Il dogma dell’odio

 

di Peppino Zola

Fonte: Tempi

Caro direttore, ogni regime dittatoriale crea uno slogan per rendere appetibile al popolo la privazione della libertà; per rendere accettabile lo Stato totalitario. Stalin proclamava l’ideale del “Nuovo Uomo Sovietico”, mentre programmava i gulag e determinava la morte di qualche milione di russi. Hitler diceva esplicitamente che “dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita” e con questa coscienza massacrò milioni di ebrei e diede iniziò alla tragedia di una guerra mondiale. Mussolini faceva scrivere sui muri di tutta Italia il motto “Credere, Obbedire, Combattere”, per convincere gli italiani che valeva la pena perdere la libertà. Pol Pot (troppo frettolosamente dimenticato tra i feroci dittatori del secolo breve) affermava che “la nostra ambizione è di edificare una società in cui la felicità, la prosperità e l’uguaglianza prevalga per tutti” e per soddisfare questa ambizione fece uccidere 3 milioni di cambogiani dal 1975 al 1979.

Anche coloro che si stanno preparando a diventare prossimamente i dittatori totalitari del “pensiero unico” hanno trovato una parola magica, con la quale cercano quotidianamente di porre a tacere ogni libera espressione di pensiero. Si tratta della parola “odio”, con la quale pongono il veto di parola a chiunque voglia legittimamente esporre un pensiero diverso dal loro. Se si sollevano obiezioni circa una certa conduzione dell’Ue, subito scatta l’accusa di “odiare” l’Europa; se si pongono domande circa il drammatico problema dell’attuale migrazione mondiale, scatta l’accusa di “odiare” i migranti; se si vuole ribadire, con tutta la delicatezza del caso, la dottrina cattolica circa l’esperienza sessuale, scatta immediatamente l’orrenda accusa di essere omofobi. Insomma, come mi ha insegnato l’amico Robi Ronza, è stato messo in atto questo meccanismo: se io penso una cosa diversa da te vuol dire che ti odio e questo sta diventando un dogma. È fin troppo facile capire che questo meccanismo uccide in partenza ogni libertà di pensiero e, con essa, ogni possibilità di vero dialogo. Se affermo legittimamente un pensiero diverso dal tuo, sono squalificato in partenza, con un cartellino rosso preventivo. È la morte della libertà e la parola “odio” è il becchino che sotterra il bene più prezioso dato da Dio all’uomo. I nuovi Mussolini scriveranno su tutti i muri d’Italia la parola “odio”, cercando di farci tacere, ma noi non taceremo. Continua a leggere

La pandemia colpisce gli scettici e i sovranisti…

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Hanno trasformato la pandemia in pantomima. Una tragedia mutata in pagliacciata globale. Dunque, lo schema della fiaba con intenti moralistici e punitivi è il seguente. La pandemia nata in Cina, cresciuta in Asia, infuria nel mondo ma ci sono tre nazioni carogne guidate da tre canaglie che sono paladini, impresari e veicoli della pandemia. I tre porcellini in questione si chiamano Donald TrumpBoris Johnson e Jair Bolsonaro e guarda caso sono tutti “sovranisti”, conservatori o nazional-populisti. Una mezza scomunica arriva pure all’India dove c’è un mezzo nazionalista, Narendra Modi. E una velenosa maledizione scende sulla Russia del Maledetto Zarista-sovranista Vladmir Putin. Il Covid ha una sua morale progressista, secondo i media, punisce chi dubita della sua virulenza ed è sovranista. Fa eccezione la Svezia dove un governo socialdemocratico ha usato la linea aperta sul Covid ma per questi non vale la punizione divina né l’allarme sui dati.

Sugli altri paesi si dice poco e niente, le stragi del covid in Africa, in Asia o nei Caraibi vengono dimenticate, i contagi tra i migranti passano in sordina, e comunque mai col tono usato per i Tre Porcellini, che è riassunto nell’espressione “ben ti sta”, “te lo sei cercato”. Se Johnson o Bolsonaro risultano positivi al virus è un peana euforico degli umanitari, un inno progressista al Covid, un’ola di liberazione che fa il tifo per la Bestia, che in questo caso è il virus, anche se per loro la Vera bestia è la sua vittima sovranità  È inutile dire che la traduzione dei Tre Porcellini in Italia è Prosciutto & Meloni, ove per Prosciutto s’intende Salvini-Suini e per Meloni s’intende Giorgia regina de’ Coatti.  Avvertenza d’obbligo, anche se più volte espressa: nessuna simpatia per Trump e Bolsonaro (un po’ per Johnson), antipatia per i loro nemici e competitori.

Ogni giorno, a partire da quella cloaca grillo-contina che è il tg1 lo schema è sempre lo stesso: i Buoni sono la Cina e la Contea d’Italia da cui arrivano notizie radiose e profilassi efficaci mentre i cattivi sono gli Usa, il Brasile, la Russia, ecc. da cui arrivano sempre notizie sinistre condite da errori colossali dei leader. L’impressione che lasciano ai cittadini italiani è che quei paesi stiano toccando vertici pazzeschi di contagio e di vittime e siano esposti al male per una scelta ideologica folle prima che sanitaria: sono stati liberisti con il virus, hanno lasciato proseguire l’economia, hanno lasciato a piede libero le popolazioni, dunque vanno puniti e intubati. Continua a leggere

I “diritti umani” in Cina

L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

 

Un nuovo rapporto del governo degli Stati Uniti afferma che gli abusi dei diritti umani in Cina sono peggiorati nell’ultimo anno e ha messo in luce in particolare la crescente persecuzione dei cattolici cinesi sulla scia dell’accordo Vaticano-Cina del 2018.”Durante l’anno di riferimento 2019, la Commissione esecutivo-congressuale sulla Cina ha scoperto che la situazione dei diritti umani è peggiorata e lo stato di diritto ha continuato a deteriorarsi,poiché il governo e il Partito cinesi hanno sempre più utilizzato regolamenti e leggi per far valere il controllo sociale e politico”, ha svelato il rapporto annuale della commissione.Il rapporto afferma che “dopo che il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare della Cina ha firmato un accordo con la Santa Sede nel settembre 2018, le autorità locali cinesi hanno sottoposto i credenti cattolici in Cina ad un aumento le persecuzioni demolendo chiese,rimuovendo le croci e continuando a detenere il clero sotterraneo”.L’intervallo di tempo del rapporto copre i diritti umani in Cina da agosto 2018 ad agosto 2019. La commissione è stata istituita dal Congresso nel 2000, quando la Cina doveva entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio, e doveva riferire sui diritti umani nel paese e mantenere un database di prigionieri politici.Quest’ultimo rapporto rileva l’ascesa di campi di internamento di massa nella provincia occidentale dello Xinjiang, la brutale persecuzione di cristiani, musulmani e altre chiese o gruppi religiosi non registrati e la repressione dei manifestanti democratici a Hong Kong.Il piano quinquennale di “sinacizzazione”del Partito Comunista Cinese è in corso per stabilire il controllo statale sulla religione. “Studiosi e gruppi per i diritti internazionali hanno descritto la persecuzione religiosa in Cina nel corso dell’ultimo anno con un’intensità mai vista dalla Rivoluzione Culturale”, ha affermato il rapporto. Secondo quanto riferito, la Cina sta addirittura aumentando i controlli più severi su gruppi ed eventi religiosi nel 2020.Le nuove restrizioni che saranno applicate a febbraio 2020 includono l’obbligo che i gruppi religiosi “aderiscano alle direttive sulle religioni in Cina, implementando i valori del socialismo”e promuovano i “principi e le politiche del Partito Comunista Cinese”.Un altro articolo richiede che le autorità governative siano coinvolte nella selezione degli ufficiali religiosi e coinvolte in controversie, mentre le chiese sotterranee o le chiese”domestiche” saranno assolutamente vietate.L’accordo 2018 Vaticano-Cina sulla nomina dei vescovi mirava a unificare l’Associazione patriottica cattolica cinese, promossa dallo stato, con la Chiesa sotterranea, in comunione con Roma. Invece, la persecuzione della Chiesa sotterranea è continuata e, secondo alcuni, intensificata.Si stima che il numero di cattolici in Cina sia superiore a 10 milioni, con statistiche ufficiali che affermano che 6 milioni di cattolici fanno parte della chiesa promossa dallo stato.”Osservatori e credenti cattolici hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’accordo non ha fornito un sostegno sufficiente per la comunità cattolica cinese, con uno studioso che ha sottolineato che la persecuzione delle autorità delle comunità cattoliche sotterranee e ufficiali si è effettivamente intensificata nell’ultimo anno sotto la campagna di sinicizzazione”, ha rilevato il rapporto, che ha ricordato come “le autorità cinesi locali hanno sottoposto i credenti cattolici in Cina ad un aumento delle persecuzioni, demolendo chiese,rimuovendo croci, continuando a detenere clandestino membri del clero”.Il rapporto ha anche evidenziato il trattamento del governo cinese nei confronti di altre comunità religiose.Nella regione autonoma uigura dello Xinjiang,nell’estremo ovest del paese, “la Commissione ritiene che le autorità cinesi possano commettere crimini contro l’umanità contro il popolo uiguro e altri musulmani turchi”, con stime di “un milione o più di uiguri” detenuti nei campi di internamento e di lavoro forzato.“Il personale di sicurezza nei campi ha sottoposto i detenuti a torture, inclusa l’ingestione forzata di droghe; punizione per comportamento ritenuto religioso; lavoro forzato; sovraffollamento; privazione di cibo; e indottrinamento politico”, afferma il rapporto. A causa del sovraffollamento, alcuni detenuti sono stati inviati in campi altrove in Cina;alcuni “sarebbero morti nei campi a causa di cattive condizioni, abbandono medico o altri motivi”. Sono stati segnalati anche “l’uso di scosse elettriche e il blocco di persone in posizioni dolorose” nei campi.In molte zone della Cina le autorità hanno istituito un “sistema di sorveglianza pervasivo e ad alta tecnologia”con telecamere di riconoscimento facciale e monitoraggio dei telefoni cellulari, nonché la raccolta di dati biometrici di membri di minoranze etniche. Mentre i musulmani sono stati sottoposti a severi controlli sulla pratica religiosa nella regione, le presunte misure “antiterrorismo”del governo potrebbero essere utilizzate nella regione autonoma di Ningxia Hui(Ningxia) dove risiedono molti musulmani Hui. Negli Stati Uniti sia la Camera che il Senato hanno approvato una legge, l’Uyghur Human Rights Policy Act, per fornire maggiori informazioni al governo federale sulle violazioni dei diritti umani commesse contro le minoranze etniche nello Xinjiang e sul trasferimento di tecnologia per consentire la sorveglianza di massa.In Italia, nei giorni scorsi, il deputato della Camera, on.le Vito Comencini, intervenendo in aula (qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=9RvapES347E)ha reso noti una serie di dati agghiaccianti sul regime comunista cinese. Rendendo noti i dati forniti dalla Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre”nel suo ultimo report sulla persecuzione anticristiana, Comencini ha spiegato che nella Cina di Xi Jinping la vita dei cristiani è divenuta più difficile dopo l’entrata in vigore, il 1° febbraio 2018, del nuovo Regolamento sugli affari religiosi. Questa normativa ha ulteriormente limitato la libertà di fede, delimitando molte attività religiose ai luoghi di culto registrati e introducendo ulteriori restrizioni. Il Partito Comunista ha, infatti, vietato gli insegnamenti religiosi “non autorizzati”, mentre gli sforzi per “sinicizzare” le credenze religiose proseguono a ritmo sostenuto, così come in alcune province del Paese continua la demolizione delle chiese e la rimozione delle croci, con le norme edilizie che vengono usate dal governo come dei pretesti per gli abbattimenti. Nel mese di aprile del 2018, in attesa della pubblicazione di una nuova versione delle Sacre Scritture dei cristiani “compatibile” con la sinicizzazione e il socialismo, è stata vietata la vendita online della Bibbia. In alcune regioni cinesi l’educazione è usata come uno strumento di condizionamento sociale: gli alunni hanno dovuto firmare una dichiarazione in cui sono stati costretti ad affermare che avrebbero «promosso l’ateismo e si sarebbero opposti alla fede in Dio».Lo scorso mese di marzo 2019 nella città di Guangzhou, funzionari pubblici hanno introdotto premi in denaro per coloro che forniscono informazioni in merito a chiese sotterranee e altri luoghi di culto “non ufficiali”. Chi procura informazioni utili riceve in cambio 100 yuan (l’equivalente di 12 euro e 85 centesimi), che possono diventare ben 10 mila yuan, circa due mesi di stipendiomedio, per chi aiuta il governo ad identificare ed arrestare ministri e membri di gruppi religiosi non graditi al regime.Parafrasando il professor Ernesto Galli della Loggia, ha concluso Comencini, dovremmo chiederci: «come mai la nostra cultura ha scarsa consapevolezza e memoria di questi fenomeni?». Dobbiamo arrivare ai livelli di persecuzione anticristiana come quella praticata dai “Boxers” all’inizio del ventesimo secolo (trentamila esecuzioni di cristiani in solo due mesi) per svegliarci? Dobbiamo ritornare ai livelli di crudeltà espressi dal famigerato Mao Tse-Tung e dalla sua persecuzione contro i cristiani per fare qualcosa?

Cent’anni fa il primo comunista italiano (che morì fascista)

Cent’anni fa apparve in Italia il primo leader comunista, amico personale di Lenin; morì poi da fascista, fucilato a Dongo e appeso per i piedi dai suoi compagni in Piazzale Loreto, accanto a Mussolini. Si chiamava Nicolino Bombacci e fu eletto nel 1919 alla guida del partito socialista. Era il capo dei massimalisti, somigliava non solo fisicamente a Che Guevara e ricordava Garibaldi. Era un puro e un confusionario; rappresentava, per dirla con De Felice, il comunismo-movimento, rispetto a chi poi si arroccò nel comunismo-regime. Fu lui a volere la falce e martello nella bandiera rossa, sull’esempio sovietico. Questa storia rimossa dai comunisti merita di essere raccontata.

Il 1°maggio di cent’anni fa era nato a Torino Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e Palmiro Togliatti. A quel tempo, disse poi Tasca (che esule dal Pci, finì a Vichy con Petain): “Eravamo tutti gentiliani”. Sull’onda della rivoluzione bolscevica nel giugno di cent’anni fa Ordine nuovo propose i soviet in Italia. Quel progetto li ricongiunse a Bombacci e insieme poi fondarono a Livorno il Partito Comunista.

“Deve la sua fortuna di sovversivo a un paio d’occhi di ceramica olandese e a una barba bionda come quella di Cristo” così Mussolini dipinse il suo antico compagno, poi nemico e infine camerata Bombacci. Romagnolo e maestro elementare come Mussolini, cacciato anch’egli dalla stessa scuola perché sovversivo, compagno di lotte e di prigione del futuro duce, e nemico dei riformisti, Bombacci si separò da Mussolini dopo la svolta interventista. Per tornare al suo fianco a Salò ed essere ucciso, dopo aver gridato “Viva il socialismo, viva l’Italia”. A differenza di Mussolini, Bombacci veniva dal seminario (come Stalin e Curcio) e da una famiglia papalina di Civitella di Romagna. Bombacci diventò il principale bersaglio dei fascisti che gli urlavano “Con la barba di Bombacci/ faremo spazzolini. Per lucidare le scarpe di Mussolini” (la stessa canzone fu riadattata al Negus quando l’Italia fascista conquistò l’Etiopia). I fascisti lo trascinarono alla gogna, tagliandogli la barba. Zazzera biondastra e incolta, volto magro, zigomi sporgenti, malinconici occhi turchini e una voce appassionata, impetuoso trascinatore di piazza. Così lo ricordava Pietro Nenni: “una selva di capelli spettinati, uno scoppio di parole spesso senza capo né coda. Nessun tentativo di convincere, ma lo sforzo di piacere. Un’innegabile potenza di seduzione. E in tutto questo, un soffio di passione…”

Sposato in chiesa, tre figli e varie storie d’amore alle spalle, Bombacci si schierò con Gramsci dalla parte di D’Annunzio a Fiume con la Carta del Carnaro. Quando nacque il Pcd’I, Mussolini dirà in un discorso alla Camera: “li conosco i comunisti, sono figli miei”. Bombacci fece uscire il folto gruppo parlamentare socialista dalla Camera prima che parlasse il Re nel giorno dell’insediamento, al grido di Viva il socialismo. Bombacci fu l’unico dei comunisti italiani in diretti rapporti con Lenin. Bombacci ricevette da lui denaro, oro e platino per la propaganda. A Mosca, Bombacci tornò coi vertici del Partito nel quinto anniversario della rivoluzione bolscevica, il 9 novembre del 1922 che nel calendario russo coincideva, col nostro 28 ottobre: quell’anno ci fu la Marcia su Roma. Bombacci sostenne l’intesa tra l’Italia fascista e l’Urss comunista, anche in parlamento. Poi suggerì ai comunisti d’infiltrarsi nei sindacati fascisti (strategia che Togliatti poi teorizzò come entrismo). Fu lui il primo comunista a entrare (indenne) nella Camera con Mussolini al potere. Continuò a far la spola con Mosca, soprattutto dopo che l’Italia fascista era stata il primo paese occidentale a riconoscere l’Urss e ad avviare rapporti economici. Bombacci tornò a Mosca il 1924 ai funerali di Lenin ed era ritenuto il n.1 in Italia. Fu espulso dal partito quattro anni dopo, per deviazionismo e indegnità, dopo aver dato vita a un’agenzia di export-import tra l’Italia e l’Urss; Bombacci fu il precursore delle coop rosse.

Per tutta la vita navigò tra i debiti; Mussolini aiutò i suoi famigliari e gli trovò un’occupazione all’Istituto di cinematografia educativa, in una palazzina di Villa Torlonia, proprio dove risiedeva il Duce. E gli finanziò un giornale fasciocomunista degli anni trenta, La Verità, che evocava la Pravda a cui Bombacci aveva collaborato. Odiato da Starace e dai fascisti, la Verità continuò a uscire fino al ’43. Dalle sue pagine teorizzò l’Autarchia. Bombacci sognava d’unificare le rivoluzioni di Roma, Mosca e Berlino; ma con la rottura del patto Molotov-Ribbentrop, il comunismo si alleò con le plutocrazie occidentali, e lui, anti-capitalista, si schierò col fascismo.

Ai tempi di Salò Bombacci aveva i capelli corti e la barba non era più incolta; una palpebra gli si era abbassata davanti all’occhio, vestiva con abiti gessati. Ma coltivava ancora il suo velleitario socialismo. A Salò il sindacalista Francesco Grossi lo ricorda “caloroso nell’esporre, gli brillavano gli occhi chiari ed acuti che rivelavano una totale pulizia interiore”. Perorò la socializzazione nella prima bozza della Carta di Verona e sognò la nascita dell’Urse, l’unione delle repubbliche socialiste europee.

Con Carlo Silvestri voleva riaprire il caso Matteotti per dimostrare che quel delitto fu messo di traverso tra Mussolini e il socialismo per evitare il riavvicinamento. Con Silvestri Bombacci promosse l’estremo tentativo di consegnare le sorti della Rsi al partito socialista di unità proletaria con un messaggio consegnato a Pertini e a Lombardi che i due leader partigiani cestinarono. Bombacci continuò a predicare tra gli operai la rivoluzione sociale: nel suo ultimo discorso a Genova il 15 marzo del ’45 ritrovò la foga della sua gioventù; lo raccontò in una lettera entusiasta a Mussolini. Fucilato con Mussolini a Dongo, fu esposto col cartello “Supertraditore”. Cadde cogli occhi azzurri spalancati verso il cielo, come si addice a un sognatore ad occhi aperti.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/centanni-fa-il-primo-comunista-italiano-che-mori-fascista/

Solgenitsyn, dal gulag all’oblio

«Sono infinitamente difficili tutti gli inizi, quando la semplice parola deve smuovere l’inerte macigno della materia. Ma non c’è altra strada se tutta la materia non è più tua, non è più nostra. Anche un grido può provocare una valanga in montagna». Da ragazzo queste parole di Alexander Solgenitsyn m’incoraggiavano a pensare che l’impresa di svegliare il mondo non fosse impossibile. Ripenso oggi, a cent’anni giusti dalla sua nascita e a dieci dalla sua morte, con commosso stupore al grido di Solgenitsyn e alla valanga che aveva creato. Dopo la sua denuncia, il mondo seppe dell’arcipelago gulag, poi fu eletto il Papa venuto dall’Est comunista, poi Gorbaciov avviò la perestrojka, poi cadde il Muro di Berlino e infine crollò il comunismo. Non dirò che quel grido abbia provocato quell’immenso sciame sismico; ma in principio fu la parola, la fragile, inerme parola di un dissidente russo che aveva vissuto e descritto sulla propria pelle quel calvario di orrore. Non solo lui, ma lui fu certamente il caso più clamoroso. Mi rincuorò pensare che le parole, le idee, la cultura, non sono inutili; a volte, muovono le montagne…

Nel ’48 lo scrittore russo, già capitano pluridecorato in guerra, era detenuto da tre anni per aver criticato Stalin in una lettera a un amico mentre combatteva valorosamente contro i nemici della Russia. Ma non era ancora finito nel gulag. Scrive allora “Ama la rivoluzione!”: è la testimonianza della fine del sogno rivoluzionario, ma non è ancora il risveglio in un incubo. È il presagio dell’inferno visto con gli occhi di un giovane idealista, Gleb Nerzin, alter ego dello scrittore; ma c’è ancora la freschezza di un giovane che continua a sperare nella vita, non sa che lo aspetta un percorso terribile da cui miracolosamente uscirà vivo. Il romanzo restò incompiuto. Poi, dopo gli anni del gulag, Solgenitsyn sarà riconosciuto nel mondo, consacrato nel 1970 dal Premio Nobel, amato in Russia, dove fece ritorno dopo una parentesi infelice nel «materialismo d’occidente», come egli disse, in America. Poi il ritorno alla gloriosa solitudine della natura, i suoi incontri con i potenti e con Putin, che lo ricevette un paio di volte nella sua dacia. Lui, la bandiera della Grande Madre Russia, spirituale e religiosa, figlio della tradizione e martire del comunismo che incontra un uomo di potere venuto dall’Apparato sovietico ma deciso a risvegliare la Russia della tradizione e dell’orgoglio patriottico.


Gli ultimi anni della sua vita furono all’insegna di un diffuso e infastidito oblio, soprattutto in occidente. Per metà dovuto a chi voleva cancellare in Solgenitsyn il proprio passato di comunista, e per metà dovuto a chi voleva rimuovere la critica di Solgenityn all’occidente sazio e disperato, spiritualmente non migliore dell’Unione Sovietica. A volte gli occidentalisti fanatici del tempo erano gli stessi comunisti fanatici di ieri, e Solgenitsyn era stato per loro due volte molesto e insopportabile, perché ricordava il loro viaggio fallimentare da un materialismo all’altro; uno repressivo, affamatore e messianico, l’altro opulento, permissivo e nichilista.
 Il moralismo di Solgenitsyn contro il degrado permissivo dell’occidente era considerato insopportabile in Occidente. E poi il suo spirito patriottico aveva alimentato i movimenti nazional-religiosi della Russia e dell’Est ex-sovietico; la vittima dei gulag rischiò di passare per un cattivo maestro. Eppure lo stesso Solgenitsyn non mancò di criticare la deriva fanatica del nazional-imperialismo panrusso.
Solgenitsyn visse gli ultimi anni della sua vita in una prigione dorata, in un gulag ovattato, riverito ma dimenticato dal mondo. La persecuzione dei gulag cedeva il posto all’oblio. Assordante silenzio. Ne fecero un monumento vivente, per imbalsamarlo da vivo e non sentire più la sua voce.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/solgenitsyn-dal-gulag-alloblio/?fbclid=IwAR1ibAMeFOFBd_Fl1SJU_SAl_7uHQumlunN-Zk0PtWjsullvlo6kx1nUxeo

A trent’anni dalla caduta del Muro c’è un nuovo comunismo

Di Francesco Giubilei

A trent’anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, il mondo non è del tutto libero dal comunismo, ci sono nazioni che continuano ad essere governate da leader comunisti, politici e cittadini che si definiscono tali dimenticando i milioni di morti avvenuti in nome del comunismo, così come le privazioni delle libertà individuali portati dai regimi comunisti. Eppure, se apparentemente in Occidente il comunismo è stato sconfitto, in realtà ha solo cambiato forma e, parte della sua ideologia, oggi è rappresentata dal globalismo. Si tratta di un movimento politico-sociale che interpreta gran parte delle battaglie care al comunismo e all’internazionalismo di sinistra unite agli aspetti più deleteri della globalizzazione, un mix micidiale che si è diffuso in modo capillare negli ultimi anni. Continua a leggere

Trump, schiaffo ai rossi: istituisce il “giorno per le vittime del comunismo”

Donald Trump istituisce la giornata in ricordo delle vittime del comunismo proprio nel giorno dell’anniversario della rivoluzione bolscevica

Più chiaro di così non poteva essere: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di istituire una giornata nazionale in ricordo delle vittime del comunismo. E come data ha scelto proprio il 7 novembre, giorno in cui, nel 1917, i bolscevichi hanno dato il via alla rivoluzione russa.

Per rimarcare ulteriormente il valore simbolico del proprio gesto, l’inquilino della Casa Bianca ha scelto di farlo proprio nel centesimo anniversario di quell’avvenimento storico foriero di sviluppi così decisivi per la storia della Russia e di tutto il mondo. Storia di lutti e di morte, come dovunque il comunismo è andato al potere con la violenza.

Durante il viaggio in Asia – e precisamente alla vigilia della visita in Cina – Trump ha dichiarato che “durante il secolo scorso, i regimi totalitari comunisti nel mondo hannoucciso più di 100 milioni di persone e ne hanno sottomesse molte di più a sfruttamento, violenza e devastazione indicibile”.

“Oggi noi ricordiamo quanti sono morti e quelli che continuano a soffrire sotto il comunismo – ha aggiunto il presidente senza timore di conseguenze diplomatiche con gli strategici interlocutori cinesi – Dobbiamo far brillare la luce della libertà per tutti quelli che aspirano a un futuro più libero e più radioso”.

Da http://www.ilgiornale.it/news/mondo/trump-schiaffo-ai-rossi-istituisce-giorno-vittime-comunismo-1460845.html

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