La pandemia, il guinzaglio e la museruola

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Fonte: Marcello Veneziani

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Marcello Veneziani ad Apostolos Apostolou, uscita sulla rivista ateniese theflagreport.com

Con il coronavirus il sistema politico mondiale, quello che si chiama governo sovranazionale organizza un mondo clinico “ideale”. Niente fuori dal normale clinico. Oggi parliamo di profilassi assoluta, ecco lo slogan nuovo della politica. Soprattutto la profilassi, perché la virulenza si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema e cosi, deve trovare una soluzione il sistema politico globale. Questo è il piano politico oggi? Che ne dici Marcello Veneziani?

Il potere sanitario che si è imposto con la pandemia è l’applicazione di quel regime della sorveglianza e del controllo capillare di cui si era parlato negli anni scorsi. Mai era accaduto che fossero così ristrette le libertà e i diritti elementari, costituzionali e fondamentali dei cittadini e dei popoli. Mai era accaduto che fosse così palese l’uso della paura e il terrorismo sanitario per tenere sotto pressione i popoli e per disperdere ogni resistenza. La motivazione, naturalmente, è inoppugnabile: si tratta di fronteggiare il contagio. Ma la ricorrenza delle ondate (siamo nel pieno della seconda ondata e già si parla della terza per il 2021), il profitto politico, economico e farmaceutico evidente di chi gestisce la pandemia o ne trae benefici, il controllo mediatico quasi assoluto e l’ombra inquietante del modello cinese, che è stato fonte del virus ed è ora modello di riferimento per affrontare la pandemia, lasciano pensare che ci sia un disegno globale dietro tutto questo.

Il governo sovranazionale vuole uno spazio super protetto come campo di concentramento che il corpo perde tutte le sue difese. Il governo vuole un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell’intera popolazione. Forse il virus diventa l’arma per questo lavaggio, questo abbiamo visto poco tempo fa, con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’ America. Come vedi questa opinione? Continua a leggere

Sondaggio, Luca Zaia scrive la storia del Veneto: “Per lui percentuali alla Putin”, dove porta la Lega

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di Alessandro Gonzato

Finisse così, Luca Zaia scriverebbe la storia, la Sinistra subirebbe una sconfitta senza precedenti e il Movimento Cinque Stelle, nell’ex Serenissima, sparirebbe. Il sondaggio di Fabbrica Politica, realizzato tra il 3 e il 5 agosto in vista delle elezioni regionali in Veneto (20-21 settembre), riporta numeri impressionanti. E la sensazione, annusando l’aria che tira a Nordest, è che non siano così azzardati, tutt’ altro. Il centrodestra, guidato dal governatore leghista, è dato all’80,7%. Il centrosinistra, il cui candidato è il vicesindaco di Padova Arturo Lorenzoni, al 12,7. I grillini, capitanati da Enrico Cappelletti, agonizzanti all’1,9, il che significherebbe non piazzare nemmeno un consigliere nell’assemblea veneta. Italia Viva non supererebbe lo 0,5, un’umiliazione devastante per Renzi che fino a un mese fa, proprio per evitare un risultato simile, era molto indeciso se presentarsi staccato dalla coalizione.

Che il Pd fosse destinato a non toccare palla era scontato, d’altronde in Veneto non l’ha mai fatto e l’emergenza Covid ha moltiplicato i consensi di cui gode il “doge” Zaia. E però, come sottolinea il fondatore di Fabbrica Politica, Matteo Spigolon, «il governatore va verso percentuali alla Putin». «In alcuni comuni del Trevigiano», fa presente, «Zaia supera il 90%». La vera sfida è tutta interna, tra la Lista Zaia (rilevata al 36,8) e quella della Lega (31,4). Potrebbe essercene anche un’altra, formata dagli amministratori locali, ma ancora non è certa. Cinque anni fa la lista del presidente prese il 23 e quella del Carroccio il 18. La grande novità della tornata elettorale, al di là del margine d’errore dei sondaggi, sarà Fratelli d’Italia: la Meloni è data al 9,7 a fronte del 2,6% ottenuto nel 2015. Forza Italia passerebbe dal 6 al 2,8. Il Pd, con Alessandra Moretti portabandiera, prese il 16,6% e ottenere meno di “Ladylike” – come si soprannominò con conseguenze nefaste l’europarlamentare – sembrava missione per pochi. Oggi il sondaggio dà i Dem al 9,2 e dunque anche Lorenzoni, la cui lista personale è valutata all’1,2, a suo modo scriverebbe una pagina indelebile.

I pentastellati, poi, farebbero un triplo carpiato all’indietro rischiando di rimanerci secchi: dal 12% del 2015 quando per una manciata di voti superarono l’allora sindaco di Verona Flavio Tosi fresco di uscita dalla Lega, a nemmeno il 2. Il Partito dei Veneti, gli indipendentisti, è al 3,8. «Le percentuali», aggiunge Spigolon, «potranno oscillare di qualche punto non appena verranno ufficializzati i nomi presenti nelle liste. È comunque inverosimile che in un mese e mezzo cambino in modo significativo, a meno di fatti clamorosi. Zaia fa da traino a tutta la coalizione: c’è una bella differenza se all’intervistato chiedi se voterà un “partito x” o se voterà il “partito x” che corre a sostegno del governatore». Il Veneto è sempre più Zaiastan.

Fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/24139123/sondaggio-fabbrica-politica-luca-zaia-veneto-regionali-lega-percentuali-vladimir-putin.html

 

 

 

Fake News e verità indotte

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di Enrica Perucchietti

Fake News e verità indotte

Fonte: Italicum

Intervista a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Fake News”, Arianna Editrice 2018, a cura di Luigi Tedeschi 

  1. Secondo il pensiero di Walter Lippmann, la nostra percezione della realtà è condizionata da immagini, concetti, valori morali non acquisiti direttamente, ma trasmessici da altri. Pertanto, la narrazione dei fatti è necessariamente soggettiva, una rappresentazione della realtà formatasi attraverso stereotipi, assunti quali canoni interpretativi della realtà stessa. Nella fluidità della odierna comunicazione telematica quindi nuovi stereotipi si sostituiscono a vecchie forme di manipolazione della realtà. Occorre allora concludere che se la percezione della realtà è sempre mediata dal succedersi ininterrotto di stereotipi culturali nel tempo, ogni verità scaturisce da parametri selettivi di interpretazione della realtà stessa. In tal caso le post – verità virtuali della tecnologia mediatica, non finiscono per essere equiparate alle concezioni metafisiche del sapere filosofico e/o alle verità trascendenti proprie delle fedi religiose?

Il rischio esiste. Eppure la verità è una, con le sue infinite sfumature, al di là degli stereotipi o degli archetipi culturali che ognuno di noi ha ereditato o in cui è stato indottrinato. Concordo con il filosofo Alain De Benoist secondo cui l’intento della post-verità sarebbe quello di screditare la verità presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere proprio perché ognuno si è costruito la propria verità soggettiva. Sarebbe il trionfo relativismo: tutto diventa “relativo”, virtuale e pertanto caotico. A questo punto di spaesamento collettivo ecco che il Potere garantisce l’esistenza della propria verità tramite l’azione di vigilanza dei media mainstream e delle leggi introdotte per garantire l’ordine. Si vuole cioè che ognuno di noi diffidi sempre più delle notizie che può trovare sul web anche qualora siano documentate e vere e più in generale dell’informazione alternativa per fare esclusivo riferimento alle notizie “certificate”: ci si deve affidare solo a quello che il Partito dice e ha deciso per tutti. Gli altri saranno complottisti, webeti e avvelenatori di pozzi. Continua a leggere