Bergoglio e la comunione dei santi

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di Gianfranco Amato

Durante l’udienza generale del 2 febbraio 2022, tenuta in Vaticano, un brivido è passato lungo la schiena di molti partecipanti nell’udire alcune parole pronunciate da Bergoglio. Quest’ultimo aveva scelto di svolgere una una catechesi su San Giuseppe. Il tema era in particolare quello su San Giuseppe e la comunione dei santi. Fin qui niente di male. Il punto è che, dopo un lungo preambolo di un livello teologico particolarmente basso – si è persino spiegato che la comunione dei santi non riguarda i santi che fanno la comunione – lo stesso Bergoglio si è incartato su una questione dottrinale non da poco.

Utilizzando sempre il metodo del cosiddetto “linguaggio semplice”, il papa argentino ha posto a se stesso una domanda retorica, parlando in terza persona: «Padre, pensiamo a coloro che hanno rinnegato la fede, che sono degli apostati, che sono i persecutori della Chiesa, che hanno rinnegato il loro battesimo: anche questi sono a casa?». Risposta di Bergoglio: «Sì, anche questi, anche i bestemmiatori, tutti. Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi». Apprendiamo, quindi, che anche il sedicente cantante Achille Lauro, dopo l’ennesima performance blasfema al Festival di San Remo, farebbe parte della comunione dei santi.

Ora, sappiamo ormai da anni che la teologia non è il piatto forte di Bergoglio, ma i fedeli cattolici avrebbero diritto ad un papa che quantomeno conoscesse il Catechismo sul quale dice di aver studiato da bambino, ovvero quello di un Papa santo: Pio X. Anche il papa Giuseppe Sarto amava formulare le domande, e infatti il suo Catechismo era strutturato in forma dialogica con domande e risposte.

Vediamo, quindi, che cosa ha studiato l’attuale pontefice da bambino. Domanda 224: «Chi sono quelli che non appartengono alla comunione dei santi?». Risposta: «Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa». Domanda 225: «Chi sono quelli che si trovano fuori della vera Chiesa?». Risposta: «Si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati». Risulta abbastanza chiaro anche, appunto, ad un bambino.

Non è che il Concilio Vaticano II abbia abrogato questa verità di fede. Del resto, anche il catechismo ratzingeriano del 1992, pur utilizzando termini più dotti e aulici, ribadisce il concetto. Al punto 948, infatti, spiega che  «il termine “comunione dei santi” ha due significati, strettamente legati: comunione alle cose sante (sancta) e comunione tra le persone sante (sancti)». Per evitare che personaggi improbabili possano venire annoverate tra i santi – come ha fatto Bergoglio ­– lo stesso catechismo precisa che i fedeli che si considerano «sancti» sono solo coloro «che si nutrono del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo». Difficile fare rientrare in questa categoria anche «apostati, persecutori della Chiesa, rinnegatori del battesimo e bestemmiatori».

Resta da comprendere quali siano i veri motivi che spingono quello che viene ritenuto l’attuale capo della Chiesa cattolica a disorientare i fedeli. Si tratta di semplice ignoranza teologica o vi è il preciso intento di scardinare il depositum fidei, il Magistero e la Tradizione? Come diceva il grande giurista romano Aulio Gellio nella sua opera Notti Attiche, «veritas filia temporis», la verità è figlia del tempo. Non resta che attendere, registrando per ora lo sconcerto e lo scuotimento della fede non solo da parte di tanti laici ma anche di sempre più numerosi sacerdoti e religiosi.

La catechesi di Bergoglio nella citata udienza generale del 2 febbraio 2022 è stata interrotta da un imprevisto fuoriprogramma. Uno dei partecipanti, un uomo evidentemente alterato, si è messo ad urlare in inglese: «Questa non è la Chiesa di Dio». È stato ovviamente accompagnato fuori dai gendarmi vaticani, ai quali il contestatore non ha opposto nessuna resistenza. L’episodio è stato liquidato come incidente dovuto ad uno squilibrato. Forse lo era davvero. O forse no.

Il principio di autorità: davvero chi non è in comunione con Bergoglio è fuori dalla Chiesa?

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Pubblichiamo questo articolo di don Francesco Ricossa perché riteniamo che quanto scrive possa essere un’utile, esaustiva risposta a tutti coloro che, in buona o in cattiva fede, accusano chi non è in comunione coi “papi conciliari” di essere fuori dalla Chiesa. L’ironia e la sagacia sono particolarmente apprezzati. (N.d.R.)

Fonte: https://www.aldomariavalli.it/2022/01/08/il-principio-di-autorita-la-botte-piena-e-la-moglie-ubriaca-una-risposta-di-don-ricossa/

Cari amici di Duc in altum, ieri ho pubblicato la lettera di un lettore che mi critica perché ho ospitato nel blog un intervento di don Francesco Ricossa, superiore dell’Istituto Mater Boni Consilii. Poiché l’Istituto – questa la tesi del lettore – non riconosce Francesco come papa, esso si pone fuori dalla Chiesa cattolica e, di conseguenza, non può intervenire su questioni cattoliche. Al lettore ho risposto che non guardo alle etichette appiccicate sopra le persone, ma alle idee sostenute e all’amore nella ricerca della verità. E oggi, con un efficace ricorso all’ironia, risponde lo stesso don Ricossa.  

***

di don Francesco Ricossa

Caro Valli,

come lei sa, mi aveva chiesto un commento all’articolo di The Wanderer (La confessione di Pietro e un “dubium” teologico), commento che lei ha gentilmente pubblicato sul suo blog con il titolo A quali condizioni Pietro è veramente roccia. Ora vedo la sua risposta alla lettera di un suo lettore, che critica la pubblicazione del mio intervento in quanto lei avrebbe affidato il commento al dubbio di The Wanderer a una persona che “si pone al di fuori della Chiesa cattolica”.

Il suo lettore, per la verità, non entra e si rifiuta di entrare nel merito della questione (“non entro nel merito del contenuto dell’articolo”); infatti egli non solo rifiuta di esaminare quanto da me sostenuto, ma persino quanto scritto da The Wanderer (che giunge al punto di dubitare che J. M. Bergoglio creda alla divinità di Cristo): un “non cattolico”, quale sarei io, non avrebbe diritto di trattare di questioni interne alla Chiesa cattolica e “non ha alcun senso dibattere con lui e chiedere il suo parere circa un problema che riguarda specificamente la teologia cattolica”.

In proposito le invio queste poche righe, evitando di trattare degli altri argomenti sollevati dal suo interlocutore, che non mi concernono.

Per quel che mi riguarda, mi preme rendere qui testimonianza della mia Fede cattolica e del mio amore per la Chiesa, nella quale sono nato, vivo e intendo morire. Nel ricevere gli ordini sacri, ho prestato come prescritto il giuramento antimodernista, e professato solennemente la professione di Fede del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano che la Chiesa richiede agli ordinandi. Credo e professo ogni singolo articolo di questa professione di Fede, aborrisco ogni errore ad essa contrario, e se avessi errato in qualunque mio scritto o affermazione contro l’insegnamento della Chiesa ritratto fin d’ora qualunque proposizione contraria a questo insegnamento.

Poiché suppongo che questa mia professione di fede non convincerà il suo lettore, mi voglio porre tuttavia dal suo punto di vista, dal punto di vista cioè di colui che riconosce J. M. Bergoglio come il legittimo Pontefice della Chiesa cattolica, Vicario di Cristo e Successore di Pietro. È questo infatti il motivo per cui il suo interlocutore non mi considera cattolico – pur esponendo in maniera confusa se non errata il mio pensiero (“il soglio di Pietro sarebbe, secondo i sedeprivazionisti, occupato formalmente ma non sostanzialmente, il che vuol dire che di fatto Papa Francesco non sarebbe Papa”; non conosco i sedeprivazionisti e, quanto a padre Guérard des Lauriers o.p., la sua tesi teologica sostiene che Paolo VI e successori occupano materialmente ma non formalmente la Sede di Pietro).

Mettendomi, come detto, nei panni del suo interlocutore, nei panni cioè di coloro che riconoscono senza difficoltà alcuna in J. M. Bergoglio la roccia su cui è edificata la Chiesa di Cristo, mi permetto di far notare quanto segue.

Sono entrato nella Chiesa cattolica il giorno dopo la mia nascita, con il Santo Battesimo (era il 1958). Da allora, come detto, non ho mai dubitato o negato alcuna verità rivelata e che la Santa Chiesa propone a credere (il suo lettore non ne cita neppure una, d’altronde), né ho aderito ad altra confessione religiosa, né sono incorso in alcuna censura di scomunica che avrebbe potuto separarmi dalla Chiesa. Il suo lettore obietterà che sono incorso in una scomunica latae sententiae o ipso facto per non essere in comunione con Papa Francesco, ma a questo proposito non c’è stata finora alcuna sentenza di condanna o anche solo di notificazione dell’essere incorso in detta censura. Se anche essa fosse in futuro comminata, ci sarebbe da chiedersi quale ne sarebbe il valore, provenendo da una autorità che è sospettata persino di non credere pubblicamente nella divinità di Cristo (non sono io che lo affermo, ma l’articolo di The Wanderer, che non ha suscitato nel suo lettore una reazione ostile).

Mettiamo comunque che il suo lettore abbia ragione e che, per motivo di scisma (non essendo in comunione con “Papa Francesco”), mi sarei escluso dalla Chiesa cattolica. In questo caso (dato e non concesso), sarei, secondo il Sacrosanto Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen Gentium, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, in virtù del valido battesimo, e ancor più della valida celebrazione della Eucarestia (o il suo interlocutore non riconosce il Vaticano II?). A questi “fratelli separati”, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, il suo interlocutore proibisce di poter intervenire su questioni riguardanti la teologia cattolica, e a lei di ospitare i loro scritti (senza necessariamente condividerli, d’altronde, visto che molti autori da lei pubblicati difendono altre opinioni). L’opinione del suo lettore mi sembra legata a una disciplina preconciliare, in opposizione al magistero e alla disciplina della Chiesa conciliare (o forse il lettore rigetta l’uno e l’altra?). Mi limiterò ad alcuni esempi.

Durante il Concilio Vaticano II numerosi teologi, questi sì certamente acattolici, furono invitati ufficialmente a partecipare come osservatori all’assise conciliare. È vero che non avevano diritto di parola e di voto, ma è anche vero che collaborarono attivamente all’elaborazione degli schemi conciliari poi votati dai Padri, soprattutto in tema di ecumenismo e libertà religiosa. In materia di dialogo interreligioso (dichiarazione Nostra aetate) la collaborazione con il segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani istituito nel 1960 da San Giovanni XXIII e allora presieduto dal cardinal Bea si estese anche ai non cristiani, in primis lo storico Jules Marx Isaac, appartenente ai B’nai B’rith, che per primo richiese la stesura di un tale documento. La Curia romana comprende attualmente un Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (erede del segretariato di cui sopra), un Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (ex segretariato per i non cristiani) e un Pontificio consiglio per la cultura, erede del Pontificio consiglio per il dialogo con i non credenti (istituito da san Paolo VI nel 1965). Il suo interlocutore sembra legato a forme ormai superate dalle decisioni conciliari, come i metodi del Sant’Uffizio, soppresso da san Paolo VI nel 1965 e sostituito dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stagione ecumenica e interreligiosa ha portato a una intensa collaborazione dottrinale con i non cattolici, i non cristiani e i non credenti, con risultati concreti come i documenti congiunti sottoscritti da cattolici e non cattolici: mi limiterò a citare la dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione, oppure la cosiddetta dichiarazione di Abu Dhabi sottoscritta da Sua Santità Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb nel 2019.

Se anche fossi non cattolico, non sono stato solennemente anatemizzato da Papa Leone X e dal Concilio di Trento come lo fu Martin Lutero; eppure Sua Santità Papa Francesco ha accolto ben due volte i pellegrini luterani in Vaticano, affiancato da una statua dell’eresiarca sassone, e la seconda volta anche tenendo sullo sfondo i ritratti congiunti di Sua Santità e di Lutero, incoraggiato in questo gesto innovativo dalle dichiarazioni dei suoi Santi predecessori: “Oggi vengo io a voi, all’eredità spirituale di Martin Lutero; vengo da pellegrino” (discorso di Giovanni Paolo II al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Magonza, 17 novembre 1980). “Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica” (discorso di Benedetto XVI al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Erfurt, 23 settembre 2011). Se “Papa Francesco” ha affiancato il proprio ritratto a quello di Lutero, non vedo perché, caro Valli, lei non potrebbe pubblicare una letterina di don Ricossa (senza sua fotografia).

Lo stesso rito della Messa (unica espressione del rito romano come rammentato nel motu proprio Traditionis custodes), promulgato da san Paolo VI nel 1969, fu il frutto di una attiva collaborazione ecumenica tra liturgisti cattolici e protestanti, e quindi non cattolici; mi spiace al proposito che la ferrea fedeltà del suo lettore al Santo Padre sia incrinata dal suo suggerimento di criticare detto motu proprio. Terminerò infine (giacché promisi brevità) con una citazione dell’enciclica Ut unum sint di san Giovanni Paolo II, nella quale il santo pontefice richiedeva il contributo dei non cattolici per rivedere in senso ecumenico il concetto del primato petrino.

Di fronte a così tante, autorevoli e persino sante autorità, come può il suo lettore restare ancorato a una visione integralista e sorpassata dei rapporti tra cattolici e non cattolici? Non si può volere “la botte piena e la moglie ubriaca” (per far uso di un volgare proverbio popolare): riconoscere cioè l’autorità dei “Papi conciliari” per accreditarsi come cattolici, senza accettarne il magistero: si tratterebbe di un riconoscimento fittizio e punto sincero, come rammenta proprio J. M. Bergoglio in Traditionis custodes.

Naturalmente, caro Valli, ho fatto uso dell’ironia (non vorrei che qualcuno mi attribuisse un’adesione al pensiero conciliare da Paolo Vi a oggi!); non me ne voglia neppure il lettore che ha obiettato alla pubblicazione della mia letterina precedente. Se gli farà leggere queste mie righe, sappia che comprendo il suo attaccamento al principio di autorità, come comprendo che la situazione attuale generi tanta confusione in chi desidera conservare la Fede.

 

Usa: sdoganato l’aborto, “salta” l’obiezione di coscienza

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Quanto accaduto a fine ottobre in Vaticano ha lasciato il segno. E non poteva essere altrimenti. Il fatto che, dopo l’incontro avuto, papa Francesco si sia detto felice che il presidente americano Biden «sia un buon cattolico» ed abbia dichiarato ch’egli debba «continuare a ricevere la Comunione», secondo quanto dichiarato dall’interessato, pur in assenza di conferme dirette da parte del Vaticano, non può passare sotto silenzio. Il fatto che, come riferito dall’agenzia Associated Press, l’attuale inquilino della Casa Bianca con le sue idee filoabortiste abbia ricevuto nonostante tutto, come tutti gli altri fedeli, la Santa Comunione nel corso di una Messa, celebrata presso la chiesa di St. Patrick, a Roma, vuole essere – ed è! – un segno molto chiaro. Il cui primo, triste frutto è stato l’atteso testo generale sul Mistero dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, approvato dai Vescovi statunitensi al termine della loro assemblea autunnale, svoltasi dal 15 al 18 novembre scorsi a Baltimora, con ben 222 voti favorevoli, solo 8 contrari e 3 astensioni. Nel documento, proposto un anno fa per ribadire quel che la Dottrina cattolica dice a chi, anche se presidente, pur dichiarandosi cattolico, si opponga agli insegnamenti della Chiesa promuovendo aborto e gender, è improvvisamente sparito qualsiasi riferimento al fatto di negare a lui o a chiunque altro la Santa Comunione, ricordando soltanto ai fedeli, che rivestano cariche pubbliche e che occupino posizioni d’autorità, come essi abbiano «una speciale responsabilità» nel dover rispettare la legge della Chiesa. Tutto qui. Nessuna condanna, nessun provvedimento, nessuna restrizione.

Del resto, era già tutto contenuto nella lettera inviata nel maggio scorso dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Louis Ladaria, al presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez. In essa si invitava espressamente al dialogo, raccomandando di evitare che «la formulazione di una politica nazionale» su di una questione «potenzialmente controversa» (sic!)possa diventare «fonte di discordia piuttosto che di unità all’interno dell’episcopato e della più grande Chiesa negli Stati Uniti». Per poi concludere, specificando come ogni discussione in merito debba «essere contestualizzata nella più ampia cornice della dignità di ricevere la Comunione da parte di tutti i fedeli, anziché da parte di una sola categoria di cattolici», ritenendo il documento dei Vescovi Usa, allora in fase ancora embrionale, «fuorviante se desse l’impressione che l’aborto e l’eutanasia costituissero da soli le uniche questioni gravi dell’insegnamento morale e sociale cattolico, che richiedono l’intervento della Chiesa».

Dunque, «Roma locuta, causa soluta»? No, certo! Biden e le lobby abortiste, che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale, non considerano questo un punto di arrivo, bensì solo un punto di partenza. Intendono anzi “capitalizzare” il via libera vaticano, per rilanciare. Ed ecco l’Ufficio per i Diritti Civili ed il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani lanciati in una nuova sfida: cancellare i provvedimenti dell’amministrazione Trump, in particolare l’Rfra-Religious Freedom Restoration Act, e costringere così i medici e le cliniche cattolici a praticare aborti ed interventi di transizione di genere. Grazie ai documenti giudiziari ottenuti, la Catholic Benefits Association ha dimostrato una stretta relazione sussistente tra il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani americano e numerose organizzazioni attiviste di Sinistra, come la Leadership Conference on Civil and Human Rights.

L’eventuale prevalere della linea Biden ammazzerebbe il diritto a qualsiasi obiezione di coscienza, nonché l’autonomia della Sanità cattolica (e non solo). Se ad un posto in una clinica cattolica ambisse un medico abortista, questi dovrebbe essere comunque assunto, benché in chiaro contrasto coi principi etici della struttura.

Non solo. L’amministrazione Biden starebbe introducendo anche il “diritto” dei single socialmente infertili e delle coppie Lgbt a ricevere trattamenti di fertilità, per poter comunque “avere figli”. Una novità subito ben accolta dall’industria sanitaria, che vede in ciò l’occasione per nuovi, insperati business, per quanto disumani. La strategia è quella di giungervi grazie alle sentenze dei tribunali, bypassando così anche gli eventuali ostacoli resi possibili da un dibattito in sede di Congresso. È, questa, la democrazia “fai-da-te”, che si costruisce e si smonta a piacimento, a seconda di dove portino gli interessi di bottega e di lobby. Non va dimenticato come della squadra di Biden facciano parte anche numerose altre sigle di Sinistra quali l’Aclu, gli Atei americani, l’Anti-Defamation League, la Human Right Campaign, il Southern Poverty Law CenterPlanned Parenthood ed il Center for American Progress, da sempre ontologicamente ostili alla presenza cattolica.

Sarebbe buona cosa che chi ha posto le premesse della rivoluzione in atto riflettesse, almeno ora, sulle conseguenze…

Greta canta “Bella Ciao”. La paladina green alza bandiera rossa

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di Redazione www.nicolaporro.it 

Fa un certo effetto sapere che la quasi totalità dei leader mondiali continui a prostrarsi di fronte a una ragazzina svedese che canta e balla sulle note di “Bella Ciao”. Sì, perché ci fa capire, oltre ogni ragionevole dubbio, in che direzione sta andando il mondo. Quale sarà, volenti o nolenti, il nostro futuro. Non ci credete? Guardate questo video in cui Greta e i suoi adepti si divertono mentre in sottofondo si innalza potente il canto della Resistenza. 

Video Player alla fonte
sistema capitalistico

Pensate forse che quello di Milano possa essere un episodio isolato? Che Greta sia stata in qualche modo contagiata dall’aria rossa della città meneghina? Tutt’altro. Ecco un altro video, risalente a due anni fa, in cui la Thunberg e “compagni” cantano un inno ambientalista a Torino utilizzando, ancora una volta, la base melodica di “Bella Ciao”.

#GretaThunberg DAL PALCO DI TORINO GRETA THUNBERG CANTA BELLA CIAO

Questo il testo integrale della canzone cantata dagli attivisti green o, per meglio dire, red:

We need to wake up
We need to wise up
We need to open our eyes
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

We’re on a planet
That has a problem
We’ve got to solve it, get involved
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

Make it greener
Make it cleaner
Make it last, make it fast
and do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

No point in waiting
Or hesitating
We must get wise, take no more lies
And do it now now now
We need to build a better future
And we need to start right now

“Dobbiamo costruire un futuro migliore”. Questo il succo della canzone. E in effetti questa è sempre stata l’utopia delle ideologie di stampo marxista. L’arrogante pretesa di sapere quale sia il futuro migliore per tutti. E ancora: “La Terra ha un problema, dobbiamo risolverlo”. La lotta per il clima è l’odierna lotta di classe. E chi la pensa diversamente diventa l’equivalente del vecchio borghese.

E’ inutile che ci prendano in giro. L’ambientalismo declinato in questa maniera, non è nient’altro che un mezzo politico molto furbo per attaccare il fondamento dell’odierna società occidentale: il sistema capitalistico. Anche perché, se così non fosse, i paladini dell’ambiente eviterebbero di utilizzare simboli politici divisivi, come appunto Bella Ciao. E magari potrebbero concentrarsi sull’andare a protestare là dove serve davvero, come ad esempio in Cina, paese in cui l’inquinamento negli ultimi anni è aumentato molto più che all’Ovest.

L’aspetto più preoccupante, però, è che queste sono le nuove leve. Sono coloro che vengono incoraggiati da Papa Francesco. Sono quelli al cospetto dei quali il nostro premier Mario Draghi e il nostro ministro Cingolani si cospargono il capo di cenere, e magari fossero solo loro. Sono i volti puliti che servono alla sinistra mondiale per portare avanti le narrazioni utili alla causa politica e che vengono quindi spinti da tutti i media mainstream.

Ma noi la verità la conosciamo: cambiano i tempi, cambiano i mezzi e i messaggi, ma non gli uomini e i loro obiettivi. Inutile prendersela con Greta e i ragazzi. Il problema è chi c’è dietro. Chi, sconfitto innumerevoli volte dalla storia, ha purtroppo ancora in mano il potere di scriverla. E prova a farlo con mezzi molto più subdoli rispetto al passato. In questo aveva ragione da vendere Berlusconi. Sono ancora, oggi, come sempre, dei poveri comunisti!

Altro che Fridays 4 Future, pray 4 future…

Fonte e Video: https://www.nicolaporro.it/greta-canta-bella-ciao-la-paladina-green-alza-bandiera-rossa/

“Traditionis Custodes “: comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii

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Segnalazione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii sul “Motu Proprio” Traditionis Custodes   

Come tutti sanno, il 16 luglio 2021 è stata pubblicata la “lettera apostolica sotto forma di motu proprio” Traditionis custodes accompagnata da una lettera dell’attuale occupante della Sede Apostolica ai suoi Vescovi (i “custodi della Tradizione” di cui sopra) con la quale – con inusuale fretta, promulgando immediatamente il documento con la sola pubblicazione sull’Osservatore Romano – vengono revocate le concessioni fatte dal suo predecessore con il “motu proprio” Summorum Pontificum cura del 7 luglio 2007.

A proposito di questo nuovo “motu proprio” valgono da parte nostra le riflessioni e le conclusioni già da noi espresse in occasione del precedente ora parzialmente revocato:  https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/

I due documenti sono in evidente opposizione, e forse non solo nelle scelte pastorali (uno revoca le concessioni dell’altro) ma anche su di una questione di principio: sapere cioè se il Rito Romano avrebbe due forme liturgiche (quella ordinaria e quelle straordinaria, per utilizzare l’espressione del documento del 2007) o se la sua unica espressione è quella del rito riformato (come afferma l’attuale documento riprendendo le dichiarazioni di Paolo VI nel concistoro del 24 maggio 1976).

Essi hanno tuttavia un fondamentale punto comune:

sia il m.p. Summorum Pontificum sia il m.p. Traditionis custodes impongono a chi utilizzasse il messale romano del 1962 (di Giovanni XXIII) il riconoscimento della legittimità, della validità e della santità della riforma liturgica in applicazione del Concilio Vaticano II. Su questo punto i due documenti differiscono solo in questo: il m. p. del 2007 presume l’accettazione del Concilio e della Riforma liturgica da parte di chi si avvarrà delle sue concessioni, mentre il m. p. del 2021 revoca dette concessioni perché pretende constatare una diffusa non accettazione di quanto sopra.

Ora, di due cose l’una: o coloro che si avvalgono del messale romano (del 1962) riconoscono l’autorità degli occupanti della Sede Apostolica dal 1965 in poi, e conseguentemente la legittimità, la validità e la santità del messale riformato, ed il valore magisteriale dei documenti del Vaticano II, oppure no.

Nel primo caso, non si vede perché essi provino delle difficoltà a celebrare con il rito riformato, o ad assistere al medesimo, in spirito d’obbedienza a colui che reputano essere Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il quale ha tra l’altro espresso il voto che tutti finiscano con l’adottare il messale di Paolo VI: un rito della Chiesa, promulgato dall’autorità della Chiesa, d’altronde, non può essere che legittimo, valido e santo. Nel secondo caso, il m.p. Traditionis custodes avrebbe ragione in questo (l’inconciliabilità dei due riti) ed i sacerdoti e fedeli alla tradizione cattolica dovrebbero coerentemente rifiutare ogni concessione fondata sull’accettazione del Vaticano II e dei nuovi riti, e non dovrebbero avvalersi dei due motu proprio, né quello del 2007 né quello attuale.

Ora, il nuovo rito della messa (e dei sacramenti) è stato redatto esplicitamente nello spirito del movimento ecumenista avallato dal Vaticano II: si propone cioè non di difendere le verità della Fede, specie il sacrificio della Messa, il sacerdozio, la Transustanziazione, quanto piuttosto di andare incontro a chi queste verità di fede rigetta, al seguito di Martin Lutero (l’eresiarca omaggiato dagli ultimi occupanti della Sede Apostolica, in particolare dall’autore di Traditionis custodes); non può quindi essere un rito della Chiesa, né pertanto venire da una legittima autorità della Chiesa.

Insomma: la chiave di tutto consiste nel riconoscere la legittimità di Paolo VI che ha promulgato la “costituzione apostolica” Missale romanum, riconosciuta la quale (come fa la stessa Fraternità San Pio X, beneficiata come mai prima, paradossalmente, proprio dall’autore di Traditionis custodes) ne segue inevitabilmente il dover riconoscere la legittimità, la validità e la santità della riforma liturgica nel suo insieme, e la necessità, al di là delle astuzie dei canonisti, di uniformarsi alle disposizioni del m. p. Traditionis custodes.

In base a queste considerazioni, concludiamo:

  • Il m. p. Traditionis custodes – come pure il m. p. Summorum Pontificum e la “costituzione apostolica” Missale Romanum non sono un documento della Chiesa. Non si deve loro pertanto obbedienza o disobbedienza, né devono essere aggirati, ma ignorati.
  • Il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, manifestando così l’incompatibilità dei due riti: i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, i cattolici devono ottenere da Dio e da un legittimo Pontefice che quello riformato sia cacciato dalle nostre chiese e dai nostri altari.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes conferma l’impossibilità di essere e di celebrare in comunione con colui che ha come scopo dichiarato la soppressione della messa e dei sacramenti della Chiesa.
  • “Non si può servire a due padroni”. Il m. p. Traditionis custodes potrà avere l’involontario benefico effetto di aprire gli occhi ai dubbiosi, e di far cessare delle celebrazioni “tradizionali” spesso dubbiosamente valide e comunque sempre oggettivamente ingannatrici dato il presupposto dell’accettazione del Vaticano II e della riforma liturgica.
  • I sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii continueranno pertanto tranquillamente a celebrare il Santo Sacrificio della Messa e ad amministrare i santi Sacramenti senza essere in comunione con gli occupanti materiali ma non formali della Sede Apostolica, seguendo i venerati libri liturgici della Chiesa Cattolica Romana promulgati da Papa San Pio V e dai suoi successori, e secondo le rubriche di San Pio X.

Verrua Savoia, 21 luglio 2021.

Omelia del 18 luglio 2021 sul medesimo argomento:

 

Comunicato del Circolo “Christus Rex-Traditio” sul Motu Proprio “Traditionis Custodes”

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COMUNICATO DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO CIRCA IL MOTU PROPRIO “TRADITIONIS CUSTODES” DI J.M. BERGOGLIO

Il Motu Proprio “Traditionis Custodes” (visto il contenuto, questo nome sembrerebbe una presa in giro) di Bergoglio sulla “Messa in latino” fa chiarezza: rompe l’ambiguità dei suoi due predecessori, determinando l’impossibilità della convivenza sotto la stessa Chiesa delle due “lex orandi” perché non sono espressione della stessa “lex credendi”.
Noi Cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel Circolo “Christus Rex” lo sosteniamo da sempre: la “s-messa” di Montini, o Novus Ordo, è il rito espressione della fede ecumenista e criptoprotestante del Conciliabolo Vaticano II, mentre la Messa di San Pio V è l’espressione solenne della Fede Cattolica, Apostolica, Romana, come lasciataci da Gesù Cristo e sancita da tutto il Magistero Perenne dei Papi.
Questo Motu Proprio non è per noi cattolici del piccolo gregge rimasto fedele, nonostante lo tsunami conciliare. Per cui, per noi non cambia nulla, né per i sacerdoti che sono o vorranno finalmente dichiararsi “non in comunione” con la “Contro-Chiesa conciliare” e i suoi rappresentanti, seppur occupanti i Sacri Palazzi. La restaurazione arriverà, perché è stato predetto. “Le porte degli Inferi non prevarranno!”
Rompendo duramente l’ambiguità, Bergoglio crea una frattura con coloro che già vivevano col mal di pancia sotto la sua giurisdizione, inducendoli a una scelta coraggiosa ma conforme al Depositum Fidei, che potrebbe dimostrarsi provvidenziale: o con il piccolo gregge rimasto fedele Cattolico Apostolico Romano Integrale o con la “Contro-Chiesa ecumenista conciliare“. Il Signore saprà ricompensare la loro fedeltà, con le Grazie necessarie, spirituali e materiali, di cui non mancano mai i Suoi figli devoti.
Viva Cristo Re, Viva il Papato Romano!
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NOTA IMPORTANTE, A MARGINE DEL COMUNICATO
Ciò che hanno scordato i “novatori”, da Montini a Bergoglio: “…Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano – dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.”
Papa San Pio V, Bolla Quo Primum Tempore, 19 luglio 1570 (ad pertetuam rei memoriam!)
17 Luglio 2021
Il Circolo “Christus Rex-Traditio”

Analisi sulla situazione della Chiesa e della tradizione cattolica, oggi

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Come i nostri numerosi affezionati lettori sanno, noi del “Circolo Christus Rex-Traditio” non aderiamo alla Tesi di Cassiciacum perché siamo sedevacantisti cosiddetti simpliciter, ma ci rivolgiamo all’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia per i Sacramenti e l’apostolato cattolico romano. (i grassetti dell’editoriale di don Ugo, che condividiamo in pieno, sono nostri)

L’EDITORIALE

di don Ugo Carandino (del 18/06/2021)

Cari lettori, il documento che trovate nella pagina precedente, la “Lettera ai fedeli”, è stato scritto vent’anni fa, quando fu inaugurata la Casa San Pio X dell’Istituto Mater Boni Consilii, che festeggia dunque il suo ventennale. 
In questi ultimi vent’anni la situazione nella Chiesa è ulteriormente peggiorata, con gravi conseguenze anche nella società, come ammonisce il Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini”. Gli uomini del modernismo hanno calpestato Cristo e la Sua Chiesa e, malgrado il maldestro tentativo di guadagnare la simpatia del mondo (tema tanto caro a Paolo VI), è cresciuto il disprezzo generale nei confronti di questi servi infedeli. 
Sessant’anni dopo l’inizio del Concilio Vaticano II, la religione cattolica non è più presente nell’insegnamento, nei riti e nella disciplina dei modernisti, poiché essi diffondono un’altra religione o, più precisamente, l’assenza della religione stessa. In effetti sotto il loro sentimento religioso si nasconde una vera e propria forma di ateismo, l’estrema conseguenza dell’eresia modernista, come ammoniva all’inizio del ‘900 san Pio X (purtroppo inascoltato dagli opportunisti della sua epoca). Del resto se credessero davvero nella rivelazione divina, come potrebbero fare e dire quello che fanno e dicono? La loro “divinità” è nient’altro che la povera umanità sedotta dalla tentazione luciferina dell’orgoglio e della disobbedienza: “sarete come Dio”. 
Anche le persone più semplici possono constatare la perdita della fede dall’architettura delle nuove chiese: l’assenza della verità ha provocato l’assenza della bellezza (intesa secondo l’insegnamento di san Tommaso: integrità, armonia e splendore), lasciando spazio allo squallore più tetro, dove gesticolano tristi personaggi nel corso di squallide liturgie. 
Le conseguenze nell’ambito della morale sono inevitabili: se si accettano le dottrine erronee del modernismo, perché si dovrebbe rimanere cattolici in determinati comportamenti umani? I peccati che contraddicono la professione di fede sono più gravi dei vizi della carne, e senza l’aiuto della grazia sarebbe illusorio pensare di vivere cristianamente. 
La situazione sempre più grave nella Chiesa non ha risparmiato il “tradizionalismo” cattolico. Il rifiuto e il disgusto del modernismo mi spinsero nel 1983 ad entrare nel seminario della Fraternità San Pio X a Ecône – in quell’epoca riferimento quasi obbligato per chi non accettava il Concilio e la “nuova messa” – dove nel 1988 ricevetti l’ordine sacro. Fui chiamato a svolgere il ministero sacerdotale prima in Lorena e poi, per undici anni, al priorato di Spadarolo, alle porte di Rimini. Le riserve nei confronti della Fraternità non mancavano: la presenza di tanti preti e seminaristi “liberali”, la liturgia di Giovanni XXIII, le foto di Giovanni Paolo II nelle sacrestie… Ma l’entusiasmo giovanile faceva andare avanti e soffocare (colpevolmente, molto colpevolmente!) il tormento di coscienza relativo alla disobbedienza abituale a colui che si doveva riconoscere come il papa legittimo. 
Le divisioni interne alla Fraternità contribuivano a falsare la coscienza: se la “sinistra” sperava – malgrado i tanti scandali contro la fede – nell’accordo col Vaticano (prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI), schierarsi con la “destra” anti-accordista, quella dei “puri e duri”, sprezzante nei confronti del “papa eretico”, del “papa massone” (che però citavano ogni giorno al Canone della Messa) sembrava soddisfare l’esigenza di ortodossia. 
Entrambe le posizioni si rifacevano (e si rifanno) alla linea di Mons. Marcel Lefebvre che, col suo esasperato pragmatismo, ha sempre cercato di mantenere unite queste due tendenze all’interno della Fraternità per salvare la Fraternità stessa, che progressivamente da mezzo è diventata il fine, un fine da salvare ad ogni costo, anche a discapito della testimonianza della verità minata dai compromessi. I due schieramenti potevano (e possono) giustificare le loro posizioni e alimentare le proprie ambizioni attingendo alle dichiarazioni del fondatore, a volte dai toni più concilianti, altre volte dai toni più oltranzisti, a seconda delle circostanze. 
Come ho spiegato nella lettera, queste due posizioni – attualmente rappresentate dalla Fraternità “storica” e dai lefebvrani della cosiddetta “resistenza” nata con Mons. Williamson – erano e sono inaccettabili. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Gli “accordisti” (alcuni per convinzione, altri per rassegnazione) hanno ottenuto una serie di riconoscimenti discreti (per non urtare gli “opposti estremismi” del campo modernista e di quello interno) ma reali. Con i provvedimenti del Vaticano (basta un timbro a trasformare la “Roma modernista” nella “Roma eterna”…) la scomunica è stata tolta (quindi era valida?); le confessioni hanno ottenuto la “giurisdizione” (prima erano invalide?); la facoltà per i matrimoni è stata concessa a patto che sia il parroco “conciliare” a ricevere i consensi degli sposi, col prete FSSPX che si limita a celebrare la Messa; è stata concessa la facoltà di procedere alle ordinazioni sacerdotali anche senza il permesso dell’ordinario della diocesi dove sorgono i seminari; la Fraternità può inoltre ricorrere senza problemi (e senza vergogna) ai tribunali della Roma “modernista”, pardon, “eterna”, per ridurre allo stato laicale alcuni suoi membri. 
I risultati di tutto questo? Un certo aumento di fedeli e forse di vocazioni, argomento utilizzato per rassicurare i più perplessi e illuderli di aver portato a casa solo vantaggi. In realtà negli accord le concessioni viaggiano nelle due direzioni, le mani dei modernisti hanno dato molto non senza chiedere qualcosa in cambio. Sarebbe sufficiente l’accettazione della “communicatio in sacris” per le nozze a dimostrare come sia stato imboccata la via del compromesso e della resa. 
Il modernismo è arrivato sino alle attuali aberrazioni di Bergoglio – precedute e preparate da quelle di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – eppure la Fraternità è sempre più silenziosa, per non urtare chi è stato così generoso. Le voci pubbliche di dissenso provengono sempre più “dall’interno” dello schieramento ufficiale (la “chiesa alta” rappresentata da prelati come il card. Burke e Mons. Schneider) e sempre meno dalla Fraternità. Certo, non mancano, seppur sporadiche, alcune dichiarazioni di critica, ma per chi conosce bene i meccanismi della politica, sa bene che si può essere al contempo partito di opposizione e di governo, a secondo dei contesti e degli interessi (di opposizione davanti agli irriducibili, di governo nelle stanze romane)
Questo stato di cose ha provocato notevoli dissidi interni alla Fraternità, con la partenza di decine di sacerdoti e di centinaia di fedeli (oltre agli arrivi ci sono anche le partenze), in Europa come nelle Americhe, organizzati nella cosiddetta “resistenza”. Per questa parte di lefebvriani, gli accordi col Vaticano non si devono fare (almeno per oggi, domani si vedrà, poiché si tratta pur sempre del “Santo Padre”), la “Chiesa” e il “Papa” devono convertirsi e “raggiungere la Tradizione” che è salvaguardata solamente nelle chiese lefebvriane (la chiesa intesa come edificio che richiama però le “piccole chiese” scismatiche, come ammoniva nel 2000 l’abbé Michel Simoulin). Ovviamente per i “resistenti” la Sede non è vacante e quindi non bisogna avere nulla a che fare coi “sedevacantisti”. Nella migliore delle ipotesi, la considerano una semplice opinione, per nulla vincolante. 
Paradossalmente Mons. Williamson, l’artefice della “resistenza”, negli ultimi anni si è spostato alla sinistra della Fraternità “accordista”, difendendo la validità della “messa nuova” e la partecipazione ad essa (ma non è necessario andare sino in Gran Bretagna per sentire o leggere queste enormità, che fanno rivoltare nella tomba dei sacerdoti come don Francesco Putti, sepolto a Velletri). 
Continuando ad analizzare la situazione, il peggioramento negli ultimi 20 anni, è sotto gli occhi di tutti; si vede come la mentalità lefebvriana non abbia colpito solamente il perimetro ufficiale della Fraternità (quella storica e quella della “resistenza”), ma ha contagiato l’intero “tradizionalismo”, dove ormai è assimilata la convinzione che la Sposa di Cristo sia fallibile, in quanto il magistero dei papi conterrebbe degli errori, con buona pace delle promesse di Nostro Signore. Negli ambienti dell’attuale tradizionalismo prosperano personaggi spuntati dal nulla (non è sufficiente la conversione di una persona per abilitarla a formare altre persone: non tutti sono come san Paolo) che oltre all’errore fallibilista diffondono idee (anche nei convegni organizzati dalla Fraternità ai quali sono invitate) estranee o addirittura contrarie al “buon combattimento” di un tempo, aumentando la confusione e minando i principi dei cattolici in buona fede (a volte però troppo curiosi e girovaghi). 
Vi è poi il gravissimo problema relativo alla validità dei riti delle nuove consacrazioni episcopali e delle nuove ordinazioni sacerdotali, che determina, come conseguenza inevitabile, un forte dubbio sulla validità delle celebrazioni dell’ex Ecclesia Dei e del Summorum pontificum (che fu accolto col canto del Te Deum dalla Fraternità) e dei sacramenti amministrati in quel contesto. Il gravissimo problema si pone anche per i preti diocesani che celebrano e confessano nei priorati lefebvriani senza essere stati riordinati: fa pena e rabbia pensare alle anime che, pur desiderando rimanere fedeli alla Chiesa, si ritrovano in quelle condizioni. Il ritornello lefebvriano “noi facciamo quello che la Chiesa ha sempre fatto” diventa un’insopportabile stonatura. 
Queste mie riflessioni hanno voluto ripercorrere le tappe che hanno portato alla mia decisione, alla luce dello scontro tra la verità cattolica e gli errori del Concilio. Esse probabilmente non saranno gradite a tutti i lettori, ma la verità non si può tacere (conosco dei preti che pur volendo lasciare la Fraternità cambiarono idea proprio per la paura di perdere il consenso di una parte dei fedeli). Il modernismo sa bene che il “tradizionalismo” cattolico, seppur numericamente irrisorio, rappresenta una voce da ridurre al silenzio. Dopo i lunghi anni della persecuzione aperta, durante i quali i sacerdoti e i laici fedeli alla Chiesa hanno subito ogni genere di angherie, è stata scelta la via dell’assimilazione, favorendo il passaggio da un campo all’altro: lo dimostrano la vicende di Alleanza Cattolica e dell’Ecclesia Dei, in particolare della diocesi di Campos. 
L’ultima fase a cui stiamo assistendo, inaugurata da Benedetto XVI, è quella del ‘cammuffamento’. Ratzinger, uno degli ultimi partecipanti al Concilio ancora in vita, ha agito con astuzia nei confronti dell’opposizione, sostituendo agli occhi dell’opinione pubblica i “tradizionalisti” con dei “conciliari” che sembrano tradizionalisti, come già accennato a proposito dei Burke di turno. Inoltre il trucchetto del nuovo messale, fino ad allora mai accettato dai difensori della Tradizione, che è stato presentato come il “rito ordinario” della Chiesa, e in quanto tale accettato da tanti “oppositori” pur di usufruire del “rito straordinario”, ricorda quei colpi di maestro di cui parlava Mons. Lefebvre. 
Coloro che avrebbero dovuto continuare a combattere a viso aperto gli occupanti della Sede apostolica non l’hanno fatto, proprio per quelle incongruità interne sopraelencate: quindi anche tra le file del “tradizionalismo” il sale è diventato insipido
Per tutta questa serie di motivi ringrazio la Madonna del Buon Consiglio di avermi permesso di conoscere e abbracciare pubblicamente la Tesi di Cassiciacum di Mons. Guérard des Lauriers, l’unica spiegazione corretta dell’attuale situazione della Chiesa, e di far parte dell’Istituto Mater Boni Consilii, per poter svolgere il ministero sacerdotale in tranquillità di coscienza. 
Questi vent’anni non sono stati facili, soprattutto all’inizio, e le difficoltà nello svolgere il ministero rimangono, poiché l’Istituto è una piccola opera all’interno della Chiesa, con pochi mezzi e tanti ostacoli. Tuttavia la perseveranza di tante anime che da tempo si affidano all’Istituto, la formazione di nuove famiglie e l’aumento di presenze registrato degli ultimi anni, sono un incoraggiamento a proseguire nella via stretta ma benedetta della fedeltà incondizionata alla Chiesa e al Papato, senza cercare scorciatoie basate sulla prudenza umana. 
Il 30 giugno prossimo, 20° anniversario della Casa San Pio X e del suo apostolato, all’altare del piccolo oratorio dedicato a Maria Ausiliatrice ricorderò al Memento dei vivi tutti i confratelli, i benefattori, i fedeli e gli amici, anche coloro che lo sono stati per un tratto di strada. Al Memento dei defunti pregherò per le anime di tutti coloro che anche grazie al ministero della Casa si sono presentati con l’abito nuziale al giudizio divino e per le anime dei tanti amici e conoscenti defunti. 
Che la Madonna del Buon Consiglio, san Giuseppe e san Pio X concedano il più presto possibile il trionfo della Chiesa sui nemici interni ed esterni e la restaurazione dell’unica liturgia gradita a Dio. In attesa di tutto ciò, invochiamoli per conservarci fedeli dalla parte giusta, che non può che essere quella integralmente cattolica, apostolica e romana. 
 
 

Bergoglio e Marx: lo stano caso delle dimissioni rifiutate

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

Il teologo svizzero Gregor Maria Hoff si dice inorridito dalla decisione di Jorge Mario Bergoglio di non accettare le dimissioni del cardinale Reinhard Marx e mantenerlo come vescovo di Monaco e Frisinga.

Dopo aver ricordato che il porporato ha ammesso la propria colpa nella gestione degli abusi sessuali, sostiene che Bergoglio perde ogni autorità morale mantenendo lo status quo del cardinale tedesco. Ritiene anche che tutto sia stato uno spettacolo, una messa in scena disordinata.

Il professore e teologo svizzero si è dichiarato “scioccato” e “stordito” dalla decisione. Roma, secondo il teologo, si è dimostrato “ancora una volta di non avere nessuna chiara prospettiva di azione di fronte alla crisi degli abusi e alle sue conseguenze”.

Il cardinale Marx aveva ammesso la sua colpa personale e il fallimento sistemico ed era disposto a sopportarne le conseguenze, ma ora Francesco “mantiene lo status quo”.

“Chi accetta la pubblicazione della richiesta di dimissioni del cardinale, si riserva il tempo per la decisione, e poi respinge le dimissioni dopo meno di una settimana, agisce nel migliore dei casi in modo disordinato. Ma se c’è una strategia dietro la corrispondenza da Roma, è disastrosa quanto la precedente politica di chiarificazione nel complesso sugli abusi cattolici”, ha dichiarato Hoff, che parla di un “fallimento sistemico nella guida della Chiesa”. Si mantiene in carica Marx e ora rischia la deposizione il vescovo ortodosso Woelki. “Ed è proprio questo che rende visibile il totale fallimento del sistema”. A quanto pare, in Vaticano non hanno capito la profondità della crisi “e non sembra esserci alcun pensiero su cosa significhi questa decisione dal punto di vista delle vittime”. Per questo, secondo Hoff anche se Francesco non ha accettato le dimissioni, “l’asticella dell’autorità apostolica è stata fissata da Marx”. D’ora in poi, ha detto, “determina il livello di trattamento degli abusi nella Chiesa cattolica”!

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

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