In ricordo di Alberto Giaquinto, assassinato 41 anni fa. Domani convegno al Cis di Roma

Aveva 17 anni, Alberto Giaquinto, quando venne ucciso da un poliziotto in borghese. Stava partecipando alla commemorazione della strage di Acca Larenzia, avvenuta un anno prima. Era il 10 gennaio 1979 e “uccidere un fascista non era reato”, chiunque lo facesse. Così per lui, come per tanti altri giovani missini che pagarono con la vita la loro militanza, non ci fu giustizia. L’agente Alessio Speranza, quattro processi e quasi 10 anni dopo, ricevette sì una condanna, ma non per omicidio. “Eccesso colposo di legittima difesa”, sentenziò la Cassazione. Pena comminata: 6 mesi.

Il ricordo di Alberto Giaquinto al Cis di piazza Tuscolo

A 41 anni di distanza, il sacrificio di Alberto Giaquinto sarà ricordato, come ogni anno, alla sala convegni del Cis di piazza Tuscolo, a Roma, che proprio al giovane missino è intitolata. L’appuntamento è per giovedì 9 alle 18, per un incontro al quale parteciperanno il saggista Adalberto Baldoni, il senatore Domenico Gramazio e il giornalista Piergiorgio Francia. Interverranno, inoltre, Antonella Mattei, sorella di Virgilio e Stefano, e Francesca Mancia, sorella di Angelo.

La stagione dell’odio politico

L’incontro, dunque, sarà l’occasione per una riflessione sulla stagione di odio politico che insanguinò l’Italia e sulle responsabilità – istituzionali, culturali, politiche – che troppo spesso relegarono i morti missini a morte di serie B. Tra colpevole incapacità di rintracciare gli assassini e infami connivenze nel coprire quelli che erano stati identificati.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/01/in-ricordo-di-alberto-giaquinto-assassinato-41-anni-fa-domani-convegno-al-cis-di-roma/

Acca Larentia, un simbolo di lotta da onorare. Per sempre

Acca Larentia, anche senza giustizia quel martirio resta incancellabile

42 anni e il ricordo non svanisce.Anzi, la memoria resta ancorata a quel sacrificio. Franco, Francesco e Stefano, martiri di Acca Larentia: i loro nomi rimangono per l’eternità nel cuore di una comunità che non smette di versare lacrime. Con loro c’erano Enzo, Maurizio e Pino, che riuscirono a portare a casa la pelle in quella che era una guerra senza fine.

Roma insanguinata, quel 7 gennaio del 1978. Il brutale eccidio di quella sera come un’azione militare: i terroristi rossi assassinarono Bigonzetti e Ciavattadavanti alla sezione martire. Poi cadde a terra, ucciso anche lui, Stefano Recchioni che stava lì come tutti, incredulo per quella strage. Abbattuto da una pallottola che il capitano dei carabinieri Sivori negò di aver sparato. E il tribunale gli diede ragione. Chissà chi fu….

Poi Giaquinto. E Mancia…

Un anno dopo toccò, a Centocelle, ad Alberto Giaquinto. Chiunque militava, in quegli anni terribili, si smarriva, perché ogni sera, al rientro a casa, poteva toccare a lui. O persino al mattino, come un paio di anni dopo accadde ad un altro indimenticabile, Angelo Mancia.

Sono storie drammatiche, incancellabili soprattutto per chi le ha vissute. Nel maggio dell’anno dopo spararono ancora, sempre davanti a quella sezione. C’eravamo noi. E ci salvammo, per pura fortuna. O per un miracolo. Quella destra era un bersaglio: fare politica bei quartieri più popolari, era considerato un crimine dal terrorismo rosso che si organizzava contro di noi.

Acca Larentia, un simbolo

Acca Larentia non si dimentica perché è diventata un simbolo. Per alcuni, la strage rappresentò uno spartiacque, il segnale che bisognava difendere la nostra gioventù. Si separavano le strade, tra chi sceglieva la strada della giustizia armata e chi cercava ancora quella che sembrava impossibile, quella della militanza. Il sangue non finiva di scorrere.

Il Msi subì un autentico martirio in quegli anni, decine e decine di Caduti per una bandiera. Per un’idea. Per una testimonianza. Non si ambiva al potere, in quel tempo: in gioco c’era la sopravvivenza. Ecco perché chi fa politica oggi – anche ai più alti livelli – non deve mai dimenticare quel sangue. Ed è importante soprattutto ora che la destra italiana risorge. È una storia che merita profondo rispetto quella del Msi, anche nella simbologia, soprattutto di questi tempi in cui è così facile bollare il nemico come fascista, per non avere rimorsi nel colpirlo. Né fisicamente, né con la parola, i titoli, le inchieste fasulle.

Fieri di quei martiri. Per sempre

Quel sangue rappresenta ancora oggi un segno di lotta senza la quale tutto sarebbe finito. Il coraggio di quei militanti – e per alcuni di loro persino la vita – ha preceduto il cammino di oggi: dobbiamo continuare ad esserne fieri. Si moriva per un’idea. La nostra idea. Ecco perché non riusciamo proprio a cambiarla. Nessuno si permetta mai di dubitare dell’amore per la democrazia da parte di quei nostri martiri. L’apertura di una sezione era una conquista territoriale, per i comunisti rappresenta a una sconfitta, per chi viveva di odio e antifascismo un’onta.

Ciascuno di noi era là. Ieri fisicamente, oggi spiritualmente. Quel Presentesignifica soprattutto questo. Vale per Franco, Francesco e Stefano. E vale per ciascuno di noi. Ora e per sempre.
Anche per loro vale la domanda di giustizia che non si ottiene ancora.

Da https://www.secoloditalia.it/2020/01/acca-larentia-anche-senza-giustizia-quel-martirio-resta-incancellabile/

Cent’anni fa il primo comunista italiano (che morì fascista)

Cent’anni fa apparve in Italia il primo leader comunista, amico personale di Lenin; morì poi da fascista, fucilato a Dongo e appeso per i piedi dai suoi compagni in Piazzale Loreto, accanto a Mussolini. Si chiamava Nicolino Bombacci e fu eletto nel 1919 alla guida del partito socialista. Era il capo dei massimalisti, somigliava non solo fisicamente a Che Guevara e ricordava Garibaldi. Era un puro e un confusionario; rappresentava, per dirla con De Felice, il comunismo-movimento, rispetto a chi poi si arroccò nel comunismo-regime. Fu lui a volere la falce e martello nella bandiera rossa, sull’esempio sovietico. Questa storia rimossa dai comunisti merita di essere raccontata.

Il 1°maggio di cent’anni fa era nato a Torino Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e Palmiro Togliatti. A quel tempo, disse poi Tasca (che esule dal Pci, finì a Vichy con Petain): “Eravamo tutti gentiliani”. Sull’onda della rivoluzione bolscevica nel giugno di cent’anni fa Ordine nuovo propose i soviet in Italia. Quel progetto li ricongiunse a Bombacci e insieme poi fondarono a Livorno il Partito Comunista.

“Deve la sua fortuna di sovversivo a un paio d’occhi di ceramica olandese e a una barba bionda come quella di Cristo” così Mussolini dipinse il suo antico compagno, poi nemico e infine camerata Bombacci. Romagnolo e maestro elementare come Mussolini, cacciato anch’egli dalla stessa scuola perché sovversivo, compagno di lotte e di prigione del futuro duce, e nemico dei riformisti, Bombacci si separò da Mussolini dopo la svolta interventista. Per tornare al suo fianco a Salò ed essere ucciso, dopo aver gridato “Viva il socialismo, viva l’Italia”. A differenza di Mussolini, Bombacci veniva dal seminario (come Stalin e Curcio) e da una famiglia papalina di Civitella di Romagna. Bombacci diventò il principale bersaglio dei fascisti che gli urlavano “Con la barba di Bombacci/ faremo spazzolini. Per lucidare le scarpe di Mussolini” (la stessa canzone fu riadattata al Negus quando l’Italia fascista conquistò l’Etiopia). I fascisti lo trascinarono alla gogna, tagliandogli la barba. Zazzera biondastra e incolta, volto magro, zigomi sporgenti, malinconici occhi turchini e una voce appassionata, impetuoso trascinatore di piazza. Così lo ricordava Pietro Nenni: “una selva di capelli spettinati, uno scoppio di parole spesso senza capo né coda. Nessun tentativo di convincere, ma lo sforzo di piacere. Un’innegabile potenza di seduzione. E in tutto questo, un soffio di passione…”

Sposato in chiesa, tre figli e varie storie d’amore alle spalle, Bombacci si schierò con Gramsci dalla parte di D’Annunzio a Fiume con la Carta del Carnaro. Quando nacque il Pcd’I, Mussolini dirà in un discorso alla Camera: “li conosco i comunisti, sono figli miei”. Bombacci fece uscire il folto gruppo parlamentare socialista dalla Camera prima che parlasse il Re nel giorno dell’insediamento, al grido di Viva il socialismo. Bombacci fu l’unico dei comunisti italiani in diretti rapporti con Lenin. Bombacci ricevette da lui denaro, oro e platino per la propaganda. A Mosca, Bombacci tornò coi vertici del Partito nel quinto anniversario della rivoluzione bolscevica, il 9 novembre del 1922 che nel calendario russo coincideva, col nostro 28 ottobre: quell’anno ci fu la Marcia su Roma. Bombacci sostenne l’intesa tra l’Italia fascista e l’Urss comunista, anche in parlamento. Poi suggerì ai comunisti d’infiltrarsi nei sindacati fascisti (strategia che Togliatti poi teorizzò come entrismo). Fu lui il primo comunista a entrare (indenne) nella Camera con Mussolini al potere. Continuò a far la spola con Mosca, soprattutto dopo che l’Italia fascista era stata il primo paese occidentale a riconoscere l’Urss e ad avviare rapporti economici. Bombacci tornò a Mosca il 1924 ai funerali di Lenin ed era ritenuto il n.1 in Italia. Fu espulso dal partito quattro anni dopo, per deviazionismo e indegnità, dopo aver dato vita a un’agenzia di export-import tra l’Italia e l’Urss; Bombacci fu il precursore delle coop rosse.

Per tutta la vita navigò tra i debiti; Mussolini aiutò i suoi famigliari e gli trovò un’occupazione all’Istituto di cinematografia educativa, in una palazzina di Villa Torlonia, proprio dove risiedeva il Duce. E gli finanziò un giornale fasciocomunista degli anni trenta, La Verità, che evocava la Pravda a cui Bombacci aveva collaborato. Odiato da Starace e dai fascisti, la Verità continuò a uscire fino al ’43. Dalle sue pagine teorizzò l’Autarchia. Bombacci sognava d’unificare le rivoluzioni di Roma, Mosca e Berlino; ma con la rottura del patto Molotov-Ribbentrop, il comunismo si alleò con le plutocrazie occidentali, e lui, anti-capitalista, si schierò col fascismo.

Ai tempi di Salò Bombacci aveva i capelli corti e la barba non era più incolta; una palpebra gli si era abbassata davanti all’occhio, vestiva con abiti gessati. Ma coltivava ancora il suo velleitario socialismo. A Salò il sindacalista Francesco Grossi lo ricorda “caloroso nell’esporre, gli brillavano gli occhi chiari ed acuti che rivelavano una totale pulizia interiore”. Perorò la socializzazione nella prima bozza della Carta di Verona e sognò la nascita dell’Urse, l’unione delle repubbliche socialiste europee.

Con Carlo Silvestri voleva riaprire il caso Matteotti per dimostrare che quel delitto fu messo di traverso tra Mussolini e il socialismo per evitare il riavvicinamento. Con Silvestri Bombacci promosse l’estremo tentativo di consegnare le sorti della Rsi al partito socialista di unità proletaria con un messaggio consegnato a Pertini e a Lombardi che i due leader partigiani cestinarono. Bombacci continuò a predicare tra gli operai la rivoluzione sociale: nel suo ultimo discorso a Genova il 15 marzo del ’45 ritrovò la foga della sua gioventù; lo raccontò in una lettera entusiasta a Mussolini. Fucilato con Mussolini a Dongo, fu esposto col cartello “Supertraditore”. Cadde cogli occhi azzurri spalancati verso il cielo, come si addice a un sognatore ad occhi aperti.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/centanni-fa-il-primo-comunista-italiano-che-mori-fascista/

Venti anni fa l’addio a Giorgio Pisanò. Rivelò gli orrori dei partigiani rossi

Oggi sono vent’anni che è morto Giorgio Pisanò. Senza questo grande giornalista d’inchiesta, che per primò scavò negli orrori dei partigiani rossi, la storia in Italia avrebbe continuato a essere quel catechismo comunista che i vincitori hanno propalato per anni. Sì, perché prima che Giampaolo Pansa, da sinistra, cominciasse ad aprire un po’ di vasi di Pandora su quello che realmente è stata la cosiddetta “resistenza” in Italia, Pisanò e pochi altri avevano già scritto tutto. Solo che la conventio ad exludendum che c’era – e c’è – nei confronti degli storici e giornalisti fascisti, impedì che le inchieste di Pisanò giungessero al grande pubblico e meno che mai in tv. Eppure quelli che dovevano sapere, sapevano. La “liberazione”, così è stata contrabbandata la guerra civile in Italia, guerra fratricida tra comunisti e fascisti, i primi però aiutati dalla massiccia macchina da guerra degli alleati (loro), i secondi che volontariamente andavano a combattere una guerra  – per l’onore – che sapevano già persa. Eppure gli scritti di Pisanò, a detta anche degli avversari politici, non sono minimamente inficiati dalla sua apaprtenenza ai Nuotatori Paracadusti della Decima Mas della Repubblica Sociale. No, dopo aver subito la prigionia, il campo di concentramento, sempre “alleato”, dopo essere sfuggito alla morte grazie a un’evasione, Pisanò si è calato nella parte del giornalista d’inchiesta, del detective storio, e ha cominciato, dal 1947, per il Meridiano d’Italia, a girare per il Nord Italia: interrogando, cercando, scovando documenti, ricostruendo quello che veramente accadde in quei giorni d’odio. Ma, come detto, tutti i suoi libri caddero nel silenzio più assoluto da parte dei mass media del regime democristiano e comunista. Una cortina di silenzio che però non ha impedito l’emergere della verità, che finalmente è emersa, grazie a Pansa, il quale ebbe a dichiarare che senza il lavoro propedeutico di Pisanò non avrebbe potuto scrivere ciò che ha scritto. Per il suo lavoro d’inchiesta Pisanò rimediò, in alternativa al silenzio, anche una scarica di querele e anche qualche settimana di galera. Quando uscì, Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, gli offrì un seggio al Senato, per fargli in parte da scudo alle offensive feroci dei vincitori, che continuavano, sia pure con altri mezzi, la loro resistenza contro l’emergere della storia.

Pisanò si arruolò nella Rsi con l’entusiasmo dei 20 anni

Pisanò era del 1924, quindi si arruolò a soli 19 anni nella Rsi, seguendo l’esempio di quasi un milione di giovanissimi volontari che seppero prendere una decisione scomoda, controcorrente, e soprattutto svantaggiosa per loro. Ma è grazie a questi ragazzi che la storia in Italia si sta riscrivendo in modo più aderente a quello che veramente è successo, alla loro testimonianza: moltissimi intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti italiani che si sono distinti nel dopoguerra provenivano infatti dalle file della Rsi. Oltre naturalmente a una schiera di parlamentari, e tutti col Msi, a cominciare dallo stesso Almirante. Pisanò, dopo la guerra fondò il Msi a Como, dove intanto si era trasferito, diventandone il primo “federale”. Per i maggiori periodici italiani scrisse numerose inchiesta, anche di cronaca, tra le quali ricordiamo certamente quella a puntate sull’assassinio di Enrico Mattei, il cui pilota, come forse pochi sanno, era un aviatore della Aeronautica nazionale repubblicana, Irnerio Bertuzzi, strettissimo amico del presidente dell’Eni. Pisanò poi scoperchiò, con vent’anni di anticipo, quella che poi sarebbe stata chiamata nel 1992 Tangentopoli, mettendo in luce e denunciando ruberie, corruzione, scandali, bustarelle dei partiti del cosiddetto arco costituzionale, denunciato in modo assolutamente solitario dal Msi e da giornalisti come Pisanò. Fondò e rifondò giornali storici e gloriosi, come il Candido , con cui condusse agguerrite campagne contro i socialcomunisti e demiocristiani. Tra le sue numerose opere, ricordiamo certamente Il vero volto della guerra civile. Documentario fotografico, del 1961, Sangue chiama sangue, del 1962, La generazione che non si è arresa, del 1964, Storia della guerra civile in Italia, 1943-1945, 3 del 1965-1966, Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), del 1967, stesso anno di Mussolini e gli ebreiPenna nera. Storia e battaglie degli alpini d’Italia, del 1968, L’altra faccia del pianeta “P2”. Testo integrale della Relazione conclusiva di minoranza presentata al Parlamento dal rappresentante del Msi-Dn, del 1984, Storia del Fascismo, del 1988-1990, Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, del 1992, Io, fascista, del 1997, e infine Gli ultimi cinque secondi di Musssolini, del 1996, che ha venduto oltre 60mila copie, in un Paese dove 30mila rappresentano un best seller.

Da https://www.secoloditalia.it/2017/10/venti-anni-fa-laddio-a-giorgio-pisano-rivelo-gli-orrori-dei-partigiani-rossi/amp/?fbclid=IwAR2mOgZRKnwrZ8Fidto6NXB3R88EabH3Mdywms6ChACq5a0BhvF50udLb_Y

Quando la DC tradì Pio XII e l’Italia (Vietato dimenticare…)

Tra le molteplici cause del processo di secolarizzazione della società italiana, non va dimenticato il fallimento della cosiddetta “operazione Sturzo”, concepita sessant’anni fa da Luigi Gedda, con l’avallo di Pio XII. La guerra si era appena conclusa e Pio XII proponeva un progetto di restaurazione della società cristiana sulla stessa linea del programma di san Pio X: “tutto restaurare e riordinare in Cristo”. Papa Pacelli voleva realizzare l’unità dei cattolici non attorno ad un partito, ma a un programma, come era accaduto nelle elezioni del 1913, con il Patto Gentiloni approvato da san Pio X. Luigi Gedda, l’artefice della schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile 1948, sembrava l’uomo più adatto a realizzare il piano del Pontefice. Il primo banco di prova sarebbero state le elezioni amministrative del maggio 1952, che precedevano di un anno quelle politiche. Continua a leggere

Enrico Mattei: storia di un uomo al servizio dell’Italia

Quella di Enrico Mattei, il primo presidente dell’ENI, fu senza ombra di dubbio la storia e parabola di un patriota: un uomo scaltro ed intelligente, capace di spostare gli equilibri politici interni e quelli internazionali a favore del proprio disegno di benessere per l’Italia. Sempre, in ogni caso, nel rispetto dei partner paritetici, di qualunque tipo essi fossero. Insomma: un manager di Stato che servì con lealtà, forza ed intelligenza la propria nazione. Conducendola, persino, a far tremare le fondamenta tanto del potere economico internazionale allora in fase di sedimentazione, quanto dell’equilibrio della Guerra Fredda.

Enrico Mattei: origini ed esperienze politiche

Enrico Mattei nacque da una famiglia di umili origini, e non fu mai particolarmente incline alla costanza nello studio: per questo motivo, il padre lo introdusse subito nell’ambito lavorativo. In esso, la brillantezza della sua persona gli permise di scalare presto le gerarchie, da operaio ed apprendista a ragioniere e dirigente. Non fu un caso che, nel 1961, ricevette honoris causa la Laurea in Ingegneria Civile dall’Università di Bari.

Dopo aver vissuto il regime fascista, combatté la Resistenza con forza, lealtà e rispetto, tanto sul campo quanto nello spirito: cioè, con patriottismo ed amore per lo Stivale, che non avrebbe mai voluto tra le grinfie dei tedeschi. Fondamentali furono gli incontri con Giuseppe Spataro, esponente della DC, e Marcello Boldrini, professore alla Cattolica. Alla fine della guerra, gli furono riconosciuti il suo impegno, la sua dedizione e la convinzione nelle sue idee: capaci di plasmarsi duttilmente sulla realtà per avere successo.

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fonte – https://oltrelalinea.news/2019/09/29/enrico-mattei-storia-uomo-servizio-italia/

DEL SANGUE PREZIOSISIMO DI GESÙ CRISTO

DEL SANGUE PREZIOSISIMO DI GESÙ CRISTO

Longino, soldato romano della provincia d’Isauria, presente alla morte di Cristo, lo ferì con una lancia nel Costato, e da questa ferita ne scaturì Sangue ed Acqua. Convertito per questo miracolo, raccolse con una spugna quanto più potè di quell’umore divino, e lo portò a Mantova l’anno di Cristo 36, ove si recò per predicarvi, come primo apostolo, il Vangelo. Ivi perseguitato dal Prefetto Ottavio, per cui ordine fu poi decollato il 2 dicembre dell’anno susseguente, che era il ventesimoprimo del regno di Tiberio, pensò a mettere in sicuro la gran Reliquia che aveva seco portato, nascondendola sotto terra in quel luogo ove adesso si ammira la Chiesa oltremodo magnifica di S. Andrea. Al tempo di Carlo Magno, nell’anno 804, per celeste rivelazione, venne a scoprirsi il preziosissimo deposito lasciatovi da Longino. Il fatto fu così strepitoso, che il Papa Leone III si recò personalmente sul posto: ed accertatosi della verità, ne portò in dono una particella all’Imperatore. Nel 925, per paura degli Ungari che devastavano l’Italia, i Mantovani sotterrarono il detto preziosissimo Sangue, parte in S. Andrea, e parte in S. Paolo, che era allora la Chiesa Cattedrale. Nel 1053, Enrico III Imperatore, venuto apposta a Mantova, adorò questo preziosissimo Sangue, e presone un poco, che portò in Boemia, fece murar sotterra il rimanente, temendosi ancora l’invasione dei barbari che di continuo infestavano l’Italia. Nel 1084, per rivelazione fatta dall’Apostolo S. Andrea al B. Adalberto, fu nuovamente ritrovato il divino deposito: e pei grandi miracoli che ne seguirono, venne a Mantova il Papa Leone IX, e approvata la pubblica credenza, non che il culto supremo che si prestava a quell’insigne Reliquia, ne portò una particella in Roma, ove si mostra tutt’ora. Nel 1298, Bardellone Bonacolsi, reggendo Mantova, fece aprire il luogo ov’era nascosto detto Santissimo Sangue, e lo fece portare processionalmente per tutta la città con grandissima festa, poi lo rinserrò come prima.

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“Fake news” risorgimentali

 “Stragi” di Perugia
 
La campagna contro l’Austria e i conseguenti moti nelle Legazioni e nell’Italia centrale, portarono il 14 giugno 1859 a costituire anche in Perugia un governo provvisorio.

Ispiratore ne era stato il dittatore sardo a Firenze Carlo Boncompagni su istigazione del marchese Filippo Gualtiero, conviventi un centinaio di novatori locali e l’aiuto di circa 8000 volontari toscani ben armati. La grande maggioranza della popolazione urbana e rurale rimase al solito affatto estranea, ma per la scarsità delle forze dell’ordine l’energico delegato pontificio apostolico mons. Luigi Giordani fu costretto a ritirarsi a Foligno.

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