WINSTON CHURCHILL: EROE O CRIMINALE ?

Lo  scorso agosto ero a Londra ed un giorno alcuni amici italiani mi hanno portato in una campagna ad una cinquantina di chilometri dalla capitale, a Liss Forest, dove vive, in compagnia di uno erculeo skinh e di un cagnaccio nero,  una donna straordinaria di 84 anni che guida l’auto a 180 all’ora, veste una mezza divisa kaki e fa il saluto romano. Si chiama Rosine de Bounevialle e da 36 anni stampa a sue spese Candour, rivista dei cattolici “duri e puri” inglesi. In Italia di lei non si sa nulla, ma in Gran Bretagna tutti la ricordano perchè il 4 maggio del 1957 assaltò, da sola, il tavolo ove era seduto Winston Churchill, urlandogli di essere un assassino e un traditore. Fu il primo oltraggio storico allo statista, la cui statua domina Westminster.

E’ vero che quando morì, nel gennaio 1965, in trecentomila scesero in strada a Londra e 350 milioni di telespettatori seguirono in mondovisione le illustre esequie. Poca cosa, però, rispetto ai due miliardi e mezzo di teledipendenti incollati sul video per i funerali di Lady Diana. Fu comunque troppa grazia, troppo onore, per uno dei criminali della storia, quale fu il preteso Leone di Chartwell. Intendiamoci: non è solo il giudizio di un vecchio reazionario come il sottoscritto, ma il parere di numerosi storici del Regno Unito, quali William Manchester, David Irving e John Charmley.

 

Nel 1954, nell’antica Misses Thomson School britannica di Hove, veniva inaugurata con adeguata cerimonia una piccola lapide dedicata “al ragazzo più arrogante del mondo” che era stato, a suo tempo, ospite dell’Istituto. Quel ragazzo era proprio lui, Winston Churchill, che così, sin dalla più tenera età, aveva presentato al mondo il suo primo biglietto da visita.

  La sua arroganza non si fermava nemmeno dinnanzi al gentil sesso. Bellicista e razzista, era pure infarcito di veteromaschilismo, al punto da odiare a morte Lady Astor, poichè era il primo deputato donna nel Parlamento britannico. Un giorno le disse “Se fossi vostro marito mi suiciderei”. La Astor si limitò a rispondergli che era solo un ubriacone.

 

   La sua fama di violento guerrafondaio ebbe modo di dimostrarla platealmente già nel 1898, quando in Sudan comandò uno squadrone del 21.mo Lancieri di Sua Maestà contro i dervisci del Mahdi. Nelle sue memorie giovanili scrive, esaltandosi: “non si potrà vedere più nulla di simile”. Commenta, a proposito di quella impresa imperialista, Gaetano Nanetti sul cattolico Avvenire: “E’ un Churchill affascinato dalla guerra, più propenso a fare a fucilate che ad esercitare il suo mestiere di giornalista inviato dai giornali inglesi sul teatro delle guerre imperialistiche dell’Inghilterra”. Un profilo, questo, evidenziato nello sceneggiato trasmesso a suo tempo da Retedue. Del resto, a proposito di quella guerra di conquista, è lo stesso futuro statista a definirla un fatto “teatrale”, con la “vivacità e l’imponenza che dà fascino alla guerra”. Questo “fascino” interessava al tenente Churchill, mica i diecimila morti della battaglia. Forse perchè quei morti erano in massima parte dervisci, cioè arabi, nemici, e per di più “selvaggi”.

 

Anche quella, che aveva visto undici anni prima Gordon, quale eroe tradito di una tragedia che avrebbe in seguito fornito lo spunto ad una serie di romanzi e di films fumettistici, fu una guerra imperialista, di cui Churchill andava orgoglioso. L’Egitto, che a quell’epoca dominava il Sudan con un regime brutale, fatto di corruzione e di crudeltà, minacciato dai volontari indipendentisti del Mahdi, si rivolse all’Inghilterra, la quale intervenne per tutelare i propri interessi economici nella regione. Secondo la mentalità positivistica dell’epoca, i “bianchi” incarnavano l’uomo della civiltà alle prese con orde di selvaggi fanatici e crudeli. Nessuno era sfiorato dal sospetto che quei ‘selvaggi’ fossero scesi in lotta per la libertà del proprio Paese.

 

Qualche anno dopo, l’ufficiale Winston si distingueva in un’altra guerra imperialista, combattuta con una ferocia illimitata dai suoi soldati: quella contro i Boeri, i valorosi contadini olandesi del Transvaal. I britannici di Sir Winston li facevano volare a pezzi dopo averli legati alle bocche di cannone.

 

   Eppure Churchill, l’imperialista, si fece passare come lo strenuo difensore della libertà della schiavista Etiopia contro la colonizzazione italiana del ’36, faceva finta di dimenticare che la Gran Bretagna era il maggior Stato razzista e colonialista del mondo. Lui stesso era un razzista di prim’ordine. Manchester, nella monumentale biografia sullo statista inglese, ha dimostrato come “l’Etiopia secondo il punto di vista di Churchill, non rappresentava un problema morale. Come per tanti della sua generazione, i neri costituivano per lui una razza inferiore… Non riuscì mai a liberarsi di questo pregiudizio”. A Cuba, appena uscito da Sandhurst, egli aveva scritto che bisognava diffidare “dell’elemento negro tra gli insorti”. Persino in Parlamento gli sfuggì di dire che “nessuno può sostenere la pretesa che l’Abissinia sia un membri adeguato, degno e paritario di una società di nazioni civili”. E quando, anni dopo, gli chiesero cosa ne pensasse del film Carmen Jones, rispose che era uscito dal cinema perchè non sopportava “le negraggini”.

 

  La sua malattia era, in realtà, la stessa di un Eden e di un Eisenhower: l’odio mortale antitedesco, anch’esso velato di uno strisciante razzismo. Le sanzioni, parziali e ambigue, contro l’Italia furono tali perchè, sino alla fine, Churchill volle, attraverso una sua politica personale di esasperato cinismo, spaccare l’alleanza italo-tedesca per isolare e schiacciare la Germania.

 

   John Charmley, docente all’Università di East Agle, ha messo a soqquadro il mondo accademico britannico con un libro dal titolo Churchill, the End of Glory. L’opera definisce testualmente Churchill come un “guerrafondaio”, per aver voluto e provocato la guerra contro Hitler a tutti i costi. Per colpa dell’ “ossessione antinazista” di Churchill -sostiene Charmley- l’Inghilterra avrebbe perso tutto il suo impero, per ridursi a vassallo degli U.S.A. Ciò provocò la stessa vittoria dei laburisti nel 1945. Il nazismo era un totalitarismo come tanti altri e non c’era poi il bisogno di accanirsi contro di esso, visto che il comunismo lo si è tollerato per settant’anni e senza tante storie. Hitler aveva soprattutto delle mire ad Est e aveva in tutti i modi cercato di evitare il conflitto con l’Inghilterra (che considerava “sorella” ariana) e si sarebbe volentieri disimpegnato in Europa per rivolgersi contro il bolscevismo. Ne fanno fede i discorsi a Norimberga nel 1942 e ne fa fede la missione segreta di Rudolf Hess, che avrebbe potuto chiudere il conflitto con i consanguinei “ariani” inglesi. Fu Churchill che dette ordine di arrestare Hess, rifiutandosi di incontrarlo e ascoltarlo. Non solo, ma dette ordine che il dossier sulla faccenda sparisse per sempre, com’è avvenuto. Hess, come si sa, è poi stato suicidato nel carcere di Spandau.

 

 La tesi di Charmley ha trovato consenzienti uomini Alan Clark, ex-ministro conservatore, che l’ha appoggiata autorevolmente sul Times. John Charmley, inoltre, riabilita completamente Neville Chamberlain, il primo ministro inglese “pacifista”, odiatissimo da Churchill ed Eden. Chamberlain viene invece descritto dallo storico come “un formidabile premier”  che cercava di preservare la sua nazione dal macello della guerra, voluta a tutti i costi dai “duri” alla Winston Chuchill. La preoccupazione di Chamberlain, condivisa da Lord Halifax, Rab Butler e Sir Neville Henderson, era quella di contrastare la potenza del comunismo sovietico. Per Charmley il governo di Chamberlain fece dunque bene ad organizzare con Hitler gli accordi di Monaco, aggiungendo che anche per Danzica c’era la possibilità di trovare un’intesa coi tedeschi, in modo da mettere i sovietici completamente fuori gioco. Furono i bellicisti con Churchill, Eden (che odiava, ricambiato, lo stesso Mussolini) e Harwey, a volere il conflitto a tutti i costi. Al proposito, Peregrine Worsthorme, uno dei più famosi columnist londinesi, ha scritto: “Se la Germania  avesse vinto contro l’URSS e noi fossimo rimasti fuori dalla guerra domineremmo ancora il mondo”.

 

   Ma il duo Churchill-Eden era talmente forte e stretto da risultare imbattibile, tant’è che Churchill dette in moglie ad Eden, nel 1952, sua figlia Clarissa.

 

   A guerra mondiale in atto, Churchill ebbe modo di dimostrare al mondo la sua natura cinicamente sanguinaria. Quando gli Alleati entrarono a Dachau, il 29 aprile 1945, trovarono di guardia ai prigionieri 560 soldati tedeschi giunti lì, dal fronte, solo quattro giorni prima. L’ordine, impartito dai capi anglo-americani, fu immediato: “Fucilateli tutti”. E così fu fatto. Della strage, documentata da Irving, c’è anche un filmato.  A quell’ordine Churchill acconsentì. Del resto, non aveva già autorizzato le ecatombi aeree sui civili di Amburgo, Dresda e Pforzheim? Non aveva fatto bombardare, nel porto di Lubecca, i feriti civili sulla nave-ospedale Cap Arcona, che aveva la Croce rossa dipinta sul ponte, massacrando 7.300 uomini inermi? Non aveva strizzato l’occhio ad Eisenhower, quando questi aveva programmato lo sterminio per fame di un milione di tedeschi nei lager anglo-americani?

 

   Ma ci sono altri particolari su questo pachidermico gentleman. Già il 9 ottobre del 1944, ben sette mesi prima della resa tedesca, Winston si incontrava con Stalin, per decidere che fare di Hitler, Mussolini e dei loro gerarchi. Lì si verificò la prima lite tra l’inglese e il russo. Perchè, strano a dirsi, Stalin pretendeva che si dovesse salvare la faccia processando i capi italo-tedeschi, mentre Churchill aveva un progetto semplicissimo: ammazzare subito tutti coloro che venivano catturati, senza processo e condanne formali. Arrabbiato del diniego sovietico, Winston scrisse a Roosevelt una lettera di suo pugno, protestando perchè “lo zio Giuseppe ha assunto una posizione ultragarantista” che vieta l’immediata uccisione dei nemici.

 

   Questa posizione stragista di Winston, del resto, era di vecchia data. Già alla fine del ’42 aveva programmato i “linciaggi” scientifici di tutti i capi militari tedeschi catturati o arresi, che sarebbero stati trasportati nottetempo nei luoghi di occupazione e “affidati” alla “popolazione” per lo sbranamento collettivo. Di tutto ciò, sono conservati i verbali a Washington, alla Biblioteca del Congresso. Nel 1943, invece, preparò una lista di un centinaio di “criminali” italo-nippo-tedeschi da dichiarare “fuorilegge mondiali” e, come tali, passibili di morte immediata per mano di un qualsiasi ufficiale alleato.

 

   Irving documenta come Eden e Churchill, il 16 ottobre del 1944, promisero a Stalin il rimpatrio forzato di undicimila prigionieri di guerra russi e cosacchi, tutti anticomunisti, con le loro famiglie, per essere poi eliminati dai sovietici appena arrivati in territorio russo. Il giorno dopo Winston si incontrò con Stalin e, all’improvviso, gli disse: “A proposito di cibo, la Gran Bretagna è riuscita a organizzare l’invio di 45.000 tonnellate di manzo in scatola all’Unione Sovietica”. Poi, ridacchiando, strizzò l’occhietto: “Vi manderemo pure 11.000 ex-prigionieri di guerra per mangiarlo, quel manzo”.

 

   Qualche giorno prima, aveva detto a zio Giuseppe: “Bisogna uccidere  quanti più tedeschi è possibile”, proponendo il trasferimento coatto delle popolazioni della Prussia orientale e della Slesia: “tanto il posto c’è: la guerra ha già fatto fuori sette milioni di tedeschi”. Si sfregò le mani, masticando tra i denti giallastri il celebre sigarone, e rise sommessamente.

 

Pino Tosca

Da

http://combattentirsi.blogspot.com/2014/05/winston-churchill-eroe-o-criminale.html?m=1

Dalla fucilazione della Ferida all’amicizia con Tito. La vera storia del partigiano Pertini

Roma, 11 feb – La maggioranza degli italiani ricorda Sandro Pertini come il presidente della Repubblica che esultava per la vittoria della nazionale italiana di calcio nel 1982, sempre accompagnato dall’onnipresente pipa da tenero nonnino in bocca. Pochi sanno però la verità sugli anni della militanza di Pertini nelle fila partigiane. Quindi raccontiamo qualche episodio oscurato della storia del presidente, che ne inquadra il personaggio.

Pertini, via Rasella e le Fosse Ardeatine

Partiamo dall’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944: dodici partigiani del Gap (Gruppo di azione patriottica) organizzarono un attacco dinamitardo contro un reparto della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, nel quale rimasero uccisi anche due civili (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti).

L’attentato causò l’eccidio delle Fosse Ardeatine perché i gappisti si rifiutarono di farsi avanti come responsabili dell’agguato, seppur sapessero che i tedeschi avrebbero fucilato 10 italiani per ogni soldato ucciso. Sandro Pertini, allora responsabile militare del Comitato di Liberazione Nazionale del Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), dichiarò al “processo Kappler” che l’attentato era stato conforme alle direttive di carattere generale della giunta militare tendenti a costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione a lui dipendente”. Nel 1949, alcuni familiari delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro i mandanti e gli esecutori dell’attentato di via Rasella, tra questi anche Pertini. La richiesta fu però respinta dal Tribunale perché l’attentato fu “un legittimo atto di guerra”.

La fucilazione di Luisa Ferida

Il 30 aprile del 1945, l’attrice Luisa Ferida, all’ottavo mese di gravidanza, venne fucilata perché frettolosamente accusata di collaborazionismo con i tedeschi, incriminazione della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Nelle sue memorie, Giuseppe “Vero” Marozin, capo dei partigiani della “Brigata Pasubio” e già noto per le atrocità commesse in Veneto, scrisse in merito alla fucilazione della Ferida e del marito Osvaldo Valenti: “Quel giorno, il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!

Pertini e la grazia per il boia di Porzus

Anche come presidente della Repubblica, Sandro Pertini non si scordò dei suoi compagni. Nel 1978, uno dei primi impegni come prima carica dello Stato fu la grazia concessa a Mario “Giacca” Toffanin, condannato in contumacia all’ergastolo (Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia) dalla Corte di Assise di Lucca nel 1954. Toffanin fu il principale responsabile dell’Eccidio di Porzûs, dove vennero uccisi 17 partigiani della Brigata Osoppo dal battaglione di gappisti del Pci, comandati appunto dal “Giacca” e su mandato del Comando del IX Korpus dell’esercito titino. È bene ricordare che il graziato da Pertini subì un’ulteriore condanna a trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.

L’omaggio a Tito

L’8 maggio del 1980 si tennero a Belgrado i funerali del dittatore Tito. Un Pertini visibilmente commosso si intrattenne davanti alla bara dell’infoibatore, appoggiando la mano sulla bara e “tenendola a lungo”, come riportò in seguito una nipote di Tito.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/fucilazione-ferida-amicizia-tito-vera-storia-pertini-145567/

Foibe, quel disprezzo di Togliatti verso gli esuli italiani

Ho ricevuto questa bella riflessione sul massacro delle foibe e l’ipocrisia di una certa sinistra nei confronti degli esuli italiani da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dall’Istria e dalla Dalmazia. Fuggivano per non morire, fuggivano per non essere infoibati, per non essere perseguitati e torturati. Si stima che i giuliani, i fiumani e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Fuggivano disperati e speranzosi verso la madre patria che invece, per anni, non li riconobbe, non li soccorse e li tenne in centri profughi quasi come vergogne da nascondere! Ma d’altra parte come si dovevano considerare uomini sconsiderati che scappano via dalla “libertà titina” e dal futuro radioso del socialismo? Ma è ovvio: non potevano essere che rigurgiti del fascismo, dei fascisti e dei mascalzoni in fuga!

Leggiamo cosa disse Palmiro Togliatti (le cui posizioni sulla questione giuliano-dalmata sono certamente assai controverse), su quei poveri profughi italiani: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”
(Da Profughi di Piero Montagnani su L’Unità – Organo del Partito Comunista Italiano – Edizione dell’Italia Settentrionale, Anno XXIII, N. 284, Sabato 30 novembre 1946)

Si avete letto bene. Sono quelli che ora fanno la morale sull’accoglienza! Da non credere. Farebbe quasi ridere se non ci fosse da piangere e da commuoversi per quei poveri fratelli nostri, offesi e vilipesi da una ideologia non meno folle del fascismo.

Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

Da https://www.nicolaporro.it/foibe-quel-disprezzo-di-togliatti-verso-gli-esuli-italiani/

Il ricordo e la rabbia. Dopo 36 anni nessuno ha mai pagato per l’omicidio di Paolo Di Nella

Trentasei anni fa moriva Paolo Di Nella, nel giorno del suo ventesimo compleanno. Colpito di spalle, al cranio, nella notte del 2 febbraio 1983 da due esponenti dell’Autonomia operaia (mentre affiggeva manifesti per restituire ai cittadini del suo quartiere lo spazio verde di Villa Chigi),  Paolo entra in coma per non svegliarsi più. Una morta assurda, “fuori tempo massimo”, per la quale nessuno ha mai pagato il conto con la giustizia.

Un colpo di coda

Era il 9 febbraio 1983: il sapore acre degli anni di piombo, con il suo carico di caduti dall’una e dall’altra parte, sembrava un ricordo del passato, la destra giovanile aveva mosso passi da gigante nel superamento delle contrapposizioni ideologiche, parte della sinistra cominciava a fare autocritica e il dialogo generazionale sembrava a portata di mano. Invece, quel colpo alla nuca è un balzo all’indietro imprevisto e imprevedibile. Che però  segnerà un punto di non ritorno. Paolo merita qualcosa di più di una vendetta a caldo,  dello stanco rito dell’occhio per occhio, dente per dente. La risposta è che non si risponde, il “favore” non sarà restituito: davanti al corpo esangue di Paolo avvolto in un sudario e al giglio bianco donato da un’infermiera, i suoi “capi” giurano che non si risponderà al sangue innocente con altro sangue innocente. E così sarà. «Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato», si legge nel volantino del Fronte della Gioventù scritto poche ore dopo la sua morte.”

Capellone e testardo

Militante del Fronte della Gioventù, silenzioso, capelli lunghi e occhiali, Paolo era un ragazzo molto lontano dagli stereotipi del fascistello dei primi anni ’80. Paolo lavorava in silenzio nello sgabuzzino di via Sommacampagna dove passava ore a scrivere manifesti a mano, andava in vacanza in tenda, guidava la moto, parlava di comunità di quartiere oltre la destra e la sinistra, era contro la pena di morte ( tanto bastò per cacciarlo dalla sezione missina di viale Somalia). Testardo. Si era messo in testa di restituire ai cittadini del suo quartiere il parco di Villa Chigi per destinarlo a centro sociale e culturale e aveva speso gran parte della giornata dell’aggressione ad affiggere manifesti per rendere pubblica una raccolta di firme per l’esproprio. Quella sera in affissione è solo con Daniela Bertani quando verso le 23, mentre è in mezzo allo spartitraffico di Piazza Gondar, viene avvicinato da due ragazzi apparentemente in attesa dell’autobus e colpito alla nuca. Rientrato in macchina, si fa accompagnare a una fontanella, si sciacqua la ferita e si fa promettere da Daniela che non dirà nulla. Rientrato a casa i genitori lo sentono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi, l’ambulanza arriva quando Paolo è già in coma.

La veglia ininterrotta

Per sette giorni e sette notti  la sua comunità non lo molla un attimo. Seduti a terra nel corridoio del Policlinico Umberto I decine di ragazzi e ragazze sono lì, a proteggerlo, ad accarezzarlo, quasi a volerlo resuscitare con la veglia e la preghiera, tra stecche di sigarette, tramezzini e quintali di caffè. Un triste pomeriggio, il 5 febbraio, mentre la maggior parte dei ragazzi è in corteo e l’ospedale è semideserto si consuma un piccolo miracolo: al capezzale di Paolo si presenta Sandro Pertini,  il presidente partigiano, per la prima volta un antifascista spezzava l’ignobile vulgata per la quale “uccidere un fascista non è reato” , alla visita del capo dello Stato seguirà quella del sindaco comunista Ugo Vetere. All’indomani della morte di Paolo, Giuliano Ferrara firma un editoriale di Repubblica nel quale ammette che anche se la vita politica di Di Nella era “deprecabile”, si doveva rispetto al morto. Alla famiglia arriva il telegramma di condoglianze di Enrico Berlinguer. Qualcosa si mosse, ma nessuno dei suoi killer ha fatto un solo giorno di prigione, non bastò la presenza del capo dello Stato perché la magistratura cambiasse marcia con depistaggi e coperture degli attivisti di Autonomia Operaia molto “attivi” nel quartiere Africano, al confine con Trieste Salario. L’omicidio di Di Nella è rimasto impunito, così come è accaduto per Francesco Cecchin, ucciso vicino piazza Vescovio qualche anno prima.

Indagini fasulle e omertà

Cinque giorni dopo venne trovato un volantino firmato Autonomia Operaia nel quale si rivendicava l’agguato. Nella lista dei sospettati finirono Luca Baldassarre e Corrado Quarra che inizialmente riuscirono a fuggire, poi Quarra venne fermato mesi dopo in piazza Risorgimento e due giorni dopo Daniela Bertani lo riconobbe come l’aggressore di Paolo.  Troppo facile per finire così. A Daniela fu tesa una trappola e, ritenuta un teste “poco attendibile”, Quarra venne prosciolto. Era il 21 aprile 1986, data in cui si chiusero le indagini. A nulla sono valsi i dossier di controinformazione, le indagini  condotte dagli amici, le testimonianze del quartiere, i dubbi emersi durante la ormai nota trasmissione Telefono gialloespressi dal giudice istruttore che si occupò del decreto di scarcerazione di Quarra. Paolo non ha ancora ricevuto giustizia. Resta un esempio insostituibile per la destra, un figlio d’Italia, ucciso per la sua vocazione sociale e rivoluzionaria. A 36 anni dalla sua morte, come ogni anno, i suoi fratelli, giovani e anziani,  lo ricordano con la cerimonia del presente davanti allo striscione “Paolo vive”. La mano sul cuore e un giuramento che si rinnova.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/02/il-ricordo-e-la-rabbia-dopo-36-anni-nessuno-ha-mai-pagato-per-lomicidio-di-paolo-di-nella/?fbclid=IwAR1HMQ7zHN-o4yY9DlWzlq773elY55PE6addb3b_N_Jdx7Rtfn2eMPraujw

Urlavano i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Gregoretti risponde all’Anpi sulle foibe

Il testo integrale della lettera inviata dal giornalista Marco Gregoretti al direttore del Gazzettino in risposta all’attacco nei suoi confronti da parte dell’Anpi di Venezia dopo la pubblicazione di due video, sul suo canale Youtube, relativi all’esodo giuliano e alla pulizia etnica perpetrata da Tito nei confronti degli italiani.

lettera al direttore  di Marco Gregoretti

Milano, martedì 14 gennaio 2020
Gentile Direttore,
mi preme colmare alcune lacune che ho riscontrato leggendo l’articolo “Foibe, accuse all’Anpi veneziana: “Falso, vicenda che non ci riguarda”, a firma di Tomaso Borzomì, pubblicato sul Gazzettino in edicola Lunedì 13 gennaio 2020, e in cui si parla diffusamente della mia persona, del mio lavoro, e del dramma dell’esodo giuliano e delle Foibe patito dalla mia famiglia materna.

Il collega mi descrive inizialmente come “sedicente giornalista investigativo”, formula generalmente usata in senso denigratorio, sebbene coperta da garanzia epistemologica. In realtà non sono ne sedicente, ne sescrivente giornalista investigativo. Sono un professionista di 63 anni con un lungo e onorevole curriculum, vincitore peraltro nel 1998 del Premi Saint-Vincent consegnatomi dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro proprio per una mia inchiesta di giornalismo investigativo: avevo scoperto, documentato e raccontato le torture e gli stupri perpetrati da alcuni militari italiani durante la missione di pace Restore Hope-Ibis, in Somalia.

Non solo per vanto, ma anche per correttezza: ho lavorato come redattore e come inviato a Panorama per quasi dieci anni con direttori come Claudio Rinaldi, Andrea Monti, Giuliano Ferrara e Nini Briglia, ho fatto parte, come caposervizio, della squadra che ha fondato presso Condé Nast l’edizione italiana di GQ, sono stato caposervizio del settimanale Gente, vicedirettore del mensile Class, ho scritto per innumerevoli testate nazionali (Stampa, Indipendente, Corriere della sera, Gazzetta dello Sport, Espresso, Europeo…), sono autore di libri inchiesta e di programmi televisivi e attualmente ho anche un contratto con la trasmissione di Rete 4 (Mediaset) Quarto Grado, sono di direttore di un mensile cartaceo in edicola che si chiama Nuova Cronaca e di Dedalo, una testata di urbanistica e di edilizia.

Ho iniziato a 21 anni e ho, dunque, fatto tante cose, tra cui il redattore “abusivo”, pagato quando capitava, dell’Unità e il caporedattore di una tv a essa collegata. Qui vi ho citato solo alcune delle mie esperienza. Dunque, sedicente, forse, è una eccessiva presa di distanze nei miei confronti da parte del, immagino molto più giovane di me, collega. Bastava fare clic su Google e saltava fuori più o meno tutto. Capisco, perché ci sono passato anche io, la tempistica frettolosa del quotidiano che non lascia spazi neanche al respiro, ed escludo, dunque, pressioni esercitate dall’Anpi di Venezia. A cui, però, vorrei far presente di aver precisato che il mio video si riferiva alla loro sezione di Rovigo e non a quella di Venezia, come da me inizialmente sostenuto, dopo pochissimo, appena mi è stato segnalato, con un tweet, dall’Anpi di Venezia, stessa l’errore.

Ma quello che mi sta più a cuore e che ci terrei venisse dal vostro giornale evidenziato, è che sarei l’uomo più felice del mondo se dall’Anpi venissero pronunciate parole precise, senza sconti, senza se e senza ma, sul dramma dell’esodo, delle Foibe e di quello che è stato uno scellerato accordo con il maresciallo Tito. Mia madre a 13 anni subì, di notte, dai comunisti di Tito, le “perquisizioni intime”, penso che sia superfluo spiegare di che cosa si trattasse, mentre a mio zio, che di anni ne aveva tre, veniva tenuta la canna di una pistola puntata sulla tempia.

Urlavano, i titini “Dove tenete l’oro maledetti italiani!”. Oro? Quale oro? Poi furono gettati su un carro e mio nonno chiuso in campo di concentramento. Non avevano fatto niente. Erano semplicemente italiani. Quindi questo bastò a portare via tutto a loro: casa, risparmi…Tutto. Arrivarono a Genova, dove sono nato, come profughi. Fecero la fame. Si tirarono su le maniche. Non chiesero mai l’elemosina e mia madre si laureò tre volte, il mio piccolo zio diventò un fisico della dinamica dei fluidi negli Stati Uniti. Quando avevano fame, da piccoli, a Genova scrostavano l‘intonaco dal muro e se lo mangiavano.Questo mi piacerebbe che entrasse nelle coscienze di chi si offende perché c’è stata la confusione tra due città, peraltro rapidamente corretta. Quell’esodo, le Foibe, il furto dei beni, è stato assolutamente trasversale. E soprattutto, mi si perdoni la battuta, non ha nulla di sedicente. È tutto ben documentato.

Marco Gregoretti

Da https://www.imolaoggi.it/2020/01/18/urlavano-i-titini-dove-tenete-loro-maledetti-italiani-gregoretti-risponde-allanpi-sulle-foibe/

In ricordo di Alberto Giaquinto, assassinato 41 anni fa. Domani convegno al Cis di Roma

Aveva 17 anni, Alberto Giaquinto, quando venne ucciso da un poliziotto in borghese. Stava partecipando alla commemorazione della strage di Acca Larenzia, avvenuta un anno prima. Era il 10 gennaio 1979 e “uccidere un fascista non era reato”, chiunque lo facesse. Così per lui, come per tanti altri giovani missini che pagarono con la vita la loro militanza, non ci fu giustizia. L’agente Alessio Speranza, quattro processi e quasi 10 anni dopo, ricevette sì una condanna, ma non per omicidio. “Eccesso colposo di legittima difesa”, sentenziò la Cassazione. Pena comminata: 6 mesi.

Il ricordo di Alberto Giaquinto al Cis di piazza Tuscolo

A 41 anni di distanza, il sacrificio di Alberto Giaquinto sarà ricordato, come ogni anno, alla sala convegni del Cis di piazza Tuscolo, a Roma, che proprio al giovane missino è intitolata. L’appuntamento è per giovedì 9 alle 18, per un incontro al quale parteciperanno il saggista Adalberto Baldoni, il senatore Domenico Gramazio e il giornalista Piergiorgio Francia. Interverranno, inoltre, Antonella Mattei, sorella di Virgilio e Stefano, e Francesca Mancia, sorella di Angelo.

La stagione dell’odio politico

L’incontro, dunque, sarà l’occasione per una riflessione sulla stagione di odio politico che insanguinò l’Italia e sulle responsabilità – istituzionali, culturali, politiche – che troppo spesso relegarono i morti missini a morte di serie B. Tra colpevole incapacità di rintracciare gli assassini e infami connivenze nel coprire quelli che erano stati identificati.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/01/in-ricordo-di-alberto-giaquinto-assassinato-41-anni-fa-domani-convegno-al-cis-di-roma/

Acca Larentia, un simbolo di lotta da onorare. Per sempre

Acca Larentia, anche senza giustizia quel martirio resta incancellabile

42 anni e il ricordo non svanisce.Anzi, la memoria resta ancorata a quel sacrificio. Franco, Francesco e Stefano, martiri di Acca Larentia: i loro nomi rimangono per l’eternità nel cuore di una comunità che non smette di versare lacrime. Con loro c’erano Enzo, Maurizio e Pino, che riuscirono a portare a casa la pelle in quella che era una guerra senza fine.

Roma insanguinata, quel 7 gennaio del 1978. Il brutale eccidio di quella sera come un’azione militare: i terroristi rossi assassinarono Bigonzetti e Ciavattadavanti alla sezione martire. Poi cadde a terra, ucciso anche lui, Stefano Recchioni che stava lì come tutti, incredulo per quella strage. Abbattuto da una pallottola che il capitano dei carabinieri Sivori negò di aver sparato. E il tribunale gli diede ragione. Chissà chi fu….

Poi Giaquinto. E Mancia…

Un anno dopo toccò, a Centocelle, ad Alberto Giaquinto. Chiunque militava, in quegli anni terribili, si smarriva, perché ogni sera, al rientro a casa, poteva toccare a lui. O persino al mattino, come un paio di anni dopo accadde ad un altro indimenticabile, Angelo Mancia.

Sono storie drammatiche, incancellabili soprattutto per chi le ha vissute. Nel maggio dell’anno dopo spararono ancora, sempre davanti a quella sezione. C’eravamo noi. E ci salvammo, per pura fortuna. O per un miracolo. Quella destra era un bersaglio: fare politica bei quartieri più popolari, era considerato un crimine dal terrorismo rosso che si organizzava contro di noi.

Acca Larentia, un simbolo

Acca Larentia non si dimentica perché è diventata un simbolo. Per alcuni, la strage rappresentò uno spartiacque, il segnale che bisognava difendere la nostra gioventù. Si separavano le strade, tra chi sceglieva la strada della giustizia armata e chi cercava ancora quella che sembrava impossibile, quella della militanza. Il sangue non finiva di scorrere.

Il Msi subì un autentico martirio in quegli anni, decine e decine di Caduti per una bandiera. Per un’idea. Per una testimonianza. Non si ambiva al potere, in quel tempo: in gioco c’era la sopravvivenza. Ecco perché chi fa politica oggi – anche ai più alti livelli – non deve mai dimenticare quel sangue. Ed è importante soprattutto ora che la destra italiana risorge. È una storia che merita profondo rispetto quella del Msi, anche nella simbologia, soprattutto di questi tempi in cui è così facile bollare il nemico come fascista, per non avere rimorsi nel colpirlo. Né fisicamente, né con la parola, i titoli, le inchieste fasulle.

Fieri di quei martiri. Per sempre

Quel sangue rappresenta ancora oggi un segno di lotta senza la quale tutto sarebbe finito. Il coraggio di quei militanti – e per alcuni di loro persino la vita – ha preceduto il cammino di oggi: dobbiamo continuare ad esserne fieri. Si moriva per un’idea. La nostra idea. Ecco perché non riusciamo proprio a cambiarla. Nessuno si permetta mai di dubitare dell’amore per la democrazia da parte di quei nostri martiri. L’apertura di una sezione era una conquista territoriale, per i comunisti rappresenta a una sconfitta, per chi viveva di odio e antifascismo un’onta.

Ciascuno di noi era là. Ieri fisicamente, oggi spiritualmente. Quel Presentesignifica soprattutto questo. Vale per Franco, Francesco e Stefano. E vale per ciascuno di noi. Ora e per sempre.
Anche per loro vale la domanda di giustizia che non si ottiene ancora.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/01/acca-larentia-anche-senza-giustizia-quel-martirio-resta-incancellabile/

Cent’anni fa il primo comunista italiano (che morì fascista)

Cent’anni fa apparve in Italia il primo leader comunista, amico personale di Lenin; morì poi da fascista, fucilato a Dongo e appeso per i piedi dai suoi compagni in Piazzale Loreto, accanto a Mussolini. Si chiamava Nicolino Bombacci e fu eletto nel 1919 alla guida del partito socialista. Era il capo dei massimalisti, somigliava non solo fisicamente a Che Guevara e ricordava Garibaldi. Era un puro e un confusionario; rappresentava, per dirla con De Felice, il comunismo-movimento, rispetto a chi poi si arroccò nel comunismo-regime. Fu lui a volere la falce e martello nella bandiera rossa, sull’esempio sovietico. Questa storia rimossa dai comunisti merita di essere raccontata.

Il 1°maggio di cent’anni fa era nato a Torino Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e Palmiro Togliatti. A quel tempo, disse poi Tasca (che esule dal Pci, finì a Vichy con Petain): “Eravamo tutti gentiliani”. Sull’onda della rivoluzione bolscevica nel giugno di cent’anni fa Ordine nuovo propose i soviet in Italia. Quel progetto li ricongiunse a Bombacci e insieme poi fondarono a Livorno il Partito Comunista.

“Deve la sua fortuna di sovversivo a un paio d’occhi di ceramica olandese e a una barba bionda come quella di Cristo” così Mussolini dipinse il suo antico compagno, poi nemico e infine camerata Bombacci. Romagnolo e maestro elementare come Mussolini, cacciato anch’egli dalla stessa scuola perché sovversivo, compagno di lotte e di prigione del futuro duce, e nemico dei riformisti, Bombacci si separò da Mussolini dopo la svolta interventista. Per tornare al suo fianco a Salò ed essere ucciso, dopo aver gridato “Viva il socialismo, viva l’Italia”. A differenza di Mussolini, Bombacci veniva dal seminario (come Stalin e Curcio) e da una famiglia papalina di Civitella di Romagna. Bombacci diventò il principale bersaglio dei fascisti che gli urlavano “Con la barba di Bombacci/ faremo spazzolini. Per lucidare le scarpe di Mussolini” (la stessa canzone fu riadattata al Negus quando l’Italia fascista conquistò l’Etiopia). I fascisti lo trascinarono alla gogna, tagliandogli la barba. Zazzera biondastra e incolta, volto magro, zigomi sporgenti, malinconici occhi turchini e una voce appassionata, impetuoso trascinatore di piazza. Così lo ricordava Pietro Nenni: “una selva di capelli spettinati, uno scoppio di parole spesso senza capo né coda. Nessun tentativo di convincere, ma lo sforzo di piacere. Un’innegabile potenza di seduzione. E in tutto questo, un soffio di passione…”

Sposato in chiesa, tre figli e varie storie d’amore alle spalle, Bombacci si schierò con Gramsci dalla parte di D’Annunzio a Fiume con la Carta del Carnaro. Quando nacque il Pcd’I, Mussolini dirà in un discorso alla Camera: “li conosco i comunisti, sono figli miei”. Bombacci fece uscire il folto gruppo parlamentare socialista dalla Camera prima che parlasse il Re nel giorno dell’insediamento, al grido di Viva il socialismo. Bombacci fu l’unico dei comunisti italiani in diretti rapporti con Lenin. Bombacci ricevette da lui denaro, oro e platino per la propaganda. A Mosca, Bombacci tornò coi vertici del Partito nel quinto anniversario della rivoluzione bolscevica, il 9 novembre del 1922 che nel calendario russo coincideva, col nostro 28 ottobre: quell’anno ci fu la Marcia su Roma. Bombacci sostenne l’intesa tra l’Italia fascista e l’Urss comunista, anche in parlamento. Poi suggerì ai comunisti d’infiltrarsi nei sindacati fascisti (strategia che Togliatti poi teorizzò come entrismo). Fu lui il primo comunista a entrare (indenne) nella Camera con Mussolini al potere. Continuò a far la spola con Mosca, soprattutto dopo che l’Italia fascista era stata il primo paese occidentale a riconoscere l’Urss e ad avviare rapporti economici. Bombacci tornò a Mosca il 1924 ai funerali di Lenin ed era ritenuto il n.1 in Italia. Fu espulso dal partito quattro anni dopo, per deviazionismo e indegnità, dopo aver dato vita a un’agenzia di export-import tra l’Italia e l’Urss; Bombacci fu il precursore delle coop rosse.

Per tutta la vita navigò tra i debiti; Mussolini aiutò i suoi famigliari e gli trovò un’occupazione all’Istituto di cinematografia educativa, in una palazzina di Villa Torlonia, proprio dove risiedeva il Duce. E gli finanziò un giornale fasciocomunista degli anni trenta, La Verità, che evocava la Pravda a cui Bombacci aveva collaborato. Odiato da Starace e dai fascisti, la Verità continuò a uscire fino al ’43. Dalle sue pagine teorizzò l’Autarchia. Bombacci sognava d’unificare le rivoluzioni di Roma, Mosca e Berlino; ma con la rottura del patto Molotov-Ribbentrop, il comunismo si alleò con le plutocrazie occidentali, e lui, anti-capitalista, si schierò col fascismo.

Ai tempi di Salò Bombacci aveva i capelli corti e la barba non era più incolta; una palpebra gli si era abbassata davanti all’occhio, vestiva con abiti gessati. Ma coltivava ancora il suo velleitario socialismo. A Salò il sindacalista Francesco Grossi lo ricorda “caloroso nell’esporre, gli brillavano gli occhi chiari ed acuti che rivelavano una totale pulizia interiore”. Perorò la socializzazione nella prima bozza della Carta di Verona e sognò la nascita dell’Urse, l’unione delle repubbliche socialiste europee.

Con Carlo Silvestri voleva riaprire il caso Matteotti per dimostrare che quel delitto fu messo di traverso tra Mussolini e il socialismo per evitare il riavvicinamento. Con Silvestri Bombacci promosse l’estremo tentativo di consegnare le sorti della Rsi al partito socialista di unità proletaria con un messaggio consegnato a Pertini e a Lombardi che i due leader partigiani cestinarono. Bombacci continuò a predicare tra gli operai la rivoluzione sociale: nel suo ultimo discorso a Genova il 15 marzo del ’45 ritrovò la foga della sua gioventù; lo raccontò in una lettera entusiasta a Mussolini. Fucilato con Mussolini a Dongo, fu esposto col cartello “Supertraditore”. Cadde cogli occhi azzurri spalancati verso il cielo, come si addice a un sognatore ad occhi aperti.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/centanni-fa-il-primo-comunista-italiano-che-mori-fascista/

Venti anni fa l’addio a Giorgio Pisanò. Rivelò gli orrori dei partigiani rossi

Oggi sono vent’anni che è morto Giorgio Pisanò. Senza questo grande giornalista d’inchiesta, che per primò scavò negli orrori dei partigiani rossi, la storia in Italia avrebbe continuato a essere quel catechismo comunista che i vincitori hanno propalato per anni. Sì, perché prima che Giampaolo Pansa, da sinistra, cominciasse ad aprire un po’ di vasi di Pandora su quello che realmente è stata la cosiddetta “resistenza” in Italia, Pisanò e pochi altri avevano già scritto tutto. Solo che la conventio ad exludendum che c’era – e c’è – nei confronti degli storici e giornalisti fascisti, impedì che le inchieste di Pisanò giungessero al grande pubblico e meno che mai in tv. Eppure quelli che dovevano sapere, sapevano. La “liberazione”, così è stata contrabbandata la guerra civile in Italia, guerra fratricida tra comunisti e fascisti, i primi però aiutati dalla massiccia macchina da guerra degli alleati (loro), i secondi che volontariamente andavano a combattere una guerra  – per l’onore – che sapevano già persa. Eppure gli scritti di Pisanò, a detta anche degli avversari politici, non sono minimamente inficiati dalla sua apaprtenenza ai Nuotatori Paracadusti della Decima Mas della Repubblica Sociale. No, dopo aver subito la prigionia, il campo di concentramento, sempre “alleato”, dopo essere sfuggito alla morte grazie a un’evasione, Pisanò si è calato nella parte del giornalista d’inchiesta, del detective storio, e ha cominciato, dal 1947, per il Meridiano d’Italia, a girare per il Nord Italia: interrogando, cercando, scovando documenti, ricostruendo quello che veramente accadde in quei giorni d’odio. Ma, come detto, tutti i suoi libri caddero nel silenzio più assoluto da parte dei mass media del regime democristiano e comunista. Una cortina di silenzio che però non ha impedito l’emergere della verità, che finalmente è emersa, grazie a Pansa, il quale ebbe a dichiarare che senza il lavoro propedeutico di Pisanò non avrebbe potuto scrivere ciò che ha scritto. Per il suo lavoro d’inchiesta Pisanò rimediò, in alternativa al silenzio, anche una scarica di querele e anche qualche settimana di galera. Quando uscì, Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, gli offrì un seggio al Senato, per fargli in parte da scudo alle offensive feroci dei vincitori, che continuavano, sia pure con altri mezzi, la loro resistenza contro l’emergere della storia.

Pisanò si arruolò nella Rsi con l’entusiasmo dei 20 anni

Pisanò era del 1924, quindi si arruolò a soli 19 anni nella Rsi, seguendo l’esempio di quasi un milione di giovanissimi volontari che seppero prendere una decisione scomoda, controcorrente, e soprattutto svantaggiosa per loro. Ma è grazie a questi ragazzi che la storia in Italia si sta riscrivendo in modo più aderente a quello che veramente è successo, alla loro testimonianza: moltissimi intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti italiani che si sono distinti nel dopoguerra provenivano infatti dalle file della Rsi. Oltre naturalmente a una schiera di parlamentari, e tutti col Msi, a cominciare dallo stesso Almirante. Pisanò, dopo la guerra fondò il Msi a Como, dove intanto si era trasferito, diventandone il primo “federale”. Per i maggiori periodici italiani scrisse numerose inchiesta, anche di cronaca, tra le quali ricordiamo certamente quella a puntate sull’assassinio di Enrico Mattei, il cui pilota, come forse pochi sanno, era un aviatore della Aeronautica nazionale repubblicana, Irnerio Bertuzzi, strettissimo amico del presidente dell’Eni. Pisanò poi scoperchiò, con vent’anni di anticipo, quella che poi sarebbe stata chiamata nel 1992 Tangentopoli, mettendo in luce e denunciando ruberie, corruzione, scandali, bustarelle dei partiti del cosiddetto arco costituzionale, denunciato in modo assolutamente solitario dal Msi e da giornalisti come Pisanò. Fondò e rifondò giornali storici e gloriosi, come il Candido , con cui condusse agguerrite campagne contro i socialcomunisti e demiocristiani. Tra le sue numerose opere, ricordiamo certamente Il vero volto della guerra civile. Documentario fotografico, del 1961, Sangue chiama sangue, del 1962, La generazione che non si è arresa, del 1964, Storia della guerra civile in Italia, 1943-1945, 3 del 1965-1966, Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), del 1967, stesso anno di Mussolini e gli ebreiPenna nera. Storia e battaglie degli alpini d’Italia, del 1968, L’altra faccia del pianeta “P2”. Testo integrale della Relazione conclusiva di minoranza presentata al Parlamento dal rappresentante del Msi-Dn, del 1984, Storia del Fascismo, del 1988-1990, Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, del 1992, Io, fascista, del 1997, e infine Gli ultimi cinque secondi di Musssolini, del 1996, che ha venduto oltre 60mila copie, in un Paese dove 30mila rappresentano un best seller.

Da https://www.secoloditalia.it/2017/10/venti-anni-fa-laddio-a-giorgio-pisano-rivelo-gli-orrori-dei-partigiani-rossi/amp/?fbclid=IwAR2mOgZRKnwrZ8Fidto6NXB3R88EabH3Mdywms6ChACq5a0BhvF50udLb_Y

1 2 3 4 35