, omosessuale, ecc.

Se passa la legge, sarà tacciato e punito chiunque ha dei valori diversi da quelli imposti dalla nuova categoria LGBT: mamme e papà che educano i loro figli, sacerdoti e catechisti che trasmettono la fede, insegnanti che non inseriscono il gender nella didattica.

Avere opinioni diverse non rende tali idee automaticamente lesive; eppure sarà automaticamente stigmatizzato e punito al pari di un “razzista” chi oserà obiettare rispetto al pensiero dominante; il quale, per rendere tutti uguali, renderà alcuni più uguali di altri (Orwell).

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Ecco le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto

Russia, spot contro le adozioni gay: associazioni Lgbt infuriate (Video)

 

Mosca, 6 giu – Dopo il rinvio dovuto al coronavirus che ha fatto slittare il voto dal 22 aprile al primo luglio, in Russia la campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale si appresta ad entrare nel vivo. All’interno del pacchetto di modifiche volute da Vladimir Putin vi è anche una norma che prevede l’inserimento nella Costituzione russa del concetto di matrimonio inteso esclusivamente come unione tra un uomo e donna. A sostegno di questa proposta, il tabloid d’informazione Federal News Agency ha realizzato uno spot contro le adozioni da parte di famiglie omosessuali. Nel video, ambientato in una ipotetica Russia del futuro (nel 2035), si vede un bambino in un orfanotrofio che scopre di essere stato adottato da una coppia di omosessuali. Uno di questi, vestito e truccato da donna, gli porge come regalo un abito femminile. “È questa la Russia che vuoi? Decidi il futuro del Paese. Vota gli emendamenti alla Costituzione”, l’appello della voce fuori campo.

Lgbt all’attacco

Ovviamente il video ha immediatamente suscitato i piagnistei delle varie associazioni Lgbt, secondo le quali lo spot “inciterebbe all’odio e all’ostilità”. Immediata la replica di Nikolay Stolyarchuk, amministratore delegato di Patriot Media Group, la società alla quale fa riferimento Federal Agency News, che spiega chiaramente come “il video è in linea con le leggi russe approvate sotto il governo di Putin che hanno messo fuorilegge la cosiddetta propaganda omosessuale. La questione principale non è combattere contro la comunità Lgbt, ma difendere l’istituzione della famiglia come unione di un uomo e una donna, e garantire che i partner dello stesso sesso non debbano essere autorizzati ad adottare i bambini”.

Le leggi alle quali fa riferimento Stolyarchuk sono quelle approvate nel 2013 con l’intento di “proteggere i minori da informazioni che promuovono la negazione dei valori tradizionali della famiglia”. Secondo un sondaggio condotto in quell’anno dal ‘Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica’, oltre il 90% dei russi intervistati si dichiarava favorevole all’introduzione di quelle leggi. Inoltre la Russia vieta l’adozione internazionale di minori da parte di coppie omosessuali e single provenienti da paesi in cui è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/russia-spot-contro-adozioni-gay-lgbt-infuriate-159004/

Gianfranco Amato in audizione alla Camera sulla legge “omofobia”

IN ESCLUSIVA PER AGERECONTRA.IT

INTERVENTO IN COMMISSIONE GIUSTIZIA 26.5.20

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

1) DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce. 

Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.

In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.

Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere». 

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori? 

 

2) CONCETTO DI IDENTITÁ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». 

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.  

Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere. 

 

22 maggio 1978: 42 anni dalla legalizzazione dell’aborto “strage degli innocenti”

 

In Italia l’aborto diventa legge durante uno dei governi Andreotti, era il 22 maggio 1978. In seguito il già senatore a vita ha sempre raccontato di essersi pentito di aver permesso tale legge; pentimento confermato recentemente dalla figlia di Andreotti.

Le forze che si scagliano contro coloro che non condividono la pratica dell’aborto è violentissima e non vi è angolo della terra dove le angeliche creature non siano esposte a politiche erodiane.

In New Jersey, all’esterno di una clinica della Planned Parenthood, 4 frati dell’ordine religioso dei francescani del rinnovamento, con il fine di sensibilizzare sugli aspetti abortivi, limitandosi nell’omaggiare rose rosse alle donne incinte che si approssimavano a sottoporsi a pratica abortiva, sono stati arrestati.

Purtroppo, le statistiche compilate da Worldometers indicano che nel 2018 ci sono stati quasi 42 milioni di aborti in tutto il mondo.

Ma tutto questo è davvero umano?

Quando si parla di aborto, non si tiene conto della fondamentale differenza che passa tra FORMA e SOSTANZA. I sostenitori dell’aborto – Suppongo in buona fede- si limitano alla FORMA, ovvero considerano degno di vita un essere quando ha maturato interamente le fattezze umane, invece chi contrario all’aborto – vedi il sottoscritto – guarda alla sostanza, ovvero alla nuova vita fino dal principio, sì perchè dall’atto del concepimento esiste già un altro uomo, un uomo che necessità di 9 mesi per svilupparsi. Non è solo il mio istinto, la mia piccola intelligenza, la mia fede religiosa a far maturare queste convinzioni, ma si trova riscontro nella così tanto “amata” scienza. Riporto a seguire il giudizio di eminenti medici del “settore”.

Ippocrate ritenuto il padre della medicina, nel suo giuramento esplicita senza possibilità di interpretazioni la sua contrarietà all’aborto.

Bernard Nathanson durante gli anni giovanili si schierò decisamente in favore della libertà di scelta della donna, e realizzò un aborto su una donna che lui stesso aveva messo incinta. In seguito acquisì notorietà quando divenne membro fondatore della National Association for the Repeal of Abortion Laws (Associazione Nazionale per l’Abrogazione delle Leggi sull’Aborto, oggi NARAL Pro-Choice America). Lavorò con Betty Friedan ed altri per la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti

I loro sforzi ebbero successo quando si produsse la celebre decisione Roe v Wade. Durante un periodo di tempo fu anche direttore del Center for Reproductive and Sexual Health (“Centro per la Salute Riproduttiva e Sessuale”), la più grande clinica di aborti di New York. Nathanson ha scritto che fu responsabile di oltre 75 000 aborti durante la sua militanza per la libertà di scelta. Negli anni settanta lo sviluppo degli ultrasuoni lo portò a riconsiderare il suo punto di vista sull’aborto, e divenne un forte sostenitore del movimento per la vita.

Nel 1984 realizzò il documentario The Silent Scream (Il grido silenzioso), che mostrava un aborto attraverso l’ecografia. Il suo secondo documentario, Eclipse of Reason (Eclisse della ragione), analizzava invece la tematica degli aborti tardivi. Affermò anche che il numero in passato citato dal NARAL sul numero di aborti illegali erano “numeri falsi”.

La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto” – dott. Giorgio Pardi che oltre ad essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, godeva di una fama che oltrepassa l’oceano, si è sempre dichiarato ATEO.

L’aborto non riguarda solo le donne, le donne non devono avere l’arroganza nel credere e pensare che la gravidanza riguardi solo loro. Il “seme” non è una parte marginale per la produzione dei frutti, così come non è marginale il campo da seminare, entrambi dipendono gli uni dall’altro, ed in entrambi casi nessuno è più padrone dell’altro. Nessuno è padrone, ma entrambi custodi del frutto, perchè seme, terra, frutto sono elementi dipendenti uno dall’altro, ma allo stesso tempo, cose distinte tra loro, così com’è per la Santissima Trinità!

L’aborto volontario è sempre una ingiustificabile barbarie, poniamo fine al sacrificio di cuccioli di uomo indifesi immolati criminalmente sull’altare della cultura dell’incultura della morte.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

DA

https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/22/22-maggio-1978-42-anni-dalla-legalizzazione-dellaborto-strage-degli-innocenti/

L’offensiva di Soros e dell’Onu contro la famiglia

 

Sulle pagine social delle Nazioni Unite si invita ad abbandonare termini come “marito” e “moglie” e a sposare il nuovo vocabolario politicamente corretto. Mentre sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller appaiono editoriali contro la famiglia

Prosegue l’offensiva contro la famiglia “tradizionale” portata avanti dalle grandi organizzazioni internazionali e dai magnati della finanza. Il politicamente corretto, l’ideologia che lega la sinistra progressista mondiale basata sul multiculturalismo e sull’immigrazione senza confini, passa anche da un nuovo vocabolario, come si evince da un post pubblicato sui social network delle Nazioni Unite (Onu).

Una sorta di neolingua studiata a tavolino per accontentare tutte le minoranze (etniche, sessuali) possibili. Chi sgarra viene sistematicamente etichettato come omofobo, razzista o maschilista. “Quello che dici conta! Unisciti a UN Women per aiutare a creare un mondo più equo usando un linguaggio neutro rispetto al genere se non sei sicuro del sesso di qualcuno o ti riferisci a un grupposi legge nel post che accompagna una piccola tabella riassuntiva dei termini “neutro” da impiegare. Non più “genere umano” ma “umanità“, così come è meglio impiegare un generico “partner” al posto del potenzialmente offensivo “fidanzato” o “fidanzata“. Banditi anche termini vetusti e arcaici – sempre secondo i progressisti – come “marito” e “moglie” da sostituire con “coniuge“.

L’Onu e la neolingua politicamente corretta

Il tutto pubblicato sulla pagina delle Nazioni Unite e promosso da Un Women, l’agenzia delle Nazioni Unite (Onu) per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne. “L’Onu sceglie una politica divisiva e discriminatoria arrivando a proporre una ricetta che farebbe ridere se non ci fosse da piangere: l’abolizione dei termini marito e moglie in favore del neutro spos*. Il tutto messo nero su bianco pubblicamente, via Twitter” sottolineanno Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia Onlus. “Per le istituzioni nazionali e internazionali, neanche in tempo di emergenza coronavirus la famiglia ritorna al centro di politiche e investimenti. Per la Festa della Famiglia il nostro Presidente Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte non hanno speso neanche una parola di sostegno sapendo che milioni di famiglie sono a rischio povertà e fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, questo mentre per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia si sono battuti ed espressi per un non reato da normare e senza essere nemmeno comprovato dai dati. Ci mancava l’Onu con la sua priorità, quella di abolire marito e moglie” hanno dichiarato Toni Brandi e Jacopo Coghe.

Articoli contro la famiglia sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller

Ma l’offensiva contro la famiglia passa anche da una campagna mirata, finanziata da magnati ultramilionari desiderosi di imporre la loro visione del mondo e la loro agenda globale. “Purtroppo non è l’unica iniziativa che contribuisce a distruggere la famiglia” osservano Brandi e Coghe. “Sul portale di informazione globale Open Democracy.net, finanziato dal multimiliardario George Soros, sono apparsi diversi articoli che mirano all’abolizione della famiglia” hanno continuato. Come vi abbiamo raccontato qui, di recente, il già menzionato Open Democracyfinanziato da enti come la Ford Foundation, la Atlantic Philanthropies, la Rockefeller Brothers Fund e la Open Society Foundations di George Soros – ha pubblicato diversi editoriali contro la famiglia. La femminista radicale Sophie Lewis, per esempio, ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi del coronavirus dimostra che è tempo di abolire la famiglia“.

Nell’editoriale pubblicato su OpenDemocracy, Lewis fa intendere che lo slogan “Restate a casa” rappresenta – secondo la sua visione – un problema. Le famiglie nucleari, scrive, “rappresentano il luogo dove ci si aspetta che ci ritiriamo tutti intuitivamente per prevenire la malattia. ‘Restare a casa’ è ciò che in qualche modo dovrebbe evidentemente mantenerci sani. Ma ci sono diversi problemi con questo approccio” spiega. E quali? “Le persone queer – osserva –specialmente quelle molto vecchie e molto giovani, non sono sicuramente al sicuro lì [casa e in famiglia]“. Ora il sito finanziato dai milionari globalisti pubblica un altro articolo, altrettanto feroce, sempre contro la famiglia. L’autrice è Sophie Silverstein, studiosa di questioni di genere. A suo dire, la crisi del coronavirus mostra quanto sia necessario ripensare “le strutture famigliari obsolete e inadeguate“, procedendo alla “abolizione della famiglia“. Questo per testimoniare dove può arrivare l’ossessione politically correct.

Peraltro, se parliamo di Soros, è nota la vicinanza del fondatore dell’Open Society alla galassia femminista, statunitense in particolare. Il tutto con uno scopo politico ben preciso, naturalmente. Basti ricordare che le oltre di 50 associazioni che hanno organizzato e aderito alla Women’s March svoltasi a Washington D.C il 21 gennaio 2017 e in molte città del mondo contro Trump, furomo finanziate dalla Open Society Foundations. A svelarlo non fu una testata conservatrice statunitense o qualche tesi “complottista”, bensì la giornalista Asra Q. Nomani sul New York Times. Femministe che si preparano, nel 2020, a scendere di nuovo in piazza, sempre contro Donald Trump e con il generoso sostegno del finanziere.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/loffensiva-soros-e-dellonu-contro-famiglia-1864411.html

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