Il falò delle vanità

Condividi su:

di Alastair Crooke*

Fonte: Come Don Chisciotte

L’arroganza consiste nel credere che una narrazione artificiosa possa, di per sé, portare alla vittoria. È una fantasia che ha attraversato tutto l’Occidente, soprattutto a partire dal XVII secolo. Recentemente, il Daily Telegraph ha pubblicato un ridicolo video di nove minuti in cui si sostiene che “le narrazioni vincono le guerre” e che le battute d’arresto in uno scenario bellico sono un fatto accidentale: ciò che conta è avere un filo narrativo unitario articolato, sia verticalmente che orizzontalmente, lungo tutto lo spettro – dal soldato delle forze speciali sul campo fino all’apice del vertice politico.

Il succo è che “noi” (l’Occidente) abbiamo una narrativa irresistibile, mentre quella della Russia è “goffa”, quindi, è inevitabile che gli Stati Uniti vincano.

È facile deriderla, ma possiamo comunque riconoscere in essa una certa sostanza (anche se questa sostanza è un’invenzione). La narrazione è ormai il modo in cui le élite occidentali immaginano il mondo. Che si tratti dell’emergenza pandemica, del clima o dell’Ucraina, tutte le “emergenze” sono ridefinite come “guerre”. E tutte sono”guerre” che devono essere combattute con una narrazione unitaria e obbligatoria di “vittoria”, contro la quale è vietata ogni opinione contraria.

L’ovvio difetto di questa arroganza è che richiede di essere in guerra con la realtà. All’inizio il pubblico è confuso, ma, man mano che le menzogne proliferano e si stratificano, la narrazione si separa sempre di più dalla realtà, anche se le nebbie della disonestà continuano ad avvolgerla. Lo scetticismo del pubblico si fa strada. Le narrazioni sul “perché” dell’inflazione, sul fatto che l’economia sia o no sana, o sul perché dobbiamo entrare in guerra con la Russia, iniziano a perdere colpi.

Le élite occidentali hanno scommesso tutto sul massimo controllo delle “piattaforme mediatiche”, sull’assoluto conformismo dei messaggi e sulla spietata repressione delle proteste come loro progetto per continuare a mantenere il potere.

Eppure, contro ogni previsione, i media mainstream stanno perdendo la loro presa sul pubblico statunitense. I sondaggi mostrano una crescente sfiducia nei confronti dei media statunitensi. Quando è apparso il primo show “anti-messaggio” di Tucker Carlson su Twitter, il rumore delle placche tettoniche che si scontravano è stato imperdibile, mentre più di 100 milioni di americani (uno su tre) ascoltavano l’iconoclastia.

Il punto debole di questo nuovo autoritarismo “liberale” è che i suoi miti narrativi chiave possono essere infranti. Basta poco; lentamente, la gente inizia a parlare della realtà.

Ucraina: come si vince una guerra che non si può vincere? La risposta dell’élite è stata la narrazione. Insistendo, contro la realtà dei fatti, che l’Ucraina sta vincendo e la Russia sta “cedendo”. Ma questa arroganza alla fine viene smontata dai fatti sul campo. Anche le classi dirigenti occidentali si rendono conto che la loro richiesta di un’offensiva ucraina di successo è fallita. Alla fine, i risultati militari sono più potenti delle chiacchiere politiche: Uno schieramento è distrutto, i suoi molti morti diventano la tragica “forza” per rovesciare il dogma.

Saremo in grado di estendere all’Ucraina l’invito ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte… [tuttavia] a meno che l’Ucraina non vinca questa guerra, non c’è alcun problema di adesione da discutere” – ha dichiarato Jens Stoltenberg a Vilnius. Così, dopo aver esortato Kiev a gettare altre (centinaia di migliaia) di uomini nelle fauci della morte per giustificare l’adesione alla NATO, quest’ultima volta le spalle alla sua protetta. Dopotutto, si trattava di una guerra non vincibile fin dall’inizio.

L’arroganza, ad un certo livello, risiede nel fatto che la NATO contrappone la sua presunta “superiorità” in termini di dottrina militare e di armamenti alla deprecata rigidità – e “incompetenza” – militare russa di stampo sovietico.

Ma le operazioni militari sul campo hanno rivelato la dottrina occidentale per quel che è – arroganza – con le forze ucraine decimate e le armi della NATO ridotte a carcasse fumanti. È stata la NATO ad insistere sulla rievocazione della Battaglia del 73 Est (nel deserto iracheno, ma ora trasportata in Ucraina).

In Iraq, il “pugno corazzato” aveva facilmente perforato le formazioni di carri armati iracheni: si trattava infatti di un “cazzottone” che aveva messo al tappeto l’opposizione irachena. Ma, come ammette francamente il comandante statunitense di quella battaglia di carri armati (il colonnello Macgregor), il suo risultato contro un’opposizione demotivata era stato in gran parte fortuito.

Tuttavia, il “73 Easting” è un mito della NATO, trasformato in dottrina generale per le forze ucraine – una dottrina strutturata sulla circostanza unica dell’Iraq.

L’arroganza – in linea con il video del Daily Telegraph – sale tuttavia in verticale per imporre la narrazione unitaria di una prossima “vittoria” occidentale anche sulla sfera politica russa. È una vecchia storia che la Russia sia militarmente debole, politicamente fragile e incline alle spaccature. Conor Gallagher ha dimostrato con ampie citazioni che era stata esattamente la stessa storia anche nella Seconda Guerra Mondiale, si trattava di un’analoga sottovalutazione della Russia da parte dell’Occidente – combinata con una grossolana sopravvalutazione delle proprie capacità.

Il problema fondamentale del delirio è che l’uscirne (se mai succede) avviene ad un ritmo molto più lento degli eventi. Questo disallineamento può definire gli esiti futuri.

Potrebbe essere nell’interesse del Team Biden supervisionare un ritiro ordinato della NATO dall’Ucraina, in modo da evitare che diventi un’altra debacle in stile Kabul.

Perché ciò avvenga, il Team Biden ha bisogno che la Russia accetti un cessate il fuoco. E qui sta il difetto (ampiamente trascurato) di questa strategia: semplicemente, non è nell’interesse della Russia “congelare” la situazione. Ancora una volta, l’ipotesi che Putin “prenderebbe al volo” l’offerta occidentale di un cessate il fuoco è un modo di pensare arrogante: i due avversari non sono congelati nel senso basilare del termine – come in un conflitto in cui nessuna delle due parti è riuscita a prevalere sull’altra e sono bloccate.

In parole povere, mentre l’Ucraina è strutturalmente sull’orlo dell’implosione, la Russia, al contrario, è del tutto plenipotente: Dispone di forze ingenti e fresche, domina lo spazio aereo e ha quasi il dominio dello spazio elettromagnetico. Ma l’obiezione fondamentale ad un cessate il fuoco è che Mosca vuole che l’attuale collettivo di Kiev se ne vada e che le armi della NATO siano fuori dal campo di battaglia.

Quindi, ecco il problema: Biden ha un’elezione, e quindi sarebbe adatto alle esigenze della campagna democratica avere un “disimpegno ordinato”. La guerra in Ucraina ha messo in luce troppe carenze logistiche americane. Ma anche la Russia ha i suoi interessi.

L’Europa è la parte più intrappolata dall’”allucinazione”, fin dal momento in cui si è gettata senza riserve nel “campo” di Biden. La narrazione dell’Ucraina si è interrotta a Vilnius. Ma l’amour propre di alcuni leader dell’UE li mette in conflitto con la realtà. Vogliono continuare ad alimentare il tritacarne ucraino, a persistere nella fantasia di una “vittoria totale”: “non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin… Dobbiamo correre tutti i rischi per questo. Nessun compromesso è possibile, nessun compromesso“.

La classe politica dell’UE ha preso così tante decisioni disastrose in ossequio alla strategia statunitense – decisioni che vanno direttamente contro gli interessi economici e di sicurezza degli europei – che ha molta paura.

Se la reazione di alcuni di questi leader sembra sproporzionata e irrealistica (“Non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin”) – è perché questa “guerra” tocca motivazioni più profonde. Riflette il timore esistenziale di un disfacimento della meta-narrazione occidentale che farà crollare la sua egemonia e, con essa, la struttura finanziaria occidentale.

La meta-narrazione occidentale “da Platone alla NATO, è quella di idee e pratiche superiori le cui origini risalgono all’antica Grecia e che, da allora, sono state raffinate, estese e trasmesse nel corso dei secoli (attraverso il Rinascimento, la rivoluzione scientifica e altri sviluppi presumibilmente unicamente occidentali), cosicché oggi noi occidentali siamo i fortunati eredi di un DNA culturale superiore“.

Questo è ciò che probabilmente avevano in mente gli autori del video del Daily Telegraph quando avevano insistito sul fatto che “la nostra narrativa vince le guerre”. La loro arroganza risiede nella presunzione implicita che l’Occidente, in qualche modo, vince sempre – è destinato a prevalere – perché è il destinatario di questa genealogia privilegiata.

Naturalmente, al di fuori della comprensione generale, è accettato che la nozione di “Occidente coerente” sia stata inventata, riproposta e utilizzata in tempi e luoghi diversi. Nel suo nuovo libro, The West, l’archeologa classica Naoíse Mac Sweeney contesta il “mito del padrone”, sottolineando che era stato solo “con l’espansione dell’imperialismo europeo d’oltremare nel XVII secolo che aveva iniziato ad emergere un’idea più coerente di Occidente, utilizzata come strumento concettuale per tracciare la distinzione tra il tipo di persone che potevano essere legittimamente colonizzate e quelli che potevano essere legittimamente i colonizzatori”.

Con questa invenzione dell’Occidente era arrivata anche l’invenzione della storia occidentale, un lignaggio elevato ed esclusivo che ha fornito una giustificazione storica per la dominazione occidentale. Secondo il giurista e filosofo inglese Francis Bacon, nella storia dell’umanità ci sono stati solo tre periodi di apprendimento e civiltà: “uno tra i Greci, il secondo tra i Romani e l’ultimo tra noi, cioè le nazioni dell’Europa occidentale“.

Il timore più profondo dei leader politici occidentali – complice la consapevolezza che la “Narrazione” è una finzione che raccontiamo a noi stessi, pur sapendola essere di fatto falsa – è che la nostra epoca sia stata resa sempre più e pericolosamente dipendente da questo meta-mito.

Se la fanno sotto non solo a causa di una “Russia potente”, ma piuttosto per la prospettiva che il nuovo ordine multipolare guidato da Putin e Xi, che si sta diffondendo in tutto il mondo, faccia crollare il mito della civiltà occidentale.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2023/07/17/a-bonfire-of-the-vanities/

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

*Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

QUESTA GUERRA DELL’OCCIDENTE ALLA RUSSIA È SEMPLICEMENTE STUPIDITÀ?

Condividi su:
Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “rispondere alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “rispondere alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

La guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia è stupida. Peter Ramsay, professore di diritto alla LSE, in una recensione del libro di Benjamin Abelow, How the West Brought War to Ukraine, sottolinea come quest’ultimo rifugga dalla semplicistica narrazione “Putin ha invaso l’Ucraina”, attribuendo la responsabilità primaria della guerra a cause meno prossime: “la stupidità e la cecità del governo americano” e “la deferenza e la codardia” dei leader europei nei confronti di questa “stupidità” governativa americana.

“Sebbene Abelow descriva molto chiaramente l’arroganza e l’ipocrisia autolesionista della politica occidentale, non tenta di spiegare come o perché la politica statunitense sia diventata così stupida o i leader europei così vigliacchi. Appare stupefatto, descrivendo il livello di irrazionalità coinvolto come quasi inconcepibile.”

Tuttavia, dobbiamo concepirlo, perché è accaduto e sta portando un cambiamento rivoluzionario in un Medio Oriente che si sta riconfigurando come parte integrante del blocco BRICS+; una transizione che, di per sé, implica un enorme cambiamento nel quadro della geoeconomia.

In fondo, la “monumentale stupidità” – per la quale Abelow cita l’accademico britannico Richard Sakwa – non è qualcosa di nascosto, ma è piuttosto una di quelle “verità” che sono “là fuori: nascoste in piena luce”. È che l’esistenza della NATO deriva la sua convalida dalla gestione di “minacce” percepite che, in un processo circolare di pensiero, sono state provocate proprio dall’allargamento della NATO, un allargamento fatto apparentemente per gestire tali “minacce”.

In breve, si tratta di un’argomentazione circolare a ciclo chiuso. Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “far fronte alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

Allo stesso modo, è questo tipo di ragionamento circolare che fa di “Putin un Hitler”, un epiteto che si autoavvera perché l’espansione della NATO è innanzitutto “ragionevole” (un “valore” e un diritto nazionale) e quindi chiunque la contesti deve essere “fascista”.

Abelow si chiede semplicemente: “Quale persona sana di mente potrebbe credere che mettere un arsenale occidentale al confine con la Russia non produrrebbe una risposta potente?”.

Alla radice, Abelow lamenta che la follia che lo infastidisce intensamente è che i politici statunitensi riconoscono la circolarità della loro argomentazione (ne fornisce alcuni esempi), eppure non ammettono nemmeno per un attimo un’argomentazione contraria.  Sanno “una cosa”, ma ne dicono “un’altra”, dice.

Ma l’accusa di pazzia, sostiene Ramsay, “pur essendo retoricamente attraente, tende a oscurare un aspetto vitale del narcisismo che guida la politica occidentale: l’aspetto in cui il senso di autoregolamentazione della virtù è informato dalla mentalità dominante del nostro tempo – idee che influenzano non solo gli ‘esperti’ – ma i leader politici e intere popolazioni”.

Il narcisismo e l’autocompiacimento sono effettivamente un fattore chiave, ma per comprendere appieno il loro ruolo dobbiamo rivolgerci a Leo Strauss, il cui pensiero ha così plasmato una generazione di conservatori americani (gli straussiani).

Strauss teneva corsi all’Università di Chicago a due livelli distinti: In uno di essi, egli impartiva il suo insegnamento apertamente a tutti gli studenti; ma per pochi eletti, tenuti in quarantena dagli altri, egli insegnava un diverso “insegnamento interno” (ad esempio, sulla Repubblica di Platone). Un gruppo di studenti riceveva il “concerto” standard sulla Repubblica come mito occidentale fondamentale. A pochi eletti (molti dei quali sarebbero diventati importanti neoconservatori), invece, veniva insegnato il punto di vista di Strauss sul significato interno della Repubblica come manipolazione machiavellica e patologica.

Strauss insegnava che la “verità” di Platone doveva essere scavata da una classe eletta che possedeva una certa “natura” e doni che mancavano alla maggior parte degli uomini: la capacità di cogliere il significato occulto delle parole letterali. Questi uomini, scriveva Platone, sarebbero costituiti dalla classe dei guerrieri, di rango e onore superiore alla classe dei produttori e degli scambiatori. Strauss ha scritto in modo simile che anche l’insegnamento di Machiavelli aveva un carattere “duplice”.

Ma l’intuizione fondamentale per gli eletti era semplice: il potere è qualcosa che si usa o si perde.

In questo contesto, il “problema” dei neocon è semplicemente che il significato interiore si è perso nel frastuono del discorso liberale.

Il principale pensatore neocon, Robert Kagan, ad esempio, ha fatto eco al discorso sul malessere di Jimmy Carter del 1979, vedendo il liberalismo autoreferenziale dell’America come una preclusione alla capacità degli americani di interrogarsi sulle radici del proprio malessere. Carter l’aveva identificata “come una crisi che colpisce il cuore, l’anima e lo spirito della nostra volontà nazionale. Possiamo vedere questa crisi nel crescente dubbio sul significato delle nostre vite e nella perdita di un’unità di intenti per la nostra nazione”.

L’argomentazione neocon a favore della guerra con la Russia, quindi, nei suoi termini, può essere stupida, ma non è necessariamente irrazionale come comunemente si crede. Come ha sottolineato Kagan, il movimento in avanti è la linfa vitale della politica americana. Senza di esso, lo scopo dei legami civici di unità viene inevitabilmente messo in discussione. Un’America che non sia un glorioso impero repubblicano in movimento non è America, “punto e basta”.

Questa comprensione interiore del “malessere” americano, tuttavia, non può essere espressa pubblicamente contro una monopolizzazione liberale soffocante del discorso pubblico.

Pat Buchanan (commentatore politico di spicco e tre volte candidato alla presidenza) ha fatto lo stesso ragionamento: “Quanto tempo ci vorrà prima che il popolo americano… inizi a perdere fiducia nel sistema democratico stesso? Chiaramente, tra le ragioni della nostra attuale divisione e del malessere nazionale c’è il fatto che abbiamo perso la grande causa che animava le generazioni precedenti: la guerra fredda”.

Il “Nuovo Ordine Mondiale” di George H.W. Bush entusiasmava solo le élite. La crociata per la democrazia di George W. Bush non è sopravvissuta alle guerre per sempre in Afghanistan e in Iraq che ha lanciato in suo nome”. L’ordine basato sulle regole del Segretario di Stato Antony Blinken subirà lo stesso destino”.

Quindi, in parole povere, l’apparente “stupidità” insita nella narrazione della NATO può essere intesa come la tensione tra i neoconservatori che hanno la loro lettura interna della politica, ma che sono disposti ad armare l’argomento NATO per distruggere la Russia.

Questo assurdo ragionamento circolare dei neocon e della NATO per la guerra con la Russia, ovviamente, serve a mobilitare le circoscrizioni “liberali” americane e della UE, dove la pigrizia narcisistica distruttiva e la mancanza di volontà di praticare l’autocoscienza stanno cancellando il pensiero critico, secondo la visione straussiana (cioè bloccando la loro comprensione del potere-imperativo di Putin che viene visto fallire).

Ma gli straussiani – con la loro lettura interiore della politica – percepiscono che l’America non può sopravvivere né a una vittoria russa né a un’ascesa tecnica ed economica cinese verso la preminenza, perché se gli Stati Uniti non “usando (il loro potere), perderanno (il loro primato globale)”.

Washington ha chiaramente commesso un errore forse esistenziale nel pensare che le sanzioni che porteranno a un collasso finanziario in Russia saranno un successo “a colpo sicuro”. Il team Biden si è quindi messo in un “angolo” in Ucraina e non merita alcuna simpatia. Ma a questo punto – realisticamente – che scelta ha la Casa Bianca? I neoconservatori sosterranno che indietreggiare diventa un rischio esistenziale per gli Stati Uniti. Eppure, potrebbe essere un rischio che alla fine si rivelerà inevitabile.

Ancora una volta, e per essere chiari, non si tratta tanto di mantenere l’egemonia militare degli Stati Uniti, quanto di mantenere l’egemonia finanziaria dell’America, da cui dipende tutto il resto, compresa la capacità di finanziare i bilanci della difesa da 850 miliardi di dollari.

E “qui arriviamo al vero collante dell’America”. Darel Paul, professore di scienze politiche al Williams College, scrive: “Dalla fondazione del Paese nel fuoco della guerra, gli Stati Uniti sono stati un impero repubblicano in espansione che ha sempre incorporato nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni, nuove risorse, nuove idee… La continua espansione militare, commerciale e culturale da Jamestown e Plymouth ha coltivato l’irrequietezza, il vigore, l’ottimismo, la fiducia in sé stessi e l’amore per la gloria per cui gli americani sono noti da tempo”.  Questo “collante” diventa quindi esistenziale in senso non militare.

Ah… ma l’élite ha anche costruito il sistema finanziario americano sullo stesso principio del movimento in avanti – non solo delle forze militari, ma anche della “linfa vitale” del dollaro (“incorporare sempre nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni, nuove risorse”…, ecc.).  Se, tuttavia, l’espansione finanziaria dell’America (e i suoi 30 trilioni di dollari detenuti all’estero) dovesse diventare periferica rispetto alle necessità commerciali, potremmo assistere alla rottura delle catene che legano una piramide rovesciata di debito finanziarizzato a un piccolo perno di garanzie reali… e la piramide crollerebbe.

Traduzione in italiano per Geopolítika.ru da: Is this Western war on Russia simply stupidity? | Al Mayadeen English