Archivio per la categoria terrorismo

Piazza Tienanmen, dopo trent’anni è ancora tabù il massacro del governo cinese

Il 4 giugno prossimo, saranno trenta gli anni dal massacro ordinato dal governo cinese di Li Peng, primo ministro di allora, appoggiato da Deng Xiao Ping, il presidente della Commissione militare centrale, e dal il presidente Yang Shangkun. In mezzo il segretario del Partito comunista cinese, Zhao Ziyang, favorevole ad una mediazione tra esecutivo e studenti in rivolta in piazza Tienanmen, il teatro degli scontri tra l’esercito di Pechino e gli studenti in rivolta nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989. Un’autentica strage, di cui per decenni si parlò di «centinaia» di morti. Ma fino al 2017, quando un cablogramma inglese, citato in un articolo dell’Indipendent, parlò addirittura di 10 mila morti. Furono un mese e mezzo di eventi che si susseguirono, a partire dal 15 aprile del 1989, quando morì l’ex segretario generale del Partito comunista cinese, Hu Yaobang. Nell’occasione, gli studenti dell’università di Pechino affissero dei dazeabo, con cui elogiavano il leader politico riformista, criticando, indirettamente, quei dirigenti che, nel 1987, lo avevano costretto alle dimissioni.

Anche Gorbaciov, l’allora presidente dell’Urss, fautore della glasnost (trasparenza) nel proprio paese – il quale nella metà di maggio del 1989, partecipò ad un vertice cino-sovietico – si schierò per una mediazione, quando, incalzato dai giornalisti, affermò che se una protesta di quel tipo fosse stata a Mosca, egli avrebbe dato il via ad un dialogo. Parole cadute nel vuoto, perché vinse la repressione, in quella Cina in cui il governo chiamò, per soffocare poi nel sangue la rivolta studentesca, militari delle zone più remote dello Stato, parlanti dei dialetti ai più sconosciuti, proprio per evitare qualsiasi scambio o intesa tra le divise e i manifestanti. Insomma, il governo cinese decise per il taglio di ogni sorta di “pidgin”, di un codice comune di comunicazione, direbbero i linguisti, per giungere ad un accordo. L’unico mezzo di confronto, furono i carrarmati, che schiacciarono coloro che ad essi si frapposero. Fatti che, a distanza di trent’anni, sono ancora oggi tabù in Cina. Se ne sta parlando a Taipei, la capitale della provincia ribelle di Taiwan, dove è cominciata, in questi giorni, una serie di eventi celebrativi. Conferenze accademiche, una mostra fotografica, una veglia al lume di candela, concerti. Taiwan è libera e democratica e può ricordare liberalmente. Lo può fare (chissà ancora per quanto).

Tuttavia la strategia di Pechino è stata quella di rimuovere l’incidente dalla memoria della popolazione, più interessata ai progressi dell’economia, che al dibattito politico. A Taipei andranno anche esponenti della diaspora seguita alla repressione di Tienanmen, e rappresentanti del movimento democratico di Hong Kong (dove è stato appena riaperto un museo su quei giorni del 1989, unico in tutto il territorio cinese). Sul futuro della libertà di Taipei, però, c’è chi mette in guardia da facili ottimismi. Al Taipei Times, infatti, il professore Chen Li-fu, vicepresidente dei docenti universitari dell’isola, ha dichiarato che, «per anni abbiamo commemorato il massacro per difendere i diritti umani in Cina, ma oggi lo facciamo anche per proteggere la nostra sovranità: abbiamo paura per la nostra democrazia». Il governo italiano, che nelle scorse settimane ha steso i tappeti rossi a Roma per il presidente Xi Jinping, siglando una serie di intese economico-commerciali con la Cina per la cosiddetta nuova Via della Seta, in occasione della tragica ricorrenza, avrà qualcosa da dire?

fonte – https://www.loccidentale.it/articoli/147023/piazza-tienanmen-dopo-trentanni-e-ancora-tabu-il-massacro-del-governo-cinese

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Busta con un proiettile per Salvini, lui risponde: ‘Non mi fanno paura’

Salvini fa davvero paura ai soloni del politicamente corretto. Ora, però, si stanno superando i limiti e si riscontra un clima troppo pesante a pochi giorni dal voto.

Le minacce al vice premier

E’ un proiettile calibro nove quello indirizzato al vice premier Matteo Salvini, spedito all’interno di una busta. La missiva è stata inviata al leader della Lega senza annullo postale, né indicazione del mittente. Dettagli questi che hanno insospettito i dipendenti del centro di smistamento postale romano, che l’hanno sequestrata.

La busta è stata sottoposta ad attenta analisi da parte degli artificieri della polizia. La notizia della minaccia spedita e mai recapitata è stata data nel pomeriggio dagli stessi organi di stampa del Viminale.

Non si è fatta arrendere la replica di Salvini: “Non mi fanno paura e non mi fermo. Più che da una politica spesso ipocrita, confido nella solidarietà di milioni di italiani perbene che si esprimeranno con il voto di domenica”.

fonte – https://vocecontrocorrente.it/busta-con-un-proiettile-per-salvini-lui-risponde-non-mi-fanno-paura/

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Cristiani massacrati, dov’è l’indignazione dell’Occidente?

Gli estremisti islamici hanno visto che l’Occidente non si è mobilitato per impedire loro di reprimere i cristiani, come se inconsciamente ci fosse una strana convergenza tra il nostro silenzio e il progetto di pulizia etnica dello Stato islamico, volto a cancellare i cristiani.“La libertà religiosa, il valore centrale della civiltà occidentale, viene distrutta in gran parte del mondo. Ma l’Occidente, negando miopicamente questa guerra religiosa, distoglie lo sguardo…”. – Melanie Phillips, giornalista britannica, The Times, 17 novembre 2014.

Il duca di Cambridge, il principe William, ha appena visitato i sopravvissuti musulmani dell’attacco alle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. Perché la stessa compassione non ha spinto la famiglia reale inglese a fermarsi nello Sri Lanka, la loro ex colonia, per incontrare i sopravvissuti cristiani, prima di tornare in Gran Bretagna?

L’appello lanciato dalle figlie di Asia Bibi per aiutare sua madre ha trovato un Occidente sordo. Il Regno Unito si è rifiutato di offrire asilo a questa famiglia cristiana pakistana perseguitata.

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fonte – https://www.imolaoggi.it/2019/05/13/cristiani-massacrati-dove-lindignazione-delloccidente/

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La tratta delle schiave

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato n. 39/19 del 17 maggio 2019, San Pasquale
 
La tratta delle schiave
 
Phnom Penh, liberate madri surrogate. Ad una condizione: crescere i figli
La polizia aveva arrestato il gruppo dopo l’irruzione in un appartamento della capitale. I capi d’accusa erano “tratta di persone e intermediazione per la maternità surrogata”. Alcune delle donne hanno partorito dietro le sbarre. Se tentassero di vendere i piccoli, per loro un processo e almeno 15 anni di prigione.
Phnom Penh (AsiaNews/Agenzie) – Le autorità cambogiane hanno rilasciato su cauzione 11 madri surrogate, dopo che le donne hanno accettato di crescere i bambini partoriti. Lo ha annunciato ieri il Comitato nazionale contro la tratta di esseri umani. Lo scorso novembre, la polizia aveva arrestato il gruppo dopo l’irruzione in un appartamento di Phnom Penh: le accuse erano “tratta di persone e intermediazione per la maternità surrogata”. In carcere dal momento del fermo, alcune delle donne hanno partorito dietro le sbarre.
Chou Bun Eng, vicepresidente del Comitato anti tratta, ha dichiarato ieri che le mamme si sono rifiutate di confessare alle autorità per conto di chi hanno portato in grembo i bambini. “Sono state rilasciate su cauzione il mese scorso, dopo aver promesso di non abbandonare i piccoli”, ha affermato la funzionaria. Le donne rischiano di andare a processo “in qualsiasi momento, qualora  provassero a venderli”. Gruppi di attivisti criticano le autorità per aver costretto le donne a crescere bambini con cui non hanno legami biologici, pur di evitare il carcere. Chou Bun Eng ha risposto che, secondo la legge cambogiana, esse sono tenute a prendersene cura. “Sono le loro mamme”, ha sottolineato.
Nel dicembre 2018, le autorità avevano scarcerato altre 32 donne. Anche nel loro caso, le condizioni per il rilascio imponevano il rispetto dei doveri di madre. Se gli accordi non saranno onorati, la condanna prevista è di almeno 15 anni di carcere. In Cambogia, la maternità surrogata per fini commerciali è illegale dal 2016. Tuttavia, il Paese resta una destinazione popolare per le coppie sterili che cercano di avere figli. Per lo più provenienti dalla Cina, esse sono disposte a pagare tra 40mila ed i 100mila dollari Usa ad agenzie e mediatori, per trovare una donna cambogiana che possa affrontare la gravidanza per loro. Le madri surrogate provengono in genere da comunità povere e ricevono solo una piccola parte della somma pagata agli intermediari, di solito compresa tra i 10 ed i 15mila dollari.
fonte – http://www.centrostudifederici.org/la-tratta-delle-schiave/

 

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Un rapper nero incita ad uccidere i bianchi…ma guai a condannarlo

Segnalazione di Redazione BastaBugie

La sua ”canzone” dice: ”entrate negli asili nido, uccidete i bebè bianchi e poi impiccate i loro genitori” (per questo è stato condannato, ma la pena è stata sospesa!)

di Mauro Faverzani

Si fa alla svelta a gridare al razzismo: ma quando, ad esserne vittima, è un uomo bianco improvvisamente l’attenzione mediatica scema ed anche la giustizia diventa inspiegabilmente mansueta.
È il caso, ad esempio, del rapper nero Nick Conrad, di 35 anni, recentemente condannato, benché abbia continuato a proclamare la propria innocenza ed a negare d’essere razzista. Però il testo del suo brano, intitolato non a caso Plb-Pendez les blancs («Impiccate i bianchi»), non lascia adito a dubbi: «Entrate negli asili nido e uccidete i bebè bianchi – dice – Acchiappateli e poi impiccate i loro genitori».
Per questo, a fine marzo, è giunta la sentenza di condanna della Corte penale nei suoi confronti, una condanna incredibilmente clemente: 5 mila euro di sanzione, oltre tutto pena sospesa, per istigazione a delinquere.
La sua clip vomita violenza al punto da aver scatenato accese polemiche già dallo scorso settembre: nel video si vedeva un uomo bianco con un revolver infilato in bocca o con la testa schiacciata contro il marciapiede.
Eppure il rapper si è detto «deluso» dalla sentenza ed ha preannunciato di voler ricorrere addirittura in appello: «La lotta continuerà», ha dichiarato, benché, alla fine, egli si sia ritrovato finora a dover sborsare solo mille euro per danni a due associazioni costituitesi parti civili, la Licra-Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo e l’Agrif-Alleanza generale contro il razzismo e per il rispetto dell’identità francese e cristiana.

UN’AGGRESSIONE OMOFOBA E RAZZISTA? IN REALTÀ ERA TUTTO FALSO
Chissà perché, però, quando il politicamente corretto si rivela scorretto, all’epidermica ed immediata levata di scudi iniziale si sostituisce un imbarazzato silenzio. Capita non solo quando la vittima del razzismo sia bianca, ma anche quando la violenza omofobica si riveli, in realtà, solo ed unicamente una gigantesca farsa o, peggio, un pretesto.
Qualcuno avrà forse saputo, ad esempio, dell’arresto dell’attore omosessuale afro-americano Jussie Smollett, accusato lo scorso febbraio di essersi letteralmente inventato un’aggressione «omofoba» e «razzista», raccogliendo, sulla parola, la solidarietà di molte star ed una copertura mediatica internazionale.
Pochi i riflettori rimasti accesi, però, per spiegare che, in realtà, quella di Smollett è stata soltanto un’enorme montatura, per procurarsi una facile pubblicità gratuita. Dopo il suo rilascio su cauzione, è stato licenziato dalla serie tv in cui recitava ed ora rischia fino a tre anni di carcere. Ma di lui nessuno parla più. E figuracce come questa sono purtroppo più frequenti di quanto si creda.
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Uccisi mentre facevano catechismo

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

In due recenti comunicati abbiamo parlato dei villaggi cristiani di Al Skeilbiyyeh e di Mhardeh, nel nord della Siria, da 7 anni sotto il tiro dei terroristi sostenuti dai nemici del governo siriano:
Siria: testimoni non imbavagliati
http://www.centrostudifederici.org/siria-testimoni-non-imbavagliati/
Siria: i cristiani in trincea contro i terroristi
http://www.centrostudifederici.org/siria-cristiani-trincea-terroristi/

Pochi giorni fa l’ennesimo missile lanciato dai jihadisti di Al Nusra (filiale di Al Qaeda, sempre ben riforniti di armi), ha provocato la morte di quattro bambini e dell’insegnante, mentre facevano il catechismo nei locali della chiesa dei greci scismatici di Al Skeilbiyyeh.
Evidentemente la morte di 4 bambini vittime del terrorismo non interessa ai media italiani: forse perché erano battezzati e non circoncisi?

fonte – http://www.centrostudifederici.org/uccisi-facevano-catechismo/

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«Persecuzione dei cristiani? Ormai siamo a un passo dal genocidio»

È questa la conclusione del rapporto indipendente commissionato dal ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt. Abbiamo chiuso gli occhi fino ad ora per colpa del politicamente corretto

«Il livello e la natura della persecuzione dei cristiani è ormai vicina a rientrare nei parametri internazionali adottati dall’Onu per la definizione di genocidio». È quanto si trova scritto, nero su bianco, nel rapporto indipendente sulla persecuzione dei cristiani commissionato nel dicembre 2018 dal ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, e pubblicato giovedì. Si tratta di una prima versione provvisoria, quella definitiva uscirà invece in estate.

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FONTE – https://www.tempi.it/persecuzione-dei-cristiani-ormai-siamo-a-un-passo-dal-genocidio/

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E’ stato proprio l’Isis. Lo dice Amaq

Così, siamo  stati informati che il “cervello” delle stragi islamiste  anti-cattoliche è morto anche lui negli  attentati. Come tutti gli altri. Era l’unico di cui  l’ISIS  ci aveva reso nota la faccia, diffondendo foto come  questa  attraverso la sua agenzia, Amaq. Sì, perché – come ricorderete –  l’ISIS ha la sua propria agenzia di stampa, Amaq News International.  Agenzia che non si lascia però facilmente raggiungere da chiunque, essendo clandestina e segreta – com’è logico  per una organizzazione terroristica. Di fatto, solo il SITE  di Rita Katz riesce a trovarne i comunicati nel labirinto (credo) della darknet.

Anche stavolta il SITE ha fatto il suo egregio lavoro e abbiamo tutte le facce degli attentatori-kamikaze, che sono tutti morti quindi è inutile cercarli.  E’  un vero peccato  che i kamikaze islamisti si siano tutti coperti la faccia con  la stessa kefiah : a  che scopo poi, se tanto sapevano di  morire? Perché non si sono mostrati? Che cosa  avevano da temere, ormai?

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Fonte – https://www.maurizioblondet.it/e-stato-proprio-lisis-lo-dice-amaq/

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Le scuole di Verona omaggiano Ramelli

In attesa del ricordo a Milano, cui parteciperemo, Libero di oggi dà la notizia dei libri sul giovane trucidato nel 1975 da un commando di “eroi” di Avanguardia Operaia.

 

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Sri Lanka, una siciliana tra le vittime dell’attentato di Pasqua

L’orrore dell’attacco terroristico alla chiesa cingalese arriva al cuore della Sicilia.

Lutto per la comunità cristiana di Catania, in Sicilia. Le notizie che arrivano dallo Sri Lanka hanno confermato che tra le trecento vittime dell’attentato di Pasqua c’era anche una mamma siciliana. Si chiamava Haysinth Rupasingha e ha perso la vita domenica scorsa, nelle esplosioni avvenute nella Chiesa di San Sebastiano a Katuwapitiya nella provincia di Negombo.

La donna, 55 anni, si era trasferita nel capoluogo etneo negli anni novanta, dove si era stabilita definitivamente, prendendo anche la residenza. Aveva deciso di approfittare del ponte pasquale per fare un viaggio nel sud est asiatico, dove si trovava con amici e parenti. Da lì, a breve, si sarebbe dovuta spostare verso l’Australia, per incontrare la figlia.

Alla conferma della notizia, in molti – tra i catanesi – hanno espresso messaggi di cordoglio per una che sembra essere stata conosciuta e apprezzata nella comunità cristiana della città.

fonte – https://vocecontrocorrente.it/sri-lanka-una-siciliana-tra-le-vittime-dellattentato-di-pasqua/

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