Quando la DC tradì Pio XII e l’Italia (Vietato dimenticare…)

Tra le molteplici cause del processo di secolarizzazione della società italiana, non va dimenticato il fallimento della cosiddetta “operazione Sturzo”, concepita sessant’anni fa da Luigi Gedda, con l’avallo di Pio XII. La guerra si era appena conclusa e Pio XII proponeva un progetto di restaurazione della società cristiana sulla stessa linea del programma di san Pio X: “tutto restaurare e riordinare in Cristo”. Papa Pacelli voleva realizzare l’unità dei cattolici non attorno ad un partito, ma a un programma, come era accaduto nelle elezioni del 1913, con il Patto Gentiloni approvato da san Pio X. Luigi Gedda, l’artefice della schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile 1948, sembrava l’uomo più adatto a realizzare il piano del Pontefice. Il primo banco di prova sarebbero state le elezioni amministrative del maggio 1952, che precedevano di un anno quelle politiche. Continua a leggere

Enrico Mattei: storia di un uomo al servizio dell’Italia

Quella di Enrico Mattei, il primo presidente dell’ENI, fu senza ombra di dubbio la storia e parabola di un patriota: un uomo scaltro ed intelligente, capace di spostare gli equilibri politici interni e quelli internazionali a favore del proprio disegno di benessere per l’Italia. Sempre, in ogni caso, nel rispetto dei partner paritetici, di qualunque tipo essi fossero. Insomma: un manager di Stato che servì con lealtà, forza ed intelligenza la propria nazione. Conducendola, persino, a far tremare le fondamenta tanto del potere economico internazionale allora in fase di sedimentazione, quanto dell’equilibrio della Guerra Fredda.

Enrico Mattei: origini ed esperienze politiche

Enrico Mattei nacque da una famiglia di umili origini, e non fu mai particolarmente incline alla costanza nello studio: per questo motivo, il padre lo introdusse subito nell’ambito lavorativo. In esso, la brillantezza della sua persona gli permise di scalare presto le gerarchie, da operaio ed apprendista a ragioniere e dirigente. Non fu un caso che, nel 1961, ricevette honoris causa la Laurea in Ingegneria Civile dall’Università di Bari.

Dopo aver vissuto il regime fascista, combatté la Resistenza con forza, lealtà e rispetto, tanto sul campo quanto nello spirito: cioè, con patriottismo ed amore per lo Stivale, che non avrebbe mai voluto tra le grinfie dei tedeschi. Fondamentali furono gli incontri con Giuseppe Spataro, esponente della DC, e Marcello Boldrini, professore alla Cattolica. Alla fine della guerra, gli furono riconosciuti il suo impegno, la sua dedizione e la convinzione nelle sue idee: capaci di plasmarsi duttilmente sulla realtà per avere successo.

LEGGI TUTTO

fonte – https://oltrelalinea.news/2019/09/29/enrico-mattei-storia-uomo-servizio-italia/

DEL SANGUE PREZIOSISIMO DI GESÙ CRISTO

DEL SANGUE PREZIOSISIMO DI GESÙ CRISTO

Longino, soldato romano della provincia d’Isauria, presente alla morte di Cristo, lo ferì con una lancia nel Costato, e da questa ferita ne scaturì Sangue ed Acqua. Convertito per questo miracolo, raccolse con una spugna quanto più potè di quell’umore divino, e lo portò a Mantova l’anno di Cristo 36, ove si recò per predicarvi, come primo apostolo, il Vangelo. Ivi perseguitato dal Prefetto Ottavio, per cui ordine fu poi decollato il 2 dicembre dell’anno susseguente, che era il ventesimoprimo del regno di Tiberio, pensò a mettere in sicuro la gran Reliquia che aveva seco portato, nascondendola sotto terra in quel luogo ove adesso si ammira la Chiesa oltremodo magnifica di S. Andrea. Al tempo di Carlo Magno, nell’anno 804, per celeste rivelazione, venne a scoprirsi il preziosissimo deposito lasciatovi da Longino. Il fatto fu così strepitoso, che il Papa Leone III si recò personalmente sul posto: ed accertatosi della verità, ne portò in dono una particella all’Imperatore. Nel 925, per paura degli Ungari che devastavano l’Italia, i Mantovani sotterrarono il detto preziosissimo Sangue, parte in S. Andrea, e parte in S. Paolo, che era allora la Chiesa Cattedrale. Nel 1053, Enrico III Imperatore, venuto apposta a Mantova, adorò questo preziosissimo Sangue, e presone un poco, che portò in Boemia, fece murar sotterra il rimanente, temendosi ancora l’invasione dei barbari che di continuo infestavano l’Italia. Nel 1084, per rivelazione fatta dall’Apostolo S. Andrea al B. Adalberto, fu nuovamente ritrovato il divino deposito: e pei grandi miracoli che ne seguirono, venne a Mantova il Papa Leone IX, e approvata la pubblica credenza, non che il culto supremo che si prestava a quell’insigne Reliquia, ne portò una particella in Roma, ove si mostra tutt’ora. Nel 1298, Bardellone Bonacolsi, reggendo Mantova, fece aprire il luogo ov’era nascosto detto Santissimo Sangue, e lo fece portare processionalmente per tutta la città con grandissima festa, poi lo rinserrò come prima.

Continua a leggere

“Fake news” risorgimentali

 “Stragi” di Perugia
 
La campagna contro l’Austria e i conseguenti moti nelle Legazioni e nell’Italia centrale, portarono il 14 giugno 1859 a costituire anche in Perugia un governo provvisorio.

Ispiratore ne era stato il dittatore sardo a Firenze Carlo Boncompagni su istigazione del marchese Filippo Gualtiero, conviventi un centinaio di novatori locali e l’aiuto di circa 8000 volontari toscani ben armati. La grande maggioranza della popolazione urbana e rurale rimase al solito affatto estranea, ma per la scarsità delle forze dell’ordine l’energico delegato pontificio apostolico mons. Luigi Giordani fu costretto a ritirarsi a Foligno.

Continua a leggere

I vescovi vittime del comunismo in Romania

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 44/19 del 6 giugno 2019, San Norberto

I vescovi vittime del comunismo in Romania

Una perfida operazione di falsificazione storica ha cancellato dalla memoria dell’Occidente i vescovi, i sacerdoti e i fedeli cattolici vittime della repressione comunista (con la complicità degli scismatici) in Urss e nei Paesi dell’Europa dell’Est. Oggi ricordiamo la sorte di alcuni vescovi della Chiesa greco-cattolica vittime delle atrocità comuniste in Romania.

Romania. I vescovi eroi perseguitati dai comunisti
Nella storia del XX secolo è difficile trovare una persecuzione simile a quella scatenata in Romania dal regime comunista nel 1948 contro la comunità greco-cattolica.

Nella storia del XX secolo è molto difficile trovare una persecuzione simile a quella scatenata in Romania dal regime comunista nel 1948 contro la comunità greco-cattolica. Prima della repressione nel paese essa contava circa un milione e cinquecentomila fedeli. Dopo cinquanta anni di persecuzione, i fedeli si erano più che dimezzati.
È in questo contesto che si inserisce il martirio dei vescovi Valeriu Traian Frenţiu, Vasile Aftenie, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu, Ioan Bălan, Alexandru Rusu, e Iuliu Hossu che papa Francesco beatifica oggi, domenica 2 giugno, a Blaj, durante il viaggio apostolico in Romania. Frenţiu, Aftenie, Suciu e Chinezu morirono in carcere. Gli altri tre — Bălan, Rusu e Hossu — riuscirono a sopravvivere alla prigione, ma morirono a causa delle terribili condizioni in cui vissero durante il loro domicilio coatto.

Continua a leggere

70° anniversario della tragedia di Superga

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

 
70° anniversario della tragedia di Superga
Il 4 maggio 1949 i giocatori del Grande Torino, insieme a tecnici, dirigenti, giornalisti e l’equipaggio, perivano nella sciagura aerea sul colle di Superga, a Torino, di ritorno da Lisbona.
Il messaggio di Papa Pio XII ai familiari delle vittime
“Anime benedette dei nostri fratelli vittime di un destino atroce vi raggiunga la nostra preghiera ed il grido del nostro invincibile dolore” (da: “FIGC, bollettino straordinario in memoria dei Caduti di Superga, 4 maggio 1949”).
I funerali nel Duomo di Torino celebrati dal card. Fossati
“(…) Il Cardinale Arcivescovo (Maurilio Fossati) attende al sommo della scala circondato dai canonici del Capitolo metropolitano. La spiazza sotto lui è gremita ormai in ogni angolo. L’ufficio funebre, “l’absolutio super tumulum”, ha inizio. Si sgranano sommessamente le preghiere, punteggiate qua e là dal coro dei cantori del Duomo, ora lieve e carezzevole, ora forte e impetuoso come un inno di trionfo. “Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda…”; le parole bellissime della liturgia scendono sulle salme allineate nel buio, sulla folle immobile. Il Cardinale leva l’aspersorio, benedice più volte con gesti calmi e solenni, verso quella massa nera che racchiude i trentun feretri e il popolo, in un solo abbraccio. Sul libro delle orazioni trema la luce di una candela: l’unica luce, viva, e palpitante, in tutta la piazza. “In Paradisum deducant te angeli” mormora a voce bassissima il coro, nell’istante in cui il Prelato alza ancora una volta la mano nel gesto del commiato e della estrema benedizione. Il rito funebre è terminato sui versi dolci e pieni di speranza dell’antifona, e la massa nera, i feretri, e il popolo, trattiene ancora il respiro, oppressa da una indicibile commozione (…)” (“La Stampa”, sabato 7 maggio 1949).

Continua a leggere

Intervista all’avvocato Luciano Randazzo. La verita sulla morte di Mussolini

L’Avvocato Luciano Randazzo era molto amico di Guido Mussolini, venuto a mancare lo scorso mese di Dicembre. Insieme avevano progettato da tempo di fare emergere la verità sulla morte del Duce. Soprattutto svelare perché, in certi consessi, si decretò che non andava processato. Intervistiamo l’avvocato nel giorno in cui si diffonde la notizia della scomparsa del nipote di Benito Mussolini.

Come nacque l’idea del processo al Duce?

«Un giorno incontrai Guido Mussolini con l’amico architetto Filippo Giannini. In quell’occasione si pensò ad armare, ovviamente in modo teatrale, il processo al Duce. Un po’ ricalcando l’opera di Mino Caudana, grande scrittore dimenticato, autore de Il Figlio del Fabbro come de Il Prigioniero del Gran Sasso e di altre opere certamente agiografiche di Benito Mussolini. Che dire di Guido Mussolini, grande personalità, certamente dimenticato: uomo colto, gran signore. Guido era, per usare un’aggettivazione antica, un uomo d’altri tempi. Con lui spesso mi son trovato a discorrere per ore. Nell’ambiente lo consideravamo il vero erede della rivoluzione culturale di suo nonno Benito. Secondo me è stato offuscato dall’immeritata notorietà di alcuni suoi parenti sbarcati in politica negli anni ‘90. Ma corre obbligo sottolineare come Guido abbia avuto il coraggio, e per primo, di fare luce, in sede processuale ed attraverso una indagine penale, circa la morte del Duce. Un assassinio ancora avvolto da mistero. Certamente il primo mistero insoluto della Repubblica italiana, e perché s’avvantaggeranno dalla sua morte molti protagonisti della cosiddetta Prima Repubblica. Allora è giusto chiedersi, anche per dovere storico, chi siano stati i traditori e le grandi potenze imperialiste artefici di quell’omicidio. E se non siano le stesse che hanno passato la mano a chi oggi assomma potere politico ed economico. La nuova Italia repubblicana e democratica è certamente nata con la macchia di un mistero, la morte del Duce. Grazie a Guido per la prima volta, e non in mera trattazione letteraria, si è cercato di fare luce sulla morte del Duce e della signora Petacci: entrambi furono uccisi da persone rimaste sconosciute. La tradizione partigiana e resistenziale vuole il Colonnello Valerio quale esecutore ed ideatore dell’omicidio, tradizione oggi cancellata perché sbugiardata dalle tante prove, anche se come pseudo verità ha condizionato in modo menzognero intere generazioni di studenti.»

Continua a leggere

Marocchinate: il 25 aprile simbolo anche degli stupri di massa

«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete » Cosi recitavano i volantini di guerra francesi che “ingolosivano” i goumier, i soldati marocchini assoldati tramite il cosiddetto Cef (l’esercito coloniale francese) che aveva lo scopo di aiutare i comparti alleati durante la campagna d’Italia, negli ultimi atti della seconda guerra mondiale. Le parole sono state attribuite al generale Alphonse Juin, che dopo le prime operazioni promise le “cinquanta ore di libertà” ai soldati. Dopo il 14 maggio del 1944 i goumier del Corpo di spedizione francese in Italia, che evitarono le linee tedesche nella Valle dei Liri, in provincia di Frosinone, e permisero all’esercito britannico di superare la Linea Gustav (ovvero la fortificazione che divideva l’Italia tra RSI e zona di occupazione alleata), razziarono senza troppi complimenti le aree circostanti, del basso Lazio, attuando violenze sulla popolazione – in particolare sulle donne – che oggi tutti ricordiamo e definiamo amaramente marocchinate. Nell’anno in cui perdurarono le violenze, si spinsero fino alla bassa Toscana. In realtà, gli stupri delle truppe marocchine erano cominciati già nel luglio ’43, dopo lo sbarco alleato in Sicilia.  In quell’occasione oltre 800 magrebini compirono saccheggi di ogni genere, violentando donne e bambini nella zona di Troina, in provincia di Enna. Secondo lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi. Ma quello che accadde in ciociaria e nei territori circostanti produce dei numeri ancora più drammatici. Nel 2011 Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, dichiara: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Continua a leggere

1 2 3 4 34