Verona Pride 2022, Castagna attacca il neo-sindaco: Tommasi cattolico?!

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di Lucia Rezzonico

Il 16 luglio anche Verona, la vedrà il centro della città trasformarsi in “Sodoma” per qualche ora.
Il Responsabile Nazionale del Circolo Cattolico Christus Rex-Traditio, Matteo Castagna interviene sull’argomento:
“anche se preparata da tempo, la sfilata dell’orgoglio sodomita pare sentirsi galvanizzata da una nuova amministrazione, che come primo atto, addirittura prima dell’insediamento, dimostra che la sua priorità è farsi vedere vicina ai promotori della “normalizzazione” dei desideri impuri contro natura, che la comunità LGBT vorrebbe riconosciuti in forme parificate al matrimonio, con tanto di adozione di bimbi. Spacciando tutto questo per “diritti civili” (sic!)”.
“Fa sorridere – dice Matteo Castagna con ironia – sentir parlare ancora di discriminazione categorie che, oramai, sono più coccolate e tutelate dalle Istituzioni dei panda in via d’estinzione…”
“Ma ciò che appare curioso è il dato politico. Il neo-sindaco Damiano Tommasi, che parteciperà al carnevale estivo di “Sodoma e Gomorra” (auguriamoci non blasfemo come a Bergamo, Milano, Cremona ecc.), si dichiara cattolico e nello stesso tempo è favorevole alla città arcobaleno. Dunque vale anche per Tommasi il passo evangelico: “Non vi ingannate: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gli omosessuali, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né gli oltraggiatori, né i rapinatori erediteranno il regno di Dio” (1 Corinzi 6: 9, 10) ??? 
Oppure è esente dal rispetto del Cattolicesimo? Cattolico o gay friendly? Cattolico o favorevole a coloro che rappresentano “Gesù gay” e la “Santa Vergine Maria come una prostituta”?
Castagna conclude: “Ho letto che qualcuno ha parlato di cambio di passo rispetto al passato. Credo sia una speranza che fa almeno tenerezza, perché Verona è sempre la stessa, e non cambia per un errore di percorso della politica di Palazzo. La Famiglia è una sola; è quella che permette anche agli omosessuali di avanzare assurde pretese, ed è composta da mamma, papà e figli. La biologia è questa, o  diventerà anch’essa “omofoba” per legge?”
Hanno ripreso parte del comunicato: Il Fatto Quotidiano, L’Arena, Il Corriere del Veneto e altri
– Articolo a pag. 13 de l’Arena del 14/7/2022

RISCOPRIAMO JOSE’ ANTONIO PRIMO DE RIVERA: El Cid in camicia azzurra

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I caduti per la Tradizione e per la sua Rivoluzione sono molti, e non tutti sono conosciuti. Per questo meritano l’attenzione di noi vivi, per essere riscoperti e cercati affinché questo mondo non perda coraggio e il loro percorso terreno non sia visto come “casuale” per finire disperso, poi, come cenere nell’aria. C’è un disperato bisogno di eroi, è il cielo che con la sua pioggia incessante ce lo urla, è la vita quotidiana che con le continue restrizioni che subisce ce ne sta dando atto, sono le voci di tutti quei caduti, ribelli, rivoluzionari, camerati ed eroi d’altri tempi che ci chiamano silenziosamente ma con forza all’appello. Perché l’antica catena che ci lega ai nostri avi non si interrompa, e questo mondo non sprofondi definitivamente nel baratro dell’anti-tradizione, senza più radici e valori, ma solo con dati digitali e chiacchiere.

Per questo la figura limpida, solare, sconosciuta quanto stupefacente di Josè Antonio Primo de Rivera e del suo movimento – la Falange spagnola – sono per noi figure degne di ricordo e meritevoli di una riscoperta che, siamo certi, possono indicare ancora oggi una strada per una concreta rinascita, oltre la crisi a cui il sistema ci sta imponendo di soccombere.

È il 20 novembre 1936, la guerra civile che dilania le membra della millenaria Spagna e del suo popolo è iniziata solo da 4 mesi, ma i morti e la durezza della guerra sono all’ordine del giorno. Il giovane Josè Antonio Primo de Rivera è stato incarcerato dal governo comunista perché colpevole di essere il capo del movimento che dà più filo da torcere alla dittatura che vorrebbero instaurare in Spagna. La “Falange” infatti è un movimento giovanile e rivoluzionario che, basandosi sulla difesa dell’identità della Spagna Cristiana, raccoglie attorno a sé giovani, uomini e donne, lavoratori, soldati, intellettuali, unendo il popolo sotto i simboli e i valori della Tradizione e sbalordendo così chi vorrebbe fare della Spagna una terra atea e lontana dal suo antico retaggio di cultura e bellezza spirituale per abbracciare la retorica (malata) del comunismo e dell’anarchia. Il popolo è diviso in una guerra che vede contrapposti padri e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, fronteggiandosi a vicenda.

Primo de Rivera, consapevole delle sue radici, vuole pacificare il suo popolo e ridargli “Patria, pane e Giustizia” attraverso la lotta che la Falange svolge in tutta la nazione. Ha 33 anni ed è già un avvocato di successo; ma la lotta che ha deciso di intraprendere per la liberazione della Spagna vale più della sua stessa vita. È ispirato dagli eroi nazionali e dai Santi che lo hanno preceduto: è figlio di una visione del mondo solare, non vuole e sente di non poter vedere morire la sua terra, ammalatasi per mano dei pigri e degli indolenti, dei capitalisti e degli approfittatori, nonché di tutti quelli che vedono nel materialismo la sola ragione di vita, ergendo il comunismo a nuovo vangelo e la divisione ideologica come nuovo modo di costruire la società. Primo de Rivera era l’avvocato dei poveri: anche se di buona famiglia non era interessato ad altro che non fosse la crociata per riconnettere spiritualmente la Spagna e le sue popolazioni a quell’antica eredità e missione che l’ha fatta trionfare e splendere.

Con i suoi discorsi ha infuocato gli animi, con gli articoli ha illuminato le menti dei suoi connazionali. I falangisti, lottando nelle strade delle città e dei villaggi, riuscirono a dar vita al solo movimento anti-ideologico, nato per superare le categorie politiche e le loro divisioni, per ridare pace e forza alla terra di Spagna contro gli interessi dei politicanti che stavano giocando sulle vite e le speranze del popolo. Da questo si può capire perché questo giovane spagnolo fosse soprannominato “el Cid in camicia azzurra”: el Cid come il mitico cavaliere e condottiero medievale spagnolo, vissuto tra il 1040 e il 1099, pseudonimo di Rodrigo Díaz de Bivar, nobile castigliano, guerriero e figura leggendaria della Reconquista spagnola, signore di Valencia dal 1094 fino all’anno della sua morte. E “in camicia azzurra” perché quella fu la divisa scelta dai falangisti per identificarsi. Un nuovo eroe era nato e stava vivendo in Spagna. La sua vita era per la lotta e questa era dedicata alla nuova “Riconquista” religiosa ed eroica del paese.

Ma proprio il 20 Novembre del 1936, a soli 33 anni, il fondatore della Falange spagnola baciava col sangue il suolo della sua amata terra, seguendo lo stesso percorso degli eroi nazionali che nei secoli lo hanno preceduto, e che lo hanno ispirato all’azione durante la vita.

«Vogliamo meno chiacchierio liberale e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispecchia la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, il portatore di valori eterni; quando lo si considera come l’involucro corporeo di un’anima che è capace di condannarsi o di salvarsi. Solo quando si considera così l’uomo, si può dire che si rispetta veramente la sua libertà e ancora di più se questa libertà si completa (come noi vogliamo) in un sistema di autorità, di gerarchia e di ordine».

Con queste parole, solo 3 anni prima della sua fucilazione, Primo de Rivera dava vita al movimento Falangista, e anche se la sua giovane vita venne spezzata dalla scarica dei fucili nemici, i suoi camerati non si fermarono.

 

 

Nei tre lunghi anni di guerra civile il vasto lavoro culturale e il martirio di José Antonio e di molti altri suoi legionari non fu vano, infondendo nei falangisti ardore e determinazione che, appunto, permetterà alla parte migliore del popolo spagnolo la tanto profetizzata “Reconquista” contro i barbari nemici al servizio dell’anti-tradizione.

Per questo è giusto ricordare un passo dell’inno della Falange che veniva cantato, liberando dal comunismo le città divenute trincee:

«Se ti dicono che sono caduto,

me ne sono andato al posto che c’è lì per me.»

Ad 85 anni dal sacrificio, la figura di José Antonio Primo de Rivera non può che brillare ed indicarci la strada da seguire, in un mondo così buio.

Comunicato del Circolo “Christus Rex-Traditio” sul Motu Proprio “Traditionis Custodes”

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COMUNICATO DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO CIRCA IL MOTU PROPRIO “TRADITIONIS CUSTODES” DI J.M. BERGOGLIO

Il Motu Proprio “Traditionis Custodes” (visto il contenuto, questo nome sembrerebbe una presa in giro) di Bergoglio sulla “Messa in latino” fa chiarezza: rompe l’ambiguità dei suoi due predecessori, determinando l’impossibilità della convivenza sotto la stessa Chiesa delle due “lex orandi” perché non sono espressione della stessa “lex credendi”.
Noi Cattolici fedeli alla Tradizione riuniti nel Circolo “Christus Rex” lo sosteniamo da sempre: la “s-messa” di Montini, o Novus Ordo, è il rito espressione della fede ecumenista e criptoprotestante del Conciliabolo Vaticano II, mentre la Messa di San Pio V è l’espressione solenne della Fede Cattolica, Apostolica, Romana, come lasciataci da Gesù Cristo e sancita da tutto il Magistero Perenne dei Papi.
Questo Motu Proprio non è per noi cattolici del piccolo gregge rimasto fedele, nonostante lo tsunami conciliare. Per cui, per noi non cambia nulla, né per i sacerdoti che sono o vorranno finalmente dichiararsi “non in comunione” con la “Contro-Chiesa conciliare” e i suoi rappresentanti, seppur occupanti i Sacri Palazzi. La restaurazione arriverà, perché è stato predetto. “Le porte degli Inferi non prevarranno!”
Rompendo duramente l’ambiguità, Bergoglio crea una frattura con coloro che già vivevano col mal di pancia sotto la sua giurisdizione, inducendoli a una scelta coraggiosa ma conforme al Depositum Fidei, che potrebbe dimostrarsi provvidenziale: o con il piccolo gregge rimasto fedele Cattolico Apostolico Romano Integrale o con la “Contro-Chiesa ecumenista conciliare“. Il Signore saprà ricompensare la loro fedeltà, con le Grazie necessarie, spirituali e materiali, di cui non mancano mai i Suoi figli devoti.
Viva Cristo Re, Viva il Papato Romano!
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NOTA IMPORTANTE, A MARGINE DEL COMUNICATO
Ciò che hanno scordato i “novatori”, da Montini a Bergoglio: “…Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano – dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.”
Papa San Pio V, Bolla Quo Primum Tempore, 19 luglio 1570 (ad pertetuam rei memoriam!)
17 Luglio 2021
Il Circolo “Christus Rex-Traditio”

Intervista a don Francesco Ricossa: approccio cattolico alla crisi attuale

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Come Circolo Christus Rex-Traditio ci riconosciamo nelle parole di don Francesco Ricossa in questa intervista, soprattutto nella parte in cui parla, con la saggezza dell’ uomo di Dio, dell’approccio giusto e cattolico con cui affrontare la quotidianità: la pace interiore del vero cattolico, pensare a fare bene i propri doveri quotidiani e…chi ne ha la propensione, portare nella vita sociale e politica dei principi cattolici. 

Segnalazione del Centro Studi Federici

Intervista a don Francesco Ricossa (13/5/2021)

Un consiglio cattolico al premier Mario Draghi

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di Matteo Castagna

 
“Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti” – sosteneva Gilbert Keith Chesterton.
 
La proprietà privata è importante, così come il principio di sussidiarietà, che rende equa una società sbilanciata tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Soprattutto in questo periodo di crisi economica, dovuta alla pandemia ed alla rimodulazione dell’economia globale, la dottrina sociale della Chiesa può costituire il principio cardine di chi ha costruito la sua formazione in un collegio gesuita. Il “principio di sussidiarietà” è un principio antropologico che esprime una concezione globale dell’uomo e della società, in virtù del quale è la persona umana ad essere fulcro dell’ordinamento giuridico, intesa sia come individuo sia come legame relazionale; altresì viene intesa in senso politico come solidarietà tra le comunità e interazione tra i poteri.
 
Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. (…) Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii”. Sono parole del Prof. Mario Draghi allo scorso Meeting di Rimini. Sull’Osservatore Romano del 9 luglio del 2009, titolo: “Non c’è vero sviluppo senza etica”, Draghi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, paragona il pensiero economico alle varie Encicliche ed esprime giudizi importanti sul pensiero economico contemporaneo: “Negli ultimi decenni l’espulsione dell’etica dal campo d’indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l’esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti. È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che sottolinea l’importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari”.Uno sviluppo di lungo periodo – scrive a conclusione del suo contributo sull’Osservatore – non è possibile senza l’etica”. 

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L’atteggiamento giusto del cattolico davanti alla pandemia Covid-19

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di Matteo Castagna

L’EQUILIBRIO È LA MISURA DEL BUON CATTOLICO: CI DISTINGUIAMO PER LA FIDUCIA NELLA SCIENZA CHE NON CONTRADDICA LA RAGIONEVOLEZZA  E SANTIFICHIAMO IL MOMENTO PRESENTE!

Possibile che l’atteggiamento del cattolico del Terzo Millennio sia identico a quello del litigioso “no vax” o “no mask”, che passa compulsivamente le giornate da un telegiornale all’altro, da un social al sito che la spara più grossa, quasi a voler far la gara a chi spara per primo la sentenza più roboante e catastrofica, da autentico “profeta” dei nostri tempi? (abbiamo già avuto modo di scrivere sui media e dire in TV che il negazionismo è una posizione idiota! Chi nega l’esistenza del virus, nega la realtà, è un alienato che provoca inquietudine e rischi alla stregua del Pensiero Unico, di cui è il maldestro risvolto della medaglia)

Siamo, davvero, chiamati a fare i cavalieri dell’Apocalisse “de noantri”, senza renderci conto di quanto abbassiamo il livello donatoci dalla fede e di quanto, in tal modo, voliamo basso?

D’altro canto, siamo tenuti, forse, a berci tutto ciò che i media mainstream ci propinano, con lo spirito acritico dell’ebete? Certamente no.

L’equilibrio è la misura del buon cattolico: ci distinguiamo per la fiducia nella scienza che non contraddica la ragionevolezza, che viene dopo l’analisi dei fatti alla luce ed in una prospettiva di fede.

Sant’Agostino insegnava: “Concedimi, Signore, di essere perseverante nel Bene, semplice, ma non incline alla stupidità. Fa’ che non giudichi sulla base di soli sospetti e mantenga una pace sincera, senza indulgere al male”.

Il discepolo prediletto di Gesù, San Giovanni diceva: “Nos ergo diligamus Deum!” (noi, dunque, amiamo Dio!). Anche noi, per poter amare Dio dobbiamo sforzarci di santificare il momento presente.

Non preoccupiamoci, inutilmente, del passato e del futuro, ma concentriamo tutta la nostra buona volontà sul momento presente, il solo che Dio ci accorda, sul quale possiamo appoggiarci e di cui dobbiamo disporre per assicurare il nostro avanzamento, nel cammino che conduce a Dio, nostro fine ultimo, meditando su quanto tutto il resto sia effimero.

Perché queste inquietudini per l’avvenire, a detrimento delle sollecitudini per il presente? Non vedete che a tormentare così la vostra anima, si perde tempo? Santificare il momento presente, vuol dire identificare in qualche maniera la nostra volontà con quella di Dio. Continua a leggere

Fontana sui figli di coppie gay: “Maternità surrogata è vietata, stop riconoscimenti”

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Fontana sui figli di coppie gay: "Maternità surrogata è vietata, stop riconoscimenti"“NOI, FIERI DI UN AMICO MINISTRO, CHE NON CERCA GLI APPLAUSI DEL MONDO, MA VUOLE CONTRIBUIRE AL BENE COMUNE, SECONDO DOTTRINA CATTOLICA” (Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex).

Il ministro della Famiglia ha anche annunciato novità sugli affidamenti. Salvini: “Difenderemo il diritto del bambino ad avere una mamma e un papà”. Vendola: “Nessuno potrà cancellare i nostri figli”. E Appendino: “Continueremo a registrarli”

ROMA –  Stop al riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso nati all’estero grazie a pratiche vietate in Italia come la maternità surrogata. Lo ha sottolineato il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, ascoltato dalla Commissione Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero: “Rilevo come l’attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell’iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all’estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere”, ha detto il ministro, che già il giorno del giuramento del governo Conte aveva liquidato la questione dei figli delle coppie omogenitoriali affermando che secondo lui le famiglie arcobaleno “non esistono”Continua a leggere

Guareschi, del ’68 se ne fece un baffo

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di Marcello Veneziani

Come oggi (ieri per chi legge, n.d.r.), cinquant’anni fa, nel fatidico ’68, se ne andò all’altro mondo Giovannino Guareschi. Lasciò il mondo piccolo che aveva descritto come pochi, per raggiungere il mondo grande, quello dove abitava quel Signore che nella sua Casa dava consigli a un suo focoso dipendente in terra, don Camillo. Così almeno racconta Guareschi.

Se ne andò presto, Giovannino, a 60 anni, dopo una vita travagliata, tra campo di concentramento, carcere sotto il fascismo e sotto l’antifascismo, più una caterva di libri tradotti in tutto il mondo, di film assai popolari che rappresentarono quell’Italia favolosa del dopoguerra, e di avventure a mezzo stampa, come il suo impertinente Candido che ebbe un ruolo decisivo nella disfatta del fronte popolare socialcomunista alle elezioni del ’48.

Giovannino morì il 22 luglio del ’68 ma fece in tempo a scrivere il suo ultimo don Camillo dedicato ai giovani d’oggi. Il libro uscì postumo e segnava lo stridente contrasto tra il vecchio comunista Peppone (che l’anticomunista Guareschi aveva reso simpatico con la sua prorompente umanità), il coriaceo don Camillo e un giovane contestatore zazzeruto, che viaggiava in moto con borse borchiate e sfrangiate e un giubbotto nero con teschio e scritta “Veleno”. Che diventa per Guareschi il soprannome del ragazzo e anche la metafora della Contestazione. Giungono in paese a Brescello anche “i cinesi” che sconvolgono le geometrie ideologiche dell’italo-stalinista Peppone e spiazzano pure quelle religiose del parroco. Guareschi collega la contestazione all’avvento della società dei consumi. Per lui l’antagonismo tra i due fenomeni è solo occasionale, apparente, non sostanziale. Il consumismo divora il piccolo mondo antico e le vecchie fedi, ma cattura Peppone che lascia la bici e gira in spider rossa. Il consumismo è l’habitat del sessantotto. Continua a leggere