I libri di don Anthony Cekada (1951-2020) sulla riforma liturgica di Paolo VI

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

I libri di don Anthony Cekada (1951-2020) sulla riforma liturgica di Paolo VI, tradotti e pubblicati dal Centro Librario Sodalitium: da leggere e mettere in pratica.
Non si prega più come prima… Le preghiere della Nuova Messa. I problemi che pongono ai cattolici
Frutto del lavoro dell’uomo. Una critica teologica alla messa di Paolo VI
 “Del tutto invalido e assolutamente nullo” 

 

 

La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa

Condividi su:

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Chiara Dolce

«L’abbigliamento esterno non è in noi dalla natura», ci ricorda san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae e, nonostante ciò, la veste può essere materia di vizio e virtù in quanto «l’abbigliamento esterno è un indizio della condizione personale» (Summa Theologiae, II II, Q 169 a. 1). Ne consegue che «l’eccesso, il difetto e il giusto mezzo in questa materia si possono ridurre alla virtù della veracità», detta anche sincerità, quella parte della modestia con cui ci si mostra, con fatti e parole, così come si è interiormente. Il vestito, insomma, rivela l’anima. E se è vero che le intenzioni non vanno giudicate, è altrettanto vero che i fatti possono e debbono esserlo, e il vestito è un fatto, da cui vizi e virtù emergono e pure si prestano all’imitazione altrui.

Virginia Coda Nunziante, nel suo La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa, riflette proprio sull’importanza di una moda virtuosa, sui pericoli di una moda viziosa e sulla responsabilità del Magistero ecclesiale di educare, anzitutto le donne, alla giusta “moda”, che è “modus”, cioè “maniera, norma, regola, misura” (e non “modificazione obbligatoria del gusto”, come vuole l’estensione tutta moderna del termine). Si parte da una domanda essenziale: perché ci vestiamo? Per definire la nostra identità, anzitutto. «Al vestito è dato di esprimere la gioia ed il lutto, l’autorità e la potenza, l’orgoglio e la semplicità, la ricchezza e la povertà, il sacro ed il profano», disse Papa Pio XII ai Maestri Sarti nel 1954; «la società, per così dire, parla col vestito che indossa», disse ancora nel ’57 al I Congresso internazionale di Alta Moda. La Scrittura ci offre esempi in tal senso. La Regina Ester è modesta: nello stato di penitenza «si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto» (4, 17); e a penitenza conclusa, ella «si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado» (5, 1). Ma pure la veste viene incontro al sacro primordiale sentimento del pudore che, come audace sentinella, ricorda continuamente all’uomo: «Il tuo corpo non è corpo animale. Ma è informato dall’anima»; e l’anima non consente all’uomo di coincidere coi suoi atti meramente istintivi, ma impone di trascenderli sul piano morale e spirituale. La veste è quel mezzo che disambigua, nell’essere umano, la natura eterna del suo corpo. Pudoris potius memor quam doloris, è scritto nella Passio Sanctarum SS Perpetuae et Felicitatis, quando si ricorda l’episodio di Perpetua che, «lanciata in aria da una vacca ferocissima» nell’Anfiteatro di Cartagine, non appena ricadde sull’arena non pensò ad altro che a «riassettare la tunica che le si era squarciata sul fianco per ricoprirlo, sollecita più del pudore che del dolore».

Se fino a tutto il Medioevo che ancora “credeva nella differenza”, i due sacrosanti fini del vestirsi venivano rispettati e adempiuti, dall’Umanesimo in poi – racconta Virginia Coda Nunziante – ha inizio una lentissima, ma inesorabile decadenza dei costumi che, trionfante nella Rivoluzione Francese, giunge al Sessantotto e infine ai “nostri” tempi, intrisi di nudità, disordine, bizzarria, volgarità, mascolinizzazione della donna e femminilizzazione dell’uomo. L’immodestia della veste rivela, immediata, l’immodestia dell’anima, per cui laddove l’ordine e il bello non si intravvedono più, è segno di un decadimento morale e spirituale. «Moda e modestia dovrebbero andare e camminare insieme, come due sorelle», disse sempre Pio XII nel 1940 alle donne della Gioventù Cattolica, «perché ambedue i vocaboli hanno la medesima etimologia». E invece «la modestia non è più di moda», e allora la veste non rivela più l’anima, nonostante pretenda di non essere giudicata come le intenzioni dell’anima.

Necessaria una Crociata della Purezza, a cui le donne stavolta sono soprattutto chiamate a combattere. Ma è la Chiesa, come accadde a Clermont nel 1095, che deve invitare alla santa Battaglia. «I Papi del XX secolo sono intervenuti spesso per richiamare i fedeli a non farsi trascinare da mode immodeste», scrive Virginia Coda Nunziante, offrendo al lettore, in appendice, straordinarie testimonianze in tal senso (da Benedetto XV a Pio XII). Ma oggi, i Papi, non ne parlano più. Sta agli uomini tutti, e specialmente alle donne chiamate ad imitare i santi esempi di Ester e Perpetua, prendere coscienza del fatto che il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano gli egli è (Sir. 19, 27); e che, come sempre diceva Pio XII, del vestito ci «si serve, almeno in parte, per edificare o distruggere il proprio avvenire». Il saggio di Virginia Coda Nunziante appare, in tal senso, come un nuovo discorso di Clermont, per cui «se è vero che l’esempio conta quanto le idee, è anche nel modo di vestirci che potremo esprimere il nostro cristianesimo vissuto».

Robert Brasillach e Léon Degrelle: due vite, una storia

Condividi su:

PERIODICO “REX” DI AGERECONTRA.IT 

IL GHIBELLINO (Blog de Il Giornale online)

di Cristiano Puglisi

Nel 1936 Robert Brasillach, poeta e scrittore francese che morirà fucilato in seguito a una condanna di collaborazionismo con il nemico nel febbraio del 1945, aveva 27 anni. Léon Degrelle, energico fondatore del movimento rexista in Belgio, ne aveva invece solamente tre in più. L’incontro tra queste due personalità così giovani e dinamiche e accomunate da scelte oggi ritenute controverse, pur se differenti (Brasillach, divenuto appena 22enne responsabile delle pagine letterarie dell’Action Française, dopo essere stato definitivamente conquistato dai movimenti fascisti in seguito a un viaggio per l’Europa nel corso degli anni Trenta, svolgerà la sua battaglia essenzialmente in campo culturale, mentre il belga arriverà addirittura a indossare l’uniforme sul fronte dell’Est nel corso della Seconda guerra mondiale), ha prodotto un volume, “Léon Degrelle e l’avvenire di Rex”, che oggi, a distanza di un quarto di secolo, Cinabro Edizioni ripropone al pubblico in un’edizione con prefazione di Mario Michele Merlino.

Il piccolo saggio contiene le riflessioni di Brasillach su quella sfrontata e fiera esperienza politica, all’epoca ai suoi albori, ma anche sulla personalità e le idee di Degrelle: dall’infanzia trascorsa nel borgo di Bouillon, dove il padre esercitava il mestiere di birraio, all’avvicinamento al pensiero di Charles Maurras, proseguendo poi con gli anni trascorsi all’università di Lovanio e con le esperienze giornalistiche anche oltre Atlantico (in particolare a fianco dei cristeros messicani) e, infine, le avventure editoriali con Christus Rex e la fondazione del quasi omonimo partito politico. Di Degrelle emerge, in particolar modo, la forte tensione al sociale, dimenticato, secondo il fondatore del rexismo, dai partiti borghesi a vantaggio dei movimenti marxisti, realtà, nella sua visione, egualmente nociva rispetto a quella dei “marci”, i politici moderati collusi con le lobby economiche.

Brasillach e Degrelle, dunque. Due esistenze parallele, due figure tragiche, ciascuna a modo loro, che però terminarono l’esperienza terrena in maniere ben differenti: detto del primo, il secondo, paradossalmente, pur avendo avuto una vita ben più avventurosa, terminò serenamente la sua esistenza da esule in Spagna, a Malaga, all’età di 87 anni. Questo volume, come spiega la stessa casa editrice che lo ha riproposto, è la “narrazione evocativa dell’incontro di due strade, di due destini, di due giovani, attratti inesorabilmente da un unico comune sentire

https://blog.ilgiornale.it/puglisi/2022/03/23/robert-brasillach-e-leon-degrelle-due-vite-una storia/&ct=ga&cd=CAEYACoUMTMwNjI2MDY2OTg5NTAxMTQzODkyGTRlZWExZDZiM2YzNjJmNGE6aXQ6aXQ6SVQ&usg=AFQjCNE7YDl3TF1FsbD2QS9K1WRBP98wBQ

 

 

Libri su Giordano Bruno scritti da due cattolici intransigenti

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Mons. Pietro Balan, Il vero volto di Giordano Bruno, ristampa del Centro Librario Sodalitium, 2009.
 
Antonmaria Bonetti, Il campo maledetto: il fiasco delle feste bruniane e il trionfo di Roma cattolica ossia cronistoria veridica dei fatti del giugno 1889, Tip. Editrice Industriale, Roma, 1889.
 

Quella Cappa che ci opprime

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Cosa resterà di questa libertà dimezzata e sorvegliata che stiamo subendo ormai da tempo in regime di pandemia? Resterà la Cappa, che ci avvolge e che ci opprime, in cui si condensano le nubi sparse dei nostri giorni fino a formare una coltre compatta: le restrizioni sanitarie, la vita sanificata e ospedalizzata, il controllo digitale totale, la tracciabilità dei nostri spostamenti, fisici e finanziari, la vita dimezzata nelle sue possibilità, viaggi, relazioni; e poi la guerra civile dei sessi, la guerra mondiale contro la natura, la cancel culture applicata alla storia, il politically correct applicato ai rapporti umani e alla società, le censure al linguaggio, il pensiero unico e prigioniero del modello uniforme…

Facendosi cronici e intrecciandosi tra loro, i diversi fattori convergono e commutano le limitazioni sanitarie in forme di sorveglianza permanente, fino a formare una cappa globale che sembra destinata a non dissiparsi. Con la Cappa stiamo passando dalla società aperta alla società coperta, dove si maschera la parola come il volto e tutto è sotto una rete protettiva. Lo argomento nel mio nuovo libro dedicato a La Cappa, in uscita da Marsilio (pp.204, 18 euro), per una critica del presente.

In che mondo viviamo? Sotto la Cappa tutto perde contorno, confine, libertà, consistenza reale, memoria e visione. I sessi sconfinano e mutano, le differenze scolorano e si uniformano, la natura è abolita, la realtà è revocata, i territori perdono le frontiere; la nuova inquisizione censura e corregge, il regime di sorveglianza globale controlla la vita tramite l’emergenza e la priorità assoluta della salute. Ma anche il passato sparisce, col gran reset della storia e i processi intentati al passato col metro del presente; tramonta ogni civiltà, a partire dalla civiltà cristiana per fari posto a un sistema globalitario; spariscono i luoghi, compresi i luoghi di lavoro, in una società delocalizzata, senza territorio. La schiavitù prosegue a domicilio, con l’home working. Perdendo il mondo, ciascuno ripiega su te stesso, in un selfie permanente; la Cappa favorisce infatti il narcisismo solitario e patologico di massa. Vivi attraverso il tuo cordone ombelicale chiamato smartphone e simili, ti fai icona di te stesso. E intanto deperiscono le proiezioni oltre la propria vita: la storia, la comunità, l’arte, il pensiero e la fede, ogni fede. La Cappa occulta la bellezza, la grandezza, il simbolo, il mito, il sacro, la realtà. Negandoci altre visuali ci nega altri mondi, altri tempi, altre luci. L’uomo, sostengo nel libro, abita cinque mondi: il presente, il passato, il futuro, il favoloso, l’eterno. Se ne perde qualcuno vive male; se vive in uno solo impazzisce. E noi viviamo totalmente succubi del presente, nel nostro orizzonte infinito presente globale.

Immersi nel presente, abbiamo perduto la facoltà di distaccarcene per vederlo nell’insieme e per capirne la direzione e il destino. Così abbiamo perso il senso del presente e non riusciamo più ad avere una visione generale della realtà. Da qui la sensazione di vivere sotto una cappa; visibilità ridotta, voci spente, suoni ovattati. Ne avverti il peso anche se non ha fattezze e non ha confini, non si può misurare, è ineffabile e avvolgente, come la cappa che avvolge gli Ipocriti nell’inferno dantesco; cappa dorata all’esterno ma plumbea e pesante sui dannati. Nel XXIII canto dell’inferno così li descrive: “Elli avean cappe con cappucci bassi dinanzi a li occhi […] Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; ma dentro tutte piombo, e gravi tanto”.

Ho provato a compiere un excursus ragionato benché venato dalla percezione di una profonda Mutazione, tra le follie odierne e i tabù vigenti, tentando una serrata critica per vivere il presente e non subirlo. Viviamo nel peggiore dei mondi possibili, abbiamo raggiunto il punto più basso nella storia dell’umanità? No, non il più basso, semmai il punto di non ritorno. I fattori demografici, ambientali, tecnologici rischiano di essere irreversibili, come le trasmutazioni antropologiche che stiamo inavvertitamente subendo in un corso accelerato verso il postumano e l’intelligenza artificiale.

Occorrerà ridare l’assalto al cielo, come dicevano i rivoluzionari ma stavolta non con la pretesa di scalarlo, come in una nuova torre di Babele, bensì per sgombrarlo dalla Cappa globale. L’assalto sarebbe dunque di segno opposto, per liberare il cielo e non per occuparlo. Liberare il cielo, l’atmosfera, l’aria può avere anche un’implicazione ecologica, ma non è solo una questione ambientale.

Le rivolte, le rivoluzioni sono velleitarie e impotenti e aprirebbero conflitti perdenti con i poteri. L’unico mezzo a nostra disposizione è la spada del pensiero critico, dell’intelligenza libera e ribelle, che non si accontenta del presente e della sua dominazione assoluta. Non disponiamo di altra arma, di altro potere, che la nostra facoltà di capire: l’intelligenza è la spada affilata che salva o almeno perfora la Cappa asfissiante. La maiuscola Cappa, la minuscola spada…

MV, Panorama (n.5)

*Immagine: gli ipocriti con le cappe dorate nell’Inferno dantesco

Psicopatologia del radical chic

Condividi su:

di Costantino Ceoldo

Fonte: Come Don Chisciotte

Roberto Giacomelli ritorna e ci delizia con un altro dei suoi piccoli ma intriganti pamphlet, questa volta su quella caricatura di essere umano che passa sotto il nome di radical chic [1].

Giacomelli ci parla del borghese annoiato che pretende di insegnare agli altri come si vive, ma scarica su di loro le inevitabili difficoltà e tutti i problemi che generano la sua vita avvolta nella bambagia. Sguardo e pensiero vanno inevitabilmente alla gauche caviar che dopo aver tradito anche Giuda, è diventata la raccattapalle del grande capitale, realizzando così la sua vera e più profonda vocazione: essere serva tra i servi.

Guerriero da salotto, da tastiera, da divano, da qualunque cosa purché non sia la cruda realtà, il radical chic si è oramai riprodotto più dei conigli dell’omonima collina e, sotto forma di un quasi sterminato gregge di pecore disagiate, è riuscito quasi a confinare i lupi ai margini della vita vera, quasi a soffocarli.

Lo si è visto bene in questi due anni covidiani all’insegna dell’assurdo e del surreale più spinti, le cui basi allucinate sono state poste, però, ben prima.

I lupi tuttavia esistono ancora e resistono, passano al bosco che è la loro casa naturale. Alla resa dei conti, non saranno le greggi di pecore satolle di cibo spazzatura, stordite da Netflix o Pornhub a restare in piedi ma coloro che si sono dati una disciplina e hanno fatto proprio uno stile di vita diverso.

Lascio la parola a Roberto Giacomelli, che come altre volte in precedenza, ha risposto con pazienza alle mie domande.

  •  Chi è il radical chic e perché lei parla proprio di “psicopatologia”?

Il radical chic è il gendarme del pensiero corretto, un personaggio pittoresco che vive di esteriorità, pose e abitudini snob. Un annoiato che gioca alla rivoluzione a chiacchiere, in realtà un borghese con aspirazioni di successo e promozione sociale. Il comportamento di questa élite di lusso è caratterizzato dal narcisismo e dalla paranoia, ecco perché possiamo parlare di psicopatologia.

  •  È un fenomeno solo Occidentale o riguarda tutto il mondo?

I servi del potere sono ovunque e da sempre, ma i radical chic sono il prodotto caratteristico della sottocultura americana, che come sempre ha subito attecchito in Europa. La gauche caviar in Francia e I sedicenti intellettuali impegnati in Italia e nel resto del continente. Servi sciocchi di un potere distruttivo che annienterà anche i suoi reggicoda nel mondo mostruoso che sta preparando.

  •  Lei afferma esplicitamente che il radical chic si pone come guardiano autoproclamato del bene e del male. Può approfondire questo aspetto?

Il radical chic si ritiene unico depositario della verità, padrone dei mezzi di informazione, è l’interprete autorizzato del “pensiero unico” e lo diffonde come la incontrovertibile interpretazione della realtà.

  • Lei parla apertamente anche di “regressione a livello infantile”. I monopattini elettrici non ne sono forse uno dei tanti esempi lampanti?

Per i radical chic la fase ludica essenziale nello sviluppo cognitivo infantile non finisce mai, sono adulti che si comportano da eterni adolescenti. Il loro giocattoli, sono il simbolo della loro immaturità, simboli di status sociale, segni distintivi di una élite intellettuale che si vuole distaccare a tutti i costi dalle masse ignoranti che devono fare i conti tutti i giorni con la realtà.

  • Che cos’è il “popolo addormentato”? Perché la parola data non ha più valore?

La propaganda martellante degli intellettuali organici al Sistema, sommata al vuoto di ideali e valori caratteristici della società dei consumi, addormenta di fatto le coscienze rendendo il popolo prono ad ogni vessazione. Pronto ad accettare l’eliminazione di diritti e delle libertà civili. La mancanza di valori etici quali la dignità, l’onore, la fedeltà ad un’idea o ad una patria, fa sì che la parola data, suono sacro, in questa società sovvertita non abbia più alcun significato.

  • La “Sinistra” ha accettato una mutazione antropologica che la porta a difendere le banche e il grande capitale. Come è stato possibile e perché?

La mutazione antropologica della Sinistra è frutto del tradimento delle idee socialiste e della difesa delle classi subalterne. Fallita la rivoluzione marxista, che avrebbe dovuto preparare sulla Terra il paradiso dei lavoratori ed invece si è trasformata in sanguinaria dittatura, occorreva un nuovo padrone. Il radical chic non sopporta di stare con gli sconfitti della Storia, ma si è subito accomodato sul carro dei vincitori. Si schiera con il liberismo selvaggio ed il turbocapitalismo, dalla dittatura del proletariato a quella dell’alta finanza. Gli è importante stare dalla parte del Potere che paga i suoi servi.

  • Affrontiamo il gender e la modifica del linguaggio. Come opporsi a questa deriva distruttiva?

Per opporsi a questa follia distruttiva dobbiamo diffondere la cultura classica, la spiritualità delle origini e la voce dei liberi pensatori come Junger, Venner, Schmitt. Questa è la risposta alla confusione mentale indotta dalla cultura falsa e disfunzionale imposta dai radical chic.

  •  Lei parla di “archetipo del guerriero” e di “passaggio al bosco”. Siamo ancora in tempo per salvarci?

Ci salverà il ritorno alla comunione con la Natura selvaggia, alle pulsioni primordiali, alla naturale aggressività umana, all’arte della guerra. Passare al bosco è l’estrema difesa contro la società della dissoluzione, ultima ribellione possibile contro il capitalismo della sorveglianza, la forma di dittatura più sottile e subdola.

Video Intervista su Rumble:

https://rumble.com/vt2x13-psicopatologia-del-radical-chic.html

NOTE

(1) = Roberto Giacomelli, Psicopatologia del Radical chic, Passaggio al Bosco edizioni

Medio Oriente

Condividi su:

di Salvo Ardizzone

Fonte: Italicum

Intervista a Salvo Ardizzone, autore del libro “Medio Oriente”, Arianna Editrice 2021, a cura di Luigi Tedeschi

D. 1) L’epoca dei regimi del socialismo arabo è ormai tramontata. Furono regimi autocratici che, con tutti i loro fallimenti, le loro conflittualità e le loro contraddizioni evidenti, emersero da movimenti che si dimostrarono comunque determinanti nella lotta per l’indipendenza dei popoli arabi e conferirono una identità politico – culturale ai nuovi stati sorti dalla decolonizzazione. Contribuirono inoltre alla emancipazione e alla modernizzazione di popoli già emarginati dalla storia. Al crollo dei regimi autocratici, hanno fatto seguito solo il caos politico generalizzato e conflitti – etnico religiosi senza sbocchi. Con la fine del socialismo arabo, non è scomparso un modello di riferimento, senza alcuna prospettiva di nuovi equilibri geopolitici nell’area mediorientale e nordafricana?

R. I movimenti che si intestarono il processo di decolonizzazione, Baath, nasserismo, lo stesso Fln algerino, seppero liquidare le dominazioni coloniali in quanto esse erano anacronistici fenomeni antistorici, ma nessuno di essi riuscì (né, in realtà, ci provò seriamente) a costruire sistemi politici capaci d’interpretare le aspirazioni delle popolazioni musulmane che pur, nelle fasi iniziali, tributarono a essi un forte consenso, e si evolsero tutti in regimi duri, alcuni durissimi.

Le identità politico – culturali che conferirono ai nuovi stati furono spesso distanti da quelle autenticamente espresse dai popoli che ci vivevano, insomma, sovrastrutture velleitarie; basta far cenno alla pretesa del Baath, che rinnegava i singoli stati definiti regioni, di riconoscersi in un’unica nazione araba, o i velleitari tentativi di Nasser di “unioni a freddo”, vedi la R.A.U. con la Siria (degli esperimenti estemporanei di Gheddafi è inutile parlare).

La ragione prima di questa distonia fu che le leadership di quei movimenti provenivano da ambienti intellettuali o militari che si erano formati in Occidente, imbevendosi di dottrine positiviste che, seppur filtrate da una certa elaborazione politica, finivano per suonare ostiche o irricevibili al sentire profondo delle masse. Per cui, più che autentici interpreti dei propri popoli, finivano per essere pur sempre emanazione della cultura politica occidentale. Lo stesso Nasser riscosse un consenso plebiscitario grazie a posizioni populiste, impregnate da un nazionalismo panarabo eterodosso, ma ebbe la sorte di morire prima che il completo fallimento del suo modello (che di fallimenti ne aveva già collezionati tanti) sbriciolasse l’idolo che rappresentava per le masse.

Il socialismo arabo non è dunque finito, ma ha semplicemente fallito in quanto, pur avendo dinanzi masse più che disponibili a un radicale cambiamento, metteva in campo (quando lo faceva) dottrine non in linea con i paesi presso cui si è sviluppato, con leadership avulse dal sentire delle masse (di cui non si curavano più di tanto, anzi, disprezzavano i valori profondi espressi della gente e, quando li assecondavano, lo facevano per raccogliere consenso). In definitiva, i regimi forti che ha originato avevano lo scopo primario di mantenere al potere oligarchie e, se un certo sviluppo hanno originato, è stato un modo di comprare l’appoggio di taluni ceti assai più che mirare a una crescita armonica delle società.

È poi da sottolineare che è stato l’Occidente (e/o i suoi alleati arabi) a segnare la fine di quelle esperienze, con attacchi diretti (vedi Guerre del Golfo) o indiretti (vedi varie “primavere”). Quando quei regimi sono crollati, hanno lasciato dietro di sé il nulla; il caos che ne è seguito è stato conseguenza diretta della loro natura: oligarchie che avevano occupato il potere, ponendo le società sotto una cappa. Quanto poi ai conflitti che ne sono conseguiti, non sono stati conflitti etnici, malgrado tensioni si fossero accumulate, meno che mai religiosi, ma indotti da precisi disegni di destabilizzazione che hanno fatto leva sulle linee di faglia di quelle società per sgretolarle.

A tal proposito, nel mio ultimo libro (Medio Oriente. Dall’egemonia Usa alla Resistenza Islamica) dedico diverse pagine alle Dottrine Bernard Lewis e Yinon, con le loro teorie di scomposizione dello scenario mediorientale, fatte proprie da think-tank e decisori politici statunitensi e israeliani, e alle dinamiche distruttive che sono state sviluppate.

Che poi quei regimi potessero essere un modello di riferimento personalmente non direi, erano regimi che non esito a definire iniqui; riferimento lo erano semmai per le potenze occidentali, che li hanno giostrati a seconda dei propri interessi, Usa in testa.

Quando potranno sorgere nuovi equilibri? Dall’osservazione dei fatti, è mia convinzione che nel MENA sia in corso da molto tempo uno scontro fra i vecchi assetti, che intendono mantenere il controllo sulla regione, e i nuovi, che combattono per liberarsi. In altre parole, una lotta fra oppressori e oppressi, fra il Vecchio e il Nuovo Medio Oriente che vuole emergere. È questo il filo rosso che lega e spiega gli eventi.

Alla luce di ciò, i nuovi equilibri cominciano già a intravedersi, in alcune vaste aree sono ormai delineati, ovvero dove l’antico sistema oppressivo è ormai in crisi irreversibile e combatte le ultime battaglie prima di prendere atto della sconfitta (come sta avvenendo in Iraq, Yemen e nello stesso Libano, ma anche altrove).

D. 2) L’Islam ha costituito un valore identitario di coesione e di riscatto politico – culturale per i popoli arabo – islamici. L’Islam ha rappresentato un valore spirituale universale unificante, per popoli diversi suddivisi in stati artificialmente creati in base alle spartizioni coloniali delle potenze europee dominanti nei secoli scorsi. L’Islam dovrebbe dunque essere un elemento identitario di contrapposizione al dominio imperialista dell’Occidente americano. Tuttavia, date le conflittualità interconfessionali esistenti e le nuove eresie sanguinarie islamiche diffusesi negli ultimi decenni, l’Islam è divenuto un fattore di destabilizzazione dell’area mediorientale e nordafricana. Anzi, i fanatismi diffusi hanno fornito una sovrastruttura ideologica necessaria per le guerre d’aggressione condotte dagli imperialismi vecchi e nuovi. L’Islam quindi, da valore spirituale unificante, non si è trasformato in uno strumento della “strategia del caos” e di dissoluzione degli stati?

R. Prima di risponderle, devo necessariamente ribattere ad alcune affermazioni che precedono la sua domanda: nell’Islam non ci sono sostanziali conflittualità interconfessionali e le eresie sviluppatesi negli ultimi decenni non hanno a che vedere con l’Islam più di quanto Michele Greco, con le sue improbabili citazioni dei Vangeli nei processi, ne aveva con il Cattolicesimo.

L’Islam non è un fattore destabilizzante del MENA né, tantomeno, è uno strumento della “strategia del caos”, semmai è stato vittima di una gigantesca operazione di disinformazione finalizzata alla costruzione di un “Nemico”, che giustificasse gli interventi di destabilizzazione tesi a realizzare gli interessi egemonici degli Usa e dei suoi alleati.

Andiamo con ordine: negli anni Novanta del secolo scorso, fra i think-tank “neocon” americani si affermarono le tesi elaborate anni prima da Bernard Lewis, uno studioso britannico ex collaboratore dei Servizi, e ciò in assonanza con quanto già formulato dal giornalista Odet Yinon in Israele.

Come ho già accennato, secondo tali dottrine Usa e Israele avrebbero dovuto decomporre gli stati mediorientali, facendo leva con qualsiasi mezzo sui loro punti critici, al fine di destrutturare l’area e ricomporla secondo i loro interessi o, in alternativa, determinando quel “caos creativo” (copyright by Hillary Clinton) che inibisse quelle aree a chi era giudicato un avversario (con ciò facendo espresso riferimento all’Iran e, soprattutto, alla proiezione della Rivoluzione Islamica).

Terzo pilastro del progetto era l’Arabia Saudita, giudicata essenziale per la creazione, il controllo e l’indirizzo dei gruppi che avrebbero dovuto destabilizzare la regione, replicando il ruolo interpretato con successo al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Un simile progetto avrebbe dato il via a un ciclo di guerre ma, se centri di potere e complessi militari-industriali erano entusiasti di una tale prospettiva, l’opinione pubblica Usa non ne era per nulla interessata; occorreva “qualcosa” che la sintonizzasse su quel programma e giustificasse una politica d’aggressione dinanzi al mondo. In altre parole, occorreva un “Nemico” contro cui gli Usa (e i loro alleati) potessero dichiarare una guerra permanente con il consenso generale.

Il “qualcosa” accadde l’11 settembre e il “Nemico” esisteva già da anni, perché creato dalle Intelligence americana e saudita al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e, da allora, mai perso di vista. Da quel momento gli Usa scesero in guerra contro il “Terrore”, ovvero contro chiunque l’Amministrazione del momento ritenesse conveniente.

La riuscita di una tale strategia è stata resa possibile da una colossale operazione di “framing” operata dal sistema mediatico americano e avallata dai media dell’intero Occidente; in “Medio Oriente” dedico più pagine a spiegare come essi si prestarono a una sistematica narrazione dei fatti distorta, lacunosa e faziosa, realizzando una gigantesca disinformazione collettiva.

Fulcro di questa operazione è stata una campagna contro l’Islam: descrivere quella religione e quella cultura nel modo più distorto, accreditando di esse l’immagine oscurantista e fanatica del wahabismo, vicino ai gruppi terroristici nati grazie alle manovre saudite e gli aiuti Usa, è servito a creare il “Nemico” e giustificare gli interventi militari.

A conclusione di quanto detto, ribadisco che il sedicente “scontro di civiltà” sia strumentale, evocato per motivare un vasto programma d’aggressione, come pure, assimilare all’Islam alle farneticazioni dei takfiri (così vengono chiamati dai veri islamici), o ritenerli parte di esso, sia una mistificazione fuorviante. Affermare dunque che siano stati i fanatismi in qualche modo presenti nell’Islam a fornire il pretesto per le guerre d’aggressione è invertire i ruoli, avallando la narrazione bugiarda del mainstream.

Allo stesso modo, insistere nella convinzione che sia in corso uno scontro interconfessionale fra sunniti e sciiti è falso, il nocciolo della questione è politico: l’Iran è la potenza guida della Rivoluzione Islamica che guida la Resistenza contro il sistema di potere che ha oppresso e opprime quella regione; le petromonarchie del Golfo e gli altri potentati locali fanno parte di quel sistema e per questo si oppongono con ogni mezzo al cambiamento. È tutto qui il discorso e il fatto che taluni stati siano a maggioranza sciita e altri sunnita non è affatto il cuore del problema.

Alla luce di quanto detto, spero sia chiaro che l’Islam non sia in alcun modo uno strumento della “strategia del caos”, ma sia stato così dipinto dall’interessata vulgata occidentale. Piuttosto, per i suoi principi correttamente intesi, è invece la fonte di un progetto di liberazione rivolto a tutti gli oppressi; sciiti, sunniti, anche cristiani, non fa differenza.

D. 3) Con la nascita della Repubblica Islamica si è affermato un nuovo sistema politico di natura identitaria islamica e antimperialista nei confronti dell’Occidente. La rivoluzione iraniana fu concepita da Khomeyni come un evento che avrebbe potuto estendersi a tutto il mondo islamico. tuttavia tale rivoluzione rimase circoscritta all’Iran. Anzi, l’Iran fu aggredito e combattuto da altri stati islamici. Si è inoltre rivelata insanabile la frattura interna all’Islam fra sciiti e sunniti, tuttora coinvolti in uno stato di guerra permanente. Quali sono le cause che hanno impedito al modello iraniano di espandersi e universalizzarsi?

R. La Rivoluzione Islamica non è rimasta affatto circoscritta all’Iran, al contrario, e la continua espansione dell’Asse della Resistenza è lì a dimostrarlo. In Libano, Iraq, Yemen, Palestina, Bahrein, e ora anche in Afghanistan e persino in Pakistan, in tante parti del mondo si sta radicando, anche in Nigeria, dove ne sentiremo parlare presto. Da questa proiezione, che minaccia sistemi di dominio e antiche egemonie, nascono le tante guerre scatenate prima per soffocarla (vedi la Guerra Imposta provocata da Saddam Hussein con l’appoggio degli stati del Golfo e dell’Occidente) e poi per frenarla (vedi i lunghi conflitti in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Palestina).

In ormai cinquant’anni, malgrado repressioni selvagge, guerre, aggressioni d’ogni tipo, sanzioni, non è mai capitato che movimenti ispirati alla Rivoluzione Islamica siano stati sradicati, al contrario, essi si sono sempre sviluppati, accrescendo il radicamento nelle rispettive società. Ed è la Storia che lo afferma, non è un’opinione. È per questa riconosciuta capacità che la Dottrina della Resistenza è considerata un pericolo esiziale sia dalle tante monarchie assolute della regione, che in essa vedono la fine dei propri privilegi, sia dalle potenze che traggono utili (enormi) da questo stato di cose (Usa in primis).

Come ho già detto, se l’Iran è stato aggredito e combattuto da altri stati islamici, non è accaduto certo in nome della religione, ma a causa della dottrina di liberazione che da esso si proiettava; una dottrina che era una minaccia mortale per i poteri assoluti (e le ricchezze) d’un pugno di famiglie regnanti.

Per questo, lo ripeto ancora, è strumentale parlare di frattura interna all’Islam fra sunniti e sciiti, una frattura evocata per coprire lo scontro fra chi vuole mantenere un iniquo sistema di sfruttamento sulla regione e chi lotta per liberarsi da esso. E ribadisco che in questa lotta di liberazione c’è posto per tutti: sunniti, sciiti, cristiani, drusi, curdi, yazidi e ogni altra etnia o confessione, tutte largamente rappresentate nelle formazioni della Resistenza Islamica. Malgrado tutti gli sforzi di quello che in “Medio Oriente”, con un neologismo, ho chiamato per semplicità Fronte dell’oppressione, non c’è stato modo d’impedire alla Rivoluzione Islamica di espandersi.

Ancora una notazione: quando lei evoca un “modello iraniano” bisogna intendersi; è un errore pensare che la Rivoluzione Islamica sia un modello rigido e la sua applicazione uguale in ogni paese in cui si radichi; per sua costituzione essa si adatta alle condizioni culturali, storiche, sociali ed economiche di ogni popolo, per cui, dagli stessi principi, ispirati ai medesimi valori, deriveranno modelli diversi di Società della Resistenza. In poche parole, il modello iraniano non sarà replicato in Yemen, come quello libanese non lo sarà in Iraq, ma ognuno ne avrà uno proprio.

D. 4) L’area geopolitica mediorientale dal secondo dopoguerra in poi, è sempre stata un teatro di scontro tra le grandi potenze mondiali. Gli USA hanno voluto sostituirsi agli imperi coloniali europei nel dominio geopolitico dell’area. Dopo il crollo dell’URSS, l’unilateralismo americano, con il sostegno di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, ha messo in atto la “strategia del caos” con la destabilizzazione interna e l’aggressione degli “stati canaglia”. Alla strategia imperialistica americana, non hanno però fatto riscontro i successi politici programmati, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. La supremazia militare ed economica americana non si è tradotta in primato geopolitico globale. Gli americani non hanno quindi realizzato un dominio senza egemonia? Gli Usa non sono dunque una potenza imperialistica congenitamente incapace di divenire un impero?

R. Gli Usa sono divenuti egemoni di metà del mondo quando l’Europa si suicidò e l’URSS emerse come loro antagonista; con l’implosione del blocco sovietico gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza e per qualche tempo s’illusero che la Storia fosse finita, consacrandoli egemoni del mondo. Ma, malgrado i tanti decisori politici che l’hanno creduto, rischiando di auto avverare quella strampalata teoria, la Storia non è finita affatto e lo dimostra l’emergere di un multipolarismo che è nei fatti prima ancora che nelle teorie geopolitiche, e che ha posto crescenti limitazioni al potere a Stelle e Strisce.

Tuttavia, se un dominio globale stringente è nei fatti precluso agli Usa (neanche loro hanno i mezzi e, meno che mai, le capacità per mantenerlo), ritengo necessario soffermarci sulla natura dell’egemonia americana, che pur esiste.

A mio parere quello americano è un impero, ma di natura talassocratica e ora finanziaria, assai diverso da quelli che l’hanno preceduto, solo in qualche modo simile a quello britannico dell’Era Vittoriana, ma anni luce lontano da ciò che era l’URSS e dal modo che essa aveva di esercitare il potere. Ciò che muove i centri che controllano l’enorme macchina federale (costituita da Pentagono, Dipartimento di Stato, Intelligence e Agenzie varie) è il conseguimento degli interessi di cui essi sono terminali, e la forza è solo uno, e neanche il più usato né, alla prova dei fatti, il più efficace, degli strumenti adoperati per realizzarlo.

La forza del biglietto verde, a tutt’oggi misura e strumento della stragrande maggioranza degli scambi commerciali, e il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario, Club di Parigi, etc.), uniti al più forte e pervasivo sistema finanziario del globo, danno a quell’impero una leva enorme.

A ciò s’aggiunge un vantaggio troppo spesso trascurato: possedere il più grande e, piaccia o no, influente sistema di media esistente, capace di determinare il pensiero mainstream e influenzare in modo decisivo le opinioni pubbliche di tutto il mondo. È un soft-power, certo, ma enorme; basti pensare alla copertura che ha dato alle guerre imperialistiche degli Usa, alla creazione del “Nemico”, alla capacità di “vendere” la società americana, basata sulla disuguaglianza e lo sfruttamento più iniquo, come un sogno, alla demonizzazione di tutto ciò che è contrario al sistema Usa e, dunque, ai suoi interessi.

Non è un caso che il sistema statunitense sia il padre della globalizzazione, ciò che gli interessa realmente è che: i traffici marittimi funzionino coerentemente al suo tornaconto (e l’US Navy è ancora la vera padrona dei mari); il dollaro rimanga arbitro di commerci, investimenti e transazioni; il mondo intero sia costretto a sostenere il biglietto verde nei suoi momenti critici, sottoscrivendo in massa i titoli di stato americani per evitare il collasso dell’economia globale (vedi le stratosferiche emissioni di debito Usa, che hanno accollato al mondo intero i danni della crisi originata da Lehman Brothers).

Per il resto, al Deep State americano, vero depositario del potere con buona pace delle Amministrazioni che passano e che esso, al bisogno, sa ingabbiare (vedi le feroci limitazioni imposte a Trump su temi giudicati sensibili, come le relazioni con la Russia), basta che in nessun quadrante del mondo si affermi un vero egemone capace di tenergli testa in quell’area. Certo, molto ci sarebbe da dire sui punti fermi dello Stato Profondo Usa e sul come (non) riesca a ottenere i risultati che si aspetta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Concludendo, ritengo che gli Usa siano una potenza certamente imperialista, con una netta vocazione imperiale del suo sistema resa tuttavia sempre più riluttante da una crescente fetta di opinione pubblica interna tagliata fuori dai benefici dell’impero (di qui la base del successo di Trump, riscosso fra i “forgottens” della globalizzazione).

D. 5) La causa palestinese è oggi priva di rilevanza internazionale. Dopo gli insuccessi bellici degli stati arabi contro Israele susseguitisi dal 1948 al 1973, il fallimento politico dell’OLP e il moltiplicarsi degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la nascita di uno stato palestinese è, allo stato attuale, da considerarsi un evento assai improbabile. La causa palestinese è stata sempre strumentalizzata dagli stati arabi per loro fini politici, salvo poi espellere o addirittura massacrare i profughi palestinesi al pari d’Israele. Con i nuovi equilibri geopolitici mediorientali e il riconoscimento di Israele da parte di alcuni stati arabi, la causa palestinese è da ritenersi ormai esaurita? Mancando gli alleati di riferimento, quale futuro si prospetta per i palestinesi? L’affermazione di Hezbollah in Libano, quale influenza può esercitare sul destino politico della Palestina?

R. È una domanda che per l’ampiezza necessiterebbe di un’intervista a parte, proverò a sintetizzare anche se mi rendo conto che alcuni temi possano apparire sorprendenti alla luce del pensiero mainstream attuale, focalizzato su ciò che non è e assai distante dalla realtà dei fatti sul campo. In realtà, l’interesse della comunità internazionale per la causa palestinese non è servito a molto, il massimo che ha saputo produrre è stata la beffa degli Accordi di Oslo, ovvero la svendita della Palestina a Israele, con tutti intorno ad applaudire, e la straordinaria ipocrisia del conferimento di due Nobel per quella truffa.

Nei fatti nessuno, in Occidente come nei paesi arabi che pur davano mostra di agitare quella causa, ha preso in seria considerazione la nascita di un vero stato palestinese, era invece la finzione di uno stato-non-stato che serviva a tutti: a Israele, che dinanzi al mondo metteva la pietra tombale su una crisi fastidiosa, senza rinunciare a nessuno dei suoi programmi espansionistici; ad Arafat e la sua cerchia corrotta che, con l’ANP, si vedevano riconoscere da interessati attori esterni un ruolo e una legittimazione che avevano ormai perso fra la loro gente; ai paesi arabi, che spazzavano sotto il tappeto una causa divenuta troppo scomoda.

Tuttavia, se la via indicata da Oslo si è rivelata da subito impraticabile, perché nessuno di chi l’ha sottoscritta era interessato a uno sbocco concreto (anzi, il contrario), l’eventualità di una nascita di un vero stato palestinese, seppur non ancora alle porte, non è mai stata più probabile.

Sgombrati dal tavolo i falsi riferimenti, che mai hanno fornito appoggio vero ai palestinesi, sul campo e fra la gente la causa della Palestina è stata presa in mano da un unico soggetto, la Resistenza Islamica, a cui oggi tutte le formazioni della militanza palestinese fanno riferimento e in cui si riconoscono, sia pur con sensibilità e sfumature diverse, ma seguendo un unico coordinamento. Per chi conosce la realtà di quelle terre, si tratta di un evento straordinario, mai accaduto: oggi, un’unica sala di comando dirige tutti i gruppi della Resistenza a Gaza, nel West Bank e perfino all’interno di Israele.

Alla nuova e crescente unità dei palestinesi, corrisponde uno sfarinamento della società israeliana, sempre più spaccata fra “tribù” (definizione del presidente israeliano Reuven Livlin), componenti separate da interessi, opinioni e visioni dello stato ferocemente contrapposte, causando una lacerazione del tessuto sociale che il passare del tempo rende più radicale e avvelenata.

Laici ashkenaziti, tradizionalisti-nazionalisti sefarditi, ultraortodossi haredim e, da ultimi, gli arabi israeliani, sono inconciliabilmente divisi su tutto. La dimostrazione ultima c’è stata in occasione della crisi del maggio scorso: il successo politico dell’Operazione “Spada di Gerusalemme”, lanciata dalla Resistenza Palestinese, e lo speculare fallimento dell’Operazione “Guardiano delle Mura”, intrapresa da Tsahal, ne sono la dimostrazione (come ammesso senza mezzi termini dalla stampa israeliana).

A maggio Israele ha dovuto interrompere la sua azione militare perché non era in grado di entrare a Gaza, una striscia di appena 365 chilometri quadrati, ma, soprattutto, per l’insurrezione degli arabi israeliani che ha messo fuori controllo le città stesse di Israele e frantumato la sua coesione interna. Illuminante in tal senso è il numero 5 della rivista Limes a ciò dedicata e il lungo editoriale del suo direttore Lucio Caracciolo.

Tra l’altro, non è corretto affermare che ai palestinesi ora manchino alleati di riferimento, è più esatto dire che in passato hanno avuto accanto sciacalli che si sono ingrassati sulle loro sciagure o che, dietro al loro nome, hanno svolto i loro mercimoni (e i risultati si sono visti); oggi la Resistenza Palestinese partecipa a pieno titolo all’Asse della Resistenza, è unita come non mai, ha consapevolezza di sé e della situazione, ha archiviato i dirigenti discutibili e dispone ora di leadership credibili e di un progetto di liberazione come non ha mai avuto.

Che poi alcuni stati arabi abbiano normalizzato le relazioni con Israele non sposta affatto le equazioni geopolitiche, è solo l’emersione delle reali posizioni già esistenti, spinta e pagata in moneta sonante dall’Amministrazione Trump, venduta agli interessi israeliani dietro lauto compenso (in primis al Presidente stesso e al genero Jared Kushner).

In tutto questo, da molti anni Hezbollah ha pazientemente svolto (e svolge tutt’ora) un ruolo centrale di guida, riferimento, supporto ed esempio oltre che di forte deterrenza nei confronti di Israele, che lo considera il nemico più temibile (copyright by Stato Maggiore di Tsahal). È evidente che la deflagrazione di una crisi in Palestina, quando nel West Bank la preparazione della Resistenza ormai unita sarà giudicata sufficiente, vedrà in Hezbollah un attore primario, come lo saranno le altre formazioni dell’Asse della Resistenza dal Golan.

Questi non sono affatto vaneggiamenti o fantapolitica, questo è l’incubo più volte manifestato apertamente dalle Forze Armate israeliane, che ai più alti livelli hanno manifestato seri dubbi sulla capacità di tenuta di Israele, ripreso da una stampa inquieta. Mi rendo conto che questa sia una rappresentazione “eretica” della realtà in Palestina, ma è quella che farebbe qualsiasi analista od opinionista di media accreditati (e indipendenti) della regione, come Al-Mayadeen o Al-Manar.

 

Medio OrienteMedio Oriente – Libro

 

1 2 3 4 9