USA e Polonia, due trionfi pro-life (e qualche ombra)

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

Nuova vittoria legale pro-life negli Stati Uniti. La multinazionale dell’aborto, Planned Parenthood ha abbandonato la battaglia legale scatenata contro la più grande città americana, quella di Lubbock, nel Texas: qui pertanto i bambini non nati continueranno ad essere tutelati da una specifica ordinanza, votata a schiacciante maggioranza nel giugno scorso dalla popolazione. Un’ordinanza, che vieta letteralmente l’aborto, redatta oltre tutto in una forma blindata, a prova di tribunale. In cosa consiste? Nel ritenere i piccoli nel grembo materno qual sono ovvero esseri umani preziosi, che meritano protezione da parte della legge. Per questo entro i confini urbani gli aborti sono stati proibiti con relative, precise conseguenze legali per qualunque trasgressore. Unica eccezione, quando la vita della madre sia in pericolo. Nessuna penalizzazione, invece, per le donne, che si sottopongano all’aborto.

Sostanzialmente l’ordinanza rende chiunque compia l’aborto e quanti lo abbiano assistito «responsabile di illecito civile nei confronti di un familiare o parente sopravvissuto del nascituro abortito, compresi la madre, il padre, i nonni, i fratelli o i fratellastri» del bimbo non nato. Ciò significa citare in giudizio i pro-choice e trascinarli in tribunale.

L’impianto della norma ha un’applicazione privata, non avendo né la città di Lubbock in quanto tale, né i suoi amministratori alcun ruolo nella sua esecutività, ed un’applicazione pubblica, che prevede invece vere e proprie multe contro chi pratichi aborti e chi li assista entro i confini urbani.

In effetti, dopo un primo ricorso già respinto, Planned Parenthood si è resa conto che anche l’appello non avrebbe incontrato migliore fortuna presso la magistratura, per cui ha ritenuto opportuno abbandonare il campo. La stessa cosa fece l’anno scorso anche un’altra organizzazione analoga, l’Aclu-American Civil Liberties Union, intuendo di non aver alcun margine di spuntarla. Anche per questo si tratta di una vittoria storica, in quanto è la prima scampata alla prova dei tribunali dai tempi della famigerata sentenza Roe vs. Wade del 1973. Ad oggi oltre 40 città hanno approvato ordinanze analoghe ed altre stanno attrezzandosi, per fare altrettanto.

Il Texas si conferma così lo Stato più amico della vita di tutti gli Usa: qui è già in vigore da tempo anche la nota «legge sul battito cardiaco», che vieta gli aborti dopo la ventesima settimana di gravidanza.

Buone notizie anche dall’Europa, dalla Polonia in particolare, grazie ad una nuova iniziativa varata per incoraggiare le giovani coppie ad avere figli. Il ministro del Lavoro, della Famiglia e delle Politiche Sociali, Marlena Malag, è al lavoro, per varare una nuova, coraggiosa politica pro-family e garantire così ai genitori un migliore impiego, un migliore alloggio e sostegni finanziari, sperando di innalzare ulteriormente il tasso di natalità ad un livello almeno sostenibile, contrastando un progressivo, preoccupante innalzarsi del tasso d’invecchiamento della popolazione. Già col nuovo anno è partito un nuovo regime di assegni familiari supplementari, assegnando alle famiglie 2.610 euro per ogni bambino dopo il primogenito tra i 12 ed i 36 mesi.

Decisioni importanti, anche perché, qualora non vi fosse un’importante inversione di tendenza, entro i prossimi trent’anni la Polonia perderebbe altri 4 milioni di abitanti.

Tra le ombre, invece, figura la maxi-donazione da oltre 350 milioni di dollari, stanziati negli ultimi cinque anni dalla Fondazione Hp, per promuovere l’aborto. Secondo una delle tre figlie del defunto David Packard, co-fondatore dell’azienda tecnologica Hewlett-Packard, ciò corrisponderebbe alle sue disposizioni, lasciate prima di morire nel 1996, in quanto preoccupato dai «tassi di natalità alle stelle» e deciso a sostenere il «controllo della popolazione»: un’ideologia maltushiana da tempo sconfessata dai fatti, ma responsabile dell’eliminazione di milioni di bambini non nati e, purtroppo, mai nati.A livello di “guerriglia pro-choice” si colloca la ripicca di un ristoratore di Washington, che ha letteralmente cancellato la prenotazione di un pranzo, dopo aver scoperto ch’era stato organizzato da una sigla pro-life in occasione della recente Marcia per la Vita americana, svoltasi nella capitale lo scorso 21 gennaio. L’obiettivo dei promotori era quello di raccogliere fondi a sostegno dei candidati antiabortisti, in occasione delle prossime elezioni americane. Saputolo, il titolare del locale ha restituito loro la caparra e negato gli spazi, benché nessuna norma imponga restrizioni in tal senso. Si noti che quello stesso ristorante, in passato, era stato più volte concesso a Planned Parenthood, per organizzare i propri eventi. Si tratta di un’autentica discriminazione, che v’è da sperare non resti impunita.

DA

Usa e Polonia, due trionfi pro-life (e qualche ombra)

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema di “suicidio assistito”

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PREMESSA: l’articolo è interessante e le critiche sono condivisibili. Il problema di fondo è che la rivista La Civiltà Cattolica e i gesuiti sono conciliari, quindi appartengono alla religione nata col Conciliabolo Vaticano II, che non fu un Concilio della Chiesa ma, appunto, un conciliabolo della Contro-Chiesa, che occupa i Sacri Palazzi. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Ha fatto molto parlare di sé l’articolo dal titolo La discussione parlamentare sul ‘suicidio assistito’ a firma di padre Carlo Casalone apparso sull’ultimo numero della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica (Quaderno 4114, a. 2022, vol. I, pp. 143-156). L’articolo è problematico per più motivi, che in questa sede non possiamo analizzare in modo esaustivo, ma in primis perché appoggia il varo della proposta di legge dal titolo Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. Ma procediamo con ordine esaminando gli aspetti più critici di questo articolo.

Casalone innanzitutto giudica positivamente la legge 219/2017: «Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti». Dopo aver elencato le condotte legittimate dalla legge, Casalone conclude: «Il combinato disposto di questi elementi convalida la differenza, etica e giuridica, tra “lasciar morire” e “far morire”: il quadro delineato permette di operare rimanendo al di qua della soglia che distingue il primo dal secondo». Dunque secondo il gesuita la legge 219 non permetterebbe l’eutanasia. Ma le cose non stanno così. La legge permette la pratica dell’eutanasia omissiva e commissiva. In merito a quest’ultima tipologia la legge consente l’interruzione di terapie salvavita e di mezzi di sostentamento vitale quali l’idratazione e l’alimentazione assistite (tralasciamo qui per motivi di spazio la quaestio se tali mezzi possano configurare terapie, perché nulla muterebbe sul piano morale). Dunque consente l’uccisione di una persona innocente.

Passiamo ad un altro passo problematico dell’articolo: «Come la sentenza n. 242/2019, il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni». La sentenza a cui fa cenno Casalone è quella pronunciata dalla Corte costituzionale che ha legittimato l’aiuto al suicidio in presenza di alcune condizioni. L’attuale progetto di legge (Pdl) ricalca da vicino la struttura di questa sentenza. Ora c’è da dire che sia la sentenza che il Pdl attribuiscono un diritto all’aiuto al suicidio, non una mera facoltà. Sia la sentenza che la legge prevedono la necessaria e quindi doverosa realizzazione di alcune condotte in capo ai medici al verificarsi di alcune condizioni. Però nella sentenza, a differenza del Pdl, i medici possono astenersi dall’assumere queste condotte eccependo l’obiezione di coscienza: «Quanto, infine – si legge nella sentenza – al tema dell’obiezione di coscienza del personale sanitario, vale osservare che la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato» (un altro errore dell’articolo è ritenere che nella sentenza non vi fosse presente l’obiezione di coscienza). Dunque se è presente l’obiezione di coscienza vuol dire che esiste, parallelamente, un obbligo verso cui eccepire questo istituto, altrimenti non avrebbe senso obiettare se, a monte, non ci fosse un dovere. E se c’è un dovere di eseguire X, vuol dire che in capo al paziente esiste un corrispettivo diritto di esigere X, diritto che se non verrà soddisfatto dal medico obiettore dovrà comunque essere soddisfatto da qualche altro medico. Dunque, come già accennato, sia nella sentenza che nel Pdl esiste il dovere di attuare la richiesta di assistenza al suicidio da parte del paziente, ma nella sentenza il medico può ricorrere all’obiezione di coscienza, nella legge non è presente questa possibilità. Ma anche laddove verrà inserita, l’aiuto al suicidio rimarrà comunque un diritto da riconoscersi in capo al paziente e la struttura ospedaliera dovrà trovare un medico non obiettore per soddisfare l’esercizio di questo diritto.

Veniamo ora ad un altro passo, forse il più significativo, che merita di essere censurato (tralasciandone altri, tra cui una sezione in cui pare fondarsi l’illeceità morale del suicidio in primis sul concetto di relazione, come se la persona originasse la sua dignità dalla relazione con gli altri). L’articolo così continua: «Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti. La valutazione di una legge dello Stato esige di considerare un insieme complesso di elementi in ordine al bene comune, come ricorda papa Francesco: “In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”». Dunque da una parte Casalone precisa che la ratio della legge è incompatibile con la dottrina cattolica, ma su altro fronte pare qualificarla come male minore frutto di un compromesso tra visioni differenti in senso alla società: un doveroso punto di equilibrio dato che viviamo in una società pluralista.

Perché male minore? Quali mali maggiori eviteremmo votando questa legge? Casalone ne indica più di uno. Il primo riguarderebbe un appoggio al referendum radicale sull’omicidio del consenziente: «La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questo PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. […] L’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo». Il ragionamento (erroneo) è il seguente: affossiamo questa legge e verrà approvato il referendum radicale sull’omicidio del consenziente. Se invece l’appoggiamo, nel nostro ordinamento chi vorrà morire userà del suicidio assistito e non sentirà il bisogno di avere anche una legge sull’omicidio del consenziente. Le cose non stanno così. Innanzitutto si danno casi in cui la persona non può fisicamente darsi la morte (v. i tetraplegici) e quindi, per morire, chiederebbe che qualcuno la uccida (omicidio del consenziente). In secondo luogo e in modo più pregnante, appoggiare una legge sul suicidio assistito significa appoggiare anche una futura legge di matrice referendaria sull’omicidio del consenziente, perché la ratio è la medesima. Dire sì all’aiuto al suicidio significa dire sì alla possibilità di uccidere l’innocente, così come avviene nell’omicidio del consenziente. In altri termini, varare una legge sul suicidio assistito significa accettare il principio di disponibilità della vita. Accettato questo principio non si vede il motivo di rifiutare una legge sull’omicidio del consenziente che configurerebbe solo una diversa modalità di applicazione di questo stesso principio. In estrema sintesi: se sei a favore dell’aiuto al suicidio favorisci l’omicidio del consenziente.

Una breve riflessione su questa frase appena citata: “si possa cercare di renderla [la legge] meno problematica modificandone i termini più dannosi”. Una norma che legittima l’aiuto al suicidio sarebbe una norma intrinsecamente malvagia e mai potrebbe essere votata, perché legge ingiusta. Non è lecito votare una legge ingiusta – anche nel caso fosse “meno problematica [rispetto ad una versione precedente] modificandone i termini più dannosi” – perché votare a favore significa approvare e mai si può approvare l’ingiustizia, mai si può approvare il male, seppur minore, perché è comunque un male (sul punto mi permetto di rimandare a T. ScandroglioLegge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis, Palermo, 2020, testo in cui si analizza anche il n. 73 dell’Evangelium vitae, numero che erroneamente si chiama in causa in casi come questi per legittimare il voto ad una legge ingiusta).

Casalone poi così prosegue: “Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave”. Tradotto: votare una legge meno ingiusta di un’altra, ossia votare una legge sul suicidio assistito meno iniqua rispetto a quella attualmente in esame in Parlamento, è atto di tolleranza. Errato: la tolleranza significa non volere direttamente un certo effetto – anche provocato da terzi – quindi sopportarlo, subirlo. Votare a favore di una legge ingiusta all’opposto significa volere direttamente questa legge ingiusta. Io posso lecitamente tollerare il male compiuto da un altro per un bene maggiore – ad esempio per evitare danni più gravi – ma quando sono io a compiere il male, seppur minore, è errato usare il verbo tollerare. Se uccido un innocente per salvarne 100, io non tollero l’assassinio di quella persona, io voglio l’assassinio di quella persona.

L’articolo di La Civiltà cattolica poi aggiunge: “Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle «leggi imperfette», impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato”. Non comprendiamo esattamente a cosa l’autore dell’articolo si riferisca quando collega l’espressione “leggi imperfette” all’aborto procurato, ma, nonostante ciò, possiamo dire che la locuzione “leggi imperfette” è spendibile solo per le leggi giuste che possono essere più giuste, ossia per le leggi perfettibili. La gradualità della perfezione è predicabile solo nell’ambito del bene, non del male. Una legge meno ingiusta di un’altra non è una legge migliore di un’altra, ma meno peggiore, non è una legge con un maggior grado di perfezione, non è una legge imperfetta.

Casalone così prosegue: «Per chi si trova in Parlamento, poi, occorre tener conto che, per un verso, sostenere questa legge corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo». L’illeceità del votare a favore questa legge prima di risiedere nella collaborazione formale all’aiuto al suicidio – la legge diviene strumento per compiere questa azione intrinsecamente malvagia – risiede nel voto stesso: votare a favore significa approvare e mai è lecito approvare l’ingiustizia.

L’articolo così continua: «Per altro verso, le condizioni culturali a livello internazionale spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici da presidiare con sapiente tenacia». Quindi un altro motivo per approvare questa legge sarebbe quello di giocare d’anticipo: in giro per il mondo alcuni Paesi hanno approvato o stanno approvando leggi sul suicidio gravemente ingiuste, noi facciamoci furbi e, votando una legge meno ingiusta, anticipiamo chi, qui in Italia, vorrebbe imitarli. In parole povere, compiamo noi oggi il male minore per evitare che altri compiano domani un male maggiore. Ma anche in questo caso vale un principio di base della morale naturale già ricordato: non si può compiere il male minore per evitare un male maggiore, perché pur sempre di male si tratta. Non si può compiere il male a fin di bene. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Agire diversamente significherebbe scadere nell’utilitarismo, nel proporzionalismo.

Infine così il padre gesuita chiude l’articolo: «La latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, ci pare che non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge». Un ulteriore danno che l’approvazione della legge permetterebbe di schivare sarebbe quello del vulnus alla credibilità delle istituzioni. In questo caso, addirittura il principio di proporzione proprio dell’utilitarismo non sarebbe rispettato: metteremmo sul piatto della bilancia le vite delle persone uccise con l’aiuto al suicidio e sull’altro piatto della bilancia la credibilità delle istituzioni. Persino il vero utilitarista non potrebbe che riconoscere che le vite umane valgono più della credibilità delle istituzioni.

In conclusione, l’articolo de La Civiltà Cattolica risulta gravemente erroneo sul piano dei principi della morale naturale e cattolica apparendo antitetico all’insegnamento del Magistero in tema di eutanasia e manifesta una ignoranza o perlomeno una pessima interpretazione delle sentenze e delle leggi richiamate nel medesimo articolo.

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema
di “suicidio assistito”

Sanremo: ecco l’ospite ‘Gender’

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Segnalazione di Toni Brandi

“Sono una madre di 3 figli che segue Sanremo, ho letto che quest’anno salirà sul palco un uomo travestito da donna… non lo conosco e volevo sapere da voi se è un modo per diffondere l’ideologia Gender e Lgbt. Voglio proteggere i miei figli! Grazie, Maria S.

Sì, visti i precedenti c’è il reale pericolo che il Festival di Sanremo si trasformi nell’ennesima occasione per fare propaganda ideologica Gender e LGBT, approfittando della presenza davanti alla tv di milioni di famiglie coi loro bambini.

Rcordi quando i cantanti mostrarono il nastro arcobaleno per sostenere il Ddl Cirinnà sulle unioni civili e i baci gay di Achille Lauro? Per non parlare della blasfema sceneggiata di Fiorello con la ‘corona di spine’!

Amadeus ha invitato sul palco l’attore Gianluca Gori, che si traveste da donna per interpretare “Drusilla Foer”, una signora di terza età dal fare aristocratico un po’ snob.

Una performance artistica contro cui – sia chiaro – non abbiamo nulla: viva lo spettacolo, viva l’arte (ma nei limiti della decenza…).

Ecco il pericolo:

Gianluca Gori ha già “usato” il personaggio di Drusilla Foer per promuovere e sostenere le battaglie LGBT come ‘matrimoni’ e adozioni gay e il Ddl Zan, che voleva mettere a tacere Pro Vita & Famiglia e che il Pd vuole rilanciare nel 2022.

Quindi, il pericolo che Sanremo 2022 si trasformi nell’ennesimo escamotage per diffondere messaggi politici ideologici e dannosi è REALE.

Perciò ti chiedo di firmare: Sanremo non si trasformi, ancora, in un megafono pro Gender e LGBT [firma ora cliccando qui]

Per sessant’anni non mi sono mai interrogato sulla mia identità sessuale

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di Marcello De Angelis

Fonte: Marcello De Angelis

Per sessant’anni non mi sono mai interrogato sulla mia identità sessuale.
Non perché abbia delle limitazioni mentali ritengo, ma semplicemente perché non mi è mai venuto in mente.
Rileggendo di recente un bel libro di Ivan Illich intitolato Gender (che non ha nulla a che fare con la teoria “gender” ed è stato scritto molto prima che non so quale ispirato genio abbia prodotto detta teoria) ho scoperto che il termine “eterosessuale” non esisteva prima del XIX secolo e venne coniato in Inghilterra al tempo dei processi contro gli omosessuali (v. Oscar Wilde): definendo penalmente l’omosessualità, all’interno del dibattito legale fu paradossalmente “necessario” codificare anche l’alternativa opposta…
Oggi, leggendo la presentazione di un film sul canale Disney, ho scoperto che la definizione eterosessuale ora, per decisione dei soliti ignoti, è stata sostituita dal termine “cisgender”.
Ci ho messo un po’ per elaborarla. La descrizione del film dice che “un cataclisma decima tutti gli esseri con cromosoma Y tranne un uomo cisgender…” una formula oggettivamente cervellotica.
Quindi, prima di tutto mi sono dovuto rinfrescare la memoria su cosa fosse il cromosoma Y, poi ragionare su cosa accidenti fosse “un uomo cisgender”…
Mi sono ricordato che ai tempi della scuola si parlava di territori cisalpini e transalpini, il che mi ha portato a collocare il termine cisgender all’opposto di transgender e così alla fine ho capito… cisgender vuol dire che non hai cambiato genere…
Ma quindi semplicemente che sei rimasto così come sei nato???
Quindi che necessità c’è di questa definizione? Forse è di eliminare un dato oggettivo mettendo sullo stesso piano – come se fossero due scelte plausibili alternative – restare da questa parte o andarsene dall’altra?
Oddio che mal di testa! Sono troppo vecchio per queste piroette mentali…
Poi ho riflettuto sul fatto che il canale in questione ha come pubblico preminente i miei figli… e lì mi è presa un po’ d’ansia, perché chi ha scritto quella cervellotica descrizione si rivolge a loro per “introdurre” nuove definizioni e categorie di lettura della realtà e non a me che evidentemente appartengo a un mondo che stanno cancellando.
A questo punto mi sono venuti i brividi…

L’anno del vaccino che non ci salvò

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di Marcello Veneziani

Potrei sbagliarmi perché non ho la prova inversa, ma ora si può dirlo a ragion veduta: la vaccinazione di massa è stata un mezzo fallimento. Non è servita a debellare il virus né a garantire incolumità e immunità e nemmeno a evitare ulteriori restrizioni, anche se quasi i nove decimi della popolazione si sono vaccinati. Siamo in regime d’emergenza e si minacciano ulteriori chiusure, nonostante tutti i vaccini, la cui efficacia ha durata sempre più vaga e breve. È aumentata l’incertezza, la diffidenza, la paura, perché restiamo sempre in balia delle incognite, a rischio contagi, non c’è dose o precauzione che ci blindi. Stiamo entrando nel terzo anno infestato dalla pandemia e vorrei tentare a fine anno un bilancio, senza tesi precostituite. Ho il dubbio che puntare tutto sui vaccini e i protocolli, anziché sulle cure sia stato un errore. E resta irrisolto il nesso tra vaccini e varianti.

Con tutte le diffidenze del caso, mi vaccinai perché reputai tutto sommato minori i rischi di vaccinarsi rispetto al non vaccinarsi, anche se tutt’altro che immaginari; lo feci pure per essere solidale nella sorte con gli altri. E per un motivo pratico, per evitare la segregazione sociale. Se fossi stato giovane avrei cercato di evitarlo, e se avessi dei bambini avrei cercato di risparmiarli. I dubbi, i sospetti, le notizie frammentarie ma inquietanti di reazioni o conseguenze avverse, restano tutti, così come le incongruenze, le omissioni e le contraddizioni del sistema che induce a vaccinarsi. A ciò si aggiunge il rigetto verso ogni passivo conformarsi ai diktat del Comando Centrale ripetuti dalle sue diramazioni. Non c’è stata nessuna immunità di gregge, in compenso è scattato il conformismo di gregge.

Però la posizione di chi dubita e non ritiene di avere nessuna verità in tasca è scomoda, assai difficile, perché infastidiscono pure i detentori delle verità opposte; quelli che sanno tutto, hanno capito tutto, pensano a tutti e non agli sporchi profitti né si lasciano intimidire dalle minacce. E ti compiangono perché ti sei vaccinato, come se fossi morto o malato in via di sviluppo. Rispetto le scelte opposte e mi batto contro la loro discriminazione. Ma non credo che qualcuno sia detentore per autocertificazione o autoproclamazione di una superiore sapienza o di una superiore capacità di comprendere come stanno davvero le cose, fino a conoscere i piani segreti che guidano il mondo. Ogni volta che sento qualcuno svelare con certezza la verità nascosta dietro tutto questo, ho l’impulso a dirgli: ma tu come lo sai, perché tu lo sai e gli altri no, cosa ti dà questa capacità di sapere, di capire la verità, di detenere una superiore moralità e un superiore coraggio e di tutelare il bene comune rispetto al resto dell’umanità?

Non faccio in tempo a prendere le distanze da costoro che sento dall’altra parte dichiarazioni perentorie come “Io credo nella scienza” e mi allontano pure da loro: il verbo credere non si addice alla scienza, applicare la fede alla scienza è follia, perché la scienza è ricerca, è dubbio, è verità per gradi e approssimazioni, anche per falsificazioni successive, per dirla con Popper. E la scienza anche in questo caso ha mostrato tutta la sua fallibilità, procede per tentativi, senza considerare l’eventuale malafede. La scienza, poi, non è compatta, la comunità medica e scientifica è divisa almeno in tre fasce, anche se non palesate allo stesso modo: i Convinti che quella intrapresa sia effettivamente l’unica strada giusta; i Dubbiosi che magari abbozzano in apparenza ma si aprono anche ad altre ipotesi; e gli Scettici che non condividono le certezze vaccinali anche se gran parte di loro tendono a tacere per non subire ritorsioni. Ma la comunità scientifica non è compatta.

Stiamo sperimentando, non ci sono certezze, dico ad ambedue i versanti. Non mi piace stare nel mezzo, fare l’asino di Buridano, non amo il motto in medio stat virtus: la virtù non sta nel mezzo ma nei pressi del vero, del giusto, del bene e del bello. Però non ho verità precostituite o confermate dalla realtà. E’ una sconfitta per tutti, e va riconosciuta con onestà. So di non sapere, come diceva Socrate. Non riesco a risolvere il dubbio e col passare dei giorni, dei mesi, non faccio progressi. Anzi, a me sembra che progressi non ne faccia la situazione generale, e la profilassi adottata. Non solo in Italia.

Non inseguo i complotti mondiali, non mi imbarco nella dietrologia e tantomeno credo ai piani di sterminio planetario programmato. Noto piuttosto una convergenza oggettiva d’interessi fra alcuni settori cruciali: la finanza, la sanità, l’industria farmaceutica, i colossi del web e le governance. Convergenza tra chi ha tratto giovamento dalla pandemia. Li vedo uniti nel loro comune interesse, senza bisogno di ordire complotti malefici.

Resta poi incomprensibile che la pandemia globale con tutte le restrizioni eccezionali delle libertà dei cittadini si fermi davanti a Big Pharma: perché non liberalizzare i brevetti vaccinali e far valere la priorità del bene pubblico rispetto ai profitti privati delle industrie farmaceutiche? Davanti a uno stato d’emergenza per pandemia mondiale, perché non sospendere le logiche aziendali nei settori che si occupano di salute dei cittadini e controllare la produzione di farmaci in nome del supremo interesse pubblico? Mi preoccupa, infine, che il piano sanitario e restrittivo possa essere trasferito in campo socio-politico fino a diventare il modello per un regime di sorveglianza.

Finisce piuttosto male l’anno del vaccino, che non ci liberò dal virus e ci lascia ancora contagi, varianti, emergenza e green pass per l’avvenire.

MV, Panorama (n.1)

IL REGALO DI NATALE DI BIDEN: PIU’ ABORTI X TUTTI

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’ONU nomina direttore esecutivo dell’Unicef un’assistente super abortista del presidente Biden, mentre il presidente Giammattei trasforma il Guatemala nel cuore pulsante dei pro life dell’America latina
di Luca Volontè

Biden ‘nomina’ superabortisti e liberalizza le kill pills. Avete letto bene. Proprio lo scorso 9 dicembre, il presidente degli Stati Uniti ha nominato Geeta Rao Gupta a capo dell’importante Ufficio per le questioni femminili globali presso il Dipartimento di Stato. La Gupta, come ha dichiarato la Presidente di Planned Parenthood, Alexis McGill Johnson, “giocherà un ruolo chiave” nel promuovere “la salute e i diritti sessuali e riproduttivi nelle politiche estere degli Stati Uniti”.
Il giorno seguente, il 10 dicembre, le Nazioni Unite hanno invece annunciato la nomina di Catherine Russell, un’assistente (super abortista) del Presidente americano Joe Biden, come prossimo direttore esecutivo dell’agenzia per l’infanzia Unicef. Un’abortista incallita all’Unicef per aiutare i bambini a non morire di fame o stenti?
La furia abortista della nuova amministrazione Usa non si è però placata ma anzi, la FDA (agenzia che autorizza la vendita di farmaci), ha recentemente deliberato l’autorizzazione della distribuzione su tutto il territorio federale delle pillole abortive (le kill pills), un tentativo nemmeno troppo mascherato di bypassare le nuove leggi che in alcuni stati stanno limitando l’aborto.
La F.D.A. permetterà dunque di vendere e ricevere le pillole abortive (RU-486 o Mifeprex) per posta. La decisione amplierà l’accesso all’aborto farmacologico, metodo sempre più comune autorizzato negli Stati Uniti per gravidanze fino a 10 settimane di gestazione, che diventerà quindi più disponibile per le donne. Con ciò si permette alle donne di avere un appuntamento di telemedicina con una delle tante multinazionali dell’aborto che potranno prescrivere le pillole e inviarle per posta. A queste decisioni incredibili hanno reagito con una serie di dure dichiarazioni moltissimi leader delle organizzazioni pro life americane e la stessa Conferenza Episcopale Cattolica degli USA.
Tra gli altri, Nicole Hudgens, della ‘Family Policy Alliance’, ha detto che è l’industria dell’aborto da miliardi di dollari che beneficia della nuova decisione, non le donne. Parlando con Fox News, Kristan Hawkins, presidente di ‘Students for Life’, ha definito l’amministrazione Biden “sconsiderata” e “folle” nel suo disinteresse per la sicurezza delle donne e dei bambini. Il regalo di ‘buon Natale’ di Biden è dunque un gran dono per le industrie abortiste e a pagarlo saranno i bambini e le donne americane.

Nota di BastaBugie: Luca Volontè nell’articolo seguente dal titolo “Guatemala, un presidente cattolico che protegge la vita” parla del presidente del Guatemala che ha dichiarato il suo Paese diventerà la capitale pro-vita dell’America Latina sin dall’inizio del prossimo anno 2022.
Ecco l’articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 dicembre 2021:

Il presidente del Guatemala ha dichiarato il suo Paese diventerà la capitale pro-vita dell’America Latina sin dall’inizio del prossimo anno 2022, mentre Biden nomina abortisti in ruoli nevralgici della sua Amministrazione e nell’Unicef. C’è modo e modo di essere cattolici in politica.
La notizia ha fatto il giro del mondo, grazie alla stampa cattolica e delle diverse denominazioni cristiane, il Presidente Alejandro Giammattei ha annunciato la sua intenzione di fare del Guatemala la capitale della vita dell’America Latina durante un discorso tenuto al Willard Hotel di Washington, D.C., lo scorso 6 dicembre. Giammattei ha pronunciato il suo discorso come ospite d’onore in un evento ospitato dall’Institute for Women’s Health, un’organizzazione pro-vita fondata dall’un ex dirigente del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani dell’amministrazione Trump, Valerie Huber e dall’International Human Rights Group (altro istituto americano che promuove i diritti umani a partire dal quelli del bimbo concepito). Come notato in una dichiarazione dell’Institute for Women’s Health, Giammattei non è stato invitato al ‘Democracy Summit’ organizzato dal presidente Joe Biden, dove si sono riuniti diversi leader delle democrazie del mondo (alcune dei quali erano tiranni tagliagole).
Il Guatemala non è stato invitato a partecipare al vertice, forse le differenze sul diritto alla vita sono state la ragione fondamentale per l’omissione del paese. Nel suo discorso all’evento Giammattei aveva ampiamente presentato la sua passione e condivisione convinta per le iniziative e le sfide che i sostenitori della vita stanno affrontando e aveva annunciato che il Guatemala diventerà la capitale della vita dell’Ibero-America il 9 marzo 2022: “Ogni persona merita di avere la propria vita protetta, dal concepimento alla morte naturale. (…) È totalmente falso che l’aborto sia un diritto umano. Qualsiasi sforzo per cercare di imporre l’aborto in un Paese è un’interferenza indebita negli affari internazionali”. L’Associazione per la Famiglia’ del Guatemala (AFI) ha accolto con favore il recente annuncio del presidente Alejandro Giammattei e, in una dichiarazione, ribadito che “è il risultato di anni di lavoro, sia da parte della società civile e delle organizzazioni che lavorano attivamente per sostenere la vita, la famiglia e la libertà, così come di funzionari di diverse amministrazioni pubbliche”.
Gli ha fatto eco uno dei leader evangelici Aàron Lara che ha aggiunto come l’intenzione di Giammattei sia stata ufficialmente dichiarata dinnanzi al Congresso Intermericano per la Vita, all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e davanti a funzionari del governo degli Stati Uniti, e che si inaugurerà “un monumento per la vita come di questo evento nella storia” del Paese. Non è la prima volta che il Presidente del Guatemala dimostra la il suo impegno sui temi della vita, come della famiglia naturale. Giammattei aveva firmato per il suo Paese, lo scorso 12 ottobre, la ‘Dichiarazione di Consenso di Ginevra’, promossa da Trump e rinnegata da Biden, in cui si dichiara che “non esiste un diritto internazionale all’aborto”. L’imminente riconoscimento del Guatemala come capitale pro-vita dell’America Latina è l’ennesimo esito di un buon governo attento alla vita, educazione infantile, tutela delle donne e della famiglie nel Paese, che durante l’estate, ha approvato un piano ventennale (2021-2032) di politica pubblica interministeriale per la protezione della vita e della famiglia.
Eletto l’11 agosto del 2019, come avevamo profeticamente descritto, sino al 2024 il Presidente Giammatei ha tutto il tempo necessario per fare del proprio Paese il vero cuore pulsante dei pro life dell’America latina. Il Paese è con lui ed anche le proteste della scorsa estate, tutt’altro che spontanee, sono di fatto svanite nel nulla, davanti alla ‘carovana’ popolare per la famiglia che si conclusa proprio nella piazza della capitale l’8 agosto. Le potentissime lobbies LGBTI e le multinazionali abortiste, messe fuorilegge in Guatemala, hanno mostrato la loro sete di vendetta ed il loro enorme potere, con l’eliminare il Guatemala dalle lista, come peraltro l’Ungheria, dalla lista dei ‘paesi democratici’ dell’Amministrazione Biden. Sì, proprio il ‘cattolico devoto’ che siede alla Casa Bianca, non solo ha evitato il confronto sulla democrazia con Giammattei, ma ha fatto di più e di peggio. Negli stessi giorni, il 9 dicembre, Biden ha nominato Geeta Rao Gupta a capo dell’importante Ufficio per le questioni femminili globali presso il Dipartimento di Stato. La Gupta, come ha dichiarato la Presidente di Planned Parenthood, Alexis McGill Johnson, “giocherà un ruolo chiave” nel promuovere “la salute e i diritti sessuali e riproduttivi nelle politiche estere degli Stati Uniti”.
Biden non si è fermato qui: il 10 dicembre le Nazioni Unite hanno annunciato la nomina di Catherine Russell, un’assistente (super abortista) del presidente americano Joe Biden, come prossimo direttore esecutivo dell’agenzia per l’infanzia Unicef. Ci pensate? Un’abortista incallita all’Unicef per aiutare i bambini. C’è cattolico e cattolico in politica, ma c’è anche una democrazia che preserva la vita e un’altra che colonizza il mondo con omicidi e ideologie tiranniche.

Titolo originale: Il regalo di Natale di Joe Biden. Più aborti per tutti
Fonte: Provita & Famiglia, 23 dicembre 2021

“La scienza ormai è diventata una religione”

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IL POTERE SALVIFICO DATO AI VACCINI E LA LENTA QUANTO IESORABILE PERDITA DELLE LIBERTÀ. PORRO PARLA ALLA VERITÀ

Intervista a Nicola Porro di Federico Novella per La Verità del 27 dicembre 2021

«Vi prego: trattateci da adulti». Questo lo sfogo di Nicola Porro, dopo l’ennesima stretta sanitaria del governo. Il conduttore di Quarta Repubblica, che tornerà in onda su Rete4 il 10 gennaio, rilancia l’appello contro il paternalismo spinto di chi gestisce la pandemia.

Con il mega green pass la musica non è cambiata?

«La mia rispettosa richiesta di essere trattati da adulti nasce da un principio sul quale sono un po’ fissato. Lo diceva Piero Calamandrei, non certo un pericoloso sovversivo: la libertà come l’aria, ti accorgi di quanto vale solo quando viene a mancare».

Una deriva lenta ma inesorabile?

«All’inferno si scende a piccoli passi. Abbiamo accettato dal governo Conte le certificazioni per uscire di casa. Abbiamo accettato i dpcm. Abbiamo accettato le regole sui nostri comportamenti declamate la sera alla televisione. Abbiamo accettato il lockdown per due mesi. Abbiamo accettato il coprifuoco per sei mesi. Abbiamo accettato le mascherine all’aperto. Abbiamo accettato la guerra mediatica contro quelli che, pur vivendo insieme, si scambiavano un bacio sul pontile di Forte dei Marmi. Insomma, abbiamo accettato tutto e, quel che peggio, siamo pronti a farlo di nuovo. Se domattina il governo dicesse che dopo la terza dose bisogna mangiare più verdura, lo accetteremmo senza proteste».

Tutti i provvedimenti che hai citato vengono dimenticati dalla massa con una velocità impressionante. Insieme con la durata del green pass, si è accorciata anche la memoria collettiva?

«Si, torniamo al principio di partenza: vorrei che il governo ci trattasse da adulti, e non da bambini con la memoria corta. Io non sono preoccupato delle piccole misure in sé, quanto piuttosto dalla tendenza generale che si sta imponendo. I governi servono tutto sommato a mettere un po’ d’ordine nella convivenza sociale, siamo noi che ce li scegliamo. I governi nascono per essere al servizio dei cittadini, mentre oggi sono i cittadini a essere al servizio di un bene supremo che solo i governanti hanno il privilegio di conoscere».

Il fatto che ogni settimana spuntino nuove misure implica che quelle vecchie non hanno funzionato?

«Esatto, e ogni volta la nuova misura non viene giustificata in modo serio. Mi aspetto che qualcuno dica: ragazzi, questa e una malattia che non sappiamo come sconfiggere, non abbiamo certezze, andiamo per tentativi. Questo sarebbe un comportamento “adulto”».

Invece?

«Invece vengono a dirti anche stavolta che la nuova misura è necessaria, fondamentale, indispensabile e sicura. E poi tutte e quattro queste categorie dell’assoluto vengono puntualmente smentite. Parliamoci chiaro: io sono un deciso vaccinista, ma sono anche convinto che, a causa di questa comunicazione vaccinale sbagliata, in Italia ci sono milioni di persone favorevoli al vaccino che, spaventate, decidono di non farlo».

Intendi dire che i no vax sono figli degli errori comunicativi del governo?

«Mettendo da parte i terrapiattisti, se oggi esistono i no vax è semplicemente colpa delle false certezze della comunicazione ufficiale sui vaccini. Se ci avessero detto, come si era capito fin dall’inizio, che i vaccini sono semplicemente uno strumento per aiutarci a non crepare, probabilmente sarebbe andata meglio. Invece hanno reso il vaccino un dio in terra. Quando tu rendi la scienza una religione, sbagli in partenza: e non lo dice Porro, ma Karl Popper. Quando la scienza è affidata alle prediche di Roberto Burioni e non al pragmatismo di Francesco Vaia, finisci per alimentare quella zona grigia di persone che pur non avendo pregiudizi sul vaccino, restano paralizzate dai dubbi».

É la famosa eterogenesi dei fini di Giambattista Vico: conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. Allora il green pass a cosa a servito?

«Al green pass è solo un esercizio burocratico volto ad affermare un potere. É una scelta puramente politica, che non ha nulla a che vedere con la sanità. Che il green pass fosse inutile sul piano sanitario, lo sapevano tutti prima ancora che venisse varato. Allo stesso modo, tutti sapevano che era inutile chiudere le frontiere con il Sudafrica, perché la variante omicron sarebbe arrivata comunque. Stesso discorso per la decisione di Roberto Speranza di chiudere i voli tra Londra e con il sogno di fermare la variante Delta. Ecco, tutte queste scelte politiche arbitrarie sono state prese con arroganza, senza verifiche, e soprattutto senza conseguenze. E questo perché ogni decisione viene elevata a Verbo della grande religione sanitaria, quella dei sommi sacerdoti che ci guidano da due anni».

Forse ti aspettavi che nella conferenza stampa di fine anno Mario Draghi ammettesse gli errori di comunicazione sul lasciapassare verde?

«Probabilmente errori ne ha fatti, ma credo che Draghi riesca comunque a surclassare il suo predecessore. Molto meglio i consigli comunicativi di Paolo Cirino Pomicino a Draghi, rispetto a quelli di Rocco Casalino a Conte. Ma il problema serio è un altro».

Cioè?

«Se il capo del governo arriva in conferenza stampa e la stragrande maggioranza dei giornalisti presenti si alza per applaudirlo, allora il problema non è Draghi, ma la stampa che non sta svolgendo il suo ruolo. Ed è complice da tempo di questa liturgia del terrore».

Il presidente Sergio Mattarella ha detto che il problema dei media è quello d’aver dato troppo spazio ai no vax.

«Non ho mai dato spazio ai no vax, ma penso che il problema dei media sia esattamente l’opposto: non aver mai avuto un atteggiamento critico nei confronti delle misure governative. Senza che Mario Monti lo esplicitasse, i media hanno somministrato un’informazione molto poco democratica».

Draghi è stato già mediaticamente incoronato presidente della Repubblica?

«A scegliere il presidente sono soprattutto gli stipendi dei parlamentari. Nella mancanza totale di partiti strutturati, l’unica cosa che interessa oggi a deputati e senatori è avere un capo dello Stato che garantisca la fine della legislatura».

É prematuro, ma cosa prevedi per il Quirinale? Per ora i nomi veri in campo sono Draghi e Berlusconi.

«Io penso che Berlusconi al Quirinale sarebbe la vera grande novità. Vorrebbe dire rompere finalmente quel sistema politicamente corretto che dura da tanti anni. Rappresenterebbe una rivincita per tutti quelli che si sono sentiti di serie B rispetto al pensiero dominante. Ed è un’eventualità che mi farebbe godere come un riccio».

Di certo supereremmo quel veto ideologico che impedisce alla metà di italiani che vota centrodestra di vedere un proprio rappresentante sul colle più alto.

«Esatto, ritrovarsi un altro personaggio di sinistra al Quirinale sarebbe assurdo. Se Berlusconi diventasse capo dello Stato ci sarebbe un’altra conseguenza: chiunque vinca le prossime elezioni non subirà i soliti giochetti di ostracismo. E quando parlo di giochetti intendo quelli portati avanti dagli ultimi presidenti della Repubblica nei confronti di vincitori elettorali che non rientravano nel gradimento quirinalizio».

E se non ci fossero le condizioni per Berlusconi?

«Non vedo perché non dovrebbero esserci, visto che il centrodestra a maggioritario tra i grandi elettori. Se così non fosse, mi risulterebbe difficile pensare a una bocciatura di Mario Draghi, che vanta solidi agganci con l’establishment europeo, e che ha pronto l’appoggio degli americani e della Santa Sede».

Ultimamente ti sei occupato spesso di disastri giudiziari. Nel caos delle correnti e delle vendette tra magistrati, il prossimo inquilino del Colle dovrà giocoforza fare ordine?

«Oltre all’omologazione sanitaria, oggi la piaga principale la strage, il fallimento della giustizia, in tutti i campi. Il capo dello Stato è anche il presidente del Csm, e da questo punto di vista le garanzie che mi da Berlusconi sono superiori a quelle che fornisce Draghi, circa la possibile rivoluzione dei rapporti».

I rapporti con la magistratura non sono forse un punto debole di Berlusconi sulla strada del Colle?

«No, sono un punto debole per chi ne subirebbe le conseguenze. Invece è ovvio che Draghi sarebbe molto più conservatore di Berlusconi nella gestione della giustizia. Insomma tu pensi che lo stato della giustizia italiana sia cosi rovinoso da richiedere un presidente decisionista?

«Togliamoci dalle scatole l’idea del presidente della Repubblica super partes. Noi abbiamo avuto esclusivamente presidenti della Repubblica perfettamente calati “nella” parte: tutti inclinati verso governi di sinistra, e attentissimi a non rompere gli equilibri del potere giudiziario. Meglio un capo dello Stato che prende posizioni alla luce del sole, rispetto a uno che lo fa sottobanco».

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-scienza-ormai-e-diventata-una-religione/

 

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FLASH – J.K. Rowling critica la polizia scozzese per aver registrato come donne degli stupratori trans

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Segnalazione ProVita 

J.K. Rowling, la nota scrittrice della saga di Harry Potter, è ormai da anni sotto attacco da parte degli attivisti transgender per il semplice fatto di aver difeso il sesso biologico. Nonostante gli insulti e le minacce di morte, la scrittrice ha deciso di rimanere coerente con le sue giuste convinzioni, denunciando le ingiustizie causate dall’applicazione dei principi dell’ideologia transgender.

“La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza. L’individuo dotato di pene che ti ha violentato è una donna”, ha twittato sardonicamente la Rowling il 12 dicembre scorso. Il suo tweet era accompagnato da un link a un articolo del Times, che osservava che la polizia scozzese “è stata criticata per aver affermato che registrerà stupri da parte di delinquenti con genitali maschili come commessi da una donna se l’aggressore “si identifica come una donna”.

Nel Regno Unito, solo la penetrazione con i genitali soddisfa la definizione legale di stupro, mentre la penetrazione con oggetti o parti del corpo diverse dai genitali è perseguita come “aggressione sessuale per penetrazione”. Ciò significava tradizionalmente che solo gli uomini potevano essere perseguiti e condannati per stupro nel Regno Unito.

Gli attivisti per i diritti delle donne hanno a lungo sottolineato che i cambiamenti nella definizione legale di chi può essere considerata una donna hanno avuto un impatto significativo sui dati sulla criminalità nel Regno Unito, con “436 stupratori maschi dichiarati donne […] tra il 2012 e il 2018”. Ciò indicherebbe che 436 stupratori maschi che dichiarano un’identità femminile sono stati registrati come donne in quel periodo.

Naturalmente anche questo tweet ha creato un’ondata d’indignazione nella community trans, con molti che prendono posizione per gli stupratori accusando l’autrice di “transfobia”.

FonteWomen are Human

https://www.provitaefamiglia.it/blog/flash-jk-rowling-critica-la-polizia-scozzese-per-aver-registrato-come-donne-degli-stupratori-trans

Covid, il dott. Paolo Gulisano: “curo in scienza e coscienza chi mi chiede aiuto”

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Di Gian Piero Bonfanti

LA “MEDICINA DEI PROTOCOLLI” NON DEVE PRENDERE IL SOPRAVVENTO SULLA MEDICINA DELLA CURA, DELLA VISITA, DELLA DIAGNOSI E DELLA TERAPIA MIRATA E PIÙ ADEGUATA

Oggi pubblichiamo un’intervista che ci è stata rilasciata dal professor Paolo Gulisano, medico epidemiologo e già docente della storia della medicina all’Università Statale di Milano. Il prof. Gulisano è stato per sedici anni presidente del Centro Aiuto alla Vita di Lecco ed inoltre collabora con diverse testate giornalistiche, oltre ad essere uno stimato scrittore e saggista.

Il covid-19 è considerata come pandemia, ma secondo i numeri e la diffusione di questo virus si può realmente considerare così?

A due anni dai suoi esordi, possiamo definire l’epidemia di Covid 19 come una pandemia, ossia una epidemia che si caratterizza per un’ampia diffusione territoriale. E’ una pandemia di tipo geriatrico, visto che l’età media delle persone decedute è di oltre 80 anni, e il numero dei casi tra le persone al di sotto dei 20 anni è basso e si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di asintomatici o paucisintomatici. Una pandemia, sì, ma con caratteristiche abbastanza peculiari che la rendono diversa da altre situazioni di diffusione di malattie infettive.

Come sappiamo, lei si è speso molto nella cura di persone affette da covid-19. Abbiamo assistito ad una campagna mediatica e ad azioni in netto contrasto alle cure domiciliari sin dal principio. Ora però sembra che qualcosa stia cambiando e che ci sia maggior sensibilità in merito alla cura del paziente. Ci può spiegare quali sono per lei i motivi che hanno rivoluzionato i protocolli e la visione del mondo della medicina, e perché ora si sta lentamente tornando alla cura della persona?

Fin dall’inizio della pandemia è apparso chiaro che curare era possibile, che c’erano farmaci in grado di contrastare efficacemente l’azione patogenetica del virus. Basti ricordare le cure praticate a Piacenza dal professor Cavanna. Poi un altro illustre ricercatore come il professor Remuzzi dell’Istituto Mario Negri ebbe a dimostrare l’efficacia delle terapie con farmaci antiinfiammatori, ma il Governo non ha mai fatto nulla per promuovere la medicina territoriale e le cure domiciliari, che oltre a salvare migliaia di vite umane avrebbero evitato il sovraffollamento degli ospedali, causa a sua volta di altri gravi problemi. Poi si sono aggiunte associazioni di medici che praticano le cure domiciliari, che tuttavia anziché essere sostenute sono state ostacolate in vari modi. Personalmente non faccio parte di nessuna associazione, ma curo in scienza e coscienza chi mi chiede aiuto, utilizzando tutte le conoscenze di cui disponiamo. Non si tratta infatti di avere dei “protocolli”, ma – all’interno certamente di alcune linee guida di base – di curare le persone nel modo migliore tenendo conto della loro anamnesi, della loro storia sanitaria. La “medicina dei protocolli” non deve prendere il sopravvento sulla Medicina della cura, della visita, della diagnosi e della terapia mirata e più adeguata. Io tuttavia devo constatare che persiste ancora una certa mancanza di attenzione alle cure.

Ci può spiegare se allo stato attuale siamo rimasti al protocollo “tachipirina e vigile attesa”, oppure ci sono stati degli sviluppi in merito al primo soccorso?

Purtroppo questa malapratica è ancora molto diffusa. E’ incredibile che a quasi due anni dagli inizi del Covid 19 ci siano ancora dei medici che pensino che una polmonite si possa curare solo con un antipiretico. Le polmoniti sono state sempre curate con farmaci ben più importanti, come antibiotici o cortisonici. Gli sviluppi che possiamo avere in questo ambito sono relativi alle scelte personali di medici che decidono di curare in scienza e coscienza. Ma troppe volte si deve prendere atto di questa forma di assenteismo terapeutico eticamente e professionalmente gravissima.

Per lei il green pass è uno strumento utile per limitare la diffusione della pandemia oppure questo dispositivo potrebbe avere un’altra finalità?

Green pass? Cos’è? Questo termine gergale designa la cosiddetta “Certificazione verde”, un documento che non serve a contenere la diffusione del virus, anzi. I portatori di questo tipo di lasciapassare non sono certi della loro immunità, a parte le persone che si sono ammalate e sono guarite. Molti dei portatori di certificato si ammalano di Covid. Il fatto di aver fatto delle dosi di vaccino, due o anche tre, non è garanzia di immunità. Alcuni Paesi hanno riconosciuto questo dato di fatto scientifico, e hanno abbandonato (è il caso della Spagna) la politica delle certificazioni “verdi”. Un colore, questo, che in Medicina è sempre segno di mancanza di salute, di malattia. La scelta di questo colore per il certificato è stata davvero infelice, anche se è chiaro che i suoi inventori pensavano ad altri simbolismi: quello del semaforo, che se è verde ti consente di passare, oppure all’ecologismo che di questi tempi è di gran moda, e la cosiddetta emergenza ecologica è strettamente coniugata a quella sanitaria. Il certificato non è dunque uno strumento di prevenzione, ma semplicemente è una sorta di tessera sociale che serve ad esercitare un controllo capillare e coercitivo sulle persone. Uno strumento che – temo – andrà ben oltre l’epidemia da Covid.

I vaccini che sono stati utilizzati hanno fatto nascere grandi dubbi e divisione tra le persone, ci può spiegare il motivo?

Credo che molte persone siano state sorprese e allarmate dalla rapidità con cui alcuni vaccini sono stati approvati. In particolare i vaccini a mRNA che sono stati realizzati con nuove tecnologie sperimentali. Normalmente la realizzazione di un vaccino richiede 5 anni di lavoro, non 5 mesi. Questo, insieme alle notizie di molte reazione avverse, ha suscitato dubbi e preoccupazione. Per altri si è aggiunta una perplessità di tipo etico, visto l’utilizzo di cellule provenienti da bambini abortiti per la preparazione di questi vaccini. A ciò si è aggiunto il fatto che è mancata una serena discussione sui vaccini, sui rischi e sui benefici, a cui si è preferita la via dell’imposizione di fatto, della coercitività, ed infine dell’odio settario nei confronti delle persone non vaccinate, odio e intolleranza che stanno raggiungendo livelli molto preoccupanti, spaccando la società in due parti contrapposte. Un odio contro il quale dovrebbero alzarsi voci di condanna, per lo meno da agenzie morali, o dalla Chiesa stessa che spesso si è spesa in difesa di categorie come i migranti, gli omosessuali e così via, e che nei confronti delle persone non vaccinate minacciate, offese, discriminate, non spende una sola parola.

Se fosse stato al posto del ministro della salute, quale misure avrebbe attivato per contrastare la pandemia?

Avrei guardato a modelli di Paesi come la Svezia o il Giappone o la Corea del Sud che hanno contenuto efficacemente l’epidemia senza ricorrere a strumenti repressivi, ai lockdown estenuanti che hanno provocato gravi danni economici e psicologici. Il “modello italiano” ha fatto sì che il nostro Paese avesse un tasso di mortalità tra i più alti al mondo, anche se i media ufficiali lo tengono ben nascosto. Una realtà su cui riflettere .

DA

https://www.informazionecattolica.it/2021/12/14/covid-il-dott-paolo-gulisano-curo-in-scienza-e-coscienza-chi-mi-chiede-aiuto/

Difendere la vita, in Francia e in Spagna, ora sarebbe un crimine

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ormai è noto, l’Assemblea Nazionale francese lo scorso 30 novembre ha tragicamente esteso il limite per abortire, dalla 12ma alla 14ma settimana. Senza più nemmeno lasciare alla donna il tempo per riflettere: cancellato, infatti, il periodo minimo di almeno 48 ore, prima vigente, tra il colloquio con i consulenti psicosociali e l’appuntamento in sala operatoria. Ed ha consentito anche alle ostetriche di eseguire aborti chirurgici, interventi prima riservati ai soli medici. In seconda lettura è stato approvato il testo, bocciato nel gennaio scorso dal Senato. Intendiamoci, non è ancora detta l’ultima parola, poiché, prima che la legge venga definitivamente approvata, deve passare ancora dal voto del Senato e non è detto che ciò avvenga entro l’attuale legislatura.

La responsabilità principale del voto favorevole in Assemblea va all’assenteismo: in aula, dei 577 deputati, ne erano presenti al voto solo 123. E già questo la dice lunga circa la superficialità con cui i parlamentari d’Oltralpe affrontano temi viceversa estremamente importanti, delicati e tali da poter pregiudicare il futuro del Paese. Alla fine il progetto di legge è passato con soli 79 sì ovvero col voto favorevole del 13,2% degli aventi diritto. Una vergogna. 36 i no ed un’astensione.

Sono rimaste così inascoltate le critiche degli esperti, come quella espressa dal dottor Israel Nisand, ex-presidente del Collegio Nazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici, in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro: più tardi si esegue l’aborto, ha detto, e peggio è, sia perché maggiore è il pericolo per la salute fisica e psicologica delle donne, sia perché alla 14ma settimana il bambino in grembo è già lungo circa 120 millimetri e la testa è già ossificata, per cui l’estrazione comporta il taglio del feto e lo schiacciamento del cranio, il che «è insopportabile per molti professionisti» o, per meglio dire, per molti uomini davvero degni di questo nome.

Provvidenzialmente, unica nota positiva, l’intervento dei «Républicains» ha permesso di mantenere almeno la possibilità per il personale sanitario dell’obiezione di coscienza, possibilità richiesta a gran voce dagli stessi medici ed in particolare dalle associazioni professionali di categoria, come quella dei Ginecologi e degli Ostetrici. Persino il comitato etico nazionale si era espresso a favore nel dicembre 2020.

Contro questo disegno di legge si erano subito mobilitate le organizzazioni pro-life, da En marche pour la vie alla Fondazione «Jérôme Lejeune», inascoltate. Ma non mancheranno di dire la loro in occasione della prossima Marcia per la Vita nazionale, già in agenda a Parigi per il 16 gennaio. Se la loro voce sarà forte, com’è da auspicarsi che sia, la speranza è che chi siede in Senato ne tenga conto al momento del voto definitivo sullo sciagurato disegno di legge.

Ma c’è anche di peggio ed è quanto sta avvenendo in Spagna, dove il governo socialcomunista al potere – in particolare, nel caso specifico, i partiti alleati Psoe e Podemos – concordano nel prevedere pene addirittura detentive, vale a dire il carcere da tre mesi ad un anno per chiunque cerchi, anche individualmente, di convincere una donna a non abortire, come se salvare il bimbo nel suo grembo, anziché l’opposto, fosse un atto intrinsecamente criminale. Secondo quanto riferito dall’autorevole quotidiano spagnolo Abc, la convergenza sarebbe stata trovata attorno ad un emendamento al progetto di legge presentato dal Partito Socialista Operaio, che si propone di criminalizzare quanti – singoli o gruppi organizzati – svolgano attività pro-life nelle vicinanze delle cliniche abortiste. Un progetto a dir poco diabolico.

Vietato dunque allestire bancarelle per informare le donne, vietato anche offrire loro aiuto, qualsiasi forma di aiuto – morale, economico, tanto meno spirituale –, tutte azioni travisate deliberatamente dalla Sinistra spagnola come se si trattasse di vere e proprie molestie, condotte «per mezzo di atti fastidiosi, offensivi, intimidatori o coercitivi, che minano la libertà» delle donne ovvero «promuovendo, incoraggiando o partecipando a raduni nelle vicinanze di luoghi, in cui le gravidanze possono essere interrotte». E questa rappresenta veramente, concretamente, pienamente lo stravolgimento della realtà, la mistificazione della verità, l’obnubilamento della ragione. Rendiamoci conto: cercare di aiutare una donna che soffre e salvare il figlio che porta in grembo viene presentato dalle forze progressiste iberiche come un gesto compiuto da pericolosi criminali, mentre abbandonare una donna, lasciarla sola con i suoi dubbi, i suoi tormenti, i suoi problemi nella sala operatoria, mentre i freddi strumenti del chirurgo devastano la vita innocente di cui è madre sino a spegnerla, tutto questo sarebbe lecito, anzi giusto, anzi un “diritto”! Appare evidente a chiunque non sia schiavo dell’ideologia come si sia di fronte alla notte dell’umano, all’avanzare di tenebre e tenebre di morte.

Non è più possibile transigere, sopportare, mediare, fingere che nulla accada! Combattere la Buona Battaglia per la vita con fede, forza e coraggio oggi significa, dunque, anche questo: arrestare l’incredibile incedere della creatura con la falce. Ed il martello.

 

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