L’enciclica Pascendi, il modernista agnostico, Joseph Ratzinger

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Segnalazione del Centro Studi Federici

L’8 settembre 1907 il papa san Pio X promulgava l’enciclica “Pascendi Domini gregis” sugli errori del Modernismo. Ricordiamo questo anniversario con un editoriale della rivista antimodernista “Sodalitium”, che tratta l’aspetto del modernismo agnostico denunciato nell’enciclica, in particolare riferito al teologo modernista Joseph Ratzinger.
 
“Che infine l’elogio dell’agnosticismo fatto da Ratzinger non stupisce se si rileggono le pagine dell’enciclica Pascendi dominici gregis di condanna dell’eresia modernista, ove San Pio X spiega come il modernista concili in sé stesso l’essere agnostico e l’essere credente”
 
Editoriale del n. 65 della rivista Sodalitium, febbraio 2012
Dopo molto, troppo tempo, Sodalitium ritorna nelle vostre case. Inevitabilmente, questo numero 65 risente del lungo ritardo, per cui alcuni argomenti trattati non sono più di stretta attualità. Come ad esempio quando rispondiamo ad alcune reazioni a proposito degli articoli del n. 64, oppure trattiamo dell’anno dell’infausto 150° dell’Unità d’Italia, quando ormai i “festeggiamenti” e le commemorazioni sono praticamente (e fortunatamente) giunti al termine. Ma, lo abbiamo ricordato più volte, la nostra non è una rivista di attualità ma di approfondimento.
Nel frattempo la situazione diviene sempre più grave, sia per quel che riguarda la società temporale, dove si realizza più velocemente il potere unico mondiale anticristiano o acristiano, sia per quel che riguarda, e questo è ancora più triste, la situazione della Chiesa Cattolica fondata da Nostro Signore Gesù Cristo. Il 19 aprile 2005 il nostro Istituto, in seguito alla dichiarazione di Joseph Ratzinger, appena eletto al Soglio pontificio, di applicare e difendere il Concilio Vaticano II, dichiarò pubblicamente, per questo motivo, di non poter essere in comunione con lui, e di non poter riconoscere, nella sua persona, l’autorità divinamente assistita.
Il n. 59 riconosceva quindi che colui che era stato eletto col nome di Benedetto XVI non era affatto mutato – come egli stesso ripetutamente aveva affermato – ma era sempre rimasto il giovane teologo tedesco neo-modernista che, come perito del cardinale Frings, contribuì, assieme ad Hans Küng, Karl Rahner, Henri de Lubac, Jean Danielou, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, John Courtney Murrey, ed altri “nuovi teologi”, ad operare la rivoluzione modernista nel seno e nelle viscere stesse della Chiesa.
Fummo voce quasi isolata. Fin dal­’inizio, e poi ancora di più dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum e la levata delle scomuniche ai Vescovi consacrati da Mons. Lefebvre, un vero e proprio entusiasmo nei confronti di Joseph Ratzinger animò la maggior parte dei fedeli, del clero, della stampa cattolica “antimodernista” legata alla tradizione della Chiesa. In questo nuovo clima, non ancora del tutto spento, si fece strada un doppio e convergente fenomeno. Da un lato, grazie al “Motu Proprio”, dei sacerdoti, liturgisti e teologi conciliari (e persino editori massoni), vale a dire assolutamente fedeli al Vaticano II (fino al punto di giustificare ed applaudire il nuovo incontro interreligioso di Assisi), hanno preso in mano il movimento di difesa della liturgia tradizionale, a scapito di chi, da sempre, aveva difeso la tradizione liturgica cattolica a viso aperto, contro la riforma liturgica montiniana.
D’altro canto, la Fraternità Sacerdotale San Pio X, uscita per così dire dal “ghetto”, ha instaurato una collaborazione quotidiana con questo clero (spesso ‘ordinato’ col nuovo rito) per cui è frequente osservare un ‘sacerdote’ biritualista (che dice cioè la Messa seguendo entrambi i riti) officiare nei priorati della Fraternità, o un sacerdote della Fraternità servire all’altare o assistere in coro a delle ‘messe’ in ‘rito straordinario’ celebrate da ‘sacerdoti’ conciliari (come è accaduto, in Italia, a Oropa e a Bologna). Prima ancora di un ‘accordo’ ufficiale, che pare aver incontrato degli ostacoli, è nella pratica e alla base che le frontiere tra conciliari e anticonciliari stanno diventando sempre più labili se non invisibili.
Eppure, Joseph Ratzinger non nasconde – tutto il contrario – il suo pensiero chiaramente liberale e modernista. Non ci riferiamo tanto alla scandalosa “beatificazione” di Karol Wojtyla (a proposito di quella del card. Newman si potrà leggere qualche cenno nel prossimo numero), all’elogio del “Risorgimento” e del cattolicesimo liberale (anche di questo parliamo in questo numero), né alle due opere pubblicate come ‘dottore privato’: Luce del mondo (Libreria Editrice Vaticana, 2010) e Gesù di Nazaret (vol. II, Dall’ingresso in Gerusalemme alla Risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, 2011), benché la prima abbia suscitato scalpore (e scandalo) per le ambigue aperture nel campo della morale (o dell’immoralità) e della seconda sia stata scritta una ampia critica – alla quale rinviamo il lettore – dalla rivista francese di Saint-Parres-les-Vaudes, Il est Ressuscité (a partire dal numero 104, e tuttora in corso).
Ci riferiamo piuttosto all’insegnamento di Joseph Ratzinger a proposito dell’ateismo e dell’agnosticismo. Quello della possibilità della Fede nel mondo moderno, dopo l’Illuminismo, è un tema centrale nel pensiero del teologo Ratzinger fin dai suoi primi saggi (si vedano ad esempio le prime pagine del suo Introduzione al Cristianesimo, che data del 1968, ove Ratzinger commenta le parole del Simbolo Apostolico “Io credo”); a questo proposito il suo pensiero è rimasto sostanzialmente immutato. Più recentemente, egli lo ha sviluppato con l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” affidata all’esegeta dichiaratamente modernista “cardinal” Ravasi, nelle sue parole durante la visita in Germania (e con lo scandaloso ma ormai “tradizionale” elogio di Lutero) e soprattutto nel discorso da lui tenuto durante il nuovo incontro interreligioso di Assisi del 27 ottobre 2011, voluto da Benedetto XVI, come lo aveva annunciato già il 1 gennaio 2011, per commemorare il 25° anniversario dell’analoga iniziativa del “beato” Giovanni Paolo II.
Le novità del nuovo incontro d’Assisi rispetto a quello wojtyliano sono state essenzialmente due: nessuna preghiera pubblica – in comune o fatta separatamente – è stata prevista durante l’incontro (ma solo una preghiera privata nell’ora della siesta!), da un lato; e, d’altro lato, l’invito all’incontro rivolto anche ad alcuni rappresentanti dell’ateismo e dell’agnosticismo.
Alcuni hanno visto in queste novità un aspetto positivo (esclusione del sospetto di sincretismo, minimo comun denominatore trovato legittimamente nella ragione e nel diritto naturale); altri, come Francesco Agnoli su Il Foglio (quotidiano il cui direttore si è definito ironicamente, ma non troppo, “ateo devoto”) hanno lamentato solo che siano stati invitati degli “atei sbagliati” (comunisti, psicanalisti, in genere negatori del diritto naturale) e non quelli “devoti”, rispettosi della Chiesa e del diritto naturale (come il sen. Pera o, appunto, Giuliano Ferrara).
Il problema invece è ben diverso, e lo ha esposto, con la chiarezza che gli è abituale, lo stesso Joseph Ratzinger nel suo discorso durante la giornata di Assisi. Di questo discorso non colpisce tanto la pubblica ammenda – “pieno di vergogna” – per l’uso della violenza in nome del Cristianesimo (che continua la neo-tradizione dei “mea culpa” inaugurata da Giovanni Paolo II in occasione del “Giubileo”) quanto l’incredibile, interessantissimo e gravissimo elogio dell’agnosticismo.
Don Ricossa ha ampiamente commentato questo discorso, in continuità con quanto già Ratzinger scrisse in “Introduzione al Cristianesimo”, durante i convegni di Parigi e Milano (novembre 2011) organizzati rispettivamente dall’Istituto Mater Boni Consilii e dal Centro Studi Davide Albertario.
Il tema è così importante che verrà ampiamente affrontato in un prossimo articolo da pubblicare su Sodalitium e, prima ancora, da diffondere a parte, appena ultimato.
Vi sarà dimostrato che Joseph Ratzinger è essenzialmente un agnostico.
Che il suo agnosticismo rende impossibile l’atto di fede, giacché dell’atto di Fede nega la certezza fondata sull’autorità di Dio.
Che per lui l’esistenza di Dio non è dimostrabile con la ragione (vedi questo numero a pag. 41).
Che per lui credere e non credere sono di fatto due facce del dubitare, dato che il dubbio è inscindibilmente legato alla condizione umana e quindi sia al credere che al non credere.
Che per lui le religioni, come pure, all’opposto, l’ateismo militante, devono essere purificati e messi in difficoltà dall’agnosticismo, se vogliono evitare la devianza della giustificazione della violenza e dell’intolleranza.
Che l’agnostico non ha ricevuto da Dio la possibilità stessa di poter credere, ma ha ricevuto da Dio quell’apertura a Lui (il dubbio) che è già, in fondo, un credere, un essere “pellegrino della verità e della pace”.
La terza riunione di Assisi è stata, ancor più della prima, una riunione di Loggia dove uomini “religiosi” (credenti o non credenti) si riuniscono fraternamente rimanendo ciascuno della propria confessione ma evitando – proprio per restare fraternamente assieme nel servizio dell’Uomo – di parlare di religione (che non sia quella a tutti loro comune) o di pregare secondo i riti di questa o quella religione. Lo “spirito d’Assisi” (promosso dal neo-ministro Riccardi) dimostra che veramente l’ecumenismo e il “dialogo religioso” sono, tramite l’Agnosticismo – la via all’Ateismo, come scrisse papa Pio XI e come viene ricordato in questo numero nell’articolo dedicato alla novella dei Tre Anelli (e a quella dei Tre Impostori).
Che infine l’elogio dell’agnosticismo fatto da Ratzinger non stupisce se si rileggono le pagine dell’enciclica Pascendi dominici gregis di condanna dell’eresia modernista, ove San Pio X spiega come il modernista concili in sé stesso l’essere agnostico e l’essere credente.
Leggendo queste pagine del Santo Papa Pio X, e le parole di Ratzinger, non si può non convincersi che, volente o nolente, consciamente o no, Joseph Ratzinger è, nel senso stretto della parola, nel suo agnosticismo credente, un vero e proprio modernista.
Signore salvaci, e salva la Tua Chiesa!
 
 

Dio, Patria e Famiglia: è il programma di governo che ci attendiamo da chi si dichiara cristiano

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/09/05/dio-patria-e-famiglia-e-il-programma-di-governo-che-ci-attendiamo-da-chi-si-dichiara-cristiano/

QUANDO LA CHIESA INTERVIENE SU QUESTIONI POLITICHE, I GRANDI MEDIA GRIDANO ALL’INDEBITA INGERENZA, ORA CHE TACE VORREBBERO CHE PARLASSE…

Il 21 Agosto scorso, il quotidiano La Repubblica titolava in prima pagina: “Voto, il silenzio della Chiesa“. Dunque, il più importante media d’area progressista pare lamentarsi del fatto che la Chiesa non intervenga nella campagna elettorale. Generalmente, quando la Chiesa interviene su questioni politiche, i titoloni gridano all’indebita ingerenza. Insomma a ‘sti laicisti non va mai bene niente! Se la Chiesa tace vorrebbero che parlasse per poterla accusare di intromettersi e, se parla, la aggrediscono perché si è pronunciata.

Non fa meraviglia che i nemici della Chiesa abbiano, in ogni tempo, osteggiato la sua missione, negandole le Sue divine prerogative e i suoi poteri. San Luca (19,14) scrive, riferendosi a Gesù Cristo, che contro di Lui si gridò: “Nolumus hunc regnare super nos!” (Non vogliamo che quest’uomo regni su di noi). Dal canto suo, la Chiesa replica nell’Ufficio dell’Epifania: “Non eripit mortalia qui regna dat caelestia” (“non usurpa i regni mortali chi li dà celesti” ).

Col timore di essere accusati di voler tornare al Medioevo, alcuni politici, intellettuali, scrittori, giornalisti temono di mantenere vive le posizioni dottrinali che sono state costantemente affermate nelle encicliche, come appartenenti alla vita e al diritto della Chiesa di ogni tempo. Sopravviene la logica del compromesso o quella del silenzio per non urtare le altrui sensibilità. In tal modo, viene meno l’azione dei cattolici in politica ed il campo è lasciato largo per tutti gli anticristi della Terra.

Leone XIII raccomanda espressamente la concordia e l’unità nel combattere l’errore stando “bene in guardia di non lasciarsi andare ad essere conniventi nell’errore, o ad opporgli più debole resistenza, che la verità non comporti” (Enciclica Immortale Dei, 1° novembre 1885).

Si tratta di Magistero Ordinario infallibile, che implica l’obbedienza dei cattolici. Papa Pecci del resto continua precisando che “gli Stati non possono, senza empietà, condursi come se Dio non fosse o passarsi della Religione come di cosa estranea e di nessuna importanza“. Tutta la Dottrina Sociale della Chiesa si basa su tale principio, indicando con estrema chiarezza quali siano le regole, i principi, le posizioni che, sull’esempio evangelico, devono essere messe in pratica nel governo di una Nazione.

Contro l’agnosticismo morale e religioso dello Stato e delle sue leggi, Pio XII ribadì il concetto dello Stato cristiano nella sua lettera per la XIX Settimana Sociale dei cattolici italiani del 19 ottobre 1945: “ben riflettendo sulle conseguenze deleterie, che una costituzione la quale, abbandonando la “pietra angolare” della concezione cristiana della vita, tentasse di fondarsi sull’agnosticismo morale e religioso, porterebbe in seno alla società e alla sua labile storia, ogni cattolico comprenderà facilmente come ora la questione che, a preferenza di ogni altra, deve attirare la sua attenzione e spronare la sua attività, consiste nell’assicurare alla generazione presente e alle future il bene di una legge fondamentale dello Stato, che non si opponga a sani principi religiosi e morali, ma ne tragga piuttosto, vigorosa ispirazione, e ne proclami e ne persegua sapientemente le alte finalità“.

Papa Pacelli si appella alla giustizia e alla ragione, perché non è giusto attribuire gli stessi diritti al bene e al male, alla verità e all’errore. Il primo diritto di un popolo è quello alla Verità nella fermezza dei principi, così come, sempre Papa Pio XII, illustra nell’Enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943.

Ecco che il motto “Dio, Patria, Famiglia” è cristiano prima che mazziniano e poi fascista. E’ il programma di governo che ci attendiamo da chi si dichiara cristiano.

Marcello Veneziani scrisse un libro con analogo titolo e, a ben vedere, il commento che fa è sempre più attuale: “mi sono spinto a vedere oltre, ho scrutato dove conduceva il pensiero critico di voi “aggiornati” e non ho trovato nulla: ho trovato il Nulla. Criticato ogni esito storico, non ha preso corpo nulla di nuovo, perché dallo zero non nasce qualcosa, e “non riuscite a congedarvi dal vostro congedo”. Così ho notato che le ultime tracce di vita risalivano a quelle giacenti tra le rovine. Allora, per stare alla realtà, meglio partire da ciò che viveva, piuttosto che da ciò che non è mai nato e non accenna a nascere. È un solido punto di partenza, almeno, un punto vero da cui salpare, anche se non è un approdo o un punto di arrivo“.

Il noto giornalista e scrittore aggiungeva quindi: “la religione addomestica la morte e la vecchiaia, il dolore e la solitudine. La modernità atea, tramite la tecnica, li addormenta, li alleva e li protrae; e, tramite lo svago, simula, eccita e distrae. Non muta il verdetto ma il tipo di consolazione. […] Patria non è solo cannoni, bandiere e monumenti ai caduti. E non è solo un valore politico o militare. E non attiene solo alla cittadinanza, non è solo Costituzione e virtù repubblicana. Patria è nostalgia delle origini, dell’infanzia, dei sapori nostrani. Patria è dove ti senti a casa, dove i cinque sensi percepiscono il mondo come familiare. […] Famiglia è la comunità originaria più devastata in Occidente ma è l’unica struttura portante intorno a cui ruota la vita pubblica e privata e la principale mediazione tra l’individuo e la società“.

Alleanza franco mongola come possibile percorso per il futuro

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera del lettore

di Fabio Foresi

I tempi radicali richiedono scelte radicali e di polso; voglio proporre un’occasione mancata che poteva essere fondamentale per la cristianità.

L’alleanza franco mongola ovvero un’accordo tra la cristianità e l’impero mongolo che avrebbe cambiato le sorti del mondo e molto probabilmente in meglio, oserei dire; durante la 5 crociata iniziarono I contatti a circolare le voci dell’avanzata mongola, all’inizio si pensava fossero le forze del Prete Gianni venute dall’oriente a salvare la Terra Santa.

Durante la settima crociata cominciarono I contatti veri e propri, soprattutto le prime missive, I Papi chiedevano la conversione al cattolicesimo ed I Khan chiedevano la sottomissione dei governanti europei.

Il punto di questo articolo è cosa può insegnarci questa gigantesca occasione mancata?

Il nuovo blocco russo-cinese che si sta formando nell’emisfero orientale è praticamente l’impero di Gengis Khan rinato, I popoli dell’Asia stanno costruendo un loro sistema alternativo al sistema unipolare americano-occidentale.

Questo nuovo paradigma che si crea non è quello della Santa Romana Chiesa ma può essere un’aiuto in forma inaspettata; la Russia rappresenta il tentativo modero che più si avvicina al principe cristiano ( con tutti I distinguo ed gli errori umani) ma l’ostacolo per molti cattolici è l’avvicinamento di Putin alla Cina; intanto questo avvicinamento è stato dettato dalle condizioni e dalle sanzioni ( come l’avvicinamento dell’Italia Fascista a Hitler è stato dettato dalle sanzioni inglesi) ma forse il nostro odio e sospetto verso la Cina non è forse frutto della stessa propaganda che ci vuole far odiare Putin?

Intendiamoci la Cina è comunista e perseguita la Chiesa Cattolica Clandestina e lungi da me difendere il massacro abortista compiuto da loro govenro fino ad oggi ( sempre però infinitesimale rispetto a quello americanista liberale) ma attualmente sono uno dei pochi alleati su cui I sovranisti possono contare insieme alla Russia, il loro sistema economico gli ha portati a diventare in 30 anni la seconda potenza economica al mondo, perchè li vige il sacro primato della politica sull’economia, anche se la politica è più o meno comunista.

La Cina ha tutto l’interesse ad avere un governo italiano a loro vicino in politica estera, quindi non baderanno molto se esso sia cristiano o rosso, ed questo potrebbe girare a nostro vantaggio; per quanto riguarda la Chiesa clandestina il vero problema è questa specie di riedizione moderna della lotta delle investiture, è che il PCC vede la Chiesa come alleata con le potenze occidentali ed al NWO (come dargli torto vedendo l’antipapa Bergoglio), quindi forse una forza cattolica integrale ma non schierata a prescindere contro di loro potrebbe esercitare leva per una fine o almeno distensione della persecuzione.

Per concludere come l’opportunità di sconfiggere l’islam proposta dal Khan al Papa del tempo non venne colta per inconprensioni reciproche, non possiamo difronte alle forze sataniche permetterci lo stesso errore.

Che il Sacro Cuore di Gesù ci protegga

L’inganno dello yoga spiegato ai “pagani battezzati” che continuano a praticarlo

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di Pietro Licciardi

LA CHIESA E GLI ESORCISTI LO SCONSIGLIANO FORTEMENTE

InFormazione cattolica ha già messo in guardia i suoi lettori su certe discutibili pratiche come lo yoga, specialmente se a coltivare certe discipline sono i cattolici. Tuttavia giova tornare sull’argomento poiché vi sono religiosi e parrocchie che non demordono e continuano a fare orecchie da mercante nonostante gli autorevoli richiami all’ordine, come quello di Joseph Ratzinger, quando era Prefetto della Congregazione per la dottrina e la fede, secondo il quale «l’insegnamento della meditazione trascendentale e dello yoga nelle Chiese cattoliche e nelle comunità religiose da parte di sacerdoti mi sembra molto pericoloso» o del Pontificio consiglio del dialogo interreligioso che nel 2003 si espresse in questi termini: «Il suo scopo ultimo [dello yoga n.d.r.] è l’estinzione della coscienzaScopo ultimo dell’orazione cristiana è invece l’incontro della persona umana con il Dio-persona». Pertanto, «in questa visione Dio non è trascendente e ciò porta inevitabilmente ad abbracciare una forma di panteismo, concezione incompatibile con il cristianesimo e con la rivelazione del Dio fatto uomo che parla a ogni anima».

A sconsigliare queste pratiche ci hanno provato anche gli esorcisti ma figuriamoci se qualcuno ha voglia di dar retta a questi relitti del passato, i quali ancora credono all’esistenza del demonio e dell’inferno. Inferno che per inciso deve essere assai affollato di questi tempi se diamo credito a ciò che i sacerdoti arruolati in questo “reparto speciale” della Chiesa, autentici navy seals nella lotta contro il maligno e l’occulto, dicono a proposito dei tatuaggi, passaporto per una calda vacanza all’inferno per tutti quei pagani battezzati che a digiuno di sacre scritture si fanno allegramente marchiare il corpo… O praticano discipline orientali

Strumento prezioso per decifrare gli inganni dell’occulto in generale, e dello yoga praticato in maniera superficiale e ingenua, è il Manuale di demonologia di Salvatore Iuliano, con prefazione del noto esorcista Gabriele Amorth (1925-2016), il quale a proposito di questa tecnica usata per rendere più intensa e profonda la meditazione, riporta le parole di padre Pio, il santo di Pietralcina, che invitava ad allontanare i sacerdoti e i religiosi che ritengono lo yoga buono per la preghiera cristiana perché «Sono demoni vestiti da prete». In questa disciplina non solo infatti vi è la ripetizione meccanica di alcune parole – in realtà formule magiche – ma per praticarlo occorre accettare alcune norme etiche e disciplinari che sono fortemente influenzate da contenuti religiosi indù che sono l’opposto di quelli cristiani.

Fine dello yoga è la conquista dell’auto-dominio attraverso uno sforzo personale, il che porta a girare sempre intorno a se stessi ignorando la realtà del peccato e presupponendo possibile una forma di deificazione dell’uomo. E infatti a chi raggiunge gli ultimi gradi di iniziazione sono promessi certi poteri come la levitazione, la conoscenza del passato e del futuro, il conoscere la mente altrui, oltre alla capacità di camminare sul fuoco senza bruciarsi, o sull’ acqua senza affondare.

Insomma, si comincia a giocherellare in maniera innocente e ingenua con certe tecniche che promettono di superare lo stress e mantenere la forma fisica – o di pregare con maggiore intensità – e ci si ritrova poi a fondere gli esercizi fisici con quelli spirituali, mediante i mantra, magari abilmente camuffati con parole tratte dalle Sacre scritture. L’esito, scontato, è uno solo; provate voi a indovinare quale.

Agli sprovveduti “cattolici” che pregano con le gambe intrecciate e nella posizione del loto anziché in ginocchio come hanno sempre fatto santi e mistici, ricordiamo che la preghiera non si poggia su esercizi fisici e su metodi tecnici-spirituali, ma sulla fede e la fedeltà alla Chiesa.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/07/23/linganno-dello-yoga-spiegato-ai-pagani-battezzati-che-continuano-a-praticarlo/

Fuori della Chiesa non c’è salvezza (parte prima)

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Segnalazione di Sursum Corda

… problema gravissimo, veramente assillante è quello della salvezza di tanti uomini, eretici ed infedeli: una moltitudine sterminata, che non appartiene alla Chiesa Cattolica.

Gettando lo sguardo sopra una carta geografica, del mondo, bisogna constatare con dolore che le regioni illuminate dal sole benefico della fede sono una piccola verde oasi in mezzo ad un immenso deserto di tante false regioni, ancora immerse nelle più fitte tenebre dell’errore e dell’idolatria.

Nonostante il lavoro continuo e logorante e i sacrifici sovrumani di tanti missionari di Gesù Cristo, che si affaticavano con generoso entusiasmo e con vero eroismo per la diffusione del santo Vangelo, vi sono ancora numerose nazioni quasi interamente lontane dalla fede.

Molte altre sono quelle nazioni, ex cattoliche, che professano il modernismo, ovvero una sorta di ateismo, più o meno marcato, dietro la nominale etichetta di Cattolicesimo …

– Comunicato numero 242. Fuori della Chiesa non c’è salvezza (parte prima);
– Cristo nei Suoi misteri. PDF di Columba Marmion O.S.B.;
– Cristo vita dell’anima. PDF di Columba Marmion O.S.B.;
– Preghiera a Santa Dorotea, Vergine e Martire (6.2);
– Preghiera a San Biagio, Vescovo e Martire (3.2);
– Preghiera a San Francesco di Sales, Vescovo e Dottore (29.1);
– Preghiera a San Giovanni Bosco, Confessore (31.1);
– Preghiera a San Giovanni Crisostomo, Vescovo e Dottore (27.1);
– Preghiera a San Timoteo, Vescovo e Martire (24.1);
– Preghiera a Sant’Agata, Vergine e Martire (5.2);
– Preghiera a Sant’Andrea Corsini, Vescovo e Confessore (4.2);
– Preghiera a Sant’Ignazio d’Antiochia, Vescovo e Martire (1.2);
– Preghiera a Santa Martina, Vergine e Martire (30.1);
– Preghiera a Santa Paola, Vedova (26.1);
– Preghiera nella Conversione di San Paolo Apostolo (25.1);
– Preghiera nella Festa di San Pietro Nolasco, Confessore (28.1);
– Preghiera nella Purificazione della Beata Vergine Maria (2.2).

Etica e vaccini: facciamo chiarezza

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9 Gennaio 2022 ore 16:16

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema di “suicidio assistito”

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PREMESSA: l’articolo è interessante e le critiche sono condivisibili. Il problema di fondo è che la rivista La Civiltà Cattolica e i gesuiti sono conciliari, quindi appartengono alla religione nata col Conciliabolo Vaticano II, che non fu un Concilio della Chiesa ma, appunto, un conciliabolo della Contro-Chiesa, che occupa i Sacri Palazzi. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Ha fatto molto parlare di sé l’articolo dal titolo La discussione parlamentare sul ‘suicidio assistito’ a firma di padre Carlo Casalone apparso sull’ultimo numero della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica (Quaderno 4114, a. 2022, vol. I, pp. 143-156). L’articolo è problematico per più motivi, che in questa sede non possiamo analizzare in modo esaustivo, ma in primis perché appoggia il varo della proposta di legge dal titolo Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. Ma procediamo con ordine esaminando gli aspetti più critici di questo articolo.

Casalone innanzitutto giudica positivamente la legge 219/2017: «Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti». Dopo aver elencato le condotte legittimate dalla legge, Casalone conclude: «Il combinato disposto di questi elementi convalida la differenza, etica e giuridica, tra “lasciar morire” e “far morire”: il quadro delineato permette di operare rimanendo al di qua della soglia che distingue il primo dal secondo». Dunque secondo il gesuita la legge 219 non permetterebbe l’eutanasia. Ma le cose non stanno così. La legge permette la pratica dell’eutanasia omissiva e commissiva. In merito a quest’ultima tipologia la legge consente l’interruzione di terapie salvavita e di mezzi di sostentamento vitale quali l’idratazione e l’alimentazione assistite (tralasciamo qui per motivi di spazio la quaestio se tali mezzi possano configurare terapie, perché nulla muterebbe sul piano morale). Dunque consente l’uccisione di una persona innocente.

Passiamo ad un altro passo problematico dell’articolo: «Come la sentenza n. 242/2019, il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni». La sentenza a cui fa cenno Casalone è quella pronunciata dalla Corte costituzionale che ha legittimato l’aiuto al suicidio in presenza di alcune condizioni. L’attuale progetto di legge (Pdl) ricalca da vicino la struttura di questa sentenza. Ora c’è da dire che sia la sentenza che il Pdl attribuiscono un diritto all’aiuto al suicidio, non una mera facoltà. Sia la sentenza che la legge prevedono la necessaria e quindi doverosa realizzazione di alcune condotte in capo ai medici al verificarsi di alcune condizioni. Però nella sentenza, a differenza del Pdl, i medici possono astenersi dall’assumere queste condotte eccependo l’obiezione di coscienza: «Quanto, infine – si legge nella sentenza – al tema dell’obiezione di coscienza del personale sanitario, vale osservare che la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato» (un altro errore dell’articolo è ritenere che nella sentenza non vi fosse presente l’obiezione di coscienza). Dunque se è presente l’obiezione di coscienza vuol dire che esiste, parallelamente, un obbligo verso cui eccepire questo istituto, altrimenti non avrebbe senso obiettare se, a monte, non ci fosse un dovere. E se c’è un dovere di eseguire X, vuol dire che in capo al paziente esiste un corrispettivo diritto di esigere X, diritto che se non verrà soddisfatto dal medico obiettore dovrà comunque essere soddisfatto da qualche altro medico. Dunque, come già accennato, sia nella sentenza che nel Pdl esiste il dovere di attuare la richiesta di assistenza al suicidio da parte del paziente, ma nella sentenza il medico può ricorrere all’obiezione di coscienza, nella legge non è presente questa possibilità. Ma anche laddove verrà inserita, l’aiuto al suicidio rimarrà comunque un diritto da riconoscersi in capo al paziente e la struttura ospedaliera dovrà trovare un medico non obiettore per soddisfare l’esercizio di questo diritto.

Veniamo ora ad un altro passo, forse il più significativo, che merita di essere censurato (tralasciandone altri, tra cui una sezione in cui pare fondarsi l’illeceità morale del suicidio in primis sul concetto di relazione, come se la persona originasse la sua dignità dalla relazione con gli altri). L’articolo così continua: «Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti. La valutazione di una legge dello Stato esige di considerare un insieme complesso di elementi in ordine al bene comune, come ricorda papa Francesco: “In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”». Dunque da una parte Casalone precisa che la ratio della legge è incompatibile con la dottrina cattolica, ma su altro fronte pare qualificarla come male minore frutto di un compromesso tra visioni differenti in senso alla società: un doveroso punto di equilibrio dato che viviamo in una società pluralista.

Perché male minore? Quali mali maggiori eviteremmo votando questa legge? Casalone ne indica più di uno. Il primo riguarderebbe un appoggio al referendum radicale sull’omicidio del consenziente: «La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questo PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. […] L’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo». Il ragionamento (erroneo) è il seguente: affossiamo questa legge e verrà approvato il referendum radicale sull’omicidio del consenziente. Se invece l’appoggiamo, nel nostro ordinamento chi vorrà morire userà del suicidio assistito e non sentirà il bisogno di avere anche una legge sull’omicidio del consenziente. Le cose non stanno così. Innanzitutto si danno casi in cui la persona non può fisicamente darsi la morte (v. i tetraplegici) e quindi, per morire, chiederebbe che qualcuno la uccida (omicidio del consenziente). In secondo luogo e in modo più pregnante, appoggiare una legge sul suicidio assistito significa appoggiare anche una futura legge di matrice referendaria sull’omicidio del consenziente, perché la ratio è la medesima. Dire sì all’aiuto al suicidio significa dire sì alla possibilità di uccidere l’innocente, così come avviene nell’omicidio del consenziente. In altri termini, varare una legge sul suicidio assistito significa accettare il principio di disponibilità della vita. Accettato questo principio non si vede il motivo di rifiutare una legge sull’omicidio del consenziente che configurerebbe solo una diversa modalità di applicazione di questo stesso principio. In estrema sintesi: se sei a favore dell’aiuto al suicidio favorisci l’omicidio del consenziente.

Una breve riflessione su questa frase appena citata: “si possa cercare di renderla [la legge] meno problematica modificandone i termini più dannosi”. Una norma che legittima l’aiuto al suicidio sarebbe una norma intrinsecamente malvagia e mai potrebbe essere votata, perché legge ingiusta. Non è lecito votare una legge ingiusta – anche nel caso fosse “meno problematica [rispetto ad una versione precedente] modificandone i termini più dannosi” – perché votare a favore significa approvare e mai si può approvare l’ingiustizia, mai si può approvare il male, seppur minore, perché è comunque un male (sul punto mi permetto di rimandare a T. ScandroglioLegge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis, Palermo, 2020, testo in cui si analizza anche il n. 73 dell’Evangelium vitae, numero che erroneamente si chiama in causa in casi come questi per legittimare il voto ad una legge ingiusta).

Casalone poi così prosegue: “Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave”. Tradotto: votare una legge meno ingiusta di un’altra, ossia votare una legge sul suicidio assistito meno iniqua rispetto a quella attualmente in esame in Parlamento, è atto di tolleranza. Errato: la tolleranza significa non volere direttamente un certo effetto – anche provocato da terzi – quindi sopportarlo, subirlo. Votare a favore di una legge ingiusta all’opposto significa volere direttamente questa legge ingiusta. Io posso lecitamente tollerare il male compiuto da un altro per un bene maggiore – ad esempio per evitare danni più gravi – ma quando sono io a compiere il male, seppur minore, è errato usare il verbo tollerare. Se uccido un innocente per salvarne 100, io non tollero l’assassinio di quella persona, io voglio l’assassinio di quella persona.

L’articolo di La Civiltà cattolica poi aggiunge: “Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle «leggi imperfette», impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato”. Non comprendiamo esattamente a cosa l’autore dell’articolo si riferisca quando collega l’espressione “leggi imperfette” all’aborto procurato, ma, nonostante ciò, possiamo dire che la locuzione “leggi imperfette” è spendibile solo per le leggi giuste che possono essere più giuste, ossia per le leggi perfettibili. La gradualità della perfezione è predicabile solo nell’ambito del bene, non del male. Una legge meno ingiusta di un’altra non è una legge migliore di un’altra, ma meno peggiore, non è una legge con un maggior grado di perfezione, non è una legge imperfetta.

Casalone così prosegue: «Per chi si trova in Parlamento, poi, occorre tener conto che, per un verso, sostenere questa legge corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo». L’illeceità del votare a favore questa legge prima di risiedere nella collaborazione formale all’aiuto al suicidio – la legge diviene strumento per compiere questa azione intrinsecamente malvagia – risiede nel voto stesso: votare a favore significa approvare e mai è lecito approvare l’ingiustizia.

L’articolo così continua: «Per altro verso, le condizioni culturali a livello internazionale spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici da presidiare con sapiente tenacia». Quindi un altro motivo per approvare questa legge sarebbe quello di giocare d’anticipo: in giro per il mondo alcuni Paesi hanno approvato o stanno approvando leggi sul suicidio gravemente ingiuste, noi facciamoci furbi e, votando una legge meno ingiusta, anticipiamo chi, qui in Italia, vorrebbe imitarli. In parole povere, compiamo noi oggi il male minore per evitare che altri compiano domani un male maggiore. Ma anche in questo caso vale un principio di base della morale naturale già ricordato: non si può compiere il male minore per evitare un male maggiore, perché pur sempre di male si tratta. Non si può compiere il male a fin di bene. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Agire diversamente significherebbe scadere nell’utilitarismo, nel proporzionalismo.

Infine così il padre gesuita chiude l’articolo: «La latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, ci pare che non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge». Un ulteriore danno che l’approvazione della legge permetterebbe di schivare sarebbe quello del vulnus alla credibilità delle istituzioni. In questo caso, addirittura il principio di proporzione proprio dell’utilitarismo non sarebbe rispettato: metteremmo sul piatto della bilancia le vite delle persone uccise con l’aiuto al suicidio e sull’altro piatto della bilancia la credibilità delle istituzioni. Persino il vero utilitarista non potrebbe che riconoscere che le vite umane valgono più della credibilità delle istituzioni.

In conclusione, l’articolo de La Civiltà Cattolica risulta gravemente erroneo sul piano dei principi della morale naturale e cattolica apparendo antitetico all’insegnamento del Magistero in tema di eutanasia e manifesta una ignoranza o perlomeno una pessima interpretazione delle sentenze e delle leggi richiamate nel medesimo articolo.

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema
di “suicidio assistito”

Il principio di autorità: davvero chi non è in comunione con Bergoglio è fuori dalla Chiesa?

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Pubblichiamo questo articolo di don Francesco Ricossa perché riteniamo che quanto scrive possa essere un’utile, esaustiva risposta a tutti coloro che, in buona o in cattiva fede, accusano chi non è in comunione coi “papi conciliari” di essere fuori dalla Chiesa. L’ironia e la sagacia sono particolarmente apprezzati. (N.d.R.)

Fonte: https://www.aldomariavalli.it/2022/01/08/il-principio-di-autorita-la-botte-piena-e-la-moglie-ubriaca-una-risposta-di-don-ricossa/

Cari amici di Duc in altum, ieri ho pubblicato la lettera di un lettore che mi critica perché ho ospitato nel blog un intervento di don Francesco Ricossa, superiore dell’Istituto Mater Boni Consilii. Poiché l’Istituto – questa la tesi del lettore – non riconosce Francesco come papa, esso si pone fuori dalla Chiesa cattolica e, di conseguenza, non può intervenire su questioni cattoliche. Al lettore ho risposto che non guardo alle etichette appiccicate sopra le persone, ma alle idee sostenute e all’amore nella ricerca della verità. E oggi, con un efficace ricorso all’ironia, risponde lo stesso don Ricossa.  

***

di don Francesco Ricossa

Caro Valli,

come lei sa, mi aveva chiesto un commento all’articolo di The Wanderer (La confessione di Pietro e un “dubium” teologico), commento che lei ha gentilmente pubblicato sul suo blog con il titolo A quali condizioni Pietro è veramente roccia. Ora vedo la sua risposta alla lettera di un suo lettore, che critica la pubblicazione del mio intervento in quanto lei avrebbe affidato il commento al dubbio di The Wanderer a una persona che “si pone al di fuori della Chiesa cattolica”.

Il suo lettore, per la verità, non entra e si rifiuta di entrare nel merito della questione (“non entro nel merito del contenuto dell’articolo”); infatti egli non solo rifiuta di esaminare quanto da me sostenuto, ma persino quanto scritto da The Wanderer (che giunge al punto di dubitare che J. M. Bergoglio creda alla divinità di Cristo): un “non cattolico”, quale sarei io, non avrebbe diritto di trattare di questioni interne alla Chiesa cattolica e “non ha alcun senso dibattere con lui e chiedere il suo parere circa un problema che riguarda specificamente la teologia cattolica”.

In proposito le invio queste poche righe, evitando di trattare degli altri argomenti sollevati dal suo interlocutore, che non mi concernono.

Per quel che mi riguarda, mi preme rendere qui testimonianza della mia Fede cattolica e del mio amore per la Chiesa, nella quale sono nato, vivo e intendo morire. Nel ricevere gli ordini sacri, ho prestato come prescritto il giuramento antimodernista, e professato solennemente la professione di Fede del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano che la Chiesa richiede agli ordinandi. Credo e professo ogni singolo articolo di questa professione di Fede, aborrisco ogni errore ad essa contrario, e se avessi errato in qualunque mio scritto o affermazione contro l’insegnamento della Chiesa ritratto fin d’ora qualunque proposizione contraria a questo insegnamento.

Poiché suppongo che questa mia professione di fede non convincerà il suo lettore, mi voglio porre tuttavia dal suo punto di vista, dal punto di vista cioè di colui che riconosce J. M. Bergoglio come il legittimo Pontefice della Chiesa cattolica, Vicario di Cristo e Successore di Pietro. È questo infatti il motivo per cui il suo interlocutore non mi considera cattolico – pur esponendo in maniera confusa se non errata il mio pensiero (“il soglio di Pietro sarebbe, secondo i sedeprivazionisti, occupato formalmente ma non sostanzialmente, il che vuol dire che di fatto Papa Francesco non sarebbe Papa”; non conosco i sedeprivazionisti e, quanto a padre Guérard des Lauriers o.p., la sua tesi teologica sostiene che Paolo VI e successori occupano materialmente ma non formalmente la Sede di Pietro).

Mettendomi, come detto, nei panni del suo interlocutore, nei panni cioè di coloro che riconoscono senza difficoltà alcuna in J. M. Bergoglio la roccia su cui è edificata la Chiesa di Cristo, mi permetto di far notare quanto segue.

Sono entrato nella Chiesa cattolica il giorno dopo la mia nascita, con il Santo Battesimo (era il 1958). Da allora, come detto, non ho mai dubitato o negato alcuna verità rivelata e che la Santa Chiesa propone a credere (il suo lettore non ne cita neppure una, d’altronde), né ho aderito ad altra confessione religiosa, né sono incorso in alcuna censura di scomunica che avrebbe potuto separarmi dalla Chiesa. Il suo lettore obietterà che sono incorso in una scomunica latae sententiae o ipso facto per non essere in comunione con Papa Francesco, ma a questo proposito non c’è stata finora alcuna sentenza di condanna o anche solo di notificazione dell’essere incorso in detta censura. Se anche essa fosse in futuro comminata, ci sarebbe da chiedersi quale ne sarebbe il valore, provenendo da una autorità che è sospettata persino di non credere pubblicamente nella divinità di Cristo (non sono io che lo affermo, ma l’articolo di The Wanderer, che non ha suscitato nel suo lettore una reazione ostile).

Mettiamo comunque che il suo lettore abbia ragione e che, per motivo di scisma (non essendo in comunione con “Papa Francesco”), mi sarei escluso dalla Chiesa cattolica. In questo caso (dato e non concesso), sarei, secondo il Sacrosanto Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen Gentium, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, in virtù del valido battesimo, e ancor più della valida celebrazione della Eucarestia (o il suo interlocutore non riconosce il Vaticano II?). A questi “fratelli separati”, in comunione imperfetta con la Chiesa cattolica, il suo interlocutore proibisce di poter intervenire su questioni riguardanti la teologia cattolica, e a lei di ospitare i loro scritti (senza necessariamente condividerli, d’altronde, visto che molti autori da lei pubblicati difendono altre opinioni). L’opinione del suo lettore mi sembra legata a una disciplina preconciliare, in opposizione al magistero e alla disciplina della Chiesa conciliare (o forse il lettore rigetta l’uno e l’altra?). Mi limiterò ad alcuni esempi.

Durante il Concilio Vaticano II numerosi teologi, questi sì certamente acattolici, furono invitati ufficialmente a partecipare come osservatori all’assise conciliare. È vero che non avevano diritto di parola e di voto, ma è anche vero che collaborarono attivamente all’elaborazione degli schemi conciliari poi votati dai Padri, soprattutto in tema di ecumenismo e libertà religiosa. In materia di dialogo interreligioso (dichiarazione Nostra aetate) la collaborazione con il segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani istituito nel 1960 da San Giovanni XXIII e allora presieduto dal cardinal Bea si estese anche ai non cristiani, in primis lo storico Jules Marx Isaac, appartenente ai B’nai B’rith, che per primo richiese la stesura di un tale documento. La Curia romana comprende attualmente un Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (erede del segretariato di cui sopra), un Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (ex segretariato per i non cristiani) e un Pontificio consiglio per la cultura, erede del Pontificio consiglio per il dialogo con i non credenti (istituito da san Paolo VI nel 1965). Il suo interlocutore sembra legato a forme ormai superate dalle decisioni conciliari, come i metodi del Sant’Uffizio, soppresso da san Paolo VI nel 1965 e sostituito dalla Congregazione per la dottrina della fede. La stagione ecumenica e interreligiosa ha portato a una intensa collaborazione dottrinale con i non cattolici, i non cristiani e i non credenti, con risultati concreti come i documenti congiunti sottoscritti da cattolici e non cattolici: mi limiterò a citare la dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione, oppure la cosiddetta dichiarazione di Abu Dhabi sottoscritta da Sua Santità Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb nel 2019.

Se anche fossi non cattolico, non sono stato solennemente anatemizzato da Papa Leone X e dal Concilio di Trento come lo fu Martin Lutero; eppure Sua Santità Papa Francesco ha accolto ben due volte i pellegrini luterani in Vaticano, affiancato da una statua dell’eresiarca sassone, e la seconda volta anche tenendo sullo sfondo i ritratti congiunti di Sua Santità e di Lutero, incoraggiato in questo gesto innovativo dalle dichiarazioni dei suoi Santi predecessori: “Oggi vengo io a voi, all’eredità spirituale di Martin Lutero; vengo da pellegrino” (discorso di Giovanni Paolo II al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Magonza, 17 novembre 1980). “Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica” (discorso di Benedetto XVI al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, Erfurt, 23 settembre 2011). Se “Papa Francesco” ha affiancato il proprio ritratto a quello di Lutero, non vedo perché, caro Valli, lei non potrebbe pubblicare una letterina di don Ricossa (senza sua fotografia).

Lo stesso rito della Messa (unica espressione del rito romano come rammentato nel motu proprio Traditionis custodes), promulgato da san Paolo VI nel 1969, fu il frutto di una attiva collaborazione ecumenica tra liturgisti cattolici e protestanti, e quindi non cattolici; mi spiace al proposito che la ferrea fedeltà del suo lettore al Santo Padre sia incrinata dal suo suggerimento di criticare detto motu proprio. Terminerò infine (giacché promisi brevità) con una citazione dell’enciclica Ut unum sint di san Giovanni Paolo II, nella quale il santo pontefice richiedeva il contributo dei non cattolici per rivedere in senso ecumenico il concetto del primato petrino.

Di fronte a così tante, autorevoli e persino sante autorità, come può il suo lettore restare ancorato a una visione integralista e sorpassata dei rapporti tra cattolici e non cattolici? Non si può volere “la botte piena e la moglie ubriaca” (per far uso di un volgare proverbio popolare): riconoscere cioè l’autorità dei “Papi conciliari” per accreditarsi come cattolici, senza accettarne il magistero: si tratterebbe di un riconoscimento fittizio e punto sincero, come rammenta proprio J. M. Bergoglio in Traditionis custodes.

Naturalmente, caro Valli, ho fatto uso dell’ironia (non vorrei che qualcuno mi attribuisse un’adesione al pensiero conciliare da Paolo Vi a oggi!); non me ne voglia neppure il lettore che ha obiettato alla pubblicazione della mia letterina precedente. Se gli farà leggere queste mie righe, sappia che comprendo il suo attaccamento al principio di autorità, come comprendo che la situazione attuale generi tanta confusione in chi desidera conservare la Fede.

 

Editoriale di “Opportune, Importune” n. 40

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don Ugo Carandino

La Chiesa nel ciclo liturgico di Natale ci fa meditare la Natività del Salvatore e ci sprona al rinnovamento spirituale, per permettere alla grazia divina di rinascere nei nostri cuori e di accrescere la pratica delle virtù cristiane. 
Per ogni battezzato la vita spirituale è un’esigenza costante, che diventa una necessità impellente nei momenti più difficili, per evitare di trovarsi impreparati a fronteggiare degli avvenimenti avversi, a volte devastanti non solo per il singolo individuo ma anche per l’intera società. 
In quei frangenti l’anima, come tramortita dal peso della prova, se non è sostenuta dalla vita spirituale e da una radicata visione cristiana dell’esistenza, che permette la riflessione ed evita la precipitazione, potrebbe essere esposta allo scoraggiamento e all’esasperazione, sino a sprofondare nella più buia disperazione. Infatti, invece di ricercare il soccorso divino che illumina e fortifica, tante anime davanti alle prove più gravose smarriscono la riflessione, il dominio di sé stesse e la prudenza sovrannaturale (da non confondersi con la meschina prudenza del mondo). E poiché si vive in società, si rischia facilmente di diffondere attorno a sé il proprio malessere interiore, il tutto amplificato dagli attuali mezzi di comunicazione. 
Non è uno scenario ipotetico, poiché è quello in cui ci troviamo ormai da due anni, dove i timori sono diffusi e le incertezze crescenti. La vita ordinaria è scossa alle sue fondamenta e dopo l’incredibile sospensione del culto l’anno scorso, ora persino l’iscrizione ad un albo professionale o lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa sono messi in pericolo, con gravi ripercussioni morali ed economiche. 
È un cupo biennio che si colloca nella lunga vacanza formale della Sede Apostolica, che rende ancora più lacerante la situazione, in quanto il gregge è privato della voce infallibile del Vicario di Cristo, la sola che possa dissipare incertezze e opinioni discordanti sulle diverse materie, distinguendo ciò che è vincolante da ciò che è opinabile. 
Mai come in questi frangenti tutti noi abbiamo bisogno del buon consiglio divino e del buon senso umano, per ponderare le parole, per praticare un giusto discernimento, per premunirsi da giudizi avventati o da eccessi verbali che lederebbero la carità. 
Ecco la grande assente: la carità! La regina tra le virtù a volte sembra scomparsa anche negli ambienti dove dovrebbe regnare sovrana, tra chi ha in comune la stessa fede e lo stesso ideale cristiano. Laddove la carità viene detronizzata si fanno strada la diffidenza e il risentimento, persino le offese, come se gli obiettivi comuni – il combattimento per la Dottrina, il Papato e la Messa – fossero dissolti o comunque diventati del tutto marginali, preferendo in alcuni casi come “alleati” coloro che sulle questioni fondamentali hanno posizioni diverse o del tutto differenti. 
Nella babele dei pensieri (e dei “social”), senza l’àncora della preghiera assidua, si rischia di trovarsi nelle condizioni di Ulisse alle prese con le famose sirene, attribuendo un immeritato credito a personaggi del tutto estranei alla causa antimodernista (la battaglia più importante), se non addirittura ostili. Questi cattivi maestri (o, in certi casi, presunti maestri con pessimi suggeritori) trasmettono, come frutto inevitabile della loro mentalità, un senso di frustrazione e di incattivimento che contribuisce alla destabilizzazione dell’anima. Anche perché in tutti i loro calcoli umani, che portano spesso al peggiore catastrofismo e a un certo compiacimento per esso, sono assenti l’azione di Dio, la Sua Provvidenza, il soccorso della grazia. Di conseguenza, se le peggiori delle ipotesi si dovessero realizzare per davvero (ma allora il Signore darebbe le grazie necessarie per affrontarle), nell’ottica puramente umana (frutto del naturalismo diffuso nella società da bruttissime officine), sarebbe completamente disatteso il valore della sofferenza e la ricompensa eterna per le ingiustizie subite con spirito cristiano. Nostro Signore ci chiede di accettare e portare la croce, non di fuggirla con l’ansia disperata dell’ateo che non crede nell’eternità. E così l’immeritata notorietà di alcuni, che martellano su certi temi, è a discapito dell’equilibrio di giudizio di molti (gli antichi direbbero: “mors tua vita mea”). 
Abbiamo quindi più che mai bisogno delle benedizioni del Bambin Gesù, della intercessione materna di Maria, della protezione di san Giuseppe per la salute del corpo, certamente, ma prima ancora per la salute dell’anima, senza la quale ogni altro bene sarebbe ben poca cosa. Dobbiamo attendere ed invocare queste benedizioni del Natale, in un’atmosfera di profondo raccoglimento per ristabilire in tutto il suo vigore l’ordine interiore. Ovviamente questo suppone l’assistenza alle funzioni religiose, accostarsi al Sacramento della Penitenza e alla SS. Eucarestia, per non ridurre la festa a un pretesto per imbandire abbondantemente la tavola. 
A differenza del mondo, che anche quest’anno sarà indifferente se non ostile al ricordo della nascita temporale di Nostro Signore, noi che siamo nel mondo ma che non gli vogliamo appartenere (almeno si spera), dobbiamo cogliere uno degli aspetti più caratteristici della festa: il silenzio di Maria e di Giuseppe nella Grotta di Betlemme in quella Santa Notte. Il mondo fugge il silenzio mentre noi dobbiamo ricercarlo, per ascoltare le parole di vita eterna che il Verbo Divino incarnato ci rivolge e che da 2000 anni permettono alle anime di affrontare con merito eterno ogni circostanza, anche le più gravi e laceranti. 
 
 

Quelli che il “ddl Zan è cosa buona…” ci proveranno ancora

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EDITORIALE del LUNEDI per InFormazione Cattolica

di Matteo Castagna

MATRIMONIO E FAMIGLIA COMPOSTI DA UOMO, DONNA E FIGLI NON SONO IL FRUTTO DI UNA CULTURA CHE PUÒ CAMBIARE, O DI UN PRECONCETTO SOCIALE IMPOSTO, PERCHÉ È VERITÀ ANTROPOLOGICA INCONTROVERTIBILE

 

Credere di aver vinto la guerra contro chi vuole sovvertire l’ordine naturale, attraverso sofismi o l’affermazione di presunti diritti, anche attraverso l’imposizione legislativa di norme liberticide ed anticristiane, sarebbe da ingenui.

L’affossamento del ddl Zan, avvenuto in un particolare contesto politico, non significa che in futuro non si ripresenteranno le stesse istanze, altre insidie e le stesse problematiche.

Il terreno dello scontro non va visto nel paravento della tutela dalle discriminazioni di persone di diverso orientamento sessuale, perché le leggi e le aggravanti per chi commette atti violenti verso un gay ci sono già e quindi, togliendo di mezzo questa “scusa”, troviamo la volontà di imporre per legge il cosiddetto diritto positivo, contro chi si fa difensore del diritto naturale.

L’ osannato Stato laico, ovvero ateo, si porrebbe, dunque, come unica fonte del diritto e della morale, in una rigida concezione positivistica. Anche se esso si professa privo di un fondamento morale che lo legittimi e lo trascenda, avendo messo nel cassetto la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo tramite 300 anni di spirito liberale, pretende di poter entrare nelle questioni di ordine morale, secondo il criterio positivista, che proclama giusto tutto ciò che l’autorità stabilisce (iustum quia iussum e non più, invece, iussum quia iustum).

Il noto giurista austriaco Hans Kelsen (1881-1973) è uno dei maggiori interpreti di questa teoria, su cui si fonda il pensiero moderno e post-moderno: <<una qualsiasi norma, proprio perché posta (positiva) e imposta dall’autorità o dalla maggioranza è per ciò stesso valida, buona e diventa “diritto giusto”>>.

Si tratta della dittatura della maggioranza, che legittima legalmente qualsiasi arbitrarietà, sotto la categoria dei diritti umani. Si proclama, spesso in nome della libertà di coscienza, la libertà dalla legge divina e dalla legge naturale, scritta nel cuore stesso dell’uomo, per assoggettarsi alle leggi umane, fatte di maggioranze sempre più variabili e, quindi, inconsistenti. E’, probabilmente, questa l’essenza del liberalismo che troppi, per giustificare l’errore ed il proprio comodo sregolato, hanno portato in seno al cristianesimo, che ne è la negazione per antonomasia.

Nel contesto attuale, il Sistema globale impone una visione antropologica dell’uomo di tipo scientista e tecnicista, che non tiene minimamente conto della sua natura di essere chiamato alla trascendenza. Tale visione rinchiude l’uomo nell’immanenza, comprime o nega la legge naturale, perdendo ogni fondamento e riferimento metafisico, sia nel campo teoretico che in quello morale e pratico. Anche il diritto diventa autonomo dalla morale e si sposta nel positivismo scientista.

Dal diritto naturale (oggettivo, desunto dalla natura) che prevede una biologia chiara e netta, ove uomo e donna sono complementari e, al tempo stesso, indispensabili alla procreazione, si è passati al diritto positivo, che trova la sua giustificazione nelle pulsioni, negli istinti e nei desideri di alcune persone, senza avere più il suo fondamento nel creato così come voluto dal Creatore.

Il darwinismo è servito a mettere in discussione la Creazione per preparare il terreno al positivismo individualista anticristiano. La visione secolarizzata e immanentista dell’uomo fa perdere il senso della morale e smarrisce quello del diritto.

Traslando al matrimonio e alla famiglia il positivismo individualista moderno, troveremo sempre la sovversione del diritto in nome di un presunto bene, persino “contra naturam”, dell’essere umano.

Matrimonio e Famiglia composti da uomo, donna e figli non sono il frutto di una cultura che può cambiare, o di un preconcetto sociale imposto dalla Chiesa, perché è verità antropologica incontrovertibile in quanto naturale, elevata, semmai, dal cristianesimo a Sacramento indissolubile, finalizzato alla vita. Cercare di cambiare la legge naturale e divina con il diritto positivo significa pervertire la verità dell’uomo, barattandola subdolamente e brutalmente con surrogati svianti e lesivi della dignità della creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio-Amore. L’odio verso Dio-Amore cercherà sempre di creare un diritto positivo che giustifichi e legalizzi il peccato. L’ha già fatto col divorzio e l’aborto, con le “unioni civili” volte a parificare l’unione tra persone dello stesso sesso al matrimonino, e ora ci sta provando anche con utero in affitto ed eutanasia.

S. Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, uno dei primi Padri della Chiesa (I/II secolo dopo Cristo) scrisse nella sua lettera agli Efesini: << Non illudetevi, fratelli miei, coloro che corrompono le famiglie non erediteranno il regno di Dio (cfr. Cor 6, 9-10). se coloro che così fecero secondo la carne furono puniti con la morte, quanto più non dovrà essere punito colui che con perversa dottrina corrompe la fede divina, per la quale Gesù cristo è stato crocifisso? Un uomo macchiatosi di un tale delitto andrà nel fuoco inestinguibile, e così pure chi lo ascolta>>.  La lotta tra Bene e male continuerà finché Dio lo permetterà, perciò non facciamoci prendere da facili entusiasmi, ma stiamo forti nella realtà e saldi nel diritto naturale, protetto dallo stendardo di Cristo Re. Mettiamoci in gioco, con coraggio, perché i tempi che ci attendono saranno sempre più difficili e necessiteranno di coraggio e audacia.

Ci saranno utili dei rappresentanti che abbiano la volontà e i mezzi per combattere, almeno a difesa del diritto naturale, poiché le sirene del mondo, del denaro facile e della moda sono una forte tentazione, anche tra le fila di coloro che dovrebbero stare alla destra del Padre.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/11/08/quelli-che-il-ddl-zan-e-cosa-buona-ci-proveranno-ancora/

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