Quel ragazzino che ha “esorcizzato” il gay pride polacco

di Matteo Orlando per Agerecontra.it

È diventato una sorta di eroe nazionale Jakub Baryła, un ragazzino che armato di Croce e Santo Rosario, ha cercato di bloccare la Marcia omosessualista per l’uguaglianza tenutasi a Płock (Polonia), “esorcizzandola” come un provetto esorcista.
Il portale wPolityce.pl ha raggiunto il quindicenne Jakub Baryła e gli ha chiesto conto di ciò che intendeva fare e della sua fedeltà ai valori cattolici.
Il giovanissimo ha spiegato che l’idea di bloccare la cosiddetta Marcia dell’uguaglianza con una croce in mano gli era venuta in mente quando aveva saputo che volevano organizzare una sfilata omosessualista a Płock. Il suo gesto voleva essere simile a quello che padre Ignacy Skorupko aveva fatto durante la battaglia di Varsavia con i bolscevichi nel 1920.
Il quindicenne Baryła ha spiegato che con il suo gesto voleva dare alle persone qualcosa su cui riflettere. Poi però ha rinunciato a questa idea, per vie delle conseguenze sociali che poteva subire, avendo paura di come le persone, fomentate dai mass media, avrebbero potuto reagire.
Tuttavia, come ha spiegato lo stesso quindicenne, quando ha visto alla Marcia omosessualista di Płock una meravigliosa foto di Nostra Signora di Częstochowa con un’aureola arcobaleno, ha superato le sue paure ed ha deciso di mettere in pratica la sua idea.
Così ha chiesto una croce a un prete di una parrocchia di Płock. Il sacerdote aveva paura della profanazione che gli atei lgbt avrebbero potuto fare nei confronti della Santa Croce, ma alla fine ha dato una croce al giovane. Continua a leggere

In 2 anni la galassia Lgbt perde metà dei consensi

Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Le forti pressioni esercitate dai poteri forti sui livelli istituzionali e mediatici, affinché a colpi di leggi e di spot, si imponga l’ideologia Lgbt, non bastano più: la gente ed, in particolar modo, i giovani, anzi, sono ormai esasperati dalla virulenta propaganda gender, sempre più coercitiva. Secondo un’indagine condotta negli Stati Uniti da Accelerating Acceptance, ad esempio, se nel 2016 il movimento Lgbt veniva “accettato” dal 62% della popolazione di età compresa tra i 18 ed i 34 anni, nel 2018 tale margine si è ridotto al solo 35%. Perdere poco meno della metà dei propri sostenitori in un paio d’anni significa avere una “popolarità” in caduta libera. Anche l’opinione pubblica femminile, in genere più “recettiva” su questi temi, è passata dal 65% dei consensi nel 2016 al 52% nel 2018. Gli attivisti Lgbt hanno subito strillato all’«aumento di una retorica dell’odio nei confronti della nostra cultura», in realtà la gente non ne può veramente più di sopportare le loro pretese. L’indagine di Accelerating Acceptance ha proposto agli intervistati varie situazioni, chiedendo come avrebbero reagito: ad esempio, rendersi conto che ai propri figli è stata impartita a scuola una lezione di storia Lgbt oppure scoprire che un membro della propria famiglia o l’insegnante dei propri figli sono Lgbt. Chi si è dichiarato «a proprio agio» negli scenari proposti, è stato catalogato tra gli «alleati». E proprio qui il crollo è stato verticale, – 27% in un biennio.

Da notare come nel 2016, data del precedente rilevamento, fosse trascorso soltanto un anno da quel 26 giugno 2015, in cui con un solo voto di scarto (5 contro 4) la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America definì le “nozze” gay un «diritto garantito dalla Costituzione», imponendo ai 50 Paesi dell’Unione di adeguarsi, come voluto con forza dall’allora presidente Obama. All’epoca la lobby Lgbt investì massicciamente denaro e risorse nella propaganda a favore dell’«inclusione transgender», rispolverando i vecchi slogan sulla «parità dei diritti» e scandendone uno nuovo, «Transwomen are Women», rivelatosi, col senno di poi, per nulla efficace. Tali pressioni, tanto insistenti, infatti, hanno ottenuto l’effetto contrario ed hanno cominciato a far aprire gli occhi all’opinione pubblica, sempre più convinta d’esser vittima di un tentativo di manipolazione ideologica. Continua a leggere

La scienza batte l’ideologia gender: l’istinto materno esiste davvero

Roma, 30 lug – Adesso l’istinto materno è scientificamente provato. Una scoperta straordinaria che, a prescindere dal negazionismo ideologico del neofemminismo delirante, potrebbe porre definitivamente fine alle follie gender. Un gruppo di ricercatori della Louisiana State University (LSU) ha infatti dimostrato che nel cervello delle femmine esiste un numero consistente di cellule sensibili all’ormone ossitocina che non trova corrispondenza, e per quantità e per densità, nel cervello dei maschi. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, gli scienziati  hanno illustrato come l’ossitocina sia coinvolta nel controllo dei comportamenti di interazione sociale, attaccamento e cura della prole.

Non solo, quando alterata, è responsabile anche di alcuni disturbi mentali. Tra questi: ansia, disturbi dello spettro autistico e depressione post parto. Si tratta di un fenomeno che colpisce mediatamente il 10-20% delle neomamme e può danneggiare l’accudimento del neonato. “Molti ricercatori hanno cercato di studiare le differenze di genere nei sistemi dell’ossitocina, ma finora nessuno aveva trovato risultati convincenti: la nostra scoperta è stata una grande sorpresa”, ha spiegato Ryoichi Teruyama, professore di biologia della LSU e a capo dello studio in questione.

Come specificato dalla rivista Le Scienze (edizione italiana di Scientific American), il professor Teruyama e i colleghi hanno studiato in particolare una regione del cervello dei topi, chiamata area preottica, nella quale vi sono nuclei di cellule la cui sensibilità agli ormoni diverge: in un determinato modo se il cervello è maschile, in altro se femminile. Gli studiosi hanno poi scoperto, in questa regione del cervello, dei gruppi di cellule dotate di recettori per l’ossitocina. L’aspetto decisamente più interessante è che queste cellule sono presenti in misura molto maggiore nelle femmine che nei maschi.

Alessandro Della Guglia

fonte – https://www.ilprimatonazionale.it/scienza-e-tecnologia/scienza-batte-ideologia-gender-istinto-materno-esiste-davvero-126122/

Disabilità: se sei una famiglia con un figlio autistico

di Nicola Pasqualato

Sono papà di un bambino autistico di undici anni e conosco bene lo shock che subiscono i genitori quando ricevono una diagnosi di Disordine dello Spettro Autistico per il loro figlio. In Italia il fenomeno riguarda circa 600 mila famiglie e la condizione colpisce un bambino ogni circa 100 nuovi nati. Si tratta di una condizione permanente che accompagna il soggetto per tutta la sua vita. I servizi di psichiatria non preparano agli effetti psicologici sulla famiglia e si può rimanere schiacciati. Lo shock può essere enorme, significa che si sta entrando nel mondo dell’autismo, un mondo che può sembrare alieno, pieno di codici, gerghi, terapie, professionisti, strategie, interventi e servizi.

La condizione autistica può essere enormemente invalidante per il soggetto ed egualmente impattante su tutta la famiglia. Fobie, stereotipie, crisi di sovraccarico sensoriale od emotivo del bambino investono inevitabilmente tutti i famigliari coinvolti, sottoponendoli ad uno stress insopportabile.  Continua a leggere

Emilia Romagna, approvata questa notte la legge contro l’ “omotransnegatività”

Due giorni fa era iniziato l’esame finale, nell’aula del consiglio regionale dell’Emilia Romagna, del tanto discusso e temuto ddl contro l’omotransnegatività e le discriminazioni legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale che aveva impegnato i consiglieri di centrodestra in una lunga e dura battaglia, con un’opera di ostruzionismo veramente significativa (oltre 1700 emendamenti).

Una pressione fortissima per l’approvazione del disegno di legge era stata esercitata dalle forze di centrosinistra, in primis il Pd, forte dell’accordo con il Movimento 5 Stelle, tanto che dopo 39 ore di discussione si è arrivati, questa notte stessa, intorno alle 3.30 all’approvazione della legge: 43 i consiglieri votanti, con 33 favorevoli e 10 contrari. La legge è passata grazie al sì di Partito democratico, Sinistra Italiana, Cinque Stelle e Gruppo misto (Silvia Prodi e Gian Luca Sassi). No da tutta l’opposizione di centrodestra, ovvero Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Il clima in cui si è sviluppata la discussione  è stato a dir poco rovente: la comunità LGBTQI, che ha smosso mari e monti per l’approvazione della legge in questione, non è ancora riuscita a digerire il fatto che rispetto al testo originario sia stato introdotto l’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sul diritto di priorità educativa della famiglia nelle attività scolastiche e che sia soprattutto rimasto il riferimento esplicito e la negazione all’aberrante pratica dell’utero in affitto, grazie all’introduzione di un emendamento ad hoc. Nell’attuale norma di legge infatti, all’articolo 12, vi è una sostanziale modifica alla legge regionale del 2014 che recita: «La Regione non concede contributi ad associazioni che nello svolgimento delle proprie attività realizzano, organizzano o pubblicizzano la surrogazione di maternità».

Tutto ciò avrebbe generato una certa rabbia e una buona dose di frustrazione nelle associazioni arcobaleno, che vedrebbero, invece, in questo decreto, un’occasione preziosa per farsi spazio, culturalmente e socialmente.

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Rimini, archiviato il procedimento dell’Arcigay contro lo “psicologo no-gender”

Sergio De Vita è stato deferito al proprio Ordine di competenza, quello degli Psicologi, per aver sostenuto – peraltro da privato cittadino e senza coinvolgimenti riconducibili alla professione – posizioni refrattarie al “pensiero unico” in materia di gender studies. Abbiamo intervistato uno dei suoi legali, l’avvocato Monica Boccardi.

In un comunicato stampa di qualche giorno fa (18 luglio 2019) il Segretario dei Giuristi per la Vita, l’avvocato Filippo Martini, ha dato notizia del felice esito della causa mossa dal presidente dell’Arcigay di Rimini al dott. Sergio De Vita, causa che si è conclusa con l’archiviazione, ossia con il più pieno proscioglimento dalle accuse.

I Giuristi per la Vita hanno ottenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna il riconoscimento del diritto, tutelato costituzionalmente, ad esprimere le proprie opinioni, per uno psicologo iscritto al suddetto ordine, il Dott. Sergio De Vita.

Il professionista era stato segnalato più volte dal presidente dell’Arcigay riminese Marco Tonti, tra l’altro, per numerosi post pubblicati sui social, nei quali esprimeva a titolo personale, senza mai aver indicato la propria qualità professionale, il suo pensiero, anche politico e di credente cattolico, sul “gender”, sulla violenza di genere, sull’omofobia, sull’educazione alla affettività/sessualità e sulla famiglia.

Sottoposto a procedimento disciplinare con l’accusa di aver violato l’art. 38 del codice deontologico, cioè i principi del decoro e della dignità professionale, è stato pienamente “assolto” dalle accuse, con il riconoscimento esplicito e testuale che “i post pubblicati – esaminati nel loro contesto – non paiono apertamente offensivi o polemici e quanto ivi contenuto rappresenta espressione della libertà di pensiero costituzionalmente garantita”.

Il procedimento è stato quindi archiviato.

L’associazione, insieme al Dott. De Vita, esprime il proprio compiacimento per la correttezza giuridica e morale della decisione, presa a stragrande maggioranza dei consiglieri.

Un grazie sentito ai nostri soci, avvocati Monica Boccardi di Rimini e Francesco Farolfi di Forlì che hanno ottimamente coadiuvato il professionista.

 

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Generazione iPhone: un’ecatombe antropologica

Ossessionati dai “mi piace” e dall’isolamento da social, vorrebbero liberarsi dello smartphone, ma spaventati dalla realtà, preferiscono non uscire di casa, non avere rapporti carnali e rimanere in un mondo su misura capace di soddisfare subito le loro pulsioni. Ad ammetterlo sono gli stessi inventori della tecnologia. Ecco la generazione più depressa e meno ribelle della storia, ecco i sudditi perfetti.

Ossessionati dai “mi piace”, spaventati dall’essere isolati ma solo sui social (non importa se lo sono nella vita), vorrebbero liberarsi della loro “terza mano”, lo smartphone, ma appena affrontano la realtà si spaventano e preferiscono tornare nelle loro comode camere, dove i genitori li lasciano vivere (pensando che sia un posto più sicuro della strada) incollati a internet e dove hanno accesso ad un mondo su misura capace di soddisfare immediatamente, senza sacrifici, tutte le loro pulsioni e voglie. Così, incapaci di relazioni, di affrontare i problemi, sono depressi, per nulla ribelli e persino disinteressati alla sessualità carnale [attenzione! i rapporti fuori dal matrimonio sono  peccato mortale.]. Insomma, sono dei sudditi perfetti.

Non sono ipotesi generiche, ma frutto di ricerche su milioni di adolescenti effettuate soprattutto negli Stati Uniti, dove “i figli dello smartphone”, nati fra il 1995 e il 2005, hanno delle sembianze completamente diverse dalla generazione precedente, con un divario generazionale di ampiezza senza precedenti nella storia (la documentazione più ampia si trova nel libro di Jean M. Twenge “iGen”, ossia “Generazione iPhone”).

Basti pensare che uno degli studi più recenti, della State University di San Diego, che mette in relazione i sintomi depressivi e il rischio di suicidi con l’uso dei dispositivi elettronici da parte di 133 mila adolescenti, ha dato come risultato un’impennata della depressione tra il 2012 e il 2015 fra le ragazzine che hanno passato più ore al giorno davanti ai dispositivi elettronici (sono soprattutto le donne ad usare Facebook e Instagram): la piaga è cresciuta in soli 3 anni del 58 per cento. Non solo, l’uso di internet per cinque o più ore giornaliere, è correlato ad un incremento della depressione connessa al rischio di suicidio del 71 per cento. Al contrario, come spiegano i ricercatori della Florida State University, fra i teenager e le persone che vivono una vita sociale e relazionale concreta, anche facendo sport e attività all’aperto, la percentuale dei sintomi della depressione decresce ampiamente.

Va chiarito che gli studi prendendo come campione dell’iPhone Generation e di quella che la precede classi sociali e situazioni familiari e scolastiche identiche, mettono in luce che non è la depressione dovuta al background personale a spingere i ragazzini verso l’alienazione da social media. Al contrario, è proprio l’uso dei social a generarla per determinati meccanismi che si instaurano nella mente e nel corpo di chi li usa, esponendosi ad una vita virtuale dove tutti paiono felici e belli, dove a volte si viene bullizzati o dove si resta incantati da video demenziali e ripetititvi e da immagini che soddisfano in continuazione la persona che li guarda generando dipendenza.

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Né maschio, né femmina: arriva l’opzione “X”

Una nuova legge per legittimare i ‘moderni’ stereotipi gender.

Né maschio, né femmina, ecco il terzo sesso. I neo genitori islandesi adesso potranno iscrivere i propri figli all’anagrafe contrassegnando con una “X” il loro genere sessuale: semplicemente transgender. Lo ha stabilito all’unanimità il Parlamento di Reykjavik con una nuova legge sull’identità di genere, che ha lo scopo di tutelare e ampliare i diritti di Transgender e LGBT. Le nuove norme serviranno a facilitare anche le procedure per il cambio di genere sessuale da parte degli adulti.

“L’Atto per l’autonomia del genere” consentirà di non assegnare ai bambini appena nati un genere necessariamente maschile o femminile, rimandando al futuro e alla loro libera scelta tale decisione. Appositi team di medici dovranno poi certificare la situazione giuridica di questi neonati che, per scelta dei propri genitori, si troveranno in questa situazione di incertezza.

Per quanto riguarda i minori già registrati all’anagrafe come maschio o femmina, potranno anch’essi cambiare il proprio genere, previo consenso dei genitori; altrimenti dovranno aspettare la maggiore età. “In accordo alle proprie esperienze di vita” – e non a seguito di accertamenti medici come avvenuto fino ad adesso – essi potranno, infatti, procedere ad un cambio di genere, che sarà quindi molto più semplice ed immediato così come l’accesso all’assistenza sanitaria transpecifica. Facilitata anche la procedura relativa al cambio del nome: non ci sarà più bisogno di rivolgersi al Comitato nazione degli appellativi per avere un nome di genere opposto. Le precedenti norme, secondo cui ad una femmina doveva essere assegnato un nome femminile e ad un maschio un nome maschile, vengono infatti eliminate dal momento che il Registro nazionale dei nomi non conterrà più alcuna distinzione di genere.

fonte – https://vocecontrocorrente.it/ne-maschio-ne-femmina-arriva-lopzione-x1/

La sentenza storica : ‘Niente procreazione assistita per le coppie gay’

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, rigettando le richieste di due Tribunali italiani.

Vietare la procreazione assistita alle coppie gay non è illegittimo. Così ha stabilito la Corte Costituzionale italiana, con un pronunciamento che suona quasi come una sentenza storica. I giudici della Consulta hanno infatti rigettato le accuse di incostituzionalità sulla legge vigente, sollevate da due tribunali del nostro paese, quello di Pordenone e quello di Bolzano.

Il caso era scoppiato quando due coppie omosessuali si erano rivolte al giudice per impugnare la legge 40 del 2004, che stabilisce appunto il divieto per le coppie formate da individui dello stesso sesso di procedere con la pratica di procreazione medicalmente assistita. Ma la richiesta, alla fine, non è stata accolta.

Da quando però la legge in vigore è stata approvata, sono passati quindici anni ricchi di tentativi di smantellamento, da parte dei Tribunali di tutta Italia. Da Roma a Milano, da Salerno a Cagliari, i giudici che hanno emesso sentenze in contrasto con quanto approvato la Parlamento sono stati tanti.

fonte – https://vocecontrocorrente.it/la-sentenza-storica-niente-procreazione-assistita-per-le-coppie-gay/

Nuova legge sull’eutanasia, ecco cosa si propone

Il testo arriverà alla Camera la prossima settimana, ma è scontro aperto tra Movimento 5 stelle e Lega.

Sono giorni decisivi per le forze politiche del nostro Parlamento, dove – dalla prossima settimana – inizierà la discussione in aula della nuova legge sull’eutanasia. I lavori partiranno lunedì 24 dalla Camera dei deputati. Ma la riforma riguardante le disposizioni sul fine vita non sta mancando di creare un nuovo scontro interno alla maggioranza. Ad oggi, infatti Lega e Movimento 5 stelle hanno presentato due proposte distinte e separate, per certi aspetti anche contrapposti. A queste due bozze si aggiungono quella del gruppo misto e quella avanza attraverso una raccolta di firme dall’associazione “Luca Coscioni” di Marco Cappato.

La Lega, con la proposta presentata da Alessandro Pagano, propone di rivedere la legge approvata nella scorsa legislatura: eliminare la possibilità di interrompere nutrizione e alimentazione artificiale, inserendo un’attenuante al reato di istigazione o aiuto al suicidio per le persone stabilmente conviventi di una persona tenuta in vita esclusivamente dalle macchine e affetta da gravi patologie.

Di tutt’altro avviso è il Movimento 5 stelle, che con il testo di Doriana Sarli vorrebbe addirittura introdurre il suicidio assistito: “un soggetto maggiore di età, capace di intendere e di volere, affetto da una condizione clinica irreversibile può chiedere in modo inequivocabile e come espressione piena della propria libera autodeterminazione di sottoporsi al suicidio medicalmente assistito”.

Curioso, poi, il fatto che la proposta pentastellata si avvicini di molto alle altre bozze presentate, di matrice essenzialmente “radicale”.

fonte – https://vocecontrocorrente.it/lnuova-legge-sulleutanasia-ecco-cosa-si-propone/

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