Pillole di dottrina cattolica tra Cristianesimo e Giudaismo

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di Matteo Castagna

Qual è la dottrina cattolica di fronte al problema ebraico? Cos’è il Giudaismo? Gli ebrei sono deicidi? Il primato salvifico del popolo ebraico, dopo il rifiuto e la crocefissione di N. S. Gesù Cristo, diviene primato di condanna? La posizione di predilezione degli ebrei è uguale prima e dopo il Calvario?

Ci sono verità supreme su questo problema, sulle quali è assurdo sorvolare. E’ crudeltà nasconderle!
L’ insigne biblista Mons. Francesco Spadafora (1913-1997) affronta il tema nel libro “Cristianesimo e Giudaismo” (Ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2012, eu. 11,00)  senza complessi e timori di essere controcorrente, ma avendo come obiettivo la verità. Si tratta di un’opera di grande valore dottrinale e fondata su un’enorme documentazione, che affronta il cuore del problema.

Premetto che, per il cattolicesimo non esiste alcuna pregiudiziale etnica nell’opposizione al giudaismo, che rientra in ottiche antisemite condannate dalla Chiesa, come ogni forma di razzismo biologico.

Mons. Spadafora suddivide l’opera in due capitoli: l’esegesi dei testi, cristianesimo e giudaismo in San Paolo. L’incipit è il Vangelo di San Matteo 11,27: “Ogni cosa a me fu data dal Padre mio, e nessuno conosce il Figliuolo, se non il Padre; né alcuno conosce il Padre, se non il Figliuolo, e colui al quale il Figliuolo voglia rivelarlo”.

“Così l’eretico che nega il Figlio non ha alcuna comunione con il Padre, sebbene lo pretenda. Colui che possiede il Padre ed è in vera comunione con lui è unicamente il fedele che confessa il Figlio” – scrive Mons, Spadafora e continua: “Lo stesso afferma San Paolo dei Giudei persecutori dei cristiani, essi “non conoscono Iddio e non obbediscono all’Evangelo del Signore Nostro Gesù”. (2 Tess. 1,5-8)

Gesù nostro Signore realizza il piano divino di salvezza, preannunziato e preparato da tutto il Vecchio Testamento; compie l’alleanza di Dio con Israele, l’antica alleanza, inaugurando la nuova “nel suo sangue” (1 Cor. 11-25), secondo il vaticinio di Geremia (31,31-33): “Verranno giorni, nei quali stringerò con Israele e Giuda un’alleanza nuova – dice il Signore – . Non come il patto che ho stretto con i loro padri, quando li trassi dall’Egitto, patto da essi violato. Ma, nel nuovo, porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti…E tutti, piccoli e grandi mi riconosceranno. Perdonerò la loro niquizia ” (cf. Hebr. 8,6-13).

Ben sintetizza l’esegeta J. Behm: “Nei Sinottici la massima importanza spetta alle parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena: Mc. 14,24; Mt. 26,28; che in Paolo (1 Cor. 11,25) suonano “questo calice è la nuova diatéche (alleanza) nel mio sangue” (da cui dipende, Lc. 22,20). (Cfr. Th.W. zNT, alla voce Diatéche, II col. 132s.; nella tras. it. vol. 2, fasc. 4, coll. 1080 ss.) Il sangue, cioè la morte di Gesù instaura la nuova diatéche. La vecchia alleanza è, pertanto, la legge mosaica che è abrogata in conseguenza della ineluttabilità delle sue disposizioni transitorie, sostituita e superata dalla nuova, alla quale è concessa una gloria sovreminente.

Le Sacre Scritture, quindi, ci parlano chiaramente di due “alleanze”: una nel Vecchio Testamento con popolo di Israele, una nel Nuovo, con tutti coloro che riconoscono Cristo come il Messia e rispettano i Suoi precetti, ebrei sinceramente convertiti inclusi. Uno dei più bei miracoli di conversione da parte di un israelita fu quella di Alphonse Marie Ratisbonne (1814-1884).

Il Giudaismo credeva che il libro di Daniele (cc. 2.7-9.12) confermasse il suo sogno di impero, assimilando in tutto il regno “dei santi” agli imperi che nella visione lo precedevano. Il Messia, quale nuovo Alessandro, avrebbe sconfitto, in una grande battaglia, i Romani e avrebbe dato l’impero ai Giudei. Il Messia venne considerato un re guerriero e conquistatore. Furono affatto ignorati il perdono dei peccati, la redenzione e negati in modo deciso i patimenti del Messia (cf. Giov. 6,15 – 18,34 ss.).

“L’interpretazione giudaica non poteva allontanarsi in maniera più stridente – prosegue Mons. Spadafora – dall’opera redentrice del Messia, venuto “non ad essere servito, ma per servire, e a dare la Sua vita in riscatto per tutti gli uomini” (Mt. 20,08). Era invalsa tra i giudei la persuasione che la loro comune credenza sulla venuta di un personaggio straordinario della loro stirpe, che sarebbe intervenuto per conquistare a Iahweh il mondo e reggerlo in Suo nome, derivasse fin dal tempo dei più antichi profeti.

“La rivelazione sul Messia e la sua opera era ricca di vari elementi, non facilmente armonizzabili, per una esegesi non illuminata dalla luce della realizzazione in Gesù Nostro Signore” – rileva p. M. J. Lagrange nella conclusione del suo prezioso volume, “Le Judaïsme ayant Jésus-Christ” (Paris 3, 1931), pp. 587-591. Lo stesso rilevò San Paolo, per esperienza personale (2 Cor. 3,6-18).
E il teologo Karl Prumm in “Diakonìa Pnéumatos”, II Teil (Roma, 1960)  aggiunse: “Ogni nostra capacità viene da Dio. E’ Lui che ci ha resi capaci di essere ministri del Nuovo Testamento (cainé diatéche – nuova alleanza, nuovo patto), non della lettera materiale, ma dello spirito; ché la lettera uccide, lo spirito invece dà vita”.

Eppure, l’opera sublime della Redenzione, il dramma attestato dall’Evangelo, era stato preannunciato dal più grande dei profeti nei suoi Carmi del “Servo di Iahweh”: Isaia 42,1-7; 49,1-8; 50,4-9; 52,16-53,12. Basta leggerli integralmente per dare ragione al grande esegeta M.J. Lagrange, op. cit. pp. 368-381: “E’ talmente impossibile contestare la rassomiglianza tra la profezia e la realizzazione in Gesù Cristo Nostro Signore, che per negare il carattere profetico dell’antico scritto, bisognerebbe poter trovare che la realtà è stata inventata secondo l’abbozzo antico!”

Questa bimillenaria teologia iniziò a cambiare tramite la S. Congregazione dei Riti, cui Roncalli/Giovanni XXIII fece mutare l’Orazione “per la conversione dei Giudei”. Infatti sino a Pio XII (1939-1958) l’Orazione del Venerdì Santo suonava così: “Preghiamo anche per i [perfidi / infedeli, increduli, tolto da Giovanni XXIII, ndr] Giudei, affinché il Signore tolga il velo dai loro cuori ed anch’essi riconoscano Gesù Cristo, Signore nostro. […]. Dio onnipotente, […] esaudisci le preghiere che Ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché riconoscendo la luce della tua verità, che è Cristo, siano strappati alle loro tenebre. Per lo stesso nostro Signore Gesù Cristo”.

Quindi i Giudei che non hanno accolto e continuano e non accogliere Gesù come Messia e Redentore dell’uomo, per Roncalli, non sono “infedeli/increduli”, ossia non credenti nel vero Messia. Infatti “perfidi” viene dal latino “per / fidem”, che significa “fede falsa e deviata”. La decisione presa da Roncalli nel 1959, perciò, non solo ha cancellato una tradizione antichissima nella Chiesa, ma ha introdotto una novità che sembrerebbe contraria alla divina Rivelazione. Successivamente, ci fu la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Il Gran rabbino di Israele David Rosen, nel 1994, organizzò un incontro interreligioso a Gerusalemme. Per il Vaticano fu invitato l’allora card. Joseph Ratzinger, che tenne una conferenza dal titolo Israele, la Chiesa e il mondo. Il testo completo della conferenza si trova nel libro, scritto nel 1998 in tedesco e tradotto in italiano nel 2007, di Benedetto XVI, Molte religioni, un’unica alleanza, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007.

Ratzinger svolse il suo tema a partire dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) del 1992, n. 121, che a sua volta riprendeva quanto detto il 17 novembre 1980 a Mainz da Wojtyla/Giovanni Paolo II: “L’Antica Alleanza non è stata mai revocata”.

Ratzinger asserisce che “non esiste colpa collettiva dei Giudei per la condanna a morte di Gesù”. Invece i Giudei (capi e popolo) gridarono unanimemente: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt., XXVII, 25), ossia “la responsabilità della sua morte è tutta nostra e dei nostri figli” (Mons. F. Spadafora, Pilato, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1973, pp. 129-130), formando essi un popolo che ha una religione, la quale dura ancor oggi e perdura nel rifiuto di Cristo, che “merita ancora la morte perché da uomo si è fatto Dio”.

Se si approfondisce questo tema ci si accorge che nel 1998 Ratzinger, nell’Introduzione al suo libro Molte religioni un’unica Alleanza. Il rapporto Ebrei Cristiani. Il dialogo delle religioni (Cinisello Balsamo, San Paolo, [1998] 2007, p. 5) scriveva: «L’altro grande tema che acquista sempre più rilievo in ambito teologico è la questione del rapporto tra Chiesa e Israele. La consapevolezza di una colpa, a lungo rimossa, che grava sulla coscienza cristiana dopo i terribili eventi dei dodici funesti anni dal 1933 al 1945, è senza dubbio una delle ragioni primarie dell’urgenza con cui tale questione è oggi sentita».

Ratzinger, invece, dopo aver citato il Vangelo secondo Giovanni (IV, 22) afferma: «Questa origine [“la salvezza viene dai Giudei”] mantiene vivo il suo valore nel presente» (ivi), anche se poi aggiunge, contraddicendosi com’è suo costume kantiano: «Non vi può essere nessun accesso a Gesù […], senza l’accettazione credente della Rivelazione di Dio […], che i Cristiani chiamano Antico Testamento» (ivi). La sua frase precedente, però, diceva che la salvezza viene ancora oggi dai Giudei, e non dall’Antico Testamento, il quale non è certamente il cuore dell’odierno Giudaismo post-biblico, poiché l’Antico Testamento è tutto relativo a Cristo e quindi al Nuovo Testamento, che i Giudei di oggi rifiutano ostinatamente come i loro antenati.

Purtroppo, tutto il pensiero di Ratzinger è una “coincidentia oppositorum”.
Nei primi mesi dell’anno 2019 è stato pubblicato il libro La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) con una “Prefazione” a cura di J.M. Bergoglio.

Verso la Pasqua del medesimo anno è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dal “papa/emerito” Joseph Ratzinger (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.

USA e UE Tagliano il Welfare. La UE si Riarma per Miliardi di Euro, ma contro Chi?

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di Matteo Castagna

Chris Stein è un giornalista politico senior per il Guardian US, con sede a Washington. Ha scritto un editoriale molto interessante su The Guardian del 4 luglio, che merita di essere affrontato.

Per decenni, i repubblicani hanno sostenuto che gli Stati Uniti starebbero meglio se le tasse fossero basse e i programmi per aiutare gli americani a basso reddito avessero un’ accessibilità inferiore. Con il disegno di legge di Donald Trump sulle tasse e sulle spese, ora pronto a diventare legge, il paese scoprirà cosa vuol dire vivere in questo tipo di sistema.

La massiccia legislazione tycoon trasformerà le promesse elettorali in realtà, estendendo i tagli alle tasse emanati durante il primo mandato Trump e ampliando le detrazioni per gli elettori della classe operaia che hanno sostenuto la sua rielezione.

Il provvedimento riguarderà anche il sociale, tagliando i finanziamenti e imponendo nuovi requisiti di lavoro che, secondo stime non di parte, faranno perdere benefici a milioni di persone. Gli effetti a catena – dicono gli esperti – si faranno sentire in tutto il Paese, non solo per i poveri.

“A volte alle persone piace pensare che questo sia un problema di “noi contro loro”, ma in realtà tutti siamo coinvolti. Sono le persone con cui i tuoi figli vanno a scuola, è il tuo vicino, le persone con cui giochi a calcio” – ha detto Lelaine Bigelow, direttore esecutivo del Georgetown Center on Poverty and Inequality ed ha aggiunto a The Guardian: “questo avrà un effetto enorme, su molte persone, in tutto il paese”

Il “grande e bellissimo disegno di legge” – come lo chiama Trump – ha ottenuto l’approvazione finale della Camera dei Rappresentanti giovedì, in tempo per la sua firma il 4 luglio, festa del Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Oltre ai tagli alle tasse, catalizzerà decine di miliardi di dollari per l’applicazione della re-migrazione e la costruzione di un muro lungo il confine messicano.

Per ridurre i costi, i repubblicani hanno incluso disposizioni per porre fine agli incentivi del cosiddetto green, voluti da Joe Biden. La maggior parte dei risparmi proverrà dalle modifiche a due programmi: Medicaid, che fornisce assistenza sanitaria agli americani a basso reddito e disabili, e il Supplemental Nutrition Assistance Program (Snap), che aiuta gli americani a basso reddito ad ottenere il cibo.

Secondo The Guardian, “entrambi i programmi saranno caratterizzati da requisiti di lavoro più severi e ristretti, sicché, per la prima volta nella storia, gli Stati dovranno condividere parte del costo dello Snap”. Inoltre “il Congressional Budget Office (CBO) stima che le modifiche al disegno di legge su Medicaid potrebbero costare l’assistenza sanitaria fino a 11,8 milioni di persone, e il Center on Budget and Policy Priorities prevede che circa 8 milioni di persone, cioè un beneficiato su cinque, potrebbero perdere i benefici Snap”.

Ma il GOP smentisce, sostenendo che il disegno di legge non taglierà Medicaid o Snap, ma eliminerà “sprechi, frodi e abusi”, rendendo così i programmi più efficienti. A un certo punto, il presidente della Camera Mike Johnson ha fatto circolare una ricerca dell’American Enterprise Institute che ha scoperto che, “dopo aver dormito, il modo in cui i beneficiari disoccupati di Medicaid trascorrono la maggior parte del loro tempo era giocare ai videogiochi”.

Se non avessero agito – hanno avvertito i repubblicani – i tagli fiscali del 2017 sarebbero scaduti quest’anno, molti americani sarebbero stati costretti a pagare di più e la crescita economica ne avrebbe risentito. “Tuttavia – osserva The Guardian – le analisi della legge hanno rilevato che sono stati i redditi più alti a percepire la maggior parte dei benefici derivanti dal regime fiscale”.

Bigelow avverte che i tagli ai sussidi saranno l’effetto più diffuso del disegno di legge. La ricerca del suo centro ha rilevato che il 34% della popolazione del Paese sarà influenzata negativamente dal disegno di legge, principalmente attraverso i tagli a Snap e Medicaid, mentre poco meno del 2% dei contribuenti si trova nella fascia di reddito che otterrà la maggior parte degli sgravi fiscali.

Stein osserva, inoltre, che “anche gli americani che non interagiscono con i programmi federali di sicurezza potrebbero sentire gli effetti economici del loro ridimensionamento”. Un minor numero di iscritti a Snap potrebbe significare meno affari per i negozi di alimentari, mentre gli ospedali rurali potrebbero essere duramente colpiti dai tagli di Medicaid.

Robert Manduca, professore di sociologia all’Università del Michigan, ha previsto un colpo di 120 miliardi di dollari all’anno per le economie locali a causa dei tagli ai sussidi. I dipendenti e gli imprenditori, ha avvertito, “potrebbero vedere il loro lavoro diminuire perché la domanda, nella loro economia locale, si sta riducendo”.

Paradossalmente, il conto è ancora enormemente costoso. Il CBO prevede che aggiungerà 3,3 trilioni di dollari al deficit, fino al 2034, principalmente a causa dei tagli fiscali. Per i falchi fiscali preoccupati per la sostenibilità del deficit di bilancio del Paese, che è aumentato negli ultimi anni, mentre Washington DC ha combattuto la pandemia di Covid-19 con massicci stimoli fiscali, c’è poco di bello nel disegno di legge di Trump.

“Sì, l’economia potrebbe godere di un picco di benefici nei prossimi due anni, poiché l’indebitamento stimola i consumi a breve termine”, ha detto Maya MacGuineas, presidente del Comitato per un bilancio federale responsabile, che sostiene la riduzione del deficit.

“Ma uno sforamento non sarà sostenuto, farà danni reali, e spesso questo precede il crollo. La salute a lungo termine della nostra economia, delle famiglie americane e dei nostri figli starà peggio a causa di questo disegno di legge, finanziato dal debito”.

Potremmo osservare che i tagli alla Sanità sono utilizzati anche in Europa e, in particolare, in Italia. Stanno già producendo da decenni alcune crisi che appaiono irreversibili, colpendo le fasce più fragili della popolazione, ma anche erodendo lentamente il ceto medio. Ciò che spendono gli USA per la difesa e il 5% del PIL entro il 2035, che spenderà ogni Paese della NATO, provocano preoccupazioni, sia da un lato, che dall’altro, dell’Oceano.

E’, altresì, evidente che se a Obama e Trump siamo parsi degli “scrocconi” delle risorse statunitensi, negli anni dei precedenti governi, la riduzione del welfare non sembra la miglior risposta, così come non lo è il cosiddetto riarmo, che, in soldoni, è la cambiale per la conversione di parte dell’industria meccanica tedesca in industria bellica.

Ci sono analisti che, sottovoce, fanno capire quanto queste cifre enorme siano, in realtà, un bel po’ di fumo negli occhi, per giustificare il maggior disimpegno degli USA nel Vecchio Continente.

Fatto sta che in Italia tutto sembra andare verso una sanità privata, senza aumenti in busta paga, perché le trattenute sanitarie sarebbero già bloccate, per coprire un buco che si aggirerebbe attorno ai 18 milioni di euro.

Un “riarmo di propaganda”, che non si concretizzerà mai, potrebbe apparire più credibile, dal momento che dovremmo spendere cifre da capogiro, ma nessuno ha capito contro quale presunto o supposto nemico alle porte.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/07/04/usa-e-ue-tagliano-il-welfare-la-ue-si-riarma-per-miliardi-di-euro-ma-contro-chi-matteo-castagna/

Non è Tempo, per ora, di Terze Guerre Mondiali.

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di Matteo Castagna

Nel commentare la rassegna stampa su Canale italia, inerente la possibilità di una reale preoccupazione per una terza guerra mondiale, che si potrebbe scatenare dal conflitto fra Israele e Iran, ho risposto no, perché non ne vedo, almeno per ora, i presupposti.

So di aver colpito più di qualcuno, che ritiene, invece, essere imminente e che si aspettava da me una narrazione apocalittica. Accadde lo stesso nel biennio 2020-2022, quando in piena pandemia, alcuni si attendevano la stessa cosa. Ebbene, pur avendo ampiamente criticato la folle gestione “Conte-Speranza” e, riconoscendo l’evidenza di una grave collusione fra politica UE e multinazionali farmaceutiche, poi suffragata anche dall’indagine scandalosa sui rapporti opachi tra Ursula Von der Leyen e Pfizer, non ho mai creduto alla narrazione complottista

Non ho mai ritenuto che i vaccini servissero a governanti psicopatici per ucciderci tutti, né altre amenità simili. La gente si ammala al cuore o di neoplasie per le più svariate cause, ma i dati non confermano picchi esponenziali nell’aumento di queste malattie, smentendo un certo pensiero, che ha ingrassato alcuni portafogli e preoccupato, oltre misura, diverse persone.

La popolazione mondiale è ancora qui e le vittime di effetti avversi sembrerebbero essere sulla via dei risarcimenti.

Non ho mai creduto che il “green pass” sarebbe diventato uno strumento di controllo perpetuo di ogni nostra azione e, infatti, è morto con la pandemia.

Ho sempre ritenuto più plausibile l’analisi del Prof. Giulio Tremonti, che, sia della pandemia che della guerra ha parlato, utilizzando un nuovo termine: la “policrisi”, ossia “più crisi”, derivanti dal declino della globalizzazione. Scrive acutamente l’attuale Presidente della Commissione Esteri della Camera, noto docente di economia e già Ministro dei governi Berlusconi:

“le piaghe d’Egitto sono state dieci e la salvezza e la salvezza è stata l’Esodo. Finora sette sono state le piaghe della globalizzazione: il disastro ambientale; lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro; le società in decomposizione nel vuoto della vita; la spinta verso il transumano; l’apparizione dei giganti della Rete; la pandemia; la guerra. Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti sconnessi anelli di una stessa catena, perché non è la fine dell’inizio e non è neppure l’inizio della fine” (Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile, edizioni Solferino, Milano, 2022).

Sono realisticamente d’accordo col Prof. Tremonti, quando aggiunge che “se il futuro che verrà non è ancora scritto, non è necessario e non è fatale che questo sia tutto negativo: dipende da noi” (Guerra o Pace, ed. Solferino, Milano, 2025). Infatti, dobbiamo avere sempre molto chiaro che gli errori non possono essere visti come soluzioni e le soluzioni non possono replicare gli errori.

Dunque, tornando alla guerra in corso, iniziata venerdì scorso dal governo Netanyahu contro la Repubblica Islamica dell’ Iran, ritengo che l’accordo sul nucleare possa evitare l’escalation. “In qualche modo, la diplomazia internazionale riprenderà il filo del conflitto Israele-Iran – sostiene Luigi Toninelli, giovane ricercatore di ISPI, specializzato nella politica internazionale di Iran e Libano. Anche le ultime sollecitazioni degli Stati Uniti vanno in questa direzione”.

Mentre la CNN racconta che “Trump teme una crescente ingerenza degli Stati Uniti nell’escalation del conflitto tra Israele e Iran. Gli Stati Uniti hanno privato l’Ucraina dei mezzi per combattere i droni, che sono stati inviati in Medio Oriente. Il Pentagono ha notificato al Congresso degli Stati Uniti il trasferimento di tecnologia anti-UAV, precedentemente destinata alle esigenze delle Forze Armate ucraine, alle forze statunitensi in Medio Oriente.

Questa mossa riflette un cambiamento nelle priorità di difesa degli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump. La decisione è stata presa dopo che l’Ucraina ha condotto un attacco terroristico con l’impiego di droni in Russia e dopo che altri Paesi hanno espresso preoccupazione per l’impiego di tattiche simili in successivi conflitti in tutto il mondo”.

Forse non è un caso che l’attenzione mondiale sia stata dirottata sul Regime degli ayatollah, il giorno successivo al fallimento delle trattative sul nucleare con gli Stati Uniti e, neppure, che due giorni dopo, il più grande alleato degli americani in Medio Oriente abbia sferrato un attacco contro un Paese che, al momento non ha la bomba nucleare e, stando alle fonti AIEA, ossia dell’organismo di controllo, sarebbe ancora lontano da questo obiettivo.

Infatti, il Presidente dell’Iran Pezeshkian ha cercato, subito, di gettare acqua sul fuoco, rassicurando che “l’Iran non intende sviluppare armi nucleari”, anche se, probabilmente, non vede perché Israele, Russia, Cina e USA ce l’hanno, mentre loro, al contrario, non possono averla. Il Presidente iraniano ha proseguito dicendo che il suo Paese “perseguirà il suo diritto all’energia nucleare e alla ricerca”.

Di fronte alla domanda del Quotidiano Nazionale online del 16.06.25, secondo cui l’offensiva israeliana potrà far cadere il regime degli ayatollah, il dott. Toninelli ha risposto: “se la situazione sul campo precipitasse, nulla può essere escluso. Ma non è l’esito su quale scommetterei. L’Iran ha 90 milioni di abitanti e un tessuto sociale complesso. Una transizione al buio sarebbe molto complicata. Nessuno ha interesse a promuoverla, tanto meno adesso, in un momento di grande instabilità internazionale”.

Inoltre, aggiunge, a ragione, come ho avuto modo di dire anche io a Canale Italia di domenica 15 giugno: “è interesse di tutti che l’Iran torni al tavolo dopo i precedenti cinque round negoziali. Anche perché di notizie certe sui danni reali provocati dai bombardamenti israeliani alle centrifughe di arricchimento dell’uranio ancora non ce ne sono”. Siccome non sembrerebbe intenzione di Trump quella di bombardare le centrifughe dell’Iran, che si trovano 80 metri sotto terra, protette da cemento armato, la permanenza dell’Iran dentro al Trattato di non proliferazione nucleare potrebbe rivelarsi la soluzione più pratica.

…”Tutti i principali attori geopolitici hanno interesse a contenere il disordine mediorientale – sostiene oggettivamente Toninelli. Si va da Trump, che pensa a grandi business per gli Stati Uniti in tutta l’area, all’Arabia Saudita, alla Turchia e all’Egitto, Paesi musulmani sunniti che almeno formalmente devono condannare l’unilateralismo israeliano. Allo stesso modo, l’Iran è partner privilegiato di Russia e Cina, con rapporti di reciproca convenienza. E anche l’Unione europea ha un’ambizione esplicita alla chiusura dell’attuale conflitto per poter restare concentrata sul fronte ucraino e sulla nuova Nato”.

Eric Voegelin ha scritto: “se dietro la politica ci sono sempre realtà religiose (legami concettuali, storicità), allora la verità della politica sta nella teologia, non importa quanto brutale sia stata la secolarizzazione” e questo concetto potrebbe essere associato all’Islam di Kahmenei, rendendo l’escaletion una possibilità concreta, che vada oltre i proclami e le minacce. Ma il leader iraniano è anche una persona intelligente, che conosce bene i rapporti di forza e la complessa situazione di quei martoriati territori, per cui una certa dose di pragmatismo potrebbe mitigare e, non poco, la voglia di Sharia.

 

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2025/06/17/non-e-tempo-per-ora-di-terze-guerre-mondiali-matteo-castagna/

La donazione di Trump per influenzare il Conclave? 14 milioni per tirare la volata a Prevost

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L’assegno staccato in occasione del funerale di papa Francesco. Il tycoon punta sull’attività negoziale del cardinale americano Dolan

Città del Vaticano, 8 maggio 2025 – Dollari, dollari e ancora dollari. Sembra quasi un déjà-vu rispetto al Conclave del 1922 quando furono proprio i dollari americani a salvare la realizzazione dell’elezione del Papa. In quel caso, dopo quattordici scrutini, venne eletto papa il cardinale Achille Ratti, che prese il nome di Pio XI.

Che il Vaticano sia in deficit non è una novità ma certo è stato ben accolto l’assegno di 14 milioni di dollari staccato da Donald Trump in occasione del funerale di Papa Francesco, quando ha avuto il colloquio a quattr’occhi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Una donazione molto generosa per un Vaticano che ha un deficit di circa 70 milioni di euro e che tira la volata a qualche candidato gradito proprio al presidente americano che è pur sempre impegnato in un grande sforzo di pacificazione mondiale.

Un’interferenza, un’indebita intromissione, un possibile caso di simonia? Le domande sono legittime, ma storicamente gli Stati Uniti sono insieme con la Germania tra i maggiori contributori della Santa Sede. Un’organizzazione che non vive del gettito fiscale, ma di una serie di entrate che puntano appunto sulle donazioni in primis e poi sui biglietti dei Musei Vaticani, concessione italiana ai tempi dei Patti Lateranensi.

Donald Trump, che è già stato in Vaticano come presidente degli Stati Uniti al primo mandato, sa come funzionano le cose di mondo. D’altronde anche nelle campagne presidenziali americane generosi donatori finanziano i possibili presidenti. E certo si tratta di una bella mano per un Vaticano che sta affrontando le spese extra e ingenti proprio del conclave, con il personale in pensione richiamato a mille euro per assistere la sicurezza, il servizio d’ordine, con le ingenti spese dei rifacimenti delle stanze di Santa Marta con nuove suppellettili e arredi di prim’ordine. Quando venne nel corso del suo primo mandato, Donald Trump fu accompagnato dalla moglie Melania che si aspettava da Jorge Mario Bergoglio una donazione per la sua Fondazione a sostegno dei bambini. Un vero equivoco: a sua volta il Vaticano si aspettava una donazione per il Bambino Gesù, l’ospedale che a Roma accoglie bambini malati e incurabili da tutto il mondo. Non se ne fece nulla e rimase molta ruggine.

Ma ora Francesco è morto, gli Stati Uniti rispolverano l’antica alleanza con il Vaticano (Pio XII temeva il rapimento da parte dei nazisti e per questo firmò una preventiva lettera di dimissioni che avrebbe invalidato un rapimento) e Trump ha un alleato di ferro nel Conclave come il cardinale di New York, Timothy Dolan. Non un papabile, ma un king maker. Uno che può dire la sua con una certa influenza.

In questi giorni Dolan, nelle sue stanze del Pontificio collegio americano vista Cupolone di San Pietro, ha avuto diversi incontri, colloqui. Probabilmente a favore del cardinale statunitense ma spendibile anche nel Sudamerica, Francis Prevost. Su di lui ci sarebbe stata in queste ultime ore una convergenza degli americani. Tra Nord, Sud e Centro America, un bel pacchetto di voti.

Non Santo Padre ma Fratello

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di Marcello Veneziani

Papa Bergoglio è stato un papa umano, troppo umano. Ha fatto dell’umanità il senso e l’orizzonte del suo pontificato. Ha umanizzato il divino, ha desacralizzato la fede, ha socializzato la cristianità, ha tradotto la carità in filantropia. Non è stato Santo Padre ma Papa Fratello, e la sua fratellanza era un po’ come la fraternité sposata all’egalité. Il cristiano concepisce la fratellanza rispetto al Padreterno. Voleva abbattere muri e confini, aprirsi ai non credenti o ai credenti di altre fedi, ma ha eretto muri e solcato confini all’interno della cristianità, tra i cattolici della tradizione e i cattolici del progresso, ponendosi dalla parte di questi ultimi. Umano troppo umano è, come sapete, il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche; il filosofo dell’anticristo avrebbe ritrovato in lui esattamente quel che lui intendeva per cristianesimo e che avversava: la religione degli ultimi, la cristianità come preambolo religioso del socialismo, del pauperismo, il Vangelo come riscatto e denuncia sociale. In fondo la visione del cristianesimo in Nietzsche combacia con quella dei cristiani progressisti. Naturalmente è opposto il segno, negativo in Nietzsche e positivo in loro, ma la diagnosi è simile.

Non siamo nessuno per giudicare un papa, e la storia dirà qual è stata la sua impronta sulla Chiesa e sul mondo. Ma se è permesso esprimere in piena umiltà un sommesso parere sul suo papato, oltre le untuose ipocrisie che ci sommergono da due giorni, Francesco non è stato un grande Papa, o un Papa grande, come si dice nella Chiesa che intende la grandezza come presagio di santità. È stato, invece, un Papa Piccolo, che ha voluto rendere se stesso e la Chiesa all’altezza del mondo, dei tempi, della situazione sociale. Si è fatto piccolo per essere dentro questo tempo; umile se volete, anche se non di buon carattere.

Anche questa definizione di Papa Piccolo dovrebbe in fondo non dispiacere a chi ha esaltato in lui proprio questo suo aspetto di vicinanza all’umanità, a partire dagli esclusi. Il carisma è il segno di una raggiante paternità e di una luminosa presenza del divino in terra; Bergoglio ha invece scelto la via opposta, quella di umanizzare Cristo e il Vicario di Cristo in terra, fino a renderlo “uno di noi”. Non l’amore per il Lontano ma l’amore per i lontani, i più lontani dalla civiltà cristiana, dal nostro occidente, dalla chiesa, occupandosi largamente di migranti, cioè di coloro che venivano da altri mondi, da altre religioni. Non ha affrontato il nichilismo della nostra epoca, la desertificazione della vita spirituale, limitandosi a criticare legittimamente l’egoismo e la prepotenza. Ha cercato la simpatia, a tratti la piacioneria, più che la conversione e il mistero della fede.

È morto nel giorno del Sepolcro vuoto, il giorno che segue alla Pasqua, in cui l’Angelo annuncia alle donne che il Figlio è tornato dal Padre, non è più in terra, e anche questo – per chi crede ai simboli – è una coincideva significativa. Un giorno speciale, non solo perché lunedì dell’Angelo, ma perché quest’anno la pasqua cattolica coincideva con quella ortodossa; ed era il 21 aprile, il giorno del Natale di Roma, in cui il sole entra perfettamente nell’opaion del Pantheon, l’oculo aperto nella sommità del cerchio e trafigge il portone di bronzo e chi vi si pone alla soglia del tempo dedicato a tutti gli dei. Il suo papato è durato dodici anni, un tempo non lungo come quello di Giovanni Paolo II, né breve come quello dei papi meteore, come accadde a Giovanni Paolo I, Papa Luciani.

Lascerà un’eredità importante sul Conclave che dovrà eleggere il nuovo Papa e magari avviare la santificazione di Papa Bergoglio: ha eletto più cardinali di ogni altro predecessore, l’ottanta per cento del Conclave, lasciando così una larga maggioranza bergogliana. Per questo la sua eredità sarà davvero importante sul prossimo Conclave, a parte l’ispirazione dello Spirito Santo.

Non è riuscito a fermare l’emorragia della fede cristiana nel mondo, il calo senza precedenti di vocazioni in chiesa e nei conventi e di partecipazione dei fedeli ai sacramenti e alle messe; le chiese vuotate, la fede disertata.

Un processo lungo che dura da tempo, che si è accelerato almeno dai tempi del Concilio Vaticano II in poi e che i suoi predecessori non riuscirono ad arginare; con lui la scristianizzazione è stata ancora più vasta e veloce.

Papa Bergoglio raccoglieva simpatie di molti che cristiani e credenti non erano e che tali restavano; non ha convertito nessuno dei suoi simpatizzanti non credenti, mentre all’interno della cristianità, dicevamo, si è acuito il dissenso e la divisione tra i cattolici più legati alla tradizione e i cattolici più aperti ai tempi nuovi e al mondo sempre più scristianizzato. Ha dialogato più con i progressisti non cattolici che con i cattolici non progressisti; aperto ai primi, ostile ai secondi, la fede cattolica diventava una variabile secondaria rispetto alla posizione storico-sociale. Ha elogiato il dialogo intereligioso ma non a partire dai più vicini, come i cristiani ortodossi, di rito greco-bizantino, ma dai più lontani, come gli islamici e i più remoti nel mondo.

I suoi temi dominanti sono stati la pace, l’accoglienza, i migranti, l’ambiente, l’apertura alle donne con ruoli ecclesiali, il dialogo con gli atei. Ha denunciato le ingiustizie sociali, ha difeso i poveri, ha criticato il capitalismo e il consumismo, come è giusto che faccia un Papa. Ha tenuto fermi alcuni principi e alcune scelte di vita, in tema d’aborto, maternità, famiglia, lobby gay; ma i mass media hanno posto la sordina a questi suoi appelli in contrasto col mainstream. Anche in tema di pace ha fatto risuonare con forza la sua parola davanti alle guerre e ai genocidi senza distinguere tra gli uni e gli altri. Meno attento, invece, sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo. È apparso refrattario ai riti, ai simboli, alla liturgia sacra.

Restano alcuni grandi e piccoli misteri, come il non essere mai tornato in dodici anni di pontificato nella sua Argentina; è stato in Brasile, ai suoi confini ma non ha mai varcato la soglia di casa, e su sui motivi di questa stranezza i media hanno sempre taciuto.

La chiesa che lascia è più fragile, disabitata e lacerata di quella, già in crisi, che raccolse dal suo predecessore, Papa Benedetto XVI. E gravata ancora da alcune ombre d’infamia, come la pedofilia e la corruzione, che funestano la chiesa, i sacerdoti, ormai da tanti anni.

Qualcuno per rispondere alla crisi di vocazioni e alla pedofilia, propone il matrimonio per i preti, ma non è un rimedio per nessuno dei due. Non entreremo nella spinosa questione della legittimità del suo pontificato, non ne abbiamo la competenza, ed è materia troppo delicata per affrontarla nel corso di un articolo. Siamo sempre stati combattuti tra l’ossequio al Papa, chiunque egli sia, per quel che comunque rappresenta e per la nostra inadeguatezza a giudicare, e la critica per alcune sue posizioni che erano in palese contraddizione con il magistero dei precedenti pontefici e con la lezione di santi, teologi e dottori della Chiesa.

La sua morte esige rispetto, pietà e preghiera per il suo ritorno al Padre. Bergoglio esercitò il suo ruolo di Pontifex innalzando ponti tra i popoli più che tra l’uomo e Dio. Non ha costruito ponti tra il tempo e l’eternità, ma tra la chiesa e il suo tempo, a senso unico. Infatti, la sua Chiesa si è aperta all’oggi ma l’oggi non si è aperto alla Chiesa.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/non-santo-padre-ma-fratello/

La follia di chi uccide, la stupidità di chi depista

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di Marcello Veneziani

Due ragazzi pretendono l’amore da due ragazze che non vogliono darglielo e allora le uccidono. Uno è un ex fidanzato lasciato che non accetta la fine del rapporto, l’altro è solo un pretendente che pretende troppo. Poi leggi la spiegazione sui giornali e viene fuori il solito referto: è colpa del patriarcato. Ancora una volta gli stregoni cercano la soluzione fuori dal campo reale, non affrontano la vita sul suo terreno di gioco, lanciano il pallone in tribuna, e nel passato remoto. Se fossimo ideologici e astratti come loro, dovremmo indicare il referto simmetrico: il femminicidio è colpa del femminismo. Da quando le donne hanno dichiarato guerra agli uomini, odiano la figura maschile, il maschio reagisce e si vendica. Tesi generale, ideologica, astratta che avrebbe la stessa plausibilità di quella opposta, anzi con un vantaggio in più: il patriarcato si riferisce al passato, a un mondo che non c’è più, almeno da noi in Occidente, mentre il femminismo si riferisce al presente, a un mondo presente e militante, almeno da noi in Occidente.

Ma la realtà è un’altra cosa. La realtà racconta la tragedia di un mondo che quanto più si fa globale al suo esterno, tanto più si fa piccolo, solitario, privato, introverso e incomunicante nella dimensione personale.

Per molti, per troppi ragazzi, e anche adulti, il mondo si riduce a una persona sola, e se quella persona sola viene meno, crolla il mondo, perdi la testa, ti senti totalmente povero e solo e così decidi di mutare il bisogno assoluto di lei in cancellazione assoluta di lei, col sottinteso che quell’omicidio sia pure un suicidio. Quasi nessuno del resto sopravvive indenne e immacolato all’uccisione della partner, anche perché in un mondo piccolo come il nostro, se una ragazza viene uccisa il primo indiziato è il suo ragazzo, il suo ex, il suo spasimante. Non ci vuole molto a capirlo. O è un estraneo che ha tentato violenza carnale, o è la persona a lei più vicina che è stata lasciata. Sono davvero poche le varianti.

Se ti sparisce il mondo intorno, se perdi la realtà, la vita, le amicizie, i legami, la famiglia, resta solo lei a tenere in vita il tuo essere al mondo, la tua relazione esterna con la vita. E se non proietti la tua vita oltre te stesso, in una fede, in un Dio, in un’idea, in una comunità, in un’opera, in una missione, resta solo lei a dare uno scopo e una proiezione alla tua vita. Ragazzi così non sono figli della società patriarcale ma vivono sulle macerie della società patriarcale, nel pieno della società egoista, egocentrica, egopatica. Della società patriarcale non riconoscono già il primo comandamento, la padronanza sovrana nei rapporti e nelle situazioni, la non dipendenza del “superiore” dall’”inferiore”, del maschio-capo dalla femmina sottomessa. Non sono forti ma fragili i cosiddetti femminicidi, non sono leader ma cuccioli bisognosi, non sono padri padroni ma soggiogati dalla tossicodipendenza per la loro donna-mondo. Se ne sono privati reagiscono come disperati. Sono fragili come specchi, e se abbandonati, lo specchio s’infrange, l’immagine di sé crolla, sparisce col mondo e le schegge diventano coltelli, spade, armi letali.

Fino a quando continueremo ad accusare un morto, il patriarcato, di aver ucciso un vivo, tramite femminicidio, non verremo mai a capo di nulla. Naturalmente la spiegazione non è la soluzione, la diagnosi non è il rimedio. Ma perlomeno è il ritorno alla realtà per capire poi come reagire, sapendo del resto quanto poco si possa fare. Quel che sappiamo è che la condanna del patriarcato non solo è una falsa risposta, deviata, deviante, ai cosiddetti femminicidi, ma come si vede, non produce alcun effetto, alcun calo o contenimento della lunga scia di uccisioni che si allunga ogni giorno di più. E che negli ultimi tempi colpisce una fascia ancora più giovanile di protagonisti e di vittime, cioè persone che non vivono sotto lo stesso tetto da anni, che per ragioni anagrafiche non hanno vissuto neppure di striscio qualche ultima eredità del patriarcato; ma ragazzi venuti dal nulla, vissuti nel nulla, disarmati, anzi alle prime armi.

Quando può avere qualche valore la diagnosi del patriarcato? Quando si riferisce, ad esempio, all’uccisione di mogli e di figlie disobbedienti che trasgrediscono i costumi tradizionali e religiosi ancora vigenti in un quadro sociale prestabilito; ma questo può accadere tra gli islamici, per esempio, non certo da noi. Un assassinio maturato nel clima del patriarcato è stato per esempio, quello di Saman Abbas che si era ribellata ai costumi della sua famiglia; ma stiamo parlando di una famiglia pakistana, islamica.

Il caso Cecchettin, per citare il più famoso, rientra invece in quest’altra tipologia e patologia del nostro tempo e del suo individualismo assoluto, malato, psico-fragile, tossicodipendente, che nasce in società in cui la famiglia è in dissoluzione, le figure di riferimento sono crollate, a cominciare dal padre, e così il contesto di valori. Ma pensate davvero che la soluzione siano le campagne ideologiche e mediatiche contro il maschilismo e la società patriarcale? Ritenete davvero che il rimedio sia rafforzare i centri antiviolenza, con tutti gli esorcisti stipendiati che insegnano il bene e dunque fugano ogni tentazione violenta? O addirittura confidate sul serio che “l’educazione all’affettività” nelle scuole, cioè l’elogio e l’istigazione alla sessualità transitoria, variabile e polivalente, inclusiva e omosessuale, possa davvero frenare la pulsione omicida verso le donne? Pensate davvero che queste misure abbiano qualche vaga efficacia su chi si pone fuori dal mondo ed è fuori di testa, avverte una disperata solitudine, non accetta la realtà e odia a morte chi lo rifiuta, soprattutto se proviene dalla persona-mondo, su cui ha costruito la sua esistenza? Ma non vedete che le vostre parole scivolano nel nulla – come le nostre, del resto – perché non saranno mai i sermoni e le campagne contro gli estinti patriarchi, a frenare i crimini attuali e a ridare sicurezza e vita alle ragazze?

Su un punto concordo, invece, con i sociologi del patriarcato: alle origini c’è la riduzione dell’amore a possesso. L’amore di coppia si fonda sulla reciprocità, non può esistere l’amore unilaterale; anche se a volte, nel caso di genitori e figli, i casi più straordinari e toccanti d’amore sono quelli di chi ama senza essere amato, di chi dà senza ricevere nulla in cambio, nemmeno gratitudine; ma in quel caso l’amore è dare, non pretendere, è donare, non possedere. Comunque, è vero che la radice di questi crimini è nella pretesa di possesso assoluto della persona amata. Ma il salto patologico che trasforma un vizio in un crimine è dal possesso alla possessione: chi pretende di possedere la sua donna a ogni costo, in realtà è posseduto. Da lei, dal suo spettro, dal proprio demone.

 

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-follia-di-chi-uccide-la-stupidita-di-chi-depista/

L’invenzione dell’INCOLPEVOLE

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di Emilio Giuliana

“L’onnipotenza di Dio, una volta terminati gli eventi, non è in grado di modificarli successivamente, mentre invece possono farlo gli storici mutando la narrazione degli avvenimenti effettivamente accaduti” (Voltaire). La citazione di Voltaire non fa sconti neanche sul caso del beato Simonino, né è riprova la pervicace capziosità con la quale costantemente, si vuol negare la verità, nonostante ebrei importanti del peso di Ariel Toaff e Sergio Luzzato, hanno raccontato attraverso le loro ricerche documentali che i sacrifici rituali sono stati in seno al mondo ebraico praticati, così come fu praticato sul povero martire beato Simonino.

E.G.

di don Ugolino Giugni

Molto è stato scritto, in passato, sul beato Simonino da Trento e ancora oggi, malgrado la “soppressione” del suo culto egli è al centro dell’interesse degli studiosi. Nel 2007 fece molto scalpore il libro “Pasque di Sangue” di Ariel Toaff, figlio del gran rabbino di Roma Elio, nel quale l’autore affrontava scientificamente e storicamente la questione della “cultura del sangue” nelle tradizioni e credenze popolari ebraiche nel medioevo. Questa “accusa del sangue”, secondo Toaff, emerge proprio dai verbali dei processi per l’accusa di “omicidio rituale” (di cui proprio quello di Trento del 1475 riguardante il beato Simonino è uno dei più famosi), contro gli ebrei ashkenaziti trentini.

È molto interessante quanto scrive Toaff per spiegare il suo metodo di ricerca, poichè egli non può essere certamente accusato di essere di parte e antisemita: «voglio precisare che nella mia ricerca ho inteso principalmente indagare sul ruolo occupato dalla cosiddetta “cultura del sangue” nel mondo ebraico di lingua tedesca, come nella società circostante. Un ruolo polivalente, terapeutico, magico, scaramantico, alchemico, che prescindeva dal severo, divieto biblico e rabbinico relativo al consumo del sangue. In sostanza, mi sono proposto di verificare come, anche su questo punto, la prassi, modellata dalle influenze esterne, avesse modificato la norma e quali ne fossero state le conseguenze, impreviste o prevedibili, nell’ambito dell’aperto e aspro confronto con le comunità dei cristiani.

 

In altre parole, intendevo ricostruire restituendo loro vita e spessore, le credenze popolari dell’ebraismo ashkenazita medioevale, un mondo sotterraneo, imbevuto di superstizione e di magia e animato da viscerali sentimenti anti-cristiani. Un mondo che, più o meno intenzionalmente, è stato coperto dall’oblio, almeno fino ai tempi recenti. Il processo di Trento per l’infanticidio di Simonino (1475) e la sua ampia documentazione mi hanno fornito la possibilità di esaminare in dettaglio le confessioni degli imputati. Mi sono chiesto quindi se in esse, pur tenendo conto che erano state estorte con la tortura [metodo comune a tutti i processi, anche quelli civili… a quell’epoca, n.d.r.] si potessero riscontrare elementi riconducibili alla mentalità, alle tradizioni e ai riti particolari di quegli ebrei per quanto concerneva sia la vita quotidiana sia la celebrazione delle festività, e in particolare la Pasqua. Sulla base di significativi riscontri e verifiche incrociate con le fonti ebraiche sono giunto alla conclusione che vi siano solidi elementi per ipotizzare che un uso magico e simbolico del sangue, essiccato e ridotto in polvere, fosse divenuto con il tempo, a dispetto dell’opposizione dei rabbini, parte integrante di riti e liturgie particolari nell’ambito della celebrazione della Pasqua ebraica.

L’immagine emersa da una documentazione ebraica rilevante, di recente pubblicata da Israel Yuval, trova conferma nel quadro che sull’argomento ci viene disegnato dagli imputati di Trento, indicando chiaramente che esso caratterizzava in particolare gruppi estremisti ashkenaziti. Questi, che facevano parte di un ebraismo tedesco reduce dai traumi delle crociate, dai massacri e dai battesimi forzati, esprimevano nel corso della cena pasquale la loro risoluta avversione al cristianesimo nel cosiddetto “rituale delle maledizioni”. Secondo la mia ipotesi, che ritengo suffragata da indizi significativi, questi anatemi sacralizzati acquistavano una terribile valenza magica quando simbolicamente qualche granello di sangue cristiano in polvere veniva sciolto nel vino, trasformandolo nel sangue di Edom, il cristianesimo, l’irriducibile persecutore cui le maledizioni erano indirizzate» (1).

Toaff fa notare come il bambino ucciso sia identificato, in maniera commovente per un cristiano, con lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo: «“Tu sei crocefisso e trafitto come Gesù l’appeso, in ignominia e vergogna come Gesù”. Per i partecipanti al rito sembra che l’infante cristiano avesse perduto la sua identità (se mai l’aveva posseduta ai loro occhi) e si fosse trasformato in Gesù “crocifisso e appeso”» (2). Quanto affermato qui da Toaff sembra smentire quella “evidente mancanza assoluta di prove” che Gemma Volli invocava nel 1963, all’alba dei tempi nuovi del Concilio Vaticano II, nell’opuscoletto di sedici pagine (3) che ella scrisse per chiedere la revisione dei processi trentini e la soppressione del culto di Simonino.

La storia è nota, la revisione invocata arrivò con il Concilio, e grazie ad un insignificante articolo di W. P. Eckert op. (4), nel 1965 il vescovo di Trento Gottardi fu solerte a sopprimere il culto di Simonino e occultarne le reliquie per cancellarne per sempre, se ciò fosse stato possibile, la memoria.

Questo nuovo libro vuole far conoscere la vera storia di Simonino come l’ha insegnata e creduta Santa Madre Chiesa prima dei “tempi nuovi del Vaticano II”, e vuole ricordare ai cattolici quello che ci sembra essere un punto fondamentale della questione, e che si è sempre cercato di far passare in secondo piano; il fatto cioè che nel caso del culto di San Simonino è in gioco l’autorità stessa e la credibilità della Chiesa. Essa infatti è infallibile nella canonizzazione dei suoi santi, per cui non è possibile che approvi un culto che si rivelerebbe in seguito falso e necessiti di essere soppresso.

Certo la beatificazione, in quanto atto non definitivo e limitato ad un culto locale che non obbliga tutta la Chiesa, non è ancora infallibile; ma è opinione comune dei teologi che sia quanto meno temerario sostenere che vi possa essere errore in un tale giudizio. Inoltre nel nostro caso bisogna considerare il fatto che nel 1584 il nome di Simonino fu inserito nel martirologio romano da Papa Gregorio XIII, col titolo di Santo e che nel 1588 Papa Sisto V concesse per la diocesi di Trento Messa e Officio proprio del Beato Simonino. In seguito con la Bolla Beatus Andreas del 22 febbraio 1755 Papa Benedetto XIV, riconobbe nuovamente il culto prestato a san Simonino affermando che “fu crudelmente messo a morte in odio alla fede”, culto confermato da innumerevoli miracoli.

La bolla di Papa Lambertini (Benedetto XIV) ha un valore particolare, in quanto essa esamina a fondo i casi strettamente collegati del martirio di Andrea da Rinn e Simone di Trento, ed è a tutti nota la somma autorità del Lambertini in materia di canonizzazione di Santi. È da notare che il popolo di Trento ha sempre venerato con un culto pubblico e solenne il suo piccolo patrono fino al 1965. Se ci si pone in questa prospettiva cattolica, non c’è posto, nella questione del culto a Simonino, per il cosiddetto “antisemitismo” col quale, in maniera strumentale, si pretende accusare i cattolici che venerano San Simonino.

Il libro è diviso in due parti affinché il lettore possa farsi un’idea precisa della storia e dello stato del culto di Simonino prima e dopo il Concilio. La prima parte è la ristampa anastatica di un libro degli anni trenta del secolo scorso che racconta abbastanza dettagliatamente la storia del bimbo trentino, il suo martirio e i processi che ne seguirono. L’autore (Cives in latino cioè cittadino) si basa soprattutto sull’opera del Divina (5) parroco di S. Pietro all’inizio del secolo, chiesa in cui venivano custodite le reliquie del beato fino alla soppressione del culto.

Nella seconda parte (appendice) curata dal “Comitato san Simonino” sono raccolti una serie di documenti importanti a testimonianza del culto che la Chiesa ha reso per secoli al piccolo beato. Sono presenti i testi della liturgia tratti dal Messale, dal Breviario e del Martirologio, i documenti del Magistero, e anche il decreto di soppressione del culto del vescovo Gottardi. Molto interessanti sono le immagini, a testimonianza del culto, che si trovano in molte chiese del Trentino e della val Camonica (BS) nonché alcune foto delle processioni nella città di Trento.

 

Civis, La vera storia del Beato Simonino da Trento Innocente e Martire e del suo culto, Comitato San Simonino, Trento 2013, 100 pag. euro 12,00.

http://www.sodalitiumshop.it/epages/106854.sf/it_IT/?ObjectPath=/Shops/106854/Products/030

 

Note

1) Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino Bologna 2007, Postfazione, pagg. 364-365.

2) Ariel Toaff, Pasque di sangue…, op.cit., p. 196)

3) Gemma Volli, I “processi tridentini” e il culto del Beato Simone da Trento, La nuova Italia, Firenze 1963. Significativo dei tempi nuovi, è quanto scritto in nota a chiusura del libro: «questo scritto viene pubblicato dopo che il cardinale Bea, il 19 novembre, ha tenuto al Concilio un discorso che rovescia l’atteggiamento ancora tradizionale della Chiesa nei confronti degli ebrei e che, insieme con il discorso sulla libertà di religione, fa compiere ci sembra un passo decisivo per l’insegnamento della Chiesa nell’epoca moderna. Tale atteggiamento della Chiesa dovrebbe peraltro trovare immediata ripercussione anche in casi palesi di culti e glorificazioni che nulla hanno a che fare con la verità e con lo spirito dei tempi nuovi come è appunto il caso trattato da questo articolo, caso che dimostra quanto necessaria sia la nuova posizione della Chiesa e quanto pervicaci i modi medievali di intendere il cristianesimo (n.d.r.)» (pag. 16).

4) W. P. Eckert op. Il beato Simonino negli “atti” del processo di Trento contro gli ebrei, Temi tipografia editrice, Trento 1965.

5) Mons. Giuseppe Divina, Il Beato Simone da Trento, Tip. Artigianelli D. F. D. M. – Trento, 1902.

Quelle Pasque di Sangue (Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007)

Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre del Medioevo

Sergio Luzzatto

Trento, 23 marzo 1475. Vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. Nell’abitazione-sinagoga di un israelita di origine tedesca, il prestatore di denaro Samuele da Norimberga, viene rinvenuto il corpo martoriato di un bimbo cristiano : Simonino, due anni, figlio di un modesto conciapelli. La città è sotto choc. Unica consolazione, l’indagine procede spedita. Secondo gli inquirenti, hanno partecipato al rapimento e all’uccisione del «putto» gli uomini più in vista della comunità ebraica locale, coinvolgendo poi anche le donne in un macabro rituale di crocifissione e di oltraggio del cadavere. Perfino Mosé «il Vecchio», l’ebreo più rispettato di Trento, si è fatto beffe del corpo appeso di Simonino, come per deridere una rinnovata passione di Cristo. Incarcerati nel castello del Buonconsiglio e sottoposti a tortura, gli ebrei si confessano responsabili dell’orrendo delitto. Allora, rispettando il copione di analoghe punizioni esemplari, i colpevoli vengono condannati a morte e Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 13 — giustiziati sulla pubblica piazza. Durante troppi secoli dell’era cristiana, dal Medioevo fino all’Ottocento, gli ebrei si sono sentiti accusare di infanticidio rituale, perché quelle accuse non abbiano finito con l’apparire alla coscienza moderna niente più che il parto di un antisemitismo ossessivo, virulento, feroce. Unicamente la tortura – si è pensato – poteva spingere tranquilli capifamiglia israeliti a confessare di avere ucciso bambini dei gentili : facendo seguire all’omicidio non soltanto la crocifissione delle vittime, ma addirittura pratiche di cannibalismo rituale, cioè il consumo del giovane sangue cristiano a scopi magici o terapeutici. Impossibile credere seriamente che la Pasqua ebraica, che commemora l’esodo degli ebrei dalla cattività d’Egitto celebrando la loro libertà e promettendo la loro redenzione, venisse innaffiata con il sangue di un goi katan, un «piccolo cristiano» ! Più che mai, dopo la tragedia della Shoah, è comprensibile che l’«accusa del sangue» sia divenuta un tabù. O piuttosto, che sia apparsa come la miglior prova non già della perfidia degli imputati, ma del razzismo dei giudici. Così, al giorno d’oggi, soltanto un gesto di inaudito coraggio intellettuale poteva consentire di riaprire l’intero dossier, sulla base di una domanda altrettanto precisa che delicata : quando si evoca tutto questo – le crocifissioni di infanti alla vigilia di Pesach, l’uso di sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa – si parla di miti, cioè di antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini ? Il gesto di coraggio è stato adesso compiuto. L’inquietante domanda è stata posta alle fonti dell’epoca, da uno storico perfettamente attrezzato per farlo : un esperto della cultura alimentare degli ebrei, tra precetti religiosi e abitudini gastronomiche, oltreché della vicenda intrecciata dell’immaginario ebraico e di quello antisemita. Italiano, ma da anni docente di storia medievale in Israele, Ariel Toaff manda in libreria per il Mulino un volume forte e grave sin dal titolo, Pasque di sangue. Magnifico libro di storia, questo è uno studio troppo serio e meritorio perché se ne strillino le qualità come a una bancarella del mercato. Tuttavia, va pur detto che Pasque di sangue propone una tesi originale e, in qualche modo, sconvolgente. Sostiene Toaff che dal 1100 al 1500 circa, nell’epoca compresa tra la prima crociata e l’autunno del Medioevo, alcune crocifissioni di «putti» cristiani – o forse molte – avvennero davvero, salvo dare luogo alla rappresaglia contro intere comunità ebraiche, al massacro punitivo di uomini, donne, bambini. Né a Trento nel 1475, né altrove nell’Europa tardomedievale, gli ebrei furono vittime sempre e comunque innocenti. In una vasta area geografica di lingua tedesca compresa fra il Reno, il Danubio e l’Adige, una minoranza di ashkenaziti fondamentalisti compì veramente, e più volte, sacrifici umani. Muovendosi con straordinaria perizia sui terreni della storia, della teologia, dell’ antropologia, Toaff illustra la centralità del sangue nella celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello, che celebrava l’ affrancamento dalla schiavitù d’Egitto, ma anche il sangue del prepuzio, proveniente dalla circoncisione dei neonati maschi d’Israele. Era sangue che un passo biblico diceva versato per la prima volta proprio nell’Esodo, dal figlio di Mosè, e che certa tradizione ortodossa considerava tutt’ uno con il sangue di Isacco che Abramo era stato pronto a sacrificare. Perciò, nella cena rituale di Pesach, il pane delle azzime solenni andava impastato con sangue in polvere, mentre altro sangue secco andava sciolto nel vino prima di recitare le dieci maledizioni d’Egitto. Quale sangue poteva riuscire più adatto allo scopo che quello di un bambino cristiano ucciso per l’occasione, si chiesero i più fanatici tra gli ebrei studiati da Toaff ? Ecco il sangue di un nuovo Agnus Dei da consumare a scopo augurale, così da precipitare la rovina dei persecutori, maledetti seguaci di una fede falsa e bugiarda. Sangue novello, buono a vendicare i terribili gesti di disperazione – gli infanticidi, i suicidi collettivi – cui gli ebrei dell’area tedesca erano stati troppe volte costretti dall’odiosa pratica dei battesimi forzati, che la progenie d’Israele si vedeva imposti nel nome di Gesù Cristo. Oltreché questo valore sacrificale, il sangue in polvere (umano o animale) aveva per gli ebrei le più varie funzioni terapeutiche, al punto da indurli a sfidare, con il consenso dei rabbini, il divieto biblico di ingerirlo in qualsiasi forma. Secondo i dettami di una Cabbalah pratica tramandata per secoli, il sangue valeva a placare le crisi epilettiche, a stimolare il desiderio sessuale, ma principalmente serviva come potente emostatico. Conteneva le emorragie mestruali. Arrestava le epistassi nasali. Soprattutto rimarginava istantaneamente, nei neonati, la ferita della circoncisione. Da qui, nel Quattrocento, un mercato nero su entrambi i versanti delle Alpi, un andirivieni di ebrei venditori di sangue umano : con le loro borse di pelle dal fondo stagnato, e con tanto di certificazione rabbinica del prodotto, sangue kasher… Risale a vent’anni fa un libretto del compianto Piero Camporesi, Il sugo della vita (Garzanti), dedicato al simbolismo e alla magia del sangue nella civiltà materiale cristiana. Vi erano illustrati i modi in cui i cattolici italiani del Medioevo e dell’età moderna riciclarono sangue a scopi terapeutici o negromantici : come il sangue glorioso delle mistiche, da aggiungere alla polvere di crani degli impiccati, al distillato dai corpi dei suicidi, al grasso di carne umana, entro il calderone di portenti della medicina popolare. Con le loro «pasque di sangue», i fondamentalisti dell’ebraismo ashkenazita offrirono la propria Il resto del siclo / 24 / Primavera de 2007 / 1 — 14 — interpretazione – disperata e feroce – di un analogo genere di pratiche. Ma ne pagarono un prezzo enormemente più caro. * * * Il tema del libro Esce in libreria dopodomani, giovedì 8 febbraio, il libro di Ariel Toaff «Pasque di sangue. Ebrei d’ Europa e omicidi rituali» (pp. 364, 25), edito dal Mulino Il saggio affronta il tema dell’ accusa, rivolta per secoli agli ebrei, di rapire e uccidere bimbi cristiani per utilizzarne il sangue nei riti pasquali * * * Il caso di Trento Nel 1745 il piccolo Simone venne trovato morto a Trento Per il suo omicidio furono giustiziati 15 ebrei Fino al 1965 Simone fu venerato come beato * * * Uno storico del giudaismo Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, insegna Storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University in Israele Tra le sue opere edite dal Mulino: «Il vino e la carne. Una comunità ebraica nel Medioevo» (1989), «Mostri giudei. L’ immaginario ebraico dal Medioevo alla prima età moderna» (1996), «Mangiare alla giudia. La cucina ebraica in Italia dal Rinascimento all’ età moderna» (2000)

Corriere della Sera, 6 febbraio, 2007

 

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/59-l-invenzione-dell-incolpevole.html

Tony Effe censurato? Parla la poetessa Flaminia Colella

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La poetessa Flaminia Colella: “È uno zero assoluto, emblema di una deriva culturale. Chiamino De Gregori o Renato Zero per i concerti di capodanno”. E sui testi e i giovani… 

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di Benedetta MinolitiBenedetta Minoliti per www.nowmag.com 

Tony Effe censurato, ma il problema sono davvero i suoi testi? O c’è altro? Lo abbiamo chiesto alla poetessa (romana) Flaminia Colella: “Tony Effe è, al pari di molti altri improvvisati e grotteschi personaggi che affolano le radio italiane negli ultimi anni, uno zero assoluto…”. E sulla deriva culturale e i giovani…

La censura di Tony Effe, escluso dal concertone di Capodanno al Circo Massimo di Roma, sta facendo parecchio discutere. Il rapper è stato difeso, sui social (e non solo), da motlissimi artisti, tra cui Mahmood e Mara Sattei, che hanno rinunciato all’evento, lasciando così vuoto il palco del concerto per l’ultimo dell’anno. Ma è giusto parlare di censura? E c’è, più che per il rapper, un danno d’immagine per Roma? Lo abbiamo chiesto alla poetessa romana Flaminia Colella, che ci ha anche spiegato cosa ne pensa dei testi di Tony Effe e dei giovani, che probabilmente non lo avrebbero mai escluso dal concerto di capodanno a Roma.

Rispondo alla domanda dicendo che Tony Effe è, al pari di molti altri improvvisati e grotteschi personaggi che affollano le radio italiane negli ultimi anni, uno zero assoluto, l’emblema di una deriva culturale, impensabile anche poter parlare di musica, la musica è altro ed è altrove. E per fortuna esiste ancora. La nostra città continua ad avere i suoi grandi cantanti, da De Gregori a Renato Zero, e molti altri dopo di loro, che chiamino loro per i concerti di capodanno, e si torni ad ascoltare vera musica, fatta di ricerca di parole e suoni e ritmi. Non mi sento nostalgica nel dirlo. I testi di cui si parla prima che sessisti e intrisi di parole violente e oscene sono assolutamente tutto fuorchè testi d’arte, sembrano piuttosto il profluvio vomitevole di un allucinato in preda al delirio, un insensato sfogo tardo-adolescenziale rivolto al nulla e a nessuno. I giovani purtroppo sono schiavi e vittime del mercato, in questo caso musicale, che si nutre di queste forme orribili di esibizionismo. Il gusto e la sua educazione dovrebbero tornare ad essere importanti più dei social network e del mercato, che in una bolla virtuale avulsa da qualsiasi realtà finiscono per confezionare personaggi che interessano i giovani solo e unicamente per l’immagine che trasmettono.

Il Campidoglio ha escluso Tony Effe dal Concerto di Capodanno al Circo Massimo dopo critiche di associazioni femministe e politici per i suoi testi ritenuti sessisti. Il sindaco Gualtieri ha giustificato la decisione per rispettare la sensibilità pubblica, scatenando polemiche sul confine tra libertà artistica e responsabilità istituzionale. E l’attivista Clizia De Rossi ci spiega perché ha fatto bene…

Il Campidoglio ha chiesto a Tony Effe di fare un passo indietro e di rinunciare ad esibirsi nel concerto di Capodanno al Circo Massimo dopo le numerose proteste arrivate dal mondo della politica e da associazioni femministe varie nei giorni scorsi, a seguito dell’annuncio della presenza del trapper tra gli artisti ingaggiati. Tra le prime associazioni a criticare la scelta fatta dal Comune di Roma è stata “Differenza Donna”, impegnata nella difesa dei diritti delle donne e nella lotta contro la violenza di genere, con un comunicato rilasciato dalla presidentessa Elisa Ercoli: “Una scelta scellerata organizzare un concerto, dove il target saranno le ragazze e i ragazzi, nel quale sarà tra i protagonisti un cantante come Tony Effe, autore di testi sessisti, misogini e violenti. Non ci può essere posto su un palco di Roma Capitale per chi rappresenta con le parole la cultura nella prevaricazione e del disprezzo verso le donne, fenomeni che noi, ogni giorno, combattiamo nei Centri Antiviolenza e nelle Case Rifugio. La presenza di Tony Effe sarebbe una insopportabile offesa a tutte le donne che subiscono violenza e alle vittime di femminicidio: non possiamo accettarlo”. Sulla questione è intervenuto poi il sottosegretario di Stato alla Cultura con delega allo spettacolo dal vivo, Gianmarco Mazzi: “La vicenda innescata dalle polemiche sul concerto di Capodanno a Roma ci suggerisce che, d’ora in avanti, si dovrebbe prestare più attenzione a chi si offre un palco per cantare. Non c’entra nulla, in questi casi, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, che è sacro. C’entra invece il mostrare senso di responsabilità nel non diventare complici di spacciatori di violenza strapagati, nel non preparare loro ribalte per poterlo fare come se tutto fosse normale”.

Anche dalle forze politiche dell’amministrazione capitolina è arrivata la tempestiva condanna della scelta di ospitare Tony Effe al Concerto di Capodanno: “Siamo molto rammaricate del fatto che in occasione del 25 Novembre ci troviamo tutti insieme a condannare un linguaggio offensivo e mortificante, anche nella musica, che colpisce le donne nella propria dignità e invia messaggi negativi ai più giovani e poi vediamo che Roma Capitale per il concerto di Capodanno sceglie Tony Effe come artista di riferimento dell’ultima notte dell’anno”, hanno dichiarato in una nota congiunta consigliere di tutte le parti politiche, da Pd a Fdi. A loro ha fatto eco pure il senatore FI, Maurizio Gasparri che ha chiamato in causa addirittura la Rai e la partecipazione del trapper al Festival di Sanremo: “Invito pubblicamente la Rai a fare una riflessione su alcuni rapper improvvidamente coinvolti da Conti nel festival di Sanremo. Perfino il Comune di Roma, gestito dalla sinistra, di fronte alle giuste proteste per i toni molto violenti, sessisti e di offesa delle donne di canzoni di alcuni personaggi, come Tony Effe ed altri, ha deciso di cancellarne la presenza al concerto di fine anno che si terrà nella Capitale. Non si capisce perché invece il servizio pubblico dovrebbe trasformare l’importante palco di Sanremo in una tribuna per persone che, probabilmente anche a causa di una mancanza di cultura, divulgano, soprattutto tra i ragazzi, linguaggi e stili di vita assolutamente inaccettabili. La Rai è finanziata dai cittadini e non può essere trasformata nel megafono dell’Italia peggiore. Pertanto, invito pubblicamente i vertici dell’azienda a non fare il tappetino del Conti di turno e a cancellare dal Festival personaggi che non sono espressione della musica italiana, ma soltanto di una subcultura di scarto che offre cattivi esempi e usa un linguaggio deteriore.” A tutte queste legittime contestazioni è seguita infine la scelta del primo cittadino romano Gualtieri di ritirare l’invito al cantante, con una motivazione che io personalmente ho trovato assolutamente coerente e incontestabile. Il sindaco ha ricordato infatti che il concerto è un evento pubblico, finanziato con soldi pubblici e patrocinato da un comune il cui primo obiettivo e dovere deve essere sempre quello di tutelare la sensibilità di tutti i suoi cittadini: “Roma Capitale non censura nessuno. A Roma in questi tre anni hanno suonato tantissimi artisti, di ogni genere e provenienza. Roma è e resta una città aperta e libera, che ama l’arte e la musica in tutte le sue forme. Difenderemo sempre la pluralità delle idee e non imponiamo né controlliamo opinioni. Parlare di censura è quindi del tutto fuori luogo. Tuttavia, è evidente che si sono urtate alcune sensibilità su valori fondamentali come la libertà delle donne e la lotta contro ogni forma di violenza nei loro confronti. Il Concerto di Capodanno ha senso solo se è una festa che unisce e non divide la città”.

Tony Effe
A lato: Tony Effe ostenta la sua cultura anche sul corpo

A tutte queste legittime contestazioni è seguita infine la scelta del primo cittadino romano Roberto Gualtieri di ritirare l’invito al cantante, con una motivazione che io personalmente ho trovato assolutamente coerente e incontestabile. Il sindaco ha ricordato infatti che il concerto è un evento pubblico, finanziato con soldi pubblici e patrocinato da un comune il cui primo obiettivo e dovere deve essere sempre quello di tutelare la sensibilità di tutti i suoi cittadini: “Roma Capitale non censura nessuno. A Roma in questi tre anni hanno suonato tantissimi artisti, di ogni genere e provenienza. Roma è e resta una città aperta e libera, che ama l’arte e la musica in tutte le sue forme. Difenderemo sempre la pluralità delle idee e non imponiamo né controlliamo opinioni. Parlare di censura è quindi del tutto fuori luogo. Tuttavia, è evidente che si sono urtate alcune sensibilità su valori fondamentali come la libertà delle donne e la lotta contro ogni forma di violenza nei loro confronti. Il Concerto di Capodanno ha senso solo se è una festa che unisce e non divide la città”. Apriti cielo! Orde di “vip” e cosiddette “influencer”, a partire dalla stessa Giulia De Lellis, attuale fidanzata di Tony Effe, hanno iniziato a gridare allo scandalo e alla censura! A me duole immensamente dover stare anche solo per una volta dalla parte di gente come Gasparri, ma dove erano Mahmood, Sattei, De Lellis e tutti gli altri, quando a febbraio scorso c’è stato un vero caso di censura di stato nei confronti di Ghali e di Dargen D’Amico a cui la Rai ha impedito con vergognosi comunicati e rimproveri in diretta televisiva di parlare del genocidio in Palestina e di immigrazione? Forse le guerre e la disperazione umana non sono argomenti abbastanza comodi per prendere una posizione? Viene quasi da pensare che dietro questa alzata di scudi, con assurdo boicottaggio incluso, non ci sia tanto la singola volontà di difendere la libertà di un “artista”, quanto piuttosto un ordine alla comune sommossa gestito da case discografiche e agenzie correlate. A questi pseudo paladini ipocriti del politicamente scorretto che fino a ieri protestavano contro il patriarcato violento e maschilista del nostro Paese, pubblicando post e storie strappalacrime per le terribili vicende di Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano, e che oggi invece difendono la “licenza artistica” di chi racconta le donne come “pu**ane” a cui “sputare in faccia” e “far su**hiare”, da usare come “un joystick”, “bambole” da “fott*re” dopo avergli “tappato la bocca”, vorrei ricordare che stanno applicando lo stesso identico amichettismo e doppiopesismo tanto contestato ai nemici politici, e che avrebbe avuto senso parlare di censura nel caso in cui fosse stato emesso un divieto statale di vendere i dischi, trasmettere le canzoni o invitare Tony Effe in un qualsivoglia concorso nazionale, non certamente per un episodio come questo di pura e semplice libertà di scelta, in cui un comune ha preferito ritirare un banale invito (come già accaduto, per altro, innumerevoli volte in svariati ambiti) per coerenza e rispetto nei confronti dei propri cittadin* che neanche un mese fa, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, hanno riempito le strade della capitale per onorare la memoria delle cento e rotte vittime di femminicidio nel solo anno corrente, al grido di “disarmiamo il patriarcato”, lo stesso che trasuda pericolosamente dalle canzoni di Tony Effe e di tanti altri suoi colleghi sempre più inspiegabilmente in voga tra i giovani di questo Paese…era ora che la politica se ne accorgesse!

 

Fonte: https://mowmag.com/culture/tony-effe-censurato-la-poetessa-flaminia-colella-e-uno-zero-assoluto-emblema-di-una-deriva-culturale-chiamino-de-gregori-o-renato-zero-per-i-concerti-di-capodanno-e-sui-testi-e-i-giovani

LA SOVRANITA’ E’ LA SOLUZIONE, NON UNA PAROLACCIA

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di Matteo Castagna per www.2dipicche.news

Il Prof. Dieter Grimm è uno dei più autorevoli costituzionalisti europei. Docente emerito di Diritto pubblico della Humboldt-Universitat di Berlino, è stato giudice della Corte costituzionale della Repubblica federale tedesca. Ha insegnato a Yale, negli Stati Uniti, ed è stato visiting professor in molte università, in tutto il mondo. Ha pubblicato numerosi volumi di storia, teoria, diritto costituzionale ed europeo.

Leggere le sue pubblicazioni è estremamente utile, per comprendere in maniera esaustiva il concetto di “Sovranità”, che viene, spesso ed erroneamente, quanto maliziosamente, confuso con una forma di populismo, tanto che non c’è mai data una definizione unanime e chiara.

Da un lato fa comodo ai globalisti derubricare una dottrina politica a semplice e disprezzato sentimento popolare di protesta, dall’altro non vi è una approfondita preparazione culturale per fornire risposte concrete adeguate, che non siano uno spauracchio nel gioco delle parti, ma una precisa categoria ideale, sociale, monetaria,  economica, etica e religiosa.

Quello di “sovranità” è un concetto politico-giuridico che indica il potere di comando di una società, distinguendosi da altre associazioni umane ove tale potere non è presente. La sovranità vuole trasformare la forza di un potere legittimo, in un potere di diritto. L’idea di sovranità era già presente all’interno dell’Impero Romano nel Corpus iurisi civilis di Giustiniano con espressioni quali: maiestas, summa potestas, superiorem non recognoscens, rex est imperator in regno suo.

Il riferimento principale, cui rimanda spesso il Prof. Grimm, è al pensiero di Jean Bodin (1530-1596), che fu docente di diritto romano e poi avvocato al Parlamento di Parigi. “La politica è il nucleo essenziale della storia – scriveva Bodin – in quanto il più utile a conservare le società umane” e individua l’oggetto della civilis disciplina nell’imperium dello Stato, ovvero nella summa ratio del comandare e del proibire, che sola può armonizzare tutte le attività e le arti umane, indirizzandole alla pubblica utilità, ovvero al bene comune. In quest’ottica, Bodin definisce la sovranità come il potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Lo Stato sovrano non riconosce dipendenza da altri, siano essi Stati, élite, unioni di potere e ben si adatterebbe ad un mondo multipolare.

La sovranità consiste nel poter dare, annullare, interpretare, abolire le leggi; dichiarare guerra e concludere la pace; imporre le tasse ed esentare dal farlo; istituire e destituire i magistrati; concedere grazie e dispense alla legge; battere moneta propria; adottare un fisco equo. La sovranità e l’autonomia, se vogliamo, si possono accompagnare, in nome del principio di sussidiarietà. Ed anche il premierato potrebbe sostituire quello che Bodin chiamava il principe. 

Per Bodin, la sovranità non può essere illimitata: tutti i governanti della terra devono essere soggetti alla Legge di Dio e della natura. La summa potestas trova il suo equilibrio entro i limiti divini, quali la trasmissione del potere sovrano, il diritto alla proprietà da parte delle famiglie, intese come cellule fondamentali e fondanti di ogni comunità. Lo Stato organico, organizzato in corporazioni garantiscono stabilità ed equità sociale. Lo stato giusto – spiega Bodin – è quello in cui chi comanda e giudica lo faccia in funzione primaria delle superiori leggi e comandamenti di Dio.

Lo Stato sovrano decide la sua forma di governo. Bodin preferiva la monarchia ereditaria, ma non escludeva né l’aristocrazia, né la democrazia.

In quest’ultimo caso, non si riconosce né relativismo né liberalismo, perché i delegati dal popolo a governare devono farlo, in prima istanza, come soggetti all’Ordine stabilito da Dio. Trono e altare devono andare in armonia per gestire al meglio, ciascuno nei propri ambiti, la giustizia e la carità, l’amor patrio e la tutela della Famiglia. Il controllo delle migrazioni è un dovere di sovranità. L’eventuale Costituzione dello Stato sovrano non può contrastare coi principi indissolubili ed assoluti del cattolicesimo romano.

Se proviamo ad applicare al presente quanto insegnava Jean Bodin e, oggi, quanto scrive il Prof. Grimm, l’Italia sovrana è un obiettivo che sembra difficile da raggiungere, nell’attuale contingenza internazionale, ma la totale autonomia dello Stato sovrano deve venire prima di ogni trattato europeo.

L’interesse della Nazione e dei lavoratori è il valore primario. Le alleanze sono consentite e, anzi, promosse in nome del bene comune, ma nessun trattato può violare la sovranità dello Stato e mettere in difficoltà cittadini, soggetti fragili e mondo economico.

Lo storico di sinistra Luciano Canfora ha ammesso, con onestà intellettuale, che “ad esempio, la difesa della sovranità nazionale di fronte al capitale finanziario non è sbagliata”.

Per realizzare quello che si era capito già più di 600 anni fa, sarebbe indispensabile, nel tempo, raddrizzare l’Unione Europea, cacciando i mercanti dal Tempio e rimettendo in ordine le cose nella Chiesa.

BERGOGLIO, ZANOTELLI E QUELLA STRANA PACE

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di Raffaele Amato, Coordinatore del Circolo Christus Rex-Traditio

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La visita di Bergoglio a Verona ha visto riunire circa 12 mila persone nell’Arena per l’incontro “Arena di pace. Giustizia e pace si baceranno”, che cita il salmo 85. Il tema affrontato, nel dramma dell’attualità, quindi, è stato quello della pace.

Sul palco, oltre a Bergoglio, il sempre più presente don Ciotti e Alex Zanotelli, comboniano e orgoglioso indossatore di foulards arcobaleno. Questa volta il missionario non si è limitato a sfoggiare quello che costantemente porta al collo ma ha voluto sventolare una bandiera di analoghi colori e la scritta “Pace” davanti al pontefice.

Sarebbe il caso di ricordare sempre che la bandiera della pace, quella vera, è un’altra, a maggior ragione per un cristiano. È la Croce.

Quella arcobaleno, che ormai si è diffusa anche in troppi ambienti cattolici, con l’acquiescenza delle gerarchie ecclesiastiche, ha ben altra origine e significato.

Helena Petrovna Blavatsky
Helena Petrovna Blavatsky

Fu ideata da Helena Petrovna Blavatsky – Dnipro 12 agosto 1831, Londra 8 maggio 1891- , occultista, nemica giurata del cristianesimo, fondatrice della Società Teosofica – basata su una dottrina sincretica costituita da elementi esoterici, neoclassici e provenienti da diverse religioni orientali – oltre che della rivista intitolata “Lucifer”.

Così come Lucifero rappresenta l’opposto di Dio e il capovolgimento di tutti i Suoi principi – non a caso uno dei simboli satanici è la Croce capovolta – la bandiera inventata da Madame Blavatsky contiene i colori dell’arcobaleno in ordine capovolto.

Nella Bibbia l’arcobaleno rappresenta la ritrovata pace tra Dio e gli uomini dopo il diluvio universale: “Avverrà che quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole, e io mi ricorderò del mio patto fra me e voi e ogni essere vivente di ogni carne, e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni carne…” (Gen 9:12-17)

Proporre l’arcobaleno in modo capovolto, pertanto, vuol dire esattamente rinnegare questo patto e muovere guerra a Dio.

Questi erano gli intendimenti di Madame Balvatsky, che non a caso affermò:” “Il nostro obiettivo non è restaurare l’induismo, ma spazzare via il cristianesimo dalla faccia della terra”. Oggi l’arcobaleno capovolto si è purtroppo affermato pressoché universalmente, come simbolo di pace.

Sicuramento la grande maggioranza di coloro che lo ostentano ignora le sue origini e il suo significato autentico, ma è un simbolo falso.

Questa è la bandiera che Alex Zanotelli ha sventolato, questi sono i colori che porta costantemente addosso. Siamo sicuri che lui sia animato da buone intenzioni e che sia tra i tanti a cui sfugge il reale senso dell’arcobaleno rovesciato.

Ma, allora, don Alex, butti via quello straccio teosofico e, magari, indossi la talare.

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