L’Italia è la Bielorussia della Nato

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Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

La Germania del dopo Merkel nel segno della continuità: potenza economica e irrilevanza geopolitica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’eredità del merkelismo
Si è conclusa, senza molti rimpianti per l’Italia, l’era Merkel. In realtà l’eredità di Merkel si identifica con il primato tedesco in Europa e la sua politica è stata improntata alla stabilità politica e alla crescita economica tedesca. Merkel non è stata l’artefice di una nuova dottrina politica né di un modello economico – sociale innovativo: il “merkelismo” può definirsi semmai un pragmatismo che ha comportato l’adeguamento economico e geopolitico della Germania ad un mondo globalizzato in costante trasformazione. Merkel non è stata nemmeno l’artefice di grandi riforme strutturali. Le grandi riforme che hanno determinato la trasformazione del capitalismo inspirato al welfare e alla cogestione in un sistema neoliberista di stampo anglosassone, erano già state realizzate dal suo predecessore socialdemocratico Schroeder, mediante i 4 piani Hertz dal 2003 al 2005. Merkel ha poi dato attuazione a tale processo di riforme di stampo neoliberista, generando una crisi identitaria della socialdemocrazia tedesca forse irreversibile.
Merkel nei 16 anni di cancellierato ha realizzato la fuoriuscita dal nucleare della Germania, ha abolito la leva obbligatoria, ha iniziato il processo di riconversione energetica, ha approvato la legge che consente i matrimoni omosessuali, ha istituito il salario minimo, ha realizzato il pareggio di bilancio, ha accolto un milione di rifugiati siriani e sviluppato enormemente i rapporti economici con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Certo è che Merkel nel 2005 ereditò una Germania in una profonda crisi, in cui si dibatteva dai tempi della riunificazione, ma che conseguì rapidamente una rilevante crescita che dimezzò la disoccupazione e fece lievitare il Pil pro – capite al livelli pari al doppio di Gran Bretagna, Francia e Giappone. La Germania di Merkel ascese rapidamente al rango di potenza economica mondiale.
Ma tale vorticoso sviluppo fu realizzato attraverso il cambio fisso istauratosi con l’unificazione monetaria, che determinò enormi surplus della bilancia commerciale, a danno dei paesi europei più deboli, costretti a ricorrenti svalutazioni interne ed alle politiche di austerity imposte dalle regole di bilancio istituite dal patto di stabilità, con conseguenti tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni devastanti che hanno comportato la destrutturazione industriale degli stati. La Germania inoltre, con l’adozione dell’euro, ha potuto giovarsi nelle esportazioni verso i paesi extra – UE di un rapporto di cambio assai competitivo, dato che la quotazione dell’euro nei mercati finanziari (risultante dall’andamento complessivo delle economie dei paesi dell’Eurozona), era sottovalutata, cioè assai inferiore rispetto a quella che avrebbe avuto il marco in presenza dell’alto livello di surplus commerciale ottenuto dall’export tedesco. Aggiungasi inoltre, che i surplus commerciali tedeschi intra – UE furono realizzati in aperta violazione delle regole del patto di stabilità europeo. Ma la Germania non fu mai sanzionata dalle autorità europee, data la posizione preminente da essa assunta nelle istituzioni comunitarie.
Il “Merkentilism” europeo: un pangermanesimo finanziario
Il primato tedesco nella UE ha creato una Europa strutturata su un modello inspirato al rigore finanziario, che ha anteposto gli equilibri di bilancio allo sviluppo e agli investimenti. Successivamente alla crisi del 2008 infatti, la ripresa europea si è dimostrata assai più fragile e limitata rispetto agli USA e alla Cina. La stessa crescita della Germania non ha avuto un ruolo trainante per le economie degli altri paesi europei. Al contrario, allo sviluppo della Germania e dei paesi satelliti del nord, ha fatto riscontro la recessione/stagnazione dei paesi del sud dell’Europa.
Il modello mekeliano assunto dalla UE potrebbe essere definito come un “pangermanesimo finanziario”, in quanto il primato della Germania non ha coinvolto nella crescita le economie degli altri paesi, ma semmai ne ha espropriato le risorse economiche ed umane e, mediante il meccanismo del debito, ha profondamente inciso sulla stessa sovranità politica degli stati del sud.
Il ruolo dominante assunto dalla Germania in Europa ha comportato l’imposizione di un rigore finanziario dagli effetti devastanti. Nella vicenda della crisi del debito greco, la rigidità della linea Merkel fu attenuata solo dalla prospettiva della crisi in cui sarebbero incorse le banche tedesche, francesi ed olandesi (che avevano peraltro sciaguratamente erogato finanziamenti senza copertura adeguata), in caso di default della Grecia. Grecia che fu tuttavia sottoposta ad una politica di austerity dagli effetti sul piano economico – sociale tuttora perduranti. Il modello Merkel in Europa ha generato una perenne conflittualità intereuropea ed ha contribuito ad accrescere enormemente sia le diseguaglianze politiche tra gli stati che le diseguaglianze sociali all’interno degli stati membri della UE.
La Germania nella UE ha anteposto l’espansione economica tedesca alle politiche di solidarietà tra gli stati e al rispetto dei diritti umani. Gli interessi governativi (anche elettorali) degli stati dominanti (Germania e satelliti, unitamente alla Francia), hanno prevalso sulla natura sovranazionale della UE. La Germania ha condotto una politica di espansione economica nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, messa in atto mediante delocalizzazioni industriali e acquisizioni delle strutture produttive di quei paesi. I paesi dell’est europeo sono divenuti membri della UE, nella prospettiva di accedere alla Nato. Pertanto, oggi tali paesi sono dipendenti dagli USA dal punto di vista sia energetico che strategico – militare. Essi infatti ospitano centinaia di basi militari Nato disseminate lungo i confini orientali in aperta ostilità nei confronti della Russia. La posizione filo – americana assunta dai paesi dell’est Europa pertanto rappresenta un ostacolo permanente nei rapporti tra la Russia e l’Europa. Inoltre si sono evidenziati nel tempo palesi contrasti tra tali paesi e le istituzioni della UE. La condizione di protettorato economico tedesco ha impedito spesso l’irrogazione di sanzioni da parte della UE nei confronti di tali paesi riguardo alle violazioni delle normative europee in tema di diritti umani e dumping industriale. Non a caso la politica di Merkel è stata definita “Merkentilism”.
L’accoglienza di un milione di profughi siriani in Germania nel 2015, si rivelò, oltre che una misura umanitaria, anche una manovra economicamente vantaggiosa, in quanto fu importata manodopera a basso costo da impiegare nell’industria tedesca. Inoltre, la successiva chiusura all’ondata migratoria fu effettuata mediante l’erogazione di rilevanti finanziamenti alla Turchia di Erdogan, perché questi trattenesse sul proprio territorio i migranti. Il patto con Erdogan ha dotato quest’ultimo di una micidiale arma di ricatto politico cui è tuttora esposta l’Europa. Per quanto concerne i flussi migratori dal Mediterraneo cui è invece esposta l’Italia, la UE si è contraddistinta per il suo palese disinteresse.
La Germania, tra potenza economica e irrilevanza geopolitica
Con le elezioni tedesche e il cambiamento della compagine governativa che inevitabilmente si verificherà, è da prevedere che la politica tedesca non subirà mutamenti rilevanti rispetto alla linea Merkel. La Germania infatti nell’era Merkel ha sempre riaffermato la propria fedeltà al patto atlantico, mantenendo lo scudo militare americano. La Germania inoltre è in buoni rapporti con la Russia in virtù della dipendenza energetica. Assai rilevanti sono inoltre le sue relazioni economiche con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Occorre tuttavia osservare che la subalternità della Germania e dell’Europa agli USA, in virtù del patto atlantico, ha comportato negli ultimi 20 anni il loro coinvolgimento nelle guerre espansionistiche americane in Iraq, Afghanistan e altre ancora, condividendone peraltro anche gli esiti fallimentari. Per non parlare poi dei danni per gli investimenti europei scaturiti dalle sanzioni imposte dagli USA a seguito degli embarghi commerciali nei confronti di Iran e Russia.
Oggi assistiamo ad un mutamento profondo delle prospettive geopolitiche americane e pertanto, la politica tedesca ed europea appare inadeguata dinanzi ai mutati orizzonti della nuova geopolitica mondiale. La Germania e l’Europa hanno delegato la propria difesa alla Nato, ma la politica di disimpegno americano in Europa è ormai evidente. Gli USA hanno comunque manifestato la loro aperta contrarietà a qualunque progetto di difesa comune europea. Infatti, la creazione di un esercito comune europeo non sarebbe compatibile con l’appartenenza dell’Europa alla Nato, la cui politica di contenimento della Russia non è conciliabile con gli interessi economici e geopolitici europei.
La Germania è una potenza economica, ma è del tutto irrilevante dal punto di vista geopolitico. Nelle sedi istituzionali europee si manifesta costantemente l’esigenza di una sovranità geopolitica unitaria dell’Europa, unitamente ad una autonomia tecnologica europea. Ma il popolo tedesco, così come i suoi leader, si è sempre dichiarato refrattario a qualsiasi prospettiva di politica di potenza. Il limbo geopolitico in cui giace la odierna Germania, quale garanzia di benessere e sicurezza, rende la Germania paragonabile ad una sorta di grande Svizzera, ricca, solida, ma irrilevante. Tale ignavia tedesca è peraltro avallata dagli USA. Così si esprime Federico Fubini sul “Corriere della Sera” a tal riguardo: “C’è però una domanda che i politici non sembrano porsi: e se noi non volessimo? Se la società tedesca, quella italiana e dei principali Paesi europei in realtà avesse come modello la Svizzera? La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, una civiltà secolare, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere realmente coinvolta negli affari del mondo. E se i tedeschi volessero diventare sulla scena internazionale, con tutti noi, ciò che la Svizzera è per l’Europa?”.
E’ però assai improbabile che la “introversione tedesca”, (così definita da Dario Fabbri su “Limes”), possa avere una continuità nel prossimo futuro, dinanzi alle trasformazioni della attuale geopolitica globale, al di là della volontà dei leader e dell’elettorato tedesco. I profondi mutamenti della strategia geopolitica americana impongono scelte a cui né la Germania né l’Europa potranno sottrarsi. Gli USA hanno intrapreso una strategia globale di contenimento nei confronti della Cina e della Russia. Le strategie americane sono concentrate attualmente nel Pacifico. Il recente patto di sicurezza trilaterale concluso tra Australia, Regno Unito e USA (AUKUS), quale alleanza militare atta a contrastare l’influenza della Cina nella regione indo – pacifica, ha escluso la Nato, la cui funzione, pur essendo destinata al contenimento della Russia, è divenuta secondaria.
Inoltre gli USA vogliono imporre a Germania e UE un drastico ridimensionamento dei rapporti commerciali con la Cina e contrastare la dipendenza energetica europea dalla Russia. E’ evidente che la Germania non potrà rinunciare alle migliaia di miliardi di investimenti nei rapporti con la Cina, né potrà fare a meno delle forniture energetiche russe. Non esiste però una strategia tedesca o europea atta contrastare l’egemonia americana.
La Germania versa quindi in una condizione di inferiorità. La politica della non – scelta (ideologicamente camuffata dal pacifismo retorico e dal conformismo ambientalista dilaganti), e la subalternità sia militare che tecnologica europea nei confronti degli USA ha condannato la Germania e l’Europa alla marginalità, alla irrilevanza geopolitica.
Il fallimentare esito della politica di rigore finanziario tedesco imposto all’Europa si manifesta in tutta la sua evidenza nella carenza di investimenti nella innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica. La pandemia ha evidenziato le carenze strutturali europee. L’Europa si è rivelata dipendente dalla tecnologia americana e cinese nell’era dell’avvento della rivoluzione digitale e della riconversione ambientale, oltre che del tutto inadeguata nel campo della ricerca, dato che non è stata in grado di implementare autonomamente la produzione di un proprio vaccino anti – covid, con conseguente dipendenza dalle importazione dei vaccini prodotti negli USA.
Torna l’austerity?
Il nuovo governo tedesco (probabilmente una coalizione formata da SPD, Verdi e Liberali), sarà meno estremista riguardo alla politica di austerity? Occorre comunque rilevare che l’opinione pubblica tedesca (esclusa la minoranza della Linke), è in larga maggioranza favorevole alla politica di rigore finanziario della Merkel ed avversa ad ogni meccanismo di mutualizzazione del debito nella UE. Merkel, già contraria alla istituzione degli Eurobond e fanatica sostenitrice del mito del pareggio di bilancio, con un pragmatismo imposto dalla crisi pandemica, ha consentito al varo del NGEU, alla creazione cioè di un debito comune. Tuttavia il NGEU è una misura eccezionale e temporanea, non destinata quindi a divenire strutturale, come invece è avvenuto negli USA. Tale orientamento pregiudicherà nel tempo la crescita e la competitività europea negli confronti degli USA e delle altre potenze economiche del mondo.
Il patto di stabilità, è stato sospeso, così come il Fiscal Compact, ma certamente non saranno abrogati e nemmeno vedrà la luce la loro necessaria riforma. Anzi, la Germania e i suoi satelliti hanno più volte espresso l’esigenza di un rapido ripristino di tali normative di rigore finanziario. Tuttavia, ogni decisione in merito è stata al momento rinviata. Certo è che il ritorno dell’austerity stroncherebbe sul nascere la ripresa europea. I socialdemocratici, già per 16 anni alleati di governo di Merkel, non si sono mai espressi per un cambiamento di indirizzo. Sul possibile ritorno dell’austerity, in una intervista di Franco Bechis su “il sussidiario.net” così si è espresso Giulio Sapelli: “Temo di sì. Nessun partito nel suo programma ha promesso di rinegoziare i trattati, tranne la Linke, che però è contro la Nato e non è spendibile per la causa. Gli altri sono per lo status quo. Un nuovo fallimento della socialdemocrazia tedesca. Il primo fu il sì al referendum sulla riunificazione. Oggi il suo riscatto passa da una lenta e graduale uscita dalla deflazione secolare, ma nessuno ha il coraggio di intestarsela”.
Nella nuova coalizione governativa vi sono i liberali, ed il “falco” Christian Lindner, designato come futuro ministro dell’economia, reclama una riforma che renda ancor più rigida la normativa del patto di stabilità. E’ comunque impensabile che, al di là del colore politico dei governi, la Germania rinunci al suo ruolo dominante nella UE e al rigore finanziario, quale strumento di dominio.
Occorre inoltre rilevare che i fondi del NGEU non sono stati ancora erogati che in minima parte e pertanto, è prevedibile l’accentuarsi della rigidità tedesca riguardo alle garanzie e alle condizionalità dei finanziamenti. Eventuali restrizioni nell’erogazione dei fondi del NGEU e la più volte paventata riduzione delle emissioni di liquidità da parte della BCE determinerebbero, oltre che l’implosione della UE, anche il crollo del sistema industriale dell’Italia, della Spagna e perfino della stessa Francia. La conflittualità intraeuropea si accentuerà, ma l’interdipendenza tra le economie europee è comunque necessaria al sussistere del primato tedesco.
Il limite della potenza tedesca consiste proprio nel suo assoluto unilateralismo, che preclude ogni evoluzione del processo di unificazione europea in senso democratico e solidale. Tale unilateralismo peraltro, potrebbe alla lunga provocare una crisi sistemica della Germania stessa dagli esiti imprevedibili.
La Germania e la crisi della democrazia in Occidente
Le elezioni tedesche, oltre a rappresentare la conclusione dell’era Merkel, hanno determinato la anche la fine di un sistema politico caratterizzato dal sostanziale bipolarismo CDU/CSU – SPD. Analogamente a tutti i paesi dell’Occidente, il quadro politico tedesco emerso dalle ultime elezioni si presenta frammentato. Un governo di coalizione (SPD – Verdi – Liberali), è per la Germania una prospettiva del tutto inedita. Si tratterà quasi certamente di un governo debole, scaturito da mediazioni e compromessi nella sua linea politica.
La Germania, così come tutto l’Occidente, sono da tempo afflitti da una crisi di governabilità e rappresentatività della classe politica.
La Germania dell’era Merkel è stata governata da ampie coalizioni di unità nazionale e nel corso dei 16 anni di cancellierato, sono esplosi vari scandali eclatanti, quali il Dieselgate, Deutsche Bank, Wirecard e Siemens, che rivelarono le occulte coperture governative nei confronti del sistema finanziario e industriale tedesco. La classe politica e l’economia tedesca sono più volte incorse in gravi crisi di credibilità internazionale.
In realtà, tali governi di unità nazionale (e l’attuale governo Draghi in Italia ne è un esempio paradigmatico), rappresentano la fine della dialettica democratica che si articola nel confronto / scontro tra maggioranze ed opposizioni. Ma soprattutto i sistemi liberaldemocratici, sono afflitti da una profonda crisi di rappresentatività, data la devoluzione di larga parte della loro sovranità economica e politica ad organismi tecnocratico – finanziari sovranazionali, che impongono le loro direttive indipendentemente dal consenso popolare e dal confronto politico democratico. Il deficit di democrazia in Occidente è identificabile con l’assenza di partecipazione politica e la governabilità degli stati è sempre più precaria e incerta.
E’constatabile in Germania come in quasi tutta l’Europa l’accentuarsi del regionalismo, quale espressione della prevalenza degli interessi locali su quelli nazionali, dato il divario di sviluppo e di benessere esistente in ogni stato tra le varie regioni. Il regionalismo è un elemento di dissoluzione degli stati. Tale fenomeno, già evidente in paesi come la Spagna e la Gran Bretagna (che già sono in avanzato stato di decomposizione), potrebbe estendersi al punto da determinare lo smembramento di molti stati europei. Il virus secessionista delle piccole patrie regionali, con l’erosione delle unità nazionali degli stati, potrebbe condurre alla dissoluzione di una Europa, che anziché rappresentare un’ideale di unità tra i popoli e tra gli stati, ha generato essa stessa i germi della sua decomposizione.

Mario Draghi e la partita che va oltre il Quirinale…

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo l’interessante articolo ricevuto e pubblicato anche su https://www.ilmiogiornale.net/mario-draghi-e-la-partita-che-va-oltre-il-quirinale/

di Ferdinando Bergamaschi

Draghi non è Monti. Non è l’uomo che le élite euroglobaliste in avanzata avevano imposto per il tramite di Napolitano. Non è l’uomo che imporrà politiche assurde di austerity, marchiate “lacrime e sangue”. Mario Draghi è un keynesiano sincero e illuminato che sì, ha lavorato per la Goldman Sachs, ma che evidentemente non ha assimilato dall’alta finanza l’inconfessabile strategia di voler soppiantare popoli e nazioni con un nuovo tipo di uomo completamente sradicato da patrie e territori d’origine. Un tipo d’uomo disposto a tutto pur di rincorrere la neo-divinità “capitale” (che per definizione non ha né patria né territorio). 

Il garante italiano

Draghi, checché ne dicano i sovranisti estremisti, è un uomo di ri-equilibrio e di mediazione tra il nazionale e il sovranazionale, che in più di un’occasione non ha temuto di mettersi contro la Bundesbank e i rigoristi. Per queste doti, e quindi per la sua mancanza di servilismo nei confronti degli altri Stati, specialmente di Germania e Francia, il premier italiano a livello internazionale gode di grande considerazione. A maggior ragione dopo l’uscita di scena della cancelliera tedesca Angela Merkel, viene visto come l’uomo forte dell’Europa.

La partita del Colle

Ecco perché nessun partito, escluso Fratelli d’Italia e poche altre frange d’opposizione, vuole fare a meno di lui, anche se per diverse ragioni legate sia alla strategia sia alla tattica e all’opportunismo. Ed è per questo che l’ex governatore della Bce assume un ruolo da protagonista anche nella difficile partita del Quirinale. Anzi, il ruolo che può assumere Draghi in questa partita ne fa forse qualcosa di più che non la semplice corsa al Colle.

Non è affatto da escludere infatti che il presidente del Consiglio voglia consolidare una “scalata al potere” – in senso neutro, né positivo né negativo – che coinciderebbe con le sue ambizioni personali e con quelle dell’Italia. La sua permanenza ai gradi massimi dello Stato potrebbe quindi allungarsi, con una convergenza tra tutti i partiti che lo sostengono.  

Questo lo si può dedurre sia da come si è mosso Draghi finora, sia da quello che è il suo tasso di gradimento fra gli italiani. Sul primo punto, il premier si è espresso sinora in modo trasversale: ha abbracciato nel modo più netto possibile la causa della transizione ecologica; ha detto di non volere alzare le tasse (“È il momento di dare, non di prendere”); ha affermato che condivide nello spirito di fondo il reddito di cittadinanza; si è espresso in favore di un patto sociale che coinvolga sindacati e Confindustria.

Draghi politicamente poi si è definito un socialista liberale, e non si può non pensare, rispetto a questa definizione, a due figure in particolare: Carlo Rosselli e Bettino Craxi. Si è messo cioè al centro rispetto all’asse politico formato dai partiti, ma restando pur sempre al di sopra degli stessi.
Circa il secondo punto, che è strettamente legato al primo, il gradimento del premier presso gli italiani rimane altissimo, attorno al 70%.

Verso il presidenzialismo?

Entrambi questi fattori potrebbero così far pensare anche alla possibilità di una svolta presidenzialista della nostra Costituzione sotto l’egida di Draghi, per esempio sul modello francese. Un’ipotesi che già dalla fine degli anni 70 era stata prospettata da Craxi. Il leader socialista si era reso conto che l’eccesso di parlamentarizzazione delle decisioni e del potere di veto rappresentava un grave deficit per le capacità di manovra della Presidenza del Consiglio (e ciò in una logica sia governista, sia come maggior riconoscimento dell’opposizione, allora rappresentata dai comunisti). 

Il lodo Giorgetti

Un Draghi come De Gaulle, insomma. Ed è proprio come il generale francese che lo vede uno dei più importanti rappresentanti del Governo, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Intervistato da La Stampa ha affermato anche che “è nell’interesse del Paese che Draghi vada subito al Quirinale”. E ha aggiunto: “Appena arriveranno delle scelte politicamente sensibili la coalizione si spaccherà”, sottolineando che “Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”.

Allo stesso modo del ministro leghista sembra pensarla Confindustria, che per voce del suo presidente Carlo Bonomi ha definito Draghi “l’uomo della necessità”. Un’ipotesi sottesa anche in un’intervista di Matteo Renzi a La Repubblica, quando il leader di Italia Viva ha detto che l’asse con il centrodestra per la partita del Quirinale “non solo è possibile, ma probabile”.

 Appuntamento a febbraio

Percorribile, ma fino a un certo punto, sarebbe invece la strada di riproporre Mattarella al Quirinale fino a fine legislatura, nel 2023, per poi “incoronare” al Colle l’ex presidente della Bce. Come nel caso di Napolitano nel 2013, anche qui servirebbe un’ampissima maggioranza parlamentare per il sì di Mattarella. Ma affinché questo si verifichi, bisognerebbe convincere non solo Meloni ma anche Salvini. E comunque, in questo caso, Draghi dovrebbe sopportare quell’anno di campagna elettorale che paventava Giorgetti. Ecco perché la strada più probabile rimane quella del premier già al Quirinale nel febbraio prossimo.

Goodbye Angela: così la Merkel ha trasformato la Cdu in un partito di centrosinistra

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Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/goodbye-angela-cosi-merkel-ha-trasformato-cdu-in-partito-centrosinistra-208735/

di Valerio Benedetti

Berlino, 27 set – Sono stati 16 lunghi anni di monarchia assoluta. Ora, però, Angela Merkel ha dovuto abdicare. E dietro di sé lascia solo macerie. Il suo partito, infatti, ha registrato il peggior risultato di sempre dal 1949. Se già quattro anni fa l’Unione (Cdu/Csu) aveva perso milioni di voti, a questa tornata elettorale i conservatori accusano una perdita ulteriore dell’8,9% delle preferenze. Una catastrofe senza precedenti, che è figlia anche e soprattutto della politica di Frau Merkel.

Un bilancio dell’era Merkel

C’è poco da fare. La Merkel ha partecipato in prima persona alla campagna elettorale al fianco di Armin Laschet, segretario della Cdu e candidato alla cancelleria per l’Unione. Pertanto, è da addebitare anche a lei il flop dei conservatori. Ma il punto è proprio questo: è ancora possibile parlare di «conservatori»? Sì perché la Cdu, dopo 16 anni di monarchia merkeliana, tutto sembra fuorché un partito di centrodestra. Semmai, sembra una forza di centrosinistra. E la responsabilità di questa metamorfosi, appunto, ricade tutta sulle spalle di Angela.

Da conservatori a progressisti

Parliamoci chiaro: se c’è una qualità indiscussa della Merkel è proprio quella di aver saputo «ammazzare» i proprio alleati di governo, rafforzando così la sua supremazia. Prima è toccato ai liberali (Fdp) e poi ai socialdemocratici (Spd) che, dopo quattro anni di condivisione del potere, hanno tutti accusato perdite consistenti di elettori (nel 2013 i liberali non riuscirono neanche a entrare in parlamento). Per far questo, però, la Merkel ha dovuto sacrificare buona parte del Dna della Cdu: per portare avanti la sua agenda economica neoliberale, Angela ha ceduto su temi sensibili come l’immigrazione, i capricci Lgbt, l’ambientalismo gretino ecc., mandando su tutte le furie parte dell’elettorato di riferimento. Che poi ha votato in buona parte i sovranisti dell’Afd, oppure ha preferito rifugiarsi nell’astensionismo. Chi invece voleva immigrazione, capricci Lgbt e ambientalismo gretino ha preferito semplicemente votare l’originale (Spd e verdi) anziché la brutta copia (Cdu).

Lo ha voluto Angela

A sancire la fine della luna di miele tra la taumaturga Merkel e il suo elettorato sono state in particolare due decisioni della «cancelliera»: quello che in Germania chiamano il «salvataggio dell’euro» (cioè l’affossamento della Grecia per salvare le banche tedesche e francesi) e l’apertura scriteriata dei confini nel 2015 per accogliere più di un milione di (presunti) profughi. E così l’Unione è passata dal risultato bulgaro del 2013 (41,5%) alla catastrofe attuale (24,1%). Ora Laschet tenterà in tutti i modi di diventare cancelliere grazie a un accordo con verdi e liberali (la cosiddetta coalizione Giamaica). Il colpaccio potrebbe addirittura riuscirgli. Ma stavolta il potere contrattuale dell’Unione sarà notevolmente più basso, rischiando di logorare ancor di più quel che rimane del partito dei conservatori. O meglio, quel che ha lasciato Angela Merkel: macerie.

Germania è il giorno del dopo Merkel

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Laschet, Scholz o la Baerbock? Chi avrà il cancellierato?

di Leopoldo Gasbarro

Oggi le elezioni in Germania.

L’attesa è grande, davvero grande. Dopo 16 anni al potere, Angela Merkel si dimette dalla carica di cancelliere della Germania, aprendo la strada ad una nuova generazione di leadership per la più grande economia europea. La Merkel, 67 anni, è stata un simbolo di stabilità in Europa da quando ha assunto il ruolo nel 2005. Ora tutti si chiedono, a seconda di chi sarà il vincitore, quale potrebbe essere il cambiamento che si genererà in seno alla Germania in primis ed agli equilibri europei e mondiali in seconda battuta.

I Candidati
Il candidato di partito della Merkel è Armin Laschet (il primo a sinistra nella foto), alleato di lunga data della Cancelliera dimissionaria e leader della CDU da gennaio; Olaf Scholz, leader della SPD di sinistra; e Annalena Baerbock dei Verdi.

Gli ultimi sondaggi mostrano il blocco sindacale di centrodestra del leader uscente, con Armin Laschet candidato cancelliere, un po’ indietro o quasi alla pari con i socialdemocratici di centrosinistra, che hanno come uomo di punta il ministro delle finanze Olaf Scholz.

Ed è proprio Scholz il più accreditato in questo momento alla vittoria finale. Lui che è sempre stato della linea dura, specie contro l’Italia, si era un po’ “ammorbidito” dopo lo scoppio della Pandemia.

Nella sua ultima manifestazione elettorale sabato a Potsdam, Scholz ha fatto riferimento alle preoccupazioni sul cambiamento climatico ed ha affermato che, se eletto, avrebbe concordato un aumento del salario minimo a 12 euro l’ora come prima decisione del nuovo governo.
Laschet, nel frattempo, ha tenuto un’ultima manifestazione elettorale con la Merkel ad Aquisgrana durante la quale il cancelliere uscente ne ha elogiato la “passione e cuore”  affermando che le elezioni riguardano il mantenimento della “stabilità” del Paese e la garanzia “che i giovani abbiano un futuro e che possiamo ancora vivere nella prosperità”.
La Merkel, il secondo cancelliere più longevo nella storia tedesca, ha dovuto far fronte, e lo ha fatto con autorevolezza, a sfide importanti. Tra queste la crisi finanziaria del 2007-2008, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea ed oggi la Pandemia da Covid-19.
La Merkel è stata una forza trainante per la coesione europea e ha cercato di mantenere stretti legami con gli Stati Uniti e la Cina. Ora, con il cambio elettorale, un periodo di insolita incertezza potrebbe generarsi in Germania, nell’Unione Europea e nel resto del mondo.
Il risultato è particolarmente incerto.
La CDU e la SPD sono più avanti degli altri nei sondaggi ma anche il Partito dei Verdi è emerso come un serio contendente. Di conseguenza, la Baerbock sta per svolgere il ruolo importante nella formazione del nuovo governo tedesco.
Anche l’estrema destra AfD rimane una presenza forte sulla scena politica, facendo a gara con il Partito liberale democratico liberale per il quarto posto.
Ma è la leader dei Verdi la vera sorpresa delle elezioni tedesche.

Chi vota.
Circa 60,4 milioni di persone di età pari o superiore a 18 anni hanno diritto a votare in queste elezioni, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica tedesco.
Ciascuno avrà due voti da esprimere: uno per il candidato che rappresenti il ​​proprio collegio elettorale, di cui 299 nel Bundestag (il parlamento tedesco) e un secondo voto per il proprio partito preferito. La quota di “secondi voti” di un partito determina il numero di seggi che il partito guadagna nel Bundestag, secondo la rappresentanza proporzionale.
Perché un partito entri nel Bundestag, deve vincere almeno il 5% del secondo voto.
Molti tedeschi hanno già votato; la pandemia da coronavirus ha aumentato la quantità di votazioni per corrispondenza che hanno avuto luogo prima del giorno fissato per le elezioni stesse. Le preoccupazioni per l’ambiente e quelle economiche sono emerse come questioni chiave nella campagna elettorale.
L’ endorsement per Armin Laschet

La Merkel ha enfatizzato il record del suo governo nel ridurre la disoccupazione e il debito della Germania. Di contro ha denunciato i piani dei rivali di Laschet per aumentare le tasse. Ha anche suggerito di come ci fosse il pericolo che un governo tedesco di sinistra fosse eccessivamente generoso nel fornire aiuti finanziari ai paesi europei più indebitati.

“C’è molto in gioco domenica”, ha detto in piazza a Stralsund, città nord-orientale della Germania.

“Dobbiamo pensare ad una politica che non pensi solo a ridistribuire, ma a creare ricchezza. So che Armin Laschet, come governatore del Nord Reno-Westfalia, combatte per ogni singolo lavoro nel suo stato, e lo farebbe anche come cancelliere della Germania”.

Economia ancora in attesa di una forte ripresa 

Il DAX tedesco, l’indice principale del mercato azionario tedesco, è in rialzo del 13% da inizio anno.  La forte ripresa attesa nel post-pandemia e prevista per l’estate deve ancora concretizzarsi. L’economia tedesca sta affrontando venti contrari post-COVID-19 simili a quelli degli Stati Uniti poiché le interruzioni della catena di approvvigionamento rallentano la crescita. Le previsioni del FMI vedono la produzione economica in crescita solo del 2,5% quest’anno, ma del 5,1% l’anno prossimo.

L’economia tedesca rappresenta circa il 3,4% dell’economia mondiale con un valore di 3,8 trilioni di dollari, che la rende la quarta più grande a livello globale.

Mercati Finanziari

Di solito i mercati amano la stabilità dei risultati. In Germania sembra esserci incertezza del risultato. Aspettiamo poche ore e sapremo orientarci meglio. Sta di fatto che le elezioni si inseriscono in un quadro internazionale davvero complicato. L’inflazione in forte rialzo negli USA; la crisi di Evergrande in Cina e tanti piccoli focolai pandemici in giro per il Mondo rendono il dato tedesco ancor più di rilievo per l’orientamento futuro dei mercati finanziari.

Germania, boom dell’ultradestra anche in Turingia: raddoppia i voti e diventa il secondo partito

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Crollo della Cdu di Angela Merkel che perde quasi lʼ11% dei voti

L’estrema destra tedesca di Alternativa per la Germania (Afd) va oltre il raddoppio in Turingia e con il 24% dei consensi diventa secondo partito dopo la sinistra radicale di Die Linke, al 29,5%. Male la Cdu di Angela Merkel che registra il peggior risultato mai ottenuto nella regione e si ferma al 22,5%, con un crollo di 10,8 punti percentuali. Per l’ultradestra tedesca è il terzo exploit in meno di due mesi, dopo Sassonia e Brandeburgo. Continua a leggere

L’Europa si spacca – solo noi le obbediamo

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Di Maurizio Blondet

Di punto in bianco, la banca centrale olandese  De Nederlandsche Bank ritiene necessario comunicare  che  “possiede oltre 600 tonnellate di oro. Che un lingotto d’oro ha sempre il suo valore. Crisi o no. Questo dà una sensazione sicura. La proprietà aurea di una banca centrale è quindi un segnale di fiducia.

Non basta: nell’articolo, si dice ” se l’intero sistema crolla, il titolo d’oro fornisce una garanzia per ricominciare”.

Un  po’  strano, se si pensa che Mario Draghi ha appena ripetuto (ai suoi ammiratori e lechini  che, alla Cattolica di Milano, gli hanno tributato una laurea honoris causa) che  lui ha salvato l’euro e che isovranisti sono stati sconfitti.

L’Olanda sposta il suo oro in un sito militare

La banca olandese non sembra ritenere questa vittoria solida e defiitiva. Spiega che  il 38 per cento delle sue riserve sono presso la Federal Reserve di  Manhattan, un altro  31% fra Londra e Ottawa, ma che il 31 per cento che ha in patria, 15 mila lingotti, la sta per trasferire da Amsterdam a una installazione militare  in costruzione, “Camp New Amsterdam nel  comune di Zeist”.

Perché, spiega, “Se le cose vanno male, i prezzi possono scendere. Ma,  crisi o no, un lingotto d’oro ha sempre valore.”   Al contrario di “azioni, obbligazioni e altri titoli” che hanno tutti un rischio intrinseco”, essendo (ma questo non lo dice) i titoli cartacei e le banconote nel mondo odierno degli “attivi” che sono il “passivo” di qualcun altro – che potrebbe essere insolvente – mentre il lingotto “crisi o no, ha sempre il suo valore”.
Quando i tecnocrati di una banca centrale  –  loro che per obbligo contrattuale hanno sempre deriso  “la reliquia barbarica” –   cominciano a parlare  col buon senso delle vecchie  zie,  e  ricontano il loro oro, s’indovina che sono nel panico.

Panico alla Federal Reserve

Mentre la Federal Reserve ricomincia  subito  il Quantitative Easingal ritmo di  60 miliardi al mese (“La più  grande monetizzazione  del debito della storia”,   giudica Guado 77,  “in contemporanea con  lo stampaggio di Mario Draghi alla BCE, denota panico, insicurezza e situazione reale peggiore di quanto viene evidenziato dai dati,  sia a livello macro-economico che interbancario”)

Un altro motivo maggiore di panico  è quello spiegato da Fabio Dragoni e Giuseppe Liturri su La Verità

Sono  di diritto  inglese “ infatti i contratti derivati stipulati soprattutto da banche francesi e tedesche, che detengono da sole il 75% di una montagna di € 6.800 miliardi presenti nei bilanci delle banche europee e la cui incidenza sfiora il 18% del loro attivo”,  e da  qui potrebbe chiudersi il Cigno Nero  in confronto al  quale “i crediti allegramente concessi alla Grecia dalle banche franco-tedesche, poi generosamente salvate dal denaro pubblico (anche italiano), sembreranno schiuma sulla battigia al confronto con le onde che si solleveranno e che rischiano di scoperchiare bilanci pieni di strumenti  [putrefatti] di cui perfino la Vigilanza BCE stenta a capirci qualcosa”.

“I filo-europeisti si dilaniano”

Ciò, mentre i  banchieri centrali europei si sono scagliati tutti contro Mario Draghi e il suo ultimo QE, che ha lanciato  contro il parere del consiglio. E continuano a litigare apertamente, tanto da far scrivere a Wolfgang  Munchau,  il corrispondente in  Eurozona del Financial Times: “Sembra che i filo-europeisti si stiano auto-distruggendo.  La BCE si rivolta contro Draghi, il parlamento europeo si rivolta contro Macron e la Von del Leyen. Questa gente fa  più  danni di Salvini o Le Pen” alla causa europeista”.

L’europarlamento ha infatti bocciato la commissaria francese proposta da Macron, tale Silvie Goulard, per la sua  incompetenza, e  pochezza di quoziente intellettuale  oltre che morale ; Macron ha detto “non è colpa mia, me lo ha chiesto la Von der Leyen di candidare la Goulard, sono amiche…”.

I tedeschi liquidano Macron

Il punto è  he  non è  il solo scacco che Manu ha  subito in UE.  Danimarca e Svezia gli hanno silurato un piano “megalomane” di un aumento colossale del bilancio europeo, per costruire un fondo, chiamato “Strumento di Bilancio per la Convergenza e competitività”  (BICC) che aveva a suo dire lo scopo di “sostenere le  riforme dei paesi nella zona euro e aiutare ad assorbire improvvisi shock economici nella moneta unica”. Svezia e Danimarca l’hanno  bocciato, dicendo chiaramente che siccome “loro” non  avrebbero mai goduto di questo fondo,  che andava se mai ai meridios.

Il governo tedesco e i suoi economisti hanno già mostrato di contestare  alla radice  la pretesa autorità di Cristine  Lagarde, la  prossima governatrice della BCE. E non risponderanno all’invito di  Draghi di spendere di più, loro che possono, per attutire l’immane Grande Recessione che arriva.

In un sondaggio in Germania la maggioranza di elettori  della CDU, Liberali e anche AfD  risponde che il governo deve mantenere il pareggio di bilancio anche in recessione”.

E il sabato scorso dei Gilet Gialli, a Tolosa,  69 su  92 dei poliziotti della brigata  d’intervento (il 75%) si sono  dati  in malattia.

Insomma  l’ambizione di Macron di attuare il gran disegno (di Attali),  rafforzare  in modo definitivo  e rendere  federale la UE, è  fallito. grottescamente.  E all’interno,  la sua polizia cova l’ammutinamento. Fra poco entrano in sciopero e  manifestano i vigili del fuoco,   che invitano a “marciare su Parigi”  il 15  ottobre . La rabbia dei francesi  si estende  ai corpi pubblici.

In Francia,  almeno  ci si  prospetta apertamente  l’uscita della Germania dall’euro. Qui Vincent Brusseau,  responsabile dell’UPR   presso la BCE, racconta come  probabilmente Berlino farà:  quando un italiano comprerà una BMW, a  Bankitalia la Bundesbank chiederà “un collaterale”, ossia un attivo di valore   garantito  – che non sarà certo un Bot o Btp, ma oro.

Facendo ciò ovviamente i tedeschi si spareranno sui testicoli, trasformando la sconfitta dell’euro  che hanno essi stessi provocato con la loro patologica tirchieria,  nella più  irrimediabile  disfatta.  Ma come sappiamo, lo faranno.

Insomma, gli ultimi a praticare le regole europee   per “salvare l’euro”  a nostro danno esclusivo, siamo rimasti noi italiani col governo  di servizio di  una  UE che, mentre si sgretola, su di noi stringe la vite della repressione e iper-tassazione, perché sa di poterlo esigere da questi servi.

Patetica, di fronte all’invasione di migranti  che stiamo subendo   senza difesa – dopo “l’accordo di Malta” dove Conte disse “abbiamo ottenuto in due giorni quello che Salvini non ha ottenuto in 14 mesi”, l’appello della neo-ministra dell’Interno e dell’Accoglienza , Lamorgese: “L’Europa non ci  lasci soli!”,  non noi che la  serviamo così diligentemente, fino  alla fine dell’ultimo italiano! Voi che siete la nostra unica legittimazione! Si legge  il terrore  nei suoi occhi disperati chiamano  e la padrona non risponde, perché si sta disfacendo.  E  noi restiamo gli  ultimi ad obbedire ai suoi ordini malvagi e anti-umani.  In  mano al  sinistro pagliaccio  letale,  che non nasconde più  di volerci morti.

Da https://www.maurizioblondet.it/leuropa-si-spacca-solo-noi-le-obbediamo/

Sorpasso dell’estrema destra nella ex Germania est, allarme per Merkel

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L’Afd vola nei sondaggi e diventa primo partito, superando la Cdu. E sulle connivenze con i neonazisti per i fatti di Chemnitz arriva anche l’inaspettata copertura dei servizi segreti

DALLA  CORRISPONDENTE DE “LA REPUBBLICA” TONIA MASTROBUONI

BERLINO – È arrivato il temutissimo sorpasso: nella vecchia Germania est l’Afd è  diventato il primo partito. Secondo un sondaggio Infratest-Dimap per la Welt, la destra populista raggiunge ormai il 27% dei consensi, contro il 23% della Cdu. La Linke, tradizionalmente forte perché ‘nipotina’ del vecchio partito socialista della Ddr, è al 18% e la Spd è solo quarta con il 15% dei consensi.    Una batosta, per la forza politica…

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https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2018/09/07/news/afd_primo_partito_nella_ex_germania_est-205834306/ Continua a leggere

TRAGICOMICHE CONCILIARI: Merkel premiata ad Assisi con la “Lampada della Pace”

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NON E’ UNA BARZELLETTA. POVERO S. FRANCESCO! (n.d.r.)

Assisi, Angela Merkel riceve la Lampada della Pace di San Francesco: “Pacifica convivenza dei popoli”. La cancellerie tedesca insignita quest’oggi dell’ambizioso riconoscimento

Angela Merkel ad Assisi per la Lampada della Pace - TwitterAngela Merkel ad Assisi per la Lampada della Pace – Twitter

C’era anche il Presidente del del Consiglio, Paolo Gentiloni, oggi ad Assisi, per la premiazione di Angela Merkel. La cancelleria tedesca ha ricevuto un ambito riconoscimento, La Lampada della Pace di San Francesco, assegnato a chi si distingue nel campo della pace. I due leader di Italia e Germania sono stati protagonisti di un breve scambio di battute. «Grazie per la collaborazione che c’è stata tra i nostri Paesi in questo periodo», le parole del politico italiano alla Merkel, che a sua volta ha replicato: «Grazie Paolo, ho lavorato bene con te». La Chiesa, come scrive La Repubblica, negli ultimi anni ha iniziato a vedere la Germania non solo come un paese che punta a salvaguardare la propria tradizione nazionale, ma anche come una nazione impegnata nella difesa del clima e dello stato sociale, con un occhio di riguardo nei confronti dei migranti. Il Papa ha incontrato per sei volte la cancelleria, e in una visita le ha donato una medaglia raffigurante San Martino che si toglie il proprio mantello per coprire un povero. (aggiornamento di Davide Giancristofaro) Continua a leggere

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