Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Segnalazione del Centro Studi Federici

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzatapezzerie grotta
Comunicato n. 110/20 del 18 dicembre 2020, San Graziano

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

A sera del 16 Febbraio dell’anno passato una mano audace e sacrilega con una lama tagliava con trentun sfregi le preziose tele d’amianto che adornano per tre lati le pareti della Grotta della Natività in Betlem.

Il soldato che di giorno e di notte è di guardia nella Santa Grotta (ottenuto dalla Francia, nazione protettrice dei Latini in Terra Santa, nel 1873 dopo ripetute violenze dei Greci, ndr) per quel tempo era assente , e l’assenza dev’essere stata molto prolungata da permettere alla mano sacrilega di compiere l’atto vandalico per cui eccorse un tempo considerevole.

Il fatto commosse la stampa dei diversi paesi che commentò aspramente il ripetersi di simili attentati contro i diritti dei Cattolici nei Santuari più cari e preziosi al loro cuore.

La bella tela d’amianto, ch’è garanzia contro gl’incendi, fu donata dalla Francia per supplire i preziosi ed artistici oggetti che decoravano la santa Grotta e che furono tolti da una banda di 300 Greci scismatici, parte monaci e parte borghesi, che nel 23 Aprile 1873 violentemente e con armi alle mani invasero la sacra Grotta, la saccheggiarono asportando perfino le lastre di marmo che rivestivano il santo Presepio. E lo potettero fare impunemente perché prima maltrattarono, ferirono e resero impotenti i cinque religiosi Francescani che, pregando, stavano in guardia nella Culla del Redentore.

La preziosa tela rappresentava la Nascita del Divin Redentore con la scritta: Et peperit Filium suum et pannis Eum involvit et reclinavit in Praesepio ; l’Apparizione degli Angeli ai Pastori con la scrittura: Evangelizo vobis gaudium magnum: natus est hodie Salvator qui est Christus ; la scena di S. Giuseppe che dormendo ebbe in sogno l’avviso dell’Angelo di fuggire con Gesù e Maria in Egitto: Ecce Angelus Domini apparuit in somnis Joseph dicens: Surge et accipe puerum et matrem ejus et fuge in Aegyptum;la quarta rappresentazione era della SS. Vergine che offre il suo divin Figlio all’adorazione dei Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt dicentes: Ubi est qui natus est Rex Judeorum?

Il centro della decorazione è costituito da otto stemmi a doppio scudo e da quattro parallelogrammi a cornice dorata sostenuti ognuno da una coppia d’Angeli. In uno di essi è riprodotto, in campo d’argento, il simbolo della Custodia Francescana di Terra Santa mentre in un altro s’incrociano due braccia ai piedi di una Croce rossa su fondo azzurro, emblema araldico dell’Ordine dei Minori. Ornano la decorazione una fuga di arabeschi in oro su fondo rosso con gigli e frutti simbolici.tele amianto

Appena conosciutosi l’atto vandalico e sacrilego, la Custodia di Terra Santa ha subito inoltrato un energica protesta al Governatore inglese reclamando un’immediata inchiesta e una sanzione nei confronti dei colpevoli.

Si farà giustizia?! ovvero com’è successo altre volte si passerà la spugna anche su questo nuovo fatto criminoso per cui invochiamo ancora una volta la stabilita Commissione per i Luoghi Santi per la quale fa orecchio da mercante la Potenza mandataria britannica contro ogni giustizia perchè impunemente vengono violati e calpestati i diritti del Cattolicismo….

Dall’Almanacco di Terra Santa pel 1933.

DA

 

“Golpe Borghese”, 50 anni tra misteri e omissioni

 

Trame, conflitti e paranoie dietro la notte più oscura della storia repubblicana. La notte in cui il “Principe Nero” organizzò e poi bloccò un golpe contro la Repubblica.

50 anni fa, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, andò in scena uno dei più misteriosi e complessi episodi della storia della Prima Repubblica. il cosiddetto “golpe Borghese“, un tentativo eversivo abortito a poche ore dall’inizio dell’operazione che i congiurati avevano chiamato in codice “notte della Madonna” (per la ricorrenza della festa dell’Immacolata Concezione) o “notte di Tora Tora” (in ricordo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941).

A fare da regista, dietro le quinte, Junio Valerio Borghese, il “Principe Nero” ex ufficiale della Regia Marina, autore di ardimentose imprese di guerra nell’ultimo conflitto mondiale prima di aderire alla tragica e ignobile esperienza della Repubblica di Salò, dopo il cui crollo, nel 1945, scontò un breve periodo di carcerazione per collaborazionismo con la Germania nazista, fu presidente del Movimento sociale italiano (1951-1953) e fondò, poi, il movimento di estrema destra denominato Fronte Nazionale.

Il Fronte Nazionale, assieme alla fondazione terrorista Avanguardia Nazionale, organizzò il tentativo eversivo che avrebbe dovuto, direttamente o indirettamente, aprire la strada a una restaurazione autoritaria in Italia, a una svolta ostile alla partecipazione delle sinistre all’agone pubblico e alle deviazioni politiche e strategiche della Democrazia cristiana maggioritaria nel Paese dall’ortodossia occidentalista.

Tra il 1969 e il 1970 elementi deviati delle forze armate, gruppi di malavitosi vicini a Cosa Nostra e ufficiali appartenenti al cerchio del massone Licio Gelli furono tra le figure avvicinate da Borghese per aprire la strada al tentativo di golpe. Nell’organizzazione avrebbe giocato un ruolo anche Remo Orlandini, ritenuto assieme a Licio Gelli tra i co-organizzatori della strage di Bologna del 1980. Per quanto spesso derubricato come “golpe da operetta” il piano di Borghese si prefiggeva importanti obiettivi strategici: occupazione dei ministeri dell’Interno e della Difesa e della Rai; lancio di un proclama di Borghese agli italiani per mezzo della televisione pubblica; sequestro del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat; cattura o omicidio del capo della polizia Angelo Vicari e massicce campagne di deportazione di sindacalisti, dirigenti e dei parlamentari della sinistra in Sardegna. Reparti militari, gruppi della Guardia Forestale, neofascisti, mafiosi e cospirati di vario ordine e grado furono mobilitati tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Secondo il giudice Guido Salvini, il grosso dell’operazione avvenne a Roma ma “ci furono concentrazioni eversive anche a Milano, Venezia, in tutto il Centro Italia, in Calabria come in Sicilia. In tutto si mobilitarono migliaia di uomini tra militari e civili”.

Un’imponente mobilitazione dietro la cui organizzazione si celano molte delle più problematiche dinamiche dell’Italia dell’era della Guerra Fredda. Un Paese in bilico, ancorato al blocco occidentale ma col Partito comunista più forte d’Europa. Alleata a Usa e Regno Unito, ma con un’agenda autonoma nel Mediterraneo. Da Enrico Mattei a Aldo Moro, il partito di governo, la Dc, aveva più volte espresso battitori liberi in politica estera. L’anno prima la strage di Piazza Fontana, da autorevoli studiosi come il professor Aldo Giannuli messa in diretto collegamento con la volontà degli apparati Nato di smorzare la tensione tra l’Italia e la Grecia dei colonnelli, aveva inaugurato la “strategia della tensione”. E dietro la preparazione di Borghese all’azione nella notte dell’Immacolata si staglia l’ombra inquietante della “pista atlantica”, ovvero di numerosi falchi legati ad ambienti statunitensi e della Nato timorosi della possibile ascesa al governo dell’Italia del Pci. Nella sua opera dedicata al golpe, il “mediatore” di Borghese, Adriano Monti, cita l’ex ufficiale tedesco Otto Skorzeny, vecchio amico di Borghese molto vicino alla Cia, come uno dei maggiori sostenitori della via golpista, mentre secondo documenti dell’ambasciata statunitense a Roma nel 1970 lo stesso Monti avrebbe avvicinato nell’Urbe il finanziere americano Hugh Hammond Fenwick. Salvini cita in un’intervista al Giorno il ruolo ambiguo del servizio militare, il Sid: “Il Sid aveva naturalmente giocato un ruolo ambiguo: appoggiando apparentemente il complotto, ma registrando le voci di chi vi era coinvolto, in modo da potersene eventualmente servire in futuro come strumento di pressione”.

Il golpe, in fin dei conti, rimase tale solo sulla carta. O meglio: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano iniziò a esser messo in atto, con il raduno di centinaia di congiurati nei luoghi convenuti. Dal quartiere generale del Fronte, in via XXI aprile a Roma, Borghese dirigeva le operazioni, mentre i generali a riposo dell’Aeronautica militare Giuseppe Casero e Giuseppe Lo Vecchio presero posizione al ministero della Difesa e un gruppo armato di 187 uomini della Guardia Forestale, guidato dal maggiore Luciano Berti si diressero vicino alle sedi televisive della Rai. Pare, anche se l’interessato ha sempre smentito, che Stefano Delle Chiaie assieme a uomini di Avanguardia Nazionale fosse addirittura riuscito a saccheggiare un’armeria del Ministero dell’Interno. Ma nel cuore dell’azione, passata la mezzanotte dell’8 dicembre, un ordine superiore fermò tutto.

Non si è mai capito se fu Borghese a interrompere l’azione o se il “Principe Nero” fosse la faccia dietro cui si nascondeva un gruppo di cospirati di rango superiore. Secondo Salvini “era venuto meno l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri e degli Usa, che in Italia credevano destinato al fallimento un golpe di quel tipo”. Altre opinioni ritengono che il Sid abbia infiltrato il piano per poi, al momento dell’esecuzione, farlo naufragare su ordine del suo direttore Vito Miceli.

La trasmissione La storia siamo noi di produzione Rai, nel 2010, parlò di uno stop esplicito da parte di esponenti americani venuti a conoscenza della trama. I servizi americani, secondo l’inchiesta del programma di Giovanni Minoli, avrebbero sostenuto il golpe solo se a capo del governo post-insurrezionale fosse stato nominato Giulio Andreotti. Amos Spiazzi, comandante della colonna milanese e colonnello dell’esercito, dichiarò in seguito che il golpe avrebbe dovuto essere semplicemente un avvertimento, un segnale per spingere la Dc a mettere in atto da sé politiche liberticide e iniziare una repressione anti-comunista. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, fu Licio Gelli a impartire il contrordine ai cospiratori per farli rientrare nei ranghi. Gelli è noto esser stato tra le prime tessere del Fronte Nazionale e secondo fonti processuali avrebbe avuto l’ordine di guidare la colonna diretta contro il Quirinale. Queste teorie e queste trame si confondono e si annullano l’una con l’altra, aggiungendo confusione alla vicenda.

Gli italiani si svegliarono il giorno dell’Immacolata ignari di quanto fosse stato architettato nel Paese. Il tentativo di golpe venne reso noto dal governo italiano tre mesi dopo, il 17 marzo 1971, a mezzo di informativa alla Camera del ministro dell’Interno Franco Restivo. Lo stesso giorno il quotidiano Paese Sera aveva lanciato uno scoop giornalistico parlando della scoperta di un “complotto neofascista”. Mentre in quello stesso periodo iniziarono a essere mandati dalla procura di Roma i primi ordini di arresto Borghese, destinatario di un ordine di cattura, riparò in esilio nella Spagna franchista, ove sarebbe morto nel 1974. Da allora è scattata la classica storia fatta di depistaggi, processi-fiume, complotti e mitomani dalle cui dichiarazioni spesso uscivano mezze verità, teorie fantasiose e fatti storici difficili da ricostruire.

A mezzo secolo di distanza resta la storia-non storia del golpe Borghese. Atto conclusivo della parabola dell’organizzatore del vittorioso attacco di Alessandria, il comandante della Decima Mas divenuto cacciatore di partigiani al soldo della Repubblica Sociale Italiana, fantoccio del Reich germanico, che ripudiato come traditore dalla patria e riciclato come capo della destra extra-parlamentare si provò a re-inventare leader insurrezionale, non capendo forse di esser oggetto di macchinazioni ordite a piani più alti. Il silenzio della notte dell’Immacolata 1970, in cui milioni di italiani dormirono tranquilli ignari delle macchinazioni che andavano in corso, è paragonabile al lungo silenzio che, molto spesso, accompagna la cronaca degli anni della “notte della Repubblica“, l’era di quella strategia della tensione che tra l’attentato di Piazza Fontana e la strage di Brescia del 1974 segnò un tentativo di profonda destabilizzazione del Paese. Operata da soggetti che paranoicamente vedevano come fumo negli occhi l’ipotesi di un’improbabile svolta italiana nel campo comunista: massoni, mafiosi, elementi deviati dei servizi, “falchi” della Dc, del Partito Liberale, del Partito Repubblicano, ufficiali dei Paesi Nato, reti internazionali come l’Aginter Press facenti capo ai regimi dittatoriali di Portogallo e Grecia. Un connubio complesso le cui trame sono difficili ancora oggi da seguire. E che mostra quanto dura sia stata l’era della Guerra Fredda per un Paese ritrovatosi territorio di confine e campo di battaglia.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/golpe-borghese-50-anni-misteri-e-omissioni-1908193.html

Sole e acciaio: il valore eterno del testamento di Yukio Mishima

Roma, 25 nov – Era il 25 novembre 1970 quando lo scrittore giapponese Yukio Mishima occupava il palazzo del ministero della difesa di Tokyo e dal balcone arringava con un proclama i militari riunitisi lì fuori. Protestava contro la la smilitarizzazione del paese per mano americana e la distruzione dello spirito dei samurai dell’eterno Giappone che stava seguendo invece l’infatuazione per la prosperità economica a discapito dei valori incarnati nella figura dell’Imperatore, figlio della dea del sole. Rientrato nel palazzo, compì il suicidio rituale del seppuku squarciandosi il ventre con la sua katana e venendo decapitato da uno dei quattro uomini che lo avevano accompagnato, membri del gruppo paramilitare creato due anni prima come comunità eroica nella solidarietà estrema della morte.

Il suo fu un gesto studiato negli ultimi dieci anni di vita che va inteso come rigetto della mera vita biologica nell’abnegazione guerriera e che va contestualizzato. Per questo è importante leggere il suo testamento spirituale Sole e acciaio, scritto nel 1968 come “forma intermedia tra la confessione e la critica”, dove viene messa a nudo quell’anima purissima che incontrò la spada nell’alchimia di arte, letteratura, culturismo e Tradizione quale principio imperituro al divenire.

Mishima nella notte del pensiero tra Oriente e Occidente

La notte della riflessione è il momento per comprendere di dover scolpire il suo corpo sulla bellezza ideale del pensiero. Un forte estetismo il suo, che manifesterà dopo aver “rincontrato” il sole.

Il sole quale principio superiore

Il sole per Mishima era sempre stato legato alla disfatta giapponese del 1945, avendo “brillato sul sangue che sgorgava incessantemente dalle carni” dei giovani soldati morti. È nel 1952, in occasione del suo primo viaggio all’estero, che riuscì a cogliere “il principio che avrebbe voluto seguire sopra ogni altro”, quel sole che abbronzandogli la pelle gli impresse il marchio di appartenere a un’altra razza e che lo stimolava a “trascinare il pensiero fuori dalla notte delle sensazioni viscerali, fino al rigonfiamento dei muscoli fasciati da una pelle luminosa”. Quello che farà con l’acciaio del bilanciere e dei pesi. Le pagine di questo piccolo libro sono pregne di bellezza nella loro capacità di fornire all’indole intellettuale lo stimolo per diventare ardita, facendola godere della crescita dei muscoli nel gusto per il dolore dello sforzo atletico.

L’unione della letteratura e dell’arte marziale

Nell’epoca in cui erano crollati tutti i valori Mishima sentiva necessario “far rivivere antiche virtù come «l’unione della letteratura e dell’arte marziale»”. Fece coesistere in se stesso questi due poli opposti, nel conflitto perpetuo tra equilibrio e contraddizione. Se le arti marziali del kendo e del pugilato si risolvevano nel desiderio della morte la letteratura gli permetteva di controllarla usandola “segretamente come forza motrice da utilizzare in false costruzioni” miscelandovi opportunamente la vita: “L’arte «marziale» è morire insieme ai fiori, la «letteratura» è coltivare fiori imperituri. E i fiori che non appassiscono mai sono fiori artificiali”.

L’onore della morte eroica di Mishima

Mishima volle superare queste due logiche della letteratura e dell’azione, viste entrambe come “un effimero tentativo per opporsi alla morte e all’oblio”. Fu così che ragionò sul concetto di onore, considerando la morte come “qualcosa che viene guardato” con la sua estetica e tragicità, dunque richiedendo un fisico adatto. È solo l’azione suprema che consente all’uomo “l’oggettivazione di se stesso, cosa che la modernità gli impedisce nella sua visione massificante della società. Di qui la bellezza “spirituale ma anche altamente erotica” della «squadra speciale d’attacco» dei kamikaze giapponesi, il vento divino, in quella ricerca della morte vista come la più alta ricompensa che gli dei possano concedere. È la concezione del mondo che si può ritrovare similmente anche tra gli antichi greci.

Il serpente che vince ogni polarità

Fu nel giorno in cui Mishima prese quota con l’aereo F-104 che si diresse con il corpo verso il “territorio dello spirito”. Questa esperienza lo portò alla visione della verità: un enorme serpente che circonda la terra e vince ogni polarità continuando a inghiottirsi la coda. È un’esperienza affine a quella di Icaro, cui è dedicato il componimento finale, che scelse di volare assetato di conoscenza con ali di cera che si fusero in prossimità del sole.

Come si può intendere, bisogna saper cogliere il bello che trasuda dalla vita Mishima sapendogli riconoscere anche il narcisismo eroico e il gusto per l’azione clamorosa. A ciò si aggiunge una non ben chiarita omosessualità di stampo cameratesco, sullo stile di quella che taluni trovano in Achille e Patroclo, alla luce del suo matrimonio. Non sono questi gli aspetti che devono stimolarci quanto invece l’ordine interiore e i valori del Giappone tradizionale che Mishima seppe incarnare con un’anima delicata come il fiore del ciliegio. Per elevarsi come Icaro oltre il grigiore conformistico del mondo moderno ed immergersi nell’azzurro del cielo.

Filippo Mercuri

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/sole-acciaio-valore-eterno-testamento-yukio-mishima-174794/

I partigiani non vogliono il parco in memoria di Norma Cossetto, violentata e poi uccisa nelle Foibe

 

“Per l’Anpi intitolare un parco alla Medaglia d’Oro Norma Cossetto, violentata e infoibata dai partigiani di Tito perché italiana, è bullismo”. Roberto Menia, responsabile dei dipartimenti italiani all’estero di Fratelli d’Italia, denuncia così su Twitter il post pubblicato dalla pagina dell’Anpi Pescara.

“L’intitolazione dei giardini di piazza Italia a Norma Cossetto – si legge sulla pagina sul post dei Partigiani pescaresi – rappresenta l’ennesimo atto di “bullismo politico” dell’amministrazione comunale di Pescara, che si inserisce nella strada già tracciata da altre discutibili “iniziative culturali” tese a riabilitare un passato di cui c’è poco da gloriarsi”.

da

https://www.iltempo.it/politica/2020/10/08/news/norma-cossetto-foibe-parco-alla-memoria-roberto-menia-partigiani-pescara-24817438/

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

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Comunicato n. 84/20 del 7 ottobre 2020, Regina del SS. Rosario

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Nel 1571, davanti alla minaccia ottomana, gli stati cattolici costituirono la Lega Santa, promossa dall’azione di Papa San Pio V per salvare la Cristianità. Ricordiamo la vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571 con una scheda del Comune di Lanuvio, paese natale di Marcantonio Colonna, uno dei principali protagonisti della battaglia navale.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO è uno degli scontri navali più celebri nella storia, accomunato per rilevanza militare a quelli di Azio e di Trafalgar, e si svolse in Grecia, lungo la costa ionica, in un tratto di mare antistante l’imboccatura del golfo di Patrasso che dista circa 40 miglia nautiche (74 km) dalla moderna Naupatto, anticamente detta Lepanto dai veneziani. Per la verità il luogo esatto non si trova nei pressi della città, ma nelle acque dell’arcipelago delle Curzolari (o Echinadi), tant’è che in origine prese il nome di «battaglia delle Curzolari».

Lo scontro prese le mosse all’alba del 7 ottobre 1571 e fu epico per il numero di navi impegnate e per le perdite, in particolare quelle subite dagli sconfitti, ma soprattutto per la portata storica del suo epilogo: l’intera Cristianità esultò di gioia alla notizia di una vittoria che, pur non portando vantaggi in termini di conquiste territoriali, salvò probabilmente intere nazioni europee dalla dominazione musulmana. La flotta dell’Impero Ottomano venne affrontata da quella cristiana della Lega Santa, voluta da Papa Pio V per frenare l’espansionismo islamico dopo la caduta di Nicosia (Cipro) e, nel momento contingente, per correre in aiuto di Famagosta, colonia veneziana sull’isola di Cipro da tempo nella morsa di un pressante assedio turco.

LA LEGA SANTA

I preparativi della flotta cristiana furono lunghi e laboriosi; navi e uomini iniziarono a concentrarsi nei porti di Barcellona, Genova, Napoli, Civitavecchia, Livorno e Messina formando le varie squadre navali che sarebbero poi convenute tutte assieme nel porto siciliano, dove era previsto il raduno finale prima della partenza. In estate affluirono i veneziani al comando di Sebastiano Venier, con 58 galee e 6 galeazze guidate da Francesco Duodo, i genovesi di Giovanni Andrea Doria con 11 galee, una ulteriore squadra navale veneziana di 60 unità proveniente da Creta e, ultime in ordine di tempo, le 30 navi spagnole di Álvaro di Bazán, marchese di Santa Cruz. Le galeazze furono uno degli elementi determinanti della vittoria cristiana: erano vere e proprie fortezze galleggianti che imbarcavano fino a 30 cannoni ciascuna, e in qualche caso anche di più.

la “Bragadina” di Antonio Bragadin

la omonima, di Ambrogio Bragadin

la “Guora” di Jacopo Guoro

la “Duouda” di Francesco Duodo

la “Pesara” di Andrea da Pesaro

la “Pisana” di Piero Pisani

Disponevano in totale di ben 159 bocche da fuoco, con una media di 25 a testa contro i 4 (sempre di media) delle altre imbarcazioni. Il comando supremo fu affidato a don Giovanni d’Austria, mentre Marcantonio Colonna (uomo di fiducia del Papa) e Sebastiano Venier, rispettivamente comandanti della flotta pontificia e veneziana, vennero nominati suoi luogotenenti.

La flotta della Lega Santa era ormai completa e il 16 settembre salpò verso oriente. Dalla bocca del porto di Messina uscirono:

207 galee

6 galeazze

28 vascelli di vario genere

32 imbarcazioni di stazza minore

Avevano a bordo 30.000 soldati e quasi 50.000 tra marinai e rematori.

Una volta guadagnato il mare aperto si disposero in formazione, dividendosi in quattro squadroni: tre di prima linea e uno di copertura, in posizione arretrata.

AVANGUARDIA E RETROGUARDIA

L’avanguardia contava 57 galee al comando di Doria, il centro ne annoverava 64 sotto don Giovanni e la retroguardia 56 alle direttive di Agostino Barbarigo, vice comandante della flotta veneziana; dietro, in posizione distaccata, la riserva di Santa Cruz con 27 navi e 3.000 fanti germanici imbarcati. Ciascuno degli squadroni della prima linea era anticipato di circa un miglio da una coppia di galeazze che, in combattimento, avevano il compito di devastare lo schieramento nemico con la loro potenza di fuoco, in maniera da indebolirlo notevolmente prima che esso giungesse in contatto con le altre navi della flotta cristiana. Inoltre erano state create due piccole formazioni, composte ciascuna dalle 8 migliori galee scelte tra quelle di Barbarigo e Doria, che avevano compiti di esplorazione e navigavano una decina di miglia avanti a tutti. Ai primi di ottobre, dopo aver superato non poche traversie dovute soprattutto a dissidi interni, la flotta cristiana doppiò Capo Bianco e il pomeriggio del 4 ottobre raggiunse il porto di Cefalonia (Grecia) e trovò ad attenderla la tragica notizia della caduta di Famagosta, ma soprattutto dell’orribile morte che i musulmani avevano inflitto al povero Marcantonio Bragadin, comandante veneziano della fortezza.

LA CADUTA DI FAMAGOSTA

Ma cos’era accaduto di così terribile nella fortezza cipriota appena espugnata? Dopo mesi di assedio, nonostante le fortissime perdite inflitte agli assalitori, con oltre 40.000 nemici uccisi (alcune stime parlano addirittura di 80.000), gli eroici difensori veneziani avevano ormai realizzato di non essere più in grado di sostenere l’assedio senza rinforzi, e si erano arresi il 1 agosto chiedendo come contropartita ai turchi l’assicurazione di aver salva la vita e di poter quindi lasciare Cipro. Gli assedianti avevano dato ampie garanzie in tal senso ma poi, una volta preso il controllo della situazione, non mantennero la parola data: Lala Kara Mustafa Pascià, il comandante delle truppe turche che aveva perso il figlio nell’assedio, fece catturare e imprigionare i veneziani, condannandoli ai remi delle sue galee. Il 5 agosto Lala Mustafà invitò i comandanti e i notabili cristiani al suo cospetto e con un pretesto scatenò la sua ferocia ordinando di fare letteralmente a pezzi i prigionieri.

Il 15 agosto Bragadin, dopo lunghe torture, venne letteralmente scuoiato vivo dinnanzi a una folla di musulmani festanti e la sua pelle fu conciata come quella di un animale, imbottita di paglia, rivestita ed esposta quale macabro pupazzo sulla galea di Mustafà; gli furono quindi accostate le teste di Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini, decapitati il 5. I truculenti trofei vennero quindi inviati a Costantinopoli per essere mostrati al sultano.

La notizia, come è immaginabile, infiammò gli animi dei combattenti cristiani e cancellò definitivamente le rivalità interne che avevano dominato la prima parte della navigazione, spesso sfociando in veri e propri scontri armati con morti e feriti. La sete di vendetta accomunò veneziani e spagnoli, ma il cattivo tempo impediva la ripresa della navigazione e costrinse le navi all’ancora fino al giorno 6. In campo turco vi erano dubbi sul da farsi, se muovere o meno battaglia, e questo nasceva da numerose considerazioni che riguardavano sia la valutazione della reale consistenza della flotta cristiana e del suo stato di efficienza, sia le problematiche della propria, penalizzata anche dalla lunga permanenza in mare. Molti marinai e combattenti esperti erano in licenza nelle loro città di origine e a bordo restavano solo pochi veterani affiancati da numerose giovani reclute inesperte; i soldati cristiani usavano corazze e archibugi, mentre gli ottomani erano privi di protezione personale e tiravano d’arco; a bordo delle loro galee remavano molti schiavi cristiani e il rischio di un ammutinamento durante la battaglia era alto. Nonostante tutte queste considerazioni, nel consiglio di guerra del 6 ottobre il grandammiraglio Müezzinzâde Alì decise per lo scontro e tutti, per paura o convenienza, si adeguarono dando ordine alle navi di uscire in mare.

LA BATTAGLIA

 Il 7 ottobre del 1571, in anticipo sull’aurora, don Giovanni ordinò alla flotta di schierarsi deciso a dar battaglia.

SCHIERAMENTO ISLAMICO

 Gli ottomani potevano contare su 302 unità, di cui:

220 galee

39 galeotte

43 lanterne

Esse imbarcavano in totale circa 640 bocche da fuoco di vario tipo; lo schieramento aveva forma di mezzaluna e sembra che fosse il loro preferito.

Maometto Scirocco (Mehmet Shoraq, al secolo ?ulu? Mehmed Pascià) comandava l’ala destra composta da 54 galee, 2 galeotte e 7 lanterne

Müezzinzâde Alì era al centro con 91 galee e 5 galeazze e 22 lanterne

Uccialì (Ulu? Alì Pascià, detto Occhialì, in realtà Luca (o forse Giovani) Galeni, un rinnegato calabrese convertito all’Islam) era responsabile dell’ala sinistra con 67 galee, 27 galeotte e 9 lanterne.

Dietro di loro la riserva di 8 galee, 5 galeotte e 5 lanterne guidata da Murad Dragut; figlio dell’omonimo viceré di Algeri e signore di Tripoli, uno tra i più famigerati pirati.

Müezzinzâde Alì era a bordo della sua ammiraglia, la “Sultana”, che sfoggiava un vessillo verde su cui era stato ricamato a caratteri d’oro per ben 28.900 volte il nome di Allah.

SCHIERAMENTO CRISTIANO

Gli si opponeva la flotta cristiana formata da 204 galee, 6 galeazze e 30 lanterne, con oltre un migliaio di bocche da fuoco imbarcate, schierata in un allineamento compatto diviso in tre settori, ciascuno dei quali preceduto un miglio avanti da una coppia di galeazze, e spalleggiato dalla riserva in posizione centrale.

L’ala sinistra al comando di Barbarigo aveva 3 lanterne e 57 galee, di cui 53 in prima linea e 4 in seconda come riserva.

L’ala destra rispondeva agli ordini di Colonna ed era composta da 53 galee e 7 lanterne.

Il centro, sotto la guida di don Giovanni, contava 64 galee e 18 lanterne tra le quali la sua ammiraglia e le altre «capitane», oltre a varie «padrone».

Delle galeazze il nemico si era ben accorto, ma non riusciva a comprendere il senso della loro presenza sul campo; ai turchi le spie avevano riferito di quelle grosse navi, ma sostenendo che esse imbarcassero solo pochi pezzi d’artiglieria ciascuna, per cui furono ignorate.

Nella retroguardia cristiana era infine schierata la riserva di Santa Cruz, che poteva rendere disponibili 30 galee, 2 lanterne e unità minori che imbarcavano archibugieri e piccoli pezzi d’artiglieria. I rapporti di forza erano favorevoli agli ottomani per numero di navi, ma volgevano a loro svantaggio per quantità di bocche da fuoco, che i cristiani avevano in numero quasi doppio; per quanto riguarda gli equipaggi e i combattenti imbarcati, si pensa che la loro consistenza fosse quasi alla pari.

Alle undici del mattino le flotte potevano ormai dirsi posizionate, anche se quella della Lega era ancora ostacolata dal vento contrario; non appena Müezzinzâde Alì ebbe conferma che il suo schieramento era in posizione, diede ordine di avanzare a favore di vento, sfruttando al minimo i rematori e usandoli solo per tenere la corretta direzione, accompagnando la lenta avanzata con un terribile fragore di tamburi e corni per demoralizzare l’avversario; ma in breve volgere il vento cambiò direzione e questo li costrinse ad ammainare le vele e dar mano ai remi. I cristiani lessero invece l’evento come un segno tangibile della benevola presenza di Dio e il loro morale riprese vigore. A mezzogiorno la flotta musulmana avanzava a velocità costante ed era a un miglio e mezzo dagli avversari, che restavano apparentemente inerti ma animati da un fremito di impazienza per l’imminente scontro, soprattutto gli artiglieri a bordo delle 6 galeazze.

GALEAZZE, L’ARMA SEGRETA DEI VENEZIANI

Non appena il nemico fu a tiro, il comandante Francesco Duodo diede ordine di sparare e una valanga di fuoco si abbatté sulle galee turche, con effetto devastate e del tutto inatteso. Alla prima bordata almeno 4 furono distrutte e molte altre danneggiate, provocando un gran numero di vittime. La confusione nel fronte turco fu subito enorme: alcune navi invertivano la remata per fuggire all’indietro, altre sbandavano ormai prive di guida e diventavano ostacolo per le vicine causando collisioni, altre ancora tentavano una scomposta reazione sparando alla cieca. La formazione lanciata con foga all’attacco si era ormai sgretolata. Le galeazze, nel frattempo, avevano effettuato una rotazione e avevano scaricato una seconda bordata dal lato sinistro, e poi ancora, ruotando ogni volta di un quarto di giro, usando le batterie di prua e di destra, man mano che la nave ruotava su se stessa e un gruppo di cannoni sparava, gli artiglieri ricaricavano gli altri. La potenza di fuoco generata dalle sei unità, la cui presenza era stata praticamente ignorata dai turchi, si rivelò micidiale e ne decimò la flotta ancor prima dello scontro vero e proprio.

Per arrivare a contatto con la prima linea cristiana le navi musulmane dovettero superare le galeazze e quelle che passarono loro più vicine vennero polverizzate dalle raffiche di cannone, spesso caricato anche a “mitraglia” oltre che a palla singola; oltrepassato questo muro di fuoco li attendeva il tiro dei cannoni “di corsia” (di prua) delle galee. Il vento peggiorava la situazione dei turchi, perchè era divenuto contrario e li investiva del fitto e soffocante fumo delle bocche da fuoco avversarie, impedendo agli arcieri di prendere la mira. A quel punto un terzo delle unità attaccanti era ormai distrutto o irrimediabilmente danneggiato. La flotta della Lega iniziò quindi a muovere lentamente in avanti.

Nel frattempo Maometto Scirocco aveva manovrato verso terra, sotto al promontorio di Malcatone, per tentare l’aggiramento della squadra di Barbarigo che vi era in posizione; questi se ne accorse per tempo e ne nacque uno scontro feroce che, tra alterne vicende, si risolse a favore dei cristiani, anche se il comandante veneziano fu ferito a morte. In un altro settore, un gruppo di galee alla cui testa si trovava la toscana “Elbigina” sfondò la prima linea turca, che dove si era aperto un varco, intercettando una trentina di unità nemica in fuga e sbaragliandole, con la cattura di alcune di esse tra cui la «capitana» di Rodi.

Sul lato sinistro (il destro per i turchi), quello verso costa, la situazione volgeva ormai a netto favore della flotta cristiana e le loro galee avevano spinto quel che restava dell’ala destra ottomana verso riva, tant’è che alcune delle loro navi finirono addirittura in secca. L’ammiraglia di Scirocco venne centrata da una palla di cannone e lui, gravemente ferito, fu ripescato in acqua dai veneziani, che non ebbero alcuna pietà per tutti gli altri naufraghi. Al centro la situazione era divenuta altrettanto grave per gli ottomani che, subito dopo mezzogiorno, presi da una sorta di frenesia irrazionale, avevano tentato di colpire il cuore dello schieramento cristiano, ma erano stati spazzati dalle bordate delle galeazze li avevano travolti a più riprese con le micidiali scariche a mitraglia; per giunta, non avendo rimosso i rostri non potevano abbassare i cannoni di prua abbastanza da sparare frontalmente. Nonostante tutto la “Sultana”, ammiraglia di Müezzinzâde Alì, scortata da varie unità minori puntò dritta sulla “Real”, la nave di don Giovanni, speronandola a prua. Si accese una mischia furibonda che coinvolse varie navi delle due parti accorse; abbordaggi e speronamenti si susseguirono a lungo, ma infine il soccorso della riserva di Santa Cruz fu provvidenziale.

LA VITTORIA CRISTIANA

 I rinforzi ottomani erano invece ormai esauriti e piano piano le navi cristiane iniziavano ad avere il sopravvento nei vari scontri; molte di esse, liberatesi dei nemici con i quali erano ingaggiati, confluirono contro la “Sultana”, che era rimasta isolata. Venne arrembata per l’ultima volta e in breve la testa di Müezzinzâde Alì fu infilzata su una lancia e alzata perché tutti la potessero vedere; il vessillo ottomano venne strappato e al suo posto fu alzato quello cristiano, e tutta la flotta della Lega lo vide ed esultò. Restava ancora Uccialì, che con le sue navi avanzava verso l’ala destra avversaria. Per sfuggire al fuoco delle galeazze virò a sud e venne inseguito dalla squadra di Doria che, per farlo, lasciò indietro alcune galee veneziane più lente; esse divennero facile bersaglio per l’algerino che le catturò prima che Doria potesse intervenire e ne prese otto al rimorchio come preda. Poi commise l’errore di lanciarsi all’attacco del centro cristiano, ma era ormai troppo tardi per ribaltare le sorti dello scontro e con quella mossa finì per trovarsi in trappola, chiuso tra la vittoriosa squadra della Lega e quella di Doria che lo inseguiva. Scaltramente, da rinnegato qual’era, decise di fuggire

DA

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Rastrellamenti, lager, cavie umane: le vittime italiane di Churchill

Segnalazione del Centro Studi Federici
A partire dall’unità d’Italia, migliaia di famiglie della Penisola dovettero cercare un lavoro (non un soggiorno a carico del paese ospitante) all’estero con la speranza di vivere decorosamente. Molti di coloro che si trovavano nel Regno Unito all’inizio della seconda guerra, furono vittime dei rastrellamenti ordinati da Churchill, destinati ai lager nelle isole britanniche o usati come cavie nei lager in Australia; 450 di questi prigionieri morirono nell’affondamento della nave “Arandora Star”.
A differenza di altri casi simili (rastrellamenti, lager, cavie umane) queste vittime delle atrocità belliche non hanno ottenuto una memoria storica per essere adeguatamente commemorati. Il 60° anniversario dell’affondamento della nave ha permesso di ricordare questa pagina criminale della storia britannica.
 
“Tutti i maschi tra i 17 e i 70 anni, per ordine di Churchill, devono finire dietro al filo spinato dei campi di concentramento. Li rastrellano nelle case, nei negozi, nei ristoranti dive lavorano. Ne prendono a migliaia, a Londra, in Galles, in Scozia, che già allora erano le comunità più numerose. Li conoscevano, sanno dove stanno, sono cresciuti con gli inglesi. Spesso ad arrestarli sono poliziotti amici, che a volte piangono, portandoli via. Sono andati nelle stesse scuole, frequentato le stesse chiese” (La Stampa del 2 luglio 2020)
Gli ottocento italiani deportati da Churchill 
Il premier inglese caricò su una nave centinaia di nostri connazionali innocenti sospettati di essere spie del Duce. I tedeschi silurarono il vascello diretto in Canada e morirono in 450. Gli altri usati come cavie
Fu la prima grande strage di italiani dall’inizio del conflitto e uno dei maggiori eccidi di civili del nostro Paese in tutta la guerra. Eppure è rimasta a lungo relegata nel silenzio, inabissata nei fondali dell’oblio, oltreché in quelli del mare, dove si compié il massacro. Chi oggi sentisse parlare di “tragedia dell’Arandora Star” farebbe una faccia perplessa chiedendosi di cosa si tratti. A rimediare a questa rimozione giunge il docufilm di Pietro Suber «Lili Marlene – La guerra degli italiana». Il giornalista e regista, a 80 anni dall’ingresso dell’Italia nella guerra, racconta il periodo bellico attraverso un quadruplice approccio: raccoglie le voci e i volti di cittadini comuni, testimoni diretti o parenti di quanti hanno sperimentato sulla propria pelle le brutalità del conflitto; fa emergere i ricordi di personaggi della politica e dello spettacolo, da Napolitano a Gianni Letta, da Baudo ad Avati, da Arbore alle gemelle Kessler, che narrano aneddoti in cui sono stati coinvolti in quegli anni. Ancora, documenta, con onestà intellettuale, le ragioni di tutti, vincitori e vinti, illustrando errori e responsabilità individuali sull’uno come sull’altro fronte. Da ultimo, recupera, con un preziosissimo lavoro di scavo, vicende poco note al grande pubblico, volutamente rimosse o colpevolmente trascurate. Tra queste spicca la storia dell’Arandora Star. Il nostro Paese è da poco entrato nel conflitto, quando Churchill inizia a dare la caccia agli italiani trasferitisi in Gran Bretagna, al suon di «Acciuffateli tutti». Per il primo ministro britannico i nostri compatrioti che vivono Oltremanica sono tutti potenziali spie, fascisti occulti. In realtà, a parte le dovute eccezioni, moltissimi di loro sono ebrei e antifascisti. Ma Churchill preferisce fare di tutta l’erba un fascio: gli italiani, in quanto tali, rappresentano minacce per il regno di Sua Maestà. E, come tali, vanno arrestati e internati.
PRIGIONIERI
Già nei primi giorni dopo il 10 giugno 4.000 nostri connazionali vengono privati della libertà. Il 1° luglio è la svolta: oltre 1.500 persone, di cui 815 italiani, vengono caricate a bordo della Arandora Star, un’ex nave da crociera trasformata in vascello per il trasporto prigionieri. L’imbarcazione si muove da Liverpool in direzione decampo di internamento per gli “stranieri nemici”. Il giorno seguente tuttavia, quando è allargo delle coste irlandesi, la nave viene intercettata da un sottomarino tedesco che sferra un siluro in sua direzione. È la tragedia: vengono centrati a pieno i motori e la Arandora cola a picco. Riesce a salvarsi solo la metà delle persone, dato che la nave dispone di appena 14 lance di salvataggio. Moriranno in quasi 800, di cui 446 italiani. I sopravvissuti verranno trasferiti in Scozia e poi di lì, in buona parte, in Australia, dove saranno internati e usati come cavie per testare farmaci contro la malaria.
L’INGIUSTO OBLIO
Quell’orrore a lungo è rimasto sepolto come strage indicibile: non conveniva renderla pubblica alla Gran Bretagna, che avrebbe gettato un’ombra sulla propria fama di Paese della libertà e del rispetto dei diritti civili; né conveniva raccontarla all’Italia fascista, che a meno di un mese dall’entrata nel conflitto avrebbe incrinato il mito di un regime invincibile. Anche nel Dopoguerra la tragedia è stata sottaciuta, evidentemente perché i Vincitori la ritennero storia scomoda, e come tale da rimuovere. Fortuna che, a ridarle vita, nel lavoro di Suber, ci sono le parole dei parenti delle persone coinvolte: ad esempio quelle di Graziella Feraboli, figlia di Ettore, deportato a bordo dell’Arandora dove avrebbe trovato la morte. Colpiscono le frasi secche, di sferzante verità, che lei pronunciò allora, bambina, e ripete oggi che è un’anziana signora. Appena saputo che il papà figura tra i “dispersi presunti annegati”, grida il suo dolore davanti ai funzionari del War Office britannico: «Mi state dicendo che l’avete ammazzato?». E anche adesso riconosce: «Penso che il governo inglese si sia comportato in modo indegno». Così come colpiscono le parole di Giuseppe Conti, nipote di Guido, anche lui vittima, e originario di Bardi, un paesino in provincia di Parma da cui provenivano ben 48 delle persone uccise nella strage dell’Arandora. È proprio lì che ogni anno il 2 luglio si commemorano i martiri dell’eccidio. (…)

La difesa di Roma del 20 settembre: i caduti pontifici

Segnalazione del Centro Studi Federici

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo l’elenco dei soldati pontifici morti nella difesa di Roma del 20 settembre 1870, tratto dal libro di Francesco Maurizio di Giovane, Gli Zuavi Pontifici e i loro nemici, Solfanelli Editore, 2020.
http://www.edizionisolfanelli.it/glizuavipontifici.htm

Con questo comunicato intendiamo ricordare tutti i valorosi soldati della causa papale accorsi da ogni angolo della Cristianità per difendere la sacra persona di Pio IX e la Chiesa Romana dall’assalto empio della setta massonica. Viva il Papa Re!

DECEDUTI

BOS Cornelio, nato in Olanda il 4 agosto 1848. Z. P. matr. 5291, 14 agosto 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

BUREL Andrea, nato a Maussanne (Bouches-du Rhone) il 4 gennaio 1841. Z. P. 18 gennaio 1861; liberato dal servizio 18 gennaio 1862; Reingaggiato, matr. 3390, 1 gennaio 1867: liberato dal servizio 21 luglio 1867; reingaggiato, matr. 4283, 9 ottobre 1867, libera-to dal servizio 12 ottobre 1868; reingaggiato, matr. 10810, 21 luglio 1870. Morto il 28 settembre 1870 in seguito alle ferite ricevute durante la difesa di Roma del 20 settembre 1870.

DEBAST Gérard, nato a Wamel (Olanda), il 25 novembre 1838, Z. P. 17 novembre 1867, matr. 5160. Liberato dal servizio 18 novembre 1869; Reingaggiato matr. 10293 il 16 ugno 1870. Morto nell’assedio del 20 settembre per lo scoppio di un obice.

de L’ESTOUBILLON Luigi, nato a Croisic (Loira Inferiore, Francia). Z. P., matr. 9870, il 10 febbraio 1870. Muore durante l’assedio di Roma, colpito dal nemico da un proiettile in fronte a villa Bonaparte il 20 settembre 1870.

DUCHER Emilio, nato a Felletin (Francia), il 7 dicembre 1845. Z. P., matr. 8065, il 10 ottobre 1868. Fu ferito gravemente all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, per arma da fuoco al ginocchio sinistro con frattura della rotula e penetrazione nella sierosa articolare. Muore in seguito alla gravità delle ferite all’ospedale militare di Roma il 1° ottobre 1870.

HOUBEN Alfonso, nato a Thorn (Olanda) 1 novembre 1845. Z. P. matr. 8998 il 19 agosto 1869; Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

JORG Giovanni, nato a Thorn (Olanda) il 16 agosto 1851. Z. P. matr. 8999, Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, alla gamba destra e alla tibia, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nel settembre del 1870.

LASSERRE Gustavo, nato a Saint-Sardos (Tarn-et-Garonne) il 15 ottobre 1845. Z. P., matr. 8083, il 17 ottobre 1868; caporale il 16 dicembre 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma, a porta Pia fu colpito al ginocchio destra che fu perforato da una pallottola. Morì all’ospedale militare di Roma il 5 ottobre 1870.

SOENENS Arrigo, nato a Moorslède (Belgio) il 2 ottobre 1836; Franco Belga matricola 654, 28 dicembre 1860; Z. P. 1 gennaio 1861; Liberato dal servizio 5 luglio 1863; Reingaggiato, matr. 1431, 10 febbraio 1864; liberato dal servizio 31 marzo 1867; reingaggiato, matr. giugno 1S67; liberato dal servizio, 23 dicembre 1869; reingaggiato matr. 10678, IS za-osto 1S70. Ferito gravemente nella difesa di porta Salaria, il XX settembre 1870, muore all’ospedale di Roma il 2 ottobre 1870 in seguito alle ferite riportate.

WOLFF Enrico, nato a Nymégue (Olanda), il 3 maggio 1840. Z. P., matr. 9510 1′ di-cembre 1869. All’assedio di Roma fu ferito mortalmente. Morì all’ospedale militare di Roma per le sue ferite nell’ottobre del 1870.

http://www.centrostudifederici.org/la-difesa-roma-del-20-settembre-caduti-pontifici/

Foiba di Jazovka, orrore in Croazia: tra i corpi riesumati donne, bambini e suore

 

La macabra notizia è stata divulgata dai media croati circa una settimana fa. Si sono concluse lunedì scorso le operazioni di recupero delle vittime dei partigiani di Tito dalla Foiba di Jazovka, nei pressi del villaggio di Sošice, nel Comune di Žumberak, in Croazia, non poco lontano dal confine sloveno. Complessivamente, dalla squadra di speleologi sono stati riportati in superficie i resti di ben 814 corpi, riferiti a ustascia, domobranci, civili, medici, infermieri e suore di diversi ospedali di Zagabria, gettati nella cavità alla fine e dopo la seconda guerra mondiale dai partigiani comunisti.

“Tali iniziative  di recupero ci sono utili per smontare il mito di un comunismo  sociale e rispettoso della libertà al popolo” spiega il direttore Archivio museo storico di Fiume Marino Micich. “Erano sistemi totalitari, dove pochi avevano il predominio di tutto e su tutti. Le foibe sono l ‘ esempio più eclatante in casa nostra come anche il triangolo rosso.. bisogna insistere a far conoscere queste verità per il rispetto della storia e per la libertà. Per lunghi anni a sinistra si è cercato e si continua per molto versi a minimizzare tali efferatezze”.

Secondo quanto dichiarato da alcuni membri del team incaricato del recupero delle salme, diversi sarebbero anche i resti di donne e bambini.

Fonte: https://www.iltempo.it/attualita/2020/07/27/news/foibe-croazia-jazovka-cadaveri-infoibati-suore-23995077/ Continua a leggere

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