Cavalieri d’America: i “valori dell’Occidente”

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di Franco Cardini

Forse non tutti lo sanno, ma gli Stati Uniti sono uno dei paesi al mondo nei quali la letteratura cavalleresca medievale e i suoi succedanei di ogni tipo hanno il massimo successo. Dagli studi accademici alle pubblicazioni scientifiche, ma anche dalla letteratura popolare ai “giochi di ruolo” la passione per le gesta dei paladini di Artù dilaga: del resto, la Disney Co. ne è uno dei maggiori veicoli a livello mondiale. E il fenomeno sta tracimando da oltre due secoli in tutte le possibili direzioni: dall’architettura neoromanica e neogotica ai “ristoranti medievali” dove si fanno anche i tornei, dal cinema alla TV, dal “teutonismo” come fenomeno antropologico-giuridico e antropologico-militare (l’Accademia di West Point) alle infinite derivazioni del tolkienismo ai continui revivals del mito del Santo Graal.
Argomenti di questo genere sono ormai da tempo anche oggetto di seri studi specialistici. Il fenomeno del “medievalismo” è accuratamente indagato da ottimi specialisti: basti pensare, in Italia, ai lavori di Maria Giuseppina Muzzarelli, di Francesca Roversi Monaco, di Tommaso di Carpegna Falconieri e di moltissimi altri.
Questa passione collettiva è radicata in aspetti non trascurabili della stessa “mentalità collettiva” (e ci rendiamo conto della problematicità di questa espressione). Nello “spirito americano”, nel “manifesto destino” degli Stati Uniti, la componente cavalleresca ha un rilievo del tutto speciale. Pensiamo al mito del Lontano Occidente, ricalcato su quello antico e diffuso dell’Antico Oriente. E “Lontano Occidente”, com’è ben noto, si traduce in inglese con l’espressione Far West. Il “mito della Frontiera” rigurgita di elementi cavallereschi, sia pure semplicizzati e stereotipati: l’Avventura anzitutto, dimensione com’è noto basilare della Weltanschauung arturiana; la ricerca della ricchezza e dell’amore, appiattimento banale ma fascinoso dei fini ultimi dell’Avventura stessa; la difesa dei deboli e degli oppressi, anche se spesso non correttamente identificati; il parallelo odio contro tutte le personificazioni del Male, a cominciare dai “Pellerossa”. La destra ha elaborato e sviluppato al riguardo una decisa categoria etico-antropologica, incarnata dai cosiddetti Libertarians che anni fa riempivano le fila dei neoconservative impegnati contro l’Islam e che sembrano aver trovato oggi una loro nuova Isola Felice nella lotta contro tutto quello che sa di russo.
Nella “cultura libertarian” (da non confondersi con liberal: fra i due concetti esiste una fitta rete di elementi di affinità e di opposizione che li rende complementari ed opposti al tempo stesso) il mito della Frontiera ha un ruolo fondamentale: la libertà dell’eroe western, che al di sopra di sé ha solo il cielo stellato e Dio e dentro di sé una legge morale intima infallibile e indiscutibile, è autoreferenzialmente riconosciuta da chi vi s’identifica come una libertà cavalleresca. Col risultato paradossale che l’individualismo assoluto, questo caratteristico fondamento primario della Modernità occidentale, viene identificato con la figura archetipica del cavaliere medievale che è invece l’uomo della dedizione a Dio e al prossimo, miles pacificus nella definizione agostiniana passata ai rituali di addobbamento.
D’altronde un uomo libero non è tale se non è armato, se non è un guerriero. Si tratta di un principio di base del diritto germanico, ben riconoscibile in tutte le leges barbariche la raccolta delle quali occupa vari volumi dei Monumenta Germaniae Historica, i leggendari M.G.H. D’altronde un cavaliere non è solo un guerriero: è molto di più. Il guerriero è libertà e ferocia; il cavaliere è spirito di servizio, disposizione al martirio.
Ed ecco uno degli elementi di base che oggi osta al riconoscimento della “cultura europea” come “cultura occidentale”, anzi del carattere sinonimico delle due espressioni, che ha viceversa conosciuto un’allarmante diffusione mediatica. La giovane America (ormai non più giovanissima) dei self-made men, degli illimitati diritti individuali, del “diritto alla ricerca della felicità” di ciascuno conseguita – forse – da pochissimi a scapito di troppi, quella che ha fondato la “prima democrazia del mondo” la quale coincide con il paese della più profonda disuguaglianza e della più tragica ingiustizia sociale è divenuta il modello trainante di un mondo strettamente connesso a quello dei paesi del Commonwealth e della sua stessa antica Madrepatria, l’Inghilterra, dalla quale provenivano i Pilgrim Fathers calvinisti per i quali la ricchezza era il segno del favore divino e la povertà quello della Sua maledizione: quelli che bruciavano le streghe e consideravano i native Americans dei barbari preda di Satana. Su queste premesse si conquistò la frontiera sempre più spinta vero ovest: sulle canne delle Colt ch’erano le spade dei Nuovi Cavalieri e sulle rotaie dei treni coast to coast.
La nostra vecchia Europa è stata profondamente invasa, negli ultimi tre quarti di secolo, da quest’Occidente iperindividualista e predatore: ma, attraverso la sua antica storia di guerre e di sofferenze, ha saputo costruire un’altra Weltanschauung. Anch’essa si è resa responsabile di aver seminato conversione al cristianesimo e democrazia parlamentare raccogliendo però, nel mondo, i ricchi frutti dello sfruttamento coloniale e delle ingiustizie del capitalismo: mantenendo però nel contempo fede anche a una dimensione di progressiva giustizia sociale e di costante solidarismo. Ecco perché nella felice America chi non ha una carta di credito in ordine non ha accesso agli ospedali mentre l’umiliata e decaduta Europa, pur equivocamente rappresentata da un’Unione Europea ormai fallimentare, continua a far di tutto per tenere in piedi uno straccio di quel welfare state alla base del quale c’è anche il contributo di pensiero di studiosi e di statisti americani. Noialtri europei abbiamo assicurazioni obbligatorie ma ci è difficile poter tenere legittimamente in casa un’arma; gli americani possono comprarsi interi arsenali da guerra, ma se si ammalano e non hanno abbastanza soldi in banca sono fottuti. Ecco la differenza, punto d’arrivo di altre più profonde e significative differenze. Ed è il caso di dirlo: Vive la difference!
Ecco perché, parafrasando il vecchio Kipling, West is West, Europe is Europe. L’America è la patria d’infiniti diritti riconosciuti a tutti ma conseguiti e goduti da pochissimi; l’Europa è la patria di popoli che non hanno ancora del tutto dimenticato che a qualunque diritto corrisponde un dovere, e che soprattutto sul piano sociale i doveri vengono prima dei diritti. E le radici di Europa e di Occidente possono ben essere anche le stesse: ma l’albero si riconosce dai suoi frutti. Ecco perché, da oltre due secoli almeno – ma a causa di un processo avviato circa mezzo millennio fa, con il decollo della globalizzazione –, noialtri europei non possiamo più dirci occidentali.
Qualcuno ha detto e scritto, su organi mediatici della “destra”, che io sono “antiatlantista” e “antiamericano” e che all’“Euramerica” preferisco l’“Eurasia”. Sia chiaro che non sono un eurasiatista, ammesso che un eurasiatismo come valore politico esista. Certo, all’Euramerica e al suo cane da guardia, la NATO, preferisco l’Eurasia: ma proprio in quanto ostinatamente credo alla possibilità che l’Europa ritrovi le sue autentiche radici e che sappia costruire in futuro una solida compagine indipendente dai blocchi che si vanno configurando e fra loro mediatrice in funzione di una politica di pace. Nel loro sistema di costruzione dell’America come grande potenza nel contesto dei blocchi contrapposti, gli USA non ci lasciano sufficiente autonomia: né, pertanto, ci lasciano scelta. Se non vogliamo restar subalterni (e uso un eufemismo) bisogna stare dall’altra parte nella prospettiva di rimanere autonomi e sovrani: sarà poi loro compito rimediare agli errori fatti e recuperare la nostra fiducia, ma per questo momento non c’è spazio. In questo momento sostengo pertanto la necessità che l’Occidente à tête americaine non consegua il disegno della Casa Bianca e/o del Pentagono di stravincere sul mondo eurasiatico reimponendo un’egemonia ch’è storicamente tramontata in modo irreversibile e attuando le strategie e le tattiche del totalitarismo liberista, il più subdolo ma non il meno infame dei totalitarismi (e ce lo sa dimostrando nell’Europa d’oggi: tentando di fare strame di qualunque libertà di pensiero degradandone sistematicamente le espressioni a forme di fake news, facendo il deserto su qualunque differenza di giudizio e chiamando tale deserto “democrazia”). Certo che, al limite, una tirannia lontana è un male minore rispetto a una tirannia vicina e incombente. Ma il fatto che il totalitarismo occidentale sia quello del “pensiero unico” e della negazione di troppi diritti sostanziali dei più (a cominciare non dalla ricchezza, bensì dalla dignità civile e sociale) nel nome del diritto di sfruttamento da parte delle lobbies conferisce alla “tirannia vicina” che ci minaccia un carattere particolarmente odioso: e il fatto che essa, almeno per il momento, possa permettersi il lusso di forme di “libertà” nella sostanza irrilevanti se non addirittura socialmente illusorie e pericolose anche perché utilizzate come anestetico morale di massa la rende ancora più infame.
Federico Rampini, ch’è un giornalista di rara intelligenza ed efficacia, ha di recente pubblicato un “best seller annunziato” – 70.000 copie vendute ancor prima dell’uscita, annunzia l’Editore: potenza dei media, specie se Zio Sam veglia sulla buona riuscita di qualcosa… – dal titolo Suicidio occidentale (Mondadori) il cui sottotitolo, illuminante, recita: “Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori”. Si tratta di un libro da leggere con la massima attenzione, cercando nelle sue pagine l’esposizione (o la non-spiegazione) dei tre grandi temi che il suo titolo propone usando l’aggettivo “occidentale” e le espressioni “nostra storia” e “nostri valori”.
Occidente: che cosa significa, quali sono i suoi confini cronologici, geografici, antropologici, culturali? È un valore immobile, metastorico, o dinamico, soggetto quindi ai mutamenti? E quanto vi ha inciso, nella seconda ipotesi, la Modernità quale trionfo dell’individualismo e del primato di economia-finanza e di tecnologia su altri valori, a cominciare da quelli religiosi ed etici?
Nostra storia: nostra di chi? Valutata alla luce di quali parametri, di quali giudizi? E poi, chi siamo noi? Quali sono i confini e i contorni etnici, culturali, etici, geostorici del nostro “essere noi stessi”? Da che momento in poi possiamo considerarci “noi” trascurando o superando dinamiche e addirittura soluzioni di continuità? Siamo tutti gli stessi, tutti concordi, tutti uguali?
Nostri valori: nostri di chi? Quali sono? Fino a che punto sono universalmente condivisi? Sono davvero perfettamente condivisibili? Sono perfetti o suscettibili di perfettibilità? Li enunziamo con chiarezza, li pratichiamo con coerenza e fedeltà? O sono più spesso alibi per quella che Nietzsche definiva “Volontà di Potenza” o, per altri versi, papa Francesco definisce “cultura dell’indifferenza” e “dello scarto”? E Rampini, questi valori, li riconosce e li accetta in blocco oppure opera delle selezioni, delle esclusioni?
Muniti di questo companion per affrontare una lettura che oggi si presenta come ineludibile, cerchiamo di renderci conto di quali siano questi valori in ordine a una questione civile ed etica fondamentale: la violenza, che da noi in Europa sia pure in modo e in grado diverso abbiamo deciso di negare ai singoli cittadini espropriandone il diritto – nel nome del bene comune – per trasferirlo al monopolio della società costituita in quanto tale, quindi dello stato.
“Da noi” in Europa, da Lisbona e Mosca e da Oslo ad Atene con molte diversità, articolazioni e sfumature, la “violenza privata” è stata messa con chiarezza da circa due secoli e mezzo al bando in tutte le sue forme (comprese la “vendetta” e la “difesa privata” entro certi limiti): nel nome dello stato di diritto, che garantisce a tutti la libertà ma perciò stesso la limita per mezzo di leggi miranti alla sicurezza pubblica e alla garanzia contro la possibilità che un eccesso di libertà esercitato da qualcuno (in forza per esempio della sua superiorità civile o economica) si risolva con un danno di libertà altrui. Da noi, salvo precise eccezioni quali forze armate o forze dell’ordine, il disarmo è regola generale cui possono essere esentati solo pochi cittadini in possesso di requisiti speciali.
“Altrove” nell’Occidente, non è così: questo, che potrebbe essere valutato – e senza dubbio con ragione – un grave limite alla libertà individuale, viene respinto. Le armi private sono considerate beni lecitamente commerciabili. I risultati di tutto ciò, associati con evidenza ad altri fattori, hanno determinato autentiche tragedie: ultima in ordine di tempo quella di Uvalde in Texas della quale in questo numero dei MC parla David Nieri. Subito dopo la tragedia gli affiliati della NRA (National Rifle Association), ricchissimo e potentissimo sodalizio che contribuisce costruire l’imponente fatturato delle industria che producono armi e che è soggetto privilegiato nella stessa scelta del presidente degli USA con il suo massiccio intervento finanziario e mediatico in sede elettorale, si sono riuniti a Houston, dove in un applaudito intervento di venerdì 27 scorso Donald Trump ha difeso anzi esaltato tanto i costruttori quanto i possessori di armi, entrambi “paladini della libertà”. Al pari della spada al fianco degli aristocratici d’ancien régime, l’arme sarebbe per molti cittadini americani – solo conservative?… – simbolo di libertà di chi la porta e garanzia di sicurezza per la società civile tutta, dal momento che tale è lo spirito secondo il quale la costituzione degli USA consente ai cittadini di armarsi privatamente.
Ma la realtà è ben diversa da queste rosee intenzioni. L’articolo di Nieri lo documenta con puntualità impressionante (Minima Cardiniana 380/4 | I valori dell’Occidente (francocardini.it)).
Si delinea qui un confine preciso tra la società civile della nostra Europa e quella del “nostro” Occidente, che tale per fortuna non è o non è ancora del tutto. Noi europei preponiamo la libertà e la sicurezza comunitarie alla libertà e alla possibilità d’arbitrio dei singoli. La nostra libertà è concettualmente infinita, ma strutturalmente e fenomenologicamente si arresta là dove comincia la libertà altrui.
Allo stesso modo ci comportiamo in modo differente per quanto concerne altre forme di libertà: sia quella “di”, sia quelle “da”. Nella nostra vecchia Europa siamo sensibili da molto tempo nei confronti della libertà di parola, di stampa, di pensiero, di associazione: e ciascuna di queste libertà è definita nei suoi limiti in quanto non deve nuocere alla libertà di nessuno dei nostri concittadini. Ma i risultati conseguiti fino ad oggi dalla “libertà di” sono comunque sempre soggetti a minacce (nelle ultime settimane, troppi sono stati minacciati da attentati alla loro libertà d’opinione da parte di censori che ai sensi della legge hanno loro impedito di diffondere notizie ch’essi giudicavano fake news); mentre a nostro avviso è ancora troppo carente – a livello europeo e, a maggior ragione, in tutto il mondo – la lotta contro le “libertà da”: dalla fame, dalla miseria, dalla malattia, dalla paura. Una corretta società civile deve lottare per il conseguimento della liberazione da questi mali; così come deve difendere il suo passato, ma ha pieno diritto di denunziarne quegli aspetti che hanno condotto, oggi, al pubblico instaurarsi di un regime solidamente fondato sulla giustizia sociale. Il ricorrere allo “strumento dell’oblio”, cioè per esempio alla cancel culture, non è né civicamente, né culturalmente, né moralmente corretto: ma la condanna storica di modelli che hanno condotto al manifestarsi o all’instaurarsi di sistemi politici fondati sull’ingiustizia e sull’ingiusto privilegio, questo sì. Non si giustificano le violenze e i soprusi commessi nel nome della conversione dei popoli alla fede cristiana o di quella che grottescamente venne a suo tempo definita “esportazione della democrazia”; non si nega il diritto alla libertà, al rispetto delle tradizioni, all’autodeterminazione, nel nome di quelli che a nostro avviso sono soluzioni migliori e “più civili”. Anche perché di solito non lo sono. L’aggressione del 2001 all’Afghanistan controllato dai fondamentalisti di al-Qaeda ha condotto a una “esportazione della democrazia” che ha finito con una prospettiva di occupazione straniera e di un progressivo deterioramento che ha sfociato un ventennio più tardi all’instaurazione di un regime fondamentalista ancora peggiore di quello sradicato.

Multipolarità. Definizione e differenziazione dei suoi significati

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QUINTA COLONNA

di Aleksandr Dugin

Tuttavia, sempre più opere di affari esteri, politica mondiale, geopolitica e, in realtà, politica internazionale, sono dedicate al tema della multipolarità. Un numero crescente di autori cerca di capire e descrivere la multipolarità come modello, fenomeno, precedente o possibilità.

Il tema della multipolarità è stato in un modo o nell’altro toccato nelle opere dello specialista di IR David Kampf (nell’articolo L’emergere di un mondo multipolare), dello storico Paul Kennedy della Yale University (nel suo libro The Rise and Fall of Great Powers), del geopolitico Dale Walton (nel libro Geopolitica e le grandi potenze nel XXI secolo: la Multipolarità e la Rivoluzione in prospettive strategiche), il politologo americano Dilip Hiro (nel libro After Empire: Birth of a multipolar world), e altri. Il più vicino nel comprendere il senso della multipolarità, a nostro avviso, è stato lo specialista britannico di IR Fabio Petito, che ha cercato di costruire un’alternativa seria e sostanziale al mondo unipolare sulla base dei concetti giuridici e filosofici di Carl Schmitt.

L’”ordine mondiale multipolare” è anche ripetutamente menzionato nei discorsi e negli scritti di personalità politiche e giornalisti influenti. Così l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che per prima ha definito gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, ha dichiarato il 2 febbraio 2000 che gli Stati Uniti non vogliono “stabilire e imporre” un mondo unipolare, e che l’integrazione economica ha già creato “un certo mondo che può essere persino chiamato multipolare”. Il 26 gennaio 2007, nella rubrica editoriale del “New York Times”, si è scritto apertamente che “l’emergere del mondo multipolare”, insieme alla Cina, “ora si svolge al tavolo in parallelo con altri centri di potere come Bruxelles o Tokyo”. Il 20 novembre 2008, nel rapporto Global Trends 2025 del National Intelligence Council degli Stati Uniti, è stato indicato che l’emergere di un “sistema multipolare globale” dovrebbe essere previsto entro due decenni.

Dal 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato visto da molti come il messaggero di un’”era di multipolarità”, credendo che avrebbe orientato la priorità della politica estera degli Stati Uniti verso potenze emergenti come Brasile, Cina, India e Russia. Il 22 luglio 2009, il vicepresidente Joseph Biden, durante la sua visita in Ucraina, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mondo multipolare”.

Eppure, tutti questi libri, articoli e dichiarazioni non contengono alcuna definizione precisa di ciò che è il mondo multipolare (MW), né, inoltre, una teoria coerente e consistente della sua costruzione (TMW). Il trattamento più comune per “multipolarità” significa solo un’indicazione che nell’attuale processo di globalizzazione, il centro e il nucleo indiscusso del mondo moderno (gli Stati Uniti, l’Europa e il più ampio “Occidente globale”) si trova di fronte a certi nuovi concorrenti – potenze regionali fiorenti o semplicemente potenti e blocchi di potere appartenenti al “secondo” mondo. Un confronto tra le potenzialità degli Stati Uniti e dell’Europa da un lato, e delle nuove potenze emergenti (Cina, India, Russia, America Latina, ecc.) dall’altro, convince sempre di più della tradizionale superiorità relativa dell’Occidente e solleva nuove domande sulla logica di ulteriori processi che determinano l’architettura globale delle forze su scala planetaria – in politica, economia, energia, demografia, cultura, ecc.

Tutti questi commenti e osservazioni sono critici per la costruzione della Teoria del Mondo Multipolare, ma non ne evidenziano affatto l’assenza. Dovrebbero essere presi in considerazione quando si costruisce una tale teoria, ma vale la pena notare che sono di natura frammentaria e frammentaria, non arrivando nemmeno al livello di generalizzazioni teoriche concettuali primarie.

Ma, nonostante ciò, il riferimento all’ordine mondiale multipolare si sente sempre più spesso nei vertici ufficiali e nelle conferenze e congressi internazionali. I collegamenti al multipolarismo sono presenti in una serie di importanti accordi intergovernativi e nei testi dei concetti di sicurezza nazionale e strategia di difesa di un certo numero di paesi influenti e potenti (Cina, Russia, Iran, e in parte l’UE). Pertanto, oggi più che mai, è importante fare un passo verso l’inizio di un vero e proprio sviluppo della Teoria del Mondo Multipolare, in conformità con i requisiti di base della ricerca accademica.

La multipolarità non coincide con il modello nazionale di organizzazione mondiale secondo la logica del sistema di Westfalia

Prima di procedere strettamente alla costruzione della Teoria del Mondo Multipolare (TMW), dobbiamo distinguere rigorosamente l’area concettuale indagata. Per questo, dobbiamo considerare i concetti di base e definire quelle forme dell’ordine mondiale globale che certamente non sono multipolari e che, di conseguenza, la multipolarità viene presentata come alternativa.

Cominciamo con il sistema westfaliano, che riconosce la sovranità assoluta dello Stato-nazione e costruisce il campo giuridico delle relazioni internazionali su questa base. Questo sistema, sviluppato dopo il 1648 (la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa), ha attraversato diverse fasi del suo sviluppo, e in qualche misura ha continuato a riflettere la realtà oggettiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nasceva dal rifiuto delle pretese degli imperi medievali all’universalismo e alla “missione divina”, e corrispondeva alle riforme borghesi nelle società europee. Si basava anche sul presupposto che solo uno stato nazionale può possedere la più alta sovranità, e che al di fuori di esso, non c’è nessun’altra entità che abbia il diritto legale di interferire nella politica interna di questo stato – indipendentemente da quali obiettivi e missioni (religiose, politiche o altro) lo guidino. Dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo, questo principio ha predeterminato la politica europea e, di conseguenza, è stato trasferito ad altri paesi del mondo con alcune modifiche.

Il sistema di Westfalia era originariamente rilevante solo per le potenze europee, e le loro colonie erano considerate semplicemente come la loro continuazione, non possedendo un potenziale politico ed economico sufficiente per pretendere di essere un’entità indipendente. Dall’inizio del XX secolo, lo stesso principio fu esteso alle ex colonie durante il processo di decolonizzazione.

Questo modello westfaliano presuppone la piena uguaglianza giuridica tra tutti gli stati sovrani. In questo modello, ci sono tanti poli di decisioni di politica estera nel mondo quanti sono gli stati sovrani. Per inerzia, questa regola è ancora in vigore, e tutto il diritto internazionale si basa su di essa.

In pratica, naturalmente, c’è disuguaglianza e subordinazione gerarchica tra i vari stati sovrani. Nella prima e nella Seconda guerra mondiale, la distribuzione del potere tra le maggiori potenze mondiali portò a un confronto tra blocchi separati, dove le decisioni venivano prese nel paese che era il più potente tra i suoi alleati.

Come risultato della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sconfitta della Germania nazista e delle Potenze dell’Asse, lo schema bipolare delle relazioni internazionali (il sistema bipolare di Yalta) si sviluppò nel sistema globale. Il diritto internazionale ha continuato a de-giurare il riconoscimento della sovranità assoluta di qualsiasi stato-nazione, ma de-facto, le decisioni fondamentali riguardanti le questioni centrali dell’ordine mondiale e della politica globale sono state prese solo in due centri – a Washington e a Mosca.

Il mondo multipolare differisce dal classico sistema westfaliano per il fatto che non riconosce allo stato nazionale separato, legalmente e formalmente sovrano, lo status di un polo a pieno titolo. Ciò significa che il numero di poli in un mondo multipolare dovrebbe essere sostanzialmente inferiore al numero di stati nazionali riconosciuti (e quindi non riconosciuti). La stragrande maggioranza di questi stati non è in grado oggi di provvedere alla propria sicurezza o prosperità di fronte a un conflitto teoricamente possibile con l’attuale egemone (gli Stati Uniti). Pertanto, sono politicamente ed economicamente dipendenti da un’autorità esterna. Essendo dipendenti, non possono essere i centri di una volontà veramente indipendente e sovrana riguardo alle questioni globali dell’ordine mondiale.

Il multipolarismo non è un sistema di relazioni internazionali che insiste sull’uguaglianza giuridica degli stati-nazione come stato di fatto. Questa è solo una facciata di un’immagine molto diversa del mondo basata su un reale, piuttosto che nominale, equilibrio di forze e capacità strategiche.

Il multipolarismo opera non con la situazione come esiste de-jure, ma piuttosto de-facto, e procede dall’affermazione della disuguaglianza fondamentale tra gli stati-nazione nel modello moderno ed empiricamente fissabile del mondo. Inoltre, la struttura di questa disuguaglianza è che le potenze secondarie e terziarie non sono in grado di difendere la loro sovranità, in qualsiasi configurazione transitoria di blocco, di fronte alla possibile sfida esterna della potenza egemone. Ciò significa che la sovranità è oggi una finzione giuridica.

Il multipolarismo non è bipolarismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si sviluppò il sistema bipolare di Yalta. Ha continuato ad insistere formalmente sul riconoscimento della sovranità assoluta di tutti gli stati, il principio su cui è stata organizzata l’ONU, e ha portato avanti il lavoro della Società delle Nazioni. Tuttavia, in pratica, due centri decisionali globali apparvero nel mondo – gli Stati Uniti e l’URSS. Gli Stati Uniti e l’URSS erano due sistemi politico-economici alternativi, rispettivamente il capitalismo globale e il socialismo globale. Fu così che il bipolarismo strategico fu fondato sul dualismo ideologico e filosofico – liberalismo contro marxismo.

Il mondo bipolare si basava sulla simmetrica comparabilità del potenziale di parità economica e militare-strategica dei campi di guerra americano e sovietico. Allo stesso tempo, nessun altro paese affiliato ad un particolare campo aveva lontanamente il potere cumulativo da confrontare con quello di Mosca o Washington. Di conseguenza, c’erano due egemoni sulla scala globale, ciascuno circondato da una costellazione di paesi alleati (semi-vassalli, in senso strategico). In questo modello, la sovranità nazionale formalmente riconosciuta perdeva gradualmente il suo peso. Prima di tutto, i paesi associati all’uno o all’altro egemone dipendevano dalle politiche di quel polo. Pertanto, il suddetto paese non era indipendente, e i conflitti regionali (generalmente sviluppati in aree del Terzo Mondo) rapidamente degenerarono in un confronto tra due superpotenze che cercavano di ridistribuire l’equilibrio dell’influenza planetaria sui “territori contesi”. Questo spiega i conflitti in Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan, ecc.

Nel mondo bipolare, c’era anche una terza forza: il Movimento dei Non Allineati. Era composto da alcuni paesi del Terzo Mondo che rifiutavano di fare una scelta inequivocabile a favore del capitalismo o del socialismo, e che invece preferivano manovrare tra gli interessi antagonisti globali degli Stati Uniti e dell’URSS. In una certa misura, alcuni ci riuscirono, ma la stessa possibilità di non allineamento presupponeva l’esistenza di due poli, che in misura variabile si equilibravano a vicenda. Inoltre, questi “paesi non allineati” non erano assolutamente in grado di creare un “terzo polo” a causa dei parametri principali delle superpotenze, della natura frammentata e non consolidata dei membri del Movimento dei Non Allineati e della mancanza di una piattaforma socioeconomica generale comune. Il mondo era diviso in Occidente capitalista (il primo mondo), Oriente socialista (il secondo mondo) e “il resto” (il terzo mondo). Inoltre, “tutti gli altri” rappresentavano in tutti i sensi la periferia del mondo dove gli interessi delle superpotenze apparivano occasionalmente. Tra le superpotenze stesse, la probabilità di un conflitto era pressoché esclusa grazie alla parità (in particolare nella garanzia della mutua distruzione nucleare assicurata). Questo fece sì che le aree preferite per la revisione parziale dell’equilibrio di potere fossero i paesi periferici (Asia, Africa, America Latina).

Dopo il crollo di uno dei due poli (l’Unione Sovietica è crollata nel 1991), è crollato anche il sistema bipolare. Questo ha creato le precondizioni per l’emergere di un ordine mondiale alternativo. Molti analisti ed esperti di IR hanno giustamente parlato di “fine del sistema di Yalta”. Pur riconoscendo de-jure la sovranità, la pace di Yalta era de-facto costruita sul principio dell’equilibrio dei due egemoni simmetrici e relativamente uguali. Con la partenza di uno degli egemoni dalla scena storica, l’intero sistema cessò di esistere. Il tempo di un ordine mondiale unipolare o “momento unipolare” è arrivato.

Un mondo multipolare non è un mondo bipolare (come lo conoscevamo nella seconda metà del XX secolo), perché nel mondo di oggi, non c’è nessuna potenza che possa resistere da sola al potere strategico degli Stati Uniti e dei paesi della NATO, e inoltre, non c’è un’ideologia generalizzante e coerente capace di unire gran parte dell’umanità in una dura opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei “diritti umani”, su cui gli Stati Uniti basano ora una nuova egemonia esclusiva. Né la Russia moderna, né la Cina, né l’India, né qualche altro stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il recupero del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche (la fine del fascino popolare del marxismo) e tecnico-militari. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno preso così tanto il comando negli ultimi 30 anni che una competizione simmetrica con loro nella sfera militare-strategica, economica e tecnica non è possibile per nessun singolo paese.

Il multipolarismo non è compatibile con un mondo unipolare

Il crollo dell’Unione Sovietica ha significato la scomparsa sia di una superpotenza simmetrica e potente, sia di un gigantesco campo ideologico. È stata la fine di una delle due egemonie globali. L’intera struttura dell’ordine mondiale da questo punto è irreversibilmente e qualitativamente diversa. Qui il polo rimanente – guidato dagli Stati Uniti e sulla base dell’ideologia capitalista liberal-democratica – si è conservato come fenomeno e ha continuato a espandere il suo sistema sociopolitico (democrazia, mercato, ideologia dei “diritti umani”) su scala globale. Precisamente, questo si chiama mondo unipolare o ordine mondiale unipolare. In un tale mondo, c’è un unico centro decisionale sulle grandi questioni globali. L’Occidente e il suo nucleo, la comunità euro-atlantica, guidata dagli Stati Uniti, si sono trovati nel ruolo di unica egemonia disponibile. L’intero spazio del pianeta in tale ambiente è una triplice regionalizzazione (descritta in dettaglio dalla teoria neomarxista di E. Wallerstein):

– Zona centrale (“ricco Nord”, “centro”),

– Zona della periferia mondiale (“Sud povero”, “periferia”),

– Zona di transizione (“semi-periferia”, comprendente paesi importanti, che si sviluppano attivamente verso il capitalismo: Cina, India, Brasile, alcuni paesi del Pacifico, così come la Russia, che per inerzia conserva un significativo potenziale strategico, economico ed energetico).

Il mondo unipolare sembrava essere finalmente una realtà consolidata negli anni ’90, e alcuni analisti statunitensi hanno dichiarato su questa base la tesi della “fine della storia” (Fukuyama). Questa tesi significava che il mondo diventerà totalmente ideologicamente, politicamente, economicamente e socialmente omogeneo, e che ora tutti i processi che si verificano in esso non saranno più un dramma storico basato sulla battaglia di idee e interessi, ma piuttosto una competizione economica (e relativamente pacifica) dei partecipanti al mercato – simile a come è costruita la politica interna dei regimi liberali democratici liberi. In questa concezione, la democrazia diventa globale e il pianeta è composto solo dall’Occidente e dal suo purlieus (cioè i paesi che si integreranno gradualmente in esso).

Il disegno più preciso della teoria dell’unipolarità è stato proposto dai neoconservatori americani, che hanno sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale globale. A volte hanno proclamato gli Stati Uniti come il “Nuovo Impero” (R. Kaplan) o la “benevola egemonia globale” (U. Kristol, R. Keygan), anticipando l’offensiva del “Secolo Americano” (The Project for the New American Century). Nella visione neocon, l’unipolarismo ha acquisito un fondamento teorico. Il futuro ordine mondiale è stato visto come una costruzione USA-centrica, dove il nucleo è costituito dagli Stati Uniti come arbitro globale e incarnazione dei principi di “libertà e democrazia”, e una costellazione di altri paesi è strutturata intorno a questo centro, riproducendo il modello americano con vari gradi di precisione. Essi variano nella geografia e nel loro grado di somiglianza con gli Stati Uniti:

– In primo luogo, il cerchio interno – i paesi dell’Europa e del Giappone,

– In secondo luogo, i fiorenti paesi liberali dell’Asia,

– Infine, tutto il resto.

Tutte le zone situate intorno all’”America globale”, indipendentemente dalla loro orbita politica, sono incluse nel processo di “democratizzazione” e “americanizzazione”. La diffusione dei valori americani va di pari passo con l’attuazione degli interessi pratici americani e l’espansione della zona di controllo diretto americano su scala globale.

A livello strategico, l’unipolarismo si esprime nel ruolo centrale degli Stati Uniti nella NATO e, inoltre, nella superiorità asimmetrica delle capacità militari combinate dei paesi della NATO su tutte le altre nazioni del mondo.

Parallelamente, l’Occidente è superiore agli altri paesi non occidentali nel suo potenziale economico, nel livello di sviluppo dell’alta tecnologia, ecc. Soprattutto: l’Occidente è la matrice dove si è formato storicamente il sistema stabilito di valori e norme che attualmente sono considerati lo standard universale per tutti gli altri paesi del mondo. Questa può essere chiamata l’egemonia intellettuale globale che, da un lato, mantiene l’infrastruttura tecnica per il controllo globale, e dall’altro, sta al centro del paradigma planetario dominante. L’egemonia materiale va di pari passo con le egemonie spirituale, intellettuale, cognitiva, culturale e dell’informazione.

In linea di principio, l’élite politica americana è guidata proprio da questo approccio egemonico consapevolmente percepito, tuttavia, ne parlano in modo chiaro e trasparente i neocon, mentre i rappresentanti di altri diversi orientamenti politici e ideologici preferiscono espressioni più snelle ed eufemismi. Anche i critici del mondo unipolare degli Stati Uniti non contestano il principio dell’”universalità” dei valori americani e il desiderio della loro approvazione a livello globale. Le obiezioni si concentrano su quanto questo progetto sia realistico a medio e lungo termine, e se gli Stati Uniti siano in grado di sostenere da soli il peso dell’impero mondiale globale.

Le sfide a questo dominio americano diretto e aperto, che sembrava essere un fatto compiuto negli anni ’90, hanno portato alcuni analisti americani (in particolare Charles Krauthammer, che ha introdotto questo concetto) a parlare della fine del “momento unipolare”.

Ma, nonostante tutto, è proprio l’unipolarismo in una o l’altra manifestazione – palese o occulta, il modello dell’ordine mondiale – che è diventato una realtà dopo il 1991 e rimane tale fino ad oggi.

In pratica, l’unipolarismo si affianca alla salvezza nominale del sistema westfaliano, che contiene ancora i resti inerziali del mondo bipolare. La sovranità di tutti gli stati-nazione è ancora riconosciuta de-jure, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette ancora parzialmente l’equilibrio di potere corrispondente alle realtà della “guerra fredda”. Così, l’egemonia unipolare americana è de-facto presente, insieme a una serie di istituzioni internazionali che esprimono l’equilibrio di altre epoche e cicli nella storia delle relazioni internazionali. Al mondo vengono costantemente ricordate le contraddizioni tra la situazione de-jure e quella de-facto, specialmente quando gli Stati Uniti o una coalizione occidentale intervengono direttamente negli affari di stati sovrani (a volte anche scavalcando il veto di istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). In casi come l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, vediamo un esempio di violazione unilaterale del principio di sovranità statale (ignorando il modello westfaliano), il rifiuto di prendere in considerazione la posizione della Russia (Vladimir Putin) nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e le forti obiezioni dei partner NATO di Washington (il francese Jacques Chirac e il tedesco Gerhard Schroeder).

I sostenitori più coerenti dell’unipolarismo (per esempio, il repubblicano John McCain) insistono sull’applicazione dell’ordine internazionale in linea con il reale equilibrio delle forze. Propongono la creazione di un modello un po’ diverso dall’ONU, la “Lega delle Democrazie”, in cui la posizione dominante degli USA, cioè l’unipolarismo, sarebbe stata legalizzata. La legalizzazione di un mondo unipolare e lo status egemonico dell’”impero americano” nella struttura delle relazioni internazionali post-Yalta è una delle possibili direzioni dell’evoluzione del sistema politico globale.

È assolutamente chiaro che un ordine mondiale multipolare non solo differisce dall’unipolare, ma è la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone e un centro decisionale, mentre il multipolarismo insiste su alcuni centri, nessuno dei quali ha diritti esclusivi e quindi deve tener conto delle posizioni degli altri. Il multipolarismo, quindi, è un’alternativa logica diretta all’unipolarismo. Non ci può essere compromesso tra loro: secondo le leggi della logica, il mondo è o unipolare o multipolare. D’ora in poi, non è importante come tale modello particolare sia formulato giuridicamente, ma come sia creato de-facto. Nell’era della “guerra fredda”, diplomatici e politici hanno riconosciuto con riluttanza il “bipolarismo” che era un fatto ovvio. Pertanto, è necessario separare il linguaggio diplomatico dalla realtà concreta. Il mondo unipolare è l’ordine mondiale fattuale fino ad oggi. Si può solo discutere se sia buono o cattivo, se sia l’alba del sistema o, in alternativa, il tramonto, e se durerà a lungo o, al contrario, finirà rapidamente. Indipendentemente da ciò, il fatto rimane tale. Viviamo in un mondo unipolare, e il momento unipolare dura ancora (anche se alcuni analisti sono convinti che stia per finire).

Il mondo multipolare non è un mondo nonpolare

I critici americani della rigida unipolarità, e soprattutto i rivali ideologici dei neoconservatori concentrati nel “Council on Foreign Relations”, hanno offerto un altro termine al posto di unipolarità – nonpolarità. Questo concetto si basa sul suggerimento che i processi di globalizzazione continueranno a svolgersi, e il modello occidentale dell’ordine mondiale espanderà la sua presenza a tutti i paesi e popoli della terra. Così, l’egemonia intellettuale e l’egemonia dei valori dell’Occidente continueranno. Il mondo globale sarà il mondo del liberalismo, della democrazia, del libero mercato e dei diritti umani, ma il ruolo degli Stati Uniti come potenza nazionale e il fiore all’occhiello della globalizzazione, secondo i sostenitori di questa teoria, si ridurrà. Invece di una diretta egemonia americana, emergerà un modello di “governo mondiale”. A questo parteciperanno i rappresentanti di diversi paesi, che staranno insieme con valori comuni e si sforzeranno di stabilire uno spazio sociopolitico ed economico unificato in tutto il mondo. Anche qui, abbiamo a che fare con un analogo della “fine della storia” di Fukuyama descritta in termini diversi.

Il mondo non-polare sarà basato sulla cooperazione tra paesi democratici (per difetto), ma gradualmente il processo di formazione dovrebbe includere anche attori non statali – ONG, movimenti sociali, gruppi di cittadini separati, comunità di rete, ecc.

La caratteristica principale nella costruzione del mondo nonpolare è la dissipazione del processo decisionale da un’entità (ora Washington) alle molte entità del livello inferiore – fino ai referendum planetari online sui principali eventi e azioni che riguardano tutta l’umanità.

L’economia sostituirà la politica e la concorrenza di mercato spazzerà le barriere doganali di tutti i paesi. Lo stato si preoccuperà più della cura dei suoi cittadini che della sicurezza tradizionale, e inaugurerà l’era della democrazia globale.

Questa teoria coincide con le caratteristiche principali della teoria della globalizzazione e si presenta come una tappa verso la sostituzione del mondo unipolare, ma solo alle condizioni promosse oggi dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali riguardo ai loro modelli sociopolitici, tecnologici ed economici (democrazia liberale). Questi e i loro valori diventeranno un fenomeno universale, e la necessità di una stretta protezione degli ideali democratici e liberali non esisterà più – tutti i regimi che resistono all’Occidente, alla democratizzazione e all’americanizzazione al momento dell’inizio del mondo nonpolare dovrebbero essere eliminati.

L’élite di tutti i paesi dovrebbe essere simile, omogenea, capitalista, liberale e democratica – in altre parole, “occidentale” – indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale.

Il progetto del mondo non polare è sostenuto da una serie di gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros e le sue fondazioni.

Questo progetto strutturale si rivolge al futuro. È pensato come una formazione globale che dovrebbe sostituire l’unipolarismo e stabilirsi dopo nella sua scia. Questa non è un’alternativa, ma piuttosto una continuazione, e sarà possibile solo quando il centro di gravità della società si sposterà dal mix odierno di alleanza di due livelli di egemonia – materiale (il complesso militare-industriale americano e l’economia e le risorse occidentali) e spirituale (norme, procedure, valori) – a un’egemonia puramente intellettuale, insieme alla graduale riduzione dell’importanza del dominio materiale.

Vale a dire, questa è la società dell’informazione globale, dove i principali processi di governo e dominio saranno dispiegati nel campo dell’intelligenza attraverso il controllo delle menti, il controllo mentale e la programmazione del mondo virtuale.

Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello di mondo nonpolare perché non accetta la validità del momento unipolare come preludio al futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale dell’Occidente, l’universalità dei suoi valori, o la dissipazione del processo decisionale nella molteplicità planetaria indipendentemente dall’identità culturale e di civiltà preesistente. Il mondo non-polare suggerisce che il modello americano di melting pot sarà esteso a tutto il mondo. Di conseguenza, questo cancellerà tutte le differenze tra i popoli e le culture, e un’umanità individualizzata e atomizzata sarà trasformata in una “società civile” cosmopolita senza confini. La multipolarità implica che i centri decisionali devono essere abbastanza alti (ma non solo nelle mani di una sola entità – come è oggi nelle condizioni del mondo unipolare), e le specialità culturali di ogni particolare civiltà devono essere preservate e rafforzate (ma non dissolte in un’unica molteplicità cosmopolita).

Il multipolarismo non è multilateralismo

Un altro modello di ordine mondiale, un po’ distanziato dall’egemonia diretta degli Stati Uniti, è un mondo multilaterale (multilateralismo). Questo concetto è molto diffuso nel partito democratico statunitense, ed è formalmente aderito nella politica estera dell’amministrazione del presidente Obama. Nel contesto dei dibattiti sulla politica estera americana, questo approccio si oppone all’insistenza dei neoconservatori sull’unipolarismo.

In pratica, il multilateralismo significa che gli Stati Uniti non dovrebbero agire nel campo delle relazioni internazionali contando interamente sulla propria forza e mettendo tutti i suoi alleati e “vassalli” di fronte al fatto compiuto in maniera obbligata. Invece, Washington dovrebbe prendere in considerazione la posizione dei partner, persuadere e argomentare le sue soluzioni suggerite in un dialogo paritario con loro, e portarli dalla sua parte per mezzo di argomenti razionali e, a volte, proposte di compromesso.

Gli Stati Uniti in una tale situazione dovrebbero essere “primi tra pari”, piuttosto che “dittatore tra i suoi subordinati”. Questo impone alla politica estera degli Stati Uniti alcuni obblighi nei confronti degli alleati nella politica globale ed esige l’obbedienza alla strategia globale. La strategia globale in questo caso è la strategia dell’Occidente per stabilire la democrazia globale, il mercato, e l’attuazione dell’ideologia dei diritti umani su scala globale. In questo processo, gli Stati Uniti, essendo il leader, non dovrebbero equiparare direttamente i loro interessi nazionali ai valori “universali” della civiltà occidentale, per conto della quale agiscono. In alcuni casi, è più preferibile operare in una coalizione, e talvolta anche fare concessioni ai propri partner.

Il multilateralismo si differenzia dall’unipolarismo per l’enfasi sull’Occidente in generale, e soprattutto sulla sua componente “valoriale” (cioè “normativa”). Su questo, gli apologeti del multilateralismo convergono con i sostenitori del mondo nonpolare. L’unica differenza tra il multilateralismo e il non-polarismo è solo il fatto che il multilateralismo pone l’accento sul coordinamento dei paesi occidentali democratici tra di loro, mentre il non-polarismo include anche autorità non statali (ONG, reti, movimenti sociali, ecc.) come attori.

È significativo che in pratica, la politica di multilateralismo di Obama, come ripetutamente espresso da lui e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, non è molto diversa dall’era imperialista diretta e trasparente di George W. Bush, durante il cui periodo i neoconservatori erano dominanti. Gli interventi militari statunitensi sono continuati (Libia), e le truppe statunitensi hanno mantenuto la loro presenza nell’Iraq occupato e nell’Afghanistan.

Il mondo multipolare non corrisponde all’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce la legittimità del “Nord ricco” – da solo o collettivamente – ad agire per conto di tutta l’umanità e a servire come unico centro decisionale sulla maggior parte delle questioni più importanti.

Riassunto

La differenziazione del termine “mondo multipolare” dalla catena di quelli alternativi o simili delinea il campo semantico in cui continueremo a costruire la teoria della multipolarità. Fino a questo punto, abbiamo parlato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, negazioni e differenziazioni stesse che ci permettono al contrario di distinguere una serie di caratteristiche costitutive e abbastanza positive.

Se generalizziamo questa seconda parte positiva, derivante dalla serie di distinzioni fatte, otteniamo circa questo quadro:

  1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che di fatto esiste nella situazione attuale) per il fatto che insiste sulla presenza di pochi centri indipendenti e sovrani di decisione strategica globale a livello mondiale.
  2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente attrezzati e finanziariamente e materialmente indipendenti per essere in grado di difendere la loro sovranità di fronte a un’invasione diretta di un potenziale nemico sul piano materiale, e la forza più potente del mondo attuale dovrebbe essere intesa come questa minaccia. Questo requisito si riduce ad essere in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.
  3. Questi centri decisionali non devono accettare l’universalismo degli standard, delle norme e dei valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc) e possono essere completamente indipendenti dall’egemonia spirituale dell’Occidente.
  4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare, perché oggi non esiste un’unica forza strategica o ideologica che possa resistere da sola all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e del suo leader, gli Stati Uniti. Ci devono essere più di due poli in un mondo multipolare.
  5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità degli stati nazionali esistenti, che è dichiarata solo a livello puramente giuridico e non è confermata dalla presenza di sufficiente potenza, strategica, economica e politica. Nel XXI secolo, non è più sufficiente essere uno stato-nazione per essere un’entità sovrana. In tali circostanze, la vera sovranità può essere raggiunta solo da una combinazione e coalizione di stati. Il sistema westfaliano, che continua ad esistere de-jure, non riflette più le realtà del sistema di relazioni internazionali e richiede una revisione
  6. La multipolarità non è riducibile alla non-polarità né al multilateralismo perché non mette il centro del processo decisionale (polo) nel governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei suoi alleati democratici (“Occidente globale”), il livello delle reti sub-statali, le ONG e altre entità della società civile. Un polo deve essere localizzato altrove.

Questi sei punti definiscono l’intera gamma per l’ulteriore sviluppo della multipolarità e incarnano sufficientemente le sue caratteristiche principali. Sebbene questa descrizione ci porti significativamente a comprendere il punto della multipolarità, è ancora insufficiente per essere qualificata come una teoria. Si tratta solo di una determinazione iniziale con la quale la piena teorizzazione ha appena iniziato.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 aprile 2022

Fonte:https://www.ideeazione.com/multipolarita-definizione-e-differenziazione-dei-suoi-significati/ 

“Tecnocrate argine al sovranismo”: Draghi l’atlantista incoronato nuovo leader Ue

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di Adolfo Spazzaferro

Roma, 19 ott – “Tecnocrate argine al sovranismo”: gli Usa incoronano Mario Draghi candidato leader Ue ideale, anche perché l’ex numero uno della Bce è filo americano. E proprio questo potrebbe essere il problema per la Ue, per stessa ammissione dell’agenzia economica Bloomberg. Sì, perché a differenza della Merkel, l’attuale presidente del Consiglio incarna il multilateralismo spudoratamente atlantista. Ciò detto, Draghi incassa il plauso degli States per una serie di ragioni tutt’altro che rassicuranti. Infatti il motivo principale per cui il premier italiano è ben visto come possibile guida della Ue è perché è un argine efficace al sovranismo e ai movimenti di destra. Ma non solo, è l’uomo giusto per gestire i miliardi Ue del Recovery fund in chiave green. Nonché – e questo preoccupa più di tutto – ha dimostrato fermezza contro i no green pass, non cedendo di un millimetro.

Il plauso alla fermezza contro i no green pass

L’esito delle elezioni amministrative in Italia, con la sconfitta dei “sovranisti”, secondo Bloomberg è una ulteriore prova del successo politico del presidente del Consiglio in chiave moderata. Nell’editoriale dedicato a mister “Whatever It Takes”, in cui appunto di lui si dice che “ha salvato l’euro con tre parole”, si fa riferimento alla situazione in Italia. L’agenzia Usa plaude al pugno di ferro di Draghi nei confronti di chi ha manifestato contro l’obbligo del green pass, citando il caso dei portuali di Trieste. Fermezza riverberata anche nell’esito delle amministrative, dove chi strizzava l’occhio alle proteste è stato penalizzato. E dove invece si sono affermati grigi burocrati, una “sorta di esercito di mini Mario”.

La “fedeltà” agli States

Tuttavia, avverte l’editoriale, “sarebbe un errore considerare Draghi una figura intercambiabile a quella di Merkel o di Macron”. Il premier italiano infatti è molto più vicino agli States. A tal proposito, Bloomberg ricorda il passato di Draghi al Massachusetts Institute of Technology, alla Banca mondiale e a Goldman Sachs. Secondo l’editoriale, il presidente del Consiglio italiano esprime la visione di un multilateralismo nel quale “gli Stati Uniti sono i principali azionisti”. Prova ne è la brusca franata che Draghi ha impresso alla politica italiana di appeasement della Cina. Così come il fatto che sia rimasto in silenzio circa la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Francia innescata dall’accordo di sicurezza Aukus.

Un tecnocrate con un problema di legittimità

Infine, pone giustamente in risalto l’editoriale, Draghi è un tecnocrate messo alla guida del governo del Paese dal presidente della Repubblica a causa del fallimento della politica. Ma non è stato eletto da nessuno. Quindi gli manca quella legittimità che ha avuto la Merkel per 16 anni di potere. Ciononostante va da sé che gli States Draghi se lo tengono stretto, come alleato e come potenziale successore della Merkel alla guida della Ue.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/tecnocrate-argine-sovranismo-draghi-atlantista-incoronato-nuovo-leader-ue-211269/

I sovranisti distratti

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QUINTA COLONNA

di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

IN MERITO ALLA “CARTA DEI VALORI EUROPEI”, OVVERO IL MANIFESTO DEI “SOVRANISTI”. I SOVRANISTI DISTRATTI, OVVERO LA SOVRANITÀ RIVENDICATA. GUARDANDO ALTROVE

Il “Manifesto”, così com’è, appare inficiato da due errori di fondo e compromesso da due omissioni che – volontarie o involontarie che siano – sono gravissime.
Due errori.
Primo errore: l’accettazione acritica dell’idea giacobina di “nazione”. La Natio è un valore antichissimo, che insiste sui legami tra un popolo, la lingua che esso parla, le tradizioni delle quali vive e il territorio nel quale esso è insediato. Ma la Nation è un concetto astratto di conio giacobino, inteso a sostituire quando è stato introdotto la fedeltà dei popoli ai loro troni e ai loro altari, cioè alla loro storia concreta. La “Nazione” è nata alla fine del Settecento per spazzar via i popoli e le tradizioni. Nell’Europa del futuro, accanto allo “stato-nazione” che ormai esiste in tutte le contrade del continente – ma che è vecchio al massimo di circa due secoli e mezzo, in certe aree (quali quella italica, germanica, iberica e balcanica) ancora meno – dovranno essere valorizzate le antiche e profonde realtà (“nazioni negate”, e magari “lingue tagliate”) che al livello di “stato-nazione” non sono mai pervenute: la castigliana, l’andalusa, la catalano-provenzale-occitana, la basca, la gallega, la bretone, la normanna, la borgognone-piemontese, l’alsaziano-lorenese, la bavarese, la svevo-alamanna, la veneta, la sarda, la siculo-sicana, l’italica nelle sue varie espressioni e declinazioni storico-dialettal-latitudinarie, la boema, la croata, l’illirica, la macedone e così via. Se la futura compagine unitaria politica europea (perché politica dovrà anzitutto essere e proclamarsi) dovesse darsi un sistema bicamerale – il che è materia di discussione – a un Congresso “degli stati-nazione” – dovrebbe accompagnarsi un Senato “dei popoli e delle culture” su una base territoriale differente e complementare rispetto al primo.
Secondo errore: spazziamo via una volta per tutte l’equivoco (nato sulla base di una superficiale e semicolta volontà di affermazione “antirazzistica” e “anti-antisemita”) della “civiltà giudaico-cristiana”. La confessione giudaico-cristiana nacque e si sviluppò nei primi secoli dell’Era Volgare come espressione di quegli ebrei che, volendo mantenere intatta la fede mosaica, intendevano tuttavia affermare che il Messia era già comparso nel mondo, ed era identificabile in Gesù di Nazareth. Tale confessione non esiste più. La fede cristiana affonda senza dubbio le sue radici nella legge ebraica e nella sua tradizione, che i cristiani giudicano “intrinseca” al cristianesimo (parere non giudicato reversibile dagli ebrei), così come ebraismo e cristianesimo sono giudicati “intrinseci” rispetto al messaggio di Muhammad dai musulmani (parere che ebrei e cristiani non giudicano reversibile). La civiltà europea si è fondata sulla base di un cristianesimo che aveva ormai metabolizzato l’ebraismo accogliendo al suo interno anche l’eredità ellenistico-romana, cui nel corso del primo millennio e anche di parte del secondo dell’Era Volgare si aggiunsero altre tradizioni etniche. Alcune porzioni dello spazio europeo accolsero poi i momenti distinti (dalla Puglia alla Sicilia alla penisola iberica a quella balcanica) anche la legge musulmana, mentre in esso rimasero radicate numerose comunità musulmane. La compagine europea del futuro, che sarà politicamente parlando laica e che riconoscerà e valorizzerà al suo interno le tradizioni religiose, dovrà fondarsi sulla sua identità abramitica comune a cristianesimo, islam ed ebraismo come sull’identità ellenistico-romana arricchita dagli apporti etnici celtico, germanico, slavo e uraloaltaico che le proviene dalla sua stessa storia.
Prima omissione.
L’Europa del futuro dovrà esprimere in modo esplicito l’opzione per una configurazione politica e istituzionale che l’Unione Europea non ha mai né saputo né voluto esprimere, rinunziando con ciò a proporsi quale Patria europea comune a tutti i popoli. L’Europa del futuro dovrà al contrario proporsi come Grande Patria Europea (il Grossvaterland, si direbbe in tedesco), includente al suo interno sì le “patrie” nate dallo sviluppo degli “stati-nazione” (i Vaterländer), ma anche gli Heimatländer. Le lunghe vicende di un continente segnato da diversità profonde e anche da passate ostilità reciproche (si è parlato non già di un “continente”, bensì di un “arcipelago” europeo da condursi a una unità – e pluribus unum – che rispetti e valorizzi tuttavia le diversità interne) escludono una formula futura fondata su un qualunque impossibile centralismo e consigliano di evitare la via di un federalismo “all’americana” o “alla tedesca”, insufficiente a rappresentare in modo adeguato le molte “terre profondamente e intimamente natali” (gli Heimatländer) in forza delle quali ciascuno di noi non è soltanto francese, o tedesco, o spagnolo, o italiano e così via, ma anche – e profondamente – castigliano, o bretone, o renano, o tirolese, o slovacco. Solo un assetto non già federalistico, bensì confederale, potrà rispondere adeguatamente a questa realtà e a queste istanze. Qualora volessimo indicare approssimativamente un modello, penseremmo alla Confederazione Elvetica. Sono di questo tipo le istanze che consigliano di procedere i popoli europei verso la costituzione di una compagine politica definibile come Confederazione degli Stati Europei (CSE).
Seconda omissione.
Il confronto con l’istituzione politico-militare della NATO e con l’atlantismo: la prima, la NATO, una compagine da rivedere e riformare profondamente sulla base di un patto al quale la CSE potrebbe anche aderire a patto ch’esso si fondasse sull’effettiva parità e indipendenza politica dei suoi membri anziché – come oggi si presenta – quale organo attivo dell’egemonia statunitense sui popoli europei con ciò ridotti a una “sovranità unilateralmente limitata” e a una grave subordinazione di fatto, lesiva dei loro diritti e della loro dignità. Il secondo, l’atlantismo, una sinistra ideologia politica nata sulla base della “guerra fredda” tra USA e URSS con i rispettivi satelliti e che oggi va rifiutata decisamente per essere sostituita da un’Europa che non ha nemici preconcetti ma che punta a un suo protagonistico ruolo nella promozione e nel mantenimento della pace e dell’equilibrio mondiale fondato sul conseguimento della giustizia sociale tra i popoli e della salvaguardia ecologica e ambientale. Un equilibrio del quale la nostra Grande Patria Europea sia protagonista e non vassalla.

Sovranisti al bivio tra Europa «leggera» e opzione Trump

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del Prof. Paolo Becchi su Libero, 20/07/2018

L’immagine di Juncker, presidente della Commissione europea, visibilmente alterato e barcollante durante l’ultimo vertice Nato, rappresenta quello che attualmente è l’Europa meglio di qualsiasi altra cosa. L’asse franco-tedesco, di cui Juncker è l’espressione, è in coma, non etilico, ma comunque in coma.

Il gruppo dei paesi di Visegrad interagisce con gli Stati Uniti,e gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente sostegno alla Brexit, guerra alla Ue e appoggio a tutti quei Paesi come il nostro che con il nuovo governo hanno assunto un orientamento euroscettico. Diciamolo chiaramente: la politica di Trump non è per nulla «isolazionista», come sembrava dalla campagna elettorale. La politica estera americana è tornata completamente sotto il controllo dei neocon. Trump punta ora palesemente a disaggregare l’Europa, perché teme la crescita non solo economica ma anche politica della Germania. Forse non è un caso che Bannon in questi mesi sia così spesso in Italia, su «mandato esplorativo» di Trump o per proprio interesse, poco importa. Trump sta rivelando il vero volto della sua attuale amministrazione: a tutti gli effetti continua ad esercitare quel ruolo imperiale che gli Stati Uniti hanno avuto dal dopoguerra e che dopo la caduta del muro di Berlino, per alcuni anni, hanno esercitato da soli. Certo, ora c’è di nuovo la Russia di Putin, e anche la Cina, che si muovono sullo scacchiere internazionale, ma l’Europa?

Ecco, la strategia di Trump è evidente: puntare ad una disgregazione dell’Europa aiutando tutti quei movimenti populisti, sovranisti che stanno avendo successo in Europa. Qui si apre un grosso problema per l’Europa e per il nostro Paese in Europa. L’Italia si trova di fronte a due possibili strade: infliggere un duro colpo all’egemonia franco-tedesca oggi indebolita, sfruttando l’appoggio di Trump, ma correndo in questo caso il rischio di diventare la «testa di ponte atlantica» sul vecchio continente. Liberi dai vincoli europei, ma sudditi ancora una volta dell’Impero americano? Continua a leggere

L’Italia nemica di Putin per colpa della solidarietà atlantica a senso unico

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di Alberto Negri

L’Italia nemica di Putin per colpa della solidarietà atlantica a senso unico

Fonte: Alberto Negri

Perché l’Italia dovrebbe fare la guerra fredda alla Russia? Uno dei ritornelli più consunti della politica internazionale che si leggono in queste ore sulla stampa italiana, dopo la scontata rielezione Putin alla presidenza russa e il caso Skripal, si chiama “solidarietà atlantica”. Ma per l’Italia in che cosa consiste? I termini militari questo: il nostro è il Paese della Nato con più ordigni nucleari americani in Europa anche se non li gestisce direttamente, oltre 70, di cui 20 nella base di Ghedi e 50 ad Aviano. Tra le testate ci sono anche bombe termonucleari della potenza di 50 chilotoni la cui presenza costituisce in caso di conflitto nucleare il motivo di un ipotetico attacco preventivo.

Se poi si passa alla politica, la cosiddetta “solidarietà atlantica” per l’Italia ha aspetti paradossali. Le atomiche degli Usa in Italia, come le basi o le “facilities” delle forze armate americane, sono quasi sempre per i politici italiani un argomento tabù, anche per quelli che hanno appena vinto le elezioni: non se ne parla mai perché il gradimento di Washington a un leader o a un partito resta un aspetto fondamentale. L’ombra di Sigonella, con lo scontro nel 1985 tra Craxi e gli Stati Uniti di Reagan sulla la sorte dei sequestratori della nave Achille Lauro, permane come una sorta di monito: prima o poi i conti con Washington si pagano. Nessuno vuole disturbare il manovratore della Nato, (cui per altro Donald Trump vorrebbe che gli europei contribuissero di più). Anche quando il manovratore non fa esattamente i nostri interessi: lo ha detto anche qualche tempo fa l’ex capo di stato maggiore Vincenzo Camporini quando Francia, Usa e Gran Bretagna decisero nel 2011 di bombardare la Libia Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Ricordiamo che all’epoca la Russia si astenne sula risoluzione Onu che diede il via ai bombardamenti: “Se non avessimo concesso le basi italiane per i loro aerei le operazioni di bombardamento sarebbero state più lunghe e difficoltose”. Quindi, è il ragionamento del generale, opporsi era tecnicamente possibile, invece ci siamo anche accodati ai raid con una decisione presa essenzialmente dall’ex capo di stato Giorgio Napolitano.  Per quanto riguarda la Libia, l’Italia la “solidarietà atlantica” ed europea l’ha vista davvero poco: decine di miliardi persi, centinaia di migliaia di profughi mentre l’argomento immigrazione è stato decisivo nel determinare il nuovo quadro politico. Insomma Salvini e Di Maio devono in parte i loro voti anche al fallimento di questa “solidarietà atlantica” (ed europea), che l’Italia non ha mai visto, al contrario. Continua a leggere