Ora è il momento di sedersi, rilassarsi e guardare il declino dell’Occidente

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di Pepe Escobar

Fonte: L’Antidiplomatico

A Davos e oltre, la narrativa ottimista della NATO suona come un disco rotto, mentre sul campo la Russia sta accumulando vittorie che potrebbero far crollare l’ordine atlantico.
Tre mesi dopo l’inizio dell’Operazione Z della Russia in Ucraina, la battaglia dell’Occidente (12%) contro il Resto del mondo (88%) continua a creare metastasi.
Eppure, la narrazione – stranamente – rimane la stessa.
Lunedì, da Davos, il presidente esecutivo del World Economic Forum Klaus Schwab ha presentato il comico e presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nell’ultima tappa del suo tour di sollecitazione di invio delle armi, con un caloroso tributo. Herr Schwab ha sottolineato che un attore che impersona un presidente che difende i neonazisti è sostenuto da “tutta l’Europa e l’ordine internazionale”.
Intende, ovviamente, tutti tranne l’88 per cento del pianeta che aderisce allo Stato di diritto – invece del falso costrutto l’Occidente chiama un “ordine internazionale basato su regole”.
Tornata nel mondo reale, la Russia ha lentamente ma inesorabilmente riscritto l’Arte della Guerra Ibrida. Eppure, all’interno del carnevale delle psyops della NATO, dell’aggressiva infiltrazione cognitiva e della sbalorditiva ondata adulatoria dei media, si sta dando molto risalto al nuovo pacchetto di “aiuti” statunitensi da 40 miliardi di dollari all’Ucraina, ritenuto in grado di diventare un punto di svolta nella guerra.
Questa narrativa “rivoluzionaria” viene per gentile concessione delle stesse persone che hanno bruciato trilioni di dollari per proteggere l’Afghanistan e l’Iraq. E abbiamo visto come è andata a finire.
L’Ucraina è il Santo Graal della corruzione internazionale. Quei 40 miliardi di dollari possono cambiare le regole del gioco solo per due classi di persone: in primo luogo, il complesso militare-industriale degli Stati Uniti e, in secondo luogo, un gruppo di oligarchi ucraini e ONG neo colonialisti, che metteranno alle strette il mercato nero delle armi e degli aiuti umanitari , e poi riciclare i profitti nelle Isole Cayman.
Una rapida ripartizione dei 40 miliardi di dollari rivela che 8,7 miliardi di dollari andranno a ricostituire le scorte di armi statunitensi (quindi non andranno affatto in Ucraina); 3,9 miliardi di dollari per USEUCOM (l'”ufficio” che detta le tattiche militari a Kiev); 5 miliardi di dollari per una “filiera alimentare globale” confusa e non specificata; 6 miliardi di dollari per armi reali e “addestramento” in Ucraina; 9 miliardi di dollari in “assistenza economica” (che scomparirà in tasche selezionate); e 0,9 miliardi di dollari per i rifugiati.
Le agenzie di rischio statunitensi hanno declassato Kiev a un cassonetto di entità che non rimborsano i prestiti; quindi, i grandi fondi di investimento americani stanno abbandonando l’Ucraina, lasciando l’Unione Europea (UE) e i suoi stati membri come l’unica opzione del paese.
Pochi di questi paesi, a parte entità russofobe come la Polonia, possono giustificare alle proprie popolazioni l’invio di enormi somme di aiuti diretti a uno stato fallito. Quindi spetterà alla macchina dell’UE con sede a Bruxelles fare quanto basta per mantenere l’Ucraina in coma economico, indipendente da qualsiasi input da parte degli Stati membri e delle istituzioni.
Questi “prestiti” dell’UE, per lo più sotto forma di spedizioni di armi, possono sempre essere rimborsati dalle esportazioni di grano di Kiev. Questo sta già accadendo su piccola scala attraverso il porto di Costanza in Romania, dove il grano ucraino arriva su chiatte sul Danubio e viene caricato ogni giorno su dozzine di navi mercantili. Oppure, tramite convogli di camion che viaggiano con il racket delle armi per il grano. Tuttavia, il grano ucraino continuerà a nutrire il ricco occidente, non gli ucraini impoveriti.
Inoltre, aspettatevi che quest’estate la NATO elabori un altro mostro psyop per difendere il suo diritto divino (non legale) di entrare nel Mar Nero con navi da guerra per scortare le navi ucraine che trasportano grano. I media pro-NATO lo mostreranno come l’Occidente che ha “salvato” dalla crisi alimentare globale, che sembra essere direttamente causata da pacchetti seriali e isterici di sanzioni occidentali.

La Polonia punta all’annessione morbida
La NATO sta infatti aumentando massicciamente il suo “sostegno” all’Ucraina attraverso il confine occidentale con la Polonia. Questo è in sintonia con i due obiettivi generali di Washington: primo, una “guerra lunga”, in stile insurrezione, proprio come l’Afghanistan negli anni ’80, con i jihadisti sostituiti da mercenari e neonazisti. In secondo luogo, le sanzioni strumentalizzate per “indebolire” la Russia, militarmente ed economicamente.
Altri obiettivi rimangono invariati, ma sono subordinati ai primi due: assicurarsi che i Democratici siano rieletti a medio termine (non succederà); irrigare il complesso industriale-militare con fondi che vengono riciclati come tangenti (già in atto); e mantenere l’egemonia del dollaro USA con tutti i mezzi (difficile: il mondo multipolare sta facendo il suo dovere ).
Un obiettivo chiave che viene raggiunto con sorprendente facilità è la distruzione dell’economia tedesca, e di conseguenza dell’UE, con una grande quantità di società sopravvissute che alla fine verranno svendute agli interessi americani.
Prendete, ad esempio, Milan Nedeljkovic, membro del consiglio di amministrazione della BMW, il quale spiega alla Reuters che “la nostra industria rappresenta circa il 37% del consumo di gas naturale in Germania”, che affonderà senza le forniture di gas russe.
Il piano di Washington è di mantenere la nuova “lunga guerra” a un livello non troppo incandescente – si pensi alla Siria negli anni 2010 – alimentata da file di mercenari e caratterizzata da periodiche escalation della NATO da parte di chiunque provenga dalla Polonia e dai nani baltici alla Germania.
La scorsa settimana, Josep Borrell, il pietoso eurocrate che si atteggiava ad Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha dato il via al gioco durante l’anteprima dell’imminente riunione del Consiglio Affari esteri dell’UE.
Borrell ha ammesso che “il conflitto sarà lungo” e “la priorità degli Stati membri dell’UE” in Ucraina “consiste nella fornitura di armi pesanti”.
Poi il presidente polacco Andrzej Duda ha incontrato Zelensky a Kiev. La sfilza di accordi firmati dai due indica che Varsavia intende trarre profitto dalla guerra per rafforzare la sua influenza politico-militare, economica e culturale nell’Ucraina occidentale. I cittadini polacchi potranno essere eletti negli organi del governo ucraino e anche aspirare a diventare giudici costituzionali .
In pratica, ciò significa che Kiev sta trasferendo la gestione dello stato fallito ucraino alla Polonia. Varsavia non dovrà nemmeno inviare truppe. Chiamatela annessione morbida.

Il rullo compressore in movimento
Così com’è, la situazione sul campo di battaglia può essere esaminata in questa mappa . Le comunicazioni intercettate dal comando ucraino rivelano il loro obiettivo di costruire una difesa a più livelli da Poltava attraverso Dnepropetrovsk, Zaporozhia, Krivoy Rog e Nikolaev, che sembra essere uno scudo per la già fortificata Odessa. Niente di tutto ciò garantisce il successo contro l’assalto russo in arrivo.
È sempre importante ricordare che l’operazione Z è iniziata il 24 febbraio con circa 150.000 combattenti, e sicuramente non le forze d’élite russe. Eppure, hanno liberato Mariupol e distrutto il battaglione d’élite neonazista Azov in soli cinquanta giorni, ripulendo una città di 400.000 persone con perdite minime.
Mentre combattevano una vera guerra sul campo – non quei bombardamenti indiscriminati americani dall’aria – in un paese enorme contro un grande esercito, che affronta molteplici sfide tecniche, finanziarie e logistiche, i russi sono anche riusciti a liberare Kherson, Zaporizhia e praticamente l’intera area dei “gemelli”, le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk.
Il comandante delle forze di terra russe, il generale Aleksandr Dvornikov, ha turbo missili, artiglieria e attacchi aerei a un ritmo cinque volte più veloci rispetto alla prima fase dell’operazione Z, mentre gli ucraini, nel complesso, sono a corto o molto basso di carburante, munizioni per artiglieria, specialisti addestrati, droni e radar.
Ciò che i generali americani della poltrona e della TV semplicemente non riescono a comprendere è che nella visione russa di questa guerra – che l’esperto militare Andrei Martyanov definisce “un’operazione combinata di armi e polizia” – i due obiettivi principali sono la distruzione di tutte le risorse militari del nemico preservando la vita dei suoi stessi soldati.
Quindi, mentre perdere carri armati non è un grosso problema per Mosca, perdere vite lo è. E questo spiega quei massicci bombardamenti russi; ogni obiettivo militare deve essere definitivamente distrutto. I colpi di precisione sono fondamentali.
C’è un acceso dibattito tra gli esperti militari russi sul motivo per cui il Ministero della Difesa non punta a una rapida vittoria strategica. Avrebbero potuto ridurre l’Ucraina in macerie – in stile americano – in pochissimo tempo. Non succederà. I russi preferiscono avanzare lentamente e con sicurezza, in una sorta di rullo compressore. Avanzano solo dopo che i genieri hanno completamente sorvegliato il terreno; dopotutto ci sono mine ovunque.
Lo schema generale è inconfondibile, qualunque sia lo sbarramento di spin della NATO. Le perdite ucraine stanno diventando esponenziali: fino a 1.500 uccisi o feriti ogni giorno, ogni giorno. Se ci sono 50.000 ucraini nei vari calderoni del Donbass, se ne andranno entro la fine di giugno.
L’Ucraina deve aver perso fino a 20.000 soldati nella sola Mariupol e dintorni. Si tratta di una massiccia sconfitta militare, che ha ampiamente superato Debaltsevo nel 2015 e in precedenza Ilovaisk nel 2014. Le perdite vicino a Izyum potrebbero essere anche superiori a quelle di Mariupol. E ora arrivano le sconfitte all’angolo di Severodonetsk.
Stiamo parlando delle migliori forze ucraine. Non importa nemmeno che solo il 70 per cento delle armi occidentali inviate dalla NATO arrivi sul campo di battaglia: il problema principale è che i migliori soldati se ne vanno. Se ne vanno e non verranno rimpiazzati. I neonazisti Azov, la XXIVa brigata, la XXXVI brigata, varie brigate d’assalto aereo: hanno subito perdite superiori al 60% o sono state completamente demolite.
Quindi la domanda chiave, come hanno sottolineato diversi esperti militari russi, non è quando Kiev “perderà” come punto di non ritorno; è  quanti soldati Mosca è disposta a perdere per arrivare a questo punto.
L’intera difesa ucraina è basata sull’artiglieria. Quindi le battaglie chiave che ci attendono coinvolgono l’artiglieria a lungo raggio. Ci saranno problemi, perché gli Stati Uniti stanno per consegnare sistemi M270 MLRS con munizioni a guida di precisione, in grado di colpire bersagli a una distanza fino a 70 chilometri o più.
La Russia, però, ha un contraccolpo: il Piccolo Complesso Operativo-Tattico Hermes, che utilizza munizioni ad alta precisione, possibilità di guida laser e una portata di oltre 100 chilometri. E possono funzionare in combinazione con i sistemi di difesa aerea Pantsir già prodotti in serie.

La nave che affonda

L’Ucraina, entro i suoi attuali confini, è già un ricordo del passato. Georgy Muradov, rappresentante permanente della Crimea presso il presidente della Russia e vice primo ministro del governo di Crimea, è irremovibile: “L’Ucraina nella forma in cui era, credo, non rimarrà più. Questa è già l’ex Ucraina”.
Il Mar d’Azov è ormai diventato un “mare di uso comune” da parte della Russia e della Repubblica popolare di Donetsk (DPR), come confermato da Muradov.
Mariupol sarà ricostruita. La Russia ha avuto molta esperienza in questo settore sia a Grozny che in Crimea. Il corridoio terrestre Russia-Crimea è attivo. Quattro ospedali su cinque a Mariupol hanno già riaperto e sono tornati i mezzi pubblici, oltre a tre distributori di benzina.
L’imminente perdita di Severodonetsk e Lysichansk suonerà seri campanelli d’allarme a Washington e Bruxelles, perché rappresenterà l’inizio della fine dell’attuale regime a Kiev. E questo, per tutti gli scopi pratici – e al di là di tutta l’alta retorica del “l’ovest sta con te” – significa che i giocatori pesanti non saranno esattamente incoraggiati a scommettere su una nave che affonda.
Sul fronte delle sanzioni, Mosca sa esattamente cosa aspettarsi, come ha dettagliato il ministro dello Sviluppo economico Maxim Reshetnikov: “La Russia procede dal fatto che le sanzioni contro di essa sono una tendenza piuttosto a lungo termine, e dal fatto che il perno verso l’Asia, l’accelerazione del riorientamento verso i mercati orientali, verso i mercati asiatici è una direzione strategica per la Russia. Faremo ogni sforzo per integrarci nelle catene del valore proprio insieme ai paesi asiatici, insieme ai paesi arabi, insieme al Sud America”.
Negli sforzi per “intimidire la Russia”, i giocatori farebbero bene ad ascoltare il suono ipersonico di 50 missili all’avanguardia Sarmat pronti per il combattimento questo autunno, come spiegato dal capo di Roscosmos Dmitry Rogozin.

Gli incontri di questa settimana a Davos portano alla luce un altro allineamento che si sta formando nella battaglia mondiale unipolare contro multipolare. La Russia, le repubbliche gemelle, la Cecenia e alleati come la Bielorussia sono ora contrapposti ai “leader di Davos”, in altre parole, l’élite occidentale combinata, con poche eccezioni come il primo ministro ungherese Viktor Orban.
Zelensky starà bene. È protetto dalle forze speciali britanniche e americane . Secondo quanto riferito, la famiglia vive in una villa da 8 milioni di dollari in Israele. Possiede una villa da 34 milioni di dollari a Miami Beach e un’altra in Toscana. Gli ucraini medi sono stati mentiti, derubati e, in molti casi, assassinati dalla banda di Kiev che presiede: oligarchi, fanatici dei servizi di sicurezza (SBU), neonazisti. E gli ucraini rimasti (10 milioni sono già fuggiti) continueranno a essere trattati come sacrificabili.
Nel frattempo, il presidente russo Vladimir “il nuovo Hitler” Putin non ha assolutamente fretta di porre fine a questo dramma più grande della vita che sta rovinando e marcendo l’Occidente già in decomposizione fino al midollo. Perché dovrebbe? Ha provato di tutto, dal 2007, sul fronte del “perché non possiamo andare d’accordo”. Putin è stato totalmente respinto. Quindi ora è il momento di sedersi, rilassarsi e guardare il declino dell’Occidente.

Via al Forum di Davos, chi sono i partecipanti italiani

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di Mariangela Tessa

Al via da oggi fino a giovedì 26 maggio il World Economic Forum. L’incontro è celebre per il prestigio delle persone che vi partecipano: tutti gli anni, nella cittadina svizzera di Davos, si riuniscono esponenti politici, banchieri e dirigenti delle aziende più grandi del mondo per parlare di economia e società. Quest’edizione del Forum sarà la prima condotta di persona dall’inizio della pandemia.

Quest’anno, oltre al clima, si parlerà dei prezzi energetici alle stelle e transizione ecologica. Ma sarà la guerra in Ucraina – che ha mandato in frantumi l’ordine geopolitico globale e riacceso la minaccia nucleare – a rubare gran parte delle luci dei riflettori. Oggi al Forum ci sarà un intervento (da remoto) del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Poi c’è l’economia, o meglio la crisi economica, con una probabile stagflazione in corso e il rischio di recessione globale. E infine le pandemie, fra discussioni sul futuro delle cure e delle vaccinazioni: il Ceo di Pfizer Albert Bourla annuncerà un accordo con i suoi partner per un “mondo più sano” assieme a Bill Gates, il cui intervento martedì su come ‘Prepararsi alla prossima pandemia fornirà materiale di riflessione ai policy maker, e benzina per i cospirazionisti.

Al Forum sono presenti oltre 50 capi di Stato e di governo, tra cui il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente israeliano Isaac Herzog, il premier spagnolo Pedro Sanchez, il premier olandese Mark Rutte, oltre alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e a numerosi commissari, fra cui quello all’Economia Paolo Gentiloni.

Ci sono anche la presidente della Bce Christine Lagarde, l’inviato speciale per il clima del presidente Usa John Kerry e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Attesi anche la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva e la capo economista Gita Gopinath. Assenti i businessmen russi sono invitati, quando in passato Putin era quasi di casa.

Davos, chi sono i partecipanti italiani

L’Italia è rappresentata da 4 ministri: Daniele Franco (Economia), Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Enrico Giovannini (Infrastrutture e mobilità sostenibile) e Vittorio Colao (Innovazione tecnologica e transizione digitale).

Tra i manager italiani partecipano Andrea Illy (Illycaffè), Silvia Merlo (Saipem), Paolo Merloni (gruppo Ariston), Stefano Scabbio (gruppo Manpower), Domenico Siniscalco (Morgan Stanley), Andrea Sironi (Generali), Francesco Starace (Enel).

La pandemia? Una manna per i ricchi. Ecco chi ha guadagnato di più

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di Mariangela Tessa

Si allarga la forbice tra ricchi e poveri del Pianeta. Complice anche la pandemia che ha fatto registrare profitti record per le aziende energetiche, farmaceutiche e alimentari. Risultato finale: negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano grandi imprese dei settori alimentare ed energetico hanno visto crescere i loro patrimoni al ritmo di 1 miliardo di dollari (950 milioni di euro) ogni 2 giorni.
Complessivamente, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 13,9% del PIL mondiale, una quota più che triplicata dal 4,4% del 2000.

È quanto emerge da un report pubblicato da Oxfam, in occasione dell’apertura di Davos, in cui si sottolinea come mentre la spirale della povertà estrema rischia di inghiottire 1 milione di persone ogni giorno e mezzo nel 2022, i super ricchi che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e dell’energia continuano ad accrescere le proprie fortune.

Oggi, 2.668 miliardari – 573 in più rispetto al 2020 – possiedono una ricchezza netta pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari.

Chi ha guadagnato di più

A trainare la ricchezza, come anticipato, i profitti record delle imprese nei settori caratterizzati da un forte monopolio, come quello energetico, alimentare e farmaceutico. Per dare un’ordine di grandezza, cinque delle più grandi multinazionali energetiche (BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron) fanno 2.600 dollari di profitto al secondo.

Nel settore alimentare, la pandemia ha prodotto 62 nuovi miliardari. Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo globale, e ha realizzato l’anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto), record che potrebbe essere battuto nel 2022. La stessa famiglia conta ora 12 miliardari, rispetto agli 8 di prima della pandemia.

Anche nel settore farmaceutico, i cui profitti sono stati spinti alle stelle dalla pandemia, ci sono ben 40 paperoni in più. Imprese come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitto al secondo grazie al solo vaccino COVID-19 ed Oxfam ricorda che, nonostante abbiano usufruito di ingenti risorse pubbliche per il suo sviluppo, fanno pagare ai governi le dosi fino a 24 volte in più rispetto al costo di produzione stimato.

Ricchi sempre più ricchi, mentre salari rimangono stagnanti

Tutto questo mentre i salari invece rimangono stagnanti e i lavoratori sono esposti a un aumento esorbitante del costo della vita se paragonato agli ultimi decenni, spiega Oxfam. Un esempio su tutti: un lavoratore che si trova nel 50% degli occupati con retribuzioni più basse, dovrebbe lavorare 112 anni per guadagnare quello che un lavoratore nel top 1% guadagna in media in un solo anno. Da qui la richiesta ai Governi di tassare subito gli extraprofitti realizzati sulle spalle delle famiglie.

“I miliardari a Davos potranno brindare all’incredibile impulso che le loro fortune hanno ricevuto grazie alla pandemia e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia, – ha detto Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – ma allo stesso tempo decenni di progressi nella lotta alla povertà estrema rischiano di essere vanificati con milioni di persone lasciati senza mezzi per poter semplicemente sopravvivere”. “La marcata concentrazione della ricchezza – e di potere economico – nelle mani di pochi è il risultato di politiche di lungo corso, di decenni di liberalizzazioni e deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di anni in cui le regole del gioco sono state fortemente condizionate da interessi particolari a detrimento della maggioranza dei cittadini”, ha aggiunto Bucher.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/la-pandemia-una-manna-per-i-ricchi-ecco-chi-ha-guadagnato-di-piu/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=la-pandemia-una-manna-per-i-ricchi-ecco-chi-ha-guadagnato-di-piu&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Draghi: riforma o dissoluzione dello stato?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Con l’avvento di Draghi, l’Italia si è scoperta paese leader in Europa e potenza geopolitica mondiale. Con la fine dell’era Merkel ed un Macron probabilmente prossimo al congedo, emerge Draghi, quale demiurgo mediatico della nuova Europa. Questa immagine virtuale è del tutto falsa e perfino tragicomica, ma è tuttavia idonea a legittimare nella politica italiana il processo riformatore messo in atto da una ristretta cabina di regia presieduta da Draghi, leader di un governo acquiescente, in virtù della espropriazione delle funzioni del Parlamento.

Il G20 di Roma, come tutti quelli che lo hanno preceduto, si è risolto in una scenografia mediatica senza alcuna decisione rilevante tra i grandi della terra. L’unico fatto politico degno di nota emerso dal G20, è la riaffermazione del primato americano sull’Occidente e la ricompattazione degli alleati europei nel contesto del multilateralismo geopolitico a guida americana. Biden ha infatti dichiarato nel suo colloquio con Draghi: “Stai facendo un lavoro straordinario qui! Dobbiamo dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Ci stai riuscendo”.

Draghi è dunque delegato da Biden a realizzare un nuovo modello di sviluppo neoliberista in Italia e in Europa. L’impianto delle riforme da attuare in Italia, in base alle condizionalità poste dalla UE con il varo del NGEU ne è la conferma.

Giustizia: una riforma lesiva dello stato di diritto

La prima riforma messa in atto dal governo Draghi è stata quella della giustizia. Una riforma della giustizia penale destinata ad incidere sulla struttura del sistema giudiziario, che tuttavia non ha suscitato dibattiti e contrapposizioni di rilievo in una politica ufficiale, ormai estranea alla realtà del paese e omologata alle direttive di una elite tecnocratica eurodiretta.

Sono note le inefficienze della giustizia italiana, specie riguardo alla durata dei procedimenti. Pertanto, nell’intento di velocizzare i processi, è stata introdotta come causa di improcedibilità il superamento dei termini di durata massima dei procedimenti penali. L’improcedibilità scatta qualora il giudizio d’appello non si concluda entro 2 anni e quello di cassazione entro 1 anno. Tali termini possono essere prorogati rispettivamente di 1 anno per l’appello e di 6 mesi per la cassazione, per gravi delitti e giudizi complessi. Ulteriori proroghe sono stabilite nei procedimenti per delitti riguardanti il terrorismo, eversione dell’ordinamento costituzionale, associazione mafiosa e altri reati di particolare gravità. Vengono inoltre ampliate le possibilità di accedere a riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato.

Si vuole istituire una giustizia rapida, spesso a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla difesa, con rilevanti lesioni ai principi dello stato di diritto.

La riforma Cartabia inoltre delega al Parlamento l’indicazione delle priorità dei reati da perseguire. Questa norma fa venir meno nei fatti l’obbligatorietà dell’azione penale, principio fondamentale nel nostro ordinamento. Vi è la concreta possibilità che l’orientamento politico di un governo possa prevaricare l’indipendenza della magistratura. Nulla esclude poi che in futuro una maggioranza governativa possa servirsi dell’arma giudiziaria a fini repressivi, allo scopo cioè di tacitare, se non di criminalizzare le opposizioni scomode.

Una giustizia rapida, secondo l’orientamento del governo Draghi e conformemente alle direttive della UE, avrebbe l’obiettivo di favorire gli investimenti e la crescita. L’ispirazione ideologica della riforma è evidente: la ragione economica, in un sistema neoliberista, prevale sui principi dello stato di diritto.

Riforma fiscale: verso l’imposizione patrimoniale

La legge di bilancio ha stanziato un fondo di 8 miliardi all’anno per ridurre la pressione fiscale. Sono state messe in campo 3 opzioni: ridurre le aliquote IRPEF relative al “cuneo fiscale nel lavoro e le aliquote marginali effettive”, agire sul sistema delle detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, ridurre l’IRAP per i redditi d’impresa.

Secondo l’indirizzo seguito dalla Commissione finanze, la riduzione delle aliquote riguarderebbe il ceto medio, quei redditi cioè che si attestano tra i 28.000 e i 55.000 euro, lo scaglione oggi corrispondente all’aliquota del 38%, che potrebbe essere ridotta fino al 34%. Beneficerebbero quindi del taglio IRPEF i redditi medio – alti che costituiscono il 21,2% della platea dei contribuenti. Resterebbero pertanto esclusi dai benefici i redditi medio – bassi fino a 28.000 euro. L’iniquità di tale misura è evidente, in quanto l’effetto del beneficio sarebbe di maggiore consistenza per i redditi più alti. Infatti, mentre i contribuenti con reddito pari a 41.000 euro usufruirebbero di uno sconto di 500 euro, coloro che si collocano oltre i 75.000 euro godrebbero di una riduzione di 1.000 euro.

E’ stato più volte ribadito che il sistema fiscale debba ispirarsi al principio della progressività. Occorre però rilevare che l’imposta progressiva oggi grava esclusivamente sui redditi da lavoro, sia dipendente che autonomo. Redditi da capitale, imposta societaria (IRES), redditi fondiari, sono invece assoggettati ad imposte proporzionali, che nell’ultimo decennio hanno beneficiato di cospicue riduzioni di aliquote. Pertanto, si deve dedurre che il carico fiscale è stato sopportato in misura sempre più gravosa dai lavoratori, a vantaggio delle classi più abbienti, che hanno usufruito di benefici fiscali assai rilevanti.

Secondo le direttive della riforma Draghi, il governo metterà mano alle imposte sostitutive. E’ quindi prevedibile un aggravio della flat tax sul lavoro autonomo dei contribuenti minimi (5-10%), della cedolare secca sugli affitti (10-21%), dell’imposta sui premi di produttività (10%), dell’imposta sugli interessi sui titoli di stato (12,50%), onde adeguarle al primo scaglione d’imposta del 23%. In coerenza con tale principio, verrebbe però ridotta l’aliquota sui redditi finanziari, oggi al 26%, anche se tale ribasso produrrebbe un minor gettito di 1,4 miliardi. I grandi investitori commossi ringraziano!

Il taglio delle tasse per 8 miliardi, non sarà comunque adeguato per favorire una crescita stabile, né sarà sufficiente a colmare lo squilibrio di 5 punti tra il cuneo fiscale e contributivo che grava sui lavoratori italiani rispetto alla media UE. Non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo del superamento dell’IRAP, che grava sui fatturati delle imprese, il cui gettito è pari a 12 miliardi. E’ prevista solo una riduzione delle aliquote.

Questa manovra è comunque transitoria, in vista di riforme strutturali che coinvolgeranno il fisco italiano nei prossimi anni. La filosofia che informa l’impianto di una riforma imposta dalla UE, prevede il progressivo trasferimento della pressione fiscale dai redditi finanziari e di impresa al patrimonio immobiliare. In questo contesto si inquadra la riforma del catasto patrocinata da Draghi (e che figura tra le condizionalità del NGEU), che comporterà la revisione degli estimi catastali, al fine di adeguarli ai valori di mercato. La riforma del catasto produrrà inevitabilmente rilevanti aggravi delle imposte patrimoniali sugli immobili (IMU), valutabili per oltre il 60%. Draghi ha annunciato che tale riforma non comporterà aggravi fiscali fino al 2026. Si rileva comunque che tale riforma, che prevede l’istituzione di un sistema fiscale improntato alla tassazione patrimoniale, è in coerente continuità con la politica del governo Monti.

L’imposta patrimoniale è per sua natura una forma di tassazione straordinaria, a cui storicamente si è fatto ricorso in fasi emergenziali. L’imposta patrimoniale è stata introdotta in altre epoche quale strumento di politica fiscale che avesse la finalità di contrastare le concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi e in impieghi spesso improduttivi. Mediante l’imposta patrimoniale si sono infatti realizzate politiche di redistribuzione del reddito e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali. Non a caso, l’imposizione patrimoniale era parte integrante dei programmi di politica sociale della sinistra del secolo scorso.

Ma è ormai definitivamente tramontata l’epoca del dominio di classe dei detentori delle rendite fondiarie, dei latifondi, dei padroni delle ferriere. Infatti l’imposizione patrimoniale è oggi parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, dall’OCSE, dalla UE. Il patrimonio immobiliare in Italia, è in larga parte detenuto dal ceto medio, quale forma di impiego del risparmio, consolidatosi per varie generazioni.

E’ peraltro una pura illusione, l’idea secondo cui con l’imposta patrimoniale e l’imposta di successione si andrebbero a colpire i grandi patrimoni e si possano combattere le diseguaglianze. Le classi dominanti, mediante l’uso e l’abuso dello strumento societario, il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali, il ricorso a pratiche di occultamento dei patrimoni su scala globale, sono del tutto immuni da tali forme di tassazione. La funzione dell’imposta patrimoniale, nel contesto di un sistema neoliberista è quella di trasferire il prelievo sul risparmio e sui patrimoni dei cittadini, al fine di smobilitare i capitali investiti nel comparto immobiliare per farli affluire nei mercati finanziari. La classe dominante persegue dunque una logica di accaparramento selvaggio della ricchezza a danno dei popoli.

Mediante l’imposizione patrimoniale, gli stati dovranno reperire le risorse finanziarie necessarie per realizzare la rivoluzione digitale ed energetica. I relativi costi sono imputati agli stati e quindi ai popoli. Le trasformazioni previste dal Grande Reset, sono state progettate dal World Economic Forum (WEF) di Davos, non dagli stati.

Riforma previdenziale: il ritorno della Fornero

La riforma previdenziale si renderebbe necessaria in base ad un ineludibile imperativo morale. La attuale insostenibilità del sistema previdenziale italiano, finirebbe per penalizzare i “senza quota” (giovani e non con impieghi precari e/o sottopagati), che sarebbero costretti a lavorare fino a 70 anni, con la prospettiva di percepire assegni pari al 50% dello stipendio. Le vecchie generazioni, usufruendo dei “privilegi” del welfare, avrebbero sottratto le risorse a quelle nuove. Al conflitto sociale del ‘900, si vuole sostituire quello generazionale, con l’effetto di istaurare l’ennesima guerra tra poveri. Il governo eurocratico di Draghi, sull’onda dell’emergenza sia sanitaria che previdenziale, vuole ripristinare, dopo l’abolizione di quota 100 e la transizione di quota 102 per il solo 2022, la famigerata legge Fornero.

La riforma pensionistica, prevista tra le condizionalità del NGEU, è stata imposta all’Italia sulla base dei dati OCSE sulla spesa pensionistica italiana che tuttavia si discostano dalla realtà. Il sistema pensionistico italiano è stato già oggetto di progressivi tagli con la riforma Dini, con i correttivi del governo Prodi e infine con la riforma Fornero nel 2011; tutte riforme imposte da direttive europee. Innanzitutto, si rileva che i dati di spesa dell’INPS sono compresivi della spesa per l’assistenza, che invece negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Secondo i dati di Eurostat del 2019, la spesa pensionistica italiana è pari al 16% del Pil, superiore cioè a quella della Germania (12%), della Francia (14,8%), della Spagna (12,7%). Tali dati però sono stati elaborati al lordo della imposizione fiscale sulle pensioni che è assai differenziata tra i paesi. Infatti, ad esempio, su una pensione di 1.500 euro, in Germania il carico fiscale è di 60 euro, mentre in Italia ammonta a 600 euro. Poiché l’imposizione fiscale, in termini di spesa pubblica costituisce una partita di giro, l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto del fisco (che grava per 1/4 del reddito), è del 12%, in linea quindi con l’Europa.

Nel 2020 la spesa pensionistica è stata di circa 215 miliardi, mentre le entrate contributive sono state di circa 200 miliardi. Il deficit dell’INPS è di circa 15 miliardi. Ma se si tiene conto del fatto che sulle pensioni è stato effettuato un prelievo fiscale di 53 miliardi, è facile comprendere che, con una pressione fiscale più ridotta, la gestione previdenziale sarebbe attiva. L’allarmismo mediatico è quindi infondato.

Non sarà rinnovata quota 100. Si è riscontrato il fallimento di quota 100 riguardo all’obiettivo di creare nuova occupazione. Quota 100 avrebbe solo favorito una riduzione del costo del lavoro delle imprese: a fronte di 3 pensionamenti ha fatto riscontro una assunzione. Il tasso di sostituzione è stato dello 0,40. Il 40% non sembra però una percentuale fallimentare, dato che nella Pubblica Amministrazione è rimasto in vigore il blocco delle assunzioni e non sono stati indetti nuovi concorsi. Nel corso della pandemia sono stati infatti richiamati in servizio medici anziani, data la carenza di personale sanitario dovuta alla mancanza di nuovi assunti. Negli ultimi 10 anni sono emigrati 10.000 giovani medici, data la mancanza di sbocchi professionali in Italia!

L’impatto della legge Fornero, ripristinata dal governo Draghi, si rivela devastante per le nuove generazioni. Il sistema contributivo puro applicabile per gli assunti dal 1996 e la diffusione generalizzata del precariato, con occupazione discontinua e sottopagata, determineranno l’innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni, con assegni oltre che dimezzati. Inoltre, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è oggi tardivo, il turnover dei lavoratori di età media è sempre più precoce, a causa della rapida obsolescenza di tante figure professionali, dovuta alla continua avanzata del progresso tecnologico.

Da un report pubblicato su “La Repubblica” del 25/10/2021, emergono dati allucinanti circa il futuro dei “quota zero”. Secondo una simulazione che prende come base lavoratori che oggi hanno 25,30,35 e 40 anni, con stipendi con l’incremento annuale dell’1,5% e una crescita del Pil dello 0,3% annuo, emerge che ad una età pensionabile tra i 68 e i 72 anni i futuri pensionati percepirebbero assegni tra 55% e il 64% dell’ultimo stipendio. Tale simulazione è stata però effettuata sulla ipotesi di una carriera continuativa. Se invece la carriera è discontinua o la fuoriuscita è precoce, la pensione si ridurrebbe fino al 45% e sarebbe erogata solo dopo i 70 anni.

Gli effetti della Fornero comporterebbero inoltre ulteriori e progressivi innalzamenti dell’età pensionabile in base al parametro ISTAT sulla speranza di vita, coefficiente destinato ad aumentare. Infine, qualora la pensione non superi la soglia di 2,8 volte l’assegno sociale, non sarà possibile il pensionamento anticipato, mentre nei casi in cui non lo superi di 1,5 volte, non sarà erogato nemmeno l’assegno di vecchiaia e l’età pensionabile sarà innalzata di 4 anni. In conclusione, si andrà in pensione tra i 71 e i 77 anni. Questo sistema imposto dalle direttive europee, può produrre solo giovani precari, lavoratori sottopagati, esodati precoci e grandi masse di pensionati sotto la soglia di povertà.

L’impostazione delle riforme previdenziali susseguitesi fino ad oggi, ha una precisa matrice ideologica. Nell’economia neoliberista infatti, il progressivo smembramento dello stato sociale, si renderebbe necessario al fine di liberare risorse per la crescita. Ma è stata proprio la politica di austerity, in attuazione del patto di stabilità della UE, a determinare, oltre che un incremento della povertà conseguente alla devastante contrazione della spesa pubblica, anche il calo verticale degli investimenti e dei consumi e quindi l’avvento della recessione economica e della deflazione.

In tema di spesa previdenziale, gli squilibri del sistema sono emersi proprio a causa della bassa crescita. La depressione economica è stata inoltre una delle principali cause del calo della natalità nel nostro paese. Dal 2011 il Pil italiano registra una crescita inferiore al 9%, mentre la Germania è cresciuta di quasi il 30%, la Francia del 19%, la Spagna del 16%. Si rileva inoltre che in Italia il tasso di rivalutazione del montante contributivo è agganciato al Pil e quindi, in assenza di crescita, le pensioni hanno registrato ulteriori, rilevanti decurtazioni.

La precarietà e la compressione salariale hanno contribuito in misura rilevante a decrementare il montante contributivo. La mancata crescita è da imputarsi anche alla carenza di domanda interna, dovuta al basso livello retributivo dei lavoratori italiani. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono aumentati in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, mentre in Italia il calo è stato del 2,9%. Nel 1990 i salari medi italiani erano al 7° posto in Europa, nel 2020 sono precipitati al 13° posto. Secondo i dati dell’OCSE, nel periodo pandemico tra il 2019 e il 2020, la contrazione salariale, in Francia del 3,2% e in Spagna del 2,9%, in Italia è stata del 6%, dovuta alle ore non lavorate e alla perdita di occupazione.

Il governo Draghi non è davvero innovativo, è solo la reincarnazione del governo Monti .

Verso la dissoluzione dello stato?

Le riforme di Draghi hanno come finalità la trasformazione strutturale dello stato. Si vuole infatti realizzare un processo evolutivo di riforme di stampo neoliberista che comportino la progressiva estraneazione dello stato dalla società civile. Allo stato sovrano subentrerà uno stato di stampo neoliberista, le cui strutture siano funzionali alle strategie di trasformazione messe in atto dalle oligarchie economiche e finanziarie globali. L’azione del governo Draghi non mira alla riforma dello stato ma alla sua dissoluzione.

In tale contesto è del tutto risibile millantare come un successo del G20 di Roma l’aver imposto ai giganti del web e dell’e-commerce una minimum tax del 15% a favore degli stati in cui vengano realizzati i loro profitti. Saranno invece i popoli a sostenere i costi della ristrutturazione economica digitale ed ambientale su scala globale. Afferma a tal riguardo Diego Fusaro: “Mi siano concesse alcune riflessioni rapsodiche intorno al G20 che si è svolto in questi giorni a Roma. A partire dall’essenza stessa del G20, esso è il ritrovo periodico nel quale il padronato cosmopolitico sans frontières e i suoi maggiordomi governativi senza anima si danno convegno in località di volta in volta diverse e con un obiettivo molto chiaro: fare il punto sulla loro agenda e sui loro interessi di classe al di là dell’interesse nazionale dei ceti medi e delle classi lavoratrici, al di là delle specifiche sovranità nazionali. Come sappiamo lo stato nazionale, al tempo della globalizzazione in cui sovrano è soltanto il mercato, diventa semplicemente uno strumento nelle mani dei gruppi dominanti, diventa una nuova forma di gestione dell’economia globale per il mezzo dei governi locali. Vorremmo dirlo con Michel Foucault, lo stato neoliberale è quello che governa non il mercato bensì per il mercato”.

La prima vittima del liberalismo è l’essere umano

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di Karine Bechet Golovko

Fonte: controinformazione

Mentre viviamo in una follia totalitaria globale sullo sfondo di un acuto sanitarismo, ci sono ancora menti annebbiate per continuare a combattere contro il fantasma del comunismo e invocare come mantra tutti i “suoi” crimini. Com’è più comodo lottare contro ciò che non è più, riscriverlo a piacimento, nascondersi da ciò che è! E se spazziamo davanti alla nostra porta? E se parlassimo dei crimini del liberalismo?
Se osassimo guardare in faccia questo mostro che ha partorito, che sta crescendo davanti ai nostri occhi attoniti? Perché questa dittatura globale e disumana è l’essenza del liberalismo.

Mentre in Francia, paese dei diritti umani e di Cartesio, troviamo sempre più politici che chiedono la generalizzazione della tessera sanitaria, cioè la generalizzazione della segregazione sociale; mentre in Russia, paese che è stato distrutto non molto tempo fa in nome del liberalismo e del sacrosanto diritto di andare da McDonald’s, si vaccina a pieno regime, bloccando l’accesso agli ospedali ai non vaccinati e volendo estendere la sorveglianza totale del QR Codice; mentre il nostro mondo è diventato un grande spazio di sperimentazione su popolazioni messe in stato di torpore, una prigione digitale, dove vengono monitorati gli spostamenti di miliardi di individui, nessuno, dico nessuno, vuole interrogarsi sul legame di causa ed effetto tra l’ideologia liberale consegnata a se stessa come preminente e questa distopia globale in cui viviamo.

Com’è comoda questa cecità morale e intellettuale! Continuiamo improvvisamente a fare grandi dichiarazioni che non costano nulla per gridare i “milioni di vittime” del comunismo, se una fonte è necessaria, resta Wikipedia, la nuova biblioteca-palinsesto del mondo globale. Che questo regime fosse restrittivo, che fosse disumano… che oggi siamo felici, quindi. Parliamo d’altro, soprattutto per non parlare di noi stessi.

Siamo felici di non fare domande. Che dire di tutti questi paesi destabilizzati in nome della democrazia – per l’uso delle risorse naturali? Che dire dell’offshoring, dove è possibile lavorare senza vincoli sociali? Che dire di tutte queste guerre, rivoluzioni, colpi di stato contro leader che non sono sufficientemente compiacenti? Quante società distrutte, famiglie distrutte, vite distrutte a causa di questi stupri democratici? Quanti “milioni”?

Se fermiamo la fantasmagorica statistica dei “milioni”, la morte ingiusta di un solo uomo essendo una tragedia perché ogni scomparsa porta con sé una parte di umanità, diventa urgente interrogarsi sulle matrici di queste due visioni del mondo, comunismo e liberalismo. Sto parlando della loro realizzazione, perché in teoria tutte le ideologie sono meravigliose, altrimenti la gente non ci crederebbe.

L’errore più grande del comunismo è stato scommettere sulla capacità dell’uomo di evolversi, di sforzarsi, di migliorarsi – generalizzazione dell’insegnamento, salto scientifico, buon industriale… Ma tutto ciò richiede sforzi e di fronte si presenta Cannes e la Croisette , le sfilate, il piccolo caffè con terrazza a Parigi, il jazz a New York. E dimentica che sta anche facendo festa, che ha amici, vacanze, un lavoro. Non vede cosa si nasconde dietro il velo – queste persone che, come lui, lavorano, che non hanno tutti i soldi per andare all’estero anche se ne hanno il diritto, tutti questi prodotti nei negozi che si differenziano principalmente per etichette a colori, tutto un mondo reale che non viene proposto.

Dal canto suo, le società liberali, tinte di sociale fin da quando è esistito il comunismo, hanno scommesso sulla debolezza dell’uomo, sulla sua naturale tendenza all’agio, sul suo egocentrismo, sul suo materialismo. E hanno vinto. Il liberalismo fu poi ridotto al materialismo, la libertà al possesso. L’uomo ha perso la sua complessità e la sua ricchezza per diventare nient’altro che un individuo, ciascuno credendosi non solo il centro del suo mondo, ma il centro del mondo che può afferrare solo attraverso il suo ombelico – un mondo a misura.

Con la caduta del comunismo, gli equilibri di potere furono sconvolti e l’orgia fu totale. Vediamo il risultato. Gli esseri viventi sono stati ridotti alle loro funzioni più basse: consumare, produrre, riprodursi, distruggersi. Il declino dell’istruzione ha permesso di ottenere l’accettazione per un mondo così primario. Insensati e aggrappati ai loro schermi, gli esseri viventi non sono altro che ammassi di cellule, più o meno produttive, con qualche scatto più disordinato.
La vita ridotta alla sua concezione biologica permette l’affermazione di una dittatura utilizzando l’argomento della salute.

Parteciparvi è un atto di patriottismo, rifiutarlo sarà presto considerato terrorismo. Come ha detto Biden , siate patrioti, vaccinatevi!

“ Fallo ora per te e per i tuoi cari, per il tuo quartiere, per il tuo paese. Può sembrare banale, ma è una cosa patriottica da fare ”.

E gli esseri umani sono pronti a farsi vaccinare per qualsiasi motivo diverso dalla salute – soprattutto per essere lasciati soli, ma anche per andare in vacanza, per andare al ristorante, per andare a teatro, per prendere i mezzi pubblici, per poter continuare a lavorare . Insomma, per far parte di questo nuovo mondo, che non vuole lasciare spazio all’uomo.

Perché il vaccino permette il QR Code o il social pass e il QR Code o il social pass è una fonte di informazioni, le cui chiavi sono negli Stati Uniti come per qualsiasi database e sembra che nel nostro mondo l’informazione sia potere . Quindi, comprendiamo meglio il patriottismo. Negli USA. Lo capiamo meno in Francia o in Russia, ma essendo il progetto globale…

Anche se questo emerge da una fantasmagoria ben descritta durante l’ultima Davos, i leader sono sempre stati inclini a queste derive di un governo totale e liberati dalla costrizione del popolo. Solo gli uomini possono fermarli. Ma dove sono gli uomini? Questo è ciò che mi preoccupa molto di più delle attuali delusioni.

Fonte: Russie Politics Blogspot

Traduzione: Luciano Lago

Prodromi di guerra civile negli Stati Uniti?

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di Eugenio Orso

Fonte: Comedonchisciotte

Il discorso che mi accingo a fare, in estrema sintesi, riguarda la debolezza attuale degli Usa, come principale potenza di riferimento e strumento imperialista per l’élite finanziaria e globale, di ispirazione  sionista.

Fondamentale sembra essere, per i dominanti, la realizzazione del progetto del club di Davos, chiamato The Great Reset e firmato da un esponente del WEF, Klaus Schwab, ottuagenario e membro attivo della gerontologia elitista, nonché da un suo collaboratore, Thierry Malleret. The Great Reset è il suggello al dominio elitista sul mondo e se dovesse andare in porto sconvolgerebbe la stessa idea che abbiamo dell’uomo e delle società umane. Il Davos “virtuale” di gennaio, rivelatore delle intenzioni elitiste, lette fra le righe, è stato una conseguenza della diffusione del Covid.

In pratica, il “distanziamento sociale” imposto dalla pandemia Covid è funzionale al controllo delle popolazioni, ad accelerare i processi di automazione dell’industria, a rendere gli stati più ricattabili con l’aumento del debito pubblico e i crolli di PIL, i lavoratori più docili a causa della disoccupazione indotta e della progressiva perdita di diritti e di reddito, e via discorrendo. Quanto precede in “armonia” con il piano elitista noto come The Great Reset, che non sarà, come millantato, un nuovo inizio felice per l’umanità, con un colpo di spugna a ciò che di brutto caratterizzava il passato, ma semmai il contrario, più simile alla realizzazione di una grande distopia che darà sostanza al “trasumanesimo” e alla perdita totale di controllo sulla propria vita per miliardi di dominati.

Personalmente dubito che il cambiamento previsto nel piano elitista ci sarà solo se la “gente” lo vorrà, come sostengono lor signori, ma sono certo che implicherà la subordinazione completa degli stati nazionali al potere elitista esteso a gran parte del pianeta, oltre a un forte cambiamento nelle attività produttive, molte delle quali moriranno, lasciando spazio al “green” di Greta e di Gates (roba da ricchi, ovviamente), all’automazione esasperata e alla telematizzazione. Continua a leggere

Steve Bannon: “Popoli, sollevatevi contro le élite”

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steve bannon atrejuOratore che incanta ed esalta, parla pochissimo l’italiano, ma il nostro amico romano che parla inglese a menadito l’ha incontrato ed ha aperto un dialogo con lui. Che non ci ha lasciati privi di interrogativi per il lungo termine. Nel breve termine, come dargli torto? (n.d.r.)

Accoglienza da star per l’ex capo stratega di Trump alla festa di Fratelli d’Italia, in procinto ad aderire alla sua rete sovranista ‘The Movement’

di Paolo Molinari

I patrioti, il partito di Davos, le radici giudaico-cristiane da difendere, la tradizione di Atene e Roma contro le élite che producono zombie: è un repertorio noto ma pur sempre efficace quello che l’ex stratega di Donald Trump porta ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia.

Ad accoglierlo, sotto un tendone intitolato a Carlo Magno (a cui segue quello che porta il nome del re di Sparta, Leonida) circa trecento militanti estasiati, che saltano in piedi ad applaudire ogni qual volta il ‘guru’ pronuncia la parola ‘patriots’.

Termine vasto che comprende lo stesso Bannon (“ho servito il mio Paese nel Golfo e nell’Oceano Indiano”) ma anche Putin, Farage, Salvini e Meloni, tutti coloro che si oppongono al partito di Davos, quello delle élite economiche che mirano a creare in occidente una “nazione di zombie, come in Cina”. Continua a leggere