Ecco le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto

 

Cos’è e cosa non è l’omofobia e quali potrebbero essere le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto?

Ne ha parlato durante l’ultima puntata di Diario di Bioetica la bioeticista professoressa Giorgia Brambilla.

Il ddl Zan-Scalfarotto è solo apparentemente contro quella che viene chiamata “omotransfobia”. Gli atti di violenza, infatti, sono già puniti – oltretutto con aggravanti, se l’offeso è disabile, omosessuale, ecc.

Se passa la legge, sarà tacciato e punito chiunque ha dei valori diversi da quelli imposti dalla nuova categoria LGBT: mamme e papà che educano i loro figli, sacerdoti e catechisti che trasmettono la fede, insegnanti che non inseriscono il gender nella didattica.

Avere opinioni diverse non rende tali idee automaticamente lesive; eppure sarà automaticamente stigmatizzato e punito al pari di un “razzista” chi oserà obiettare rispetto al pensiero dominante; il quale, per rendere tutti uguali, renderà alcuni più uguali di altri (Orwell).

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Ecco le conseguenze per tutti noi se venisse approvato il ddl Zan-Scalfarotto

Russia, spot contro le adozioni gay: associazioni Lgbt infuriate (Video)

 

Mosca, 6 giu – Dopo il rinvio dovuto al coronavirus che ha fatto slittare il voto dal 22 aprile al primo luglio, in Russia la campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale si appresta ad entrare nel vivo. All’interno del pacchetto di modifiche volute da Vladimir Putin vi è anche una norma che prevede l’inserimento nella Costituzione russa del concetto di matrimonio inteso esclusivamente come unione tra un uomo e donna. A sostegno di questa proposta, il tabloid d’informazione Federal News Agency ha realizzato uno spot contro le adozioni da parte di famiglie omosessuali. Nel video, ambientato in una ipotetica Russia del futuro (nel 2035), si vede un bambino in un orfanotrofio che scopre di essere stato adottato da una coppia di omosessuali. Uno di questi, vestito e truccato da donna, gli porge come regalo un abito femminile. “È questa la Russia che vuoi? Decidi il futuro del Paese. Vota gli emendamenti alla Costituzione”, l’appello della voce fuori campo.

Lgbt all’attacco

Ovviamente il video ha immediatamente suscitato i piagnistei delle varie associazioni Lgbt, secondo le quali lo spot “inciterebbe all’odio e all’ostilità”. Immediata la replica di Nikolay Stolyarchuk, amministratore delegato di Patriot Media Group, la società alla quale fa riferimento Federal Agency News, che spiega chiaramente come “il video è in linea con le leggi russe approvate sotto il governo di Putin che hanno messo fuorilegge la cosiddetta propaganda omosessuale. La questione principale non è combattere contro la comunità Lgbt, ma difendere l’istituzione della famiglia come unione di un uomo e una donna, e garantire che i partner dello stesso sesso non debbano essere autorizzati ad adottare i bambini”.

Le leggi alle quali fa riferimento Stolyarchuk sono quelle approvate nel 2013 con l’intento di “proteggere i minori da informazioni che promuovono la negazione dei valori tradizionali della famiglia”. Secondo un sondaggio condotto in quell’anno dal ‘Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica’, oltre il 90% dei russi intervistati si dichiarava favorevole all’introduzione di quelle leggi. Inoltre la Russia vieta l’adozione internazionale di minori da parte di coppie omosessuali e single provenienti da paesi in cui è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/russia-spot-contro-adozioni-gay-lgbt-infuriate-159004/

Gianfranco Amato in audizione alla Camera sulla legge “omofobia”

IN ESCLUSIVA PER AGERECONTRA.IT

INTERVENTO IN COMMISSIONE GIUSTIZIA 26.5.20

Il breve tempo messomi a disposizione non consentirà, ovviamente, una profonda disamina di tutte le quattro proposte di legge, per cui mi limiterò a sollevare due rilievi che ritengo di fondamentale importanza.

1) DEFINIZIONE DI OMOFOBIA

Il primo rilievo riguarda il concetto di “omofobia”. Ancora una volta – mi riferisco in particolare alla proposta C. 868 Scalfarotto – assistiamo al tentativo di introdurre un reato nel nostro sistema giuridico senza definirne il presupposto. Cosa significa omofobia? Si tratta di un neologismo relativamente recente. Questa parola, infatti, è stata coniata nel 1966 dal sociologo nordamericano George Weinberg. Il termine si compone di due vocaboli greci: ὁμός (homos) che significa uguale e ϕοβία (fobia) che vuol dire paura, fobia. Letteralmente omofobia è la paura di ciò che è uguale. L’etimologia, pertanto, non aiuta a comprendere il significato del concetto.

Non esiste una definizione di omofobia a livello legislativo universalmente riconosciuta, e non v’è una definizione medica. L’omofobia non è contemplata come patologia né dal DSM, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, né dall’ICD, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Nonostante ciò, si pretenderebbe di introdurre un reato sulla base del concetto amorfo e indefinibile di “omofobia”, concetto che nessuna delle quattro proposte di legge in esame definisce. 

Vorrei ricordare, però, che introdurre un reato senza definirne il suo presupposto giuridico è tipico dei sistemi totalitari. In uno Stato di diritto vige quello che viene definito principio di legalità, in virtù del quale il cittadino ha diritto di sapere quali sono le conseguenze del suo comportamento – soprattutto se si tratta di conseguenze di carattere penale – prima del processo e non al processo.

Il contrario è tipico delle dittature. In Unione Sovietica, per esempio, vigeva il tristemente noto “delitto di azione controrivoluzionaria”, previsto dall’art. 58 del Codice Penale, che definiva tale reato in questo modo: «Un’azione controrivoluzionaria è qualunque azione diretta a rovesciare, minare o indebolire il potere dei soviet operai e contadini e dei governi operai e contadini dell’U.R.S.S. […], o a minare o indebolire la sicurezza esterna dell’U.R.S.S. e le fondamentali conquiste economiche, politiche e nazionali della rivoluzione proletaria». Qualunque azione. In realtà, non esisteva una definizione chiara del delitto di azione controrivoluzionaria semplicemente perché esso veniva utilizzato come strumento per schiacciare l’opposizione e la dissidenza contro il regime comunista. Si trattava di un reato di opinione, esattamente come il cosiddetto reato di omofobia.

In assenza di una definizione della legge, sarà il magistrato in un processo penale a determinare l’eventuale natura omofoba di una condotta. Il problema risiede nell’identificazione dei criteri con cui verificare questa natura.

Prendiamo, per esempio, quello che accade in Gran Bretagna. Anche lì la legge non definisce il concetto di omofobia. E allora come procedono? Semplice, il Crown Prosecution Service (CPS), ossia l’organo che rappresenta la pubblica accusa, ha emesso la circolare 448899 CPS – Hate Policy, il cui punto 2.1 stabilisce testualmente quanto segue: «Poiché non esiste una definizione normativa di omofobia, nel perseguire questo reato si procederà nella seguente maniera: si considererà omofobo o tranfobico qualunque azione percepita come tale dalla vittima o da un terzo soggetto».

In Gran Bretagna, pertanto, è la mera percezione della vittima, o di un’altra persona, che definisce se un determinato atto possa essere considerato omofobo, ed è il giudice che è chiamato a decidere. Un cittadino britanno saprà solamente al processo se la sua condotta ha integrato o meno un reato d’odio. A questo punto, sorgono legittimamente alcune domande. Sostenere che l’unica vera famiglia è quella formata da un uomo ed una donna, si può considerare omofobo? Dichiarare pubblicamente che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non può e non deve avere due papà o due mamme, si può considerare omofobo? Affermare pubblicamente che un essere umano nasce da un gamete maschile e da un gamete femminile e non può nascere da due gameti maschili o da due gameti femminili, si può considerare omofobo? Citare pubblicamente il punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica che definisce l’omosessualità una «grave depravazione», e ritiene che «gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, sono contrari alla legge naturale, precludono all’atto sessuale il dono della vita, non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale, in nessun caso possono essere approvati», si può considerare omofobo? Dipende. Dipenderà dal contesto e soprattutto dalla percezione della vittima o di un’altra persona, e deciderà il giudice nel corso di un procedimento penale.

Non convince neppure il tentativo della proposta di legge C. 569 Zan, ossia quello di modificare l’art. 604-bis del Codice Penale, aggiungendo ai motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, anche quelli fondati sull’«orientamento sessuale» o sull’«identità di genere». 

Ora, a prescindere dall’evidente incongruenza logica che deriva dal fatto di considerare gli omosessuali e i transessuali una razza come i neri, gli ebrei o i rom, sono le conseguenze sanzionatorie ad apparire aberranti. Oggi, ad esempio, chi sostenesse pubblicamente di essere contrario al matrimonio misto tra razze diverse, o si battesse per introdurre tale divieto per legge, rischierebbe, proprio in virtù dell’art.604 bis del Codice Penale, le gravi pene previste da quell’articolo, che arrivano fino ad un massimo di sei anni di reclusione. È facile comprendere cosa accadrebbe, una volta approvata la modifica di quell’articolo, a chi sostenesse pubblicamente che due omosessuali non possono sposarsi o si battesse per mantenere tale divieto per legge. O a chi sostenesse che due omosessuali non possano adottare un minore, e via dicendo. Non parliamo, poi, delle conseguenze per chi osasse citare pubblicamente il menzionato punto 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Seri problemi sorgerebbero anche per quanto riguarda la libertà di educazione dei genitori, i quali non potrebbero, ad esempio, trasmettere ai propri figli un giudizio moralmente negativo dell’omosessualità, invocando la libertà di educarli secondo i principi, i valori e gli ideali in cui credono. È come se oggi una famiglia, che si dichiari razzista, invocasse il diritto di educare i propri figli secondo tale visione morale. Ciò non sarebbe, ovviamente, possibile. Appaiono quindi sufficientemente evidenti le conseguenze, sul piano della libertà religiosa e della libertà d’educazione, di un’eventuale estensione dell’art. 604 bis del Codice Penale anche all’omosessualità e alla transessualità. Sul punto, peraltro, getta un’ombra inquietante quanto affermato nella relazione introduttiva della proposta di legge C. 107 Boldrini, laddove si afferma testualmente che tale proposta «intende colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima». Questo significa che l’associazione Giuristi per la Vita, di cui sono presidente, potrebbe essere accusata di “apologia di discriminazione” per il fatto di sostenere, per esempio, che due omosessuali non possono e non devono sposarsi, o che non possono e non devono adottare minori? 

 

2) CONCETTO DI IDENTITÁ DI GENERE

Il secondo rilievo riguarda il concetto di «identità di genere», contenuto in alcune delle proposte di legge all’esame. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia poststrutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». 

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Del resto, la stessa proposta di legge C 107 Boldrini all’art.1, lett. a), così definisce l’identità di genere ai fini della legge penale: «la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico».

Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. In questa denegata ipotesi, sarebbe interessante capire come dovrebbero essere trattati i numerosi interventi dei Pontefici sul tema, e in particolare quelli di Papa Francesco che ha testualmente definito l’ideologia gender una «bomba atomica», «una confusione mentale per i giovani», una «colonizzazione ideologica», un «guerra mondiale». Ma sarebbe interessante anche vedere come verrebbe valutato il punto 56 dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, il quale così recita: «Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini». Senza considerare, appunto, che cosa accadrebbe nelle scuole con i progetti educativi gender equiparati a quelli contro il razzismo.

L’idea che sta alla base dell’ideologia gender è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema.  

Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili.

Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

La sana dottrina giuridica insegna ancora il principio «leges non sunt multiplicandae sine necessitate», perché l’esperienza ha dimostrato che seminando leggi non sempre si raccoglie giustizia. Certo, però, quello che non si deve assolutamente fare è legiferare per finalità meramente ideologiche. Questo è pericoloso. Cercare di intervenire a livello normativo, come pretendono le quattro proposte di legge in esame, rischia di pregiudicare la tutela di fondamentali libertà costituzionali come quella di opinione, di educazione, di insegnamento, di credo religioso. Mi chiedo se valga davvero la pena introdurre, sulla spinta di lobby ideologizzate, norme che creeranno molti più problemi di quanti pretendano di risolvere. 

 

22 maggio 1978: 42 anni dalla legalizzazione dell’aborto “strage degli innocenti”

 

In Italia l’aborto diventa legge durante uno dei governi Andreotti, era il 22 maggio 1978. In seguito il già senatore a vita ha sempre raccontato di essersi pentito di aver permesso tale legge; pentimento confermato recentemente dalla figlia di Andreotti.

Le forze che si scagliano contro coloro che non condividono la pratica dell’aborto è violentissima e non vi è angolo della terra dove le angeliche creature non siano esposte a politiche erodiane.

In New Jersey, all’esterno di una clinica della Planned Parenthood, 4 frati dell’ordine religioso dei francescani del rinnovamento, con il fine di sensibilizzare sugli aspetti abortivi, limitandosi nell’omaggiare rose rosse alle donne incinte che si approssimavano a sottoporsi a pratica abortiva, sono stati arrestati.

Purtroppo, le statistiche compilate da Worldometers indicano che nel 2018 ci sono stati quasi 42 milioni di aborti in tutto il mondo.

Ma tutto questo è davvero umano?

Quando si parla di aborto, non si tiene conto della fondamentale differenza che passa tra FORMA e SOSTANZA. I sostenitori dell’aborto – Suppongo in buona fede- si limitano alla FORMA, ovvero considerano degno di vita un essere quando ha maturato interamente le fattezze umane, invece chi contrario all’aborto – vedi il sottoscritto – guarda alla sostanza, ovvero alla nuova vita fino dal principio, sì perchè dall’atto del concepimento esiste già un altro uomo, un uomo che necessità di 9 mesi per svilupparsi. Non è solo il mio istinto, la mia piccola intelligenza, la mia fede religiosa a far maturare queste convinzioni, ma si trova riscontro nella così tanto “amata” scienza. Riporto a seguire il giudizio di eminenti medici del “settore”.

Ippocrate ritenuto il padre della medicina, nel suo giuramento esplicita senza possibilità di interpretazioni la sua contrarietà all’aborto.

Bernard Nathanson durante gli anni giovanili si schierò decisamente in favore della libertà di scelta della donna, e realizzò un aborto su una donna che lui stesso aveva messo incinta. In seguito acquisì notorietà quando divenne membro fondatore della National Association for the Repeal of Abortion Laws (Associazione Nazionale per l’Abrogazione delle Leggi sull’Aborto, oggi NARAL Pro-Choice America). Lavorò con Betty Friedan ed altri per la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti

I loro sforzi ebbero successo quando si produsse la celebre decisione Roe v Wade. Durante un periodo di tempo fu anche direttore del Center for Reproductive and Sexual Health (“Centro per la Salute Riproduttiva e Sessuale”), la più grande clinica di aborti di New York. Nathanson ha scritto che fu responsabile di oltre 75 000 aborti durante la sua militanza per la libertà di scelta. Negli anni settanta lo sviluppo degli ultrasuoni lo portò a riconsiderare il suo punto di vista sull’aborto, e divenne un forte sostenitore del movimento per la vita.

Nel 1984 realizzò il documentario The Silent Scream (Il grido silenzioso), che mostrava un aborto attraverso l’ecografia. Il suo secondo documentario, Eclipse of Reason (Eclisse della ragione), analizzava invece la tematica degli aborti tardivi. Affermò anche che il numero in passato citato dal NARAL sul numero di aborti illegali erano “numeri falsi”.

La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto” – dott. Giorgio Pardi che oltre ad essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, godeva di una fama che oltrepassa l’oceano, si è sempre dichiarato ATEO.

L’aborto non riguarda solo le donne, le donne non devono avere l’arroganza nel credere e pensare che la gravidanza riguardi solo loro. Il “seme” non è una parte marginale per la produzione dei frutti, così come non è marginale il campo da seminare, entrambi dipendono gli uni dall’altro, ed in entrambi casi nessuno è più padrone dell’altro. Nessuno è padrone, ma entrambi custodi del frutto, perchè seme, terra, frutto sono elementi dipendenti uno dall’altro, ma allo stesso tempo, cose distinte tra loro, così com’è per la Santissima Trinità!

L’aborto volontario è sempre una ingiustificabile barbarie, poniamo fine al sacrificio di cuccioli di uomo indifesi immolati criminalmente sull’altare della cultura dell’incultura della morte.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, Progetto Nazionale.

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https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/22/22-maggio-1978-42-anni-dalla-legalizzazione-dellaborto-strage-degli-innocenti/

L’offensiva di Soros e dell’Onu contro la famiglia

 

Sulle pagine social delle Nazioni Unite si invita ad abbandonare termini come “marito” e “moglie” e a sposare il nuovo vocabolario politicamente corretto. Mentre sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller appaiono editoriali contro la famiglia

Prosegue l’offensiva contro la famiglia “tradizionale” portata avanti dalle grandi organizzazioni internazionali e dai magnati della finanza. Il politicamente corretto, l’ideologia che lega la sinistra progressista mondiale basata sul multiculturalismo e sull’immigrazione senza confini, passa anche da un nuovo vocabolario, come si evince da un post pubblicato sui social network delle Nazioni Unite (Onu).

Una sorta di neolingua studiata a tavolino per accontentare tutte le minoranze (etniche, sessuali) possibili. Chi sgarra viene sistematicamente etichettato come omofobo, razzista o maschilista. “Quello che dici conta! Unisciti a UN Women per aiutare a creare un mondo più equo usando un linguaggio neutro rispetto al genere se non sei sicuro del sesso di qualcuno o ti riferisci a un grupposi legge nel post che accompagna una piccola tabella riassuntiva dei termini “neutro” da impiegare. Non più “genere umano” ma “umanità“, così come è meglio impiegare un generico “partner” al posto del potenzialmente offensivo “fidanzato” o “fidanzata“. Banditi anche termini vetusti e arcaici – sempre secondo i progressisti – come “marito” e “moglie” da sostituire con “coniuge“.

L’Onu e la neolingua politicamente corretta

Il tutto pubblicato sulla pagina delle Nazioni Unite e promosso da Un Women, l’agenzia delle Nazioni Unite (Onu) per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne. “L’Onu sceglie una politica divisiva e discriminatoria arrivando a proporre una ricetta che farebbe ridere se non ci fosse da piangere: l’abolizione dei termini marito e moglie in favore del neutro spos*. Il tutto messo nero su bianco pubblicamente, via Twitter” sottolineanno Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia Onlus. “Per le istituzioni nazionali e internazionali, neanche in tempo di emergenza coronavirus la famiglia ritorna al centro di politiche e investimenti. Per la Festa della Famiglia il nostro Presidente Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte non hanno speso neanche una parola di sostegno sapendo che milioni di famiglie sono a rischio povertà e fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, questo mentre per la Giornata Mondiale contro l’Omofobia si sono battuti ed espressi per un non reato da normare e senza essere nemmeno comprovato dai dati. Ci mancava l’Onu con la sua priorità, quella di abolire marito e moglie” hanno dichiarato Toni Brandi e Jacopo Coghe.

Articoli contro la famiglia sul sito sponsorizzato da Soros e Rockfeller

Ma l’offensiva contro la famiglia passa anche da una campagna mirata, finanziata da magnati ultramilionari desiderosi di imporre la loro visione del mondo e la loro agenda globale. “Purtroppo non è l’unica iniziativa che contribuisce a distruggere la famiglia” osservano Brandi e Coghe. “Sul portale di informazione globale Open Democracy.net, finanziato dal multimiliardario George Soros, sono apparsi diversi articoli che mirano all’abolizione della famiglia” hanno continuato. Come vi abbiamo raccontato qui, di recente, il già menzionato Open Democracyfinanziato da enti come la Ford Foundation, la Atlantic Philanthropies, la Rockefeller Brothers Fund e la Open Society Foundations di George Soros – ha pubblicato diversi editoriali contro la famiglia. La femminista radicale Sophie Lewis, per esempio, ha pubblicato un articolo intitolato “La crisi del coronavirus dimostra che è tempo di abolire la famiglia“.

Nell’editoriale pubblicato su OpenDemocracy, Lewis fa intendere che lo slogan “Restate a casa” rappresenta – secondo la sua visione – un problema. Le famiglie nucleari, scrive, “rappresentano il luogo dove ci si aspetta che ci ritiriamo tutti intuitivamente per prevenire la malattia. ‘Restare a casa’ è ciò che in qualche modo dovrebbe evidentemente mantenerci sani. Ma ci sono diversi problemi con questo approccio” spiega. E quali? “Le persone queer – osserva –specialmente quelle molto vecchie e molto giovani, non sono sicuramente al sicuro lì [casa e in famiglia]“. Ora il sito finanziato dai milionari globalisti pubblica un altro articolo, altrettanto feroce, sempre contro la famiglia. L’autrice è Sophie Silverstein, studiosa di questioni di genere. A suo dire, la crisi del coronavirus mostra quanto sia necessario ripensare “le strutture famigliari obsolete e inadeguate“, procedendo alla “abolizione della famiglia“. Questo per testimoniare dove può arrivare l’ossessione politically correct.

Peraltro, se parliamo di Soros, è nota la vicinanza del fondatore dell’Open Society alla galassia femminista, statunitense in particolare. Il tutto con uno scopo politico ben preciso, naturalmente. Basti ricordare che le oltre di 50 associazioni che hanno organizzato e aderito alla Women’s March svoltasi a Washington D.C il 21 gennaio 2017 e in molte città del mondo contro Trump, furomo finanziate dalla Open Society Foundations. A svelarlo non fu una testata conservatrice statunitense o qualche tesi “complottista”, bensì la giornalista Asra Q. Nomani sul New York Times. Femministe che si preparano, nel 2020, a scendere di nuovo in piazza, sempre contro Donald Trump e con il generoso sostegno del finanziere.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/loffensiva-soros-e-dellonu-contro-famiglia-1864411.html

Ungheria vieta cambio di sesso sui documenti


Protesta della comunità Lgbt, ‘legge odiosa’

(ANSA) – BUDAPEST, 19 MAG – L’Ungheria ha vietato la registrazione del cambiamento di sesso nello stato civile e il riconoscimento giuridico dell’identità di genere delle persone transgender. Un emendamento legislativo, che definisce il genere per “sesso biologico basato sulla nascita e sul genoma”, è stato approvato dal parlamento, che per due terzi è controllato dal leader sovranista, Viktor Orban.
D’ora in avanti in Ungheria i transgender e i intersessuali non potranno modificare i documenti di identità cambiando nome e la propria identità di genere.
“È scandaloso che il Parlamento abbia deciso di adottare questa odiosa legge in contrasto con le preoccupazioni sollevate da decine di organizzazioni della società civile e organizzazioni internazionali, tra cui il Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo e vari organi Onu, ha affermato Tamas Dombos, membro del Consiglio di amministrazione dell’Alleanza ungherese Lgbt: “Utilizzeremo ogni via legali e per contestare questa legge nei tribunali ungheresi e internazionali”.

DA

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/05/19/ungheria-vieta-cambio-sesso-su-documenti_39b6ede2-501d-41fc-9a89-5cf3a7992ed2.html

I medici migliori e il governo peggiore del mondo

 

Un articolo da conservare… utile per ricostruire tutte le follie, le contraddizioni, le menzogne, le incertezze, gli errori e la mancanza di accortezza che hanno causato il “disastro Italia”

La pandemia del Covid-19 ha dimostrato che in Italia abbiamo i medici migliori del mondo e il governo peggiore. Non è una affermazione politica, né una battuta per accattivarsi simpatie, è la semplice e tragica constatazione della realtà, dinanzi a decreti, circolari, documenti e proclami, di Conte e dei suoi ministri. che hanno ostacolato se non criminalizzato in ogni modo l’attività dei nostri medici impegnati a curare gli italiani.

Il tragico caso delle Circolari di Speranza

Il 22 gennaio il ministero della Salute, Roberto Speranza, emette la sua prima Circolare (“Polmonite da nuovo coronavirus, 2019 nCov, in Cina”) diretta a tutti gli assessorati regionali alla Sanità, con la quale definisce i criteri per considerare un paziente “caso sospetto”. La circolare stabilisce che può essere sottoposto a tampone: oltre a chi è stato in Cina, anche qualsiasi persona «che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio».

Insomma, una circolare che consente un’ampia indagine. Fin qui tutto bene. Infatti, se questa circolare fossa stata in vigore anche a febbraio, non ci sarebbe stato alcun problema e sarebbero stati sottoposti subito al tampone sia a Codogno il paziente 1, Mattia, sia a Vò Adriano Trevisan, colui che purtroppo sarà la prima vittima del virus. Per cui le loro positività al coronavirus sarebbero emerse ben prima del 21 febbraio, data ufficiale di inizio del contagio italiano.

Invece il governo cosa fa?
Soltanto cinque giorni dopo, ovvero il 27 gennaio, il Ministero cambia idea, e diffonde una seconda Circolare, di senso opposto alla prima, nella quale autorizza il test solo su pazienti che, oltre ad avere importanti sintomi, hanno avuto “contatti stretti con un infetto” o hanno “visitato o lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan”, “frequentato un reparto Covid”. In sintesi: tamponi solo a chi proviene dalla Cina o a chi è stato a stretto contatto con una persona rientrata.

L’anestesista disobbediente che trova il primo paziente

Così, quando Mattia e Adriano arrivano al pronto soccorso di Codogno e di Vò non vengono sottoposti al tampone e inizia un tragico balletto che favorisce la diffusione del contagio, con Mattia che torna a casa e, poi, di nuovo in ospedale. Dopo il secondo ricovero, visto che non risponde alle cure, l’anestesista Annalisa Malara, 38 anni, decide di violare quanto previsto dalla Circolare ministeriale e lo sottopone a tampone perché intuisce che può trattarsi di un caso di coronavirus.

La dottoressa spiega: «Quando un malato non risponde alle cure normali, all’Università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore. Mattia si è presentato con una polmonite leggera, ma resistente a ogni terapia nota. Ho pensato che anch’io, per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile e rimaneva solo da verificare il coronavirus».

Così possono, finalmente, scattare tutte le misure del caso e si inizia a fronteggiare il contagio che, intanto, però si era diffuso. Ma se la dottoressa Malara avesse rispettato la circolare probabilmente avremmo aspettato ancora settimane prima di individuare il paziente numero 1 “con contatti diretti con la Cina”, con una diffusione dei contagi ancora maggiore di quella che si è verificata.

Il sacrificio di medici costretti a lavorare senza dpi

Il 20 gennaio il governo chiede al Comitato Scientifico di elaborare i possibili scenari che potrebbero verificarsi in Italia. Il 27 gennaio il presidente Conte dichiara in tv dalla Gruber: «Siamo prontissimi con un misure all’avanguardia». Il 30 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara l’emergenza. Il 31 gennaio il governo Conte dichiara lo stato di emergenza, ma non mette in campo nessuna misura per approvvigionarsi di mascherine, tute e guanti. Il 12 febbraio il Comitato Scientifico consegna al governo il documento con gli scenari possibili (anche catastrofici) ma il governo ancora non provvede a fare provviste dei dispositivi di protezione.

Il risultato è che quando, a fine febbraio, scoppia l’epidemia, medici e operatori sanitari si trovano a lavorare spesso senza le adeguate protezioni per cui gli Ospedali (e, successivamente, anche le Rsa) si trasformano in luoghi di diffusione del virus.

Nonostante ciò i medici, sia ospedalieri sia di famiglia, non si fermano, pagando un altissimo prezzo all’irresponsabilità e ai colpevoli ritardi del governo che, non contento, favorisce la diffusione esponenziale dei contagi tranquillizzando la popolazione (il 25-26 febbraio) avallando le scellerate iniziative dei sindaci di Milano, Bergamo e Brescia che promuovono cene, incontri e aperitivi ai quali partecipa anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti (che, infatti, viene contagiato).

Il tragico bilancio di questa impreparazione, per medici e operatori sanitari, supera i 10 mila contagiati con più di 200 morti.

Coraggio e sacrificio in corsia, arroganza e presunzione in tv

Anche nel cercare in ogni modo la cura giusta per guarire i malati e limitare le morti, i medici italiani dimostrano di essere tra i migliori del mondo pur trovandosi a lavorare in condizioni difficili. Oltre ai dispositivi di protezione, mancavano anche i respiratori (il governo contatta per la prima volta una ditta che li produce solo il 6 marzo).

In assenza di qualsiasi protocollo o di indicazioni terapeutiche provenienti dalla Cina, i nostri medici provato (primi al mondo) altre soluzioni. Vengono fatti test utilizzando farmaci contro l’artrite reumatoide, antimalarici, anche l’ozonoterapia, fino alla sperimentazione con il plasma iperimmune ricavato dai malati guariti.

Tutte cure sperimentali, ostacolate se non irrise dai “professoroni” che, intanto, se vanno a straparlare in tv ma non frequentano le corsie degli ospedali e quindi ignorano la realtà di cure che si rivelano funzionali e ottengono i risultati, proprio perché i clinici italiani sanno svolgere la loro professione, fedeli al giuramento di Ippocrate e lontani dalle ribalte televisive.

Dalle autopsie “vietate” i patologi individuano una cura 

Il caso più eclatante è quello delle autopsie necessarie e fondamentali al fine di fornire ai clinici le reali cause dei decessi dei malati con coronavirus. Lo scrivono nero su bianco gli immuno-patologi in un documento di marzo, contro il quale si scaglia il governo che, ad aprile e a maggio, con due distinte Circolari, stabiliscono che «per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid-19…».

Il governo non vuole le autopsie, ma alcuni patologi procedono egualmente, sia all’ospedale Sacco di Milano, sia al Papa Giovanni di Bergamo, dove verificano che spesso la morte è causata da microtrombosi che possono essere curate con l’eparina e un mix fi farmaci anti-infiammatori e anticoagulanti.

Uno studio serio che sarà pubblicato su una delle più note riviste internazionali di medicina e che ha salvato decine di vite. A conferma ulteriore che i medici italiani sono i migliori al mondo, mentre questo governo è il peggiore…  responsabile per migliaia di morti e ora anche per la paralisi economica e sociale che ci sta rovinando.

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https://www.orwell.live/2020/05/15/i-medici-migliori-e-il-governo-peggiore-del-mondo/

Il Parlamento ungherese blocca l’ideologia gender, le Sardine diffondono fake news

 

L’Ungheria del Primo Ministro Viktor Orbán si oppone ancora una volta all’ideologia gender.

Come scrive l’onorevole Luca Volontè su La Nuova Bussola Quotidiana il Parlamento ungherese, “che nonostante una malsana diffusione di ‘fake news’ è nel pieno dei suoi poteri”, ha approvato nei giorni scorsi una Risoluzione (con 115 voti a favore e solo 35 contrari, sui 65 di opposizione), promossa dal partito cristiano democratico, che impegna il Governo a non ratificare la Convenzione di Istanbul e opporsi all’ideologia ‘gender’.

Questa Convenzione del Consiglio di Europa del 2011 è entrata in vigore nel 2014 dopo le prime 10 ratifiche. Dei 47 Paesi del Consiglio di Europa la gran parte dei paesi del centro est Europa non ha ratificato la Convenzione (Ucraina, Slovacchia, Moldavia, Lituania, Liechtestein, Lettonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Armenia, Ungheria e Regno Unito). Alcuni nemmeno hanno firmato il documento (Azerbaijan e Russia), altri hanno accompagnato la firma con distinguo, riserve e severe obiezioni (Romania, Polonia, Andorra, Malta, Slovenia etc.) perché va ben oltre il mandato specifico di lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica e parla del sesso come di una “costruzione sociale”,  indipendente dalla realtà biologica sessuale.

Per Volontè l’Ungheria “prosegue coerentemente nella sua strada nella promozione e difesa di alcuni principi cristiani non negoziabili. Ora è probabile che un nuova ondata di insulti si riverserà sull’Ungheria e sul suo Primo Ministro Viktor Orbán, come già accaduto nel recente passato per la difesa della sessualità biologica, a cui comunque si oppongono molti altri paesi”.

C’è da attendersi una altra campagna stampa internazionale anti ungherese per il rifiuto della Convenzione di Istanbul? Probabile! Anzi certo! In Italia c’hanno pensato le cosiddette Sardine che sulla loro pagina Facebook, accompagnando il post con una foto irriverente, hanno scritto: “Oggi apprendiamo con sconcerto che sono stati utilizzati i ‘pieni poteri’ per non permettere al Parlamento ungherese di ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica. Viktor Orbán avrebbe dovuto usare i suoi poteri speciali solo per situazioni attinenti all’emergenza. E invece ne approfitta per compiere azioni che evocano momenti bui della Storia. In pieno contrasto con i principi della comunità internazionale che dovrebbe condannare l’operato di questo neo-dittatore”.

Ecco come le Sardine diffondono Fake News!

 

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Il Parlamento ungherese blocca l’ideologia gender, le Sardine diffondono fake news

Il presidente-cacciatore dell’Uruguay vuole scoraggiare gli aborti

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Matteo Orlando

Il presidente dell’Uruguay, Luis Lacalle Pou, sollecitato dalla domanda di un giornalista, Victor Hugo Acosta, della stazione radio Felicidad de Paysandú, che si è presentato non come “comunicatore ma come cristiano” (sarebbe da chiedere al giornalista il perché non da comunicatore: i giornalisti non posso fare domande sugli aborti?) è ritornato a parlare di aborto ed ha spiegato la sua politica in materia.

In varie precedenti dichiarazioni Lacalle si era espresso sul diritto alla vita. Stavolta la risposta del presidente uruguaiano è stata particolarmente completa. Continua a leggere

Scienziati italiani bocciati: “Crisi in mano ai più scarsi del mondo”

 

La coincidenza curiosa è che tra quelli meno quotati ci siano diversi virologi tra i più presenti in televisione. Il database di ricerca scientifica Scopus, fondato nel 2004 dalla casa editrice Elsevier di Amsterdam, ha valutato attraverso il punteggio denominato H-Index il prestigio e l’autorevolezza degli scienziati coinvolti nell’emergenza coronavirus. Una valutazione che tiene conto dei titoli, delle pubblicazioni, del numero di citazioni che queste pubblicazioni hanno ottenuto nel tempo, come scrive Franco Bechis su Il Tempo. E per quello che riguarda gli esperti italiani spiccano due aspetti: i professori più presenti nei media raramente hanno un punteggio alto; quelli più in alto nella classifica non sono consulenti del governo e sono poco presenti in televisione. 

Scopus è costantemente aggiornato e offre oltre 25.000 articoli provenienti da più di 5.000 editori internazionali e oltre 400 milioni di pagine web a carattere scientifico. Il suo sistema di valutazione contempla una mediocrità che si assesta sui 50 punti e un’autorevolezza solida sopra gli 80. I primi italiani sono: Alberto Mantovani dell’Humanitas con 167 punti, Giuseppe Remuzzi dell’Istituto Mario Negri a quota 158, Luciano Gattinoni dell’Università di Gottingen a 84. Tutti e tre compaiono poco (o comunque molto meno di altri) in televisione e non sono consulenti del governo. Mantovani arriva a sfiorare l’eccellenza assoluta, che nella lista è rappresentata da Anthony Fauci, 174 punti. Lo scienziato italo-americano è il consulente della Casa Bianca. Fauci si è spesso scontrato con il presidente Donald Trump che ha spesso sottovalutato la pandemia fino ad affermare la probabile utilità di iniezioni di disinfettante per sconfiggere il virus.

A seguire, tra gli italiani, l’oncologo dell’Istituto Pascale di Napoli Paolo Ascierto (63 punti) che con la sua equipe ha sperimentato il farmaco anti-artrite tocilizumab ed è stato nominato coordinatore del gruppo di ricerca della Regione Campania. E poi il direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito (61), Giovanni Rezza (59) dell’Iss e Massimo Galli (51) primario infettivologo del Sacco di Milano. Sfiorano la sufficienza Andrea Crisanti (49) virologo consulente della Regione Veneto e Ilaria Capua (48) direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida.

Molto al di sotto della sufficienza i vari Walter Ricciardi (39) consulente del ministero della Salute; Pier Luigi Lopalco (33) ordinario di Igiene all’Università di Pisa e coordinatore delle emergenze epidemiologiche della Regione Puglia; Roberto Burioni (26) virologo del San Raffaele di Milano e ospite fisso della trasmissione di Fabio Fazio Che Tempo Che Fa; Maria Rita Gismondo (22) virologa del Sacco di Milano. Ancora più in basso nella classifica il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Comitato Scientifico Silvio Brusaferro (21) e Fabrizio Pregliasco (14) virologo dell’Università degli Studi di Milano. In fondo alla lista Giulio Tarro (10), ex primario del Cotugno di Napoli, secondo molti suoi sostenitori candidato al Nobel, che ha ingaggiato recentemente un duello sull’autorevolezza a colpi di tweet con Burioni. Una sfida da bassa classifica, secondo Scopus.

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Scienziati italiani bocciati: “Crisi in mano ai più scarsi del mondo”

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