Hitler non volle la guerra

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di Emilio Giuliana

Adolf Hitler non ha voluto la guerra! Il professor Barbero e Orsini, similmente ad altri eminenti storici Carroll Quigley, Anthony Cyril Sutton, Eustace Mullins, Benjamin Freedman, Stephen Zarlenga, Victor Suvorov (per citare i più noti), hanno dimostrato, con i loro lavori, che la tragica svolta nel corso della storia del Novecento, chiamata Seconda Guerra Mondiale, non fu determinata dai Nazionalsocialisti.

Sommessamente aggiungo, che il vero motivo che portò alla seconda guerra mondiale lo esterna senza mezzi termini Winston Churchill“Il delitto imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto. ”– The Second World War, I960 .

A ribadire le stesse motivazioni il connazionale britannico del fu primo ministro della corona, il generale e storico John Frederick Charles Fuller.

“Quel che ci spinse in guerra contro Hitler non fu la sua dottrina politica; la causa stavolta fu il suo tentativo coronato da successo di dare vita a una nuova economia. La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica. L’economia di Hitler significava la rovina della finanza internazionale.

Se ad Hitler fosse stato permesso di mantenere in funzione il sistema economico che egli aveva ideato e posto in attuazione con successo (in Germania), altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata in modo particolare alla tempia degli Stati Uniti”.

“Passo per passo, sono giunto alla convinzione che le mire del comunismo in Europa sono sinistre e letali. Al processo di Norimberga, io e il mio collega russo, abbiamo condannato l’aggressione tedesca. Credo ora che Hitler e il popolo tedesco non hanno voluto la guerra. Ma noi, (inglesi) abbiamo dichiarato guerra alla Germania, con l’intento di distruggerla, in accordo col nostro principio di equilibrio del potere, e siamo stati incoraggiati dagli ebrei americani vicini a Roosvelt. Abbiamo ignorato le suppliche di Hitler, che chiedeva di non entrare in guerra. Ora siamo obbligati a riconoscere che Hitler aveva ragione. Ci ha offerto la cooperazione della Germania: invece, dal 1945, abbiamo dovuto far fronte all’immenso potere dell’impero sovietico. Mi vergogno e mi sento umiliato nel vedere che gli obbiettivi per i quali Hitler è stato accusato, sono validi e perseguiti ora, solamente sotto un’etichetta differente.”- Avvocato generale britannico, Sir Hartley Shawcross, conferenza di Stourbridge, 16 marzo 1984.

Forse diverrebbe più facile comprendere i fatti della Storia di quel periodo ricordando avvenimenti poco conosciuti, vedi le pesantissime sanzioni punitive a scapito della Germania sancite con il Trattato di Versailles, come conseguenza della sconfitta della prima guerra mondiale. A tal proposito espressero perplesse contrarietà eminenti persone di quel periodo. A seguito dell’inascoltata (tranne l’Imperatore Carlo I d’Asburgo) Nota di Pace, scritta da papa Benedetto XV, La pace di Versailles, siglata al termine del conflitto fu la pace dei vincitori. «Non era questa, no, la pace che i popoli si aspettavano – si legge nell’Osservatore Romano a commento del trattato – che era stata loro promessa per trascinarli al macello». E la colpa era, a detta del Vaticano, delle «voci degli imperialismi, delle ambizioni egemoniche, degli egoismi commerciali, del nazionalismo sopraffattore dei vincitori», mentre «debole e inascoltata è stata la voce dell’umanità». Papa Pio XI nella sua Enciclica Ubi arcano Dei del dicembre 1922 aveva affermato in merito al Trattato di Versailles: “La sostanza ultima di quei 440 articoli è sostanza di guerra e non fattore di pace; una pace artificiale stabilita sulla carta e che invece di svegliare nobili sentimenti aumenta e legittima lo spirito di vendetta e di rancore”.

Non diversamente si esprimerà, a ragion veduta, lo storico comunista inglese Eric John Hobsbawn, di origini ebraiche, che senza mezzi termini ha accusato il Presidente americano Wilson di avere aperto un gigantesco contenzioso fra nazionalità ed etnie diverse fornendo giustificazione alle successive pulizie etniche e financo all’esasperato nazionalismo tedesco e di conseguenza all’olocausto.

«Questa non è una pace, è un armistizio per vent’anni.» – (Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando delle forze dell’Intesa sul fronte occidentale nella prima guerra mondiale; 1920.)

David Lloyd George: <<se la Germania ritiene che sia stata trattata ingiustamente nella pace del 1919, troverà i mezzi per esigere la giusta punizione dai suoi conquistatori… Per queste ragioni, pertanto, sono fortemente contrario al trasferimento di tedeschi dal dominio tedesco al controllo di qualche altra nazione, e che eventualmente può essere aiutata. Non riesco a concepire una causa maggiore di una futura guerra, diversa da quella del popolo tedesco, che ha certamente dimostrato di essere una delle razze più vigorose e potenti del mondo, che verrebbe circondato da una serie di piccoli Stati, molti dei quali costituiti da popoli che non hanno mai istituito in precedenza un governo stabile da sé stessi, ma ciascuno di essi ospitano grandi masse di tedeschi, che chiedono a gran voce il ricongiungimento con la loro terra natia, ha proposta della commissione polacca, che vorrebbe porre 2.100.000 tedeschi sotto il controllo di un popolo di religione diversa e che non ha mai dimostrato una capacità di autogoverno stabile in tutta la sua storia, a mio giudizio, porterà prima o poi a una nuova guerra nell’Europa Orientale>>. Essi se l’aspettavano la guerra perché erano consapevoli di averla scientemente provocata.

Altri fatti poco noti la Dichiarazione di Guerra degli Ebrei alla Germania, avvenuta il 23 marzo 1933 quando 20.000 ebrei protestarono al New York’s City Hall (Municipio) e furono organizzati assembramenti all’esterno del North-American German Lloyd e delle Linee di Navigazione Hamburg-American. Picchetti di boicottaggio furono organizzati contro i prodotti della Germania nei negozi, nei magazzini e nelle attività commerciali di New York City. Secondo il quotidiano britannico The Daily Express di Londra il 24 marzo 1933 gli ebrei avevano già proclamato d loro boicottaggio contro la Germania e d suo governo, eletto dal popolo. Il giornale titolò “Judea Declares War on Germany – Jews of All thè World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations” (La Giudea dichiara guerra alla Germania – Ebrei di tutto d mondo unitevi – Boicottaggio dei prodotti tedeschi – Dimostrazioni di massa). L’articolo di fondo descrisse un’imminente “guerra santa” e proseguì implorando gli ebrei di ogni luogo a boicottare t prodotti tedeschi e a partecipare in massa a dimostrazioni contro gli interessi economici della Germania. Secondo l’Express: <<L’ insieme di Israele nel mondo è unito nel dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. L’apparizione dello Svastica come simbolo della nuova Germania ha riportato a nuova vita i vecchi simboli di guerra di Giuda. Quattordici milioni di Ebrei sparsi in tutto d mondo>>[nel 1933]. Sempre l’ Express scrisse che la Germania <<si trova ora di fronte ad un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria … A Londra, New York, Parigi e Varsavia, uomini d’affari ebrei sono uniti per intraprendere una crociata economica.>>

Nell’ opera che reca il titolo ” Ledokol” (termine russo che significa Rompighiaccio), Victor Suvorov, alias Vladimir Rezun, già ufficiale del sovietico GRU (Glavnoe Rayzvedyvatelnoye)vatclnoye Upravlenie -Direzione delle Informazioni Militari), sostiene che le intenzioni bellicose di Stalin, del resto confermate dall’occupazione sovietica dei territori polacchi orientali e, poco dopo, dall’attacco sferrato dall’Armata Rossa contro la Finlandia, sarebbero state chiaramente espresse dallo stesso leader sovietico all’indomani dell’accordo stipulato con i nazionalsocialisti il 23 agosto del 1939. Quando negl’ambienti riservati del Cremlino egli volle discutere con i propri fidati subalterni, segreti risvolti del patto stesso, evidentemente ignorati dalla controparte germanica. L’autore di Ledokol (l’unica edizione italiana è stata pubblicata nel 2000 col titolo “Stalin, Hitler la Rivoluzione Bolscevica Mondiale”), sottolinea infatti gli aspetti della singolare relazione stabilita tra Hitler e Stalin, utile soprattutto a semplificare il compito che l’ Unione Sovietica avrebbe dovuto svolgere. Secondo Suvorov, il patto di non aggressione avrebbe permesso al leader sovietico di ordinare la mobilitazione generale fin dal settembre del 1939 e di predisporre il dislocamento di 160 divisioni dell’Armata Rossa lungo ì confini occidentali dell’URSS (Carelia, Repubbliche Baltiche e territorio polacco situato a est della Vistola), in attesa del colossale attacco che Stalin avrebbe poi sferrato contro la Germania. A tale scopo, il Capo supremo del Cremlino avrebbe ordinato, nel gennaio del ’40, il richiamo di un milione di riservisti, portando a 3.500.000 il numero dei soldati effettivi dell’Annata Rossa, giunta così a costituire, con i 7.500 carri armati e i 6.000 caccia bombardieri a sua disposizione, una potenza bellica senza uguali nel mondo. Il maresciallo Georghy Zhukov avrebbe dovuto definire al più presto il piano di invasione della Germania, detto anche Operazione Groza ( Tempesta), da attuarsi non appena lo schieramento delle armate naziste avesse raggiunto la massima concentrazione sul fronte occidentale, lasciando il fronte opposto sufficientemente indifeso da un possibile attacco proveniente da Est, che, nel calcolo dello Stato Maggiore sovietico, Hitler non avrebbe avuto alcun modo di prevenire. A sostegno delle tesi esposte nel suo “Rompighiaccio” e ribadite nei successivi lavori (M-Day, The Chief Culprit, The – Last Republic), Suvorov cita più volte il discorso (pubblicato da Isvestja nel 1994) che Stalin tenne nel maggio del 1941 ai neo ufficiali dell’Accademia militare di Mosca. Occasione in cui il leader sovietico manifestò l’intento di dare attuazione al più presto al piano di conquista dell’Europa, attaccando per prima la Germania.

Le opere di Suvorov, che tarda accoglienza avrebbero trovato nell’editoria anglosassone, nonostante storici russi del calibro di Boris Sokolov, Alla Paperno e scrittori come Alexander Solzhenytzyn ne raccomandassero una rapida divulgazione in occidente, avrebbero invece destato vasta eco in Germania (ovviamente), ottenendo conferme e sostegno da Joachim Hoffmann, autore dell’opera Stalins Vernichtungskrieg (Stalin’s War of Extermination — The Stalins Pian To conquer Europe), lettura essenziale per la comprensione delle cause del secondo conflitto mondiale, insieme a quella dei libri scritti sullo stesso argomento dall’austriaco Ernst Topitsch. Tutto ciò avrebbe permesso, se non altro, di avanzare seri dubbi sulla tradizionale immagine, artificialmente costruita, di una pacifica Unione Sovietica, vittima della criminale aggressione nazionalsocialista.

Sebbene la storia ufficiale inviti a guardarsi dalle facili speculazioni, la stessa vicenda di Dunkerque, può essere riletta alla luce delle su esposte considerazioni, sufficienti a convincere che quanto avvenne nei pressi di questa città nel nord della Francia, prospicente al Passo di Calais, segnalava la volontà di pace del Fuhrer, e il suo invito a ricercare le condizioni per una sospensione delle ostilità fra la Germania e la Gran Bretagna. A Dunkerque infatti, nel maggio del 1940, stavano ripiegando ben 400.000 soldati francesi e britannici, diretti verso navi alleate, per essere trasportati al sicuro sulle coste inglesi. Il ripiegamento avveniva al cospetto di cinque Panzer Divisionen che, schierate nelle vicinanze, avrebbero potuto facilmente distruggere gli anglofrancesi. Hitler, con grande sorpresa del comando tedesco, si astenne dall’ordinare l’attacco per lanciare a Londra (e al gruppo di pace inglese) un altro avviso della propria disponibilità a concordare un armistizio.

Hitler non volle la guerra.

Fonte:https:/emiliogiuliana.com/2-uncategorised/90-hitler-non-volle-la-guerra.html

ALPINI, MASCHILISMO, PATRIARCATO…. MATRIARCATO!

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di Emilio Giuliana

Che piaccia o no,  a  torto o ragione per unificare (altro unire) l’Italia sono state combattute tre guerre dette d’Indipendenza e in ultimo una guerra mondiale, solo in quest’ultima perirono circa  670 mila militari, di cui una grande fetta furono alpini. In ogni piazza d’Italia vi sono apposte lapidi commemorative che ricordano il sacrificio di migliaia di uomini, non donne, ma uomini, come è giusto che sia. Quegli uomini spezzarono e sacrificarono le loro giovani vite, per difendere e proteggere le donne. Fu grazie al sacrificio di “quella soldataglia” (così definiti ed oltraggiati da blatte ideologizzate), se oggi la “puttanaglia” può prendersi il lusso e la libertà di insultarli, offenderli e dileggiarli. Ad ogni calamità naturale o catastrofe di altra origine, gratuitamente arriva a dare man forte la “soldataglia” volontaria degli alpini. L’organizzazione femminista Non una di meno, può vantare lo stesso impegno sociale? La risposta è scontata! Però si sa per certo, che femministe similmente ideologizzate, le ritroviamo in altri luoghi, e per altri motivi, in questo caso sì, indegne e disumane, vedasi ad esempio Forteto, Bibbiano…

Sottomissione e sfruttamento, tra le accuse mosse dal femminismo contro i maschi, biasimo che trovano origine -a loro dire- nella società patriarcale. È possibile, che tra queste paladine della difesa femminista non ve ne sia una, almeno una, cromosomicamente bilanciata? perché se ce ne fosse una, sarebbe dotata di logica, necessaria per poter comprendere autonomamente, ciò che invece spiego a seguire. L’idea di uomo (aguzzino) che hanno interiorizzato e propagandato non è frutto del patriarcato, ma bensì del matriarcato. Un bambino fin dalla nascita, rispetto alla bambina, viene oltre modo attenzionato e curato, talune volte a limite dell’ossessione, dalla propria madre; come se non bastasse, fino al termine della frequentazione del quinquennio delle scuole medie superiori, il bambino è accompagnato nella sua crescita da donne, infatti frequenta ambienti e strutture con una presenza prevalente, nella quasi totalità di un personale – educatrici, maestre, professoresse- composto da donne, asili nido, scuole materne, scuole medie inferiore, scuole medie superiore;  i maschietti per 18 anni vivono circondati da donne! Questo stretto contatto femminile influenza ineluttabilmente i ragazzi, i quali a secondo del loro carattere maturano la loro personalità, anche nelle forme degeneri, vedi disordini sessuali e morbosità con sindromi compulsive di attaccamento materno, che traslano nelle loro “mogli”, nonché causa dei famosi e percentualmente residuali e marginali “femminicidi”.

Archiviato l’unico viatico utile per l’uomo, l’anno di leva militare, il maschio è stato precipitato damnatio ad bestias. L’anno di naja spezzava il ventennio di “tutela” a trazione femminile, per un periodo a traino maschile, dodici mesi in cui imparava ad usare scope, ramazze, lavare stoviglie e piatti per il numero e misura che una donna impiega in una vita, lavare i vestiti, la biancheria intima, rammentare e cucire, cucinare, docce fredde, rifarsi il letto con precisione geometrica (il famigerato e famoso cubo), sistemazione precisa e certosina del proprio armadietto…..un anno solare in cui imparare a camminare con le proprie gambe, un breve periodo ti patriarcato, che riusciva a scrollare di dosso le pesantissime scorie matriarcali! Ma purtroppo, da molti anni il militare di leva è stato abrogato, privando i maschietti del necessario e formativo breve periodo patriarcale, lasciato esclusivamente con in dosso il pesantissimo e deleterio, inadeguato, contro natura fardello matriarcale.

Le Femministe, per radicare il modello di società che rivendicano, dovrebbero combattere il matriarcato e bramare il patriarcato!

L’idea di donna oggetto, non è il frutto di convincimenti malsani maschili, ma è partorita volontariamente e scientemente dal mondo femminile stesso, così come ben testimoniato dai programmi televisivi più gettonati, i più famosi Maria De Filippi, Barbara D’Urso, Isola dei famosi, Grande fratello…e tutto a causa del modello di società matriarcale.

A tal proposito per uno studio più approfondito ed esaustivo è bene studiare quel patrimonio culturale/sociologico lasciatoci in eredita dalla scomparsa, dotta antropologa Ida Magli.

Se esiste un male per il genere femminile è il matriarcato e non il patriarcato.

In conclusine, è spiacevole far notare che le stesse che lamentano la cultura maschilista patriarcale,  sempre pronte a denunciarne le supposte molestie, vedi Rimini, non proferiscono mai una parola sulle reiterate e quotidiane molestie indirizzate nei confronti di donne e ragazzi in ogni luogo d’Italia da afroitaliani dei quali i loro nonni non hanno combattuto e non sono morti per la puttana Italia, afroitaliani che non si rimboccano le maniche per soccorrere vittime di sciagure e calamità che investono il nostro Paese!

“Ho passato una vita a difendere le donne, ma che delusione. Purtroppo debbo constatare che non pensano. Che non sanno fare politica. Che non sono capaci di farsi venire un’idea nuova… ” IDA MAGLI

https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/89-alpini-maschilismo-patriarcato-matriarcato.html

1° maggio: 75 anni di violenza ai diritti dei lavoratori con la complicità dei sindacati

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Con il cortese assenso dell’autore, pubblichiamo questo articolo molto interessante e poco politicamente corretto:

di Emilio Giuliana

Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).

Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.

È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.

Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.

Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”. 

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.

Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.

Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.

Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.

Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)

Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.

<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)

Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.

Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).

La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.

Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.

Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.

Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.

Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….

In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati. 

Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana,

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/01/1-maggio-75-anni-di-violenza-ai-diritti-dei-lavoratori-con-la-complicita-dei-sindacati/

Balle Coloniali, il seguito di Balle Spaziali

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Scritto e segnalato da Emilio Giuliana

Il recensore dell’articolo in esame (che non si firma) (https://www.ladige.it/cultura-e-spettacoli/2021/10/23/l-italia-che-dimentica-il-proprio-colonialismo-e-crede-alle-bufale-sulle-opere-costruite-per-gli-africani-1.3034149?fbclid=IwAR010LwcHdBYpNd-e5aPwyyKPATn55F-ysDYDQbQ_Ah5WWhEDxIHgfUG8SY), e l’intervistato, il laureato in storia Francesco Filippi, anti fascisti per caso, si sono ficcati in cul de sac,  denigrando in modo più ridicolo, comico e dilettantistico di Angelo Del Boca, il colonialismo italiano, “fenomeno” che  il governo fascista ha ereditato, come lascito di quelle forze massoniche liberal democratiche che hanno governo miseramente l’Italia e le colonie, prima della loro sconfitta elettorale, che li ha estromessi per venti anni dal servire logiche ed interessi internazionali privati, ed ingrossare i loro portafogli a scapito dell’Italia e degli italiani, identicamente come accade dal 25 aprile 1945.

Il “giornalista” anonimo con sarcasmo, riporta le recenti parole di Vittorio Sgarbi, il quale ha asserito che <<il fascismo ha fatto “anche” cose buone, ad esempio all’Asmara>>. Sgarbi, ha commesso un solo errore, aggiungere al suo pensiero,  l’avverbio di modo “anche”,  infatti il fascismo ha fatto cose buone, certamente perfettibile, ma ha fatto senz’altro cose buone, così come asserito da insospettabili personaggi di rilievo nazionale e mondiale; in tal senso l’ebrea  comunista Margherita Hack: “Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo“.

“Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Andrea Camilleri: Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi lo siete adesso – Festival di Roma 2010

Carlo Lizzani: nel fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi.

Enzo Biagi: Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero.

Gaetano Salvemini, anti fascista, scrisse: <L’Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com’è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista >.

Lo storico ebreo comunista Renzo De Felice è stato molto chiaro, lo si capisce senza possibilità di confusione nella citazione che segue: tutto quanto detto e scritto sul fascismo e resistenza è falso perché la sinistra politica ha nascosto tante verità, tanti delitti, tante vergogne partigiane.

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio.

John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo“, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”.

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Disse Claude Ferrere, a proposito dell’uccisione di Benito Mussolini e dell’animalesco ludibrio di Piazzale Loreto, che «Alcuni italiani si sono vendicati di un Capo troppo grande per loro, le cui stesse benemerenze apparivano troppo gravose. E tutti i governanti d’Europa, anche se non osarono approvare apertamente, gioirono in segreto. Dinanzi a quell’uomo erano afflitti da un complesso di inferiorità insopportabile, come era accaduto tempo prima con Napoleone. Duemila anni prima per le stesse ragioni era stato ucciso Giulio Cesare».

Franklin Delano Roosevelt: Mussolini deve passare alla storia come il costruttore di una migliore forma di convivenza fra i popoli.

Winston Churchill: Così finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia durante i quali egli aveva salvato il popolo Italiano dal Bolscevismo per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuto prima… Le grandi strade che egli tracciò rimarranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo.

In Italia ed in occidente in generale, il metro di misura per stabilire e attribuire a studiosi il titolo di storico è determinato da quanto siano antifascisti e antitradizionali, animati da uno spirito d’odio verso la cultura e tradizione ellenico romano; non sfugge a tale auto ideologico referenziale meccanismo Francesco Filippi da Levico.

Italiani brava gente non era semplicemente un modo dire, ma un dato di fatto, con buona pace dei capziosi detrattori del popolo italico. Cosa assai strana per i sinistri e il politically correct, ammettere (qualora vi fosse in loro la volontà d’informarsi) che gli italiani si dimostrarono ancor più umanamente bravi e buoni durante il governo monarchico fascista. l’assioma fascismo / bontà è il frutto di una visione del mondo tradizionale, quel mondo che riprendeva i principi nobili etici e morali della civiltà ellenica romana, plasmata da due mila anni di cristianesimo.

Ad onore del vero, se ci furono degli italiani che si distinsero per cattiveria furono sinistrati risorgimentali, Fiorenzo Bava BeccarisNino BixioFrancesco Crispi, che non esitarono a far sparare e sparare contro persone inermi ed innocenti;   socialisti prima e comunisti dopo biennio rosso. In merito alla brutalità disumana bolscevica nostrana riporto alcune testimonianze. Ammette il politologo Domenico Settembrini: <Il ricorso alla violenza all’interno alla sinistra nelle campagne italiane risale agli anni della prima guerra, quando tra i repubblicani, che avevano la loro base in mezzo ai mezzadri, e i socialisti, che reclutavano forze soprattutto tra i braccianti, non erano infrequenti in certe zone le risse, gli assassini a tradimento e talvolta rudimentali spedizioni punitive a scopo di vendetta>. Zumino Pier Giorgio, La questione cattolica nella sinistra italiana, pagg. 31-33: <Non va però dimenticato che la CGL, usava fare pressione sugli industriali perché licenziassero gli operai cattolici che rifiutavano di iscriversi a quel sindacato, richiesta a cui gli industriali ottemperavano, perché come osservò un funzionario in una comunicazione a Giolitti, quelli cattolici rappresentano di fronte agli operai appartenenti alle leghe rosse una proporzione come di uno a cento>. Sistematiche le violenze perpetrate a danno di militari che avevano già tanto sofferto nelle trincee, violenze che si verificarono principalmente nelle grandi città. Sarebbe bene ricordare anche quel che si verificò tra il 10 e il 15 aprile 1919 a Roma e a Milano, quando socialisti e anarchici scesero in piazza con l’intento di dimostrare che le forze bolsceviche dominavano ormai la piazza. Anche se in quei giorni di aprile il fascismo come forza organizzata non esisteva ancora, tuttavia la manifestazione rossa fece esplodere il fenomeno fascista.  A luglio del 1919 i socialisti scatenarono una serie di violenze che provocarono ventisei morti, oltre trecento feriti e il saccheggio di 1200 negozi. Sempre in quell’anno vennero costituiti i Soviet. In Val Bisenzio addirittura venne proclamata una Repubblica sovietica. A giustificazione del saccheggio dei negozi, sull’Avanti! del 5 luglio si poteva leggere: <Le merci sono del popolo, prodotte dal sudore del popolo e ad esso ritornano per il potere di una forza contro la quale nessuno può reagire (…)>. Il movimento insurrezionale, appunto sulla falsariga di quella di Mosca, si sviluppò a Forlì dove venne emesso il primo decreto del Soviet, Milano, Genova, Torino hanno fatto seguito. Il Corriere della Sera del 7 luglio riporta: <Violente scene di saccheggio si sono verificate oggi a Torino (…). Particolarmente prese di mira, oltre parecchie salumerie e negozi di uova e pollame, furono le rivendite di calzature, specie le più eleganti del centro (…)>. A questi atti, che ormai erano di prassi quotidiana, il 20 e 21 luglio fu organizzato uno sciopero generale in segno di solidarietà verso i compagni rivoluzionari russi e ungheresi che si concluse con disordini e pestaggi.

Antonio Falcone nella rivista Storia e Verità: <In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari>. Lo scrittore antifascista Gaetano Salvemini nel suo volume Scritti sul Fascismo, a pag. 38 annota: <Tanta violenza poteva aver luogo per l’incapacità delle forze dell’ordine e della magistratura e dallo strapotere tracotante e capriccioso dei sindacati rossi>. Scrive Giorgio Bocca (Mussolini socialfascista) che il fascismo fu violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice. Ancora più interessante quanto ha scritto Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail che visse in quegli anni in Italia: <Essi (i fascisti) combatterono il terrore rosso con le stesse armi. Compivano rappresaglie che turberebbero quei pacifisti che volevano la pace a tutti i costi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Di certo non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli uomini negli alti-forni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin>.

Il comunismo è nato perverso ed è maturato carnefice -taluni casi cannibale-, ad esempio i partigiani rossi furono il peggio tra gli italiani. I partigiani rossi, si macchiarono di stragi inenarrabili – e non fu guerra civile come si racconta-, gruppi di sanguinari assassini, cattivi italiani! Sono diversi gli autori che ben documentano le azioni bestiali dei partigiani rossi:  il compagno Gianpaolo PansaArrigo Petacco  (Ammazzate quel fascista), Gianfranco Stella (“Killer della liberazione” e “Compagno Mitra”). E che dire di coloro che eseguono la pena capitale a scapito di incolpevoli cuccioli di uomo, forti dell’infame legge 22 maggio 1978, n. 194?

In questi casi, periodo storico, per periodo,    sono certo che abbiamo avuto a che fare e abbiamo a che fare con Italiani cattivi, con quali si può mutuare l’ironico sfottò liberal bolscevico “italiani brava gente”.

In merito alla questione sollevata, ovvero il colonialismo italiano, mi limito a riportare il seguente fatto: <<Era l’11 settembre 1978 quando l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, accoglieva al Quirinale il Presidente della Somalia Mohamed Siad Barre. Erano le 12.15 quando l’ospite giunse al Palazzo del Quirinale. Un anno prima della scadenza terminò il nostro incarico fiduciario e l’autogoverno si sviluppò al principio abbastanza bene, sia pure con un modello sui generis di democrazia (peraltro non solo somala). Verso l’Italia mantennero a lungo un atteggiamento molto deferente. Ricordo un singolare episodio durante la visita di Siad Barre a Roma. Nel brindisi, alla colazione nel torrino del Quirinale, Pertini ebbe la strana idea di chiedere scusa ai somali per quanto fatto dagli italiani. L’ospite rispose che verso l’Italia non avevano che gratitudine; e che — Pertini si rannuvolò bruscamente — nel 1935 erano stati gli etiopici e non i fascisti a provocare la guerra>> – ( http://www.30giorni.it/articoli_id_2668_l1.htm).

Senza ripetermi, su un argomento già trattato, si possono consultare i links sottostanti.

https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/77-ignoranti-globalizzatori-criminalizzano-il-colonialismo-italiano.html

http://www.ecletticaedizioni.com/newsite/prodotto/bugie-coloniali-leggende-fantasie-e-fake-news-sul-colonialismo-italiano/

Concludo mutuando un aforisma di Socrate, che sento mio: <io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare>.

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/86-balle-coloniali-il-seguito-di-balle-spaziali.html

GUASTI DELLA SOCIETÀ MULTIETNICA

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Dopo gli ultimi attentati negli USA (non del tutto chiari) e le immagini della polizia che ha ammanettato un nero, assicurato una corda alle manette,  risaliti sui loro cavalli ed accompagnato fino alla prima stazione di polizia, ha suscitato la ormai indignata e  scontata levata di scudi dei professionisti del buonismo in salsa “partigiana —Forteto-Bibbiano”,  contro il razzismo e suprematismo bianco! Però oltre al condizionamento emozionale e mentale -sempre che ancora sortisca effetti- una statistica su cui sarebbe utile riflettere, ma che si trova di rado nei giornali, è questa: pur costituendo i neri il 13% della popolazione, contano per ben il 43% degli uccisori di poliziotti in atti criminali, ossia al netto degli incidenti (il dato è del FBI e riferito agli anni 2004-2013; <non è stato possibile reperire dati più recenti, ma se qualcosa sarà cambiato, sicuramente in peggio>).

Ciò non cancella i fenomeni di brutalità e razzismo di cui si è macchiata la polizia nordamericana, ma comincia a incrinare la narrativa dominante dei suprematisti bianchi e del poliziotto medio che è bianco, xenofobo e dal grilletto facile. Per altro, si noti che sono neri il 12% dei poliziotti statunitensi, in linea dunque col loro peso numerico nella società (sono gli ispanici semmai a essere sotto-rappresentati), e i poliziotti neri e ispanici sono più propensi ad aprire il fuoco rispetto ai loro colleghi d’origine europea (così sostengono sia un rapporto del Dipartimento di Giustizia sia uno studio scientifico di Greg Ridgeway della University of Pennsylvania).

Stando ai dati sull’etnia degli imputati: il 62% dei rapinatori, il 57% degli omicidi e il 45% delle aggressioni nelle 75 contee più grandi degli Usa, in cui i neri assommano al 15% degli abitanti complessivi (dati 2009 del Dipartimento di Giustizia). Nel 2004 erano neri il 37% degli incarcerati negli Usa (dati sempre dal Dipartimento di Giustizia). Ciò a fronte, lo ricordiamo ancora una volta, di un 13% di popolazione totale.

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Fonte http://www.emiliogiuliana.com/2-uncategorised/55-guasti-della-societa-multietnica.html

 

Satana? Preferisco il paradiso!

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di Emilio Giuliana

Christian Bale, l’attore che ha interpretato il ruolo di Batman, al Beverly Hilton Hotel di Los Angeles, dove si è svolta la cerimonia di premiazione dei Golden Globes, ritirato il suo premio ha ringraziato satana per averlo ispirato.

La soubrette Virginia Raffaele sul palco dell’Ariston durante il festival di Sanremo ha cantato una parodia della canzone <<Mamma>> di Beniamino Gigli, il nastro si «ferma» e lei finge di inceppare sulle parole, come un grammofono rotto. Le parole pronunciate hanno avuto un suono distinto: «satana, satana, satana», per cinque volte.

Come per la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012 anche nel caso della cerimonia di apertura del tunnel alla base del San Gottardo in Svizzera è stato messo in scena uno spettacolo satanico.

Il sindaco di Vergato (BO) ha inaugurato una imponente statua di Satana

Emma Bonino in una sua raffigurazione pubblicitaria elettorale ha scelto come soggetto un drago.

Com’è noto il drago simboleggia satana; Michele Arcangelo è raffigurato con la spada che infilza il drago, san Giorgio identicamente a san Michele è raffigurato con la spada infilza il drago.

Il regista Stanley Kubrick nel suo ultimo film “Eyes Wide Shut”, racconta la storia di una cena satanica tenutasi Château de Ferrières da Marie-Hélène de Rothschild.

George Soros è un picciotto dei Rothschild, a sua volta la Bonino è alle dipendenze di Soros. L’attore americano James Woods ha dichiarato esplicitamente che Soros è satanista. Dunque, non è utopico pensare che ognuno di questi “personaggini”, proporzionatamente al potere che esercitano nella società portano benzina alla fornace di Satana.

Nella realtà i soloni della società dei diritti a tutti e della religione oppio dei popoli insegnano che satana non esiste, tant’è che chi crede alla sua esistenza è bollato come retrogrado, bigotto, ignorante, stupido.  Sono un retrogrado, bigotto, ignorate e quanto voi volete, ma che simpatici sono tutti questi personaggi, non ci credono ma lo esaltano e lo rappresentano ogni volta, ci prendono in giro o sono matti? O più semplicemente loro credono nel male e lo osannano?

Io non lo so, sono bigotto e stupido, per questo amo DIO

 

Emilio Giuliana

FONTE – http://www.emiliogiuliana.com/2-uncategorised/52-satana-preferisco-il-paradiso.html

Preferisco le Bufale agli ASINI

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di Emilio Giuliana

Il signor Francesco Filippi, da qualche tempo è assurto all’onore delle cronache locali e nazionali per aver pubblicato un libro con il quale pretende di far luce sui falsi convincimenti in merito all’operato del governo monarchico fascista, il quale avrebbe prodotto “cose buone”, credenze che definisce e liquida come bufale, sbugiardate e suffragate da sue ricerche, “partendo da fonti legislative”.

Innanzitutto, a tal riguardo il signor Filippi non è per niente originale, in quanto dal 1945 ad oggi, sono stati molti, tanti storici e amici dell’alta finanza che hanno gettato discredito senza riuscirvi sul governo monarchico fascista, rimediando solo figure barbine, causa l’ignoranza e disonesta intellettuale. Nel primo caso -ignoranza- ripropongo il pensiero di Mark Twain: è più facile ingannare la gente che convincere loro che sono stati ingannati; nel secondo -disonestà intellettuale- il convincimento di Antonio Gramsci: Una menzogna in bocca a un comunista è una verità rivoluzionaria.

In entrambi i casi, emerge un approccio privo di qual si voglia virtù.

Lo “storico” di Levico, deve fare i conti con un eccelso storico del Fascismo, il comunista ebreo Renzo De Felice, distorcendo e manipolando la realtà; il nostro liquida la questione come un fraintendimento. E pure, De Felice è stato molto chiaro, lo si capisce senza possibilità di confusione nella citazione che segue: tutto quanto detto e scritto sul fascismo e resistenza è falso perché la sinistra politica ha nascosto tante verità, tanti delitti, tante vergogne partigiane.

Il signor Filippi, come può smentire gli attestati di merito nei confronti del fascismo esternate dall’ebrea comunista Margherita Hack. “Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”. “Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo”. Marzo 2013 Barricate

Andrea Camilleri: Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi lo siete adesso – Festival di Roma 2010

Carlo Lizzani: nel fascismo la cultura non subiva tagli, anzi era valorizzata al massimo dal regime anche con risultati a volte davvero straordinari. Basti pensare alla Mostra del Cinema di Venezia e anche all’attuale Centro Sperimentale di Cinematografia. L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione. Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come Primato, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano “largo ai giovani” e “la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai diciottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi». Continua a leggere

Il sinedrio di Caifa condannò a morte Gesù

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di Emilio Giuliana

Vi è un’insistente volontà che tende a sollevare il sinedrio di Caifa dalla colpevolezza di condanna a morte nei confronti di Gesù, indicando Pilato come responsabile e colpevole. FALSO! La storia e  i vangeli sono chiari ed altrettanti chiari sono le fiere ammissioni giudaiche della loro volontà ne portare alla crocifissione CRISTO.

Sotto riporto uno scritto dell’acutisimmo e dottissimo storico Rutilio Sermonti, il quale fuga ogni dubbio dall’ennesimo ignobile tentativo di riscrivire falsamente la storia, quella di Ponzio Pilato.

di Rutilio Sermonti

Le responsabilità al loro posto.

(aurhelio.it) – Da romano quale mi vanto di essere, desidero assumere la difesa di Ponzio Pilato, quell’ottimo uomo e onorato funzionario, che viene ingiustamente vituperato, come ormai da secoli accade per l’azione sottile dell’ebraismo rabbinico, che – facendo scempio delle risultanze evangeliche – cerca di liberarsi dell’accusa di deicidioscaricandola sui Romani, e su quello in particolare.

Cominciamo col porre in chiaro che, all’epoca del processo a Gesù, la Giudea non era provincia romana, bensì “federata”. Il rappresentante del proconsole di Cesarea (come era il procuratore Pilato) aveva quindi giurisdizione politico-militare soltanto sui delitti di infedeltà a quel “foedus”, mentre, per tutti gli altri, e a maggior ragione quelli di sacrilegio contro la legge mosaica, la Competenza esclusiva era dell’autorità locale ebraica, e cioè del Sinedrio. Infatti, quando le guardie del Sinedrio (non i soldati romani!) arrestarono Gesù, cercarono di farlo condannare da Pilato con l’accusa di sedizione contro Roma.
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CAMERIERE E PREPOTENTE

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La polemica innescata in merito al tatuaggio dello svastica, da l’occasione per ricordare, chiarire alcune questioni su fenomeni storico – politici  del secolo 900.

Ad esempio sappiamo dal libro: “DITTATURE: la storia occulta” D.ssa Antonella Randazzo, che senza i finanziatori dell’alta finanza americana ed inglese Adolf Hitler non sarebbe mai arrivato al potere. Tra i molti elargitori di capitali troviamo nomi appartenenti all’ebraismo.  Ford, Rockefeller, Alfred Kurzmeyer, James Forrestal, Warburg, Harriman; quest’ultime due famiglie sostennero finanziariamente le ricerche eugenetiche dello psichiatra Ernst Rudin. La legge elaborata da Rudin nella Germania nazionalsocialista traeva ispirazione dalle precedenti leggi americane.  Continua a leggere

Andreas Hofer, non trova pace

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Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Andrea Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

Il casato degli Asburgo fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, detenevano il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800. Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degl’Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori, che secoli prima l’avevano preceduta -vedi Corrado II e Massimiliano I- mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua   d’origine latina senza precedenti, Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher, eccetera. Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa denomino il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana. Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866,  «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito.» Continua a leggere