Liste di putiniani e veri problemi

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QUINTA COLONNA

di Fulvio Scaglione

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.

Dietro la lavagna

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FUORI DAL CORO

di Toni Capuozzo

Ieri sera, nel collegamento con Quarta Repubblica, avevo alle spalle una vecchia lavagna, perché stavo in un’aula scolastica. Guardandola, mi tornava alla mente quella della mia classe elementare, e le volte che finivo per punizione nello stretto spazio tra il muro e la lavagna, cancellato al resto della classe. Castighi che non mi hanno indebolito, anzi. Ci finisco quasi sempre, ancora oggi e di nuovo ieri sera, dietro a una lavagna. Come da bambino, non funziona: avrei bisogno di essere convinto, non aggredito. E avrei bisogno di quella lealtà, perfino nella punizione, che alla maestra mancava.

1) Capezzone – fortuna che mi stima, figurarsi se fosse il contrario – mi accusa di aver parlato di “messinscena” sui massacri di Bucha. Sa che non è vero. Io ho posto domande e sollevato perplessità sui morti ripresi per strada, non sulle 300 e più vittime ritrovate nelle fosse comuni. Sa che ho posto delle domande:  forse irriguardose, forse più scomode di quelle che lui pone alla viceministro ucraina. Come mai quei morti, che addirittura sarebbero rimasti sull’asfalto per tre settimane, non erano stati sepolti ? Come mai il Corriere della Sera non aveva rivolto questa domanda al becchino di Bucha ? Come mai nessuno ci aveva detto dell’operazione di bonifica della squadra speciale ucraina chiamata Safari ? Come mai accanto ai poveri corpi mai sangue, né bossoli ? Come mai alcuni corpi avevano accanto razioni alimentari russe, e qualche volta dei bracciali bianchi ?  A queste e molte altre domande non è mai stata data risposta.

2) Matteo Renzi, con più gentilezza di Capezzone, mi attribuisce “neutralità”. Non l’ho mai detto. Ho detto che mi sarebbe piaciuto che  l’Italia si ricavasse un ruolo di mediatore, pur ovviamente condannando l’invasione, ma lasciando che a dare le armi fossero altri, come fanno senza lesinare americani e inglesi. Armi e mediazioni insieme,  è difficile.

3) La viceministra ucraina non ha risposto alle due domande due che le avevo posto, sulla legge di confisca beni e sul monito ai giornalisti che intendessero raccontare l’altra faccia della medaglia.
Detto questo, sto meglio dietro la lavagna che sui banchi di un’informazione che ha impiegato giorni a chiamare “resa” quella dell’Azovstal, perché “evacuazione” suonava meglio agli occhi della propaganda.  Per essere convinto senza insulti, slealtà, castighi, avrei bisogno di risposta ad altre domande, sulla corsa agli armamenti, sulla giustizia di guerra di entrambe le parti, sulle pachidermiche lentezze dell’Unione europea e sulla sveltezza della Nato.

Per essere chiaro amo l’Occidente, e ho sofferto la sconfitta afghana, pagata dalle donne. Ma non riesco a vedere dove ci porta questa nuova avventura, dopo quel disastro e i disastri libici e iracheni, somali e balcanici. Salvata l’Ucraina dalla resa (grazie agli ucraini e alle armi e alla intelligence americane), libera Kiev e libero Zelenskj e i suoi, non sarebbe ora di negoziare? O pensate sia troppo presto, che  Putin non sia abbastanza umiliato e punito ?  Il libro dei sogni prevede che Putin si ravveda, ritiri le truppe alla casella di partenza e l’Ucraina possa liberamente dedicarsi alla guerra civile del Donbass, iniziata nel 2014. Siccome non succede,  quanta guerra ancora ?  Avanti Crimea,  direbbero Capezzone e la viceministra, imbarazzata  dalle feroci domande dell’onorevole.

Massoneria ebraica e guerra in Ucraina. Come l’ebraismo massonico ha alimentato il conflitto. Tutta la verità

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di Javier André Ziosi

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto

Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia, che rivela le reali posizioni dell’ebraismo massonico e militante nei confronti del conflitto ucraino:

La loggia B’nai B’rith denuncia l’invasione ingiustificata illegale dell’Ucraina da parte delle forze della Federazione Russa. È chiaro che questo attacco è una grave violazione del diritto internazionale e una violazione fondamentale della pace e della sicurezza in Europa. È altrettanto chiaro che le vite e le libertà di molti ucraini innocenti sono ora a rischio, comprese quelle di molti membri B’nai B’rith nel paese. La loggia B’nai B’rith chiede ai leader occidentali di fornire un vasto sostegno al popolo ucraino e di intraprendere tutte le azioni necessarie per contribuire a ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale del paese. Senza tali azioni, la libertà di molte nazioni sarà in pericolo dal comportamento degli stati aggressivi [come la Russia].

Anche il governo d’Israele – molto critico nei confronti della Russia di Putin e dell’imperialismo slavo – ha espresso il proprio sostegno al popolo ucraino, condannando fermamente l’invasione. «L’attacco russo all’Ucraina è una grave violazione dell’ordine internazionale», ha dichiarato Yair Lapid, Ministro della Difesa israeliano. «Israele condanna l’attacco ed è pronto a fornire assistenza umanitaria ai cittadini ucraini».

Così, anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa. «Come tutti gli altri, preghiamo per la pace e la calma in Ucraina», ha asserito. «Questi sono momenti difficili tragici, e i nostri cuori sono con i civili, che non per colpa loro sono stati catapultati in questa situazione».

Pertanto, è doveroso domandarsi: che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto?

Maidan: progetto sionista?

Per rispondere a tali domande è necessario ritornare a novembre 2013, anno in cui il presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych – stretto collaboratore di Putin – decise di sospendere l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea, provocando forti proteste popolari, che, «appoggiate dal governo americano di Barack Obama e dalle logge massoniche progressiste occidentali», presero il nome di Euromaidan.

Fra le logge occidentali più influenti che hanno supportato finanziariamente e moralmente le proteste, contribuendo – nel febbraio 2014 – allo sviluppo di un vero e proprio colpo di Stato (al quale aderì anche l’ebreo ungherese George Soros), vi è la potentissima B’nai B’rith, loggia pre-sionista «d’ispirazione totalmente massonica, ma con una specificità giudaica», strettamente legata a Israele, ma con sede negli Stati Uniti.

Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: «L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

Guerra in Donbass

Ma non tutti i cittadini ucraini hanno accettato in silenzio la rimozione del presidente Yanukovych e l’instaurazione di un governo europeista e filo-sionista. Difatti, mentre la Crimea, dopo un controverso referendum vinto con oltre il 90% dei voti, viene annessa alla Federazione russa, in Donbass (sud-est dell’Ucraina) esplode un’intensa guerra civile, dalla quale emergono due nuove repubbliche indipendenti anti-sioniste, la Repubblica di Doneck e la Repubblica di Lugansk, i cui leader accusano subito «del conflitto in corso i massoni americani ed europei», dichiarandosi ideologicamente vicini alla Russia di Putin.

«Nessuno è responsabile del fatto che le nostre banche, i negozi, l’aeroporto [di Doneck] siano chiusi, ad eccezione dei fascisti ucraini e dei liberi muratori degli Stati Uniti e dell’Europa», dichiarò Vladimir Antiufeyev, all’epoca vice Primo Ministro della Repubblica di Doneck. «Non siamo consapevoli dell’influenza che esercitano le logge massoniche in Occidente?!».

Volontari ebrei

Per contro, gli attivisti del B’nai B’rith, col supporto dalle logge progressiste e dei gruppi ebraico-sionisti americani, si sono attivati per mobilitare, in ottica anti-russa, gran parte degli ebrei ucraini, la cui comunità costituisce la terza più grande comunità ebraica in Europa e la quinta più grande al mondo. Fin dal 2014, numerosi ebrei vengono così arruolati come volontari, finendo inquadrati persino in reparti dichiaratamente nazionalsocialisti, come il famigerato battaglione Azov (equipaggiato con armi israeliane), il cui fondatore – Andry Bilecky – ha incredibilmente ammesso di essere «un convinto sostenitore di Israele», in quanto «il suo modello di società e di difesa è molto vicino al modello ideale per l’Ucraina». «Diversi ebrei hanno combattuto con noi», ha infine confessato. «Le opinioni personali non contano, conta difendere il Paese».

A conferma di ciò, Josef Zissels, co-presidente dell’Associazione delle organizzazione e delle comunità ebraiche in Ucraina, ha dichiarato che, dopo il golpe del 2014, «l’atteggiamento verso gli ebrei [in Ucraina] è drasticamente migliorato, poiché essi erano attivi durante [le proteste di] Maidan e si sono arruolati per combattere al fronte. Gli ebrei hanno dimostrato che si identificano con lo Stato ucraino, con il suo futuro e le sue sfide, e che sono pronti ad assumersi la loro parte di responsabilità».

Nuova Gerusalemme

Nel 2015, la maggior parte del debito sovrano dell’Ucraina viene acquisito dal fondo di investimento statunitense Franklin Templeton, che è di proprietà della famiglia Rothschild. Ma è nell’aprile 2016 che vi è la svolta. Appoggiato dalla B’nai B’rith e dall’ebraismo militante internazionale, il sionista ebreo Volodymyr Grojsman – presidente dal 2014 della Verchovna Rada – diviene Primo Ministro, succedendo ad Arsenij Jacenjuk. Il suo obiettivo, fin da subito, è quello di eseguire – affianco al compare Porošenko – gli ordini più rivoluzionari e ambiziosi della loggia B’nai B’rith, ossia ebraicizzare l’Ucraina, per farla diventare – come auspicava un tempo l’ebraismo “chassidico” dei Chabad Lubavitch – una sorta di nuova Israele.

È il giornale Kremenchug che, per la prima volta, in un articolo del 2017 scritto dal generale ucraino Grigory Omelchenko, svela al mondo il progetto occulto della B’nai B’rith. Secondo Omelchenko, il governo Grojsman-Porošenko avrebbe infatti «sviluppato un piano», per creare una «”nuova Gerusalemme“» in Ucraina, coinvolgendo le città di OdessaZaporizhzhyaDnipropetrovskMykolaïv e Cherson. Questa «nuova repubblica», con «capitale culturale» Odessa, avrebbe dovuto rappresentare, in antitesi alle prerogative di russificazione di Putin, una «”Gerusalemme ucraina“», nella quale reinsediare – secondo le direttive del piano – «circa 5 milioni di ebrei» provenienti da Israele o da altri paesi.

Stando alle parole del generale, furono persino formati i quadri politici (precisamente «dodici leader») di questa nuova repubblica, promettendo ad ogni abitante «una pensione di 500 euro mensili, indipendentemente dall’esperienza lavorativa». Ma, alla fine, a causa del proseguimento del conflitto in Donbass e della forte instabilità del paese, si decise di accantonare il progetto e attendere tempi più favorevoli.

Arriva Zelens’kyj

Dopo tre visite ufficiali del presidente Porošenko a Gerusalemme e la conclusione di vari accordi bilaterali con lo Stato di Israele, nel maggio del 2019 vince le elezione ucraine, con il 73% dei voti, il sionista e uomo della B’nai B’rith Volodymyr Zelens’kyj, divenendo il primo presidente ebreo nella storia dell’Ucraina.

Egli, affascinato dal vecchio progetto della “Gerusalemme ucraina” ideato da Grojsman e Porošenko, rafforza fin da subito i legami fra Ucraina e Israele, arrivando a firmare – nell’agosto del 2019 – un accordo con Netanyahu finalizzato a «promuovere lo studio della lingua ebraica nelle istituzioni educative in Ucraina». In sostanza, si comincia a insegnare l’ebraico nelle scuole. In tutte le scuole.

Ma v’è di più. Una ricerca condotta in quel periodo dal Pew Research Center di Washington, ha concluso che, fra le varie nazioni europee esaminate durante la ricerca, l’Ucraina è «la nazione più amichevole verso gli ebrei». Il generale Omelchenko, che è stato anche deputato della Verkhovna Rada, ha addirittura concluso che «l’Ucraina è il premio principale per il sionismo internazionale» e che essa «si sta trasformando in un “piccolo Israele”».

Biden e la guerra

Tuttavia, fino al 2020 l’Ucraina gode di una relativa pace, con l’insorgere di sporadici episodi di micro-conflitto fra i separatisti del Donbass e le forze nazionali ucraine, nelle quali continuano a combattere numerosi ebrei. Ma, nel gennaio 2021, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden (agente occulto della B’nai B’rith e «uomo di Israele a Washington»), le direttive cambiano radicalmente.

È Biden, infatti, su ordine della massoneria occidentale (tra cui la B’nai B’rith), ad emanare nuove disposizioni al governo e all’esercito ucraino, «in modo da far innervosire Putin e sperare in un suo attacco improvviso contro l’Ucraina, al fine di fare apparire la Federazione Russa, nell’ambito dell’opinione pubblica internazionale, la nazione che ha dato vita al conflitto». L’obiettivo principale della loggia B’nai B’rith, non a caso, è quello di riportare la Crimea e i territori del Donbass all’Ucraina, indebolendo così la Russia e facendo entrare l’Ucraina nella NATO.

«Siamo davanti ad atti provocatori lungo la linea di contatto», ha dichiarato ad aprile 2021 Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino. «Sono le forze armate dell’Ucraina che hanno intrapreso un percorso verso l’escalation di questi atti provocatori, e stanno continuando questa politica. Queste provocazioni tendono a intensificarsi. Tutto questo sta creando una potenziale minaccia per la ripresa di una guerra civile in Ucraina».

Nello stesso mese, anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che la situazione in Donbass peggiora di giorno in giorno a causa delle «intenzioni bellicose di Kiev».

«Truppe ed equipaggiamenti militari vengono dispiegati nella regione e i piani di mobilitazione vengono aggiornati», ha concluso Zakharova. «I media ucraini stanno fomentando l’isteria basata sul mito della minaccia russa».

Obiettivo raggiunto

In risposta alle provocazioni ucraino-americane, il 24 febbraio 2022 Vladimir Putin dichiara guerra all’Ucraina, mirando alla capitale Kiev, dove risiede il presidente Volodymyr Zelens’kyj. «Ho preso la decisione di un’operazione militare», ha enunciato il presidente della Federazione russa. «Un ulteriore allargamento della NATO ad est è inaccettabile».

Dunque, l’obiettivo della loggia B’nai B’rith è stato raggiunto: l’Ucraina è in guerra con la Russia. Così, per una seconda volta, gli uomini della B’nai B’rith – capitanati dal presidente della sezione ucraina, il “fratello” Vadim Kolotushkin – chiamano a raccolta l’intera galassia ebraica, che, in Ucraina, è rappresentata da oltre centossessanta comunità, tra cui «duecento famiglie di emissari Chabad Lubavitch», molte delle quali residenti a Kiev.

«Gli ebrei d’Ucraina combatteranno a fianco dei loro vicini contro l’invasione russa», ha dichiarato Meir Stambler, rabbino capo di Kiev vicino alla B’nai B’rith. «È vero, questo Paese è intriso del nostro sangue e la nostra storia, qui, è complessa e dolorosa. Ma gli ultimi anni sono stati buoni, abbiamo un’ottima relazione con i nostri concittadini e condividiamo le sofferenze di questa assurda invasione: fianco a fianco».

A conferma di ciò, l’ebreo italiano Paolo Salom, sul Corriere, ha rammentato che tantissimi ebrei «ora sono in prima linea a difendere quello che considerano il proprio paese [ossia l’Ucraina]. Dunque, ha senso parlare di «denazificazione»?».

«Non credete alla propaganda», ha fatto eco un artista di Kiev. «Giusto per vostra informazione, nel nostro parlamento non c’è un solo deputato nazista, mentre abbiamo eletto un presidente ebreo [Volodymyr Zelens’kyj]».

Appello ebraico

Tuttavia, oltre a supportare lo sforzo bellico delle forze armate ucraine, la B’nai B’rith ha lanciato una campagna di supporto a favore degli ebrei residenti in Ucraina, i quali sarebbero vittima del «nazionalismo antisemita» di Vladimir Putin. Tale campagna, analoga alla campagna di supporto che avviò la B’nai B’rith in epoca sovietica, ha preso il nome di “B’nai B’rith Disaster and Emergency Relief Fund” e opera per ricevere donazioni economiche da tutto il mondo.

«Questa è una crisi alla quale noi ebrei più fortunati non dobbiamo chiudere gli occhi e le orecchie», ha dichiarato Alan Miller, presidente della sezione britannica della B’nai B’rith. «Non possiamo ignorare la situazione. Dovremo aumentare considerevolmente gli aiuti… Tutti noi ci faremo avanti finanziariamente, per aiutare coloro che hanno un così grande bisogno».

De-ebraicizzazione?

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il paese è governato da un ebreo massone? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini. «I russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

Dunque, non sarebbe forse più giusto parlare di de-ebraicizzazione? In ogni modo, la giornalista ebrea Anne Applebaum, domandandosi: «Perchè l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin?», ha risposto: «È una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Fonte: https://www.ardire.org/2022/03/02/massoneria-ebraica-e-guerra-in-ucraina-come-lebraismo-massonico-ha-alimentato-il-conflitto-tutta-la-verita/

La roulette russa

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di Fabio Falchi

Fonte: Fabio Falchi

“Non accettiamo i ricatti dei russi” ha affermato  von der Leyen, che evidentemente, come la stragrande dei politici europei (Draghi incluso), non si è ancora resa conto che la Russia è in guerra non solo contro l’Ucraina ma contro la Nato che oltre a consegnare armi di ogni genere all’esercito ucraino che sta combattendo contro l’esercito russo, collabora con lo stato maggiore ucraino, dato che l’apparato militare di Kiev è ormai “integrato” nel sistema di comando, controllo e comunicazioni della Nato.
In gioco quindi per Mosca non c’è soltanto la sicurezza del Donbass ma quella della Russia stessa, tanto più che il ministro della Difesa americano ha dichiarato che lo scopo della Nato è mettere la Russia nelle condizioni di non potere più rappresentare una minaccia per qualsiasi Stato. In altri termini è quello di infliggere una sconfitta alla Russia tale che non possa più muovere guerra a nessun Paese. E questo sarebbe possibile, ovviamente, solo se la Russia non esistesse più o non fosse più uno Stato in grado difendere la propria indipendenza e sovranità.
La guerra, anche mediatica ed economica, che l’Occidente a guida angloamericana di fatto sta combattendo contro la Russia quindi ha scopi ben diversi dalla necessità di garantire l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina, e conferma invece la “percezione della realtà” che hanno i russi (si badi, non solo quella di Putin), vale a dire che la Russia adesso è impegnata in una lotta per la vita o per la morte. Perciò Putin, sapendo di contare sul sostegno del popolo russo, che non ha certo dimenticato la Seconda guerra mondiale, al riguardo è stato chiarassimo: la Russia è disposta ad andare fino in fondo, costi quel che costi.
Non è dunque Putin ad essere prigioniero della propria propaganda come sostengono i media occidentali, ma sono i politici e i media occidentali che rischiano di essere prigionieri della propria propaganda. Manca cioè in Occidente la percezione del pericolo reale che si sta correndo e non si può ritenere che limitarsi ad affermare che si devono muovere mari e monti per aiutare la resistenza ucraina sia una strategia politica razionale, sempre che non si pensi che l’Ucraina possa resistere “da qui all’eternità”.
L’Ucraina e gli angloamericani vogliono cioè “vincere” la guerra contro la Russia. Ma che significa “sconfiggere la Russia”? I successi tattici degli ucraini possono anche essere notevoli ma non possono cambiare i reali rapporti di forza sotto il profilo strategico. O si può forse davvero credere che l’esercito ucraino riconquisti l’intero Donbass e pure la Crimea, e che quindi i russi si arrendano agli ucraini e accettino di subire una sconfitta disastrosa?
La Nato può prolungare questa guerra, ma non all’infinito, e più passa il tempo e peggio diventa la situazione non solo per l’Ucraina ma per l’intera Europa. Trattare del resto, non significa affatto arrendersi. E le condizioni per trattare ci sono, senza che vi sia bisogno di sacrificare “sull’altare” del realismo geopolitico l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. Casomai, indipendentemente da quelle che possono essere le colpe della Russia, si tratta di non difendere il “narcisismo identitario” degli ucraini e di non condividere l’immagine fasulla della realtà diffusa dai media occidentali e dalla Nato ovvero dagli angloamericani che sembrano disposti a combattere contro la Russia fino all’ultimo ucraino e anche fino all’ultimo europeo.
Washington e Londra stanno cioè giocando alla roulette russa anche con le nostre vite, perché ciò che preme davvero agli angloamericani – che di fatto hanno il controllo del regime ucraino, dato che ormai quest’ultimo dipende militarmente ed economicamente dagli aiuti occidentali – è non certo cercare una soluzione diplomatica di questo conflitto, bensì cercare di “dissanguare” la Russia,  anche a costo di rischiare una guerra nucleare, perché, se non lo si fosse ancora capito, è questo il rischio che si sta correndo. D’altronde, anche la geopolitica ha le sue leggi e solo il realismo geopolitico può evitare che la sua meccanica sia irreversibile.

La Transnistria nei piani russi? Cos’è e perché tutti evocano il “gemello del Donbass”

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di Eugenio Palazzini

Roma, 23 apr – La terra di nessuno è balzata d’un tratto agli onori della cronaca. A dirla tutta non è la prima volta, ma era dai tempi di Educazione siberiana, primo best seller di Nicolai Lilin, che i giornali italiani non prestavano così tanta attenzione alla Transnistria. Ma cos’è e perché se ne parla molto adesso? Facciamo prima un breve passo indietro, di poche ore.

Gli obiettivi russi 

“L’obbiettivo della “seconda fase” dell’ “operazione speciale” dell’esercito russo è prendere il “pieno controllo del Donbass e dell’Ucraina meridionale, ciò permetterà di stabilire un corridoio terrestre verso la Crimea”. Così Rustam Minnekayev, vice comandante del Distretto Militare della Russia centrale, ha rivelato ieri i presunti obiettivi militari di Mosca. Per poi aggiungere: “Questo (controllo del Donbass, ndr) ci consentirà di stabilire un corridoio terrestre verso la Crimea e di avere influenza sulle strutture militari ucraine e sui porti del Mar Nero, che servono per le consegne di prodotti agricoli e metallurgici ad altri Paesi”. Nulla di sensazionale, perché il controllo del Mar Nero (o almeno di buona parte di esso) è fondamentale per il Cremlino, come fatto notare più volte su questo giornale e nel nostro apposito speciale sulla guerra. D’altronde se la Crimea garantisce alla Russia l’accesso ai mari temperati, essenziale per ogni “impero” che si rispetti, occupare la restante fascia costiera significherebbe per Mosca sigillare il Mar Nero a nord.

Cos’è la Transnistria e perché può essere strategica

Se osservate bene la carta geografica, la Transnistria sembra un piccolissimo pianeta speculare al Donbass. La prima è esattamente a nord-ovest del Mar Nero, il secondo a nord-est. E come una piattaforma strategica naturale, pressoché equidistante, al centro delle acque tiepide c’è la Crimea. Possibile dunque che il “gemello pacioso” del Donbass sia l’obiettivo ultimo di Putin? Difficile dirlo adesso con certezza, ma come già segnalato su queste pagine, qualche similitudine con la recente storia dell’Ucraina c’è.

La Transnistria, regione a est del fiume Dnestr, è internazionalmente riconosciuta come appartenente alla Moldavia ma indipendente de facto dal 1990. Magrissima striscia di terra costellata di simboli sovietici, dove il tempo sembra essersi fermato e il comunismo non è ancora un vecchio ricordo. Considerata terra di affari loschi, traffico di armi e contrabbando, nel 2014, quando Putin si prese la Crimea e iniziò la guerra nel Donbass, la Transnistria chiese di aderire alla Russia. Da allora nulla è cambiato, neppure l’umore di chi governa a Tiraspol – capitale surreale di una terra invisibile – distante meno di 100 chilometri da Odessa.

La strana mappa di Lukashenko

Secondo alcuni analisti, proprio dalla Transnistria, controllata da un numero consistente ma difficilmente quantificabile di soldati russi (qualche migliaia probabilmente) potrebbe partire un attacco russo verso Odessa. Una sorta di manovra a tenaglia, per chiudere la città portuale ucraina in una triplice morsa. Ma non è tutto, perché un altro dettaglio era spuntato fuori da una mappa mostrata a inizio marzo dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Durante una riunione del consiglio di sicurezza bielorusso, mandata in onda dalla tv pubblica e inserita sui canali ufficiali del governo di Minsk, Lukashenko sembrava infatti mostrare un attacco pianificato dall’Ucraina meridionale addirittura alla Moldavia. Nella cartina geografica veniva evidenziato un possibile blitz dal porto di Odessa, dove sarebbero sbarcate le truppe russe che poi si sarebbero dirette verso la Transinistria. Tutto improbabile? Può darsi, perché costi e tempi della guerra per Mosca si dilaterebbero. Eppure a questo punto nulla si può davvero escludere.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/cose-transnistria-russia-gemello-donbass-231325/

Realismo apocalittico

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SECONDO LA RUSSIA

di Aleksandr Dugin

Tre opzioni sono ora in discussione al vertice:

  1. DNR+LNR+Kherson (e a questo si aggiungono Zaporizhzhya, Kharkiv, Mykolayiv, Dnipropetrovsk, che devono ancora essere liberati con necessità) – per quanto riguarda Odessa, c’è esitazione;
  2. Novorossiya tutta (con Odessa) e lo status incerto dell’Ucraina centrale e Kiev (con la liquidazione provvisoria dei capi della giunta criminale)
  3. Controllo completo.

Naturalmente, molto dipenderà da come andrà la distruzione del calderone di Donetsk, ma vale la pena distogliere lo sguardo dalla pianificazione immediata e guardarla da una prospettiva più alta.

Il modo in cui l’Operazione Speciale Militare è iniziata e come si è svolta per i primi 2 mesi rende impossibile che il resto dell’Ucraina rimanga sotto il dominio dei nazisti e dei globalisti. Non c’è nessun massimalismo imperiale in questo, almeno per questa volta. Il massimalismo imperiale avrebbe potuto finire in Novorossia, e l’altra metà dell’ex Ucraina lasciata vivere come vuole, ma ora le cose sono andate troppo oltre. Un fattore importante è stato l’attacco diretto alla Chiesa ortodossa russa in Ucraina. Fermati alla prima (generalmente imperfetta) o alla seconda opzione e stiamo gettando una miriade di credenti ortodossi verso la morte, la tortura e forse il genocidio. Non resterà nulla di loro. Per tale ragione ora siamo pienamente responsabili dell’Ucraina occidentale.

Naturalmente, questa escalation ci viene imposta da Kiev e dall’Occidente che fa pressione. Zelensky è pronto a sacrificare tutto nella speranza di trascinare l’umanità in un conflitto nucleare. Non si considera più come presidente dell’Ucraina, l’Ucraina è sconfitta. Credo che si consideri l’”anti-Cristo”. E sta sempre più venendo a patti con quest’ultimo ruolo. È l’apice della carriera del clown, poiché molti studiosi hanno sostenuto che fin dal Medioevo una figura diabolica si nasconde sotto la maschera di un buffone, ma ogni nuovo passo che facciamo è anche carico di responsabilità per tutta una catena di quelli successivi. Finora, il livello di scontro si è solo intensificato.

Forse contavamo su una reazione più contenuta sia da Kiev che dall’Occidente. L’Occidente imporrebbe sanzioni e si limiterebbe a questo, mentre Kiev, rendendosi conto di perdere, getterebbe via la bandiera bianca. Questo avrebbe dovuto essere il caso nel contesto del freddo realismo politico, ma è andata male. L’Occidente sta agendo più aggressivamente di quanto potrebbe, e Zelensky è in uno strano stato estatico che non può essere spiegato dalle droghe. Si vede come “il nuovo Davide” che combatte contro Golia e, non avendo alcuna possibilità di vincere, chiama tutta la potenza della NATO per dare un colpo mortale all’umanità. Questa non è più politica, sono trame apocalittiche che si trasformano in realtà.

Oggi sembra alle nostre autorità che ci sia ancora una scelta tra gli scenari 1, 2 e 3. Ma non è più così.

Così come non possiamo – con tutta la volontà (se qualcuno ne avesse) – tornare alla situazione pre-22 02 2022, ora non possiamo più fermarci alle opzioni 1 o 2. La posta in gioco è aumentata in linea di principio. Per noi, la vittoria può essere solo l’opzione 3 d’ora in poi.

Lasciatemi sottolineare ancora una volta: questa non è la buona volontà dei sognatori imperiali, questa è la dura prosa del realismo militare-politico, militare-apocalittico. La fredda analisi del tempo di guerra si trasforma impercettibilmente in uno scenario apocalittico, non solo uno scontro di civiltà.

Anche qui, fattori come l’ortodossia, l’uniatismo, lo scisma, il cattolicesimo e persino il satanismo, che sembravano essere stati spostati alla lontana periferia della società molto tempo fa, vengono alla ribalta. Non semplici ideologie (tra l’altro, che tipo di ideologie si scontrano tra loro non è chiaro e non è pienamente compreso da tutti), ma realtà puramente spirituali, e invadono senza tante cerimonie la misurata vita quotidiana, demoliscono città, rovinano miliardari, distruggono migliaia di persone – compresi i civili, risvegliano la bestialità che dorme nelle profondità dell’uomo (o, al contrario, la santità), cambiando bruscamente l’equilibrio di potere su scala planetaria.

Prima la pandemia, in secondo luogo la guerra. Siamo diventati non solo testimoni, ma partecipanti attivi dell’Apocalisse.

Non solo il destino dell’Heartland, ma anche quello dello Spirito, dipende da chi controlla l’Ucraina: o questa zona del mondo passerà sotto l’omophorion di Cristo e della Sua Madre Immacolata, o rimarrà sotto il potere di Satana, che rafforzerà immensamente il suo dominio su quella che è in realtà la culla della nostra statualità russa, della Chiesa e della cultura, e del nostro popolo.

La lotta per il Donbass, per Odessa, per Kiev e anche per Lviv fa parte della grande battaglia escatologica.

Alcuni sospettavano che sarebbe successo, ma noi stessi non abbiamo creduto fino alla fine, posticipando sempre la considerazione di questa possibilità.

La realtà precede i sogni – compresi i sogni escatologici imperiali. L’era del materialismo, dell’economia, dell’analisi razionale, degli esperti, dei tecnocrati, dei manager è finita.

Le idee stanno tornando nel nostro mondo.

E la battaglia principale d’ora in poi si svolge di nuovo tra di loro. Tra l’Idea Russa, il Catechon, la Civiltà Ortodossa, e il mondo dell’Anticristo occidentale che ci viene incontro.

L’Ucraina non serve a noi russi. È Cristo che ne ha bisogno. Ed è per questo che siamo lì.

Ed è per questo che non andiamo da nessuna parte.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

19 aprile 2022

https://www.ideeazione.com/realismo-apocalittico/

“Cosa succede a Zelensky? È eterodiretto?”. I dubbi dell’ambasciatore italiano

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La guerra in fase di stallo, avanzano i negoziati. Marco Carnelos sulla posizione di Kiev: “Che senso ha prolungare l’agonia?”

In Ucraina si intravedono i primi spiragli di tregua. Non solo o non tanto perché alcune truppe russe si stanno allontanando da Kiev. Non per i cento veicoli militari rientrati in Bielorussia dall’Ucraina (anche dalla zona di Chernobyl). Non per la promessa di “riduzione” delle operazioni fatta da Mosca. Né per la presunta mediazione di Mario Draghi nella sua telefonata col Cremlino. Ma perché le trattative in corso su più fronti, in particolare quello turco, sembrano almeno aver aperto una breccia. Certo: Putin ha confermato al nostro premier che la situazione non è ancora matura per un cessate il fuoco. Ma rispetto a qualche giorno fa, quando impazzavano i combattimenti si parlava di squadroni incaricati di uccidere Zelensky, la situazione sul campo è sicuramente cambiata.

A vantaggio di chi? Difficile dirlo con certezza. Mosca intende concentrare i suoi sforzi sul Donbass, magari creando una sorta di corridoio che dalla Crimea porti alle due repubbliche separatiste includendo Mariupol. Odessa per il momento vive una mezza pace armata, ma teme l’invasione da parte delle navi ormeggiate al largo: la caduta della città costiera significherebbe per Kiev perdere ogni sbocco sul mare. E per la Russia governare tutto il commercio marittimo locale, in particolare di grano, mais e olio di semi di girasole. Di cui l’Ucraina è grande produttrice.

Fallito il blitzkrieg, sempre che Putin l’abbia davvero tentato, ora non resta che capire quale obiettivo minimo si è posto il presidente russo. Molto dipenderà dalle mosse del Cremlino e dalle concessioni che è disposto a fare. Ma non è l’unico aspetto da tenere in considerazione. Molti analisti si sono infatti spericolati nel chiedersi quali siano le condizioni che permetterebbero a Putin di considerare “vittoriosa” la sua operazione speciale in Ucraina: basta il Donbass? Serve Mariupol? Vuole anche Odessa e la parte di Ucraina ad Est del Dnepr? Domande legittime, che però bisogna porre anche alla controparte. In particolare, a Zelensky.

Cosa può permettersi di perdere, Kiev? Può accettare la neutralità, magari garantita da una sorta di “piccola Nato” di cui farebbero parte alcuni Paesi tra cui l’Italia. Può anche dichiarare ufficialmente di non voler entrare nell’Alleanza Atlantica. E volendo potrebbe anche accettare la smilitarizzazione parziale. Diverso il discorso su CrimeaDonbass e Mariupol: su questo punto si sono arenati i negoziati, benché Kiev abbia proposto di parlarne per i prossimi 15 anni. A chi spetta fare un passo indietro? L’ex ambasciatore italiano in Iraq, Marco Carnelos, è convinto che il presidente ucraino si stia “dirigendo verso un autodistruttivo punto di non ritorno”: “Che cosa è successo a Zelensky che era Stato eletto proprio con una programma elettorale mirante a trovare un’intesa con la Russia?”.

Da qualche giorno, infatti, la posizione di Zelensky “appare sempre più oltranzista sulla pelle dei propri cittadini”. Secondo Carnelos è ormai evidente che Crimea e Donbass sono perdute, così come “probabilmente anche il Sud del Paese”. Perché allora non accettare la realtà dei fatti e firmare un armistizio? “Che senso ha prolungare l’agonia?“, insiste l’ambasciatore in una lettera a Dagospia. “É Zelensky che ha subito una metamorfosi? È condizionato (minacciato) da oltranzisti interni? Oppure è etero-diretto da Washington e Londra che hanno interesse – adesso che hanno visto le debolezze russe – che Mosca sanguini e si impantani il più possibile in Ucraina”. In fondo solo un giorno fa il Times è arrivato a chiedere ai governi di Usa e Gran Bretagna di armare ancora Kiev affinché “finisca il lavoro” e magari provochi quel “regime change” al Cremlino invocato da Biden.

“Ho la sensazione che qualcuno voglia combattere la Russia fino all’ultimo ucraino o, addirittura, fino all’ultimo europeo”, dice Carnelos. Un allarme già lanciato da Toni Capuozzo e da altri, subito però additati come “putinisti”. Occhio però a non tirare troppo la corda: “Zelensky – conclude l’ambasciatore – sta, forse inconsapevolmente, dirigendosi verso un autodistruttivo punto di non ritorno”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cosa-succede-a-zelensky-e-eterodiretto-i-dubbi-dellambasciatore-italiano/

La minaccia russa: “I 4 casi in cui useremo l’atomica”

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L’ex presidente russo Medvedev spiega quando la Russia potrebbe ricorrere alle armi atomiche

Segnali positivi e pessimi segnali. Le ultime 48 ore ore di guerra in Ucraina si sono dipanate lungo queste due direttive: da un lato, pare che la Russia abbia rivisto i suoi obiettivi militari, puntando sul Donbass (già quasi interamente nelle sue mani) e su Mariupol (che secondo le intelligence potrebbe cadere entro le prossime 72 ore), chiudendo la guerra – per chi ci crede – entro il 9 maggio; dall’altro, nel mondo si moltiplicano gli inquietanti segnali di una escalation mondiale di questa guerra. Putin ha già allertato i suoi sistemi di armi nucleari e Biden ha risposto per le rime, dichiarandosi pronto a usare la Bomba anche come deterrenza verso armi convenzionali nemiche. Se poi si considerano le manovre missilistiche della Corea del Nord, la volenterosa missione umanitaria di Macron a Mariupol e le mire di Pechino su Taiwan, il quadro si fa davvero a tinte fosche.

Certo premere il bottone rosso dell’arma atomica non è questione che si decide di fronte ad un caffè: significherebbe il disastro mondiale, con milioni di morti da tutte le parti. La Russia ha sempre avuto una dottrina decisamente cauta, sin dai tempi dell’Urss: usare l’ordigno nucleare solo di fronte ad una guerra atomica. Da quando Putin è salito al potere, però, Mosca può ricorrere al suo arsenale anche in caso di minaccia con armi convenzionali, così come gli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda i missili strategici a lunga gittata. Un alone di mistero aleggia però sulla dotazione a corto raggio, utilizzabile anche in battaglia. Quando può premere il bottone rosso Putin?

Una spiegazione l’ha data oggi il vice segretario del Consiglio di sicurezza ed ex presidente russo Dmitry Medvedev. La Russia potrebbe ricorrere ad armi nucleari in quattro casi:

  1. nel caso in cui il suo territorio venisse direttamente colpito da bombe atomiche
  2. qualora fossero usate contro i suoi alleati
  3. far fronte ad un’invasione delle infrastrutture critiche che possano paralizzare le forze di deterrenza nucleare russe
  4. aggressione contro la Russia o i suoi alleati che possa minacciare l’esistenza stessa del Paese

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-minaccia-russa-i-4-casi-in-cui-useremo-latomica/

La crisi Euro-Nato in corso (2014sgg – …?)

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di Franco Cardini

Esprimo alcune posizioni, in ordine sistematico (quanto meno nelle mie intenzioni) a proposito della guerra tra Russia e NATO in atto, con teatro principale almeno provvisorio, purtroppo per gli ucraini, il territorio ucraino:
1.L’attuale guerra è un episodio (per ora l’ultimo cronologicamente parlando) di una fase della “riprogettazione dell’ordine mondiale” avviata con l’inizio dell’amministrazione Biden negli USA e caratterizzata da tre aspetti salienti: a. la ripresa forte, con il binomio Biden-Harris, della tradizionale politica del Partito Democratico statunitense, che consiste nella fede nel “manifesto destino” della nazione americana facente centro sul principio che interesse statunitense e libertà-diritto alla felicità del genere umano coincidono; b. consapevolezza dell’obiettivo declino dell’egemonia mondiale della superpotenza statunitense dopo il “picco” dell’inizio degli Anni Novanta (gli anni della maldestra “profezia” di Francis Fukuyama); c. consapevolezza profonda della necessità di “distrarre” l’opinione pubblica statunitense ( e mondiale) dallo spettacolo del declino degli USA, dall’impoverimento socioeconomico e culturale del popolo statunitense all’enormità insostenibile del debito pubblico ed estero ecc., costringendo gli USA e il mondo a guardare altrove, allo scenario mondiale; e ciò a qualunque costo, anche a quello di una guerra. Difatti ne hanno scelta una: quella con la Russia, a meno che non sia possibile anche là il golpe della “Rivoluzione arancione”, magari provocata dagli oligarchi che attualmente possono essere più o meno putiniani, ma che sono sempre e comunque, in quanto appunto “oligarchi” (pertanto una lobby plutocratica, affaristica e imprenditoriale), spettatori sensibili nonché in parte coprotagonisti del turbocapitalismo che governa o comunque dirige il pianeta.
2.L’attuale guerra non è cominciata alla fine del febbraio 2022 con l’aggressione russa all’Ucraina, bensì nel 2014 con il golpe che a Kiev rovesciò il governo legittimo di Janukovich (com’era avvenuto nel 2003 con la “rivoluzione delle rose”  in Georgia e con quella “arancione” del 2004-2005 in Ucraina) e avviò un primo tentativo, con il governo Poroshenko, di passare dalla parte formale dell’Unione Europea, cioè sostanzialmente da parte della NATO; con episodi infami, come il massacro degli inermi  cittadini russi a Odessa da parte delle milizie estremiste ucraine (2.5.2014).
3.Il “protocollo di  Minsk” concordato il 5.9.2014 tra Russia, Ucraina e comunità russofone del Donbass sotto egide dell’OSCE aveva concordato ampie autonomie per il Donbass stesso; nel contempo la NATO si era impegnata (lo faceva del 1991) a non cercare ulteriormente di avanzare verso est.
4.Il “protocollo di Minsk” è stato disatteso sia dalla NATO, che soprattutto col governo Želensky ha trattato il passaggio dell’Europa all’UE (cioè sostanzialmente alla NATO, con avanzata verso est della sua linea missilistica ”difensiva”) mentre il governo ucraino ha intensificato almeno dal 2015 la repressione contro i gruppi politici stimati “filorussi” e le azioni militari contro le comunità del Donbass e le sevizie ai cittadini “non allineati”.
5.Il governo russo ha più volte ammonito quello ucraino affinché violenze e  prevaricazioni cessassero e nel dicembre 2021 ha ufficialmente inoltrato al governo statunitense una proposta di accordo sulla situazione ucraina. Tutti gli appelli sono rimasti inevasi e i media occidentali non ne hanno parlato.
6.A questo punto la Federazione Russa poteva affidarsi solo alle armi per le tutela delle due autoproclamate repubbliche del Donbass; e doveva farlo al  più presto per precedere  un eventuale ingresso ucraino nella NATO. Da qui il discorso televisivo di Putin della notte del 25.2.2022.
7. Scelte come l’invio di armi all’Ucraina in un momento di conflitto sono formalmente atti di guerra della NATO contro la Russia; solo la moderazione e il senso di responsabilità del governo della Federazione Russa  ci salvano  da una risposta legittima, che coinciderebbe a questo punto con una guerra mondiale.
8. Aggressione di uno stato sovrano? Benissimo: proceda pure la corte dell’Aja contro la Federazione Russa. A quando i processi contro la NATO (posta sotto alto comando USA)  per Serbia 1998-9, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Georgia 2004-13 (l’infame governo del criminale Saak’ashvili),  Libia 2011, Siria 2011.
9.Le sanzioni contro la Russia le paga la Russia, ma anche l’Europa; gli USA e la NATO, che pagano pochissimo, se ne fregano.
10.La verità ultima, da tener bene presente, è che quella in corso è una guerra scatenata dalla NATO direttamente contro la Russia per sovvertire l’ordinamento interno di quel paese e distogliere l’opinione pubblica statunitense e mondiale dalla rovina nella quale il governo Biden sta precipitando gli USA.; e indirettamente contro l’Europa, asservita alla NATO e a rischio di trovarsi in prima linea in caso di estensione del conflitto.
11.Ma veniamo all’Europa e all’Italia, presumibilmente vittime del conflitto e a quanto pare felicissima d’inasprirlo. L’invio di armi all’Ucraina in un momento di conflitto rappresenta formalmente una atto di guerra della NATO contro la Russia. Dal 1914 al 1917 l’America mandava aiuti all’Inghilterra con la scusa della legge sugli affitti e i prestiti: il Kaiser affondava i convogli inglesi con i sottomarini. Alla fine però è scoppiata anche la guerra: cerchiamo di non arrivare a questo. Quanto alle sanzioni contro la Russia: paga la Russia, ma anche l’Europa mentre gli USA e la NATO, che pagano pochissimo, se ne fregano. Preoccupanti comunque le notizie del 15 u.s. dagli States: se Želensky comincia a dar segni di cedimento (che sarebbe piuttosto ragionevolezza), attorno a lui spuntano “falchi” che rifiutano ogni sorta di trattativa e sembrano trovare una sponda inattesa negli ambienti vicini al presidente Biden, che per la sua cronica indecisione viene messo in difficoltà.  Entra a gamba tesa nel dibattito anche l’ineffabile Mike Pompeo, il “superfalco”, anche lui per la linea dura. C’è da chiedersi se tutto  ciò non sia per caso sintomo di qualcosa che bolle in pentola. La storia è imprevedibile. Se nelle prossime ore o nei prossimi giorni avvenisse qualcosa d’inatteso, che rimettesse tutto in discussione, non ci sarebbe da stupirsi. Magari qualcosa di grave da attribuirsi subito e facilmente ai russi – “che bisogno abbiamo dei testimoni?” -, una specie di nuovo “incendio del Reichstag”. Che cosa significa lla vaga ma ostinata insinuazione, circolante in molti ambienti giornalistici e addirittura militari, che i russi potrebbero usare “le armi chimiche”, un’eventualità obiettivamente remota in questo tipo di conflitto?
12.Le notizia di stamattina 16.3.2022 a proposito della prossima presenza del presidente Biden a Bruxelles per il prossimo vertice NATO fa crescere le inquietudini. L’esitante Biden sente sempre di più su di lui l’ombra incombente della signora Kamala Harris e quindi della signora Clinton, patrona di tutti i “falchi americani” fautori dell’”Armiamoci-e-partite” e ben decisi a combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, magari fino all’ultimi europeo. Quanto reggeranno le buone intenzioni di Želenski a proposito della necessità di tenersi fuori dalla NATO? Mio umile e sommesso convincimento sarebbe che Putin farebbe bene ad assecondarle anziché dichiararle (come in effetti pur sono) insufficienti: una posizione del genere rischia di ricacciare l’ancor presidente ucraino tra le fauci di quelli che (in Ucraina, in Europa, soprattutto negli USA) vogliono l’indurimento dell’embargo antirusso e magari anche al guerra, convinti che pagheranno di persona poco il primo e che vinceranno pe corpora alterius (alias Europeorum) anche una guerra “allargata”…E, viene da domandarsi, quyanto allargata, fino a che punto? Nel peggiorissimo dei casi, i missili russi difficilmente cadranno sul New England o sulla California, bensì quasi subito sulla Sicilia, sul Veneto e sulla Toscana, sedi principali delle besi USA-NATO in Italia e linea avanzata dello schieramento “occidentale”.

1 Consiglio la preliminare consultazione di: Grand Atlas du monde, dir. p. F. Tétart, Paris 2013; La gèopolitique mondiale en 40 cartes, Paris 2022; Le bilan du mone – “Le Monde”, Hord Série, éd 2002, Paris 2022: La Russia cambia il mondo, “Limes”, 2, 2002.
2. O.Boyd-Barrett, Western Mainstream Media and the Ukraine Crisis, Routledge 2016.
3. Cfr.rapporto OSCE 15.4.2016, PC.SHDM.NGO/17/16.
4. Ma cfr. “Il Manifesto”,  15.12.2021.
5. Cfr. M. D. Nazemroaya, La globalizzazione della NATO, Bologna 2014; D. Ganser, Breve storia dell’impero americano, Roma 2021.
6. Cfr. M. Fulgenzi, La guerra delle sanzioni, Rimini 2021.
7. Cfr. A. Bedini, L’Italia “occupata”. La sovranità militare italiana  e le basi USA-NATO; Rimini 2013;

“Attueremo tutti i piani”. Ecco il discorso integrale di Putin sull’Ucraina

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Lo Zar parla di Ucraina di fronte a migliaia di persone nello stadio di Mosca. L’occasione è la festa della “riunificazione” della Crimea.

Pubblichiamo la traduzione integrale del discorso tenuto da Vladimir Putin nello stadio di Mosca di fronte a migliaia di persone. Il concerto era dedicato all’ottavo anniversario della “riunificazione” della Crimea con la Federazione Russa.Tra i temi toccati dallo Zar, la guerra in Ucraina.


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Noi, popolo multinazionale della Federazione Russa, unito da un destino comune sulla nostra terra, siamo le prime linee della legge fondamentale del Paese, la Costituzione. E ogni parola è piena di significato profondo, ha un grande significato.

Sulla propria terra, uniti da un destino comune: questo è ciò che probabilmente le persone hanno pensato e da cui sono state guidate quando si sono recate al referendum in Crimea e Sebastopoli il 18 marzo 2014. Vivevano e vivono nella loro stessa terra e volevano vivere un destino comune con la loro patria storica – con la Russia. Avevano tutto il diritto di farlo e hanno raggiunto il loro obiettivo. Prima di tutto, congratuliamoci con loro. Congratulazioni!

Durante questo periodo, la Russia ha fatto molto per aiutare la Crimea e Sebastopoli. Era necessario fare cose che non sono immediatamente visibili ad occhio nudo. Sono di natura fondamentale: fornitura di gas, fornitura di energia, servizi comunali, ripristino della viabilità, costruzione di nuove strade, autostrade e nuovi ponti.

Bisognava tirare fuori la Crimea da quella posizione umiliante, da quello stato umiliante in cui erano immerse quando facevano parte di un altro Stato che finanziava questi territori secondo il cosiddetto principio residuale.

Ma non è solo questo. Il fatto è che sappiamo cosa dobbiamo fare dopo, come dobbiamo farlo dopo e contro chi: sicuramente attueremo tutti i piani che abbiamo delineato.

Ma non sono solo queste decisioni. Il fatto è che la Crimea e Sebastopoli hanno fatto la cosa giusta quando hanno messo una dura barriera sulla strada dei neonazisti e dei nazionalisti estremisti. Perché quello che è successo nel Donbass ( sta ancora accadendo) ne è la migliore conferma.

Anche le persone che vivevano e vivono nel Donbas non erano d’accordo con questo colpo di stato (quello del 2014, ndr). Contro di loro furono immediatamente organizzate operazioni militari punitive, e non solo una, furono soggette a bombardamenti sistematici con cannoni e attacchi aerei: tutto ciò che viene chiamato “genocidio”.

È salvare le persone da questa sofferenza, da questo genocidio: questo è il motivo principale, il motivo e l’obiettivo dell’operazione militare che abbiamo lanciato nel Donbass e in Ucraina, questo è esattamente l’obiettivo. E qui, si sa, mi vengono in mente parole della Sacra Scrittura: non c’è amore più grande, che dare vita per i propri amici. E vediamo come i nostri ragazzi agiscono e combattono eroicamente durante questa operazione.

Queste parole provengono dalle Sacre Scritture del cristianesimo, da ciò che è caro a coloro che professano questa religione. Ma la linea di fondo è che questo è un valore universale per tutti i popoli e i rappresentanti di tutte le fedi in Russia, e in particolare per il nostro popolo, principalmente per il nostro popolo. E la migliore conferma di ciò è come combattono, come si comportano i nostri ragazzi durante questa operazione militare: spalla a spalla, si aiutano, si sostengono a vicenda e, se necessario, coprono il proprio fratello con i loro corpi da un proiettile sul campo di battaglia. Non abbiamo avuto una tale unità per molto tempo.

Accadde così che l’inizio dell’operazione coincise – quasi per caso coincise – con il compleanno di uno dei nostri eccezionali capi militari, santi canonizzati – Fyodor Ushakov, che in tutta la sua brillante carriera militare non perse una sola battaglia. Una volta ha detto che questi temporali serviranno alla gloria della Russia. Così era allora, così è oggi e così sarà sempre!

Grazie!

Vladimir Putin, 18 marzo 2022

“Attueremo tutti i piani”. Ecco il discorso integrale di Putin sull’Ucraina

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