“1945 Germania anno zero”: Atrocità e crimini di guerra Alleati nel “memorandum di Darmstadt”

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Segnalazione di Federico Prati

Nè revisionismo, né negazionismo: i crimini di una parte non giustificano, né elidono i crimini dell’altra parte: la conoscenza completa e onesta del passato, oltre a consapevolizzarci sull’oscurità che alberga nell’uomo, può impedire l’uso strumentale della storia e quindi il perpetuarsi di spirali di odio, violenza  e vendetta per i decenni successivi.

Con questa ispirazione è nato “Germania anno zero” (Italiastorica) l’ultimo libro dello studioso Massimo Lucioli, (già autore di notevoli studi sull’ultima guerra), dedicato al cosiddetto “Memorandum di Darmstadt”. Il volume comprende una sconvolgente raccolta di immagini, di cui molte inedite.

Nel 1946, il campo di internamento americano 91 a Darmstadt, in Assia, contava 24.000 prigionieri tedeschi. Qui, in segreto, durante il processo di Norimberga, un gruppo di avvocati internati raccolse per quattro mesi le dichiarazioni giurate di 6.000 testimoni sulle violazioni delle leggi e delle regole di guerra da parte degli Alleati: dagli eccidi sulla popolazione tedesca etnica in Polonia nel 1939 (che fornirono il casus belli a Hitler), alle uccisioni dei prigionieri di guerra germanici da parte sovietica prima –con casi di torture e mutilazioni – e Alleata poi. Si documentano le violenze sessuali e le brutalità dei soldati Alleati contro i civili tedeschi; gli stupri e i massacri di massa sovietici nelle province orientali della Germania nel 1944-’45; i bombardamenti incendiari sui quartieri popolari e centri storici delle città tedesche.

Particolare attenzione è dedicata  alle draconiane misure punitive concepite dal sottosegretario al tesoro americano Henry Morgenthau applicate – di fatto – nella direttiva JCS 1067. Questa circolare disciplinava la vita dei civili e prigionieri militari nella Germania occupata dagli Usa, ma fu poi recepita anche nei settori governati da francesi, inglesi e russi dopo la conferenza di Postdam del luglio’ 45.

La popolazione tedesca, già stremata dalla guerra, fu sottoposta a privazioni tali da portare alla morte per fame, freddo e malattie centinaia di migliaia di civili – specie anziani, bambini e donne – con tassi di mortalità infantile, in alcune città, del 100%.

Nel libro si tratta anche dell’ordine segreto emesso da Eisenhower il 10 marzo ‘45 con cui i prigionieri tedeschi venivano classificati come DEF (Disarmed Enemy Forces), perdendo il loro status di POW, (Prisoners of war): in tal modo, non potevano più godere delle garanzie di assistenza minima previste della Convenzione di Ginevra. In ordini successivi, Eisenhower autorizzò a sparare su tutti i civili tedeschi che portassero da mangiare ai loro compatrioti militari prigionieri, dato che questi “dovevano essere alimentati dal Governo tedesco”. Dettaglio: il governo tedesco non esisteva, e questo condurrà alla morte circa un milione di prigionieri di guerra germanici per fame, stenti e malattie nel periodo 1945-‘47.

Il memorandum di Darmstadt, compilato in sei copie, doveva essere presentato da Hermann Göring al tribunale di Norimberga nel suo discorso di chiusura il 5 luglio del 1946. Ciò però non avvenne: gli Alleati sequestrarono e bruciarono il memorandum, tuttavia, una copia fu trafugata, pubblicata in Argentina nel ‘53 e successivamente in Germania.

Una pila di menzogne per difendere l’indifendibile? Le testimonianze dei prigionieri tedeschi trovano effettivo riscontro su tempi, luoghi, vittime, procedure e responsabili nei saggi del funzionario ONU, esperto di diritto umanitario Alfred M. de Zayas e dello storico Franz W. Seidler dell’Università Bundeswehr di Monaco. Altre testimonianze sono state verificate da Lucioli nell’archivio online del dipartimento Personenbezogene Auskünft di Berlino-Reinickendorf (con schede su 2,5 mln di caduti tedeschi).

“Devo ancora leggere il libro – commenta lo storico Franco Cardini all’Adn Kronos –  ma non è una novità che anche gli Alleati abbiano commesso atti infami. Il memorandum di Darmstadt lo conosco e ci sono invecchiato insieme. Lo dicevo da anni e qualcuno insorgeva contro di me. Ormai certe verità uniche e menzogne sono diventate patrimonio dell’umanità. Ci vorrebbe più coraggio a dirlo, nessuno ha tutta la ragione in tasca. E questo non significa ridimensionare i crimini del nazismo, sia ben chiaro. I vincitori, quando hanno vinto, hanno fatto di tutto per imbiancare le loro coscienze e annerire quelle dei vinti. Abbiamo immagazzinato una quantità infinita di errori e inesattezze storiche incredibili, una tale potenza di accuse nei confronti dei vinti, alcune anche calunniose, da far paura. Solo adesso, dopo 80 anni, si comincia a fare i conti con la verità. Attenzione, dire che Churchill sia stato un mascalzone, non significa dire che Hitler aveva ragione”.

Chiosa Massimo Lucioli: “Bisogna ricordare che gran parte di tali crimini sconvolgenti furono compiuti a guerra finita contro la popolazione civile tedesca. Non si può parlare, quindi, di crimini di guerra, bensì di crimini contro l’umanità: una forma di vendetta. Lo stesso John F. Kennedy nel libro “Profiles in Courage” del 1956 ebbe parole molto critiche sul processo di Norimberga: «Un processo tenuto dai vincitori a cari­co dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il biso­gno di vendetta. E dove c’è vendetta non c’è giustizia. A Norimberga, noi accettammo la mentalità sovietica che antepone la politica alla giustizia, mentalità che nulla ha in comune con la tradi­zione anglosassone. Gettammo discredito sull’idea di giustizia, mac­chiammo la nostra costituzione e ci allontanammo da una tradizione che aveva attirato sulla nostra nazione il rispetto di tutto il mondo»”.

Insomma, “1945. Germania anno zero” farà parlare di sé.

Fogazzaro e la Teosofia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Le Edizioni Amicizia Cristiana qualche anno fa hanno ripubblicato un saggio di don Alessandro Cavallanti sulla figura di Antonio Fogazzaro. 
 
Nella quarta di copertina si legge:
«Antonio Fogazzaro (1842-1911) rappresentò una delle figure più insidiose del modernismo religioso in Italia. Nel 1905 pubblicò il romanzo Il Santo, avente come protagonista un religioso, venerato come un santo dai suoi fedeli, che intendeva convincere lo stesso Papa della necessità di una radicale riforma della Chiesa Romana.
Don Alessandro Cavallanti (1879-1917), direttore della rivista antimodernista “L’Unità Cattolica” – a più riprese lodata da san Pio X – pubblicò questo breve saggio su Fogazzaro, per smascherare il “tenace propagandista del modernismo”.
L’intervento di don Cavallanti fu determinato dall’influenza che il pensiero di Fogazzaro esercitava nel clero e in alcuni circoli cattolici, anche grazie alla copertura ricevuta dai vescovi insofferenti al magistero (e ai provvedimenti disciplinari) di san Pio X contro l’eresia modernista. Fu significativo il caso mons. Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona, che lodò Fogazzaro nell’opera “Profili di personaggi italiani” (1911): Papa Sarto indirizzò al prelato un severo monito. Il modernismo stava devastando la Chiesa, e le speranze contenute ne “Il Santo” si sarebbero realizzate negli anni Sessanta, facendo del Fogazzaro un autentico precursore del concilio Vaticano II.»
 
Effettivamente Fogazzaro fu combattuto dai cattolici integrali (tra cui appunto don Cavallanti e i fratelli Scotton) e difeso dai cattolici liberali: oltre al già citato mons. Bonomelli, anche da mons. Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza. Rodolfi, pessima figura, invece di condannare i sostenitori del modernismo preferiva inquisire coloro che seguivano la linea antimodernista tracciata da san Pio X, come i fratelli Scotton di Breganze (VI).
 
Tuttavia la figura di Fogazzaro è più tenebrosa di quel che si possa credere, in quanto la sua vicinanza al modernismo era accompagnata dall’interesse per la Teosofia, come testimonia l’articolo che segnaliamo. L’autore dell’articolo è apertamente legato alla Teosofia, e quindi non possiamo che prendere le distanze da lui come dalla Società a cui appartiene, e mettere in guardia il lettore. Tuttavia il testo segnalato è di grande importanza poiché illustra l’interessamento e i legami di Fogazzaro col movimento teosofico (come l’abbonamento per più anni a riviste teosofiche e gli scambi epistolari con alcuni dei massimi rappresentanti della setta).
Il Padre Gioachino Ambrosini nel 1907 pubblicò il libro “Occultismo e Modernismo”, che denunciava il legame tra i modernisti e gli ambienti esoterici  e in particolare tra Fogazzaro e la Teosofia.
 
I cattolici integrali dimostrarono, nei confronti di personaggi come Fogazzaro e Maria Montessori (come vedremo in un prossimo comunicato), una lungimiranza frutto della loro profonda preparazione “controrivoluzionaria”, che mancava invece nei moderati del “terzo partito”. 
 
Articolo segnalato:
Antonio Fogazzaro e il movimento teosofico Una ricognizione sulla base di nuovi documenti inediti
 
 
Per cancellarsi dalla lista di distribuzione:

LA STORIOGRAFIA ISTITUZIONALE SI PROSTRA ALLA POLITICA ANTIFASCISTA!

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Riceviamo e pubblichiamo da “IlCovo”…

Cari lettori, l’offensiva propagandistica antifascista, visti i tempi incredibilmente drammatici che stiamo vivendo, non poteva che aumentare, tanto in relazione alla degenerazione morale, politica sociale ed economica indotta dal medesimo sistema di potere dominante – che cerca di puntellare la traballante impalcatura di menzogne reiteratamente ripetute all’infinito su cui si fonda e si regge – quanto in rapporto all’operato che la “formica Fascista” del Covo sta realizzando, riguardo la diffusione della Verità sia sul Fascismo che sul sistema criminale demo-liberale che attualmente ci opprime. Proprio in relazione alla campagna propagandistica antifascista che negli ultimi anni ha ritrovato un accanimento ed una veemenza inusitati ai quale non si era più abituati da decenni, non bastavano più le velenose pseudo biografie romanzate sulla vita di Mussolini, oppure i filmetti basati sulla propaganda avversa più bolsa e ridicola che lo attaccano a mezzo dei pretesti più inverosimili, poiché vi sono due ulteriori elementi recenti che si inseriscono a pieno titolo in questa offensiva: la pubblicazione di una “opera magna” sulla “storia del Fascismo”, da parte dell’onnipresente Professore Emilio Gentile da Bojano e l’allestimento di un “Museo Istituzionale” sulla Repubblica Sociale in quel di Salò, ad opera del “discepolo defeliciano”, Prof. Giuseppe Parlato. Entrambi gli eventi mostrano, in modo smaccato, il loro aspetto propagandistico visceralmente antifascista che nulla ha da spartire né con la Storia né tantomeno con la Cultura. In concreto, mentre il Prof. E. Gentile da Bojano, non fa altro che sistematizzare e radicalizzare la propria interpretazione di stampo Sturziano, Liberale radicale, dismettendo definitivamente anche le apparenti vesti del ricercatore storico per indossare più opportunamente i panni del militante antifascista istituzionale, diffondendo tale “opera” attraverso tutti i canali ufficiali mediatici forniti dall’apparato propagandistico sistemico (non a caso, la pubblicazione in più volumi è curata e distribuita capillarmente dal giornale “Repubblica”), il Parlato, invece, viene direttamente “assunto” dall’Associazione “Reducistica” (sic!) dei Partigiani italiani (ANPI) (!), per “dogmatizzare” e garantire l’indiscutibilità “ufficiale” del “sacro verbo” politico antifascista, dove quel che risulta totalmente scandaloso è l’allestimento del Museo di cui si è occupato e dove l’associazione medesima pare abbia dettato le proprie condizioni all’illustre ricercatore, affinché lo sventurato visitatore venga indottrinato secondo i desiderata delle istituzioni antifasciste, ovverosia apprenda quanto stabilito dai tutori dell’antifascismo istituzionale, cioè precisamente che:

a) la responsabilità della guerra civile nel periodo 1943-45 va attribuita unicamente al Governo fascista della R.S.I. così come l’esclusiva volontà di pervenire ad una guerra “fratricida”, valutata quale componente politica essenziale del Fascismo;

b) ugualmente a tale esperienza politica va ascritta la sudditanza e la “collaborazione” con lo stragismo della Germania Nazional-Socialista (che ovviamente, viene assolutizzato, come se nessun altro Governo belligerante, secondo costoro, in quel frangente avesse commesso crimini!) e la conseguente definizione di “governo fantoccio”;

c) ultimo, ma non per importanza, l’assunzione di responsabilità della R.S.I. nello “sterminio degli ebrei”, e, in genere, la valenza razzista del fascismo.

Questi elementi, dall’ANPI sono ritenuti indiscutibili (si sa, la Storia ce la devono raccontare solo loro!), ed è stato richiesto esplicitamente al Parlato che essi vengano ribaditi e riaffermati nell’allestimento museale, senza possibilità alcuna di discussione, pena l’impossibilità di allestirlo! Ebbene, stiamo parlando della medesima storiografia che stigmatizza da sempre la richiesta dello Stato Fascista di un giuramento di fedeltà fatta ai funzionari pubblici – che non verteva affatto sulla richiesta di mentire o di abolire la cultura di altre provenienze filosofiche – ma che nulla ha da ridire rispetto all’indottrinamento politico che le viene imposto di diffondere! (qui) Una tale sfacciata prostrazione agli ordini della politica, in Italia non si era vista nell’Era del vituperato “regime in camicia nera”, ma si realizza senza battere ciglio nel “regime dei diritti, delle libertà e della tolleranza democratica”! La stessa “tolleranza” mostrata nei confronti di chi, da onesto cittadino, pur non facendo male a una mosca, definendosi però fascista e criticando il presente disordine liberale, può con ciò essere accusato di “denigrazione delle istituzioni” (cosa tale termine stia concretamente a significare, non è dato sapere!), una “violazione” che corrisponde ad un reato penale! Stesso discorso vale per il cosiddetto reato di “negazionismo”, che viene agitato come una clava sulle teste di chi dubita o critica le “versioni ufficiali” stabilite dal Sistema demo-liberale come verità assolute. (qui) Salta subito agli occhi di chi è ancora capace di una serena riflessione sull’attuale fase storica, come la transizione politico-sociale avvenuta dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, è quella da una Società gerarchica fondata sul contrasto di varie ed antitetiche visioni politico-morali – che però cercavano, TUTTE, la “prova dei fatti” per dimostrare la propria posizione “di parte” – a una Società monistica assolutistica ed appiattita verso il basso, priva di alcun vero senso critico e fondata su “comandi calati dall’alto” dall’oligarchia di potere dominante, che di fatto sono semplicemente ordini, da ritenere indiscutibili da parte di quella che è ormai classificata stabilmente come “massa”. 

Esattamente in questa direzione va anche il libello propagandistico succitato, edito dal Prof. Emilio Gentile da Bojano, il quale, pur basandosi sulle proprie interpretazioni  antifasciste “di sempre”, in questo volume “gigantesco” ha non solo radicalizzato (come dicevamo sopra) ma anche volgarizzato il proprio lavoro e “abbassato” il livello della ricerca; dai primi “Studi” che conservavano comunque un valore scientifico, adesso, alla fine della carriera ha sterzato decisamente verso l’opera di propaganda smaccata. Lo stile usato nel libro è narrativo, sul genere del “romanzo storico”, già usato da altri scribacchini dell’antifascismo di Stato nello stesso ambito. La linea direttrice è la medesima di quella richiesta esplicitamente dall’ANPI al Parlato, dove il Fascismo viene rappresentato plasticamente, esattamente per come imposto nella descrizione che si evince dalla Legge Scelba (qui). Siamo in presenza, di fatto se non di diritto, di un ulteriore “passo in avanti” (l’ultimo?) rispetto all’assetto istituzionale del Governo Assoggettato presente sulla penisola italiana. Dal lato “giuridico” la forma della “democrazia protetta” è in atto. Dal lato “culturale ufficiale”, la forma della religione antifascista, praticata da chi accusa falsamente il Fascismo di averne creata una sua proprie e “pagana” (…tutto questo sarebbe anche ironico, se non fosse tragico!), viene ormai sancita in modo dogmatizzante ed in forma perentoria. Ciò ha lo scopo palese di nascondere, mentire, defraudare, ingannare e in ultimo, opprimere l’intera popolazione italiana e mondiale, per garantire al vigente sistema satanico, messianistico, e pluto-massonico di portare avanti la propria agenda politica devastatrice, come mai si era visto finora! Altro che “libertà e diritti”!

L’elemento dirimente e plateale, rispetto tale tematica, è quello relativo alla letterale assunzione in pianta stabile nei ranghi dell’apparato istituzionale antifascista, quale elemento dell’apparato burocratico, dell’ex “ceto culturale” che simulava la propria indipendenza rispetto a quella che esso stesso qualificavano come “vulgata antifascista”. Tali ormai sono i cosiddetti “storici” un tempo bollati come “revisionisti”, quali Parlato ed E. Gentile, che adesso si sono trasformati in semplici megafoni di propaganda bellica antifascista. La differenza nodale, come dicevamo poc’anzi, rispetto alle dispute avvenute nel secolo precedente, sta nella totale noncuranza della verifica delle posizioni espresse, anche se con un presupposto “di parte”. Tali burocrati non tengono più minimamente conto della effettiva riscontrabilità delle proprie affermazioni, limitandosi ad usare un tono perentoriamente apodittico e tautologico. Evidentemente, l’era post pseudo-pandemica sta procedendo speditamente verso la realizzazione di tutti gli obiettivi presenti nell’agenda pluto-massonica in tutti gli ambiti. In breve, ormai un fatto risulta “vero solo perché è proclamato come tale” da certi ambienti. Se non lo è, tanto peggio per la realtà dei fatti, come da prassi consolidata! (qui). Tuttavia, come è nostro costume, Noi fascisti del Covo, alla chiacchiere di costoro, abbiamo opposto ed opponiamo i fatti della Storia!

Fatti che, in questa specifica situazione, sono davvero impietosi rispetto alla condotta espressa dagli “personaggi in cerca d’autore” di cui stiamo discutendo. Il Professor Gentile da Bojano, ne esce davvero malconcio. L’inversione a “U” praticata da costui (già visibile nel volume “Contro Cesare”, di cui abbiamo denunciato l’incredibile deformazione, per non dire falsificazione, dei fatti, in merito alle citazioni inserite nel testo, trattate in modo da poter permettere di sostenere la teoria del “paganesimo” fascista, qui), ha davvero poco a che vedere con la decenza e la deontologia professionale del ricercatore, perché i suoi precedenti lavori, andavano a scagliarsi proprio contro le “vulgate di comodo”, cioè contro la semplificazione politica e la volgarizzazione delle interpretazioni storiografiche, cosa che invece esegue egli stesso in questo ultimo “lavoro”. Senza voler ricordare ai nostri lettori le molteplici opere del Gentile da Bojano, da noi stessi citate in vari periodi della nostra attività, sempre in modo critico, possiamo riferirci a uno stralcio che, fra gli altri, abbiamo pubblicato sul nostro forum, abbastanza significativo, poiché riporta le interpretazioni sull’ “essenza” del Fascismo (qui). Nonostante che nella citazione riferita a questo link, il Gentile da Bojano renda evidente la propria interpretazione Liberale e antifascista, risulta ugualmente palese come egli non lo “riduca” alla semplice concezione “della vulgata antifascista” quale movimento violento, razzista e sterminatore sulla quale oggi si ritrova egli stesso appiattito! Anzi, proprio nella citazione salta agli occhi l’esatto opposto, quando proprio in riferimento alle differenze plateali col Nazional-Socialismo e col Comunismo (motivo per cui, secondo il Gentile da Bojano, lo stesso Totalitarismo Fascista non poteva essere equiparato a quello degli altri regimi così definiti, proprio per le differenze nodali riguardanti la violenza sistematica ed il razzismo da essi espressi, ma non presenti in quelle forme nel Fascismo Mussoliniano!) egli poneva in risalto esattamente la volontà del Fascismo di rendere codeste antinomie sempre più chiare e smaccate, distaccandosene:

…i fascisti protestavano la funzione rivoluzionaria del mito dello Stato totalitario, la sua dimensione nazionale ed europea e la sua «modernità» perché rispondente alle esigenze della società moderna occidentale, capace di risolvere con una formula nuova i problemi dell’epoca storica iniziata con la Rivoluzione francese, mentre molti fascisti rifiutarono l’assimilazione con i vari movimenti e regimi autoritari di destra, compreso il nazismo, che pullularono nell’Europa fra le due guerre mondiali. Questi, secondo i fascisti, rimanevano prigionieri di un pregiudizio tradizionalista, conservatore, nazionalista o razzista, e non potevano perciò aspirare a rappresentare una vera alternativa europea alla minaccia rivoluzionaria del comunismo, a svolgere una missione di «nuova civiltà» per tutti i popoli dell’Occidente, come invece avrebbe fatto il fascismo, in virtù dei principi dello Stato totalitario e delle qualità «universali» della stirpe italica: «Il Fascismo non è chiuso in se stesso, ma è europeo e si pone come europeo: e in verità, non come paladino di una nuova Santa Alleanza e di una nuova Restaurazione, ma di una nuova Rivoluzione, che ponga fine al plutocratismo materialistico moderno». La «nuova Europa» che il fascismo vagheggiava di riordinare, dopo la vittoria dell’Asse, quasi in concorrenza con il programma di «ordine nuovo» nazista, non avrebbe dovuto essere organizzata unicamente sulla base di una brutale ricomposizione di rapporti di forza, con la supremazia di una razza o di una classe, ma secondo i princìpi dell’organizzazione totalitaria, di cui il fascismo rivendicava l’originalità e la validità nei confronti del nazismo…  (Cfr. Edizione riveduta del volume “Il Mito dello Stato Nuovo” del 1999 edito da Laterza)

Inutile poi ricordare la posizione del Parlato, replicante pedissequamente quella del De Felice, per cui il “nostro” ha pure fondato un centro Culturale intitolato a Ugo Spirito (sic!), che, recentemente, guardate voi i casi della vita, ha pure acquisito il fondo della Scuola di Mistica Fascista! Le dichiarazioni di ossequiosa obbedienza agli ordini dell’ANPI proferite dal Parlato, che inverte e ribalta completamente la propria “posizione culturale”, hanno dell’incredibile la dove egli acconsente ad allinearsi ad una operazione di mera propaganda politica come si configura quella inerente la creazione del sedicente “Museo della Repubblica Sociale”. Insomma, “cultura (insieme alla Carità!) l’è morta”! Ma evidentemente lo era già dal 1945, ossia dall’indomani dell’instaurazione del regime di occupazione straniera permanente sul suolo che fu Italiano, che oggi giunge soltanto alle sue estreme ma logiche conseguenze!

Invece, ulteriore esempio della veracità della realtà storica proposta sulle pagine di questo blog (a tacer di quanto abbiamo già portato alla vostra attenzione, che svergogna la tendenziosità delle ricostruzioni di tali cosiddetti “uomini di cultura”, ad es. qui qui), da Noi fascisti sempre opposta alla apoditticità propagandistica dell’antifascismo istituzionale, è quello dell’ulteriore studio che vogliamo proporre ai nostri lettori, eseguito da un Sacerdote Cattolico e Fascista (il che, secondo le interpretazioni di E. Gentile e Parlato sarebbe un assurdo storico, visto che oggi, per costoro, il Fascismo rappresenterebbe soltanto un paganesimo sterminatore razzista!). Il Libro cui alludiamo è un pregevolissimo esempio storico-politologico, che analizza la vicenda pre e post unitaria Italiana, dal punto di vista delle dottrine politiche e filosofiche che l’hanno inverata, mettendole a confronto col costituzionalismo Fascista. Tale lavoro, se messo in relazione coi libelli di propaganda bellica stilati dagli odierni propagandisti antifascisti, riluce come fosse il Sole paragonato all’abisso! Basterebbe solo questo libro per tacitare tutte le malevole interpretazioni di Emilio Gentile da Bojano e di conseguenza, pure quelle di Parlato, pure sbugiardate completamente anche dal Sacerdote Padre Antonio Messineo, da noi pubblicato in un recente articolo (qui), il quale come abbiamo ricordato è stato persino consultore dei cosiddetti “padri costituenti democratici”! Ma le smentite più clamorose alla vulgata antifascista arrivano da antifascisti seri come Carlo Silvestri (qui), e da studi di autori indipendenti e coscienziosi (qui). Dunque, il tipo di costituzionalismo fascista – che probabilmente, stando alla vulgata imposta dalle istituzioni demo-liberali antifasciste, quei contemporanei al “regime” hanno solo “sognato” di vivere, visto che ai “nostri tuttologi cattedratici” basta la “propria parola” per rendere vani tutti i fatti della Storia che invece la smentiscono platealmente e clamorosamente – viene descritto dal Sacerdote Fascista don Luigi Dilda come assolutamente armonico, non solo alla Civiltà Cattolico-Romana, ma allo stesso Sviluppo della Cultura ed Identità italiane, che sono rappresentate in modo coerente nella Dottrina di Mussolini. Ai nostri lettori, come nostro costume, riportiamo I FATTI, che, SOLI, “valgono e varranno sempre più delle parole” (cit. B. Mussolini). Dunque, buona lettura: Dopo la Rivoluzione Fascista! …e buone feste!

IlCovo https://bibliotecafascista.org/2022/12/24/storiografia-prostrata-alla-politica-antifascista/

George Orwell nel 1943 scrisse che Mussolini lo avrebbero ucciso gli inglesi, ma senza processarlo

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Segnalazione di Angelo Paratico

 

Nel 1943 uscì una lunga recensione al best seller The Trial of Mussolini (Il processo a Mussolini) sul quotidiano britannico TRIBUNE. L’autore era il socialista (assai scettico dopo la guerra civile in Spagna) George Orwell (1903-1950). Divenne celebre come autore, di “La fattoria degli Animali” (1945) e di “Millenovento-ottantaquattro” (1949).

La sua recensione era intitolata “Chi sono i Criminali di Guerra?”. Giustamente Orwell dice che difficilmente Mussolini potrà essere processato e si chiede chi ne avrebbe il diritto e la dirittura morale per farlo? Lo riproduciamo qui, in una nostra traduzione, il suo lucidissimo saggio.

Chi sono i criminali di guerra?

George Orwell

In apparenza, il crollo di Mussolini pare una storia uscita dal melodramma vittoriano. Finalmente il Giusto ha trionfato, il malvagio è stato sconfitto, i mulini di Dio stavano facendo il loro dovere. A pensarci bene, però, questo racconto morale è meno semplice e meno edificante. Per cominciare, quale crimine ha commesso Mussolini, se ne ha commesso uno? Nella politica del potere non ci sono crimini, perché non ci sono leggi. E, d’altra parte, c’è qualche caratteristica del regime interno di Mussolini che potrebbe essere seriamente contestata da qualsiasi gruppo di persone che potrebbero giudicarlo? Infatti, come l’autore di questo libro (The Trial of Mussolini by ‘Cassius’) dimostra abbondantemente – e questo è in effetti lo scopo principale del libro – non c’è una sola mascalzonata commessa da Mussolini tra il 1922 e il 1940 che non sia stata lodata fino al cielo proprio da coloro che ora promettono di portarlo in giudizio.

Ai fini della sua allegoria, “Cassio” immagina Mussolini incriminato davanti a un tribunale britannico, con un Procuratore Generale come pubblico ministero. L’elenco delle accuse è impressionante e i fatti principali – dall’omicidio di Matteotti all’invasione della Grecia, dalla distruzione delle cooperative di contadini al bombardamento di Addis Abeba – non vengono negati. Campi di concentramento, trattati violati, manganelli di gomma, olio di ricino: tutto è ammesso. L’unica domanda fastidiosa è: come può qualcosa che era lodevole al momento in cui fu fatto – dieci anni fa, per esempio – diventare improvvisamente riprovevole ora? A Mussolini viene concesso di chiamare testimoni, sia vivi che morti, e di dimostrare con le loro stesse parole stampate che, fin dall’inizio, i responsabili dell’opinione pubblica britannica lo hanno incoraggiato in tutto ciò che ha fatto. Per esempio, ecco Lord Rothermere nel 1928:

Nel suo Paese (Mussolini) è stato l’antidoto a un veleno mortale. Per il resto dell’Europa è stato un tonico che ha fatto a tutti un bene incalcolabile. Posso affermare con sincera soddisfazione di essere stato il primo uomo, in una posizione di influenza pubblica, a mettere nella giusta luce lo splendido risultato di Mussolini. È la più grande figura della nostra epoca”.

Ecco Winston Churchill nel 1927:

Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il cuore nella vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo… (L’Italia) ha fornito il necessario antidoto al veleno russo. In futuro nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo di protezione definitivo contro la crescita cancerosa del bolscevismo.

Ecco Lord Mottistone nel 1935:

Non mi sono opposto (all’azione italiana in Abissinia). Volevo dissipare la ridicola illusione che fosse una bella cosa simpatizzare con i perdenti… Ho detto che era una cosa malvagia inviare armi o fare in modo che venissero inviate a questi crudeli e brutali abissini e ancora negarle ad altri che stanno facendo una parte onorevole.

Ecco il Duff Cooper nel 1938:

Per quanto riguarda l’episodio dell’Abissinia, meno si dice ora meglio è. Quando vecchi amici si riconciliano dopo un litigio, è sempre pericoloso per loro discutere le cause originarie.

Ecco il signor Ward Price, del Daily Mail, nel 1932:

Persone ignoranti e piene di pregiudizi parlano degli affari italiani come se quella nazione fosse soggetta a una tirannia di cui si libererebbe volentieri. Con quella commiserazione un po’ morbosa per le minoranze fanatiche che è la regola per certi settori imperfettamente informati dell’opinione pubblica britannica, questo Paese ha a lungo chiuso gli occhi sul magnifico lavoro che il regime fascista stava facendo. Ho sentito più volte lo stesso Mussolini esprimere la sua gratitudine al Daily Mail per essere stato il primo giornale britannico a mettere in chiaro i suoi obiettivi davanti al mondo.

E così via. Hoare, Simon, Halifax, Neville Chamberlain, Austen Chamberlain, Hore-Belisha, Amery, Lord Lloyd e vari altri entrano nel banco dei testimoni, tutti pronti a testimoniare che, sia che Mussolini stesse schiacciando i sindacati italiani, o intervenendo in Spagna, spargendo gas mostarda sugli abissini, gettando gli arabi dagli aerei o costruendo una marina da usare contro la Gran Bretagna, il governo britannico e i suoi portavoce ufficiali lo sostennero in ogni momento. Ci viene mostrata Lady Austen Chamberlain che stringe la mano a Mussolini nel 1924, Chamberlain e Halifax che banchettano con lui e brindano “all’Imperatore dell’Abissinia” nel 1939, Lord Lloyd che adula il regime fascista in un opuscolo ufficiale nel 1940. L’impressione netta lasciata da questa parte del processo è semplicemente che Mussolini non sia colpevole. Solo in un secondo momento, quando un abissino, uno spagnolo e un antifascista italiano testimoniano, inizia a delinearsi il vero caso contro di lui.

Ora, il libro è fantasioso, ma questa conclusione è realistica. È estremamente improbabile che i conservatori britannici mettano Mussolini sotto processo. Non c’è nulla di cui possano accusarlo, se non la sua dichiarazione di guerra nel 1940. Se il “processo ai criminali di guerra” che alcuni si divertono a sognare avverrà mai, potrà avvenire solo dopo le rivoluzioni nei Paesi alleati. Ma l’idea di trovare capri espiatori, di incolpare individui, o partiti, o nazioni per le calamità che ci sono capitate, solleva altre riflessioni, alcune delle quali piuttosto sconcertanti.

La storia delle relazioni britanniche con Mussolini ha illustrato la debolezza strutturale di uno Stato capitalista. Ammesso che la politica di potere non sia morale, il tentativo di comprare l’Italia per farla uscire dall’Asse – e chiaramente questa idea era alla base della politica britannica dal 1934 in poi – era una mossa strategica naturale. Ma non era una mossa che Baldwin, Chamberlain e gli altri erano in grado di realizzare. Si sarebbe potuta realizzare solo essendo così forti che Mussolini non avrebbe osato schierarsi con Hitler. Questo era impossibile, perché un’economia governata dal profitto non è semplicemente in grado di riarmarsi su scala moderna. La Gran Bretagna iniziò ad armarsi solo quando i tedeschi erano a Calais. Prima di allora, infatti, erano state votate somme piuttosto ingenti per gli armamenti, ma queste scivolavano tranquillamente nelle tasche degli azionisti e le armi non si materializzavano. Non avendo alcuna intenzione di ridurre i propri privilegi, era inevitabile che la classe dirigente britannica portasse avanti ogni politica a metà e non si rendesse conto del pericolo imminente. Ma il collasso morale che questo comportava era qualcosa di nuovo nella politica britannica. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, i politici britannici potevano essere ipocriti, ma l’ipocrisia implicava un codice morale. Era stata una novità quando i deputati Tory esultavano alla notizia che le navi britanniche erano state bombardate da aerei italiani, o quando i membri della Camera dei Lord si prestavano a campagne diffamatorie organizzate contro i bambini baschi che erano stati portati qui come rifugiati.

Se si pensa alle menzogne e ai tradimenti di quegli anni, al cinico abbandono di un alleato dopo l’altro, all’ottimismo imbecille della stampa Tory, al rifiuto categorico di credere che i dittatori volessero la guerra, anche quando lo gridavano dai tetti delle case, all’incapacità della classe ricca di vedere qualcosa di sbagliato nei campi di concentramento, nei ghetti, nei massacri e nelle guerre non dichiarate, si è portati a pensare che la decadenza morale abbia giocato il suo ruolo oltre alla semplice stupidità. Nel 1937 circa non era possibile avere dubbi sulla natura dei regimi fascisti. Ma i signori conservatori avevano deciso che il fascismo era dalla loro parte ed erano disposti a ingoiare i topi più puzzolenti purché la loro proprietà rimanesse sicura. Nel loro modo maldestro stavano giocando al gioco di Machiavelli, al “realismo politico”, a “qualsiasi cosa sia giusta per far progredire la causa del partito” – il partito in questo caso, ovviamente, era il Partito Conservatore.

Tutto questo “Cassius” lo mette in evidenza, ma si sottrae al suo corollario. In tutto il libro è sottinteso che solo i conservatori sono immorali. Eppure c’è ancora un’altra Inghilterra”, dice. Quest’altra Inghilterra detestava il fascismo fin dal giorno della sua nascita… era l’Inghilterra della sinistra, l’Inghilterra del lavoro”. È vero, ma è solo una parte della verità. Il comportamento effettivo della sinistra è stato più onorevole delle sue teorie. Ha combattuto contro al fascismo, ma i suoi pensatori rappresentativi sono entrati altrettanto profondamente dei loro avversari nel mondo malvagio del “realismo” e della politica di potere.

Il “realismo” (una volta si chiamava disonestà) fa parte dell’atmosfera politica generale del nostro tempo. È un segno della debolezza della posizione di ‘Cassius’ il fatto che si potrebbe compilare un libro simile intitolato Il processo a Winston Churchill, o Il processo a Chiang Kai-shek, o ancora Il processo a Ramsay MacDonald. In ogni caso, i leader della sinistra si contraddirebbero quasi altrettanto grossolanamente del leader dei conservatori citato da “Cassius”. Perché la sinistra è stata anche disposta a chiudere gli occhi su molte cose e ad accettare alcuni alleati molto dubbi. Oggi ridiamo nel sentire i Tory che maltrattano Mussolini quando cinque anni fa lo adulavano, ma chi avrebbe previsto nel 1927 che la sinistra avrebbe un giorno accolto Chiang Kai-shek nel suo seno? Chi avrebbe previsto, subito dopo lo sciopero generale, che dieci anni dopo Winston Churchill sarebbe stato il beniamino del Daily Worker? Negli anni 1935-9, quando quasi ogni alleato contro il fascismo sembrava accettabile, la sinistra si trovò a lodare Mustapha Kemal e poi a sviluppare tenerezza per Carol di Romania.

Sebbene fosse in ogni modo più perdonabile, l’atteggiamento della sinistra nei confronti del regime russo è stato decisamente simile a quello dei conservatori nei confronti del fascismo. C’è stata la stessa tendenza a scusare quasi tutto “perché sono dalla nostra parte”. Va bene parlare di Lady Chamberlain fotografata mentre stringe la mano a Mussolini; la fotografia di Stalin che stringe la mano a Ribbentrop è molto più recente. Nel complesso, gli intellettuali di sinistra difesero il Patto russo-tedesco. Era “realistico”, come la politica di appeasement di Chamberlain, e con conseguenze simili. Se c’è una via d’uscita dal porcile morale in cui viviamo, il primo passo è probabilmente quello di capire che il “realismo” non paga, e che svendere i propri amici e starsene con le mani in mano mentre vengono distrutti non è l’ultima parola in fatto di saggezza politica.

Questo fatto è dimostrabile in qualsiasi città tra Cardiff e Stalingrado, ma non sono in molti a vederlo. Nel frattempo, è dovere di un libellista attaccare la destra, ma non adulare la sinistra. È in parte perché la sinistra è stata troppo facilmente soddisfatta di sé stessa che si trova dove è ora.

Mussolini, nel libro di “Cassio”, dopo aver chiamato i suoi testimoni, entra in scena lui stesso. Si attiene al suo credo machiavellico:

“La forza è giusta, vae victis!”. È colpevole dell’unico crimine che conta, quello del fallimento, e ammette che i suoi avversari hanno il diritto di ucciderlo – ma non, insiste, il diritto di incolparlo. La loro condotta è stata simile alla sua e le loro condanne morali sono tutte ipocrisie. Ma poi arrivano gli altri tre testimoni, l’abissino, lo spagnolo e l’italiano, che sono moralmente su un altro piano, dato che non hanno mai avuto a che fare con il fascismo né con la politica di potere; e tutti e tre chiedono la pena di morte.

La chiederebbero nella vita reale? Succederà mai una cosa del genere? Non è molto probabile, anche se le persone che hanno il vero diritto di processare Mussolini dovessero in qualche modo metterlo nelle loro mani. I conservatori, naturalmente, anche se si sottrarrebbero a una vera inchiesta sulle origini della guerra, non sono dispiaciuti di avere la possibilità di far ricadere l’intera colpa su alcuni individui famosi come Mussolini e Hitler. In questo modo la manovra Darlan-Badoglio sarà facilitata. Mussolini è un buon capro espiatorio finché è in libertà, anche se sarebbe scomodo in prigionia. Ma come la mettiamo con la gente comune? Ucciderebbe i suoi tiranni, a sangue freddo e con le forme della legge, se ne avesse la possibilità?

È un dato di fatto che nella storia ci sono state pochissime esecuzioni di questo tipo. Alla fine dell’ultima guerra le elezioni sono state vinte in parte con lo slogan “Impiccate il Kaiser”, eppure se si fosse tentato di fare una cosa del genere la coscienza della nazione si sarebbe probabilmente ribellata. Quando i tiranni vengono messi a morte, dovrebbero essere i loro stessi sudditi a farlo; quelli che vengono puniti da un’autorità straniera, come Napoleone, vengono semplicemente trasformati in martiri e in leggende.

L’importante non è far soffrire questi gangster politici, ma far sì che si screditino. Fortunatamente in molti casi ci riescono, perché in misura sorprendente i signori della guerra, in una armatura lucente, gli apostoli delle virtù marziali, tendono a non morire combattendo quando arriva il momento. La storia è piena di fughe ignominiose di grandi e famosi. Napoleone si arrese agli inglesi per ottenere protezione dai prussiani, l’imperatrice Eugenia fuggì in una carrozza con un dentista americano, Ludendorff ricorse a degli occhiali blu, uno dei più impronunciabili imperatori romani cercò di sfuggire all’assassinio chiudendosi nel gabinetto, e durante i primi giorni della guerra civile spagnola un importante fascista fuggì da Barcellona, con squisita disinvoltura, attraverso una fogna.

È un’uscita di questo tipo che ci si augura per Mussolini, e se sarà lasciato a sé stesso forse ci riuscirà. Forse anche Hitler. Di Hitler si diceva che quando sarebbe arrivata la sua ora non sarebbe mai fuggito o si sarebbe arreso, ma sarebbe morto in qualche modo operistico, come minimo suicidandosi. Ma questo accadeva quando Hitler aveva successo; nell’ultimo anno, da quando le cose hanno cominciato ad andare male, è difficile pensare che si comporterà con dignità o coraggio. Cassius termina il suo libro con il riassunto del giudice e lascia il verdetto aperto, sembrando invitare i lettori a decidere.

Ebbene, se fosse lasciato a me, il mio verdetto sia su Hitler che su Mussolini sarebbe: non la morte, a meno che non sia inflitta in qualche modo frettoloso e non spettacolare. Se i tedeschi e gli italiani hanno voglia di sottoporli a una corte marziale sommaria e poi a un plotone di esecuzione, che lo facciano. O, meglio ancora, che i due fuggano con una valigia di titoli al portatore e si sistemino come accreditati di qualche pensione svizzera. Ma niente martirizzazioni, niente Sant’Elena. E, soprattutto, nessun solenne e ipocrita “processo ai criminali di guerra”, con tutto il lento e crudele sfarzo della legge, che dopo un po’ di tempo ha uno strano modo di mettere una luce romantica sull’accusato e di trasformare una canaglia in un eroe.

 

George Orwell

DA

https://giornalecangrande.it/george-orwell-nel-1943-scrisse-che-benito-mussolini-lo-avrebbero-ucciso-gli-inglesi-ma-senza-processarlo/

12 dicembre ore 23.30 Rai 1: la storia di Sergio Ramelli

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Segnalazione di Angelo Paratico

Lunedì 12 dicembre, su Rai 1 alle 23.30, nella sesta puntata di “Cronache criminali” lo lo scrittore e sceneggiatore, già magistrato, tra i massimi esperti di crime, Giancarlo De Cataldo, affronta il decennio più controverso della storia italiana contemporanea: gli anni 70.

Lo farà attraverso la ricostruzione degli omicidi di Sergio Ramelli a Milano nel 1975, e di Walter Rossi a Roma nel 1977.

Per la storia di Sergio Ramelli una nuova occasione di essere narrata al grande pubblico. Sarà un occasione che farà conoscere una storia che fa ancora paura e che, da martedì, a certi personaggi, farà ancora più paura.

Non mancate all’appuntamento lunedì prossimo alle 23,30 su Rai 1 e se non riuscite a vedere la puntata potrete guardarla in differita su RaiPlay

 

I crimini del Comunismo: il martirio di Istvàn Sándor

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il comunismo, ideologia intrinsecamente perversa, ha causato la morte di decine di milioni di persone, tra cui moltissimi cattolici. Segnaliamo la bella figura di  Istvàn Sándor, coadiutore salesiano ungherese torturato e poi ucciso all’età di 39 anni dal regime comunista. 
 
Istvàn Sándor, salesiano coadiutore, martire.
 
L’anno 1914 fu tragico per l’Europa: il 28 luglio, dopo l’attentato di Sarajevo, l’Austria dichiarò guerra al regno di Serbia. Iniziava così il grande massacro della Prima Guerra Mondiale. Verso la fine dell’anno precedente, il 6 novembre 1913, erano arrivati in Ungheria, allora parte dell’impero Austro-Ungarico, i primi salesiani, un gruppo di giovani ungheresi che avevano svolto il loro percorso formativo in Italia.
In questo contesto, il 26 ottobre 1914 nasce Istvàn Sándor, nella cittadina di Szolnok, situata a un centinaio di chilometri a sud-est dalla capitale, Budapest, nella Grande Pianura Ungherese.
 
Fanciullezza e giovinezza
Istvàn era il primogenito di tre fratelli. Fin da piccolo, Istvàn era assiduo frequentatore della sua parrocchia, affidata ai Francescani. La comunità dei figli di san Francesco costituiva il baluardo della vita cristiana nella cittadina. Entrato a far parte del gruppo dei ministranti, svolgeva con gioia questo servizio. Più tardi riemergerà in lui questa passione per il culto, quando ormai da coadiutore salesiano si impegnerà, con molta serietà, a formare un gruppo esemplare di ministranti nella scuola e nell’oratorio.
Ragazzo sempre allegro, di umore costante, amante dei giochi, sempre in movimento: così lo ricordavano i compagni. Gli piaceva recitare in teatro, esibirsi sul palcoscenico per far divertire i compagni. Fin da ragazzo preferiva fare da arbitro per far giocare i più piccoli.
Anche in casa badava ai fratelli minori (era lui a dirigere le preghiere), ai pasti e alla sera. Era solito aiutare la mamma nelle faccende domestiche.
I Francescani consigliarono la famiglia di mandare il giovane all’istituto salesiano “Clarisseum” di Ràkospalota, alla periferia della capitale, dove frequentò le scuole professionali. Tornato in famiglia, il ragazzo quattordicenne fu avviato ad un apprendistato metallurgico. Durante tutto questo periodo fu costantemente in contatto con il suo confessore stabile. Questa costante cura della vita spirituale, unitamente alla traccia profonda che aveva lasciato in lui la permanenza nell’opera salesiana di Ràkospalota, lo portavano a riflettere su quel che Dio voleva da lui. E così riconobbe in se stesso, con l’aiu­to della guida spirituale, i segni della chiamata di Dio alla vita religiosa salesiana. Come dirà più tardi, la lettura delle pubblicazioni salesiane lo aveva colpito e l’aveva fatto riflettere. Anche in questo tratto si intravede una motivazione della sua scelta: la sua sensibilità per il lavoro in tipografia e l’amore per la stampa a diffusione popolare.
Giunto all’età di 21 anni, alla fine del 1935, Istvàn mandò la sua richiesta formale al Superiore dei Salesiani, don Jànos Antal. Il 12 febbraio 1936 faceva ritorno al “Clarisseum”, per trascorrervi un periodo di prova. Vivendo in quella comunità, lavorò con entusiasmo come aiuto-tipografo, sagrestano e nell’oratorio. Sereno, nonostante l’età che per quei tempi era parecchio superiore alla media dei novizi, continuò il suo lavoro fino al marzo 1938, quando, all’età di 24 anni, non più apprendista, ma già tipografo professionale, chiese ed ottenne di entrare nel Noviziato.
Istvàn finì l’anno di noviziato con la prima professione dei voti religiosi, come salesiano laico (‘coadiutore’) l’8 settembre 1940. Dalla sua corrispondenza dell’epoca traspare la sua immensa gioia e l’entusiasmo per quella vita. Tornò al “Clarisseum”, al suo lavoro nella tipografia, ora come uno dei responsabili, all’animazione nella chiesa pubblica annessa e nell’oratorio. La tipografia Editrice don Bosco godeva di grande prestigio nazionale. Oltre alle pubblicazioni salesiane (Bollettino Salesiano, Gioventù Missionaria…) pubblicava anche collane prestigiose di opere teatrali per i giovani, libri di spiritualità giovanile, libri di istruzione religiosa popolare.
Proprio in quegli anni in Ungheria, sotto il patrocinio di don Bosco, si era dato vita ad un’Associazione Cattolica dei Giovani Lavoratori (‘kioe’). Al “Clarisseum” il nostro Istvàn fu il promotore e l’anima di questa organizzazione. Il suo gruppo divenne gruppo-modello; egli vi aveva trasfuso l’atmosfera serena e la spiritualità sacramentale ed educativa tipica di don Bosco. Catechismi ragionati, conferenze apologetiche, ore di adorazione, escursioni-pellegrinaggi, sport e gioco, santa allegria caratterizzavano la vita del gruppo. I giovani ne erano attratti e non abbandonarono l’opera, anche quando il loro animatore fu richiamato alle armi. L’Ungheria era entrata in guerra, a fianco della Germania, il 22 giugno 1941.
 
Sul fronte di guerra
Sándor prestò servizio nell’esercito ungherese come appuntato telegrafista. Alcuni suoi commilitoni testimoniano che in reparto non nascondeva di essere un religioso consacrato. Creò attorno a sé un piccolo gruppo di soldati, attratti dal suo esempio, che egli incoraggiava a pregare e ad evitare le bestemmie.
Nel 1944 riprese il suo lavoro a Ràkospalota, per quanto lo permettevano le drammatiche circostanze. Il 13 febbraio 1945, dopo lunghi e aspri combattimenti durati tre mesi, che portarono alla rovina dell’abitato, tutta la città di Budapest era sotto il controllo dell’esercito sovietico. In questo tempo i Salesiani rimasti in città soffrirono terribilmente la fame, l’impossibilità di lavorare, le requisizioni da parte dell’occupante.
Il superiore salesiano ungherese comunicò alla Direzione Generale di Torino: “… Ora non possiamo pubblicare né ‘Bollettino Salesiano’ né ‘Gioventù Missionaria’. Le disposizioni vigenti ci impongono il massimo risparmio di carta”. Era quest’ultimo un mezzo di controllo della stampa da parte del regime: occorreva un permesso specifico per acquistare carta.
A Ràkospalota i gruppi animati dai Salesiani risentono di questi colpi. In modo particolare il nostro Istvàn soffre per lo scioglimento della kioe (corrispondente della joc occidentale) di cui era diventato uno dei dirigenti. Nonostante le proibizioni legali, però, egli proseguì questa attività in modo quasi clandestino, evitando di esporsi e di esporre i suoi allievi ai controlli della polizia politica. Cambiavano ogni volta i luoghi di incontro, simulando scampagnate di piccoli gruppi di giovani, o incontrandosi per feste di notte. Nel 1948 egli animava sei gruppi attivi di giovani, tra cui parecchi exallievi della nostra scuola. I contenuti dei loro incontri non avevano assolutamente nulla di politico. Erano solide istruzioni religiose per dare fondamento alla fede dei giovani, in modo da poter resistere alla propaganda atea che imperversava. Si pregava molto. Lo stesso animatore compose appositamente alcune preghiere.
Nel mese di giugno del 1950 il governo comunista dichiara “soppressi” gli ordini e le congregazioni religiose in Ungheria. A partire dal 7 giugno cominciano le deportazioni di religiosi/e, internati in luoghi di concentramento (generalmente antichi monasteri). Anche i Salesiani vengono dispersi.
Nel 1951 ad un certo momento Istvàn, accorgendosi di essere caduto in sospetto presso la polizia politica, cambiò cognome, alloggio e trovò lavoro come operaio nella fabbrica di detersivi Persil, ma continuando il suo apostolato clandestino con i giovani. Vedendo come la polizia stava pedinando il confratello, i suoi superiori, con cui manteneva rapporti di nascosto, pensarono di farlo espatriare. Quando tutto era già pronto per fargli attraversare la frontiera con l’Austria, Istvàn non volle approfittare di questa occasione, ma decise di rimanere in Ungheria. Pensava che non era giusto andarsene, quando i giovani che egli seguiva stavano correndo il pericolo di essere scoperti e condannati. Per lui era come un fuggire dalle sue responsabilità di educatore cristiano.
 
Arresto e condanna
Istvàn si incontrava regolarmente con i suoi ex-allievi ed alcuni amici di essi al “Clarisseum” o in appartamenti privati. Egli si occupava con grande amore dei problemi spirituali dei giovani.
Ma la padrona di casa di Daniel fece imprigionare Istvàn ed altri salesiani. Il 28 luglio 1952, al mattino si presentò nell’alloggio la polizia politica e arrestò Istvàn.
A causa delle disumane torture e dei procedimenti tristemente noti e usati con i prigionieri “politici” di quel tempo, Istvàn fu costretto ad ammettere i “crimini”di cui lo si incolpava, ben sapendo che tale dichiarazione avrebbe costitui­to per il tribunale militare motivo per una condanna a morte.
Di questi dieci mesi e più abbiamo qualche notizia da compagni di cella che sopravvissero. Ecco una testimonianza: “Durante le settimane trascorse nella cella comune, facevamo di tutto per poter vivere una vita il più possibile spirituale, nel senso più nobile della parola […] Pregavamo insieme e recitavamo il Rosario di nascosto, perché anche tra i compagni di cella vi era un certo controllo interno. Ogni cella aveva un suo “comandante” responsabile che doveva osservare e denunciare ogni irregolarità, che poi non rimaneva impunita. (Il regime infiltrava apposta qualche elemento che, fingendosi incarcerato, cercava di raccogliere confidenze dai detenuti). Il nostro amico Istvàn cercava di dare forza ai compagni per mezzo di preghiere di consolazione e pensieri spirituali”. Malgrado fosse consapevole del suo destino tragico, egli era apportatore di serenità agli altri carcerati.
 
8 giugno 1953: la testimonianza suprema
Dopo la comunicazione ufficiale della sentenza capitale al condannato, questi fu trasferito dalla cella 32 al piano superiore del carcere militare, alla cella dei condannati a morte in attesa dell’esecuzione. Un compagno di cella sopravvissuto, cinquant’anni dopo, confessava di avere ancora impressa nella memoria la triste scena per cui le guardie carcerarie passarono nella cella 32 a ritirare i suoi oggetti personali: uno spazzolino da denti, un pettine e un asciugamano. Per i prigionieri era questo il segno che l’interessato era stato trasferito nella cella di coloro che sarebbero passati direttamente all’esecuzione capitale.
I superstiti affermano che non si poteva sapere con precisione dove avvenivano le esecuzioni. In genere, almeno fino al 1953, venivano eseguite nel cortile del carcere stesso. Per coprire le grida dei condannati si usava portare al massimo il volume di rumore prodotto dallo scappamento del motore del camion usato come palco. Quando dalle celle si udiva tale sinistro fracasso, si intuiva che si stavano eseguendo condanne, soprattutto per impiccagione. Il nostro Istvàn fu impiccato per secondo, come risulta dai verbali.
Il cadavere, insieme a quello degli altri giustiziati, fu poi portato con un camion al cimitero del carcere giudiziario della cittadina di Vàc, dove vennero seppelliti tutti insieme in una fossa comune, senza segni di identificazione. Nonostante parecchie ricerche da parte della famiglia e dei Salesiani, a tuttora non si è riusciti a localizzare con certezza il luogo della sepoltura. D’altra parte, i cadaveri riesumati in seguito, dopo la caduta del regime, presentavano una quantità tale di segni di tortura che ne rendevano difficilissima l’identificazione.
Il martirio è stato la conclusione coerente di tutta una vita di fede semplice e di amore profondo per i giovani, piena sempre di fiduciosa speranza, anche in circostanze non favorevoli. È la disposizione che san Giovanni Bosco ispira ai suoi figli: “Darò la mia vita per i giovani fino all’ultimo mio respiro”.    
 
 

La marcia su Roma vista da Verona, il “terzofascio” fondato appena due giorni dopo San Sepolcro

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di Giovanni Perez

Il ritorno dei reduci della Grande guerra, in ogni città dell’Italia vittoriosa, fu seguito dalla medesima situazione di scontro politico e sociale, che, soprattutto, si svolse nelle città del Nord. Quei reduci avevano vissuto Caporetto, il Grappa, il Piave e Vittorio Veneto, avevano messo in gioco la propria vita per il bene superiore della Patria, avevano condiviso nelle trincee un cameratismo che tutti li accomunava, oltre le loro differenze e le regioni di provenienza; avevano acquisito per il resto dei loro giorni lo spirito cameratesco del fronte, in cui risuonava l’eco delle urla, delle bombe, dei reticolati, delle tempeste di fuoco. Era una generazione divenuta adulta guardando in faccia la morte, e ora doveva troppo in fretta affrontare una nuova vita.

Finita quella guerra, presero corpo non pochi miti: quello della vittoria mutilata, primo di ogni altro. Gabriele d’Annunzio, una leggenda vivente, diffondeva anche in politica uno stile, fatto di canti, divise, gagliardetti e formule dal sapore antico, come il celebre “Eia, eia, alalà!”, conquistando l’italianissima Fiume, in un’impresa partita da Ronchi il 12 settembre 1919 e coronata con la visionaria Carta del Carnaro, prima del tragico epilogo.

I socialisti aizzarono le masse contadine e operaie, contrapponendo italiani contro italiani, cercando quella rivoluzione che doveva portare anche in Italia le soluzioni imposte in Russia dai bolscevichi guidati da Lenin. Ma a fronteggiare i sovversivi vi furono proprio molti di quei reduci, che, smessa la divisa da alpino o da granatiere, avevano indossato la camicia nera. Mussolini colse nella sua drammaticità l’impotenza della classe politica liberale, la sua inadeguatezza e incapacità di fronte alla drammaticità del momento. Incapacità di fronteggiare il «pericolo rosso» che, arrivato alla sua fase estrema nel “biennio rosso”, con l’occupazione delle fabbriche e gli scioperi generali, si scontrò con le squadre fasciste, formate dai reduci e dagli arditi, da nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi. Il tentativo di realizzare anche in Italia la rivoluzione socialista e comunista, con il suo progetto collettivista, la sua negazione della proprietà, della patria, dello Stato, della religione, fu sconfitto.

Furono anni in cui la lotta politica si combatté anche con la violenza, che oggi viene identificata solo con quella dello squadrismo, sebbene la realtà storica sia molto diversa, e si potrebbe cominciare con il ricordare il cruento episodio occorso ad Empoli, dove i socialisti uccisero e seviziarono diversi carabinieri e marinai, gettandone i corpi nell’Arno. Si potrebbe così continuare ricordando l’attentato al Teatro Diana e il tragico episodio dell’eccidio di Sarzana, che costò la vita a ben diciotto fascisti, cui era stato teso un agguato in un clima assurdamente festoso, da Rivoluzione francese. Questo era il clima e alla violenza dei social-comunisti, tra i quali si distinsero per ferocia gli “arditi del popolo”, si rispondeva con la violenza.

Nel medesimo crogiuolo, come si disse, finirono, in attesa di una sintesi, le varie reazioni spiritualistiche che si contrapposero al positivismo e al materialismo, una dottrina dello Stato espressione della nazione, i principi di una riforma della pedagogia e della Scuola, molte idee artistiche e letterarie oscillanti fra tradizione e modernità. In altri campi, s’imposero dottrine ispirate dal nazionalismo, dal sindacalismo rivoluzionario e dalla dottrina sociale della Chiesa, che invocavano il superamento delle concezioni economiche del liberismo e del socialismo. Da tutto questo retroterra fatto di dottrine, miti e simboli, attinse Mussolini per il suo tentativo rivoluzionario di edificare lo Stato nuovo, mentre altri elementi del primo programma fascista vennero invece messi da parte, come l’opzione repubblicana, in nome di un Fascismo come prosecuzione del Risorgimento nazionale.

Aderirono al fascismo filosofi provenienti dall’idealismo, come Giovanni Gentile, letterati e artisti, come Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Mario Sironi ed anche scienziati, come Guglielmo Marconi e Orso Mario Corbino. Qualcuno ipotizzò che la nuova Italia fascista potesse creare un nuovo tipo umano, forgiato da una specifica etica; altri videro nella dottrina del corporativismo il superamento dell’egoismo capitalistico, così come della lotta di classe; altri ancora videro nel mito della “Giovinezza” l’occasione per realizzare una nuova idea di città, sperimentando inedite concezioni architettoniche e urbanistiche. Per quegli uomini nel simbolo del fascio non si intravedevano gli aspetti liberticidi del totalitarismo, ma quelli della ritrovata concordia nazionale, dell’appartenenza ad un comune destino, il prevalere del bene comune su quello degli egoismi di parte. Vennero perciò, nonostante le leggi del 1925 e la dittatura, come riconobbe il grande storico Renzo De Felice, gli “anni del consenso” al Regime, con tanto di riconciliazione con la Chiesa, al punto che in Mussolini si vide l’uomo della Provvidenza e il crocifisso, che era stato bandito dalle scuole, vi ritornò.

Quel consenso fu diffuso e sincero, almeno fino all’avvicinamento con la Germania e la promulgazione nel 1938 delle Leggi sulla difesa della razza italiana. Molti fascisti di origine ebraica, la cui storia non è stata ancora adeguatamente considerata, videro crollare la propria fede nel Regime, che loro stessi avevano contribuito a edificare; un nome per tutti loro, quello di Gino Arias, che fu tra i maggiori teorici del corporativismo.

Il primo Fascio di combattimento fu creato a Milano, in Piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919. A Verona, dove fu fondato il Fascio Terzogenito soltanto due giorni dopo, su iniziativa di Italo Bresciani, Mussolini aveva vissuto alcune pagine molto significative della sua vita, come raccontò Carlo Manzini in un suo celebre libro Il Duce a Verona. Dal 1905 al 1938.

Anche da Verona i giovani fascisti partirono alla volta di Roma, e fu il 28 ottobre, quando, sotto la reggia sfilarono cinquantamila camicie nere, inneggianti alla grandezza della patria italiana. Il Re non volle spargimento di sangue e l’esercito li aveva perciò lasciati sfilare, semmai solidarizzando con loro, in nome proprio di quel comune “spirito del fronte” mai tramontato, così come del resto era accaduto a Napoli, il 23 precedente, quando vi fu una sorta di prova generale con un’adunata cui partecipò lo stesso Mussolini.

In terra scaligera aderiranno al fascismo eminenti protagonisti della cultura, non solo locale: Alberto de’ Stefani, Luigi Messedaglia, Guido Valeriano Callegari, Umberto Grancelli, Siro Contri, Paolo Bonatelli, Egidio Curi, Michele Lecce. A questi nomi aggiungerei Guido Fracastoro, discendente del ben più celebre e celebrato Girolamo e Bruno Aschieri, tra i fondatori agli inizi degli anni Trenta del Gruppo futurista veronese, poi intitolato a Umberto Boccioni.

Fracastoro fu autore di una rievocazione autobiografica che prende le mosse negli anni “della lotta anticomunista del dopoguerra”, in nome di una rivolta ideale poi sfociata nella rivoluzione del 28 ottobre, intitolata Noi squadristi, pubblicata nel 1939 e dedicata alla figura del padre, un fascista della prima ora, che conobbe appena, giusto in tempo per riceverne le consegne. Aschieri ci ha lasciato una gustosa rievocazione intitolata Squadrismo veronese in miniatura nel 1921, pubblicata nel 1934, in cui ricostruisce la genesi dell’Avanguardia studentesca fascista a Verona nel 1920.

Un po’ futurista si definì peraltro il settimanale “Audacia”. Organo di battaglia dei Fasci di Combattimento di Verona e Provincia”, diretto da Edoardo Malusardi, che uscì il 15 gennaio 1921, la cui consultazione per comprendere e ricostruire gli esordi del Fascismo veronese è ancora oggi essenziale.

Edoardo Pantano fu tra i giovani sostenitori di “Audacia” e oggi suo figlio Antonio, ha scritto un libro in cui si ricostruisce l’amicizia tra suo padre e Angelo Dall’Oca Bianca, il celebre artista che aderì convintamente al Fascismo e che aveva conosciuto Mussolini ancor prima della Grande guerra. Dall’Oca morì nel maggio del 1942, prima del crollo di quel mondo in cui aveva creduto, ma fece in tempo a progettare e costruire un “Villaggio” per i veronesi meno abbienti, che portava il suo nome ed è ancora oggi parzialmente abitato, quasi a testimoniare la metafora di una eredità incancellabile.

Pubblicato anche sul quotidiano L’Adige: https://www.giornaleadige.it/la-marcia-su-roma-vista-da-verona-il-terzofascio-fondato-appena-due-giorni-dopo-san-sepolcro/

1956: l’Ungheria si ribella ai sovietici

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LA RICORRENZA

di Redazione

Il PCI e i suoi eredi politici non si sono mai pronunciati con parole di ritrattazione o di scuse per aver sostenuto i carri armati sovietici contro il popolo ungherese.

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La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Inizialmente contrastata dall’ÁVH(1), venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici(2). I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.

CONTINUA SU: https://www.ungheria.it/rivoluzione-1956/

 

 

Senatrice Segre, non si lasci tirare dalla giacchetta

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di Emilio Giuliana

Il nome Segre, da anonimo, da qualche anno è passato alla ribalta; eppure, a bene guardare in alcuni casi il nome Segre nella storia italiana degli ultimi 150 anni si è reso protagonista, lasciando il segno. Il capitano Giacomo Segre, bombardò porta Pia, in quanto nessun cristiano avrebbe voluto  incappare nella scomunica inflitta da papà Pio IX, prevista per coloro che avrebbero cannoneggiato. Anche durante il periodo del governo monarchico fascista italiano, il nome Segre si fece notare. Ad esempio Guido Segre fu responsabile dell’Azienda Carboni Italiani; Il grande industriale Giuseppe Segre (padre del più famoso Emilio Segre), proprietario della “Società Anonima delle Cartiere Tiburtine ed Affini”; altri Segre invece si distinsero per avere osteggiato il governo monarchico fascista; appartenevano al movimento anti fascista clandestino, denominato “Giustizia e Libertà” Sion Segre, Attilio Segre, Marco Segre, Umberto Segre. Sion Segre ed in seguito Attilio Segre, Marco Segre e Giuliana Segre furono arrestati a causa  di introduzione clandestina, pubblicazioni, manifestini ed altra propaganda anti fascista. Emilio Gino Segre, membro dello storico gruppo di via Panisperna, il quale nel 1938 spontaneamente migrò negli USA, diventando collaboratore degli Stati Uniti d’America; Alberto, padre della senatrice a vita Liliana Segre,  fu arrestato dai soldati tedeschi nel mese di dicembre del 1943, intento a fuggire nella vicina Svizzera. Roberto Segre, padre della ormai famosa Liliana, fu arrestato e imprigionato, non perché ebreo, ma per ostilità e nemico attivo della Germania e l’Italia repubblicana e sociale (https://anpi.fattispazio.it/index.php?option=com_content&view=article&id=498%3Aalberto-segre&catid=113%3Adove-sono-elenco-delle-pietre-dinciampo&Itemid=80&fbclid=IwAR3exPMEKXn_5mWpKCIW4sQkwCS0jzj2rTUK0u8oRWeN_pmXqA0eYDAq9o8). Quando Roberto e Liliana furono arrestati, e separati, chi si prese cura della bambina Liliana, chi è perché fu risparmiata dalla morte? Per tornare ai giorni nostri, l’agenzia di stampa AdnKronos riporta le seguenti parole pronunciate dalla senatrice Liliana Segre in apertura della prima seduta del Senato:<<….presiedo il tempio della democrazia a 100 anni dalla marcia su Roma provo vertigini>>. Dopo queste parole, è doveroso far presente l’emergere di alcune incoerenze, voglio sperare frutto di amnesie. Ad esempio, il proprio marito  Alfredo Belli Paci era stato un attivo militante del Movimento Sociale Italiano, quest’ultimo contenitore politico annovera al suo interno “impenitenti” reduci fascisti, ed ebbe più volte come segretario nazionale, Giorgio Almirante, già direttore del quindicinale La difesa della Razza. Dunque, se penso a fdi, che anti fascista lo è davvero, ancor più dei militanti dell’ANPI, e al MSI che rivendicava la propria continuità con il fascismo, Liliana Segre, perché teme Fdi, ma non temeva il fascistissimo MSI? L’attaccamento di Alfredo Belli Pace al MSI e il suo segretario nazionale  Almirante era evidente, infatti quando nel 1979 ci fu la scissione dell’ala moderata, che diede vita a Democrazia Nazionale, il marito della senatrice a vita Segre, rimase nel Movimento Sociale Italiano. La senatrice Liliana Segre, non ricorda che tra i 61 fondatori dei fasci italiani di Combattimento a Milano, nel 1919, c’erano stati 5 ebrei: Cesare Goldman, Eucardio Momigliano, Gino Rocca, Riccardo Luzzatto e Pietro Jacchia.

La senatrice Segre, in considerazione delle vertigini provate, a causa della ricorrenza del centenario della MARCIA su ROMA, è a conoscenza del fatto che tra coloro che il 28 Ottobre del 1922, parteciparono alla « Marcia su Roma», c’erano stati 230 ebrei?

Approfitto, per ricordare solo una piccola parte del forte legame tra una parte considerevole di ebrei italiani e il fascismo.

Nel 1923, 746 ebrei erano risultati iscritti al Partito Nazionale Fascista (PNF). Tra il 1928 ed il 1933, i medesimi iscritti ebrei divennero 4.960; e, tra il 1934 ed il 1938, diventarono circa 10.000 o, come precisa Renzo De Felice, 10.125;

Nell’Ottobre del 1930, il Governo fascista — con approvazione del Consiglio dei Ministri (16 Ottobre 1930) e la fattiva e costruttiva collaborazione degli ebrei italiani Giulio Foà ed Angelo Sullam — aveva favorito e realizzato l’elaborazione, la redazione e la promulgazione della famosa « Legge Falco » (D.L. del 30 Ottobre 1930, n. 1731) o nuova « Legge delle Comunità ». Legge con la quale venivano giuridicamente riconosciute e tutelate le 26 Comunità giudaite italiane e le loro gerarchie. Quella Legge era stata successivamente perfezionata e completata con il D.L. del 24 Settembre 1931, n. 1279, nonché con il D.L. del 19 Novembre 1931, n. 1561.

 

Nel 1932, in una lunga intervista rilasciata allo scrittore ebreo tedesco, naturalizzato svizzero (1932), Emil Ludwig (alias Emil Cohn), il Duce del Fascismo non aveva esitato a confermare che in Italia «l’antisemitismo non esisteva ». Nel 1933, Sigmund Freud (1856-1939) aveva inviato uno dei suoi libri a Mussolini, con questa dedica autografa: ”da parte di un vecchio che saluta nel Legislatore l’eroe della cultura”. II 19 Ottobre 1933, l’allora Rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, in un’intervista rilasciata a « L’Echo de Paris », aveva dichiarato: «Mussolini non ha mai avuto la più piccola arrière-pensée di antisemitismo: egli non lo concepisce nemmeno». Novembre 1933, l’intellettuale e giornalista ebreo tedesco Hanns-Erich Kaminski, in un articolo intitolato « Fascismo tedesco e fascismo italiano », pubblicato sui « Quaderni di Giustizia e Libertà » (pp. 33-36) editi a Parigi, aveva chiaramente individuato le differenze tra l’hitlerismo ed il fascismo di Mussolini nella diversa posizione politica di quest’ultimo nei riguardi degli ebrei.

Il 12 novembre del 1935, uno dei principali rappresentanti della jewsh Agency, Seling Brodetsky, nel corso della sedicesima conferenza annale della federazione delle donne sioniste  d’Inghilterra, aveva così evidenziato: << Gli ebrei non hanno alcuna questione con l’Italia. Il modo con cui l’Italia tratta gli ebrei, siano suoi cittadini o d’immigrati, è stato ed è ammirevole. Vorrei che qualche altro paese modellasse sull’esempio italiano il trattamento che riserva agli ebrei che vivono nel suo seno>>.

A conferma della difesa e benevolenza del fascismo nei confronti degli ebrei, ne sono testimoni gli ebrei stessi, direi insigni ebrei. A conferma, basterebbe leggere la requisitoria del Procuratore Generale di Tel Aviv al processo contro Adolf Eichman nel 1960, o quel bel libro di Shelah Menachem significativamente intitolato: <<un debito di riconoscenza>>.

Giorgio Bocca, nel suo libro « Il filo nero », riferisce che in Francia (dove lui era in servizio militare con il grado di Sottotenente, e destinato ad un Fronte di guerra certamente più tranquillo che altrove, se non comodo ) quando le Forze Armate italiane iniziavano a ritirarsi dai territori occupati, avevano al seguito una quantità indicibile di ebrei francesi che volontariamente seguivano i Militari italiani ben sapendo che solo da essi avrebbero continuato ad avere protezione.

Varrebbe la pena rileggere anche quel che scrissero Rosa Paini (« I sentieri della speranza »), Paul Johnson (« Storia degli ebrei »), Léon Poliakov (« Il nazismo e lo sterminio degli ebrei »), Israel Kalk (« Gli ebrei in Italia durante il Fascismo »), Salini Diamond (« Internment in Italy »), Gorge L. Mosse (« Il razzismo in Europa »); o rileggere quel che scrisse Padre Graham su “Civiltà Cattolica” del marzo 1987 in merito al Fascismo, Mussolini e gli ebrei. E così molti altri ancora.

È significativa l’espressione quasi plastica dello storico ebreo Léon Poliakov il quale nei suoi studi parla di quel famoso “schermo” o “scudo protettore” che immediatamente veniva calato a difesa degli ebrei in ogni luogo dove giungevano le Forze Armate italiane il cui primo provvedimento era quello della dichiarazione di inefficacia di ogni decisione tedesca adottata in pregiudizio degli ebrei.

In realtà vi fu sempre, specialmente durante i lunghi anni della guerra dal 1940 al 1945, una ben precisa direttiva politica testimoniata emblematicamente da un episodio: Benito Mussolini pur di mandar via il Ministro tedesco Von Ribentrop venuto a Roma per protestare per l’atteggiamento fascista di protezione degli ebrei, dette assicurazioni ingannevoli a Von Ribentrop e contestualmente ordinò al Gen. Robotti di inventarsi qualsiasi ragione o scusa ma di non consegnare ai tedeschi neanche un ebreo.

Lo stesso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro II razzismo in Europa, a p. 245 ha scritto: Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo. Le leggi razziali introdotte da Mussolini nel 1938 impedivano agli ebrei di svolgere molte attività e si tentò anche di raccogliere gli ebrei in squadre di lavoro forzato; ma mentre in Germania Hitler restringeva sempre più il numero di coloro che potevano sottrarsi alla legge, in Italia avveniva il contrario: le eccezioni furono legioni. Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio « discriminare non perseguire ». Tuttavia, l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini. Ovunque, nell’Europa occupata dai tedeschi, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere e ottenere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia.

Concludendo, facendo presente che anche dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali italiane del 1938, l’Italia rimaneva la meta preferita di tutti gli ebrei in fuga dall’Europa;  il Brennero era divenuto il corridoio sicuro di transito verso l’Italia, ove trovare rifugio e protezione per tutti gli ebrei europei che fuggivano dai territori occupati dalla Germania.

P.S. il Senatore Abramo Giacobbe Isaia Levi (senatore del Regno dal 9 dicembre 1933 ,mantenne l’incarico fino al 1943, anno in cui iniziò ad essere perseguitato dagli anti fascisti); Stessa sorte toccata al barone Elio Morpugo, anch’egli senatore alto commissario contro il fascismo, Carlo Sforza, chiese che fosse dichiarato decaduto da senatore.

Cara senatrice Segre, senza pretesa alcuna, se leggesse ciò che ho scritto, sono certo che le sarei compiaciutamente di aiuto per lenire le sue fastidiose vertigini.

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/93-senatrice-segre-non-si-lasci-tirare-dalla-giacchetta.html

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