Apriamo il Messale romano: la Settimana Santa

Segnalazione del Centro Studi Federici

Pillole di liturgia a cura di don Ugolino Giugni, IMBC.
Episodio 1: Il tempo di Passione.
 
Episodio 2: Le Cerimonie del Giovedì Santo.
 
Episodio 3: Le Cerimonie del Venerdì Santo.
 
Episodio 4: Le Cerimonie del Sabato Santo.
 
Episodio 5: Il Canto dell’Exultet.
 
Episodio 6: Il Tempo Pasquale.
 

La Passione di Cristo e della Chiesa

Segnalazione del Centro Studi Federici

Quando il Salvatore, «inclinato capite, emisit spírítum», ben pochi se ne accorsero, e tra questi pochi, la grandissima maggioranza gli era nemica. Certamente a Gerusalemme non si parlava d’altro; ma che, fuorchè forse una decina di persone in tutto, chi troviamo presso alla sua croce a soffrire con Lui, e per Lui, mentre Egli soffriva per noi e a causa nostra ? Il resto o lo malediceva; o diceva : ben gli sta; o se ne disinteressava ; o, infine, si limitava a una compassione sterile, di vago umanitarismo. Non dovremmo mai dimenticare, noi che del nome di Cristo abbiamo fatto il nostro nome e ci chiamiamo perciò cristiani; noi che viviamo la nostra vita eterna, e cioè cristiana, con più intensità che non la nostra vita terrena, e in questo mondo cerchiamo un altro mondo; noi non dovremmo — dicevamo — mai dimenticare la tremenda solitudine nella quale moriva Gesù.
 
Moriva per gli uomini, ucciso dagli uomini; moriva per amore degli uomini, odiato dagli uomini: e nessuno, o quasi nessuno, gli era accanto, almeno con un cenno, un grazie, a prender atto della sua carità, ad accorgersi del suo amore. Amare e non essere amato è già molto grave, ma Gesù amava ed era odiato. Sulla sua croce l’aveva innalzato il suo amore per gli uomini e l’odio degli uomini per Lui. Se dunque qualcosa rompeva la solitudine non era l’amore ma l’odio. Una siepe di odio circondava la sua croce.
 
Il nostro dovere, in questo giorno anniversario, consisterà nel non lasciar solo Cristo, ma accorrere vicino a Lui, nell’ora in cui Egli morì, e accorrere con l’amore. Un amore per Lui, che sia simile’ al suo amore per noi, o per lo meno si proponga d’imitare quel suo amore. Accade, molto spesso, che molti cristiani non si rendono conto in nessun modo d’essere stati oggetto di tanto amore da parte di Cristo, e si contentano di avere, di Gesù, una cognizione così vaga, così scarsa, così per aria, che si vergognerebbero d’averne una simile di un loro conoscente.

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La grotta dell’arresto Gesù al Getsemani

Segnalazione del Centro Studi Federici

Nella valle del Cedron, a pochi passi dalla Basilica dell’Agonia, verso nord, attigua quasi alla Tomba della SS. Vergine, vi è la Grotta del tradimento e dell’arresto di Gesù. Era il luogo, come narra il Vangelo, ove abitualmente Gesù, durante i suoi soggiorni a Gerusalemme, si ritirava coi suoi Apostoli per dividere con essi il pasto frugale e riposarsi durante la notte. Si può quindi considerare come la sua casa a Gerusalemme. 
 
In questa Grotta Gesù condusse per l’ultima volta gli undici Apostoli dopo l’ultima cena. Qui lasciati gli otto, prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse poco lontano, verso mezzogiorno, tra gli ulivi, dove in parte furono testimoni della sua agonia. Dopo la terza preghiera nell’orto, Gesù fece ritorno alla Grotta coi tre prescelti; lì venne tradito da Giuda e abbandonato in mano dei suoi nemici. 
 
Questa Grotta, santificata tante volte dalla presenza di Gesù e degli Apostoli, fin dai primi secoli della Chiesa, fu un luogo di predilezione per i fedeli, che la circondarono della venerazione più profonda. Solenni peregrinazioni e grandi funzioni liturgiche vi compivano il clero e i fedeli di Gerusalemme, come attesta S. Silvia nel 288. 
 
Ancor oggi è una delle mete preferite dalla pietà dei pellegrini, che visitano il Paese di Gesù. È l’unico monumento che abbia conservata intatta la sua primitiva fisionomia, quella che aveva al tempo di Gesù. Le pitture che ornavano una volta le sue ineguali pareti son quasi del tutto scomparse; e il mosaico che tappezzava il pavimento ha lasciato soltanto qualche traccia. In ogni punto apparisce la roccia con gli stessi contorni e con lo stesso aspetto che presentava nell’ultima notte che accolse Gesù. 
 
Al tempo di N. S. si saliva a questa Grotta, che era rischiarata dalla luce che filtrava dall’entrata. Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 e per le rovine accumulate dalle invasioni dei secoli seguenti, il livello del terreno intorno alla Grotta si è notevolmente alzato, tanto che oggi vi si scende per una scala di nove gradini, e per rischiararla fu necessario aprire un foro nel soffitto roccioso, che è sostenuto da tre pilastri naturali e da tre altri in muratura. 

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Mese di marzo: il Sacro Manto a san Giuseppe

 

Segnalazione del Circolo Studi Federici

Il mese di marzo è tradizionalmente dedicato a san Giuseppe: segnaliamo un opuscolo che può favorire la devozione al Patrono della Chiesa Universale.
Il Sacro Manto in onore del Patriarca San Giuseppe, Centro Libraio Sodalitium (14 pagine, 3,00 euro).
 
Il Sacro Manto è un particolare omaggio reso a San Giuseppe, per onorare la Sua persona e per meritare il Suo patrocinio. Si consiglia di recitare queste orazioni per 30 giorni consecutivi, in memoria dei trent’anni di vita vissuti da San Giuseppe in compagnia di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Sono senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe. Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) ha lasciato scritte queste parole illuminanti: “Chi vuol credere, faccia la prova, affinché si persuada.” 
 

La Via Dolorosa

Segnalazione del Centro Studi Federici
Tra le strade della vecchia Gerusalemme, una soprattutto attira l’attenzione e commuove il cuore del pio pellegrino; è la Via Dolorosa. Essa segna il cammino percorso dal Redentore, carico della Croce, dal Pretorio di Pilato al Calvario. Dalle 14 stazioni che lo compongono, nove sono scaglionate lungo le vie della città e ricordano gli episodi più salienti del dramma della Croce ; alcuni registrati nel Vangelo, altri tolti da antichissime tradizioni. Se questo pio Pellegrinaggio fatto in una chiesa desta sempre profonda commozione, il lettore può facilmente comprendere quali sentimenti agitano il cuore rifacendo realmente il cammino percorso da Gesù in quel triste pomeriggio oppresso dalla Croce; seguendo i passi della sua SS.ma Madre, delle pie donne, del discepolo che Egli amava. 
A Gerusalemme, ogni venerdì alle tre del pomeriggio, la comunità Francescana di S. Salvatore, con alla testa il Rev.mo Padre Custode, compie il pio pellegrinaggio per le vie della città; seguendo le orme di Gesù, pregando e meditando. I pellegrini che visitano il Paese di Gesù non rinunciano mai al conforto spirituale di seguirne il mesto tragitto; non è raro il caso di romei, che vi prendono parte a piedi scalzi, in segno di estremo rispetto verso l’aspro sentiero battuto un giorno dal maestro Divino, sotto il legno del suo supplizio. Allora lo spettacolo assume una forma più solenne e commovente. Ad ognuna delle 14 stazioni, che ricordano i singoli episodi della passione di Cristo, un Francescano legge una pia riflessione e recita una breve preghiera. 
Una tradizione antica e assai radicata dice che la beata Vergine, che dimorò in Gerusalemme e vi chiuse i suoi giorni all’ombra del S. Cenacolo, visitava giornalmente i luoghi che furono testimoni della passione del suo Divin Figliolo. 
Senza dubbio, i discepoli di Gesù e i primi Cristiani visitarono frequentemente quei Santi Luoghi, e ne tramandarono la memoria ai loro discendenti. È noto infatti quanto gli orientali siano attaccati alle tradizioni. Ne fa fede anche il Vangelo. 
La prima stazione ha luogo nell’area del Pretorio di Pilato. Questa località si trova all’angolo nord-ovest della spianata del Tempio, dov’era la famosa Torre Antonia. Gli ultimi scavi hanno riconfermato in modo irrefragabile l’antica tradizione Francescana riguardante il luogo del tribunale di Pilato. 
Qui si radunò, in quel lontano mattino del primo venerdì Santo, la plebaglia giudaica, istigata dai sacerdoti, dagli scribi e dai farisei, mentre gli sgherri del Sinedrio presentavano il Nazzareno al rappresentante di Roma perchè confermasse la sentenza di morte già pronunciata. Qui si svolse il drammatico dialogo fra il Procuratore Romano e la folla tumultuante. Qui risuonò il grido diabolico — Barabba! ! ! 
L’area oggi è occupata in parte da una scuola mussulmana; nel cortile di questa scuola ha principio la Via Crucis. I fedeli hanno quindi la soddisfazione d’inginocchiarsi e pregare nel luogo stesso dove il Figlio di Dio fu interrogato dal suo giudice, che, dopo averlo riconosciuto e proclamato innocente, lo diede in mano ai giudei. 
In questo stesso luogo Gesù fu ricondotto dai soldati dopo la flagellazione e la coronazione di spine. La scala che Gesù salì e scese parecchie volte durante il processo fu trasportata a Roma e si venera presso la Basilica di S. Giovanni. È conosciuta sotto il nome di Scala Santa. I pii visitatori l’ascendono in ginocchio. 
Il luogo della flagellazione e quello dell’imposizione della Croce è segnato da due graziose cappelle, funzionate dai Padri Francescani. In quella dell’imposizione della Croce vi si vedono parti dell’antico pavimento di pietra del cortile (lithostrotos del Vangelo), dove sostava il popolo e i sacerdoti, quando alla vista di Gesù flagellato gridarono: « crocifiggilo, crocifiggilo: Il suo sangue cada su di noi e su i nostri figli! » È la seconda stazione. Vicino al convento Francescano della Flagellazione vi è l’arco detto dell’Ecce Homo. Esso conserva alla venerazione dei fedeli le due pietre del cortile sulle quali, secondo la tradizione, si trovavano Gesù e Pilato, quando questi lo mostrò al popolo tumultuante con le parole: « Ecce Homo ». 
La terza stazione, che ricorda la prima caduta di Gesù, ha luogo dopo un corto tragitto, all’incrocio della Via Dolorosa con quella che scende da Porta Damasco. Una colonna di marmo abbattuta indica da tempo immemorabile il luogo della prima caduta del Divin Salvatore. A pochi passi più innanzi vien mostrato il luogo tradizionale del commovente incontro di Gesù con la sua SS.ma Madre. 
Gli Armeni Cattolici hanno costruita una bella chiesa dedicata a « Nostra Signora dello Spasimo » in onore dello strazio che la Vergine Santa provò nel vedere il suo Figliolo che s’incamminava verso la morte. 
Nella cripta di questa chiesa esiste un grande mosaico che porta nel centro l’immagine di due piedi, che si vuole indichino il posto dove si trovava la Madre di Gesù quando le passò davanti il suo Divin Figlio carico della Croce…. 
Questo mosaico è anteriore al secolo VII, ed è una prova della tradizione che localizza l’ incontro di Maria col suo Divin Figlio. Con quanta emozione si ripetono i versi di fra Iacopone: 
 
Qui est homo qui non fleret, 
Matrem Christi si videret 
In tanto supplicio? 
Quis non posset contristari 
Christi Matrem contemplari
Dolentem cum Filio? 
 
Durante l’angoscioso incontro di Gesù con Maria, giungeva dalla campagna entrando in città per la porta dei pesci uno straniero di nome Simone, nativo di Cirene in Libia. Forse era un proselita ebreo; probabilmente un ammiratore di Cristo. I soldati, vedendo Gesù sfinito, obbligarono a viva forza il Cireneo a portare la Croce lungo il ripido pendio che sale al Calvario. Una piccola cappella Francescana ricorda questa quinta stazione. In essa ogni venerdì vien celebrata la S. Messa e nel Venerdì Santo è meta di continue visite. A questo piccolo Santuario che ricorda l’incontro di Gesù col Cireneo, è legata la più antica memoria di uno dei primi conventi Francescani in Gerusalemme, che risale al 1294. Mirabile e provvidenziale coincidenza per chi riflette che i Francescani portarono pazientemente ed eroicamente, attraverso i secoli della più triste barbaria mussulmana, la croce del loro Divin Maestro. 
A circa ottanta passi più avanti un frammento di colonna incastrata nel muro indica la sesta stazione. È il luogo tradizionale della Casa di S. Veronica. Questa nobil donna, vedendo passare Gesù, si infiltrò arditamente tra i soldati e la folla minacciosa, e con un lino asciugò il volto del Divino paziente coperto di polvere e di sangue. 
Gesù, volendo ricompensare l’atto gentile, vi lasciò impressi i lineamenti del suo volto augusto. Su rovine antiche, che, secondo gli archeologi, sono anteriori all’epoca romana, i Greci Cattolici nel 1875 innalzarono una bella Chiesa, dedicandola a S. Veronica. Il Velo della Veronica, portato a Roma da S. Elena, madre di Costantino, è conservato nella Basilica di S. Pietro e viene esposto nel Venerdì Santo. 
Dalla sesta stazione la Via Crucis si fa assai ripida. Dovette quindi riuscire particolarmente faticosa a Gesù, che cadde una seconda volta. 
In questo luogo si apriva una parte della città, che metteva nella campagna. Ad una delle colonne del portico interno venne affissa, secondo il costume degli antichi, una copia della sentenza di morte pronunciata contro il Re dei Giudei. 
Per questo i Cristiani la chiamarono Porta Giudiziaria. Varcandone la soglia Gesù, spinto dalla folla, cadde. Una doppia cappella, edificata e funzionata dai Francescani, racchiude una delle colonne dell’antica porta, testimone silente della caduta di Gesù. Settimanalmente viene celebrata la Santa Messa e nel primo venerdì di Quaresima è meta di una solenne peregrinazione. 
Narra il Vangelo che dietro il Redentore veniva una gran folla di popolo e un gruppo di donne che lo piangevano e lo compassionavano. Rivolto ad esse, Gesù disse loro: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me; ma su voi stesse e sui vostri figlioli! — È l’ottava stazione segnata da una croce latina incastrata nel muro a pochi metri della Porta Giudiziaria. Qui attualmente la via è intercettata da un monastero greco scismatico di S. Caralambos. Bisogna fare un lungo giro attraverso il bazar per raggiungere la nona stazione ; indicata da un fusto di colonna incastrata presso la porta di una chiesa Copta, dietro l’abside della Basilica del S. Sepolcro. Qui è il luogo della terza caduta di Gesù. L’animosità dei Copti contro i latini tese in questo luogo parecchi agguati. L’ultimo, più clamoroso e sanguinoso, fu nel 1926 e vi rimasero feriti Francescani e Suore. 
Altre quattro stazioni della Via Crucis sono fatte al Calvario. Sul piccolo promontorio roccioso, dalla forma di un cranio, Gesù venne spogliato dalle sue vesti (X stazione) e confitto in croce (XI stazione). Questa è segnata da un altare appartenente ai Francescani, il quadro del quale rappresenta la scena della crocifissione. Lì dopo tre ore di spasimi, morì alla presenza della Sua Madre; quando venne deposto dalla croce da Giuseppe e da Nicodemo, lo accolse tra le sue braccia. Sotto l’altare greco si vede ancora il foro dove fu piantata la croce (XII stazione); a destra e a sinistra, due dischi di marmo nero, indicano il luogo della croce dei due condannati con Gesù. Presso il medesimo altare si vede la spaccatura della roccia che si prolunga nella cappella inferiore. Fra l’altare della crocifissione e quella dove fu piantata la Croce, vi è un terzo altare che ricorda il posto in cui stava la SS. Vergine e dove ricevette tra le braccia il corpo di Gesù (XIII stazione). L’ultima stazione è al sepolcro, distante dal Calvario una ventina di metri. Quando S. Elena costruì la Basilica fece isolare la roccia nella quale era scavata la Tomba. Ora questa rivestita di marmo è chiusa in un tempietto che sorge nella rotonda della grande Basilica. In quella tomba fu posto da mani riverenti il corpo martoriato di Gesù la sera del Venerdì Santo; da quella tomba uscì glorioso e trionfante la mattina di Pasqua. 
 
Tratto da: L’Almanacco di Terra Santa pel 1936, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 38-41.
 

 

Siris, l’Isis cerca la rivincita

Segnalazione del Centro Studi Federici

Attacchi condotti nel 2020? 593. Uccisi in queste azioni 901 uomini delle Forze Democratiche Siriane (Sdf, le milizie di curdi, arabi e siri riunitesi nel 2015 sotto l’egida degli Usa), 407 soldati dell’esercito siriano e 19 miliziani di altri gruppi.. La geografia di questi attacchi? Per la maggior parte intorno a Deir-ez-Zor (389), poi Raqqa (59), Hasakah (39), Homs (38), Aleppo (36) e Dar’a (29). Questi, almeno, i dati diffusi da Amaq, l’agenzia di notizie comparsa per la prima volta nel 2014, ai tempi dell’assedio di Kobane, e che fa da portavoce ufficioso del gruppo Stato islamico (Isis).
 
È certo possibile che i numeri siano un po’ gonfiati a scopo di propaganda. Forse l’Isis non ha lanciato tutti quegli attacchi e non ha ucciso tutte quelle persone. Ma un fatto è certo: i terroristi dello Stato islamico stanno cercando la rivincita in quelli che un tempo erano i loro caposaldi. Ultima propaganda a parte, certi segnali erano inequivocabili. 
L’aumento degli attentati, soprattutto di quelli che rivelano la mano dell’Isis come le auto-bomba tra i civili e i kamikaze. Non a caso il 2020 si è concluso, il 31 dicembre, con un attacco a un autobus che viaggiava tra Palmira e Deir ez-Zor, che ha fatto 25 morti. Vi sono poi gli omicidi mirati, soprattutto ai danni della stampa indipendente e degli attivisti dei movimenti filo-curdi, e l’inesorabile crescita di atti di violenza compiuti in pieno giorno da uomini mascherati svelti poi a sparire confusi nella folla.

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Fratellanza massonica, fratellanza modernista

Segnalazione del Centro Studi Federici

Sulla scia della dichiarazione “Nostra ætate” e delle giornate interreligiose di Assisi, promosse da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, Jorge M. Bergoglio è protagonista di due video inneggianti agli stessi errori del relativismo e dell’indifferentismo religioso. Il primo video è del gennaio 2016, il secondo è recente, del gennaio 2021: li segnaliamo entrambi col testo del comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii relativo al video bergogliano del 2016.

Il dialogo interreligioso – Gennaio 2016

Al servizio della fraternità – Gennaio 2021

Tante opinioni, una certezza. Un video e i suoi commenti

Il 6 gennaio scorso è stato diffuso nel mondo intero, in lingua spagnola con sottotitoli in varie lingue, tra le quali l’italiano, un video, detto “Video del Papa”, come “iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità”.

Il protagonista del video – ormai a tutti noto – è lo stesso occupante della Sede Apostolica, Jorge Mario Bergoglio; oltre a lui, quattro esponenti di varie religioni: una ‘monaca’ buddista, un rabbino, un sacerdote cattolico, un musulmano, ognuno rappresentato alla fine del video da un simbolo della propria religione: un idolo di Budda, una menorah, un Bambinello e un “rosario” musulmano. Al di là delle diverse religioni e credenze, li accomuna una medesima professione di fede: “Credo nell’amore”.

Non si contano i commenti a queste immagini che diffondono, nel modo più efficace per l’uomo moderno, l’indifferentismo religioso. Il messaggio parla da sé, e per chi ancora non lo conoscesse lo accludiamo al presente comunicato. Ci interessano di più i commenti, anche critici, alle parole e alle immagini diffuse da J. M. Bergoglio. Continua a leggere

Il padre del divorzio in Italia, massone e socialista

Segnalazione del Centro Studi Federici

I grembiulini del Grande Oriente d’Italia hanno ricordato Loris Fortuna, rivendicando la sua militanza massonica, nel 50° anniversario della legge sul divorzio. Anche dopo l’unità d’Italia i massoni cercarono di introdurre il divorzio, ma in quell’epoca i cattolici in politica erano intransigenti e non democristiani e l’assalto mortale alla famiglia non passò. L’articolo che segue, scritto in senso elogiativo, alla luce della fede è un terribile atto di accusa nei confronti di Loris Fortuna e dei politici di tutti gli schieramenti che condividono i medesimi errori.

Il ricordo di Loris Fortuna a 50 anni dalla legge sul divorzio e a 35 dalla morte

Marco Rocchi dedica un articolo, pubblicato sul giornale “Avanti!” a Loris Fortuna, massone e socialista, padre della legge che 50 anni fa portò all’introduzione del divorzio in Italia

Esattamente cinquanta anni fa, il primo dicembre 1970, il Parlamento Italiano promulgava la legge, a firma Fortuna e Baslini, che introduceva per la prima volta il divorzio nel nostro Paese. Quasi un secolo era passato dai primi, reiterati tentativi dell’onorevole Salvatore Morelli, prima nel 1878 e poi nel 1880, ai quali erano seguiti quelli di Tommaso Villa nel 1892 e quelli di Giuseppe Zanardelli nel 1902. Tutte le proposte provenivano dalla mente e dalla penna di parlamentari affiliati alla massoneria, e rientravano in un progetto generale di laicizzazione dello Stato (insieme ad altra battaglie come quelle per la cremazione e, su tutte, quella di una scuola pubblica, gratuita e laica) che si era bruscamente interrotto durante il fascismo. E anche Loris Fortuna e Antonio Baslini non facevano eccezione. Fortuna, in particolare, era stato iniziato in una Loggia all’obbedienza della Gran Loggia del Territorio Libero di Trieste, costituitasi in pieno accordo con il Grande Oriente d’Italia, immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Loris Fortuna era nato nel 1924 a Breno, in provincia di Brescia, Ma la famiglia si era presto trasferita ad Udine per seguire il lavoro del padre, cancelliere di tribunale. Durante la guerra, Loris fu partigiano nelle Brigate Osoppo e Friuli. Nel 1944 fu catturato dai nazisti e inviato nel penitenziario di Bernau in Germania, ove scontò una condanna ai lavori forzati.
Tornato in Italia al termine del conflitto, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e nel 1949 si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bologna con una tesi sul diritto di sciopero. I primi anni di attività professionale lo videro impegnato come legale della Federazione dei Lavoratori della Terra e delle Camere del Lavoro a Udine e a Pordenone. Intanto dirigeva il settimanale Lotte e lavoro, al quale collaborò anche Pier Paolo Pasolini, col quale condivise diverse battaglie.
Nel 1956, alla repressione sovietica della rivolta d’Ungheria, Loris Fortuna, allora consigliere comunale, abbandonò per protesta il Partito Comunista per iscriversi, di lì a poco, al Partito Socialista, nelle liste del quale venne eletto deputato, a partire dal 1963, per sei legislature consecutive. Nella sua lunga carriera politica fu anche Ministro della protezione civile tra il 1982 e il 1983 e Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie nel 1985.
Sebbene il suo nome sia rimasto indissolubilmente legato alla legge sul divorzio, Loris Fortuna si distinse, nei lunghi anni di attività parlamentare, in numerosissime battaglie nella difesa e nell’ampliamento dei diritti civili.
Sin dalla sua prima legislatura, si adoperò per i diritti dei lavoratori, e in particolare per la protezione della manodopera minorile e femminile. Risale a questo periodo anche la prima proposta di legge sul divorzio, il cui iter parlamentare venne però rallentato per non compromettere i rapporti politici che si stavano instaurando tra il Partito Socialista e la Democrazia Cristiana. Fu solo al terzo tentativo – forte di un successo elettorale personale di straordinaria portata nelle elezioni del maggio 1968 e del successo popolare che la Lega per l’Istituzione del Divorzio stava ottenendo – che Fortuna potè forzare la mano e condurre al traguardo la legge dopo un tormentato percorso parlamentare (che incluse un’accusa di incostituzionalità per violazione del Concordato con la Santa Sede), iniziato nello stesso anno e terminato, come si diceva, dopo un biennio, nel 1970.
Il legame coi Radicali si fece più stretto durante la battaglia divorzista e Fortuna fu il primo ad avvalersi della possibilità di un doppio tesseramento (in seguito, poco prima di morire, Fortuna fece un appello a Bettino Craxi per la realizzazione di un’intesa elettorale tra Partito Socialista e Partito Radicale). Il sodalizio coi radicali portò anche alla fondazione della Lega Italiana per l’Abrogazione del Concordato.
Ancora, spesso in stretta collaborazione con i compagni radicali, fu promotore di numerosissime proposte di legge, che coprivano uno spettro così variegato di questioni da rendere persino difficoltosa una completa elencazione, eppure tutte caratterizzate dal minimo comune denominatore dei diritti e delle libertà.
Fu firmatario di proposte di legge per la modifica del codice di procedura penale in materia di carcerazione preventiva (1963), per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza (1964), per la riparazione dei danni derivanti da errore giudiziario (1966), per la istituzione di una commissione di inchiesta sugli orfanotrofi (1968), per la riforma del diritto di famiglia (1971 e 1972), per la disciplina e la depenalizzazione dell’aborto (1973), sulla libertà di espressione e di comunicazione (1976), per la parità e contro ogni discriminazione di genere (1977), per la liberalizzazione della cannabis (1979), per la riforma dell’insegnamento della religione in base ai principi della costituzione repubblicana (1980), per i diritti degli animali (1983), per la trasparenza dei lavori parlamentari (1984), per i diritti dei detenuti (1984), per il voto dei cittadini italiani all’estero (1984) e per la cooperazione dell’Italia a favore dei paesi in via di sviluppo (1984).
È impressionante riconoscere, all’interno della sua attività parlamentare, la capacità di Fortuna di precorrere i tempi e di riconoscere con grande anticipo le tematiche che il “naturale ampliamento dei diritti” avrebbe reso evidenti a tutti.
Vale la pena però di soffermarsi un momento sull’ultima delle proposte di legge che propose come primo firmatario, quella del 19 dicembre 1984, un anno prima della sua morte (anno durante il quale fu impegnato come Ministro della protezione civile).
La proposta di legge, recante il titolo “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia passiva”, venne presentata in Parlamento, dallo stesso Fortuna, con un intervento di portata memorabile. Dopo la citazione del racconto La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj e alcune lucide e profonde analisi di Max Weber sulla controversa tematica, Fortuna fece riferimento al fatto che «l’ordinamento giuridico non è indifferente (o quantomeno non può esserlo) al concetto di morte come fatto liberatorio da un’esistenza che si ritenga troppo dolorosa per poterla naturalmente concludere o far concludere o per doverla artificialmente prolungare». E, dopo aver citato il Manifesto sull’eutanasia del 1975, firmato da quaranta intellettuali, tra cui tre premi Nobel (Pauling, Monod e Thompson), conclude sottolinenando, con i toni di un appello all’umanitarismo, l’utilità della sua proposta di legge, che «mentre da una parte sorregge la coscienza dei medici e dei parenti in un momento di gravi decisioni, colloca dall’altra (in base ad una autonoma scelta di campo dell’ordinamento statale) il rapporto uomo-vita-morte in una dimensione più umana».
Non solo si tratta del primo tentativo di una legge (seppure limitato al caso di eutanasia passiva) su una materia che ancora oggi presenta, come sottolineato più volte dalla Corte Costituzionale, un vuoto legislativo non ancora colmato; ma, in maniera ancora più evidente, rende palese l’incapacità del nostro Parlamento di dare risposte a un problema così sentito nella pubblica opinione, un Parlamento nel quale da oltre sette anni giace una legge di iniziativa popolare che, in base alla nostra Costituzione (quella che gli stessi parlamentari che la ignorano bellamente, si ostinano a definire la Costituzione più bella del mondo) lo stesso Parlamento non può esimersi dal discutere. Mancano forse, in questo Parlamento, dei Loris Fortuna, pronti a battersi per dei diritti anche quando l’opportunismo parlamentare sembra rappresentare un ostacolo insormontabile.
Fortuna morì a Roma nel 1985, quando non aveva ancora compiuto i 62 anni. Riposa nel famedio del cimitero di San Vito a Udine. (di Marco Rocchi Avanti!)

https://www.grandeoriente.it/cinquantanni-di-divorzio-avanti/

Nella foto: Loris Fortuna e Marco Pannella festeggiano la vittoria del referendum contro l’abrogazione della legge sul divorzio.

Fonte: http://www.centrostudifederici.org/il-padre-del-divorzio-in-italia-massone-e-socialista/ 

La travagliata storia della basilica di Betlemme

Segnalazione del Centro Studi Federici

Notizie storiche – Per un curioso fenomeno psicologico le orde di Cosroe nel 614 raffrenarono il loro furore al vedere, nel prospetto del tempio, raffigurati i Magi nel costume nazionale persiano e si astennero così dal distruggere la Basilica. Nel 638 il califfo Omar venne a pregare nell’abside meridionale e permise che i suoi seguaci vi entrassero a piccoli gruppi, ma nel sec. IX e X quest’ordine non fu più rispettato. 
 
Al tempo del califfo Hakem (1010) la basilica sfuggì alla comune rovina per un fatto così straordinario che nelle cronache contemporanee è ascritto a miracolo. E il 7 giugno 1099 i Betlemiti invocarono dal Buglione, accampato in Emmaus, la difesa del santuario. Venne subito Tancredi con cento prodi, e al mattino vi inalberava la sua bandiera fra le acclamazioni del popolo. 
 
Sotto il dominio degli occidentali la basilica fu abbellita con mosaici e pitture in stile bizantino. Questa grande opera greco-latina, sostenuta a spese dell’imperatore di Costantinopoli Manuele Porfirogeneto Comneno (1145-1180) e del re di Gerusalemme Amauri ! (1163-1173) in un momento di reciproca amicizia che pareva preludere all’unione delle due chiese, fu terminata nell’anno 1169 come attestano i frammenti d’una iscrizione greco-latina posta nell’emiciclo del coro. Soggetto delle rappresentazioni furono scene dell’Antico Testamento, la vita di Gesù e la vita della Chiesa nei suoi concili. La grotta fu rivestita di marmo e furono rifatte le entrate che restano, insieme ad alcuni capitelli del chiostro, i soli esempi dell’architettura latina. 
 
Nel 1187 Saladino s’impossessò di Betlemme, ma risparmiò il santuario ove nel 1192 su domanda del vescovo di Salisbury, Uberto Walter, fu ristabilito il culto latino, salvo il pagamento del tributo da parte dei fedeli. 
 
Dopo la caduta del regno latino (1291) ai canonici regolari di s. Agostino succedono soltanto ne! 1347, nell’ufficiatura della basilica, i PP. Francescani. I più noti itinerari dell’epoca e vari firmani turchi attestano il loro possesso della grotta della Natività nonché il diritto all’uso e alla manutenzione della basilica nei sec. XIV e XV. Infatti, sulla fine del sec. XIV P. Gerardo Calveti, Guardiano del Monte Sion, percorreva l’Europa per indurre i principi cristiani a provvedere al restauro del venerando santuario. 

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Il terrorismo politicamente corretto

 

Segnalazione del Centro Studi Federici

Ronen Bergman, il maggior esperto del Mossad, nel suo libro “Uccidi per primo”, parla di 2700 omicidi organizzati dai servizi segreti di Tel Aviv nel mondo. I principali quotidiani hanno commentato il libro in modo benevolo, come si trattasse di una curiosità. Solamente “il manifesto”, ahimè, ha espresso un commento critico. Segnaliamo l’articolo in questione, ricordando che i comunicati non rappresentano l’adesione del Centro Studio Federici a tutte le tesi sostenute dagli autori degli articoli o alla linea politica o religiosa degli organi d’informazione consultati.
 
2700 “omicidi mirati”. Solo il Mossad ha licenza di uccidere, gli altri sono “terroristi”
 
Pace e guerra sono in mano al Mossad. Per cui il Mossad ha una licenza di uccidere di cui non gode nessun servizio al mondo e può condurre la sua guerra all’Iran, come e quando vuole. E nessun Paese al mondo, se non Israele, gode di altrettanta impunità. Si chiama doppio standard: in fondo – questa è la sensazione – siamo tutti fuorilegge, tranne il Mossad. Le monarchie assolute del Golfo hanno mangiato la foglia: se vogliono continuare ad avere la protezione Usa e le armi americane questi stati ricchi ma impresentabili per i parametri democratici devono entrare nel Patto di Abramo e accettare la supervisione dello Stato ebraico. Che ormai si estende anche all’Onu: i grandi gruppi industrial-militari israeliani forniranno i sistemi di sicurezza e intelligence per la «difesa» della missione delle Nazioni Unite in Mali. E se Israele va bene all’Onu, va bene a tutti.
 
Mai, ovviamente, Israele è stato condannato o sottoposto a sanzioni per le sue attività letali. E mai in Occidente si levano parole di condanna come è avvenuto anche per l’uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, stigmatizzata da Russia, Cina e pochi altri, certo non in Europa che al massimo «esprime preoccupazione» per le tensioni regionali. Israele non si tocca: è anche la prima lezione delle scuole di giornalismo nostrane. Per fortuna gli israeliani hanno anche una stampa eccellente quindi attingiamo da loro per prendere informazioni.
Il maggior esperto del Mossad, Ronen Bergman, inviato del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth e autore di «Uccidi per primo», ritiene che i servizi israeliani abbia ucciso almeno 2700 persone in tutto il mondo: una cifra mai smentita da Tel Aviv. Immaginate se l’intelligence di qualunque altro Stato avessero condotto all’estero in questi decenni operazioni mortali del genere, cioè omicidi mirati, come ha fatto Israele: probabilmente questo Paese non sarebbe più da un pezzo sulla mappa.

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