Dopo Berlino cambiare il nostro modo di vita? Sì

MA SENZA IL CAMBIO DI VITA, SECONDO IL VANGELO, OGNI INDICAZIONE, SEPPUR GIUSTA, COME IN QUESTA BELLA ANALISI CONTROCORRENTE, NON E’ SUFFICIENTE…(N.d.R.)

L’ANALISI

di Alessio Mannino, Direttore di www.vvox.it

Eccoli, i cuor contenti crociati del “benessere” che difendono la nostra presunta felicità paranoica contro i paranoici terroristi. Anzichè farsi qualche domanda. Profonda

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Dicono che no, non devono farci temere un conflitto i venti di guerra siriani che hanno armato la mano di un poliziotto turco: “Aleppo, Aleppo!”, gridava dopo aver freddato davanti alle telecamere, nella sorpresa generale, l’ambasciatore russo Karlov. Dicono che Aleppo sia vittima della nuova alleanza fra Russia e Assad con la Turchia di Erdogan, ma non dicono che senza l’impegno della Russia e dei siriani fedeli alla Repubblica baathista (che sul piano religioso significa laica, lo ricordiamo ai laici di casa nostra), il Califfato non avrebbe perduto terreno e posizioni. Dicono che siamo in guerra, ma è una strana guerra la nostra, una drôle de guerre: non combattuta, non sentita, non vissuta. Ce ne eravamo pure dimenticati.

Ci hanno pensato i due attentatori che hanno fatto strage nei mercatini natalizi di Berlino, a darci il promemoria. Forse, la sveglia. Dicono che il sopravvissuto sia un pakistano richiedente asilo, entrato in Germania da poco, e dicono che questo fatto costituisce un implacabile atto d’accusa alla politica immigrazionista della Merkel, che anzichè chiudere totalmente le frontiere le tiene aperte a fisarmonica, calcolando i flussi ma non, evidentemente, il rischio di radicalizzazione fra i profughi. Ma non dicono che finora, gli episodi di terrorismo a vario titolo islamista sono stati compiuti da immigrati occidentali od occidentalizzati, che aderiscono all’ideologia totalizzante del Califfo in solitaria, esaltandosi davanti al computer sul mezzo più global che esista, Internet, auto-arruolandosi in un esercito che ha un territorio con capitale Raqqa, ma contemporaneamente e potenzialmente é senza confini e ci abita nella porta accanto.Dicono che bisogna cacciarli («fuori dai coglioni», scriveva oggi il sempre misurato Feltri), che bisogna combattere, che bisogna reagire. Ma se c’è chi pensa di conquistare il nostro benessere trasferendosi da noi, se c’è chi ci odia perchè il nostro benessere ci ha resi ciechi e sordi di fronte agli errori, gli orrori e le ingiustizie che abbiamo causato nel mondo musulmano, è da noi stessi che partire, per capire cosa fare.

Dicono infatti che non dobbiamo rinunciare al nostro modo di vivere. Alla nostra felicità. Ma quale felicità, di grazia? Quando portavamo i calzoncini corti, l’età in cui ci beviamo tutto facendo sì sì con la testa, ci hanno rintronato con l’idea che rinunciare a un po’ del nostro per il prossimo sia il dovere di buon cristiano. Poi, più grandicelli, ci hanno spiegato che consumiamo troppo e male, che sprechiamo, che buttiamo via troppa roba, che spendiamo i nostri soldini in cavolate che ammalano la Terra. Oggi, che purtroppo ragazzi non siamo più, abbiamo capito che non per doveristica bontà, e nemmeno solo per ecologismo, faremmo meglio a dismettere uno stile di vita vuoto, vacuo, fatuo, imbecille.

Ma per un ragione molto terra e al tempo stesso spirituale: perchè ci fa star male nel profondo, nell’inconscio e nel corpo, passare la vita a correre, rincorrere, scrivere e rispondere ai messaggi, controllare le email, guardare, e soprattutto guardarsi sui social, lavorare di più per essere pagato di meno, fare la spola da casa al lavoro e dal lavoro a casa, col fiatone per racimolare il tempo per uno straccio di hobby o per far muovere un po’ i muscoli, visto che siamo schifosamente sedentari; non sapere più cos’è stare in silenzio, non sapere quasi più cos’è un paesaggio incontaminato, non aver mai saputo, per chi oggi ha vent’anni, com’è l’esistenza senza essere perennemente connessi, reperibili, rintracciabili, con la testa china e autistica sul telefonino; non riuscire a fare a meno della santissima obsolescenza del prodotto che ci fa comprare l’ultimo modello di cellulare, di computer, di satellitare, altrimenti ci perdiamo le indispensabili novità tecniche, così come non poter evitare il giro di shopping, il rito degli acquisti, la fila idiota al Black Friday, la vacanzetta dove cerchiamo gli stessi comfort e le stesse abitudini di casa, spendere e spandere in status symbol standardizzati, anzichè sperperare pure gioiosamente (pauperismo, vade retro!) ma non perchè lo predica la pubblicità o perchè così fan tutti ma perchè a me, che son fatto come son fatto, piace eccedere e lussarmi il conto (lusso viene viene da luxus, stessa etimologia di quando vi parte una scapola) secondo i miei gusti, solo miei, e non i gusti degli altri, alla ricerca di piacere gratuiti, letteralmente gratis, per dono, non cash, senza attaccamento, senza compulsività, senza produrre tutta quella spazzatura materiale e mentale; e infine, cosa che sta in cima alla lista, fare tutto quel che facciamo sempre con l’affanno, sempre con l’occhio all’orologio, senza goderci più l’attimo, senza chiederci il senso di tutto questo. Il senso di noi stessi: che ci facciamo qui? E per cosa o per chi fatichiamo tanto, riempiendoci di appuntamenti, oggetti inerti, passatempi per ammazzare il tempo (e già questa espressione dice tutto), annoiandoci a morte nel tempo libero (l’altro tempo, quindi, è schiavo), prendendoci tremendamente sul serio nella nostra finto-allegra mediocrità, mentre non sappiamo più affrontare seriamente le questioni serie della vita, la nascita (non facciamo più figli) e la morte (rimossa come tabù che disturba la vendite)?

E ci vengono a dire che non dovremmo rinunciare a nulla? Dobbiamo rinunciare eccome, alla robaccia tossica e alla sua presunta sacralità. Anzitutto per star meglio, e così, poi, rinvigoriti, per lottare meglio contro questi paranoici. Io ho già cominciato da mo’. Come? Semplice: compro il meno possibile, dissacro un po’ tutto, mi interrogo sempre su che diavolo di scopo abbia quel che mi viene propinato per buono e scontato. Compresa la favoletta del “migliore dei mondi possibili”, che sarebbe il nostro.

http://www.vvox.it/2016/12/20/dopo-berlino-cambiare-il-nostro-modo-di-vita-si/

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5 domande su quadri di Castelvecchio. E niente balle, per favore

Tornano il 21 dicembre o forse addirittura prima. Ma restano molti dubbi. Ecco quali

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di Cesare Galla

I quadri rubati più di un anno fa al Museo di Castelvecchio di Verona tornano a casa dopo sette mesi di residenza coatta in Ucraina, dov’erano stati recuperati a maggio. Tornano il 21 dicembre, solstizio d’inverno. O forse addirittura prima, ma comunque entro Natale. Tutto è bene quel che finisce bene? Speriamo, ma resta un fatto: se vari elementi di questa storia sono ormai chiari, ce ne sono altri che non lo sono affatto. Innanzitutto, anche per scaramanzia sarebbe meglio rinviare l’esultanza a quando li avremo davvero sotto gli occhi, questi dipinti. Se non vedo non credo, secondo il modello evangelico di quel rompiscatole di San Tommaso. Dopodiché, il fautore della frettolosa quanto improvvida cittadinanza onoraria al presidente ucraino Poroshenko, il sindaco Flavio Tosi, si rassegnerà al fatto che rimanga nell’aria qualche interrogativo, che qui proviamo a riassumere.

1) Quando finalmente andremo a riprenderci il maltolto (e abusivamente trattenuto) saremo attrezzati con tutti i crismi? Dato che non se ne sente parlare, dobbiamo dare per scontato che è pronta una task-force di specialisti che sottoporrà ad expertise ogni singolo dipinto? Solo per verificare che siano proprio loro e che non si siano troppo rovinati, perché nulla sappiamo di quello che è accaduto durante i lunghi mesi di ostinata detenzione da parte del governo ucraino. Regni la fiducia, per carità, ma sarebbe increscioso che qualche inopinata scoperta avvenisse solo dopo che i dipinti sono tornati a casa.

2) Sarà mai soddisfatta la curiosità di base, la più banale ma anche la più comune e la più urgente? È la domanda delle domande: perché questi dipinti tornano solo dopo lunghi mesi di un tiraemolla spesso grottesco, talvolta surreale? Si saprà mai perché l’Ucraina ce li ha fatti tanto sospirare? In che cosa consistono le (così lunghe) “pratiche tecnico-legali” citate dall’ambasciatore di Kiev?

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Verona, centrodestra alla prova Provincia: “i se le fa e i se le dise”

consiglio-provinciale-di-veronadi Matteo Castagna per www.vvox.it 

L’8 gennaio, data del rinnovo del nuovo consiglio provinciale, sarà una data interessante per capire cosa accadrà alle comunali di primavera

La legge Delrio ha modificato la legge elettorale per le Province. Prima si era detto che le si volevano abolire perché enti inutili e costosi. In realtà le si è svuotate di competenze e di economie e le si è parcheggiate in un angolo in attesa (lunga) di riordino. Però si è tolto all’elettore il diritto di voto, che sembra essere un po’ il pallino degli ultimi anni, a vari livelli. Così, non essendoci bisogno di campagne elettorali e promesse su promesse, sono elezioni che passano un po’ in sordina, prendendo solo i trafiletti dei giornali.

Sono, però, un banco di prova per testare alleanze e studiare strategie di Palazzo, per occasioni future. I suoi equilibri vengono decisi dai partiti attraverso elezioni con sistema proporzionale, effettuate solo dai sindaci e dai consiglieri comunali. Insomma, “i se le fa e i se le dise” – direbbero in riva all’Adige – ove il giorno 8 Gennaio 2017 gli amministratori dei 98 comuni scaligeri eleggeranno il nuovo Consiglio Provinciale di Verona.

Al di là di come la si pensi sull’opportunità o meno di mantenere in piedi questa istituzione (peraltro svuotata di fondi, come ha recentemente dichiarato il presidente Pastorello dicendo che non ha neppure i soldi per l’antigelo da mettere nelle auto di servizio), il dato interessante è sempre e solo politico. O meglio, è sempre e solo inerente i giochetti politici tra compagini e correnti, che la gente comune sente così lontani dalle sue reali necessità, da non sapere neppure che dopo l’Epifania si svolgeranno queste consultazioni. .

I partiti del centrodestra, forti della schiacciante vittoria del No al Referendum di Renzi, hanno ritrovato l’unità da tempo perduta e sono pronti a presentare la lista che vedrà anche esponenti di “Verona domani”, il movimento di Stefano Casali, già schieratosi per il No che, pur restando capogruppo della Lista Tosi in Regione, si schiera con la Lega, Forza Italia, Battiti, i centristi di Valdegamberi e Fratelli d’Italia. Ai tempi della Lega, il segretario nathional veneto nonché sindaco di Verona, avrebbe preso immediati provvedimenti, lui che ha espulso persone dal partito solo per averlo contraddetto o fischiato. Ma può essere che “Fare” epurazioni in questo frangente sarebbe sì coerente, ma non conveniente…

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La crisi veneta, la parola a Carlotto

di Marco Milioni

«I rovesci che hanno colpito Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le infiltrazioni e la colonizzazione delle mafie. Uno smottamento generalizzato sul piano ambientale, con l’affaire Pfas tanto per dirne una. La corruzione trasversale a partire dal caso Mose con tutto il firmamento che gli ruota attorno, sino a giungere ai continui casi di elusione ed evasione fiscale, per non parlare d’una più generale illegalità diffusa sono la cifra di una classe dirigente veneta che mi fa pensare con grande preoccupazione al 2016 che si chiude e al 2017 che comincia a breve». È questo uno dei passaggi chiave di una intervista allo scrittore Massimo Carlotto che ho realizzato per Vvox.it e che è stata pubblicata pochi minuti fa. Gli spunti forniti dall’autore padovano sono particolarmente interessanti per molti versi; ma soprattutto perché Carlotto con parole semplici ed efficaci mette in relazione alcune questioni cruciali per il Veneto e non solo per il Veneto: dalla perdita del peso della cultura come fattore centrale del dibattito pubblico fino alla necessità da parte della società di ridefinire in modo saggio «l’elenco delle priorità».

LEGGI L’INTERA INTERVISTA SU VVOX.IT

http://marcomilioni.blogspot.it/2016/12/la-crisi-veneta-la-parola-carlotto.html?m=1 Continua a leggere

Verona, il Faro (spento) di Tosi e i Tafazzi di centrodestra

di Matteo Castagna per www.vvox.it quotidiano on-line

Speacker’s Corner

Post-referendum in riva all’Adige: idee poche e ben confuse

fare

Se i vincitori del No al referendum costituzionale a Renzi possono concedere l’onore delle armi perché non solo si è dimesso, ma ha garantito di approvare subito la finanziaria per arrivare al voto anticipato, non si può fare lo stesso col sindaco di Verona, Flavio Tosi, e con quel pezzo del suo “Faro”che lo ha seguito, che soffonde una luce sempre più fioca. Ci si sarebbe aspettati un minimo di autocritica, una dichiarazione che emanasse, anche lontanamente, il profumo dell’umiltà e della signorilità di chi ha preso una innegabile quanto storica batosta politica.

Niente di tutto questo. Il sindaco di Verona, nell’ammettere che la gente si è espressa sulla persona del Presidente del Consiglio e, quindi, implicitamente se n’è fregata dei continui appelli tosiani al Sì, con uno stile piuttosto subdolo ha colpevolizzato l’elettore, sostenendo che ha perso un’occasione di cambiamento. Non contento, ha aggiunto che non è detto che la maggioranza abbia sempre ragione. Principio verissimo, ma stonato in bocca a chi ha basato la sua azione politica guardando principalmente ai numeri, nominando il vicesindaco e l’assessore allo sport non in base alle competenze, ma alle preferenze ottenute. Sappiamo tutti, come sia andata a finire…

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Il caso Minnella, il femminismo ufficiale e la tolleranza gay

Gay.it attacca Vvox e lo taccia di esser diventato una “testata ultracattolica”. Perché? Perché non è la solita Pravda del pensiero unico e perché ci scrive il nostro Matteo Castagna, in quanto “testata né cattolica né anti-cattolica”. Forse a qualcuno dà fastidio che i suoi articoli siano sempre tra i  più letti. Ecco la brillante replica del giornalista di punta di Vvox, che non è né cattolico, né integralista…

di Marco Milioni per http://vvox.us9.list-manage.com/track/click?u=15cab36632ab2c19158e4bd2e&id=7720ca8b36&e=cf8baa9aa7

Il finto stupro denunciato da una giovane vicentina è passato sotto silenzio. Le donne impegnate si fanno sentire solo nelle feste comandate dei diritti?

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La storia di Federica Minnella, vicentina di Cogollo condannata a 16 mesi per avere denunciato a carico del padovano Antonio Siviero un falso stupro nel Rodigino, è passata quasi inosservata, non generando tutte quelle discussioni, talvolta da bar, che solitamente fanno seguito a vicende con un che di torbido e pruriginoso.

Nessuna reazione dal mondo delle donne, soprattutto, che di recente ha onorato la Giornata contro la Violenza a loro danno. Forse una parola di stigmatizzazione avrebbe fatto bene alla propria causa, che é sacrosanta. Ma forse, appunto, la sensibilità femminista (cioè delle donne consapevoli e attive nel difendere i diritti delle donne), a parte le associazioni e le intellettuali come la vicentina Luisa Muraro, nell’arena mediatica si accontenta delle occasioni di rito.

Esiste ancora un movimento femminista? La domanda non è pretestuosa. Prendiamo, ad esempio, autorevoli riflessioni che provengono da questo stesso mondo. Come quella della professoressa Camille Paglia. Sociologa americana fra le maggiori, lesbica di sinistra ed atea, pur dichiarandosi femminista definisce il femminismo attuale «malato, indiscriminato e nevrotico» (fra l’altro, era una delle poche che ci aveva preso sulla batosta che avrebbe buscato Hillary Clinton, magnificata da molte politiche nostrane in quanto donna in politica rispetto al sessista Donald Trump: «I democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici»). Più o meno sullo stesso solco si muove la filosofa, sempre statunitense, Nancy Fraser, che in un articolo pubblicato sul Guardian tre anni orsono addirittura si poneva la questione di come «il femminismo sia divenuto l’ancella del capitalismo».

La Paglia fornisce un altro spunto interessante: la similitudine fra la battaglia femminista storica, quella degli anni ’60-’70 sui diritti civili, all’odierna battaglia per i diritti Lgbt. Quando sulla stampa americana le è stato chiesto come mai «in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King» lei ha risposto così: «Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantile. Stridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica». Un giudizio duro. Forse troppo, per certi versi.

Ma forse anche utile per quel dovere di autocritica che accompagna ogni forza sociale e politica che si ponga in maniera critica, com’è anche il movimento gay (il quale, sia detto en passant, in alcune sue frange potrebbe pure dimostrare quell’apertura libertaria di cui si fanno portatori: questo quotidiano online, per esempio, è stato bollato come «testata ultracattolica» dagli sdegnosi responsabili del portale Gay.it, evidentemente perché non si tollera che un giornale libero, non cattolico nè anti-cattolico, possa ospitare opinioni diverse dalle loro, esattamente come dà spazio ad altre di segno opposto, come, per citarne qualcuna, un recente articolo sul rapporto fra omosessualità e cattolicesimo, o il bellissimo diario esclusivo di un esponente veneto dell’Arcigay negli Usa, o altre ancora in passato).

Ma per tornare al nostro Veneto, vorremmo porre un’altra domanda. Come mai nessuna donna impegnata in politica e nella società da queste parti ha speso una-frase-una sull’ex gip Cecilia Carreri, massacrata mediaticamente e stroncata nella carriera di magistrato (o magistrata, in ossequio al politicamente corretto linguistico) per una condotta deontologicamente sbagliata che non c’era mai stata, e che guarda caso aveva osato tentare di mandare a processo l’uomo più potente di Vicenza e uno dei più influenti del Veneto, ovvero Gianni Zonin? Non è che alla fine della fiera la sensibilità femminile è ormai molto poco femminista, a meno di non considerare tale le dichiarazioni obbligate nei giorni comandati di femminismo ufficiale?

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Le 7 domande (più una) a Biasi. Per posta ordinaria

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di Matteo Castagna, collaboratore di www.vvox.it 

Il giornalismo d’inchiesta resta il più difficile ma anche il più bello, come dice il mio amico Sigfrido. Ti fa scoprire la verità su come gira il mondo e anche ti insegna a fare il vero cronista, quello delle domande scomode, quello che cerca le fonti e le verifica, quello che investiga e conosce i fatti, quello pieno di contatti, che ascolta tutti e dà importanza ai minimi particolari,  che amplia gli orizzonti e risolve qualcosa, quando è fortunato (e bravo). Ti fa stare a contatto con la realtà (non quella degli scribacchini prezzolati o da “copia-incolla” comunicati stampa) e ti insegna a non credere alle favole. 

di Alessio Mannino, Direttore del quotidiano on-line www.vvox.it 

Cronistoria di un’intervista impossibile. Ad uno degli uomini più potenti (e inaccessibili) di Verona

L’ingegner Paolo Biasi lotta ancora fra noi? Ma che domande, direte: non è il famosissimo e potentissimo ex presidente della Fondazione Cariverona, cuore del potere scaligero, uomo pubblico per eccellenza? Non ci sono forse notizie recentissime che lo riguardano? Sì. Ma, come i faraoni egizi e gli imperatori nipponici, è inavvicinabile e avvolto in un’aura di mistero. E comunica come ai bei tempi, in cui non estivano telefonia mobile e internet.

Ma andiamo con ordine. Lo scorso novembre abbiamo chiesto via email alla segreteria della Fondazione Cariverona (di cui Biasi è stato il presidente per ben 22 anni fino al febbraio di quest’anno e in cui manteneva, come vedremo, alcuni incarichi) di girargli alcune domande per un’intervista. Da Cariverona rispondono che sarebbe meglio indirizzarle direttamente a lui. Logico, e naturalmente l’avremmo fatto già se avessimo avuto un contatto diretto senza passare dagli uffici della fondazione. Chiediamo quindi un indirizzo email di Biasi. Risposta: non risulta che ne abbia uno. Nè di lavoro, nè personale. Abbiamo letto bene quel che ci hanno scritto? Rileggiamo: è così. Paolo Biasi non ha un’email. Continua a leggere

La riforma Renzi non é (solo) una riformaccia nel merito: la Costituzione andrebbe riscritta per intero

La riforma Renzi non é (solo) una riformaccia nel merito: la Costituzione andrebbe riscritta per interoPer inciso, noi Cattolici non avremmo bisogno di alcuna Costituzione perché basterebbero i 10 Comandamenti e i Precetti della Chiesa. Col compendio di Dottrina sociale si ricostruirebbe la Politica…N.d.R.

di Alessio Mannino, direttore di Vvox

La Renzi-Boschi-Jp Morgan non è una riforma e non è soltanto una riformaccia: è una riformicchia. Sì è vero, tocca ben 47 articoli della Costituzione, alla rinfusa. Mira a svuotare, di fatto, quel poco e maldestro federalismo introdotto nel 2011 dal centrosinistra che riscrisse il Titolo V (le materie oggi “concorrenti” fra Stato e Regione tornerebbero, nelle intenzioni dei neo-centralisti renziani, di esclusiva spettanza di Roma, «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale»). Prevede un comico abbassamento del quorum nei referendum, non più il 50% degli aventi diritto ma la metà dei votanti alle ultime politiche, con il contentino dei nuovi referendum propositivi e d’indirizzo (e non più soltanto abrogativi, alzando tuttavia il numero di firme a 800 mila, a 150 mila per le leggi di iniziativa popolare).

Fa risparmiare la miseria di 48 milioni per ridurre da 315 a 100 i senatori, e 8,7 milioni chiudendo il Cnel (unica novità da sottoscrivere in toto: già nel 1978, l’ex presidente della Costituente, il comunista Terracini, sottolineava che anziché essere «la sede naturale della mediazione fra lavoratori e datori di lavoro», non si era mai discostato dall’essere «un organo inesistente»). Illude di spingere sulla velocità di approvazione delle leggi, falso clamoroso: di leggi se ne sfornano a iosa, il ritmo dipende unicamente dalla volontà politica dei partiti, dalla qualità dei peones in aula e in commissione, dalle loro beghe, tattiche e giochetti di retrobottega.

Se sommiamo il tutto, cosa resterebbe in mano se vincesse il Sì? Quel che serve al signor Renzi per compiacere i comitati d’affari stranieri, blandire l’elettorato alla Cracco che si beve il riformismo purchessia, gettare le fondamenta di un partitone di centro che contemporaneamente elida gli scocciatori della sinistra interna Pd e assorba i senza fissa dimora a destra. Cercando di riuscire là dove tre commissioni bicamerali dal 1983 a oggi (Bozzi, De Mita, D’Alema) non sono riuscite, passando così alla Storia. O di uscirne comunque bene, personalmente più forte, se gli dicesse male nel caso di vittoria del No ma con un Sì sopra il 40%. Perché tutti quei voti favorevoli, dal primo all’ultimo, se li intesterà lui e solo lui,in un referendum che è in realtà un referendum su Renzi. Vince anche se perde, il Machiavelli per meno abbienti.

Ma, per cambiare l’Italia come da slogan governativo, bisognerebbe cambiarla interamente, la sacra Carta. Che sacra non è: scritta da mortali in un determinato periodo storico, è un prodotto storico, mortale e rivedibile. Non è l’appendice dei Dieci Comandamenti. E con tutto il rispetto, chi se ne importa di cosa scrive l’Economist (che non è il Vangelo e non è nemmeno così straniero e neutro: il primo azionista col 43% è la Exor degli Agnelli). Il bicameralismo andrebbe abolito tout court, anziché perpetuarlo in un Senato-pastrocchio, ridotto a camera d’evasione romana per consiglieri regionali e sindaci che potranno frequentarlo poco e quindi male (ma col beneficio dell’immunità parlamentare). Senza per altro assicurare che la “navetta” (l’andirivieni legislativo fra i due rami del Parlamento) sia eliminata, visto che il Senato continuerà a poter inserirsi sempre, sia pur entro 30 giorni, mantenendo potestà piena su leggi costituzionali e garantendosi di far tornare alla Camera quelle riguardanti le Regioni e i trattati internazionali (cioè in pratica il nevralgico campo dei rapporti con l’Unione Europea). Il federalismo andrebbe rafforzato, o per meglio dire fatto seriamente. Non come oggi, litigiosamente, vedi la battaglia vinta alla Consulta dalla Regione Veneto a guida Zaia contro il decreto Madia, che Renzi ha avuto gioco facile a girare a suo favore, come esempio di un’Italia «bloccata».

Ma soprattutto sarebbe il caso di fare le persone serie, indire un’Assemblea Costituente e ripensare la Costituzione fin dall’articolo 1, dato che la sovranità non appartiene più al popolo italiano da un pezzo. Sicuramente a partire dal 2012, quando di soppiatto fu stravolto l’articolo 81 introducendo non già il pareggio di bilancio, come si vuol far credere, ma costituzionalizzando il debito: l’«indebitamento» diventa ammissibile in casi di calamità naturali o per combattere i cicli economici negativi, tanto che è stato abrogato il divieto di stabilire nuove spese o tributi; e questo per rispettare gioiosamente il Fiscal Compact, il pazzesco trattato europeo del 2012 che ci impegna a ridurre il debito di 50 miliardi l’anno fino al 2032, condannandoci ad una politica di austerità (tasse e tagli) eretta a norma costituzionale. A questo punto il nostro quotidiano lavoro su cui si fonda la beneamata Repubblica, ammesso e non concesso sia mai stato un valore, è diventato un disvalore: perché dovremmo lavorare per pagare un debito inestinguibile in un’Europa-gabbia? No, non basta un Sì. Magari bastasse. Meglio votare No.

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La modernità? Come la droga di Huxley

di Massimo Fini – Alessio Mannino

La modernità? Come la droga di Huxley

Fonte: www.vvox.it 

In un’intervista tutta pepe e polemica su questo quotidiano online, l’editore Cesare De Michelis ha paragonato il Veneto allo «scarafaggio di Kafka» della celebre “Metamorfosi”, che un brutto giorno scopre di essersi trasformato (in peggio) senza sapere il perché. E si è scagliato sprezzantemente contro tutti quei soggetti, politici imprenditori e intellettuali, che, vuoi per insipienza o convinzioni, dal suo punto di vista terrebbero Venezia e la regione in una sorta di limbo fuori dalla «modernizzazione». Ora, si dà il caso che di recente, proprio la casa editrice fondata da De Michelis, Marsilio, abbia dato alle stampe un libro con il titolo seguente: «La modernità di un antimoderno».

L’autore é Massimo Fini, giornalista di lungo corso oggi firma del Fatto Quotidiano, che dell’antimodernismo ha fatto una personalissima, pressocché solitaria bandiera. Il volume è infatti la raccolta di sei opere messe in fila in vent’anni, dal 1985 al 2006, in cui Fini ha preso di mira praticamente tutti i totem e tabù del “pensiero unico” occidentale: il razionalismo tardo-illuminista (“La ragione aveva Torto?”), la disumanizzazione e ipocrisia delle guerre contemporanee (“Elogio della guerra”), il modello di sviluppo economico (“Il denaro, sterco del demonio”), la geopolitica e il sistema di vita dell’Occidente (“Il vizio oscuro dell’Occidente”), la democrazia rappresentativa (“Sudditi. Manifesto contro la democrazia”) e il conformismo sul “migliore dei mondi possibili”, quale crediamo essere il nostro (“Il Ribelle dalla A alla Z”).

Venezia è un luogo pre-moderno per eccellenza. Secondo De Michelis è ostaggio di chi vorrebbe tenerla fuori dalla modernità, che in sostanza significa business e masse di turismo globale. Fuor di metafora “lagunare”: perchè invece secondo te la modernità è da combattere?
In questo caso perché, con la globalizzazione, distrugge le diversità, che sono il sale della vita. Il mio amico Cesare non condivide il mio modo di pensare radicale perché è un moderato in tutto. Ma ha pubblicato quasi tutti i miei libri. E’ come erano certi editori di una volta, culturalmente aperto. In Occidente, da Heidegger in poi manca un pensiero che pensi la modernità. Che non vuol dire negarla in toto, ma fare un bilancio su vantaggi e svantaggi. Io sostengo che questo ottimismo da Candide abbia portato il progresso a diventare un regresso. A farci stare peggio. Pensa ai ragazzi “ritirati”, che vivono chiusi in camera davanti al computer, di cui in un bellissimo articolo scriveva l’altro giorno Dario Di Vico sul CorriereContinua a leggere

Trump contro Clinton. E tu per chi voteresti?

Gioco del voto a Vvox: considerato impresentabile, il businessman riscuote pochi consensi. Hillary favorita dalla teoria del “meno peggio”

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E’ arrivato il giorno X della politica americana (e, per l’importanza rivestita dagli Usa, mondiale): martedì 8 novembre gli statunitensi votano i “grandi elettori”. Ciascuno dei 50 Stati eleggerà un numero di “grandi elettori” pari al numero di senatori e di deputati che manda al Congresso degli Stati Uniti. Lunedì 18 novembre i 538 eletti eleggeranno a loro volta il nuovo Presidente degli United States of America. Volge al termine così una campagna elettorale considerata da pressocché tutti gli osservatori come la peggiore della Storia, con accuse e controaccuse non solo di inaudita gravità e prevedibile scandalismo, ma condite di tali colpi bassi e con tanta spudorata mancanza di stile da riuscire a suscitare un orrore bipartisan. Per dire: i due contendenti, la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump, non si sono neppure stretti la mano, contravvenendo al galateo minimo tra avversari.

LA SFIDA
L’opinione pubblica globale si è spaccata. Anche in Italia si è acceso il dibattito fra sostenitori della moglie dell’ex presidente Bill (la maggioranza dei commentatori, sia pur molti obtorto collo) e fan delpalazzinaro ex conduttore di “The Apprentice”(relativamente pochi, esattamente come negli stessi Usa, dove The Donald è il bersaglio non solo della stampa liberal, ma anche di parte significativa della galassia repubblicana). Eppure i sondaggi danno il secondo non troppo lontano dalla prima, segno che Trump sa intercettare il voto anti-establishment, di quell’America “profonda” stanca del tradizionale bipolarismo destra-sinistra. La Clinton, dal canto suo, ha recuperato l’appoggio del grande rivale alle primarie del Partito Democratico, Bernie Sanders (il più a sinistra), e può contare sul timore da “salto nel buio” che un’eventuale vittoria dello sfidante incute ad alcuni strati della popolazione. Onorevoli comparse sullo sfondo i due candidati minori, Gary Johnson del Libertarian Party e Jill Stein del Green Party.

TRE OPZIONI
E voi, se foste cittadini degli Stati Uniti, chi votereste? A Vvox, fra giornalisti, editorialisti e opinionisti di quella tribuna aperta che è lo Speaker’s Corner, le preferenze di voto sono disparate. Giuliano Guzzo è convintamente anti-clintoniano: «Uno è un candidato abortista, guerrafondaio conclamato, finanziato dagli amici dell’Isis, che ha “ucciso il femminismo” (Maureen Dowd), e che considera l’esser donne solo per “calcolo, senza anima né ideologia” (Sarah Leonard). L’altro é Trump. Io voterei Trump. E, potessi, inviterei a farlo votare». Di parere esattamente opposto Riccardo Allione: «Voterei la Clinton. Trump è, semplicemente, un individuo pericoloso. Miliardario evasore, inaffidabile e imbarazzante, “pallonaro” e razzista, è un Berlusconi con idee da Salvini. Parafrasando l’Economist, è “unfit to lead Usa”». Per l’opzione “nessuno dei due” Matteo Rinaldi: «Inconcepibile votare per Trump; squallido votare per l’ex moglie di un presidente: possibile che un paese di milioni di abitanti non abbia di meglio? Torniamo alla successione reale, a questo punto».

OPINIONI OPPOSTE
Per Erasmo Venosi, invece, votare per il miliardario si può: «Trump é il male minore. La Clinton ha fatto chiudere per due volte l’indagine dell’Fbi sul “dono” da 1 milione di euro dell’ambasciatore del Qatar al marito. Come Segretario di Stato ha la corresponsabilità per cinque anni di guerra in Siria, con 250 mila morti e 4 milioni di profughi». Logica del meno peggio anche per Giuliano Zoso, ma declinata all’inverso: «Sarebbe come scegliere tra Grillo e Monti. Con la morte nel cuore, Monti». Luca Balzi va per esclusione: «In questi tempi difficili una luce è stato il discorso di Birmingham del nuovo primo ministro inglese Theresa May: “A change has got to come. And we are going to deliver it”. Ma la Signora Hillary Diane Rodham è lo status quo per definizione. Quindi…».

I CLINTONIANI
Nutrita la pattuglia dei clintoniani, benché tutt’altro che entusiasti: «Il voto è condizionato dal peggior candidato repubblicano di sempre. Ma Hillary è migliore dei molti, troppi errori commessi e della sua arroganza da primadonna» (Giorgio Roverato); «Voterei Hillary. Dopo il sogno vissuto con l’elezione di Obama, che aveva suscitato nei sognatori di tutto il mondo entusiasmo e incredulità, siamo tornati alla realpolitik. In campo ci sono, da una parte un troglodita miliardario che non ha rispetto per nessun altro che non sia se stesso, dall’altra una donna certamente forte e di carattere, ma da sempre parte dell’establishment. In nessun caso sarà un american dream» (Benny Calasanzio Borsellino); «Hillary. Perché meno peggio» (Samantha Pegoraro); «Con molta, molta fatica Hillary, la “meno” peggio» (Guendalina Maria Anzolin). Menopeggista anche il misterioso Red Cloud: «voterei Hillary pensando: “azz, stì ‘mericani, prima erano un faro di libertà ed innovazione, oggi sono come noi italiani: si ritrovano a votare il meno peggio!». Menopeggismo intriso di rassegnazione quello di Maurizio Dal Lago: «nessuno dei due, ma il male minore è la Clinton. Piuttosto che Trump, quindi, meglio il male minore. Che però resta un male».

NASI TURATI
Sotto-categoria pro-Clinton è costituita dai “montanelliani”. Resy Amaglio: «Riecheggio Montanelli: mi turo il naso e voto Hillary». Cesare Galla: «Nella più classica delle tradizioni italiche (ma non sono gli Stati Uniti diventati peggio dell’Italia, quanto a campagne elettorali?) e non nascondendo lo sgomento per l’inadeguatezza di leadership, su tutti i fronti, espressa da questo grande paese, voterei turandomi il naso. Hillary, ovviamente». Posizione intermedia per Giuliano Menato, che si astiene sottolineando però di preferire i Democratici: «Non avrei dubbi sul partito da votare. Voterei senz’altro Democratico. Ma il modo in cui è stata condotta la campagna elettorale – insopportabile per un grande Paese democratico qual è ritenuto gli Stati Uniti – per la storia e la personalità dei due contendenti, dei quali escluderei subito Trump, sentirei il dovere di astenermi dal voto evitando di esprimere una preferenza».

NON VOTO
Fra gli astenuti convinti, invece, ci sono Marco Milioni («non voterei nessuno dei due. Sono entrambi due candidati indecenti, due marionette pilotate. La Clinton è ancora più ipocrita. Potessi voterei Sanders o ancor più Ron Paul, il più anti establishment»), Veronica Rigoni(«Non voterei nessuno dei due. Gli elettori di Trump votano Trump per disabilitare l’ennesimo mandato alla famiglia Clinton. Gli elettori di Hillary, votano Hillary per disabilitare la mina vagante Trump. Sono elezioni basate sull’odio verso l’avversario. Sembrano essere lontani i tempi di Obama in cui votare era lasciarsi coinvolgere in una suggestione emotiva verso il futuro») e Sergio Noto, con una posizione originale («Grazie a Dio, c’è ancora la possibilità di non votare. I due candidati sono sotto la soglia della decenza minima. Annullerei la scheda votando per George Washington, che si sta rivoltando nella tomba)».

I RADICALI
Unici fan della Clinton senza se e senza ma sono Claudio Rizzato («Voterei sicuramente per Hillary, garantisce continuità con la presidenza Obama») e Gianni Poggi: «Hillary. What else?». Specularmente contrario il voto di Matteo Castagna: «Premesso che non ritengo che i Repubblicani e i Democratici siano così diversi nella visione geopolitica e che siano sempre élite economico-finanziarie liberal-capitaliste a muovere le fila, ritengo che Donald Trump possa essere il male minore su più fronti». Il più equanime nel disgusto è Giuliano Corà: «Come ha detto Giulietto Chiesa, io voterei Trump, “perché la Clinton è una pericolosa fanatica”. Oppure voterei Clinton, perché Trump è un pericoloso malato di mente. Si possono votare tutti e due, per favore?».

EUROPA E MRS STEIN
Quanto al direttore, Alessio Mannino: «Siccome grazie al cielo non sono un cittadino degli Usa, detto che il migliore su piazza era Sanders, e premesso che c’è da scegliere, per dire le cose come stanno, fra una stronza di Wall Street e un clown che ricorda il nostro Berlusconi (ma senza il suo conflitto d’interessi mediatico), pistola alla tempia voterei Trump per il suo tendenziale isolazionismo, che oggettivamente conviene a noi europei. Ha promesso, ammesso e non concesso che mantenga, di disimpegnare dalla Nato il suo Paese che ne é lo Stato-padrone, spingendo così l’Europa, si spera, a uscire dalla sua condizione di sudditanza. E poi per il suo filo-putinismo, perché oggi il pericolo di guerra viene dall’aggressiva e irresponsabile politica anti-russa dello pseudo-nero Obama e della Clinton». Solitario nella scelta fuori dall’aut aut Donald-Hillary è Marco Fascina, che voterebbe ambientalista: «per Jill Stein: magari riesco ad impedire che uno dei due raggiunga i delegati necessari per essere eletto».

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