Foiba di Jazovka, orrore in Croazia: tra i corpi riesumati donne, bambini e suore

 

La macabra notizia è stata divulgata dai media croati circa una settimana fa. Si sono concluse lunedì scorso le operazioni di recupero delle vittime dei partigiani di Tito dalla Foiba di Jazovka, nei pressi del villaggio di Sošice, nel Comune di Žumberak, in Croazia, non poco lontano dal confine sloveno. Complessivamente, dalla squadra di speleologi sono stati riportati in superficie i resti di ben 814 corpi, riferiti a ustascia, domobranci, civili, medici, infermieri e suore di diversi ospedali di Zagabria, gettati nella cavità alla fine e dopo la seconda guerra mondiale dai partigiani comunisti.

“Tali iniziative  di recupero ci sono utili per smontare il mito di un comunismo  sociale e rispettoso della libertà al popolo” spiega il direttore Archivio museo storico di Fiume Marino Micich. “Erano sistemi totalitari, dove pochi avevano il predominio di tutto e su tutti. Le foibe sono l ‘ esempio più eclatante in casa nostra come anche il triangolo rosso.. bisogna insistere a far conoscere queste verità per il rispetto della storia e per la libertà. Per lunghi anni a sinistra si è cercato e si continua per molto versi a minimizzare tali efferatezze”.

Secondo quanto dichiarato da alcuni membri del team incaricato del recupero delle salme, diversi sarebbero anche i resti di donne e bambini.

Fonte: https://www.iltempo.it/attualita/2020/07/27/news/foibe-croazia-jazovka-cadaveri-infoibati-suore-23995077/ Continua a leggere

La falsa narrazione sulla lotta alla mafia che ha distrutto questo Paese

 

Fu il Pci a votare contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxiprocesso. E’ tempo di ristabilire la verità

Ventotto anni fa tra maggio e luglio iniziò la campagna stragista dei corleonesi prima con l’assassinio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo con la loro scorta e poi con quello di Paolo Borsellino e la sua scorta. Un tempo più lungo della durata del fascismo e quindi sufficiente a ricordare le tappe salienti di quegli anni Ottanta che videro una lotta senza quartiere alla mafia da parte di tutti i governi e in parte anche dell’opposizione. E invece da qualche tempo c’è in giro una falsa narrazione degli accadimenti, addirittura tacendo o omettendo i fatti per come storicamente sono accaduti, da parte di ambienti che notoriamente contrastarono Giovanni Falcone e la sua azione. Ma tralasciamo le opinioni e andiamo ai fatti, pregando e sollecitando i falsi narratori di correggerci se incorriamo in errore. Partiamo dal 1984 quando si avviò di fatto la storia del maxiprocesso intentato da Giovanni Falcone e da quel pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto, capo dell’ufficio Istruzione di Palermo con l’arresto di 380 mafiosi. Un grande successo della lotta antimafia tanto che lo stesso Caponnetto sentì il bisogno di dichiarare a tutta la stampa italiana che quella iniziativa “è stata possibile grazie all’ossigeno che ci è venuto dal ministro dell’Interno Scalfaro e da quello della Giustizia Martinazzoli”. In realtà, già due anni prima con il ministro Rognoni all’Interno e Clelio Darida alla Giustizia furono introdotti il reato di associazione mafiosa (il 416 bis), l’alto commissario antimafia e la legge Rognoni-La Torre che innovò le indagini sui clan mafiosi e le loro ricchezze.

L’allarme di Falcone

Ma torniamo al maxiprocesso facendo un salto di alcuni anni, senza però dimenticare che nel 1984 Sergio Mattarella divenne commissario provinciale della Dc di Palermo e un anno dopo Lillo Mannino divenne segretario regionale a testimonianza che la Dc schiero due degli uomini più autorevoli per garantire che la lotta alla mafia diventasse una lotta senza quartiere. Mannino è stato processato, incarcerato e poi assolto 19 volte e il secondo è diventato il presidente della Repubblica amato da tutti gli italiani. Andiamo avanti. Ai primi di settembre del 1989 il maxiprocesso era alle battute finali ma c’era un grande rischio e cioè che per la decorrenza dei termini uscissero dal carcere diventando uccel di bosco quasi tutti i boss mafiosi. Falcone avvertì Giuliano Vassalli, ministro socialista di Grazia e giustizia, che riferì subito a Giulio Andreotti presidente del Consiglio che. Quest’ultimo, sentiti subito Mattarella e Mannino entrambi ministri in carica, convocò in un tardo pomeriggio il Consiglio dei ministri che approvo un decreto legge con il quale si raddoppiava la durata del carcere preventivo per gli imputati di associazione mafiosa. Un decreto che di fatto era un mandato di cattura, come dissero alcuni critici, tanto che la sera stessa i carabinieri arrestarono quanti erano da alcune ore già usciti dal carcere. Ebbene, quel decreto legge che pensavamo andasse veloce all’approvazione in parlamento trovò la forte resistenza di Luciano Violante, e quindi dell’intero Partito comunista dell’epoca, con una dura reprimenda al governo in cui si sosteneva che c’erano norme che consentivano il controllo di scarcerati pericolosi e quindi non si doveva raddoppiare la custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa ma lasciarli liberi benché controllati. La Dc e l’intero pentapartito tenne ferma la posizione e il maxiprocesso continuò, concludendosi anni dopo con condanne durissime a tutto il gotha mafioso. Quell’atteggiamento comunista si sposava con alcuni suoi comportamenti, prima e dopo quella data, nei riguardi di Giovanni Falcone. Nel gennaio del 1988, all’interno del Csm la sinistra giudiziaria e politica – fatta eccezione di Caselli – votò contro la nomina di Falcone a capo di quell’ufficio Istruzione retto sino ad allora da Antonino Caponnetto, costruttore del primo pool antimafia, preferendogli Antonino Mele privo di qualunque esperienza di lotta alla mafia. Paolo Borsellino, commemorando Falcone, definì Giuda alcuni che in quel Csm avevano tradito Falcone. L’avversione a Falcone fu in quegli anni una caratteristica della sinistra politica e giudiziaria che portò lo stesso Falcone prima a doversi presentare alla commissione disciplinare del Csm e poi a dover superare il contrasto comunista sia all’istituzione della Direzione nazionale antimafia e poi alla sua nomina alla guida della nuova istituzione. Agli inizi del 1991, Falcone prese la decisione su sollecitazione di Francesco Cossiga di venire a collaborare con il governo Andreotti diventando direttore generale degli affari penali con l’assenso di Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Nei diciotto mesi successivi furono approvate, tra le altre, la legge sui collaboratori di giustizia, sulle norme anti riciclaggio e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nei consigli comunali con il loro scioglimento con decreto del ministro dell’Interno. L’ispiratore fu sempre Falcone e l’intero governo agevolava ogni iniziativa.

Chi si oppose al 41 bis

 

Quando Falcone saltò in aria a Capaci, il governo Andreotti, Scotti all’Interno e Martelli alla Giustizia, approvò un decreto legge con il quale estendeva il carcere duro (il famoso 41 bis) anche ai mafiosi, ai camorristi e agli ndranghetisti. E ancora una volta il Pci si oppose facendo prima una pregiudiziale di costituzionalità che se fosse stata accolta avrebbe fatto decadere il decreto e poi, un a volta superato questo scoglio, si astenne sull’approvazione. Nei mesi precedenti, con Falcone ancora in vita, la sinistra politica non perdeva occasione di attaccarlo. Memorabile fu l’attacco di Leoluca Orlando Cascio che accusò in diretta televisiva Falcone di tenere nel cassetto carte compromettenti contro Lima per insinuare che con la sua presenza alla direzione nazionale antimafia si sarebbe venduta l’anima. Ricordo che per Lima non è mai stato richiesto un rinvio a giudizio neanche dalla procura di Palermo. Certo se non ricordassimo il sacrificio di Pio La Torre, di Peppino Impastato e di pochi altri comunisti ammazzati dalla mafia, verrebbe da dire che dal 1988 al 1992 i comportamenti del Pci guidati da Violante potrebbero far pensare alla volontà, essendo all’epoca tra l’altro la crisi del comunismo internazionale alle porte, di costruire una trattativa con alcuni ambienti della criminalità mafiosa. Ma questa è una nostra suggestione interpretativa e come tale va considerata non tenendola neanche in conto, ma i fatti restano questi: il Pci votò contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxi processo, tentò di far cadere il carcere duro del 41 bis, ostacolò la nascita della Dna e fu permanentemente contro Giovanni Falcone oggi ipocritamente elogiato in ogni commemorazione.

Ma c’e ancora qualcosa da ricordare. Dopo la morte di Falcone i carabinieri del Ros Mori e De Donno, oggi accusati e condannati in primo grado per la trattativa stato-mafia, tentarono di far pentire Ciancimino, uno dei capi della mafia che si infiltrò nella Dc da cui fu cacciato nel 1983, molto prima che arrivasse la magistratura. Bene, la famosa trattativa che Mori e De Donno avrebbero fatto fu che convinsero Ciancimino a parlare alla commissione antimafia utilizzando le norme della legge sui collaboratori di giustizia. Nell’ottobre del 1992 fu annunciata da Violante questa convocazione alla commissione antimafia. Qualche giorno prima della audizione, Ciancimino fu arrestato guarda caso dalla procura di Palermo e consegnato alla polizia di stato e Violante, sempre guarda caso, cancellò quella audizione che poteva tranquillamente fare come già la commissione aveva fatto nel 1989 con il detenuto Totuccio Contorno che Gianni de Gennaro tentava di convincere a pentirsi. In questi mesi abbiamo visto una narrazione in televisione e su alcuni giornali che non ha mai riportato questi fatti mentre la liturgia commemorativa di Falcone e Borsellino li nasconde offendendo la loro memoria, come nasconde l’atto di accusa di Borsellino e della Boccassini contro quell’area della magistratura che aveva sempre contrastato in vita Falcone. Quell’area della magistratura rappresentava una parte dello stato così come lo rappresentavano anche Ciampi e Conso, che liberarono dal 41 bis 300 mafiosi nel novembre del 1993 e il cui governo era appoggiato dal Pci. Le bombe che nei mesi precedenti avevano colpito Milano Firenze e Roma improvvisamente cessarono mentre iniziavano i grandi flussi di scarcerazione di mafiosi, camorristi e ndranghetisti, compresi alcuni assassini rei confessi di Falcone dopo pochissimi anni di carcere senza che i mafiologi ne abbiano mai parlato (fino al 2005 erano diecimila).

 

La falsa narrazione è andata oltre la Dc, ritenendo quella eliminazione dei 300 mafiosi dal 41 bis fu una trattativa fatta da Berlusconi e Dell’Utri ancora non entrati in politica! Ma solo per completare i fatti ricordiamo che da sempre una parte del Pci ha accusato la Dc di collusione o compiacenza con la mafia perché puntualmente perdevano le elezioni, salvo poi che a distanza di anni gli stessi fatti smentivano le ricostruzioni e le accuse fantasiose. Un solo esempio: il noto Michele Pantaleone, deputato all’assemblea siciliana del Fronte popolare, sin dopo la guerra accusò Bernardo Mattarella, padre di Sergio e uno dei fondatori della Dc siciliana insieme ad Alessi, Alderisio e Scelba, di colludere con ambienti mafiosi, salvo poi a venir fuori la documentazione che lo stesso Pantaleone dopo lo sbarco degli americani fu per diverso tempo il delegato del sindaco di Villalba, tale don Calogero Vizzini, noto autorevole capomafia. Pantaleone, dopo una denuncia di Bernardo Mattarella, ritirò ogni accusa scusandosi. E se è giusto ricordare il sacrificio di Pio La Torre e di Peppino impastato, vanno ricordato i tanti morti della Dc, a cominciare dal vicesegretario regionale Vincenzo Campo durante le elezioni del 1948; nel marzo 1979, Michele Reina segretario provinciale della Dc di Palermo; nel gennaio del 1980 Piersanti Mattarella, il sindaco di Palermo Insalaco, gli attentati ai sindaci democristiani Elda Pucci e l’avvocato Martellucci, e non essendo siciliani, non ricordiamo che i morti eccellenti. In ultimo, non possiamo non ricordare che la Cassazione confermando l’assoluzione di Giulio Andreotti per tutti gli anni Ottanta concluse sugli anni precedenti dicendo così: “La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata sulla base di apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che quindi possono essere contestati nel merito ma non in sede di legittimità”. Chi conosce l’italiano, la sintassi e l’analisi logica capirà.

 

Giudicare i fatti per quel che sono

 

E’ tempo dunque che i grandi opinionisti e gli storici dicano con forza i fatti per quel che sono, perché a nostro giudizio fino a quando gli stessi fatti vengono nascosti o falsati, la lotta alla mafia non è vinta. E la festa della Repubblica di ieri e le tensioni sociali che sono all’orizzonte devono far ricordare che quella libertà riconquistata il 25 aprile del 1945 fu difesa da altri autoritarismi definitivamente il 18 aprile del 1948 con la vittoria della democrazia cristiana. Offenderla come fanno alcuni vinti della storia significa offendere la storia repubblicana e i suoi uomini migliori. Lo testimonia il fatto che dopo 25 anni dalla scomparsa della Dc, l’Italia era nelle condizioni in cui si trovava prima della pandemia. Oggi più che mai il paese avverte che la sua àncora resta Sergio Mattarella, democristiano e leader indiscusso della Dc siciliana la cui famiglia pagò con il sangue l’impegno politico dall’immediato dopoguerra in poi e la lotta permanente contro la mafia. Il resto è solo falsa narrazione che deve indignare innanzitutto la sinistra che oggi è al governo del paese con una parte della Democrazia cristiana.

DA

https://www.ilfoglio.it/cronache/2020/06/07/news/la-falsa-narrazione-sulla-lotta-alla-mafia-che-ha-distrutto-questo-paese-320489/

Meglio la Monarchia o la Repubblica?

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Meglio la Monarchia o la repubblica? Purtroppo, tra gli italiani l’istituzione monarchica non gode di particolari simpatie, riluttanza che serpeggia anche in ambienti conservatori, dovuto al convincimento che Vittorio Emanuele III abbia tradito Mussolini. Ma in quel febbrile fine luglio del 1943 il Re tradì davvero Mussolini o lo salvò dalla congiura assassina da parte dei vertici militari?

Nella giornata del 2 e nella mattinata del 3 giugno 1946 si tenne in Italia il Referendum per scegliere la forma istituzionale dello Stato, cioè tra Repubblica e Monarchia.

Sconfitto il fascismo, ora bisognava cacciare la monarchia (una vendetta dovuta all’opposizione del Re contro la congiura ordita contro Mussolini?), e non sembrava facile farlo, in quanto la maggioranza degli italiani era attaccata alla vecchia istituzione.

Le settimane precedenti alla consultazioni si svolsero tra tensioni e incidenti gravissimi: il ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, trovandosi a corto di uomini per le forze dell’ordine, pensò di inquadrare nella polizia ausiliari provenienti dalle bande partigiane comuniste del nord, i quali trattavano la popolazione, soprattutto quella del Sud, come un nemico. Furono soprannominate dal popolo “le guardie rosse di Romita”. 2 giugno 1946: Nenni disse “o repubblica o il caos”; gli fece eco il ministro comunista delle Finanze Scoccimarro in un comizio, che in caso di vittoria della monarchia a referendum i comunisti avrebbero scatenato la lotta armata; e tutto mentre Pertini chiedeva la fucilazione di re Umberto di Savoia.

Per favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto – dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo – nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. In altre parole mai più. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.

Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica.

Il 4 giugno i carabinieri, a metà spoglio, comunicano a Pio XII° (chissà perchè solo a lui) che la Monarchia si avviava a vincere.

Nella mattinata del 5 giugno, De Gasperi annuncia al Re Umberto II° che la Monarchia aveva vinto.

Dopo che i rapporti dell’Arma dei Carabinieri, presente in tutti i seggi, segnalarono al Ministro degli Interni Romita la vittoria della Monarchia, iniziarono una serie di oscure manovre ancora non del tutto chiare: nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.

In quelle due notti si svolse anche una vera e propria guerra tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia.

Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa la notizia della vittoria della Repubblica affermando che avrebbe fatto la proclamazione ufficiale con i dati definitivi il 18 giugno. Ciò però non avvenne per cui la Repubblica, in effetti, non è mai stata proclamata!

A questo punto il Re Umberto II°, per evitare una guerra civile, parte per l’esilio, dopo aver diffuso un proclama in cui contesta la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario dei suoi ministri, che non hanno atteso il responso definitivo della Cassazione. A tal proposito un’interessante testimonianza dei fatti, dei probabili brogli sono raccontanti nell’artico che segue ( https://www.ilgiornale.it/news/cronache/schede-truccate-referendum-46-mio-padre-vide-tutto-1341751.html).

Facciamo un passo indietro.

Re Vittorio Emanuele III apprende dal colonnello Tito Torcila di Romagnano, suo secondo aiutante di campo, uno sconcertante episodio.

L’alto ufficiale riferisce che nelle primissime ore del mattino il generale Angelo Cerica, comandante in capo dell’Arma dei carabinieri, lo aveva invitato a recarsi al comando di viale Liegi per una comunicazione della massima importanza.

Appena giunto al comando – continua Romagnano – era stato pregato da Cerica di rendere noto al re, con la massima urgenza, un sorprendente colloquio avuto la sera prima con il capo di Stato Maggiore Generale, Vittorio Ambrosio.

“Ieri sera – aveva precisato Cerica – sono stato chiamato a Palazzo Vidoni dal generale Ambrosio. Dopo aver accennato alla riunione del Gran Consiglio e alle sue possibili conseguenze. Ambrosio mi ha detto; “Posdomani Mussolini andrà dal re, al Quirinale, per la solita udienza. Quando starà per uscire, tu devi farlo scomparire. Hai capito? Devi farlo scomparire com’è scomparso Matteotti, Mussolini va spedito senza lasciar traccia, in modo che il re non dovrà mai sapere nulla dell’accaduto”.

Resosi subito conto che con il suo incredibile “ordine” il capo di Stato Maggiore Generale lo stava coinvolgendo in un complotto in stile balcanico, il comandante dei carabinieri aveva deciso di informare dell’accaduto il secondo aiutante di campo del sovrano.

E, tramite il colonnello Romagnano, di avvisare il re di quanto di torbido e misterioso stava accadendo nelle alte sfere del Comando supremo.

Ma chi sono – oltre al generale Ambrosio – i capi militari che, all’insaputa e contro la volontà del sovrano, hanno deciso di far “scomparire”, ossia di assassinare, il capo del Governo nonché Comandante Supremo, per delega, delle Forze Armate?

Tra i cospiratori, il più determinato è sicuramente Giuseppe Castellano, primo aiutante di Ambrosio nonché noto come il più giovane generale dell’esercito.

Ancora più del generale Castellano, l’autentico “cervello” dei congiurati di Palazzo Vidoni era il generale Giacomo Carboni, lo stesso che, dopo l’8 settembre, sarà al centro di infinite polemiche per la mancata difesa di Roma dai tedeschi. Di madre anglo-americana, conoscitore attento, della realtà USA, l’alto ufficiale aveva percorso una lunga ed avventurosa carriera nel servizio segreto militare (SIM), del quale era diventato il “numero uno” alla vigilia della guerra. Carboni, in dichiarazioni e scritti, si è vantato più volte – a cose fatte – di essere stato il primo, tra gli esponenti della “fronda” militare, a proporre al generale Ambrosio l’adozione di “misure energiche” nei confronti del Duce. (Giacomo Carboni, Memorie segrete. Firenze, 1959).

Castellano aveva inizialmente suggerito di rapire il capo del Governo a Palazzo Venezia oppure a Villa Torlonia. La proposta era stata però bocciata dal generale Ambrosio poiché, venendo meno l’effetto sorpresa, il tentativo di sequestro si sarebbe inevitabilmente tramutato in uno scontro a fuoco con il reparto scelto di polizia addetto alla sicurezza del Duce. Di fronte alla motivata obiezione del capo di Stato Maggiore Generale, Carboni aveva modificato il progetto Castellano, proponendo di catturare Mussolini al Quirinale, al termine di una delle due udienze settimanali concesse dal sovrano.

Data indicata per l’operazione: la mattina di lunedì, 26 luglio. Badoglio confesserà in seguito, quanto segue: “Mentre il piano giungeva a maturazione e si metteva a fuoco un programma d’azione, un fatto nuovo e impreveduto ne deviò il corso. La mattina del 24 luglio si sparse a Roma la notizia, accolta con diffidenza ed inquietudine, che tutti i componenti del Gran Consiglio avevano imposto la convocazione per la sera. Si parlava apertamente di una congiura di grossi gerarchi contro il duce e non si escludeva che potessero aver luogo atti di violenza’’. (V. Vailati, Badoglio racconta, Torino 1955, pagg. 363-364).

Nell’apprendere dal colonnello Romagnano il piano architettato dai cospiratori del Comando Supremo, Vittorio Emanuele III decide che è arrivato il momento di uscire allo scoperto e di prendere nelle proprie mani la situazione.

Sugli avvenimenti occorsi a Villa Savoia nella giornata di domenica 25 luglio il racconto più attendibile lo dobbiamo al colonnello (poi generale) Tito Torcila di Romagnano, presente a tutte le vicende di quelle ore storiche, come riportato nel libro di Bruno Spampanato.

Come prima mossa, il sovrano comunica a Mussolini, tramite il generale Puntoni, il suo assenso di anticipare di ventiquattro ore l’udienza del lunedì. Quindi convoca a Villa Savoia il generale Cerica.

Secondo la testimonianza del colonnello Romagnano, il sovrano convocò a colloquio il generale Cerica nella tarda mattinata del 25 luglio. (“Il Tempo”, 8 febbraio 1955).

Senza perdersi in molte spiegazioni, il re informa il comandante dei carabinieri che alle 17 riceverà in udienza Mussolini al quale, salvo imprevisti, chiederà di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Dopodiché – continua il sovrano – occorrerà prendere in consegna il deposto capo del Governo e trasportarlo in un luogo assolutamente sicuro. Al riguardo, Vittorio Emanuele è tassativo: l’incolumità dell’uomo che per di più di vent’anni ha guidato la nave dello Stato doveva essere salvaguardata. Contro tutto e tutti!

Il generale Cerica s’irrigidisce sull’attenti e dichiara che avrebbe rigorosamente osservato gli ordini ricevuti.

(Il Maresciallo d’Italia, Enrico Caviglia fu il primo, tra i protagonisti di quei giorni, a menzionare il colloquio Cerica-Ambrosio e la proposta fatta da quest’ultimo di rapire Mussolini e di assassinarlo. Nel sostenere la sua clamorosa affermazione, l’anziano Maresciallo si riferì a una dichiarazione a lui rilasciata dallo stesso pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre. (Enrico Caviglia, Diario 1925-1995, Roma). Anni dopo, fu il senatore Raffaele Paolucci – presidente dell’Unione Monarchica – a ricordare la vicenda in un’intervista a un giornale romano. “Vittorio Emanuele III – dichiaro Paolucci – ignorava in maniera assoluta il piano dei suoi generali di rapire e quindi di assassinare Benito Mussolini. Quando lo apprese se ne indignò fino al furore”. (“Il Secolo d’Italia”, 4 febbraio 1955) Le affermazioni del senatore Paoluccì furono confermate da Umberto II, nel corso di un’intervista al settimanale “Epoca”: “Mio padre – affermò l’ultimo re d’Italia – era a conoscenza di un piano maturato nell’ambito del Comando Supremo, al quale si era nettamente opposto, per sopprimere Mussolini (“Epoca”, 28 febbraio 1955)).

Completato il giro, nel corso del quale il Duce viene accolto con entusiasmo, l’auto presidenziale si dirige verso Villa Torlonia per consentire al capo del Governo di prepararsi in vista dell’udienza reale.

Galbiati che sa dell’imminente incontro di Mussolini con Vittorio Emanuele, non nasconde una certa apprensione: “Scusate, Duce ma il re in quale considerazione vi tiene in questi ultimi tempi? Vi dà sempre fiducia?”. La replica di Mussolini è pronta e sicura: “Non ho mai fatto nulla senza il suo pieno consenso. In oltre vent’anni sono andato da lui una ed anche due volte alla settimana e mi sono consigliato con lui su ogni questione di Stato, persino su cose private. Egli è sempre stato solidale con me”.

Non appena arrivato a Villa Torlonia, Mussolini ripete lo stesso: “Il re è il mio migliore amico, forse il solo che abbia in questo momento. Quattro giorni fa mi ha detto. “Se anche tutti vi attaccassero, io vi difenderei”.

Al momento di stringere la mano al sovrano, il Duce è tranquillo e sicuro di sé.

La manifesta sicurezza con cui Mussolini inizia il colloquio con Vittorio Emanuele, è destinata infatti a venire subito meno non appena il re lo rende edotto dell’incredibile decisione presa da Hitler dopo il fallito vertice di Feltre, e la cui autenticità gli è stata garantita dal genero Filippo d’Assia nella sua veste di messaggero “segreto” del Fuhrer.

Dopo l’incontro con il cognato principe Umberto, l’inviato del Fuhrer venne infatti ricevuto dal re. Nel corso del colloquio, Filippo d’Assia informò il suocero dell’ormai imminente “Operazione Alarico”. (Melton Davis, Who defends Rome?, New York, 1948, nella versione italiana a pag. 101).

Ossia l’ordine impartito ai reparti della Wehrmacht dislocati in Italia di scatenare nelle prime ore del mattino di lunedì 26 luglio – cioè poche ore dopo – una fulminea operazione denominata “Alarico”, con il dichiarato obiettivo di affidare alle autorità militari tedesche il pieno controllo, anche politico, dello scacchiere italiano.

Questa, in succinto, è la situazione che si presenta a Vittorio Emanuele e al suo attonito Primo Ministro nel tardo pomeriggio del 25 luglio. Che fare? Opporsi con la forza all’imminente atto di forza tedesco, provocherebbe la sicura rovina della Nazione. Tuttavia – osserva il sovrano – esiste ancora la possibilità di evitare all’Italia una sorte tanto tragica. Il suo “informatore”, ossia il principe d’Assia, gli ha infatti garantito che il vero, autentico obiettivo cui mira Hitler con l’ “Operazione Alarico” ha ben poco in comune con quello da lui sostenuto con i capi della Wehrmacht.

Il Fuhrer, in realtà, punta ad eliminare Mussolini dalla scena politica e con lui la richiesta, sostenuta da settori sempre più vasti nello stesso Reich, di porre un termine alla suicida guerra all’Est.

Posta in questi termini, la scelta è presso che obbligata. Preso atto, infatti, che Hitler scatenando l’“Operazione Alarico” gli ha strappato l’iniziativa, Mussolini perviene rapidamente alla conclusione cui è già arrivato il sovrano: la resa alla mossa ultimatum del Fuhrer da Rastenburg, cioè le sue dimissioni.

Vittorio Emanuele non manca di avvertire l’ex Duce che contro di lui si sta tramando anche con un complotto dei militari con lo scopo di rapirlo e quindi di assassinarlo.

Un anno dopo, Mussolini Capo della Repubblica Sociale, accennò – con la cautela imposta dalla sua non facile posizione ufficiale subordinata ai tedeschi – all’avvertimento ricevuto dal sovrano in merito al complotto ordito contro la sua persona, “C’è stata una congiura contro di me?”, si era chiesto. “Sì”, aveva concluso il capo della Repubblica Sociale Italiana. (Benito Mussolini, Storia di un anno, Milano, 1944).

Per questo motivo, il re sollecita Mussolini ad affidarsi alla sua protezione. Sarà compito dei fedeli carabinieri – assicura il sovrano – proteggere sia la sua che la vita dei suoi familiari.

La soluzione trovata dal re d’accordo con Mussolini, prevede il trasferimento dell’ex capo del Governo – sotto la protezione di ufficiali dei carabinieri – alla caserma “Podgora” di via Quintino Sella. Qui, l’ex Duce avrebbe atteso che il sovrano convocasse a Villa Savoia il Maresciallo Badoglio per incaricarlo di formare un gabinetto d’emergenza. Subito dopo, sarebbe stata recapitata a Mussolini una lettera firmata da Badoglio, con la quale il nuovo capo del Governo avrebbe invitato il suo predecessore a prendere ufficialmente atto della decisione del sovrano. Mussolini avrebbe risposto esprimendo piena approvazione ai mutamenti intervenuti al vertice del potere. Infine – non appena la lettera così concordata fosse stata a disposizione di Badoglio – sarebbe stata esibita ai capi della Milizia e del Partito in modo da impedire, per volontà dello stesso Mussolini, una reazione armata delle forze fasciste al “colpo di Stato” della Monarchia.

Seguito dal colonnello Romagnano, Vittorio Emanuele accompagna in silenzio Mussolini verso la porta. E’ presente alla scena anche il segretario del Duce, De Cesare, il quale avrebbe così ricordato, anni dopo, quei drammatici istanti: “Giunti sulla soglia, Mussolini e il re rimangono diritti, l’uno di fronte all’ altro, senza parlare. Poi il re tende la mano, Mussolini gliela stringe e il re ricambia la stretta appoggiandovi anche l’altra mano con molta cordialità”.

I due uomini che per oltre vent’anni hanno guidato l’Italia, creando una singolare diarchia retta da reciproca intesa, stima e persino amicizia, non si sarebbero più visti.

Mussolini espresse in più occasioni un giudizio sostanzialmente positivo nei confronti di Vittorio Emanuele. Ancora il 15 dicembre 1944, nel corso di un incontro con Nino D’Aroma, presidente dell’Istituto Nazionale Luce, il capo della RSI dichiarò: “Non avevo motivo di dubitare del re, che mi aveva sempre mostrato la sua benevola amicizia. Potevo forse dubitare di lui quando, anche per fatti personali, io lo consultavo, giacché il re era indubbiamente un uomo di profondo buon senso? Era noioso sì, alle volte meticoloso, insistente ma galantuomo”.A sua volta, anche Vittorio Emanuele espresse ripetutamente, nell’immediato dopoguerra, la sua stima per l’eccezionale intelligenza politica del defunto Duce. Ad esempio, intervistato durante l’esilio ad Alessandria d’Egitto dal giornalista svizzero Raphael Andrieux, l’ex monarca affermò: “Mussolini aveva una testa grossa così”. Vittorio Emanuele accompagnò le sue parole facendo un gesto molto significativo con le mani”. (Nino D’Aroma, Mussolini segreto, Firenze, 1996).

Mentre l’ex Duce scende gli ultimi scalini della villa, gli si fa incontro il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri. Mettendosi sull’attenti, l’ufficiale dichiara: “Eccellenza, Sua Maestà mi incarica di proteggere la vostra per- sona. Vi prego di seguirmi”.

Mussolini annuisce non reagisce e, sempre scortato dal capitano Vigneri, sale su un’autoambulanza già in attesa che parte a velocità sostenuta in direzione della caserma “Podgora”.

Approvata e firmata, la lettera viene consegnata al generale Ernesto Ferone – addetto agli “incarichi speciali” presso il Ministero della Guerra – con l’ordine di recapitarla all’ex Duce, in attesa alla caserma “Podgora”, e riportarne la risposta. Il generale esegue. Alle 19 precise, Mussolini riceve da Ferone la lettera firmata “Badoglio”, la scorre trovandola conforme agli accordi assunti con il sovrano e subito risponde:

“Desidero ringraziare il Maresciallo Badoglio per le attenzioni che ha voluto riserbare alla mia persona. Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro in comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione. Sono contento della decisione di continuare la guerra cogli alleati, così come l’onore e gli interessi della Patria in questo momento esigono. Faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il re, del quale durante ventuno anni sono stato leale servitore e tale rimango. Viva l’Italia!”.

Anni dopo, il senatore Paolucci – che assicurava di riferire una “confidenza” di Vittorio Emanuele – dichiarò che “il re, facendo fermare Mussolini a Villa Savoia, aveva inteso prevenire le intenzioni omicide dei generali dello Stato Maggiore verso il capo del Governo”.

Molte nazioni europee sono rette da monarchie parlamentari, in Italia la democrazia parlamentare ha consumato la sua spinta assai condizionata e machiavellica, i tempi sono maturi per ridiscutere nel Bel Paese per un ritorno di un sovrano, anzi due, una DIARCHIA,  le famiglie reali di Borbone e Savoia – Aosta.

Emilio Giuliana

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https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/66-meglio-la-monarchia-o-la-repubblica.html

Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

Sul numero in edicola di CulturaIdentità Anna Valerio indaga sulla strage di Porzûs(resa celebre dall’omonimo film di Renzo Martinelli), quando partigiani italiani filo titini assassinarono altri partigiani italiani e cattolici: “A rimetterci la pelle è anche il fratello minore di Pasolini, Guido. Una macelleria.Finisce la guerra, o meglio, si fanno i supplementari in tribunale. Tra molti imbarazzi e scandalose rimozioni e distorsioni della realtà, il PCI tenta in tutti i modi di far passare i compagni della Osoppo come venduti al nazifascismo […]. Nel 2012, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano andò a Porzûs a scoprire una targa in memoria dei partigiani uccisi. Era imbarazzato. Visibilmente. Sono quei posti dove non vai volentieri e dove ti viene da girarti di scatto alla prima ombra che passa

 

 

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Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

 

Quasi 22.000 polacchi, soprattutto ufficiali, ma anche soldati e civili, furono uccisi dai sovietici ma, per decenni, la colpa fu fatta ricadere sui tedeschi, nonostante gli Alleati sapessero la verità

il 13 aprile 1943 quando Radio Berlino diffonde una notizia sconvolgente: in una foresta vicino a Katyn, in Russia, sono stati ritrovati i cadaveri di migliaia e migliaia di ufficiali polacchi (in tutto 21.857 i corpi ritrovati), uccisi uno a uno con un colpo alla nuca. Hanno ancora indosso l’uniforme e i documenti di identificazione. Sono quasi tutti ufficiali e soldati che erano detenuti nei campi di concentramento sovietici di Kozielsk, Starobil’sk e Ostaškov.

Tutto fa pensare che siano stati giustiziati nei primi mesi del 1940, dopo l’invasione “congiunta” russo-tedesca della Polonia. Quegli ufficiali erano caduti nelle mani dei sovietici, eppure i proiettili ritrovati tra i cadaveri sono di fabbricazione tedesca. Com’era possibile? Chi erano i responsabili di quella terribile strage? Una domanda destinata a restare per decenni senza risposta.

Per l’Unione Sovietica di Stalin, l’uccisione di soldati polacchi, e in particolare ufficiali, rispondeva al chiaro intento di stroncare qualsiasi forma di resistenza; addirittura di sopravvivenza, di un popolo. Uccidendo ufficiali, laureati, ragazzi, si annientava un’intera generazione che avrebbe potuto, un domani, costituire la classe dirigente della Polonia.

La verità – ricostruita a fatica solo molti anni dopo la fine della guerra – racconta che il 5 marzo del 1940, Stalin firmò un ordine di esecuzione per migliaia di prigionieri ritenuti “sovversivi e controrivoluzionari”. Per ogni ufficiale venne compilato un dossier che attestava la sua attività antisovietica e sul quale veniva impressa la condanna a morte.

Iniziò così il massacro degli ufficiali (e non solo) a partire dalla notte tra il 3 e il 4 aprile 1940. Celati dal buio della notte, i primi 390 detenuti vennero trasportati verso la foresta di Katyn, dove si sarebbe svolto un rituale, poi ripetuto migliaia di volte: rapido controllo dei dati anagrafici, mani legate dietro la schiena, un colpo alla nuca. Per ucciderli furono usate pistole tedesche fornite direttamente dai servizi segreti, il che testimonia di come il governo comunista avesse premeditato anche il depistaggio. Infine, i cadaveri vennero gettati in una fossa comune dove avrebbe riposato per gli anni a venire.

Notte dopo notte, i camion partivano dai campi carichi di prigionieri e tornavano vuoti all’alba del giorno successivo, ogni notte (a parte quella del 1° maggio!) fino al 19 maggio 1940.
In 47 giorni furono uccisi così quasi 22.000 polacchi, che furono poi dichiarati dal governo sovietico “misteriosamente scomparsi”.

Intanto, infatti, i nuovi equilibri bellici avevano spinto il governo polacco in esilio a Londra a creare, in accordo con gli Alleati e, quindi, anche con l’URSS che occupava i suoi territori, un’armata per combattere i tedeschi. Nel farlo, però, si accorse che mancavano all’appello proprio i suoi ufficiali… Stalin non diede spiegazioni a riguardo, limitandosi a sostenere che dovevano essere fuggiti.

Ironia della sorte, saranno proprio i tedeschi che, nel 1943, avanzavano nel cuore della Russia, a svelare dove fossero finiti: nella fosse comuni della foresta Katyn. Gobbels comprese di avere un’arma molto potente contro il nemico e annunciò la scoperta al mondo, tramite Radio Berlino. A quel punto, il massacro non poteva più essere tenuto nascosta ma – come abbiamo capito molto bene e visto tante volte negli anni a seguire – la verità può essere manipolata.

Si costituì una Commissione d’indagine, voluta proprio dalla Germania e presieduta dalla Croce Rossa Internazionale per far luce sull’accaduto. Tuttavia, le indagini furono subito ostacolate da intimidazioni, minacce e tentativi di depistaggio attuati proprio dal governo di Mosca che voleva a ogni costo nascondere la verità.
Anche l’unico membro italiano della commissione, il professore Vincenzo Palmieri, fu fortemente denigrato e minacciato dal Partito Comunista Italiano, essendo caduto il regime fascista.

Nonostante tutto, le indagini confermarono che l’eccidio andava fatto risalire ai primi mesi del 1940, quando cioè la Polonia era sotto il controllo sovietico e, dunque andava imputato all’Armata Rossa. Stalin non riconobbe mai il verdetto della Commissione additandolo come falsato dalla propaganda nazista.

Il momento era delicato per gli Alleati e, nonostante lo stesso Churchill ammettesse la responsabilità sovietica dell’eccidio, non si poteva rinunciare all’apporto devastante dell’Armata rossa per annientare la Germania.

Molti furono, in quegli anni, i tentativi di insabbiamento. Nel 1944 i sovietici, dopo aver riconquistato Katyn, avviarono una loro “indagine”, affidata a una commissione unicamente sovietica, che sostenne la colpevolezza tedesca, arrivando persino a imbastire un processo farsa contro alcuni prigionieri tedeschi.

Quello stesso anno furono gli Stati Uniti a condurre un’indagine tramite un loro plenipotenziario nei Balcani ma, sebbene quest’ultimo indicasse i sovietici come responsabili, Roosvelt continuò a sostenere la responsabilità nazista e lo costrinse al silenzio.

Due anni più tardi, nel corso del processo di Norimberga, i sovietici imposero di processare i vertiti nazisti anche per quel massacro che – di certo – non avevamo commesso. Pur non arrivando mai a questa risoluzione, tanto bastò perché, per decenni, il massacro fosse ascritto al demone nazista anche sui nostri libri di scuola.

In piena guerra fredda, nel 1952, un’indagine del Congresso statunitense concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici, ma, siccome l’Unione Sovietica era tra i Paesi vincitori della Seconda guerra, aveva beneficiato dell’amnistia.
Occorrerà quindi attendere la caduta del Muro di Berlino e il ritorno della libertà in Polonia (1989) perché si torni a parlare delle vere responsabilità del massacro.

In Italia questa operazione sarebbe stata bollata come “revisionista”, ma la Storia ha sempre bisogno di essere “revisionata” alla luce della Verità, che – prima o poi – cancella le menzogne.

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Katyn: il massacro che uccise anche la Storia

Il genocidio cambogiano: quando i lager non interessano

 

SEGNALAZIONE DEL CENTRO STUDI FEDERICI

Il genocidio cambogiano: quando i lager non interessano

Anche in Cambogia il comunismo fu responsabile di un tremendo genocidio accuratamente dimenticato dai manipolatori della memoria. Il regime di Pol Pot massacrò il 25% della popolazione e tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose della Chiesa cattolica. Domenica 5 aprile 2020 il Giornale ha pubblicato un articolo sui crimini comunisti in Cambogia, che non interessano ai radical-chic dei salotti progressisti.

Quel lager degli orrori dove Pol Pot torturava chi non era comunista
In meno di 4 anni uccisi dalla follia marxista oltre 2 milioni di uomini, donne e bambini

Scendi dal taxi, paghi il biglietto d’ingresso e arrivi all’inferno. O, almeno, a una sua anticipazione terrena. È Tuol Sleng, il famigerato carcere S-21, oggi Museo del Genocidio.

Svolti l’angolo ed entri in un girone dantesco. Ad attenderti una lunghissima, interminabile fila d’immagini in bianco e nero. Centinaia di volti, migliaia di occhi che ti scrutano, che t’inchiodano. Occhiate rassegnate, impaurite, sghembe ma anche sguardi coraggiosi. Indugi, ti fermi e osservi i volti di uomini e donne ancora sfidanti, insolenti. Fieri. L’ultimo saluto di un’umanità divorata dalla follia, inghiottita dall’ideologia. La Spoon River cambogiana.

Tra le mura di questo vecchio liceo trasformato in mattatoio per quasi quattro anni, solerti carnefici imprigionarono, torturarono e uccisero chiunque fosse minimamente sospettato di dissentire dalla linea fissata dall’Angkar, la severissima, impietosa, onnipresente «Organizzazione», ovvero il partito comunista cambogiano, i khmer rossi; nulla più di un esercito di feroci termiti guidato da una banda di criminali istruiti nei licei creati dalla Francia sino al 1953 «protettrice» del regno di Cambogia o direttamente a Parigi come Saloth Sar, meglio noto come Pol Pot o il «fratello numero uno». Nella capitale francese il giovanotto benestante s’invaghì perdutamente di Robespierre e del gran terrore giacobino per poi passare ai «sacri testi» marxisti con una predilezione per le fumisterie di Sartre e Fanon e i deliri di Mao. Dopo un passaggio nella Jugoslavia titoista tornò in patria e eliminati i concorrenti divenne il leader assoluto e indiscusso del partito a cui impresse una linea ultra maoista.

Il 17 aprile 1975, approfittando del collasso americano in Vietnam, i khmer rossi entrarono nella capitale stremata da anni di guerra e imposero la «dittatura del popolo», meglio di quella parte di popolo miliziani giovanissimi e contadini analfabeti che l’Angkar riteneva degno di vivere. Tutti gli altri erano nemici di classe, controrivoluzionari, spie e traditori. Gente da eliminare. Abolito il denaro, chiuse tutte le scuole e le industrie, le città furono svuotate in pochi giorni e milioni di persone furono spedite nelle campagne per essere «rieducate». Fu l’inizio del terrore rosso, un gorgo malefico che stritolò l’intero paese.

La Cambogia si chiuse ermeticamente su se stessa e il micidiale ingranaggio iniziò a triturare velocemente i ceti dirigenti d’anteguerra, poi i professionisti, gli insegnanti, gli artisti, i bonzi, i commercianti, gli artigiani e chiunque parlasse una lingua straniera, portasse gli occhiali, indossasse un vestito «non regolare» (l’obbligo per tutti era un pigiama nero), pregasse un qualche dio. Non pago, nel 1976 il «fratello numero uno», ormai in preda alla paranoia, diede avvio a una purga di massa all’interno dello stesso partito. Giorno dopo giorno le stesse file dell’Angkar iniziarono ad assottigliarsi mentre le carceri si riempivano di altri traditori e nuove spie; considerati «inadempienti» o «revisionisti», gerarchi e semplici militanti finirono sulla loro stessa graticola, obbligati a confessare le cose più improbabili o a fare nomi di presunti complici. Per nessuno vi fu pietà.

Tuol Sleng divenne il crocevia principale di questo calvario. Chiunque vi entrasse veniva fotografato, torturato, interrogato e ancora torturato. Tutto era proibito, non si poteva parlare, non era ammesso piangere o lamentarsi, mangiare un insetto e nemmeno suicidarsi: barriere di filo spinato circondavano le celle ricavate dalle aule scolastiche, un modo per impedire che i detenuti si ammazzassero. Mentre i più umili restavano incatenati al pavimento o rinchiusi in fetide celle, ai dirigenti in disgrazia veniva concesso un trattamento di «favore»: una branda arrugginita e una scatola di latta per i bisogni corporali.

L’unica via d’uscita erano i camion che portavano i prigionieri a Choeung Ek, il campo della morte alla periferia di Phnom Penh. Per risparmiare le pallottole si uccideva con zappe e picconi, i bimbi venivano sbattuti contro gli alberi o infilzati dalle baionette. Dalle fosse comuni, 129 di cui 49 ancora intatte, sono stati riesumati 9mila corpi ma all’arrivo del monsone emergono regolarmente frammenti di ossa, brandelli di stoffa. Un sacrario ricorda la carneficina. Tutto s’interruppe il 7 gennaio 1979 quando i vietnamiti, stufi delle provocazioni di Pol Pot, invasero la Cambogia. Nel carcere ormai vuoto trovarono solo le foto e le macchie di sangue.

https://www.ilgiornale.it/news/lager-degli-orrori-dove-pol-pot-torturava-chi-non-era-1850132.html

DA

http://www.centrostudifederici.org/genocidio-cambogiano-lager-non-interessano/

La gloriosa storia del Forlanini di Roma: il più grande ospedale al mondo dedicato esclusivamente alle malattie polmonari

 

 

In questi giorni è tornato al centro deldibattito politico l’ospedale romano “Carlo Forlanini”, dedicato al grande medico inventore del pneumotorace, tecnica che salvò moltissimi tubercolotici.

Senza entrare nel merito della questione, vale la pena conoscere che genere di straordinaria opera pubblica fu questo ospedale, la più grande struttura al mondo dedicata esclusivamente alla cura delle malattie polmonari. Fino al 1950, anno in cui fu messo a punto il primo antibiotico efficace sul  Mycobacterium tubercolosis complex, tale malattia era un vero flagello, paragonabile a quello che potrebbe essere, oggi, il cancro.

Dopo la Grande Guerra, col ritorno dei soldati dalle trincee, la situazione sanitaria italiana si era particolarmente aggravata, così, dal 1923, lo Stato promulgò una serie di decreti e iniziative per contrastare l’avanzata della malattia riscuotendo significativi risultati, tanto che, già nel 1931, l’Istat dell’epoca avrebbe registrato una diminuzione dei malati di quasi di un terzo.

1. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale,  potevano contarsi 94 Dispensari Antitubercolari Provinciali e 419 Sezioni Dispensariali distribuiti sull’intero territorio nazionale. Dal 1925, il professor Eugenio Morelli aveva promosso l’edificazione di una catena di sanatori provinciali per curare e isolare i malati in modo che non contagiassero le persone sane. Enormi erano, infatti, le ripercussioni sociali ed economiche della Tbc che falcidiava gli operai delle fabbriche e comportava anche gravi spese per l’erario a causa delle assicurazioni che tutelavano le famiglie dei malati.

Fu così che la stessa “Confederazione fascista degli industriali” stanziò un contributo iniziale di ben 3 milioni di lire per la costruzione, a Roma, di una grandioso sanatorio affidato agli ingegneri Ugo Giovannozzi, per la parte artistica, e a Giulio Marconigi e Ferdinando Poggi per la parte tecnica.

2. In soli quattro anni, dal 1930 al ’34, fu realizzata, in un complesso di 280.000 mq, una sorta di “astronave” con planimetria a ferro di cavallo, unica in Italia, che assicurava aria e luce per le camere dei circa 2000 degenti previsti (che in certi periodi arrivarono al numero record di 4000). Le stanze erano collegate fra loro da una lunghissima balconata sulla quale si poteva passeggiare, prendendo aria e sole. Lungo i viali (illuminati di notte) erano state piantate migliaia di alberi ad alto fusto tra i quali diverse essenze esotiche che imbalsamavano l’aria. Dal Ginkgo Biloba a rare specie di palma, secondo diversi naturalisti il parco del Forlanini costituisce ancor oggi un palinsesto storico-botanico di altissimo pregio.

3. Il Sanatorio, inizialmente intitolato a Benito Mussolini e poi a Carlo Forlanini, era stato costruito in base ai criteri terapeutici dell’epoca che prevedevano per la cura della Tbc soprattutto rimedi empirici, come la salubrità dell’aria, l’esposizione alla luce solare (in base ai principi dell’elioterapia), la spaziosità degli ambienti e la ricchezza dell’alimentazione, radicalmente imperniata sulle proteine animali. I medicinali somministrati erano soprattutto a base di calcio e di estratti epatici, ma per lo più, nella lotta disperata contro questo morbo, si cercava di puntare al benessere del malato in tutte le sue forme, materiali, spirituali e psicologiche.

4. Lo sforzo logistico per il nutrimento dei malati era impressionante, basti pensare alle cucine. Ve ne erano sei; quella centrale era la più grande e moderna del mondo: immensa, di circa 1800 mq, maiolicata, con attrezzature di prim’ordine, dotata di 6 grandi fuochi, 7 tavole calde a vapore, 2 pentoloni per la bollitura del latte da 1000 l ciascuno.  La cucina disponeva di varie colonne aerotermiche che potevano espellere 30.00 metri cubi di fumi provenienti dalla cottura del cibo giornaliero che ammontava a circa 600 k di pasta, 200 kg di verdure, 100 kg di carne.

5. Uno dei ritrovati più moderni era il trasporto dei materiali (fossero biancheria, merci, strumenti, cibo) che avveniva per mezzo di una fitta rete di carrelli a cremagliera coordinati da un sistema a bottoneria: come una sorta di trenini elettrici, smistavano il necessario lungo un percorso di 3 km. Si poteva controllare su dei pannelli luminosi la posizione dei carrelli all’interno dell’ospedale.

Automatizzato e avanzatissimo era anche il sistema di ricerca del personale, all’interno del quale si contavano, all’inaugurazione dell’ospedale, 100 medici, 17 tecnici, 30 caposala, 82 infermiere e altri 900 fra cuochi, giardinieri, elettricisti, falegnami, artigiani, operai e guardie armate.

Un complesso sistema cercapersone aveva disseminato più di 40  segnalatori ottici all’interno della struttura: si trattava di una specie di “semafori” a quattro colori, dotati di campanelli che servivano a convocare il tipo di personale ove fosse richiesto.

6. In questi giorni di crisi l’Istituto Luce ha messo gratuitamente a disposizione del pubblico i propri archivi. Riportiamo uno dei cinegiornali dell’epoca che mostra alcune preziose immagini dell’organizzazione interna:

7. Il complesso era poi dotato di 2 teatri, un cinema, un’aula magna, campi di bocce, biliardi,  centrale termica, scuole per bambini, emittente radiofonica, barbiere, parrucchiere, refettori, cantine per vino, canile, etc.

Una particolare attenzione era dedicata al conforto spirituale dei degenti con 2 chiese, tra cui quella del Santissimo Crocifisso, che conserva le reliquie di San Giuseppe Moscati, medico dei poveri dei primi del secolo. Il personale religioso contava 9 cappellani, 15 suore, 20 suore-infermiere. Ogni camera recava appesi due crocifissi e ogni letto era dotato di cuffie che consentivano di ascoltare la Messa.

Questi dispositivi, allora di grande novità, trasmettevano però anche la musica dell’epoca, da Rabagliati, a Carlo Buti, al Trio Lescano e, ancora, registrazioni di precettistica sanitaria, notiziari, fino, naturalmente, ai discorsi del Duce.

8. Tutto il complesso è di notevolissimo interesse storico e culturale: in tal senso si è espresso il Mibact nel 2017. Ancora conservato, ma a serio rischio, lo straordinario Museo Anatomico, con più di 2000 reperti allestiti per volontà del prof. Morelli su 1200 metri quadrati.

Negli ampi atri posti all’ingresso, spiccano per pregio i bassorilievi di Arrigo Minerbi – lo scultore amico di Gabriele D’Annunzio – ch illustrano scene di lavoro e di vita familiare. Le architetture sono così scenografiche che spesso sono state scelte come location per documentari e film.

9. Infine, persino nel sottosuolo, il Forlanini nasconde pregi insospettati. Il sanatorio fu costruito con il tufo ricavato dal luogo stesso; quest’opera di scavo ricavò un sotterraneo alto circa 10 m che venne utilizzato sia come deposito dei viveri, sia come rifugio antiaereo durante la guerra.  L’ambiente venne presto invaso da acqua di falda, potabilissima e paragonabile, per purezza, a quella di un lago appenninico. Fin da subito venne utilizzata per l’alimentazione idrica della struttura, poi, nel corso dei decenni fu destinata all’irrigazione del parco. Parrebbe, inoltre, che il lago sia collegato direttamente al Tevere.

10. Alla costruzione del Forlanini a Roma, succedette il sanatorio “Principe di Piemonte a Napoli (1938, oggi ospedale Monaldi), il Villaggio sanatoriale di Sondalo (1938) in Valtellina. Quest’ultimo è al centro di una petizione per evitarne la chiusura. Si tratta, in genere, di grandi strutture importanti da mantenere, ma collocate in posizioni strategiche. Restano, in ogni caso, testimonianze storiche importanti dell’impegno con cui il nostro Paese affrontò una piaga sociale che oggi, purtroppo si ripresenta sotto altre forme.

Andrea Cionci

DA

https://www.lastampa.it/salute/2020/04/06/news/la-gloriosa-storia-del-forlanini-di-roma-il-piu-grande-ospedale-al-mondo-dedicato-esclusivamente-alle-malattie-polmonari-1.38631054

WINSTON CHURCHILL: EROE O CRIMINALE ?

Lo  scorso agosto ero a Londra ed un giorno alcuni amici italiani mi hanno portato in una campagna ad una cinquantina di chilometri dalla capitale, a Liss Forest, dove vive, in compagnia di uno erculeo skinh e di un cagnaccio nero,  una donna straordinaria di 84 anni che guida l’auto a 180 all’ora, veste una mezza divisa kaki e fa il saluto romano. Si chiama Rosine de Bounevialle e da 36 anni stampa a sue spese Candour, rivista dei cattolici “duri e puri” inglesi. In Italia di lei non si sa nulla, ma in Gran Bretagna tutti la ricordano perchè il 4 maggio del 1957 assaltò, da sola, il tavolo ove era seduto Winston Churchill, urlandogli di essere un assassino e un traditore. Fu il primo oltraggio storico allo statista, la cui statua domina Westminster.

E’ vero che quando morì, nel gennaio 1965, in trecentomila scesero in strada a Londra e 350 milioni di telespettatori seguirono in mondovisione le illustre esequie. Poca cosa, però, rispetto ai due miliardi e mezzo di teledipendenti incollati sul video per i funerali di Lady Diana. Fu comunque troppa grazia, troppo onore, per uno dei criminali della storia, quale fu il preteso Leone di Chartwell. Intendiamoci: non è solo il giudizio di un vecchio reazionario come il sottoscritto, ma il parere di numerosi storici del Regno Unito, quali William Manchester, David Irving e John Charmley.

 

Nel 1954, nell’antica Misses Thomson School britannica di Hove, veniva inaugurata con adeguata cerimonia una piccola lapide dedicata “al ragazzo più arrogante del mondo” che era stato, a suo tempo, ospite dell’Istituto. Quel ragazzo era proprio lui, Winston Churchill, che così, sin dalla più tenera età, aveva presentato al mondo il suo primo biglietto da visita.

  La sua arroganza non si fermava nemmeno dinnanzi al gentil sesso. Bellicista e razzista, era pure infarcito di veteromaschilismo, al punto da odiare a morte Lady Astor, poichè era il primo deputato donna nel Parlamento britannico. Un giorno le disse “Se fossi vostro marito mi suiciderei”. La Astor si limitò a rispondergli che era solo un ubriacone.

 

   La sua fama di violento guerrafondaio ebbe modo di dimostrarla platealmente già nel 1898, quando in Sudan comandò uno squadrone del 21.mo Lancieri di Sua Maestà contro i dervisci del Mahdi. Nelle sue memorie giovanili scrive, esaltandosi: “non si potrà vedere più nulla di simile”. Commenta, a proposito di quella impresa imperialista, Gaetano Nanetti sul cattolico Avvenire: “E’ un Churchill affascinato dalla guerra, più propenso a fare a fucilate che ad esercitare il suo mestiere di giornalista inviato dai giornali inglesi sul teatro delle guerre imperialistiche dell’Inghilterra”. Un profilo, questo, evidenziato nello sceneggiato trasmesso a suo tempo da Retedue. Del resto, a proposito di quella guerra di conquista, è lo stesso futuro statista a definirla un fatto “teatrale”, con la “vivacità e l’imponenza che dà fascino alla guerra”. Questo “fascino” interessava al tenente Churchill, mica i diecimila morti della battaglia. Forse perchè quei morti erano in massima parte dervisci, cioè arabi, nemici, e per di più “selvaggi”.

 

Anche quella, che aveva visto undici anni prima Gordon, quale eroe tradito di una tragedia che avrebbe in seguito fornito lo spunto ad una serie di romanzi e di films fumettistici, fu una guerra imperialista, di cui Churchill andava orgoglioso. L’Egitto, che a quell’epoca dominava il Sudan con un regime brutale, fatto di corruzione e di crudeltà, minacciato dai volontari indipendentisti del Mahdi, si rivolse all’Inghilterra, la quale intervenne per tutelare i propri interessi economici nella regione. Secondo la mentalità positivistica dell’epoca, i “bianchi” incarnavano l’uomo della civiltà alle prese con orde di selvaggi fanatici e crudeli. Nessuno era sfiorato dal sospetto che quei ‘selvaggi’ fossero scesi in lotta per la libertà del proprio Paese.

 

Qualche anno dopo, l’ufficiale Winston si distingueva in un’altra guerra imperialista, combattuta con una ferocia illimitata dai suoi soldati: quella contro i Boeri, i valorosi contadini olandesi del Transvaal. I britannici di Sir Winston li facevano volare a pezzi dopo averli legati alle bocche di cannone.

 

   Eppure Churchill, l’imperialista, si fece passare come lo strenuo difensore della libertà della schiavista Etiopia contro la colonizzazione italiana del ’36, faceva finta di dimenticare che la Gran Bretagna era il maggior Stato razzista e colonialista del mondo. Lui stesso era un razzista di prim’ordine. Manchester, nella monumentale biografia sullo statista inglese, ha dimostrato come “l’Etiopia secondo il punto di vista di Churchill, non rappresentava un problema morale. Come per tanti della sua generazione, i neri costituivano per lui una razza inferiore… Non riuscì mai a liberarsi di questo pregiudizio”. A Cuba, appena uscito da Sandhurst, egli aveva scritto che bisognava diffidare “dell’elemento negro tra gli insorti”. Persino in Parlamento gli sfuggì di dire che “nessuno può sostenere la pretesa che l’Abissinia sia un membri adeguato, degno e paritario di una società di nazioni civili”. E quando, anni dopo, gli chiesero cosa ne pensasse del film Carmen Jones, rispose che era uscito dal cinema perchè non sopportava “le negraggini”.

 

  La sua malattia era, in realtà, la stessa di un Eden e di un Eisenhower: l’odio mortale antitedesco, anch’esso velato di uno strisciante razzismo. Le sanzioni, parziali e ambigue, contro l’Italia furono tali perchè, sino alla fine, Churchill volle, attraverso una sua politica personale di esasperato cinismo, spaccare l’alleanza italo-tedesca per isolare e schiacciare la Germania.

 

   John Charmley, docente all’Università di East Agle, ha messo a soqquadro il mondo accademico britannico con un libro dal titolo Churchill, the End of Glory. L’opera definisce testualmente Churchill come un “guerrafondaio”, per aver voluto e provocato la guerra contro Hitler a tutti i costi. Per colpa dell’ “ossessione antinazista” di Churchill -sostiene Charmley- l’Inghilterra avrebbe perso tutto il suo impero, per ridursi a vassallo degli U.S.A. Ciò provocò la stessa vittoria dei laburisti nel 1945. Il nazismo era un totalitarismo come tanti altri e non c’era poi il bisogno di accanirsi contro di esso, visto che il comunismo lo si è tollerato per settant’anni e senza tante storie. Hitler aveva soprattutto delle mire ad Est e aveva in tutti i modi cercato di evitare il conflitto con l’Inghilterra (che considerava “sorella” ariana) e si sarebbe volentieri disimpegnato in Europa per rivolgersi contro il bolscevismo. Ne fanno fede i discorsi a Norimberga nel 1942 e ne fa fede la missione segreta di Rudolf Hess, che avrebbe potuto chiudere il conflitto con i consanguinei “ariani” inglesi. Fu Churchill che dette ordine di arrestare Hess, rifiutandosi di incontrarlo e ascoltarlo. Non solo, ma dette ordine che il dossier sulla faccenda sparisse per sempre, com’è avvenuto. Hess, come si sa, è poi stato suicidato nel carcere di Spandau.

 

 La tesi di Charmley ha trovato consenzienti uomini Alan Clark, ex-ministro conservatore, che l’ha appoggiata autorevolmente sul Times. John Charmley, inoltre, riabilita completamente Neville Chamberlain, il primo ministro inglese “pacifista”, odiatissimo da Churchill ed Eden. Chamberlain viene invece descritto dallo storico come “un formidabile premier”  che cercava di preservare la sua nazione dal macello della guerra, voluta a tutti i costi dai “duri” alla Winston Chuchill. La preoccupazione di Chamberlain, condivisa da Lord Halifax, Rab Butler e Sir Neville Henderson, era quella di contrastare la potenza del comunismo sovietico. Per Charmley il governo di Chamberlain fece dunque bene ad organizzare con Hitler gli accordi di Monaco, aggiungendo che anche per Danzica c’era la possibilità di trovare un’intesa coi tedeschi, in modo da mettere i sovietici completamente fuori gioco. Furono i bellicisti con Churchill, Eden (che odiava, ricambiato, lo stesso Mussolini) e Harwey, a volere il conflitto a tutti i costi. Al proposito, Peregrine Worsthorme, uno dei più famosi columnist londinesi, ha scritto: “Se la Germania  avesse vinto contro l’URSS e noi fossimo rimasti fuori dalla guerra domineremmo ancora il mondo”.

 

   Ma il duo Churchill-Eden era talmente forte e stretto da risultare imbattibile, tant’è che Churchill dette in moglie ad Eden, nel 1952, sua figlia Clarissa.

 

   A guerra mondiale in atto, Churchill ebbe modo di dimostrare al mondo la sua natura cinicamente sanguinaria. Quando gli Alleati entrarono a Dachau, il 29 aprile 1945, trovarono di guardia ai prigionieri 560 soldati tedeschi giunti lì, dal fronte, solo quattro giorni prima. L’ordine, impartito dai capi anglo-americani, fu immediato: “Fucilateli tutti”. E così fu fatto. Della strage, documentata da Irving, c’è anche un filmato.  A quell’ordine Churchill acconsentì. Del resto, non aveva già autorizzato le ecatombi aeree sui civili di Amburgo, Dresda e Pforzheim? Non aveva fatto bombardare, nel porto di Lubecca, i feriti civili sulla nave-ospedale Cap Arcona, che aveva la Croce rossa dipinta sul ponte, massacrando 7.300 uomini inermi? Non aveva strizzato l’occhio ad Eisenhower, quando questi aveva programmato lo sterminio per fame di un milione di tedeschi nei lager anglo-americani?

 

   Ma ci sono altri particolari su questo pachidermico gentleman. Già il 9 ottobre del 1944, ben sette mesi prima della resa tedesca, Winston si incontrava con Stalin, per decidere che fare di Hitler, Mussolini e dei loro gerarchi. Lì si verificò la prima lite tra l’inglese e il russo. Perchè, strano a dirsi, Stalin pretendeva che si dovesse salvare la faccia processando i capi italo-tedeschi, mentre Churchill aveva un progetto semplicissimo: ammazzare subito tutti coloro che venivano catturati, senza processo e condanne formali. Arrabbiato del diniego sovietico, Winston scrisse a Roosevelt una lettera di suo pugno, protestando perchè “lo zio Giuseppe ha assunto una posizione ultragarantista” che vieta l’immediata uccisione dei nemici.

 

   Questa posizione stragista di Winston, del resto, era di vecchia data. Già alla fine del ’42 aveva programmato i “linciaggi” scientifici di tutti i capi militari tedeschi catturati o arresi, che sarebbero stati trasportati nottetempo nei luoghi di occupazione e “affidati” alla “popolazione” per lo sbranamento collettivo. Di tutto ciò, sono conservati i verbali a Washington, alla Biblioteca del Congresso. Nel 1943, invece, preparò una lista di un centinaio di “criminali” italo-nippo-tedeschi da dichiarare “fuorilegge mondiali” e, come tali, passibili di morte immediata per mano di un qualsiasi ufficiale alleato.

 

   Irving documenta come Eden e Churchill, il 16 ottobre del 1944, promisero a Stalin il rimpatrio forzato di undicimila prigionieri di guerra russi e cosacchi, tutti anticomunisti, con le loro famiglie, per essere poi eliminati dai sovietici appena arrivati in territorio russo. Il giorno dopo Winston si incontrò con Stalin e, all’improvviso, gli disse: “A proposito di cibo, la Gran Bretagna è riuscita a organizzare l’invio di 45.000 tonnellate di manzo in scatola all’Unione Sovietica”. Poi, ridacchiando, strizzò l’occhietto: “Vi manderemo pure 11.000 ex-prigionieri di guerra per mangiarlo, quel manzo”.

 

   Qualche giorno prima, aveva detto a zio Giuseppe: “Bisogna uccidere  quanti più tedeschi è possibile”, proponendo il trasferimento coatto delle popolazioni della Prussia orientale e della Slesia: “tanto il posto c’è: la guerra ha già fatto fuori sette milioni di tedeschi”. Si sfregò le mani, masticando tra i denti giallastri il celebre sigarone, e rise sommessamente.

 

Pino Tosca

Da

http://combattentirsi.blogspot.com/2014/05/winston-churchill-eroe-o-criminale.html?m=1

Dalla fucilazione della Ferida all’amicizia con Tito. La vera storia del partigiano Pertini

Roma, 11 feb – La maggioranza degli italiani ricorda Sandro Pertini come il presidente della Repubblica che esultava per la vittoria della nazionale italiana di calcio nel 1982, sempre accompagnato dall’onnipresente pipa da tenero nonnino in bocca. Pochi sanno però la verità sugli anni della militanza di Pertini nelle fila partigiane. Quindi raccontiamo qualche episodio oscurato della storia del presidente, che ne inquadra il personaggio.

Pertini, via Rasella e le Fosse Ardeatine

Partiamo dall’attentato di via Rasella a Roma del 23 marzo 1944: dodici partigiani del Gap (Gruppo di azione patriottica) organizzarono un attacco dinamitardo contro un reparto della 11ª Compagnia del Polizeiregiment “Bozen”, nel quale rimasero uccisi anche due civili (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti).

L’attentato causò l’eccidio delle Fosse Ardeatine perché i gappisti si rifiutarono di farsi avanti come responsabili dell’agguato, seppur sapessero che i tedeschi avrebbero fucilato 10 italiani per ogni soldato ucciso. Sandro Pertini, allora responsabile militare del Comitato di Liberazione Nazionale del Psiup (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), dichiarò al “processo Kappler” che l’attentato era stato conforme alle direttive di carattere generale della giunta militare tendenti a costringere i tedeschi a rispettare la posizione di città aperta di questa capitale, direttive che ciascun componente della Giunta era chiamato a fare attuare alla formazione a lui dipendente”. Nel 1949, alcuni familiari delle vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro i mandanti e gli esecutori dell’attentato di via Rasella, tra questi anche Pertini. La richiesta fu però respinta dal Tribunale perché l’attentato fu “un legittimo atto di guerra”.

La fucilazione di Luisa Ferida

Il 30 aprile del 1945, l’attrice Luisa Ferida, all’ottavo mese di gravidanza, venne fucilata perché frettolosamente accusata di collaborazionismo con i tedeschi, incriminazione della quale era in realtà innocente, come fu riconosciuto nel dopoguerra.

Nelle sue memorie, Giuseppe “Vero” Marozin, capo dei partigiani della “Brigata Pasubio” e già noto per le atrocità commesse in Veneto, scrisse in merito alla fucilazione della Ferida e del marito Osvaldo Valenti: “Quel giorno, il 30 aprile 1945, Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!

Pertini e la grazia per il boia di Porzus

Anche come presidente della Repubblica, Sandro Pertini non si scordò dei suoi compagni. Nel 1978, uno dei primi impegni come prima carica dello Stato fu la grazia concessa a Mario “Giacca” Toffanin, condannato in contumacia all’ergastolo (Botteghe Oscure riuscì a farlo riparare in Jugoslavia) dalla Corte di Assise di Lucca nel 1954. Toffanin fu il principale responsabile dell’Eccidio di Porzûs, dove vennero uccisi 17 partigiani della Brigata Osoppo dal battaglione di gappisti del Pci, comandati appunto dal “Giacca” e su mandato del Comando del IX Korpus dell’esercito titino. È bene ricordare che il graziato da Pertini subì un’ulteriore condanna a trent’anni per sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e concorso in omicidio aggravato e continuato.

L’omaggio a Tito

L’8 maggio del 1980 si tennero a Belgrado i funerali del dittatore Tito. Un Pertini visibilmente commosso si intrattenne davanti alla bara dell’infoibatore, appoggiando la mano sulla bara e “tenendola a lungo”, come riportò in seguito una nipote di Tito.

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/fucilazione-ferida-amicizia-tito-vera-storia-pertini-145567/

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