Il covid democratico batte il sovranismo?

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Il 2020 sarà ricordato come l’anno del Covid ma anche della sconfitta del sovranismo? Le due cose non sono estranee l’una all’altra. È arrivato dalla Cina il Drago che ha sconfitto la Strega populista. È stato il coronavirus, a mettere fuori uso Trump. E per tutto l’anno c’è stata la guerra sulla pandemia contro i paesi sovranisti accusati di sottovalutare il virus – la Gran Bretagna di Johnson, il Brasile di Bolsonaro, l’America di Trump, per molti versi la Russia di Putin e l’Italia di Salvini. E il covid, secondo la narrazione ufficiale planetaria, li aveva presi particolarmente di mira.

Contro il virus non si è vista una vincente strategia sanitaria, sono state finora infruttuose la virologia e la medicina e non è stato approvato alcun protocollo per affrontare nei suoi primi livelli la pandemia, se non le misura arcaiche di nascondersi.

In compenso si è fronteggiato il virus sul piano morale, ideologico, attraverso l’etica della mascherina e la virtù del distanziamento sociale. Di conseguenza, si può dire al termine di un anno che ha visto il virus protagonista assoluto sul piano mondiale, che sia nato il covid democratico, rappresentato dai governi progressisti, inclusa la futura amministrazione Biden, che come Obama per la Pace, appena insediato, ha preso il suo Nobel preventivo per la lotta al Covid. Con Trump gli Usa sono arrivati a 300mila morti che in rapporto alla popolazione sono di poco sotto i nostri 64mila (Italia leader europea per vittime).

L’avvento del covid democratico ha spazzato via Trump: lui sarebbe stato rieletto nonostante la guerra mondiale permanente contro di lui, per i grandi risultati conseguiti nel rilancio dell’economia, l’occupazione, l’assenza di guerra, i buoni successi internazionali. Ma il covid, e la sua spavalderia nell’affrontarlo, anzi la sua arroganza, come l’ha chiamata il suo precursore italiano Berlusconi, lo hanno sconfitto. È passato il messaggio che ha identificato negli States la catastrofe della pandemia con la sua leadership. E gli americani per chiudere col covid hanno chiuso con lui.

Ma resta un gigantesco interrogativo che sovrasta come una nuvola sospesa sul mondo: ma con Trump è stato sconfitto e debellato il sovranismo, è finita l’era dei sovranismi? Sconfitto può darsi, debellato troppo presto per dirlo. Anche perché Trump è stato solo un veicolo del populismo sovranista, un collettore, ma non è stato né l’inventore né il titolare unico della sua formula politica. Perché si tratta di un fenomeno mondiale con radici profonde e reali, insorto contemporaneamente in diversi paesi, fiorito in Europa, e già imbrigliato alle ultime elezioni europee, ma non per questo debellato.

Il problema è che i disagi, le proteste, le aspettative che hanno generato il sovranismo sono rimaste tutte in piedi. Si può parlare di interpreti inadeguati, a cominciare da Trump. Si può parlare d’insufficiente capacità di affrontare la realtà e le sue articolazioni, o meglio – in tanti casi – di una grande capacità di raccogliere voti ma senza altrettanta perizia poi nel governare e tradurle in una visione compiuta. Ma si deve soprattutto parlare dell’enorme difficoltà di governare avendo contro l’establishment, la macchina mediatica e giudiziaria, le oligarchie finanziarie e intellettuali, le agenzie d’influenza come la Chiesa di Bergoglio.

Ciònonostante la sconfitta di Trump non è la fine del sovranismo, ma indica la sua necessità di ridefinirsi e ridisegnarsi. Trump aveva fatto una scelta precisa e vistosa: non si era posto come leader globale del sovranismo ma come il presidente degli Stati Uniti che intendeva pensare prima di tutto al suo Paese, non al mondo, tutelarlo dagli attacchi e proteggerlo sul piano economico e commerciale. Di conseguenza la sua influenza sugli altri paesi è stata pressoché inesistente; mai Trump ha preteso di dar vita a un’Internazionale sovranista, ma si è posto in concorrenza commerciale e in antagonismo con la Cina, con l’Asia, con l’Europa. La sua parola d’ordine è stata “dazi”, non certo divulgare il sovranismo. Trump ha opposto il protezionismo alla globalizzazione.

Di conseguenza la sua sconfitta non fa saltare nessuna filiera, nessuna internazionale sovranista. Durante i suoi quattro anni, Trump non ha nemmeno tentato di affrontare la battaglia culturale contro il politically correct sul piano globale; non ha contrapposto un modo di pensare e di vedere alternativo a quello dominante. Si è limitato, ed è già tanto, a difendere l’America reale di sempre, sul piano pratico e giuridico. L’unico tentativo vagamente abbozzato è stato quello di Steve Bannon, ed è stato presto sconfessato da Trump.

Insomma, il sovranismo come variante nazionale e decisionista del populismo, è rimasta ancora una scommessa da giocare. Però dopo Trump deve ridefinire i suoi confini, fare un salto di qualità e di visione, non limitarsi a giocare in difensiva col protezionismo e la chiusura nel primato nazionale.

Quel che manca a questo punto è un audace sovranismo europeo, una specie di gollismo 2.0, riveduto e aggiornato, alternativo rispetto al serpentone atlantico, che si ripresenti come confederazione delle sovranità nazionali. il covid ha confermato un’Europa che procede per ranghi sparsi, tempi sfasati, difese scollate e comunque divergenti, anche quando il problema comune è sanitario e non geopolitico. L’Europa torna ad essere terza forza tra la società americana del politically correct e la dittatura cinese che globalizza prodotti, virus e misure restrittive.

L’anno che sta finendo, uno dei più brutti nella nostra storia e il più brutto per noi contemporanei, dovrebbe essere superato con una nuova visione pubblica, civile e culturale, prima che politica; e con una nuova consapevolezza degli scenari geopolitici. Il nemico non è la Merkel, e nemmeno il pur scarso Macron. Ma è la pandemia ideologica espressa dal cortocircuito cino-americano e dalla loro colonizzazione globale.

MV, Il Borghese dicembre 2020

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Il covid democratico batte il sovranismo?

Chi definisce Trump un presidente “antiamericano” è ignorante o in malafede

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Trump “antiamericano”? Qualcuno lo ha detto. Andando con ordine, e in ogni caso, quanto accadrà o meno nei prossimi mesi ci darà una misura dei rapporti di forza. Nello specifico, darà un peso specifico a chi c’è dietro Trump.

Gli USA reali non prosperano di globalizzazione ed espansionismo, è un dato di fatto

Perché chi ancora non ha capito che in questo momento gli interessi genuini dell’America potrebbero coincidere con – almeno una parte significativa – dei nostri è fuori strada.

All’America, quella socio-economica quanto meno, proseguire nello stillicidio della globalizzazione senza freni, non conviene.
All’America, geopolitica e militare, proseguire nel ruolo di poliziotto del mondo non conviene: basti vedere l’infinito pantano che ha generato la politica medio-orientale dalla metà degli anni Novanta fino al 2015 – 2016.

Ci sono infinite schiere di politologi anzitutto americani ad essersene resi conto, da Walt allo stesso Mearsheimer. Non è un’opinione isolata e viene diffusa negli atenei americani da decenni.

Quindi non si tratta, quando si parla di Trump, di sognare un “presidente antiamericano”, come titolava un editoriale per quel che mi concerne veramente miope de Linkiesta qualche giorno fa, ma di capire che nella storia e nella politica le situazioni sono mutevoli e può capitare di trovarsi in una fase di convergenza, che l’intelligenza imporrebbe di sfruttare. La miopia dell’analisi si concreta in questo passaggio, a mio avviso totalmente privo di spirito analitico, in cui si parla dei sogni irrealizzabili di “destra e sinistra§”:

In entrambi i casi si tratta di giudizi convergenti attorno all’idea che l’America, per emendarsi e per guarire il mondo dalla malattia che rappresenta, debba diventare meno americana, cioè meno liberale, meno espansionistica con il suo soft power culturale e hard power militare, meno rappresentativa di un immaginario di valori, desideri, stili e consumi globalizzati e quindi standardizzati e omologanti. Insomma chi pensa che tutto ciò che non andava, non va e non andrà nel mondo rimandi in qualche modo alla Washington pre-trumpiana, ha aspettato dalle elezioni americane una sorta di ricompensa della propria tenacia, una tardiva soddisfazione del proprio antico pregiudizio.

Chi sta dietro Trump ha capito benissimo che gli USA non possono sopravvivere in questo modo nel mondo multipolare e che una prosecuzione dell’espansionismo in questa fase storica è, semplicemente, insostenibile: non lo dico io, lo dicono i fatti, che non hanno portato nessun vantaggio significativo agli USA, quanto meno nei termini che la vecchia élite sognava.

Chi non sta dietro Trump, ovvero proprio la vecchia élite neoconsevatrice che domina gli USA da almeno 50 anni, non ha mai compreso questa evidenza, non la vuole riconoscere manco sotto tortura ed è completamente folle. Tanto è che voleva muovere guerra in Iran, in Siria, in Venezuela e pure in Corea del Nord.
Non è questione di essere pacifisti o guerrafondai, ma realisti.

Trump antiamericano? Ma per carità

Quanto accadrà o meno nei prossimi mesi ci darà una misura di quanto sia forte il sostegno della élite di opposizione ai neocon. Ovvero quella che, al momento, dobbiamo sostenere.

In primavera mi ero illuso potesse essere divenuta addirittura dominante, e ammetto di essermi lasciato decisamente andare. Adesso non lo so. Di sicuro non è un sostegno di poco conto, altrimenti Trump non avrebbe resistito a due impeachment (perché, di fatto, sono due) e non ci sarebbe una visibilità tutto sommato decente delle prove dei brogli, nonostante la semi-totale opposizione dei media.

Senza troppi giri di parole o idealismi – in questo frangente – totalmente inutili.

Chi pensa che le tendenze isolazioniste di Trump siano filosoficamente “antiamericane” comunque, è anzitutto un ignorante, visto che quanto meno dovrebbe leggere gli studi di professori americani i quali – ripeto, da decenni – contestano i vantaggi dell’espansionismo.

Ma c’è sempre la seconda possibilità, ovvero la malafede, mai da escludere – purtroppo – quando si tratta di cultura.

DA

https://oltrelalinea.news/2020/11/15/trump-antiamerciano/

Elezioni Usa, Trump ora può contare su tre novità importanti

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La Pennsylvania è ancora in bilico: Trump è convinto che le elezioni non siano finite. Intanto dagli States arrivano altre due notizie rilevanti

Donald Trump è convinto di poter dire ancora la sua: lo spoglio delle schede è ancora in corso e tra ricorsi e controricorsi è possibile che qualcosa, da qui alla prossima settimana, possa cambiare.

Difficile che il risultato venga ribaltato, ma il tycoon continua ad ostentare ottimismo a mezzo social, sostenendo che alla fine vincerà la sua battaglia, ossia le elezioni presidenziali. La novità principale riguarda il possibile rimescolamento dei risultati negli Stati chiave: secondo quanto riportato pure da Dagospia, il sito Real Clear Politics, che non è vicino a Donald Trump, avrebbe evitato di assegnare la Pennsylvania a Joe Biden. Quel risultato era stato invece utilizzato dalla Cnn per “chiamare” – così si dice in gergo – la vittoria del candidato degli asinelli.

Per quel che riguarda questo Stato, che è governato da un Democratico, Trump segnala soprattuto come agli osservatori repubblicani non sia stato consentito di assistere allo spoglio. C’è un atto giuridico che riguarda questo tema che ha iniziato il suo iter. Al fine di raggiungere 270 grandi elettori – così come previsto dal sistema elettorale americano – è necessario per Joe Biden strappare la maggioranza dei voti in quello Stato. Altrimenti gli servirebbero altri incastri, che non possono essere dati per scontati in partenza, considerando che in Nevada ed Arizona gli scrutatori stanno ancora lavorando. E Trump, nei suoi interventi social, ha annunciato che qualcosa dovrebbe cambiare all’inizio della prossima settimana.

I riconteggi, per legge, dovrebbero invece avvenire in Michigan, in Wisconsin ed in Georgia, dove il distacco tra i due contendenti è davvero risicato. Il presidente degli Stati Uniti in carica, al netto di quanto scritto da molti commentatori italiani in questi giorni, non sembra affatto persuaso della vittoria del rivale. Melania ed Ivanka Trump, nel frattempo, hanno preso la medesima posizione: bisogna contare i voti legali, hanno fatto sapere entrambe. Anche il Gop, con il vicepresidente Mike Pence in testa, è convinto dello stesso principio. E i leader della maggioranza in Senato e della minoranza al Congresso non si sono affatto discostati dalla linea trumpiana. Chi la pensa diversamente è Mitt Romney, che ha sostanzialmente chiesto a Trump di riconoscere la vittoria di Biden. Una considerazione condivisa anche da George W.Bush. Ma questi due esponenti fanno parte della vecchia gestione del Partito Repubblicano.

Intanto The Donald ha lanciato anche un Super Pac destinato a raccogliere fondi per le sue future attività politiche. Il 2024 non è poi così lontano, e Trump avrebbe persino manifestato l’intenzione di candidarsi alle presidenziali che si terrano tra quattro anni. Al momento, però, Trump sembra ancora convinto di poter trionfare in questo appuntamento elettorale, sul quale non è ancora arrivata ufficialmente la parola “fine”. Tra accuse di brogli e presunti errori dei software, il tycoon conta di presentare un numero di questioni sufficientemente corposo, per poter magari giungere dinanzi al giudizio della Corte Suprema. Ma la strada per questo obiettivo non è proprio semplice. A ben vedere, la strategia di Trump potrebbe anche essere legata alle tempistiche: più tempo passa, più il Gop potrebbe avere difficoltà a sganciarsi, in caso, dalla sua figura.

Joe Biden ed il suo team intanto stanno valutando a loro volta se presentare azioni nei confronti di Trump. Il presidente eletto è già attivo nel campo della pandemia, per cui ha sostanzialmente già disposto la sua task force, ma non può dirsi in carica. Per l’ufficializzazione e l’insediamento, se tutto dovesse andare come previsto, bisognerà aspettare il prossimo 20 gennaio. Ma Trump pare avere intenzione di complicare non poco le cose per Biden. Proprio in queste ore, l’ex vicepresidente di Barack Obama starebbe valutando addirittura una serie di azioni da presentare nei confronti della amministrazione guidata da Trump.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/mondo/elezioni-usa-trump-ora-pu-contare-su-tre-novit-importanti-1902479.html

Elezioni Usa: i sondaggisti fanno la fine dei virologi

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Solo la faccia di Mentana valeva il prezzo del biglietto: pareva invecchiato di 600 anni, lui addirittura voleva Bernie Sanders, è un ragazzo che notoriamente ha sempre frequentato ambienti della sinistra proletaria e sul suo sito di informazioni è riuscito a scrivere che il Covid avanzava negli stati che votano Trump.

Con lui una pletora di analisti poco isti, gente che garantiva Sleepy Joe Biden al mille percento e adesso, come l’Oliver Hardy della divulgazione esotica, Alan Friedman, americano che l’America l’ha trovata solo qua, si arrampicano sui vetri con le dita ingrassate: “Ma… allora… possiamo dire che i sondaggi avevano sbagliato tutto?”. “Guooda in che guaio guaione ti sei cacciooto”, verrebbe da rispondergli.

Come 4 anni fa

Possiamo dire anche altre cose, ma risparmiamoci, non è elegante infierire sulla mediocrità consacrata. Come quattro anni fa, peggio di quattro anni fa. Chi ipotizzava Donaldone coperto di compatimento, disprezzo, irriso, ah, poveri scemi, ma non capite che siete fatti, che Biden ha già vinto senza elezioni, fosse stato per loro le elezioni si potevano anche eliminare, un fastidio, una perdita di tempo, il senso della storia aveva parlato. Vada come vada, ma è certo che, come ha scritto Marco Gervasoni, Trump ha già vinto: nella misura in cui i sondaggiari hanno perso. Ma che cosa è questa epoca che ha inventato strumenti perfetti, spaventosi, per anticipare il futuro ma che non aiutano nel presente, risultano fuorvianti come navigatori che invece del percorso più breve ti fanno finire in un fosso, in un baratro?

Non me azzeccano una

Sondaggisti, virologi: non ne azzeccano una e il cerchio si chiude mirabilmente quando le due categorie, o sette, o cosche, si fondono: grossi scienziati che imputano l’epidemia non alla Cina ma all’America, a Trump, discettano di faccende che non maneggiano, si coprono di ridicolo ma insistono. Sondaggisti, virologi, oroscopisti, aruspici. Non più attendibili di quelli che interrogavano le viscere, che gettavano i sassolini e poi decidevano le guerre. Macchine onnipotenti in mano a uomini mediocri: sì, l’ennesima disfatta di chi pretende di spiegare l’avvenire, piegandolo al proprio tornaconto, dischiude chiavi di lettura allarmanti, inquietanti.

Del Covid non si sa ancora niente, quel poco che è certo viene rimosso, viene stravolto: un virus cinese, creato in laboratori cinesi, che ha finito per dissestare l’Occidente e per rilanciare l’economia della dittatura cinese, la pandemia, non si è ancora capito quanto reale e quanto esasperata, che nel suo momento drammatico, con la chiusura degli stati nazione ormai diluiti nell’Europa inutile e complice, sembra scatenare attentati, stragi a macchia di leopardo a poche ore dalla verifica sul presidente americano: quanto è casuale, quanto è collegato da invisibili fili? E perché niente e nessuno riesce ad avanzare una previsione attendibile, ragionevole sul domani di un mondo contorto?

Governa la palude

Perché, di là dai complottismi e dalle dietrologie, il mondo non è retto da un Gran Vecchio onnipotente ma da una palude di potentati, di forze che convergono e si combattono, il gran casino della terra non lo domi e non lo domini, alla fine va dove vuole, il senso della storia è insondabile, la sua potenza matta e lunatica, capita sempre l’imprevisto, il cigno nero, il fremito del caos che rimette tutto in discussione.

Ma anche perché gli scienziati, siano sociali o medici, addetti ai numeri o ai microbi, sembrano piegati alle logiche della politica, del potere facile che li innalza sopra le masse degli uguali. Se c’è una cosa che il dannatissimo Covid ha dimostrato, è la pochezza degli addetti ai lavori, gente regolarmente coinvolta con la politica o che con tutta evidenza smania per farsene coinvolgere; così i sondaggisti, che sembrano sempre più usare i numeri non per capire ma per non far capire, in ragion di militanza, di tornaconto, il mondo, il futuro non per quello che è ma per come si vorrebbe che fosse.

Una mediocrità che non è più solo dell’Italia che non ha mai avuto una tradizione di grande amministrazione, per cui la burocrazia più è alta e più lavora poco e male ed è scelta non su basi meritocratiche ma partitiche: la degenerazione si è fatta globale, pandemica, scienziati di tutte le risme che agiscono su mandato di questo e quel centro di potere, pensando alla carriera. Da cui i ritardi, le défaillance colossali, i decreti presidenziali a raffica che non decidono niente, le task force sterili, i comitati tecnico scientifici deliranti, le mancanze di protocolli, di strategie, di decisioni che inghiottono le settimane e i mesi. Un processo che l’appartenenza all’Unione Europea che non c’è sembra avere conclamato, cronicizzato: ormai non si decide più niente, su nessun aspetto, perché “ci deve pensare l’Europa, ci penserà l’Europa”.

Ma l’Europa non ci pensa. Siano migrazioni bibliche di clandestini, profilassi contro le pandemie, sicurezza contro i terrorismi. Un ragazzino di vent’anni può decapitarne tre in una chiesa, farne fuori altri in un locale e, immancabile, il resoconto postumo: la polizia sapeva chi era, lo conosceva per elemento pericoloso, ma lo ha mandato libero, lo ha lasciato in condizione di sterminare, per ragioni misteriose che forse così misteriose non sono. L’Europa delle cattedrali essendo diventata quella dei gessetti, delle cantilene, impone a modo suo una agenda del non fare, del subire che infetta tutte le nazioni. Quello della strage di Vienna era un poco più che adolescente dedito allo spaccio di droga e alla militanza lgbt, un influencer del gender, ma il Saviano di turno non vede e insiste con ottusità catafratta: colpa della mancata integrazione, della povertà, delle periferie, e va già bene che non ci ha messo il riscaldamento globale, il solito armamentario delirante che ribalta i termini di ogni questione.

Qui resta da trattare un ultimo aspetto, forse ancora più preoccupante: quello dell’informazione che non informa, non vede o, anch’essa, vede quel che non c’è, che vorrebbe che ci fosse e perde di vista quello che effettivamente c’è. Come mai ogni pandemia, crisi sistemica, tracollo finanziario, insorgenza terroristica vengono spiegate sempre il giorno dopo e mai quello prima? Come mai non si fanno più inchieste sui grandi patrimoni, sulle colossali multinazionali, sui percorsi micidiali dello stragismo? Come mai dei laboratori cinesi, esattamente come per i giovani macellai islamisti, si viene a sapere tutto o almeno abbastanza, le loro falle, le loro mancanze di sicurezza, i loro esperimenti da Stranamore virali, quando il virus è sfuggito e incontrollabile?

Perché l’informazione è nelle mani della politica e della pubblicità e la pubblicità decide: soffoca e dilata, impone agende pazzesche, un paese europeo, occidentale, che si appresta al lockdown pandemico può essere sconvolto da 7 attentati contemporanei ma l’attenzione dura un attimo, torna a focalizzarsi sulle escandescenze di una disperata che gira con un vibratore tra le natiche e uno in fama di giornalista glielo aziona “da remoto”.

Stando così le cose, non è tanto un candidato americano ad avere vinto ma il mondo che ha perso. Perché si è perso. Con tutti i suoi strumenti di controllo, di spionaggio, di analisi, di profilazioni, di raccolta dati in tempo reale, di riconoscimenti facciali, di telecamere onnipresenti, di lettura del pensiero, di social che squadernano tutto ad uso dei regimi, di trasmissioni telematiche, di 5 o 50 G, di vita remota, non è in grado di prevedere niente, di capire niente. Perché non può e perché non vuole.

Max Del Papa, 4 novembre 2020

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Elezioni Usa: i sondaggisti fanno la fine dei virologi

E negli Usa c’è aria di guerra civile

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Mai come in questa battaglia elettorale per la Casa Bianca è stato agitato da entrambe le parti lo spettro della Guerra Civile americana. Due mondi si sono contrapposti, anche nella società e nella vita privata, come mai era successo. Nessuna elezione presidenziale, nemmeno quella di Richard Nixon, insanguinata dall’assassinio di Bob Kennedy, aveva richiamato alla memoria collettiva la spaccatura più drammatica nella storia degli Stati Uniti, tra unionisti e confederali. Quella che divise nord e sud e restò come una ferita sanguinante anche negli anni a seguire.

A 150 dalla sua morte, avvenuta nell’autunno del 1870, un libro ricorda l’eroe principale dalla parte dei vinti, il leggendario generale Lee.

Il libro è scritto da una sua discendente, seppur acquisita, Blanche Lee Childe, ed è stato tradotto e ampiamente introdotto da Gaetano Marabello (Il generale Lee, L’Arco e la Corte, Bari, pp.141, 17 euro) che paragona Lee a Leonida, re di Sparta ed eroe delle Termopili. È la storia vista dalla parte dei perdenti, a cui arride “il bianco sole dei vinti”, per dirla con Dominique Venner.

Robert Edward Lee, nativo della Virginia come il fondatore dell’indipendenza americana, George Washington, guidò l’esercito confederale del sud in una serie di epiche battaglie fino alla capitolazione finale, con l’onore delle armi da parte del generale Grant. E a guerra finita non espresse rancore verso i vincitori, fu “esempio di moderazione e carità cristiana” scrive l’autrice e “incoraggiò i suoi compatrioti a sopportare virilmente la sorte”. L’esercito del sud era più povero, meno equipaggiato, in forte inferiorità numerica.

Una grossolana semplificazione manichea vede i nordisti come i combattenti nel nome del progresso, della modernità, della democrazia e i sudisti come i razzisti, reazionari, schiavisti terrieri. Per l’immaginario collettivo solo un film di successo come Via col vento, riuscì a perforare quel rigido schematismo, antefatto del politically correct, dimostrando l’umanità di quel mondo del sud, il rispetto delle tradizioni, l’intima consonanza di vita e di destino che accomunava bianchi e neri, padroni e servi, nel profondo sud confederale. Lo schiavismo era un lascito anacronistico e inaccettabile. Ma il nord degli yankee aveva colpe, chiusure, intolleranze non certo minori del sud (a parte il genocidio dei nativi americani, più cruento a nord, che perdurò anche dopo la guerra di secessione).

Il quadro era molto più complesso, la società del sud aveva un suo equilibrio e la piaga della schiavitù sarebbe stata assorbita e superata con gli anni, si sarebbe raggiunto un accordo, sostiene l’autrice, senza arrivare alla guerra civile. Ma la matrice vera del conflitto non era lo schiavismo bensì la divergenza tra federalismo e centralismo; e sul fondo la divergenza profonda tra una società fondata sulla terra, la famiglia e i legami di sangue e una più individualista imperniata sul rampante capitalismo, anche finanziario, in cui le forme arcaiche di schiavitù cedevano il passo a forme di sfruttamento più moderne, meno brutali ma più alienanti. Fu un conflitto tra la borsa e la vita: “Per il gentiluomo dei climi caldi nulla valeva quanto una spensierata esistenza all’aria aperta… anche i meridionali più poveri preferivano una vita relativamente “oziosa” a quella del banchiere e del businessman rinserrati in quattro mura a far la guerra ai concorrenti”. Nell’immagine un po’ oleografica di quel mondo e di quella contrapposizione c’è però un nucleo di verità.

Sullo sfondo c’è una duplice epopea: quella dei vinti, i vinti di tutti i tempi, e quella del sud, di tutti i sud del mondo. Ma c’è un nesso vivente tra i sud dei due mondi, quello statunitense e quello nostrano. È un nesso di cui questo libro non parla, è noto solo a ristretti ambienti di nostalgici borbonici. È la storia di quei soldati borbonici che dopo aver perso la loro guerra in Italia contro i piemontesi, andarono a combattere con i confederali contro i nordisti, a fianco del generale Lee, e un italiano fu sepolto accanto a lui a Lexington (si trattava di un ligure dal cognome speciale, Giovan Battista Garibaldi). I soldati borbonici, circa 1800, partirono da Napoli con il consenso di Garibaldi che si voleva disfare di sbandati e prigionieri, e dettero vita al Battaglione Dragoni di Borbone. Nella battaglia di Appomatox dei Mille del generale Lee si salvarono solo in 18, tra cui il siciliano Salvatore Ferri. Fu un eroe dei due mondi a rovescio, partì dal sud d’Italia dove militava nel regio esercito borbonico per andare a combattere per un altro sud in Louisiana. Veniva da Licata e partecipò con i suoi “conterronei” alla vittoriosa battaglia di Winchester in Virginia, col mitico generale Jackson. Poi la confederazione sudista cedette all’unione nordista. E come lui tanti altri, i fratelli Russo per esempio, tanti altri militari borbonici.

Ah, se ci fosse un Via col vento terrone che raccontasse l’epica eroica e romantica di quei militi borbonici che sconfitti in Italia, per non subire la deportazione nei lager di Fenestrelle e altre umiliazioni, s’imbarcarono sulla nave Elisabeth o su altre navi, sbarcarono a New Orleans e si arruolarono nell’esercito sudista come VI reggimento; italian guards, combattendo valorosamente. Militi ignoti, eroi sconosciuti, scrivevo in Ritorno a sud, di quella duplice epopea sepolta due volte, negli States e nell’Italia sabauda. Furono tra i primi emigrati partiti dal sud a unità d’Italia appena realizzata che andarono a difendere un altro sud. Non cercarono fortuna ma onore. Passarono da una causa perdente a un’altra. Ma ai vincitori si addice il sorriso della storia, ai vinti la carezza degli dei. Sapremo chi dei due tra Trump e Biden sarà il generale Grant. Più difficile sarà ritrovare nel vinto qualcosa del generale Lee.

MV, La Verità 4 novembre 2020

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E negli Usa c’è aria di guerra civile