I partigiani non vogliono il parco in memoria di Norma Cossetto, violentata e poi uccisa nelle Foibe

 

“Per l’Anpi intitolare un parco alla Medaglia d’Oro Norma Cossetto, violentata e infoibata dai partigiani di Tito perché italiana, è bullismo”. Roberto Menia, responsabile dei dipartimenti italiani all’estero di Fratelli d’Italia, denuncia così su Twitter il post pubblicato dalla pagina dell’Anpi Pescara.

“L’intitolazione dei giardini di piazza Italia a Norma Cossetto – si legge sulla pagina sul post dei Partigiani pescaresi – rappresenta l’ennesimo atto di “bullismo politico” dell’amministrazione comunale di Pescara, che si inserisce nella strada già tracciata da altre discutibili “iniziative culturali” tese a riabilitare un passato di cui c’è poco da gloriarsi”.

da

https://www.iltempo.it/politica/2020/10/08/news/norma-cossetto-foibe-parco-alla-memoria-roberto-menia-partigiani-pescara-24817438/

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza8305926596_9f6d79f826_b
Comunicato n. 84/20 del 7 ottobre 2020, Regina del SS. Rosario

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Nel 1571, davanti alla minaccia ottomana, gli stati cattolici costituirono la Lega Santa, promossa dall’azione di Papa San Pio V per salvare la Cristianità. Ricordiamo la vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571 con una scheda del Comune di Lanuvio, paese natale di Marcantonio Colonna, uno dei principali protagonisti della battaglia navale.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO è uno degli scontri navali più celebri nella storia, accomunato per rilevanza militare a quelli di Azio e di Trafalgar, e si svolse in Grecia, lungo la costa ionica, in un tratto di mare antistante l’imboccatura del golfo di Patrasso che dista circa 40 miglia nautiche (74 km) dalla moderna Naupatto, anticamente detta Lepanto dai veneziani. Per la verità il luogo esatto non si trova nei pressi della città, ma nelle acque dell’arcipelago delle Curzolari (o Echinadi), tant’è che in origine prese il nome di «battaglia delle Curzolari».

Lo scontro prese le mosse all’alba del 7 ottobre 1571 e fu epico per il numero di navi impegnate e per le perdite, in particolare quelle subite dagli sconfitti, ma soprattutto per la portata storica del suo epilogo: l’intera Cristianità esultò di gioia alla notizia di una vittoria che, pur non portando vantaggi in termini di conquiste territoriali, salvò probabilmente intere nazioni europee dalla dominazione musulmana. La flotta dell’Impero Ottomano venne affrontata da quella cristiana della Lega Santa, voluta da Papa Pio V per frenare l’espansionismo islamico dopo la caduta di Nicosia (Cipro) e, nel momento contingente, per correre in aiuto di Famagosta, colonia veneziana sull’isola di Cipro da tempo nella morsa di un pressante assedio turco.

LA LEGA SANTA

I preparativi della flotta cristiana furono lunghi e laboriosi; navi e uomini iniziarono a concentrarsi nei porti di Barcellona, Genova, Napoli, Civitavecchia, Livorno e Messina formando le varie squadre navali che sarebbero poi convenute tutte assieme nel porto siciliano, dove era previsto il raduno finale prima della partenza. In estate affluirono i veneziani al comando di Sebastiano Venier, con 58 galee e 6 galeazze guidate da Francesco Duodo, i genovesi di Giovanni Andrea Doria con 11 galee, una ulteriore squadra navale veneziana di 60 unità proveniente da Creta e, ultime in ordine di tempo, le 30 navi spagnole di Álvaro di Bazán, marchese di Santa Cruz. Le galeazze furono uno degli elementi determinanti della vittoria cristiana: erano vere e proprie fortezze galleggianti che imbarcavano fino a 30 cannoni ciascuna, e in qualche caso anche di più.

la “Bragadina” di Antonio Bragadin

la omonima, di Ambrogio Bragadin

la “Guora” di Jacopo Guoro

la “Duouda” di Francesco Duodo

la “Pesara” di Andrea da Pesaro

la “Pisana” di Piero Pisani

Disponevano in totale di ben 159 bocche da fuoco, con una media di 25 a testa contro i 4 (sempre di media) delle altre imbarcazioni. Il comando supremo fu affidato a don Giovanni d’Austria, mentre Marcantonio Colonna (uomo di fiducia del Papa) e Sebastiano Venier, rispettivamente comandanti della flotta pontificia e veneziana, vennero nominati suoi luogotenenti.

La flotta della Lega Santa era ormai completa e il 16 settembre salpò verso oriente. Dalla bocca del porto di Messina uscirono:

207 galee

6 galeazze

28 vascelli di vario genere

32 imbarcazioni di stazza minore

Avevano a bordo 30.000 soldati e quasi 50.000 tra marinai e rematori.

Una volta guadagnato il mare aperto si disposero in formazione, dividendosi in quattro squadroni: tre di prima linea e uno di copertura, in posizione arretrata.

AVANGUARDIA E RETROGUARDIA

L’avanguardia contava 57 galee al comando di Doria, il centro ne annoverava 64 sotto don Giovanni e la retroguardia 56 alle direttive di Agostino Barbarigo, vice comandante della flotta veneziana; dietro, in posizione distaccata, la riserva di Santa Cruz con 27 navi e 3.000 fanti germanici imbarcati. Ciascuno degli squadroni della prima linea era anticipato di circa un miglio da una coppia di galeazze che, in combattimento, avevano il compito di devastare lo schieramento nemico con la loro potenza di fuoco, in maniera da indebolirlo notevolmente prima che esso giungesse in contatto con le altre navi della flotta cristiana. Inoltre erano state create due piccole formazioni, composte ciascuna dalle 8 migliori galee scelte tra quelle di Barbarigo e Doria, che avevano compiti di esplorazione e navigavano una decina di miglia avanti a tutti. Ai primi di ottobre, dopo aver superato non poche traversie dovute soprattutto a dissidi interni, la flotta cristiana doppiò Capo Bianco e il pomeriggio del 4 ottobre raggiunse il porto di Cefalonia (Grecia) e trovò ad attenderla la tragica notizia della caduta di Famagosta, ma soprattutto dell’orribile morte che i musulmani avevano inflitto al povero Marcantonio Bragadin, comandante veneziano della fortezza.

LA CADUTA DI FAMAGOSTA

Ma cos’era accaduto di così terribile nella fortezza cipriota appena espugnata? Dopo mesi di assedio, nonostante le fortissime perdite inflitte agli assalitori, con oltre 40.000 nemici uccisi (alcune stime parlano addirittura di 80.000), gli eroici difensori veneziani avevano ormai realizzato di non essere più in grado di sostenere l’assedio senza rinforzi, e si erano arresi il 1 agosto chiedendo come contropartita ai turchi l’assicurazione di aver salva la vita e di poter quindi lasciare Cipro. Gli assedianti avevano dato ampie garanzie in tal senso ma poi, una volta preso il controllo della situazione, non mantennero la parola data: Lala Kara Mustafa Pascià, il comandante delle truppe turche che aveva perso il figlio nell’assedio, fece catturare e imprigionare i veneziani, condannandoli ai remi delle sue galee. Il 5 agosto Lala Mustafà invitò i comandanti e i notabili cristiani al suo cospetto e con un pretesto scatenò la sua ferocia ordinando di fare letteralmente a pezzi i prigionieri.

Il 15 agosto Bragadin, dopo lunghe torture, venne letteralmente scuoiato vivo dinnanzi a una folla di musulmani festanti e la sua pelle fu conciata come quella di un animale, imbottita di paglia, rivestita ed esposta quale macabro pupazzo sulla galea di Mustafà; gli furono quindi accostate le teste di Astorre Baglioni, Nestore Martinengo e Gianantonio Querini, decapitati il 5. I truculenti trofei vennero quindi inviati a Costantinopoli per essere mostrati al sultano.

La notizia, come è immaginabile, infiammò gli animi dei combattenti cristiani e cancellò definitivamente le rivalità interne che avevano dominato la prima parte della navigazione, spesso sfociando in veri e propri scontri armati con morti e feriti. La sete di vendetta accomunò veneziani e spagnoli, ma il cattivo tempo impediva la ripresa della navigazione e costrinse le navi all’ancora fino al giorno 6. In campo turco vi erano dubbi sul da farsi, se muovere o meno battaglia, e questo nasceva da numerose considerazioni che riguardavano sia la valutazione della reale consistenza della flotta cristiana e del suo stato di efficienza, sia le problematiche della propria, penalizzata anche dalla lunga permanenza in mare. Molti marinai e combattenti esperti erano in licenza nelle loro città di origine e a bordo restavano solo pochi veterani affiancati da numerose giovani reclute inesperte; i soldati cristiani usavano corazze e archibugi, mentre gli ottomani erano privi di protezione personale e tiravano d’arco; a bordo delle loro galee remavano molti schiavi cristiani e il rischio di un ammutinamento durante la battaglia era alto. Nonostante tutte queste considerazioni, nel consiglio di guerra del 6 ottobre il grandammiraglio Müezzinzâde Alì decise per lo scontro e tutti, per paura o convenienza, si adeguarono dando ordine alle navi di uscire in mare.

LA BATTAGLIA

 Il 7 ottobre del 1571, in anticipo sull’aurora, don Giovanni ordinò alla flotta di schierarsi deciso a dar battaglia.

SCHIERAMENTO ISLAMICO

 Gli ottomani potevano contare su 302 unità, di cui:

220 galee

39 galeotte

43 lanterne

Esse imbarcavano in totale circa 640 bocche da fuoco di vario tipo; lo schieramento aveva forma di mezzaluna e sembra che fosse il loro preferito.

Maometto Scirocco (Mehmet Shoraq, al secolo ?ulu? Mehmed Pascià) comandava l’ala destra composta da 54 galee, 2 galeotte e 7 lanterne

Müezzinzâde Alì era al centro con 91 galee e 5 galeazze e 22 lanterne

Uccialì (Ulu? Alì Pascià, detto Occhialì, in realtà Luca (o forse Giovani) Galeni, un rinnegato calabrese convertito all’Islam) era responsabile dell’ala sinistra con 67 galee, 27 galeotte e 9 lanterne.

Dietro di loro la riserva di 8 galee, 5 galeotte e 5 lanterne guidata da Murad Dragut; figlio dell’omonimo viceré di Algeri e signore di Tripoli, uno tra i più famigerati pirati.

Müezzinzâde Alì era a bordo della sua ammiraglia, la “Sultana”, che sfoggiava un vessillo verde su cui era stato ricamato a caratteri d’oro per ben 28.900 volte il nome di Allah.

SCHIERAMENTO CRISTIANO

Gli si opponeva la flotta cristiana formata da 204 galee, 6 galeazze e 30 lanterne, con oltre un migliaio di bocche da fuoco imbarcate, schierata in un allineamento compatto diviso in tre settori, ciascuno dei quali preceduto un miglio avanti da una coppia di galeazze, e spalleggiato dalla riserva in posizione centrale.

L’ala sinistra al comando di Barbarigo aveva 3 lanterne e 57 galee, di cui 53 in prima linea e 4 in seconda come riserva.

L’ala destra rispondeva agli ordini di Colonna ed era composta da 53 galee e 7 lanterne.

Il centro, sotto la guida di don Giovanni, contava 64 galee e 18 lanterne tra le quali la sua ammiraglia e le altre «capitane», oltre a varie «padrone».

Delle galeazze il nemico si era ben accorto, ma non riusciva a comprendere il senso della loro presenza sul campo; ai turchi le spie avevano riferito di quelle grosse navi, ma sostenendo che esse imbarcassero solo pochi pezzi d’artiglieria ciascuna, per cui furono ignorate.

Nella retroguardia cristiana era infine schierata la riserva di Santa Cruz, che poteva rendere disponibili 30 galee, 2 lanterne e unità minori che imbarcavano archibugieri e piccoli pezzi d’artiglieria. I rapporti di forza erano favorevoli agli ottomani per numero di navi, ma volgevano a loro svantaggio per quantità di bocche da fuoco, che i cristiani avevano in numero quasi doppio; per quanto riguarda gli equipaggi e i combattenti imbarcati, si pensa che la loro consistenza fosse quasi alla pari.

Alle undici del mattino le flotte potevano ormai dirsi posizionate, anche se quella della Lega era ancora ostacolata dal vento contrario; non appena Müezzinzâde Alì ebbe conferma che il suo schieramento era in posizione, diede ordine di avanzare a favore di vento, sfruttando al minimo i rematori e usandoli solo per tenere la corretta direzione, accompagnando la lenta avanzata con un terribile fragore di tamburi e corni per demoralizzare l’avversario; ma in breve volgere il vento cambiò direzione e questo li costrinse ad ammainare le vele e dar mano ai remi. I cristiani lessero invece l’evento come un segno tangibile della benevola presenza di Dio e il loro morale riprese vigore. A mezzogiorno la flotta musulmana avanzava a velocità costante ed era a un miglio e mezzo dagli avversari, che restavano apparentemente inerti ma animati da un fremito di impazienza per l’imminente scontro, soprattutto gli artiglieri a bordo delle 6 galeazze.

GALEAZZE, L’ARMA SEGRETA DEI VENEZIANI

Non appena il nemico fu a tiro, il comandante Francesco Duodo diede ordine di sparare e una valanga di fuoco si abbatté sulle galee turche, con effetto devastate e del tutto inatteso. Alla prima bordata almeno 4 furono distrutte e molte altre danneggiate, provocando un gran numero di vittime. La confusione nel fronte turco fu subito enorme: alcune navi invertivano la remata per fuggire all’indietro, altre sbandavano ormai prive di guida e diventavano ostacolo per le vicine causando collisioni, altre ancora tentavano una scomposta reazione sparando alla cieca. La formazione lanciata con foga all’attacco si era ormai sgretolata. Le galeazze, nel frattempo, avevano effettuato una rotazione e avevano scaricato una seconda bordata dal lato sinistro, e poi ancora, ruotando ogni volta di un quarto di giro, usando le batterie di prua e di destra, man mano che la nave ruotava su se stessa e un gruppo di cannoni sparava, gli artiglieri ricaricavano gli altri. La potenza di fuoco generata dalle sei unità, la cui presenza era stata praticamente ignorata dai turchi, si rivelò micidiale e ne decimò la flotta ancor prima dello scontro vero e proprio.

Per arrivare a contatto con la prima linea cristiana le navi musulmane dovettero superare le galeazze e quelle che passarono loro più vicine vennero polverizzate dalle raffiche di cannone, spesso caricato anche a “mitraglia” oltre che a palla singola; oltrepassato questo muro di fuoco li attendeva il tiro dei cannoni “di corsia” (di prua) delle galee. Il vento peggiorava la situazione dei turchi, perchè era divenuto contrario e li investiva del fitto e soffocante fumo delle bocche da fuoco avversarie, impedendo agli arcieri di prendere la mira. A quel punto un terzo delle unità attaccanti era ormai distrutto o irrimediabilmente danneggiato. La flotta della Lega iniziò quindi a muovere lentamente in avanti.

Nel frattempo Maometto Scirocco aveva manovrato verso terra, sotto al promontorio di Malcatone, per tentare l’aggiramento della squadra di Barbarigo che vi era in posizione; questi se ne accorse per tempo e ne nacque uno scontro feroce che, tra alterne vicende, si risolse a favore dei cristiani, anche se il comandante veneziano fu ferito a morte. In un altro settore, un gruppo di galee alla cui testa si trovava la toscana “Elbigina” sfondò la prima linea turca, che dove si era aperto un varco, intercettando una trentina di unità nemica in fuga e sbaragliandole, con la cattura di alcune di esse tra cui la «capitana» di Rodi.

Sul lato sinistro (il destro per i turchi), quello verso costa, la situazione volgeva ormai a netto favore della flotta cristiana e le loro galee avevano spinto quel che restava dell’ala destra ottomana verso riva, tant’è che alcune delle loro navi finirono addirittura in secca. L’ammiraglia di Scirocco venne centrata da una palla di cannone e lui, gravemente ferito, fu ripescato in acqua dai veneziani, che non ebbero alcuna pietà per tutti gli altri naufraghi. Al centro la situazione era divenuta altrettanto grave per gli ottomani che, subito dopo mezzogiorno, presi da una sorta di frenesia irrazionale, avevano tentato di colpire il cuore dello schieramento cristiano, ma erano stati spazzati dalle bordate delle galeazze li avevano travolti a più riprese con le micidiali scariche a mitraglia; per giunta, non avendo rimosso i rostri non potevano abbassare i cannoni di prua abbastanza da sparare frontalmente. Nonostante tutto la “Sultana”, ammiraglia di Müezzinzâde Alì, scortata da varie unità minori puntò dritta sulla “Real”, la nave di don Giovanni, speronandola a prua. Si accese una mischia furibonda che coinvolse varie navi delle due parti accorse; abbordaggi e speronamenti si susseguirono a lungo, ma infine il soccorso della riserva di Santa Cruz fu provvidenziale.

LA VITTORIA CRISTIANA

 I rinforzi ottomani erano invece ormai esauriti e piano piano le navi cristiane iniziavano ad avere il sopravvento nei vari scontri; molte di esse, liberatesi dei nemici con i quali erano ingaggiati, confluirono contro la “Sultana”, che era rimasta isolata. Venne arrembata per l’ultima volta e in breve la testa di Müezzinzâde Alì fu infilzata su una lancia e alzata perché tutti la potessero vedere; il vessillo ottomano venne strappato e al suo posto fu alzato quello cristiano, e tutta la flotta della Lega lo vide ed esultò. Restava ancora Uccialì, che con le sue navi avanzava verso l’ala destra avversaria. Per sfuggire al fuoco delle galeazze virò a sud e venne inseguito dalla squadra di Doria che, per farlo, lasciò indietro alcune galee veneziane più lente; esse divennero facile bersaglio per l’algerino che le catturò prima che Doria potesse intervenire e ne prese otto al rimorchio come preda. Poi commise l’errore di lanciarsi all’attacco del centro cristiano, ma era ormai troppo tardi per ribaltare le sorti dello scontro e con quella mossa finì per trovarsi in trappola, chiuso tra la vittoriosa squadra della Lega e quella di Doria che lo inseguiva. Scaltramente, da rinnegato qual’era, decise di fuggire

DA

Lepanto, 7 ottobre 1571: l’Europa di San Pio V sconfigge l’Islam

Rastrellamenti, lager, cavie umane: le vittime italiane di Churchill

Segnalazione del Centro Studi Federici
A partire dall’unità d’Italia, migliaia di famiglie della Penisola dovettero cercare un lavoro (non un soggiorno a carico del paese ospitante) all’estero con la speranza di vivere decorosamente. Molti di coloro che si trovavano nel Regno Unito all’inizio della seconda guerra, furono vittime dei rastrellamenti ordinati da Churchill, destinati ai lager nelle isole britanniche o usati come cavie nei lager in Australia; 450 di questi prigionieri morirono nell’affondamento della nave “Arandora Star”.
A differenza di altri casi simili (rastrellamenti, lager, cavie umane) queste vittime delle atrocità belliche non hanno ottenuto una memoria storica per essere adeguatamente commemorati. Il 60° anniversario dell’affondamento della nave ha permesso di ricordare questa pagina criminale della storia britannica.
 
“Tutti i maschi tra i 17 e i 70 anni, per ordine di Churchill, devono finire dietro al filo spinato dei campi di concentramento. Li rastrellano nelle case, nei negozi, nei ristoranti dive lavorano. Ne prendono a migliaia, a Londra, in Galles, in Scozia, che già allora erano le comunità più numerose. Li conoscevano, sanno dove stanno, sono cresciuti con gli inglesi. Spesso ad arrestarli sono poliziotti amici, che a volte piangono, portandoli via. Sono andati nelle stesse scuole, frequentato le stesse chiese” (La Stampa del 2 luglio 2020)
Gli ottocento italiani deportati da Churchill 
Il premier inglese caricò su una nave centinaia di nostri connazionali innocenti sospettati di essere spie del Duce. I tedeschi silurarono il vascello diretto in Canada e morirono in 450. Gli altri usati come cavie
Fu la prima grande strage di italiani dall’inizio del conflitto e uno dei maggiori eccidi di civili del nostro Paese in tutta la guerra. Eppure è rimasta a lungo relegata nel silenzio, inabissata nei fondali dell’oblio, oltreché in quelli del mare, dove si compié il massacro. Chi oggi sentisse parlare di “tragedia dell’Arandora Star” farebbe una faccia perplessa chiedendosi di cosa si tratti. A rimediare a questa rimozione giunge il docufilm di Pietro Suber «Lili Marlene – La guerra degli italiana». Il giornalista e regista, a 80 anni dall’ingresso dell’Italia nella guerra, racconta il periodo bellico attraverso un quadruplice approccio: raccoglie le voci e i volti di cittadini comuni, testimoni diretti o parenti di quanti hanno sperimentato sulla propria pelle le brutalità del conflitto; fa emergere i ricordi di personaggi della politica e dello spettacolo, da Napolitano a Gianni Letta, da Baudo ad Avati, da Arbore alle gemelle Kessler, che narrano aneddoti in cui sono stati coinvolti in quegli anni. Ancora, documenta, con onestà intellettuale, le ragioni di tutti, vincitori e vinti, illustrando errori e responsabilità individuali sull’uno come sull’altro fronte. Da ultimo, recupera, con un preziosissimo lavoro di scavo, vicende poco note al grande pubblico, volutamente rimosse o colpevolmente trascurate. Tra queste spicca la storia dell’Arandora Star. Il nostro Paese è da poco entrato nel conflitto, quando Churchill inizia a dare la caccia agli italiani trasferitisi in Gran Bretagna, al suon di «Acciuffateli tutti». Per il primo ministro britannico i nostri compatrioti che vivono Oltremanica sono tutti potenziali spie, fascisti occulti. In realtà, a parte le dovute eccezioni, moltissimi di loro sono ebrei e antifascisti. Ma Churchill preferisce fare di tutta l’erba un fascio: gli italiani, in quanto tali, rappresentano minacce per il regno di Sua Maestà. E, come tali, vanno arrestati e internati.
PRIGIONIERI
Già nei primi giorni dopo il 10 giugno 4.000 nostri connazionali vengono privati della libertà. Il 1° luglio è la svolta: oltre 1.500 persone, di cui 815 italiani, vengono caricate a bordo della Arandora Star, un’ex nave da crociera trasformata in vascello per il trasporto prigionieri. L’imbarcazione si muove da Liverpool in direzione decampo di internamento per gli “stranieri nemici”. Il giorno seguente tuttavia, quando è allargo delle coste irlandesi, la nave viene intercettata da un sottomarino tedesco che sferra un siluro in sua direzione. È la tragedia: vengono centrati a pieno i motori e la Arandora cola a picco. Riesce a salvarsi solo la metà delle persone, dato che la nave dispone di appena 14 lance di salvataggio. Moriranno in quasi 800, di cui 446 italiani. I sopravvissuti verranno trasferiti in Scozia e poi di lì, in buona parte, in Australia, dove saranno internati e usati come cavie per testare farmaci contro la malaria.
L’INGIUSTO OBLIO
Quell’orrore a lungo è rimasto sepolto come strage indicibile: non conveniva renderla pubblica alla Gran Bretagna, che avrebbe gettato un’ombra sulla propria fama di Paese della libertà e del rispetto dei diritti civili; né conveniva raccontarla all’Italia fascista, che a meno di un mese dall’entrata nel conflitto avrebbe incrinato il mito di un regime invincibile. Anche nel Dopoguerra la tragedia è stata sottaciuta, evidentemente perché i Vincitori la ritennero storia scomoda, e come tale da rimuovere. Fortuna che, a ridarle vita, nel lavoro di Suber, ci sono le parole dei parenti delle persone coinvolte: ad esempio quelle di Graziella Feraboli, figlia di Ettore, deportato a bordo dell’Arandora dove avrebbe trovato la morte. Colpiscono le frasi secche, di sferzante verità, che lei pronunciò allora, bambina, e ripete oggi che è un’anziana signora. Appena saputo che il papà figura tra i “dispersi presunti annegati”, grida il suo dolore davanti ai funzionari del War Office britannico: «Mi state dicendo che l’avete ammazzato?». E anche adesso riconosce: «Penso che il governo inglese si sia comportato in modo indegno». Così come colpiscono le parole di Giuseppe Conti, nipote di Guido, anche lui vittima, e originario di Bardi, un paesino in provincia di Parma da cui provenivano ben 48 delle persone uccise nella strage dell’Arandora. È proprio lì che ogni anno il 2 luglio si commemorano i martiri dell’eccidio. (…)

La difesa di Roma del 20 settembre: i caduti pontifici

Segnalazione del Centro Studi Federici

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo l’elenco dei soldati pontifici morti nella difesa di Roma del 20 settembre 1870, tratto dal libro di Francesco Maurizio di Giovane, Gli Zuavi Pontifici e i loro nemici, Solfanelli Editore, 2020.
http://www.edizionisolfanelli.it/glizuavipontifici.htm

Con questo comunicato intendiamo ricordare tutti i valorosi soldati della causa papale accorsi da ogni angolo della Cristianità per difendere la sacra persona di Pio IX e la Chiesa Romana dall’assalto empio della setta massonica. Viva il Papa Re!

DECEDUTI

BOS Cornelio, nato in Olanda il 4 agosto 1848. Z. P. matr. 5291, 14 agosto 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

BUREL Andrea, nato a Maussanne (Bouches-du Rhone) il 4 gennaio 1841. Z. P. 18 gennaio 1861; liberato dal servizio 18 gennaio 1862; Reingaggiato, matr. 3390, 1 gennaio 1867: liberato dal servizio 21 luglio 1867; reingaggiato, matr. 4283, 9 ottobre 1867, libera-to dal servizio 12 ottobre 1868; reingaggiato, matr. 10810, 21 luglio 1870. Morto il 28 settembre 1870 in seguito alle ferite ricevute durante la difesa di Roma del 20 settembre 1870.

DEBAST Gérard, nato a Wamel (Olanda), il 25 novembre 1838, Z. P. 17 novembre 1867, matr. 5160. Liberato dal servizio 18 novembre 1869; Reingaggiato matr. 10293 il 16 ugno 1870. Morto nell’assedio del 20 settembre per lo scoppio di un obice.

de L’ESTOUBILLON Luigi, nato a Croisic (Loira Inferiore, Francia). Z. P., matr. 9870, il 10 febbraio 1870. Muore durante l’assedio di Roma, colpito dal nemico da un proiettile in fronte a villa Bonaparte il 20 settembre 1870.

DUCHER Emilio, nato a Felletin (Francia), il 7 dicembre 1845. Z. P., matr. 8065, il 10 ottobre 1868. Fu ferito gravemente all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, per arma da fuoco al ginocchio sinistro con frattura della rotula e penetrazione nella sierosa articolare. Muore in seguito alla gravità delle ferite all’ospedale militare di Roma il 1° ottobre 1870.

HOUBEN Alfonso, nato a Thorn (Olanda) 1 novembre 1845. Z. P. matr. 8998 il 19 agosto 1869; Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.

JORG Giovanni, nato a Thorn (Olanda) il 16 agosto 1851. Z. P. matr. 8999, Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, alla gamba destra e alla tibia, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nel settembre del 1870.

LASSERRE Gustavo, nato a Saint-Sardos (Tarn-et-Garonne) il 15 ottobre 1845. Z. P., matr. 8083, il 17 ottobre 1868; caporale il 16 dicembre 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma, a porta Pia fu colpito al ginocchio destra che fu perforato da una pallottola. Morì all’ospedale militare di Roma il 5 ottobre 1870.

SOENENS Arrigo, nato a Moorslède (Belgio) il 2 ottobre 1836; Franco Belga matricola 654, 28 dicembre 1860; Z. P. 1 gennaio 1861; Liberato dal servizio 5 luglio 1863; Reingaggiato, matr. 1431, 10 febbraio 1864; liberato dal servizio 31 marzo 1867; reingaggiato, matr. giugno 1S67; liberato dal servizio, 23 dicembre 1869; reingaggiato matr. 10678, IS za-osto 1S70. Ferito gravemente nella difesa di porta Salaria, il XX settembre 1870, muore all’ospedale di Roma il 2 ottobre 1870 in seguito alle ferite riportate.

WOLFF Enrico, nato a Nymégue (Olanda), il 3 maggio 1840. Z. P., matr. 9510 1′ di-cembre 1869. All’assedio di Roma fu ferito mortalmente. Morì all’ospedale militare di Roma per le sue ferite nell’ottobre del 1870.

http://www.centrostudifederici.org/la-difesa-roma-del-20-settembre-caduti-pontifici/

Foiba di Jazovka, orrore in Croazia: tra i corpi riesumati donne, bambini e suore

 

La macabra notizia è stata divulgata dai media croati circa una settimana fa. Si sono concluse lunedì scorso le operazioni di recupero delle vittime dei partigiani di Tito dalla Foiba di Jazovka, nei pressi del villaggio di Sošice, nel Comune di Žumberak, in Croazia, non poco lontano dal confine sloveno. Complessivamente, dalla squadra di speleologi sono stati riportati in superficie i resti di ben 814 corpi, riferiti a ustascia, domobranci, civili, medici, infermieri e suore di diversi ospedali di Zagabria, gettati nella cavità alla fine e dopo la seconda guerra mondiale dai partigiani comunisti.

“Tali iniziative  di recupero ci sono utili per smontare il mito di un comunismo  sociale e rispettoso della libertà al popolo” spiega il direttore Archivio museo storico di Fiume Marino Micich. “Erano sistemi totalitari, dove pochi avevano il predominio di tutto e su tutti. Le foibe sono l ‘ esempio più eclatante in casa nostra come anche il triangolo rosso.. bisogna insistere a far conoscere queste verità per il rispetto della storia e per la libertà. Per lunghi anni a sinistra si è cercato e si continua per molto versi a minimizzare tali efferatezze”.

Secondo quanto dichiarato da alcuni membri del team incaricato del recupero delle salme, diversi sarebbero anche i resti di donne e bambini.

Fonte: https://www.iltempo.it/attualita/2020/07/27/news/foibe-croazia-jazovka-cadaveri-infoibati-suore-23995077/ Continua a leggere

La falsa narrazione sulla lotta alla mafia che ha distrutto questo Paese

 

Fu il Pci a votare contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxiprocesso. E’ tempo di ristabilire la verità

Ventotto anni fa tra maggio e luglio iniziò la campagna stragista dei corleonesi prima con l’assassinio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo con la loro scorta e poi con quello di Paolo Borsellino e la sua scorta. Un tempo più lungo della durata del fascismo e quindi sufficiente a ricordare le tappe salienti di quegli anni Ottanta che videro una lotta senza quartiere alla mafia da parte di tutti i governi e in parte anche dell’opposizione. E invece da qualche tempo c’è in giro una falsa narrazione degli accadimenti, addirittura tacendo o omettendo i fatti per come storicamente sono accaduti, da parte di ambienti che notoriamente contrastarono Giovanni Falcone e la sua azione. Ma tralasciamo le opinioni e andiamo ai fatti, pregando e sollecitando i falsi narratori di correggerci se incorriamo in errore. Partiamo dal 1984 quando si avviò di fatto la storia del maxiprocesso intentato da Giovanni Falcone e da quel pool antimafia costituito da Antonino Caponnetto, capo dell’ufficio Istruzione di Palermo con l’arresto di 380 mafiosi. Un grande successo della lotta antimafia tanto che lo stesso Caponnetto sentì il bisogno di dichiarare a tutta la stampa italiana che quella iniziativa “è stata possibile grazie all’ossigeno che ci è venuto dal ministro dell’Interno Scalfaro e da quello della Giustizia Martinazzoli”. In realtà, già due anni prima con il ministro Rognoni all’Interno e Clelio Darida alla Giustizia furono introdotti il reato di associazione mafiosa (il 416 bis), l’alto commissario antimafia e la legge Rognoni-La Torre che innovò le indagini sui clan mafiosi e le loro ricchezze.

L’allarme di Falcone

Ma torniamo al maxiprocesso facendo un salto di alcuni anni, senza però dimenticare che nel 1984 Sergio Mattarella divenne commissario provinciale della Dc di Palermo e un anno dopo Lillo Mannino divenne segretario regionale a testimonianza che la Dc schiero due degli uomini più autorevoli per garantire che la lotta alla mafia diventasse una lotta senza quartiere. Mannino è stato processato, incarcerato e poi assolto 19 volte e il secondo è diventato il presidente della Repubblica amato da tutti gli italiani. Andiamo avanti. Ai primi di settembre del 1989 il maxiprocesso era alle battute finali ma c’era un grande rischio e cioè che per la decorrenza dei termini uscissero dal carcere diventando uccel di bosco quasi tutti i boss mafiosi. Falcone avvertì Giuliano Vassalli, ministro socialista di Grazia e giustizia, che riferì subito a Giulio Andreotti presidente del Consiglio che. Quest’ultimo, sentiti subito Mattarella e Mannino entrambi ministri in carica, convocò in un tardo pomeriggio il Consiglio dei ministri che approvo un decreto legge con il quale si raddoppiava la durata del carcere preventivo per gli imputati di associazione mafiosa. Un decreto che di fatto era un mandato di cattura, come dissero alcuni critici, tanto che la sera stessa i carabinieri arrestarono quanti erano da alcune ore già usciti dal carcere. Ebbene, quel decreto legge che pensavamo andasse veloce all’approvazione in parlamento trovò la forte resistenza di Luciano Violante, e quindi dell’intero Partito comunista dell’epoca, con una dura reprimenda al governo in cui si sosteneva che c’erano norme che consentivano il controllo di scarcerati pericolosi e quindi non si doveva raddoppiare la custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa ma lasciarli liberi benché controllati. La Dc e l’intero pentapartito tenne ferma la posizione e il maxiprocesso continuò, concludendosi anni dopo con condanne durissime a tutto il gotha mafioso. Quell’atteggiamento comunista si sposava con alcuni suoi comportamenti, prima e dopo quella data, nei riguardi di Giovanni Falcone. Nel gennaio del 1988, all’interno del Csm la sinistra giudiziaria e politica – fatta eccezione di Caselli – votò contro la nomina di Falcone a capo di quell’ufficio Istruzione retto sino ad allora da Antonino Caponnetto, costruttore del primo pool antimafia, preferendogli Antonino Mele privo di qualunque esperienza di lotta alla mafia. Paolo Borsellino, commemorando Falcone, definì Giuda alcuni che in quel Csm avevano tradito Falcone. L’avversione a Falcone fu in quegli anni una caratteristica della sinistra politica e giudiziaria che portò lo stesso Falcone prima a doversi presentare alla commissione disciplinare del Csm e poi a dover superare il contrasto comunista sia all’istituzione della Direzione nazionale antimafia e poi alla sua nomina alla guida della nuova istituzione. Agli inizi del 1991, Falcone prese la decisione su sollecitazione di Francesco Cossiga di venire a collaborare con il governo Andreotti diventando direttore generale degli affari penali con l’assenso di Claudio Martelli, ministro della Giustizia. Nei diciotto mesi successivi furono approvate, tra le altre, la legge sui collaboratori di giustizia, sulle norme anti riciclaggio e il contrasto alle infiltrazioni mafiose nei consigli comunali con il loro scioglimento con decreto del ministro dell’Interno. L’ispiratore fu sempre Falcone e l’intero governo agevolava ogni iniziativa.

Chi si oppose al 41 bis

 

Quando Falcone saltò in aria a Capaci, il governo Andreotti, Scotti all’Interno e Martelli alla Giustizia, approvò un decreto legge con il quale estendeva il carcere duro (il famoso 41 bis) anche ai mafiosi, ai camorristi e agli ndranghetisti. E ancora una volta il Pci si oppose facendo prima una pregiudiziale di costituzionalità che se fosse stata accolta avrebbe fatto decadere il decreto e poi, un a volta superato questo scoglio, si astenne sull’approvazione. Nei mesi precedenti, con Falcone ancora in vita, la sinistra politica non perdeva occasione di attaccarlo. Memorabile fu l’attacco di Leoluca Orlando Cascio che accusò in diretta televisiva Falcone di tenere nel cassetto carte compromettenti contro Lima per insinuare che con la sua presenza alla direzione nazionale antimafia si sarebbe venduta l’anima. Ricordo che per Lima non è mai stato richiesto un rinvio a giudizio neanche dalla procura di Palermo. Certo se non ricordassimo il sacrificio di Pio La Torre, di Peppino Impastato e di pochi altri comunisti ammazzati dalla mafia, verrebbe da dire che dal 1988 al 1992 i comportamenti del Pci guidati da Violante potrebbero far pensare alla volontà, essendo all’epoca tra l’altro la crisi del comunismo internazionale alle porte, di costruire una trattativa con alcuni ambienti della criminalità mafiosa. Ma questa è una nostra suggestione interpretativa e come tale va considerata non tenendola neanche in conto, ma i fatti restano questi: il Pci votò contro il decreto che riportava in carcere i mafiosi del maxi processo, tentò di far cadere il carcere duro del 41 bis, ostacolò la nascita della Dna e fu permanentemente contro Giovanni Falcone oggi ipocritamente elogiato in ogni commemorazione.

Ma c’e ancora qualcosa da ricordare. Dopo la morte di Falcone i carabinieri del Ros Mori e De Donno, oggi accusati e condannati in primo grado per la trattativa stato-mafia, tentarono di far pentire Ciancimino, uno dei capi della mafia che si infiltrò nella Dc da cui fu cacciato nel 1983, molto prima che arrivasse la magistratura. Bene, la famosa trattativa che Mori e De Donno avrebbero fatto fu che convinsero Ciancimino a parlare alla commissione antimafia utilizzando le norme della legge sui collaboratori di giustizia. Nell’ottobre del 1992 fu annunciata da Violante questa convocazione alla commissione antimafia. Qualche giorno prima della audizione, Ciancimino fu arrestato guarda caso dalla procura di Palermo e consegnato alla polizia di stato e Violante, sempre guarda caso, cancellò quella audizione che poteva tranquillamente fare come già la commissione aveva fatto nel 1989 con il detenuto Totuccio Contorno che Gianni de Gennaro tentava di convincere a pentirsi. In questi mesi abbiamo visto una narrazione in televisione e su alcuni giornali che non ha mai riportato questi fatti mentre la liturgia commemorativa di Falcone e Borsellino li nasconde offendendo la loro memoria, come nasconde l’atto di accusa di Borsellino e della Boccassini contro quell’area della magistratura che aveva sempre contrastato in vita Falcone. Quell’area della magistratura rappresentava una parte dello stato così come lo rappresentavano anche Ciampi e Conso, che liberarono dal 41 bis 300 mafiosi nel novembre del 1993 e il cui governo era appoggiato dal Pci. Le bombe che nei mesi precedenti avevano colpito Milano Firenze e Roma improvvisamente cessarono mentre iniziavano i grandi flussi di scarcerazione di mafiosi, camorristi e ndranghetisti, compresi alcuni assassini rei confessi di Falcone dopo pochissimi anni di carcere senza che i mafiologi ne abbiano mai parlato (fino al 2005 erano diecimila).

 

La falsa narrazione è andata oltre la Dc, ritenendo quella eliminazione dei 300 mafiosi dal 41 bis fu una trattativa fatta da Berlusconi e Dell’Utri ancora non entrati in politica! Ma solo per completare i fatti ricordiamo che da sempre una parte del Pci ha accusato la Dc di collusione o compiacenza con la mafia perché puntualmente perdevano le elezioni, salvo poi che a distanza di anni gli stessi fatti smentivano le ricostruzioni e le accuse fantasiose. Un solo esempio: il noto Michele Pantaleone, deputato all’assemblea siciliana del Fronte popolare, sin dopo la guerra accusò Bernardo Mattarella, padre di Sergio e uno dei fondatori della Dc siciliana insieme ad Alessi, Alderisio e Scelba, di colludere con ambienti mafiosi, salvo poi a venir fuori la documentazione che lo stesso Pantaleone dopo lo sbarco degli americani fu per diverso tempo il delegato del sindaco di Villalba, tale don Calogero Vizzini, noto autorevole capomafia. Pantaleone, dopo una denuncia di Bernardo Mattarella, ritirò ogni accusa scusandosi. E se è giusto ricordare il sacrificio di Pio La Torre e di Peppino impastato, vanno ricordato i tanti morti della Dc, a cominciare dal vicesegretario regionale Vincenzo Campo durante le elezioni del 1948; nel marzo 1979, Michele Reina segretario provinciale della Dc di Palermo; nel gennaio del 1980 Piersanti Mattarella, il sindaco di Palermo Insalaco, gli attentati ai sindaci democristiani Elda Pucci e l’avvocato Martellucci, e non essendo siciliani, non ricordiamo che i morti eccellenti. In ultimo, non possiamo non ricordare che la Cassazione confermando l’assoluzione di Giulio Andreotti per tutti gli anni Ottanta concluse sugli anni precedenti dicendo così: “La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata sulla base di apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che quindi possono essere contestati nel merito ma non in sede di legittimità”. Chi conosce l’italiano, la sintassi e l’analisi logica capirà.

 

Giudicare i fatti per quel che sono

 

E’ tempo dunque che i grandi opinionisti e gli storici dicano con forza i fatti per quel che sono, perché a nostro giudizio fino a quando gli stessi fatti vengono nascosti o falsati, la lotta alla mafia non è vinta. E la festa della Repubblica di ieri e le tensioni sociali che sono all’orizzonte devono far ricordare che quella libertà riconquistata il 25 aprile del 1945 fu difesa da altri autoritarismi definitivamente il 18 aprile del 1948 con la vittoria della democrazia cristiana. Offenderla come fanno alcuni vinti della storia significa offendere la storia repubblicana e i suoi uomini migliori. Lo testimonia il fatto che dopo 25 anni dalla scomparsa della Dc, l’Italia era nelle condizioni in cui si trovava prima della pandemia. Oggi più che mai il paese avverte che la sua àncora resta Sergio Mattarella, democristiano e leader indiscusso della Dc siciliana la cui famiglia pagò con il sangue l’impegno politico dall’immediato dopoguerra in poi e la lotta permanente contro la mafia. Il resto è solo falsa narrazione che deve indignare innanzitutto la sinistra che oggi è al governo del paese con una parte della Democrazia cristiana.

DA

https://www.ilfoglio.it/cronache/2020/06/07/news/la-falsa-narrazione-sulla-lotta-alla-mafia-che-ha-distrutto-questo-paese-320489/

Meglio la Monarchia o la Repubblica?

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Meglio la Monarchia o la repubblica? Purtroppo, tra gli italiani l’istituzione monarchica non gode di particolari simpatie, riluttanza che serpeggia anche in ambienti conservatori, dovuto al convincimento che Vittorio Emanuele III abbia tradito Mussolini. Ma in quel febbrile fine luglio del 1943 il Re tradì davvero Mussolini o lo salvò dalla congiura assassina da parte dei vertici militari?

Nella giornata del 2 e nella mattinata del 3 giugno 1946 si tenne in Italia il Referendum per scegliere la forma istituzionale dello Stato, cioè tra Repubblica e Monarchia.

Sconfitto il fascismo, ora bisognava cacciare la monarchia (una vendetta dovuta all’opposizione del Re contro la congiura ordita contro Mussolini?), e non sembrava facile farlo, in quanto la maggioranza degli italiani era attaccata alla vecchia istituzione.

Le settimane precedenti alla consultazioni si svolsero tra tensioni e incidenti gravissimi: il ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, trovandosi a corto di uomini per le forze dell’ordine, pensò di inquadrare nella polizia ausiliari provenienti dalle bande partigiane comuniste del nord, i quali trattavano la popolazione, soprattutto quella del Sud, come un nemico. Furono soprannominate dal popolo “le guardie rosse di Romita”. 2 giugno 1946: Nenni disse “o repubblica o il caos”; gli fece eco il ministro comunista delle Finanze Scoccimarro in un comizio, che in caso di vittoria della monarchia a referendum i comunisti avrebbero scatenato la lotta armata; e tutto mentre Pertini chiedeva la fucilazione di re Umberto di Savoia.

Per favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto – dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo – nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. In altre parole mai più. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”.

Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica.

Il 4 giugno i carabinieri, a metà spoglio, comunicano a Pio XII° (chissà perchè solo a lui) che la Monarchia si avviava a vincere.

Nella mattinata del 5 giugno, De Gasperi annuncia al Re Umberto II° che la Monarchia aveva vinto.

Dopo che i rapporti dell’Arma dei Carabinieri, presente in tutti i seggi, segnalarono al Ministro degli Interni Romita la vittoria della Monarchia, iniziarono una serie di oscure manovre ancora non del tutto chiare: nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza.

In quelle due notti si svolse anche una vera e propria guerra tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia.

Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa la notizia della vittoria della Repubblica affermando che avrebbe fatto la proclamazione ufficiale con i dati definitivi il 18 giugno. Ciò però non avvenne per cui la Repubblica, in effetti, non è mai stata proclamata!

A questo punto il Re Umberto II°, per evitare una guerra civile, parte per l’esilio, dopo aver diffuso un proclama in cui contesta la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario dei suoi ministri, che non hanno atteso il responso definitivo della Cassazione. A tal proposito un’interessante testimonianza dei fatti, dei probabili brogli sono raccontanti nell’artico che segue ( https://www.ilgiornale.it/news/cronache/schede-truccate-referendum-46-mio-padre-vide-tutto-1341751.html).

Facciamo un passo indietro.

Re Vittorio Emanuele III apprende dal colonnello Tito Torcila di Romagnano, suo secondo aiutante di campo, uno sconcertante episodio.

L’alto ufficiale riferisce che nelle primissime ore del mattino il generale Angelo Cerica, comandante in capo dell’Arma dei carabinieri, lo aveva invitato a recarsi al comando di viale Liegi per una comunicazione della massima importanza.

Appena giunto al comando – continua Romagnano – era stato pregato da Cerica di rendere noto al re, con la massima urgenza, un sorprendente colloquio avuto la sera prima con il capo di Stato Maggiore Generale, Vittorio Ambrosio.

“Ieri sera – aveva precisato Cerica – sono stato chiamato a Palazzo Vidoni dal generale Ambrosio. Dopo aver accennato alla riunione del Gran Consiglio e alle sue possibili conseguenze. Ambrosio mi ha detto; “Posdomani Mussolini andrà dal re, al Quirinale, per la solita udienza. Quando starà per uscire, tu devi farlo scomparire. Hai capito? Devi farlo scomparire com’è scomparso Matteotti, Mussolini va spedito senza lasciar traccia, in modo che il re non dovrà mai sapere nulla dell’accaduto”.

Resosi subito conto che con il suo incredibile “ordine” il capo di Stato Maggiore Generale lo stava coinvolgendo in un complotto in stile balcanico, il comandante dei carabinieri aveva deciso di informare dell’accaduto il secondo aiutante di campo del sovrano.

E, tramite il colonnello Romagnano, di avvisare il re di quanto di torbido e misterioso stava accadendo nelle alte sfere del Comando supremo.

Ma chi sono – oltre al generale Ambrosio – i capi militari che, all’insaputa e contro la volontà del sovrano, hanno deciso di far “scomparire”, ossia di assassinare, il capo del Governo nonché Comandante Supremo, per delega, delle Forze Armate?

Tra i cospiratori, il più determinato è sicuramente Giuseppe Castellano, primo aiutante di Ambrosio nonché noto come il più giovane generale dell’esercito.

Ancora più del generale Castellano, l’autentico “cervello” dei congiurati di Palazzo Vidoni era il generale Giacomo Carboni, lo stesso che, dopo l’8 settembre, sarà al centro di infinite polemiche per la mancata difesa di Roma dai tedeschi. Di madre anglo-americana, conoscitore attento, della realtà USA, l’alto ufficiale aveva percorso una lunga ed avventurosa carriera nel servizio segreto militare (SIM), del quale era diventato il “numero uno” alla vigilia della guerra. Carboni, in dichiarazioni e scritti, si è vantato più volte – a cose fatte – di essere stato il primo, tra gli esponenti della “fronda” militare, a proporre al generale Ambrosio l’adozione di “misure energiche” nei confronti del Duce. (Giacomo Carboni, Memorie segrete. Firenze, 1959).

Castellano aveva inizialmente suggerito di rapire il capo del Governo a Palazzo Venezia oppure a Villa Torlonia. La proposta era stata però bocciata dal generale Ambrosio poiché, venendo meno l’effetto sorpresa, il tentativo di sequestro si sarebbe inevitabilmente tramutato in uno scontro a fuoco con il reparto scelto di polizia addetto alla sicurezza del Duce. Di fronte alla motivata obiezione del capo di Stato Maggiore Generale, Carboni aveva modificato il progetto Castellano, proponendo di catturare Mussolini al Quirinale, al termine di una delle due udienze settimanali concesse dal sovrano.

Data indicata per l’operazione: la mattina di lunedì, 26 luglio. Badoglio confesserà in seguito, quanto segue: “Mentre il piano giungeva a maturazione e si metteva a fuoco un programma d’azione, un fatto nuovo e impreveduto ne deviò il corso. La mattina del 24 luglio si sparse a Roma la notizia, accolta con diffidenza ed inquietudine, che tutti i componenti del Gran Consiglio avevano imposto la convocazione per la sera. Si parlava apertamente di una congiura di grossi gerarchi contro il duce e non si escludeva che potessero aver luogo atti di violenza’’. (V. Vailati, Badoglio racconta, Torino 1955, pagg. 363-364).

Nell’apprendere dal colonnello Romagnano il piano architettato dai cospiratori del Comando Supremo, Vittorio Emanuele III decide che è arrivato il momento di uscire allo scoperto e di prendere nelle proprie mani la situazione.

Sugli avvenimenti occorsi a Villa Savoia nella giornata di domenica 25 luglio il racconto più attendibile lo dobbiamo al colonnello (poi generale) Tito Torcila di Romagnano, presente a tutte le vicende di quelle ore storiche, come riportato nel libro di Bruno Spampanato.

Come prima mossa, il sovrano comunica a Mussolini, tramite il generale Puntoni, il suo assenso di anticipare di ventiquattro ore l’udienza del lunedì. Quindi convoca a Villa Savoia il generale Cerica.

Secondo la testimonianza del colonnello Romagnano, il sovrano convocò a colloquio il generale Cerica nella tarda mattinata del 25 luglio. (“Il Tempo”, 8 febbraio 1955).

Senza perdersi in molte spiegazioni, il re informa il comandante dei carabinieri che alle 17 riceverà in udienza Mussolini al quale, salvo imprevisti, chiederà di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Dopodiché – continua il sovrano – occorrerà prendere in consegna il deposto capo del Governo e trasportarlo in un luogo assolutamente sicuro. Al riguardo, Vittorio Emanuele è tassativo: l’incolumità dell’uomo che per di più di vent’anni ha guidato la nave dello Stato doveva essere salvaguardata. Contro tutto e tutti!

Il generale Cerica s’irrigidisce sull’attenti e dichiara che avrebbe rigorosamente osservato gli ordini ricevuti.

(Il Maresciallo d’Italia, Enrico Caviglia fu il primo, tra i protagonisti di quei giorni, a menzionare il colloquio Cerica-Ambrosio e la proposta fatta da quest’ultimo di rapire Mussolini e di assassinarlo. Nel sostenere la sua clamorosa affermazione, l’anziano Maresciallo si riferì a una dichiarazione a lui rilasciata dallo stesso pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre. (Enrico Caviglia, Diario 1925-1995, Roma). Anni dopo, fu il senatore Raffaele Paolucci – presidente dell’Unione Monarchica – a ricordare la vicenda in un’intervista a un giornale romano. “Vittorio Emanuele III – dichiaro Paolucci – ignorava in maniera assoluta il piano dei suoi generali di rapire e quindi di assassinare Benito Mussolini. Quando lo apprese se ne indignò fino al furore”. (“Il Secolo d’Italia”, 4 febbraio 1955) Le affermazioni del senatore Paoluccì furono confermate da Umberto II, nel corso di un’intervista al settimanale “Epoca”: “Mio padre – affermò l’ultimo re d’Italia – era a conoscenza di un piano maturato nell’ambito del Comando Supremo, al quale si era nettamente opposto, per sopprimere Mussolini (“Epoca”, 28 febbraio 1955)).

Completato il giro, nel corso del quale il Duce viene accolto con entusiasmo, l’auto presidenziale si dirige verso Villa Torlonia per consentire al capo del Governo di prepararsi in vista dell’udienza reale.

Galbiati che sa dell’imminente incontro di Mussolini con Vittorio Emanuele, non nasconde una certa apprensione: “Scusate, Duce ma il re in quale considerazione vi tiene in questi ultimi tempi? Vi dà sempre fiducia?”. La replica di Mussolini è pronta e sicura: “Non ho mai fatto nulla senza il suo pieno consenso. In oltre vent’anni sono andato da lui una ed anche due volte alla settimana e mi sono consigliato con lui su ogni questione di Stato, persino su cose private. Egli è sempre stato solidale con me”.

Non appena arrivato a Villa Torlonia, Mussolini ripete lo stesso: “Il re è il mio migliore amico, forse il solo che abbia in questo momento. Quattro giorni fa mi ha detto. “Se anche tutti vi attaccassero, io vi difenderei”.

Al momento di stringere la mano al sovrano, il Duce è tranquillo e sicuro di sé.

La manifesta sicurezza con cui Mussolini inizia il colloquio con Vittorio Emanuele, è destinata infatti a venire subito meno non appena il re lo rende edotto dell’incredibile decisione presa da Hitler dopo il fallito vertice di Feltre, e la cui autenticità gli è stata garantita dal genero Filippo d’Assia nella sua veste di messaggero “segreto” del Fuhrer.

Dopo l’incontro con il cognato principe Umberto, l’inviato del Fuhrer venne infatti ricevuto dal re. Nel corso del colloquio, Filippo d’Assia informò il suocero dell’ormai imminente “Operazione Alarico”. (Melton Davis, Who defends Rome?, New York, 1948, nella versione italiana a pag. 101).

Ossia l’ordine impartito ai reparti della Wehrmacht dislocati in Italia di scatenare nelle prime ore del mattino di lunedì 26 luglio – cioè poche ore dopo – una fulminea operazione denominata “Alarico”, con il dichiarato obiettivo di affidare alle autorità militari tedesche il pieno controllo, anche politico, dello scacchiere italiano.

Questa, in succinto, è la situazione che si presenta a Vittorio Emanuele e al suo attonito Primo Ministro nel tardo pomeriggio del 25 luglio. Che fare? Opporsi con la forza all’imminente atto di forza tedesco, provocherebbe la sicura rovina della Nazione. Tuttavia – osserva il sovrano – esiste ancora la possibilità di evitare all’Italia una sorte tanto tragica. Il suo “informatore”, ossia il principe d’Assia, gli ha infatti garantito che il vero, autentico obiettivo cui mira Hitler con l’ “Operazione Alarico” ha ben poco in comune con quello da lui sostenuto con i capi della Wehrmacht.

Il Fuhrer, in realtà, punta ad eliminare Mussolini dalla scena politica e con lui la richiesta, sostenuta da settori sempre più vasti nello stesso Reich, di porre un termine alla suicida guerra all’Est.

Posta in questi termini, la scelta è presso che obbligata. Preso atto, infatti, che Hitler scatenando l’“Operazione Alarico” gli ha strappato l’iniziativa, Mussolini perviene rapidamente alla conclusione cui è già arrivato il sovrano: la resa alla mossa ultimatum del Fuhrer da Rastenburg, cioè le sue dimissioni.

Vittorio Emanuele non manca di avvertire l’ex Duce che contro di lui si sta tramando anche con un complotto dei militari con lo scopo di rapirlo e quindi di assassinarlo.

Un anno dopo, Mussolini Capo della Repubblica Sociale, accennò – con la cautela imposta dalla sua non facile posizione ufficiale subordinata ai tedeschi – all’avvertimento ricevuto dal sovrano in merito al complotto ordito contro la sua persona, “C’è stata una congiura contro di me?”, si era chiesto. “Sì”, aveva concluso il capo della Repubblica Sociale Italiana. (Benito Mussolini, Storia di un anno, Milano, 1944).

Per questo motivo, il re sollecita Mussolini ad affidarsi alla sua protezione. Sarà compito dei fedeli carabinieri – assicura il sovrano – proteggere sia la sua che la vita dei suoi familiari.

La soluzione trovata dal re d’accordo con Mussolini, prevede il trasferimento dell’ex capo del Governo – sotto la protezione di ufficiali dei carabinieri – alla caserma “Podgora” di via Quintino Sella. Qui, l’ex Duce avrebbe atteso che il sovrano convocasse a Villa Savoia il Maresciallo Badoglio per incaricarlo di formare un gabinetto d’emergenza. Subito dopo, sarebbe stata recapitata a Mussolini una lettera firmata da Badoglio, con la quale il nuovo capo del Governo avrebbe invitato il suo predecessore a prendere ufficialmente atto della decisione del sovrano. Mussolini avrebbe risposto esprimendo piena approvazione ai mutamenti intervenuti al vertice del potere. Infine – non appena la lettera così concordata fosse stata a disposizione di Badoglio – sarebbe stata esibita ai capi della Milizia e del Partito in modo da impedire, per volontà dello stesso Mussolini, una reazione armata delle forze fasciste al “colpo di Stato” della Monarchia.

Seguito dal colonnello Romagnano, Vittorio Emanuele accompagna in silenzio Mussolini verso la porta. E’ presente alla scena anche il segretario del Duce, De Cesare, il quale avrebbe così ricordato, anni dopo, quei drammatici istanti: “Giunti sulla soglia, Mussolini e il re rimangono diritti, l’uno di fronte all’ altro, senza parlare. Poi il re tende la mano, Mussolini gliela stringe e il re ricambia la stretta appoggiandovi anche l’altra mano con molta cordialità”.

I due uomini che per oltre vent’anni hanno guidato l’Italia, creando una singolare diarchia retta da reciproca intesa, stima e persino amicizia, non si sarebbero più visti.

Mussolini espresse in più occasioni un giudizio sostanzialmente positivo nei confronti di Vittorio Emanuele. Ancora il 15 dicembre 1944, nel corso di un incontro con Nino D’Aroma, presidente dell’Istituto Nazionale Luce, il capo della RSI dichiarò: “Non avevo motivo di dubitare del re, che mi aveva sempre mostrato la sua benevola amicizia. Potevo forse dubitare di lui quando, anche per fatti personali, io lo consultavo, giacché il re era indubbiamente un uomo di profondo buon senso? Era noioso sì, alle volte meticoloso, insistente ma galantuomo”.A sua volta, anche Vittorio Emanuele espresse ripetutamente, nell’immediato dopoguerra, la sua stima per l’eccezionale intelligenza politica del defunto Duce. Ad esempio, intervistato durante l’esilio ad Alessandria d’Egitto dal giornalista svizzero Raphael Andrieux, l’ex monarca affermò: “Mussolini aveva una testa grossa così”. Vittorio Emanuele accompagnò le sue parole facendo un gesto molto significativo con le mani”. (Nino D’Aroma, Mussolini segreto, Firenze, 1996).

Mentre l’ex Duce scende gli ultimi scalini della villa, gli si fa incontro il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri. Mettendosi sull’attenti, l’ufficiale dichiara: “Eccellenza, Sua Maestà mi incarica di proteggere la vostra per- sona. Vi prego di seguirmi”.

Mussolini annuisce non reagisce e, sempre scortato dal capitano Vigneri, sale su un’autoambulanza già in attesa che parte a velocità sostenuta in direzione della caserma “Podgora”.

Approvata e firmata, la lettera viene consegnata al generale Ernesto Ferone – addetto agli “incarichi speciali” presso il Ministero della Guerra – con l’ordine di recapitarla all’ex Duce, in attesa alla caserma “Podgora”, e riportarne la risposta. Il generale esegue. Alle 19 precise, Mussolini riceve da Ferone la lettera firmata “Badoglio”, la scorre trovandola conforme agli accordi assunti con il sovrano e subito risponde:

“Desidero ringraziare il Maresciallo Badoglio per le attenzioni che ha voluto riserbare alla mia persona. Desidero assicurare il Maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro in comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione. Sono contento della decisione di continuare la guerra cogli alleati, così come l’onore e gli interessi della Patria in questo momento esigono. Faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il Maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il re, del quale durante ventuno anni sono stato leale servitore e tale rimango. Viva l’Italia!”.

Anni dopo, il senatore Paolucci – che assicurava di riferire una “confidenza” di Vittorio Emanuele – dichiarò che “il re, facendo fermare Mussolini a Villa Savoia, aveva inteso prevenire le intenzioni omicide dei generali dello Stato Maggiore verso il capo del Governo”.

Molte nazioni europee sono rette da monarchie parlamentari, in Italia la democrazia parlamentare ha consumato la sua spinta assai condizionata e machiavellica, i tempi sono maturi per ridiscutere nel Bel Paese per un ritorno di un sovrano, anzi due, una DIARCHIA,  le famiglie reali di Borbone e Savoia – Aosta.

Emilio Giuliana

DA

https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/66-meglio-la-monarchia-o-la-repubblica.html

Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

Sul numero in edicola di CulturaIdentità Anna Valerio indaga sulla strage di Porzûs(resa celebre dall’omonimo film di Renzo Martinelli), quando partigiani italiani filo titini assassinarono altri partigiani italiani e cattolici: “A rimetterci la pelle è anche il fratello minore di Pasolini, Guido. Una macelleria.Finisce la guerra, o meglio, si fanno i supplementari in tribunale. Tra molti imbarazzi e scandalose rimozioni e distorsioni della realtà, il PCI tenta in tutti i modi di far passare i compagni della Osoppo come venduti al nazifascismo […]. Nel 2012, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano andò a Porzûs a scoprire una targa in memoria dei partigiani uccisi. Era imbarazzato. Visibilmente. Sono quei posti dove non vai volentieri e dove ti viene da girarti di scatto alla prima ombra che passa

 

 

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Porzûs, l’eccidio che svelò le ombre partigiane

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