Usa in recessione tecnica: è solo l’assaggio della crisi, il peggio arriverà nel 2023

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di Mariangela Tessa

Nuovi forti segnali che l’economia Usa rischia pesantemente la recessione. Ieri la prima lettura del Pil del secondo trimestre ha segnato un contrazione su base annuale dello 0,9% (-1,6% su base trimestrale). Si tratta della seconda crescita negativa consecutiva.
I dati, in assenza di revisioni, evidenziano quantomeno una la recessione tecnica (due trimestri di fila con Pil in calo). E, stando agli annali, l’unico caso di sei mesi di battute in ritirata del Pil che non sono diventate recessione risale al 1947.

Pil Usa peggiore delle attese

L’aspettativa era per un dato debole, frenato principalmente dalle scorte. Tuttavia, i dati hanno evidenziato, oltre a un ampio contributo negativo delle scorte, che hanno sottratto due punti all’andamento del Pil, anche un netto indebolimento della domanda finale domestica privata, invariata su base trimestrale. Sull’attività economica recente hanno pesato flessioni nelle scorte delle aziende. In forte calo anche anche gli investimenti immobiliari residenziali, scesi del 14%, e tagli nella spesa pubblica. La spesa per i consumi, che vale oltre due terzi dell’output, ha frenato bruscamente all’1%, con gli americani vittime di un’inflazione che nell’intero trimestre ha marciato dell’8,6%.

Il presidente americano Joe Biden nega che il Paese sia avviato a una pericolosa crisi: “Non è una sorpresa che l’economia stia rallentando mentre la Federal Reserve interviene per combattere l’inflazione. Ma anche davanti a storiche sfide globali siamo sul giusto cammino e supereremo questa fase di transizione più forti e sicuri”.

Il commento degli analisti sulle recessione Usa

Come fanno notare gli analisti di Intesa Sanpaolo, “con i dati correnti, l’economia Usa è in una fase di significativa debolezza, che però non si può definire (per ora) una recessione, alla luce della continua espansione dell’occupazione e dell’andamento del reddito più positivo rispetto a quello del PIL, almeno fino al 1° trimestre (ultimo dato disponibile). Le implicazioni dei dati del Pil per la politica monetaria sono miste. Infatti, a fronte della delusione sulla crescita della domanda finale domestica privata, si è registrato un andamento dell’inflazione in ulteriore aumento, con pressioni per il proseguimento dei rialzi dei tassi. Per ora prevediamo che la Fed mantenga la rotta di restrizione monetaria, ma l’incertezza è aumentata in misura significativa. La svolta ciclica è comunque ormai avviata”.

Anche per Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte, “negli Usa la recessione è probabile nel corso del 2023, come anticipato dalla curva dei tassi, invertitasi ad inizio aprile e poi di nuovo e più marcatamente a luglio (2/10 anni). Escludo la recessione Usa nel 2022 se non tecnica. Mi spiego: la vera recessione comporta da manuale caduta del reddito e dell’occupazione, fenomeni che dovremmo vedere più realisticamente nel 2023. La recessione tecnica che potremmo vedere nel 2022 potrebbe invece essere una recessione solo simbolica, ossia rallentamento della crescita ma mercato del lavoro ancora forte”.

Grano Ucraina: il piano di Bruxelles per evitare una crisi alimentare

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

E’ allarme per gli approvvigionamenti di grano a causa delle difficoltà legate alla guerra in Ucraina. Salvare il granaio ucraino è l’imperativo della Commissione europea che ha messo un piano ad hoc per stabilire “corridoi di solidarietà” con Kiev, al fine di facilitare le esportazioni di cereali verso l’Ue e il resto del mondo.

L’Ucraina è il granaio del mondo. Ostacolando esportazioni vitali il Cremlino sta minacciando la sicurezza alimentare di tutto il mondo. Oggi inizia la nostra azione per facilitare il trasporto di cereali dall’Ucraina e affrontare con urgenza le strozzature nelle forniture”.

Così ha scritto in un tweet la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Il piano Ue per salvare il grano dell’Ucraina

L’Ucraina è uno dei principali produttori di cereali nel mondo e rappresenta il 10% del commercio internazionale di frumento tenero destinato alla panificazione ma anche il 15% del mais per gli allevamenti. E se un terzo dei cereali ucraini finisce in Europa, eguali quantità sono destinate alla Cina e all’Africa dove il blocco causato dall’invasione russa allarga l’area della povertà alimentare con il rischio di carestie.

Se fino all’anno scorso l’Ucraina riusciva a esportare circa 5 milioni di tonnellate al mese di cereali, ad aprile in piena guerra, la cifra è crollata a circa un milione o poco meno. Il problema è che la principale via di uscita – i porti di Odessa e Mykolaiv sul Mar Nero – è bloccata dalle mine ucraine e dalle navi da guerra russe.

Nel piano la Commissione Ue chiede ai privati di mettere urgentemente a disposizione vagoni merci, veicoli, navi, autocarri aggiuntivi e caricatori mobili di grano da piazzare in punti di contatto alla frontiera ucraina, individuati dagli Stati membri, dando la priorità alle spedizioni di derrate agricole anche attraverso slot ferroviari dedicati. Al momento migliaia di camion carichi di cereali sono in attesa di sdoganamento dalla parte ucraina. Il problema è anche logistico visto che il tempo medio di attesa attuale per i carri è di 16 giorni, mentre ad alcune frontiere è fino a 30 giorni.

Un piano coerente quello Ue, come riferisce la Coldiretti.  Nell’Unione Europea prima della guerra sono arrivate durante l’anno dall’Ucraina oltre 700mila tonnellate di grano pari al 4% delle importazioni totali e 65 mila tonnellate di grano duro, che rappresentano poco più dell’1%, ma anche quasi 9 milioni di tonnellate di mais (25% del totale import) e di circa 2 milioni di tonnellate di olio di girasole (45% del totale import), secondo le elaborazioni Coldiretti su dati del Centro Studi Divulga.

Ucraina: radici e conseguenze della crisi

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del Prof. Roberto De Mattei

Lo “show” mediatico tra Biden e Putin sfocerà in una guerra reale tra Russia e Ucraina, destinata a coinvolgere anche l’Europa? Tutto è possibile, nell’era dell’imprevedibile. In questo caso non si tratterebbe di una guerra civile interna all’Ucraina, ma di un conflitto internazionale che vedrebbe di fronte la Russia e l’Occidente. Però i due contendenti non hanno nessun interesse a uno scontro militare di questo tipo, a meno che nel clima di esasperazione di toni artificialmente creato, un evento inatteso non modifichi le strategie in campo.

Il nome Ucraina (Ukraïna) è etimologicamente legato al termine slavo «kraj» (limite, bordo), che indica una «terra di confine». L’Ucraina è infatti, una vasta pianura dagli incerti confini, densamente popolata, ricca di risorse agricole e minerarie. Le origini storiche di questa terra sono antiche: fu chiamata Scizia dai greci e Sarmatia dai romani. Dal medioevo fino alla caduta dell’Impero austro-ungarico fu conosciuta in Occidente come Rutenia, mentre in Russia, era chiamata “Piccola Russia”, per affermare la sua appartenenza all’Impero degli Zar.

L’Ucraina è infatti la culla della Russia, la cui nascita risale alla conversione al Cristianesimo del principe Vladimir I (980-105), detto il Santo. Il Regno di Kiev da lui fondato fu il più antico Stato slavo cristiano, che si estese dal Baltico al Mar Nero, fino ai Carpazi, costituendo una delle Confederazioni più importanti dell’Europa medioevale. Però nel 1240 questo vasto regno fu quasi completamente distrutto dai mongoli, la cui dominazione si protrasse per oltre 250 anni.

Il regno di Kiev, pur aderendo allo scisma di Oriente (1054), aveva fatto parte della Cristianità occidentale. Lo Stato moscovita che si affermò nel XVI secolo, dopo la liberazione dai mongoli, sviluppò l’eredità di Bisanzio in senso antieuropeo. Sebbene con Pietro il Grande la Russia fosse entrata a far parte del sistema degli Stati europei, l’impero zarista fu sempre percepito come una minaccia dagli altri Stati del vecchio continente per la sua connotazione asiatica e il suo carattere autocratico.

Nel corso dei secoli l’Ucraina fu più volte smembrata e sottoposta, di volta in volta, ai Granduchi lituani e ai re di Polonia, all’Impero russo e a quello austriaco, ma rimase culturalmente legata all’Occidente e i suoi abitanti rifiutarono sempre i termini di ‘piccola Russia’ o ‘nuova Russia’ (‘Novorossija’), usati dagli Zar e oggi riproposti da Putin.

Dopo il crollo dell’Impero zarista durante la Prima guerra mondiale, gli Imperi centrali, con il Trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, imposero ai bolscevichi il riconoscimento dell’Ucraina indipendente. L’Armata rossa, nel suo intento di esportare la Rivoluzione in Occidente, attaccò la Polonia, ma nell’agosto del 1920 fu sconfitta sulla Vistola dal generale Józef Piłsudski (1867-1935), che passò al contrattacco, tentando di riconquistare i territori dell’antica Confederazione polacco-lituana. Il Trattato di Riga, firmato il 18 marzo 1921 dalla Polonia da un lato e dalla Russia e dall’Ucraina dall’altro, segnò il fallimento del progetto di Piłsudski e, come scrive il conte Emmanuel Malinsky (1875-1938), può essere considerato il vero giorno di nascita dello Stato bolscevico (Les Problèmes de l’Est et la Petite-Entente, Librairie Cervantes, Paris 1931, p. 300).  Nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS, con l’eccezione della Galizia e della Volinia, assegnate alla Polonia. Da allora, se si eccettua l’occupazione nazionalsocialista del 1941-1943, restò sovietica fino alla proclamazione della sua indipendenza, l’8 dicembre 1991.

L’Ucraina post-sovietica sta cercando di entrare nella Nato e nell’Unione Europea, per difendersi dall’egemonia Russa, mentre Mosca vuole preservare la propria influenza su una nazione con cui condivide oltre 1500 chilometri di confine. Il conflitto in corso è anche una “guerra del gas” in cui è in gioco il futuro energetico dell’Europa. Da una parte c’è la Russia, che è il principale fornitore del nostro continente; dall’altra gli Stati Uniti, che vogliono entrare nel mercato europeo con il loro Gnl (Gas naturale liquido) che viene trasportato sulle navi e costa più di quello della Russia che arriva con le pipeline.

Il problema però non è solo economico. Putin, si propone di restituire alla Russia una nuova coscienza imperiale ed è deciso a non tollerare ulteriori espansioni a Est della Nato dopo l’adesione delle Repubbliche baltiche e dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Come osserva il politologo Alexandre Del Valle, «tutta la politica estera di Vladimir Putin si inserisce in questa forte tendenza della geopolitica russa tradizionalmente orientata alla conquista territoriale delle aree che circondano il suo nucleo storico centroeuropeo. In questo sistema, l’Ucraina rappresenta ovviamente il fulcro che permette alla Russia di tornare ad essere una potenza eurasiatica perché, da questo Paese, la Russia può proiettarsi sia sul Mar Nero e sul Mediterraneo orientale che sull’Europa centrale e balcanica. Da qui la strategia americana volta a sostenere in Ucraina, come in Georgia e altrove, le forze politiche ostili a Mosca» (La mondialisation dangereuse, L’Artilleur, Paris 2021, p. 99).

Il prof. Massimo de Leonardis ricorda le parole di Zbigniew Brzesinski (1928-2017) che riassumono la sostanza del problema. «Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero, ma se sottomette l’Ucraina diventa automaticamente un Impero» (Prefazione a Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina, Carocci, Roma 2021, p. 12). In questa prospettiva, la Russia, sposta le sue truppe ai confini con l’Ucraina, per non essere accerchiata dalla Nato, ma la Nato mette in allerta i suoi soldati per difendere l’Ucraina dall’accerchiamento della Russia.

Per chi vede le cose con gli occhi della fede, al di là degli interessi geopolitici contrapposti, di Biden e di Putin, la prima domanda da porsi riguarda il bene delle anime. Sotto quest’aspetto, che per noi è il più importante, non possiamo dimenticare che l’Ucraina è il centro della Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede in Kiev, dove l’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk, occupa oggi la cattedra arcivescovile che fu dell’intrepido cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti. Inoltre nella regione ucraina della Transcarpazia esiste anche la Chiesa greco cattolica rutena di rito bizantino, che conta tra i suoi martiri l’eparca Teodoro Romža, assassinato su ordine di Nikita Chruščëv, il 1º novembre 1947 e beatificato da papa Giovanni Paolo II, il 27 giugno 2001. Oggi costituisce l’eparchia di Mukačevo, immediatamente dipendente dalla Santa Sede.

L’espansionismo della Russia non corrisponde solo alle ambizioni geopolitiche di Putin, ma anche alla richiesta del Patriarcato di Mosca di esercitare la propria autorità religiosa in tutto lo spazio ex-sovietico, contro quelle che esso definisce le indebite ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e soprattutto del Vaticano. Putin, da parte sua, è consapevole del fatto che la Russia non può fare a meno dei suoi legami con la chiesa ortodossa, che conferisce al regime legittimità morale e supporto in termini di consenso.   L’annessione da parte di Putin dell’Ucraina, o di una parte di essa, rappresenterebbe una russificazione del paese che rafforzerebbe il ruolo della chiesa ortodossa russa a scapito di quella cattolica di rito bizantino. Gli interessi politici dei cattolici non coincidono né con quelli di Putin né con quelli di Biden, ma sul piano religioso, che è il più elevato, bisogna respingere ogni forma di espansione del Patriarcato di Mosca nelle terre slave e forse domani in Occidente. La Chiesa cattolica attraversa oggi una grave crisi interna, ma la soluzione a questa crisi può venire solo dalla parola di Verità della Chiesa di Roma, non certo dal «Drang nach Westen», la spinta verso Occidente dall’autocefalia ortodossa.

Calcio e Fede: binomio assurdo?

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Il calcio è vissuto da molti, non solo in Italia come una fede, quando la fede religiosa è in un momento di grave crisi. Come dobbiamo considerare tutto questo? In che modo si può vivere sanamente la passione per questo sport così popolare? Il calcio può rappresentare in qualche modo i valori cristiani?

Intervista a don Francesco Ricossa: approccio cattolico alla crisi attuale

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Come Circolo Christus Rex-Traditio ci riconosciamo nelle parole di don Francesco Ricossa in questa intervista, soprattutto nella parte in cui parla, con la saggezza dell’ uomo di Dio, dell’approccio giusto e cattolico con cui affrontare la quotidianità: la pace interiore del vero cattolico, pensare a fare bene i propri doveri quotidiani e…chi ne ha la propensione, portare nella vita sociale e politica dei principi cattolici. 

Segnalazione del Centro Studi Federici

Intervista a don Francesco Ricossa (13/5/2021)

Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington

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di Antonio Pilati

La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.

Fattore Biden

Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.

Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.

Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.

Renzi mosso da Joe

Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.

Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.

Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/

Il problema delle imprese zombie nel post Covid

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Fonte: Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Dopo la Grande Crisi del 2008 il fenomeno delle cosiddette imprese zombie è cresciuto enormemente a livello mondiale. Sono così chiamate quelle imprese che, pur non essendo capaci di gestire bene le proprie attività e di realizzare un profitto minimo per svariati anni, restano sul mercato invece di essere dichiarate fallite o di essere acquisite da un’altra società.

E’ fisiologico che alcune imprese, per svariate cause, non siano in grado di continuare le proprie attività. E’ importante, però, che la loro percentuale sia contenuta e che le chiusure siano sostituite da nuove attività produttive. E’ il normale dinamismo dell’imprenditoria privata.

Quando, invece, le imprese zombie “galleggiano” per parecchi anni, esse finiscono col determinare pesanti e pericolosi squilibri nel mercato, generano una concorrenza eccessiva influendo negativamente anche sulla crescita delle imprese sane.

Nell’ultimo decennio ciò è stato reso possibile soprattutto dall’abbassamento, vicino allo zero, del tasso d’interesse da parte delle banche centrali e dalla conseguente propensione all’“azzardo morale” di accrescere il debito d’impresa. I prestiti a basso tasso d’interesse hanno aiutato l’economia nei passati momenti più difficili, ma allo stesso tempo hanno anche mantenuto in vita aziende “decotte” che rischiano di essere una vera zavorra per la crescita economica.

Uno studio su “Corporate zombie”, appena pubblicato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri) di Basilea, lo dice a chiare lettere. Sono stati analizzati i dati, dal 1980 in poi, relativi a 32.000 imprese quotate in borsa di 14 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Secondo tale ricerca si tratta in maggior parte di medie imprese. Continua a leggere

Prima disordini sociali, poi il governo Draghi: in autunno il mondialismo darà l’assalto finale all’Italia?

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Un’analisi che riteniamo interessante, dal blog dell’amico fiorentino Pucci Cipriani (n.d.r.):

Tratto da: La cruna dell’ago

di Cesare Sacchetti

Se si dà uno sguardo all’ultima indagine della banca d’Italia sulle condizioni economiche del Paese dopo il Covid, si avvertirà probabilmente un brivido freddo che percorre la schiena.

Il 55% degli italiani si trova ad un passo dalla soglia di povertà. Un terzo delle famiglie italiane tra tre mesi non avrà più sufficienti riserve. L’ossigeno finirà in autunno e molti non avranno più nemmeno le risorse necessarie per comprare il pane.

Quella che sta per arrivare è una ondata tale che trascinerà il Paese in un vortice di caos e violenza mai visti dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Cacciari, uomo da sempre vicino agli ambienti globalisti, non ha avuto pudori nel descrivere ciò che sta per arrivare in Italia.

Le sue parole infatti non lasciano spazio a dubbi.

In autunno la situazione sociale ed economica sarà drammatica con pericoli per l’ordine sociale. Per stare a galla, il governo dovrà coprirsi dietro il pericolo della pandemia e tenere le redini in qualche modo. Una dittatura democratica sarà inevitabile.” Continua a leggere

Un governo di ottimati per tenere fuori i barbari?

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di Pietrangelo Buttafuoco

Fonte: formiche

L’intellettuale siciliano a Formiche.net: “Salvini ha messo in campo l’unica destra egemone, il M5S catturato dalle lusinghe del potere”

La crisi di governo? Qualcuno ha voluto trasformare in statisti questi ragazzi che fino a poche ore fa venivano trattati come dementi. Ecco le mosse delle elites italiane spiegate da Pietrangelo Buttafuoco, che racconta a Formiche.net la destra egemone e viva oggi in Italia: quella di Salvini-Don Camillo che ha l’ha messa in moto “nei suoi modi ruspanti”.

Come mai il patto tra politicamente scorretti è saltato?

Alla luce di quello che abbiamo saputo è saltato perché non hanno saputo reggere la forte tensione che la loro stessa presenza determinava nel sistema. Loro erano al governo ma non sono mai stati il potere e staccandosi inevitabilmente, sia gli uni che gli altri, vanno ad essere catturati dalle lusinghe del potere. Il mostro in assoluto osteggiato dal potere è Salvini.

Perché?

Tutti quelli che sino a ieri erano visti come dementi, compreso lo stesso premier sfottuto a sangue per curriculum e linguaggio, adesso sono diventati statisti. Conte viene visto come il nuovo De Gasperi, ma si sorvola sui suoi congiuntivi e sulla teca di San Gennaro di Di Maio. Elementi che fanno sì che il M5S, liberato dall’abbraccio coi cattivi della Lega, sia diventato accettabile nei piani alti.

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Geopolitica della crisi politica

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di Fabio Falchi

Fonte: Fabio Falchi

Che io non sia un fan della Lega e del suo “Capitano” è noto. Tuttavia, un conto è leggere la politica con “categorie” morali e ideologiche, un altro, pressoché sconosciuto ai più, è leggerla con categorie “politico-strategiche” (ossia quelle che spiegano la lotta per l’egemonia), geopolitiche e metapolitiche. Perfino i commenti sulla seduta di ieri al Senato riflettono l’incapacità dei più di leggere la politica con lenti che non siano “impolitiche”, sempre che non si confondano le ciance politiche (ovverosia dei politici e sui politici) con il Politico. Difatti, ciò che conta per i più, citazioni o stilemi (pseudo)colti o meno, è fare il “tifo” (in questo caso pro o contro Salvini, proprio come la maggioranza dei parlamentari).
Invero, quasi nessuno ha colto che l’unico che ieri in Senato ha parlato (sia pure a braccio e non senza quella demagogia che lo contraddistingue) della “questioni essenziale” di questa crisi di governo, paradossalmente (almeno per alcuni) è stato proprio il “Capitano”. In pratica, gli altri si sono concentrati soprattutto sui difetti, sulle “lacune” e sulle “colpe” del “Capitano” oppure (come lo stesso Bagnai) sul governo giallo-verde, per attaccarlo o difenderlo.
Salvini (benché ovviamente si sia difeso dalle accuse di Conte) invece non ha insistito tanto sulle ragioni della crisi (sebbene, anche lui ne abbia parlato) quanto piuttosto sulla necessità per l’Italia di non “soggiacere” più ai diktat del direttorio franco-tedesco. Continua a leggere

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