Lorenzo Fontana, dal calcio in parrocchia a Christus Rex: «Porterà la fede in politica»

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CORRIERE DEL VENETO inserto del CORRIERE DELLA SERA del 15.10.2022

La formazione religiosa ultraconservatrice, nella Verona «di destra», si è saldata alla militanza leghista
Sopra, Fontana con la maglietta contro le sanzioni alla Russia, accanto, a una manifestazione di Forza Nuova. Sotto lo striscione esposto alla camera dai deputati Zan e Scarpa
Sopra, Fontana con la maglietta contro le sanzioni alla Russia, accanto, a una manifestazione di Forza Nuova. Sotto lo striscione esposto alla camera dai deputati Zan e Scarpa

«È un veteroconciliare»

«Ma non è così facile come dite voi – corregge Matteo Castagna, veronese, responsabile nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio – l’amico Lorenzo Fontana lo conosco bene e non è lefebvriano, né sedevacantista come lo siamo noi del Christus Rex-Traditio che consideriamo eretici tutti i papi da Wojtyla in poi [in realtà, sarebbe da Roncalli in poi…n.d.r.]. Lorenzo lo frequento [in realtà sarebbe lo conosco, n.d.r.] dal 1996, insieme abbiamo fatto gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, durante il Conte 1 abbiamo collaborato nelle iniziative per la difesa della famiglia tradizionale. Lo sento regolarmente [in realtà, sarebbe stato raramente, n.d.r.] . Lui è un cattolico coraggioso, non secolarizzato, vicino alla tradizione, lo si può definire un veteroconciliare. È pro-life. Dopo le Boldrini e i Fico che abbiamo avuto ai vertici delle istituzioni, benvenuto il segnale di un cambiamento di rotta radicale nella tradizione democratica italiana».

«Oggi è un giorno nero»

L’amico fondamentalista [in realtà sarebbe: tradizionalista o sedevacantista, n.d.r.] Matteo Castagna precisa: «Lorenzo è partito dalla religione per scendere in politica come fosse il velo della sposa e portarvi intatti i valori cristiani in cui crede. Io mi sono iscritto alla Lega di Verona Ovest nel 1993, lui nel 1996. Lo stimo, lui ha simpatia per noi preconciliari. Lorenzo ha tenuto [in realtà sarebbe ha portato a casa, n.d.r.] il velo a mia moglie quando mi sono sposato». «Certo che lo conosco, liceo Galileo Galilei insieme – dice la ragazza sotto il casco da parrucchiera che a sua volta sta sotto l’appartamento di mamma Fontana – ma oggi, per me, è un giorno nero. Non so di che colore fosse il velo».

Per leggere tutto l’articolo: https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/politica/22_ottobre_15/lorenzo-fontana-calcio-parrocchia-christus-rex-portera-fede-politica-62af89ce-4bf6-11ed-b1b7-e093d9351754.shtml

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La pagina de L’Espresso: https://espresso.repubblica.it/politica/2022/10/14/news/lorenzo_fontana_presidente_camera_estrema_destra-370022201/
La pagina di Repubblica: https://www.repubblica.it/politica/2022/10/15/news/vaticano_posizioni_lorenzo_fontana_cattolico-370065394/
https://www.ultimavoce.it/lorenzo-fontana-un-antiabortista-filorusso-alla-guida-della-camera/

Il Centrodestra si organizzi come partito dei conservatori senza ambiguità

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L’EDIORIALE DEL 15 AGOSTO 2022

di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

LA FORTUNA DEL PD È IL NON VOTO

ll paradosso del Pd è nel nome. Il Partito Democratico riesce a vincere le elezioni quando la democrazia è a bassa intensità. Il suo più grande alleato non è il “campo largo”, con lo sguardo che abbraccia i grillini in frantumi, o con le scorribande verso un centro radical chic con Calenda e Di Maio in cerca d’autore. La fortuna del Pd è il non voto. È la fuga di chi non sa più a che santo votarsi, la disillusione, lo scetticismo, la sfiducia.

Oggi il Pd è erede del Partito Comunista Italiano, senza che nessuno chieda mai pubbliche scuse per i finanziamenti dalla Russia di Stalin, per l’appoggio all’invasione sovietica di Praga, per i 90 milioni di morti prodotti nel mondo, per la strage delle foibe. Al contrario, FdI è sempre sotto processo e deve, come un mantra, chieder perdono per il Fascismo, morto da 80 anni, ed esistente solo nella mente di Paolo Berizzi. Il bello è che Meloni lo fa, Letta no. I padri costituenti, riunitisi a Regime terminato da poco, furono di gran lunga più onesti intellettualmente nel porre la questione fascista come “disposizione transitoria”.

L’arroganza della plutocrazia l’ha trasformata, di fatto, in definitiva, ma nel 1946 si pensava che bastasse una clausola a tempo determinato, probabilmente a reduci deceduti. Lo spauracchio serve, invece, alla sinistra per sbandierare la paura del fantasma, ad ogni campagna elettorale.

Sarebbe sacrosanto non abbassare mai, nonostante le pressioni, il proprio livello alla sudditanza politica e culturale nei confronti di una sinistra, che soprattutto in passato, non fu certamente esempio di tolleranza e democrazia, e che, ad oggi non ha mai sentito la necessità di scusarsi per il torbido passato delle collusioni, anche economiche, col Maresciallo Tito e con i sovietici di Stalin.

Che fine ha fatto il dossier Mitrokin? Di chi furono le responsabilità? Chi ha pagato di fronte alla giustizia per quei fondi illeciti? E’ un po’ come Tangentopoli. Nessuno si è mai scusato per le ruberie di quegli anni; l’unico sostanzialmente illeso fu il PCI, poi PDS, che il pool di Di Pietro non toccò, come fosse la verginella del Parlamento.

Oggi il Pd è più atlantista di Biden, laddove l’atlantismo pare una professione di fede verso un dogma religioso. Servirebbe un po’ di coraggio per saper criticare gli USA e la loro creatura, soprattutto quando inventano guerre in giro per il mondo a spese dei Paesi dell’alleanza. L’unico sussulto di sovranità nazionale l’ebbe Bettino Craxi, a Sigonella, nel 1985. Nella NATO si può stare con un ruolo determinato oppure subordinato o da servi. Perché l’Italia deve sempre professare il suo asservimento alle decisioni di altri?

Se il sovranismo diventa servilismo a stelle e strisce, l’elettore non capisce che differenza passi tra Letta e il centrodestra. Un’altra importante questione riguarda l’orizzonte valoriale del centrodestra, che se assomiglia a quello di Sinistra italiana o di +Europa, confonde e dunque diventa difficile rispondere alla domanda dove sia la differenza tra Berlusconi e Emma Bonino.

Su aborto, eutanasia, utero in affitto, “matrimoni” omosex, insegnamento gender nelle scuole, la coalizione dei conservatori si vorrebbe solida e compatta sull’adesione all’identità cristiana e, per conseguenza alla Dottrina Sociale della Chiesa. Ecco che allora, un serio centrodestra di governo non può essere cristiano e liberale allo stesso tempo. L’hanno capito (meglio tardi che mai) i vari Brunetta, Carfagna, Gelmini, Elio Vito ed altri, che, infatti, si sono trasferiti a sinistra, dove l’area liberal è a casa. Con una vera e marcata differenziazione, che già in parte c’è sul piano economico, sebbene la marginalizzazione di Giulio Tremonti non faccia il bene del centrodestra né del Paese, si andrebbe al voto dando la chiarezza a tutti quegli elettori di centrodestra delusi, che pensano di optare per i cosiddetti partiti “antisistema”.

In questa Italia in perenne crisi, la coalizione dei conservatori che non professa principi fondamentali comuni, tenute conto le regole della legge elettorale, e osservando il “mucchio selvaggio” che stanno costruendo i progressisti, può permettersi di lasciare almeno un 3% dei voti di protesta ai nuovi grillini improvvisati, privi di idee, uomini esperti e programmi?

Il Centrodestra si organizzi come partito dei conservatori senza ambiguità

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/08/15/il-centrodestra-si-organizzi-come-partito-dei-conservatori-senza-ambiguita/

LA FORTUNA DEL PD È IL NON VOTO

ll paradosso del Pd è nel nome. Il Partito Democratico riesce a vincere le elezioni quando la democrazia è a bassa intensità. Il suo più grande alleato non è il “campo largo”, con lo sguardo che abbraccia i grillini in frantumi, o con le scorribande verso un centro radical chic con Calenda e Di Maio in cerca d’autore. La fortuna del Pd è il non voto. È la fuga di chi non sa più a che santo votarsi, la disillusione, lo scetticismo, la sfiducia.

Oggi il Pd è erede del Partito Comunista Italiano, senza che nessuno chieda mai pubbliche scuse per i finanziamenti dalla Russia di Stalin, per l’appoggio all’invasione sovietica di Praga, per i 90 milioni di morti prodotti nel mondo in nome del comunismo, per la strage delle foibe. Al contrario, FdI è sempre sotto processo e deve, come un mantra, chieder perdono per il Fascismo, morto da 80 anni, ed esistente solo nella mente di Paolo Berizzi. Il bello è che Meloni lo fa, Letta no. I padri costituenti, riunitisi a Regime terminato da poco, furono di gran lunga più onesti intellettualmente nel porre la questione fascista come “disposizione transitoria”.

L’arroganza della plutocrazia l’ha trasformata, di fatto, in definitiva, ma nel 1946 si pensava che bastasse una clausola a tempo determinato, probabilmente a reduci deceduti. Lo spauracchio serve, invece, alla sinistra per sbandierare la paura del fantasma, ad ogni campagna elettorale.

Sarebbe sacrosanto non abbassare mai, nonostante le pressioni, il proprio livello alla sudditanza politica e culturale nei confronti di una sinistra, che soprattutto in passato, non fu certamente esempio di tolleranza e democrazia, e che, ad oggi non ha mai sentito la necessità di scusarsi per il torbido passato delle collusioni, anche economiche, col Maresciallo Tito e con i sovietici di Stalin.

Che fine ha fatto il dossier Mitrokin? Di chi furono le responsabilità? Chi ha pagato di fronte alla giustizia per quei fondi illeciti? E’ un po’ come Tangentopoli. Nessuno si è mai scusato per le ruberie di quegli anni; l’unico sostanzialmente illeso fu il PCI, poi PDS, che il pool di Di Pietro non toccò, come fosse la verginella del Parlamento.

Oggi il Pd è più atlantista di Biden, laddove l’atlantismo pare una professione di fede verso un dogma religioso. Servirebbe un po’ di coraggio per saper criticare gli USA e la loro creatura, soprattutto quando inventano guerre in giro per il mondo a spese dei Paesi dell’alleanza. L’unico sussulto di sovranità nazionale l’ebbe Bettino Craxi, a Sigonella, nel 1985. Nella NATO si può stare con un ruolo determinato oppure subordinato o da servi. Perché l’Italia deve sempre professare il suo asservimento alle decisioni di altri?

Se il sovranismo diventa servilismo a stelle e strisce, l’elettore non capisce che differenza passi tra Letta e il centrodestra. Un’altra importante questione riguarda l’orizzonte valoriale del centrodestra, che se assomiglia a quello di Sinistra italiana o di +Europa, confonde e dunque diventa difficile rispondere alla domanda dove sia la differenza tra Berlusconi e Emma Bonino.

Su aborto, eutanasia, utero in affitto, “matrimoni” omosex, insegnamento gender nelle scuole, la coalizione dei conservatori si vorrebbe solida e compatta sull’adesione all’identità cristiana e, per conseguenza alla Dottrina Sociale della Chiesa. Ecco che allora, un serio centrodestra di governo non può essere cristiano e liberale allo stesso tempo. L’hanno capito (meglio tardi che mai) i vari Brunetta, Carfagna, Gelmini, Elio Vito ed altri, che, infatti, si sono trasferiti a sinistra, dove l’area liberal è a casa. Con una vera e marcata differenziazione, che già in parte c’è sul piano economico, sebbene la marginalizzazione di Giulio Tremonti non faccia il bene del centrodestra né del Paese, si andrebbe al voto dando la chiarezza a tutti quegli elettori di centrodestra delusi, che pensano di optare per i cosiddetti partiti “antisistema”. (operazione politica delle Sinistra, che, infatti, ha piazzato in ogni lista dei capibastone di area progressista, così da recuperare in Parlamento il cosiddetto voto no vax, no green pass ecc.)

In questa Italia in perenne crisi, la coalizione dei conservatori che non professa principi fondamentali comuni, tenute conto le regole della legge elettorale, e osservando il “mucchio selvaggio” che stanno costruendo i progressisti, può permettersi di lasciare almeno un 3% dei voti di protesta ai nuovi grillini improvvisati, privi di idee, uomini esperti e programmi?

Conservatori di tutto il mondo unitevi

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Nel consueto editoriale del lunedì su InFormazione Cattolica (domani), il nostro Matteo Castagna replicherà all’ intelligente appello di Marcello Veneziani, che dimostra di essere l’intellettuale di riferimento di un’area un po’ troppo orfana di pensatori coraggiosi e realisti.

di Marcello Veneziani

E se il mondo avesse bisogno di un grande contraltare conservatore? Tu ti aspetti un’idea del genere dal conservatore spettinato Boris Johnson. E invece arriva da Vladimir Putin, autocrate ex-Kgb, intervenuto nei giorni scorsi al 18° incontro annuale del Club Internazionale di Discussione a Valdai. Il tema era “La Rivoluzione globale nel 21° secolo: l’individuo, i valori e lo Stato”. Dal suo ampio discorso abbiamo tratto una specie di manifesto dei conservatori, che sintetizziamo con le sue parole in dodici punti.

1) Solo gli Stati sovrani possono rispondere efficacemente alle sfide dei tempi e alle esigenze dei cittadini.

2) È più facile distruggere che creare, come tutti sappiamo. Noi in Russia lo sappiamo molto bene, purtroppo, per la nostra esperienza che abbiamo avuto diverse volte.

3) Le rivoluzioni non sono un modo per risolvere una crisi ma un modo per aggravarla. Nessuna rivoluzione valeva il danno che ha fatto al potenziale umano.

4) L’importanza di un solido sostegno nella sfera della morale, dell’etica e dei valori sta aumentando drammaticamente nel fragile mondo moderno. L’intreccio reciproco delle nazioni li arricchisce sicuramente, dando uno sguardo nuovo alle proprie tradizioni. Ma il processo deve essere organico e non può mai essere rapido. Qualsiasi tentativo di imporre agli altri i propri valori complica ulteriormente una situazione drammatica e può produrre reazioni ed esiti opposti rispetto a quelli previsti.

5) In Occidente c’è chi crede a un’eliminazione aggressiva di intere pagine dalla propria Storia, una “discriminazione al contrario” contro la maggioranza nell’interesse di una minoranza e la richiesta di rinunciare alle nozioni tradizionali di madre, padre, famiglia e persino di genere. La Russia ci è già passata. Dopo la rivoluzione del 1917, i bolscevichi, facendo affidamento sui dogmi di Marx ed Engels, dissero anche che avrebbero cambiato modi e costumi esistenti e non solo quelli politici ed economici, ma la stessa nozione di moralità umana e i fondamenti di una società sana.

6) La distruzione di valori secolari, religione e relazioni tra le persone, fino al rifiuto totale della famiglia (abbiamo avuto anche quello nell’Urss); tutto questo è stato proclamato progresso. A proposito, i bolscevichi erano assolutamente intolleranti verso opinioni diverse dalle loro.

7) In alcuni paesi occidentali la lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione si è trasformata in dogmatismo aggressivo al limite dell’assurdo, quando le opere dei grandi autori del passato – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole o nelle università, perché le loro idee sono ritenute arretrate. I classici sono dichiarati arretrati e ignoranti dell’importanza del genere o della razza. A Hollywood vengono distribuiti promemoria sulla corretta narrazione e su quanti personaggi di che colore o genere dovrebbero essere in un film. Questo è anche peggio del dipartimento agit prop del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

8) Contrastare gli atti di razzismo è una causa necessaria e nobile, ma la nuova “cancel culture” l’ha trasformata in “discriminazione al contrario”, cioè razzismo inverso. L’enfasi ossessiva sulla razza sta ulteriormente dividendo le persone, generando fanatismo.

9) Chiunque osi dire che gli uomini e le donne esistono davvero, il che è un fatto biologico, rischia di essere ostracizzato. “Genitore numero uno” e “Genitore numero due”, “Genitore alla nascita” invece di “madre” e “latte umano” che sostituisce “latte materno” perché potrebbe turbare le persone che non sono sicure del proprio genere. Negli anni ’20, anche i cosiddetti Kulturtraeger sovietici hanno inventato un nuovo linguaggio credendo di creare una nuova coscienza e di cambiare i valori in quel modo.

10) È mostruoso insegnare ai bambini fin da piccoli che un maschio può facilmente diventare una femmina e viceversa. I docenti impongono loro una scelta, escludendo i genitori dal processo e costringendo il bambino a prendere decisioni che possono sconvolgere la loro intera vita. Non si preoccupano nemmeno di consultarsi con gli psicologi infantili: un bambino è in grado di prendere una decisione di questo tipo? Chiamando le cose col loro nome, questo rasenta un crimine contro l’umanità e viene fatto in nome e sotto la bandiera del progresso.

11) Noi saremo guidati da un sano conservatorismo. Un approccio conservatore ma non un tradizionalismo ignorante, una paura del cambiamento o un gioco restrittivo, tanto meno un ritiro nel nostro guscio. Si tratta principalmente di fare affidamento su una tradizione collaudata nel tempo, la conservazione e la crescita della popolazione, una valutazione realistica di sé e degli altri, un preciso allineamento delle priorità e un fondamentale rifiuto dell’estremismo come metodo.

12) Il conservatorismo moderato è la linea di condotta più ragionevole. A un certo punto si cambierà inevitabilmente, ma finora non nuocere – il principio guida in medicina – sembra essere il più razionale. Viceversa si possono distruggere non solo le basi materiali ma anche le fondamenta spirituali dell’esistenza umana, lasciando dietro di sé un relitto morale in cui per molto tempo nulla può essere costruito per sostituirlo. Le nostre opinioni conservatrici configurano un conservatorismo ottimista. Crediamo che sia possibile uno sviluppo stabile e positivo. Tutto dipende principalmente dai nostri sforzi. Siamo pronti a lavorare con i nostri partner su comuni cause nobili.

Piaccia o meno, Putin esprime l’antitesi al progressismo radical statunitense e al totalitarismo capital-comunista cinese e dà una lezione di civiltà all’Europa.

MV, Panorama (n.48)

Goodbye Angela: così la Merkel ha trasformato la Cdu in un partito di centrosinistra

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Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/goodbye-angela-cosi-merkel-ha-trasformato-cdu-in-partito-centrosinistra-208735/

di Valerio Benedetti

Berlino, 27 set – Sono stati 16 lunghi anni di monarchia assoluta. Ora, però, Angela Merkel ha dovuto abdicare. E dietro di sé lascia solo macerie. Il suo partito, infatti, ha registrato il peggior risultato di sempre dal 1949. Se già quattro anni fa l’Unione (Cdu/Csu) aveva perso milioni di voti, a questa tornata elettorale i conservatori accusano una perdita ulteriore dell’8,9% delle preferenze. Una catastrofe senza precedenti, che è figlia anche e soprattutto della politica di Frau Merkel.

Un bilancio dell’era Merkel

C’è poco da fare. La Merkel ha partecipato in prima persona alla campagna elettorale al fianco di Armin Laschet, segretario della Cdu e candidato alla cancelleria per l’Unione. Pertanto, è da addebitare anche a lei il flop dei conservatori. Ma il punto è proprio questo: è ancora possibile parlare di «conservatori»? Sì perché la Cdu, dopo 16 anni di monarchia merkeliana, tutto sembra fuorché un partito di centrodestra. Semmai, sembra una forza di centrosinistra. E la responsabilità di questa metamorfosi, appunto, ricade tutta sulle spalle di Angela.

Da conservatori a progressisti

Parliamoci chiaro: se c’è una qualità indiscussa della Merkel è proprio quella di aver saputo «ammazzare» i proprio alleati di governo, rafforzando così la sua supremazia. Prima è toccato ai liberali (Fdp) e poi ai socialdemocratici (Spd) che, dopo quattro anni di condivisione del potere, hanno tutti accusato perdite consistenti di elettori (nel 2013 i liberali non riuscirono neanche a entrare in parlamento). Per far questo, però, la Merkel ha dovuto sacrificare buona parte del Dna della Cdu: per portare avanti la sua agenda economica neoliberale, Angela ha ceduto su temi sensibili come l’immigrazione, i capricci Lgbt, l’ambientalismo gretino ecc., mandando su tutte le furie parte dell’elettorato di riferimento. Che poi ha votato in buona parte i sovranisti dell’Afd, oppure ha preferito rifugiarsi nell’astensionismo. Chi invece voleva immigrazione, capricci Lgbt e ambientalismo gretino ha preferito semplicemente votare l’originale (Spd e verdi) anziché la brutta copia (Cdu).

Lo ha voluto Angela

A sancire la fine della luna di miele tra la taumaturga Merkel e il suo elettorato sono state in particolare due decisioni della «cancelliera»: quello che in Germania chiamano il «salvataggio dell’euro» (cioè l’affossamento della Grecia per salvare le banche tedesche e francesi) e l’apertura scriteriata dei confini nel 2015 per accogliere più di un milione di (presunti) profughi. E così l’Unione è passata dal risultato bulgaro del 2013 (41,5%) alla catastrofe attuale (24,1%). Ora Laschet tenterà in tutti i modi di diventare cancelliere grazie a un accordo con verdi e liberali (la cosiddetta coalizione Giamaica). Il colpaccio potrebbe addirittura riuscirgli. Ma stavolta il potere contrattuale dell’Unione sarà notevolmente più basso, rischiando di logorare ancor di più quel che rimane del partito dei conservatori. O meglio, quel che ha lasciato Angela Merkel: macerie.

Salvini faccia sintesi nel Sovranismo italiano!

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di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

I globalisti, ovvero le sinistre hanno brindato alla vittoria delle elezioni regionali. Eppure, se si vanno a vedere i numeri non sembrerebbe che per i partiti che si riconoscono nel “deep State” la situazione sia propriamente quella prospettata da Di Maio e Zingaretti. Il fronte sovranista, infatti, governa 14 Regioni su 20 e centinaia di comuni, confermandosi largamente maggioritario nel Paese.

Fa tenerezza vedere i grillini esaltarsi della vittoria del “sì” al referendum costituzionale quando il consenso è stato, per loro, impietoso, relegandoli ad avere, quasi sostanzialmente, una rappresentanza parlamentare che, però, risale alle elezioni del 2018.

Mario Mieli, sul Corriere della Sera, ha osservato che la destra in Italia è viva e vegeta nonché che dispone del partito di maggioranza relativa e di un leader che, piaccia o non piaccia, è l’artefice principale di questa fiducia da parte degli italiani. Non possiamo nascondere che vi siano dei problemi, che non vanno osservati ma affrontati. Un grande partito, con degli alleati, deve sapersi assumere l’onere e l’onore dell’esercizio del potere di decidere cosa va e cosa non va, nonché quali persone siano le migliori a dover interpretare il prossimo futuro, sapendo che si vince in squadra.

Un cambio di passo in senso pragmatico verso l’Europa è auspicabile, come auspicato da Giancarlo Giorgetti, laddove questo non significhi mandare a finire in quel che fu Fiuggi per Fini un sovranismo ancora in fase embrionale. Significa, semmai, due cose: andare a definire almeno nei suoi tratti fondamentali, questo benedetto sovranismo e renderlo credibile a governare il Paese, soprattutto attraverso una classe dirigente preparata, nel rispetto delle diverse anime e identità. A Salvini l’arduo compito di fare la sintesi, non certo di farsi da parte, come qualche sprovveduto o rosicone desidererebbe, facendo il gioco, più o meno consapevole, dei globalisti. Sarebbe auspicabile che si comprendesse che il fondamento su cui costruire trova solidità autentica e duratura solo attorno a principi fondamentali e addirittura, ancestrali, post-ideologici che in Occidente, ed in particolare in italia vedono nella cristianità la base di partenza. E’ proprio perché “non possiamo non dirci cristiani” che questa frase è stata fatta propria anche da autorevoli atei ed è la base da riconoscere anche e soprattutto da parte di chi non è cattolico, ma intellettualmente e culturalmente onesto. Le nostre radici classico-cristiane non sono contestabili. Basta guardarsi attorno per capire che sono, oggettivamente, la nostra primaria Identità. Partire da qui sarebbe importante per un processo fondativo da costruire tra uomini e donne che sono certamente peccatori, ma non per forza debbono essere impenitenti. Continua a leggere

Vaticano verso un settembre molto “caldo”?

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Insolitamente, nelle stanze vaticane si parla di “successione”, si fanno strani discorsi, congetture, pare di essere arrivati ad un capolinea. Qualcuno, tra coloro che mormorano ai e tra i potenti prevede un mese di settembre molto caldo Oltretevere, e forse ne avvertiamo le avvisaglie…(n.d.r.)

di Francesco Boezi

In Vaticano ragionano sul futuro della Chiesa. Già da adesso può iniziare la partita per il dopo Bergoglio

Parlare del prossimo Papa con Jorge Mario Bergoglio ancora regnante può essere percepito come un esercizio privo di senso, ma di questi tempi alcune case editrici stanno pubblicando alcuni libri che trattano proprio del “Next Pope”, del consacrato che sarà chiamato a regnare sul soglio di Pietro.

“Perché?”, ci si potrebbe chiedere. Le ragioni possono essere soprattutto due: c’è chi evidenzia che i cardinali non si conoscano tra di loro e quindi abbiano bisogno in anticipo dei profili degli altri porporati per scegliere in futuro, ma c’è anche chi pensa che papa Francesco possa persino dimettersi. Joseph Ratzinger ha aperto una breccia nella storia.

Benedetto XVI ha creato una figura nuova, il pontefice emerito. E nessuno, a ben vedere, può dare per scontato che Joseph Ratzinger rimanga l’unico papa ad optare per quella scelta dopo la rinuncia del 2013.

Quando abbiamo intervistato il vaticanista del National Catholic Register per Inside Over, Edward Pentin ci ha detto che la scelta di lavorare alla sua ultima fatica, “The Next Pope” appunto, è dipesa pure dal fatto che “Ii un conclave, di solito, non è solo il pubblico ad avere poca o nessuna conoscenza del futuro Papa. Forse, sorprendentemente, nemmeno i cardinali che stanno votando per lui. Nell’ultimo conclave del 2013, un cardinale ha dichiarato in modo memorabile di aver trovato confuse le informazioni ricevute e altri si sono lamentati della mancanza di informazioni su chi votavano”. Questa è una delle spiegazioni che riguardano la ratio di una delle pubblicazioni comparse sul prossimo vescovo di Roma. Continua a leggere

La linea di “Christus Rex-Traditio” e gli Ordini Sacri

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Risultati immagini per 5 antipapi

di Matteo Castagna

Anche se pochi, a volte divisi o disorganici per miserie umane, forse perché il Diavolo colpisce laddove vi è l’integrità della Fede e, quindi, mette la coda tra i difetti e le mancanze dei figli della Luce, la Tradizione Cattolica è più viva che mai, perché non può morire, perché è militante e presente nel mondo.

Gli attacchi anacronistici, un po’ grossolani, di certo ridicoli ma duri delle sinistre e degli storici nemici di Gesù e della Sua Chiesa, che si stanno concentrando contro di noi ed i nostri amici, proprio in questi giorni, dimostrano come la forza della Verità, testimoniata pubblicamente (e non relegata alla coscienza individuale o nascosta negli oratori) sia dirompente e stia facendo impazzire la bile di atei, liberali, anticlericali, genderisti, figliocci di Stalin.

Come scrivo nel mio libro, anche oggi si deve prendere posizione. Si deve sapere da che parte stare, senza rinchiudersi nell’inutile intellettualismo di chi teme l’azione, nella pavidità del quieto vivere, nell’alienazione dalla realtà, nel calduccio del proprio orticello ben recintato, nella confusione ecumenista, nell’illusione del primato dei numeri sull’unità nella Verità, nel personalismo, nell’egoismo, nella chiusura mentale, nel brandire spade spuntate dall’ambiguità dottrinale o, addirittura, morale. Teosofia ed esoterismo, di ogni ordine e grado sono corpi estranei alla Tradizione, un grave danno per le anime, che ogni integrista ha l’obbligo di non professare né divulgare.

Ieri, come oggi, siamo Cattolici Apostolici Romani Integrali, ovvero integralmente Cattolici. Siamo integristi, come lo voleva la “linea piana” del “Sodalitium Pianum” di Mons. Umberto Benigni, seppur attualizzato dalle mutate circostanze. (trovate il programma del “Sodalitium Pianum” al bottone del sito: “CHI SIAMO”)

Siamo eredi politici di chi, nel XX secolo, si pose a difesa della tradizione (con tutti i dovuti e doverosi distinguo) favorendo la Chiesa Cattolica, costruendo argini al comunismo materialista, all’ateismo, all’americanismo tecnicista, al liberalismo, alla massoneria, ai poteri occulti, all’ “internazionale bianca”, in tutte le sue sfaccettature, all’antifascismo preconcetto o radicale, che oggi si esprimono nel “globalismo europeista”. Continua a leggere

Guareschi, del ’68 se ne fece un baffo

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di Marcello Veneziani

Come oggi (ieri per chi legge, n.d.r.), cinquant’anni fa, nel fatidico ’68, se ne andò all’altro mondo Giovannino Guareschi. Lasciò il mondo piccolo che aveva descritto come pochi, per raggiungere il mondo grande, quello dove abitava quel Signore che nella sua Casa dava consigli a un suo focoso dipendente in terra, don Camillo. Così almeno racconta Guareschi.

Se ne andò presto, Giovannino, a 60 anni, dopo una vita travagliata, tra campo di concentramento, carcere sotto il fascismo e sotto l’antifascismo, più una caterva di libri tradotti in tutto il mondo, di film assai popolari che rappresentarono quell’Italia favolosa del dopoguerra, e di avventure a mezzo stampa, come il suo impertinente Candido che ebbe un ruolo decisivo nella disfatta del fronte popolare socialcomunista alle elezioni del ’48.

Giovannino morì il 22 luglio del ’68 ma fece in tempo a scrivere il suo ultimo don Camillo dedicato ai giovani d’oggi. Il libro uscì postumo e segnava lo stridente contrasto tra il vecchio comunista Peppone (che l’anticomunista Guareschi aveva reso simpatico con la sua prorompente umanità), il coriaceo don Camillo e un giovane contestatore zazzeruto, che viaggiava in moto con borse borchiate e sfrangiate e un giubbotto nero con teschio e scritta “Veleno”. Che diventa per Guareschi il soprannome del ragazzo e anche la metafora della Contestazione. Giungono in paese a Brescello anche “i cinesi” che sconvolgono le geometrie ideologiche dell’italo-stalinista Peppone e spiazzano pure quelle religiose del parroco. Guareschi collega la contestazione all’avvento della società dei consumi. Per lui l’antagonismo tra i due fenomeni è solo occasionale, apparente, non sostanziale. Il consumismo divora il piccolo mondo antico e le vecchie fedi, ma cattura Peppone che lascia la bici e gira in spider rossa. Il consumismo è l’habitat del sessantotto. Continua a leggere

Bannon vuole conquistare la Ue con The Movement

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Avviso ai naviganti. Bannon vuole conquistare la Ue con The Movement

di Francesco Bechis

L’ex capo stratega di Donald Trump confida a The Daily Beast i dettagli del nuovo partito populista europeo. Dentro Le Pen e Farage, ma un posto d’onore è riservato a Matteo Salvini

Un’armata populista in marcia verso Bruxelles per ottenere la maggioranza all’Europarlamento e sconfiggere una volta per tutte “il partito di Davos”. Una Fondazione per i populisti, che dia linfa alla campagna elettorale per le elezioni europee del 2019 e metta insieme la crème de la crème dell’antiestablishment italiano, austriaco, tedesco, francese, britannico. Un’organizzazione che sfidi a colpi di fioretto Open Society, la fondazione pro-migranti del miliardario George Soros, l’Idra a sei teste per gli amanti di congiure e complotti. Il sogno di Steve Bannon comincia a prendere forma. Dopo aver espugnato la Casa Bianca l’ex capo stratega di Trump, allontanato con disonore dal Tycoon, si è messo al lavoro 24H per ripetere l’esperimento in Europa. E se un diffuso clichè vuole che il sequel di un film difficilmente ottenga lo stesso successo dell’originale, la sfida europea di Sloppy Steve può essere l’eccezione che conferma la regola.

The Daily Beast, dopo aver sentito Bannon, ha rivelato i primi dettagli. Si chiamerà The Movement, sarà un partito di destra (ma non disprezzerà l’apporto di voci diverse, purché il nemico resti lo stesso: le èlites europee), avrà il suo quartier generale a Bruxelles e sta già cercando staff per dare il via alle danze. I soldi non saranno un problema. Bannon non se ne cura più di tanto, è ancora incredulo che la campagna del Leave per la Brexit abbia raggiunto l’obiettivo con un budget di 7 milioni di sterline: “Quando mi hanno detto che il tetto di spesa era di 7 milioni gli ho detto ma intendete 70 milioni?? Con 7 milioni non ci compri nulla. Non ci compri i dati Facebook, non ci compri la pubblicità, niente”.

A Londra, nel lussuoso hotel Mayfair, l’incontro che ha siglato l’inizio della nuova avventura politica. Assieme a Bannon e Raheem Kassam, ex capo staff di Nigel Farage e direttore di Breitbart, si è presentata una nutrita delegazione dei movimenti antiestablishment europei. C’era lo stesso Farage, Jerome Rivière del Rassemblement National (Ex Front National), Filip Dewinter del fiammingo Vlaams Belang, il congressman repubblicano Paul Gosar (inviato del potentissimo Freedom Caucus, gruppo di conservatori pro-Trump che Bannon vuole avere dalla sua).

E poi volti non proprio rassicuranti, esponenti di spicco di partiti di ultra destra come Sweden Democrats e True Finns che inizialmente dovevano restarne fuori ma in extremis Bannon ha fatto rientrare perché “perfetti per il ruolo”. Non ci sono notizie di un coinvolgimento della Lega nella riunione londinese. Ci sono poche chances però che lo stratega più odiato d’America non imbandisca la tavola con il piatto più prelibato, la Lega di Matteo Salvini che sta scalando i sondaggi e conquista ogni giorno i riflettori a suon di respingimenti in mare. Bannon nutre una vera ammirazione per il ministro dell’Interno italiano. E se un posto nella dirigenza del Movement per Le Pen e Farage è giá blindato, difficile che rimanga fuori il segretario leghista, che al momento ha un peso specifico ben diverso e un po’ conosce le dinamiche di Strasburgo. A dissipare i dubbi ci pensano le parole di Matteo Salvini in una recentissima intervista al Washington Post, cui ha detto di voler “mettere insieme un gruppo che ottenga la maggioranza al Parlamento Europeo”.

I tempi sono maturi già da un po’. La debacle del Front National, il movimento di ultra destra guidato da Marine Le Penin cui Bannon aveva riposto tante speranze, sembrava aver allontanato una volta per tutte il pericolo di un’internazionale populista pronta a espugnare Bruxelles. Ma in poco meno di un anno l’ascesa delle forze euroscettiche in Austria, Olanda e Germania e il clamoroso exploit di Lega e Cinque Stelle del 4 marzo hanno riaperto la partita. Nel frattempo Bannon ha perso due lavori (alla Casa Bianca e a Breitbart news, l’emittente all news cara al far -right che lui stesso ha fondato) e ne ha guadagnato uno nuovo, non meno redditizio: mettere tempo, denaro e expertise al servizio di un nuovo movimento populista europeo.

Ne avevamo avuto sentore due mesi fa, quando ha fatto tappa a Roma in un tour europeo degno di una rockstar, esplodendo in un entusiasmo irrefrenabile per l’imminente nascita di un governo gialloverde, coronamento di un sogno che Bannon avrebbe voluto realizzare oltreoceano, per sua stessa ammissione, unendo all’irruenza di Donald Trump il carisma di Bernie Sanders. Poco male, la vita gli ha offerto un’altra occasione, e anche questa volta il vento tira a suo favore. Tic-tac, le lancette corrono, le europee si avvicinano e gli euroscettici hanno un jolly dalla loro parte. Chi vuole un’Europa diversa, liberale, moderata è avvisato: per fermare il ciclone Bannon servirà qualcosa di più di qualche bandiera blustellata per le strade di Bruxelles.

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