“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

 

 

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 35/21 del 13 aprile 2021, Sant’Ermenegildo

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

Ricordiamo il martirio del seminarista Rolando Rivi, ucciso il 13 aprile 1944, a 14 anni, da una banda di partigiani comunisti in Emilia in odio alla fede. I responsabili del crimine, il commissario partigiano Giuseppe Corghi, che materialmente sparò, e il capitano Delciso “Narciso” Rioli, comandante della Brigata Garibaldi, entrambi trentenni, furono condannati per l’omicidio ma trascorsero solo 6 anni di carcere. Dopo l’esecuzione commentarono compiaciuti: “Domani un prete di meno”. La frase è da correggere: un prete in meno sulla terra, un martire in più in Cielo.

Il martirio di Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/il-martirio-di-rolando-rivi/

Crimini comunisti: il martirio del seminarista Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/crimini-comunisti-martirio-del-seminarista-rolando-rivi/

Testimonianza di don Alberto Camellini
Don Alberto Camellini (1920 – 2009) nel 1944, novello sacerdote, sostituì a San Valentino di Castellarano il parroco Don Olinto Marocchini, che una notte del luglio 1944 subì un‘aggressione da parte di partigiani comunisti. Fu lui a ritrovare la salma di Rolando Rivi e salvaguardare la memoria storica del martirio.

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“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

I martiri dell’Armenia cattolica

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 11/21 del 29 gennaio 2021, San Francesco di Sales

I martiri dell’Armenia cattolica

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 vi furono numerose conversioni di eterodossi armeni alla fede cattolica, grazie alle missioni dei padri francescani. Il ritorno alla Chiesa Romana di una parte della popolazione armena fu bruscamente interrotto dal genocidio perpetrato dalle autorità turche. 
Segnaliamo un articolo del 1932 sul martirio di padre Salvatore Lilli e di alcuni suoi fedeli avvenuto nel 1895. Il racconto è impressionante e ancora di più impressionante il silenzio che la cultura ufficiale riserva a queste vicende. 
Il martirio dei cattolici armeni e dei loro pastori meriterebbero libri, programmi televisivi e produzioni cinematografiche. Invece un silenzio omertoso avvolge questi fulgidi esempi della fede cattolica: dei martiri cristiani non si può e non si deve parlare. 

Un episodio delle stragi armene nel 1895. Il martire padre Salvatore Lilli da Cappadocia Missionario di Terra Santa 

Molti popoli sventurati per infausti governi furono sulla terra, come ce ne fa fede la storia, ma più sventurati degli Armeni nessuno.

Gli Armeni! Questo popolo attivo, industrioso, economico: questo popolo religioso, profondamente religioso, che ha il vanto d’essere stato tra i primi popoli ad abbracciare il Cristianesimo, annunziatogli dall’Apostolo S. Bartolomeo; questo popolo reo non di altro che di aspirare alla sua libertà ed indipendenza nazionale, sì, questo popolo è il più sventurato della terra a cagione del nefasto governo ottomano che impera su di esso!

Agli Armeni infatti non giova neppure essere buoni cittadini! In Armenia essere buoni o cattivi sudditi è assolutamente lo stesso. Poichè il turco odia l’Armeno anche se buono, anche se mite: l’odia perchè lo sente superiore, l’odia perchè lo vede avanzato nel progresso, l’odia perchè, fedele alle sue tradizioni, professa fede incrollabile al Cristianesimo. E spesso sfoga il suo odio implacabile su di esso con delle orrende carneficine, come quella del 1895. Narriamola in rapida sintesi.

L’immane carneficina degli Armeni « oltre duecentomila vittime » e la distruzione delle loro proprietà nel 1895 furono pensate, meditate, e decretate dal Sovrano Abd-ul-Hamid. Sì, il Sultano volle i massacri, il Sultano li ordinò, il Sultano li diresse, e mostrò nella perpetrazione di essi la ferocia del sanguinario, la violenza e il furore spasmodico del maniaco.

Difatti, i carnefici scelti all’uopo erano della peggiore canaglia, era un’ibrida accozzaglia di musulmani, curdi, circassi e redif (reclute) che armati di fucili, pugnali, coltelli, accette, roncole e bastoni si precipitavano sulle case cristiane degli Armeni, ne abbattevano le porte a colpi di scure, e gridavano agli abitanti : « Arrendetevi, arrendetevi ». Tutti quelli che si arrendevano, o venivano trovati in qualche angolo della casa furono barbaramente trucidati. A nulla valevano le preghiere di quegli infelici: dai dieci anni in su, anche vecchi di cento anni, furono ammazzati. Persino le donne che s’interponevano per salvare i figli, i mariti, i genitori, i fratelli furono uccise o ferite. Ogni casa cristiana fu convertita in una orrenda carneficina… il pavimento delle case, le strade, le piazze erano ricoperte di cadaveri che, orribile a dirsi, venivano trascinati con forche ed uncini di ferro, e gettati nelle cloache e nei letamai. E quei barbari gridavano: « sono cadaveri di cani ».

Ai Preti Armeni poi, invece di ucciderli tutto in un tratto, tagliavano prima le braccia; poi riempivano di materie fecali i loro berretti ecclesiastici, e così li rimettevano sulla testa di quegli sventurati.

Laonde abbracciati nuovamente i suoi parenti ed amici, dato un ultimo addio al bel cielo d’Italia, volava sulle ali della fede e della carità a quelle suggestive contrade dove lo attendevano i più grandi sacrifici che avrebbero fatto germogliare un giorno le belle palme dei martiri.

Come abbiamo accennato quando cominciarono i massacri il P. Salvatore trovavasi a Mugiukderesi, luogo sopra ogni altro pericoloso.

I religiosi Francescani di Maraasc, temendo che il loro confratello P. Salvatore poteva correre gravi pericoli nel luogo ove si trovava, gli fecero vive pressioni affinché andasse a stare con loro. E i religiosi di Jenigekalé mandarono per ben tre volte nello stesso giorno un messaggero a pregarlo di scappare con loro. E il P. Salvatore rispose: « dove sono le pecore ivi deve restare il pastore ». Anche i suoi parrocchiani quando si accorsero che le truppe erano per arrivare a Mugiakderesi supplicarono a mani giunte il Missionario affinchè montasse il suo cavallo e abbandonasse il villaggio per mettersi in salvo.

Fu irremovibile. Gli pareva cosa indecorosa, indegna di un soldato di Cristo e di un figlio della grande Famiglia Francescana, l’allontanarsi in quei momenti di pericolo. Certo in quei giorni, mentre pressioni e minacce lo premevano da ogni parte, la schiera numerosa dei suoi confratelli Martiri, passò giubilante innanzi al suo sguardo incitandolo al compimento del dovere. Egli certo ripensò alle lotte, al sangue che costò sempre ai Francescani la conservazione di quella Terra fatta sacra dalla vita dell’Uomo-Dio. E perciò non si mosse: e « uomo intrepido e battagliero» volle affrontare il pericolo onde dividere la sorte dei suoi parrocchiani e assisterli e soccorrerli fino all’ultimo.

L’arrivo dei soldati.

Il 16 Novembre dell’anno 1895 verso sera un distaccamento di soldati partiti da Maraasc arrivava a Mugiukderesi.

I soldati si diedero subito a trucidare gli abitanti e ad incendiare le loro case. Nella sera stessa con un colpo di baionetta alla gamba ferirono anche il P. Salvatore che all’avvicinarsi dei soldati era uscito dall’ospizio per dare il ben venuto alla truppa. Quei soldati rimasero accampati a Mugiukderesi cinque giorni, e cioè il 17, 18, 19, 20, 21 Novembre.

La Cattura.

Nella mattina del venerdì 22 Novembre fu ordinato al P. Salvatore ed ai dieci contadini cristiani (i soli rimasti a Mugiukderesi) di seguire i soldati a Maraasc. Il coraggioso Missionario comprese che la sua fine era decisa. Forte di se stesso, non aveva a temere che per i suoi parrocchiani: li chiamò in chiesa, gli esortò a morire per la Fede, e diè a tutti l’assoluzione in « articulo mortis ».

soldati legarono il P. Salvatore e i dieci cristiani, e s’incamminarono verso Maraasc. Arrivati ad una certa distanza del paese, il P. Salvatore « sentendo nella gamba gli effetti sempre più dolorosi della ferita ricevuta » domandò che gli si permettesse di montare sopra un mulo. L’ufficiale gli rispose: « Fra poco vi faremo montare ». Mentre i dieci cristiani, legati unitamente al P. Salvatore, camminavano lungo la via che corre tra Mugiukderesi e Maraasc il P. Salvatore non cessava di esortarli a star fermi nella fede e d’incoraggiarli e prepararli all’ultima sorte che li attendeva.

Le donne venivano violate a viva forza: a molte ragazze che opposero resistenza fu reciso il braccio destro.

Dodici donne furono inchiodate sopra tavole, e i soldati dicevano : « un Cristo facendosi crocifiggere liberò tutti i popoli cristiani : lasciatevi voi pure crocifiggere per liberare il popolo armeno ».

Dieci madri con i loro bimbi alle mammelle furono strangolate, e poste intorno ad un’immagine della Santissima Vergine, e i soldati dicevano: « Voi sarete le custodi della Madre del vostro Dio ».

Trenta, fra uomini e donne, furono impalati e disposti attorno ai muri di un convento, e i soldati dicevano: « siate i guardiani del vostro convento affinchè il nemico non possa penetrarvi ». Cinque Preti furono impiccati agli alberi ed i soldati gridavano: « fate pascolare il vo-stro gregge ».

Le case poi erano saccheggiate, spogliate di tutto e incendiate con i feriti e i cadaveri che vi si trovavano. Le donne e i fanciulli delle case saccheggiate giacevano sul lastrico delle vie senza pane e senza altra veste indosso che la camicia.

Le autorità assistevano a queste orrende barbarie, spettatori impassibili, anzi colla stessa curiosità e compiacenza con cui si assiste ad una geniale rappresentazione teatrale.

Martirio del P. Salvatore Lilli da Cappadocia.

Il P. Salvatore erasi recato in Terra Santa subito dopo il noviziato nel 1871, e proseguì il corso degli studi a Betlemme e a Gerusalemme. Nel 1878 fu ordinato Sacerdote, e nel 1880 era già a Maraasc nell’Ospizio di Terra Santa ove rimase quattordici anni, e per cinque anni fu anche parroco e Superiore dell’Ospizio. Poscia fu eletto Parroco e Superiore dell’Ospizio di Mugiukderesi, piccola borgata ad ovest di Maraasc distante sette ore di cavallo, ove lo sorpresero i dolorosi avvenimenti del 1895.

Il P. Salvatore era tornato in Italia per rivedere i suoi cari soltanto una volta, dopo 16 anni, nel 1886: e a nulla valsero le preghiere dei parenti, dei confratelli e degli amici i quali tentarono tutti i mezzi per farlo rimanere in Italia : volle tornare in Oriente. L’Oriente per lui aveva un’attrattiva segreta, misteriosa ! Pareva che a lui, come a giusto erede, il Serafico Padre avesse trasmesso quell’ardente brama del martirio ch’egli non aveva potuto appagare per aver trovato la gente troppo « acerba » alla conversione:

« E poi che per la sete del martirio,
Nella presenza del Soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che il seguiro,
E per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno
Reddissi al frutto dell’italica erba ». (Paradiso, C. II).

Oh! se le parole non fossero fugaci, se qualche eco di esse potesse rimanere là dove non v’ha chi possa ascoltarle e riferirle, noi potremmo sapere quale forza e quale tenerezza di linguaggio dovè certamente usare il P. Salvatore con i suoi parrocchiani. E senza dubbio grande ed irresistibile facondia in quei momenti dovette largirgli il Signore perchè Egli riuscisse a serbare forti ed eroiche nel pericolo le anime affidate alla sua cura.

L’estrema prova. Il Martirio.

Giunti a circa due ore di distanza da Mugiukderesi nel luogo detto « Gheudjek » vicino al torrente omonimo, l’ufficiale fece fermare la carovana, e, con lusinghe e promesse, cominciò ad invitare il P. Salvatore e i suoi compagni a lasciare il cristianesimo e ad abbracciare l’islamismo.

ll P. Salvatore e i suoi parrocchiani opposero reciso rifiuto. L’Ufficiale allora passò dalle lusinghe alle minacce: tutto fu vano, perchè i Confessori resistettero con parole ed atti pieni di fermezza e di fede, ripetendo la loro incrollabile professione di fede e di amore a Cristo e di odio all’errore maomettano.

Pieno di rabbia l’ufficiale, perchè non riusciva nel suo intento, diè ordine ai soldati di ucciderli tutti. I soldati si scagliarono sull’eroico P. Salvatore e su dei suoi invitti compagni e a colpi di baionetta crivellarono orrendamente i loro corpi. E perchè non rimanesse traccia alcuna del misfatto appiccarono il fuoco a quei corpi ancora cadaveri !

La Terra Santa contava un Martire di più.

Bella, immarcescibile la corona del martirio che l’eroico P. Salvatore Lilli da Cappadocia guadagnò a sè e alle sue pecorelle!

Non altrimenti morirono nel nome di Cristo i Martiri dei primi secoli del cristianesimo !

E quando un pittore cristiano che ben comprenda qual’è la grande missione dell’arte, e che desideri evocare nobili esempi, penserà al nostro P. Salvatore, penserà al suo eroismo e al suo valore, che grande soggetto avrà egli per animarne una tela!

Che sprazzo di luce e d’ideale sublime nel piccolo gruppo cristiano attendente la morte fra le barbare orde turche folleggianti e frenetiche!

Del Padre Salvatore e dei suoi Compagni si è già iniziata la « Causa di Beatificazione ». E noi facciamo voti perchè dall’Oracolo Infallibile della Santa Chiesa, siano presto innalzati agli Onori dell’Altare.

Tratto dall’Almanacco di Terra Santa per 1932, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 26-29.

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I martiri dell’Armenia cattolica

Fascismo: storia di una rivoluzione antiborghese 1929-1940

LA RECENSIONE

del Prof. Daniele Trabucco
Il libro di Cristian Leone dal titolo “Fascismo: storia di una rivoluzione antiborghese 1929-1940” edito per la prestigiosa casa editrice Libreria Europa di Roma é un saggio corposo che, con estrema linearitá e pregevolezza di stile, affronta la questione del rapporto libertá e Stato portato avanti dal fascismo, in particolare nel periodo dal 1929 al 1940. Gli undici anni presi in esame dall’autore non sono il frutto di una scelta casuale, ma la fase in cui il fascismo, dopo l’entrata in vigore della legge 03 aprile 1926, n. 563, ha cercato e in buona parte realizzato quella saldatura tra aspirazioni ad una nuova formula di convivenza socio-politica ed una precisa concezione dello Stato. Le conseguenze della crisi dell’ordinamento liberale con la sua visione monadica della persona ridotta ad individuo e la rottura del patto di non interferenza tra apparato statale e societá sono state l’occasione per la realizzazione di un “progetto di Stato nuovo”, per dirla con un’espressione rocchiana, fautore di un ordine originato dalla revisione complessiva delle modalitá del rapporto tra la dimensione individuale, sociale e statuale. Ed é proprio attraverso questo paradigma (la c.d. “terza via”) che il regime é riuscito non, come sosteneva il Navarra nel suo articolo “La corporazione” pubblicato nel 1933 nella rivista di Diritto del Lavoro, a raggiungere “l’invisibilitá di tutti i poteri in concorrenza con lo Stato (ed in questo risiederebbe per il giuslavorista l’elemento di transizione dalla fase sindacale a quella corporativa vera e propria), ma a realizzare quella “libertá nello Stato e non dallo Stato” che costituisce il cuore e l’essenza della sua rivoluzione antiborghese. Leone scalfisce finalmente il dogma dell’autoritarismo fascista, mettendo in luce la sua reale natura “policratica”. Esistevano centri di potere, certo organici alla decisione del vertice, rappresentata dal Capo del Governo (non più “Primo Ministro” all’inglese specialmente dopo le leggi fascistissime del 1925 e del 1926), ma non in maniera esclusiva. Similmente a quanto accadeva nel caso del Nazionalsocialismo, anche il Fascismo, al di sotto del ruolo carismatico di Mussolini, presentava luoghi di relativa indipendenza, in cui la decisione politica poteva esprimersi con sorprendente autonomia e con una vivacitá dialettica che, se studiata senza i pregiudizi dell’antifascismo di maniera che innerva le contemporanee democrazie procedurali nel senso habermasiano del termine, mostra il “pallore” dell’attuale quanto sterile “argomentare parlamentare”. Ora, poiché nessuna rivoluzione esiste senza una “fede” nella ragionevolezza delle idee che propugna, ecco il ruolo congruente, rispetto al modello statuale proposto, della scuola di mistica fascista cui l’autore dedica un capitolo ad hoc. Non si tratta, infatti, come la storiografia maggioritaria sostiene, di un annullamento del fascista nel fascismo, ma, e questo é molto chiaro nell’opera del Leone, di un’azione rapida e dinamica determinata da una profonda conoscenza ed assimilazione dei presupposti della rivoluzione fascista e, dunque, anche del rapporto persona/Stato che intende nettamente contrapporsi al liberalismo materialista di quell’ “Europa del toro” nata dalla Francia rivoluzionaria a partire dal 1789. Il grande merito di questo lavoro e della casa editrice che vi ha fermamente creduto sta proprio nell’aver sollevato “il velo di Maya” sui troppi e vuoti luoghi comuni della maggior parte degli studi storici sul fascismo.
P.S. Il testo é reperibile consultando il sito web www.libridelbardo.com

Solženicyn e la tragedia dei gulag

Aleksandr Isaevič Solženicyn è stato uno scrittore russo. Con i suoi lavori, in particolare Arcipelago gulag, fu il primo a rivelare al mondo l’orrore dei campi di concentramento sovietici. Quest’opera di verità gli valse il Nobel per la letteratura nel 1970, ma quattro anni dopo l’Urss lo esiliò. Nel 1945, era finito agli arresti per aver osato criticare Stalin in una lettera a un amico, controllata dalla polizia segreta. Fu condannato a 8 anni da scontare in un gulag. Ecco cosa raccontava di quella terribile esperienza nel suo libro più famoso.

Sulla disperazione che coglieva i prigionieri

“A che limiti di mostruosità si deve ridurre la vita della gente, perché migliaia di uomini, nelle prigioni, nei cellulari e nei vagoni invochino, come loro unica speranza di salvezza, la forza sterminatrice di una guerra atomica!”.

Sul dramma dei detenuti liberati e spediti al confino

“È un giro vizioso: non accettano al lavoro senza un permesso di soggiorno, non danno il permesso di soggiorno se non si ha un impiego. Senza lavoro non si ha neppure la tessera del pane. Gli ex detenuti ignoravano la regola secondo la quale la Mvd [il ministero dell’Interno] ha il dovere di sistemarli al lavoro. E anche se qualcuno ne era al corrente, aveva paura di rivolgersi a quel ministero: c’era da essere messi dentro… La libertà è libertà di piangere”.

Sul fatto che l’esistenza dei campi fosse connaturata al regime sovietico

“La differenza [dei lager di Chruščёv] coi lager di Stalin non è data dal regime di detenzione, bensì dalla composizione degli effettivi: non ci sono più milioni e milioni di Cinquantotto. Ma, come prima, i detenuti si contano a milioni e, come prima, molti sono esseri senza difesa, vittime di una giustizia iniqua e cacciati nei lager unicamente perché il sistema vuole sopravvivere ad ed essi rappresentano il suo nutrimento. I dirigenti cambiano, l’Arcipelago rimane. Rimane perché questo regime statale non potrebbe sussistere senza l’Arcipelago. Se si liquidasse questo, anche quello cesserebbe di esistere“.

E infine, l’appello ai benpensanti

“Oh, pensatori occidentali «di sinistra», così amanti della libertà! Oh, laboristi di sinistra! Oh, studenti progressisti americani, tedeschi, francesi! Tutto questo è ancora troppo poco per voi! Per voi, tutto il mio libro si riduce in sostanza a nulla. Capirete ogni cosa, e di colpo, solo il giorno che – mani dietro la schiena! – partirete voi stessi per il nostro Arcipelago”.

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Solženicyn e la tragedia dei gulag

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Segnalazione del Centro Studi Federici

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzatapezzerie grotta
Comunicato n. 110/20 del 18 dicembre 2020, San Graziano

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

A sera del 16 Febbraio dell’anno passato una mano audace e sacrilega con una lama tagliava con trentun sfregi le preziose tele d’amianto che adornano per tre lati le pareti della Grotta della Natività in Betlem.

Il soldato che di giorno e di notte è di guardia nella Santa Grotta (ottenuto dalla Francia, nazione protettrice dei Latini in Terra Santa, nel 1873 dopo ripetute violenze dei Greci, ndr) per quel tempo era assente , e l’assenza dev’essere stata molto prolungata da permettere alla mano sacrilega di compiere l’atto vandalico per cui eccorse un tempo considerevole.

Il fatto commosse la stampa dei diversi paesi che commentò aspramente il ripetersi di simili attentati contro i diritti dei Cattolici nei Santuari più cari e preziosi al loro cuore.

La bella tela d’amianto, ch’è garanzia contro gl’incendi, fu donata dalla Francia per supplire i preziosi ed artistici oggetti che decoravano la santa Grotta e che furono tolti da una banda di 300 Greci scismatici, parte monaci e parte borghesi, che nel 23 Aprile 1873 violentemente e con armi alle mani invasero la sacra Grotta, la saccheggiarono asportando perfino le lastre di marmo che rivestivano il santo Presepio. E lo potettero fare impunemente perché prima maltrattarono, ferirono e resero impotenti i cinque religiosi Francescani che, pregando, stavano in guardia nella Culla del Redentore.

La preziosa tela rappresentava la Nascita del Divin Redentore con la scritta: Et peperit Filium suum et pannis Eum involvit et reclinavit in Praesepio ; l’Apparizione degli Angeli ai Pastori con la scrittura: Evangelizo vobis gaudium magnum: natus est hodie Salvator qui est Christus ; la scena di S. Giuseppe che dormendo ebbe in sogno l’avviso dell’Angelo di fuggire con Gesù e Maria in Egitto: Ecce Angelus Domini apparuit in somnis Joseph dicens: Surge et accipe puerum et matrem ejus et fuge in Aegyptum;la quarta rappresentazione era della SS. Vergine che offre il suo divin Figlio all’adorazione dei Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt dicentes: Ubi est qui natus est Rex Judeorum?

Il centro della decorazione è costituito da otto stemmi a doppio scudo e da quattro parallelogrammi a cornice dorata sostenuti ognuno da una coppia d’Angeli. In uno di essi è riprodotto, in campo d’argento, il simbolo della Custodia Francescana di Terra Santa mentre in un altro s’incrociano due braccia ai piedi di una Croce rossa su fondo azzurro, emblema araldico dell’Ordine dei Minori. Ornano la decorazione una fuga di arabeschi in oro su fondo rosso con gigli e frutti simbolici.tele amianto

Appena conosciutosi l’atto vandalico e sacrilego, la Custodia di Terra Santa ha subito inoltrato un energica protesta al Governatore inglese reclamando un’immediata inchiesta e una sanzione nei confronti dei colpevoli.

Si farà giustizia?! ovvero com’è successo altre volte si passerà la spugna anche su questo nuovo fatto criminoso per cui invochiamo ancora una volta la stabilita Commissione per i Luoghi Santi per la quale fa orecchio da mercante la Potenza mandataria britannica contro ogni giustizia perchè impunemente vengono violati e calpestati i diritti del Cattolicismo….

Dall’Almanacco di Terra Santa pel 1933.

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“Golpe Borghese”, 50 anni tra misteri e omissioni

 

Trame, conflitti e paranoie dietro la notte più oscura della storia repubblicana. La notte in cui il “Principe Nero” organizzò e poi bloccò un golpe contro la Repubblica.

50 anni fa, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, andò in scena uno dei più misteriosi e complessi episodi della storia della Prima Repubblica. il cosiddetto “golpe Borghese“, un tentativo eversivo abortito a poche ore dall’inizio dell’operazione che i congiurati avevano chiamato in codice “notte della Madonna” (per la ricorrenza della festa dell’Immacolata Concezione) o “notte di Tora Tora” (in ricordo dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941).

A fare da regista, dietro le quinte, Junio Valerio Borghese, il “Principe Nero” ex ufficiale della Regia Marina, autore di ardimentose imprese di guerra nell’ultimo conflitto mondiale prima di aderire alla tragica e ignobile esperienza della Repubblica di Salò, dopo il cui crollo, nel 1945, scontò un breve periodo di carcerazione per collaborazionismo con la Germania nazista, fu presidente del Movimento sociale italiano (1951-1953) e fondò, poi, il movimento di estrema destra denominato Fronte Nazionale.

Il Fronte Nazionale, assieme alla fondazione terrorista Avanguardia Nazionale, organizzò il tentativo eversivo che avrebbe dovuto, direttamente o indirettamente, aprire la strada a una restaurazione autoritaria in Italia, a una svolta ostile alla partecipazione delle sinistre all’agone pubblico e alle deviazioni politiche e strategiche della Democrazia cristiana maggioritaria nel Paese dall’ortodossia occidentalista.

Tra il 1969 e il 1970 elementi deviati delle forze armate, gruppi di malavitosi vicini a Cosa Nostra e ufficiali appartenenti al cerchio del massone Licio Gelli furono tra le figure avvicinate da Borghese per aprire la strada al tentativo di golpe. Nell’organizzazione avrebbe giocato un ruolo anche Remo Orlandini, ritenuto assieme a Licio Gelli tra i co-organizzatori della strage di Bologna del 1980. Per quanto spesso derubricato come “golpe da operetta” il piano di Borghese si prefiggeva importanti obiettivi strategici: occupazione dei ministeri dell’Interno e della Difesa e della Rai; lancio di un proclama di Borghese agli italiani per mezzo della televisione pubblica; sequestro del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat; cattura o omicidio del capo della polizia Angelo Vicari e massicce campagne di deportazione di sindacalisti, dirigenti e dei parlamentari della sinistra in Sardegna. Reparti militari, gruppi della Guardia Forestale, neofascisti, mafiosi e cospirati di vario ordine e grado furono mobilitati tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Secondo il giudice Guido Salvini, il grosso dell’operazione avvenne a Roma ma “ci furono concentrazioni eversive anche a Milano, Venezia, in tutto il Centro Italia, in Calabria come in Sicilia. In tutto si mobilitarono migliaia di uomini tra militari e civili”.

Un’imponente mobilitazione dietro la cui organizzazione si celano molte delle più problematiche dinamiche dell’Italia dell’era della Guerra Fredda. Un Paese in bilico, ancorato al blocco occidentale ma col Partito comunista più forte d’Europa. Alleata a Usa e Regno Unito, ma con un’agenda autonoma nel Mediterraneo. Da Enrico Mattei a Aldo Moro, il partito di governo, la Dc, aveva più volte espresso battitori liberi in politica estera. L’anno prima la strage di Piazza Fontana, da autorevoli studiosi come il professor Aldo Giannuli messa in diretto collegamento con la volontà degli apparati Nato di smorzare la tensione tra l’Italia e la Grecia dei colonnelli, aveva inaugurato la “strategia della tensione”. E dietro la preparazione di Borghese all’azione nella notte dell’Immacolata si staglia l’ombra inquietante della “pista atlantica”, ovvero di numerosi falchi legati ad ambienti statunitensi e della Nato timorosi della possibile ascesa al governo dell’Italia del Pci. Nella sua opera dedicata al golpe, il “mediatore” di Borghese, Adriano Monti, cita l’ex ufficiale tedesco Otto Skorzeny, vecchio amico di Borghese molto vicino alla Cia, come uno dei maggiori sostenitori della via golpista, mentre secondo documenti dell’ambasciata statunitense a Roma nel 1970 lo stesso Monti avrebbe avvicinato nell’Urbe il finanziere americano Hugh Hammond Fenwick. Salvini cita in un’intervista al Giorno il ruolo ambiguo del servizio militare, il Sid: “Il Sid aveva naturalmente giocato un ruolo ambiguo: appoggiando apparentemente il complotto, ma registrando le voci di chi vi era coinvolto, in modo da potersene eventualmente servire in futuro come strumento di pressione”.

Il golpe, in fin dei conti, rimase tale solo sulla carta. O meglio: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il piano iniziò a esser messo in atto, con il raduno di centinaia di congiurati nei luoghi convenuti. Dal quartiere generale del Fronte, in via XXI aprile a Roma, Borghese dirigeva le operazioni, mentre i generali a riposo dell’Aeronautica militare Giuseppe Casero e Giuseppe Lo Vecchio presero posizione al ministero della Difesa e un gruppo armato di 187 uomini della Guardia Forestale, guidato dal maggiore Luciano Berti si diressero vicino alle sedi televisive della Rai. Pare, anche se l’interessato ha sempre smentito, che Stefano Delle Chiaie assieme a uomini di Avanguardia Nazionale fosse addirittura riuscito a saccheggiare un’armeria del Ministero dell’Interno. Ma nel cuore dell’azione, passata la mezzanotte dell’8 dicembre, un ordine superiore fermò tutto.

Non si è mai capito se fu Borghese a interrompere l’azione o se il “Principe Nero” fosse la faccia dietro cui si nascondeva un gruppo di cospirati di rango superiore. Secondo Salvini “era venuto meno l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri e degli Usa, che in Italia credevano destinato al fallimento un golpe di quel tipo”. Altre opinioni ritengono che il Sid abbia infiltrato il piano per poi, al momento dell’esecuzione, farlo naufragare su ordine del suo direttore Vito Miceli.

La trasmissione La storia siamo noi di produzione Rai, nel 2010, parlò di uno stop esplicito da parte di esponenti americani venuti a conoscenza della trama. I servizi americani, secondo l’inchiesta del programma di Giovanni Minoli, avrebbero sostenuto il golpe solo se a capo del governo post-insurrezionale fosse stato nominato Giulio Andreotti. Amos Spiazzi, comandante della colonna milanese e colonnello dell’esercito, dichiarò in seguito che il golpe avrebbe dovuto essere semplicemente un avvertimento, un segnale per spingere la Dc a mettere in atto da sé politiche liberticide e iniziare una repressione anti-comunista. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, fu Licio Gelli a impartire il contrordine ai cospiratori per farli rientrare nei ranghi. Gelli è noto esser stato tra le prime tessere del Fronte Nazionale e secondo fonti processuali avrebbe avuto l’ordine di guidare la colonna diretta contro il Quirinale. Queste teorie e queste trame si confondono e si annullano l’una con l’altra, aggiungendo confusione alla vicenda.

Gli italiani si svegliarono il giorno dell’Immacolata ignari di quanto fosse stato architettato nel Paese. Il tentativo di golpe venne reso noto dal governo italiano tre mesi dopo, il 17 marzo 1971, a mezzo di informativa alla Camera del ministro dell’Interno Franco Restivo. Lo stesso giorno il quotidiano Paese Sera aveva lanciato uno scoop giornalistico parlando della scoperta di un “complotto neofascista”. Mentre in quello stesso periodo iniziarono a essere mandati dalla procura di Roma i primi ordini di arresto Borghese, destinatario di un ordine di cattura, riparò in esilio nella Spagna franchista, ove sarebbe morto nel 1974. Da allora è scattata la classica storia fatta di depistaggi, processi-fiume, complotti e mitomani dalle cui dichiarazioni spesso uscivano mezze verità, teorie fantasiose e fatti storici difficili da ricostruire.

A mezzo secolo di distanza resta la storia-non storia del golpe Borghese. Atto conclusivo della parabola dell’organizzatore del vittorioso attacco di Alessandria, il comandante della Decima Mas divenuto cacciatore di partigiani al soldo della Repubblica Sociale Italiana, fantoccio del Reich germanico, che ripudiato come traditore dalla patria e riciclato come capo della destra extra-parlamentare si provò a re-inventare leader insurrezionale, non capendo forse di esser oggetto di macchinazioni ordite a piani più alti. Il silenzio della notte dell’Immacolata 1970, in cui milioni di italiani dormirono tranquilli ignari delle macchinazioni che andavano in corso, è paragonabile al lungo silenzio che, molto spesso, accompagna la cronaca degli anni della “notte della Repubblica“, l’era di quella strategia della tensione che tra l’attentato di Piazza Fontana e la strage di Brescia del 1974 segnò un tentativo di profonda destabilizzazione del Paese. Operata da soggetti che paranoicamente vedevano come fumo negli occhi l’ipotesi di un’improbabile svolta italiana nel campo comunista: massoni, mafiosi, elementi deviati dei servizi, “falchi” della Dc, del Partito Liberale, del Partito Repubblicano, ufficiali dei Paesi Nato, reti internazionali come l’Aginter Press facenti capo ai regimi dittatoriali di Portogallo e Grecia. Un connubio complesso le cui trame sono difficili ancora oggi da seguire. E che mostra quanto dura sia stata l’era della Guerra Fredda per un Paese ritrovatosi territorio di confine e campo di battaglia.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/golpe-borghese-50-anni-misteri-e-omissioni-1908193.html

Sole e acciaio: il valore eterno del testamento di Yukio Mishima

Roma, 25 nov – Era il 25 novembre 1970 quando lo scrittore giapponese Yukio Mishima occupava il palazzo del ministero della difesa di Tokyo e dal balcone arringava con un proclama i militari riunitisi lì fuori. Protestava contro la la smilitarizzazione del paese per mano americana e la distruzione dello spirito dei samurai dell’eterno Giappone che stava seguendo invece l’infatuazione per la prosperità economica a discapito dei valori incarnati nella figura dell’Imperatore, figlio della dea del sole. Rientrato nel palazzo, compì il suicidio rituale del seppuku squarciandosi il ventre con la sua katana e venendo decapitato da uno dei quattro uomini che lo avevano accompagnato, membri del gruppo paramilitare creato due anni prima come comunità eroica nella solidarietà estrema della morte.

Il suo fu un gesto studiato negli ultimi dieci anni di vita che va inteso come rigetto della mera vita biologica nell’abnegazione guerriera e che va contestualizzato. Per questo è importante leggere il suo testamento spirituale Sole e acciaio, scritto nel 1968 come “forma intermedia tra la confessione e la critica”, dove viene messa a nudo quell’anima purissima che incontrò la spada nell’alchimia di arte, letteratura, culturismo e Tradizione quale principio imperituro al divenire.

Mishima nella notte del pensiero tra Oriente e Occidente

La notte della riflessione è il momento per comprendere di dover scolpire il suo corpo sulla bellezza ideale del pensiero. Un forte estetismo il suo, che manifesterà dopo aver “rincontrato” il sole.

Il sole quale principio superiore

Il sole per Mishima era sempre stato legato alla disfatta giapponese del 1945, avendo “brillato sul sangue che sgorgava incessantemente dalle carni” dei giovani soldati morti. È nel 1952, in occasione del suo primo viaggio all’estero, che riuscì a cogliere “il principio che avrebbe voluto seguire sopra ogni altro”, quel sole che abbronzandogli la pelle gli impresse il marchio di appartenere a un’altra razza e che lo stimolava a “trascinare il pensiero fuori dalla notte delle sensazioni viscerali, fino al rigonfiamento dei muscoli fasciati da una pelle luminosa”. Quello che farà con l’acciaio del bilanciere e dei pesi. Le pagine di questo piccolo libro sono pregne di bellezza nella loro capacità di fornire all’indole intellettuale lo stimolo per diventare ardita, facendola godere della crescita dei muscoli nel gusto per il dolore dello sforzo atletico.

L’unione della letteratura e dell’arte marziale

Nell’epoca in cui erano crollati tutti i valori Mishima sentiva necessario “far rivivere antiche virtù come «l’unione della letteratura e dell’arte marziale»”. Fece coesistere in se stesso questi due poli opposti, nel conflitto perpetuo tra equilibrio e contraddizione. Se le arti marziali del kendo e del pugilato si risolvevano nel desiderio della morte la letteratura gli permetteva di controllarla usandola “segretamente come forza motrice da utilizzare in false costruzioni” miscelandovi opportunamente la vita: “L’arte «marziale» è morire insieme ai fiori, la «letteratura» è coltivare fiori imperituri. E i fiori che non appassiscono mai sono fiori artificiali”.

L’onore della morte eroica di Mishima

Mishima volle superare queste due logiche della letteratura e dell’azione, viste entrambe come “un effimero tentativo per opporsi alla morte e all’oblio”. Fu così che ragionò sul concetto di onore, considerando la morte come “qualcosa che viene guardato” con la sua estetica e tragicità, dunque richiedendo un fisico adatto. È solo l’azione suprema che consente all’uomo “l’oggettivazione di se stesso, cosa che la modernità gli impedisce nella sua visione massificante della società. Di qui la bellezza “spirituale ma anche altamente erotica” della «squadra speciale d’attacco» dei kamikaze giapponesi, il vento divino, in quella ricerca della morte vista come la più alta ricompensa che gli dei possano concedere. È la concezione del mondo che si può ritrovare similmente anche tra gli antichi greci.

Il serpente che vince ogni polarità

Fu nel giorno in cui Mishima prese quota con l’aereo F-104 che si diresse con il corpo verso il “territorio dello spirito”. Questa esperienza lo portò alla visione della verità: un enorme serpente che circonda la terra e vince ogni polarità continuando a inghiottirsi la coda. È un’esperienza affine a quella di Icaro, cui è dedicato il componimento finale, che scelse di volare assetato di conoscenza con ali di cera che si fusero in prossimità del sole.

Come si può intendere, bisogna saper cogliere il bello che trasuda dalla vita Mishima sapendogli riconoscere anche il narcisismo eroico e il gusto per l’azione clamorosa. A ciò si aggiunge una non ben chiarita omosessualità di stampo cameratesco, sullo stile di quella che taluni trovano in Achille e Patroclo, alla luce del suo matrimonio. Non sono questi gli aspetti che devono stimolarci quanto invece l’ordine interiore e i valori del Giappone tradizionale che Mishima seppe incarnare con un’anima delicata come il fiore del ciliegio. Per elevarsi come Icaro oltre il grigiore conformistico del mondo moderno ed immergersi nell’azzurro del cielo.

Filippo Mercuri

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https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/sole-acciaio-valore-eterno-testamento-yukio-mishima-174794/

I partigiani non vogliono il parco in memoria di Norma Cossetto, violentata e poi uccisa nelle Foibe

 

“Per l’Anpi intitolare un parco alla Medaglia d’Oro Norma Cossetto, violentata e infoibata dai partigiani di Tito perché italiana, è bullismo”. Roberto Menia, responsabile dei dipartimenti italiani all’estero di Fratelli d’Italia, denuncia così su Twitter il post pubblicato dalla pagina dell’Anpi Pescara.

“L’intitolazione dei giardini di piazza Italia a Norma Cossetto – si legge sulla pagina sul post dei Partigiani pescaresi – rappresenta l’ennesimo atto di “bullismo politico” dell’amministrazione comunale di Pescara, che si inserisce nella strada già tracciata da altre discutibili “iniziative culturali” tese a riabilitare un passato di cui c’è poco da gloriarsi”.

da

https://www.iltempo.it/politica/2020/10/08/news/norma-cossetto-foibe-parco-alla-memoria-roberto-menia-partigiani-pescara-24817438/

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