La Vita avanza negli Usa ed in Spagna

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

La Corte d’Appello federale, negli Stati Uniti, ha bloccato definitivamente le controverse leggi volute su mandato dello stesso presidente americano Joe Biden, per costringere i medici cristiani a praticare gli aborti ed interventi chirurgici di transizione sessuale, contro la propria coscienza ed annullando una norma di segno esattamente opposto varata a suo tempo dall’amministrazione Trump. Ciò – è stato notato dai giudici – viola la legge federale, che tutela la libertà religiosa.

I funzionari del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani vorrebbero obbligare i sanitari di strutture religiose no-profit for-profit ad eseguire operazioni, nonché a porre in atto procedure, consulenze e trattamenti, mirati ad alterare il sesso biologico dei pazienti, nonché ad uccidere i figli nel grembo materno. Vasto il dissenso scoppiato evidentemente tra i sanitari, decisi a fermare tali provvedimenti liberticidi.

A fronte di una vittoria, altri scenari foschi si addensano all’orizzonte, come il tentativo posto in essere dalla Commissione americana per le pari opportunità e per l’Impiego, che, applicando in modo errato il Titolo VII della normativa sulla discriminazione sessuale, vorrebbe obbligare i datori di lavoro di enti religiosi a pagare ai propri dipendenti la copertura assicurativa necessaria per aborti ed interventi di transizione sessuale, ricorrendo anche all’antilingua e quindi rimpiazzando il termine «sesso» con quello, molto diverso, di «genere», come tristemente avvenuto in Europa. Insomma, non essendoci arrivati in un modo, da irriducibili coerenti, cercano di arrivarci nell’altro, ma v’è da auspicare che anche questo ennesimo tentativo venga azzerato.

Intanto, il Consiglio Superiore della Magistratura spagnolo ha messo in guardia: togliere l’obbligo del consenso dei genitori dalla scelta, compiuta da sedicenni e diciassettenni, di abortire – come previsto nel progetto di riforma della legge di merito, presentato dal ministro dell’Uguaglianza Irene Montero, esponente di Podemos – va contro la Costituzione, poiché si scontra con l’obbligo del padre e della madre di svolgere «funzioni inerenti alla potestà genitoriale», come previsto dall’art. 154 del Codice Civile. Della questione, comunque, il Consiglio discuterà in sessione plenaria il prossimo 22 dicembre: il parere dell’organo giudiziario è obbligatorio, ma non vincolante.

Intanto, lo scorso 8 dicembre, nonostante le minacce di azioni legali giunte dalla galassia pro-choice,la Contea di Lea, nel Nuovo Messico, ha approvato all’unanimità un’ordinanza relativa alla costituzione di una «Città-santuario per i non nati». È stata la prima iniziativa del genere negli Stati Uniti, come ricavato da Mark Lee Dickson, direttore di Right to Life of East Texas, ma un’altra sessantina di città ha già fatto altrettanto e molte altre sono pronte a provvedere entro l’inverno. Risoluzioni a favore della vita, benché non formulate quali leggi vincolanti, sono state approvate, inoltre, in Arkansas e nella Carolina del Nord.

A seguito di tale ordinanza, Whole Woman’s Health,catena di cliniche abortiste, ha deciso di non trasferirsi nella Contea di Lea, facendo saltare l’accordo immobiliare raggiunto. Si tenga presente che Whole Woman’s Health è una presenza molto strutturata, già presente in altre zone del Nuovo Messico: assicura l’organizzazione di aborti entro 24 ore e l’invio di pillole abortive per posta. Se questa volta ha rinunciato, è perché evidentemente ha intuito non esservi a Lea l’humus adatto per insediarsi. Da quando il Texas, con la legge sul battito cardiaco, ha limitato l’accesso all’aborto, l’industria pro-choice ha dirottato la propria utenza verso le città di confine del Nuovo Messico – come Lea per l’appunto -, potendo in questo Stato uccidere i figli in grembo senza particolari restrizioni. Ma l’iniziativa delle «Città-santuario per i non nati» sposta di nuovo l’attenzione verso la vita e, di conseguenza, verso le responsabilità intrinseche di chi la voglia spegnere. Sarebbe bello che tale iniziativa potesse essere assunta anche all’estero, magari anche in Italia.

In odium fidei: da Erode all’abortismo

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

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Il 28 dicembre, la Chiesa Cattolica ricorda i Santi Martiri innocenti, i primogeniti uccisi, in odium fidei, dalla follia omicida di Erode che non poteva accettare la legittima regalità di Nostro Signore. Alla luce di questa ricorrenza, una riflessione su quanto accade oggi sembra necessaria: ci apprestiamo a chiudere l’anno 2022 e il sito Worldometers riporta più di 42 milioni di aborti compiuti, accingendosi a ri-azzerare il macabro conto degli innocenti distrutti, per poi ri-avviarlo dalla mezzanotte del 1° Gennaio con il solito ritmo di circa 2 innocenti al secondo uccisi nel mondo.

Oggigiorno, Erode non è più un caso eccezionale di malvagità, ma la regola per molti paesi sedicenti “civili” e “al passo coi tempi”, tristemente inclusa l’Italia, dove da ormai quasi 45 anni la famigerata 194 continua a causare una inconcepibile strage di innocenti (il prossimo tremendo anniversario, 22 maggio 2023, sarà proprio il 45° della promulgazione). Non bisogna però illudersi che tutto sia cominciato con la 194/78: il processo messo in atto dalle lobby abortiste per ribaltare il giudizio dell’opinione pubblica sull’aborto procurato era già in atto da tempo e, prima ancora della 194, esso aveva già raggiunto un traguardo fondamentale: si tratta della sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975 con cui, per la prima volta, si introduceva nel nostro ordinamento giuridico la possibilità di abortire anche per semplici motivi di “salute” della donna. Questa sentenza è l’antesignano dell’iniqua legge 194, nonché spartiacque decisivo per la legalizzazione dell’aborto nel nostro paese.

La Corte sfruttò a proprio vantaggio il caso di una donna milanese, Minella Carmosina, che nel 1972 fu penalmente perseguita in base all’art. 546 del Codice Penale (abrogato successivamente dalla 194 assieme a tutto il Titolo X – Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe) che vietava l’aborto di donna consenziente con la reclusione da due a cinque anni. Il giudice del Tribunale di Milano sollevò questione incidentale di legittimità costituzionale di tale articolo in quanto puniva l’aborto di donna consenziente anche laddove fosse stata “accertata” la pericolosità della gravidanza per il benessere fisico o per l’equilibrio psichico della gestante. Infatti, all’epoca, l’aborto poteva essere eccezionalmente esente da provvedimenti penali solo per un pericolo graveassolutamente inevitabile e, soprattutto, attuale di danno per la madre (secondo il dettame dell’art. 54 c.p. sullo stato di necessità) e non a scopo medico per evitare che la donna incinta subisse aggravamenti di preesistenti alterazioni fisiche. L’atteggiamento del legislatore era tutt’altro che favorevole all’aborto, ma semplicemente egli, pur preservando lo sfavore per la pratica, non riteneva opportuno punire una donna già fortemente provata per la propria condizione e spinta ad abortire probabilmente più per disperazione che per convinzione. A differenza della legislazione successiva, l’impunibilità non implicava l’approvazione (né in quel caso specifico, né tantomeno tout court).

La sentenza del ’75 costituì un totale rovesciamento di paradigma, in quanto riuscì a dire che il concepito partecipa dei princìpi contenuti nella nostra Costituzione: «Ritiene la Corte che la tutela del concepito […] abbia fondamento costituzionale. L’art. 31, secondo comma, della Costituzione impone espressamente la “protezione della maternità” e, più in generale, l’art. 2 Cost. riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali non può non collocarsi, sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie, la situazione giuridica del concepito», salvo poi affermare: «E, tuttavia, questa premessa – che di per sé giustifica l’intervento del legislatore volto a prevedere sanzioni penali – va accompagnata dall’ulteriore considerazione che l’interesse costituzionalmente protetto relativo al concepito può venire in collisione con altri beni che godano pur essi di tutela costituzionale e che, di conseguenza, la legge non può dare al primo una prevalenza totale ed assoluta, negando ai secondi adeguata protezione. Ed è proprio in questo il vizio di legittimità costituzionale, che, ad avviso della Corte, inficia l’attuale disciplina penale dell’aborto». Concludendo: «La scriminante dell’art. 54 c.p. si fonda sul presupposto d’una equivalenza del bene offeso dal fatto dell’autore rispetto all’altro bene che col fatto stesso si vuole salvare. Ora non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare».

La Corte si avvalse di un ipocrita escamotage, impiegando un termine, quello di “persona”, assolutamente estraneo alla giurisprudenza – giacché la legge non ha mai parlato di uomini persone e uomini non persone – e di tenore filosofico, per giustificare la pratica dell’aborto non tanto per stato di necessità, ma per tutelare il bene della “salute psico-fisica” della donna (cosa che sarà poi ripresa a piè pari nella 194). A rigore, dunque, bisognerebbe datare la legalizzazione dell’aborto in Italia non al 1978, ma al 1975, analogamente a quanto avvenne negli Stati Uniti, dove l’aborto fu reso lecito, appena due anni prima, dalla famosa sentenza Roe v. Wade, ribaltata il 24 giugno scorso dalla maggioranza pro-life della Corte Suprema americana. Far memoria delle tattiche della Corte è necessario, dal momento che, indipendentemente dal Parlamento, essa può ancora riservare delle (brutte) sorprese sul tema della vita umana innocente.

Il poliamore: un diritto civile?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Più si è, meglio è. Anche in amore. Pare esserne convinto il giudice newyorkese Karen May Bacdayan che, per la prima volta nella storia, ha conferito legittimità giuridica ad una relazione poliamorosa. Per poliamore s’intende una relazione, sia affettiva che sessuale, tra più persone consenzienti. In altri termini, si tratta di un triangolo amoroso o di un quadrilatero o di un’altra figura piana con più lati, dove ogni lato ha rapporti con uno o più lati e tutti i lati approvano.

La storia è questa e riguarda tre uomini. Scott Anderson e Markyus O’Neill vivevano insieme in un appartamento di New York.  Robert Romano, “marito” di Anderson, invece risiedeva altrove. Anderson nel 2021 muore. O’Neill, allora, volle subentrare nel contratto di locazione secondo quanto disposto da un regolamento della città di New York il quale dispone che in caso di morte di un inquilino a cui è intestato il contratto, il proprietario non può sfrattare «né il coniuge superstite dell’inquilino deceduto né un altro membro della famiglia dell’inquilino deceduto che ha convissuto con l’inquilino». Il proprietario dell’appartamento non volle riconoscere a O’Neil il diritto di rinnovare l’affitto perché non era «membro della famiglia non tradizionale», ossia della “famiglia” arcobaleno.  O’Neil aveva invece dichiarato che si sentiva «membro della famiglia» dato che anche lui aveva una relazione con Anderson.

Il giudice ha dato ragione a O’Neil, sostenendo che l’esistenza di questo triangolo amoroso «non dovrebbe respingere automaticamente la richiesta di O’Neill di non essere sfrattato». La May Bacdayan aggiunge in modo significativo: «Perché una persona deve impegnarsi con un’altra persona solo in determinati modi prescritti per poter godere della stabilità dell’alloggio dopo la partenza di una persona cara? Tutte le relazioni non tradizionali devono comprendere o includere solo due persone primarie?». Citando poi una sentenza che aveva attinenza al caso e che riguardava la successione di un contratto di locazione di una coppia gay e la sentenza Obergefell v. Hogdes che ha aperto alle “nozze” gay, il giudice ammette che tali sentenze riconoscono «solo relazioni bipersonali». Ma poi aggiunge: «Quelle decisioni, tuttavia, aprono la porta alla considerazione di altri costrutti relazionali; e, forse, è giunto il momento di prenderle in considerazione».

Il ragionamento è semplice: perché l’unica relazione riconosciuta dal diritto dovrebbe essere bipersonale e non tri-tetra-penta personale? Chi lo dice che l’amore è solo a base due? Il riconoscimento delle coppie gay – questo il ragionamento del giudice che, è proprio il caso di dirlo, ha dato i numeri – ha fatto comprendere che non può essere l’orientamento sessuale il discrimen per distinguere ciò che è legittimo da ciò che non lo è. Ma allora se l’orientamento sessuale non fa problema in termini di legittimità giuridica, perché lo dovrebbe fare il numero? Se “love is love”, lo è anche e forse soprattutto se gli amanti sono più di due. Il discorso non fa una grinza perché la premessa è erronea, dato che l’amore che non nasce da vincoli di sangue o di amicizia non può che essere esclusivo, altrimenti non esprimerebbe donazione totale per l’altro.

Dicevamo che è la prima volta nella storia che un giudice si esprime a favore di una relazione poliamorosa. Ma non è la prima volta che una relazione tra più di due persone riceve un placet formale da un’autorità pubblica. Nel febbraio dello scorso anno i media avevano raccontato di come un giudice della California avesse, non tanto riconosciuto una relazione poliamorosa, ma una relazione poligenitoriale, ossia avesse riconosciuto che papà di due bambini fossero tre uomini. Una sorta di riconoscimento indiretto del poliamore. Inoltre un paio di anni fa, il Consiglio comunale di Somerville, sempre negli Usa, qualificò la polyamorous relationships come forma legittima di partnership domestica: «un’entità formata da persone» anziché «un’entità formata da due persone», si legge nell’ordinanza del Consiglio. La decisione dell’amministrazione comunale fu presa perché all’epoca, in piena emergenza Covid, alcune persone si erano lamentate che non potevano andare a far visita ai propri partner negli ospedali, dato che l’accesso era consentito solo ai familiari e ad un convivente.

Il poliamore è alla fine una delle innumerevoli manifestazioni del pluralismo culturale – più plurale di così! – e del pensiero liquido che però, quando vuole ricevere autorevolezza, non ripudia le vesti formali della legge che lo cristallizza e lo definisce.

Si scrive «affidamento», si legge «adozione»

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Strana realtà, Bergamo: da una parte è la terra, che vanta 22 santi, 9 beati e 11 Servi di Dio; dall’altra è la città, che trasforma il suo Pride arcobaleno in un comizio della Sinistra in giorno di silenzio pre-elettorale e che trasforma la Fondazione Donizetti in uno strumento di diffusione della propaganda gender. Così pure il suo sindaco, Giorgio Gori: sulla stampa è riuscito a proclamarsi ad un tempo «credente» e fautore del suicidio assistito, anticamera dell’eutanasia, calpestando il Catechismo della Chiesa cattolica, come già ha fatto, del resto, sposando la causa Lgbtqia+ ed in molte altre occasioni, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata.

Ed ancora, una volta di più, Bergamo non cessa di stupire, come si rileva dall’interpellanza a risposta scritta, presentata lo scorso 21 luglio dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Filippo Bianchi, prendendo spunto dalla decisione del Centro Affidi familiari municipale di affidare una neonata ad una “coppia omogenitoriale” ovvero composta da due uomini di Carobbio degli Angeli, nemmeno “uniti” civilmente, decisione subito accolta da grande consenso mediatico.

«È in gioco il diritto della bambina a crescere all’interno di una famiglia naturale, l’unica tra l’altro riconosciuta anche dal nostro ordinamento giuridico», si legge nell’interpellanza del consigliere Bianchi, che evidenzia come «le scienze umane e neurologiche la garantiscano come la più idonea, nell’esclusivo interesse del minore. Come confermato dalla natura, dalla nostra civiltà e dall’abbondante letteratura scientifica in materia, la conoscenza del sé, corporeo e psichico, richiede il confronto diretto, costante, stringente e solidale con le figure, che “incarnano” la similarità e la differenza sessuale, fisica e cognitiva, del bambino (maschio e femmina) ed attraverso cui “impara” la complementarietà, sessuale e sociale, di tali differenze». Del resto, «quando in gioco c’è lo sviluppo e la crescita di un bambino, almeno sul piano del “principio di precauzione” – giuridicamente riconosciuto e stabilito a livello internazionale, proprio nella prospettiva della “salute” della biosfera, di cui l’uomo è figura centrale – è certamente necessario che questi sia affidato ad una coppia eterosessuale e stabile». Si noti come un documento del consiglio dell’American College of Pediatricians, pubblicato sulla rivista Pediatrics, contesti esplicitamente la cosiddetta “omogenitorialità”: «Troviamo questa posizione insostenibile e, se attuata, gravemente dannosa per i bambini e la famiglia».

Da qui la richiesta, mossa all’assessore municipale ai Servizi Sociali orobico, di sapere per quali motivi il Centro Affidi familiari del Comune abbia viceversa scelto di affidare la neonata ad una coppia «composta da due uomini, ledendo i diritti del minore». Sui media l’assessore Marcella Messina ha già dichiarato: «Abbiamo fatto ciò che la legge italiana prevede, avendo a cuore innanzi tutto l’interesse del minore e verificando che la coppia affidataria rispondesse ai criteri di idoneità richiesti». Emerge la prospettiva che, in realtà, tutta questa storia, presentata dai media con sentimentalismo strappalacrime, possa rappresentare l’ennesimo grimaldello, con cui cercare di forzare l’impianto giuridico italiano, in merito alquanto complesso. Affermano su BergamoNews i due “partner affidatari: «Siamo stati giudicati idonei come genitori affidatari. Idonei a fare un servizio allo Stato. Però di fronte all’eventualità dell’adozione, improvvisamente per la legge non andiamo più bene. È strano, no? Eppure siamo sempre noi due»…Dunque, si scrive affidamento e si legge adozione. Non v’è infatti in Italia una legge, che ammetta esplicitamente l’adozione da parte delle coppie omosessuali, specie per quelle non “unite” civilmente, v’è invece un pronunciamento, emesso nel 2016 dalla Corte di Cassazione, che ha riconosciuto anche ciò che la norma non prevede ancora. Ecco allora qualcosa di concreto cui puntare, ecco un obiettivo appetibile nell’escalation gender: fare in modo che l’istituto dell’adozione per una “coppia” gay Lgbt venga regolato e codificato espressamente da una normativa vera e propria, per rafforzarlo e renderlo incontestabile. L’operazione potrebbe svolgersi secondo modalità già poste in essere altrove: prima il caso umano, poi il clamore mediatico, infine l’invocazione a gran voce di una legge, magari con tanto di referendum, grazie anche ad una letteratura “scientifica” viziata in origine: «La letteratura legale in materia di genitorialità omosessuale è estremamente unilaterale – denuncia il prof. Lynn Wardle dell’Università dell’Illinois –. È principalmente letteratura militante, che promuove la legalizzazione della genitorialità omosessuale. C’è un evidente tabù all’interno della nostra professione che vieta la stesura o la pubblicazione di articoli, che si oppongano o critichino il matrimonio omosessuale o la genitorialità omosessuale. La letteratura delle scienze sociali, citata a sostegno della tesi secondo cui la genitorialità omosessuale non è significativamente dannosa per i bambini, non è affidabile. Vizi e difetti metodologici di analisi abbondano nelle ricerche. La ricerca è viziata in modo significativo da un pregiudizio a favore della genitorialità omosessuale. Nonostante i commenti favorevoli sui dati, alcune ricerche suggeriscono che ci sono alcuni gravi danni potenziali per bambini cresciuti da genitori omosessuali». Discorso, questo, su cui convergono e con cui concordano molti autorevoli studi. E che mostra come l’intera architettura ideologica dell’“adozione per tutti”, costruita ad arte, non sia fondata su basi certe ed incontrovertibili, pur affermando d’agire, naturalmente, nell’«interesse del minore»…

Dopo Bergamo Pride, l’“Opera” Lgbtqia+ da 500 mila euro

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QUINTA COLONNA

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Ancora non s’è spenta l’eco delle polemiche conseguenti al Bergamo Pride, “celebrato” con tanto di sigle di partito (tutte di Sinistra) presenti tra i promotori, nel corteo e sul palco, peraltro infischiandosene e calpestando il silenzio pre-elettorale, che già l’universo Lgbtqia+ torna alla carica e continua a far parlare di sé nel capoluogo orobico e sulla stampa.

Da L’Eco di Bergamo dello scorso 17 giugno, infatti, si è appreso delle fratture interne al consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti dopo la proposta del direttore artistico del Festival Donizetti Opera, Francesco Micheli, di realizzare un’opera lirica dedicata a Raffaella Carrà. Le divisioni verterebbero sui costi, particolarmente importanti, e sul taglio «sfidante e innovativo» – ma meglio sarebbe dire forzosamente provocatorio –, che si vorrebbe dare a questo lavoro, totalmente slegato dal contesto del Donizetti Opera e dalla tradizione e identità bergamasca, proprio nell’anno in cui – oltre tutto – la città, assieme a Brescia, viene chiamata ad essere capitale italiana della cultura.

«L’amministrazione comunale di Bergamo continua incessantemente nella sua opera rivoluzionaria – afferma in merito il consigliere comunale Filippo Bianchi di Fratelli d’Italia – all’insegna della propagazione dell’ideologia gender. Dalla Sinistra non viene portato nessun rispetto per il grande compositore bergamasco Gaetano Donizetti, poiché anche l’autorevole fondazione, che porta il suo nome, viene utilizzata, senza alcun ritegno» per tale scopo «con grande dispendio di risorse pubbliche». E prosegue: «La cittadinanza bergamasca è nauseata dalle continue imposizioni subite, secondo la volontà dell’agenda delle minoranze arcobaleno, che lottano per scardinare l’ordine naturale dalla società, introducendo il liberticida ddl Zan, l’aberrante pratica dell’utero in affitto, l’ideologia gender nelle scuole e sostituendo le vocali con gli asterischi». Ma non è tutto: «La Fondazione Teatro Donizetti – dice Bianchi – negli ultimi anni è divenuta, attraverso la Direzione artistica e la Donizetti web tv, uno strumento per veicolare la propaganda gender nella società. I bergamaschi sono stanchi di tutto questo, pretendono una Direzione artistica della Fondazione Teatro Donizetti in armonia con il tessuto sociale e spettacoli, che non trattino unicamente di ideologia gender. Inoltre, la cittadinanza si sta da tempo domandando, se la Fondazione Teatro Donizetti offra ruoli artistici di rilievo anche a chi sia eterosessuale, senza discriminazioni, o se solo personaggi del mondo arcobaleno, come testimonial del Bergamo Pride o espressione del sito web Gay.it, possano ambire a tali ruoli».

Il Corriere di Bergamo ha fornito intanto ulteriori dettagli sullo spettacolo ipotizzato, dettagli sconvolgenti: il budget previsto è di circa 500 mila euro per l’opera, che dovrebbe essere dedicata «alle conquiste di genere» e che dovrebbe prevedere la partecipazione del gruppo musicale «La Rappresentante di Lista», esponente del genere «queer pop» o della «queer music», come ribadito in numerose interviste. Nel n. 8 del 2021 di Vanity Fair Dario Mangiaracina, fondatore del gruppo assieme a Veronica Lucchesi, ha dichiarato che il loro duo si sente portatore di un’identità «fluida, perché la sessualità non ha confini. Ma son servite le definizioni, le lotte per i diritti, per poter affermare, come faccio io, di non volere essere “fissato” in uno schema di genere». Secondo loro, «ogni lotta è collegata. Non si può essere femministi, senza essere antispecisti, senza essere antifascisti». Ed ecco che ritornano i soliti luoghi comuni, in particolare quell’antispecismo, che ha originato il transumanesimo e che tutela il koala più dell’embrione umano.

Secondo il quotidiano online Prima Bergamo, Giorgio Berta, presidente del cda della Fondazione Donizetti, avrebbe congelato la proposta. Al momento, non vi sarebbero certezze circa l’entità dei fondi pubblici destinati a coprire la colossale cifra pretesa. Intanto, però, la temperatura politica è immediatamente tornata rovente. Il consigliere comunale Bianchi ha inviato un’interpellanza a risposta scritta, in cui specifica come, tra l’altro, «il gruppo musicale La Rappresentante di Lista si sia politicamente speso facendo pubblicare una lettera sul quotidiano La Stampa in favore del ddl Zan, richiedendone la calendarizzazione in Parlamento». Tutto considerato, chiede se si intenda esplicitamente dare «un taglio conforme all’ideologia gender» allo spettacolo ipotizzato a Bergamo, città il cui legame e quello della Fondazione Donizetti con Raffaella Carrà resta poi tutto da spiegare. Il consigliere Bianchi chiede, tra l’altro, chi siano gli altri artisti immaginati e quali i loro compensi, quali altri teatri italiani prevedano la messa in scena e «se sia confermata la notizia che il Presidente del Consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro Donizetti, Giorgio Berta, intenda prudentemente congelare o archiviare tale progetto, dispendioso oltre misura ed ideologico», tale oltre tutto da non avere «nulla a che vedere con la tradizione e l’identità bergamasca».Insomma, Gay Pride ovunque, concerti, spot, artisti, film, telefilm, persino cartoni animati: il pressing della sfera Lgbtqia+ è continuo, insistente, provocatorio, martellante, prepotente, numericamente ridotto, ma deciso a far la voce grossa almeno finché chi la pensi diversamente non si arrenda e non se ne stia zitto. Ed è forte il sospetto che la totale assenza di rispetto più volte emersa contro la Chiesa cattolica dipenda da quel numero del Catechismo, il 2357, in cui le relazioni omosessuali vengono definite come «gravi depravazioni» ed «atti intrinsecamente disordinati», peraltro «contrari alla legge naturale», cioè tali da non poter essere «in nessun caso approvati». «Depravare», vocabolario alla mano, significa «corrompere moralmente, pervertire», con buona pace di quei sacerdoti e di quei vescovi, che ritengono che a far problema durante i Gay Pride siano solo le immagini blasfeme e non invece, come in effetti è in ambito cattolico, proprio i cortei in quanto tali.

La mia vita appartiene a me?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Come molti sapranno la Corte costituzionale ha recentemente bocciato il referendum sull’abrogazione pressoché totale dell’art. 580 cp che vieta l’omicidio del consenziente. L’associazione Luca Coscioni, promotrice tra gli altri di questo referendum, ha coniato uno slogan, fra i molti, per sostenere la raccolta firme: “La mia vita appartiene a me”.

Il significato di questo slogan, di uso comune da tempo, non è condivisibile almeno per due motivi. Il verbo “appartenere” significa “essere di legittima proprietà di qualcuno” oppure far parte di una famiglia, di un gruppo sociale o essere incluso in un luogo oppure, infine, “spettare, essere di competenza, riguardare”. Appare evidente che i radicali hanno scelto come accezione la prima: la vita è di mia proprietà, io ho la legittima proprietà sulla mia vita. Ma non esiste un legame di proprietà tra la persona e la vita semplicemente perché non esiste la persona e un qualcosa chiamato “vita” sui cui esercito un diritto di proprietà, bensì esiste solo la persona vivente. Sul piano naturale non si dà persona se non vivente: l’aggettivo, che è anche participio presente di vivere, è coessenziale alla persona, è condicio sine qua non dell’esistenza del concetto di persona. Non si può predicare l’una senza l’altra, sul piano naturale. C’è piena coincidenza dei due termini.

Un’obiezione a quanto sin qui detto potrebbe essere la seguente: la prospettiva promossa dai radicali sottintende un Io che ha la proprietà sul corpo vivente. Ma anche in questo caso il corpo non è di proprietà della persona. La persona è sinolo di materia e forma, ossia dell’unione-fusione strettissima del principio immateriale chiamato “anima” che informa la materia, cioè il corpo. I due principi sono distinti intellettivamente, ma, finché la persona è viva, sono una realtà unica, inscindibile. Da ciò deriva che io sono la mia anima e il mio corpo. Io sono anche il mio corpo e non ho il mio corpo.

La visione radicale invece risente di alcuni influssi platonici dove il corpo è visto come una tomba, un carcere dell’anima da cui si deve liberare. La liberazione, per Marco Cappato & Co., deve avvenire quando il corpo da luogo ameno e funzionale diventa un carcere a seguito della malattia, della sofferenza, della disabilità, etc. L’eutanasia è quindi liberazione da un corpo percepito come una catena che ci lega ad una vita segnata solo dalla sofferenza. Una visione che poi è influenzata anche da prospettive culturali fortemente antimetafisiche e dunque empiriste ed utilitariste: il corpo viene reificato, cosificato e quindi si può predicare su di esso un diritto di proprietà. Uno sguardo svilente sulla persona perché la sua corporeità, parte integrante della sua persona, viene ridotta a pura materia la quale, guastandosi, è bene rifiutarla, scartarla, cestinarla, separarsene a forza con l’eutanasia. Quindi il corpo è solo una cosa che quando si danneggia e non val più la pena ripararla si può anche buttare proprio perché il vero Io, entità solo spirituale, vanta su di esso pieno dominio, pieno possesso. In breve l’Io abita il corpo che è la casa di sua proprietà, ma quando questa casa va in rovina si può anche decidere di abbandonarla. Anche il nostro ordinamento giuridico ripudia l’idea che si possa predicare un diritto di proprietà sul corpo dato che, ad esempio, è vietata la compravendita di organi.

Ma vi è almeno un secondo motivo per cui è errato affermare “La mia vita appartiene a me” e questo motivo riguarda Dio. Scrive Tommaso d’Aquino: «soltanto Dio è essere per essenza, mentre tutte le altre cose sono esseri per partecipazione» (Summa contra Gentiles, III, c. 66). Dunque l’unico modo per avere l’essere è partecipare all’essere, che non può che derivare da Dio. Questa derivazione avviene tramite la creazione, cioè la chiamata dal nulla. Per la persona umana ciò significa che Dio crea ciascuna anima che, sempre per Sua volontà, informa la materia umana, già data, al momento del concepimento. Dunque la relazione tra Dio e l’uomo è la relazione tra Creatore e creatura. Potremmo quindi dire che noi siamo proprietà di Dio? In senso stretto, nemmeno in questo caso. Sia perché la proprietà, come già accennato, è predicabile solo in riferimento alle cose e la persona umana non è una res. Sia perché la relazione tra Creatore e creatura è molto più salda e profonda di quella esistente tra proprietario e bene oggetto di proprietà. Il Creatore chiama dal nulla e dona l’essere. In questo senso e tornando al verbo usato nello slogan dei radicali, noi apparteniamo a Dio, nel senso che partecipiamo all’essere ricevuto da Lui, abbiamo parte dell’essere da Lui donato. In questa prospettiva la nostra vita – per usare un termine adoperato nello slogan – appartiene a Lui e non solo a motivo della creazione, ma anche per il fatto che Dio costantemente ci mantiene nell’esistenza. È solo grazie alla Sua volontà che noi persistiamo nell’esistenza, altrimenti scompariremmo nel nulla. Anche in questo senso dobbiamo dire che la nostra vita appartiene a Lui perché dipende, per continuare ad esistere, da Lui.

Chiaramente queste riflessioni sono assolutamente incomprensibili dalla maggioranza delle persone e quindi non condivisibili. Lo slogan dei radicali ha molta più presa delle presenti argomentazioni perché sintetizza in modo efficace un percepito comune che vede l’uomo come signore assoluto della propria vita, come titolare di un diritto di libertà che si espande all’infinito fino al dominio completo sulla propria esistenza, tanto completo che può decretarne anche la fine.

Fonte: https://www.corrispondenzaromana.it/la-mia-vita-appartiene-a-me/

Sarà abolito l’aborto negli Stati Uniti?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Forse la Corte Suprema degli Stati Uniti potrà mandare in soffitta la famigerata sentenza Roe vs Wade del 1973 che legalizzò l’aborto in tutto il Paese, a cui seguì nel 1992 un’altra storica sentenza dello stesso tenore: Planned Parenthood v. Casey. Ma, come vedremo, la prudenza è doverosa per più motivi.

La Corte è stata chiamata a vagliare una decisione della 5th Circuit Court of Appeals con sede a New Orleans che riteneva incostituzionale la legge del 2018 del Mississippi la quale prevede la possibilità di vietare l’aborto dopo la 15esima settimana di gestazione. Sui media per ora sta circolando solo la prima bozza di proposta di voto della Corte per cancellare la due sentenze appena citate, a cui forse sono già seguite altre bozze. Questo documento – redatto dal giudice Samuel Alito a febbraio, ma diventato di dominio pubblico solo in questi giorni–- ha ricevuto il placet di altri quattro giudici repubblicani che siedono presso la Corte: Clarence Thomas, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. I giudici democratici, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan, pare che stiano elaborando una contro-bozza. Il presidente della Corte suprema John Roberts non si sa che decisione prenderà al riguardo.

C’è da appuntare che raramente nella storia della Corte un documento così riservato è stato pubblicato anzi tempo. Pare proprio che questa fuga di notizie sia stata architettata da qualcuno per danneggiare l’iniziativa dei giudici conservatori. Infatti ora, prima di arrivare al verdetto finale atteso tra un paio di mesi, ci sarà tutto il tempo per aizzare le piazze, per mobilitare i media e soprattutto per votare al Congresso una norma, già annunciata da Biden, che legittimi l’aborto in tutto il Paese, vanificando così un’eventuale pronuncia della Corte contro l’aborto.

Ma veniamo al contenuto della bozza, evidenziandone solo alcune parti per motivi di spazio. Innanzitutto il documento di certo non pecca in quanto a chiarezza: «Riteniamo […] che la Costituzione non attribuisca il diritto all’aborto. Roe e Casey devono essere annullate. È tempo di dare ascolto alla Costituzione e l’autorità di regolamentare l’aborto deve essere restituita al popolo e ai suoi rappresentanti eletti». Ciò a voler dire che, se anche la Corte buttasse nel cestino queste due sentenze, l’aborto non diventerebbe automaticamente reato in tutta la Nazione, ma “semplicemente” la sua disciplina verrebbe demandata ai parlamenti dei singoli stati, parlamenti che, ad oggi, hanno dovuto legiferare in materia rispettando i vincoli giuridici presenti nelle sentenze Roe e Casey. E quindi alcuni stati probabilmente continuerebbero a legittimare l’aborto pienamente, altri lo permetterebbero ma prevedendo alcuni vincoli e altri ancora, forse, lo vieterebbero in toto.

Nel testo della bozza si possono sottolineare anche altre affermazioni dinamitarde per il mainstream attuale: «Roe aveva terribilmente torto sin dall’inizio. Il suo ragionamento è stato eccezionalmente debole e la decisione ha avuto conseguenze dannose. E lungi dal portare a una soluzione nazionale sulla questione dell’aborto, Roe e Casey hanno acceso il dibattito e approfondito la divisione». Sul tema della divisione sociale provocata dalla legittimazione dell’aborto la bozza insiste ancora: «Roe non è certo riuscita a porre fine alla divisione sulla questione dell’aborto. Al contrario, Roe ha ‘infiammato’ una questione nazionale che è rimasta amaramente divisiva nell’ultimo mezzo secolo. […] L’incapacità di questa Corte di porre fine al dibattito sulla questione non avrebbe dovuto sorprendere. Questa Corte non può tendere ad una soluzione permanente di una polemica nazionale che genera rancori semplicemente dettando un accordo e dicendo al popolo di andare comunque avanti. Qualunque sia l’influenza che la Corte può avere sull’atteggiamento della gente, [questa influenza] deve derivare dalla forza delle nostre argomentazioni, non da un tentativo di esercitare il ‘crudo potere giudiziario’». Insomma, per Alito e i suoi colleghi, la Corte suprema che decise dei casi Roe e Casey impose la propria decisione ad un’intera Nazione non con la forza delle idee, ma con la forza dell’ideologia. E infatti un’altra critica riguarda l’irrigidimento della disciplina normativa statuale su questa materia provocata dalla Roe vs Wade: «Negli anni precedenti [a Roe v. Wade], circa un terzo degli Stati aveva liberalizzato le proprie leggi, ma Roe ha interrotto bruscamente quel processo politico. Ha imposto lo stesso regime fortemente restrittivo all’intera Nazione e ha di fatto demolito le leggi sull’aborto di ogni singolo Stato».

Alito poi insiste che il presunto diritto ad abortire non fa parte del portato culturale statunitense, né è presente nella tradizione giuridica americana: «la conclusione inevitabile è che il diritto all’aborto non è profondamente radicato nella storia e nelle tradizioni della Nazione», anche perché esiste «una tradizione ininterrotta di proibire penalmente l’aborto [… ] dai primi giorni della Common law fino al 1973. […] Fino all’ultima parte del 20° secolo, nella legge americana non c’era nessun puntello per avvalorare un diritto costituzionale ad abortire. Zero. Nessuno. Nessuna disposizione costituzionale statale aveva riconosciuto un tale diritto».

La bozza poi afferma giustamente che la distinzione presente in Roe vs Wade tra feto che può sopravvivere o non sopravvivere una volta nato «non ha senso». Ma proseguiamo: il parere, anticipando una possibile obiezione degli avversari, afferma che non è inusuale che la Corte sconfessi se stessa e ribalti certi orientamenti da lei assunti nel passato. Ed efficacemente cita alcuni propri pronunciamenti sulla segregazione razziale. Inoltre il giudice Alito tiene a precisare che non ci può essere fissismo giuridico da parte della Corte riguardo ad un tema su cui, in questi decenni, la sensibilità sociale è cambiata ed è cambiata in favore della vita: «La Corte ha mandato in cortocircuito il processo democratico, impedendo di parteciparvi ad un gran numero di americani che hanno dissentito in vari modi da Roe». Da qui la conclusione: «Roe e Casey rappresentano un errore che non può essere lasciato in piedi».

Il giudice Alito, inoltre, sa bene che questa decisione entrerà in rotta di collisione con il politicamente corretto: «Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey . E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione».

La conclusione è chiarissima: «Riteniamo che Roe e Casey debbano essere annullate. La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale».

Questi sono solo alcuni estratti della bozza, composta da ben 93 pagine. Come accennato, la decisione definitiva arriverà tra circa due mesi e in questo lasso di tempo tutto potrà ancora accadere.

La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Chiara Dolce

«L’abbigliamento esterno non è in noi dalla natura», ci ricorda san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae e, nonostante ciò, la veste può essere materia di vizio e virtù in quanto «l’abbigliamento esterno è un indizio della condizione personale» (Summa Theologiae, II II, Q 169 a. 1). Ne consegue che «l’eccesso, il difetto e il giusto mezzo in questa materia si possono ridurre alla virtù della veracità», detta anche sincerità, quella parte della modestia con cui ci si mostra, con fatti e parole, così come si è interiormente. Il vestito, insomma, rivela l’anima. E se è vero che le intenzioni non vanno giudicate, è altrettanto vero che i fatti possono e debbono esserlo, e il vestito è un fatto, da cui vizi e virtù emergono e pure si prestano all’imitazione altrui.

Virginia Coda Nunziante, nel suo La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa, riflette proprio sull’importanza di una moda virtuosa, sui pericoli di una moda viziosa e sulla responsabilità del Magistero ecclesiale di educare, anzitutto le donne, alla giusta “moda”, che è “modus”, cioè “maniera, norma, regola, misura” (e non “modificazione obbligatoria del gusto”, come vuole l’estensione tutta moderna del termine). Si parte da una domanda essenziale: perché ci vestiamo? Per definire la nostra identità, anzitutto. «Al vestito è dato di esprimere la gioia ed il lutto, l’autorità e la potenza, l’orgoglio e la semplicità, la ricchezza e la povertà, il sacro ed il profano», disse Papa Pio XII ai Maestri Sarti nel 1954; «la società, per così dire, parla col vestito che indossa», disse ancora nel ’57 al I Congresso internazionale di Alta Moda. La Scrittura ci offre esempi in tal senso. La Regina Ester è modesta: nello stato di penitenza «si tolse le vesti di lusso e indossò gli abiti di miseria e di lutto» (4, 17); e a penitenza conclusa, ella «si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado» (5, 1). Ma pure la veste viene incontro al sacro primordiale sentimento del pudore che, come audace sentinella, ricorda continuamente all’uomo: «Il tuo corpo non è corpo animale. Ma è informato dall’anima»; e l’anima non consente all’uomo di coincidere coi suoi atti meramente istintivi, ma impone di trascenderli sul piano morale e spirituale. La veste è quel mezzo che disambigua, nell’essere umano, la natura eterna del suo corpo. Pudoris potius memor quam doloris, è scritto nella Passio Sanctarum SS Perpetuae et Felicitatis, quando si ricorda l’episodio di Perpetua che, «lanciata in aria da una vacca ferocissima» nell’Anfiteatro di Cartagine, non appena ricadde sull’arena non pensò ad altro che a «riassettare la tunica che le si era squarciata sul fianco per ricoprirlo, sollecita più del pudore che del dolore».

Se fino a tutto il Medioevo che ancora “credeva nella differenza”, i due sacrosanti fini del vestirsi venivano rispettati e adempiuti, dall’Umanesimo in poi – racconta Virginia Coda Nunziante – ha inizio una lentissima, ma inesorabile decadenza dei costumi che, trionfante nella Rivoluzione Francese, giunge al Sessantotto e infine ai “nostri” tempi, intrisi di nudità, disordine, bizzarria, volgarità, mascolinizzazione della donna e femminilizzazione dell’uomo. L’immodestia della veste rivela, immediata, l’immodestia dell’anima, per cui laddove l’ordine e il bello non si intravvedono più, è segno di un decadimento morale e spirituale. «Moda e modestia dovrebbero andare e camminare insieme, come due sorelle», disse sempre Pio XII nel 1940 alle donne della Gioventù Cattolica, «perché ambedue i vocaboli hanno la medesima etimologia». E invece «la modestia non è più di moda», e allora la veste non rivela più l’anima, nonostante pretenda di non essere giudicata come le intenzioni dell’anima.

Necessaria una Crociata della Purezza, a cui le donne stavolta sono soprattutto chiamate a combattere. Ma è la Chiesa, come accadde a Clermont nel 1095, che deve invitare alla santa Battaglia. «I Papi del XX secolo sono intervenuti spesso per richiamare i fedeli a non farsi trascinare da mode immodeste», scrive Virginia Coda Nunziante, offrendo al lettore, in appendice, straordinarie testimonianze in tal senso (da Benedetto XV a Pio XII). Ma oggi, i Papi, non ne parlano più. Sta agli uomini tutti, e specialmente alle donne chiamate ad imitare i santi esempi di Ester e Perpetua, prendere coscienza del fatto che il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano gli egli è (Sir. 19, 27); e che, come sempre diceva Pio XII, del vestito ci «si serve, almeno in parte, per edificare o distruggere il proprio avvenire». Il saggio di Virginia Coda Nunziante appare, in tal senso, come un nuovo discorso di Clermont, per cui «se è vero che l’esempio conta quanto le idee, è anche nel modo di vestirci che potremo esprimere il nostro cristianesimo vissuto».

Le contraddizioni della Corte costituzionale in materia di eutanasia

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Come molti ben sapranno, la Corte costituzionale di recente ha bocciato il quesito referendario dei Radicali sull’abrogazione quasi totale dell’art. 579 cp che sanziona l’omicidio del consenziente. L’avvocato Filomena Gallo, storica leader dell’associazione radicale Luca Coscioni, subito dopo la sentenza ha messo in luce una contraddizione evidente che potremmo così esprimere: se noi abbiamo una Corte costituzionale che nel 2019 ha chiesto al Parlamento di legittimare il suicidio assistito, non si vede perché quella stessa Corte oggi ha buttato nel cestino le legittimazione dell’omicidio del consenziente. È su questa contraddizione che i Radicali puntano per far passare in futuro una norma che consenta l’eutanasia anche attraverso la modalità dell’omicidio del consenziente. E, purtroppo, hanno ragione a credere che una simile legge prima o poi passerà.

Infatti già oggi esistono le premesse per varare in futuro una normativa di tal specie. Da anni la giurisprudenza, tramite un’errata interpretazione di una parte dell’art. 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), ha già sdoganato il suicidio tramite il rifiuto di trattamenti salvavita. Questo orientamento prevalente è stato fatto proprio dalla legge 219/17 che permette non solo il rifiuto di trattamenti salvavita da iniziare, ma anche di quelli già in essere tra cui quelli che, per essere interrotti, necessitano dell’intervento del medico (si configura quindi un primo caso legittimato di omicidio del consenziente). Inoltre la legge 219 permette di abusare delle terapie antalgiche per fini eutanasici. Terza premessa che ci porterà all’abrogazione parziale del reato di omicidio del consenziente: come accennato la Consulta a più riprese chiese al Parlamento di varare una norma che legittimasse il suicidio assistito, cosa che sta avvenendo con il disegno di legge Bazoli-Provenza.

Dunque se già abbiamo e stiamo già avendo normative eutanasiche non si vede il motivo per cui dovremmo scampare alla legittimazione dell’omicidio del consenziente. Accettato il principio dell’assassinio o del suicidio per motivi pietistici (non per motivi pietosi, perché la pietà è altra cosa dal pietismo), si devono accettare tutte le modalità di attuazione di questo stesso principio. Permettere solo alcune modalità – suicidio solo tramite il rifiuto di trattamenti salvavita o tramite preparato letale, assassinio solo per mezzo dell’interruzione di presidi vitali o per mezzo di oppiacei – apparirebbe irragionevole, contraddittorio.

È ciò che è accaduto puntualmente ad esempio con la legge sull’aborto, sulla fecondazione artificiale e sul divorzio. Accettare il principio che si può uccidere il bambino nel ventre della madre ha portato non solo all’accettazione dell’aborto chirurgico, ma anche a quello chimico, semplicemente perché l’aborto in pillole configura una diversa applicazione dello stesso principio. Accettare il principio che si può produrre un bambino in provetta ha portato all’accettazione non solo delle tecniche di fecondazione extracorporea omologa, ma anche a quelle eterologhe, all’abbattimento del limite di tre embrioni per ogni ciclo, all’accesso a queste tecniche anche di coppie fertili (e in futuro alla legittimazione dell’utero in affitto), perché tutte modalità di applicazione del medesimo principio. Accettare il principio che si può sciogliere il vincolo matrimoniale (questo l’intento, perché poi nella realtà i matrimoni validi rimangono indissolubili) ha portato a restringere il tempo per chiedere separazione e divorzio perché mera e differente declinazione di quello stesso principio. Dunque l’accettazione di un certo principio porta all’espansione di quello stesso principio tramite modalità sempre più numerose e differenti.

Proviamo a tradurre queste riflessioni in termini propri della filosofia del diritto ed in altri attinenti alla storia del diritto. La ratio di una legge chiede di perfezionarsi, perché la natura di qualsiasi ens, legge compresa, tende al suo perfezionamento. Se infatti la natura è fine, la natura di una legge tenderà ad essere sempre più se stessa, ad attualizzarsi sempre più conformemente alla propria forma giuridica. Questo comporterà che la sua ratio esigerà di trovare sempre nuovi modi per incarnarsi, esigerà una sua progressiva espansione. Ecco perché – e così transitiamo alla seconda riflessione ora di carattere storico-giuridico – i paletti che molti parlamentari hanno tentato di inserire nell’articolato di una legge ingiusta al fine di limitarne l’iniquità sono saltati tutti, proprio perché erano in contraddizione con la ratio medesima della legge la quale nel suo intrinseco dinamismo ha portato all’eliminazione di qualsiasi barriera contenitiva. È come mettere in una gabbia fatta di balsa un feroce leone: la natura del leone porterà a distruggere queste fragili sbarre (ci eravamo occupati di questo argomento su queste stesse colonne circa un anno e mezzo fa).

E dunque la ratio eutanasica presente in alcune decisioni giurisprudenziali, nella legge 219 e nel ddl Bazoli-Provenza chiede di attuarsi, di concretarsi anche tramite l’omicidio del consenziente. Poiché, date le premesse non si possono che accettare le conseguenze, è necessario capovolgere i presupposti etici e giuridici che ispirano la Corte Costituzionale per avviare una reale difesa dell’ordine naturale violato o debolmente e incoerentemente difeso.

Ucraina: radici e conseguenze della crisi

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del Prof. Roberto De Mattei

Lo “show” mediatico tra Biden e Putin sfocerà in una guerra reale tra Russia e Ucraina, destinata a coinvolgere anche l’Europa? Tutto è possibile, nell’era dell’imprevedibile. In questo caso non si tratterebbe di una guerra civile interna all’Ucraina, ma di un conflitto internazionale che vedrebbe di fronte la Russia e l’Occidente. Però i due contendenti non hanno nessun interesse a uno scontro militare di questo tipo, a meno che nel clima di esasperazione di toni artificialmente creato, un evento inatteso non modifichi le strategie in campo.

Il nome Ucraina (Ukraïna) è etimologicamente legato al termine slavo «kraj» (limite, bordo), che indica una «terra di confine». L’Ucraina è infatti, una vasta pianura dagli incerti confini, densamente popolata, ricca di risorse agricole e minerarie. Le origini storiche di questa terra sono antiche: fu chiamata Scizia dai greci e Sarmatia dai romani. Dal medioevo fino alla caduta dell’Impero austro-ungarico fu conosciuta in Occidente come Rutenia, mentre in Russia, era chiamata “Piccola Russia”, per affermare la sua appartenenza all’Impero degli Zar.

L’Ucraina è infatti la culla della Russia, la cui nascita risale alla conversione al Cristianesimo del principe Vladimir I (980-105), detto il Santo. Il Regno di Kiev da lui fondato fu il più antico Stato slavo cristiano, che si estese dal Baltico al Mar Nero, fino ai Carpazi, costituendo una delle Confederazioni più importanti dell’Europa medioevale. Però nel 1240 questo vasto regno fu quasi completamente distrutto dai mongoli, la cui dominazione si protrasse per oltre 250 anni.

Il regno di Kiev, pur aderendo allo scisma di Oriente (1054), aveva fatto parte della Cristianità occidentale. Lo Stato moscovita che si affermò nel XVI secolo, dopo la liberazione dai mongoli, sviluppò l’eredità di Bisanzio in senso antieuropeo. Sebbene con Pietro il Grande la Russia fosse entrata a far parte del sistema degli Stati europei, l’impero zarista fu sempre percepito come una minaccia dagli altri Stati del vecchio continente per la sua connotazione asiatica e il suo carattere autocratico.

Nel corso dei secoli l’Ucraina fu più volte smembrata e sottoposta, di volta in volta, ai Granduchi lituani e ai re di Polonia, all’Impero russo e a quello austriaco, ma rimase culturalmente legata all’Occidente e i suoi abitanti rifiutarono sempre i termini di ‘piccola Russia’ o ‘nuova Russia’ (‘Novorossija’), usati dagli Zar e oggi riproposti da Putin.

Dopo il crollo dell’Impero zarista durante la Prima guerra mondiale, gli Imperi centrali, con il Trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, imposero ai bolscevichi il riconoscimento dell’Ucraina indipendente. L’Armata rossa, nel suo intento di esportare la Rivoluzione in Occidente, attaccò la Polonia, ma nell’agosto del 1920 fu sconfitta sulla Vistola dal generale Józef Piłsudski (1867-1935), che passò al contrattacco, tentando di riconquistare i territori dell’antica Confederazione polacco-lituana. Il Trattato di Riga, firmato il 18 marzo 1921 dalla Polonia da un lato e dalla Russia e dall’Ucraina dall’altro, segnò il fallimento del progetto di Piłsudski e, come scrive il conte Emmanuel Malinsky (1875-1938), può essere considerato il vero giorno di nascita dello Stato bolscevico (Les Problèmes de l’Est et la Petite-Entente, Librairie Cervantes, Paris 1931, p. 300).  Nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS, con l’eccezione della Galizia e della Volinia, assegnate alla Polonia. Da allora, se si eccettua l’occupazione nazionalsocialista del 1941-1943, restò sovietica fino alla proclamazione della sua indipendenza, l’8 dicembre 1991.

L’Ucraina post-sovietica sta cercando di entrare nella Nato e nell’Unione Europea, per difendersi dall’egemonia Russa, mentre Mosca vuole preservare la propria influenza su una nazione con cui condivide oltre 1500 chilometri di confine. Il conflitto in corso è anche una “guerra del gas” in cui è in gioco il futuro energetico dell’Europa. Da una parte c’è la Russia, che è il principale fornitore del nostro continente; dall’altra gli Stati Uniti, che vogliono entrare nel mercato europeo con il loro Gnl (Gas naturale liquido) che viene trasportato sulle navi e costa più di quello della Russia che arriva con le pipeline.

Il problema però non è solo economico. Putin, si propone di restituire alla Russia una nuova coscienza imperiale ed è deciso a non tollerare ulteriori espansioni a Est della Nato dopo l’adesione delle Repubbliche baltiche e dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Come osserva il politologo Alexandre Del Valle, «tutta la politica estera di Vladimir Putin si inserisce in questa forte tendenza della geopolitica russa tradizionalmente orientata alla conquista territoriale delle aree che circondano il suo nucleo storico centroeuropeo. In questo sistema, l’Ucraina rappresenta ovviamente il fulcro che permette alla Russia di tornare ad essere una potenza eurasiatica perché, da questo Paese, la Russia può proiettarsi sia sul Mar Nero e sul Mediterraneo orientale che sull’Europa centrale e balcanica. Da qui la strategia americana volta a sostenere in Ucraina, come in Georgia e altrove, le forze politiche ostili a Mosca» (La mondialisation dangereuse, L’Artilleur, Paris 2021, p. 99).

Il prof. Massimo de Leonardis ricorda le parole di Zbigniew Brzesinski (1928-2017) che riassumono la sostanza del problema. «Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero, ma se sottomette l’Ucraina diventa automaticamente un Impero» (Prefazione a Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina, Carocci, Roma 2021, p. 12). In questa prospettiva, la Russia, sposta le sue truppe ai confini con l’Ucraina, per non essere accerchiata dalla Nato, ma la Nato mette in allerta i suoi soldati per difendere l’Ucraina dall’accerchiamento della Russia.

Per chi vede le cose con gli occhi della fede, al di là degli interessi geopolitici contrapposti, di Biden e di Putin, la prima domanda da porsi riguarda il bene delle anime. Sotto quest’aspetto, che per noi è il più importante, non possiamo dimenticare che l’Ucraina è il centro della Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede in Kiev, dove l’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk, occupa oggi la cattedra arcivescovile che fu dell’intrepido cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti. Inoltre nella regione ucraina della Transcarpazia esiste anche la Chiesa greco cattolica rutena di rito bizantino, che conta tra i suoi martiri l’eparca Teodoro Romža, assassinato su ordine di Nikita Chruščëv, il 1º novembre 1947 e beatificato da papa Giovanni Paolo II, il 27 giugno 2001. Oggi costituisce l’eparchia di Mukačevo, immediatamente dipendente dalla Santa Sede.

L’espansionismo della Russia non corrisponde solo alle ambizioni geopolitiche di Putin, ma anche alla richiesta del Patriarcato di Mosca di esercitare la propria autorità religiosa in tutto lo spazio ex-sovietico, contro quelle che esso definisce le indebite ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e soprattutto del Vaticano. Putin, da parte sua, è consapevole del fatto che la Russia non può fare a meno dei suoi legami con la chiesa ortodossa, che conferisce al regime legittimità morale e supporto in termini di consenso.   L’annessione da parte di Putin dell’Ucraina, o di una parte di essa, rappresenterebbe una russificazione del paese che rafforzerebbe il ruolo della chiesa ortodossa russa a scapito di quella cattolica di rito bizantino. Gli interessi politici dei cattolici non coincidono né con quelli di Putin né con quelli di Biden, ma sul piano religioso, che è il più elevato, bisogna respingere ogni forma di espansione del Patriarcato di Mosca nelle terre slave e forse domani in Occidente. La Chiesa cattolica attraversa oggi una grave crisi interna, ma la soluzione a questa crisi può venire solo dalla parola di Verità della Chiesa di Roma, non certo dal «Drang nach Westen», la spinta verso Occidente dall’autocefalia ortodossa.

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