Basta, devo partire

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Segnalazione Jacopo Coghe

Il SILENZIO ASSOLUTO che circonda questa notizia è scioccante.

L’Europa è sull’orlo del burrone, sta per cadere nel baratro… e nessuno dice nulla? Ci siamo assuefatti?

Tu lo sapevi? Scommetto di no.

L’11 aprile, giovedì prossimo, il Parlamento Europeo voterà una mozione per inserire l’Aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

La prossima settimana – nell’indifferenza più assoluta – il Parlamento Europeo potrebbe dichiarare solennemente che uccidere un bimbo nel grembo materno è un nostro “valore comune”. Ti rendi conto del grado di orrore…?

Non resterò a guardare in silenzio, Matteo, ho deciso di andare a Bruxelles per protestare anche a nome tuo. Sei con me?

Il voto dell’11 aprile potrebbe avere conseguenze gravissime.

Se il Parlamento Europeo approverà la mozione per inserire l’Aborto tra i “valori comuni” dell’Unione Europa, tutti gli Stati membri subiranno una pressione politica enorme per adeguarsi, compresa l’Italia.

Già oggi è quasi impossibile organizzare in Italia campagne per difendere la Vita nascente senza ricevere attacchi, minacce, insulti e violenze di ogni genere.

Guarda che fine hanno fatto i nostri manifesti affissi nelle Marche sulla campagna “Semplicemente Umano”, con cui ci limitiamo a ricordare che per 9 biologi su 10 la vita inizia dal concepimento:

Tutti i manifesti sono stati imbrattati e vandalizzati. Gli autori del gesto hanno sfregiato con particolare accanimento proprio l’immagine del piccolo feto. Sciacalli.

Poco prima dell’attacco era partita una richiesta di censura da parte del collettivo trans-femminista Non Una Di Meno, spalleggiato dal Partito Democratico.

Matteo, se l’11 aprile il Parlamento Europeo approverà la mozione per inserire l’Aborto tra i “valori comuni” dell’Unione Europea – NEL SILENZIO PIÙ ASSOLUTO – attacchi, minacce e violenze contro le nostre campagne si moltiplicheranno ovunque in Italia.

Per questo non possiamo restare in silenzio, dobbiamo AGIRE.

A proposito di minacce… c’è una novità SCANDALOSA su un fatto di qualche mese fa.

Come forse ricorderai (ne scrivemmo all’epoca) lo scorso dicembre era apparsa per le strade di Como questa ‘simpatica’ scritta anonima:

“ProVita morto non obbietta”

Un messaggio minatorio in perfetto stile mafioso per intimidirci e convincerci a smettere di difendere la sacralità della vita umana (ovviamente non ci siamo fatti suggestionare).

Qualche giorno fa, su iniziativa di Fratelli d’Italia, il Consiglio comunale di Como ha votato una mozione per condannare la minaccia ricevuta.

Incredibilmente, la mozione di condanna è stata BOCCIATA dalla maggioranza, composta dalla lista civica legata al Sindaco Rapinese.

Questo pericoloso clima di odio, intolleranza e discriminazione contro Pro Vita & Famiglia e tutti i cittadini che come te condividono i nostri valori e sostengono le nostre campagne potrà soltanto peggiorare se l’11 aprile – giovedì prossimo – il Parlamento Europeo chiederà di inserire l’Aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

CORAGGIO, UNIAMO LE FORZE! Aiutaci a noleggiare un camion-vela che giri intorno al Parlamento Europeo per influenzare il dibattito e il voto dell’11 aprile: unisciti a noi in questa protesta donando 5 euro, 10 euro o qualsiasi altra cifra ti sia oggi possibile. Serve il tuo aiuto!

Per aiutarci con bonifico bancario o bollettino postale trovi i dati utili alla fine di questa mail. Per aiutarci subito con una donazione tramite Carta o PayPal clicca Qui

Matteo, chiaramente non posso dirti come andrà il voto dell’11 aprile al Parlamento Europeo.

Da una parte, spero che prevarrà non solo il buon senso ma anche il Diritto, dato che, secondo i Trattati dell’Unione Europea, un tema come l’Aborto dovrebbe essere di esclusiva competenza degli Stati nazionali.

D’altro canto, abbiamo già visto come la Lobby della Morte non si è mai fatta lo scrupolo né del buon senso né del Diritto, avendo interesse a forzare la mano proprio per fare pressione politica e mediatica sui singoli Stati, come l’Italia.

Una cosa, però, posso dirtela.

Comunque andrà, il nostro dovere morale è di non tacere, di alzare la voce, di gridare la verità anche in mezzo al più solitario deserto morale.

È per questo che andrò personalmente a Bruxelles: per denunciare quanto sta accadendo e dare voce anche al tuo sdegno.

Spero potrai aiutarmi a dar voce ai piccoli senza voce con una donazione di qualsiasi cifra ti sia oggi possibile (Clicca qui)

Grazie infinite, ti aggiornerò prossimamente sugli sviluppi.

In alto i cuori,

Jacopo Coghe
Portavoce
Pro Vita & Famiglia Onlus

 

NOTE CIRCA LA PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE SUL SUICIDIO ASSISTITO

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Francesco Farri

1. La proposta di legge regionale di iniziativa popolare su “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per l’effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019” richiede, anzitutto, di chiarire un equivoco di fondo, che essa si presta a generare fin dalla sua intitolazione.

Il richiamo fin dal titolo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 sembra presentare la proposta di legge come qualcosa di costituzionalmente necessario, ossia di indispensabile per dare attuazione ai principi costituzionali, come affermati – secondo la proposta stessa – dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019.

Sennonché, essa in verità non ha e non può avere tale portata.

Infatti, la sentenza n. 242/2019 ha un ambito ben preciso, che è quello di dichiarare incostituzionale la norma che puniva in ogni caso e senza differenziazione l’aiuto al suicidio; non è una sentenza la cui portata precettiva investe l’organizzazione amministrativa e sanitaria; non è una sentenza che istituisce un “diritto al suicidio”.

La sentenza stabilisce che, in alcuni casi peculiari, l’aiuto al suicidio non deve essere punito in maniera identica alla generalità dei casi; non dichiara illegittime le norme sul servizio sanitario nazionale nella parte in cui non stabiliscono procedure e tempi per l’aiuto al suicidio. La sentenza si limita a dichiarare la non punibilità di alcuni comportamenti, non fonda un diritto pretensivo a ottenere dall’amministrazione pubblica il comportamento scriminato (come efficacemente precisato da G. Razzano, Le proposte di leggi regionali sull’aiuto al suicidio, in Consulta Online, 2024, 77). E non fonda un simile “diritto pretensivo”, non già per ragioni formali o processuali, ma ben più radicalmente perché esclude nel merito che un tale diritto esista: la sentenza afferma infatti, a chiare lettere, che “la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici” (par. 6) e che dalla Costituzione “discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire” (par. 2.2.).

Questa differenza di portata precettiva è fondamentale e va tenuta ben presente quando si affronta il tema.

La sentenza è quindi di per sé già del tutto autosufficiente per conseguire il risultato che essa ritiene costituzionalmente doveroso, ovvero differenziare il trattamento di alcuni casi di aiuti al suicidio rispetto agli altri. Essa non richiede affatto come costituzionalmente necessario un intervento del legislatore per completarla.

La Corte “auspica” solamente che la materia formi oggetto di compiuta disciplina da parte del legislatore, ma non detta un obbligo vincolante in tal senso, né detta tempi, né suggerisce contenuti.

Tanto meno la Corte ha imposto al servizio sanitario nazionale di erogare prestazioni di suicidio assistito: essa ha unicamente affidato al servizio sanitario nazionale una fase di verifica delle condizioni e delle modalità del protocollo suicidario, non certo la diretta erogazione del servizio o assistenza per la sua esecuzione materiale, come invece propugna la proposta di legge di cui si discute (art. 2, comma 5; art. 3, commi da 5 a 7; art. 4).

Occorre quindi sgombrare il campo dal possibile equivoco che la proposta di legge in questione sia costituzionalmente doverosa. Essa non lo è e rappresenta unicamente una proposta politica, rispondente a una precisa scelta ideologica.

2. Appurato che la proposta di legge non è costituzionalmente necessaria, se la si esamina nel dettaglio balzano agli occhi – per converso – macroscopici profili di incostituzionalità, che rendono pressoché certo il suo annullamento da parte della Corte Costituzionale, nella ipotesi in cui venisse approvata.

I profili di incostituzionalità si possono dividere in due gruppi.

Un primo gruppo attiene all’incompetenza delle regioni a legiferare in materia.

Un secondo gruppo attiene ai contenuti della proposta di legge stessa, che violano i paletti posti dalla Corte Costituzionale nella stessa sentenza n. 242/2019 cui pure la proposta ambirebbe a dare esecuzione.

Vediamoli con ordine.

3. A dispetto del titolo, la proposta di legge va ben oltre il perimetro dell’organizzazione sanitaria di competenza (concorrente) regionale e impinge in modo consistente in materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato. Tale aspetto è stato analiticamente dimostrato, tra l’altro, da un parere reso dall’Avvocatura Generale dello Stato ai Presidenti dei Consigli Regionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, nn. 39326/23 e 40525/23 del 15 novembre 2023.

3.1. Anzitutto, è evidente che la proposta normativa in questione incide in modo diretto sul diritto alla vita, introducendo un “diritto al suicidio”, ossia a disporre della propria vita, addirittura esigendo la cooperazione dell’amministrazione pubblica per renderlo effettivo.

Ebbene, come ben evidenziato anche nella prima parte del parere reso dall’Avvocatura Generale dello Stato in data 15 novembre 2023, la Corte Costituzionale, per giurisprudenza costante (ribadita sia nella sentenza n. 242/2019, sia nella giurisprudenza successiva, si pensi, in particolare, alla sent. n. 50/2022), qualifica il diritto alla vita come diritto inviolabile supremo, “cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così, privilegiata, in quanto appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”, costituendo “la matrice prima di ogni altro diritto, costituzionalmente protetto, della persona”.

Se così è, ogni bilanciamento che lo riguardi non può che attenere ai livelli essenziali delle prestazioni attinenti ai diritti civili che devono essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Il discorso va oltre la formale individuazione dei LEA e attiene al cuore dello stesso concetto di “livello essenziale” dei diritti civili, utilizzato dalla Costituzione (art. 117, c. 2, lett. m). Se per la Corte Costituzionale il diritto alla vita attiene “all’essenza dei valori supremi”, ne consegue che tutto ciò che direttamente lo riguarda integra per sua natura un nucleo “essenziale” dei diritti civili. Come tale, ciò rientra nella competenza esclusiva statale perché non può che essere disciplinato in modo unitario su tutto il territorio nazionale, pena una radicale compromissione dei principi supremi di pari dignità sociale di tutti i cittadini (art. 3 Cost.) e di unità della Repubblica (art. 5 Cost.).

3.2. In materia affine, quella delle d.a.t., dove una regione aveva tentato di introdurre una regolamentazione regionale prima di una legge nazionale (poi approvata con legge n. 219/2017), la Corte ha chiaramente affermato che si tratta di temi che “necessita[no] di uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di uguaglianza” (Corte Cost., n. 262/2016), pena la violazione anche di un altro ambito di competenza legislativa esclusiva dello Stato, ossia l’ordinamento civile e penale della Repubblica (art. 117, c. 2, lett. l Cost.).

Invero, se rientrano nel concetto di ordinamento civile tutte quelle norme suscettibili di incidere “su aspetti essenziali della identità e della integrità della persona” (Corte Cost., n. 262/2016), appare evidente come una norma, che sancisca un “diritto al suicidio” e lo disciplini per esigere una cooperazione di soggetti terzi per realizzarlo, non potrebbe che essere emanata – sul puro piano delle competenze (e ferma la sua incostituzionalità nel merito, cfr. infra par 4.1.) – unicamente dal legislatore statale. Una norma del genere, infatti, inciderebbe in sommo grado sulla “integrità della persona”, compromettendola alla radice (F. Piergentili, Progresso tecnologico e nuove questioni costituzionali: la (in)competenza delle Regioni sul fine vita, in Dir. Merc. Tecn., 2023, par. 4).

3.3. E’ chiarissimo, d’altronde, che l’invito – non vincolante – che la Corte rivolge al legislatore affinché intervenga a disciplinare compiutamente la materia è rivolto specificamente al Parlamento, e non al legislatore regionale. E’ il Parlamento cui si rivolge la propedeutica ord. n. 207/2018 ed è il Parlamento a essere evocato nei passaggi della sent. n. 242/2019 che al possibile intervento del legislatore si riferiscono.

A ciò si aggiunga che, come rilevato dall’Avvocatura Generale dello Stato, “i criteri dettati dalla Corte nella sentenza n. 242/2019 scontano un inevitabile tecnicismo (si pensi, ad esempio, alla nozione di “trattamenti di sostegno vitale”), che, inevitabilmente, si prestano ad interpretazioni non omogenee, le quali potrebbero determinare una ingiustificabile disparità di trattamento, per casi analoghi, sul territorio nazionale”, laddove la normativa fosse dettata da leggi regionali, così ledendo anche sotto questo ulteriore profilo la competenza esclusiva statale in tema di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, di cui all’articolo 117, c. 2, lett. m), Cost..

3.4. Alla luce di quanto sopra esposto, risulta chiaro come sia dunque privo di attinenza il richiamo, compiuto dalla proposta di legge, al principio di “cedevolezza invertita”, secondo cui l’intervento del legislatore regionale potrebbe anticipare l’inerzia del legislatore statale, nelle more e fino a un intervento di quest’ultimo. Tale principio, infatti, “attiene pur sempre (e soltanto) a materie di competenza concorrente della Regione” (Corte Cost., n. 1/2019), per cui non vale neppure in parte nel caso di specie dove, come si è detto, vengono in rilievo competenze legislative esclusive dello Stato.

Anche sul punto, davvero nessun dubbio può sussistere, poiché il tema è già stato affrontato dalla Corte Costituzionale nel già menzionato affine caso del “testamento biologico” regionale. Anche in quel caso la Regione interessata (il Friuli Venezia Giulia) ritenne di aver titolo a intervenire a fronte della mancata regolamentazione da parte del legislatore nazionale (poi, in qual caso, superata dalla l. n. 219/2017). La Corte, tuttavia, non ebbe dubbi nel dichiarare incostituzionale la legge regionale, statuendo che, in una materia affidata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato, l’affermata inerzia del Parlamento “non vale a giustificare in alcun modo l’interferenza della legislazione regionale” (Corte Cost., n. 262/2016).

Risulta quindi confermata, sotto ogni aspetto, l’incompetenza della Regione a legiferare su aspetti come quelli fatti oggetto della proposta di legge sul suicidio assistito in commento.

4. Vi è di più, in quanto l’incostituzionalità della proposta di legge in commento non attiene soltanto al versante dell’incompetenza legislativa regionale, ma anche al merito dei contenuti.

Una legge del genere sarebbe incostituzionale anche se fosse in ipotesi approvata dallo Stato, poiché essa non viola soltanto i criteri di riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni, ma anche altri principi costituzionali e gli stessi criteri di fondo della sent. n. 242/2019 cui pretenderebbe di dare esecuzione.

4.1. Anzitutto, contrasta alla radice con la Costituzione una proposta di legge che sancisca un “diritto al suicidio” e ne affidi l’esecuzione al sistema sanitario nazionale. L’art. 32 della Costituzione afferma che la Repubblica e, dunque, il sistema sanitario pubblico tutela la “salute” e garantisce “cure” alle persone, mentre per definizione il farmaco suicidario non tutela la salute della persona e non la cura, bensì la sopprime. La sentenza della Corte, n. 242/2019 è ben attenta a distinguere il profilo su cui si pronuncia della non punibilità della condotta di aiuto al suicidio, in alcuni frangenti, rispetto all’affermazione di un diritto a suicidarsi con l’aiuto di terzi, che essa al contrario nega.

La Corte, infatti e sulla base di costante giurisprudenza (cfr. par. 2.2.), afferma che “dall’art. 2 Cost. – non diversamente che dall’art. 2 CEDU – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. Che dal diritto alla vita, garantito dall’art. 2 CEDU, non possa derivare il diritto di rinunciare a vivere, e dunque un vero e proprio diritto a morire, è stato, del resto, da tempo affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio in relazione alla tematica dell’aiuto al suicidio (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito)”.

4.2. Ferma tale preclusiva ragione, la proposta di legge in esame viola i paletti posti dalla Corte Costituzionale anche se si limitasse a disciplinare i casi di non punibilità, anziché debordare nella costituzione di un preteso diritto al suicidio e alla cooperazione di terzi per realizzarlo.

La Corte Costituzionale, infatti, ha indicato chiaramente tra i pre-requisiti per la non punibilità dell’aiuto al suicidio che “il paziente sia stato adeguatamente informato … in ordine alle possibili soluzioni alternative, segnatamente con riguardo all’accesso alle cure palliative ed, eventualmente, alla sedazione profonda continua”. Requisito, questo, totalmente dimenticato dalla proposta di legge in commento.

La proposta di legge in questione, quindi, non appare idonea neppure a regolare validamente le condizioni scriminanti rispetto alla condotta di aiuto al suicidio.

Da ciò discende, altresì, un ulteriore profilo di violazione dell’art. 117, c. 2, lett. l, Cost.: omettendo di considerare il pre-requisito delle cure palliative, la proposta di legge di fatto allarga l’esimente introdotta dalla Corte Costituzionale, così intervenendo in modo diretto e illegittimo sull’ordinamento penale, riservato in via esclusiva allo Stato (M. Ronco – D. Menorello, “Legge Cappato”: la scorciatoia regionale è incostituzionale, in www.centrostudilivatino.it, 30 ottobre 2023, par. 3).

Occorre osservare, al riguardo, che la dimenticanza delle cure palliative non appare casuale, bensì al contrario consentanea rispetto all’impianto assiologico di fondo della proposta di legge in discorso. La palliazione, infatti, risponde a un modello di cura della persona opposto rispetto al suicidio.

4.3. Oltre a ciò, la proposta è costituzionalmente illegittima anche nella misura in cui, in violazione del principio di libertà di coscienza (derivante dagli artt. 2 e 19 Cost.) non consente ai medici l’obiezione di coscienza, espressamente richiesta dal par. 6 della sentenza della Corte (M. Ronco – D. Menorello, op. cit., par. 1).

La proposta è ulteriormente incostituzionale nella parte in cui impone al Servizio Sanitario Nazionale una prestazione da offrire gratuitamente agli utenti (art. 4) senza indicare analiticamente la copertura degli oneri per farvi fronte e senza addirittura allegare una relazione tecnica, in doppia violazione dell’art. 81 Cost.. Non sarebbe possibile, infatti, attingere le somme per finanziare il suicidio assistito dal fondo per le cure palliative, poiché la legislazione nazionale ne ha previsto l’utilizzo per una finalità diversa – e opposta – rispetto all’aiuto al suicidio e ha espressamente stabilito il vincolo delle somme all’utilizzo per il fine stabilito dalla legge (ossia appunto le cure palliative, non il suicidio assistito) (art. 12, c. 2 della l. n. 38/2010), nonché rigorosi meccanismi di monitoraggio dell’effettivo utilizzo per tali finalità, a pena della perdita per la Regione dei finanziamenti integrativi del sistema sanitario a carico dello Stato (art. 5, c. 4-bis della l. n. 38/2010).

Altri profili di incostituzionalità potrebbero essere individuati nella proposta di legge in commento (si rinvia, sul punto, a M. Ronco – D. Menorello, op. cit.). Si confida, tuttavia, che quanto sopra sia sufficiente a dimostrare come l’approvazione di una legge del genere da parte del Consiglio Regionale costituirebbe un’operazione giuridicamente priva di fondamento e destinata al sicuro insuccesso di fronte alla Corte Costituzionale.

 

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California, scatta obbligo scaffali di giocattoli di “genere neutro”

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Il provvedimento non richiede l’eliminazione delle sezioni per maschio o femmina ma solo un’aggiunta. Chi non si adegua sarà soggetto al pagamento di una multa di 250 dollari la prima volta e fino a 500 dollari per le volte successive

 

In California entra in vigore la legge che obbliga i principali rivenditori di giocattoli ad avere una sezione dedicata al “genere neutro”, cioè a chi non si identifica nella tradizionale divisione dei sessi.

In particolare il provvedimento interessa i rivenditori dello Stato con almeno 500 dipendenti e la nuova sezione dovrà avere quella che è stata definita una “reasonable selection”, ossia una scelta ragionevole di giocattoli che possono essere commercializzati per i bambini di entrambi i sessi. La legge fu approvata nel 2021 dopo essere sponsorizzata dal deputato democratico dello stato, Evan Low.

Lo stesso Low fu ispirato da una bambina di 8 anni che chiese “perché un negozio deve dirmi se una maglietta o un giocattolo è per una ragazza?”. “La legge – spiegò Low – aiuterà i bambini ad esprimersi liberamente e senza pregiudizi”.

Il provvedimento non richiede l’eliminazione delle sezioni per maschio o femmina ma solo l’aggiunta di una sezione neutra. Chi non si adegua sarà soggetto al pagamento di una multa di 250 dollari la prima volta e fino a 500 dollari per le volte successive.

Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/california-obbligo-scaffali-giocattoli-genere-neutro_75253804-202402k.shtml?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1Dl2qHLHkokH1U4sBesnaiaC3Nftt70npT4PlgZhOHIQwVP-E1bRH7qQE#Echobox=1704298101

Gender nelle scuole italiane. Cosa è successo nel 2023?

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di Luca Marcolivio

Il 2023 che si è appena chiuso lo ha fatto con decine di casi di progetti educativi a sfondo Lgbt+ segnalati a Pro Vita & Famiglia. Circa 30, per la precisione 28, addirittura quelli eclatanti segnalati nel Dossier di Pro Vita & Famiglia, e che non tengono ovviamente conto dei piccoli e mai conosciuti piccoli progetti o piccole o grandi allusioni al gender e al mondo Lgbt che, purtroppo, possono verificarsi quotidianamente nelle scuole di ogni ordine e grado.

Dei 28 casi, ben 16 si sono verificati in regioni del Nord, 7 in regioni del Centro e – unica nota positiva – soltanto 2 in regioni del Sud. Senza contare due iniziative di scala nazionale, di derivazione ministeriale.

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Non mancano i casi in cui, i progetti di marca arcobaleno vengono intrapresi all’insaputa del preside o del dirigente scolastico o, comunque, contro la volontà di quest’ultimo. Così è avvenuto, lo scorso gennaio, al liceo classico “Ariosto” di Ferrara. In quell’occasione, a margine di un dibattito su «identità sessuale, eteronormatività, binarismo di genere e patriarcato», il presidente di Arcigay Ferrara, Manuela Macario, aveva “arringato” gli studenti, chiedendo loro pubblicamente: «alzatevi in piedi se siete Lgbt+». Una vera forzatura nei confronti di adolescenti ancora fortemente manipolabili, che suscitò, a suo tempo, la reazione di Pro Vita & Famiglia, che espresse solidarietà alla preside.

A febbraio, sempre in Emilia, per la precisione a San Lazzaro (BO), presso l’Itc Enrico Mattei, è stato distribuito un opuscolo che veicolava espressamente l’ideologia gender, dal titolo più che mai eloquente: «Ognun* decide la propria identità di genere autonomamente e questa identificazione può cambiare nel tempo». A denunciarle l’episodio sono stati il capogruppo della Lega a Bologna Matteo Di Benedetto e Alessandro Russo, consigliere leghista a Rastignano, raccogliendo la testimonianza di un genitore che è voluto rimanere anonimo. «Anni fa – commentarono con amara ironica i due politici locali – si diceva che il Gender non esiste, ora viene propagandato nelle scuole spacciato come percorso di educazione civica».

Ben cinque sono state le segnalazioni relative alla carriera alias a scuola. È avvenuto a marzo, a Brescia, dove persino il ministero del Lavoro e l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia si sono fatti promotori di un corso totalmente impregnato di ideologia gender indirizzato ai docenti delle scuole medie, dei licei e di altri istituti secondari di secondo grado. In questa occasione si è parlato di «superamento del binarismo» sessuale, e del «processo di transizione e ricadute sulla scuola, nome di elezione, carriere alias».

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In aprile, a Rimini, presso il Liceo Serpieri è circolato persino un questionario a luci rosse, articolato su domande estremamente imbarazzanti, ai limiti della pornografia; il tutto a supporto di una tesi di laurea in Psicologia e con l’immancabile facoltà di indicare il proprio genere non come femminile o maschile con la “X” di neutro. Tra i morbosi quesiti si chiedeva la frequenza nel guardare i film porno, quali sostanze liquide escono dagli organi sessuali, domande sulle eventuali fantasie erotiche e persino sulla «percezione nell’atto sessuale», E ancora: «Ti senti efficace nel toccare l’altro/a e in quali zone erogene?». Di fronte alle contestazioni dei genitori, il preside del liceo riminese Francesco Tafuro si è difeso asserendo si trattasse di un’iniziativa didattica facoltativa: tesi non condivisa, però, dai politici locali di centrodestra e da un gran numero degli stessi genitori.

Sempre in aprile, stavolta al liceo Grigoletti di Pordenone, la preside Ornella Varin ha comunicato agli studenti che in un piano dell’istituto avrebbero preso forma i «bagni unisex», mentre i servizi degli altri piani avrebbero continuato ad essere «separati per genere», quasi a cercare di imbarazzare meno persone possibili. Se, però, «la novità sarà apprezzata, potremo estenderla», ebbe modo di aggiungere la preside.

Bagni “gender neutral” sono stati adottati anche all’Istituto Comprensivo “Simonetta Salacone” di Roma. Allo scoppio del caso, lo scorso ottobre, fu lo stesso vicepresidente di Pro Vita & Famiglia, Jacopo Coghe, a ricordare che «l’amministrazione scolastica non ha alcun potere di modificare il nome e l’identità sessuale di un individuo. L’Alias è poi già anacronistica – aggiunse Coghe – se pensiamo che paesi un tempo pionieri nella transizione sociale e chirurgica come Paesi Bassi, Belgio, Gran Bretagna e vari stati degli Usa stanno facendo marcia indietro sui protocolli per il cambio di sesso, addirittura chiudendo le cliniche come il Tavistock Center di Londra al centro di un pesante scandalo».

Carriera Alias, infine, anche al Liceo classico Pietro Giannone di Benevento, guidato dalla dirigente Teresa De Vito, dove dallo scorso ottobre, i bagni e gli spogliatoi “gender neutrali” vengono scelti in base al criterio del «genere auto-percepito».

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Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/gender-nelle-scuole-italiane-cosa-e-successo-nel-2023

Verona dice basta alla propaganda gender

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di Angelica La Rosa

L’UNIVERSITÀ DI VERONA E’ DA ANNI OSTAGGIO DELLA PROPAGANDA GENDER E DOMENICA 26/11 LO SARA’ ANCHE CON IL PATROCINIO DELL’AMMINISTRAZIONE TOMMASI; LA VERONA DELLA FAMIGLIA E DELLA TRADIZIONE LANCIA UN PRESIDIO DI PROTESTA DAVANTI ALLA SALA TOMMASOLI (LARGO ZANDONAI H 17)

Domenica 26 novembre la Sala civica “Tommasoli” ospiterà un convegno sui cosiddetti “diritti trans” organizzata dalle note sigle globaliste veronesi con l’intervento di Alessandro Zan e patrocinato dall’amministrazione Tommasi.

Dall’adesione alla rete RE.A.DY. per intascare altri soldi dalla Regione, insieme al Centro di Ricerca sulle Teorie Sessuali, o meglio Centro di Propaganda Anti Famiglia Naturale “Politesse”, l’Università di Verona ospiterà solo l’ultima, in ordine di tempo, attività conferenziale pro LGBQIA+ con il patrocinio del Comune di Verona.

Ma sono anni che l’Ateneo veronese viene letteralmente usato come luogo di propaganda contro la Famiglia Naturale, come se l’attacco incondizionato alla prima ed unica cellula sociale possibile rappresenti una tranquilla variante sesso-culturale, quando invece è mero mezzo di livellamento e di lavaggio del cervello per studenti, loro famiglie e future generazioni che, in un futuro globalista iper sorvegliato, dovranno vivere ad uso e consumo di quel turbo capitalismo senza differenze, e quindi senza consapevolezza, sociale, etnica, politica e… sessuale.

Riguardo ai promotori e partecipanti all’evento, stendendo un velo pietoso sul Circolo Pink, vogliamo parlare di Alessandro Zan che vorrebbe in galera chi predilige la Famiglia Naturale? E di Jacopo Buffolo, prodotto perfetto del radicalismo chic veronese, comunista e pacifista a seconda dei casi? E del Centro di Ricerca sulle Teorie Sessuali “Politesse” che viene definito “mangia sovvenzioni”, come una qualsiasi cooperativa di accoglienza migranti?

Ma al di là dei singoli, la cosa peggiore è che ormai da anni l’Università di Verona, da luogo di studio, di cultura, di formazione e di consapevolezza sociale critica si è trasformata in una macchina di propaganda gender fluid ad uso e consumo di una minoranza sistematicamente odiatrice dell’Identità, dei valori tradizionali e religiosi e del concetto stesso di Famiglia naturale, discriminandola di fatto “al contrario”.

Per questo è stato organizzato per domenica pomeriggio a partire dalle ore 17 un presidio di protesta davanti alla sala che ospiterà questo convegno, senza simboli di partito e al quale tutti potranno aderire, sia come movimenti, sia come associazioni ma anche come singoli cittadini.

 

Aderiscono: 

− Palmarino Zoccatelli, Comitato Veneto Indipendente;

− Roberto Bussinello, Avvocato;

− Vito Comencini, Ex Deputato;

− Stefano Valdegamberi, Consigliere Regionale Veneto;

− Luca Castellini, Vice Segr. Naz. Forza Nuova;

− Riccardo Zanini, Resp. Naz. Lotta Studentesca;

− Francesca Menin;

− Gloria Callarelli, Fahrenheit2022;

− Maurizio Ruggero, Comitato Pasque

− Prof. Davide Lovat di Vicenza, saggista

− Avv. Andrea Sartori, Portavoce Naz. Circolo Christus Rex – Traditio; 

− Paolo Bellavite, già Professore di Patologia Generale a Verona, ricercatore indipendente da giugno 2021;

− Alberto Zelger, ex-candidato sindaco e membro del Comitato esecutivo del XIII World Congress of Families.

Indi è morta

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È un giorno triste.

Al mio risveglio, ho trovato questo messaggio del legale dei genitori di Indi sul mio telefono: Indi è morta.

Sono andato subito ad aprire la chat di Dean, il papà di Indi Gregory, e questo è stato il messaggio che ho trovato:

Potrei essere assopito nel mattino …. ma la vita di Indi è finita alle 01.45. Io e Claire siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna. I servizi sociali e i tribunali non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma le hanno anche tolto la dignità di morire nella casa di famiglia a cui apparteneva. Sono riusciti a prendere il corpo e la dignità di Indi, ma non potranno mai prendere la sua anima. Hanno cercato di sbarazzarsi di Indi senza che nessuno lo sapesse, ma noi ci siamo assicurati che sarebbe stata ricordata per sempre. Sapevo che era speciale fin dal giorno in cui è nata.”

Anche noi come Dean proviamoo profonda vergogna.

Oggi dovremmo tutti provare profonda vergogna nei confronti di una falsa “civiltà” che, per falsa “pietà”, sopprime i più deboli e indifesi.

Ma, soprattutto, proviamo una profonda vergogna per tutte le falsità che in queste ore si stanno scrivendo sul caso della piccola Indi per mistificare la realtà dei fatti e giustificare l’efferatezza disumana dei giudici e del sistema eugenetico inglese.

Per questo ho pensato che fosse necessario fare chiarezza, dedicando una puntata della rubrica Restiamo Liberi al caso della piccola ed eroica Indi, assieme a Simone Pillon, avvocato che ha assistito passo dopo passo la famiglia in questo calvario giuridico.

Matteo, clicca sull’immagine qui sotto per ascoltare la breve puntata in cui con Simone Pillon, legale della famiglia Gregory, facciamo chiarezza sul caso della piccola Indi:

Come avete potuto ascoltare nel VIDEO, Indi è stata uccisa per soffocamento non nel suo interesse – come qualcuno si ostina a dire – ma nell’interesse di un sistema sanitario e legale impregnato di barbara cultura eutanasica.

Un sistema che in maniera cinica e cocciuta ha rifiutato la richiesta del papà e della mamma di poter anche solo sperare nella proposta clinica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Abbiamo tentato tutto il possibile, ma la resistenza ideologica del sistema sanitario e legale britannico è stata più forte.

Indi, sacrificata da questo sistema mortifero, si unisce alla schiera dei piccoli bambini martiri che la sanità e la magistratura inglese ha ritenuto “indegni” di vivere.

Non ho parole sufficienti per esprimere il dolore che provo…

Ma come ho avuto modo di dirti nella mia precedente email, non dobbiamo abbatterci: di fronte alla nascita in cielo della piccola Indi, dobbiamo trovare il coraggio per continuare a credere, a lottare e a dissentire!

Matteo, insieme, continueremo a batterci per contrastare questa folle deriva eutanasica.

E arriverà il momento della vittoria, ne sono certo.

In alto i cuori!

Grazie al Battesimo Indi è salva

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di Cristina Siccardi,

 

Segnalazione Corrispondenza Romana

Chi resta ancorato ai valori eterni inorridisce di fronte a sistemi statali, antichi e moderni, che hanno e continuano ad introdurre modalità differenti per eliminare esseri umani non conformi al potere vigente: ogni epoca ha i suoi carnefici ed oggi assistiamo con orrore ad una legislazione britannica che si accanisce sugli innocenti, condannandoli a morte attraverso appositi protocolli.

Il sistema sanitario inglese è una macchina tirannica, per cui, se non entri all’interno di certi parametri, sei destinato a venire soppresso senza pietà in un contesto ospedaliero. Neppure se i pazienti sono bambini vengono graziati, nonostante gli appelli di richiesta di umanità che di tanto in tanto lanciano alcuni genitori e associazioni che stanno al loro fianco. Mamme e papà, letteralmente sfibrati dalle logoranti battaglie in tribunale, si ritrovano persino a non vedere esaudita la lacerante richiesta di portare a casa la propria creatura, affinché possa morire nel dolce e caldo contesto familiare.

Casi sconosciuti e casi mediatici, come Charlie Gard, Alfie Evans, RS, Archie Battersbee, Sudiksha Thirumalesh, vanno ad accrescere il numero di quei piccoli che vengono periodicamente condannati a morte dall’eutanasia di Stato. Ora è stata la volta di Indi Gregory, per la quale il governo italiano, distinguendosi ancora una volta, come era già accaduto per il caso di Alfie Evans nel 2018, le ha dato la cittadinanza italiana al fine di trasferirla all’Ospedale Bambino Gesù di Roma, che si era proposto per continuare le terapie a cui era sottoposta per curare la sua patologia mitocondriale. Il diabolico protocollo per Indi Gregory predisponeva che la fornitura di ossigeno fosse a tempo determinato, nonché la sospensione delle cure e il divieto di rianimazione in caso di crisi. Così il tribunale inglese ha disposto l’arresto ai trattamenti vitali e sabato 11 novembre è stata trasferita, scortata dalla polizia, dal Queen’s Medical Centre di Nottingham a un vicino hospice, dove è stata gradualmente interrotta la ventilazione assistita e le sono stati somministrati farmaci palliativi per alleviarne le sue sofferenze. L’agonia è durata un giorno e mezzo, terminando all’1:45 (2:45 ora italiana) di lunedì 13 novembre.

Indi è nata il 24 febbraio di quest’anno, nel giorno, “guarda caso”, in cui la Chiesa festeggia sant’Etelberto, re del Kent, che accolse la delegazione di monaci inviata da papa san Gregorio Magno e guidata da sant’Agostino vescovo di Canterbury – entrambi ricordati come apostoli degli Angli –, permettendo così il battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo di migliaia di persone, battesimo a cui si sottopose re Etelberto nel giorno di Pentecoste del 597.

Ebbene, anche l’inglese Indi ha ricevuto il battesimo per volere dei genitori, sebbene non credenti. La Provvidenza ha le sue vie, ed ecco che tale decisione è scaturita da un ragionamento molto preciso e logico di suo papà, Dean Gregory: «Non sono religioso e non sono battezzato. Ma quando ero in tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all’inferno. Ho pensato che se l’inferno esiste, allora deve esistere anche il paradiso. Era come se il diavolo fosse lì. Ho pensato che se esiste il diavolo allora deve esistere Dio. Una volontaria cristiana visitava ogni giorno il reparto di terapia intensiva e mi ha detto che il battesimo ti protegge e ti apre la porta del paradiso. […] Ho visto com’è l’inferno e voglio che Indi vada in paradiso» (https://lanuovabq.it/it/mia-figlia-indi-messa-a-morte-da-un-sistema-diabolico) e l’intenzione è quella che nella famiglia ci siano altri lavacri al fonte battesimale. Indi, grazie al battesimo è salva.

La salvezza, secondo il vocabolario della fede, riguarda quella oltre la vita terrena, ed è la Vita eterna. Insegna sant’Agostino a riguardo proprio del battesimo ricevuto dai bambini: «Se dunque si può dimostrare che siamo morti al peccato per il fatto che siamo stati battezzati nella morte di Cristo, certamente anche gli infanti che vengono battezzati in Cristo muoiono al peccato, perché vengono battezzati nella morte di lui. Senz’esclusione di nessuno, infatti, Paolo dice: Noi tutti che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte (Rm 6, 3). Perciò lo dice per dimostrare che noi siamo morti al peccato. E a quale peccato muoiono gli infanti, rinascendo, se non a quello che contrassero nascendo? Perciò riguarda anche loro ciò che l’Apostolo soggiunge: Infatti siamo sepolti insieme con lui, per il battesimo, nella morte, affinché come Cristo risorse dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in una nuova vita. […] gustate le cose di lassù, non quelle della terra: siete infatti morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 1-3)».

Il battesimo ha spalancato le porte del Paradiso alla piccola vittima della crudeltà laica dei “diritti umani”. San Tommaso spiega che il peccato originale è un «peccato di natura» (peccatum naturae); è un peccato contratto e non commesso (uno stato, non un atto). È il peccato di una persona (peccatum personae) solo nella misura in cui questa persona riceve la natura decaduta (natura corrupta) dei primi parentes (Adamo ed Eva). In virtù della sua appartenenza alla specie umana nella discendenza di Adamo, ogni essere umano eredita una disposizione disordinata della sua natura umana, che proviene dalla dissoluzione dell’armonia della giustizia e della santità originali.

La conseguenza propria del peccato originale è la privazione della visione di Dio, pertanto è necessaria la grazia per essere purificati dal peccato originale e per essere elevati alla comunione con Dio, così da poter entrare nella vita eterna e godere della visione di Dio. Ciò implica, per ogni essere umano, la necessità della redenzione per mezzo di Cristo. Da qui discende direttamente l’esigenza di battezzare i bambini al fine di procurare loro la remissione del peccato originale per ottenere la vita eterna. Ecco perché la Chiesa ante Concilio Vaticano II invitava tutti caldamente ad amministrare al più presto, attraverso il ministro di Dio, il sacramento del battesimo ai neonati, senza aspettare troppi giorni, perché, nell’ipotesi che fossero morti, essi potessero entrare comunque nella beatitudine eterna.

L’insegnamento tomista sostiene che il battesimo è conferito al bambino sia per liberarlo dal peccato originale, sia per procurargli la vita divina, ovvero l’incorporazione a Cristo attraverso il dono dello Spirito Santo, spalancandogli l’accesso alla vita eterna. Se è vero che i bambini hanno ereditato il peccato originale, scrive San Tommaso, «a maggior ragione (multo magis) essi possono ricevere la grazia da Cristo per regnare nella vita eterna» (Summa theologiae III, q. 68, a. 9, corpus). Precisa san Tommaso d’Aquino: «I bambini non sono capaci di un moto di libero arbitrio, perciò Dio li muove verso la giustizia con la sola ‘informazione’ della loro anima. E ciò non può compiersi senza il sacramento: così come il peccato originale, dal quale essi sono purificati, non li ha feriti per loro volontà ma per la loro origine carnale; allo stesso modo, attraverso la rigenerazione spirituale, la grazia in essi proviene da Cristo» (Summa theologiae I-II, q. 113, a. 3, ad 1). Il battesimo dei bambini manifesta in maniera eminente la misericordia/giustizia della Santissima Trinità, che offre mezzi certi di salvezza anche ai lattanti, i quali non possono ancora cooperare all’accoglimento della grazia che li rende partecipi della vita divina. Tale misericordia/giustizia offre quindi mezzi certi anche a chi, come l’innocente Indi di 9 mesi, viene giustiziato nell’esilio di questo mondo dagli aguzzini contemporanei, che vestono i camici dell’eutanasia.

 

Articolo completo: https://www.corrispondenzaromana.it/grazie-al-battesimo-indi-e-salva/

 

Hanno ammazzato la piccola Indi

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Maria Pia Baccari Vari
già professore ordinario di Diritto romano

Per i giudici inglesi la piccola Indi Gregory di otto mesi deve morire. In proposito, su un quotidiano, è apparsa un’intervista a uno studioso di Filosofia del diritto, allievo della gloriosa scuola di Sergio Cotta, che è stato molti anni membro e poi presidente del Comitato nazionale di bioetica. Il prof. D’Avack non solo condivide la decisione, ma addirittura aggiunge: “non stiamo salvando una bambina da una guerra o da una pericolosa epidemia, ma vogliamo strapparla a uno degli ospedali pediatrici migliori del mondo, dove eccellenti medici hanno decretato che tenerla in vita attaccata a delle macchine è disumano”. Aggiunge D’Avack: “Questa è la vera pietas. Non l’atto ipocrita di un governo che in otto minuti dà la cittadinanza italiana a una bambina inglese che nel suo Paese ha tutte le cure possibili”. Anche l’utilizzo di pietas, a ben vedere è errato e fuorviante: il termine indica il rispetto, sentimento religioso, amore, affetto, fedeltà, senso del dovere, la devozione verso gli dei: tutto ciò che comporta l’adoperarsi per salvare vite e sicuramente non eliminarle.

La esemplare decisione del Consiglio dei Ministri di dare la cittadinanza italiana per portare in Italia la piccola Indi addirittura per lo studioso “sarebbe stato un atto di vero accanimento terapeutico”.

In realtà, a essere iniqua è la decisione del giudice inglese. A quanto risulta dalle notizie di stampa il giudice, Robert Peel, ha respinto anche l’appello con cui la famiglia chiedeva almeno di poter portare la piccola a casa per farla spirare tra i suoi cari.

Viene proclamata una vera e propria sentenza che porta alla morte. Vorrei chiedere al professore D’Avack: “ma uccidere è umano?” D’altronde anche in Francia il presidente Macron vuole far riconoscere tra i diritti dell’uomo l’aborto.

Mi sembra siano violate le norme riconducibili alla protezione e alla indisponibilità della vita, ai principi elementari di diritto naturale, principi “non negoziabili”, alla autodeterminazione dei genitori.

Arturo Carlo Jemolo alla fine degli anni ’40, diceva: «la famiglia appare sempre … come un’isola che il mare del diritto può lambire soltanto … la famiglia è la rocca sull’onda, ed il granito che costituisce la sua base appartiene al mondo degli affetti, agl’istinti primi, alla morale, alla religione, non al mondo del diritto», aggiungendo che la legislazione ordinamentale non può penetrarvi senza il rischio di travolgerla. Ed è proprio così: uno Stato deve aiutare, proteggere difendere la vita, sostenere la famiglia e non eliminare alcuni membri della stessa.

Pro Vita: 22.000 firme contro il gender nella sanità pubblica

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Segnalazione di Jacopo Coghe

missione compiuta!

Venerdì scorso, forte del tuo sostegno e di quello di migliaia di cittadini che hanno firmato la nostra petizione, mi sono recato presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Posso dirti con orgoglio che il tuo messaggio ha raggiunto chi di dovere: ho personalmente consegnato più di 22.000 firme contro il gender nella sanità pubblica direttamente nelle mani del nuovo presidente entrante dell’ISS, Rocco Bellantone.

Vuoi sapere più nel dettaglio com’è andata? Clicca sul video qui sotto:

C’è un fatto importante che devo condividere con te: Bellantone non era a conoscenza delle linee guida LGBTQ promosse dal suo predecessore Silvio Brusaferro…

Grazie alla campagna di Pro Vita & Famiglia e ai 22.000 cittadini che hanno firmato la nostra petizione, ora Bellantone ne è consapevole.

Matteo, questo dimostra quanto sia importante la tua firma e la nostra azione congiunta quando ci uniamo per una causa comune.

Ma ancora non è tempo di festeggiare, perché nonostante questo importante traguardo, non possiamo ancora dichiarare vittoria.

Il nostro prossimo obiettivo sarà quello di mettere al corrente delle linee guida anche il Ministro della Salute, Orazio Schillaci. 

Dobbiamo assicurarci che il Ministero della Salute organizzi il prima possibile un tavolo di discussione. Questo dovrebbe avvenire in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale sulla Medicina di Genere e l’ISS, con l’obiettivo principale di ritirare le linee guida LGBTQ.

È essenziale per noi assicurarci che l’ISS non indirizzi i minori più fragili e vulnerabili nelle braccia ideologiche delle associazioni arcobaleno, proprio come indicato nelle sue attuali linee guida.

Matteo, il tuo aiuto sarà fondamentale per raggiungere anche il Ministro della Salute. Conto su di te!

E ricorda: la tua voce, insieme a quella di migliaia di altri, sta davvero facendo la differenza.

In alto i cuori,

Jacopo Coghe
Portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus

P.S. hai già condiviso il video della nostra azione all’Istituto Superiore di Sanità? Se non lo hai ancora fatto, per favore Matteo, CLICCA QUI per aprire il video e per condividerlo su tutte le tue piattaforme social (Facebook, Instagram, Telegram, Twitter [X]) con tutti i tuoi contatti. Grazie!

Maternità surrogata, morte del genitore biologico e trascrizione automatica dell’atto di nascita

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di Mauro Paladini

 

Una discutibile decisione del Tribunale di Milano.

  1. Il caso

Il problema del riconoscimento in Italia dello status di genitori, ottenuto all’estero mediante la pratica di surrogazione di maternità, si è recentemente posto in un caso deciso dal Tribunale di Milano, particolarmente interessante sia per la peculiarità della fattispecie sia per la soluzione a cui i Giudici pervengono. Si trattava di una surrogazione di maternità realizzata negli Stati Uniti da una coppia di uomini, l’uno cittadino italiano e l’altro con doppia cittadinanza italiana e statunitense, che aveva contratto matrimonio a New York e aveva successivamente trascritto nel Comune italiano di residenza tale matrimonio come unione civile, in seguito all’entrata in vigore della legge n. 76/2016.

Il minore veniva registrato in Italia come figlio del solo cittadino italiano, posto che soltanto nei confronti di quest’ultimo sussisteva il legame biologico. Tuttavia, il genitore biologico decedeva nel 2022. Su ricorso dei genitori del defunto e con il consenso della sorella, il Giudice Tutelare di Milano nominava tutore il c.d. genitore intenzionale, il quale proponeva successivamente ricorso al Tribunale per ottenere la rettifica dell’atto di nascita del minore, sulla base del certificato di nascita americano recante la doppia paternità, deducendo l’illegittimità e la contrarietà all’interesse del minore dell’originaria trascrizione nella parte in cui non riportava l’indicazione anche del “genitore d’intenzione”.

Il Tribunale di Milano si è pronunziato con il Decreto 24/4/2023 n. 562, accogliendo il ricorso e ordinando all’Ufficiale di Stato Civile di trascrivere integralmente nei registri dello stato civile l’atto di nascita del minore con l’indicazione quale genitore anche del genitore “intenzionale” ricorrente.

  • Il diritto vivente in punto di adozione in casi particolari del nato da surrogazione di maternità.

Com’è noto – esaminando il problema del riconoscimento dell’atto di nascita formato all’estero in Stati in cui la maternità surrogata è ritenuta lecita – le Sezioni Unite n. 38162 del 2022[1] hanno escluso che il rapporto di genitorialità possa essere automaticamente riconosciuto nei confronti del genitore privo di alcun legame biologico col minore, posto che la surrogazione di maternità è “una pratica che offende in modo intollerabile la dignità della donnae mina nel profondo le relazioni umane”[2] e deve ritenersi, pertanto, contraria all’ordine pubblico.

Nonostante affermazioni così nette, tuttavia, le SU n. 38162/22 hanno confermato il precedente orientamento[3] per cui il rapporto di filiazione col genitore non biologico può essere comunque costituito col procedimento di adozione in casi particolari, ai sensi dell’art. 44, lett. d), legge n. 184/83. È vero, infatti, che la disciplina dell’adozione in casi particolari richiede, ai fini del perfezionamento della procedura, l’assenso del genitore biologico (art. 46, legge n. 184 del 1983) il quale potrebbe non prestarlo in situazioni di sopravvenuta crisi della coppia, ma occorre tuttavia considerare – avverte la Suprema Corte – che, qualora l’assenso sia negato, il tribunale, sentiti gli interessati, su istanza dell’adottante può, ove ritenga il rifiuto ingiustificato o contrario all’interesse dell’adottando, pronunciare ugualmente l’adozione.

Secondo questa interpretazione, è possibile, quindi, superare il dato letterale della norma dell’art. 46 (che parrebbe attribuire rilevanza ostativa al dissenso del genitore biologico), affidando al giudice la soluzione del contrasto tra genitore biologico e genitore intenzionale, mediante la valutazione in concreto dell’interesse del minore. Il rifiuto dell’assenso all’adozione da parte del genitore biologico può essere ragionevole, quindi – ad avviso della Suprema Corte – soltanto in casi eccezionali, ad esempio nell’ipotesi in cui il richiedente non abbia intrattenuto alcun rapporto di affetto e di cura nei confronti del nato, oppure abbia partecipato solo al progetto di procreazione ma abbia poi abbandonato il partner e il minore.

In definitiva, pur negando del tutto correttamente la trascrizione automatica dell’atto di nascita formato all’estero, la decisione delle Sezioni Unite spalanca le porte all’instaurazione del rapporto genitoriale col genitore non biologico attraverso un’interpretazione metaletterale delle norme sull’adozione in casi particolari, che finirà col rendere in concreto marginale l’eventualità che tale rapporto non venga riconosciuto dai tribunali.

Anche la recente pronuncia della CEDU del 31 agosto 2023[4] – emessa in una vicenda di maternità surrogata compiuta da cittadini italiani, ai quali era stata successivamente negata la trascrizione dell’atto di nascita sia nei confronti del padre biologico sia della “aspirante” madre – ha sostanzialmente avallato la soluzione delle Sezioni Unite, affermando che, da una parte, l’art. 8 della Convenzione richiede che il diritto interno preveda la possibilità di riconoscimento del rapporto giuridico tra il bambino e il padre biologico, ma che, invece, rispetto al c.d. genitore intenzionale la scelta dei mezzi con cui consentire il riconoscimento del rapporto giuridico con l’aspirante genitore rientra nella discrezionalità degli Stati. La Convenzione non impone, quindi, alcun riconoscimento automatico del rapporto genitoriale con colui che sia privo di vincolo biologico; di conseguenza, la via dell’adozione particolare – indicata dalla giurisprudenza italiana – non viola alcun diritto né del nato né dell’aspirante genitore.

  • La decisione del Tribunale di Milano.

Orbene, nel descritto contesto normativo e giurisprudenziale, il Tribunale di Milano – dopo aver riportato ampi passaggi della motivazione delle Sezioni Unite n. 38162 del 2022 ed aver preso atto, quindi, del “diritto vivente” relativo alla necessità di instaurare un procedimento di adozione in casi particolari (ex art. 44, lett. d, legge n. 184/83) per la costituzione dello status filiationis col genitore non biologico – ritiene che, nel caso in esame, l’impossibilità di ottenere il consenso del genitore biologico, a causa della sua prematura morte, consenta di pervenire direttamente alla trascrizione integrale dell’atto di nascita formato all’estero. In altri termini, l’impossibilità di ottenere il consenso del genitore biologico deceduto consente al genitore non biologico di aggirare il procedimento adottivo e di ottenere la trascrizione diretta dell’atto di nascita formatosi all’estero.

Non potrebbe il consenso – afferma il Tribunale – essere manifestato dagli eredi del genitore deceduto, posto che “il consenso/dissenso è un diritto personalissimo che non può certo trovare equipollenti nel consenso degli eredi del genitore defunto e che non può, peraltro, neppure essere desunto dal solo consenso originariamente prestato al percorso procreativo di maternità surrogata che potrebbe anche prescindere da un successivo progetto di condivisione di vita e di crescita di quel minore”. Di conseguenza, il Tribunale trae dall’impossibilità di espressione del consenso del genitore nell’ambito del procedimento adozione la conseguenza della stessa inutilità del procedimento di adozione e dell’ammissibilità della trascrizione diretta dell’atto di nascita.

Si tratta di una conclusione, tuttavia, per molti aspetti criticabile.

a) Anzitutto, il Tribunale di Milano non tiene conto del dettato normativo dell’art. 46, comma 2, ultima parte, legge n. 184 del 1983, che prevede che «…Parimenti il tribunale può pronunciare l’adozione quando è impossibile ottenere l’assenso per incapacità o irreperibilità delle persone chiamate ad esprimerlo»: sebbene la nozione di morte sia diversa da quella di incapacità, sarebbe assai meno avulsa dal dato normativo un’interpretazione dell’art. 46 che estendesse il concetto di “incapacità” a quello di “impossibilità”, in modo da ricomprendere anche l’estrema ipotesi della morte del genitore. D’altra parte, si è sopra illustrato come le Sezioni Unite, nel riconoscere il sindacato del giudice in caso di dissenso ingiustificato del genitore biologico, abbiano adottato un’interpretazione dell’art. 46 tutt’altro che letterale e conforme alle originarie intenzioni del legislatore.

b) In secondo luogo, la soluzione del Tribunale di Milano finisce col disporre la trascrizione diretta dell’atto di nascita, senza sindacato in ordine all’interesse del minore, proprio nell’ipotesi in cui, stante la mancanza fisica del genitore biologico, tale sindacato dovrebbe essere più approfondito nella direzione della verifica del progetto genitoriale, dell’avvenuta instaurazione della relazione affettiva e della sussistenza, in definitiva, dell’interesse del minore all’instaurazione del rapporto di filiazione.

c) Inoltre, la trascrizione diretta dell’atto di nascita è proprio quell’esito che – secondo i principi affermati da SU n. 38162 del 2022 – è contraria all’ordine pubblico, sicché non si comprende la ragione per cui, in nome dell’interesse del minore, nella situazione di maggiore fragilità di quest’ultimo, l’opzione interpretativa sia proprio quella categoricamente “bocciata” dalle Sezioni Unite[5].

d) Infine, non può non notarsi il paradosso logico della decisione del Tribunale di Milano. Infatti, il dissenso eventualmente espresso dal genitore biologico può essere oggetto di valutazione da parte del giudice, il quale, in funzione dell’interesse del minore, può addivenire a una decisione difforme dalla volontà del genitore biologico; al contrario, ove tale consenso o dissenso non possa essere espresso, si prescinde completamente da ogni valutazione e si conclude aprioristicamente per la conformità all’interesse del minore (il quale, altrimenti – si legge nel decreto – “resterebbe allo stato privo di genitori, di fatto orfano”) dell’automatica costituzione del rapporto genitoriale col genitore “d’intenzione”.

e) Nella parte finale della pronuncia si nota, peraltro, una sorta di aperto dissenso nei confronti di tale intervento nomofilattico, poiché il Tribunale espressamente afferma una “condizione di vuoto normativo”, negata invece dai Supremi Giudici, e si conclude la motivazione definendo la trascrizione dell’atto di nascita straniero «l’unica modalità di approntare, anche alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale, una risposta che assicuri al minore nato da maternità surrogata una posizione di tutela dei propri diritti costituzionali di figlio non deteriore rispetto ai diritti della donna gestante e dell’adottato che, nell’attuale contesto normativo, non può che essergli assicurato se non con la trascrizione dell’atto di nascita».

In definitiva, una decisione non soltanto discutibile sul piano dell’itinerario logico-giuridico, ma chiaramente ostile al diritto vivente, così come, a torto o a ragione, configurato dalla giurisprudenza di legittimità, e che dimostra la necessità che il legislatore sancisca limiti ancor più netti, per contenere e respingere la pratica della maternità surrogata, di cui non si sottolineano mai abbastanza gli aspetti della mercificazione e dello sfruttamento economico del corpo umano e, di conseguenza, la grave violazione dei diritti fondamentali della donna e del bambino.

 

Articolo completo: Maternità surrogata, morte del genitore biologico e trascrizione automatica dell’atto di nascita (centrostudilivatino.it)

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