I BRICS vogliono un nuovo ordine multipolare

Condividi su:

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/08/28/i-brics-vogliono-un-nuovo-ordine-multipolare/

tradotto in spagnolo dall’O.d.G. dell’America Latina per la rivista “Voces del Periodista”: https://vocesdelperiodista.mx/voces-del-periodista/internacional/los-brics-quieren-un-nuevo-orden-mundial/

I BRICS DENUNCIANO LA POLITICA UNILATERALE ED OPPRESSIVA STATUNITENSE

Dal 22 al 24 Agosto 2023 si è tenuto, a Johannesburg, il XV vertice dei Paesi emergenti: i BRICS+, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica + una settantina di altri Paesi ospiti, tra cui tutti quelli africani. Assente Vladimir Putin, sul quale pende, da parte della Corte penale internazionale, un mandato di arresto internazionale per presunti crimini di guerra in Ucraina. La Russia è stata rappresentata dal suo fedelissimo Ministro degli Esteri Serghei Lavrov. Putin ha comunque rilasciato la dichiarazione ufficiale che avrebbe fatto in presenza, da remoto, prima del meeting.

I BRICS+ si sono ritrovati dopo 5 anni di stop, dovuto all’emergenza Covid. I media occidentali hanno snobbato o trattato con sufficienza questo evento, ritenendo che i BRICS dovrebbero sciogliersi perché alquanto divisi tra loro, senza, però, specificare quali sarebbero questi motivi di divisione. Anche il Presidente della Commissione Esteri alla Camera e del think thank Aspen Institute Italia On. Giulio Tremonti ha sostenuto che i BRICS non possono vincere la sfida con l’Occidente. L’ha motivata perché sono Paesi privi di libertà, Oltre alla presenza di una netta divergenza tra India e Cina, che potrebbe compromettere l’unità e la coesione del gruppo.

Diversi economisti occidentali tendono a scoraggiare l’assemblea dei BRICS+ perché il dominio del dollaro e il suo effetto distorsivo sui processi di sviluppo sono un dato di fatto con cui i paesi in via di sviluppo dovrebbero rassegnarsi a convivere. In poche parole, non gli può riuscire il paventato cambio di valuta per i commerci, che, effettivamente è loro espressa volontà, ma che in Sudafrica non si è concretizzato, per quanto discusso ampiamente, su larga scala. Il 90% del commercio globale continua ad essere condotto in dollari statunitensi, sebbene il progresso dei rapporti e delle alleanze tra Stati molto ricchi non faccia di questo un dogma perpetuo.

Come spesso ripete Putin, la teoria del multipolarismo si basa sul fatto che gli attori internazionali hanno influenza e potere in diverse materie e regioni del mondo, però nessuno di loro può imporre unilateralmente la propria volontà sugli altri. Su questo i BRICS+ sono tutti compatti, denunciando la politica unilaterale ed oppressiva statunitense. Ci sono tutti i motivi per pensare che il futuro veda il mondo riunito in un unico blocco, con gli Stati Uniti e l’UE nell’angolo. Putin, dalla guerra in Ucraina ha scatenato una reazione di avvicinamento globale di tutti i Paesi stanchi di subire l’unipolarismo americano. Obiettivo comune è e resta sfidare il radicato dominio geopolitico dell’Occidente. Lo zar, sfruttando politicamente la guerra in Ucraina, è riuscito a mettere assieme il mondo arabo con le civiltà orientali, con l’Africa e buona parte dell’America Latina.

Il cambio di paradigma finanziario, contrariamente a quanto si dice in Occidente, diverrebbe una ovvia conseguenza al fatto che i BRICS+ i nuovi 4 arrivi rappresentano l’85% della popolazione del pianeta, (3,7 milioni di abitanti) ed il 36% del Pil del pianeta, con tre Paesi che risultano, già oggi, tra le prime cinque economie globali, secondo i dati forniti dalla banca mondiale. Resta imprescindibile e da non sottovalutare, che la seconda economia mondiale dopo la Cina è rappresentata dagli Stati Uniti. La Russia è la quinta economia del mondo. L’Occidente dovrebbe lasciar da parte ogni spocchia e senso si supremazia economica e culturale, perché gli altri “mondi” si stanno organizzando in fretta, sono disponibili al dialogo ed alla collaborazione, ma l’atteggiamento deve cambiare se non si vuole il suicidio politico-finanziario, che sembrerebbe già pronto nell’agenda 2030 dei BRICS+.

Il summit ha ottenuto risultati importanti nel medio e lungo termine, che potrebbero favorire l’abbandono del dollaro: “Abbiamo raggiunto un accordo, per poter invitare Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a diventare membri a pieno titolo dei BRICS..Il loro ingresso avverrà il primo gennaio 2024” – ha dichiarato il Presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa. Le riserve di petrolio e gas degli Stati Uniti, insieme all’influenza geopolitica, forniscono agli americani una certa indipendenza, ma l’Europa sembra debole e con una strategia inadeguata, perché semplicemente sottomessa ai diktat di USA e NATO. La UE non ha una strategia propria e non l’avrà perché i padroni non lasciano le colonie agire da sole. Nonostante si parli di allontanamento dall’influenza della Cina, la dipendenza dell’Europa dalla produzione e dai mercati asiatici cresce. Le strategie europee si basano sui minerali africani, sui metalli, sugli idrocarburi e sulle fonti di energia rinnovabile, tutti sempre più alla mercé di alleanze mutevoli, presto convergenti nei BRICS+ assieme ai giganti dell’energia della galassia islamica.

La convergenza di Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Brasile e Russia conferisce ai BRICS+ il controllo di oltre il 60% delle riserve e della produzione energetica globale. I leader africani hanno sottolineato che sta aprendosi un’era completamente nuova per il mondo intero. Questo è l’inizio della formazione di un nuovo ordine mondiale, senza la pressione selvaggia dell’Occidente. Si parla di un nuovo NOM “alternativo” fatto dai BRICS+, ove indipendenza e cooperazione, rispetto delle tradizioni e valuta unica, sinergia energetica e collaborazione politica, interscambio delle materie prime sarebbero i principi fondamentali. Queste premesse appaiono l’opposto di quanto pianificato dagli “illuminati” anglo-americani, da Mackinder e Brzezinsky, fino a Bill Gates e ai Rothschild. Se andasse in porto un’alleanza simile composta da: BRICS + i 4 ingressi previsti tra quattro mesi e il graduale ingresso dei quaranta altri Paesi che hanno fatto richiesta, senza intoppi e svincolata dal dollaro, il deep state sarebbe ampiamente ridimensionato e la politica della UE subirebbe la più grande crisi della sua storia.

L’intervento di Putin ai Brics: “La guerra è colpa dell’Occidente”

Condividi su:

In collegamento video, per evitare il possibile arresto dopo il mandato spiccato dalla Corte dell’Aja per crimini di guerra, il leader del Cremlino ha utilizzato il suo discorso per difendere l’invasione della Russia in Ucraina

AGI – A un anno e mezzo dall’inizio della guerra in Ucraina, Vladimir Putin ha assicurato, durante il vertice del gruppo Brics a Johannesburg, che la Russia vuole porre fine a un conflitto che, secondo lui è stato “scatenato” dall’Occidente “per mantenere la propria egemonia nel mondo”.

Intervenuto in collegamento video, per evitare il possibile arresto dopo il mandato spiccato dalla Corte dell’Aja per crimini di guerra, il leader del Cremlino ha utilizzato il suo discorso per difendere la guerra della Russia in Ucraina e lodare Cina, Brasile, India e Sudafrica, che nel blocco con Mosca si presentano sempre più’ come contrappeso al dominio globale degli Stati Uniti.

Putin ha ripetuto, ancora una volta, la narrativa ufficiale russa, secondo cui l’invasione dell’Ucraina, condannata da Kiev e dall’Occidente come una mossa imperialista, è stata la risposta obbligata della Russia alle azioni ostili di Kiev e Washington e allo “sterminio” che da otto anni era in corso nelle regioni orientali del Donbass.

putin brics guerra ucraina colpa occidente
© ALET PRETORIUS / POOL / AFP

Putin, intervento ai Brics

“Prima, con l’aiuto degli occidentali, in questo Paese è stato effettuato un colpo di Stato incostituzionale, e poi è stata scatenata una guerra contro quelle persone che non erano d’accordo col golpe”, ha detto riferendosi alla caduta del governo filo-russo di Viktor Yanukovich dopo la rivoluzione di Maidan del 2014. “Una guerra crudele, una guerra di sterminio da otto anni“.

Putin ha parlato ai leader di Paesi che si sono astenuti dal condannare le azioni della Russia in Ucraina. Dopo la rottura con l’Occidente sull’Ucraina, i Brics hanno assunto maggiore importanza per Mosca, interessata ad attenuare le sanzioni con l’aumento dell’interscambio aumentando con Asia, Africa e America Latina.

 

 

 

 

 

LEGGI ANCHE

Snobbare la Cina è oggi un grande errore geopolitico

Condividi su:

Continua già da un mese la fruttuosa collaborazione con i giornalisti professionisti d’area cattolica dell’America Latina, che traducono in spagnolo gli editoriali settimanali di Matteo Castagna e li fanno pubblicare su media online in America Latina, Spagna e alcune volte sul sito del filosofo russo Alexander Dugin. Nel caso di questo articolo, è stato pubblicato, in versione un po’ diversa, anche da Arianna Editrice:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna

GLI ANNI DI GUERRA IN UCRAINA SONO 9 E NON 1…

All’ultima seduta dell’ONU, il Ministro degli Esteri ucraino ha chiesto un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’aggressione russa del suo Paese. A stretto giro, gli ha risposto il rappresentante permanente all’ONU della Russia, Nebenzya: “vi chiediamo di onorare la memoria di tutte le vittime in Ucraina, dal 2014 in avanti!”. La memoria corta è, infatti, uno dei principali vizi dell’Occidente liberale, che non fa parte, invece, di quello sincero, che ama sempre la verità storica.

Gli anni di guerra sono 9 e non 1. Un anno fa, dopo aver riconosciuto ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, la Federazione Russa diede il via ad un’ operazione militare speciale per salvaguardare la popolazione del Donbass, che l’Ucraina attaccava da oltre otto anni e impedire all’esercito ucraino di costituire una minaccia per la sicurezza della Russia. Putin chiedeva colloqui con l’Occidente per delineare un piano di sicurezza europeo, rifiutato ad ottobre e dicembre 2021. Intendeva proporre di negare la richiesta di Kiev di entrare nella NATO, di bloccare la richiesta di Kiev di tornare ad avere armi nucleari, di porre fine al massiccio bombardamento della linea di contatto in Donbass. All’operazione speciale, l’Occidente rispose con una serie di misure e dichiarazioni già preparate: condanne, sanzioni, aiuti militari all’Ucraina.

L’Occidente ha gettato la maschera: ha ammesso di avere utilizzato, in questi anni, l’Ucraina e il conflitto in corso in Donbass dal 2014 come un cavallo di Troia in funzione antirussa. Ha ammesso di aver addestrato i soldati e miliziani ucraini. Ha ammesso di aver garantito il rispetto (si fa per dire) degli accordi di Minsk solo per preparare meglio l’Ucraina ad una guerra più grande contro la Russia che l’Occidente voleva già combattere, quasi nove anni fa. Ha dato il via alla più grande campagna russofoba dalla Seconda Guerra Mondiale.

Non serve essere “osservatori speciali” per notare che reali e concreti tentativi diplomatici, da parte della NATO per porre fine a questo conflitto non sono neppure all’orizzonte. I pacifisti nostrani tacciono e osservano i bombardamenti in televisione, esponendo fuori dalle sedi del Pd le bandiere ucraine. La linea assolutamente appiattita sugli Stati Uniti e la liason con Zelensky del premier Giorgia Meloni preoccupano parecchio, sembrano almeno imprudenti e così smaccate da rendersi grottesche. Nella maggioranza, sono poche e marginalizzate le voci di dissenso. I media sembrano quasi tutti allineati con Biden e Von der Leyen, in una propaganda che potrebbe rivelarsi un boomerang nel prossimo futuro.

Incredibilmente, è la Cina comunista, che politici italiani miopi, nani e ballerine non guardano colpevolmente come fattore fondamentale nell’attuale contesto, a proporre un piano di pace in 12 punti che mette al centro il dialogo e i negoziati come unica via d’uscita dalla crisi. La proposta appare molto equilibrata e da sviluppare nei contenuti più generici, assieme agli altri Stati. Particolarmente importante il punto 8: le armi nucleari non devono essere utilizzate e le guerre nucleari non devono essere combattute. La minaccia o l’uso di armi nucleari dovrebbe essere contrastata. La proliferazione nucleare deve essere prevenuta e la crisi nucleare evitata. il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa a Tallin ha detto che «la Cina non ha credibilità perché non ha mai condannato l’invasione della Russia e ha firmato qualche tempo prima dell’invasione russa un accordo per una partnership senza limiti con Mosca». Gli USA non hanno preso neppure in considerazione il piano cinese. Anzi, la CNN informa che gli USA hanno informazioni per cui la Cina fornirà alla Russia droni e munizioni.

E’, perciò, estremamente difficile, intravvedere, umanamente, una soluzione pacifica. Perciò “ogni vero cattolico deve ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente cattolico, accedendo agli Uffici pubblici ed esercitandoli con il fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difenderne insieme gli interessi supremi della Chiesa che sono quelli della Religione e della giustizia” (San Pio X, Enciclica “fermo proposito” ai Vescovi d’Italia, 11/06/1905).

Fonte: Informazione Cattolica.it

Despreciar a China es, hoy, un gran error geopolítico

 

Por Matteo Castagna

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: “¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!”.

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que  el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un “observador especial” para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. el secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que “China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasion rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú” Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, “todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo” con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para “defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia” (San Pío X, Encíclica “Firme Propósito” a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Fonte: La Voce del Periodista

Despreciar a China es, hoy, un gran error geopolítico

Photo of Matteo Castagna Matteo Castagna

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: «¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!».

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un «observador especial» para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. El secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que «China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasión rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú» Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, «todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo» con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para «defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia» (San Pío X, Encíclica «Firme Propósito» a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Photo of Matteo Castagna

Matteo Castagna

Analista geopolítico, escritor y líder del movimiento italiano Christus Rex, organización que defiende la Enseñanza Tradicional de la Iglesia Católica, el Orden Natural y la Soberanía de los Estados Nacionales.
Fonte: Info Hispania

DESPRECIAR A CHINA ES, HOY, UN GRAN ERROR GEOPOLÍTICO

01.03.2023

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: “¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!”.

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que  el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un “observador especial” para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. el secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que “China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasion rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú” Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, “todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo” con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para “defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia” (San Pío X, Encíclica “Firme Propósito” a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Fonte: Geopolitika.ru – sito di Alexandr Dugin

 

Articolo in versione un po’ differente su Arianna Editrice:

Gli anni di guerra sono 9 e non 1: un errore rigettare la proposta di pace della Cina

di Matteo Castagna – 26/02/2023

Gli anni di guerra sono 9 e non 1: un errore rigettare la proposta di pace della Cina

Fonte: Matteo Castagna

All’ultima seduta dell’ONU, il Ministro degli Esteri ucraino ha chiesto un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’aggressione russa del suo Paese. A stretto giro, gli ha risposto il rappresentante permanente all’ONU della Russia, Nebenzya: “vi chiediamo di onorare la memoria di tutte le vittime in Ucraina, dal 2014 in avanti!”. La memoria corta è, infatti, uno dei principali vizi della propaganda, che si contrappone, sempre, alla verità storica.
Gli anni di guerra sono 9 e non 1.
Un anno fa, dopo aver riconosciuto ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, la Federazione Russa diede il via ad un’ operazione militare speciale per salvaguardare la popolazione del Donbass, che l’Ucraina attaccava da oltre otto anni e impedire all’esercito ucraino di costituire una minaccia per la sicurezza della Russia. Putin chiedeva colloqui con l’Occidente per delineare un piano di sicurezza europeo, rifiutato ad ottobre e dicembre 2021. Intendeva proporre di negare la richiesta di Kiev di entrare nella NATO, di bloccare la richiesta di Kiev di tornare ad avere armi nucleari, di porre fine al massiccio bombardamento della linea di contatto in Donbass. All’operazione speciale, l’Occidente rispose con una serie di misure e dichiarazioni già preparate: condanne, sanzioni, aiuti militari all’Ucraina.
L’Occidente ha gettato la maschera: ha ammesso di avere utilizzato, in questi anni, l’Ucraina e il conflitto in corso in Donbass dal 2014 come un cavallo di Troia in funzione antirussa. Ha ammesso di aver addestrato i soldati e miliziani ucraini. Ha ammesso di aver garantito il rispetto (si fa per dire) degli accordi di Minsk solo per preparare meglio l’Ucraina ad una guerra più grande contro la Russia che l’Occidente voleva già combattere, quasi nove anni fa. Ha dato il via alla più grande campagna russofoba dalla Seconda Guerra Mondiale.
Non serve essere “osservatori speciali” per notare che reali e concreti tentativi diplomatici, da parte della NATO per porre fine a questo conflitto non sono neppure all’orizzonte.
I pacifisti nostrani tacciono e osservano in pantofole i bombardamenti trasmessi nei tg, esponendo fuori dalle sedi del Pd le bandiere ucraine.
La linea assolutamente appiattita sugli Stati Uniti e la liason con Zelensky del premier Giorgia Meloni preoccupano parecchio, sembrano almeno imprudenti, e politicamente inutili perché l’Italia, in tutto questo contesto, conta zero. Nella maggioranza, sono poche e marginalizzate le voci di dissenso. La comunicazione sembra quasi tutta il megafono di Biden e Von der Leyen, in una propaganda che potrebbe rivelarsi un boomerang, nel prossimo futuro, sulla pelle dei popoli europei, già col conto corrente alleggerito dall’inflazione e dall’aumento del costo della vita.
Incredibilmente, è la Cina comunista, che politici italiani miopi, nani e ballerine non guardano, colpevolmente, come attore fondamentale nell’attuale situazione, a proporre un piano di pace,  in 12 punti, che mette al centro il dialogo e i negoziati come unica via d’uscita dalla crisi. La proposta appare molto equilibrata e da sviluppare nei contenuti più generici, assieme agli altri Stati. Particolarmente importante il punto 8: le armi nucleari non devono essere utilizzate e le guerre nucleari non devono essere combattute. La minaccia o l’uso di armi nucleari dovrebbe essere contrastata. La proliferazione nucleare deve essere prevenuta e la crisi nucleare evitata. il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa a Tallin ha detto che «la Cina non ha credibilità perché non ha mai condannato l’invasione della Russia e ha firmato qualche tempo prima dell’invasione russa un accordo per una partnership senza limiti con Mosca». Gli USA non hanno preso neppure in considerazione il piano cinese, sottovalutando la più grande superpotenza economica e nucleare del mondo. Anzi, la CNN informa che gli USA hanno informazioni per cui la Cina fornirà alla Russia droni e munizioni.
E’, perciò, estremamente difficile, intravvedere, umanamente, una soluzione pacifica. Occorre prepararsi ad una guerra dagli esiti incerti. In questi momenti difficili torna in mente la saggia frase di Fedor Dostoevskji, secondo il quale “il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive”. Ovvero, quello che la società fluida vorrebbe far dimenticare.

 

Il Riflusso Rosa o di come l’America Latina ha perso la sua sinistra

Condividi su:
La polizia del Boss mi ha afferrato in stile gringo – Corrido, “Cananea”, 1917

Il Cile caldo

La caduta del Muro di Berlino ha lasciato numerosi orfani, tra cui, in primo luogo, i quadri dei partiti comunisti in tutto l’Occidente. Le scosse di assestamento arrivarono ovunque, in particolare alla periferia dell’Occidente: l’America Latina. Tradizionalmente riformisti, parlamentari e piccolo-borghesi, molti burocrati comunisti del continente – una volta scartati dall’improvviso ritiro sovietico – si riciclarono in ONG finanziate da Washington, sostenendo i diritti umani, la democrazia e il femminismo. Era il momento in cui Mosca, sprofondata nella sua crisi di legittimità, aveva abbandonato l’arena internazionale apparentemente per sempre. Ma il vuoto professionale doveva essere colmato in un modo o nell’altro: così un giorno, per necessità, il marxismo scolastico ha lasciato il posto al postmodernismo scialbo nei salotti ufficiali e nel mondo accademico. Il periodo in questione coincide grosso modo con la fine delle dittature neoliberali in Sudamerica, in particolare in Cile, il cui ritorno alla democrazia è stato segnato da ondate di protesta sociale simili a maratone nella seconda metà degli anni Ottanta.

Ora si va avanti di trent’anni

Generazioni dopo la scomparsa di Pinochet, il Cile ha riproposto un ciclo simile di insurrezione popolare proprio alla vigilia dell’esplosione del COVID-19: città invase da quasi due milioni di manifestanti, alcuni dei quali muniti di molotov e fervore luddista. Fino a quel momento, le sedie musicali elettorali erano state divise tra socialdemocratici dalla parlantina pulita e neoliberali draconiani, anche se l’economia trickle-down rimaneva sempre la stessa. Era un gioco di conchiglie giocato in successione da volpi e leoni di Pareto, “sinistra” e “destra” sul modello americano. Tutto questo mentre l’economia cilena, che mescola il PIL della Finlandia e il GINI del Lesotho, trascinava un arretrato di disperazione tra il precariato. Alla fine, la Rivoluzione colorata cilena del 2019 portò a un duplice processo. Da un lato, ha facilitato la futura vittoria presidenziale di un’alleanza di sinistra a metà, formata sia da progressisti di professione che da comunisti di pura razza.

Dall’altro lato, la mobilitazione di strada ha dato vita a un’Assemblea costituzionale, originariamente prevista dall’establishment come valvola di sicurezza per mitigare la volatilità dei cittadini. Tuttavia, come si è visto, l’Assemblea ha acquisito una logica propria e ha fatto avanzare la bozza di una nuova Costituzione che assomiglia a un mosaico multiculturalista – anche se, bisogna ammetterlo, i diritti dei lavoratori hanno ottenuto un residuo riconoscimento nelle sue ultime deliberazioni. Attualmente, l’Assemblea Costituzionale e la nuova amministrazione rappresentata da Boric, anch’egli ex leader studentesco, sembrano poco sincronizzate, in parte perché quest’ultima, scrollandosi di dosso le promesse della campagna elettorale, ha abbracciato l’austerità di bilancio e le misure deflazionistiche. In effetti, a un mese dall’investitura del Presidente Boric, la consueta luna di miele tra elettorato e nuovo gabinetto lascia presagire un divorzio burrascoso.

La causa è semplice. Il Cile detiene virtualmente il monopolio dell’estrazione del rame a livello mondiale, anche se lo Stato non riesce – a causa di accordi geopolitici che risalgono alla Dittatura – a catturare la rendita generata dal proprio sottosuolo. Per questo motivo, l’imposizione fiscale si riversa sulle masse lavoratrici, i cui risparmi per la pensione finiscono anch’essi sequestrati da portafogli Ponzi imposti dalla legge che finiscono nel labirinto dei broker finanziari americani – i famigerati Amministratori di Fondi Pensione (PFA).

Durante le recenti quarantene, i sussidi pubblici per i disoccupati sono stati così esigui che la gente ha chiesto di incassare i registri delle pensioni, da cui è scaturito un braccio di ferro tra i PFA e la loro clientela anziana e prigioniera. Presumibilmente, gli investimenti sono così illiquidi e opachi da rasentare la letterale inesistenza. Tuttavia, l’attuale amministrazione progressista-comunista, “rosa-rossa”, si è schierata fortemente con la lobby finanziaria locale, legata a doppio filo con Wall Street. Così, l’elettorato di sinistra di Boric oscilla tra lo stupore e la rabbia, rispondendo al tradimento percepito con la minaccia di una defenestrazione politica. Il buon senso suggerisce che, ancora una volta, la ribellione popolare cova sotto di sé. Ma questa volta sarà peggiore, poiché il governo non ha nessuno a sinistra, nessun antagonista formale con cui confrontarsi, appellarsi o negoziare, se non una folla amorfa, marea, per lo più giovanile, che affolla le barricate e i picchetti onnipresenti. Naturalmente, un nemico istituzionale può diventare un alleato fedele, e quindi una fonte di legittimazione. Purtroppo, questa non è più un’opzione. Invece, l’agenda multiculturale del signor Boric pretende di placare la penuria materiale e il rancore sociale invocando e propagandando il mantra dei diritti sessuali, dell’ambientalismo da boutique e della riabilitazione delle minoranze. Ma forse l’impresa è piuttosto stucchevole e la sua attualità abbastanza passata. Perché? Perché l’Assemblea Costituzionale, che corre in parallelo con obliqua complicità, si è già appropriata di tutti questi temi. Tutto sommato, il Cile è una barzelletta politica per ora senza finale.

Antinomie andine

L’anno scorso, dopo essere arrivato in testa al ballottaggio presidenziale, il maestro di scuola rurale con il cappello da cowboy Pedro Castillo, alias El Profesor, ha dovuto improvvisare un patto con la rappresentante della sinistra accademica, l’antropologa Verónika Toledo, per affrontare l’imminente ballottaggio elettorale. Alla fine Castillo ha vinto, ma non prima di aver subito un calvario giudiziario volto a inficiare il numero dei suoi voti, suffragi concentrati soprattutto nel retroterra indigeno.

Benché sostenuto dal partito leninista Perú Libre, Castillo è rimasto un classico populista della varietà latina, orientato verso i contadini e con un radicato ethos cattolico. Inutile dire che questo profilo metteva in imbarazzo i suoi alleati progressisti a Lima. La sinistra urbana istruita disapprovava la maggior parte del programma di Castillo e guardava con sospetto anche al suo stesso personaggio politico, rustico e moralista. Peggio ancora, l’iperbolica fraseologia da “ritorno alla terra” di El Profesor non si sposava, tra l’altro, con lo slancio pro-aborto della cricca accademica di Toledo. Il socialismo-familismo strideva con le orecchie del conformismo di sinistra. Ma dovrebbero saperlo bene.

Le famiglie contadine sono state duramente decimate dall’eugenetica neoliberale durante il regime autoritario di Fujimori (1990-2000), che ha perpetrato sterilizzazioni disinformate e non consensuali su decine di migliaia di donne indigene. La crociata di depopolamento, sponsorizzata e finanziata sia dalla NED che da enti di beneficenza ufficiali giapponesi (lo stesso Fujimori è nato in Giappone), ha traumatizzato profondamente le giovani donne, il cui ambiente nativo apprezza molto la gravidanza e il parto.

Paradossalmente, questa politica punitiva di pianificazione familiare è stata attuata in un Paese a bassissima densità demografica, il che solleva sospetti sul reale scopo di una simile iniziativa.

Tuttavia, la riduzione dei tassi di natalità è attualmente perseguita dalla lista della lavanderia abortista, a partire dall’epurazione postmoderna del cosiddetto patriarcato e della mascolinità operaia: prima il bastone, poi la carota… In realtà, fino a poco tempo fa, il blocco di governo peruviano ha avuto una traiettoria accidentata ed erratica, e sembra improbabile che la chimerica coabitazione tra populisti di campagna e mezza tacca universitaria possa funzionare comunque. Per cominciare, il ministro delle Finanze appartiene all’entourage liberale di Verónica Toledo, da cui deriva la continuità del capitalismo delle materie prime.

Tango e contanti

Dopo una tortuosa incubazione, il dissenso proletario in America Latina ha raggiunto l’apice intorno al primo decennio del XX secolo, una congiuntura che ha inaugurato la moderna politica di classe a sud del Rio Grande. Il famoso Sciopero di Cananea in Messico e lo Sciopero Generale in Argentina, entrambi avvenuti all’inizio degli anni Novanta, segnano l’ascesa politica della fabbrica sottoproletaria, protagonista di ardue lotte sociali culminate rispettivamente negli esperimenti redistributivi di Cárdenas e Perón. Per quanto riguarda quest’ultimo processo, l’Argentina stessa, nonostante l’ingente immigrazione transatlantica riversatasi sulle sue coste, non ha mai sviluppato partiti di massa marxisti di stampo europeo, come invece è avvenuto nel vicino Cile. Al contrario, il fascismo paternalistico e plebeo dell’Argentina sotto il generale Perón (1945-1955) servì da surrogato e da catalizzatore per la contestazione della classe operaia negli anni a venire. Fino ad oggi, l’epoca di Perón ha rappresentato in modo vivido l’età dell’oro dell’industrializzazione sostitutiva delle importazioni e del sindacalismo verticale.

Una volta sconfitto da una giunta militare di destra, il peronismo confluì presto nel guevarismo, formando una sottocultura di carisma macho rivoluzionario, che in seguito si evolse verso la guerriglia urbana. Questo contesto emergente indusse i partiti marxisti convenzionali all’introversione riformista. Il tropismo era così intenso che il Partito Comunista locale si alleò con i conservatori terrieri e sostenne persino brevemente la dittatura del generale Videla durante gli anni Settanta. Nel frattempo, il peronismo rivoluzionario degenerò in una serie di gruppuscoli putschisti, i cui militanti furono a loro volta massacrati dagli scagnozzi della Giunta. Durante questo periodo di effervescenza, la sinistra rivoluzionaria coltivò una prassi nativista e sacrificale. Pertanto, solo con il ritorno dei governi civili i movimenti anticapitalisti hanno acquisito un senso di vittimismo e passività. Certo, questo è stato possibile solo grazie all’installazione dell’ideologia-discorso sui diritti umani, il cui epicentro è stato l’amministrazione Carter. Da qui la tragica ironia: i repressori militari argentini hanno ricevuto istruzioni da Fort Benning e dal Pentagono, mentre le loro vittime sono state assistite e sermoneggiate dai missionari laici delle ONG americane.

Contemporaneamente, la crisi di default messicana del 1982 – originariamente causata dal colpo di mano di Volcker sui tassi di interesse – ha innescato il cortocircuito finale del paradigma keynesiano-fordista in America Latina. Decisamente, questa inflessione ha aperto la cupa bonanza dei programmi di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI, che hanno intaccato il vigore economico della maggior parte dei Paesi dell’emisfero. A questo proposito, il debito estero dell’Argentina costituisce una lezione trasparente. La Repubblica del Sud ha mostrato una relativa solvibilità fino al 1976, anno in cui la Dittatura ha sestuplicato il livello di debito precedente. Da allora, i numeri rossi sono saliti alle stelle, sottoponendo i contribuenti argentini a un cronico peonaggio del debito di fronte ai creditori internazionali. Col senno di poi, ci si potrebbe chiedere se l’ideologia dei diritti umani – e in seguito il multiculturalismo e i suoi tropi concomitanti – sia stata solo una consolazione machiavellica, un trucco per addomesticare, neutralizzare e depoliticizzare la società civile, in particolare le organizzazioni dei lavoratori.

Se vogliamo chiarire le cose, è necessaria una vignetta giornalistica. A metà del 2002, l’obbligazionista avvoltoio Paul Singer ha fatto causa a Buenos Aires per inadempienza del debito sovrano, riuscendo così a sequestrare legalmente la nave scuola argentina attraccata al largo del Ghana, con un equipaggio di 22 giovani marinai. Si è trattato di un riscatto virtuale imposto da lontano, in seguito all’ordine di disarmo di un tribunale del New Jersey, il cui effetto extraterritoriale appare oggi discutibile. Ma il ricatto ha avuto successo e l’investitore attivista Singer ha finalmente spremuto 2,4 miliardi di dollari dal Tesoro argentino, quattro volte il suo investimento iniziale. Nel frattempo, i dibattiti parlamentari a Buenos Aires sono stati dominati dalle guerre culturali, dai presunti diritti degli omosessuali o da altre controversie del momento, per cui solo voci marginali hanno discusso il nodo dell’odioso debito.

Curiosamente, lo stesso Singer è un gigantesco finanziatore dei diritti degli omosessuali su scala globale, un’impresa caritatevole che potrebbe non essere così disinteressata come si dice.

Riflettendoci, si nota gradualmente uno schema. Come già osservato, la retorica dei diritti umani e del multiculturalismo rafforza l’inerzia della disciplina del debito e dell’estrattivismo economico, una volta che gli attori politici dell’America Latina sono diventati vittime istituzionalizzate che chiedono ospitalità. Non si può cambiare questo corso delle cose se non si sfida l’egemonia liberale nella cultura e non la si riduce alla banalità che comporta. La nuova sinistra postmoderna in America Latina, innestata artificialmente su una ricca tradizione populista, di cui la prima parassita astutamente la memoria, può solo portare disillusione e anomia. Gli esempi in tal senso abbondano.

Cavalli di Troia

Ad oggi, appare chiaro che il capitalismo atlantico ha scelto la sinistra progressista come percorso agevole per controllare il suo tradizionale cortile geostrategico di materie prime. In effetti, la sinistra socio-liberale, priva di qualsiasi allusione proletaria, si presenta come un perfetto cavallo di Troia per portare avanti l’agenda globalista nella sua nuova incarnazione estrattivista. I recenti sviluppi confermano questi sospetti. Petro, ex guerrigliero convertito in sicofante clintoniano, ha riaffermato il ruolo della Colombia all’interno della NATO e ha esteso la virtuale occupazione militare americana del Paese caraibico, con decine di basi finanziate dal Pentagono. Nel frattempo, Boric in Cile ha accelerato l’approvazione del Partenariato Trans-Pacifico (TPP11), un’iniziativa precedentemente scaricata da Trump ma ora guidata dalla diplomazia di Biden. È interessante notare che una sinistra più tradizionale, nata da veri e propri processi rivoluzionari in Messico (1910), Cuba (1959) e Nicaragua (1979), mantiene ancora uno slancio antiglobalista. Il Brasile di Lula è un esempio per il futuro del populismo di sinistra nel continente. Il Partito dei Lavoratori (PT) brasiliano deriva dal sindacalismo cristiano e dalle cooperative contadine. Per questo motivo, la sua ideologia tendeva a esprimersi in termini nazionalistici, comunitari e sviluppisti. Tuttavia, finora il primo governo di Lula è stato ancora un esperimento neoliberale con una patina di ridistribuzione inflazionistica. Non c’è da stupirsi che i ministri delle finanze e i controllori delle banche centrali di Lula provengano sempre dalla porta girevole del FMI-GoldmanSachs.

Tuttavia, grazie al suo peso demografico, il Brasile vanta un mercato interno che consente una borghesia nazionale minimalista, che aspira a consolidare il proprio posto all’interno del blocco BRIC. Da qui la posizione neutralista di Bolsonaro nei confronti della Russia, da cui il Brasile ottiene la maggior parte dei fertilizzanti per la soia che alimenta la Cina. Attualmente, Lula può abbracciare o meno il progetto BRIC. Il bivio è tra l’economia reale e quella finanziaria: il motore della crescita del Brasile dipende dalla domanda cinese di colture, mentre i meccanismi anglo-atlantici del debito in dollari incatenano ancora il Brasile alla subordinazione emisferica.

Inutile dire che la politica internazionale è più di un semplice riflesso degli affari interni, quindi la prevista extraterritorializzazione e denazionalizzazione del bacino di Amazonas, con il pretesto della gestione ambientale globale, sarà un momento decisivo per il nuovo governo di Lula. Un altro punto in discussione è il futuro ruolo di Petrobras, l’impresa pubblica petrolifera continuamente penalizzata da vicende di clientelismo e corruzione. L’autosufficienza energetica è cruciale per lo sviluppo nazionale, dato che il Brasile è un esportatore netto di petrolio greggio, anche se i prezzi locali per i consumatori nazionali sono molto alti. In questo momento, si spera solo che Lula possa avvicinarsi a una sorta di nazionalismo delle risorse economiche, rafforzando la diplomazia neutralista dei BRIC.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/il-riflusso-rosa-o-di-come-lamerica-latina-ha-perso-la-sua-sinistra

Traduzione di Costantino Ceoldo

Vaccino. Ecco il perché della resistenza dei Sessantenni

Condividi su:

dell’Avv. Gianfranco Amato

Chi ha vissuto la seconda metà del Novecento può riconoscere in quel che sta accadendo gli stessi meccanismi che hanno caratterizzato i regimi del socialismo reale, e le dittature di destra dalla Grecia all’America Latina.

L’onda crescente di odio nei confronti di chi non vuole farsi iniettare il vaccino anticovid, ha preso particolarmente di mira una categoria di refrattari: i sessantenni. Nei confronti di costoro si è scatenata una vera e propria campagna mediatica di aperta ostilità. Sono esposti al pubblico ludibrio come «irresponsabili», «cocciuti», «caparbi», «testoni ostinati che pensano di essere immortali». Molti non comprendono i motivi di questa ostinazione al rifiuto del siero magico. L’età non consente di imputarla a demenza senile, per cui si chiedono stupiti da dove nasca questa loro capricciosa testardaggine.
Siccome anch’io mi trovo ormai in questa categoria anagrafica, provo a spiegarlo a chi fatica a comprenderlo.

I sessantenni hanno vissuto con piena maturità gli ultimi scampoli del Novecento, il secolo delle torsioni totalitarie, dei regimi dittatoriali, della scienza al servizio del Potere, del furore ideologico, del sonno della ragione.

I sessantenni di oggi hanno vissuto l’esperienza storica del cosiddetto “socialismo reale”. Hanno conosciuto la grigia cappa oppressiva della Germania di Enrich Honecker, e i nomi degli uomini e delle donne che sono morti nel tentativo di saltare il Muro di Berlino, quello che divideva l’Occidente libero dalla Repubblica Democratica Tedesca. Hanno conosciuto la spietata repressione della dittatura comunista sovietica, e i metodi della propaganda abilmente utilizzati dal Potere attraverso il giornale di regime, la mitica Pravda, e l’occhiuta censura da parte del KGB. Hanno letto Solženicyn e il suo Arcipelago Gulag. Hanno visto come la medicina e la scienza possono mettersi al servizio del Potere, tradendo qualunque giuramento deontologico, attraverso la psichiatria a fini politici. Hanno visto come grazie all’aberrante teoria della “schizofrenia a decorso lento” (patologia creata apposta per i dissidenti) elaborata dal noto psichiatra prof. Andrej Snežnevskij, siano stati dichiarati “malati mentali” da TSO personaggi del calibro di Solženicyn, Sacharov, Medvedev. Esattamente come oggi potrebbe capitare in Italia ad intellettuali come Marcello Veneziani, Giorgio Agamben, Massimo Cacciari.

Hanno visto come il Potere può sopprimere la dissidenza e schiacciare uomini come il Premio Nobel Andrej Sacharov. Hanno anche visto come uomini e donne possano rischiare la vita per difendere la libertà. Hanno letto Il Potere dei senza potere del ceco Vakláv Havel. Hanno conosciuto l’esperienza del Samizdat, delle “polis parallele” di Vakláv Benda, di “Charta 77”, e di cosa significhi combattere il Potere nella clandestinità.

Hanno vissuto l’epopea della Solidarność di Lech Wałęsa e della rivolta cristiana contro il regime comunista in Polonia. Hanno visto in troppi Paesi del mondo cosa significhi sospendere le garanzie costituzionali, lo Stato di diritto, le libertà fondamentali e ricorrere allo stato d’emergenza. Hanno visto imporre la legge marziale nella Grecia dei colonnelli, e hanno visto il film Z – L’orgia del Potere di Costa-Gavras. Hanno conosciuto l’esperienza dei regimi totalitari sudamericani, e soprattutto i danni del peronismo argentino, quel pericoloso cocktail ideologico fatto di populismo, pauperismo e dittatura, ancora oggi in circolo purtroppo.

I sessantenni di oggi hanno visto come il furore ideologico può trasformarsi in odio e violenza tra opposte fazioni. Hanno vissuto i terribili “anni di piombo”, la tragica contrapposizione tra terrorismo rosso e terrorismo nero, e le trame oscure dei cosiddetti “servizi segreti deviati”.
Hanno anche visto come il Potere abbia approfittato, secondo l’antica logica del divide et impera, di questa contrapposizione, fino al punto di emanare una “legislazione d’emergenza” del tutto antidemocratica: le famigerate leggi antiterrorismo. Molte in vigore ancora oggi, nonostante l’emergenza terroristica sia ormai finita da diversi decenni.

Insomma, i sessantenni di oggi hanno vissuto quella Storia che chi è nato dopo gli anni Ottanta ha solo letto sui libri. Proprio per questa esperienza esistenziale, hanno maturato una sorta di difesa immunitaria culturale rispetto ad ogni tentativo di torsione totalitaria da parte del Potere. Hanno gli anticorpi. Il grande filosofo ispano-americano Jorge Santayana diceva che «chi dimentica il passato è destinato a ripeterlo». Ecco, i sessantenni oggi in Italia hanno ancora una buona memoria.