Transfobia, il nuovo psicoreato

di Giuliano Guzzo

Non serve che si arrivi all’approvazione del ddl Zan, il cui destino parlamentare dopo la giornata di ieri – con voci critiche arrivate da Italia Viva – appare incerto, per sapere come funzioni la condanna della discriminazione transfobica: ce lo dice già l’esperienza internazionale, con decine di casi di denunce, censure accademiche, minacce di licenziamento, premi ritirati. Le cose che colpiscono sono soprattutto due: la prima è che l’accusa di transfobia precede una eventuale condanna giudiziaria ma basta – e avanza – a rovinare la reputazione, la seconda è che a farne le spese è, spesso, la libertà di pensiero di figure laiche. Anzi, laicissime.

Si prenda Richard Dawkins, celebre ateo autore di saggi stampo evoluzionistico. A lui l’Associazione Atei Americani h revocato il premio «Ateo dell’Anno» – assegnatogli nel 1996 – perché su Twitter ha scritto che, biologicamente, la donna trans non è tale, e che impiega il pronome femminile per mera «cortesia». Rischia di andar peggio a Donna M. Hughes, nome storico del femminismo Usa, la cui cattedra alla University of Rhode Island è in bilico dopo che, sul sito femminista 4W, lo scorso 28 febbraio, ha criticato «la fantasia transessuale, ossia la convinzione che una persona possa cambiare il proprio sesso, da maschio a femmina o da femmina a maschio».

Nonostante sia un mito del femminismo, l’ateneo, pur non licenziandola, ha scaricato la Hughes con una nota secca: «L’Università non supporta dichiarazioni e pubblicazioni della professoressa Donna Hughes che sposano prospettive anti-transgender». Non si può definire un bigotto neppure lo psicologo gay James Caspian. Eppure Caspian è arrivato a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dopo che la Bath Spa University – con la scusa che ciò sarebbe andato «a scapito della reputazione dell’Istituzione» – gli ha impedito di portare a termine uno studio sui casi di transgender pentiti, decisi a tornare al sesso originario. Una denuncia non l’ha fatta ma subita, invece, una politica norvegese rea di aver detto l’ovvio.

Sì, perché la parlamentare Jenny Klinge ha semplicemente affermato che «solo le donne possono partorire», e per questo è stata segnalata alle autorità. Alla base della denuncia, ha spiegato la femminista Marina Terragni, una nuova legge che, riconoscendo l’identità di genere, fa sì che si possa essere nate donne ma percepirsi maschi; ne consegue come l’affermazione della Klinge ricada nella casistica del misgendering, configurandosi come crimine d’odio. Un crimine che si supponga abbia commesso anche l’americano Jack Phillips, che non è un picchiatore neonazista ma un semplice pasticciere del Colorado che impasta i suoi dolci con l’etica.

Per questo, dopo che nel 2012, s’era rifiutato di preparare una torta per un matrimonio gay – quello di Charlie Craig e David Mullins – è stato denunciato. Il suo caso è finito alla Corte Suprema che, nel 2018, gli ha dato ragione. Solo che Phillips, non ha ancora terminato la sua odissea, dato che è stato nuovamente denunciato. Stavolta tutto è iniziato, o meglio ricominciato, dopo che nel giugno 2017 un avvocato, Autumn Scardina, aveva ordinato una torta con interni rosa e esterni blu per celebrare il suo compleanno e il settimo anniversario della sua transizione da maschio a femmina. Phillips si è rifiutato di preparare il dolce trans ed è partita la nuova causa. La sua libertà di lavorare conformemente a dei valori, evidentemente, dà fastidio.

La sorte peggiore, però, è probabilmente quella toccata a Rob Hoogland, padre «transfobico» che in Canada è finito addirittura dietro le sbarre per aver «offeso» la figlia adolescente appellandola col pronome «lei», incurante del fatto che l’interessata si consideri, appunto, transgender. Riepilogando, una volta che in un Paese la «transfobia» diventa un canone morale oltre che giuridico, non si salva nessuno. Che si sia semplici pasticcieri e padri di famiglia, oppure femministe, scrittori atei e perfino studiosi gay, non fa differenza: se sostieni la differenza tra maschi e femmine, sei finito. Sarebbe bello sapere da Luciana Littizzero, Fedez e vip vari pro ddl Zan che ne pensano, di questa spaventosa lista di vittime del bavaglio transofilo.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/04/22/transfobia-il-nuovo-psicoreato/

Utero in affitto diventa proposta di legge

 

Roma, 14 nov – Pressing sull’utero in affitto: dopo la finta priorità del Ddl Zan, arriva un’altra proposta di legge che va a tutelare gli interessi di pochi con il paravento delle donne malate.

Utero in affitto, la proposta di legge 

Sulla proposta di legge che vuole normare la pratica dell’utero in affitto ha lavorato la bergamasca Guia Termini, passato nelle fila del M5S (poi espulsa) in tandem con l’Associazione Luca Coscioni, nota per le sue battaglie a favore dell’eutanasia. Come ben sappiamo in Italia (per ora … ) la maternità surrogata è vietata dalla  40 del 2004. Per questo molte coppie omosessuali, o per meglio dire, quelle che se lo possono permettere, si rivolgono all’estero poiché in alcuni Paesi è legale o non espressamente vietata. Questa pratica ha permesso, ad esempio, ad una coppia omosessuale di vedere entrambi i genitori riconosciuti dalla Cassazione tramite una “scappatoia“: il bimbo, infatti, era nato negli Usa.

“Legalizzare la pratica”

“La legge 40 del 2004, con i suoi inopportuni divieti, è uno dei più grandi errori commessi dal legislatore italiano – spiega Termini – È ora di alzare la voce contro la criminalizzazione di chi ricorre alla gda. Per questo ho deciso di depositare una proposta per la legalizzazione della maternità surrogata solidale, frutto del prezioso lavoro dell’ Associazione Luca Coscioni con giuristi, esperti e associazioni insieme per le libertà civili e la salute riproduttiva”.

Ma chi sarebbero i veri beneficiari?

La proposta di legge sull’utero in affitto, maternità surrogata o gravidanza per altri che dir si voglia viene spinta senza menzionare mai chi ne usufruirebbe maggiormente, ovvero le coppie gay. La Termini si spertica a parlare di donne rese sterili dal cancro o patologie congenite, ma il suo discorso, come era inevitabile, arriva invocare “un istituto che garantisca pienamente il supremo interesse dei bambini delle famiglie omogenitoriali”. Insomma, un cavallo di Troia.

Tra i firmatari anche Fratoianni

“Questo lavoro mira a predisporre una legge finalizzata ad evitare che coppie o persone singole siano esposte ai rischi spesso connessi alle pratiche ‘low cost’ o che mettano le persone nella condizione di cercare e affidarsi a intermediari non autorizzati e con dubbia credibilità”: insomma, secondo la ex grillina, se uno va all’estero per affittare un utero attraverso mezzi e/o organizzazioni poco serie è lo Stato italiano a dover normalizzare una pratica quantomeno controversa. Tra i firmatari della prposta di legge, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni ed Elisa Siragusa.

La proposta Carfagna / Meloni

E pensare che Mara Carfagna e Giorgia Meloni hanno presentato alla Commissione Giustizia un articolo che vorrebbe modificare la la legge 40 del 2004 per rendere più agevole alle Procure l’agire contro chi ricorre a questo mezzo, anche quando l’intera pratica viene “sbrigata” all’estero. Poiché si parla di bambini e non di bruscolini, è logico andarci col pugno di ferro coi furbetti che mettono a rischio il benessere di un nascituro pur di bypassare le leggi italiane. Se le coppie omogenitoriali o chi per loro vogliono portare avanti una battaglia che ritengono di civiltà per il bene “collettivo” non avrebbero dovuto aggirare la legge italiana per poi sottoporre i giudici e le commissioni ad un ricatto. E usare le donne malate o sterili come paravento per favorire le coppie omossessuali  è ipocrita e violento tanto quanto la pratica dell’utero in affitto.

Ilaria Paoletti

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/utero-in-affitto-diventa-proposta-di-legge-in-italia-norma-liberticida-189553

Cure domiciliari, un primo passo del Parlamento

 

Il Senato ha approvato con 212 sì (2 no e 2 astenuti) un ordine del giorno con primo firmatario il leghista Romeo che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli per le cure domiciliari dei pazienti con Covid-19. Si chiede di superare la logica della “vigile attesa” e tenere conto dell’esperienza sul campo dei medici con l’uso di farmaci già esistenti. Un primo passo, che va oltre la strategia vaccinocentrica.

Ogni tanto ci è concessa la grazia anche di qualche buona notizia. È stato approvato dal Senato, con 212 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astensioni, un ordine del giorno, a prima firma Massimiliano Romeo, presidente del gruppo della Lega a Palazzo Madama, che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli e le linee guida per le cure domiciliari dei pazienti Covid-19, tenendo conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo.

Finalmente si comincia a parlare in modo serio di cure e non solo di prevenzione vaccinale. Finalmente la politica è giunta alla conclusione – come si legge nel documento approvato – «per cui una corretta gestione dei pazienti affetti da Covid-19 presuppone, da un lato, l’immediata adozione delle cure maggiormente idonee e specifiche per il singolo individuo, dall’altro, l’esigenza di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso». Per questo, secondo il documento approvato in Senato, «appare necessario, alla luce delle esperienze sul territorio, superare la previsione della “vigile attesa” prevedendo l’aggiornamento dei protocolli e delle linee guida dando la possibilità̀ per i medici di prescrivere i farmaci ritenuti più̀ opportuni tenuto conto del singolo caso, nel quadro delle indicazioni della comunità̀ scientifica validate dagli organi preposti».

Interessante anche il fatto che nel citato documento si riconosca espressamente «un ruolo cruciale ai membri della famiglia o ai conviventi del paziente», e si identifichi «la casa come luogo primario di cura» e quale «punto cardine di una nuova visione della medicina di prossimità̀ che attenua il senso di allontanamento e di perdita delle relazioni quotidiane e apporta una dimensione non solo farmacologica ma anche relazionale al trattamento sanitario».

L’ordine del giorno approvato al Senato ha anche il merito di rimediare all’assenza di linee guida aggiornate e univoche volte a fornire protocolli generali di cura domiciliare dei pazienti Covid-19, circostanza che ha fatto registrare «sul territorio nazionale rilevanti diversificazioni tra i protocolli sanitari regionali».

Il Senato ha quindi impegnato il Governo ad attuare un’azione articolata in cinque punti. Primo, «aggiornare, per il tramite dell’Istituto Superiore di Sanità, Agenas ed AIFA, i protocolli e linee guida per la presa in carico domiciliare da parte di MMG, PLS e medici del territorio, dei pazienti COVID-19 tenuto conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo». Secondo, «istituire un Tavolo di monitoraggio ministeriale, in cui siano rappresentate tutte le professionalità̀ coinvolte nei percorsi di assistenza territoriale, vista la crescente complessità̀ gestionale e la necessità di armonizzare e sistematizzare tutte le azioni in campo». Terzo, «attivare, per una efficace gestione del decorso, fin dalla diagnosi, interventi che coinvolgano tutto il personale presente sul territorio in grado di fornire assistenza sanitaria, accompagnamento socio-sanitario e sostegno familiare». Quarto,  «attivarsi affinché́ le diverse esperienze e dati clinici raccolti dai Servizi Sanitari Regionali confluiscano in un protocollo unico nazionale di gestione domiciliare del paziente Covid-19». Quinto e ultimo punto, «affiancare all’implementazione del protocollo nazionale per la presa in carico domiciliare dei pazienti Covid-19 un piano di potenziamento delle forniture di dispositivi di telemedicina idonei ad assicurare un adeguato e costante monitoraggio dei parametri clinici dei pazienti».

Si sta finalmente andando verso quella direzione più volte coraggiosamente indicata da alcuni medici, e formalizzata in un interessante documento intitolato La gestione dei pazienti COVID-19 in ambito domiciliare, redatto l’1 aprile 2021 e contenente alcuni indirizzi operativi proposti dal gruppo di lavoro promosso da Luca Coletto, capo del dipartimento Sanità della Lega. Finalmente si può parlare di cure. Si può parlare di farmaci. Si può parlare di vitamina D, di prebiotici, di N-acetilcisteina, di ASA, di idrossiclorochina, di corticosteroidi, di antibiotici, di eparine a basso peso molecolare, senza essere tacciati di negazionismo.

Forse la medicina, ovvero l’antica τέχνη (téchne) istituita da Ippocrate nel V secolo a.C., ha ritrovato la propria originaria e fondamentale finalità: quella della θεραπεία (therapèia), della cura. Piuttosto che pensare ad un’eventuale prevenzione attraverso controversi vaccini sperimentali, dalle incalcolabili prospettive di guadagno per le case produttrici. Si tratta, infatti, del maggior business di tutta la storia dell’umanità. Questa è l’unica cosa su cui tutti, negazionisti e non, concordano.

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https://lanuovabq.it/it/cure-domiciliari-un-primo-passo-del-parlamento

Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

Il disegno di legge Zan contro l’omofobia, già approvato dalla Camera, non entra ancora nel calendario del Senato. L’ufficio di presidenza della commissione Giustizia ha deciso, “all’unanimità di chiedere” al presidente del Senato la “riassegnazione del provvedimento” per accorparlo ad altri 4 testi già presentati a palazzo Madama.

Lo ha spiegato il presidente Andrea Ostellari (Lega) al termine della riunione. “Non mi pare ci siano più scuse dopo questo passaggio” ha osservato il vicepresidente del gruppo Pd, Franco Mirabelli che auspica si possa realizzare “già fra oggi e domani, per arrivare di nuovo in ufficio di presidenza la prossima settimana”.

E ancora: “ci siamo impegnati per discutere nel merito evitando ogni scivolata ideologica”, ha aggiunto. “Siamo sicuri che il presidente della commissione sarà garante dei lavori”, ha sottolineato la vicepresidente Dem di palazzo Madama, Anna Rossomando.

Il Movimento 5 stelle fa “molto affidamento sulla sensibilità del presidente del Senato che ha sempre dimostrato il suo impegno nel contrastare la violenza contro le donne e il ddl Zan prevede il contrasto alla misoginia”, ha detto Alessandra Maiorino. Il centrodestra “ha anticipato che rimarrà fermo sulla sua posizione”, ha spiegato la vicepresidente della commissione, Elvira Evangelista, e dunque per la non calendarizzazione.

Il senatore della Lega, Simone Pillon, ha notato che il disegno di legge Zan “è un testo ideologico e come tale va considerato”. Ci sono, ha esemplificato, “i nostri bambini che rischiano su Tik Tok di essere vittime di giochi che portano al suicido o a lesioni e questo sì rappresenta un vuoto normativo da colmare”, non altre questioni che sono già coperte dalla legge.

Ddl Zan, Salvini: “Violenza e discriminazione sono già reato”

“Ognuno è libero di amare chi vuole, di condividere la sua vita, la sua casa, le sue emozioni con chi vuole, di fare l’amore e di svegliarsi al fianco di chi desidera. Chi discrimina una persona per il suo orientamento sessuale o affettivo e’ un ignorante. Ogni tipo di discriminazione o di violenza, nei confronti di chiunque, va sempre punita e combattuta, come già la legge giustamente prevede. Ad esempio, nel 2009 a Napoli un ragazzo gay e una sua amica furono barbaramente picchiati e i colpevoli sono stati condannati a 10 anni di carcere ciascuno, ricevendo il plauso di molte associazioni, fra cui l’Arcigay”. Lo afferma, in una nota, il leader della Lega Matteo Salvini.

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Il Ddl Zan slitta ancora, la Lega ottiene l’ennesimo rinvio in Senato: ecco chi si schiera contro e chi a favore

Regime Lgbt: il pazzesco arresto di un padre in Canada

Rob Hoogland è stata negata la libertà su cauzione la scorsa settimana dalla Corte Suprema di Vancouver. Resterà nel centro di custodia cautelare di North Fraser, dove risiede ormai da oltre dieci giorni. Hoogland è un papà che da due anni vive rimbalzando da una corte all’altra, e oggi è in galera per essersi rifiutato di collaborare, in alcun modo, alla “transizione” della figlia, non ancora adolescente, da femmina a maschio, sotto spinta della scuola e della “clinica di genere”.

È stato arrestato anche perché si è rifiutato di rivolgersi alla figlia con pronomi maschili, al contrario di quanto la corte gl’imponeva. E per aver continuato, nonostante gli fosse stato impedito, la battaglia per difendere la sua bambina. Hoogland ha combattuto finché ha potuto in difesa del suo diritto di padre per avere voce in capitolo sulla terapia ormonale che cambia la vita, fisica e psicologica, di un minore senza il consenso dei genitori. Bisogna ricordare che le procedure che mirano alla riassegnazione del sesso biologico comprendono l’assunzione di particolari sostanze che bloccano la pubertà e il bombardamento a base di ormoni cross-sex, ovvero che caratterizzano il sesso opposto.

L’odissea di un padre senza diritti

Tutto inizia più o meno nel 2018. In Canada c’è una ragazzina di 12 anni cui il consulente scolastico inizia a raccontare che starebbe meglio da maschio. Ci sono delle strade, le racconta. Il bombardamento ormonale è una di queste. Essere transgender potrebbe essere la soluzione più facile, dirò alla scuola di rivolgersi a te, da oggi in poi, come se fossi un maschio. Aggiunge il consulente. La mamma è d’accordo. Il papà decisamente no. E allora inizia l’odissea di Rob Hoogland, che non riesce a capire come tutt’intorno ritengano normale che l’adolescente si senta “un ragazzo intrappolato nel corpo di una ragazza” e che una terapia di ormoni non troppo testata e dagli effetti collaterali gravi e dannosi possa essere la strada giusta. Rob non ha voluto firmare il modulo di consenso informato nel quale è chiaramente indicato che la “terapia” (da quale malattia tocca guarire?!) potrebbe portare a varie complicazioni di salute, tra cui un alto rischio di malattie cardiache, ictus, diabete, infertilità oltre a una crescita malsana delle ossa.

Per la clinica di genere al BC Children’s Hospital, l’Infants Act sostiene che un minorenne è abbastanza “maturo” da dare il consenso a ricevere quel tipo di “assistenza sanitaria”, pertanto c’è poco da discutere. Gli attivisti del mondo transgender possono così giocare con la vita di bambini suggestionabili e insicuri per convincerli che una “transizione” sia la strada per la felicità e saltando a piè pari il consenso di genitori e tutori legali.

Anche il carcere per il gentiore non collaborativo

Nel caso di Hoogland, i tribunali canadesi si sono ripetutamente schierati con l’ospedale e hanno acconsentito al trattamento ormonale. Per completare questa operazione di violento imbavagliamento della volontà e dell’autorità paterna, il tribunale ha severamente proibito a questo papà di rilasciare dichiarazioni pubbliche in questo senso e di discutere il caso con i media. Gli è stato poi impedito di parlare con la figlia, di usare nome e pronomi al femminile. Un giudice ha anche dichiarato che le interviste ai media del signor Hoogland nelle quali diceva che “il dna della bambina non cambierà attraverso queste esperienze”, sono da considerarsi “violenza domestica”.

Un riesame della Corte d’appello della Columbia Britannica, nel 2020, si è pronunciato contro tali posizioni, riconoscendo che non ci fossero prove perché il signor Hoogland fosse condannabile per il tentativo di dissuadere la figlia. E che semplicemente si era davanti al caso di un papà “profondamente in disaccordo su importanti questioni relative alla genitorialità e alle cure mediche”. La sua richiesta di bloccare la transizione, tuttavia, è stata respinta. Il governo del Canada ha stabilito, pertanto, che se un genitore non collabora né condivide la decisione del figlio minorenne di sottoporsi a un’operazione di cambio di sesso dovrà essere sanzionato, fino al carcere.

Dittatura gender

Una delle motivazioni che il giudice ha allegato alla decisione definitiva è stata che il papà si è persino rifiutato di rimuovere un sito per donazioni in cui, spiegando la sua situazione, chiedeva aiuto economico per sostenere le spese legali a cui era costretto. Quell’appello, per la Corte, è stato un’apparente violazione dell’ordine di bavaglio. Una storia giudiziaria che insegna che la vera priorità è l’affermazione della teoria gender, anche a discapito della patria potestà e del diritto dei genitori ad educare i figli come vogliono. In Canada ormai la legge considera i genitori come potenziali nemici della libertà dei figli. Per cui se la famiglia vìola la libertà sessuale o religiosa dei figli può essere segnalata ai servizi sociali. E conseguente inferno giudiziario, oltre che libertà violata.

È chiaro che in questo modo a decidere non sono davvero i più piccoli, non essendo ancora in grado di comprendere la conseguenza di determinate decisioni, ma lo Stato. Il diritto naturale aveva sempre dato, fino ad oggi, questo potere decisionale alla famiglia, ritenendola intrinsecamente più facilmente spinta ad agire per il bene del figlio e non di altri interessi. E invece oggi, che mamma e papà sono considerati una minaccia, specie se contrari al pensiero dominante, si può addirittura arrivare all’arresto di un genitore che si oppone a una violenza come quella della somministrazione al figlio degli ormoni incrociati, e nonostante sia messa in dubbio da sempre più scienziati, medici, giudici e persino genitori e cavie pentiti (e disperati!).

Il governo del Canada ha stabilito che se un genitore non collabora con la decisione del figlio minorenne di sottoporsi a un’operazione di cambio di sesso dovrà essere sanzionato fino al carcere. Il grande Leviatano che nei suoi tentacoli ingloba persino i figli, strappandoli senza pietà, all’amore e al discernimento sacrosanti dei loro genitori, sta vincendo.

Lorenza Fomicola, 1°aprile 2021

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Regime Lgbt: il pazzesco arresto di un padre in Canada

Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

DI GIULIANO GUZZO

Sei convinto che una legge contro l’omotransfobia non serva o sia pericolosa? Non dovresti neppure esser rappresentato in Parlamento. É il tollerantissimo pensiero – pensiero, che parolone – espresso su Instagram da Elodie Di Patrizi, per gli amici Elodie, a proposito della rappresentanza politica leghista, a suo dire indegna in quanto contraria al provvedimento: «Questa gente non dovrebbe essere in Parlamento. Questa gente è omotransfobica».

Maledizione, però. Anni passati a scervellarsi per uno straccio di definizione di omotransfobia – i promotori della relativa legge son sempre rimasti sul vago, mica scemi, per lasciar poi mano libera ai giudici d’«interpretare» -, quando bastava rivolgersi ai filosofi licenziati da quell’inarrivabile accademia di Amici di Maria De Filippi. Ora però che l’arcano è svelato (sei omotransfobico se solo non esulti adorante davanti al ddl Zan), diteci pure che questa legge è urgente, bellissima, meravigliosa.

Ma non potete però più raccontarci, cari menestrelli della cultura dominante, che si tratta di una norma che garantisce la libertà di pensiero. Perché non è così e perché siete voi stessi, Elodie docet, a dir il contrario, spiegando che noi – persuasi che il matrimonio sia quello tra uomo e donna, che l’utero in affitto sia barbarie e che tra maschi e femmine vi sono differenze che nessuna pioggia ormonale può annullare – non dovremmo manco sedere nelle istituzioni. Rassicurateci quindi pure sulla legge bavaglio, prego. Tanto non la beviamo più.

DA

Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

Vaccino, obbligo per i sanitari? Il giurista Mattei: E’ incostituzionale

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Mattei: il primo a non promulgare la legge dovrebbe essere Mattarella. Obbligo incostituzionale. Il vaccino è sperimentale e non si conoscono tutti gli effetti

di Antonio Amorosi

Fonti ministeriali sostengono che il premier Mario Draghi abbia intenzione di adottare una norma ad hoc per rendere obbligatoria la vaccinazione del personale sanitario italiano. Palazzo Chigi starebbe coinvolgendo il ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia per verificare se è possibile giuridicamente. Nei giorni scorsi la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha invocato l’obbligatorietà. Abbiamo chiesto un parere al professor Ugo Mattei, socio ordinario della International Academy of Comparative Law e membro del comitato esecutivo della American Society of Comparative Law di diritto civile e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, professore di diritto internazionale e comparato all’Hastings College of the Law dell’Università della California a San Francisco, di diritto civile all’Università di Torino e per due volte patrocinatore di un

referendum presso la Corte Costituzionale italiana.

Nel mio modo di vedere l’obbligo non è costituzionale perché i vaccini sono ancora in fase sperimentale e non si conosce con ragionevole certezza scientifica l’impatto verso l’esterno.

Nel caso il governo aprisse uno scenario del genere che cosa accadrebbe?

Le ripeto, se il governo rendesse obbligatorio il vaccino per il personale sanitario, in queste condizioni di oggi, secondo me sarebbe incostituzionale e sarebbe incostituzionale per due ragioni fondamentali: primo, perché si tratta ancora di terapie sperimentali e non si conoscono ancora tutti gli effetti; secondo, perché non è noto quanto la vaccinazione effettivamente impatti su terzi, cioè se il vaccinato sia ancora contagioso oppure no

Chiarissimo, abbiamo anche scritto diversi articoli su questo tema… Continua a leggere

Cavie per legge. Considerazioni sull’obbligatorietà del vaccino Covid-19 – Gianfranco Amato, Paolo Gulisano

 

Esiste la possibilità di imporre obbligatoriamente una vaccinazione contro il Covid-19? A questa domanda rispondono il dott. Prof. Paolo Gulisano, epidemiologo, e l’avv. Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita. In questo breve saggio, quasi una sorta di vademecum, i due autori spiegano perché non è possibile somministrare, senza il consenso degli interessati, i vaccini Covid-19 finora immessi nel mercato.

DA

https://www.mondadoristore.it/Cavie-legge-Considerazioni-Gianfranco-Amato-Paolo-Gulisano/eai979122032578/

Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

 

In mancanza di una legislazione specifica, volta ad obbligare alcune categorie di lavoratori a vaccinarsi, il datore di lavoro deve rispettare il diritto alla privacy dei lavoratori e non può acquisire informazioni sulla salute o sullo stato vaccinale. Questo vale anche per la scuola e pertanto il Dirigente scolastico non ha il potere di pretendere dal personale neppure informazioni circa la disponibilità a vaccinarsi.

1. L’avvio delle vaccinazioni Covid suscita interrogativi in materia di privacy. A metà febbraio, a Pordenone, diversi docenti hanno manifestato dissenso sulla procedura adottata dai Dirigenti scolastici di acquisire le adesioni alla vaccinazione da parte del personale docente e amministrativo, da trasmettere alle Asl competenti: la richiesta che è parsa in contrasto con la normativa a tutela dei dati personali. Per questo è stata portata all’attenzione del Garante privacy, peraltro già in parte intervenuto sull’argomento, pubblicando delle Faq esplicative, alcune delle quali proprio in merito al rapporto di lavoro e al trattamento dei dati personali dei dipendenti pubblici o privati in tempo di pandemia.

Già nelle Faq del mese di febbraio 2021 il Garante aveva infatti chiarito che il datore di lavoro “non può chiedere ai propri dipendenti di fornire informazioni sul proprio stato vaccinale o copia dei documenti che comprovino l’avvenuta vaccinazione anti Covid-19”, in quanto “ciò non è consentito dalle disposizioni dell’emergenza e dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il datore di lavoro non può ritenersi autorizzato a fare diversamente neppure in presenza del consenso dei lavoratori, dal momento che ‒ secondo la normativa vigente, e in particolare di quanto previsto dal considerando n. 43 del GDPR ‒ il consenso non è una valida condizione di liceità del trattamento dei dati personali in ragione – sempre per il Garante ‒ “dello squilibrio del rapporto fra titolare e interessato nel contesto lavorativo”.

La questione di Pordenone si inserisce in quella più ampia del bilanciamento fra interesse pubblico alla salute e interesse privato alla riservatezza, e offre l’occasione per riflettere anche alla luce della condivisibile posizione dal Garante. L’Autorità preposta alla salvaguardia dei dati personali ha infatti ribadito, anche nell’affrontare il tema dei “pass vaccinali”, che è necessario un intervento del legislatore conforme ai principi in materia di protezione della privacy (fra cui quelli di proporzionalità e minimizzazione dei dati), volto a realizzare quel bilanciamento di cui si è detto fra l’interesse pubblico e l’interesse individuale. “I dati relativi allo stato vaccinale” – ha osservato il Garante ‒ “sono dati particolarmente delicati e un loro trattamento non corretto può determinare conseguenze gravissime per la vita e i diritti fondamentali delle persone: conseguenze che, nel caso di specie, possono tradursi in discriminazioni, violazioni e compressioni illegittime di libertà costituzionali”.

2. La gestione dell’emergenza sanitaria impone l’adozione di tutte le cautele necessarie per contrastare la diffusione del virus, ma questo non può tradursi nella violazione dei dati personali dei lavoratori. Se da una parte, ai sensi dell’art. 2087 cod. civ. il datore di lavoro deve garantire la sicurezza dei luoghi ove viene prestata l’attività da parte dei dipendenti, adottando tutte le misure necessarie “a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”, è altrettanto vero che ai sensi dell’art. 20 del D.Lgs n. 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro è fatto obbligo a tutti i lavoratori di “prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro”: ma ciò non autorizza i datori di lavoro, in assenza di una legge che lo consenta, a raccogliere dati sulla salute dei lavoratori.

Sul punto il Garante privacy, in un comunicato stampa dello scorso 2 marzo, ha osservato che “i datori di lavoro devono astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa”. Questo compito non spetta infatti al datore di lavoro, in quanto “la finalità di prevenzione dalla diffusione del Coronavirus deve essere svolta da soggetti che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato”.

Come è stato chiarito dal Ministero della Salute, al momento non vi è l’obbligatorietà della vaccinazione, e non sono state neppure previste per legge categorie di lavoratori obbligati a vaccinarsi in ragione del potenziale maggior rischio di contagio che possono correre. Questo vale anche per il settore della scuola.

Daniele Onori e Daniela Bianchini

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Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

La battaglia per l’aborto infiamma San Marino

l femminismo degli anni ’70 si è risvegliato oggi a San Marino, dove sta conducendo una battaglia per introdurre l’aborto. Ma dentro questa si combatte una battaglia a colpi di letteratura: all’antiabortista Pasolini viene contrapposto l’abortista Italo Calvino, con un suo articolo. Che però stava rispondendo a un articolo di Claudio Magris (siamo nel 1975), che qui vi riproponiamo.
– GLI SBAGLIATI, di Claudio Magris
– ECCO QUANTE VITE SALVATE CON LA PREGHIERA, di Giuliano Guzzo

Nella Serenissima Repubblica di San Marino, che ama definirsi con orgoglio “Terra della libertà”, divampa la polemica sulla legalizzazione dell’aborto. Sì, perché nel piccolo stato arroccato sul Monte Titano l’aborto è illegale. Una rarissima ed encomiabile eccezione in tutto il Vecchio Continente, seguita solo da Malta e Città del Vaticano.
Gli articoli 153 e 154 del Codice Penale sanmarinese condannano con la reclusione da tre a sei anni ogni donna che abortisce, ogni persona che la aiuta e che procura l’aborto. L’interruzione di gravidanza non è consentita nemmeno in caso di stupro, incesto o malformazione del feto, mentre gli aborti procurati per salvare la vita alla madre sono generalmente permessi per il principio di necessità, nonostante non vi siano esplicite eccezioni nella legge.

Il 22 marzo 2019 è stato presentato un progetto di legge d’iniziativa popolare sulla “procreazione cosciente e responsabile e sull’interruzione volontaria della gravidanza” che ha raccolto 469 firme. I promotori di tale iniziativa hanno deciso che sia ormai giunto il tempo di discutere la questione ed hanno alzato i toni della polemica. Tra costoro spicca l’Unione Donne Sanmarinesi, un comitato dal sapore vetero-femminista e decisamente abortista. Basta leggere lo statuto per ritrovare gli arnesi arrugginiti del movimento femminista d’antan. Si parla, infatti, di «contrastare il patriarcato e ridisegnare le forme dell’ordine sociale senza gerarchie fra i generi», di «interruzione volontaria di gravidanza legale e sicura», di «emancipazione dei singoli da contesti familiari e religiosi opprimenti e discriminatori», di «libertà di autodeterminazione e di scelta di ogni persona sulle questioni fondamentali della propria esistenza». Roba da anni Settanta, tipo «l’utero è mio e lo gestisco io». Per queste asserite progressiste le lancette dell’orologio si sono fermate a quarant’anni fa.

A difendere coraggiosamente le ragioni della vita a San Marino c’è un sacerdote cattolico. Si tratta di don Gabriele Mangiarotti, direttore di CulturaCattolica.it, che non perde occasione per intervenire sulla stampa e in televisione, cercando di contrastare la deriva ideologica abortista. Lo fa con intelligenza, adducendo anche ragioni di carattere razionale e citando personaggi insospettabili come, ad esempio, Pier Paolo Pasolini ed il suo celebre editoriale pubblicato dal “Corriere della Sera” il 19 gennaio 1975, intitolato Sono contro l’aborto.

Don Mangiarotti, per il suo impavido coraggio, resta ovviamente il bersaglio preferito dell’Unione Donne Sanmarinesi, le quali hanno risposto alla sua provocazione su Pasolini, citando la lettera che Italo Calvino scrisse in risposta ad un articolo di Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati” e pubblicato dal “Corriere della Sera” il 3 febbraio 1975, in cui l’intellettuale triestino si opponeva all’aborto difendendo la dignità dell’essere umano fino dal concepimento.

In realtà quella risposta di Calvino – che trasuda un ingiustificato livore ideologico – è diventata una sorta di manifesto degli abortisti,  ed è diffusissima in tutta la Rete Internet. Dal sito dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti, al sito del movimento femminista “Se non ora quando”, passando per un’infinità di altre pagine web. Invece, dell’articolo di Claudio Magris, che in realtà ha originato la posizione di Calvino, non vi è la minima traccia. Impossibile reperirne su Internet una citazione, un passo, una frase o anche solo una parola. Censura, o meglio, damnatio memoriae.

Bene, noi pensiamo sia giunto il momento di porre in essere un’operazione verità e sfidare la censura citando l’articolo di Claudio Magris. Leggendolo, si capisce perché l’ideologia dominante abbia voluto tenerlo nell’ombra, e si capisce anche la reazione stizzita con cui Calvino, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, chiuse la sua replica: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».

Per questo abbiamo deciso di rendere disponibile la lettura integrale dell’articolo Gli sbagliati di Claudio Magris. Un testo da meditare e ancora di un’attualità tragicamente sconcertante rispetto al 1975. Attualità che la dice lunga sulla misteriosa e pervicace ostinazione dell’uomo ad autodistruggersi.

DA

https://lanuovabq.it/it/la-battaglia-per-laborto-infiamma-san-marino

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