Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

Sul numero in edicola di CulturaIdentità Anna Valerio indaga sulla strage di Porzûs(resa celebre dall’omonimo film di Renzo Martinelli), quando partigiani italiani filo titini assassinarono altri partigiani italiani e cattolici: “A rimetterci la pelle è anche il fratello minore di Pasolini, Guido. Una macelleria.Finisce la guerra, o meglio, si fanno i supplementari in tribunale. Tra molti imbarazzi e scandalose rimozioni e distorsioni della realtà, il PCI tenta in tutti i modi di far passare i compagni della Osoppo come venduti al nazifascismo […]. Nel 2012, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano andò a Porzûs a scoprire una targa in memoria dei partigiani uccisi. Era imbarazzato. Visibilmente. Sono quei posti dove non vai volentieri e dove ti viene da girarti di scatto alla prima ombra che passa

 

 

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Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

 

Quasi 22.000 polacchi, soprattutto ufficiali, ma anche soldati e civili, furono uccisi dai sovietici ma, per decenni, la colpa fu fatta ricadere sui tedeschi, nonostante gli Alleati sapessero la verità

il 13 aprile 1943 quando Radio Berlino diffonde una notizia sconvolgente: in una foresta vicino a Katyn, in Russia, sono stati ritrovati i cadaveri di migliaia e migliaia di ufficiali polacchi (in tutto 21.857 i corpi ritrovati), uccisi uno a uno con un colpo alla nuca. Hanno ancora indosso l’uniforme e i documenti di identificazione. Sono quasi tutti ufficiali e soldati che erano detenuti nei campi di concentramento sovietici di Kozielsk, Starobil’sk e Ostaškov.

Tutto fa pensare che siano stati giustiziati nei primi mesi del 1940, dopo l’invasione “congiunta” russo-tedesca della Polonia. Quegli ufficiali erano caduti nelle mani dei sovietici, eppure i proiettili ritrovati tra i cadaveri sono di fabbricazione tedesca. Com’era possibile? Chi erano i responsabili di quella terribile strage? Una domanda destinata a restare per decenni senza risposta.

Per l’Unione Sovietica di Stalin, l’uccisione di soldati polacchi, e in particolare ufficiali, rispondeva al chiaro intento di stroncare qualsiasi forma di resistenza; addirittura di sopravvivenza, di un popolo. Uccidendo ufficiali, laureati, ragazzi, si annientava un’intera generazione che avrebbe potuto, un domani, costituire la classe dirigente della Polonia.

La verità – ricostruita a fatica solo molti anni dopo la fine della guerra – racconta che il 5 marzo del 1940, Stalin firmò un ordine di esecuzione per migliaia di prigionieri ritenuti “sovversivi e controrivoluzionari”. Per ogni ufficiale venne compilato un dossier che attestava la sua attività antisovietica e sul quale veniva impressa la condanna a morte.

Iniziò così il massacro degli ufficiali (e non solo) a partire dalla notte tra il 3 e il 4 aprile 1940. Celati dal buio della notte, i primi 390 detenuti vennero trasportati verso la foresta di Katyn, dove si sarebbe svolto un rituale, poi ripetuto migliaia di volte: rapido controllo dei dati anagrafici, mani legate dietro la schiena, un colpo alla nuca. Per ucciderli furono usate pistole tedesche fornite direttamente dai servizi segreti, il che testimonia di come il governo comunista avesse premeditato anche il depistaggio. Infine, i cadaveri vennero gettati in una fossa comune dove avrebbe riposato per gli anni a venire.

Notte dopo notte, i camion partivano dai campi carichi di prigionieri e tornavano vuoti all’alba del giorno successivo, ogni notte (a parte quella del 1° maggio!) fino al 19 maggio 1940.
In 47 giorni furono uccisi così quasi 22.000 polacchi, che furono poi dichiarati dal governo sovietico “misteriosamente scomparsi”.

Intanto, infatti, i nuovi equilibri bellici avevano spinto il governo polacco in esilio a Londra a creare, in accordo con gli Alleati e, quindi, anche con l’URSS che occupava i suoi territori, un’armata per combattere i tedeschi. Nel farlo, però, si accorse che mancavano all’appello proprio i suoi ufficiali… Stalin non diede spiegazioni a riguardo, limitandosi a sostenere che dovevano essere fuggiti.

Ironia della sorte, saranno proprio i tedeschi che, nel 1943, avanzavano nel cuore della Russia, a svelare dove fossero finiti: nella fosse comuni della foresta Katyn. Gobbels comprese di avere un’arma molto potente contro il nemico e annunciò la scoperta al mondo, tramite Radio Berlino. A quel punto, il massacro non poteva più essere tenuto nascosta ma – come abbiamo capito molto bene e visto tante volte negli anni a seguire – la verità può essere manipolata.

Si costituì una Commissione d’indagine, voluta proprio dalla Germania e presieduta dalla Croce Rossa Internazionale per far luce sull’accaduto. Tuttavia, le indagini furono subito ostacolate da intimidazioni, minacce e tentativi di depistaggio attuati proprio dal governo di Mosca che voleva a ogni costo nascondere la verità.
Anche l’unico membro italiano della commissione, il professore Vincenzo Palmieri, fu fortemente denigrato e minacciato dal Partito Comunista Italiano, essendo caduto il regime fascista.

Nonostante tutto, le indagini confermarono che l’eccidio andava fatto risalire ai primi mesi del 1940, quando cioè la Polonia era sotto il controllo sovietico e, dunque andava imputato all’Armata Rossa. Stalin non riconobbe mai il verdetto della Commissione additandolo come falsato dalla propaganda nazista.

Il momento era delicato per gli Alleati e, nonostante lo stesso Churchill ammettesse la responsabilità sovietica dell’eccidio, non si poteva rinunciare all’apporto devastante dell’Armata rossa per annientare la Germania.

Molti furono, in quegli anni, i tentativi di insabbiamento. Nel 1944 i sovietici, dopo aver riconquistato Katyn, avviarono una loro “indagine”, affidata a una commissione unicamente sovietica, che sostenne la colpevolezza tedesca, arrivando persino a imbastire un processo farsa contro alcuni prigionieri tedeschi.

Quello stesso anno furono gli Stati Uniti a condurre un’indagine tramite un loro plenipotenziario nei Balcani ma, sebbene quest’ultimo indicasse i sovietici come responsabili, Roosvelt continuò a sostenere la responsabilità nazista e lo costrinse al silenzio.

Due anni più tardi, nel corso del processo di Norimberga, i sovietici imposero di processare i vertiti nazisti anche per quel massacro che – di certo – non avevamo commesso. Pur non arrivando mai a questa risoluzione, tanto bastò perché, per decenni, il massacro fosse ascritto al demone nazista anche sui nostri libri di scuola.

In piena guerra fredda, nel 1952, un’indagine del Congresso statunitense concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici, ma, siccome l’Unione Sovietica era tra i Paesi vincitori della Seconda guerra, aveva beneficiato dell’amnistia.
Occorrerà quindi attendere la caduta del Muro di Berlino e il ritorno della libertà in Polonia (1989) perché si torni a parlare delle vere responsabilità del massacro.

In Italia questa operazione sarebbe stata bollata come “revisionista”, ma la Storia ha sempre bisogno di essere “revisionata” alla luce della Verità, che – prima o poi – cancella le menzogne.

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Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

Il genocidio cambogiano: quando i lager non interessano

 

SEGNALAZIONE DEL CENTRO STUDI FEDERICI

Il genocidio cambogiano: quando i lager non interessano

Anche in Cambogia il comunismo fu responsabile di un tremendo genocidio accuratamente dimenticato dai manipolatori della memoria. Il regime di Pol Pot massacrò il 25% della popolazione e tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose della Chiesa cattolica. Domenica 5 aprile 2020 il Giornale ha pubblicato un articolo sui crimini comunisti in Cambogia, che non interessano ai radical-chic dei salotti progressisti.

Quel lager degli orrori dove Pol Pot torturava chi non era comunista
In meno di 4 anni uccisi dalla follia marxista oltre 2 milioni di uomini, donne e bambini

Scendi dal taxi, paghi il biglietto d’ingresso e arrivi all’inferno. O, almeno, a una sua anticipazione terrena. È Tuol Sleng, il famigerato carcere S-21, oggi Museo del Genocidio.

Svolti l’angolo ed entri in un girone dantesco. Ad attenderti una lunghissima, interminabile fila d’immagini in bianco e nero. Centinaia di volti, migliaia di occhi che ti scrutano, che t’inchiodano. Occhiate rassegnate, impaurite, sghembe ma anche sguardi coraggiosi. Indugi, ti fermi e osservi i volti di uomini e donne ancora sfidanti, insolenti. Fieri. L’ultimo saluto di un’umanità divorata dalla follia, inghiottita dall’ideologia. La Spoon River cambogiana.

Tra le mura di questo vecchio liceo trasformato in mattatoio per quasi quattro anni, solerti carnefici imprigionarono, torturarono e uccisero chiunque fosse minimamente sospettato di dissentire dalla linea fissata dall’Angkar, la severissima, impietosa, onnipresente «Organizzazione», ovvero il partito comunista cambogiano, i khmer rossi; nulla più di un esercito di feroci termiti guidato da una banda di criminali istruiti nei licei creati dalla Francia sino al 1953 «protettrice» del regno di Cambogia o direttamente a Parigi come Saloth Sar, meglio noto come Pol Pot o il «fratello numero uno». Nella capitale francese il giovanotto benestante s’invaghì perdutamente di Robespierre e del gran terrore giacobino per poi passare ai «sacri testi» marxisti con una predilezione per le fumisterie di Sartre e Fanon e i deliri di Mao. Dopo un passaggio nella Jugoslavia titoista tornò in patria e eliminati i concorrenti divenne il leader assoluto e indiscusso del partito a cui impresse una linea ultra maoista.

Il 17 aprile 1975, approfittando del collasso americano in Vietnam, i khmer rossi entrarono nella capitale stremata da anni di guerra e imposero la «dittatura del popolo», meglio di quella parte di popolo miliziani giovanissimi e contadini analfabeti che l’Angkar riteneva degno di vivere. Tutti gli altri erano nemici di classe, controrivoluzionari, spie e traditori. Gente da eliminare. Abolito il denaro, chiuse tutte le scuole e le industrie, le città furono svuotate in pochi giorni e milioni di persone furono spedite nelle campagne per essere «rieducate». Fu l’inizio del terrore rosso, un gorgo malefico che stritolò l’intero paese.

La Cambogia si chiuse ermeticamente su se stessa e il micidiale ingranaggio iniziò a triturare velocemente i ceti dirigenti d’anteguerra, poi i professionisti, gli insegnanti, gli artisti, i bonzi, i commercianti, gli artigiani e chiunque parlasse una lingua straniera, portasse gli occhiali, indossasse un vestito «non regolare» (l’obbligo per tutti era un pigiama nero), pregasse un qualche dio. Non pago, nel 1976 il «fratello numero uno», ormai in preda alla paranoia, diede avvio a una purga di massa all’interno dello stesso partito. Giorno dopo giorno le stesse file dell’Angkar iniziarono ad assottigliarsi mentre le carceri si riempivano di altri traditori e nuove spie; considerati «inadempienti» o «revisionisti», gerarchi e semplici militanti finirono sulla loro stessa graticola, obbligati a confessare le cose più improbabili o a fare nomi di presunti complici. Per nessuno vi fu pietà.

Tuol Sleng divenne il crocevia principale di questo calvario. Chiunque vi entrasse veniva fotografato, torturato, interrogato e ancora torturato. Tutto era proibito, non si poteva parlare, non era ammesso piangere o lamentarsi, mangiare un insetto e nemmeno suicidarsi: barriere di filo spinato circondavano le celle ricavate dalle aule scolastiche, un modo per impedire che i detenuti si ammazzassero. Mentre i più umili restavano incatenati al pavimento o rinchiusi in fetide celle, ai dirigenti in disgrazia veniva concesso un trattamento di «favore»: una branda arrugginita e una scatola di latta per i bisogni corporali.

L’unica via d’uscita erano i camion che portavano i prigionieri a Choeung Ek, il campo della morte alla periferia di Phnom Penh. Per risparmiare le pallottole si uccideva con zappe e picconi, i bimbi venivano sbattuti contro gli alberi o infilzati dalle baionette. Dalle fosse comuni, 129 di cui 49 ancora intatte, sono stati riesumati 9mila corpi ma all’arrivo del monsone emergono regolarmente frammenti di ossa, brandelli di stoffa. Un sacrario ricorda la carneficina. Tutto s’interruppe il 7 gennaio 1979 quando i vietnamiti, stufi delle provocazioni di Pol Pot, invasero la Cambogia. Nel carcere ormai vuoto trovarono solo le foto e le macchie di sangue.

https://www.ilgiornale.it/news/lager-degli-orrori-dove-pol-pot-torturava-chi-non-era-1850132.html

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http://www.centrostudifederici.org/genocidio-cambogiano-lager-non-interessano/

La gloriosa storia del Forlanini di Roma: il più grande ospedale al mondo dedicato esclusivamente alle malattie polmonari

 

 

In questi giorni è tornato al centro deldibattito politico l’ospedale romano “Carlo Forlanini”, dedicato al grande medico inventore del pneumotorace, tecnica che salvò moltissimi tubercolotici.

Senza entrare nel merito della questione, vale la pena conoscere che genere di straordinaria opera pubblica fu questo ospedale, la più grande struttura al mondo dedicata esclusivamente alla cura delle malattie polmonari. Fino al 1950, anno in cui fu messo a punto il primo antibiotico efficace sul  Mycobacterium tubercolosis complex, tale malattia era un vero flagello, paragonabile a quello che potrebbe essere, oggi, il cancro.

Dopo la Grande Guerra, col ritorno dei soldati dalle trincee, la situazione sanitaria italiana si era particolarmente aggravata, così, dal 1923, lo Stato promulgò una serie di decreti e iniziative per contrastare l’avanzata della malattia riscuotendo significativi risultati, tanto che, già nel 1931, l’Istat dell’epoca avrebbe registrato una diminuzione dei malati di quasi di un terzo.

1. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale,  potevano contarsi 94 Dispensari Antitubercolari Provinciali e 419 Sezioni Dispensariali distribuiti sull’intero territorio nazionale. Dal 1925, il professor Eugenio Morelli aveva promosso l’edificazione di una catena di sanatori provinciali per curare e isolare i malati in modo che non contagiassero le persone sane. Enormi erano, infatti, le ripercussioni sociali ed economiche della Tbc che falcidiava gli operai delle fabbriche e comportava anche gravi spese per l’erario a causa delle assicurazioni che tutelavano le famiglie dei malati.

Fu così che la stessa “Confederazione fascista degli industriali” stanziò un contributo iniziale di ben 3 milioni di lire per la costruzione, a Roma, di una grandioso sanatorio affidato agli ingegneri Ugo Giovannozzi, per la parte artistica, e a Giulio Marconigi e Ferdinando Poggi per la parte tecnica.

2. In soli quattro anni, dal 1930 al ’34, fu realizzata, in un complesso di 280.000 mq, una sorta di “astronave” con planimetria a ferro di cavallo, unica in Italia, che assicurava aria e luce per le camere dei circa 2000 degenti previsti (che in certi periodi arrivarono al numero record di 4000). Le stanze erano collegate fra loro da una lunghissima balconata sulla quale si poteva passeggiare, prendendo aria e sole. Lungo i viali (illuminati di notte) erano state piantate migliaia di alberi ad alto fusto tra i quali diverse essenze esotiche che imbalsamavano l’aria. Dal Ginkgo Biloba a rare specie di palma, secondo diversi naturalisti il parco del Forlanini costituisce ancor oggi un palinsesto storico-botanico di altissimo pregio.

3. Il Sanatorio, inizialmente intitolato a Benito Mussolini e poi a Carlo Forlanini, era stato costruito in base ai criteri terapeutici dell’epoca che prevedevano per la cura della Tbc soprattutto rimedi empirici, come la salubrità dell’aria, l’esposizione alla luce solare (in base ai principi dell’elioterapia), la spaziosità degli ambienti e la ricchezza dell’alimentazione, radicalmente imperniata sulle proteine animali. I medicinali somministrati erano soprattutto a base di calcio e di estratti epatici, ma per lo più, nella lotta disperata contro questo morbo, si cercava di puntare al benessere del malato in tutte le sue forme, materiali, spirituali e psicologiche.

4. Lo sforzo logistico per il nutrimento dei malati era impressionante, basti pensare alle cucine. Ve ne erano sei; quella centrale era la più grande e moderna del mondo: immensa, di circa 1800 mq, maiolicata, con attrezzature di prim’ordine, dotata di 6 grandi fuochi, 7 tavole calde a vapore, 2 pentoloni per la bollitura del latte da 1000 l ciascuno.  La cucina disponeva di varie colonne aerotermiche che potevano espellere 30.00 metri cubi di fumi provenienti dalla cottura del cibo giornaliero che ammontava a circa 600 k di pasta, 200 kg di verdure, 100 kg di carne.

5. Uno dei ritrovati più moderni era il trasporto dei materiali (fossero biancheria, merci, strumenti, cibo) che avveniva per mezzo di una fitta rete di carrelli a cremagliera coordinati da un sistema a bottoneria: come una sorta di trenini elettrici, smistavano il necessario lungo un percorso di 3 km. Si poteva controllare su dei pannelli luminosi la posizione dei carrelli all’interno dell’ospedale.

Automatizzato e avanzatissimo era anche il sistema di ricerca del personale, all’interno del quale si contavano, all’inaugurazione dell’ospedale, 100 medici, 17 tecnici, 30 caposala, 82 infermiere e altri 900 fra cuochi, giardinieri, elettricisti, falegnami, artigiani, operai e guardie armate.

Un complesso sistema cercapersone aveva disseminato più di 40  segnalatori ottici all’interno della struttura: si trattava di una specie di “semafori” a quattro colori, dotati di campanelli che servivano a convocare il tipo di personale ove fosse richiesto.

6. In questi giorni di crisi l’Istituto Luce ha messo gratuitamente a disposizione del pubblico i propri archivi. Riportiamo uno dei cinegiornali dell’epoca che mostra alcune preziose immagini dell’organizzazione interna:

7. Il complesso era poi dotato di 2 teatri, un cinema, un’aula magna, campi di bocce, biliardi,  centrale termica, scuole per bambini, emittente radiofonica, barbiere, parrucchiere, refettori, cantine per vino, canile, etc.

Una particolare attenzione era dedicata al conforto spirituale dei degenti con 2 chiese, tra cui quella del Santissimo Crocifisso, che conserva le reliquie di San Giuseppe Moscati, medico dei poveri dei primi del secolo. Il personale religioso contava 9 cappellani, 15 suore, 20 suore-infermiere. Ogni camera recava appesi due crocifissi e ogni letto era dotato di cuffie che consentivano di ascoltare la Messa.

Questi dispositivi, allora di grande novità, trasmettevano però anche la musica dell’epoca, da Rabagliati, a Carlo Buti, al Trio Lescano e, ancora, registrazioni di precettistica sanitaria, notiziari, fino, naturalmente, ai discorsi del Duce.

8. Tutto il complesso è di notevolissimo interesse storico e culturale: in tal senso si è espresso il Mibact nel 2017. Ancora conservato, ma a serio rischio, lo straordinario Museo Anatomico, con più di 2000 reperti allestiti per volontà del prof. Morelli su 1200 metri quadrati.

Negli ampi atri posti all’ingresso, spiccano per pregio i bassorilievi di Arrigo Minerbi – lo scultore amico di Gabriele D’Annunzio – ch illustrano scene di lavoro e di vita familiare. Le architetture sono così scenografiche che spesso sono state scelte come location per documentari e film.

9. Infine, persino nel sottosuolo, il Forlanini nasconde pregi insospettati. Il sanatorio fu costruito con il tufo ricavato dal luogo stesso; quest’opera di scavo ricavò un sotterraneo alto circa 10 m che venne utilizzato sia come deposito dei viveri, sia come rifugio antiaereo durante la guerra.  L’ambiente venne presto invaso da acqua di falda, potabilissima e paragonabile, per purezza, a quella di un lago appenninico. Fin da subito venne utilizzata per l’alimentazione idrica della struttura, poi, nel corso dei decenni fu destinata all’irrigazione del parco. Parrebbe, inoltre, che il lago sia collegato direttamente al Tevere.

10. Alla costruzione del Forlanini a Roma, succedette il sanatorio “Principe di Piemonte a Napoli (1938, oggi ospedale Monaldi), il Villaggio sanatoriale di Sondalo (1938) in Valtellina. Quest’ultimo è al centro di una petizione per evitarne la chiusura. Si tratta, in genere, di grandi strutture importanti da mantenere, ma collocate in posizioni strategiche. Restano, in ogni caso, testimonianze storiche importanti dell’impegno con cui il nostro Paese affrontò una piaga sociale che oggi, purtroppo si ripresenta sotto altre forme.

Andrea Cionci

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https://www.lastampa.it/salute/2020/04/06/news/la-gloriosa-storia-del-forlanini-di-roma-il-piu-grande-ospedale-al-mondo-dedicato-esclusivamente-alle-malattie-polmonari-1.38631054

WINSTON CHURCHILL: EROE O CRIMINALE ?

Lo  scorso agosto ero a Londra ed un giorno alcuni amici italiani mi hanno portato in una campagna ad una cinquantina di chilometri dalla capitale, a Liss Forest, dove vive, in compagnia di uno erculeo skinh e di un cagnaccio nero,  una donna straordinaria di 84 anni che guida l’auto a 180 all’ora, veste una mezza divisa kaki e fa il saluto romano. Si chiama Rosine de Bounevialle e da 36 anni stampa a sue spese Candour, rivista dei cattolici “duri e puri” inglesi. In Italia di lei non si sa nulla, ma in Gran Bretagna tutti la ricordano perchè il 4 maggio del 1957 assaltò, da sola, il tavolo ove era seduto Winston Churchill, urlandogli di essere un assassino e un traditore. Fu il primo oltraggio storico allo statista, la cui statua domina Westminster.

E’ vero che quando morì, nel gennaio 1965, in trecentomila scesero in strada a Londra e 350 milioni di telespettatori seguirono in mondovisione le illustre esequie. Poca cosa, però, rispetto ai due miliardi e mezzo di teledipendenti incollati sul video per i funerali di Lady Diana. Fu comunque troppa grazia, troppo onore, per uno dei criminali della storia, quale fu il preteso Leone di Chartwell. Intendiamoci: non è solo il giudizio di un vecchio reazionario come il sottoscritto, ma il parere di numerosi storici del Regno Unito, quali William Manchester, David Irving e John Charmley.

 

Nel 1954, nell’antica Misses Thomson School britannica di Hove, veniva inaugurata con adeguata cerimonia una piccola lapide dedicata “al ragazzo più arrogante del mondo” che era stato, a suo tempo, ospite dell’Istituto. Quel ragazzo era proprio lui, Winston Churchill, che così, sin dalla più tenera età, aveva presentato al mondo il suo primo biglietto da visita.

  La sua arroganza non si fermava nemmeno dinnanzi al gentil sesso. Bellicista e razzista, era pure infarcito di veteromaschilismo, al punto da odiare a morte Lady Astor, poichè era il primo deputato donna nel Parlamento britannico. Un giorno le disse “Se fossi vostro marito mi suiciderei”. La Astor si limitò a rispondergli che era solo un ubriacone.

 

   La sua fama di violento guerrafondaio ebbe modo di dimostrarla platealmente già nel 1898, quando in Sudan comandò uno squadrone del 21.mo Lancieri di Sua Maestà contro i dervisci del Mahdi. Nelle sue memorie giovanili scrive, esaltandosi: “non si potrà vedere più nulla di simile”. Commenta, a proposito di quella impresa imperialista, Gaetano Nanetti sul cattolico Avvenire: “E’ un Churchill affascinato dalla guerra, più propenso a fare a fucilate che ad esercitare il suo mestiere di giornalista inviato dai giornali inglesi sul teatro delle guerre imperialistiche dell’Inghilterra”. Un profilo, questo, evidenziato nello sceneggiato trasmesso a suo tempo da Retedue. Del resto, a proposito di quella guerra di conquista, è lo stesso futuro statista a definirla un fatto “teatrale”, con la “vivacità e l’imponenza che dà fascino alla guerra”. Questo “fascino” interessava al tenente Churchill, mica i diecimila morti della battaglia. Forse perchè quei morti erano in massima parte dervisci, cioè arabi, nemici, e per di più “selvaggi”.

 

Anche quella, che aveva visto undici anni prima Gordon, quale eroe tradito di una tragedia che avrebbe in seguito fornito lo spunto ad una serie di romanzi e di films fumettistici, fu una guerra imperialista, di cui Churchill andava orgoglioso. L’Egitto, che a quell’epoca dominava il Sudan con un regime brutale, fatto di corruzione e di crudeltà, minacciato dai volontari indipendentisti del Mahdi, si rivolse all’Inghilterra, la quale intervenne per tutelare i propri interessi economici nella regione. Secondo la mentalità positivistica dell’epoca, i “bianchi” incarnavano l’uomo della civiltà alle prese con orde di selvaggi fanatici e crudeli. Nessuno era sfiorato dal sospetto che quei ‘selvaggi’ fossero scesi in lotta per la libertà del proprio Paese.

 

Qualche anno dopo, l’ufficiale Winston si distingueva in un’altra guerra imperialista, combattuta con una ferocia illimitata dai suoi soldati: quella contro i Boeri, i valorosi contadini olandesi del Transvaal. I britannici di Sir Winston li facevano volare a pezzi dopo averli legati alle bocche di cannone.

 

   Eppure Churchill, l’imperialista, si fece passare come lo strenuo difensore della libertà della schiavista Etiopia contro la colonizzazione italiana del ’36, faceva finta di dimenticare che la Gran Bretagna era il maggior Stato razzista e colonialista del mondo. Lui stesso era un razzista di prim’ordine. Manchester, nella monumentale biografia sullo statista inglese, ha dimostrato come “l’Etiopia secondo il punto di vista di Churchill, non rappresentava un problema morale. Come per tanti della sua generazione, i neri costituivano per lui una razza inferiore… Non riuscì mai a liberarsi di questo pregiudizio”. A Cuba, appena uscito da Sandhurst, egli aveva scritto che bisognava diffidare “dell’elemento negro tra gli insorti”. Persino in Parlamento gli sfuggì di dire che “nessuno può sostenere la pretesa che l’Abissinia sia un membri adeguato, degno e paritario di una società di nazioni civili”. E quando, anni dopo, gli chiesero cosa ne pensasse del film Carmen Jones, rispose che era uscito dal cinema perchè non sopportava “le negraggini”.

 

  La sua malattia era, in realtà, la stessa di un Eden e di un Eisenhower: l’odio mortale antitedesco, anch’esso velato di uno strisciante razzismo. Le sanzioni, parziali e ambigue, contro l’Italia furono tali perchè, sino alla fine, Churchill volle, attraverso una sua politica personale di esasperato cinismo, spaccare l’alleanza italo-tedesca per isolare e schiacciare la Germania.

 

   John Charmley, docente all’Università di East Agle, ha messo a soqquadro il mondo accademico britannico con un libro dal titolo Churchill, the End of Glory. L’opera definisce testualmente Churchill come un “guerrafondaio”, per aver voluto e provocato la guerra contro Hitler a tutti i costi. Per colpa dell’ “ossessione antinazista” di Churchill -sostiene Charmley- l’Inghilterra avrebbe perso tutto il suo impero, per ridursi a vassallo degli U.S.A. Ciò provocò la stessa vittoria dei laburisti nel 1945. Il nazismo era un totalitarismo come tanti altri e non c’era poi il bisogno di accanirsi contro di esso, visto che il comunismo lo si è tollerato per settant’anni e senza tante storie. Hitler aveva soprattutto delle mire ad Est e aveva in tutti i modi cercato di evitare il conflitto con l’Inghilterra (che considerava “sorella” ariana) e si sarebbe volentieri disimpegnato in Europa per rivolgersi contro il bolscevismo. Ne fanno fede i discorsi a Norimberga nel 1942 e ne fa fede la missione segreta di Rudolf Hess, che avrebbe potuto chiudere il conflitto con i consanguinei “ariani” inglesi. Fu Churchill che dette ordine di arrestare Hess, rifiutandosi di incontrarlo e ascoltarlo. Non solo, ma dette ordine che il dossier sulla faccenda sparisse per sempre, com’è avvenuto. Hess, come si sa, è poi stato suicidato nel carcere di Spandau.

 

 La tesi di Charmley ha trovato consenzienti uomini Alan Clark, ex-ministro conservatore, che l’ha appoggiata autorevolmente sul Times. John Charmley, inoltre, riabilita completamente Neville Chamberlain, il primo ministro inglese “pacifista”, odiatissimo da Churchill ed Eden. Chamberlain viene invece descritto dallo storico come “un formidabile premier”  che cercava di preservare la sua nazione dal macello della guerra, voluta a tutti i costi dai “duri” alla Winston Chuchill. La preoccupazione di Chamberlain, condivisa da Lord Halifax, Rab Butler e Sir Neville Henderson, era quella di contrastare la potenza del comunismo sovietico. Per Charmley il governo di Chamberlain fece dunque bene ad organizzare con Hitler gli accordi di Monaco, aggiungendo che anche per Danzica c’era la possibilità di trovare un’intesa coi tedeschi, in modo da mettere i sovietici completamente fuori gioco. Furono i bellicisti con Churchill, Eden (che odiava, ricambiato, lo stesso Mussolini) e Harwey, a volere il conflitto a tutti i costi. Al proposito, Peregrine Worsthorme, uno dei più famosi columnist londinesi, ha scritto: “Se la Germania  avesse vinto contro l’URSS e noi fossimo rimasti fuori dalla guerra domineremmo ancora il mondo”.

 

   Ma il duo Churchill-Eden era talmente forte e stretto da risultare imbattibile, tant’è che Churchill dette in moglie ad Eden, nel 1952, sua figlia Clarissa.

 

   A guerra mondiale in atto, Churchill ebbe modo di dimostrare al mondo la sua natura cinicamente sanguinaria. Quando gli Alleati entrarono a Dachau, il 29 aprile 1945, trovarono di guardia ai prigionieri 560 soldati tedeschi giunti lì, dal fronte, solo quattro giorni prima. L’ordine, impartito dai capi anglo-americani, fu immediato: “Fucilateli tutti”. E così fu fatto. Della strage, documentata da Irving, c’è anche un filmato.  A quell’ordine Churchill acconsentì. Del resto, non aveva già autorizzato le ecatombi aeree sui civili di Amburgo, Dresda e Pforzheim? Non aveva fatto bombardare, nel porto di Lubecca, i feriti civili sulla nave-ospedale Cap Arcona, che aveva la Croce rossa dipinta sul ponte, massacrando 7.300 uomini inermi? Non aveva strizzato l’occhio ad Eisenhower, quando questi aveva programmato lo sterminio per fame di un milione di tedeschi nei lager anglo-americani?

 

   Ma ci sono altri particolari su questo pachidermico gentleman. Già il 9 ottobre del 1944, ben sette mesi prima della resa tedesca, Winston si incontrava con Stalin, per decidere che fare di Hitler, Mussolini e dei loro gerarchi. Lì si verificò la prima lite tra l’inglese e il russo. Perchè, strano a dirsi, Stalin pretendeva che si dovesse salvare la faccia processando i capi italo-tedeschi, mentre Churchill aveva un progetto semplicissimo: ammazzare subito tutti coloro che venivano catturati, senza processo e condanne formali. Arrabbiato del diniego sovietico, Winston scrisse a Roosevelt una lettera di suo pugno, protestando perchè “lo zio Giuseppe ha assunto una posizione ultragarantista” che vieta l’immediata uccisione dei nemici.

 

   Questa posizione stragista di Winston, del resto, era di vecchia data. Già alla fine del ’42 aveva programmato i “linciaggi” scientifici di tutti i capi militari tedeschi catturati o arresi, che sarebbero stati trasportati nottetempo nei luoghi di occupazione e “affidati” alla “popolazione” per lo sbranamento collettivo. Di tutto ciò, sono conservati i verbali a Washington, alla Biblioteca del Congresso. Nel 1943, invece, preparò una lista di un centinaio di “criminali” italo-nippo-tedeschi da dichiarare “fuorilegge mondiali” e, come tali, passibili di morte immediata per mano di un qualsiasi ufficiale alleato.

 

   Irving documenta come Eden e Churchill, il 16 ottobre del 1944, promisero a Stalin il rimpatrio forzato di undicimila prigionieri di guerra russi e cosacchi, tutti anticomunisti, con le loro famiglie, per essere poi eliminati dai sovietici appena arrivati in territorio russo. Il giorno dopo Winston si incontrò con Stalin e, all’improvviso, gli disse: “A proposito di cibo, la Gran Bretagna è riuscita a organizzare l’invio di 45.000 tonnellate di manzo in scatola all’Unione Sovietica”. Poi, ridacchiando, strizzò l’occhietto: “Vi manderemo pure 11.000 ex-prigionieri di guerra per mangiarlo, quel manzo”.

 

   Qualche giorno prima, aveva detto a zio Giuseppe: “Bisogna uccidere  quanti più tedeschi è possibile”, proponendo il trasferimento coatto delle popolazioni della Prussia orientale e della Slesia: “tanto il posto c’è: la guerra ha già fatto fuori sette milioni di tedeschi”. Si sfregò le mani, masticando tra i denti giallastri il celebre sigarone, e rise sommessamente.

 

Pino Tosca

Da

http://combattentirsi.blogspot.com/2014/05/winston-churchill-eroe-o-criminale.html?m=1

Dalla fucilazione della Ferida all’amicizia con Tito. La vera storia del partigiano Pertini

Roma, 11 feb – La maggioranza degli italiani ricorda Sandro Pertini come il presidente della Repubblica che esultava per la vittoria della nazionale italiana di calcio nel 1982, sempre accompagnato dall’onnipresente pipa da tenero nonnino in bocca. Pochi sanno però la verità sugli anni della militanza di Pertini nelle fila partigiane. Quindi raccontiamo qualche episodio oscurato della storia del presidente, che ne inquadra il personaggio.

Pertini, via Rasella e le Fosse Ardeatine

Partiamo dall’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944: dodici partigiani del Gap (Gruppo di azione patriottica) organizzarono un attacco dinamitardo contro un reparto della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, nel quale rimasero uccisi anche due civili (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti).

L’attentato causò l’eccidio delle Fosse Ardeatine perché i gappisti si rifiutarono di farsi avanti come responsabili dell’agguato, seppur sapessero che i tedeschi avrebbero fucilato 10 italiani per ogni soldato ucciso. Sandro Pertini, allora responsabile militare del Comitato di Liberazione Nazionale del Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), dichiarò al “processo Kappler” che l’attentato era stato conforme alle direttive di carattere generale della giunta militare tendenti a costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione a lui dipendente”. Nel 1949, alcuni familiari delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro i mandanti e gli esecutori dell’attentato di via Rasella, tra questi anche Pertini. La richiesta fu però respinta dal Tribunale perché l’attentato fu “un legittimo atto di guerra”.

La fucilazione di Luisa Ferida

Il 30 aprile del 1945, l’attrice Luisa Ferida, all’ottavo mese di gravidanza, venne fucilata perché frettolosamente accusata di collaborazionismo con i tedeschi, incriminazione della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Nelle sue memorie, Giuseppe “Vero” Marozin, capo dei partigiani della “Brigata Pasubio” e già noto per le atrocità commesse in Veneto, scrisse in merito alla fucilazione della Ferida e del marito Osvaldo Valenti: “Quel giorno, il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!

Pertini e la grazia per il boia di Porzus

Anche come presidente della Repubblica, Sandro Pertini non si scordò dei suoi compagni. Nel 1978, uno dei primi impegni come prima carica dello Stato fu la grazia concessa a Mario “Giacca” Toffanin, condannato in contumacia all’ergastolo (Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia) dalla Corte di Assise di Lucca nel 1954. Toffanin fu il principale responsabile dell’Eccidio di Porzûs, dove vennero uccisi 17 partigiani della Brigata Osoppo dal battaglione di gappisti del Pci, comandati appunto dal “Giacca” e su mandato del Comando del IX Korpus dell’esercito titino. È bene ricordare che il graziato da Pertini subì un’ulteriore condanna a trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.

L’omaggio a Tito

L’8 maggio del 1980 si tennero a Belgrado i funerali del dittatore Tito. Un Pertini visibilmente commosso si intrattenne davanti alla bara dell’infoibatore, appoggiando la mano sulla bara e “tenendola a lungo”, come riportò in seguito una nipote di Tito.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/fucilazione-ferida-amicizia-tito-vera-storia-pertini-145567/

Foibe, quel disprezzo di Togliatti verso gli esuli italiani

Ho ricevuto questa bella riflessione sul massacro delle foibe e l’ipocrisia di una certa sinistra nei confronti degli esuli italiani da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dall’Istria e dalla Dalmazia. Fuggivano per non morire, fuggivano per non essere infoibati, per non essere perseguitati e torturati. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Fuggivano disperati e speranzosi verso la madre patria che invece, per anni, non li riconobbe, non li soccorse e li tenne in centri profughi quasi come vergogne da nascondere! Ma d’altra parte come si dovevano considerare uomini sconsiderati che scappano via dalla “libertà titina” e dal futuro radioso del socialismo? Ma è ovvio: non potevano essere che rigurgiti del fascismo, dei fascisti e dei mascalzoni in fuga!

Leggiamo cosa disse Palmiro Togliatti (le cui posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono certamente assai controverse), su quei poveri profughi italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

Si avete letto bene. Sono quelli che ora fanno la morale sull’accoglienza! Da non credere. Farebbe quasi ridere se non ci fosse da piangere e da commuoversi per quei poveri fratelli nostri, offesi e vilipesi da una ideologia non meno folle del fascismo.

Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

Da https://www.nicolaporro.it/foibe-quel-disprezzo-di-togliatti-verso-gli-esuli-italiani/

Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono gialloespressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/02/il-ricordo-e-la-rabbia-dopo-36-anni-nessuno-ha-mai-pagato-per-lomicidio-di-paolo-di-nella/?fbclid=IwAR1HMQ7zHN-o4yY9DlWzlq773elY55PE6addb3b_N_Jdx7Rtfn2eMPraujw

Urlavano i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Gregoretti risponde all’Anpi sulle foibe

Il testo integrale della lettera inviata dal giornalista Marco Gregoretti al direttore del Gazzettino in risposta all’attacco nei suoi confronti da parte dell’Anpi di Venezia dopo la pubblicazione di due video, sul suo canale Youtube, relativi all’esodo giuliano e alla pulizia etnica perpetrata da Tito nei confronti degli italiani.

lettera al direttore  di Marco Gregoretti

Milano, martedì 14 gennaio 2020
Gentile Direttore,
mi preme colmare alcune lacune che ho riscontrato leggendo l’articolo “Foibe, accuse all’Anpi veneziana: “Falso, vicenda che non ci riguarda”, a firma di Tomaso Borzomì, pubblicato sul Gazzettino in edicola Lunedì 13 gennaio 2020, e in cui si parla diffusamente della mia persona, del mio lavoro, e del dramma dell’esodo giuliano e delle Foibe patito dalla mia famiglia materna.

Il collega mi descrive inizialmente come “sedicente giornalista investigativo”, formula generalmente usata in senso denigratorio, sebbene coperta da garanzia epistemologica. In realtà non sono ne sedicente, ne sescrivente giornalista investigativo. Sono un professionista di 63 anni con un lungo e onorevole curriculum, vincitore peraltro nel 1998 del Premi Saint-Vincent consegnatomi dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro proprio per una mia inchiesta di giornalismo investigativo: avevo scoperto, documentato e raccontato le torture e gli stupri perpetrati da alcuni militari italiani durante la missione di pace Restore Hope-Ibis, in Somalia.

Non solo per vanto, ma anche per correttezza: ho lavorato come redattore e come inviato a Panorama per quasi dieci anni con direttori come Claudio Rinaldi, Andrea Monti, Giuliano Ferrara e Nini Briglia, ho fatto parte, come caposervizio, della squadra che ha fondato presso Condé Nast l’edizione italiana di GQ, sono stato caposervizio del settimanale Gente, vicedirettore del mensile Class, ho scritto per innumerevoli testate nazionali (Stampa, Indipendente, Corriere della sera, Gazzetta dello Sport, Espresso, Europeo…), sono autore di libri inchiesta e di programmi televisivi e attualmente ho anche un contratto con la trasmissione di Rete 4 (Mediaset) Quarto Grado, sono di direttore di un mensile cartaceo in edicola che si chiama Nuova Cronaca e di Dedalo, una testata di urbanistica e di edilizia.

Ho iniziato a 21 anni e ho, dunque, fatto tante cose, tra cui il redattore “abusivo”, pagato quando capitava, dell’Unità e il caporedattore di una tv a essa collegata. Qui vi ho citato solo alcune delle mie esperienza. Dunque, sedicente, forse, è una eccessiva presa di distanze nei miei confronti da parte del, immagino molto più giovane di me, collega. Bastava fare clic su Google e saltava fuori più o meno tutto. Capisco, perché ci sono passato anche io, la tempistica frettolosa del quotidiano che non lascia spazi neanche al respiro, ed escludo, dunque, pressioni esercitate dall’Anpi di Venezia. A cui, però, vorrei far presente di aver precisato che il mio video si riferiva alla loro sezione di Rovigo e non a quella di Venezia, come da me inizialmente sostenuto, dopo pochissimo, appena mi è stato segnalato, con un tweet, dall’Anpi di Venezia, stessa l’errore.

Ma quello che mi sta più a cuore e che ci terrei venisse dal vostro giornale evidenziato, è che sarei l’uomo più felice del mondo se dall’Anpi venissero pronunciate parole precise, senza sconti, senza se e senza ma, sul dramma dell’esodo, delle Foibe e di quello che è stato uno scellerato accordo con il maresciallo Tito. Mia madre a 13 anni subì, di notte, dai comunisti di Tito, le “perquisizioni intime”, penso che sia superfluo spiegare di che cosa si trattasse, mentre a mio zio, che di anni ne aveva tre, veniva tenuta la canna di una pistola puntata sulla tempia.

Urlavano, i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Oro? Quale oro? Poi furono gettati su un carro e mio nonno chiuso in campo di concentramento. Non avevano fatto niente. Erano semplicemente italiani. Quindi questo bastò a portare via tutto a loro: casa, risparmi…Tutto. Arrivarono a Genova, dove sono nato, come profughi. Fecero la fame. Si tirarono su le maniche. Non chiesero mai l’elemosina e mia madre si laureò tre volte, il mio piccolo zio diventò un fisico della dinamica dei fluidi negli Stati Uniti. Quando avevano fame, da piccoli, a Genova scrostavano l‘intonaco dal muro e se lo mangiavano.Questo mi piacerebbe che entrasse nelle coscienze di chi si offende perché c’è stata la confusione tra due città, peraltro rapidamente corretta. Quell’esodo, le Foibe, il furto dei beni, è stato assolutamente trasversale. E soprattutto, mi si perdoni la battuta, non ha nulla di sedicente. È tutto ben documentato.

Marco Gregoretti

Da https://www.imolaoggi.it/2020/01/18/urlavano-i-titini-dove-tenete-loro-maledetti-italiani-gregoretti-risponde-allanpi-sulle-foibe/

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