La Turchia (paese della NATO) bombarda i cristiani in Siria

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Chiesa assira distrutta dalle bombe turche nel nord-est della Siria
 
Colpito il villaggio di Tel Tamr, gravi danni alla chiesa di Mar Sawa, già nel mirino dell’Isis nel 2015. Danni anche alle abitazioni e alle infrastrutture dell’area. Vescovo accusa: violenze frutto delle “ambizioni espansionistiche” di Ankara che vuole “svuotare la regione dei cristiani”. 
 
Damasco (AsiaNews) – L’esercito turco ha colpito il villaggio cristiano assiro di Tel Tamr, nel governatorato siriano di Hassaké, nel nord-est in un’area a maggioranza curda, distruggendo una chiesa (nella foto). Già in passato le operazioni militari oltre-confine sferrate da Ankara contro i curdi – almeno questa la motivazione ufficiale – avevano causato vittime e danni anche fra i cristiani in Siria e Iraq. Uno degli ultimi episodi risale ad aprile, quanto un raid lanciato nell’ambito dell’operazione di primavera “Claw Lock” ha causato una vittima fra i cristiani [un assiro di 26 anni di nome Zaya] e la distruzione di case e chiese. Ed è forte il timore che le politiche del presidente turco Recep Tayyip Erdogan possano provocare ulteriori danni e devastazioni. 
 
Attivisti e pagine social hanno rilanciato immagini e video dell’ultimo attacco contro i cristiani in Siria da parte dell’esercito turco, avvenuto il 30 maggio scorso nel silenzio dei media e della comunità internazionale. Secondo alcune testimonianze, le forze turche e fazioni siriane vicine ad Ankara del Syrian National Army (Sna) hanno colpito il villaggio di Tel Tamr, causando danni materiale alla chiesa di Mar Sawa, già nel 2015 colpita dai miliziani dello Stato islamico (SI, ex Isis) durante il sequestro di 250 cristiani dai villaggi di Khabur. 
 
Alcune fonti locali parlano di pesanti danni alle abitazioni, investite dal “bombardamento indiscriminato”. Colpita anche la rete elettrica della zona, oltre alla vegetazione e alle strade, alcune delle quali impraticabili. Mar Maurice Amseeh, arcivescovo siro-ortodosso di Jazira e dell’Eufrate, definisce le operazioni turche frutto di un “ambizioni espansioniste” oltre il confine, con lo “scopo” di “svuotare la regione dei cristiani”. Egli ha lanciato un appello perché le chiese – e i luoghi di culto in generale – siano risparmiami dal conflitto. 
 
Nel nord-est della Siria, nell’area che confina con Turchia e Iraq, si è registrato negli ultimi anni un progressivo svuotamento della componente cristiana, causato dalle violenze dei jihadisti dell’Isis prima e dall’esercito turco oggi. Le campagne di Tel Tamr, meglio noto come il bacino di Khabur, un tempo accoglievano più di 12mila persone distribuite su 32 villaggi. Secondo le stime attuali il numero è calato a circa un migliaio di persone. In queste settimane l’area è oggetto di pesanti e quotidiani bombardamenti dei turchi, che hanno alimentato ancor più il panico fra i residenti.
 
L’escalation militare giunge in un periodo di crescente malcontento tra i turchi per l’impennata del tasso di inflazione e l’aumento dei prezzi, in particolare per vitto e alloggio. Una operazione di primavera, come avvenuto in passato, era ampiamente preventivata anche dagli stessi membri del Pkk (il Partito curdo dei lavoratori), ma la sua portata è vista da molti come un tentativo di Erdogan – unito all’attivismo sul piano internazionale – di distrarre l’opinione pubblica dalle crescenti difficoltà economiche interne. Altri ancora pensano sia un modo per alimentare malanimo verso i curdi e il partito democratico filo-curdo Hdp, che lotta in questa fase contro una possibile chiusura per l’accusa di (presunti) legami col Pkk. In una nota un portavoce definisce “ipocrita” lanciare una offensiva contro civili nel Kurdistan mentre Ankara vuole mediare da protagonista la pace fra Mosca e Kiev, per guadagnare consenso interno e internazionale. 
 
 

Betlemme senza pellegrini e con sempre meno cristiani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Pubblichiamo due articoli relativi ai cristiani di Betlemme, che vivono principalmente di turismo religioso: decimati dal sionismo a partire dal 1948 e penalizzati negli ultimi anni dal muro di separazione, l’attuale assenza di pellegrini rischia di ridurre ulteriormente la loro presenza nella città dove è nato Gesù Cristo. 
 
Betlemme, ancora uno strano Natale
Nonostante una timida ripresa, la città vive il tempo del Natale ancora in attesa del ritorno dei pellegrini. Le voci degli artigiani cristiani che realizzano da sempre i souvenir in legno d’ulivo, un settore in forte sofferenza per la pandemia 
 
Betlemme, la città che ha dato i natali a Gesù duemila fa, è sospesa nell’attesa. L’attesa della venuta del Salvatore che si fa «piccolo tra piccoli», l’attesa di un miglioramento dal punto di vista economico, politico e sociale. Isolata dal muro di separazione costruito da Israele, per dividere i territori israeliani da quelli palestinesi, la città sta soffrendo molto a causa delle conseguenze della pandemia di Covid-19 e della mancanza di pellegrini. A un primo sguardo, Betlemme sembra la stessa di sempre. Nella città vecchia si fa a gara ad attirare l’attenzione dei passanti: i commercianti con le loro grida esperte, gli autisti dei taxi gialli a suon di clacson. Nelle strade affollate di donne velate e di giovani con gli zaini in spalla, le voci dei muezzin richiamano i musulmani alla preghiera dai minareti, mischiandosi talvolta al suono delle campane della basilica della Natività. Avvicinandosi a piazza della Mangiatoia, davanti alla chiesa che conserva la memoria della nascita di Gesù, però, Betlemme non sembra più quella di un tempo. Nei vicoli le saracinesche delle botteghe locali sono ancora sbarrate e uno strano silenzio circonda i luoghi un tempo affollati. Per non parlare dei laboratori artigianali, dove si realizzano prodotti tra i più tipici della città, manufatti artistici in legno d’ulivo. 
«Da quando la pandemia è cominciata, ci siamo arrangiati come abbiamo potuto — racconta Joseph —. Il mio laboratorio di presepi in legno è poco lontano dalla città vecchia, nel retro di una tipografia, dove lavora mio figlio. Tutta la mia famiglia è lì, ma nessuno adesso ha da lavorare. Oggi ho aperto il negozio, ma non vendo mai nulla. Posso solo sperare che riprendano i pellegrinaggi». Dal 19 settembre scorso Israele ha permesso l’ingresso nel Paese ai gruppi organizzati (le frontiere sono state di nuove chiuse il 28/11/2021, ndr). Finora solo sparuti gruppi di pellegrini raggiungono Betlemme in un clima surreale, lontano dal fervore che da sempre contraddistingue le festività natalizie. 
 
Il grido di Betlemme 
A causa della pandemia e delle norme sanitarie previste da Israele per l’ingresso in Terra Santa, anche nella città del Natale i pellegrinaggi non sono ancora ripresi. E il settore dell’artigianato in legno d’ulivo, un tempo fiorente, langue 
 
A distanza di oltre un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia, a Betlemme tutto è congelato, come in una perenne attesa, di cui non si vede la fine. I turisti e i pellegrini non sono più tornati e centinaia di famiglie che vivevano di turismo sono in condizioni di estrema necessità. Betlemme è infatti uno dei poli più importanti dell’industria palestinese e dell’artigianato locale, con la lavorazione di oggetti in legno di ulivo, le decorazioni in madre-perla, la produzione di tessuti pregiati. 
«Oggi non ho più nulla da dire. Abbiamo già parlato abbastanza, abbiamo bussato a molte porte, ma nessuno ci ha aperto», afferma un artigiano di una bottega a pochi metri dal santuario della Grotta del Latte, che ricorda il luogo dove Maria si fermò per allattare Gesù. «Non abbiamo ricevuto nulla in tutti questi mesi, che poi sono diventati anni», racconta. L’unico contributo delle istituzioni palestinesi da marzo 2020 a oggi è stato una tantum di 600 shekel (l’equivalente di 150 euro). Suo padre George, un uomo anziano seduto all’esterno e appoggiato a un bastone, spiega che da mesi non si vendono souvenir, oggetti in legno di olivo, rosari: nulla. Non c’è altro da fare se non mantenere il negozio in ordine: «Lavoro in questo negozio da cinquantasette anni, ma ora sono vecchio e per questo mio figlio è venuto ad aiutarmi». 
Il ritorno dei turisti, per riattivare l’economia, sembra ancora un miraggio tra i negozianti di Betlemme, ma ha iniziato a sembrare più reale dal 19 settembre, quando Israele ha permesso l’ingresso nel Paese ai gruppi organizzati (le frontiere sono state di nuove chiuse il 28/11/2021, ndr).
«Tutti i rosari che vendo nel mio negozio sono realizzati a mano —spiega Louis, un cattolico, anch’esso artigiano —. Compro i grani da una fabbrica e poi li distribuisco ad alcune donne di Betlemme senza lavoro, che li assemblano a casa. Io lavoro con otto fabbriche e cerco di supportare i cristiani locali. Siamo rimasti davvero in pochi e molti sono disoccupati. Anche tre dei miei quattro figli si trovano all’estero: due studiano in Italia e uno in Spagna. Io però ho scelto di restare qui e cerco, come posso, di incoraggiare il lavoro locale con il legno di ulivo e la madreperla». 
Louis nel suo negozio insegna alla gente a riconoscere i prodotti originali, frutto delle mani e della fatica degli artigiani di Betlemme. Per una figura del Presepe, per esempio, è importante considerare l’odore denso del legno, il peso più consistente del materiale, il tipo di superficie ben levigata che scorre sotto le dita. Produrre oggetti di questo genere ha ovviamente un alto costo da coprire, che non è possibile sostenere con l’azzeramento dei profitti. «Ora aspettiamo solo che i turisti tornino e che, una volta qui, sappiano apprezzare la ricchezza dell’artigianato locale, a discapito degli oggetti a basso costo prodotti in Cina e spacciati per artigianali — continua Louis —. Il commercio di oggetti cinesi distrugge la nostra economia». 
Mentre gli artigiani tentano di sopravvivere, le croci in legno, le immagini sacre, le calamite, le cartoline e i personaggi del Presepe rimangono ancora negli scaffali, ad attendere il ritorno dei pellegrini. Da qualche mese, gli unici ad aver raggiunto Betlemme sono stati dei gruppi di cristiani migranti che lavorano in altre zone della Palestina o di Israele. «Tra agosto e settembre abbiamo visto forse cinque gruppi arrivare qui e quindi è difficile credere che tornerà presto ad esserci più movimento — afferma Mike, un ceramista che ha la bottega proprio sulla piazza della Mangiatoia —. Dall’inizio della pandemia, nel mio negozio, che è al centro di Betlemme, sono riuscito a incontrare in tutto solo quaranta o cinquanta persone e quindi non ha senso che lo tenga aperto, se so che non passerà nessuno. Speriamo che nei prossimi mesi vada meglio, ma, fino a quando i turisti non torneranno a dormire negli alberghi di Betlemme, la situazione rimarrà immutata. Le persone hanno bisogno di essere lasciate libere di girare autonoma-mente, perché abbiano la possibilità di entrare nelle nostre botteghe. È dall’anno scorso che non pago l’affitto dei locali del nego-zio. Aspetto il ritorno dei pellegrini per regolare i miei conti». 
 
Fonte: Eco di Terrasanta, n. 6, Novembre-Dicembre 2021
 

Leader religioso indù chiede di tagliare la testa ai missionari cristiani

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

Fanno tremare le parole pronunciate da Swami Parmatmanand, un leader religioso indù dello stato del Chhattisgarh. L’uomo afferma, con assoluta certezza, in un video scioccante che sta già circolando sui
social network, di essere disposto a usare le armi per contrastare l’arrivo di una presunta “ondata” di conversioni al Cristianesimo.
Dopo che un parlamentare indù ha chiesto l’espulsione di tutti i missionari cristiani dall’India, e dopo che l’enorme paese asiatico ha registrato un picco di violenza anticristiana, arrivano le crudeli parole di Swami Parmatmanand che ha dichiarato: “Nei nostri villaggi abbiamo le asce in casa”. Sottinteso: per uccidere i cristiani!
Il violento discorso è stato pronunciato durante una manifestazione “contro le conversioni” svoltasi nel distretto di Surguja.
Sul posto c’erano anche importanti personalità del Bjp, il partito nazionalista indù del premier indiano Narendra Modi. Tra questi, l’ex presidente della Commissione nazionale per le caste svantaggiate, Nand
Kumar Sai, che ha mostrato sostegno al discorso di Swami Parmatmanand. “Devono decapitarli quando vengono per le conversioni religiose”, ha aggiunto. “Vi chiederete perché un santo come me parla di violenza.
Dirai: come puoi essere santo se accendi il fuoco? A volte bisogna accendere il fuoco, lo faceva anche Hanuman (una divinità indù, ndr)”. Un sovrintendente della polizia di Sukma, una città molto vicina, ha
ordinato a tutte le stazioni di polizia di stare all’erta e di informare del pericolo i missionari cristiani e le persone appena convertitesi al Cristianesimo, per evitare possibili tragedie.
Babu Joseph, sacerdote ex portavoce della Conferenza episcopale indiana (Cbci), ha commentato: “Le parole di Swami Paramartanand hanno superato ogni limite. Incita apertamente alla violenza contro una
parte della popolazione indiana a causa della loro appartenenza religiosa . Ed è ancora più grave visto che è un sacerdote indù farlo. Le autorità locali devono agire contro coloro che diffondono odio.
L’India è sempre stata un Paese multireligioso e continuerà ad esserlo nonostante gli sforzi di questi fanatici per minare le sue fondamenta”.

Terra Santa – “Sogno sionista” e incubo cristiano

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il governo di Tel Aviv ha annunciato con soddisfazione la crescita dell’immigrazione ebraica in Terra Santa (in prevalenza giovani) che realizza, secondo il ministro dell’immigrazione, il “sogno sionista”. Il massiccio arrivo di immigrati ebrei non si è fermato neppure con l’emergenza sanitaria, che invece ha bloccato i pellegrinaggi ai Luoghi Santi, con gravissimi danni alle famiglie cristiane palestinesi che vivono principalmente di turismo. La crescente immigrazione ebraica mette così in ulteriore minoranza i pochi cristiani locali sopravvissuti alle sopraffazioni sioniste del 1948 e del 1967.
 
Nel 2021 cresce del 31% l’immigrazione ebraica in Israele
 
Calano gli arrivi dalla Russia, in aumento da Stati Uniti, Sud Africa ed Etiopia nel quadro dell’operazione Tzur Israel. Un’immigrazione in larga maggioranza giovanile. Il flusso in entrata non si è mai fermato, nemmeno durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19. Per il ministro israeliano sono cifre “positive”.
 
Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Nei primi mesi del 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è cresciuta del 31%, con un numero crescente di ingressi da Stati Uniti, Francia, Ucraina, Bielorussia, Sud Africa ed Etiopia, mentre si registra una lieve flessione dalla Russia. È quanto emerge dai dati ufficiali forniti dal ministero israeliano dell’Immigrazione e dall’Agenzia ebraica, alla vigilia della festa di domani in ricordo delle persone che hanno intrapreso il viaggio verso la “terra promessa”.
Secondo le statistiche ufficiali, anche per quest’anno il maggior numero di immigrati ebrei proviene dalla Russia (5.075), a dispetto di una diminuzione del 5% nel numero rispetto al 2020. Vi sono stati 3.104 nuovi ingressi dagli Stati Uniti, con una crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi dell’anno passato.
 
Almeno 2.819 nuovi immigrati si sono trasferiti dalla Francia (+55%), 2.123 dall’Ucraina (+4%), 780 dalla Bielorussia (+69%), 633 dall’Argentina (+ 46%), 490 dal Regno Unito (+20%), 438 dal Brasile (+4%) e 373 dal Sudafrica (+56%). Dall’Etiopia si registrano 1.589 immigrati nel quadro dell’operazione Tzur Israel, una iniziativa voluta dal governo per favorire l’immigrazione di membri della comunità ebraica dal Paese africano. 
In base all’età, oltre la metà degli immigrati ebrei in Israele giunti nel 2021 ha meno di 35 anni, con il 23,4% di età compresa fra 0 e 17 anni; il 33,4% ha fra i 18 e i 35 anni. Il 16,3% rientra nella fascia 36-50 anni, il 13% ha fra 51 e 64 anni e il 13,9% ha più di 65 anni. Il ministero dell’Immigrazione aggiunge che 2.184 nuovi immigrati si sono trasferiti a Gerusalemme, 2.122 a Tel Aviv, 2.031 a Netanya, 1.410 ad Haifa e 744 ad Ashdod. Il titolare del dicastero Pnina Tamano-Shata parla di cifre “positive”, sottolineando il grande contributo fornito dagli immigrati ebrei alla società israeliana in un’ottica complessiva di sviluppo. 
 
In una nota scritta in inglese, ma usando i termini ebraici per riferirsi all’immigrazione e agli immigrati, il ministro ha detto: “Sono lieto di lanciare la settimana Aliyah per il 2021, dove salutiamo e accogliamo gli immigrati per il loro contributo allo Stato di Israele. Ho lavorato nel governo per garantire che l’immigrazione non si fermasse, nemmeno durante la pandemia di Covid-19, e perché l’aliyah possa essere la realizzazione del sogno sionista”. 
Lo scorso anno, durante il periodo più acuto dell’emergenza sanitaria innescata dalla pandemia di nuovo coronavirus, il dato relativo all’immigrazione ebraica in Israele è calato di circa il 40%. Il dato nel 2020 si è fermato a 21.200, rispetto ai 33.500 dell’anno precedente, con un calo complessivo del 36,7%.
 
 

Rod Dreher, la resistenza dei cristiani e l’Ungheria

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’autore del bestseller sull’opzione benedetto evidenzia che per la libertà dei cristiani esiste una duplice minaccia e indica anche perché c’è questo pericolo
di Giuliano Guzzo

Prima di iniziare il suo tour europeo – che, come noto, ha visto tappe anche in Italia – di presentazione del suo ultimo libro, La resistenza dei cristiani (Giubilei Regnani, 2021), lo scrittore americano Rod Dreher si trovava in Ungheria. Questo soggiorno ha attirato la curiosità del The New Yorker, che gli ha chiesto conto della visita al Paese di Viktor Orbán. Che, manco a dirlo, l’autore del bestseller L’Opzione Benedetto ha descritto in toni molto meno cupi, anzi, rispetto a quelli soliti dei mass media. Aveva sentito l’Ungheria descritta come uno stato autoritario, sottolinea The New Yorker, ma a Budapest ha trovato tutti liberi di dire ciò che pensavano.
L’attenzione riservata al suo soggiorno ungherese ha dato modo a Dreher, su quell’American Conservative di cui è una colonna, di illustrare – riportando una lunga mail inviata proprio al New Yorker, ad integrazione dell’intervista fattagli – aspetti significativi del suo pensiero. Non solo, va da sé, riguardo all’Ungheria su cui pure rivela aspetti di rilievo («l’attuale partito razzista in Ungheria, Jobbik, è alleato con la sinistra anti- Orbán, ma i media occidentali non ne danno conto»), ma pure su questioni politiche e, più precisamente, su quale sia la forma di governo ideale. Ecco, rispetto a questo, come suo solito, Dreher sviluppa un ragionamento interessante e per nulla male.
Infatti, non si limita a dire quale sarebbe, appunto, la forma di governo ideale – che pure indica senza troppi giri di parole («preferirei una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani») -, ma va oltre, indicando che per la libertà dei cristiani e non solo, al momento, esiste una duplice minaccia.
Prima di vedere si tratta, è bene evidenziare come l’autore de La resistenza dei cristiani non si limiti ad agitare lo spettro della minacciata libertà di pensiero. Indica anche perché c’è questo pericolo. «Il liberalismo, al di fuori dei confini fissati dalla tradizione giudaico-cristiana», scrive infatti Dreher, «degenera in illiberalismo, un illiberalismo che rende le persone come me nemici del popolo, per usare la vecchia frase comunista». Il richiamo al comunismo non è evidentemente causale dato che, ne La resistenza dei cristiani, proprio i dissidenti cristiani della tirannia sovietica sono indicati come coloro da prendere a modello per sopravvivere nel contesto attuale, che Dreher chiama «la democrazia illiberale laica che sta nascendo».
Si tratta di una forma di governo, per tornare a noi, che vede due problemi per i cristiani. Che lasciamo svelare a Dreher quando, lanciandosi in una previsione, scrive: «Sembriamo tutti essere proiettati verso un futuro che non è liberale e democratico, ma sarà o illiberalismo di sinistra o illiberalismo di destra». Sono parole di peso anche perché, giova ricordarlo, son quelle di un autore conservatore. Che quindi saremmo istintivamente portati ad immaginare vicino alla destra, area politica che tuttavia – e qui l’onestà intellettuale di Dreher è notevole – in quanto tale non offre garanzia alcuna.
Quindi? Posto che sfortunatamente «una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani» non si intravede all’orizzonte, che fare? Il bestellerista americano è consapevole di questa domanda, meglio di questo dilemma. Al quale dà una risposta molto brillante: «So da che parte stare: dalla parte che non perseguiterà me e la mia gente». Come dire: il migliore dei governi possibili non è, ahinoi, a portata di mano. Ma, piccola consolazione, almeno abbiamo una bussola per evitarci il peggiore.
Ultima curiosità. Dreher conclude la mail al New Yorker dando un’applicazione pratica del principio appena enunciato. Eccola: «A pensarci bene, due eminenti ungheresi – George Soros e Viktor Orbán – offrono visioni contrastanti, oggi, di cosa significhi essere occidentali nel 21° secolo. Uno di loro deve prevalere. Bisogna quindi scegliere. Orban non è un santo, ma so da che parte sto. So da che parte devo stare». Una chiusura, ancora una volta, brillante. E convincente.

DOSSIER “VIKTOR ORBAN”
Chi è il presidente dell’Ungheria

Per vedere tutti gli articoli, clicca qui!

Titolo originale: Starò con chi non mi perseguita, dice Rod Dreher
Fonte: Sito del Timone, 16 settembre 2021

La democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione del cristiani?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per www.informazionecattolica.it

di Matteo Castagna

SEMBREREBBE IN ATTO UNO SCONTRO TRA COLORO CHE AMANO I BAMBINI, IL DIRITTO NATURALE E LO SPORT CONTRO COLORO CHE, INVECE ODIANO IL DIRITTO NATURALE E VORREBBERO CHE L’UOMO BIANCO, ETEROSESSUALE, POSSIBILMENTE CRISTIANO, FOSSE SIMBOLICAMENTE SCHIACCIATO DAL PENSIERO UNICO DEL TOTALITARISMO ARCOBALENO E DELLA RETORICA ANTIRAZZISTA

Giuseppe Sala apre la sua campagna elettorale per le amministrative di Milano al Gay Pride, enunciando la priorità: «Se verrò rieletto, ricominceremo il percorso per il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali perché non è arrivato dove deve, quindi continueremo il percorso». Davvero sarebbe dimostrazione di Amore privarli di una mamma e di un papà?

A Bologna, dal 26 giugno al 3 luglio sta andando in scena il “Rivolta Pride”. Tra sberleffi ed insulti, vengono calpestate e imbrattate le foto di capi di Stato, leader politici, religiosi, opinionisti considerati “omofobi”. Davvero è dimostrazione di Amore il pubblico ludibrio di coloro che non temono di affermare il diritto naturale come principio inviolabile?

La Nazionale italiana gioca e vince contro l’Austria ma non si inginocchia al politicamente corretto, voluto dai Black Lives Matter. Pioggia di critiche. Davvero gli Azzurri sono razzisti? No, semplicemente amano lo sport e, quindi, non vogliono che venga strumentalizzato dalla più sinistra dialettica politica.

Sembrerebbe in atto uno scontro tra coloro che amano i bambini, il diritto naturale e lo sport contro coloro che, invece odiano il diritto naturale e vorrebbero che l’uomo bianco, eterosessuale, possibilmente cristiano, fosse, almeno simbolicamente, schiacciato dal pensiero unico del totalitarismo arcobaleno e della retorica antirazzista.

Tra queste due concezioni antropologiche opposte e parallele all’infinito, il maestro del pensiero forte, tipicamente occidentale, non può che essere il grande San Tommaso d’Aquino, mirabile sintesi di classicità e cristianità, che già 800 anni fa scriveva, nel commento al libro del Profeta Isaia: “Ciò che è incompatibile in modo assoluto con il fine è del tutto contro natura e non può mai essere una buona cosa come il peccato di sodomia” (c. 4, l. 1). Il Dottore della Chiesa annovera tale peccato come una forma di lussuria. Nella Summa Teologica (II-II, q. 154, a. 1 c.), l’aquinate parla della sodomia in questi termini: “…il piacere sessuale deve essere ordinato all’interno del rapporto di coniugio verso i fini propri del rapporto sessuale, cioè la procreazione e l’amore”. Non farlo o scavalcare la gerarchia di questi fini è un atto contro ragione e quindi malvagio.

Quindi non si parla solo di atto irragionevole “perché oltre ciò, ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura”

Il Doctor Communis trae alcune conseguenze di ordine morale e cita il Sant’Agostino delle Confessioni (III): “Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi S. Agostino: ‘I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, sono sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine, la natura di cui egli è l’autore”. Quindi l’omosessualità è un peccato verso se stessi e verso gli altri  – non si rispetta la propria e altrui dignità – e verso Dio. 

Amore è volere il Bene dell’altro, che, in primis, è fare quanto possibile per condurre una vita nella direzione della salvezza eterna, in conformità con le leggi di Dio. Può essere vero Amore l’induzione, con pieno assenso e deliberato consenso, al peccato mortale, che San Pio X definiva, nel Catechismo Maggiore, tra coloro che “gridano vendetta al cospetto di Dio”? Togliere ad un cattolico la libertà di dire pubblicamente queste bimillenarie verità di fede, è o non è un atto di violenza, odio e discriminazione verso Dio e i suoi precetti, sfogato sui Suoi testimoni in Terra?

“Non illudetevi: né immorali, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio” ( San Paolo, I Cor. 6,9-10). .”..La legge non è fatta per il giusto, ma per i non giusti e i riottosi, per gli empi e i peccatori, per gli scellerati ed i profani, per i patricidi, i matricidi e omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i ladri di uomini, i bugiardi, gli spergiuri..:” (S. Paolo, I Tim. 1,9). E la democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione dei cristiani, attraverso l’ingerenza nelle leggi di Dio?

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/06/28/la-democrazia-liberale-sta-preparando-la-grande-persecuzione-del-cristiani/

Genocidio dei cristiani in Nigeria e Biden dorme!

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

L’ultima violenza si è verificata nel fine settimana di giugno, con 100 uomini armati che hanno attaccato una scuola governativa e rapito 70 studenti. Ma sono innumerevoli i sacerdoti, o ancora seminaristi, che sono stati uccisi o rapiti nell’ultimo anno.
Recentemente, negli Stati Uniti, a Capitol Hill, è stata ascoltata una testimonianza agghiacciante durante un panel della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale, a proposito degli atti atroci perpetrati contro i cristiani in Nigeria, relativamente ai quali sembra esserci un silenzio assordante sulla diffusa persecuzione che si sta soffrendo nel paese dell’Africa occidentale.
Dal 2015 sono state distrutte più di 2.000 chiese e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese devastato dalla guerra civile.
Eric Patterson, vicepresidente dell’Istituto per la libertà religiosa, ha parlato al National Catholic Register e ha offerto dettagli su come la situazione è precipitata in questo stato.
“C’è un gruppo dello Stato islamico nel Paese che ha compiuto attacchi in tutto il Paese, sia contro altri musulmani, musulmani sunniti e musulmani sciiti, sia contro cristiani, cercando letteralmente di sterminare i cristiani in quella zona. La popolazione è divisa tra musulmani e cristiani. Le controversie e gli attacchi lasciano contadini, allevatori, pastori e la classe operaia di questa regione in mezzo al fuoco. Le fonti di cibo e acqua sono colpite e molti perdono la casa e le fonti di lavoro nei campi.
Un recente rapporto afferma che più di 12.000 cristiani in Nigeria sono stati uccisi in attacchi da giugno 2015. Alcuni considerano Boko Haram sinonimo di ISIS. Ma hanno un’origine molto diversa.
Boko Haram è iniziato davvero più come un movimento localizzato che come una campagna ben congegnata. Il suo nome significa essenzialmente “no all’istruzione occidentale”. Quindi è iniziato come un gruppo revisionista che voleva guidare la società nella parte settentrionale della Nigeria, dove avevano istituito la sharia [legge islamica] accanto al diritto civile più di dieci anni fa. E volevano trasferirlo nel XII secolo dell’Islam e rifiutare, in sostanza, tutto ciò che è occidentale.
Ora si sono fusi in un’organizzazione molto più grande. E lo hanno fatto attraverso il terrore, l’intimidazione, il rapimento, lo stupro, la schiavitù e l’omicidio.
Rivolgendo la nostra attenzione alla persecuzione strettamente cristiana, in mezzo a questo diffuso terrorismo, la fascia centrale della Nigeria sembra essere quella dove stiamo assistendo al maggior numero di morti. Lo spargimento di sangue più importante è causata dai pastori musulmani Fulani. Ma chi sono i Fulani e da quanto tempo hanno questa roccaforte?
Sentiamo spesso il termine Hausa-Fulani, che sono due tribù predominanti musulmane distinte ma strettamente unite che sono tra le più grandi di tutta la Nigeria. È interessante notare che negli ultimi dieci anni molte persone non si sono rese conto che sebbene questi due gruppi abbiano spesso lavorato insieme, in realtà c’è stata anche violenza tra di loro. Ma i Fulani sono un grande gruppo nazionale, decine di milioni di persone nella regione.
Non stanno solo combattendo per la terra o l’acqua, né stanno solo aumentando le popolazioni in conflitto. Attaccano e bruciano chiese, attaccano seminaristi, in casi recenti procedendo alla loro decapitazione. Attaccano missionari, suore, pastori. Solo in questi primi sei mesi de 2021 i rapporti indicano che almeno 1.300 cristiani sono stati uccisi in quella regione della Nigeria.
L’anno scorso, la Nigeria è stata elencata dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo come un paese di particolare preoccupazione, mettendo il paese sotto lo stesso radar di alcuni dei più grandi violatori della libertà religiosa, come Iran e Cina. Dato il continuo aumento della violenza a cui stiamo assistendo in Nigeria, cos’altro si può fare? L’attuale amministrazione Biden sta prendendo sul serio la situazione?

Ddl Zan, al gay pride calpestano gli “omofobi”

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di Francesco Giubilei

A Bologna, in occasione del Gay pride unitario chiamato “Rivolta Pride” che si terrà dal 26 giugno al 3 luglio, gli organizzatori hanno annunciato che sfileranno indossando una mitra vescovile e calpestando con vernice rossa i volti di vari personaggi tra cui Matteo SalviniGiorgia Meloni e Papa Francesco.

L’iniziativa, nata “per lanciare la settimana di mobilitazione femminista-transfemminista” che dovrebbe contrastare forme di odio, si trasforma essa stessa in una manifestazione di odio, lesiva dei principi democratici necessari per organizzare un evento pubblico e promuovendo comportamenti offensivi verso i cattolici e i leader di centrodestra. Colpiscono i toni del comunicato diffuso in cui le femministe spiegano che invaderanno “lo spazio pubblico” fino al 3 luglio per testimoniare “la nostra rabbia” contro gli attacchi definiti “misogini e omolesbobitransfobici”. C’è un passaggio in particolare che fa riflettere in cui si afferma che il “Rivolta Pride” quest’anno “assume connotati molto più radicali” a causa del dibattito sul ddl Zan.

Che cosa significa assumere connotati più radicali? Promuovere comportamenti e iniziative volte a reprimere la libertà di parola e di espressione dei cattolici? Come sottolinea il deputato bolognese di FdI Galeazzo Bignami: “Si dice che gli odiatori siano quelli di destra che vengono additati come intolleranti e omofobi, mentre quest’occasione è l’ulteriore dimostrazione che i veri odiatori sono altri e non hanno alcuna forma di rispetto per le opinioni altrui arrivando a calpestare le facce di chi la pensa diversamente da loro”.

Aggiunge Bignami: “Sorprende queste cose accadano sempre a Bologna che Lepore ha definito la città più progressista d’Europa, bisognerebbe però condannarle”. Molto probabilmente la sinistra preferirà far finta di nulla e partecipare al pride come se nulla fosse ma immaginiamo cosa sarebbe successo al contrario, se in una manifestazione cattolica si fossero calpestati con la vernice rossa i volti dei rappresentanti della comunità gay?

Sebbene il ddl Zan non sia ancora stato approvato, gli organizzatori del “Rivolta Pride” già mettono le mani avanti rivendicando “molto più di Zan, perché una misura repressiva non ci basta”. Il sottotesto è evidente: non è sufficiente reprimere e punire le opinioni di chi è favorevole a una visione cattolica della famiglia e della società ma occorre cancellare qualsiasi forma di pensiero diverso da quello portata avanti dagli attivisti Lgbt, promuovendo una visione radicale della società che appare sempre più polarizzante e lesiva della libertà di espressione.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ddl-zan-al-gay-pride-calpestano-il-papa/?utm_source=app&utm_medium=link&utm_campaign=telegram

La devastazione dei luoghi di culto cristiani in Francia

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

In Francia si perde un luogo di culto cristiano ogni due settimane.
Sebbene i luoghi di culto cattolici continuino ad essere la maggioranza degli edifici di culto, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo.
Le ultime statistiche mostrano che più di due monumenti cristiani vengono attaccati ogni giorno, e più della metà degli incidenti finisce con la profanazione.
L’Osservatorio del patrimonio religioso di Parigi, in un comunicato presentato dal presidente dell’istituto, Edouard de Lamaze, ha avvertito della progressiva escalation di violenza che ogni due settimane fa sparire un edificio religioso.

Dopo lo sfortunato incendio nella cattedrale di Notre-Dame, l’ostilità contro la religione è aumentata. La maggior parte degli attacchi sono stati perpetrati su edifici cattolici.
Il comunicato afferma: “Nonostante i monumenti cattolici siano ancora avanti, in Francia viene eretta una moschea ogni 15 giorni, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo. Ciò crea una svolta nel territorio di cui tenere conto. Durante il 2018 nella sola Francia, 129 chiese sono state vittime di attacchi, ma il numero totale di attacchi a luoghi di culto cattolici è stato un totale di 877. Queste cifre sono quintuplicate in soli dieci anni. All’inizio degli anni ’70 lo scrittore e giornalista Michel de Saint Pierre pubblicò un libro dal titolo “Chiese in rovina, Chiesa in pericolo di estinzione”, in cui era già suonato l’allarme. Ma da allora la situazione è decuplicata o addirittura centuplicata.

Cinquemila edifici cattolici rischiano di scomparire nei prossimi anni. La causa di questa scomparsa, però, va oltre la crescente ostilità a cui sono sottoposti. Questi siti religiosi sono anche profondamente trascurati dalle autorità pubbliche. Questi edifici non sono mai stati sottoposti a lavori di restauro o a misure di protezione contro incendi o furti”, conclude il comunicato. Va ricordato che la legge in vigore dal 1905 ha reso i comuni proprietari dei propri edifici religiosi e molti sono caduti in stato di abbandono da parte dello Stato.

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