Quando nacque “il sistema della menzogna”

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ma quando prese corpo la Cappa sotto cui viviamo? A riferirci al nostro arco di vita più vicino dovremmo dire nel crocevia tra l’avvento della società dei consumi e della tecnologia di massa, il fallimento del comunismo e le eredità del sessantotto. Nel 1977 fu pubblicato un atto d’accusa di quel clima e di ciò che ne sarebbe seguito; il suo titolo era “Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere”, edito allora da Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani. L’autore era uno scrittore cattolico e conservatore, morto dieci anni fa, Fausto Gianfranceschi. In quel pamphlet che ora rivede la luce per le edizioni Iduna con la prefazione di Renato Besana, era colta la chiave di quel sistema che si fece potere: era individuata nel prevalere dell’irrealtà sulla realtà, sulla natura, sulla storia, sulla tradizione. L’irrealtà si faceva sistema. Del resto l’essenza del comunismo come del politically correct è nell’abolizione della realtà, sottoposta a un canone ideologico correttivo. Gianfranceschi vedeva profilarsi un sistema totalitario, incruento e vischioso, “che tende a riempire tutte le fessure dell’essere”. I suoi tratti essenziali sono ancora sotto i nostri occhi: la distruzione della famiglia, l’uso ideologico della liberazione sessuale, la degradazione del piacere di vivere, il tecno-scientismo, l’oltraggio alla bellezza, la negazione dell’essere. L’autore coglieva anche una novità importante: la rivoluzione non sarebbe più insorta dal basso, dai ceti popolari, ma sarebbe stata somministrata dall’alto, dai ceti dirigenti contro la società naturale e tradizionale. In quel tempo vigeva il marxismo; oggi la rivoluzione ha assunto un’altra piega, si chiama mutazione e non è più rivolta contro il capitalismo nel nome del proletariato. In quegli anni era ancora vivo lo spirito utopico e si confidava nel futuro, a cui si sacrificava il presente e il passato; oggi la cappa al potere sacrifica il passato e il futuro al presente infinito e globale.

Ma chi era Fausto Gianfranceschi? Polemista, narratore, curatore della Terza de Il Tempo. Vorrei dirvi di lui a partire dalla sua fine. Fu una festa d’addio quella che gli facemmo dieci anni fa, poche settimane prima che morisse, senza dircelo nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense a Roma per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con l’affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, che ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con talento e passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti. Con fretta apparente mi congedai da lui, simulando la routine di un saluto che invece sarebbe stato definitivo.

Fausto aveva cominciato la sua antica battaglia contro la morte più di trent’anni prima, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto affrontò a lungo con coraggio e con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la perdita precoce di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della sorte. Sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, “reazionario” come ebbe a definirsi in un libro di aforismi, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. La romanità di Fausto Gianfranceschi, la sua fierezza stoica e cristiana, fece di lui un maestro di carattere e di coerenza; vita come milizia, a viso aperto. Ha scritto saggi e romanzi di qualità, diresse per primo Intervento, la rivista culturale fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante ed esponente della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo. Polemista vivace, pubblicò un tagliente Stupidario della sinistraSvelare la morteandrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia, nei tornanti di nascita e morte, dell’infanzia e della giovinezza. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. “L’umiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione”. Così si presentò Fausto alla pietà del divino.

Oggi si ripresenta a noi per raccontarci dal passato come sarebbe stato il nostro presente, una volta adottato “il sistema della menzogna”, la falsificazione organizzata della realtà e della verità. E per dirci che “manca tutto quando manca il nodo divino che lega le cose”.

La Verità (3 agosto 2022)

Una Cappa ci impedisce di pensare

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QUINTA COLONNA

Ci si sente come don Abbondio, un “[…] vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro […], ma in questo secolo non si parla più di bravacci, di soprusi tangibili, chiaramente additabili, bensì di un clima impalpabile che permea tutto e se ne impossessa subdolamente, una brodaglia di mainstream e di politically correct che monitora attentamente che cosa sia giusto dire, fare. Non è semplice comprendere il contesto e sembra quasi che il nostro obiettivo sia ormai solo quello di ammaccarci il meno possibile e arrivare indenni alla fine della storia.

È il principio della rana bollita di Chomsky e, in fondo, ne siamo tutti consapevoli, d’altronde è così piacevolmente tiepido questo consoChomsky, rana bollita, salute, involucro, spirito, libertà, pensiero liberommé che non vale la pena scalpitare più di tanto e deglutire. Che qualcuno si prenda la responsabilità, di grazia!  Non io che non posso, ho troppo o nulla da perdere.

Marcello Veneziani ne La Cappa, suo ultimo saggio, lo fa, si prende questa responsabilità e da libero pensatore ci aiuta a osservare il presente: “Una Cappa ci opprime, la sua densità ci impedisce di vedere oltre, di leggere dentro. […] Esiste solo ciò che è dentro, tutto è inglobato, e chi vorrebbe esserne fuori, alla fine viene fatto fuori; non espulso, ma evacuato, e non in un altrove, ma nel vuoto dell’inesistenza, cancellato. La nuova inquisizione censura e corregge”.

Le fasi acute della pandemia ci hanno obnubilato, ma la cappa non è solo pandemica. C’era già prima, ma, come Proteo, si adatta ai tempi, alle paure del momento, chiude i cuori e le menti servendosi di elementi nuovi. È un’impalpabile e moderata condizione che brutalmente non permette l’oppure, l’alternativa “Eppure la vita, l’intelligenza, la libertà nascono proprio dalla possibilità d’alternativa. L’intelligenza è la spada che salva o almeno perfora la Cappa asfissiante”.

Si parla di ambiente non di Natura

Grandi temi etici e sociali sono stati delineati proprio escludendo a priori idee alternative; pensiamo all’ambiente, una definizione asettica, neutra, pulita dal terriccio, che prescinde dalla Natura intesa nella sua completezza: “Perché si parla di ambiente anziché di Natura? La Natura è la realtà che noi non abbiamo creato ma che abbiamo trovato, e non dipende da noi. La Natura è un nome antico, originario che comprende con il pianeta tutti i suoi abitanti, compresi noi umani e in quanto tali ci troviamo di fronte alla malattia, alla guerra, a fare i conti con la morte, con quel mistero che abbiamo allontanato al punto da non pensarci più: “L’accettazione della morte come orizzonte della vita è l’unico modo per vivere in libertà, coraggio e dignità, senza paura. Amor fati”.

Attenti solo alla salute dell’involucro

Spaventati, ci siamo così isolati e separati dal nostro io e dagli altri, badiamo alla salute dell’involucro, ci riflettiamo narcisisticamente e onanisticamente allo specchio, curando le sopracciglia e trascurando lo spirito, abbiamo perso la passione e l’attrazione, troppo compromettente e rischioso, preferiamo rinunciare all’amore e ai legami intensi perché comportano dolore, non sono totalmente controllabili. “Il vero organo sessuale è lo smartphone. […] Chi ama se stesso sopra ogni cosa, chi vive nel proprio riflesso, fino ad autoritrarsi di continuo (selfie made man), si defila da ogni rapporto o legame per dedicarsi al culto di sé.” È una storia senza sugo, una mortadella vegana: “Propter vitam vivendi perdere causas, diceva Giovenale, per salvare la vita perdiamo le ragioni della vita stessa”.

Politicamente corretto

Usiamo le parole giuste e il lessico è sorvegliatissimo, ma deformato; cancelliamo ciò che è fuori dai parametri 2030, cancelliamo la storia, perché è imperfetta, anzi, estremamente imperfetta: “Ci sono due modi per stuprare la storia: forzarla nell’attualità o cancellarla fino a negarla. […] C’è una cappa che impedisce ormai di vedere liberamente il passato, gli autori classici e soprattutto la storia, i suoi personaggi ed eventi. Quella cappa cancella tutto quel che non è compatibile, non omogeneo all’oggi. È l’insofferenza per ogni vera differenza: è permessa la variabilità, non la varietà. […] Eleva un punto di vista ad assoluto e perenne: tutto viene relativizzato rispetto a quel punto di vista e tutto può essere rimosso e cancellato in suo nome” Il nostro tempo diventa allora protagonista assoluto e non riconosce altre autorità all’infuori di se stesso.

Bisogna stare attenti a fare le battute, anche con i colleghi, l’ironia è bandita, perché è bandito il contesto, il tessuto complesso e intelligente di strati e registri diversi, in cui un sorriso, un’occhiata aggiustava il peso della parola; ora invece solo gli emoji ci salvano.

Si creano delle crepe, tuttavia, nella cappa e nonostante vengano per lo più additate e stuccate, se ne creano delle altre… e poi altre che fanno filtrare alternative, perché gli analgesici e i palliativi non bastano e la verità si fa spazio, sempre. Nei varchi di dolore, negli spazi di realtà si ode la voce di chi non ha smesso di esercitare un pensiero libero: “E se invece compito del pensatore fosse contraddire il corso dell’epoca, scoperchiare la cappa? […] Non siamo solo corpo e materia ma anche realtà invisibile e simbolica; siamo anime pensanti. Che non ci possiamo nutrire solo di scienza e di tecnica, ma anche di mito, di rito e di sacro. Che non siamo solo il frutto di evoluzione e scambi, ma anche di tradizione e di eredità trasmesse. Che non agiamo mossi soltanto dall’utile ma anche da scopi ulteriori: ricerca del senso, del destino, dell’avventura”.

Pensare sarebbe dunque la vera novità per il tempo che verrà.

Fiorenza Cirillo, 21 marzo 2022

Una Cappa ci impedisce di pensare

 

Quella Cappa che ci opprime

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di Marcello Veneziani

Cosa resterà di questa libertà dimezzata e sorvegliata che stiamo subendo ormai da tempo in regime di pandemia? Resterà la Cappa, che ci avvolge e che ci opprime, in cui si condensano le nubi sparse dei nostri giorni fino a formare una coltre compatta: le restrizioni sanitarie, la vita sanificata e ospedalizzata, il controllo digitale totale, la tracciabilità dei nostri spostamenti, fisici e finanziari, la vita dimezzata nelle sue possibilità, viaggi, relazioni; e poi la guerra civile dei sessi, la guerra mondiale contro la natura, la cancel culture applicata alla storia, il politically correct applicato ai rapporti umani e alla società, le censure al linguaggio, il pensiero unico e prigioniero del modello uniforme…

Facendosi cronici e intrecciandosi tra loro, i diversi fattori convergono e commutano le limitazioni sanitarie in forme di sorveglianza permanente, fino a formare una cappa globale che sembra destinata a non dissiparsi. Con la Cappa stiamo passando dalla società aperta alla società coperta, dove si maschera la parola come il volto e tutto è sotto una rete protettiva. Lo argomento nel mio nuovo libro dedicato a La Cappa, in uscita da Marsilio (pp.204, 18 euro), per una critica del presente.

In che mondo viviamo? Sotto la Cappa tutto perde contorno, confine, libertà, consistenza reale, memoria e visione. I sessi sconfinano e mutano, le differenze scolorano e si uniformano, la natura è abolita, la realtà è revocata, i territori perdono le frontiere; la nuova inquisizione censura e corregge, il regime di sorveglianza globale controlla la vita tramite l’emergenza e la priorità assoluta della salute. Ma anche il passato sparisce, col gran reset della storia e i processi intentati al passato col metro del presente; tramonta ogni civiltà, a partire dalla civiltà cristiana per fari posto a un sistema globalitario; spariscono i luoghi, compresi i luoghi di lavoro, in una società delocalizzata, senza territorio. La schiavitù prosegue a domicilio, con l’home working. Perdendo il mondo, ciascuno ripiega su te stesso, in un selfie permanente; la Cappa favorisce infatti il narcisismo solitario e patologico di massa. Vivi attraverso il tuo cordone ombelicale chiamato smartphone e simili, ti fai icona di te stesso. E intanto deperiscono le proiezioni oltre la propria vita: la storia, la comunità, l’arte, il pensiero e la fede, ogni fede. La Cappa occulta la bellezza, la grandezza, il simbolo, il mito, il sacro, la realtà. Negandoci altre visuali ci nega altri mondi, altri tempi, altre luci. L’uomo, sostengo nel libro, abita cinque mondi: il presente, il passato, il futuro, il favoloso, l’eterno. Se ne perde qualcuno vive male; se vive in uno solo impazzisce. E noi viviamo totalmente succubi del presente, nel nostro orizzonte infinito presente globale.

Immersi nel presente, abbiamo perduto la facoltà di distaccarcene per vederlo nell’insieme e per capirne la direzione e il destino. Così abbiamo perso il senso del presente e non riusciamo più ad avere una visione generale della realtà. Da qui la sensazione di vivere sotto una cappa; visibilità ridotta, voci spente, suoni ovattati. Ne avverti il peso anche se non ha fattezze e non ha confini, non si può misurare, è ineffabile e avvolgente, come la cappa che avvolge gli Ipocriti nell’inferno dantesco; cappa dorata all’esterno ma plumbea e pesante sui dannati. Nel XXIII canto dell’inferno così li descrive: “Elli avean cappe con cappucci bassi dinanzi a li occhi […] Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; ma dentro tutte piombo, e gravi tanto”.

Ho provato a compiere un excursus ragionato benché venato dalla percezione di una profonda Mutazione, tra le follie odierne e i tabù vigenti, tentando una serrata critica per vivere il presente e non subirlo. Viviamo nel peggiore dei mondi possibili, abbiamo raggiunto il punto più basso nella storia dell’umanità? No, non il più basso, semmai il punto di non ritorno. I fattori demografici, ambientali, tecnologici rischiano di essere irreversibili, come le trasmutazioni antropologiche che stiamo inavvertitamente subendo in un corso accelerato verso il postumano e l’intelligenza artificiale.

Occorrerà ridare l’assalto al cielo, come dicevano i rivoluzionari ma stavolta non con la pretesa di scalarlo, come in una nuova torre di Babele, bensì per sgombrarlo dalla Cappa globale. L’assalto sarebbe dunque di segno opposto, per liberare il cielo e non per occuparlo. Liberare il cielo, l’atmosfera, l’aria può avere anche un’implicazione ecologica, ma non è solo una questione ambientale.

Le rivolte, le rivoluzioni sono velleitarie e impotenti e aprirebbero conflitti perdenti con i poteri. L’unico mezzo a nostra disposizione è la spada del pensiero critico, dell’intelligenza libera e ribelle, che non si accontenta del presente e della sua dominazione assoluta. Non disponiamo di altra arma, di altro potere, che la nostra facoltà di capire: l’intelligenza è la spada affilata che salva o almeno perfora la Cappa asfissiante. La maiuscola Cappa, la minuscola spada…

MV, Panorama (n.5)

*Immagine: gli ipocriti con le cappe dorate nell’Inferno dantesco